Tuesday, October 31, 2006

Il Congresso non eluda i nodi politici processando Capezzone

Daniele Capezzone con Marco PannellaOttenuta la pubblicità, non sia il congresso di "Marco contro Daniele". Pannella può evitarlo, se vuole e se la situazione che ha creato non gli è già sfuggita di mano

Il bravo Adalberto Signore, che oggi, su il Giornale, ha acceso i riflettori sull'ultima animata riunione di Direzione dei Radicali italiani - nient'affatto "a porte chiuse", tant'è che dal giorno dopo il video era accessibile a tutti sul sito di Radio Radicale - pur cogliendo le parti più salienti dello scontro Pannella-Capezzone-Bonino ha bucato una frase.

Per carità, il suo è un resoconto diligente e completo. Vi compaiono tutti i tre livelli sui quali s'è svolta la discussione: il dissidio personale, tra Pannella e Capezzone, e le questioni politiche, che Capezzone tentava di porre, e gli altri due leader di eludere, che riguardano l'atteggiamento dei radicali nei confronti del governo e nella crisi della Rosa nel Pugno.

Ma, dicevamo, la frase: di questa Finanziaria «non muore nessuno». Chi l'ha pronunciata? Il ministro Emma Bonino. Di Finanziaria, invece, "si muore" eccome. E' uno degli atti politicamente più rilevanti di un governo. Incide sulla carne viva del paese. Da quanti soldi dei contribuenti un governo spende, da come li spende, con quali e quanti sprechi e inefficienze, dipendono la crescita o meno del paese, l'apertura o la chiusura di aziende, il lavoro che si trova o non si trova, le scuole che funzionano e non funzionano, e così via...

E anche rimanendo all'interno di quella lettura che i radicali danno della realtà oligarchica e partitocratica del nostro paese, si può dire che la Finanziaria è lo specchio della forza, e al contempo il punto debole, del "regime". Maggiore è la quantità di denaro che i gruppi al potere si trovano a gestire e a distribuire ad altri gruppi di potere, più consolidano il loro controllo sulla società e si garantiscono la sopravvivenza. Per questo i governi tendono fisiologicamente a estendere le proprie competenze, gli interventi, e a ingigantire la spesa pubblica.

Che poteva andare in questo modo lo sospettavamo da un po' di tempo. Un conto, infatti, era un avvicendamento fisiologico alla segreteria dettato da una regola aurea nel movimento radicale, l'incompatibilità tra incarichi istituzionali e incarichi nel partito, che ha alcuni svantaggi ma vantaggi indiscutibili: oltre a permettere ai Capezzone di diventare tali, garantisce al partito l'impegno di un segretario 24 ore su 24.

Tutt'altra cosa era presentare il ricambio come una sfiducia politica, un processo a quel che il segretario ha fatto di male o non ha fatto per il partito. Era chiaro che se così fosse stato, com'è stato, Capezzone avrebbe dovuto difendersi e, bisogna dargli atto, lo ha fatto nelle sedi opportune, rinunciando a ripresentare la sua candidatura e cercando (invano) di evitare che alla situazione fosse applicato il cliché di Pannella che «divora i suoi figli».

Colpa di Capezzone che del partito non si è occupato? Possibile, in parte, ma allora cosa pensare di chi invece del partito s'è occupato 24 ore al giorno, ed ora è "designato" alla successione di Capezzone? Rita se n'è occupata, ma evidentemente ha agito male, è quanto meno corresponsabile. No, non regge.

Per quanti errori abbia potuto commettere, e per quanti difetti personali rivelare, il partito soffre di problemi strutturali che vanno ben oltre la gestione Capezzone (-Bernardini). Il calo degli iscritti (circa il 25%) è dovuto principalmente a tre motivi: una parte può non aver condiviso il progetto della Rosa nel Pugno e la collocazione nel centrosinistra; tutti i dirigenti hanno concentrato risorse ed energie umane su ben due campagne elettorali, sulla nascita della Rosa nel Pugno e, oggi, sugli incarichi istituzionali. Come se non bastasse, da due anni la cifra che la tesoreria può spendere è 0.

Non lo ammetterà mai Pannella, ma nell'ultima conversazione settimanale aveva in parte recepito gli avvertimenti di Capezzone sull'autolesionismo con cui si stava affrontando il tema dell'avvicendamento alla guida di Radicali italiani, abbandonando argomenti e ammorbidendo i toni. Oggi, però, l'articolo su quella riunione di Direzione.

Se questo, per Pannella, è «il modo per rianimare il nostro soggetto politico», io invece mi auguro di non assistere a quattro giorni in cui si alternano inquisitori e difensori di Capezzone; mi auguro che il dibattito tra i congressisti non sia schiacciato, e oscurato, dal lancio di stoviglie tra i big. Pannella che «divora i suoi figli» farà anche accendere i riflettori sul Congresso, ed è un bene, ma quanto grande è il rischio che lo stereotipo divori il dibattito?

Del rilancio del partito, certo, bisogna parlare, ma non farne occasione strumentale per montare un "caso Capezzone" e rischiare la sua tabaccizzazione. Acquisito il ricambio alla segreteria, la vera questione che rischia di essere elusa, sacrificata dalla personalizzazione dello scontro, è tutta politica.

Nessuno propone di porre ricatti, o di uscire dal governo ora, sarebbe patetico oltre che velleitario, ma si ritiene o no di dover in qualche modo affrontare la situazione di grave difficoltà politica in cui sono i radicali, rispetto a un Governo che gli indicherebbe volentieri la via dell'uscita e una Rosa nel Pugno il cui scalpo lo Sdi si prepara a portare al partito democratico?

Si trovi un modo, una linea condivisa, ma si vuole o no riconoscere che il problema esiste?

Il governo e la coalizione si comportano con i radicali «in modo infame». Sui diritti civili, Pacs, testamento biologico, eutanasia, droga, come sui temi economico-sociali, «ci sta prendendo per il culo tutto il mondo...». Il rischio è di giocare il ruolo degli "idioti", per altro neanche "utili". Di fronte a questo quadro, in cui gli elettori e i militanti radicali non vedono pezzi di alternativa, occorre mostrarglieli. Invece, come denuncia Capezzone, sempre più rinunciamo ad aprire vertenze politiche: «Ci stiamo cespuglizzando... siamo l'unico soggetto politico che in cinque mesi non ha creato un problema» a Prodi.

I radicali farebbero un grosso regalo al governo sia gettando la spugna e uscendo dalla maggioranza, sia dando l'impressione che sia Capezzone il solo elemento di disturbo, come già, purtroppo, risulta dalle cronache e da certe battutine in Transatlantico.

Ora che l'alternanza prodiana è acquisita non sono i radicali a doversi fare carico della sua durata. La missione, dichiarata agli elettori in campagna elettorale, è l'alternativa. E le ragioni dell'alternativa potrebbero confliggere con quelle dell'alternanza.

Il discorso che fa Pannella è: non siamo delusi, perché non ci siamo illusi. Non siamo delusi né sorpresi che non siano venuti fuori veri passi di alternativa da parte del governo dell'alternanza. «Questo è il governo che abbiamo voluto quando siamo stati costretti a scegliere tra testimonianza morale e responsabilità di governo, pur facendo parte di una delle due articolazioni della mafiosità partitocratica».

Significa che da una parte occorre ribadire il peso della responsabilità che i radicali, accettandone i costi politici, si sono presi per garantire il proseguimento di un'alternativa liberale, dall'altra, però, occorrono atti concreti per dimostrare che si sta lavorando a quell'alternativa senza fare (e farsi) sconti.

La Bonino dice che di questa Finanziaria «non muore nessuno»; Pannella dice che non ha «nessuna fretta e nessun piacere» di «ficcarsi nel "piatto ricco" dei delusi e degli apocalittici»; che non è il momento della «demagogia» e dell'«impazienza»; e rivendica il «comportamento esemplare dei radicali nei confronti delle alleanze di cui fanno parte». Ma esemplare agli occhi di chi? E quali i criteri di questa esemplarità? A che serve, se per i vertici dell'Unione conta solo il numero dei senatori?

Occorre invece capire se, come propongono altri, non sia giunta l'ora di rompere gli indugi e lanciare sfide politiche sia nei confronti del governo che della Rosa, senza timidezze e senza il complesso di cadere nel cliché dei radicali "inaffidabili". Se non ci si cura del cliché di Pannella che «divora i suoi figli», perché curarsi di quello dei radicali "pianta-grane"? C'è come l'incubo, o l'alibi, che porre questioni politiche significhi "ricattare" alla Mastella o alla Di Pietro. A parte che i numeri non ci sono, ma alzi la mano chi pensa davvero che le questioni che pongono i radicali siano della natura e abbiano la consistenza di quelle poste da un Mastella o da un Di Pietro. «Dai radicali è legittimo aspettarsi qualcosa di più», dicono Messa e Mingardi oggi su Il Foglio. Proviamoci, al Congresso: legalità, legge elettorale e spesa pubblica sono i fronti su cui attaccare il regime.

Sboccia una Rosa a destra?

«All'interno della Casa delle Libertà è necessario lavorare perché l'anima libertaria, liberale e riformista sia sempre rappresentata». Parole di Chiara Moroni (Forza Italia), socialista, che ha firmato l'appello promosso dai Riformatori Liberali di Benedetto Della Vedova. «Insieme bisogna lavorare per dare voce e rappresentanza alle istanze libertarie, sono molto più di quanto si possa pensare gli elettori delle CDL che si riconoscono in queste posizioni».

Lavorare ad aggregare sugli obiettivi, mi raccomando, non sui contenitori. I primi rendono necessari i secondi, come strumenti, non viceversa. Alla «terza (e tersa) area» si può lavorare da sponde diverse.

Tra gli altri firmatari Vittorio Feltri, Giordano Bruno Guerri, Alessandro Cecchi Paone, Filippo Facci, Arturo Gismondi ed il direttore dell'Opinione Diaconale.

Monday, October 30, 2006

Il velo è un simbolo di segregazione: va proibito

Velo islamicoUn'opinione che ho maturato nelle ultime settimane e che ho affidato all'VIII numero di LibMagazine, pubblicato proprio oggi e pieno come sempre di altri contributi interessanti

Dopo la Francia e la Gran Bretagna, e alcuni paesi del Maghreb, la battaglia sul velo islamico investe anche l'Italia. A dare fuoco alle polveri un acceso dibattito televisivo tra Daniela Santanchè, deputato di An, e l'imam di Segrate, Ali Abu Shwaima. Sulla questione è intervenuto, con una lettera al Corriere della Sera, il 25 ottobre scorso, Gianfranco Fini, incorrendo tuttavia in una serie di gravi imprecisioni.

Al leader di An, che già su altri temi ha saputo differenziarsi da molti suoi "colonnelli", bisogna riconoscere di aver adottato un approccio liberale al tema del multiculturalismo, affermando che "solo i singoli individui possono essere titolari di diritti, ma mai, in nessun caso, i gruppi o le entità collettive. Perché la concessione di diritti collettivi determinerebbe una sorta di feudalizzazione del nostro diritto positivo". Il problema è applicare questo principio nelle politiche dell'integrazione.

Per quanto riguarda il velo, invece, Fini ha sostenuto che "andare con il volto coperto è già vietato dalle leggi italiane vigenti". Se è proibito andare in giro con il volto coperto, per esempio con un casco o un passamontagna, si direbbe che non è importante quale sia l'oggetto che lo copre. Dunque, anche veli islamici che coprono interamente il viso (il niqab) e il corpo (il burka) dovrebbero essere già proibiti dalla legge italiana in quanto impediscono il riconoscimento della persona.

Tuttavia, se andiamo a prendere il testo della legge in questione, la 152/1975 sulla tutela dell'ordine pubblico, ci accorgiamo che questa sua interpretazione estensiva non regge: "È vietato l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico". Il "giustificato motivo" nel caso del velo c'è tutto. Si tratta di motivi religiosi e culturali, come riconosce una sentenza della Cassazione del 2004: "La religione musulmana impone alle credenti di portare il velo".

