Tuesday, May 31, 2011

Autopsia dopo la disfatta

Avevo anticipato a venerdì alcune considerazioni ("Macerie per tutti") su una disfatta che ormai si andava profilando come inesorabile. Può apparire irresponsabile un elettorato che affida l'amministrazione di importanti città come Milano e Napoli a due candidati del tutto privi di esperienza di governo e dal profilo, anche se per aspetti molto diversi, "radicale". Ma a ben vedere c'è una prova di maturità in tutto questo, nel senso che evidentemente non ci si accontenta di votare il "meno peggio", almeno non ad oltranza, e per certi versi è un bene che i "meno peggio" non godano di un'eccessiva rendita di posizione. Insomma, non basta, non è mai bastato - vale sia per Berlusconi che per i suoi nemici - demonizzare l'avversario politico. E' inutile illudersi, ma la lezione che da queste amministrative dovrebbero trarre in molti è che Berlusconi si può battere, «cambiare è possibile», per dirla con le parole di Ezio Mauro. E allora, alla luce dei risultati di oggi, cosa resta di tutte le fandonie dette e scritte sul "dittatore" Berlusconi e sugli italiani rimbecilliti dall'imbonitore di Arcore? Bisognerebbe rivederla questa teoria "apocalittica" della politica e dei mezzi di comunicazione. La realtà è che gli italiani non sono affatto stupidi e che non c'è intervista a reti unificate che possa compensare un deficit di politica.

Candidati debolissimi, certo, temi e toni della campagna elettorale che hanno indispettito i cittadini, ma è all'ultimo anno di rissa continua e immobilismo che bisogna guardare per comprendere la disfatta del centrodestra, che non ha risparmiato la Lega. Il Pdl non sa selezionare i propri candidati e le primarie divengono imprescindibili, strutturando il partito come comitato elettorale "al servizio" del "popolo" di centrodestra. Anche la Lega stavolta dovrebbe fare autocritica, e comprendere che quando si è al governo la litigiosità danneggia tutti. Ma il punto vero è che l'elettorato di centrodestra arrivava a questo appuntamento elettorale sfiancato da mesi di lotta nel fango tra Fini e Berlusconi, di assalti mediatico-giudiziari, di inconcludenza politica e mercato delle vacche in Parlamento. Berlusconi e il centrodestra hanno la colpa di aver perseverato con questo copione, di non aver saputo divincolarsi dalla morsa Fini-Procure con l'unico mezzo che i cittadini sarebbero stati disposti a tollerare, la politica, e di aver invece accettato di combattere nel fango e nel caos della rissa permanente.

Berlusconi ha perso perché si è voluto difendere nella rissa e non dalla rissa, nei processi e non dai processi, finché agli occhi di chi nel 2008 l'aveva votato l'imputato Berlusconi ha finito per sostituire il Berlusconi premier. Ma l'elettorato, quello meno politicizzato, ha dimostrato già in moltissime occasioni di essere vaccinato contro l'arma giudiziaria. Sa bene a cosa sia stato sottoposto Berlusconi in quasi vent'anni, da quando è sceso in politica. Pretende però che i problemi del Paese, e non le vicende personali di Silvio, rimangano al centro del dibattito politico. Berlusconi dovrebbe lasciare ai suoi nemici parlare di processi, di intercettazioni e di Ruby, e lui dimostrare di occuparsi dei problemi dei cittadini.

Lo ripeto: del Berlusconi imputato agli italiani sostanzialmente non frega nulla, sia che siano le opposizioni a cavalcare i suoi guai giudiziari (e questa volta né Pisapia né De Magistris l'hanno fatto), sia che sia il Cavaliere stesso a voler speculare politicamente su di essi. E' da un anno che lo scrivo su questo blog: l'unica strategia escludendo il voto anticipato, prima per superare la scissione dei finiani, poi per rispondere ad ogni tipo di attacco mediatico-giudiziario, era governare governare governare. Perché è questo, essere governati, che gli italiani meno politicizzati, gli elettori indipendenti (per non usare la parolaccia "moderati"), in sostanza quelli che ti fanno vincere o perdere le elezioni, si aspettano. E nell'ultimo anno, nonostante alcune cose buone fatte, la sensazione è che Berlusconi e la maggioranza di governo si siano occupati d'altro.

