Friday, July 30, 2004

Lezioni dal passato per i Dpef dei sogni

«L'economia dell'offerta - nota giornalisticamente come Reaganomics - ha avuto il merito di elevare la microeconomia al di sopra della macroeconomia. La microeconomia si occupa della gente e del modo in cui questa investe il proprio lavoro e i propri capitali nel mercato. La macroeconomia si occupa dei rapporti intercorrenti tra figure maestose ma spettrali: il prodotto nazionale lordo, la produttività, etc etc. Il clero dei massimi economisti obiettava che il taglio delle tasse poteva essere giustificato soltanto se accompagnato da un simultaneo taglio delle spese. Gli offertisti replicavano che questa strategia li avrebbe condannati a restare in attesa per sempre, perché, in democrazia, la classe politica può ottenere vantaggi politici soltanto se spende denaro in favore della sua base elettorale, non certo cancellando i programmi che la avvantaggiano. Lentamente, gli economisti conservatori cominciarono a capire la saggezza della strategia dell'offerta».
Irving Kristol

Kerry e il solito equivoco da ex-Pci

Il grosso equivoco, ricercato, che c'è alle spalle delle «vacanze intelligenti» di Rutelli e Fassino a Boston:
«L'equivoco intorno a Kerry pacifista mostra una desolante mancanza di cultura politica. L'America è un sistema integrato di istituzioni democratiche e opinione pubblica, in fatto di politica estera e di sicurezza agisce una tradizione nazionale sperimentata e di assetto fondamentalmente bipartisan nelle scelte strategiche. Le agenzie delicate come la Cia sono al di sopra del cambio di amministrazione, il Congresso delibera e indaga con passione e sa controbilanciare l'esecutivo, ma anche quando c'è divisione e discussione, perfino nel circuito della stampa più seria e autorevole, non ci sono mai due Americhe, ce n'è una sola. Il mito giornalistico dell'altra America è una vecchia eredità intellettualistica e propagandistica dell'epoca in cui i cold warriors legati all'Unione Sovietica, e i loro indipendenti di sinistra, lavoravano per annettersi idealmente una regione dell'occidente che non esisteva nell’interesse superiore dello stato guida. Kerry promette di lavorare per un'America più forte e più sicura negli stessi termini di Bush: afferma di poterlo e di saperlo fare meglio, e se vorrà convincere la maggioranza degli americani dovrà portare prove solidissime. Ma la sua America è la stessa di quella del comandante in capo».
Il Foglio, 30 luglio 2004
Altre impressioni:

Il New York Times si è lamentato perché Kerry «non ha fornito un programma chiaro sull'Iraq»: gli elettori «avevano bisogno di sentirsi dire che aveva capito di aver fatto un errore appoggiando l'invasione. E' chiaro che Kerry non lo farà, e questo è una vergogna». Sugli altri aspetti, «Kerry e John Edwards hanno programmi chiari per l'agenda domestica, la sanità in particolare. La proposta di tagliare le tasse alla middle class però è pura propaganda».

Per il Washington Post il discorso di Kerry è stato «politicamente efficace», ma il candidato «ha perso un'opportunità di dimostrare il tipo di leadership di cui ha bisogno il paese». E' stato debole per l'assenza di riferimenti alla «difficile verità che le truppe Usa dovranno rimanere in Iraq a lungo» e perché «non fondate sulla realtà» le promesse di fermare l'emigrazione dei posti di lavoro all'estero e di svincolare l'America dalla dipendenza del petrolio mediorientale.
«Occasione perduta» anche per il Boston Globe; «Miopia» per il New York Post; «Apocalypse Kerry», titola The New Republic, mentre per USA Today Kerry è «indeciso fino alla fine».

Christian Rocca sul suo blog ha definito quello di Kerry un «ottimo discorso, degno di una bella convention, sebbene suoni strano che il candidato alla leadership del mondo libero non citi l'Iran, non dica che cosa voglia fare dell'Iraq, del conflitto arabo-israeliano eccetera. Kerry ha soltanto spiegato ad americani, europei e alleati che in Iraq ci sarà un maggiore impegno Usa, se vincesse lui. Lo slogan, ottimo, è "l'America può fare meglio". Non di meno. Di più, e meglio. La guerra al terrorismo si fa, perché sono stati loro, i nemici, a dichiararla. Troppo populista, poco liberale, e irrealizzabile il programma economico. Commovente il passaggio sulla ricerca scientifica che può salvare vite umane. In generale, la giornata di ieri, sembrava la convention del Pentagono, non dei liberal di sinistra. Guerra, generali, soldati, veterani, Vietnam, onore, bandiere, chissà che ne pensa Pecoraro Scanio...».
Questo l'articolo sul Foglio.

Thursday, July 29, 2004

Diritto-dovere di ingerenza nel Darfur

Mentre le violenze continuano, anzi si intensificano per assestare gli ultimi colpi prima di eventuali serie pressioni internazionali, al Consiglio di Sicurezza dell'Onu l'opera delle diplomazie americana e britannica sono sfiancanti anche sul Sudan. Siamo alla terza bozza di risoluzione che gli Usa presentano e pare che domani sarà votata, anche se Cina e Russia (e Pakistan) sono riuscite a far eliminare il riferimento a «sanzioni» contro il governo di Khartoum. Il Congresso degli Stati Uniti ha usato la parola «genocidio» per descrivere ciò che sta accadendo nel Darfur. Annan chiede aiuti urgenti, ma come al solito non entra nelle questioni politiche che impediscono all'Onu di occuparsi con efficacia di queste crisi. E' evidente che dovranno morire e subire violenze migliaia di innocenti prima che il diritto-dovere di ingerenza appaia a tutti come l'unica soluzione. Ed è evidente che già da ora il Consiglio dovrebbe predisporre un ultimatum - pena l'invio di un contingente militare - come misura di pressione su Khartoum.

«Hope is on the way»

Lo slogan delle due Americhe, lo sguardo al futuro, è Edwards quello incaricato di dare nerbo e forza alle candidatura per la Casa Bianca.

«L'obiettivo è proprio questo, mostrare agli americani che i democratici non sono un partito di teste matte di sinistra incapaci di difendere con vigore gli interessi e il popolo americano. Barra al centro, dunque. Puntare su un'America più forte e dimostrare serietà e responsabilità».
Il Foglio, 29 luglio 2004


Finalmente Edwards ha parlato di guerra e di sicurezza, e lo ha fatto da falco. Impegno in Medio Oriente, più truppe in Iraq, nessuna pietà per Al Qaeda: «We will destroy you».

Wednesday, July 28, 2004

Quale «normalità» è la chiave

Premesso che né approvo, né respingo Sullivan che ha deciso di votare Kerry, chi come noi ritiene che la normalità «non sia stata rotta dalle due guerre anti-terroriste condotte dall'amministrazione Bush», ma che sia stata «infranta dall'11 settembre» (è un punto fermo) non può però ignorare la possibilità che il desiderio di normalità possa in effetti spingere molti elettori americani a preferire Kerry a Bush. Non c'entrano né la bontà delle scelte di Bush né l'efficacia delle politiche promesse da Kerry. A pesare sulle scelte di voto sono spesso fattori irrazionali, come in questo caso potrebbe pesare la percezione "Bush=estremista - Kerry=normalità" scaturita dall'evidenza di eventi a cui nessuno dei due contendenti potrebbe porre rimedio, neanche se lo volesse. Bush (presentatosi come semi-isolazionista) incarna ora «l'era degli estremismi» solo perché era "in quel posto", "in quel dato momento", solo perché un'esperienza del genere cambia chiunque e il lato umano del potere è sempre troppo ignorato: probabilmente quegli "estremismi" sarebbero sembrati al 95% degli americani l'unica cosa da fare.
Detto ciò, nessuno può dire come andrà a finire: Bush può perdere perché rischia di passare per "radicale" allo stesso modo in cui Kerry può perdere passando per "pappamolle". Insomma, è la democrazia e saranno la testa, ma anche lo "stomaco" degli elettori a decidere. E' chiaro che l'idea che per ritrovare la normalità basti cacciare Bush è un'illusione, ma se dovesse essere decisiva mi sentirei comunque di tranquillizzare 1972. Anche se adesso Kerry sembra un flip-floppers, se dovesse vincere governerà con polso. Ho l'impressione che là in America l'idea che "battuto Bush anche Al Qaida sparirà d'incanto come in un incubo" è pura retorica elettorale che dal 3 novembre sparirà d'incanto. Lì, viceversa che in Italia, le campagne elettorali durano mesi, ma poi si chiudono e il governo comincia a governare. Sarà così anche stavolta, non siamo - neanche con Kerry alla Casa Bianca - alla vigilia della resa americana di fronte al terrorismo.

Compassion over ideology

L'altra faccia della convention dei Democrats: l'appello del figlio di Reagan a Kerry e al Paese per la ricerca sulle cellule staminali: «How can we affirm life, if we abandon those whose own lives are so desperately at risk?». E' una delle issue su cui gli elettori si esprimeranno. Il tema - come è giusto in una campagna elettorale seria - divide i due candidati.

Il Progess' del martedì

Anche Radio Radicale ha il suo Processo di Biscardi, o il suo Porta a Porta che parla del delitto di Cogne. Non si fanno mancare neanche lo psichiatra e il corsivo. Qui se ne parla sul forum.