Il Tar del Friuli Venezia Giulia, il 18 ottobre scorso, ha confermato che la legge 152/1975 è inapplicabile al velo indossato dalle donne musulmane e conclude che "... un generale divieto di circolare in pubblico, indossando tali tipi di coperture, può derivare solo da una norma di legge che lo specifichi". Anche l'ex ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, il 23 agosto 2004 aveva espresso il medesimo parere sull'inapplicabilità di tale norma al velo.

Dunque, che il Corano ne disponga o meno l'obbligo, il velo è permesso dallo Stato italiano, o quanto meno ha argomenti più che fondati chi sostiene che lo sia.

Con la mal riposta certezza di aver risolto il problema dei veli più radicali, come il niqab o il burqa, Fini chiarisce che a suo avviso "vietare l'ostentazione di simboli religiosi, quali essi siano, è profondamente sbagliato" e richiama l'articolo 18 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo, il quale sancisce "la libertà di manifestare la propria religione, da sola o in comune, tanto in pubblico quanto in privato, con l'insegnamento, le pratiche, il culto e l'adempimento dei riti".

Ma il velo è davvero un simbolo religioso? La questione è quanto meno controversa, ma si direbbe di no. Solo le più fondamentaliste e recenti visioni dell'islam, che si basano sul rispetto letterale dei testi sacri, ritengono che indossare il velo sia un obbligo prescritto dal Corano, e che sia, quindi, legge immutabile di Dio. Per secoli, come dimostra anche l'iconografia araba medioevale, le donne musulmane, soprattutto del Maghreb e della Persia, hanno vissuto senza velo o, quanto meno, senza l'obbligo di indossarlo. Non è quindi, come fa intendere Fini, la libertà di culto in gioco, né la libertà di vestirsi come si crede.

Di recente Re Mohamed VI sembra aver impresso una svolta "kemalista" al Marocco. Nelle scuole e nelle università, negli uffici pubblici, in polizia e nelle linee aeree, non si potrà più indossare l'hijab, che sparirà anche dalle raffigurazioni dei libri di testo. Il problema è che anche l'hijab, infatti, che copre solo i capelli, sarebbe diventato simbolo di quell'islam politico ed estremista che Mohammad VI tenta di sostituire con una lettura moderna e moderata del Corano. "La faccenda – ha dichiarato il ministro dell'Istruzione, Aboulkacem Samir – non è religiosa, ma politica. L'hijab per le donne è diventato quello che è la barba per gli uomini, un simbolo politico. E noi dobbiamo stare attenti, tra l'altro, che i libri scolastici rispettino l'intera società, non una fazione politica".

Souad Sbai, presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia, si è detta "entusiasta". Sappiamo, ha spiegato ai microfoni di Radio Radicale, che quel velo è portato con violenza, è un velo politico, simbolo di sottomissione, che portato in questo modo non fa parte della tradizione marocchina". Non è più un foulard, come una volta, ma un velo più avvolgente, più pesante e invasivo, fa inoltre notare.

Sempre sul Corriere, il 24 ottobre scorso, Magdi Allam ci ha spiegato la strategia internazionale messa a punto dai Fratelli Musulmani, ufficializzata in un'assemblea del 12 luglio 2004, per la protezione del hijab: sostenere a livello europeo e internazionale la legittimità del velo islamico rivendicando il diritto alla "libertà religiosa", consapevoli che gli occidentali sono ad essa sensibili, e incaricando dei comitati pro-hijab "di istruire i mass media, i politici, gli insegnanti e l'opinione pubblica sulla questione del velo e della libertà religiosa".

Al contrario di quanto afferma l'ex vicepremier sembra proprio che l'integralismo consista nel portare la barba o far indossare il velo come obbligo coranico. Ammesso, e non concesso, che sia anche un simbolo religioso e culturale, il velo è di certo, ad oggi, un simbolo di segregazione. Rappresenta un modello antropologico di sottomissione della donna. Essendo inferiore, la donna non riesce a gestire la sua sessualità e lancia segnali che inducono in tentazione gli uomini. Da qui l'esigenza di coprire il corpo e il volto, in alcune sue parti o completamente. Implicitamente il messaggio che passa, e di cui la donna che indossa il velo si convince per prima, è il suo essere inferiore.

Una sconvolgente prova di questo meccanismo, che porta alla menomazione della libertà di coscienza delle donne, per noi occidentali inafferrabile, inconcepibile, l'abbiamo avuta in una puntata della scorsa settimana a "Porta a Porta", la trasmissione di Bruno Vespa. "E' giusto o ingiusto che una donna che tradisce il marito sia lapidata?", ha chiesto il conduttore alla giovane musulmana con il velo presente in studio. "Preferisco non rispondere", ha replicato più volte la ragazza. Al di là dei modi bruschi di Vespa, della sua affermazione falsa quando ha fatto notare che "noi da duemilasei anni non lapidiamo più le donne", mentre fino a poco più di un secolo fa tagliavamo le teste e in tempi ancora più recenti tolleravamo il delitto d'onore, al di là dell'incapacità dei presenti di spiegarle che da noi peccato e reato sono cose diverse, il dato più sconcertante è un altro.

Si rimane atterriti nel constatare che una ragazza diciannovenne, la cui scelta di indossare il velo ci era stata presentata come libera, si sia invece dimostrata del tutto incapace di esprimere un "suo" giudizio personale non su un dettaglio, sul velo, o su una questione di costume, ma sulla lapidazione di una donna adultera. Vespa non le stava chiedendo cosa dicesse il Corano in merito, o se fosse giusto disobbedire, ma solo se "secondo lei" era giusta o no la lapidazione.

Sarah sembrava aver abdicato dalla sua libertà di coscienza, bloccata dalla paura di dire qualcosa che contraddicesse il Corano. Il suo insistito rifiuto di rispondere ci ha rivelato un baratro: quella ragazza non sa cosa significhi esercitare il proprio spirito critico, non ha la nozione del suo pensiero come funzione autonoma e distinta dal Corano. Si meravigliava persino di come si potesse stare lì a discutere ciascuno con le proprie opinioni, senza fare riferimento ai testi sacri. "Quella è la legge di Dio e nessuno può intromettersi", tagliava corto, alla fine.

E' venuta fuori tutta la potenza simbolica e culturale del velo, talmente in grado di trasmettere, innanzitutto alle donne, l'idea della loro inferiorità, che le priva persino della consapevolezza di possedere una coscienza in grado di formulare giudizi autonomi. "Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l'individuo è sovrano" (J. S. Mill). Purtroppo, Sarah non è sovrana.

Lo spiega chiaramente il filosofo Raphaël Lellouche: "Se si tira il filo del velo, è tutto il sistema antropologico, giuridico, culturale e politico dell'islam che affiora". E' sul corpo delle donne, non smette di ricordarci anche Adriano Sofri, che si sta combattendo. E' nella loro condizione la differenza "essenziale fra società islamiche e occidente". La libertà delle donne "non riguarda solo il loro destino, ma la condizione del genere umano". I nemici dell'occidente lo sanno bene, mentre "gli occidentali se ne accorgono meno". Ci stiamo forse scordando, da laici, liberali, radicali, di applicare nei confronti dell'islam europeo altrettanto anticlericalismo intransigente di quanto siamo stati disposti, e siamo disposti ancora, ad applicare nei confronti della Chiesa cattolica per tutelare la libertà di coscienza e il principio di autodeterminazione dell'individuo? Diffondere libertà e democrazia in Medio Oriente è la migliore strategia contro il fondamentalismo, ma tutto sarà vano se non avremo il coraggio e la forza di cominciare qui, in Europa, a porre i musulmani di fronte alla scelta se essere leali al Re o all'Imam-Re. Proprio come il cattolico cent'anni fa si trovò a scegliere se essere leale al Re o al Papa-Re.

Dovremmo liberarci delle timidezze del politically correct. Non possiamo rinunciare, per necessità e dovere morale, alla Riforma per lo meno dell'islam europeo. A convincere i musulmani che vivono in Europa che attenersi al diritto positivo e al principio di separazione fra reato e peccato, fra politica e religione, non è apostasia. La libertà religiosa non c'entra, ma comunque deve conciliarsi con il diritto, per ogni singolo individuo, uomo o donna, di emanciparsi dai riti della propria comunità.

Ebbene, credo che sia il momento di farla quella legge, di proibire burqa e niqab e, solo negli uffici pubblici e nelle scuole, anche l'hijab, che copre solo i capelli. Anni fa fui perplesso quando in Francia fu introdotto il divieto di portare il velo nelle aule scolastiche, ma leggendo il rapporto della Commissione Stasi ebbi chiaro il fenomeno. Il Parlamento italiano dovrebbe istituire una commissione di studio sull'islam in Italia, per verificare quanto siano diffusi abusi, sottomissione, arretratezze, e quanto estesi siano i perimetri di legalità paralleli. Una volta compiuta questa indagine, si potrebbe legiferare avendo di fronte un quadro più preciso. Eventuali norme restrittive dovrebbero essere transitorie e sottoposte a un continuo monitoraggio.

Il velo non è un simbolo religioso, ma di segregazione, e come tale va proibito. Altrimenti arriviamo al paradosso di uno Stato che spende fiumi di denaro pubblico per assicurare servizi che potrebbero benissimo essere offerti da privati, ma non è in grado di tutelare quelle poche libertà fondamentali dei cittadini.

Da liberali, laici, non temiamo di affermare, con Dino Cofrancesco (il Riformista, 26 ottobre) che "per quanti credono che debbano esserci agenzie - lo stato, la comunità dei fedeli, i custodi della sharia - autorizzate a imporre agli individui modelli di vita buona, pur se ripugnanti alla loro natura, non può esserci tolleranza, ma solo strategie di acculturazione". Come per le mutilazioni genitali femminili, anche se apparentemente in modo meno violento, l'obbligo del velo ha a che fare con l'arretratezza, il pregiudizio, l'oppressione, non è un aspetto folcloristico da tollerare di una cultura diversa dalla nostra, ma il simbolo di una condizione da cui le donne musulmane devono potersi emancipare, come avvenuto per le donne italiane negli ultimi decenni.

Credo anche che non ci sia chi più dei radicali, e in particolare di Emma Bonino, possa spendere la propria credibilità liberale in favore di una legislazione restrittiva che dovrebbe impedire all'islam politico e integralista di attecchire e diffondersi anche in Italia. La sconfitta delle visioni fondamentaliste dell'islam passa per la liberazione delle donne musulmane, ma non vorrei che per rincorrere gli ultimi colpi di coda ratzingeriani dell'integralismo cattolico in una società comunque dotata degli anticorpi della secolarizzazione perdessimo di vista un islam che non ha ancora conosciuto i benefici dell'illuminismo.

Una generazione e la (sua) libertà

28 ottobre

Se guardo avanti, o se mi volto indietro, non ritrovo più la mia generazione. Le cose che importavano, il vissuto che rincorrevamo, il sole caldo che ci scorreva nelle vene e ci iniettava gli occhi e i capelli, dove sono finite tutte queste cose? Nella brama di libertà e d'amicizia giacevamo, felici senza saperlo.

Crescendo la libertà diviene merce rara e costosa, non è più l'aspirazione, quando addirittura non la si rinnega. Non è così per tutte le generazioni, temo di sì per la mia. Eravamo stupidi, e saggi ora, o saggi allora e idioti oggi? Spremuti come limoni lo siamo un po' tutti, per un motivo o per l'altro, ma vi sembra un buon motivo questo? Io mi ricordo... e chi c'era non aveva queste facce qui. Si vede che le regole sono queste: o ci si adegua, o si rimane come isole ignorate. Rivincite contro mulini a vento.

Ma forse lo spettacolo, adesso, è basato sulle nostre vite.


Lo so, c'è chi l'ha detto prima e meglio di me, ma volevo annotare qui che ho toccato con mano.

Saturday, October 28, 2006

Il Papa si esprima contro l'occultamento alle autorità civili

«Gli abusi sessuali su minori sono ancora più tragici quando ad abusare è un uomo di Chiesa». Sono le dure parole pronunciate oggi da Papa Benedetto XVI ricevendo i vescovi della Conferenza Episcopale d'Irlanda. E' necessario, ha aggiunto, «stabilire la verità di quanto accaduto, al fine di adottare qualsiasi misura sia necessaria per prevenire la possibilità che i fatti si ripetano, garantire che i principi di giustizia siano pienamente rispettati e, soprattutto, portare sostegno alle vittime e a tutti quanti siano colpiti da questi enormi crimini».

