Friday, January 29, 2010

Io sto ancora con Blair

«Qui non si parla di una menzogna o di una cospirazione o di un inganno. E' una decisione. E la decisione che dovetti prendere era: data la storia di Saddam, dato il suo uso di armi chimiche, dato i milioni di morti che aveva già causato, dati i 10 anni di violazioni di risoluzioni Onu, possiamo prenderci il rischio di lasciare che quest'uomo ricostituisca i suoi programmi di armamenti, o è un rischio che sarebbe irresponsabile prendersi?»
Tony Blair si difende dinanzi alla commissione d'inchiesta Chilcot sulla guerra in Iraq con il rigore morale e la limpidezza cui ci ha abituati durante i suoi anni a Downing Street. Spiega le ragioni e il contesto che portarono a decidere per la rimozione con la forza di Saddam. Si può condividere o meno quella scelta, ma parlare di inganni o accordi segreti è ingenuo e infantile. Si può essere a favore o contro l'intervento, ma le carte sono tutte sul tavolo. Non si può far finta di ignorarle.

Blair spiega l'ovvio, cioè che «fino all'11 settembre pensavamo che Saddam Hussein fosse un rischio e facemmo del nostro meglio per contenere quel rischio». Ma che dopo gli attentati «questa percezione da parte degli Usa e della Gran Bretagna cambiò drammaticamente». «Non ho mai considerato l'11 settembre un attacco contro gli Usa, ma contro di noi». Eppure, ricorda Blair, «sebbene l'atteggiamento mentale americano fosse cambiato in modo drammatico dopo l'11 settembre, e francamente anche il mio, quando ho parlato con altri leader, soprattutto in Europa, non ho avuto la stessa impressione». Già, lo ricordiamo bene anche noi.

Tutti i servizi segreti occidentali credevano che Saddam nascondesse armi di distruzione di massa e lo stesso dittatore iracheno faceva di tutto per lasciare intendere ai Paesi della regione e agli occidentali di possederne. «Francamente, credevo oltre ogni dubbio che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa. Per le prove che avevo all'epoca, era ragionevole per me ritenere che questa fosse una minaccia significativa». Riguardo al tempo stimato in 45 minuti in cui avrebbe potuto usarle, che tanto clamore fece all'epoca, l'ex premier ricorda di averne fatto cenno in un suo intervento ai Comuni nel settembre 2002, «ma senza troppa enfasi» e riferendosi «all'uso interno sui campi di battaglia», e non internazionale.

Un'altra accusa mossa a Blair è quella di aver siglato con Bush un accordo «segreto» per l'attacco militare già nell'aprile 2002. Una banalità. Non ci voleva un genio, infatti, per capire che se si fosse reso necessario, la Gran Bretagna sarebbe stata al fianco degli Stati Uniti e Blair non aveva alcuna necessità di siglare mesi prima un patto in questo senso. «Quello che io dicevo, e non lo dicevo in privato, lo dicevo in pubblico - rivendica infatti Blair - era: "Saremo con voi per fronteggiare e risolvere questa minaccia», ma «il modo di procedere in questa vicenda era aperto a dibattito». L'opzione di rimuovere Saddam «è sempre stata presente dopo l'11 settembre. Le opzioni erano semplici: c'era la possibilità di adottare sanzioni efficaci, inviare ispezioni, o in alternativa rimuovere Saddam». E «dissi al presidente Bush che la Gran Bretagna avrebbe affrontato insieme agli Usa la minaccia posta da Saddam Hussein, con le sanzioni, con le ispezioni, e se si fosse arrivati a quello, con la forza militare».

Anche se Saddam non c'entrava niente con al Qaeda e con l'11 settembre, quelle stragi fecero crescere la paura che armi di distruzione di massa potessero essere usate contro l'Occidente. «Dopo l'11 settembre, se tu eri un regime che aveva a che fare con le armi di distruzione di massa, dovevamo fermarti: questa era l'idea della Gran Bretagna, non degli Usa», ha rivendicato Blair.

Buste paga leggere... o alleggerite?

Volete il posto fisso, beccatevi gli stipendi più bassi dell'area Ocse. La rigidità del mercato del lavoro ha senz'altro un costo che pagano anche - anzi, soprattutto - i lavoratori, ma pesano altri fattori, su tutti il cosiddetto cuneo fiscale. In Italia - registra l'Eurispes sulla base di una classifica del 2008 (prima della crisi) - si percepiscono gli stipendi tra i più bassi dei Paesi Ocse, cioè delle nazioni più sviluppate. E, simmetricamente, tra i più tassati. Poco più di 14.700 euro (21.374 dollari) il salario medio netto annuo, a parità di potere d'acquisto, percepito da un cittadino italiano. Una cifra che pone il nostro Paese al ventitreesimo posto (su trenta).

Negli altri grandi Paesi le retribuzioni nette annue superano i 25 mila dollari: senza arrivare ai livelli di Regno Unito (38.147), Giappone (34.445) e Usa (30.774), basti considerare i 29.570 in Germania, i 26.010 in Francia e i 24.632 in Spagna. Dietro di noi solo Portogallo (19.150), Repubblica Ceca (14.540), Turchia (13.849), Polonia (13.010), Slovacchia (11.716), Ungheria (10.332) e Messico (9.716). I lavoratori italiani guadagnano dunque ogni anno il 17% in meno della media Ocse. Al contrario, il cuneo fiscale (la differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta) arriva a pesare - nel caso di un lavoratore dal salario medio single e senza figli - per il 46,5%, ponendoci al sesto posto tra i Paesi Ocse.

La "rossa" Polverini e i casini del centrodestra

Gli elementi che a mio avviso rendono atipico il duello Polverini-Bonino nel Lazio trovano oggi alcune conferme. Così come cresce, nella stampa di centrodestra, la sensazione di mancare il colpo del Ko, come scrivevo un paio di giorni fa, su un Pd che sembra allo sbando, e che potrebbe persino essere troppo tardi per rimediare agli errori commessi per troppa sicurezza di sé. Libero parla di «vittoria mutilata».

Oggi è il manifesto a raccontare le disfunzioni della macchina organizzativa del Pd nel Lazio, che stenta a mettersi in moto, frenata dagli strascichi polemici e da misere invidie tra i vari capi-corrente, generati dal travaglio che ha portato all'appoggio del partito alla Bonino, che non sembra ancora aver superato le ultime resistenze interne. Ma al quotidiano comunista non sfugge il tipo di campagna che si appresta a fare la Polverini:
«L'immancabile giacca rossa la indossa anche sul nuovo manifesto elettorale. E ora arriva anche il simbolo, sfondo rosso, pure lì, e un baffo tricolore sotto la scritta Renata Polverini presidente. Praticamente lo stesso logo della Sinistra democratica di Claudio Fava, con il bianco rosso e verde al posto dell'arcobaleno. E così, ammiccando a sinistra, la leader dell'Ugl dalla sede del suo comitato lancia la seconda parte della campagna elettorale».
E della simpatia, o quanto meno non antipatia, che la Polverini riscuote a sinistra si è accorto anche il navigato Ugo Sposetti, che ieri faceva notare: «Avete visto la Polverini a Ballarò? Stranamente anche Floris e Epifani facevano il tifo per lei...». «Qualcuno a sinistra vuol dare il Lazio a Fini, Casini e famiglia? C'è chi nel Pd è convinto che sia così», osserva Laura Cesaretti su il Giornale. Ma più che qualche improbabile complotto dalemiano, la verità è che la Polverini, per la sua storia, esercita una naturale, spontanea attrazione a sinistra e nel pubblico impiego.

Sempre più osservatori si stanno accorgendo che per il centrodestra le prospettive di un landslide si allontanano. Libero parla di «aspettative ridimensionate», di «vittoria mutilata», e avverte che «sta cambiando la definizione stessa di vittoria». Il 7 a 6 per il centrosinistra non è impossibile. E se la Puglia regge, se Piemonte e Liguria, dove l'alleanza con l'Udc tiene, restano al Pd, e se le regioni date per certe (Toscana, Emilia, Umbria, Marche e Basilicata) si confermano, può arrivare addirittura ad 8 contro 5. Senza contare che per ora la Bonino è avanti nel Lazio. L'«involontario aiuto» del Pd, scrive Libero, «potrebbe non bastare a compensare gli sbagli e le incertezze del centrodestra, nonché il ruolo giocato dall'Udc» (come in Puglia, Piemonte e Liguria). Tuttavia, «il resto dei casini il centrodestra se li sta creando da solo»:
«Delle tredici regioni in cui si voterà, solo in quattro oggi il centrodestra ha la ragionevole certezza di vincere: Lombardia, Veneto, Campania e Calabria. Anche il Pd può sentirsi la vittoria in tasca in quattro regioni: Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Basilicata. Alle quali, se non si troverà una candidatura che unisca PdL e Udc, andrà aggiunta la Puglia. In Piemonte, Liguria e Marche la bilancia pende in favore del centrosinistra. Infine nel Lazio, nonostante il disastro lasciato da Piero Marrazzo, quella vittoria che sembrava facile appare ora un obiettivo alla portata, ma duro da raggiungere. Il titolo con cui ieri Repubblica avvertiva che Berlusconi rischia "di perdere 7 a 6", potrebbe rivelarsi persino troppo ottimistico per il premier».

Thursday, January 28, 2010

Obama ripropone la stessa minestra riscaldata

Barack Obama «mantiene la rotta», persevera con la «stessa agenda», anche se «in una veste più umile». Questa la lettura che dà il Wall Street Journal del primo discorso sullo stato dell'Unione pronunciato ieri notte dal presidente americano, che ha «per lo più riconfezionato la sua agenda del primo anno in un pacchetto politicamente più modesto». In pratica, la stessa minestra riscaldata. «Se il presidente Obama ha tratto una lezione dalla recente disfatta del suo partito in Massachusetts, e dal suo calo nei sondaggi, sembra essere quella di continuare a fare cosa stava facendo, solo con un po' più di umiltà, e un tocco più bipartisan».