Schianto del governo sotto assedio dei poteri forti

«Se davvero è quella la manovra che Berlusconi pensa di fare, non ci si può che interrogare. Perché di quella congerie di misure l'unica cosa che arriverebbe a elettori e contribuenti è l'aggravio fiscale immediato per altri 3 miliardi di euro. Con l'Irpef abbattuta rinviata a babbo morto e per importi ridicoli, regalie di cui nessuno si renderebbe conto. Mentre imprese, banche e sindacati da una parte inneggiano all'operazione-verità con cui il governo si è dato da solo del falsario. Dall'altra chiedono – comprensibilmente, a questo punto – che visto che di meno Irpef non c'è traccia se non labiale, almeno vi sia una disponibilità a risorse per rilanciare lo sviluppo. Che cosa resta, nella bisaccia di governo, perché il premier possa pensare di evitare che l'operazione-verità si traduca in una marcia funebre? (...) Gli indicatori di fiducia degli italiani sono bassi come nel 1992. E' evidente e innegabile, che oggi non siamo in condizioni di economia reale neppure lontanamente paragonabili a quando la lira era sotto schiaffo e rischiavamo addirittura il default. Aver consentito che una tale sfiducia prendesse piede, in assenza di ragioni che oggettivamente la giustificassero, è purtroppo un insuccesso che parla da solo».
Il Foglio, 28 luglio 2004
Fra due anni ad Arcore per favore!

Kerry il "normalizzatore"

... Bush il "duce" nel periodo d'emergenza della Res Publica americana
Trovo che la lettura che Il Foglio ha dato ieri della campagna elettorale americana, ricalcando le acute osservazioni di Andrew Sullivan sul Sunday Times, tradotte ieri, non sia del tutto fuori luogo e contenga degli spunti molto interessanti. 1972 ha trovato invece nelle parole di Sullivan la «ricerca di qualsiasi pretesto per non votare Bush» e si è convinto che «tutto nasca dal rancore per il supporto all'emendamento costituzionale contro i matrimoni omosessuali recentemente bloccato dal Senato». Non so dire se sia o no così, io leggendo l'articolo non ho avuto la stessa impressione di 1972. Non dico che ogni argomentazione di Sullivan su Bush fosse convincente, ma la tesi di fondo è stuzzicante. Un Bush "di sinistra" perché radicale nelle sue politiche di rottura con molti degli schemi tradizionali del conservatorismo Usa. Un Kerry "conservatore" perché per forza di cose si trova a dover intercettare la voglia di "normalizzazione" dopo gli eventi frenetici post 11 settembre. In fondo non è altro che la domanda che sapevamo prima o poi di doverci porre: fino a quando gli americani avrebbero sopportato lo "stress" da Res publica «under attack». Ciò che Sullivan sottovaluta semmai è che da tempo - già con Reagan - i repubblicani sono un po' meno conservatori, hanno superato alcuni vecchi schemi acquisendo una visione più dinamica della società americana e del mondo, elaborando politiche più incisive, dotandosi dunque di una maggiore forza mobilitante. L'11 settembre ha impresso un'accelerazione a questa evoluzione. La figura emblematica è proprio quella di Bush jr., il quale però è lungi dal rappresentare in modo compatto ogni componente del conservatorismo americano.

In Italia dilaga l'individualismo

Devo dire che da un po' leggendo i quotidiani salto le pagine di politica interna, soprattutto quelle sulla maggioranza. Se la storia non fosse la stessa da trent'anni sarebbero almeno roba buona sotto l'ombrellone, alla Tom Clancy. E poi sotto l'ombrellone neanche ci sto. A riprendere per un momento il filo però c'è di che disgustarsi. Non ricordo da anni un simile trionfo della concertazione vecchio stile. Cacciato Tremonti, questo governo si è affrettato a riunire la solita congrega di interessi, "forti" ma particolarissimi, per discutere la linea economica. Come finirà è scritto: il sacco delle casse dello Stato a danni di tutti noi che ci facciamo il q...
Per preservare questi interessi particolarissimi il piano è quello di sempre:
«Bisogna conservare lo Stato sociale – costruito quando abbondavano i bambini e l'età media era di dieci anni più bassa – Stato che, non essendo stato riformato, è tra i più costosi e inefficienti del mondo. Bisogna conservare un sistema pensionistico destinato al collasso, bisogna soprattutto conservare e aumentare la spesa pubblica, proprio quella corrente, fatta degli stipendi degli inamovibili dipendenti pubblici. Per farlo, questi difensori dell'interesse pubblico chiedono di alzare l'inflazione programmata, che poi si riflette in rincari per tutti. In compenso non si debbono ridurre le tasse, in modo che si possa continuare ad aumentare le maestre nelle scuole con meno allievi. Ormai i sindacati, in tutta Europa, sono forti solo dove si lavora meno, in alcune grandi fabbriche cogovernate dai consigli dei delegati, nel pubblico impiego e fra i pensionati (che non lavorano più). Quelli che lavorano di più, titolari e dipendenti delle aziende familiari o piccole e medie, giovani che si arrabattano nel mercato del lavoro flessibile del terziario, non trovano adeguata rappresentanza nel salotto buono della concertazione, né dalla parte sindacale né da quella aziendale».
«Un concerto di solisti», Il Foglio, 27 luglio 2004
Prevale la convinzione che sia "democratico" riunire e accontentare le più numerose rappresentanze sociali e d'impresa possibili, ma è un fatto innegabile che si tratta solo di una nuova "Camera dei fasci e delle corporazioni" di mussoliniana memoria. La democrazia rappresentativa è un'altra cosa: il governo eletto rappresenta per quattro o cinque anni l'interesse generale e porta avanti la sua politica in modo autonomo. Può essere impopolare, ma non sarà anti-popolare.

Non bisogna farsi troppe illusioni neanche sul nuovo ministro Siniscalco. Per quanto certo validissimo, mi pare che abbia più le sembianze del funzionario disciplinato e senza troppi grilli per la testa, più indirizzato a prendere ordini che non a sviluppare una politica autonoma.
Gli inganni però devono almeno cessare, le maschere venir via, e che si sappia una volta per tutte: il taglio delle aliquote fiscali - pilastro della politica tremontiana incentrata sullo sviluppo - è stato bloccato, dai poteri "forti" che hanno trovato valide sponde in An e Udc, non tanto per timore di sforare il tanto evocato patto di stabilità e di aggravare il deficit pubblico, ma perché quei soldi (i nostri soldi) devono essere elargiti a quegli interessi particolarissimi che quei poteri forti - e partiti come An, Udc, Ds - rappresentano. Berlusconi cosa crede di guadagnarci? I voti del ceto "improduttivo", come nella Prima Repubblica tornati ad essere decisivi. Fine del discorso.

Tuesday, July 27, 2004

L'Ecosoc assolve il PRT. Un atto conservativo o un passo nella direzione giusta?

Dopo il parere della corte dell'Aja e le risoluzioni dell'Assemblea generale contro Israele, dopo aver visto la Libia presiedere la Commissione Onu sui diritti umani, non ci saremmo troppo stupiti se il Vietnam fosse riuscito nell'impresa di cacciare il PRT dall'Ecosoc. Stavolta però, un sussulto di dignità deve aver colpito i burocrati del palazzo di vetro. L'aspetto più positivo del voto di venerdì scorso è infatti l'impegno nella difesa del PRT profuso dalla delegazione olandese, in nome dell'Ue, e dal governo italiano. A risvegliare i Paesi democratici dal torpore burocratico onusiano, convincendoli a fare più o meno fronte comune (Europa, Nord America e Sud America) contro la richiesta del Vietnam, deve essere stato il valore politico-ideologico che questo voto è andato assumendo nel corso delle settimane.

Il fronte compatto di dittature; il rinsaldarsi improvviso della ormai sbiadita - ma pur sempre fastidiosa - corrente dei non-allineati; i toni antiamericani; il carattere stalinista delle accuse vietnamite; l'appeal che il confronto con l'Occidente ha esercitato sui Paesi asiatici. L'addensarsi di tutte queste spinte destabilizzanti - probabilmente più dell'amore per il PRT - ha indotto le delegazioni dei Paesi democratici ad opporsi ad una sconfitta che, per come si erano messe le cose, sarebbe apparsa fin troppo costosa, sia sul piano della credibilità politica, sia sul piano personale. Puro istinto burocratico di conservazione dunque, ma forse è da considerarsi una coincidenza fortunata il fatto che proprio sul PRT questi fattori negativi si siano concentrati, innalzando un tale livello di rischio politico anche sulle spalle delle delegazioni occidentali.

Questa coincidenza, oltre a salvare i radicali, ha responsabilizzato i membri democratici dell'Ecosoc, permettendogli di vivere sulla propria pelle la necessità di una collaborazione più stretta tra di loro, fondata e motivata dai vincoli ideali che li accomunano. Guarda caso proprio quel fronte di lotta del PRT per un'Organizzazione mondiale delle democrazie, o comunque per un Comitato delle democrazie che sappia operare di comune accordo all'interno delle Nazioni Unite.

Ma non bisogna esagerare la portata di un voto che ha riguardato una piccola Ong. Si tratta pur sempre di un debole colpo di vento in un oceano di eventi che mostrano una tendenza netta da parte dei membri dell'Onu a contraddirne la carta costitutiva. Il giudizio complessivo sulla salute dell'Organizzazione e sulla sua autorevolezza non può che rimanere estremamente negativo. All'elefantiasi burocratica, alle politiche dei membri europei, sempre più dediti all'appeasement nei confronti delle dittature di ogni etnia, latitudine e credo, sembra aggiungersi il disinteresse degli Stati Uniti, indecisi sul da farsi: se abbandonare al suo destino l'elefante morente, o farsi promotori di una profonda istanza riformatrice che però in questo momento non potrebbe che suscitare serie opposizioni anche dall'interno del campo democratico.

P.S.: A chi invece si aspettava da parte dei Paesi mediorientali e africani un trattamento più benevolo nei confronti del PRT, ha già risposto Marco Pannella: proprio per ciò che rappresentano le politiche della Bonino e del PRT, scosse di rinnovamento nel mondo mediorientale e africano, è «fisiologico» che emergano simili resistenze e «colpi di coda».