Quello dei preti pedofili è certamente un problema interno alla Chiesa, anche se ci pare improbabile che sia confinato solo in America o in altri paesi anglosassoni e non riguardi anche paesi latini, dove, forse, rimane semplicemente più nascosto da attaggiamenti omertosi e dalla tendenza delle vittime a sentirsi in qualche modo colpevoli.

Sarebbe incredibile che il Papa non si esprima in questi termini e non agisca per estirpare il fenomeno, ma il problema è un altro: ciò che si rimprovera alla Chiesa, e in particolare a Ratzinger, come Papa ma anche come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, è la politica sistematica di occultamento, dimostrata da fatti e documenti ormai incontrovertibili, dei casi di abusi sessuali alla giustizia civile. Da decenni le direttive parlano chiaro: insabbiare i casi e punire chi avesse portato alla luce questi crimini. Il Vaticano rivendica a sé il controllo e la gestione di queste situazioni, escludendo l'intervento delle autorità civili.

Per un motivo assai pratico: i costi dei risarcimenti alle vittime, così alti, negli Stati Uniti, da far chiudere le diocesi. Dunque, non è in discussione la condanna morale di tali atti, né la capacità repressiva della Chiesa nei confronti dei suoi membri, ma se i responsabili di tali crimini debbano essere giudicati e condannati dalle autorità civili, con tutte le conseguenze, anche economiche, che ne possano derivare per le strutture ecclesiastiche.

Insomma, alla radice c'è di nuovo la questione del potere temporale, che la Chiesa non si rassegna a cedere interamente. Quale che sia la punizione che spetti ai preti responsabili di abusi, o anche che rimangano impuniti, in ambito ecclesiale, non ci interessa. Ciò che alla Chiesa non dev'essere consentito è di nasconderli alle autorità civili. Su questo dal Papa non abbiamo udito ancora parole chiare.

L'inutile sfilata degli yesmen di Prodi

Prodi e Padoa SchioppaUna mera operazione di immagine il vertice di maggioranza e di governo che questa mattina ha riunito lungo un tavolo i ministri e i rappresentanti delle varie forze politiche dell'Unione. Dare un'immagine di compattezza, anche se effimera, all'opinione pubblica era l'unico scopo dell'incontro, dal quale non ci si poteva certo aspettare qualche indicazione sulle politiche di governo, viste le contraddizioni e l'eterogeneità della compagine.

Prodi il celebrante, gli altri ridotti a yesmen ingaggiati per questa prova di coesione, che tutti sanno non esistere dov'è determinante, in Parlamento.

Le solite lamentele per la «pesante eredità» lasciata dal governo precedente (anche se per porvi rimedio sarebbe bastata una Finanziaria da 15-18 miliardi di euro e non certo di 40); le solite parole vuote (risanamento, equità e sviluppo) a fronte di nessun obiettivo concreto, né nel merito né sui tempi. Vuote dichiarazioni d'intenti, atti di fede, l'ostentazione di una compattezza che non c'è. Al di là delle apparenze, infatti, anche se l'eventualità di sorprese al Senato non è da escludere, la Finanziaria sarà lasciata passare «così com'è», come preannunciato da Padoa Schioppa, ma è probabile che nei primi mesi del nuovo anno si trovi il modo per far fuori Prodi per manifesta incapacità politica e tecnica più che per "complotto".

E i radicali? Esattamente come i sedicenti "riformisti" rischiano di fare la figura degli "inutili idioti", se non si dà forma e corpo a una linea - che ad oggi appare più impersonificata da Capezzone che vissuta dagli altri leader radicali - di forte distinzione tutta mirata sui contenuti capaci di aggregare una "terza area" liberale e riformatrice.

La pattuglia radicale è tra l'altro esposta a un grave pericolo: sarebbe un disastro, infatti, se per disciplina di coalizione si facesse lo sforzo di ingoiare i rospi dei prossimi voti di fiducia alla Camera, per poi vedere il Governo bocciato al Senato (eventualità improbabile ma non remota) da qualche altra forza politica. Sarebbe una beffa.

In ogni caso, se il Governo Prodi, come pare, ha ancora pochi mesi di vita, sotto le macerie della sua caduta rischiano di rimanere, senza neanche rendersene conto, i suoi «giapponesi» della prima ora, se non riusciranno per tempo a divincolarsi e a intuire gli scenari, che non è detto siano tutti negativi, che si vanno delineando. Certo, è difficile poter giocare le proprie carte su altri tavoli se si lega la propria (breve) esperienza governativa al duo Prodi-Padoa Schioppa.

Thursday, October 26, 2006

E' ancora il momento dei contenuti, non del contenitore

Ad Alberto Mingardi e Luigi Castaldi

In un suo intervento, su Notizie Radicali del 24 ottobre, Alberto Mingardi, dell'Istituto Bruno Leoni, riconosceva che uno dei dati positivi di questo inizio di legislatura è l'esistenza di un «patrimonio radicale, che in Italia si va rapidamente rivalutando». Esclusi per anni dal Parlamento, a fronte di una classe politica mediocre, i radicali sembrano «gli unici in grado di estrarre opportunità dalla fragilità della maggioranza e dal silenzio dell'opposizione».

In particolare Emma Bonino e Daniele Capezzone hanno saputo fare da «lievito nella discussione pubblica», «ricaricare una per una le cartucce delle "battaglie radicali" sul fronte dell'economia», mettendosi «di traverso alle più demagogiche pulsioni della maggioranza», pur facendone lealmente parte. Stanno tessendo rapporti tra chi condivide il «progetto di una società con meno Stato e più mercato», ma non con l'«impoliticismo» di «chi quelle idee le ha brandite da destra».

«E ora?». Vanno bene i contenuti, ma «prima o poi anche il problema del contenitore s'impone», avverte Mingardi. E se i radicali sono «stranieri in terra straniera sia a destra che a sinistra»? Seguono un bel po' di domande da un milione di dollari, ciascuna delle quali allude a un diverso scenario: i radicali resteranno nel centrosinistra? Se sì, facendo coppia con Boselli? Il "tavolo dei volenterosi" è forse un embrione di qualcosa, magari di «una nuova forza politica, che rastrelli persone ragionevoli in ambo gli schieramenti?»

Credo - e colgo l'occasione per rispondere anche a un intervento di alcuni giorni fa di Luigi Castaldi - che questo sia ancora il momento dei contenuti, non del contenitore.

In chiusura del suo articolo Mingardi si chiede se sia più facile «puntellare le disordinate pulsioni antistataliste del centro-destra, o "dare un'anima liberista" al centro-sinistra», concludendo che «sono battaglie da disperati l'una e l'altra, ma per fortuna c'è chi le combatte».

Come non condividere con Mingardi la profonda e ben motivata disillusione nella capacità/volontà delle due coalizioni di attuare politiche liberali?

Da «ultimi giapponesi dell'utopia prodiana» constatiamo oggi che l'utopia (a ragion veduta Pannella fin dall'inizio ha parlato di "utopia") non si sta realizzando. Castaldi, pochi giorni fa, ha espresso la medesima disillusione. Da una parte, «era necessario che Berlusconi smettesse, fosse solo per una pausa», ed è bene ricordare che «s'è accorto che i radicali esistevano solo dopo aver perso»; d'altra parte, «Prodi è stato capace di fare peggio di Berlusconi, finora... ha sbagliato tutto: con lucida determinazione e insistenza». Dalla Finanziaria dirigista, statalista e classista, alla politica estera di sostegno a tutte le dittature, a 360°, dalla Russia al Venezuela, fino alla Cina. Dalla mancata calendarizzazione di pacs, eutanasia e legge 40, al caso dell'esclusione degli otto senatori eletti.

E ora? Ora l'alternativa! si direbbe a voler seguitare il discorso cominciato lo scorso anno, quando al Congresso di Radicali italiani lo sfondo recitava "L'alternanza per l'alternativa", sancendo l'avvio del progetto della Rosa nel Pugno e il sostegno all'alternanza prodiana strumentale alla conquista di nuovi spazi e speranze per l'alternativa liberale. Molta della loro credibilità, e coerenza rispetto all'obiettivo dell'alternativa, agli occhi di elettori e simpatizzanti i radicali se la giocheranno quando giungerà il momento del voto finale in Parlamento sulla Legge Finanziaria e i decreti collegati.

Parrebbe, prendiamo ancora in prestito le parole di Castaldi, che ormai siano «impossibili anche le alternanze: il furto di democrazia, la svendita del principio di laicità dello stato, l'offesa al diritto – sono trasversali. E non si capisce cosa si aspetti a trarne le conseguenze».

La terza (e tersa) area
Ma quali? Castaldi intravede una luce in fondo al tunnel: «in Italia si vanno creando le condizioni per una terza area tra i due maggiori schieramenti di centrodestra e centrosinistra... un'area laica, liberale e radicale. Va oltre la Rosa nel Pugno, quindi non dipende dalla sua uscita dal governo». Mingardi l'ha chiamata «una nuova forza politica, che rastrelli persone ragionevoli in ambo gli schieramenti».
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Cosa si intende per «esclusione di Dio dalla sfera pubblica»?

Il lungo articolo di Gian Enrico Rusconi, uscito su Il Foglio qualche giorno fa, smonta gli argomenti dei vari devoti che con «toni accorati» ammoniscono di «non escludere Dio dalla sfera pubblica». Come mai, viene da chiedersi, «a fasi alterne si sente parlare di rivincita o di mortificazione della religione»?

Cosa intendono Ratzinger e Ruini, ma anche Ferrara e Pera, quando parlano di «Dio nella sfera pubblica»? L'espressione pubblica dei convincimenti dei cittadini dev'essere garantita a tutti: credenti, non credenti e diversamente credenti. E mi sembra che lo sia, se ogni settimana c'è una fiction su un qualche santo o un Papa, se Benedetto XVI può parlare a milioni di italiani attraverso i telegiornali nazionali, se i mega-eventi sono ampiamente partecipati e mediaticamente coperti, se nelle trasmissioni televisive la presenza dei porporati supera quella degli esponenti di governo, se il Concordato riconosce alla Chiesa un rapporto privilegiato con lo Stato, benefici culturali e finanziari.

E' paradossale che le più alte cariche ecclesiastiche si lamentino dell'«esclusione di Dio dalla sfera pubblica», e lo fanno proprio mentre esercitano senza restrizioni il loro ruolo nella sfera pubblica. No, non regge. A meno che per «esclusione di Dio dalla sfera pubblica» non si intendano le scarse adesioni dei cittadini all'opzione religiosa e morale cattolica, forse per «Dio nella sfera pubblica» si pretende altro: che nessuna legge contraddica i valori «non negoziabili»; che le deliberazioni dei Parlamenti siano ispirati alla morale cattolica.

C'è una bella e decisiva differenza però, spiega Rusconi, «tra sfera pubblica in generale e discorso pubblico mirato alla decisione politica». I «contesti deliberativi che portano alla produzione di leggi che devono valere per tutti» dovrebbero rimanere off-limits per schemi morali e ideologici che tocchino, limitandole, le libertà individuali, qualunque sia la loro origine. Quindi Rusconi invita a «non dissimulare come etica razionale o naturale quella che è una dottrina religiosa, storicamente e culturalmente condizionata».

Ai laici che contestano «ogni apertura del discorso pubblico ad argomenti religiosi», in quanto minaccia alla laicità delo Stato, Rusconi suggerisce di «armarsi di strumenti più sofisticati». Tempo fa anche Giuliano Amato sottolineò l'esigenza di un «aggiornamento della nozione stessa di laicità». Eppure il Novecento, con le sue tragedie, ha già prodotto l'aggiornamento della nozione ottocentesca di laicità. La nostra laicità è già «nuova». I laici sono già dotati di nuovi strumenti.