Nel suo discorso, prosegue il WSJ, Obama ha mostrato l'intezione di coinvolgere i Repubblicani «più di quanto lui o il suo partito abbiano dimostrato durante l'anno scorso». «Ma se questa apertura è qualcosa di più che mera retorica, dipenderà dal cambiamento delle sue politiche». E su questo piano, «abbiamo ascoltato per lo più ciò che i Democratici dicevano di George W. Bush e della sua politica in Iraq: Stay the course». «Ciò è vero soprattutto - osserva il Wall Street Journal - riguardo due importanti temi di politica interna della sua Presidenza - la riforma sanitaria e l'economia». Riguardo la prima, quello di Obama al Congresso è stato un «soliloquio sui suoi sforzi di un anno», «senza mostrare una particolare disponibilità al compromesso». Il presidente, prosegue il WSJ, «ci ha dato l'impressione di sperare ancora che i Democratici troveranno un modo per insinuare tale mostruosità nella legislazione nonostante la sua impopolarità».

Riguardo l'economia, Obama si è prodigato «in una calorosa difesa del pacchetto di stimolo, sebbene il tasso di disoccupazione sia ora al 10 per cento, e ha promesso per quest'anno dosi maggiori della stessa ricetta». Ha confermato l'intenzione di imporre nuove tasse alle grandi banche e alle multinazionali che «spostano all'estero posti di lavoro». Obama, ammonisce il WSJ, «crede di poter ottenere posti di lavoro e un'espansione duratura dal settore privato facendo guerra ai suoi animal spirits. Non può farcela». Ma il problema è «più ampio», osserva il quotidiano, è «la sua convinzione che la crescita economica scaturisca principalmente dal genio del governo». Obama, conclude quindi il Wall Street Journal, «si trova oggi ad un bivio e non sa davvero cosa fare - eccetto che rimanere sulla stessa strada che lo ha messo in difficoltà. Questo potrebbe essere un lungo anno».

Anche Kim Jong-il ha i suoi ammiratori

Da leggere questa intervista in due parti (prima e seconda) di Enzo Reale ad Alejandro Cao de Benós, «l'unico funzionario occidentale nel governo della Corea del Nord». Enzo non smette mai di sorprendermi (mai dove l'hai scovato questo tizio?). Ne è uscita fuori una conversazione molto, molto emblematica. Sul suo blog, in quattro puntate (oggi la prima), la versione integrale.

Wednesday, January 27, 2010

Pagheremo noi la cambiale elettorale di Alemanno

Saremo noi tutti, cari romani (e turisti), a pagare la cambiale elettorale contratta da Alemanno con i tassisti. Entro fine febbraio infatti il Comune deciderà su quella che chiama «riforma del sistema tariffario», ma che in pratica si tradurrà in veri e propri rincari. L'unificazione tra corse urbane ed extraurbane potrebbe portare ad aumenti del 5% o anche superiori, mentre la corsa da e per l'aeroporto di Fiumicino passa da 40 a 45 euro (oltre il 10%), ormai il costo di un biglietto aereo low cost. Di liberalizzazione o aumento delle licenze neanche a parlarne, ovviamente. D'altronde, sapevamo che Alemanno avrebbe dovuto qualcosa alla sua più affezionata corporazione. Peccato che alla fine saremo noi a pagare.

Se il Pdl rischia di mancare il colpo del Ko

Dopo lo schiaffo di Vendola ai vertici e il caso Delbono a Bologna il Pd persevera in una fase di confusione e sbandamento, ma siamo sicuri che il centrodestra si sia attrezzato per approfittarne, mettendo al sicuro un trionfo a portata di mano alle prossime elezioni regionali? Lo dico senza avere sondaggi tra le mani, e consapevole che la campagna è solo agli inizi e che non è ancora apprezzabile l'effetto di quella televisiva, ma la scelta di alcuni candidati e un atteggiamento nei confronti degli avversari fin troppo rilassato e supponente mi fanno pensare di no. Ha ragione Pierluigi Battista: «La troppa sicurezza e la sottovalutazione dell'avversario possono dare alla testa e suggerire le mosse più sbagliate». E' ciò che sta accadendo al Pdl, che sembra si stia comportando come la grande squadra che incontrando l'ultima in classifica si rilassa, la prende sotto gamba, e finisce per pareggiare o addirittura perdere.

Berlusconi ha lasciato troppo campo libero alla Lega, al co-fondatore, e infine a veri o presunti maggiorenti regionali (come Fitto, che con un blitz ha imposto Palese in Puglia). Si vota in 13 regioni. Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Partiamo da una situazione di 2 regioni governate dal centrodestra e 11 governate dal centrosinistra. L'interrogativo è: il centrodestra riuscirà a conquistarne la maggioranza, almeno 7 contro 6? Difficile, ma oltre al dato meramente numerico, conta il peso specifico delle regioni che si strappano all'avversario. Ecco, la mia impressione è che tolte Lombardia e Veneto (sicure al centrodestra) e le quattro appenniniche (sicure al centrosinistra), le quattro regioni più importanti, che determineranno l'esito politico nazionale del voto, sono Piemonte, Lazio, Campania e Puglia.

Considerando l'evidente malgoverno delle giunte di centrosinistra in tre di esse (Lazio, Campania e Puglia) e che al Nord il Pd ha ormai zero credibilità mentre soffia un forte vento leghista, l'obiettivo di vincerle tutte e quattro, letteralmente schiantando il Pd (e costringendolo forse, finalmente, a cambiare davvero), per il centrodestra sembrava a portata di mano. Eppure, la mia impressione è che si sia complicato la partita da solo. In Campania qualche apparizione di Berlusconi dovrebbe sopperire agevolmente alla scelta di un candidato debole come Caldoro. In Piemonte le prospettive sono abbastanza buone, anche se va tenuto presente che è l'unica di queste quattro regioni in cui il centrosinistra, con la Bresso, non ha malgovernato, e la governatrice uscente gode di una buona immagine.

Nel Lazio, invece, dopo il duro colpo del caso Marrazzo, ha suscitato ilarità nel Pdl l'appoggio del Pd all'anticlericale Bonino, apparso come una specie di resa. Tuttavia, le "outsider" Polverini e Bonino, come ho già cercato di spiegare, daranno vita a un duello atipico. La Bonino metterà da parte le asperità laiciste e si concentrerà nel rafforzare l'immagine di donna di governo e istituzionale, un po' "secchiona", che già ha. Entrambe le candidate hanno difficoltà nel mobilitare i voti delle loro coalizioni. Può quindi succedere di tutto. Sia che la Bonino non superi il 30-35%, sia che riesca a vincere di poco. Molto dipenderà davvero da come imposteranno la campagna elettorale.

Berlusconi è dovuto intervenire in prima persona questa mattina per rimediare ai pasticci del partito e di Fitto in Puglia, dove il centrodestra con Palese si taglierebbe letteralmente le ali. Vendola è un populista e un demagogo della peggior specie e la vittoria alle primarie gli ha ridato ossigeno, nonostante gli scandali nella sanità. Meglio la Poli Bortone, dunque, non per l'alleanza con l'Udc in sé, ma perché contro Vendola ci vuole una personalità di maggiore spessore e seguito. Il Pdl se l'è lasciata sfuggire e ora appoggiandola dovrà pagare un prezzo a Casini, bravo a cogliere al volo l'occasione, un po' come hanno fatto i radicali con la Bonino.

Se il centrodestra conquistasse anche Piemonte e Lazio si potrebbe parlare di trionfo, perché a questo punto il Pd sarebbe espulso dal Nord e bocciato in due regioni pesantissime del centrosud, come Lazio e Campania. Ma se il centrosinistra oltre alla Puglia ne conservasse una tra Piemonte e Lazio - il che allo stato non è così impossibile - si potrebbe parlare di colpo del ko mancato e tutto sommato persino di un pareggio.

Tuesday, January 26, 2010

Stavolta Bertolaso si sbaglia. E di grosso

Nel merito e nei rimedi. Le sue critiche fanno a pugni con la logica

Guido Bertolaso dovrebbe leggersi e rileggersi l'editoriale che oggi gli dedica Il Foglio:
«Forte della sua esperienza in Abruzzo, pensa di poter paragonare circostanze del tutto diverse a quelle che ha affrontato l'anno scorso, senza tenere conto delle differenze profondissime che intercorrono tra una situazione che, pur nella tremenda tragedia, poteva contare su un tessuto civile di tipo occidentale, e quella disastrata di Haiti.
(...)
Né l'America né l'Onu dispongono di un apparato sperimentato e definire i sistemi di comando in un Paese straniero nel quale l'autorità del governo locale non è riconosciuta da nessuno non è certo un compito semplice. Provocare l'irritazione del governo americano, espressa con sarcasmo dalla segretaria di stato Hillary Clinton ("Chiacchiere da bar sport"), non aiuta certamente a migliorare la collaborazione necessaria ad affrontare gli immani problemi causati da un sisma devastante che colpisce una società già devastata. Naturalmente è vero che i meccanismi di soccorso debbono essere perfezionati, ma anche che in una situazione dominata dallo sciacallaggio e dal linciaggio, una presenza militare efficace è la condizione preliminare per poter realizzare una qualsiasi opera di aiuto umanitario. Insomma, in Bertolaso ha prevalso un certo provincialismo, il che può rendere meno efficace la sua stessa critica, che potrebbe invece essere di grande utilità, per l'autorevolezza che gli è riconosciuta anche dalla stampa internazionale, se assumesse un carattere più costruttivo e meno arruffato».
Non è un problema di opportunità politica, di rapporti con gli Stati Uniti, né di toni. E' proprio nel merito che le critiche di Bertolaso appaiono superficiali e per molti versi scontate. Dopo 12 giorni la macchina dei soccorsi ad Haiti fa fatica, è nel caos? Vero, ma non potrebbe essere altrimenti, dal momento che non siamo a L'Aquila. Il terremoto che ha colpito Haiti è stato del 7° della scala Richter, enormemente più devastante di quello che ha colpito l'Abruzzo (6,3° Richter) e infatti morti e distruzione sono incomparabili. A partire dalla potenza del sisma e dalle cifre delle vittime si dovrebbe apprezzare la gravità e l'eccezionalità della sfida che la macchina dei soccorsi si trova ad affrontare: a fronte di 272 morti e 70mila sfollati a L'Aquila, le ultime stime parlano di 350 mila morti (ma non meno di 150 mila) e 1 milione (dico: 1 milione!) di sfollati ad Haiti.

Per capire di che ordine di grandezze stiamo parlando, mille volte il numero di vittime causate del terremoto abruzzese, e oltre dieci volte il numero dei senzatetto. Possiamo inoltre immaginarci la quantità di edifici e reti (strade, acqua, elettricità, comunicazioni) distrutti e la gravità delle condizioni igieniche. Né è secondario, ovviamente, il fatto che Haiti è un Paese del terzo mondo ed è stata colpita al cuore, nella capitale. Da dove potevano arrivare, e potevano essere coordinati i soccorsi, se proprio la capitale è stata distrutta, portando alla paralisi il già fragile governo? Haiti non ha potuto contare su una capitale come Roma a cento chilometri di distanza come retrovia.