Per di più, mentre il Cav. era concentrato sui suoi processi, Tremonti instaurava un vero e proprio Stato di polizia tributaria da far impallidire il ricordo di Visco. Non solo odioso agli occhi dell'elettorato di riferimento del centrodestra, ma dagli effetti depressivi sull'economia. A parole il ministro sembrerebbe orientato a fare dietrofront - di recente ha denunciato le «ganasce fiscali» che lui stesso ha contribuito se non a creare almeno a rafforzare - ma dal 1mo luglio scatta l'esecutività della riscossione a 60 giorni dall'accertamento. Nel tentativo di rendere efficiente la riscossione, infatti, è stata introdotta una presunzione di colpevolezza, invertendo l'onere della prova a carico del contribuente. Nonostante una posizione debitoria ancora da accertare e tutti i ricorsi del caso, dopo 60 giorni dalla notifica gli agenti della riscossione potranno infatti attivare senza alcun preavviso le procedure esecutive (con sequestri e ipoteche). Una misura di cui poco si è parlato, forse, ma che senz'altro è arrivata all'orecchio di chi doveva arrivare, cioè delle partite Iva.

Fisco e sburocratizzazione. Solo da qui può ripartire Berlusconi. O dimostrerà di avere la forza per imporre riforme vere nei prossimi 18 mesi, o non potrà essere lui il candidato del centrodestra nel 2013. Probabilmente il governo reggerà, ma bisognerà vedere se Tremonti, la Lega, e le varie "bande" nel Pdl saranno davvero interessati al rilancio del governo, oppure accetteranno di mandare avanti Silvio solo per cuocerlo a fuoco lento ed evitare di scottarsi loro.

Dopo mesi di chiacchiere l'elettorato di centrodestra comincia a veder svanire dall'orizzonte anche di questa legislatura le riforme che sono la ragione d'essere fondante del berlusconismo: riforma dello Stato, del fisco e della giustizia. E tende quindi a restare a casa sfiduciato e disgustato da una politica incapace di decidere, mentre gli elettori di sinistra si mobilitano solo per candidati a vario modo "radicali". E qui veniamo al vero nodo del sistema Italia. Un Paese dalla politica all'economia letteralmente bloccato da lacci e veti di ogni tipo, il cui dramma sta nell'impossibilità di esercitare un qualsivoglia decisionismo. Anche chi, come Berlusconi, del decisionismo ha fatto una delle sue cifre politiche, si è fatto risucchiare dalle sabbia mobili italiche.

Friday, May 27, 2011

Macerie per tutti

Il centrodestra ce l'ha messa davvero tutta per perdere queste elezioni amministrative. Anche la campagna elettorale per i ballottaggi è stata sovrastata dalla rissa, nazionale o locale che fosse, con la stampa pronta a raccogliere ed enfatizzare ogni spiffero cacofonico di Pdl e Lega, come la ridicola provocazione di spostare i ministeri, con la quale i leghisti stessi hanno svilito l'idea originale e innovativa di «capitale reticolare». Ma di spifferi, autentici autogol, ne hanno regalati a iosa i due partiti di maggioranza, offrendo l'immagine di una coalizione in rotta, forse con i numeri in Parlamento ma senza orizzonti politici. Alzare i toni, anche politicizzare lo scontro, va bene, ammesso però che si tratti di questioni concrete che interessano i cittadini, non di slogan che suonano come mera propaganda e demonizzazione dell'avversario. Possono anche essere fondati, nel merito, gli allarmi, ma è la forma eccessiva che - comprensibilmente - indispettisce ancor di più l'elettore. E' la stessa identica formula usata contro Berlusconi che da anni fa perdere la sinistra.

Della calunnia in diretta tv della Moratti al suo avversario, che ha assestato il colpo di grazia alle sue chance di farcela, si è parlato anche troppo. Molto meno delle sue scuse, di Pisapia che rifiuta il confronto, dei gravi episodi di violenza che hanno accompagnato la cavalcata - pare trionfale - dei candidati di centrosinistra a Milano e Napoli. Di cui non saranno certamente loro i diretti responsabili, ma che certo dicono molto dell'esercito che hanno saputo mobilitare. Il comitato elettorale di Lettieri a Napoli viene dato alle fiamme a poche ore dal voto. E pensare che qualche ora prima ci era stato propinato il solito lungo editoriale di Saviano su Repubblica per spiegare che la Camorra sta col centrodestra. Chissà cosa avrebbe potuto scrivere se ad essere bruciato fosse stato il comitato di De Magistris. Tra aggressioni e denunce, a Milano la campagna è proseguita con il linciaggio via web a Red Ronnie e termina con Gigi D'Alessio che rinuncia a cantare in piazza per la Moratti. E non - come falsamente affermano i giornali - per le frasi fuori luogo di qualche esponente leghista, ma principalmente per le gravi minacce giunte via internet al cantante da militanti di sinistra.