Le "vacanze intelligenti" di Rutelli e Fassino


Non basta una gita a Boston. Dai "Democrats" vi separa un abisso
Pare proprio che Rutelli e Fassino siano sulla via di Boston per omaggiare il candidato democratico alla Casa Bianca, John F. Kerry. Ma soprattutto per ripulirsi un'immagine piuttosto ingrigita dalle giravolte sull'Iraq. Pare però che non dovranno incontrare Kerry, così da non dovergli spiegare perché, mentre criticava Bush chiedendo l'invio di più truppe in Iraq, invece loro insistevano per far scappare l'Italia e marciavano sorridenti e solari in dignitosi cortei assieme agli antiamericani di tutte le latitudini politiche. Meglio per i nostri "prodi" sedicenti "riformisti" che non parlino di Iraq, ma solo di Bush.
No. Non basta una gita a Boston, dai "Democratici" li separa un abisso. Cosa rimarrà a Fassino e Rutelli di questa scampagnata è difficile dirlo. Chi non ricorda le «vacanze intelligenti» alla biennale di Venezia dei provincialotti fruttivendoli Remo e Augusta?
La passerella nei salotti radical chic vuol essere di buon auspicio per un regime change alla Casa Bianca, una sorta di scivolo per quello più agognato a palazzo Chigi.
Peccato che da bravi provinciali senza idee Rutelli e Fassino saranno a Boston «più per farsi vedere che per vedere, più per farsi ascoltare che per cercare di capire» (Il Foglio). Pessimi.

Sovversivi

Il parere della Corte dell'Aja e la risoluzione dell'Assemblea generale dell'Onu sulla barriera di sicurezza israeliana - alle quali l'Europa in modo compatto si è allineata - non solo avallano in tutti i suoi aspetti la visione palestinese del conflitto, ma contengono «tre elementi sovversivi del diritto», come fa brillantemente notare Emanuele Ottolenghi:
«Il primo sminuisce la minaccia terroristica palestinese negando l’efficacia della barriera come strumento difensivo. Il secondo riconosce diritto d’Israele all’autodifesa soltanto contro Stati, non contro attori come il terrorismo palestinese, che diventa quindi legittimo. Il terzo definisce i territori come palestinesi, trasformando la linea verde da linea provvisoria di cessate il fuoco a confine internazionale sacro e inviolabile. Il problema non è il terrorismo, ma l’occupazione; tutto il territorio, nonostante la risoluzione 242 dica il contrario, sarebbe palestinese; la barriera non è uno strumento di difesa ma di annessione di terra non più oggetto di contesa, ma aggiudicata, senza tenere in considerazione la 242, ai palestinesi. Israele perde qualsiasi rivendicazione e dovrebbe ritirarsi. I negoziati servono a regolare il ritiro israeliano, null’altro. Questo il significato dei due documenti e la natura della posizione dell’Unione europea. Quando le politiche di Sharon stanno dando i loro frutti e la strategia palestinese è a un passo dal collasso, la Corte internazionale e l’Assemblea generale offrono all’Europa una scusa per impedire a Israele di vincere la guerra scatenata dai palestinesi, dandogli la sola opzione possibile di capitolazione e resa incondizionata».
Emanuele Ottolenghi, Il Foglio, 22 luglio 2004

Monday, July 26, 2004

Siamo a Peppone e Don Camillo in salsa lucana

«Don, Don, Don... Per chi suona la campana?». A chiederselo è Maurizio Bolognetti, in un comunicato on line oggi sul sito dei Radicali.
Beh, per chi sia suonata la campana, noi qui ne abbiamo una vaga idea!
Ma vaga.

Per conoscersi meglio

Guardate un po' questo nuovo blog!

Sunday, July 25, 2004

Onu. In fondo non è ancora tutto perso...

PRT salvo. In questo caso l'Euroghost ha fatto fuggire i malintenzionati dal castello.

Anche l'Africa col "mal di Francia"

Veltroni spiega a Bob Geldolf che il nodo sta nel «danno che le politiche protezionistiche dell'agricoltura occidentale procurano ai paesi emergenti e soprattutto a quelli africani, che a differenza di quelli asiatici e sudamericani sono ancora esclusi dalla delocalizzazione industriale. Veltroni, però, dovrebbe evitare di generalizzare sulle responsabilità globali, e individuare meglio chi si oppone e chi no a una liberalizzazione del mercato agricolo.
La soluzione realistica, cui si richiama Veltroni, non può convivere con la demagogia altromondista. O si sta con Wto e Banca mondiale o con Chirac e i rockettari no-global». Leggi tutto
Il Foglio


Sopravvivere avviandosi a vedersi sconfitto

Guarda (e aspetta) a destra. Va bene governare anche «modulando tempi e mezzi per realizzare il programma», ma «deflettere» dalla propria "visione" verrà inesorabilmente percepito come una sconfitta dagli elettori di ogni latitudine.

«Per l'Iraq, Tony Blair è andato in Parlamento e ai suoi deputati in rivolta ha detto in sostanza: "Se mi votate contro andiamo tutti a casa, io non cambio idea". Noi abbiamo un capo del governo che, dopo aver vinto le elezioni con una maggioranza mai raggiunta in Italia, si è comportato in modo diametralmente opposto. Nella convinzione che il plebiscito non si tenga tutti i giorni, ma ogni cinque anni, evitando di mettersi in gioco ogni volta che il gioco si è fatto duro. La crisi di leadership di Berlusconi sta tutta qui: nel costante tentativo prima di sopravvivere, poi di governare. Come un qualunque capo di un governo della Prima Repubblica, quelli, per intenderci, che governicchiavano per nove mesi. Ma sopravvivere, in politica, non vuol dire governare, bensì il suo contrario: non governare per sopravvivere».
Piero Ostellino, Corriere dellla Sera

Il doppio errore del Dpef sui tagli fiscali:

«... una promessa non mantenuta – errore politico – con misure che rischiano di avere un effetto di rilancio della crescita assai contenuto – errore economico».
Il Foglio


Chiediamo un «lasciapassare per la modernità», la sinistra batta un colpo

Guarda (e aspetta) a sinistra. Editoriale di Stefano Folli sul Corriere di oggi:
«Se è vero che il partito berlusconiano vive una crisi in cui si esaurisce il suo rapporto con l'Italia produttiva che fu all’origine della vittoria del 2001, nessuno crede che la sinistra sia oggi pronta a governare il Paese.

Forse il centrosinistra sarebbe più sicuro del suo futuro, se riuscisse a imitare Blair. Parlare (invece di disprezzarla) alla stessa Italia che ha votato Berlusconi e che gli ha chiesto in buona fede, magari senza ottenerlo, un lasciapassare verso la modernità. Per farlo servono due cose: un’idea semplice ma accattivante della società e del suo sviluppo; una forza politica credibile e coesa alle spalle. Al momento il centrosinistra non possiede né l’una né l’altra.

Quello che davvero occorre non è un contratto per garantire porzioni di potere, bensì un'idea dell'Italia non retorica. Un’idea su cui ricreare quel «blocco sociale di riferimento». Leggi tutto

Friday, July 23, 2004

"Antisemiti progressisti" e "mal di Francia"

Soprattutto in Francia trova alimento quel filone dell'antisemitismo - il più veemente e attuale - che si innesta sulle radici del mondo politico di sinistra e democratico. Sono i palestinesi ormai a rappresentare - nell'immaginario sia dei militanti delle sinistre europee più moderate, sia di no global, di antimperialisti e terzomondisti - tutti gli "oppressi" del pianeta. Nella loro lotta essi vedono l'avanguardia della lotta contro l'imperialismo, il capitalismo e l'oppressione nel mondo. Sono gli «antisemiti progressisti» di cui parla Fiamma Nirenstein nel suo ultimo libro.
«Lungi dall'essere una semplice conseguenza dell'intifada, la crescita dell'antisemitismo è parallela all'ondata di antiamericanismo che ha investito l'Europa dopo l'11 settembre e che l'ha sommersa dopo la guerra in Iraq. La diplomazia francese capeggia la crociata antiamericana. E se la Francia politica, pressoché all'unanimità, ritiene che i dirigenti americani e israeliani si siano messi fuori dalla legge, non deve sorprendere che gli emuli dei martiri di Hamas nuotino come pesci nell'acqua in una Francia che riconosce due grandi nemici: Sharon e Bush».
André Glucksmann, WSJ
Prova ne è l'ultimo episodio in ordine di tempo: il voto dell'assemblea generale dell'Onu, in conformità al parere della Corte dell'Aja del 9 luglio, contro la barriera difensiva voluta da Sharon. Voto di per sé non sorprendente, se non per il fatto che, proprio grazie all'intenso lavorìo della diplomazia francese, i 25 membri dell'Unione europea hanno votato compatti contro Israele.
«In epoca di guerra fra occidente e terrorismo islamico portare, come accade in questi giorni, le relazioni tra le democrazie europee e quella israeliana vicine al punto di rottura non può accrescere la sicurezza dell'occidente e dell'Europa. Piuttosto che atteggiarsi a improbabili pacificatori del Medio Oriente i governi europei dovrebbero finalmente avviare una "franca discussione" su tutti gli errori commessi. (...) In questa fase storica il risorgere dell'antisemitismo in Europa e il conflitto israeliano-palestinese sono intimamente legati e l'Europa non può più fingere che nella sua politica verso Israele non si siano accumulate ombre pesanti. Soprattutto, se pretende di svolgere un ruolo pacificatore nella regione. Il caso della Francia è emblematico. Per diversi anni le autorità hanno minimizzato il fenomeno dell'antisemitismo montante (...). C'è una assai probabile connessione fra il risorgere dell'antisemitismo e la posizione francese nel conflitto israeliano-palestinese».
Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Un perfetto esempio dell'entità del problema ci viene offerto dalle parole di Gianni Vattimo sul Manifesto, per il quale la sinistra dovrebbe assumere - se già non lo ha fatto - l'antiamericanismo come propria connotazione politica e culturale:
«Ben al di là dell'insofferenza per Bush e i suoi accoliti, non sarebbe ora di scoprire, anche sul piano culturale, che la sinistra o è antiamericana (meglio sarebbe dire altermondialista) o non è?»