Non poteva essere più calzante e meritata, quindi, la replica di Hillary Clinton: «Chiacchiere da bar sport». E' ovvio che tempestività, efficacia, coordinamento dei soccorsi possono essere migliorati. Ma che cosa propone Bertolaso? Di creare l'ennesima agenzia, l'ennesimo ufficio con sede all'Onu che dovrebbe coordinare i soccorsi in catastrofi come queste, nonostante la comprovata inefficienza e gli sprechi di queste strutture? No, io mi terrei l'esercito americano tutta la vita. L'esercito Usa come spina dorsale, fulcro e perno dei soccorsi, poi ben venga tutto il resto.

Monday, January 25, 2010

Nessuna scorciatoia, caro Pd

Scherzi da primarie. Negli States ne sanno qualcosa sia i Democratici che i Repubblicani. E' la democrazia, baby, e non puoi farci niente. Capita infatti che gli elettori capovolgano le scelte e le preferenze dei vertici dei partiti. Spesso anche lì i vertici sostengono il candidato più moderato, capace secondo i loro schemi di attrarre l'elettorato indipendente, mentre la base si entusiasma per quello più radicale. E' capitato anche di recente tra Obama e Hillary Clinton e abbiamo visto come sono andate a finire le "secondarie", come le ha sarcasticamente chiamate D'Alema per sottolineare come Vendola fosse sì in grado di vincere le primarie, ma non di battere poi il centrodestra alle elezioni vere e proprie. Non lo darei per certo, vista la confusione che regna nel campo avversario e alcune scelte discutibili.

L'errore madornale, strategico, culturale di quel "genio" di D'Alema è che pensa di sfondare al centro alleandosi con l'Udc e non cambiando se stesso e il Pd. E' ovvio che la base si ribelli e veda in Vendola un candidato molto più affine e congeniale alla sua identità. C'è chi vede in questa contraddizione «due partiti», ma in realtà è sempre lo stesso. D'Alema pretende che il Pd sia solo l'ennesima evoluzione nominalistica del Pci-Pds-Ds, un partito di sinistra - sia pure non massimalista - che può andare al governo solo se alleato con una forza di centro. L'operazione Pd ha senso invece solo se l'obiettivo è diverso: conquistare lo spazio centrale dell'elettorato cambiando e modernizzando se stesso. Ma per fare questo i vertici dovrebbero innanzitutto investire questo periodo all'opposizione non nella tessitura di un'alleanza con l'Udc, il cui obiettivo è quello di sgretolare il bipolarismo, ma in una battaglia culturale interna al loro partito, mettendo in gioco se stessi.

Insomma, non possono pretendere di incarnare una linea di opposizione antiberlusconiana, di inseguire Di Pietro sul terreno del giustizialismo, di non modernizzarsi sui temi del lavoro e della sicurezza, e poi pretendere che la base accetti di allearsi con l'Udc al posto di Vendola. Nel merito vogliono continuare a fare "la sinistra", poi però quando si tratta di studiare la tattica per arrivare al potere, quindi di «allargare» il centrosinistra, cercano improbabili scorciatoie: allearsi con un partito di centro invece che conquistare loro stessi il centro e l'elettorato indipendente con un nuovo profilo e una nuova proposta politica.

Due parole anche sul Pdl, in cui sembra regnare la confusione. Nel centrosud Berlusconi ha lasciato troppo campo libero. In Puglia la scelta di Palese sembra debole (come quella di Caldoro in Campania). Due regioni in cui la corsa sembrava in discesa e invece ora sembra essersi oltre modo complicata. Per non parlare di una non impossibile impresa della Bonino nel Lazio. Interessante, a proposito, l'articolo di Vittorio Macioce, oggi su il Giornale. Diversamente da Macioce, secondo me Pannella teme molto più la vittoria che la sconfitta della Bonino. «Se i radicali vanno a governare, fosse pure solo una regione, significa che qualcosa nel mondo non funziona. C'è un trucco: o il mondo è cambiato, oppure i radicali non sono più radicali». Vincere significherebbe «cercare di amministrare e governare una regione da radicali, mentre i tuoi alleati, i tuoi soci, continuano a fare le cose come da tradizione, con le clientele e i soldi da distribuire. Quella domanda è lì, come una scommessa o una maledizione: e se il potere finisse per contaminare un partito orgogliosamente diverso? Emma griderà, bestemmierà, e non accetterà di sentirsi sporca. Ma in lei, nel partito, nella sua gente qualcosa sarà cambiato. Per sempre. E per Pannella questa è una morte un po' peggiore».

E' vero che la Bonino si gioca molto della sua statura e del capitale politico dei radicali, ma molto dipenderà anche da come perde. Se di pochi punti, o di una decina. Nel primo caso, sarà colpa di un Pd allo sbando e nessun altro avrebbe comunque potuto far meglio di lei. Nel secondo, vorrà dire che Emma avrà perso tutto il suo charme di donna di governo e delle istituzioni. Al contrario, la Polverini e Fini si giocano tutto, non c'è paracadute, non c'è alibi:
«È l'ora della conta, quella che ti dice quanta carne c'è nel portafoglio di Fini. È valutare il peso della variabile Casini, capire se il suo gioco di percentuali sposta la bilancia a destra o a sinistra. Non è una partita che Gianfranco si gioca da solo. Bene o male con lui c'è il Pdl, c'è la Roma capitale di Alemanno, ci sono i buoni uffici di Letta e l'ombra di San Pietro. C'è tutto il peso dei palazzi di Caltagirone. C'è tutto questo. Ma c'è anche una logica che non fa sconti. Questa volta la sconfitta non si paga in solido. Se davvero sulla ruota del Lazio esce il rosso Bonino c'è un solo uomo a cui toccherà passare alla cassa. Ed è Gianfranco Fini».

Friday, January 22, 2010

Condannato l'accusatore di Amanda Knox

Condannato per abuso d'ufficio il pm Giuliano Mignini, che ha guidato la pubblica accusa nel processo di Perugia contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Un anno e quattro mesi la pena decisa dal Tribunale di Firenze. Della vicenda, che non c'entra nulla col caso Kercher, mi capitò di scrivere qualche tempo fa, se non ricordo male. Mignini è stato ritenuto colpevole di aver condotto indagini illecite - con intercettazioni e apertura di fascicoli - per intimidire alcuni funzionari di polizia e giornalisti che a suo dire stavano intralciando le sue indagini legate al caso del mostro di Firenze, ma in realtà esprimevano solo valutazioni critiche. Inchiesta che seguiva una pista esoterico-satanista, ma che non portò ovviamente a nulla.

Questi i precedenti e i metodi, accertati da un Tribunale, del pm che ha fatto condannare in primo grado l'"assatanata" Knox e Sollecito per l'omicidio di Meredith Kercher. Quel che è certo è che dopo oggi appaiono un po' più fondati i dubbi, sollevati con forza dalla stampa americana, sul modo di procedere dell'accusa contro i due imputati del delitto di Perugia.

Polverini vs Bonino, duello atipico

Non c'è troppo da sorprendersi della campagna di Libero contro la Bonino, come neanche dell'inversione a U del Riformista, con al volante uno spericolato Caldarola che dopo aver definito la candidatura della radicale una «opportunità» e una lieta «novità», oggi invece la attacca duramente prendendo spunto dalla campagna di Libero. E' ovvio che qui i valori che contano non sono quelli etici, ma sono i valori degli Angelucci, editori di entrambi i giornali, ma non ci scandalizziamo. La politica è anche rappresentanza di interessi. Lo sa bene Ruini, sceso in campo per assicurarsi che Pdl e Udc non mettano a repentaglio per beghe tra partiti i preziosi interessi della Chiesa nel Lazio. Piuttosto, come fa notare Filippo Facci, non mi pare un grande scoop. Altro che scheletro nell'armadio (e le tessere false della Polverini?) Tutti sanno che la Bonino si è battuta per la legalizzazione dell'aborto e una foto di oltre trent'anni fa (35!), per quanto cruda, può far rabbrividire ancor di più chi - ma sono pochi - considera l'aborto un omicidio e la Bonino un'«assassina», ma non basta a macchiare la sua immagine di paladina dei diritti civili e di donna di governo seria e competente.

Ma soprattutto, non saprei quanto convenga al centrodestra buttarla sull'aborto, sui diritti civili, sulla contrapposizione della Bonino e dei radicali all'ingerenza del Vaticano. La situazione è complessa, infatti, visto che i profili di entrambe la candidate presentano differenze vistose rispetto all'elettorato di base delle coalizioni che le sostengono. Per molti versi, infatti, la Polverini ha tutte le carte in regola per attrarre molti voti di sinistra. Lei ex sindacalista, nella Roma dei ministeri, amica delle coop ed essendo la sanità pubblica il principale dossier sul tavolo di qualsiasi presidente di regione, in particolare nel Lazio, dove il buco si è approfondito sia con Storace che con Marrazzo. L'elettore di sinistra, magari sindacalizzato, magari dipendente pubblico, o magari radical-chic, non teme la Polverini, nonostante sia del centrodestra, anche perché la associa molto più a Fini che a Berlusconi.

Specularmente, l'incognita della Bonino è molto più la mobilitazione dei voti del Pd e dei partiti di sinistra che non dei cattolici. Incendiare la campagna su temi quali l'aborto, la laicità, la Chiesa, rischia di facilitare questo compito alla Bonino. La maggior parte dei voti cattolici, come dimostra anche un'esemplare inchiesta su Il Foglio di oggi, si spostano molto più su concetti come solidarietà e lavoro che sull'aborto. Il voto dei cattolici, della grandissima parte di essi, non si polarizza sui temi etici (men che meno l'aborto, questione chiusa con la legge 194), ma come il resto dell'elettorato su quelli economico-sociali. Non bisogna farsi ingannare dai politici, "cattolici" e non, cui interessa accreditarsi agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche. Al contrario, l'elettore di sinistra o di estrema sinistra sfiduciato, che per i motivi citati prima non teme la Polverini tanto da precipitarsi a votare la "liberale" Bonino, e che forse dalla caduta di Prodi non va neanche più a votare, potrebbe trovare nuove motivazioni per tornare alle urne da un acceso scontro sulla laicità da cui sulla figura della Polverini si stagliasse il profilo del Vaticano.