L'elettorato arrivava a questo appuntamento elettorale sfiancato da mesi di lotta nel fango (tra Fini e Berlusconi), di assalti mediatico-giudiziari, di inconcludenza politica e mercato delle vacche in Parlamento. Il centrodestra ha la colpa di aver perseverato con questo copione. In democrazia gli elettori sono sovrani e hanno sempre ragione. Va compresa quindi l'insoddisfazione e l'autentico disgusto che hanno tenuto lontano dalle urne molti elettori ed elettrici vicini al centrodestra o indipendenti. Che a prevalere in queste elezioni siano candidati impresentabili e reazionari non è che un'aggravante per il centrodestra, non una prova della stoltezza dei cittadini. Ma l'esito che ormai appare inevitabile sarà più che deleterio per tutti, accentuando l'arretratezza civile, economica e del sistema politico in cui versa l'Italia. Merito di Berlusconi l'aver resistito e il resistere agli assalti eversivi della magistratura politicizzata, colpa di Berlusconi non averlo fatto con l'unico mezzo che i cittadini sarebbero stati disposti a tollerare: la politica. E aver accettato, invece, di combattere nel fango e nel caos della rissa permanente.

Monday, May 23, 2011

La capitale reticolare era cosa seria

Uno spettacolo desolante: a pochi giorni dal voto decisivo a Milano e Napoli Pdl e Lega non trovano di meglio che accapigliarsi sull'ipotesi di trasferire al nord un paio di ministeri inutili (quelli guidati da Bossi e Calderoli, pare di capire). Niente di più lontano dagli interessi dei cittadini. Di certo né al nord né ai romani interessa la sede di qualche ministero senza portafoglio. La Lega è riuscita a svilire anche un'idea innovativa e interessante come la capitale «reticolare», che è una realtà in Germania. La Corte costituzionale federale tedesca, per esempio, ha sede a Karlsruhe, la Bundesbank a Francoforte, e molti ministeri si dividono tra Berlino e Bonn.

Decentrare non tanto i ministeri, ma autorità e poteri di controllo, direzioni di enti pubblici e di imprese a partecipazione statale, alla ricerca di una maggiore funzionalità, non dovrebbe essere tabù. Come non lo è stato e non lo è in altre importanti capitali europee. Non si vede, per esempio, perché autorità indipendenti come la Consob e l'Antitrust non potrebbero avere sede a Milano. Ma è un tema serio, che va approfondito, discusso, preparato, e non gettato come un sasso nello stagno alla vigilia di un voto amministrativo in cui è in gioco la tenuta stessa dell'Esecutivo.

Neanche come arma propagandistica si è rivelata un gran ché, perché certo l'ubicazione dei ministeri non è in cima alla preoccupazione degli elettori e, anzi, lo scontro sul tema sta offrendo un'immagine ancor più rissosa e sconclusionata della compagine governativa. Quando dai partiti di governo, Pdl e Lega, ci si aspettava che si impegnassero a "deministerializzare", e non a "ministerializzare" oltre Roma anche il resto d'Italia; e che cominciassero come promesso a defiscalizzare, mentre solo dopo tre anni di governo il ministro Tremonti scopre che le «ganasce fiscali» (che lui stesso ha implementato) stanno soffocando la nostra già timida ripresa. Dal Senato federale e dal federalismo fiscale, dalla riduzione dei ministeri, delle province e dei loro costi, insomma dalle riforme epocali, siamo passati al reclamo delle stoviglie: un po' a me un po' a te.

Non credo proprio che la principale preoccupazione dei cittadini di Milano sia accollarsi il peso di qualche corpaccione ministeriale. No, non credo proprio. Anzi, se fosse una prospettiva seria ne sarebbero preoccupati. Ma siccome non è seria, sono avviliti, disgustati, e domenica non andranno a votare. Il centrodestra va incontro ad un massacro che con un poco più di sale in zucca poteva essere evitato.