Proprio il secolo delle ideologie da cui siamo usciti ci ha insegnato che la laicità, quella «nuova», non si contrappone alla religione così, per gusto, per vezzo anti-religioso, bensì a qualsiasi pretesa, confessionale o ideologica, di monopolizzare l'etica pubblica, negando pari dignità morale ad altre visioni etiche della vita. Non vuol dire indifferenza a principi e valori, ma rinunciare all'uso autoritario del diritto, individuare i suoi limiti e la dimensione propria dell'etica. L'Italia fascista, o l'Iraq di Saddam Hussein, erano forse stati laici? Facendo riferimento a una nozione ottocentesca della laicità potremmo rispondere "sì", in quanto il loro potere legale non si fondava su una confessione religiosa. Ma l'esperienza dei totalitarismi del secolo scorso ci ha insegnato che è davvero laico solo lo Stato che non assuma per legge alcuna visione etica, neanche su temi come la famiglia, il sesso, o la scienza; e in generale non attribuisca alle leggi, al diritto positivo, alcuna funzione "educativa".

Dunque, che le leggi dello Stato sposino una visione morale o ideologica (che sia essa di ispirazione religiosa, razionalistica, o frutto dell'incontro tra fides e ratio, non fa alcuna differenza) rimane inaccettabile e incompatibile con il principio di laicità. Il che non equivale a negare che i legislatori presi singolarmente agiscano ciascuno con la propria morale. Ciò è persino ovvio. Che «laici "conservatori" si trovino di fatto, loro malgrado, dalla parte dove milita la chiesa» non scalfisce una concezione di laicità come metodo che respinge qualsiasi preteso fondamento etico o giustificazione educativa del diritto, provengano esse dalla Chiesa, dai partiti, o da qualsiasi normale civis che intenda trasferire la sua etica "buona" in leggi per tutti.

Riaprire tali questioni significa in realtà riaprire la questione teologica-politica, cioè il problema di capire fino a che punto una religione può sopportare che i suoi dogmi e precetti non vengano abbracciati dall'intera comunità e sanciti dalle sue leggi pena la credibilità stessa del dogma.

La laicità come metodo, spiega Rusconi, «lungi dal rappresentare un mascherato disimpegno dalle grandi questioni etiche sull'uomo e sul mondo, contesta la presunzione di parlare autoritativamente in nome di Dio su questioni razionalmente/ragionevolmente controverse, in particolare sul tema della natura umana...»

Il problema della Chiesa, semmai, è il «progressivo utilizzo dell'apparato teologico-dogmatico in funzione quasi esclusiva della dottrina morale e della sua pastorale. Anzi è in atto una sorta di de-teologizzazione del messaggio religioso a favore della raccomandazione morale in gran parte di carattere privato-sessuale, anche se nobilitata come "difesa della famiglia". Per non parlare dell'appello culturalista alle "radici cristiane" o all'esposizione del crocifisso in luogo pubblico considerato alla stregua di un simbolo nazional-popolare».

Per dirla in breve: la Chiesa oggi ha dismesso la funzione di guida religiosa delle anime, fa del gretto moralismo. Non diffonde la parola di Cristo, perpetua un ordine culturale e antropologico molto, molto relativo, tanto relativo da essere già sorpassato.

Concludendo il suo articolo, Rusconi prende in esame «l'insistente evocazione nel discorso pubblico delle "radici cristiane" della nostra civiltà. E' ovvio che esse sono parte integrante della genealogia della ragione occidentale, e dopo il discorso di Ratzinger a Regensburg dovremmo sempre parlare di "radici greco-cristiane"», ma ricorda che «il tratto qualificante dell'Europa politica non è l'identità cristiana ma la sua natura laica». O, meglio, le «radici cristiane diventate ragioni laiche».

In Europa credente e laico sono divenuti sinonimi, grazie al cristianesimo e al liberalesimo, e nonostante la Chiesa Cattolica. Questa è la nostra identità. Nel mondo islamico questo processo non è ancora compiuto.

Wednesday, October 25, 2006

Accolte le scuse di Newsweek, accoglieremo pure quelle di Al Gore e del Wwf

Al GoreIl mondo lentamente verso una nuova era glaciale. Temperature che si abbassano drasticamente nell'arco di trent'anni, incalcolabili danni all'agricoltura e fame nel mondo, con i governi che si armano pronti a combattere per la sopravvivenza dei propri cittadini. Per l'umanità una catastrofe. Era il bidone del global cooling, rifilato da Newsweek trent'anni fa, nel 1975. Ebbene, oggi il settimanale chiede scusa.

Ma come è potuto accadere che gli esperti intervistati trent'anni prendessero una tale cantonata? Secondo William Connooley, esperto di clima della British Antartic Survey specializzato nello studio delle predizioni sulla nuova era glaciale, la risposta è semplice: nel '75 non possedevano i dati, i computer e i modelli matematici di oggi.

Adesso è il grande momento del global warming. Nel 2035 qualcuno verrà a spiegarci che trent'anni prima (cioè oggi) non possedevamo i dati, i computer e i modelli matematici adeguati.

Alberto Mingardi, dell'Istituto Bruno Leoni, dopo aver ricordato le bufale di un intero secolo, ci ha ricordato che «il nostro sostentamento si basa in parte su "sistemi naturali", solo che questi non sono nulla, senza la creatività umana. Il petrolio era un liquido sporco e molesto, prima che si trasformasse in combustibile. Questa nostra presunta "schiavitù" è il frutto del genio di alcuni nostri simili. Perché l'uomo è così, dove c'è un problema lui trova la soluzione. Non c'è traccia di civiltà, nella storia della razza umana, che si siano estinte perché... si è esaurita la risorsa all'epoca più rilevante».

«Ridicolo» l'ultimo rapporto del WWF, secondo Carlo Stagnaro, direttore del dipartimento Ecologia di mercato dell'IBL, come tutte le previsioni catastrofiche, perché «poggiano su due ipotesi di fondo: primo, che lo stock di risorse esistenti sulla Terra sia dato, mentre l'esperienza ci dice che l'uomo inventa risorse, stimolato dai problemi: il petrolio non era una risorsa, ma un liquido nero che inquinava i pozzi, fino a poco tempo fa. Secondo, gli analisti del WWF credono che l'umanità sia composta da stupidi. La storia ci dice esattamente il contrario: nessuna risorsa si è mai esaurita nell'avventura umana e nessuna risorsa mai si esaurirà, purché il mercato sia lasciato libero di lavorare trasmettendo informazioni relative alla scarsità relativa delle risorse».

Aggiungo un'altra obiezione, di fondo, direi logica. Esiste un modello matematico di cui siamo in possesso per calcolare tutte le infinite variabili che determinano il clima non di un piccolo o grande ecosistema, ma addirittura dell'intero pianeta? E ne esiste un altro in grado di spiegare l'eventuale cambiamento climatico con l'azione dell'uomo? Spiegare, non vuol dire solo affiancare due statistiche, come se il loro accostamento di per sé costituisse un legame causale.

In giro vedo solo moralismo a buon mercato, millenarismo da testimoni di Geova, all'insegna del "Ricordati che devi morire!". Bene, adesso ce l'appuntiamo da qualche parte.

Per il Financial Times è unfit la politica italiana

Dopo il declassamento dell'Italia da parte delle agenzie di rating il Financial Times ha di fatto sfiduciato il Governo Prodi, sbigottito dall'incomprensibile politica su cui ha messo la sua faccia un ex banchiere come Padoa Schioppa, uno dei più severi nel riprendere i governi europei per la mancanza di coraggio in quelle riforme strutturali che oggi, strano scherzo del destino, mancano proprio nella sua Finanziaria. Si comporta da ministro come quelli che criticava da banchiere. Scrive l'editorialista Wolfgang Munchau:
« The... irony relates to Mr Padoa-Schioppa, who used to be a member of the executive board of the European Central Bank. The ECB rarely misses an opportunity to criticise politicians for failing to reform and to consolidate national budgets. But when you put one of them in charge of a real-world budget process, subject to difficult political constraints, you find that they behave in a way not dissimilar to the politicians they ritually criticise».
Il FT non fa che registrare ciò di cui già ci eravamo accorti in tanti. Come Draghi e Ciampi, Alesina e Giavazzi, Monti e Ichino, Boeri e Garibaldi, si è reso conto che la manovra è fatta più di tasse che di tagli, che non ci sono riforme strutturali e tagli veri alla spesa pubblica, che per forza di cose avrebbero dovuto essere selettivi, ma c'è l'«imbroglio» dell'operazione Tfr-Inps.

Come si fa a mettere i soldi dei lavoratori, prestati alle imprese, nelle mani di un ente previdenziale che soffre di una tale bancarotta (altro che Tanzi!) che se si fosse trattato di una società privata i suoi responsabili sarebbero stati arrestati? Non saprebbe ciascun lavoratore amministrare quei soldi infinitamente meglio di chi nel corso dei decenni ha saputo solo creare buchi enormi?

Il Governo ha come obiettivo primario la mera sopravvivenza, conclude il FT. Il difetto della politica italiana è sistemico («Instead of reform, it is Italian politics ad usual»), riguarda cioè trasversalmente centrodestra e centrosinistra, ostaggi di forze stataliste e assistenzialiste. E' un circolo vizioso. I governi, per preservare le proprie clientele, rinunciano a qualsiasi scelta di vera politica economica, che obbligherebbe a puntare su delle priorità, e riducono la loro azione a un esercizio contabile (tante spese, tante entrate), ignorando sia la dinamica della spesa pubblica sia l'insufficiente crescita. Ma ragionare in termini di blocchi sociali alla lunga non paga. Gli elettori ormai hanno capito il giochino e mandano a casa qualsiasi governo dopo cinque anni di assenza di crescita economica.

Così persino il parametro di Maastricht, quel maledetto 3% di rapporto deficit/Pil, invece di rappresentare un incentivo virtuoso diventa un alibi dietro cui si nascondono l'incapacità e la viltà politica delle coalizioni e, come ha scritto Ferrara, «l'impotenza dei riformisti».

Capezzone, fuori tutto

In un'intervista rilasciata a Eva Tremila, ripresa da Corriere.it, emerge il Capezzone privato: «Ho avuto rapporti di amicizia e oltre con ragazze e ragazzi».

Eros, politica e spettacolo, trattati in modo non banale e con la nota sottile ironia del personaggio.

I film porno? «Un'istituzione benemerita, diffido profondamente da tutti quelli e da tutte quelle che fanno la faccia sbigottita e dicono di non averli mai visti».

I luoghi dove fare l'amore? «Sono abbastanza conservatore, preferisco le comodità del letto».

Una finestra sul suo privato, del quale Capezzone è stato sempre molto geloso. Sorpresi? Certo, ma questa virata comunicativa non può essere stata casuale per un esperto di comunicazione politica come Capezzone.

Tuesday, October 24, 2006

«Stranieri in terra straniera». E ora?

«Considerando questo inizio di legislatura, è difficile negare che esista un "patrimonio radicale", che in Italia si va rapidamente rivalutando. Esclusi per anni dal vorticoso stagno della politica parlamentare, i radicali non hanno certo disimparato a nuotare – e, messi a confronto con una classe politica in larga misura incapace, a destra come a sinistra, di avere una progettualità e di concretizzarla, si segnalano ora come gli unici in grado, forse, di estrarre opportunità dalla fragilità della maggioranza e dal silenzio dell'opposizione».
Inizia così un intervento, su Notizie Radicali di oggi, di Alberto Mingardi, dell'Istituto Bruno Leoni, rivolto agli amici radicali.

Sia Emma Bonino che Daniele Capezzone, riconosce, hanno saputo fare da «lievito nella discussione pubblica, negli ultimi mesi, ricaricando una per una le cartucce delle "battaglie radicali" sul fronte dell'economia. Si sono messi di traverso alle più demagogiche pulsioni della maggioranza di cui pure, lealmente, fanno parte, si sono attivati come interlocutori ragionevoli del mondo del business, hanno cominciato a coagularsi attorno una ristretta ma significativa cintura di forze intellettuali affini al progetto di una società con meno Stato e più mercato, meno regole e più libertà, meno burocrazia e più impresa. E lo hanno saputo fare essendo l'esatto contrario dell'impoliticismo da cui è stato affetto chi quelle idee le ha brandite da destra...»