Con questo non voglio dire che alla Bonino convenga buttarla sui diritti civili e la laicità. Lei non ha bisogno di parlarne, perché è il suo "brand" d'origine. Se lo facesse, invece, verrebbe fuori quella "diversità radicale" che le alienerebbe sia i voti moderati che quelli di sinistra. Ma non credo che commetterà questo errore. Per raccogliere tutti i voti del Pd dovrà innanzitutto lavorare molto sotto traccia, sulla "pancia" di un partito deluso e confuso. Il no al nucleare può essere un buon tema su cui mettere in difficoltà la sua avversaria e mobilitare energie da sinistra. Ma per vincere dovrà anche presentarsi come una manager ben informata, pragmatica e competente, darsi un tono istituzionale e "bipartisan", evitare faziosità antiberlusconiane alla Franceschini o alla Bersani, per convincere indecisi e liberali del Pdl. E sperare che la Polverini - per il momento ancora meno nota di lei e non inquadrata partiticamente - riveli qualche fragilità e commetta l'errore di spostarsi troppo a destra.

Insomma, ci vuole un miracolo, proprio perché a meno di regali inaspettati, il popolo della sinistra, già sfiduciato, non ha motivi per temere la Polverini. E perché i settori più liberali del centrodestra, che come me mugugnano per la Polverini e l'alleanza con l'Udc, nel Lazio sono una minoranza non significativa e hanno smesso di credere alla favola della Bonino e dei radicali come "liberali".

Emma Bonino è una zelig. La sua metamorfosi ha seguito di pari passo - e, anzi, trainato - quella dei radicali, gli ultimi giapponesi di Romano Prodi. Da una vittoria della Bonino non ci sarebbe dunque da aspettarsi alcuna "rivoluzione liberale". Sarebbe ingenuo pensare che la Bonino sia la stessa del '99, quando alle Europee prese l'8,5%. Alla Polverini fa gioco, per cercare di alienarle i voti più di sinistra, ricordare le sue battaglie antisindacali, contro l'art. 18, il "liberismo", ma la Bonino e i radicali non sono più quelli di allora. Sono bastati due anni al governo con Prodi per trasformarli e ormai sono più a sinistra del Pd.

L'amica delle coop bianche

«Da parte mia c'è una forte attenzione al mondo delle cooperative, che possono dare un contributo importante per quello che sarà il nuovo modello di sanità del Lazio».
Che siano rosse o bianche, sempre coop sono e fanno parte del modello Polverini per gestire la sanità nel Lazio. Oggi a Roma la Polverini ha incontrato i vertici di Confcooperative Lazio, sezione regionale della confederazione che riunisce le coop bianche (56 miliardi di fatturato e 465 mila dipendenti a livello nazionale). Legacoop, che riunisce le coop rosse, ha un peso simile (fatturato 50 miliardi e 414 mila dipendenti) ma una maggiore ramificazione territoriale e più stretti legami con i partiti di sinistra.

Ci vuole ben altro per cambiare marcia con Pechino

Basterà il muso duro con il quale Pechino ha reagito al discorso pronunciato ieri da Hillary Clinton sulla libertà di Internet a ridurre a più miti consigli il segretario di Stato e l'amministrazione Obama? La Cina ha definito «irragionevoli» gli attacchi Usa e chiesto a Washington di «rispettare i fatti e smettere di utilizzare la 'cosiddetta' libertà su Internet per formulare accuse senza fondamento». Ma l'avvertimento sta soprattutto nell'aver definito «dannoso» il discorso di ieri per i rapporti tra i due Paesi. Non credo che la Clinton si aspettasse di passare inosservata, ma non sono nemmeno certo, visto l'approccio adottato da Obama dall'inizio del suo mandato, che gli impegni presi ieri non tornino presto nel cassetto da cui sono venuti.

E' difficile, al di là della sana retorica, che messa volutamente in secondo piano la questione dei diritti umani nei rapporti con Pechino, possa ora rientrare dalla finestra declinata nei termini di una battaglia per il libero accesso al web. Ormai la Cina, forte della sua crescita impetuosa e della crisi che ha indebolito gli Usa, si è fin troppo abituata a non sentirsi accusata, pressata e messa in discussione. Se si vuole davvero invertire questa inerzia "rinunciataria" nei confronti di Pechino ci vorrà ben altro che un discorso. Ci piacerebbe capire, dunque: cosa rappresenta davvero il discorso di ieri? Un ingenuo esercizio di buona coscienza a buon mercato, su un tema "cool" come Internet, o un reale cambio di direzione?

Thursday, January 21, 2010

Bel discorso Hillary, aspettiamo i fatti

Di sicuro, a meno di clamorose marce indietro di cui però non ho notizie, c'è il taglio dei finanziamenti alle organizzazioni per la democrazia e i diritti umani operanti in Egitto e in Iran, tra cui L'Iran Human Rights Documentation Center. E per il momento, come hanno pubblicamente denunciato cinque senatori Usa, il segretario di Stato Clinton non ha ancora speso i 45 milioni di dollari stanziati dal Congresso negli ultimi due anni per aiutare quanti si battono per aggirare la censura su Internet di Paesi come Cina e Iran, né ha tolto le restrizioni imposte dal suo Dipartimento al versamento di questi fondi proprio ai servizi aggira-censura più efficaci, come Tor e Freegate. Vedremo, dunque, quanto concreto sarà l'impegno che Hillary Clinton ha così solennemente annunciato oggi.

Dopo il ruolo svolto da Twitter durante le manifestazioni in Iran, e la recente disputa tra Google e il regime di Pechino, la Clinton si è dunque decisa a intervenire e la lotta contro la censura delle dittature su Internet sarebbe ascesa a livello di priorità della politica estera americana. Tra le iniziative, il supporto finanziario ai gruppi che lottano per la democrazia e lo sviluppo di tecnologie che consentano di aggirare la censura nei regimi autoritari che attuano politiche repressive su Internet.

Il discorso pronunciato oggi è stato abbastanza convincente. «L'accesso libero all'informazione è fondamentale per la democrazia», «principi come la libertà di stampa non sono solo nostri, sono valori universali» e gli Stati Uniti sentono «il dovere di difendere Internet e il potere che la Rete concede», ha detto la Clinton. «Ci sono barriere e muri virtuali che vanno abbattuti, oggi, come un tempo abbiamo abbattuto i muri della repressione, e il muro di Berlino. Blog, video, messaggi, social network, hanno un ruolo fondamentale. Ci sono pericoli... Ma non serve la censura, come hanno fatto Cina, Tunisia, Arabia Saudita, Vietnam o Uzbekistan, per combattere chi usa Internet per scopi malvagi».

Il segretario di Stato ha avvertito «Paesi o individui» che organizzeranno «cyberattacchi» che «dovranno affrontare delle conseguenze e la condanna internazionale». Ha assicurato l'impegno del governo Usa «a promuovere la libertà di Internet». In più modi: «Affiancando organizzazioni private, investendo nella ricerca, nello sviluppo della tecnologia e nelle telecomunicazioni. Dobbiamo migliorare le armi che già abbiamo a disposizione per garantire la sicurezza e consentire il libero accesso a tutti».

In particolare, la Clinton si è rivolta con fermezza alla Cina: «Chiediamo alle autorità cinesi di condurre una puntuale e trasparente indagine sulle cyber-intrusioni». Internet, ha aggiunto, «ha rappresentato una fonte di straordinario progresso in Cina ed è grandioso che così tanta gente possa navigare online. Ma i Paesi che pongono restrizioni all'accesso di informazioni o violano i diritti basilari degli utenti di Internet rischiano di essere tagliati fuori dal progresso». Un appello anche alle società d'informatica americane che operano all'estero, le quali dovrebbero rifiutarsi di sostenere o tollerare la censura: «Spero che il rifiuto di supportare la censura di stampo politico possa diventare un tratto distintivo delle compagnie d'informatica e di tecnologia americane. Dovrebbe diventare parte del nostro brand nazionale». Peccato che il "brand" della libertà non sia in questo momento così attraente come il "brand" del "verde", dell'ecologico.

Il libero accesso a Internet, dunque, tra i diritti umani fondamentali. Benissimo, ma se poi i diritti umani restano troppo dietro le scene nei rapporti con le dittature?

Wednesday, January 20, 2010

Obama anno I, risultati zero

Un anno fa il presidente Obama entrava ufficialmente in carica ed il destino ha voluto che lo scoccare di un anno esatto di presidenza coincidesse con l'elezione di un repubblicano, Scott Brown, al seggio senatoriale lasciato libero dalla morte di Ted Kennedy. Una vittoria dal forte valore simbolico ma anche politico. Simbolico perché quel seggio era stato di Ted Kennedy per 47 anni ininterrotti dal 1962 (e della famiglia Kennedy per 57 anni, dal 1952), e perché il Massachusetts è uno degli stati più di sinistra d'America. L'ultima volta che ha eletto un repubblicano al Senato è stato nel 1972. Politico, perché con l'elezione di Brown ora i repubblicani possono contare su 41 seggi al Senato e quindi ai democratici sfugge quella maggioranza di 60 senatori che per effetto dei regolamenti mette al riparo dall'ostruzionismo dell'opposizione.

Ma a parte l'incauta apparizione di Obama a Boston due giorni prima del voto per sostenere la candidata sconfitta, si tratta del più classico dei campanelli d'allarme per il presidente e il suo partito. Perdere inaspettatamente in uno dei propri feudi più inespugnabili è un segnale inequivocabile a meno di un anno dalle elezioni di medio termine. Ancor di più se si considera che Brown ha focalizzato la sua campagna sulla promessa di essere proprio quel 41esimo senatore che può opporsi alla "ObamaCare". E il paradosso è che in Massachusetts vige un prototipo della riforma Obama approvato nel 2006. I primi in America ad avere avuto quel tipo di sistema sanitario sono stati anche i primi a pronunciarsi contro la sua estensione a livello nazionale.