In Iraq una guerra antifascista. Una «prova vivente»

La guerra in Iraq è stata una guerra contro il fascismo, una guerra di liberazione in nome della libertà democratica, addirittura una guerra "di sinistra". Si tratta di una verità storica, che non va disconosciuta solo se Bush ci è antipatico, o perché non condividiamo le sue ragioni e la sua politica. Non è onorevole abbandonare il fronte di lotta per la democrazia e i diritti - e un popolo che spera in un futuro migliore - spinti dal miope opportunismo di vedere impantanato il proprio avversario politico.
«La maggior parte degli iracheni considera assolutamente prioritario il dovere morale e politico di una guerra di liberazione. Per molti di noi in Iraq, che hanno fatto esperienza diretta delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, la polemica sulla mancanza di prove sull'esistenza di queste armi è del tutto incomprensibile. Per noi in Iraq, la minaccia delle armi di distruzione di massa non si riduce a una sterile questione di cifre. Sono state usate regolarmente da Saddam come strumento di repressione. (...) Il regime fascista di Saddam Hussein è costato la vita ad almeno due milioni di iracheni. Le fosse comuni sono una ragione sufficiente per giustificare la moralità di questa guerra di liberazione. Io, come curdo e come iracheno, so, forse meglio di altri, che la guerra è una cosa devastante, alla quale bisognerebbe sempre opporsi. Eppure, per noi, questa guerra ha segnato la fine di una guerra ben più brutale che era stata scatenata contro lo stesso popolo iracheno... Nonostante le immagini che, sugli schermi delle televisioni occidentali, presentano l'Iraq come una spaventosa tragedia, per la maggior parte degli iracheni, i quali non hanno conosciuto altro che gli assassini e le violenze del regime di Saddam, questi ultimi dieci mesi sono stati un periodo di straordinari passi avanti per la creazione di una società libera. Questa è la prima volta nella storia dell'Iraq, e forse in tutta la storia del medio oriente islamico, in cui il popolo ha la possibilità di partecipare a un vasto e serio dibattito politico sul futuro del suo paese».
Barham Salih, vice primo ministro iracheno, a Madrid, intervenendo all'Internazionale socialista
Quindi Berman invita i liberal e il mondo della sinistra ad aprire bene le orecchie sul dibattito iracheno, non solo per sentire «l'antipatica voce di George W. Bush», ma per sentire quella ben più significativa «della sinistra democratica in Iraq». E' stata «una guerra per la democrazia, non per il petrolio. E' una guerra antifascista. E’ una guerra che, almeno per il momento, ha portato al potere, come vice primo ministro, un uomo di grandissima autorità nella lotta per la libertà in Medio Oriente. Ora quest'uomo chiede la nostra solidarietà. E si merita pienamente di averla».
Paul Berman

Inediti dal Medio Oriente

  • I ministri iracheni della Difesa e dell'Interno accusano l'Iran di terrorismo contro l'Iraq;

  • Arafat sollecitato a dimettersi

  • Memri

    Il vero volto della stupidità bianca made in USA

    ch.ro.

    Sono della Margherita/3

    ch.ro.

    Il bipolarismo sopravviverà sia a Berlusconi sia al ritorno al proporzionale

    Ne è convinto Giovanni Sartori: «È che ora abbiamo un bipolarismo perfetto (con alternanza) che però si regge su due "polacci", su due poli imperfetti, imperfettissimi. Ma questo è un altro discorso».
    Corriere della Sera

    Thursday, July 22, 2004

    11/9. Fu il «fallimento dell'immaginazione»

    Nessuna sorpresa dalle conclusioni della Commissione indipendente sull'11 settembre. Ottimi i suggerimenti di riforma dell'intelligence, ma le risposte alle domande "Era evitabile?", "Di chi è la colpa?", confermano la sensazione che si impresse dentro di noi in quei tragici giorni: non era immaginabile. La tragedia dell'11 settembre non fu prevista, né evitata, per un «fallimento dell'immaginazione» collettiva della leadership americana. Assolti sia Bush sia Clinton: nessun complotto, nessun singolo "colpevole". Il governo degli Stati Uniti «fu semplicemente non abbastanza attivo nel combattere la minaccia terrorista», i suoi leader non ne compresero la «gravità». Poi le «carenze strutturali» delle varie agenzie di intelligence. Il rapporto suggerisce le riforme per evitare futuri attacchi. Bush: Raccomandazioni costruttive». «Non c'è tempo da perdere, dobbiamo prepararci e dobbiamo agire», avverte il presidente Kean.
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    Altri rapporti:
  • Heritage Foundation

  • Council on Foreign Relations



  • Iran. Trattare o colpire?

    Un rapporto indipendente del Council on Foreign Relations suggerisce al governo Usa un nuovo approccio di dialogo nei rapporti bilaterali con il regime iraniano: la rottura minaccia gli interessi nazionali americani in una regione chiave. Rimane di avviso opposto Michael Ledeen, dell'Aei: no all'appeasement, è uno Stato terrorista e occorre provocare un regime change dall'interno.
     

    Edi-zione straordinariaaaaaaaaaaaa!

    Lunedì 19 luglio. La rassegna stampa di Massimo Bordin interrotta da una lieta novella... (una volta tanto)
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    Wednesday, July 21, 2004

    Basilicando Vol.1

    E' il primo open jamming festival del Sud d'Italia. Il 23, 24, 25 luglio 2004 a Pisticci Scalo, provincia di Matera, città dei sassi. (Qui il comunicato)
    E' un appuntamento vero, non una burla. Non solo Radicali in Basilicata.

    Il First Strike è dottrina anche dei "Democrats"

    Azioni preventive, ma con gli alleati. Tutto spiegato nel programma di governo della coppia Dem. Kerry-Edwards.
    La guerra come «ultima opzione», da utilizzare solo qualora fallissero tutti gli altri tentativi. Gli attacchi preventivi talvolta sono necessari, ma meglio con gli alleati: «Dobbiamo costruire e guidare un consenso internazionale per un'azione preventiva e tempestiva per fermare e mettere al sicuro le armi di distruzione di massa esistenti e il materiale necessario a fabbricarne altre». Bush? No, Kerry. Ma neanche lui è disposto a chiedere troppi permessi: «Non attenderemo mai la luce verde dall'estero quando in gioco ci sarà la nostra sicurezza, ma dobbiamo arruolare coloro il cui sostegno è necessario per una vittoria definitiva».
    Ma allora, verrebbe da chiedersi, qual è la differenza tra Bush e Kerry in politica estera? La differenza è minima. Bush e Kerry ripongono un diverso grado di fiducia sugli alleati. La Francia e le Nazioni Unite sono il problema. L'accusa a Bush è di aver allontanato alcuni dei tradizionali alleati americani, ma Kerry dice che se sarà necessario saprà convincerli. Anche Bush ne era convinto e ha trascorso più di un anno all'Onu, ma ha fallito. Kerry invece è convinto di riuscirci, anche se i Democratici non forniscono dettagli su come si comporterebbero se incontrassero le opposizioni incontrate da Bush. Se Kerry vincerà le elezioni il 2 novembre, sapremo di chi è la colpa: se della «vecchia Europa», o di un arrogante cowboy in sella al cavallo più veloce del west.

    «Strong at home, respected in the world»

    «Sappiamo che promuovere la democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto è vitale per la nostra sicurezza di lungo periodo. Gli americani saranno più sicuri in un mondo di democrazie. Lavoreremo con le persone e le organizzazioni non governative che in giro per il mondo si battono per la libertà. Ristabiliremo la credibilità e l'impegno dell'America come forza per la democrazia e per i diritti umani, a partire dall'Iraq».
    Neocons? No, Kerry. Dopo la fase "kissingeriana" (stabilità prima di democrazia), sembra assumere come priorità anche l'esportazione della democrazia. L'idea di «difendere e promuovere la libertà in giro per il mondo» è alla origine stessa della nascita dell'America, «un'America rispettata e non solo temuta».
    Dunque, gli obiettivi «di sempre: proteggere il nostro popolo e il nostro modo di vivere, aiutare a costruire un mondo più sicuro, più pacifico, più prospero, più democratico». Come? «Per prima cosa c'è da vincere la guerra al terrorismo, poi fermare la diffusione delle armi nucleari, biologiche e chimiche e, terzo, promuovere la democrazia e la libertà in giro per il mondo, cominciando da un Iraq pacifico e stabile».

    I quattro pilastri della politica estera di Kerry: una nuova era di alleanze internazionali per il mondo post 11 settembre; modernizzare l'esercito, aggiungendo 40 mila uomini e raddoppiando il numero delle Forze speciali; utilizzare al meglio «la diplomazia, i servizi segreti, il potere economico e l'attrazione che esercitano i valori e le idee americane» e, infine, fare in modo che l'America non dipenda più dal petrolio mediorientale.

    Fonte Il Foglio

    ChIraq nervosetto

    Per aver assicurato il sostegno di Israele ai cittadini francesi di religione ebraica che volessero lasciare la Francia a seguito della grave ondata di antisemitismo in atto, Sharon «non è il benvenuto» a Parigi: parola del presidente Chirac.
    «Le parole del premier israeliano non aiutano, ma il problema esiste e la magistratura non lo reprime». E' Alexandre Adler, editorialista del Figaro, al Foglio: Leggi qui.