«E ora?», si chiede Mingardi. Vanno bene i contenuti, ma «prima o poi anche il problema del contenitore s'impone». E se i radicali sono «stranieri in terra straniera sia a destra che a sinistra»? Seguono un bel po' di domande da un milione di dollari ciascuna delle quali allude a un diverso scenario:
«La loro attuale e casuale collocazione è destinata a durare oppure no? E se il condominio è il centro sinistra, ha proprio senso starci in un duplex con Boselli? Ancora: l'esperimento del gruppo dei volenterosi che cos'è stato? Un embrione di "piccola coalizione" dei riformisti? La prova provata che ormai i partiti servono solo per arrivarci, in Parlamento, ma una volta che vi si è entrati sono altre realtà i più opportuni "aggregatori" di idee? Un semino gettato per terra da cui potrebbe germogliare una nuova forza politica, che rastrelli persone ragionevoli in ambo gli schieramenti?»
Forse è ora che «l'arcipelago radicale» si dia una maggiore «strutturazione». Forse una «diaspora», forse la «cultura politica radicale è destinata a diluirsi un poco», contaminandosi con il «liberalismo classico di stampo anglosassone», o forse «torneranno i temi della libertà del corpo».

«Fatto sta - conclude Mingardi - che oggi un liberista in Italia non può che essere contento della presenza radicale in Parlamento. Che essa sia all'interno del centro-sinistra e non del centro-destra, significa poco per chi ha più a cuore i "contenuti" dei "contenitori", e comunque garantisce margini di libertà che a parti invertite sarebbero stati impensabili. E' più facile puntellare le disordinate pulsioni antistataliste del centro-destra, o "dare un'anima liberista" al centro-sinistra? Sono battaglie da disperati l'una e l'altra, ma per fortuna c'è chi le combatte».

Già, e ora? Ora l'alternativa! si direbbe a voler seguitare il discorso cominciato lo scorso anno, quando al Congresso di Radicali italiani lo sfondo recitava "L'alternanza per l'alternativa", sancendo l'avvio del progetto della Rosa nel Pugno e il sostegno all'alternanza prodiana strumentale alla conquista di nuovi spazi e speranze per l'alternativa liberale.

Da «ultimi giapponesi dell'utopia prodiana» constatiamo oggi che l'utopia (d'altronde il parlare dall'inizio di "utopia" era a ragion veduta) non si sta realizzando. Da una parte, Berlusconi «era necessario che smettesse, fosse solo per una pausa». Ed è bene ricordare che «s'è accorto che i radicali esistevano solo dopo aver perso». D'altra parte, «Prodi è stato capace di fare peggio di Berlusconi, finora... ha sbagliato tutto: con lucida determinazione e insistenza». Dalla Finanziaria dirigista, statalista e classista, alla politica estera di sostegno a tutte le dittature, a 360°, dalla Russia al Venezuela, fino alla Cina. Dalla mancata calendarizzazione di pacs, eutanasia e legge 40, al caso dell'esclusione degli otto senatori eletti.

Il centrodestra e il centrosinistra si saldano in un blocco trasversale di statalismo etico ed economico, che si fonda sul magistero morale e sociale delle due Chiese, come ci ha ricordato Biagio de Giovanni, cattolica e comunista, che perpetuano nella società italiana una ben radicata concezione hegeliana dello Stato come suprema sintesi del popolo e spirito della sua storia. Scompare l'individuo, scompare la comunità, scompare il mercato dei beni e delle idee.

Parrebbe, prendiamo in prestito le parole di Castaldi, che ormai siano «impossibili anche le alternanze: il furto di democrazia, la svendita del principio di laicità dello stato, l'offesa al diritto – sono trasversali. E non si capisce cosa si aspetti a trarne le conseguenze».
CONTINUA

L'Italia tra i non allineati

Mentre la Spagna di Zapatero conferma oggi il sostegno al Guatemala nella corsa per il seggio non permanente del Consiglio di Sicurezza, l'Italia di Prodi, unico paese europeo, continua con la linea dell'astensione, ritagliandosi un presunto ruolo di "mediatore" tra Venezuela e Guatemala.

Matteo Mecacci, rappresentante all'Onu del Partito Radicale Transnazionale, denuncia la «scelta opportunistica» del Governo italiano, volta a «non inimicarsi "l'alleanza dei dittatori" che sostiene Chavez». La linea della neutralità dimostra che Prodi e D'Alema continuano «a considerare la questione del mancato rispetto delle norme democratiche e dei diritti umani da parte di Chavez, come degli "optional" nelle decisioni di politica estera».

Persino la Spagna, osserva Mecacci, che ha certo «interessi più forti del nostro paese in America Latina ed è nota per compiere scelte di politica estera non certo "allineate" con Washington, decide di schierarsi contro la candidatura di Chavez». Questo la dice lunga sulla «deriva» della politica estera del nostro paese, che «si colloca al di fuori del "mainstream" delle democrazie e oscilla pericolosamente verso un neutralismo non degno di un paese fondatore dell'Unione Europea quale associazione di paesi democratici».

La battaglia di Michael J. Fox

L'attore Michael J. FoxBioetiche segnala questo video dell'attore Michael J. Fox, colpito anni fa dal Morbo di Parkinson. Sostiene la candidatura di Claire McCaskill a senatrice del Missouri nelle prossime elezioni di novembre, perché l'altro candidato, Jim Talent, si oppone alla ricerca sulle cellule staminali.

Massacrati dal sistema sanitario

Meglio restarsene a casa: brodo caldo e aspirina

Da 30 a 35mila all'anno, circa 90 al giorno, le morti provocate direttamente o indirettamente dagli errori dei medici o comunque dall'inefficienza delle strutture sanitarie. Più vittime che sulle strade, per infarti e per molti tumori, con costi annuali stimati in 10 miliardi di euro (1% del Pil). Un vero e proprio massacro di innocenti. Una dichiarazione di fallimento del nostro sistema sanitario, che si dimostra incapace di raggiungere gli obiettivi per i quali i contribuenti, a costo di enormi sacrifici, lo tengono in piedi.

La metà di questi errori potrebbe probabilmente essere evitata. Tra le stime più ottimistiche (14mila l'anno) e più pessimistiche (50mila) si situa «una stima realistica di 30-35mila l'anno, pari al 5,5% del totale decessi», dicono gli esperti riuniti a Milano, per un convegno promosso dall'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) in collaborazione con il gruppo Dompè Biotec.

Secondo i dati Toscana Medica, tra i reparti più a rischio la sala operatoria (32%), dipartimenti degenze (28%), dipartimenti urgenza (22%) e ambulatori (18%). Secondo il Tribunale per i diritti del malato i campi più a rischio sono ortopedia (16,5%), oncologia (13%), ostetricia e ginecologia (10,8%) e chirurgia generale (10,6%). Gli errori in oncologia sono dovuti per il 40% alla somministrazione di farmaci sbagliati e per un altro 40% alla non applicazione dei protocolli previsti. Semplice negligenza o ignoranza, insomma.

Non si hanno purtroppo notizie di molte sentenze milionarie a carico di medici e strutture, e l'impressione generale è che spesso i famigliari dei pazienti rinuncino a intentare cause, anche perché i dati clinici forniti sono incompleti e di difficile interpretazione.

Anche nella sanità, come nel sistema educativo, emerge il problema della scarsa qualità del servizio. Anche la soluzione è la stessa: inserire nel sistema elementi reali di concorrenza tra le aziende ospedaliere. Il sistema sanitario nazionale dovrebbe essere riformato con l'eliminazione della figura del "medico di famiglia", ormai un burocrate puro, privatizzando in tutto o in parte le strutture e trasferendo nelle tasche dei cittadini gran parte delle risorse ad esse oggi destinate. I costi dei servizi sanitari sarebbero maggiori, ma i cittadini avrebbero più soldi per pagarsele e i vari istituti tutto l'interesse a migliorare i servizi per accaparrarseli.

Far dipendere, insomma, la sopravvivenza della struttura sanitaria dalla qualità del servizio che è in grado di offrire. In un sistema a concorrenza reale, dove le strutture fossero autonome e rischiassero in proprio in caso di errori, si moltiplicherebbero gli occhi aperti per evitare di commettere errori e l'attenzione per una più rigorosa selezione di personale qualificato.

Gli amici di Putin in Italia

Putin con Prodi e BerlusconiA non tutti piace apparire "amici" di Putin, ma in Italia, come negli altri paesi europei (Chirac e Schroeder), gli amici non mancano. Nella serata di ieri, per esempio, è giunta la notizia che il Ministero degli Esteri italiano - rispondendo ad una interrogazione della Rosa nel Pugno (Capezzone, Mellano, D'Elia e altri) che sollevava il problema della violazione dei diritti umani in Cecenia da parte dell'esercito russo e della necessità di convocare una "conferenza di pace" per discutere del futuro dell'intera area - ha dichiarato che il Governo italiano «proseguirà nella linea di incoraggiamento alla Russia per non abbandonare il percorso intrapreso di normalizzazione politica in Cecenia». Mellano ha prontamente replicato con un comunicato.

Chi non si fa problemi a difendere l'"amico" Vladimir è Berlusconi: «Non ha detto quelle cose, non ha attaccato nessuno. Lo scandalo è che quelle parole, in modo alterato, siano finite sui giornali. La solita disinformazione. Putin si è solo difeso con franchezza, dicendo la verità: ovvero che nessuno può fargli delle prediche».

A differenza di Antonio Martino, secondo cui il presidente russo «non intendeva offendere l'Italia», l'origine non russa della parola mafia «è incontestabile», Berluconi non s'è fermato alla disputa etimologica, ma ha colto il significato politico della reazione di Putin: «... nessuno può fargli delle prediche».

«Ognuno ha i suoi problemi interni e fare la morale agli altri è sempre sgradevole», osserva Valentino Valentini, deputato azzurro. Chi sulla battuta, chi nell'iperbole, la buttano i Gasparri e i Calderoli.

Ma anche Prodi può vantare con il presidente russo dei rapporti amichevoli, che risalgono a intere serate al telefono durante la crisi irachena.

Piero Ostellino, sul Corriere della Sera di oggi, inquadra la questione Putin nei termini giusti:
«Nessuno Stato è più del tutto padrone a casa sua e si è affermato persino il diritto di "ingerenza", da parte della comunità internazionale, nei suoi affari interni in caso di violazione dei diritti umani».
In questo contesto è bene avere chiari i due schieramenti che si fronteggiano: «Da una parte, ci sono i Paesi a regime autoritario [ma non solo!], fermi alla pace di Westfalia, che rivendicano per sé il "principio di sovranità" in base al quale la Russia sostiene che la Cecenia, ieri, e la Georgia, oggi, sono una "questione interna" sulla quale la comunità internazionale non deve mettere naso; la Cina dice la stessa cosa del Tibet; entrambe trattano allo stesso modo i diritti umani. Dall'altra parte di questa nuova "cortina di ferro", ci sono l'Europa illuminista, che assegna alle Nazioni Unite il ruolo di governo mondiale sulla base della Dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo, e gli Stati Uniti democratico-universalisti, che vogliono esportare la democrazia con le armi. Entrambi tendono a mettere il naso negli affari interni degli Stati a regime autoritario».

E voi, pur con i legittimi distinguo e aggiustamenti, da che parte state? Sovranità degli Stati o diritto/dovere di ingerenza in nome dei diritti dei cittadini?

Gli errori in Iraq screditano l'unica strategia valida

Dura ma seria requisitoria di Niall Ferguson sugli errori commessi dall'amministrazione Bush in Iraq. Unico dato che non mi trova d'accordo è quello demografico come fattore di potenza. Le campagne di "natalismo" non a caso hanno contraddistinto fascismi e oggi contraddistinguono islamo-fascismi.

Senz'altro esagerato, invece, osserva John Keegan, storico militare, il paragone fra Iraq e Vietnam.
Nel gennaio 1968, il totale delle perdite americane in Vietnam - militari uccisi, feriti o scomparsi - aveva raggiunto la cifra di 80 mila, e continuava a salire. I morti in combattimento e per altre cause erano più di 50 mila, di cui 36 mila erano stati uccisi durante azioni belliche. Le perdite in Iraq non raggiungono nemmeno lontanamente questi livelli. In una brutta settimana di Vietnam gli Usa potevano perdere 2 mila uomini. Dal 2003 le forze americane in Iraq non hanno mai subito più di 500 perdite al mese. D'altra parte, il numero delle vittime irachene del conflitto non è mai stato stabilito con certezza, ma non supera le 50 mila persone. In Vietnam in un qualunque anno di guerra il partito comunista del Nord mandava in battaglia nel Sud 200 mila giovani, di cui la maggioranza non tornava indietro. Quella del Vietnam è stata una delle guerre più vaste e costose della storia. La rivolta irachena assomiglia a uno dei tanti disordini coloniali delle storie degli imperi.
Le cifre sono ben diverse, ma il paragone potrebbe calzare per il cedimento del fronte interno.