E' crisi per Obama? Troppo presto per dirlo ma certamente la fiducia che gli americani hanno concesso a Obama, principalmente per la forte promessa di cambiamento e per i tratti altamente simbolici ed evocativi nella sua carta d'identità, non sono disposti a concederla al suo partito, che rischia a novembre prossimo di andare incontro ad una sonora sconfitta. E' comunque tempo di bilanci per Obama ad un anno dal suo ingresso alla Casa Bianca. Sul fronte interno l'impressione è che la crisi stia facendo il suo corso e che il suo interventismo finora abbia prodotto solo nuove spese e ulteriore deficit. Sulla riforma sanitaria va in scena il solito psicodramma degli americani. Il sogno di un sistema sanitario universale esercita una grande attrazione ben oltre i confini di consenso del partito democratico. Per questo prima delle elezioni presidenziali sembra sempre che quasi tutti gli americani vogliano una riforma sanitaria che garantisca loro una copertura universale; quando si accorgono, dopo le elezioni, quanto costa, e come procede il Congresso, quella maggioranza nel Paese si rompe.

Per quanto riguarda la politica estera, l'unica decisione giusta che ha preso è quella di mandare nuove truppe in Afghanistan e di avallare la strategia di contro-insurrezione del generale McChrystal. Solo che ci ha messo quasi quattro mesi di troppo. Come prevedibile, l'apertura all'Iran non sta funzionando e l'ultimatum implicito del 31 dicembre è trascorso da 20 giorni senza cambiamenti sensibili nell'approccio Usa. Il dibattito su nuove sanzioni con interlocutori difficili come Mosca e Pechino non ci pare nemmeno partito. La porta è ancora aperta, la mano è ancora tesa, al prezzo del mancato appoggio al movimento di opposizione iraniano e con grande rischio di indebolire la credibilità della deterrenza Usa agli occhi degli iraniani.

A prescindere dai diritti umani, che da anni nei rapporti con la Cina sono stati messi in secondo piano, al di là della pur importante retorica ufficiale, l'impressione è che l'amministrazione Obama stia sopravvalutando Pechino (equivocandone intenzioni e obiettivi di lungo termine) come secondo pilastro di una governance globale il cui vertice sia ristretto a due sole superpotenze, e mettendo troppo presto da parte i suoi alleati europei e nel sudest asiatico. Ricordiamo inoltre la sbandata iniziale, poi parzialmente corretta, sulla crisi in Honduras, ma a parte questo non ci pare che gli Stati Uniti abbiano recuperato il terreno perso in America Latina e in Africa. Se l'ondata rossa e antiamericana nel "cortile davanti casa" sembra essersi arrestata lo devono a Micheletti e a Pinera in Cile. In generale, si può dire che tutte le aperture e disponibilità di Obama ad avversari o a nemici dichiarati dell'America non abbiano finora prodotto risultati di rilievo.

Un anno è troppo poco? Può darsi. Siamo qui. Ma se le difficoltà e le ostilità con le quali gli Usa si sono scontrati negli ultimi anni in più parti del mondo non fossero dipese da un loro atteggiamento troppo aggressivo e "imperialistico", e al contrario questo si fosse reso necessario per rispondere alle sfide?

Tuesday, January 19, 2010

Contro Vendola l'ultima arma rimasta: quella giudiziaria

Nel giorno della commemorazione ufficiale di Craxi nel decimo anniversario della morte, le lancette della giustizia ad orologeria italiana non sembrano essersi fermate. Non può che destare sospetti, infatti, la tempistica della presunta iscrizione nel registro degli indagati di Nichi Vendola, a soli cinque giorni dallo svolgimento delle primarie del centrosinistra in Puglia, fortemente volute proprio dal governatore uscente, anzi quasi imposte ai vertici del Pd. In tutti i modi infatti Vendola ha messo i bastoni tra le ruote del Pd, i cui vertici avrebbero preferito saltare il passaggio elettorale candidando direttamente Boccia, sostenuto da una coalizione nuova di zecca con dentro l'Udc.

Vendola è l'ultimo ostacolo all'avvio, almeno in Puglia, di quell'esperimento da tempo nei piani di D'Alema (e quindi di Bersani): un centro-sinistra col trattino fondato sul Pd come pilastro di sinistra e sul partito di Casini come pilastro di centro. La Puglia dovrebbe essere il "laboratorio" di questa nuova alleanza, ma per partire Casini ha imposto al Pd di scaricare Vendola e la sinistra, che però non si sono fatti da parte e hanno strappato le primarie per rientrare in gioco.

E puntuale arriva l'iniziativa dei magistrati. Che l'iscrizione di Vendola tra gli indagati si riveli o meno fondata, la soffiata giornalistica costringerà comunque Vendola a correre con l'handicap alle primarie. Ancora una volta - un puro caso? - l'ultima arma nei confronti di qualcuno che si è messo di traverso rispetto ai progetti del Pd si rivela essere quella giudiziaria.

Ma il caso Vendola mi dà modo di tornare anche su un altro aspetto. Il governatore della Puglia sarebbe accusato di aver favorito la nomina come primario di Neurologia in un ospedale barese di un certo professor Logroscino, che tra l'altro secondo Vendola sarebbe uno «scienziato di fama mondiale, associato all'Università di Harvard». Ora, fermo restando che da liberale e libertario non approvo certo il nostro modello di sanità pubblica, riconosco tuttavia che se scegliamo che sia pubblica, è la politica che deve farsene carico.

Se la sanità è pubblica, chi se non la politica se ne dovrebbe occupare per conto dei cittadini? E se la sua gestione è affidata alle regioni, chi se non i governatori democraticamente eletti sarebbe legittimato ad assumersi la responsabilità delle nomine e del suo funzionamento? Sono loro, i governatori, che ne rispondono politicamente di fronte ai cittadini, a loro dunque spettano le scelte. L'influenza dei partiti nel campo della sanità è una conseguenza logica e inevitabile della scelta a favore di un sistema sanitario statale. Se fossi governatore, sceglierei io personalmente, sebbene dietro attenta valutazione, tutti i primari e i direttori delle Asl. Il criterio della scelta è un fatto politico e non giudiziario.

Università di massa, illusione di massa

Luca Ricolfi, su La Stampa di oggi, rende giustizia alla provocazione del ministro Brunetta, che tanti hanno preso sul serio, o hanno fatto finta di prendere sul serio, intravedendo una convenienza politica nel posizionarsi contro Brunetta. Ma il fenomeno tutto italiano dei figli che rimangono a casa con i genitori fino ad oltre i trent'anni è preoccupante e meriterebbe un dibattito più serio per individuarne le cause. Quello indicato da Ricolfi non è l'unico motivo, ma senz'altro ha un fondamento:
«... il guaio dei giovani italiani non è solo l'attaccamento a mamma e papà, la preferenza per i comodi della vita familiare, il deficit di responsabilità individuale, ma il fatto che la loro preparazione media è così bassa da impedire loro l'accesso a posti di lavoro di qualità. Detto più brutalmente, siamo noi che li stiamo ingannando, è la finta istruzione che forniamo loro a renderli così deboli. Quel che è successo è che da molti anni la scuola e l'università italiane non solo rilasciano pochi diplomi e poche lauree, ma rilasciano titoli formali più alti del livello di istruzione effettivamente raggiunto. La conseguenza è che abbiamo un esercito di giovani che, per il fatto di avere un titolo di studio relativamente elevato (diploma o laurea), aspirano a un posto di lavoro di qualità, ma per il fatto di essere più ignoranti del giusto difficilmente riescono a trovare quello che cercano. Un sistema di istruzione ipocritamente generoso illude i giovani e ne innalza il livello di aspirazione, un mercato del lavoro spietato li riporta alla realtà...»

Friday, January 15, 2010

Il caso Mannino e l'importanza dell'inappellabilità delle sentenze di assoluzione

Da il Velino

La vicenda processuale dell'ex ministro democristiano Calogero Mannino si è definitivamente chiusa oggi, quando i giudici della IV sezione penale della Corte di Cassazione hanno dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale di Palermo, confermando quindi l'assoluzione dell'imputato decisa dalla seconda sezione penale della Corte d'appello di Palermo il 22 ottobre del 2008. Quello in cui è rimasto coinvolto Mannino è un caso esemplare di malagiustizia, da cui emerge chiaramente quanto peso abbia l'appellabilità delle sentenze di assoluzione da parte della pubblica accusa nel determinare una durata eccessiva dei processi in Italia. A ciò si aggiunga l'uso disinvolto che spesso di tale facoltà fanno le procure, in questo caso quella di Palermo, che ha prolungato fino alla durata record di 16 anni (oltre all'anno di indagini) la vicenda processuale di un imputato che era stato assolto dopo un processo durato 5 anni e mezzo...

Il processo di primo grado si aprì il 28 novembre del 1995 e si chiuse, con una sentenza di assoluzione, il 5 luglio del 2001. Se non fosse stato possibile per la pubblica accusa impugnare quella sentenza, oltre a risparmiare ingenti risorse lo Stato italiano avrebbe risparmiato a Mannino oltre 8 anni di calvario giudiziario inutile, dal momento che oggi la Cassazione ha confermato la sua assoluzione.
LEGGI TUTTO

Speciale inappellabilità (per il Velino).

Thursday, January 14, 2010

Le risposte un po' omertose della Polverini

Renata Polverini prosegue con le sue risposte reticenti e omertose a chi le chiede delle tessere gonfiate dell'Ugl, sindacato di cui era segretario generale fino a ieri. Ecco cosa risponde oggi a il Riformista:
«Questo Paese ha una regola che vale per tutte le organizzazioni sindacali. La mia ha presentato, come la norma impone, i suoi iscritti al ministero del Lavoro. Non mi pare che gli altri abbiano sistemi di misurazione diversi».
Quando la giornalista le fa notare che «l'obiezione è un'altra», che gli iscritti dichiarati nel settore pubblico sono verificabili e non corrispondono a quelli che risultano all'Inps e all'Aran, cerca di nuovo di spostare il punto:
«Vorrei invitare qualcuno ad andare a prendere i dati della Cisnal prima, e dell'Ugl dopo, senza limitarsi ai miei quattro anni da segretario generale».
Quindi, ci sta dicendo che baravano pure i segretari precedenti?
«Inoltre, vorrei invitare chi mi attacca a citare anche i dati che premiano l'Ugl, nei posti in cui si è votato. Vorrei ricordare che nel fondo dei metalmeccanici abbiamo raccolto il 24.6% dei voti e in quello dei chimici il 17.5%».
Ma queste sono le percentuali dei voti tra coloro che sono andati a votare. Ben diverso il numero di iscritti sul totale dei lavoratori.
«La verità è che bisogna parlare di cose che si conoscono. E, a prescindere, io ho sempre sostenuto che bisogna normare la rappresentanza».
Dunque, quell'«a prescindere» suona come un'ammissione delle irregolarità. «A prescindere» da qualsiasi considerazione, il suo alibi è aver sempre sostenuto che bisogna «normare la rappresentanza», cioè cambiare sistema per impedire trucchi.