    Nazioni Unite alla deriva/1

    Attendiamo con somma sfiducia la seconda decisione di oggi, quella sulla sospensione del Partito Radicale Transnazionale dal suo status consultivo. La prima, ampiamente annunciata, è stata un disastro: l'Assemblea generale ha fatto proprio il verdetto della Corte dell'Aja, che il 9 luglio ha dichiarato «illegale» la barriera di sicurezza in Cisgiordania, chiedendo ad Israele di accettare la sentenza. Voto quasi all'unanimità: 150 le nazioni che si sono schierate contro Israele. Tra queste le 25 dell'Unione europea. Con Israele, Stati Uniti e Australia: «Documento sbilanciato». Israele: «Vergognoso» il voto europeo. Ma sulla barriera c'è già il giudizio dell'Alta Corte israeliana.

    Tuesday, July 20, 2004

    Le parole di Kok Ksor per salvare il PRT all'Onu

    Accorato appello del leader montagnard affinché l'Ecosoc domani respinga la richiesta di sospensione del Partito Radicale Transnazionale dal suo status consultivo all'Onu. E' il brutto segnale di Nazioni Unite sempre più in mano delle dittature, infettate da meccanismi decisionali distorti che non mancano di coinvolgere neanche democrazie solide come India, Corea del Sud e Giappone. Leggi

    Nuova rubrica su Radio Radicale

    Questa domenica Linea Verde è ospite dell'incantevole cittadina lucana di Rotondella, che domina la valle del fiume Sinni, l'antico Siri sulle cui sponde nel 280 a. C. Pirro sconfisse il console Valerio Levino. Il nostro inviato ci guida verso le accoglienti spiagge di Lido Rivolta, alla scoperta dei segreti dello splendido mare jonico dai riflessi verdi e turchesi. La visita prosegue in piazza della Repubblica con il grande evento dell'estate rotondellese, la 9ª edizione dell'annuale "Sagra dell'Albicocca", dove abitanti del luogo e forestieri potranno godere fino a notte inoltrata delle prelibatezze dell'agricoltura locale rallegrati da abbondanti libagioni. Ma Rotondella è anche cittadina consapevole e dall'alto senso civico, come dimostra l'iniziativa organizzata dall'assessore alla Cultura Antonio Pastore: "Mare, sale e referendum".
    >> Ascolta il collegamento


    Sunday, July 18, 2004

    Riformare l'Onu. L'amministrazione Usa pensa ad un caucus delle democrazie

    Il Foglio pubblica ampi stralci dell'articolo di Kim R. Holmes, vicesegretario per gli Affari con le Organizzazioni internazionali del Dip. di Stato Usa, in uscita col prossimo numero di Aspenia: l'Onu ha fallito, come riformarla? Tenendo conto del ruolo decisivo che hanno i caratteri degli Stati membri.
    Il 24 ottobre scorso, in occasione di un incontro sul tema al Council on Foreign Relations, l'assistente di Colin Powell presentava un documento intitolato The Challenges Facing the United Nations Today: An American View, un vero e proprio progetto americano per la riforma dell'Onu, in 7 principi guida: responsibility, accountability, effectiveness and rationalization, stewardship of financial resources, modernization, credibility, freedom. Ne avevo parlato qui.


    Il fattore Iran. Next Step?

    Time, ma anche il New York Times, riportano dei legami tra Iran e Al Qaeda che la Commissione sull'11 settembre avrebbe scoperto e le cui prove saranno contenute nel suo rapporto conclusivo.

    Poi c'è la chiusura del processo farsa sull'uccisione della giornalista iraniana-canadese Zahra Kazemi, morta l'anno scorso in un carcere iraniano per le percosse subite. Il premio nobel Shirin Ebadi ha denunciato l'irregolarità del processo.

    Tutti contro tutti a Gaza. Il fallimento di Oslo...

    ... perché si è creduto in Arafat ignorando la questione democratica
    «Si può guidare un governo se l'uomo che dovrebbe esserne il tutore, il presidente palestinese Yasser Arafat, fa di tutto per impedirgli di governare? Favorendo, con il suo comportamento irresponsabile, sequestri di persona, terrorismo, lotte fratricide, vendette incrociate, corruzione sfrenata?». Inizia così oggi la corrispondenza sul Corriere della Sera.

    Gli uomini di Dahlan contro quelli di Arafat e i miliziani di Hamas contro entrambi. E' il caos a Gaza, l'anarchia, il crollo dell'Anp, la guerra civile. Arafat continua a tenere per sé casse e servizi di sicurezza, senza mai neanche aver cominciato l'applicazione della road map. La riforma della sicurezza che tutti chiedvano come premessa indispenabile ora viene varata in poche ore, ma ai vertici ci sono i fedelissimi del raìs. Scoppia la rivolta, armata e non. In migliaia hanno sfilato contro le nuove nomine: «No alla corruzione, sì alle riforme e al cambiamento», era lo slogan. Ora è giusto chiedersi dove siano finiti i miliardi di dollari di dieci anni di finanziamenti che dovevano servire ad amministrare un territorio poco più grande del Molise con una popolazione di 3 milioni di anime. E chi lo forniva, sapeva dove finiva questo denaro?
    E' anche la fine di Arafat, annunciata già un paio di anni fa. Solo gli europei hanno preferito non vederla, continuando a puntare sulla sua leadership quando era palese a tutti, anche ai palestinesi, che questa era "il problema" e non "la soluzione". L'ennesimo segnale di impotenza del vecchio continente.
    Di Arafat: un grande terrorista, ma un pessimo statista. E a pagare i suoi errori sono i palestinesi.

    Clinton con Blair: furono Chirac e Schröder a isolarlo sulla guerra

    Furono Francia e Germania a isolare Blair sull'Iraq, Chirac e Schröder non fornirono reali alternative all'iniziativa militare, anzi «non erano disposti a rimuovere Saddam in nessuna circostanza». E' lo stesso Clinton sul Financial Times - ripreso da Ennio Caretto sul Corriere della Sera - ad ammettere che Blair «commise un errore appoggiando la guerra», ma lo assolve: il premier britannico non ha colpe perché Parigi e Berlino lo isolarono e lo indebolirono, con l'intento ostentato di evitarla, in realtà favorirono la guerra. Inoltre, dopo l'11 settembre, «sarebbe stato molto difficile per un leader non agire sulla base delle notizie di intelligence che arrivavano dall'Iraq». Nel resto dell'intervista critiche a Bush, elogi per Kerry, lodi ancora più convinte per Edwards.
    Giuliano Ferrara riassume:
    «Blair, seguendo le regole della diplomazia tra alleati, cercò di convincere Bush, di condizionarne le scelte, e sul ruolo dell'Onu in parte ci riuscì. Chirac e Schröder abbandonarono la dialettica politica per darsi all'ostruzionismo, dividendo l'Europa, allontanando l'America dall'Ue, precipitando tempi e modi della crisi che volevano evitare. Chirac e, in misura minore, Schröder sono ancora tentati dall'ostruzionismo. Ha ragione Clinton».

    «Concluso senza concludersi»

    «La crisi politica all'interno della maggioranza di governo durata settimane si è conclusa senza concludersi», osserva Stefano Folli sul Corriere di oggi: «Serviva il rilancio, abbiamo avuto la fotocopia».
    Ma «concluso senza concludersi» possiamo dirlo proprio del governo.
    «Berlusconi misura ormai la sua solitudine. La sua base sociale, cioè le categorie che lo hanno sostenuto nella lunga avventura, appare perplessa e lontana, benché tutt'altro che convertita alle suggestioni del centrosinistra. L'Italia moderata che ha creduto in lui vede la paralisi, si interroga e va in vacanza senza sapere quali altre delusioni deve attendersi per settembre. Si capisce adesso quale danno abbia provocato al governo l'uscita di scena di Giulio Tremonti, subita da Berlusconi senza particolare sofferenza. Del governo Tremonti costituiva, nel bene e nel male, la spina dorsale».

    Friday, July 16, 2004

    La visione neocons lascia il passo ad un approccio «realistico»

    Olivier Roy presenta "L'Impero assente".
    Gli Stati Uniti devono affrontare la guerra al terrorismo ritrovando un approccio «realistico», «alla Kissinger», e abbandonando invece l'impostazione «ideologica, di scontro tra il Bene e il Male», cara ai neocons. E' l'indicazione che da studioso consegna al dibattito sulla nuova politica estera di Washington. Ma Olivier Roy libera il campo da ogni "teoria del complotto" sia sull'11 settembre, che sull'Iraq e i neocons. segue >>
    RadioRadicale.it

    Bolognetti, ma dove vuoi correre su è giù per la Lucania?

    Meglio a piedi, la salute ci guadagna...
    «Pronto, parlo col servizio percorribilità strade? Ah, buongiorno. Senta, io sono un socio ACI - numero di tessera 917655 barra UT come Udine Torino - la disturbavo per avere qualche delucidazione dato che mi devo recare a Roma a votare. Senta, ho sentito dal bollettino dei naviganti che è in arrivo un'area depressionaria di 982 millibbar, e questo purtroppo mi è anche confermato da un fastidiosissimo mal di testa che sopraggiunge ogni qualvolta c'è un brusco calo di pressione. D'altro canto caro amico questo è il prezzo che dobbiamo pagare noi metereopatici. Senta, io le domandavo questo, secondo lei, partendo fra circa... 3 minuti, e mantenendo una velocità di crociera di circa 80/85 chilometri orari, secondo lei faccio in tempo a lasciarmi la perturbazione alle spalle diciamo nei pressi di Parma?»


    Sono della Margherita/2

    Al Senato Usa si vota l’emendamento per vietare costituzionalmente il matrimonio gay. E' un giorno importante. Il candidato democratico JFKerry, e il suo vice Edwards, si sono sempre detti contrari a questo emendamento. Chissà, allora, perché non si sono presentati...

    Errori, non bugie/2

    National Review

    Wednesday, July 14, 2004

    Senti chi parla...