In Iraq sono stati comunque commessi errori elementari che hanno fortemente screditato la strategia dell'esportazione della democrazia in Medio Oriente, l'unica che abbiamo. Forse si è ancora in tempo per correggerli, e non essere sconfitti, ma si deve fare in fretta e bisogna cacciare i responsabili. Di questi danni qualcuno dovrà pure rispondere, o no?

Politkovskaja «simbolo del giornalismo indipendente»

Condoleezza Rice incontra il figlio della Politkovskaja (foto: Novaya Gazeta)Ma la Farnesina incoraggia Mosca nel percorso di «normalizzazione» intrapreso in Cecenia

Come preannunciato, ieri è stata pubblicata l'intervista rilasciata dal Segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, a Novaya Gazeta, il giornale su cui Anna Politkovskaya, la giornalista russa uccisa a Mosca il 7 ottobre scorso, pubblicava le sue inchieste contro il Cremlino e sulle atrocità commesse in Cecenia.

Sabato scorso, la Rice, durante la sua visita a Mosca, ha voluto incontrare il figlio della giornalista uccisa e il direttore del giornale. Anna Politkovskaya «era un'eroina per molte persone, un simbolo del miglior giornalismo indipendente», ha detto la Rice. «Si è battuta per quanto di più prezioso ci sia nel giornalismo, cercare di arrivare alla verità ad ogni costo». «Non siete soli nella vostra battaglia», è il messaggio lasciato dalla Rice ai giornalisti di Novaya Gazeta.

Il Segretario di Stato ha fatto sapere ai colleghi e al figlio della donna che gli Stati Uniti hanno chiesto alle autorità russe inchieste accurate sull'uccisione della Politkovskaya ma anche sui casi dei 13 giornalisti scomparsi negli ultimi sei anni in Russia, e di adoperarsi per consegnare i responsabili di questi delitti alla giustizia.

Bernard-Henri Lévy, in un articolo uscito oggi sul Corriere della Sera, ha proposto che l'Ue si faccia promotrice di una commissione d'inchiesta internazionale sull'assassinio della Politkovskaja, simile a quella istituita dall'Onu sull'omicidio di Rafik Hariri in Libano.

Alla sbarra il «fascismo religioso» al potere in Iran

Mentre il presidente iraniano Ahmadinejad ribadiva che l'Iran «non cederà neanche di un passo» ed esortava le famiglie iraniane a fare più figli (esortazione di moda anche dalle nostre parti, come se fosse il numero a fare la potenza...), proprio oggi si è tenuto a Roma il Consiglio nazionale della Resistenza iraniana.

Al termine si è svolta una conferenza stampa. Un duro atto d'accusa contro il regime degli ayatollah per i crimini commessi contro lo stesso popolo iraniano e per la politica reazionaria e terroristica. Reza Olia, membro del Consiglio, ha biasimato l'Occidente che continua a trattare con Ahmadinejad, ideatore di molti atti terroristici, legittimando così il suo potere. Anche nell'Italia «democratica e anti-fascista», purtroppo, i governi preferiscono trattare con il regime, per salvaguardare i rapporti commerciali, invece di trattare con il popolo iraniano e di appoggiare i gruppi della resistenza.

Albolghasem Rezaii, segretario e rappresentante in Italia del CNRI, ha relazionato sul processo in corso presso la Corte d'Assise di Roma, giunto ormai alle sue ultime fasi, contro i killer e i mandanti dell'uccisione di un dissidente iraniano in Italia, un omicidio politico ideato a Teheran. Nonostante le pressioni e i tentativi di depistaggio, c'è fiducia nel fatto che il Tribunale italiano condanni l'atto terroristico del regime.

Il processo si è rivelato molto utile, perché ha messo in luce le «procedure standardizzate» usate dal regime per far fuori i dissidenti politici che risiedono all'estero. Citando documenti ufficiali, Mohammad Rohani, attivista storico per i diritti umani in Iran, ha accusato il «fascismo religioso» al potere oggi a Teheran e il suo sofisticato sistema di eliminazione e repressione degli oppositori.

Si calcola che in Iran più di cento persone vengano uccise ogni giorno dagli squadroni paramilitari del regime. Rezaii ha anche denunciato l'«ingerenza» iraniana in altri paesi del Medio Oriente, come Iraq, Afghanistan e Libano: rappresenta «una minaccia per tutti».

Monday, October 23, 2006

La «politica dei due tempi» è segno di fallimento

L'idea di Fassino, espressa sabato scorso, è di far passare con dei correttivi questa Finanziaria, e subito dopo mettere «in calendario un rilancio dell'azione riformista». Tuttavia, come dicevamo, l'esperienza insegna che rinviare a poi significa rinviare a mai. E il solito Luca Ricolfi, oggi su La Stampa, l'ha detto a chiare lettere: la «politica dei due tempi», che chiede sacrifici oggi promettendo crescita e riforme domani, non funziona.

E' la retorica cui di solito si ricorre per nascondere un fallimento. Quando si è incapaci, deboli, impotenti, allora ciò che non si è riusciti a fare oggi, si promette di farlo domani.

In campagna elettorale, e all'inizio della legislatura, la «politica dei due tempi» non piace a nessuno, la rinnegano tutti. Anche questo governo nel Dpef «si impegnava solennemente ad avviare subito riforme incisive sia sul versante delle liberalizzazioni sia sul versante della spesa pubblica (i famosi 4 capitoli di Padoa-Schioppa: sanità, previdenza, enti locali, pubblico impiego)». Arrivato l'autunno, però, tempo di Finanziaria, le cose sono cambiate.

Tutti i governi ricorrono al medesimo espediente retorico per nascondere la loro impotenza e incapacità sotto il tappeto: prima è indispensabile rimettere in ordine i conti devastati dal governo precedente, poi finalmente potremo dedicarci alle grandi riforme promesse. In realtà, di sicuro c'è solo l'«irrilevanza politica dei riformisti».
«Come possiamo credere nelle promesse di modernizzazione del Paese se, una volta giunti al governo, i modernizzatori non colgono l'occasione per passare dalle parole ai fatti? (...)Come non vedere che le parole di Frascati sono ignorate, calpestate, umiliate nell'impianto della Finanziaria? Come non vedere che i dirigenti riformisti che nei discorsi invocano liberalizzazioni e riforme sono i primi ad irritarsi se qualcuno fa notare che nell'azione di governo quei discorsi soccombono alle superiori necessità della politica?»
Ricolfi avverte che gli elettori «non sono né bambini sciocchi, né inguaribili egoisti, semplicemente si sono accorti che la via delle riforme, indicata dal Dpef e dal decreto Bersani sulle liberalizzazioni, è stata accantonata». Non si tratta di «difetti di comunicazione», anzi, la comunicazione «è riuscita perfettamente». La gente ha capito cosa sta accadendo: ha «sotto gli occhi il primo tempo, quello del risanamento e dei sacrifici, ma non vede prendere forma il secondo». E il senso comune spesso coincide con il buon senso. I cittadini ormai sanno istintivamente, anche senza grandi conoscenze, che quando si affaccia la «politica dei due tempi» vuol dire che «il secondo tempo non ci sarà, o sarà la continuazione del primo».

Chavez divide Usa e Italia. Fine del flirt Rice-D'Alema

Massimo D'Alema e Condoleezza RiceChe cosa può aver pensato Condoleezza Rice quando D'Alema le ha spiegato il motivo della decisione dell'Italia di astenersi dal voto all'Onu per l'assegnazione del seggio non permanente, conteso da Guatemala e Venezuela, nel Consiglio di Sicurezza? Avrà creduto al fatto che non ce la sentiamo di votare contro un milione di italiani residenti in Venezuela? E se gli ha creduto, gli avrà riso in faccia o avrà cancellato D'Alema dalla lista dei garanti credibili di una politica estera atlantica? Non votare per il Guatemala significa di fatto votare contro Washington: nessuno si è chiesto quanti italiani risiedono negli Stati Uniti?

Maurizio Molinari, oggi su La Stampa, riporta che il Segretario di Stato Usa «ha chiamato di persona il ministro degli Esteri italiano per esprimere in termini inequivocabili un forte disappunto». Il messaggio sarebbe stato chiaro: gli Stati Uniti «non comprendono perché un alleato come l'Italia non si opponga alla presenza di Hugo Chavez al Consiglio di Sicurezza nei prossimi due anni» e se questo è l'anticipo di come l'Italia gestirà il proprio seggio non permanente «non si tratta di un buon inizio».

Il caso-Chavez, continua Molinari, per la Rice è il primo test per l'Italia nel Consiglio di Sicurezza e l'approccio scelto dalla Farnesina «sorprende», allontanando l'ipotesi di inserimento a pieno titolo dell'Italia nel club di potenze che gestisce la crisi iraniana.

Le motivazioni addotte dalla diplomazia italiana sono due: da un lato «mantenere un canale aperto con i Paesi non-allineati nella partita sulla riforma del Consiglio di Sicurezza», dall'altro «tutelare gli interessi degli italiani che vivono in Venezuela».

John Bolton, ambasciatore Usa all'Onu, ha osservato che l'Italia è «il Paese più importante nella pattuglia dei 5-7 astenuti che hanno fatto mancare i voti decisivi alla vittoria del Guatemala, arrivato in almeno due occasioni ad un passo dal quorum». Poiché Chavez è un leader che, oltre ad essere alleato di Cuba e Iran, ha paragonato il presidente Bush al «diavolo», il mancato sostegno al Guatemala viene considerato «incomprensibile».

Si tratta, conclude Molinari, delle «prime serie difficoltà nei rapporti con la Farnesina». Washington potrebbe riorientare i propri atteggiamenti politici verso l'attuale compagine di governo e l'attenzione finora rivolta ai Ds potrebbe ora dirigersi verso i settori moderati della coalizione: dopo la visita di Mastella, nelle prossime settimane saranno accolti calorosamente a Washington Rutelli e Vernetti.

Interlocutori naturali dell'amministrazione Usa nel centrosinistra potrebbero anche essere i radicali, ma Emma Bonino dov'è? Ah, già, agli Esteri c'è Intini...

Se quello islamico è «risveglio», vi prego non svegliatemi

Risveglio religioso, sociale e politico dell'Islam (Ruini)«Risveglio religioso, sociale e politico dell'Islam». «Risveglio» è dunque il termine scelto da Ruini, parola con evidente significato positivo, per descrivere l'attuale fase della civiltà islamica, nei suoi "fermenti" religiosi, culturali e politici. Prendiamo atto con stupore.

Di questo «risveglio» - dal mio punto di vista parlerei piuttosto di una crisi profonda e oscura - il «terrorismo internazionale» è uno degli aspetti. «Questo grande processo ci tocca da vicino, a nostra volta, sotto il profilo religioso e non soltanto sociale, economico e politico». E' quel «a nostra volta», che non è sfuggito a Malvino, che ci inquieta. Se quello che sta vivendo il mondo islamico è un «risveglio», be', non voglio essere svegliato.

Quando il Papa critica una «nuova ondata di illuminismo e di laicismo» che «sul piano della prassi» erige «la libertà individuale a valore fondamentale» sta dicendo che per la Chiesa, a nome della quale parla, la libertà individuale non dovrebbe essere un valore fondamentale.

La Chiesa però «non intende essere un agente politico», ci ha tranquillizzati Benedetto XVI a Verona. Certo, esporsi direttamente, prendere parte, scendere in campo, è pericoloso, si rischia di dividere la "umma" cattolica e di trovarsi a negoziare sui «valori non negoziabili». Dunque, la Chiesa non si abbassa, non "fa politica", la fa attraverso i «fedeli laici» che «illuminati dalla fede e dal magistero» (Ratzinger) si ritrovano sui «valori non negoziabili», confrontandosi «non in ambito ecclesiale, non in parrocchie, ma in altri spazi», più adeguati a «produrre le opportune convergenze sia tra cattolici che tra coloro che condividono i valori con i cattolici» (Ruini).