La Polverini però tiene a farci sapere che trova di «pessimo gusto, per attaccare me, attaccare un'organizzazione che ha 60 anni. Nessuno - aggiunge - può negare che l'Ugl è cresciuta in questi anni». E ti credo... «e si è seduta a tavoli dove tradizionalmente alcuni sindacati sono andati avanti per anni con diritto di veto su altre organizzazioni. Non capisco perché tutti gli altri numeri sarebbero veri e i nostri no».

Probabilmente tutti i numeri sono falsi, ma ciò non rende veri quelli dell'Ugl. Me l'aspettavo che in qualche modo la sua linea difensiva fosse: così fan tutti. Ma vede, cara Polverini, vada a spiegarlo agli elettori del centrodestra, agli occhi dei quali non credo sia un titolo di merito vantare le stesse pratiche della Cgil. Il problema è che la Polverini ha costruito la sua immagine pubblica su quelle tessere fasulle. Grazie ad esse, e al suo sponsor Gianfranco Fini, ha potuto frequentare i salotti televisivi, facendosi così conoscere al grande pubblico e acquisendo il preziosissimo status di personaggio politico.

Ma cosa rimane dell'immagine della donna seria e competente, che viene dalla società civile, e che in qualche modo pretende di rappresentare una politica nuova e non partitocratica, se viene fuori che tutto è partito da falsi iscritti? Succede che appare finalmente per quella che è: una degna rappresentante della sindacatocrazia italiana, con annesse tutte le consuetudini di malgoverno e cattiva gestione della cosa pubblica di cui nel nostro Paese i sindacati sono responsabili.

Candidando la Polverini, e ora annunciando che di abbassare le tasse non se ne parla, il Pdl sembra essersi pericolosamente scordato che il "popolo della libertà" non è quello delle tessere sindacali (fasulle) ma quello delle partite Iva. Non quello dei ceti parassitari ma dei ceti produttivi, imprese e lavoratori massacrati di tasse.

Tuesday, January 12, 2010

No, la Polverini no. Perché una sconfitta sarebbe salutare per il Pdl

Ecco cosa sanno esprimere Fini e Casini quando Berlusconi lascia loro campo libero per ricostituire, sia pure in una regione (il Lazio) quell'"asse" che in misura fondamentale contribuì allo sperpero della legislatura trascorsa al governo tra il 2001 e il 2006: Renata Polverini. Chi legge questo blog sa quanto mi divide da una candidata come la Polverini e per questo mi auguro che l'esperimento del Pdl laziale subisca un clamoroso rovescio. Non potrebbe che far bene al Pdl vedere sconfitto contro ogni pronostico quello che qualche imprudente, o coraggioso (a seconda dei punti di vista), già definisce "modello Polverini". Forse è proponibile solo nel Lazio (e nella Roma dei ministeri) una candidatura simile, e nel Pdl ne sono consapevoli, ma sarebbe comunque salutare una sconfitta che allontanasse ogni tentazione di abbandonarsi a quel coacervo di ceti parassitari e burocratico-corporativi che la Polverini rappresenta e che dagli elettori del Nord verrebbe subito sanzionato. Non può essere lei la "sintesi" del nuovo Pdl.

Sindacatocrazia, burocrazia, pubblico impiego, assistenzialismo, sono i segni particolari nella carta d'identità della socialista e noglobal Polverini, che piace ai social forum ma anche agli immobiliaristi parenti o amici di Casini. E se qualcuno pensava che la sua Ugl fosse diversa dagli altri sindacati, solo perché vicina ad An, be' si sbagliava. Come hanno di recente riportato Europa, Libero, ma anche il Giornale, sotto la guida della Polverini l'Ugl ha dichiarato 558mila pensionati iscritti, mentre ne risultano solo 66mila. Idem per i ministeriali: di contro ai 171mila conclamati, ce ne sono soltanto 44mila. Cifre gonfiate per ottenere più posti nei comitati di vigilanza degli enti previdenziali (Inps, Inpdap e compagnia bella). E che hanno consentito alla Polverini di far diventare l'Ugl il quarto sindacato italiano e - aspetto non secondario - di acquisire quella visibilità personale che l'ha aiutata a ottenere la candidatura alla presidenza del Lazio.

Numeri che fanno della Polverini la degna rappresentante della sindacatocrazia italiana, che vive dell'inattuazione degli articoli 39 e 40 della Costituzione e di prebende statali assegnate in base a cifre di iscritti che nessuno controlla. Esattemente tutto ciò contro cui la maggioranza degli elettori di centrodestra ha sempre votato. Numeri e circostanze, tra l'altro, non smentiti dalla diretta interessata, che si è rifiutata di dare spiegazioni adducendo motivazioni risibili:

«Non voglio che il sindacato sia coinvolto nella mia campagna elettorale, anche perché dovrei dire cose che non posso rivelare, nell'interesse dei lavoratori italiani. Quindi non intendo rispondere a queste domande, perché non è giusto nei confronti dell'Ugl e dell'onestà di questo sindacato».
Nell'interesse dei cittadini che dovrebbero votarla, la Polverini dovrebbe dirci se ha imbrogliato o meno sul numero di iscritti al suo sindacato. E se sì, farsi da parte. Non osiamo immaginare, se dovesse diventare governatrice del Lazio, quali dirigenti farebbero carriera nelle asl e negli altri enti pubblici controllati dalla regione.

Sarà difficile, però, vedere il miracolo, perché dall'altra parte abbiamo un Pd ridotto ormai ad uno straccio bagnato, che per disperazione - sondaggi alla mano che annunciano una sconfitta certa - appoggerà Emma Bonino, non riuscendo a trovare tra le sue file nemmeno un volenteroso - nonostante abbia governato Roma per non so quanti mandati consecutivi e a lungo anche la regione - disposto a mettersi in gioco contro un'avversaria che appare tutt'altro che solida.

Per quanto riguarda i radicali, sono ormai stabilmente a sinistra del Pd su tutti i temi, non solo sulle libertà civili, ma anche sull'economia, per non parlare della politica estera e del nucleare. Vedremo dalla campagna elettorale se la Bonino meriterà il nostro endorsement. Per il momento, dico solo che nel Lazio al Pdl serve una sconfitta che indichi la rotta.

La fine del flip-flopping italiano sull'Iran?

Prediche dall'Egitto su diritti umani, tolleranza religiosa e condizioni di detenzione proprio non sono tollerabili. Evidente il tentativo del Cairo di strumentalizzare gli scontri di Rosarno per accreditare la versione distorta e di comodo di un Occidente razzista nei confronti dei musulmani. Non ci avrei scommesso, ma per fortuna pare che cuor di leone Frattini abbia replicato per le rime. Ha spiegato che l'Egitto con gli incidenti a Rosarno non c'entra nulla, ma soprattutto ha avvertito che «nessuno può accusarci di razzismo», aggiungendo anzi che considera «dovere» dell'Italia e suo personale «chiedere che i cristiani nel mondo siano protetti e che abbiano il diritto non solo a non essere perseguitati, ma a professare la loro religione».

Sempre oggi, in un intervento su Il Foglio, il ministro degli Esteri ha aggiustato il tiro delle sue recenti dichiarazioni sull'Iran. Ha premesso che «un Iran nucleare è per noi un'ipotesi inaccettabile». Ha ammesso che finora l'Iran non ha risposto all'apertura di Obama come auspicato, ma che «la politica della mano tesa» ha prodotto «almeno due risultati». Effettivamente sì, si nota un'apparente maggiore coesione della comunità internazionale (soprattutto perché la Russia sembra più possibilista riguardo l'ipotesi di nuove sanzioni), mentre ciò che accade in queste settimane nelle strade e nelle piazze iraniane e ciò che si muove nella società civile non è certo imputabile all'apertura di Obama e alla disponibilità al dialogo dell'Occidente, come pretende il ministro.

Frattini però ha ribadito che «tutte le opzioni sono possibili e restano sul tavolo, a partire dalle sanzioni economiche». Riguardo l'opzione militare, dice che «non si tratta di escluderla a priori – non ho mai detto questo – ma di riconoscerne razionalmente gli ovvi pericoli e le controindicazioni». Eppure, in una recente intervista al Corriere della Sera aveva affermato «potremmo accettare ogni cosa meno un'azione armata contro l'Iran», il che suona come un'esclusione a priori. Comunque, il ministro ha chiarito che «nel caso di impossibilità a raggiungere un accordo in Consiglio di sicurezza dell'Onu», il governo italiano sarebbe «pronto a considerare l'ipotesi di sanzioni adottate da un gruppo più ristretto di paesi, i cosiddetti "like-minded", di cui l'Italia è parte».

Una disponibilità nient'affatto scontata, considerando la politica oscillante dell'Italia nei confronti dell'Iran. L'Italia è tra i principali partner economici, ma Frattini ha assicurato che «la sicurezza fisica e la responsabilità di fronte ai nostri alleati e al mondo intero vengono prima di ogni altra considerazione». L'Iran, ha concluso, «potrà affermare il ruolo regionale a cui legittimamente aspira soltanto guadagnandosi il rispetto dei propri vicini, della comunità internazionale e dei propri cittadini». Vedremo se questo intervento di Frattini su Il Foglio segnerà la fine al flip-flopping in cui, più o meno intenzionalmente, l'Italia ha ecceduto in questi mesi sull'Iran.

Un problema di cultura giuridica

Condivisibile al 100% l'editoriale di Roberto Perotti, oggi sul Sole 24 Ore, sia laddove ricorda che rispetto agli altri Paesi europei la giustizia italiana «non è sottofinanziata», sia laddove porta un attacco al cuore della cultura giuridica italiana, individuando in essa le «due cause profonde e nascoste della lentezza della giustizia»: la visione distorta dell'appellabilità delle sentenze come migliore garanzia contro la condanna di innocenti e l'impunibilità dei colpevoli; e la formazione delle prove nel processo penale - e non prima, come avviene invece nei Paesi di "common law" - coerente con la funzione idealistica di "accertamento della verità" che si attribuisce al processo qui da noi.