    Paperoga o Paperinik? Pannella o D'Alema? Quale personaggio con questa frase si stagliò sull'orizzonte della nuova classe politica italiana? Scopritelo su...
    «Alcuni esponenti del PCI giudicano la presenza statunitense nel Golfo Persico in modo negativo. In realtà, gli Stati Uniti meritano di essere ringraziati, e non sgridati per aver salvaguardato gli interessi dell'interà comunità internazionale. (...) E' il caso di formulare un paio di rotondi "tuttavia". Il primo, di natura retrospettiva, dato che l'assunzione della responsabilità odierna non può cancellare le precise responsabilità di ieri. Ricordo di avere denunciato ormai dieci anni fa la compartecipazione di aziende del nostro paese ai tentativi di realizzare l'atomica irachena (ci pensò poi l'aviazione israeliana a bombardare, nell'81, il reattore "Osirak" e le relative "Hot Cells" di produzione italiana); ricordo l'azione politica e giudiziaria avviata da Roberto Cicciomessere sulla vicenda della tangente da 160 miliardi pagata a trafficanti di armi e droga per la fornitura della flotta italiana all'Irak; ricordo di non essere riuscito a porre ai voti una mozione parlamentare con cui si chiedeva al governo di attivare in sede Onu le procedure previste per condannare l'Irak per l'uso di armi chimiche; ricordo l'iniziativa ante litteram del deputato verde Sergio Andrei a proposito del ruolo della BNL nei finanziamenti ai paesi del Golfo in guerra. Queste vicende non valgono a testimoniare una "coerenza minoritaria": testimoniano l'incapacità di governi e di ministri che hanno macroscopicamente sbagliato giudizi e comportamenti nei confronti del dittatore di Baghdad. (...) Nessuno può sostenere la mancanza di indizi circa il delirio di potenza di Saddam Hussein, frenetico cercatore dell'arma atomica e criminale utilizzatore dell'arma chimica».
    L'Unità, 21 agosto 1991

    Fonte: Armi di attrazione di massa, n° 9 di "Diritto e Libertà"

    Errori, non bugie

    «Errori di intelligence, non manipolazioni». Le accuse dell'intelligence britannica contro l'Iraq erano «seriamente difettose», ma non vi fu nessuna «pressione indebita» da parte del governo. Errori «collettivi», mentre Blair con il suo comportamento ha «rafforzato l'impressione» che quelle accuse fossero fondate in modo «pieno e certo». Queste le conclusioni della commissione Butler sulle inesattezze dei rapporti di intelligence sulle armi di Saddam.
    Tony Blair alla Camera ai Comuni: «Nessuno ha mentito. Nessuno ha inventato informazioni di intelligence. Nessuno ha inserito cose nel dossier contro il parere dei servizi di sicurezza». Accetta «in modo pieno» le conclusioni, ma rimane il fatto che «rimuovere Saddam non è stato uno sbaglio». (Qui il Corriere)

    Il Foglio:

    Non c'è alcuna prova che nell'operato del governo e dei servizi segreti inglesi ci sia stata una «distorsione deliberata» del materiale di intelligence o una «negligenza colpevole» nell'analizzarlo. Nessuno metta in dubbio la «buona fede» del premier, né la sua integrità, insiste Butler. Ogni responabilità per gli errori è collettiva più che individuale. Nella catena di montaggio dell'intelligence sono stati commessi errori importanti, che non vanno ripetuti, ma che sono più venali che capitali. «Alla luce delle sue azioni, che in alcuni luoghi ho già criticato, non vedo alcun motivo perché John Scarlett non sia riconfermato nel suo nuovo incarico (a capo dell'MI6; n.d.r.), per il quale è perfettamente idoneo». Leggi tutto





    «Check Point Oriente»

    E' il titolo dell'imperdibile paginone di oggi sul Foglio. Tra le cose da non lasciarsi sfuggire, un articolo di Amir Taheri per il Wall Street Journal descrive la diversa natura politica, rispetto agli sciiti al potere in Iran, degli sciiti iracheni guidati dall'ayatollah Alì al-Sistani, alternativo alla rivoluzione khomeinista. Carlo Panella parla invece del leader dello Sciri, l'altro grande partito sciita iracheno, più filoiraniano, che però già avrebbe avvertito Teheran che l'Iraq sarà un'altra cosa.

    Con questi qui al governo fra due anni

    Più di una volta il nuovo premier iracheno Allawi ha chiesto all'Italia di proseguire la sua missione a Nassiriya. Kofi Annan ha scelto il suo inviato in Iraq per la nuova missione dell'Onu che ha il compito di organizzare la democrazia. Della nuova risuluzione si è già parlato tanto. I nostri "sedicenti" riformisti, dopo aver invocato «svolte», «hanno deciso di rispondere no alle decisioni dell'Onu e all'appello del governo iracheno perché il sostegno militare e umanitario prosegua». Voteranno no al finanziamento della missione.

    Verifica permanente

    Così Berlusconi ha scelto di durare pur sopportando il continuo scacco sotto cui l'Udc di Follini ha deciso di tenerlo per logorare la sua leadership.
    Sarà «strategia di sopravvivenza»? si chiede Gianni Riotta, il quale riconosce che Berlusconi ha «grinta, entusiasmo, una vitalità fantastica», ma che non basta. Come non bastano, osserva, le doti degli attuali capi di Stato e di Governo occidentali per farli dei leader capaci di quelle «scelte rapide e radicali» che la nostra epoca imporrebbe.

    Per fortuna tutti contrari alla "classe islamica"

    Sarà stata la solita idea frikkettona del preside sessantottino. Stavolta il no viene anche da Rifondazione comunista. «Meglio l'italiano per tutti».

    Di sinistra/3

    La manovra di Blair si chiama governo. In Italia?

    Tuesday, July 13, 2004

    Monday, July 12, 2004

    Preferiscono rischiare i kamikaze che sopportare l'antisemitismo

    Non ci sono cifre ufficiali né date. Non si conoscono dettagli, ma un piano, un progetto, per rimpatriare gli ebrei dalla Francia in Israele c'è. Nel mirino di un'ondata di violenza antisemita che dura ormai da un paio d'anni, diventata giorno dopo giorno sempre più aggressiva ed arrogante. L'Agenzia ebraica, un organismo paragovernativo israeliano, stima in 30-33 mila gli ebrei francesi intenzionati a «tornarsene a casa in un prossimo futuro», il 6% dell'intera comunità in Francia. Tendenza alla fuga che è già una realtà e che dal 2000 è in forte crescita. Soprattutto nelle periferie delle grandi città l'aria è diventata irrespirabile. L'antisemitismo è la parola d'ordine della folta comunità maghrebina.

    Secondo la stampa israeliana, nel giugno scorso, al culmine dell'ondata di antisemitismo francese, si sarebbe svolta una riunione «preliminare» interministeriale del governo israeliano per discutere il progetto, o comunque come «venire in aiuto a quegli ebrei che decidessero di lasciare la Francia». Di rito le diplomatiche parole delle maggiori autorità della comunità ebraica francese che manifestano la volontà di restare.
    Fonte Ansa

    Saturday, July 10, 2004

    Corti fantoccio all'Aja e Stato di diritto in Israele

    Non ne volevo parlare, ma alla fine...
    «Rivedere il tracciato del muro in Cisgiordania» per «minimizzare le sofferenze del popolo palestinese». E risarcire gli abitanti palestinesi danneggiati. E' l'Alta Corte israeliana che - ben due settimane prima della Corte fantoccio dell'Aja - ha accolto in buona parte gli appelli presentati dagli avvocati dei palestinesi a cui sono stati confiscati terreni per innalzare la barriera. Il tracciato scelto dalle autorità militari penalizza inutilmente la popolazione palestinese. Quindi «lo Stato deve trovare alternative che diano magari meno sicurezza ma che danneggino meno la popolazione. E queste alternative esistono». Parliamo di 30 chilometri che dovranno essere smantellati e spostati. E gli abitanti palestinesi di quelle zone avranno diritto a risarcimenti. Il ministro della Giustizia israeliano Yosef Lapid (leader del partito centrista Shinui): «La decisione dei giudici conferma nella sostanza il nostro approccio: ossia che è necessario garantire la sicurezza agli israeliani, ma non a scapito della libertà di spostamento e di lavoro dei palestinesi». Il governo israeliano ha annunciato che correggerà parte del tracciato seguendo «i principi definiti dall'Alta Corte, in modo particolare l'adeguato bilanciamento tra il diritto alla sicurezza e considerazioni umanitarie», ha fatto sapere il ministero della Difesa in un comunicato.
    Questa - di circa due settimane fa - è la notizia, mentre all'Aja fanno fiction, parlano di aria fritta.
    Questo è lo Stato di diritto (in Israele e non negli altri Stati arabi) che i «Soloni dell'Aja» credevano di aver messo nel sacco con il loro inutile verdetto consultivo in cui chiedono all'Onu di imporre a Israele la distruzione del muro di difesa perché «illegale».

    Al di là del fatto che l'Aja non ha contestato la costruzione di barriere difensive all'interno della «linea verde», cioè del confine israeliano prima del 1967; al di là del fatto che di "muro" non si tratta, essendo questo il 3% della barriera difensiva; e al di là del fatto che i paragoni con apartheid e muro di Berlino sono risibili, evidentemente brucia che la politica di sicurezza di Sharon (uccisioni mirate + barriera difensiva + piani unilaterali di ritiro) dia i suoi frutti (calo di poco più del 90% nel numero di attentati e di più del 70% di vittime del terrorismo). E siccome di una guerra si tratta, dichiarata da Arafat con la nuova Intifada, questo significa che i palestinesi la stanno di nuovo perdendo. La loro stolta e corrotta leadership terrorista e le loro ipocrite fratellanze arabe potranno vincere mille sentenze di corti di questo genere e avere mille prime pagine di settimanali, ma ancora una volta rimarranno sconfitti dalla storia e non possono che prendersela con se stessi.