La Chiesa non "fa politica", ma la fa anche attraverso i «molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede», che condividono con molti credenti «la gravità del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà».

In questo dobbiamo dare ragione a Ernesto Galli Della Loggi: tra le due linee, «il Papa ha scelto», nonostante l'apparente genericità della retorica pontificia. E fanno un po' sorridere quei goffi e disperati tentativi di interpretare in senso conciliarista i discorsi di Ratzinger, ammesso (e non concesso) che il Concilio abbia poi impresso quella svolta che i conciliaristi pretendono. Ammesso (e non concesso) che sia mai esistita la loro lettura del Concilio a cui ritornare, Benedetto XVI non c'è davvero ritornato.

«Con le cose che ha detto come con quelle che non ha detto», Benedetto XVI tra le due linee ben descritte da Galli Della Loggia (che si dividono su questioni quali il peso della Tradizione e l'approccio verso la modernità), ha certamente rinnovato la sua opzione, pronunciando «tutti i no che la fede e la tradizione consigliano» e tornando a parlare di esclusione di Dio dalla sfera pubblica, di relativismo e laicismo, delle «forme deboli e deviate di amore», e, infine, aprendo «con fiducia» agli atei devoti.

Da un punto di vista liberale è preferibile invece che la Chiesa la politica la faccia direttamente, anche candidando alle elezioni suoi membri, e che riveli, quindi, il suo volto "politico", senza l'ambiguità di chi ripete di non "fare politica" ma poi un giorno sì e l'altro pure si appella direttamente al legislatore perché sia proibito questo e quello, o perché si ricordi di versare l'obolo. Faccia pure politica la Chiesa, ma senza usufruire dei privilegi concordatari, dell'8 per mille, e dismettendo la statualità della sua Città-Stato del Vaticano. Adotti il modello americano di separazione fra stato e chiese e concorra con i suoi valori «non negoziabili» nel libero mercato delle opzioni politiche.

Sunday, October 22, 2006

Insultati da Putin. Prodi e D'Alema come rispondono?

Vladimir PutinPutin sempre più delinquente internazionale. Le sue sono sempre più uscite da autocrate. All'aumento delle violenze in Russia, ai minori spazi di libertà di stampa, all'incremento del ricatto energetico russo, corrisponde una proporzionale crescita di arroganza del leader russo, il suo volto da ufficiale del Kgb.

Prima la gaffe sul presidente israeliano Katsav, che sarebbe ammirato e invidiato in Russia per i suoi presunti stupri, un «uomo vero». Poi, durante il vertice europeo di Lahti, in Finlandia, irritato dai richiami per le violazioni dei diritti umani in Russia, avrebbe dato una risposta che ha lasciato di stucco Prodi e Zapatero, almeno così hanno riferito alcune fonti diplomatiche al quotidiano El Pais: «il Cremlino non può accettare lezioni di democrazia da Paesi come la Spagna, in cui molti sindaci sono sotto inchiesta per corruzione; o dall'Italia, dove è nata una parola come mafia».

Gesti concreti e dichiarazioni di Condoleezza Rice, nella visita dei giorni scorsi a Mosca, dimostrano che Washington sta lentamente ma sensibilmente cambiando il suo atteggiamento. E l'Europa? E l'Italia? Visto che siamo la culla della mafia (ma la mafia russa non ha nulla da imparare dalla nostra!), dovremmo cominciare a mandare avvertimenti "mafiosi" sulle possibili ritorsioni dell'Europa per il mancato rispetto dei diritti umani in Cecenia e per l'involuzione autoritaria in Russia.

Certo, dovremmo con un po' d'urgenza rivedere la nostra dipendenza energetica dalla Russia. In questi anni, invece di studiare un approccio comune, i paesi europei hanno fatto l'errore di contendersi i favori dell'autocrate del Cremlino. E questi sono i risultati.

[UPDATE 23 ottobre, 13,59: il ministro degli Esteri D'Alema ha finalmente replicato a Putin: «Ho l'impressione che il presidente Putin abbia una durezza di linguaggio in varie direzioni che, sicuramente, non giova al suo prestigio (?) di uomo di Stato. L'Unione Europea pone nelle sue relazioni internazionali il tema del rispetto dei diritti umani come uno dei criteri della politica estera comune dell' Europa e lo faremo anche nei confronti della Russia. Non cesseremo per questo, con grande rispetto verso la Russia, di porre a Mosca i problemi che riterremo giusto porre per quanto riguarda la Cecenia e la garanzia delle libertà di stampa»]

La Russia di Putin sotto accusa

Washington sta perdendo la pazienza e cambia atteggiamento

Finalmente, gli Stati Uniti sembrano essersi accorti che su alcuni dossier - iraniano, nordcoreano e georgiano - la Russia di Putin sta pericolosamente esagerando.

Così, Condoleezza Rice, in questi giorni in visita a Mosca, ha messo da parte la linea morbida e ogni timidezza, denunciando l'involuzione autoritaria del potere putiniano nell'ex Urss. L'ha fatto concretamente, al di là delle rituali dichiarazioni. Nel bel mezzo degli incontri ufficiali, dopo i colloqui con il ministro degli Esteri Lavrov e il ministro della Difesa Ivanov, ma prima di essere ricevuta da Putin, ha voluto incontrare la famiglia e i colleghi di Anna Politkovskaja, la giornalista assassinata di recente a Mosca.

Un caloroso abbraccio al figlio, poi l'incontro con il direttore di Novaya Gazeta, giornale su cui la Politkovskaja pubblicava le sue inchieste contro il Cremlino e sulle atrocità commesse in Cecenia. «La sorte dei giornalisti in Russia è oggetto di grande preoccupazione per gli Stati Uniti», ha dichiarato la Rice, che poi ha aggiunto: «Io ad esempio mi sono sempre sforzata di farmi intervistare da chi cerca di essere una voce indipendente». Un gesto sì simbolico, ma anche fortemente politico, una denuncia pubblica delle crescenti intimidazioni verso la stampa indipendente.

Con Putin e Lavrov la Rice ha poi affrontato la questione delle organizzazioni non governative, che dopo la nuova legge che impone procedure e controlli asfissianti hanno sempre maggiori difficoltà a lavorare nel Paese, accusate di «finanziare la destabilizzazione del Paese», lavorando a creare le condizioni per una rivoluzione democratica simile a quella di altre ex repubbliche sovietiche. Ha parlato «in modo franco», ha fatto sapere la Rice, anche di rispetto dei diritti umani e della «restrizione della libertà verso le Ong straniere».

Un salto di qualità nell'atteggiamento critico di Washington nei confronti di Putin, a fronte invece dei balbettii europei. C'è molta attesa per la pubblicazione sulla Novaja Gazeta, domani, di una lunga intervista alla Rice non tenera con il Cremlino.

Governo sempre più isolato. E ognuno fa il suo gioco

Prodi e Padoa SchioppaSabato cruciale, ieri, per il futuro del Governo. La notizia è che si sono mossi i Ds: così non va. Difesa formale del lavoro di Prodi e Padoa Schioppa, ma pressante richiesta di modifiche che, di fatto, lo sconfessano.

Il punto debole è che quella dei Ds non è vera svolta. L'idea è di far passare, con dei correttivi, questa Finanziaria, e subito dopo imprimere una svolta riformista mettendo in agenda le riforme strutturali. Ma l'esperienza insegna che rinviare a poi significa rinviare a mai.

Fassino, preoccupato del declassamento del rating e del «malessere» di «settori del ceto medio e nel Nord del Paese», ammette che «non c'è stato un errore di comunicazione. Il problema è stato un altro. La missione che era alla base della Finanziaria era la crescita, ma questo senso è stato perso per strada». Adesso, dice, occorre «cambiare passo». Quindi, subito «dei correttivi in Parlamento» su Irpef, imposte di successione, università e per le fasce meno abbienti. Subito dopo occorre varare «un'agenda delle riforme» su previdenza e pubblica amministrazione. Si tratta di mettere «in calendario un rilancio dell'azione riformista».

Dunque, non le riforme, ma la promessa, l'ennesima, delle riforme. Già parlare di «rilancio» è un'ammissione implicita che ad oggi l'azione del governo non è riformista, ma metterla «in calendario» non vuol dire assicurarla.

Anche D'Alema interviene dicendo che la Finanziaria «va riformata»: «Non siamo riusciti a ricreare quel clima del '96-98 per rendere evidente qual è la posta in gioco, che ora come allora è quella di non perdere i contatti con l'Europa». E apre il discorso sulla previdenza: «È il momento di individuare quali sono i lavori usuranti e di innalzare per gli altri l'età pensionabile. Non mi pare una cosa troppo liberista o reazionaria».

La spinta ai Ds l'hanno data, nella giornata di ieri, l'ulteriore senso di isolamento che grava sul Governo e l'ennesima dose di auto-lesionismo nelle nuove, incredibili dichiarazioni dei «tre uomini in barca», come li chiama Capezzone.

Prodi: «È una finanziaria giusta e seria. Abbiamo mantenuto gli impegni presi»; «se Mosè avesse fatto sondaggi, non si sarebbe mai azzardato ad attraversare il Mar Rosso».

Padoa Schioppa: «I ceti medi dovrebbero festeggiare».

Visco: «Il disagio è la condizione naturale».

Poi Montezemolo, che è andato pesantemente all'attacco dell'asse Prodi-Bertinotti, criticando una Finanziaria «ispirata a una logica vecchia, senz'anima e classista», priva di «spirito riformatore». Quindi, ha lanciato un appello alle forze riformiste perché si facciano sentire, perché incidano sulla riscrittura della legge di bilancio e «battano i massimalisti» che tengono in ostaggio la maggioranza e l'azione di governo.

Non è utile, ha aggiunto, il populismo del centrodestra: «Per affrontare i problemi reali del Paese non abbiamo bisogno della piazza ma di proposte e decisioni».

Ma un passaggio, in particolare, del messaggio di Montezemolo dev'essere risuonato come un campanello d'allarme: «Non possiamo più avere una coalizione come quella attuale con la sinistra conservatrice e massimalista».

Sullo sfondo dell'estrema debolezza del Governo, nessun complotto, ma ognuno fa il suo gioco, e l'uscita di Montezemolo sembra convergere con quella di Casini, che si offre per la Grosse Koalition: «Non so se Prodi cadrà... ma se cade, non ci saranno le elezioni. Nessuno le vorrebbe davvero, eccetto Prodi. Non le vuole D'Alema, non le vuole Rutelli... Ci vuole un governo che svincoli il Paese dal ricatto permanente dell'estrema sinistra. Penso a una coalizione di volenterosi che usino il linguaggio della verità e della responsabilità, che sappiano fare scelte impopolari... Il bipolarismo non è reato, ma non deve essere ostaggio degli estremismi: Mussolini, Lega, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi».

I Ds, tuttavia, per ora sembrano resistere alle offerte di Casini e alle pressioni di Montezemolo. Sperano di riprendere il controllo su Prodi o, se proprio si dovesse rendere necessario, a partire dal prossimo anno, di sostituirlo senza variare maggioranza, con l'aiuto delle alte cariche dello Stato.

Un gioco ancora diverso è quello tentato da Capezzone: cosa ci fa in questa maggioranza? «Un liberale e riformista oggi è sempre in terra straniera. Oggi il quadro politico non rappresenta gli interessi del Paese. Prodi, Padoa Schioppa e Visco sono tre uomini in barca. Mettiamo insieme, senza inciuci, le forze positive del Paese».

Per la Rosa la partita decisiva si gioca nello Sdi

Antonio Landolfi, lanciando un appello, risponde a de Giovanni e tenta di ridare subito «fiducia e speranza a quanti hanno scommesso sulla Rosa nel Pugno».

Landolfi è consapevole che la «cultura della sinistra socialista, liberale, laica e radicale era ed è rimasta minoritaria all'interno dell'Unione e scarsamente presente nelle scelte complessive del suo Governo». C'è il «grande vuoto da riempire» di una sinisra liberale, per questo serve la Rosa nel Pugno, però basta «dispute interne», serve «iniziativa politica».