Tuttavia, sull'obbligatorietà dell'azione penale una considerazione in più andrebbe fatta, sulla quale invece Perotti sorvola. Se è vero infatti che abolire l'obbligatorietà dell'azione penale probabilmente non avrebbe alcun effetto di per sé sulla durata dei processi, il fatto che l'azione penale, come giustamente osserva Perotti, «è già di fatto discrezionale», pone un problema di altra natura, ma che andrebbe affrontato e risolto. Se l'azione penale già non è più obbligatoria, ma è di fatto discrezionale, vuol dire che ogni giorno nelle procure si persegue una qualche politica giudiziaria. Chi sono i soggetti di questa politica giudiziaria? I singoli magistrati? Il procuratore capo? O tutti i procuratori collegialmente? E in base a quale legittimità agiscono? Non è un problema di poco conto. Per questo occorre a mio avviso abolire l'ipocrisia dell'obbligatorietà dell'azione penale e individuare nuovi limiti e responsabilità nell'esercizio dell'azione penale.

Modello Rosarno, Calabria. Modello Sud, Italia

Mentre i cittadini di Rosarno scendono in piazza per contrastare "l'immagine di una città xenofoba, mafiosa e razzista veicolata dai mass media nazionali e da qualche esponente della politica e dell'associazionismo a livello regionale e nazionale", il formidabile reportage di Giuseppe Salvaggiulo, per La Stampa, fa chiarezza come neanche una commissione d'inchiesta avrebbe potuto sui veri motivi alla base degli scontri dei giorni scorsi tra immigrati africani e residenti. In testa al corteo di ieri pomeriggio uno striscione piangeva: "Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai mass media, 20 anni di convivenza non sono razzismo". Abbandonati, ma anche assistiti, come documenta Salvaggiulo raccontando il «miracolo» delle «arance di carta».

«Le arance si moltiplicavano, ma solo sulle fatture, per gonfiare i rimborsi» europei. Un business che «ingolosiva politica e cosche». «Grazie alle "arance di carta" come qui le chiamano - scrive Salvaggiulo - prosperavano anche tanti magazzini e industrie di trasformazione, che davano lavoro a 1.000-1.500 rosarnesi. Altri 2.000-2.500 campavano con un diverso stratagemma. L'Inps garantisce un sussidio ai braccianti disoccupati, purché abbiano lavorato almeno 102 giorni nell'ultimo biennio. In caso di calamità, bastano solo 5 giorni. Dieci anni fa, c'erano tremila rosarnesi iscritti come braccianti disoccupati. In un terzo dei casi le assunzioni erano fittizie e servivano a riscuotere gli assegni statali: bastava un'autocertificazione e ogni anno piovevano 8 milioni di euro divisi in 2.500 persone, circa 3 mila euro a testa. Anche in questo caso - spiega il corrispondente de La Stampa - il sistema si reggeva su una truffa. I contributi previdenziali non venivano versati, i finti braccianti facevano un altro lavoro e in campagna ci andavano gli immigrati, che costano la metà. Arance di carta e sussidi europei, lavoro di carta e assegni Inps, tremila pensionati e mille impiegati pubblici: così si sosteneva l'economia di Rosarno».

Un sistema che tuttavia negli ultimi anni ha ceduto. «La stretta dell'Inps ha ridotto i braccianti disoccupati a 1.200 e i relativi assegni da 8 a 2 milioni l'anno. E l'escalation delle truffe sui contributi ai produttori ha messo in allarme l'Ue». Prima gli arresti e poi sono cambiate le regole europee: «Oggi i rimborsi arrivano a forfait: 1.500 euro a ettaro a prescindere dalla produzione». Sparite le «arance di carta», crollati il prezzo di vendita e gli incassi, oggi i contadini lasciano le arance sugli alberi e Rosarno, «che fino a due anni fa aveva bisogno nei campi di 1.800 immigrati clandestini, oggi ne richiede solo alcune centinaia».

Ma siccome «bulgari e romeni, cittadini europei, sono più appetibili degli africani», «i mille neri degli accampamenti sono rimasti senza lavoro». Ecco perché la tensione è esplosa. Ed ecco perché - se lo chiedeva ieri Ferrara, in realtà conoscendo bene la risposta - queste cose accadono in Calabria e «non nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista». Solo dopo che è scoppiato il casino e sono finiti in tv e sui giornali - e non prima - i cittadini onesti di Rosarno si ribellano. Più onorevole la scelta dei loro concittadini che si sono ribellati a tutto questo fuggendo al Nord o all'estero.

Monday, January 11, 2010

Perché a Rosarno e non a Treviso

Perfetto l'editoriale di oggi di Giuliano Ferrara, su Il Foglio, sui vergognosi fatti di Rosarno: «Meno stato più capitalismo, ecco la cura per le infinite miserie del sud».
Mi volete spiegare come mai nell'eterno sud populista, lassista, familista, pauperista succede quello che succede, guerriglia civile, ferocia scatenata, rivolta e controrivolta, infine deportazione forzata dei neri raccoglitori di agrumi da un inferno all'altro? Mentre nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista, e in particolare a Treviso dove non comandano i progressisti che hanno letto Giustino Fortunato ma i reazionari che parlano come l'ex sindaco Gentilini; come mai dunque a Treviso decine di migliaia di immigrati sono via via integrati nel sistema dell'economia di mercato, nella società civile dove non ci sono Libera e i don Ciotti e i volontari benemeriti di ogni sorta di assistenza, ma fabbrichette, capannoni, consumatori, esportatori e altra vil razza dannata del capitalismo dei distretti industriali?
(...)
Non è l'assenza caritatevole dello stato il responsabile del degrado di Rosarno e della sua appendice naturale di violenza, ma la presenza dello stato, invece, nella forma truffaldina dell'assistenza che diventa il brodo di coltura e il bottino della 'ndrangheta, il grande alibi per la generale assenza di libertà e di responsabilità. Solo una ondata distruttiva e creatrice di capitalismo, con i suoi costi e ricavi, può rimettere a posto la società meridionale, che divide con gli ultimi della terra la propria infinita miseria e di tanto in tanto deve subire il dramma della loro rivolta.

Sono 15 anni che aspettiamo. Bene l'annuncio, ma ora i fatti

E' vero che gli anni in cui Berlusconi è stato al governo sono lastricati di promesse non mantenute, soprattutto in tema di riduzione delle tasse, e quindi è saggio non illudersi troppo. L'annuncio di oggi potrebbe essere volto a galvanizzare l'elettorato di centrodestra in vista delle regionali, quindi aspettiamo di vedere che fine faranno le buone intenzioni dopo il voto di marzo. Detto questo, però, fa ben sperare che il premier abbia voluto inaugurare l'anno nuovo e la sua ripresa delle attività dopo l'aggressione di Piazza Duomo rilanciando proprio la riforma fiscale, e ripescando la proposta originaria del '94 e 2001, che molta parte ebbe nei successi elettorali di quegli anni.

«Il punto di partenza è il progetto del 1994, con due aliquote irpef: una al 23% e una al 33%. Con il ministro dell'Economia stiamo studiando tutte le possibilità per arrivare alla fine a questo sistema», ha spiegato il premier a la Repubblica, e oggi ha ribadito che è possibile avviare la riforma già nel 2010. E' sempre meglio che Berlusconi abbia parlato di tasse piuttosto che non lo avesse fatto. E che un tema che sembrava scomparso dall'agenda di governo, sacrificato al "realismo" socialconservatore di Tremonti, sia invece tornato di attualità.

Sui propositi del Cav., come ha osservato Carlo Stagnaro su Libero, pesa però «l'incognita» Giulio Tremonti. Suo il libro bianco del '94, in cui teorizzava le due aliquote, il federalismo fiscale e lo spostamento della tassazione sui consumi; suo il tentativo di portare a due gli scaglioni dell'imposta sul reddito personale, 23 e 33 per cento, con la legge 80 del 2003, bloccato sappiamo da chi. Ma il Tremonti di oggi crede ancora in quelle cose? E' lecito dubitarne, alla luce di un suo percorso politico-culturale che lo ha portato su posizioni sempre più dirigiste e socialconservatrici, e di una politica economica di cui apprezziamo il prezioso rigore ma che rischia di penalizzare la crescita a causa di un eccessivo immobilismo.

Dunque, sulla strada per la rivoluzione fiscale c'è «l'incognita» Tremonti, ma ci sono anche il solito insidioso confronto con le «parti sociali», la retorica pauperista per cui bisognerebbe partire dai redditi più bassi (rendendo inefficace il taglio sia sul lato della crescita che su quello del gettito), e il partito dei "quozientisti" (ex An e Udc), che vorrebbero anteporre - o piuttosto sostituire - il quoziente familiare alla riduzione delle aliquote. Chi sarà questa volta a dissuadere Berlusconi, o ad annacquare la riforma?

Lo ripetiamo da sempre su questo blog. E' necessario liberarci di una visione redistributiva del fisco. Attraverso le tasse si pretende di realizzare la giustizia sociale, trasferendo i soldi dai ricchi ai poveri. Peccato che il tramite sia lo Stato e che il meccanismo - ammesso che sia in ogni caso giustificabile il fine - si inceppa. Un equilibrato ed equo sistema tributario invece può sollevare lo status sociale di poveri e meno ricchi stimolando la crescita economica.

Un taglio e una semplificazione consistenti delle aliquote, e soprattutto certo, si ripaga da sé nel medio-lungo periodo. Tuttavia, nel breve periodo l'Italia non può permettersi di mettere a repentaglio i conti pubblici e, quindi, come abbiamo già detto più volte, ad accompagnare la riforma fiscale servirebbe un calo strutturale della spesa pubblica oltre che una maggiore tassazione sui consumi. Il Pd è contrario alla riforma delle due aliquote e questo ci ricorda perché siamo costretti ancora una volta a sperare nelle promesse, spesso non mantenute, di Berlusconi. Dall'altra parte non ci sono neanche quelle, ma chi si vanta (Bersani) di aver saputo varare finanziarie da 40 miliardi di «soldi freschi», i nostri.

UPDATE ore 18,48
Neanche sul fisco Gianfranco Fini perde occasione per punzecchiare Berlusconi: ricordando che la riduzione delle tasse dev'essere «più incisiva per chi ha redditi medio-bassi e bassi». E avvertendo che se non è ben chiaro quali sono le «coperture», allora si fa solo «propaganda». Proprio quel genere di argomenti con i quali già una volta, nel 2003, ha affossato le due aliquote.
UPDATE ore 19,23
«Prima il quoziente familiare, poi le aliquote». Eccolo, ci mancava, il portabandiera dell'altro argomento affossatore delle due aliquote, Pier Ferdinando Casini, leader del partito trasversale dei "quozientisti".