    Angelo Panebianco: «L'idea che Corti internazionali di giustizia possano, sempre e comunque, intervenire nei conflitti armati in atto per distribuire ragioni e torti, è figlia di una generosa (ma ingenua) utopia liberale ottocentesca. L'idea era che sui conflitti armati potesse decidere, sine ira et studio, un consesso di giudici. Allo stesso modo in cui il giudice è chiamato a risolvere, in ultima istanza, una disputa condominiale altrimenti incomponibile. Ma i conflitti internazionali non sono dispute condominiali. E non esistono giudici che possano intervenire sine ira et studio in un conflitto come quello israeliano-palestinese. Soprattutto, non esistono Corti che possano negare a uno Stato, nel caso specifico quello israeliano, di fare tutto ciò che esso ritiene necessario per proteggere la vita dei suoi cittadini». Punto. E' la realtà amici, altrimenti si combattono i mulini a vento.
    Tanto "estremista" è la politica di Sharon che «forse nascerà un governo di unità nazionale Sharon-Peres e forse ciò porterà al ritiro israeliano da Gaza. Insieme all'aumentata sicurezza fornita dal muro (che comunque non potrà essere il confine definitivo dello Stato d'Israele, perché questo confine può nascere solo da un negoziato con i palestinesi), il preannunciato ritiro israeliano potrebbe modificare drasticamente lo scenario del conflitto. In meglio, sperabilmente. Pareri di imparziali Corti internazionali permettendo».
    Queste sono corti fantoccio la cui esistenza e pratica legittima e fornisce fondamento alle ragioni di chi, in America, di aderire alla Corte penale internazionale proprio non se la sente. Bisogna riconoscere che non è ancora l'ora del diritto e della giustizia internazionale e che invece tira una brutta aria.

    L'Africa sta per uscire dall'indifferenza mondiale?

    Il nuovo ruolo strategico dell'Africa nella politica estera degli Stati Uniti e «nella definizione degli interessi nazionali vitali americani». E' il tema di un rapporto del Csis, Centro per gli studi strategici e internazionali a Washington di stampo progressista. Qualcosa in più dei soliti aiuti umanitari e della lotta all'Aids. Il petrolio dei produttori Nigeria, Angola e degli emergenti Guinea Equatoriale, Sao Tomè e Principe, Chad. Secondo le stime del Csis, l'Africa centrale e occidentale potrebbe fornire, nei prossimi 10 anni, il 20 per cento dell'import di petrolio statunitense. Ma il «boom energetico dell'Africa potrebbe tradursi in prosperità o in un disastro» sociale ed economico, «a seconda di come saranno gestiti i ricavi». Orizzonti di benessere o di guerre fratricide. C'è l'ombra della corruzione, ma anche la lunga mano del terrorismo che conta sui 300 milioni di musulmani africano: Sudan, Somalia e Nigeria, paesi a rischio dove si dovrebbero concentrare gli sforzi di stabilizzazione degli Stati Uniti.
    Il segretario di Stato americano Colin Powell, intervenendo a una conferenza sul rapporto del Csis: «La normalizzazione non può esserci, non possiamo muoverci in una direzione positiva, fino a quando conflitti terribili come quello del Darfur in Sudan non saranno risolti». Inoltre, il nuovo ruolo che l'Africa deve assumere nel commercio internazionale, pesando di più nei negoziati in seno all'Organizzazione mondiale per il commercio (Omc).

    Cento passi indietro

    Ci porta la decisione di un liceo di Milano: una sezione riservata ai ragazzi islamici. Lì il velo è permesso e il crocefisso non entra. Altro che "muro di Sharon", questo è apartheid.
    Per Magdi Allam un «duplice errore».

    Che gran casino...

    Giovanni Sartori non ha più dubbi: i politici italiani - a destra come a sinistra - sono mosche nella bottiglia. «Norberto Bobbio illustrava la vicenda umana con tre metafore: il pesce nella rete, la mosca nella bottiglia e il labirinto. Il pesce nella rete si dibatte per uscirne, ma l'uscita non c'è e lui non lo sa. Nel caso del labirinto l'uscita c'è, ma dobbiamo essere intelligenti per trovarla. La mosca nella bottiglia (aperta, si intende) ne potrebbe uscire, ma la mosca è stupida e non la sa trovare».
    Corriere della Sera

    Friday, July 09, 2004

    "The Two Americans". Stanley Greenberg presenta il suo libro

    Lo stratega elettorale della coppia Kerry-Edwards a Roma per presentare il suo libro. Un'America perfettamente spaccata in due. I fronti sono geograficamente e socialmente compatti. E' una «situazione di blocco» che genera una «brutta politica della parità» fatta di tatticismi. Kerry può sbloccarla con una politica trasversale che rappresenti una «100-percent America». >> segue
    RadioRadicale.it
    Uno studio serio e interessante dalle pretese un po' troppo "sistemiche"

    Thursday, July 08, 2004

    Qualcuno osa, all'Università di Teheran

    «La tirannia religiosa è basata su una interpretazione fascista della fede... I musulmani dovrebbero riformare la religione... accettare la democrazia».

    Standard & Poor's ci declassa. E allora?

    Allora è un argomento in più per chiedere riforme a gran voce: delle pensioni e della sanità, innanzitutto.
    La decisione arriva prima del Dpef, della riforma delle pensioni in corso di approvazione, ed espressamente anticipa gli effetti della riduzione delle tasse senza sapere come verrà finanziata.
    Bisogna dire che a fare previsioni quelli di S&P non sono poi così bravi: e Parmalat? E Cirio?

    Cominciamo a non divertirci più

    Il "gioco" francese comincia a diventare pericoloso. Lo dice su Time il neocons Charles Krauthammer. La sua idea è che Chirac persegua una "terza via" francese di neutralità tra l'America e il fanatismo islamico, un ruolo da mediatore tra Usa e Islam in previsione di un futuro di rinascita del mondo arabo e musulmano. Contrastare l'America per incontrare i favori del mondo islamico in ascesa. Segnalato da 1972.
    Non credo sinceramente che Chirac si faccia guidare da una visione così lungimirante del futuro. Nel vecchio continente la politica naviga a vista, Krauthammer dovrebbe sapere che a Washington vengono elaborate le dottrine nuove e vengono gettate le basi per governare il futuro. Chirac cerca più semplicemente di ritagliare per la Francia un ruolo guida in vista della futura politica estera europea, affine con i propri interessi.

    La politica estera del golden boy dal profondo sud


    Il Council on Foreign Relations ha raccolto qualche discorso sul tema dal compagno di viaggio di Kerry, John Edwards.

    Wednesday, July 07, 2004

    Democristiani Forever

    Ultimatum di qua, ultimatum di là, è un teatrino che sfalda il governo, ma anche i commedianti: An si è giocata tutte le carte in una mano sola e Follini ha tirato troppo la corda.
    Disgusting

    Berlusconi assediato.
    I poteri forti fanno asse fra loro. Banche, fondazioni, assicurazioni giocano la carta Fini-Follini.
    Confindustria e Cgil ripartono dalla concertazione.

    Tuesday, July 06, 2004

    Energia. 2003 "Annus horribilis" per i cittadini

    Impietosa l'immagine che esce dalla relazione annuale dell'Authority per l'Energia. Per una volta siamo sul tetto d'Europa. Già, per i prezzi più alti. Senza tener conto dei disservizi, i rischi black out, la scarsa concorrenza, il carico fiscale, la dipendenza dal greggio.
  • Il Sole24Ore

  • Corriere della Sera
  • Kerry ha scelto il compagno di viaggio


    Dal profondo sud per attenuare la sua immagine di liberal snob del nord-est. «A very smart pick» per Andrew Sullivan. I commenti su New Republic

    «Out of time in Darfur»

    Scrive il gen. Wesley Clark su UsaToday.

    Monday, July 05, 2004

    Alla fine del tunne-le-le-le-le...

    Alla fine del tunnel imboccato dalla maggioranza di governo con la cacciata di Tremonti c'è un muraglione di cemento. Quindi, c'è poco da scherzare. Sia che mantengano più o meno invariata la linea di politica economica - ed è già dura a credersi - o che lancino il nuovo corso neo-assistenzialstatalista An-Udc, sta di fatto che la figura di Tremonti, nella percezione dell'opinione pubblica, rappresenta in modo così evidente il discrimine successo/insuccesso per il programma economico con cui Berlusconi e la CdL prevalsero alle elezioni del 2001 che, fuori Tremonti, automaticamente è come alzare bandiera bianca, ammettere la propria sconfitta. Politicamente - nei confronti degli elettori - equivale alla caduta del governo, si può parlare di Berlusconi ter. Dopo aver concesso la testa di Tremonti, Berlusconi invece crede che con un lungo interim possa riuscire ad imporre quei tagli fiscali promessi, per ripresentarsi nel 2006 avendo mantenuto gli impegni del contratto con gli italiani. Ma il discorso delle due aliquote, l'unica vera riforma che avrebbe fatto la differenza, è tramontata definitivamente assieme ad ogni speranza di una ripresa netta. Niente di più difficile per un premier che sembra ormai in balìa degli alleati, i quali sostengono la candidatura di Monti sperando di agganciare così quella "ripresina" da mettere a frutto alle urne con il metodo proporzionale. Ma a quel punto il Cav. non sarà che un ricordo.
    E anche il Corriere della Sera si schiera per Monti.