Per ripartire occorre «rafforzare dall'interno del Partito Radicale, la dimensione dell'anima comune e il senso pieno della propria, nostra presenza nell'Unione. E facendo riscoprire, ai socialisti, il valore dell'iniziativa, e della battaglia politica e culturale che è poi l'unica a giustificare il ruolo di un socialismo indipendente».

Ben vengano gli appelli, a patto che, come dicevo ieri, non si tratti di rincorrere le ambiguità dello Sdi, ma di provocare, anziché ritardare, la spaccatura tra chi al suo interno questo progetto non l'ha mai voluto, l'ha subito e non intende portarlo avanti, e chi, ammesso che ci sia, ci crede.

La battaglia decisiva si gioca all'interno dello Sdi e l'unica possibilità di far sopravvivere la Rosa nel Pugno è di costringere Boselli a prendere una decisione definitiva tra il puntare sulla Rosa come scelta strategica, rischiando di perdere pezzi del partito, quindi tessere e clientele, soprattutto a livello locale, e il tenere il piede in due staffe, pronti a saltare sul carro del partito democratico portando in dote lo scalpo della Rosa.

In questi mesi i radicali, e in particolare Pannella, troppo accomodanti e inclini alla mediazione, non hanno certo aiutato i vertici dello Sdi a intraprendere questo inevitabile processo di scelta strategica.

Saturday, October 21, 2006

Salvati vede liberali ovunque, ma la Spagna è avanti

«I sommersi e i Salvati». Inizia così la puntuale e argomentata requisitoria di 1972 contro lo zapaterismo e contro chi, in Italia, se ne è innamorato distorcendone la realtà «ad uso e consumo interno».

Viene preso di mira un intervento di Michele Salvati, giovedì sul Corriere, nel quale si indica il sistema politico spagnolo come modello, perché «il comune contesto liberale in cui i due grandi partiti formulano i loro programmi è abbastanza forte da proiettare all'esterno un'immagine coerente e unitaria del paese».

Ma quando mai? Enzo Reale, che in Spagna ci vive da anni, scrive invece che «i socialisti in questo momento sono la retroguardia di un populismo sconcertante», ma non sono da meno i popolari, che «restano chiusi nella torre d'avorio di un conservatorismo retro da cui non sono più usciti dalla fine dell'era Aznar».

A me la Spagna sembre proiettata verso la modernizzazione ben più che l'Italia, ma ci vuole davvero poco. E' il clima di declino che si respira qui, o forse la realtà di una società, e della sua classe politica, che sembrano rigettare il liberalismo, a indurci a esaltare qualsiasi esperienza estera che dia segnali di dinamismo?

Sta di fatto che di Salvati non c'è da fidarsi. Il «seme liberale» tende a vederlo un po' dappertutto. Ricordo che Salvati è convinto che il «seme liberale» sia già tutto interno al progetto del partito democratico. Pensa «proprio il contrario» Biagio de Giovanni, per esempio, che quel «seme liberale» vede ancora fuori, e non già all'interno, del costituendo partito, progetto destinato, dal punto di vista liberale, al «lasciate ogni speranza voi che entrate», essendo la riedizione bonsai del compromesso storico fra le due Chiese, cattolica e comunista.

Sull'innesto di Al Gore, non posso che rimandare Enzo ai miei interventi all'ultima Direzione e all'articolo di Antonio Bacchi per Notizie Radicali. La sbandata credo che c'entri, almeno spero, con il "lodo Spadaccia".

Chi ha ucciso la Rosa nel Pugno?

Una rosaLe molte cause, e inadeguatezze, che hanno concorso al suo fallimento

«La morte della Rosa». E' la lapidaria sentenza emessa ieri, in un suo intervento su il Riformista, da Biagio de Giovanni: «Il progetto della Rosa nel Pugno è fallito». Ora non resta che chiedersi il perché. De Giovanni ricorre a due spiegazioni, connesse tra di loro: una di sistema, ha a che fare con la cultura politica dominante in Italia e la sua struttura socio-politica; l'altra, connaturata nell'esperienza della Rosa. I Ds, dall'inizio, hanno lavorato per romperla, per ricondurre lo Sdi nel campo profughi del socialismo allestito ad hoc e per togliersi dai piedi i radicali, che pure furono determinanti per la vittoria elettorale.

1. Certo, «alcune difficoltà, di natura perfino "antropologica"», si sono manifestate, ma per de Giovanni «il punto vero è un altro: è che il liberal socialismo non passa, nel senso comune di massa della nostra società, nella sua cultura politica, nelle adesioni elettorali». Né nel centro sinistra, né nel centro destra («a parte le anomalie profonde del berlusconismo, ma è stato l'unico, confuso e contraddittorio tentativo di affermare un liberalismo di massa, dominato però dagli interessi del leader»).

La tesi di de Giovanni è ancor più drastica, sistemica, ma purtroppo condivisibile: «È la società italiana nel suo insieme che rigetta, starei per dire per sua costituzione storica, che idee liberali, da istanza di liberazione di alcune forme di vita, si facciano per davvero politica, e si diano una forma». I motivi vanno rinvenuti «nella rappresentazione che il compromesso cattolico comunista ha consegnato alla storia italiana», «nella forza opaca di corporazioni che hanno consolidato nei decenni irriducibili posizioni di egemonia e di consenso in zone "parziali" della società», «in una interpretazione dello Stato sociale che ha condotto alla degenerazione di assetti significativi dello Stato di diritto e dei connessi principi individualisti e liberali». Volendo approfondire, si dovrebbe risalire ancora più indietro, «alle prime "letture" dello Stato social corporativo degli anni venti».

Quella di de Giovanni è un'efficace rappresentazione, strutturale, del regime vigente in Italia, ne individua i pilastri, al cui confronto i pochi minuti di apparizione televisiva non sono che briciole, sarebbe assurdo (o forse strumentale?) pensare il contrario. L'assetto oligarchico, familistico e corporativo del potere in Italia, non certo monolitico (ma forse proprio per questo), tollera qualche apparizione, e persino qualche successo, di alternativa liberale, ma ne impedisce il consolidamento politico, culturale, e men che meno elettorale. Bisognerebbe avere la forza di colpire nodi nevralgici come la spesa pubblica.

2. De Giovanni vede buio il prossimo futuro: il partito democratico, che chiama «partito unico», «peggiorerà le cose, collocandosi evidentemente nell'alveo descritto». Il professore non ha «mai condiviso la tesi di Michele Salvati, per il quale il seme di una proposta liberale, non negatrice della necessaria solidarietà sociale, fosse già tutto interno al progetto del nuovo partito». Pensa «proprio il contrario», che quel seme liberale è ancora fuori, e non già all'interno, del costituendo partito, e che «quell'ipotesi è destinata, da questo punto di vista, al "lasciate ogni speranza voi che entrate"».

La sua è una visione razionalmente pessimista: «Il seme del liberalismo si è spento... nel grande compromesso che ha dominato la vita italiana e che forse continuerà a dominarla», quello fra le "due Chiese", cattolica e comunista, mentre i «timidi tentativi dall'esterno» falliscono. Così è fallito anche il tentativo della Rosa nel Pugno.

Complimenti a «chi ha condotto l'operazione, un po' meno per chi la ha subita». D'Alema, i Ds, Prodi, fin dall'inizio hanno cercato di sabotare il progetto della Rosa facendo leva sui socialisti dello Sdi, che hanno subìto, per paura che la loro cooperativa non fosse più ammessa. E' in questa frase la cornice interpretativa che de Giovanni dà al fallimento della Rosa nel Pugno.
«Come la Rosa si poteva salvare in questo quadro? Solo una convinzione profonda e unitaria del suo gruppo dirigente poteva fare ciò, creare una zona di resistenza attiva, un lavoro continuo e intelligente, minuto e generale insieme. Non è stato così. L'occasione è perduta. La politica ha i suoi tempi e le sue occasioni che non tornano».
«Non è stato così», dunque, il gruppo dirigente non è stato lungimirante ed è difficile, quando de Giovanni rintraccia la causa della sconfitta nella «terribile preoccupazione di alcuni di restar fuori dagli assetti di potere in formazione», non pensare ai vertici e ai dirigenti locali dello Sdi, bloccati dalla paura del nuovo possibile. Manca la «fiducia che, lavorando pazientemente, le cose possano mutare, anche questo un segno dei tempi».

Adesso, prevede con amarezza de Giovanni, tutti coloro che temevano di «restar fuori dagli assetti di potere in formazione», «reduci di altre esperienze», affolleranno «l'anticamera del partito democratico», «non con il cappello in mano», si spera, ma è probabile di sì. Una via che lo stesso de Giovanni, tempo fa, aveva definito suicida, perché i socialisti o trovano lo spazio per riproporre se stessi in autonomia, o spariscono.

Alla Rosa nel Pugno «sono mancate le grandi iniziative politiche sui temi, in tutti i campi: siamo esistiti come dichiarazione e non come iniziativa politica», ha commentato Alberto Benzoni intervistato da Radio Radicale. Di chi è la la colpa? A Boselli, premette Benzoni, va riconosciuto un «grande atto di coraggio: ha preso in mano un partito che aspirava a vivacchiare e ha provato a farlo rialzare». Il «punto debole» non sta nella «diversità di culture ed esperienze, che possono dar luogo a sintesi migliori», ma nel fatto che «nello Sdi la battaglia non è stata ancora iniziata tra una forte componente che questo progetto non l'ha mai voluto, l'ha subito e non intende portarlo avanti, e un'altra componente che ci crede».

La battaglia decisiva per la sopravvivenza della Rosa si doveva giocare all'interno dello Sdi, ma non è mai davvero iniziata. Ed è qui che i radicali, soprattutto Pannella, hanno sbagliato e ancora sbagliano. Avrebbero dovuto provocare, non ritardare, la spaccatura, costringere i vertici dello Sdi a prendere una decisione definitiva tra il puntare sulla Rosa come scelta strategica, rischiando di perdere pezzi del partito, quindi tessere e clientele, soprattutto a livello locale, e il tenere il piede in due staffe, pronti a saltare sul carro del partito democratico portando in dote lo scalpo della Rosa.

Senza un vero scontro pare che la strada scelta sia stata la seconda. Non è mai stato chiaro se i vertici dello Sdi non avessero il coraggio e la forza di liberarsi di queste zavorre, oppure se condividessero la tattica del piede in due staffe e l'idea della Rosa come taxi verso il partito democratico. Fatto sta che il problema di fondo, dicevamo anche questa estate, era sciogliere questa ambiguità dello Sdi, che ha reso la Rosa fragile in un quadro politico, che ha ben descritto de Giovanni, già difficile. Un soggetto percepito come sempre in bilico tra la vita e la morte, che ha richiamato su di sé le attenzioni degli avvoltoi interessati al suo disfacimento (Ds e Prodi, ma per vari motivi tutto il resto dell'Unione).

Mantenendo fino all'ultimo, fino a settembre, un atteggiamento accomodante, evitando persino di rivelare i molti episodi di slealtà e scorrettezza da parte dello Sdi da subito dopo le elezioni politiche, accettando come dato scontato una sciagurata partecipazione alle amministrative, smussando le differenze politiche, rinviando ogni confronto sulle basi ideali, culturali e programmatiche del nuovo soggetto, i radicali non hanno fatto altro che ritardare la resa dei conti all'interno dello Sdi, protrarre l'ambiguità e far sì che Boselli venisse definitivamente riassorbito dal torpore del suo partito e che andassero a buon fine le initimidazioni dalemiane e le sirene prodiane.

Adesso, se lo Sdi è un corpo morto, allora non ha senso questo accanimento terapeutico. Fermo restando il "no" sulla partecipazione alle amministrative, se la vedano loro: o ingoiano, o mollano, in ogni caso presentandosi come Sdi. Se ancora qualche speranza c'è che Boselli rilanci sulla Rosa nel Pugno, il miglior modo per aiutarlo è costringerlo a scegliere una volta per tutte tra la Rosa e le zavorre del suo partito. E' comunque controproducente stare ancora ad inseguire lo Sdi a colpi di "lodo Spadaccia", sprecando tempo ed energie che soprattutto Pannella potrebbe impiegare su iniziative politiche ben più importanti.