Tuesday, January 05, 2010

Obama tiri fuori il "piano B"... se ce l'ha

Anno nuovo, vecchi tentennamenti alla Casa Bianca di Obama. Il fallito attentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit, le minacce crescenti che giungono dallo Yemen, il panico di ieri a Newark, richiedono che il presidente mostri il suo volto più duro all'opinione pubblica, ricorrendo a una misura controversa come il "racial profiling", che neanche Bush aveva osato adottare. Ma questo genera la collera dei progressisti e delle associazioni per le libertà civili, senza placare l'opposizione dei repubblicani, che accusano l'amministrazione di debolezza. Tuttavia, è sull'Iran che il presidente dovrà far vedere al più presto di che pasta è fatto.

Come molti tra i più autorevoli analisti avevano previsto l'estate scorsa - e non avevo mancato di segnalarlo - nella Repubblica islamica si è messo in moto un processo di cui forse non è possibile anticipare gli esiti, ma che certamente non si concluderà con il mero ritorno allo status quo ante. La Repubblica islamica non è, e non sarà più la stessa, ha cambiato natura. E qualcosa si è rotto al suo interno.

Nonostante le successive ondate di sanguinose repressioni e di arresti, il movimento di protesta di giugno non si è spento. Anzi, di settimana in settimana è cresciuto e si è trasformato. E' diventato un vero e proprio movimento di opposizione temuto dal regime. Nel quale, come sempre accade in queste situazioni, convivono diverse anime e personaggi, ciascuno dei quali gioca - o crede di giocare - la sua partita, mentre è più probabile che nessuno degli attori sia in grado di influenzare più di tanto gli eventi. Che l'esito di quanto sta accadendo in Iran sia o meno una rivoluzione democratica è impossibile prevederlo, ma certo sembrano essercene le condizioni, al di là delle intenzioni dei singoli protagonisti.

Dalla «rabbia per un'elezione rubata» a una «rivolta contro il sistema iraniano di governo islamico», ha osservato qualche giorno fa Con Coughlin sul Wall Street Journal. E nonostante la brutale repressione, «il movimento di opposizione è cresciuto sostanzialmente dai disordini del giugno scorso». Sei mesi fa, nelle strade, gli iraniani gridavano "Dov'è il mio voto?!". Da lì è partita la "Rivoluzione verde". Ma ora, secondo Coughlin, «i manifestanti non cercano più solamente elezioni democratiche, vogliono il regime change». I loro slogan sono: "Khamenei è un assassino"; "Né Gaza, né Libano, offro la mia vita solo per l'Iran" e "Independenza, Libertà e Repubblica iraniana". «In altre parole, chiedono di fermare il sostegno dell'Iran ai terroristi in Palestina, Libano e in Iraq; la separazione tra stato e religione; e considerano Khamenei il nemico pubblico numero uno».

I manifestanti ora chiedono una «Repubblica iraniana, non islamica!», notava il mese scorso anche un attento osservatore come Amir Taheri. E i presunti "leader" di questa rivoluzione? Rafsanjani rimane nell'ombra, ma è significativo che non voglia in alcun modo farsi vedere vicino o "riconciliato" con Khamenei e Ahmadinejad. Mousavi e Karroubi sembrano aver abbandonato la loro precedente idea di «realizzare il pieno potenziale della costituzione esistente». Un consigliere di Mousavi ha confidato a Taheri che ormai «hanno realizzato che la gente si è mossa più rapidamente di quanto immaginassero».

Anche Obama sembra prendere atto che il movimento di opposizione tiene e che l'instabilità interna è destinata a durare, se non ad aggravarsi. Il 28 dicembre ha commentato con toni più duri ed espliciti la recente repressione del regime contro i manifestanti, ma ci aspettiamo che nei prossimi giorni muova passi concreti in una nuova direzione. Siccome l'insabilità interna non sembra aver convinto i leader della Repubblica islamica ad accettare la mano tesa di Obama sul nucleare, è arrivato per il presidente americano il momento di dimostrare di saper mutare strategia nei confronti del regime iraniano, e di avere un "piano B" con il quale rispondere all'evidente fallimento del tentativo di engagement.

La politica di engagement di Obama era iniziata con la rinuncia al cambio di regime, riconoscendo per la prima volta esplicitamente la natura islamica della Repubblica iraniana; era proseguita con messaggi scritti e video per invitare l'establishment al dialogo; era stata accompagnata da gesti tangibili come il taglio dei finanziamenti alle organizzazioni per i diritti umani. Obama aveva evitato di sostenere le manifestazioni dell'opposizione per non irritare Ahmadinejad e Khamenei e di intromettersi nei brogli elettorali del giugno scorso. Ma soprattutto, tramite l'Aiea, ha proposto agli ayatollah un accordo molto favorevole sul nucleare. Nulla di tutto questo è bastato.

Venerdì scorso Teheran ha respinto l'ultimatum implicito degli Stati Uniti e dei loro partner, che chiedevano di accettare entro il 31 dicembre la proposta dell'Aiea per il trasferimento dell'uranio iraniano all'estero in cambio di uranio arricchito al 19,75%. Gli iraniani hanno replicato ponendo a loro volta un ultimatum all'Occidente, perché accetti entro un mese (il 31 gennaio) la loro controproposta al piano Aiea. L'oggetto del contendere è sempre la modalità dello scambio di uranio. L'Iran infatti rifiuta di trasferire in blocco le quantità richieste del suo uranio debolmente arricchito, come prevede la proposta dell'Aiea. «Se la controparte accetta il principio dello scambio progressivo, per tappe, noi potremmo discutere gli altri dettagli», fa sapere il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast.

Di fronte al gioco degli iraniani, che di tutta evidenza è quello di prendere tempo, è urgente che l'America dimostri di avere un "piano B", più chiaro e minaccioso della semplice evocazione di non meglio specificate nuove sanzioni, il cui effetto è tutto da dimostrare consideranto le perplessità dei russi e, soprattutto, dei cinesi. Altrimenti, la credibilità della sua deterrenza agli occhi degli ayatollah precipiterà sotto zero.

Ray Takeyh, che continua ad essere favorevole all'engagement, suggerisce però a Obama di seguire l'esempio di Ronald Reagan quando definì l'Urss «l'impero del male». «E' prematuro - è l'analisi di Takeyh - annunciare la morte immediata del regime teocratico. L'Iran può benissimo entrare in un prolungato periodo di caos e violenza. Tuttavia - osserva - è ovvio che la durata di vita della Repubblica islamica si è considerevolmente accorciata». «Disastrosa», secondo Takeyh, si è dimostrata la decisione del regime di rifiutare ogni compromesso con l'opposizione dopo la frode elettorale del giugno scorso. Le «modeste richieste» di figure chiave dell'establishment, come Rafsanjani, sono state respinte «con arroganza». Quindi, le posizioni si sono radicalizzate e le concessioni che potevano essere fatte allora «oggi apparirebbero come un segno di debolezza e rafforzerebbero l'opposizione».

Da qui un regime senza più «orizzonte politico». Che per uno strano scherzo del destino si trova nello stesso «dilemma» dello shah, «che fece troppo tardi concessioni per rafforzare il suo potere e ampliare la base sociale» del suo consenso. La Repubblica islamica è guidata oggi da un «politico tentennante come fu lo shah». Come lo shah, oggi anche Khamenei sembra «riluttante a ordinare una repressione di massa». Il regime ha optato per una strategia repressiva ma di «contenimento». Mentre il movimento continua a sfidare le autorità, è probabile che si radicalizzi. «Al contrario del 1979, tuttavia, al movimento di opposizione mancano la coesione e leader riconoscibili». Mousavi e Karroubi agli occhi di Takeyh sembrano «più osservatori incuriositi che le menti dei recenti eventi. Ma più a lungo il movimento sopravvive, più è probabile che produca da sé i suoi leader». E' incredibile come finora senza un'ideologia, senza leader carismatici e un network organizzato, il movimento abbia potuto dar vita a manifestazioni così imponenti.

Per dirla in breve, secondo Takeyh la Repubblica islamica «è arrivata a un punto morto: non può né riconciliarsi con l'opposizione, né cancellarla di forza dalla faccia della terra». Cosa possono fare, dunque, gli Stati Uniti di fronte a questa nuova situazione che si è creata? Innanzitutto, «farebbero bene a riconoscere i cambiamenti del contesto». «L'amministrazione Obama dovrebbe prendere esempio da Ronald Reagan e sfidare con perseveranza la legittimità dello stato teocratico, denunciando gli abusi dei diritti umani. L'idea che un linguaggio duro ostacoli un accordo sul nucleare è falsa. A questo punto - spiega Takeyh - la sola ragione per cui Teheran potrebbe accettare un accordo è per attenuare le pressioni internazionali mentre deve fare i conti con l'insurrezione al suo interno».

E anche se il regime dovesse adeguarsi alle richieste internazionali sul programma nucleare, «gli Stati Uniti dovrebbero restare fermi nel sostenere i diritti umani». Reagan, ricorda Takeyh, «non ebbe scrupoli nel denunciare l'Unione sovietica come l'"impero del male", mentre firmava con il Cremlino i trattati per il controllo degli armamenti. La Repubblica islamica, come l'Unione sovietica, è un fenomento transitorio».

«Sono fiducioso - ha dichiarato Obama riguardo la recente repressione - che la storia sarà dalla parte di coloro che cercano giustizia». Ma per William Kristol il presidente Obama ripone «troppa fiducia nel corso della storia». Il popolo iraniano invece «ha bisogno di aiuto». «La storia del XX secolo, con le sue guerre, i genocidi e il terrorismo, non insegna forse che la parte di coloro che cercano giustizia non prevale facilmente? Che la giustizia ha bisogno di tutto l'energico sostegno possibile? E che l'aiuto degli Stati Uniti è cruciale? Gli Stati Uniti non hanno ancora cominciato a fare ciò che è in loro potere - a parole e concretamente, diplomaticamente ed economicamente, pubblicamente e in segreto, multilateralmente e unilateralmente - per provare ad aiutare il popolo iraniano a cambiare il regime di paura e tirannia che nega loro giustizia. Regime change in Iran nel 2010 - ora questo sarebbe il cambiamento in cui credere».