    Secondo me Kerry è della Margherita

    State tutti tranquilli, il candidato democratico alla Casa Bianca John F. Kerry ha detto al Telegraph Herald di Dubuque, in Iowa, di essere «personalmente contrario all'aborto», ma di non sentirsi di imporre la sua opinione ad altri che la pensano diversamente. Non gli «piace» l'aborto, ma confessa addirittura di credere che la vita cominci al concepimento. Ma poi ci rassicura, un po': «Non posso prendere la mia opinione di cattolico, la dottrina della mia fede, e imporla per legge a un protestante, a un ebreo, a un ateo che non la condividono. Negli Stati Uniti c'è la separazione tra Chiesa e Stato».

    La gente crede proprio a tutto...

    Per esempio, il premier Allawi ai legami di Saddam Hussein con al Qaeda ci crede eccome. Mica uno sprovveduto!

    Saturday, July 03, 2004

    «Hey, Stellaaa!»




    «Ho osservato, una lumaca, strisciare lungo il filo di un rasoio, questo è il mio sogno, il mio incubo, strisciare scivolare lungo il filo di un rasoio e sopravvivere». (Il colonnello Kurtz, Apocalypse Now).
    «Prodigal Body», New Republic
    «Era come recitare con Dio».
    Grazie

    Va in scena la commedia all'italiana

    Che la serietà qui è un lusso che non ci possiamo permettere.
    Fini e Follini una vergogna. Tremonti un signore.
    Palude democristiana e statalismo, eurofiguraccia, ci attendono.
    E' sempre meglio il re dei suoi cortigiani, ma anche per Berlusconi ora sarebbe più onorevole andarsene a casa. Dovrebbe capirlo ormai che lo hanno messo nel sacco e che non gli faranno più guidare la coalizione. La rivoluzione partita dalla molto "corporativa" ascesa di Montezemolo in Confindustria, poi i toni fascisti e Bankitalia, le burocrazie e i carrozzoni statali, tutti dietro alla rinnovata "italica" fermezza di An.
    Altro che riforme e sviluppo, questo Paese è condannato a perdere.

    Friday, July 02, 2004

    Saddam alla sbarra nel suo Paese. L'esito migliore?

    Il guaio è che Saddam continuerà ad essere una "presenza"
    Saddam processato dagli iracheni è per Sergio Romano la «migliore delle scelte possibili», scartati sia il Tribunale penale internazionale, non riconosciuto dagli Usa, sia il modello Norimberga, perché la «giustizia dei vincitori» è ormai troppo impopolare e figlia di un momento storico forse irripetibile. Romano ricorda gli effetti negativi del processo a Milosevic: «ha permesso all'imputato di trasformare l'aula della corte in una tribuna politica e ha creato in Serbia un pericoloso vittimismo nazionalista».
    Il problema vero, giuridico, in questi casi è che «non basterà scavare fosse comuni e interrogare i sopravvissuti. Occorrerà dimostrare che ogni crimine è stato voluto e ordinato da Saddam».
    E ci sarà chi, ad un processo politico, opporrà una difesa politica: chiedendo «perché tanti governi abbiano continuato ad avere intensi rapporti diplomatici ed economici con il dittatore, perché il vecchio Bush abbia permesso a Saddam di usare gli elicotteri nel Sud contro gli sciiti e gli abbia impedito di fare altrettanto nel Nord contro i curdi».
    Inoltre, per le prove e le argomentazioni giuridiche serviranno una polizia giudiziaria americana, inquirenti americani ed esperti prevalentemente internazionali, e Saddam continuerà a essere nelle mani degli "occupanti". Vi è il «rischio» concreto che si perpetui «sotto altre forme», agli occhi delle opinioni pubbliche arabe, «l'ennesima "giustizia del vincitore", cosa tollerabile in un Paese conquistato e pacificato», ma «intollerabile» se la guerriglia e il terorrismo continuano e «se il nuovo governo non riuscisse a dare prova di vera indipendenza».
    Conclude Romano: «Fare giustizia, dopo il crollo di una dittatura, è un problema delicato che non può essere affrontato con astratti criteri morali, senza tenere conto di ciò che potrebbe accadere nel Paese coinvolto. In molti casi è meglio lasciare che la faccenda venga regolata in famiglia secondo le consuetudini locali: un processo breve, un giudizio sommario e una conclusione, se possibile, rapida e brusca. L'assassinio di Ceausescu e di sua moglie ha permesso alla Romania di voltare pagina. La fucilazione di Mussolini ebbe il merito di evitare un lungo processo che avrebbe prolungato il clima della guerra civile. L'errore in quel caso non fu la fucilazione: fu quella che Leo Valiani definì un giorno la "macelleria messicana" di piazzale Loreto».
    Corriere della Sera

    Per Lucia Annunziata sarà «un processo pericoloso per gli Stati Uniti: non c'è dubbio infatti che, fin dalla sua prima apparizione davanti alla corte, Saddam Hussein ha mostrato ieri la forza di una presenza e di una linea di difesa che può avere un grande impatto sull'Iraq, e soprattutto sul mondo arabo più ampio». Saddam, come Milosevic, non rifiuta il giudizio, ma ne contesta le ragioni, cioè la butta in politica. Se per Milosevic fu a guerra finita, in Iraq, e in Medio Oriente, si combatte ancora - ed è guerra più vasta, regionale, contro il fondamentalismo e il nazionalismo arabo: «il gioco è ancora aperto».
    Saddam si è difeso nel modo in cui tutti si attendevano, accusando Bush («è lui il criminale») e buttandola in politica: «Fu il Kuwait a costringerci a vendere il nostro petrolio a costo basso, impoverendo così le famiglie, e rendendo le nostre donne delle prostitute». «E' pura retorica, - osserva la Annunziata - ma di quella buona: di quella che tocca l'onore arabo, che è poi la grande, forse unica emozione che continua ad unire il mondo arabo ancora preso dai suoi conti con il Colonialismo. Se la guerra fosse finita, Saddam che parla così sarebbe ridicolo: ma con la guerra in corso Saddam può divenire su queste basi di nuovo un punto di riferimento politico».
    La Stampa

    Un fatto positivo per due grandi storici
    Per il grande storico inglese Denis Mack Smith, il processo a Saddam è «passo obbligato per voltare pagina, per cercare di mettere fine a uno stato di incertezza e di inquietudine in Iraq». «E' importante anche sul piano simbolico, perché non è la giustizia dei vincitori, ma quella degli iracheni. Non sappiamo se gli iracheni saranno in grado di giudicare convenientemente Saddam, ma è comunque necessario che siano loro a processare l'ex dittatore».
    «Nel caso di Saddam Hussein sono gli iracheni a processare il loro ex dittatore e questo fa certamente una grossa differenza» con il processo di Norimberga, sottolinea lo storico Giovanni Sabbatucci. Al contrario di quanto avvenne a Mussolini o a Ceausescu, «è stato messo in piedi qualcosa che assomiglia a un processo: siamo di fronte a un gradino di civiltà superiore. Questa procedura crea una grande quantità di problemi politici e giuridici ma è l'unica strada».

    Il re di Giordania disponibile all'invio di truppe? Censored

    «Il nostro messaggio al presidente e al primo ministro è di chiederci ciò che vogliono, farci sapere ciò di cui hanno bisogno, e avranno il nostro sostegno al 110 per cento». Spiega: «La mia posizione è stata all'inizio quella di non inviare truppe, a causa della storia dei rapporti della Giordania con l'Iraq. Credevo che tutti i Paesi che circondano l'Iraq avessero una propria agenda, così pensavo non fossimo le persone giuste per questo compito. Comunque, ora c'è un governo ad interim e, speriamo, molto presto ci sarà in Iraq un processo di piena indipendenza. Io ritengo che se gli iracheni ci chiedessero esplicitamente di aiutarli, sarebbe difficile per noi dire di no. Tuttora credo che noi non siamo le persone giuste, ma se c'è qualcosa che noi possiamo fare, un servizio per il futuro degli iracheni allora noi valuteremo sicuramente quella proposta».

    Ah busciardoooooh!

    Thursday, July 01, 2004

    C'è Saddam in Tv... e tutto si ferma

    Il dittatore criminale alla sbarra. In Iraq la gente ha lasciato in sospeso ogni cosa ed è corsa intorno al televisore più vicino per vedere Saddam davanti al giudice. Si è appassionata e si è divisa. Per i simpatizzanti dell'ex dittatore è un'umiliazione al popolo iracheno. I più vorrebbero vederlo morto. Per alcuni dovrà essere il primo processo giusto dell'Iraq.
    Fonte Ansa
    Chissà come andrà a finire, intanto però c'è dibattito, e questo è un bel pezzo del nuovo Iraq. Poi torneremo a discutere dell'opportunità di questi processi, che possono rappresentare una grande "arma di attrazione di massa" per lo stato di diritto, ma che si possono rivelare boomerang se si ha la pretesa di processare la storia. Ci sarà tempo per discuterne, il dibattito è appena aperto, e importante.

    A novembre le presidenziali Usa. Riparte il dialogo tra i Democratici di Kerry e la sinistra europea

    A Roma i consiglieri di JFKerry incontrano i "riformisti" a corrente alternata. Il seminario della Fondazione Italianieuropei è un passo importante per la ripresa di quel dialogo sulla "Terza via" interrotto dai tempi di Clinton. Per D'Alema, uno «sforzo per costruire un punto di vista comune» e un'«agenda» condivisa. Per Amato, «incoraggiantissima» l'intesa sulla necessità di una politica estera «fondata sul multilateralismo». segue >>
    RadioRadicale.it
    Sarebbe bello però che i due moschiettieri del c.d. "riformismo" italiano, oltre che andare a fare i professorini british-liberal ai seminari, si impegnino per creare consenso sulle loro posizioni e forgiare la nuova cultura politica di cui la sinistra ha bisogno. Se non ne hanno il coraggio, perché costa fatica e voti, alla fine si ritroveranno sempre sotto scacco di Bertinotti e non è detto che vincano le elezioni.