Disinformazione riuscita

Solo Semprini su La Stampa (e Rocca sul suo blog) l'hanno riportato, ma ieri il presidente Obama, parlando all'Aipac, è tornato sul passaggio del suo discorso di giovedì sul Medio Oriente, celebrato dalla maggior parte dei mainstream media come un sonoro schiaffone a Israele, fornendo l'interpretazione autentica delle sue parole sul ritorno ai confini del 1967. E ovviamente l'interpretazione del passaggio «the borders of Israel and Palestine should be based on the 1967 lines with mutually agreed swaps» è quella che avete letto qui venerdì scorso.
«... And since my position has been misrepresented several times, let me reaffirm what "1967 lines with mutually agreed swaps" means. By definition, it means that the parties themselves - Israelis and Palestinians - will negotiate a border that is different than the one that existed on June 4, 1967. (Applause.) That's what mutually agreed-upon swaps means. It is a well-known formula to all who have worked on this issue for a generation. It allows the parties themselves to account for the changes that have taken place over the last 44 years. (Applause.) It allows the parties themselves to take account of those changes, including the new demographic realities on the ground, and the needs of both sides. The ultimate goal is two states for two people: Israel as a Jewish state and the homeland for the Jewish people - (applause) - and the State of Palestine as the homeland for the Palestinian people - each state in joined self-determination, mutual recognition, and peace. (Applause.) If there is a controversy, then, it's not based in substance. What I did on Thursday was to say publicly what has long been acknowledged privately...».
Così testualmente Obama. E ovviamente agenzie, giornali e tv non hanno fatto ammenda per aver riportato una notizia inesatta. Nossignori, il titolo è stato: "Obama fa marcia indietro". La realtà è che ai nostri mainstream media, carichi di pregiudizi antisraeliani, serviva un titolo su Israele per non dover sottolineare che Obama sta tornando sui passi di Bush per quanto riguarda la promozione della democrazia in Medio Oriente. Operazione riuscita, direi.

Friday, May 20, 2011

Regola n. 1: basta parlare dell'avversario

Considerando solo i voti espressi per i due candidati che andranno al ballottaggio, il vantaggio di Pisapia sulla Moratti è di 53,6 a 46,4%. Ma secondo una delle corse clandestine cui hanno assistito Mancia e Bressan, Fan Pisapie avrebbe allungato 55'' a 45'', probabilmente per un certo effetto entusiamo da una parte e depressione dall'altra. L'impressione però è che di questo passo il centrodestra rischia l'umiliazione di un secco 60 a 40. Al momento la comunicazione continua ad essere a mio avviso sbagliata.

Per quanto possa essere fondato l'allarme sulle politiche diciamo un po' naïf ed eco-progressiste di Pisapia, riguardo per esempio i nomadi e le fantomatiche «esperienze di autocostruzione», gli immigrati, in particolare i musulmani e «la più grande moschea d'Europa», le tasse, in questa settimana il centrodestra e la Moratti dovrebbero imporsi di non nominarlo neanche Pisapia. Purtroppo invece continuano a passare (almeno è ciò che arriva al nostro osservatorio), tramite le dichiarazioni, i manifesti, e i titoli sui giornali vicini al centrodestra, esclusivamente messaggi "contro" Pisapia, il quale ovviamente in negativo, ma è al centro della comunicazione del centrodestra, mentre si avverte l'assenza di una proposta forte della Moratti. E' come se anche loro stessero facendo campagna elettorale per lui, come illustrato in questa acuta ed emblematica vignetta di Pillinini.

E demonizzazione o meno, toni aggressivi o educati, vere o false che siano le cose che si dicono e scrivono di Pisapia, tenere l'avversario al centro della propria comunicazione è un errore madornale, tra l'altro esattamente lo stesso errore che fa la sinistra con Berlusconi. Si continuano ad elencare ai milanesi tutti i motivi, molti anche validi, per cui sarebbe disastroso affidare Milano a uno come Pisapia, che ne farebbe una «zingaropoli». Ma non si spiega invece per quali motivi, almeno un motivo forte, bisognerebbe riaffidarla alla Moratti. La quale bene o male ha amministrato la città per cinque anni e quindi dovrebbe essere in grado di parlare di sé. Se i milanesi dovessero passare anche questa settimana a sentire quanto è «matto» Pisapia, il rischio è che decideranno di "impazzire" anche loro...

Quello che non vi dicono sul discorso di Obama

Spesso sottolineo le cantonate e le deformazioni ideologiche della nostra stampa mainstream, ma quelle di stamattina sul discorso di Obama di ieri le superano se non tutte, parecchie. Un discorso ridotto ad una specie di reprimenda nei confronti di Israele che si ostinerebbe a non accettare i confini del 1967. Tutti i titoli, e la gran parte degli articoli, con la sola eccezione di Molinari su La Stampa (anche lui però sfregiato dal titolista), lanciano il medesimo messaggio: Obama che rompe il tabù dei confini del '67, e tutti a celebrare il presidente di sinistra che finalmente gliene dice quattro a Israele. Innanzitutto, questa lettura ignora il cuore del discorso: la svolta di politica estera annunciata da Obama ieri non riguarda il negoziato tra israeliani e palestinesi, che anzi ha riconosciuto essere in uno stallo e dipendere dalle due parti, ma il ritorno all'agenda pro democracy da parte del presidente, che l'aveva accantonata appena entrato alla Casa Bianca, nel tentativo di sintonizzarsi con le "piazze arabe", quelle vere, che si ribellano ai loro tiranni, e non quelle immaginate nelle stanze del Dipartimento di Stato o in qualche think tank "realista". Evidentemente è più "politicamente corretto" porre l'accento su Obama che striglia Israele, piuttosto che dover ammettere che torna sui passi di Bush, anche se si tratta di promozione della democrazia.

Inoltre, ciò che riportano i nostri giornali è anche sbagliato nel merito. O meglio, si limitano a enfatizzare i risvolti politici, ma non approfondiscono quel tanto che sarebbe necessario per capire se davvero, come ci dicono, ci troviamo dinanzi ad una svolta americana sui fondamenti dei negoziati tra israeliani e palestinesi. La posizione di Obama sui confini del '67 rappresenta davvero una svolta rispetto ai suoi predecessori su questo specifico tema? "Tecnicamente" la risposta non può che essere un "no". Allora perché il premier israeliano Netanyahu se la sarebbe presa così tanto? E' ovvio, perché politicamente e mediaticamente l'enfasi è caduta su quella parte del discorso di Obama dove si citano testualmente i confini del '67, offrendo un assist retorico al presidente palestinese Abbas e suonando come uno schiaffo a lui, in visita a Washington. Probabilmente, una furbata del presidente Usa per accattivarsi l'opinione pubblica araba, nel momento in cui pronuncia un delicato discorso, rivolto anche ad essa, sulla necessità di una coraggiosa transizione democratica in Medio Oriente.

Ma dal punto di vista diplomatico, la posizione Usa non cambia di una virgola. Questo il passaggio letterale:
«We believe the borders of Israel and Palestine should be based on the 1967 lines with mutually agreed swaps».
Il diavolo si nasconde nei dettagli, cioè in quei «mutually agreed swaps» di territorio che non sono altro, come ricostruisce in modo egregio Jackson Diehl sul Washington Post, che tutti gli aggiustamenti territoriali che si sono sempre ipotizzati, durante i negoziati guidati dagli Usa (da Clinton a Bush jr), sulla base dei confini del '67. Insomma: i confini del '67 sono stati sempre per gli Stati Uniti la base di partenza dei negoziati tra israeliani e palestinesi. Con gli opportuni accorgimenti condivisi tra le parti, tuttavia, perché quando Netanyahu fa notare che con i vecchi confini il governo israeliano non sarebbe in grado di garantire la sicurezza dei propri cittadini, dice qualcosa di ovvio, riferendosi agli insediamenti israeliani. Al contrario dei profughi palestinesi, infatti, la cui vita si è fermata al '49 perché strumentalizzati dai gruppi terroristici o dai regimi arabi, per i coloni israeliani la vita è andata avanti e non si può disconoscere il loro diritto alla sicurezza.

Tanto che anche gli accordi che si avvicinarono di più alla pace, quelli di Camp David nel 2000, prevedevano come base i confini del 1967, ma anche un sostanzioso scambio di terra: il 5% del West Bank agli israeliani, per includere la gran parte degli insediamenti ebraici; e il 3,5% di territorio israeliano ai palestinesi, più un corridodio per la Striscia di Gaza, come compensazione. Se Arafat avesse accettato, uno Stato palestinese sarebbe già oggi realtà. Ed è su queste stesse basi che proseguì, invano, anche l'amministrazione Bush. E' implicito, dunque, nella formula degli «swaps» usata da Obama, che non si chiede a Israele di ritornare ai vecchi confini sic et simpliciter, ma di accettarli come base di partenza, come gli Usa hanno sempre chiesto.

Oscurata sui nostri giornali la parte più dirompente del discorso di Obama. Qui la notizia è che Obama torna - certo con la sua sensibilità di democratico - alla Freedom Agenda di George W. Bush, la cui eco è chiaramente percepibile nelle sue parole:
«Sarà la politica degli Stati Uniti promuovere le riforme nella regione, e sostenere le transizioni verso la democrazia... E il nostro sostegno a questi principi non è un interesse secondario. Oggi voglio dire chiaramente che è una massima priorità che dev'essere tradotta in azioni concrete, e sostenuta da tutti gli strumenti, diplomatici, economici e strategici a nostra disposizione».
Sui giornali americani, al contrario dei nostri, è qui che viene posto l'accento. Così oggi anche per Obama «lo status quo» nella regione «non è più sostenibile», «non conta solo la stabilità delle nazioni ma anche l'autodeterminazione degli individui», e «l'America deve usare la sua influenza per incoraggiare le riforme, politiche ed economiche, che vadano incontro alle aspirazioni legittime dei popoli». Ed è anzi pronta a sostenere concretamente, finanziariamente, lo sforzo di tutti coloro che avviano la transizione, a cominciare da Tunisia ed Egitto: «Se vi assumete i rischi del cambiamento democratico avrete il supporto degli Stati Uniti».

Gli Stati Uniti, ha ricordato, «sostengono una serie di principi universali, tra cui la libertà di parola, il diritto di scegliere i propri leader, si viva a Sana'a o a Teheran», e naturalmente la libertà di culto e i diritti delle donne, cui Obama ha espressamente dedicato un passaggio molto concreto: il potenziale (anche economico) della regione non sarà sviluppato se non sarà liberato quello delle donne. Ha severamente ammonito i regimi che usano la violenza e la repressione per tentare di bloccare il cambiamento, si è rivolto non solo a Gheddafi e al siriano Assad («conduca la transizione o lasci il potere»), ma anche agli storici alleati di Washington, Yemen e Bahrein. Ha denunciato «l'ipocrisia» del regime iraniano, che appoggia le rivolte all'estero e poi sopprime il dissenso al suo interno. Fra le novità positive Obama ha sottolineato anche la «multietnica democrazia irachena», spiegando che «ha un ruolo da giocare» nel cambiamento in atto, un passaggio che come ha notato il solo Molinari, su La Stampa, di fatto «rivaluta a posteriori» le controverse scelte dell'amministrazione Bush a Baghdad.
Naturalmente Obama sottolinea la continuità con il suo discorso del Cairo del 2009, ma la svolta se non a 180 gradi, è evidente. Se le proteste degli iraniani contro la rielezione di Ahmadinejad non riuscirono a scuotere il presidente Usa da posizioni appena enunciate, le rivolte di questi mesi in Medio Oriente e nel Nord Africa hanno dato una spallata definitiva, oltre che ad alcuni autocrati, anche alla realpolitik di ritorno obamiana.

Ha capito che gli eventi in corso rappresentano «un'opportunità storica di dimostrare che i valori americani sono gli stessi dei manifestanti» in Medio Oriente. E ha quindi abilmente fatto notare alla sua audience musulmana che le manifestazioni nonviolente «sono riuscite a ottenere più cambiamenti in sei mesi che il terrorismo in anni di stragi». Tenta così di rivolgersi e intercettare la «nuova generazione» che sta emergendo come protagonista in Medio Oriente, e i cui ideali e le cui aspirazioni non sono poi così diversi da quelli che ispirarono i coloni americani o gli attivisti per i diritti dei neri. Non solo per idealismo, ma anche perché ha capito che "conviene", rappresenta un'opportunità imperdibile anche per una più solida influenza americana nella regione, il cui vuoto verrebbe comunque riempito dai nemici dell'America, e quindi per perseguire al meglio anche interessi più materiali come quelli economici, la sicurezza energetica, la lotta al terrorismo. Questi interessi «continueremo a perseguirli, ma una strategia basata solo su questi interessi non sfama le popolazioni della regione, non dà libertà di parola, e alimenta il sospetto che i nostri interessi siano antitetici ai loro».

Wednesday, May 18, 2011

L'eterno ritorno a sinistra?

Se ti chiudi in difesa, e cominci a non vedere più palla ma a tirare calci sugli stinchi, prima o poi il gol lo prendi ed è proprio questo ciò che ha fatto il centrodestra, Berlusconi in primis, non riuscendo ad imporre nel dibattito pubblico un'agenda di governo (cittadina e nazionale), ma subendo l'agenda della magistratura politicizzata, mentre Pisapia, politicamente radicale ma pacato nei modi, riusciva nel presentarsi sotto le insegne del "moderatismo". Certo, non bisogna sottovalutare la virulenza degli attacchi e, a dispetto di quanto si creda, la potenza mediatica dei fiancheggiatori dei pm politicizzati. Non è facile togliergli lo scettro dell'agenda pubblica, ma il Cavaliere non ci ha nemmeno provato. Anzi, ha accettato la sfida sul terreno allestito dai suoi nemici. E «molta gente si è rotta le palle» (Feltri sarà antipatico, ma ha la virtù della sintesi). Si è rotta delle chiacchiere e del clima di rissa permanente ma improduttiva, da cui non esce mai un vincitore.

E' una questione di agenda, su che cosa cioè è concentrata l'attenzione dell'opinione pubblica, lo ricordava Giuliano Ferrara nel suo primo commento post-elettorale su Raiuno. Non che il governo se ne sia stato con le mani in mano, ma non è riuscito ad imporre nessun grande tema e Berlusconi negli ultimi dodici mesi ha fatto l'imputato o si è messo a caccia di voti alla Camera. Dare l'impressione che non riesca a gestire l'attività di governo a causa dei suoi processi è proprio ciò cui mirano i suoi avversari e i siparietti in piena campagna elettorale davanti al tribunale di Milano non hanno certo aiutato, anche se le prime analisi dei sondaggisti (vedi Mannheimer ma anche Repubblica) tendono a dare molto risalto all'errore commesso dalla Moratti a quattro giorni dal voto, quando cioè gli elettori indecisi decidono per chi votare. La stanchezza ha quindi colpito gli elettori di centrodestra, che ultra-vaccinati sulla persecuzione cui Berlusconi è oggetto da quando è in politica, non sono disposti però - giustamente - a perdonargli che anche lui si metta a parlare dei suoi problemi giudiziari, a cincischiare in manovre di Palazzo, e non si occupi dei problemi del Paese.

Prima la scissione di Fini - una lotta nel fango che a lungo andare ha danneggiato tutti e due i contendenti, a prescindere da torti e ragioni; poi i mesi passati a ritrovare i numeri alla Camera, con i noiosissimi e autoreferenziali dibattiti su elezioni anticipate vs governi tecnici; quindi il Rubygate e infine gli sterili distinguo della Lega, mentre nel frattempo continuavano gli assalti mediatico-giudiziari, nonché le "punturine" una al dì di Napolitano. In tutto questo, fatti zero o pochini, comunque invisibili. Ecco perché Berlusconi deve sforzarsi di reimpadronirsi dell'agenda pubblica, facendo il capo del governo e nient'altro. Serve «una vera sferzata pro-crescita all'economia», suggerisce Panebianco oggi sul Corriere, ma che non si limiti a qualche decreto, a spargere qualche sussidio e credito d'imposta qui e là, ci vogliono obiettivi di riforma ambiziosi, per far scorgere agli italiani orizzonti nuovi e promettenti per il futuro.

Sul fronte del centrosinistra, l'esito di queste amministrative, lo segnala Panebianco, ha sciolto almeno il nodo delle alleanze ed è qui che rischiamo un eterno ritorno. I successi dei candidati di Vendola (Pisapia e Zedda), di De Magistris e del Movimento di Grillo, nonché i numeri miserabili raccolti dai centristi, hanno archiviato ogni tentazione del Pd, da sempre attribuita ai dalemiani, di allearsi con il Terzo polo emarginando le estreme. Ora abbiamo almeno una certezza: il Pd si presenterà alle prossime elezioni politiche in una coalizione spostata molto a sinistra, egemonizzata (se non nei posti di potere e nella guida sicuramente nella base politica e nelle proposte) dalle sue componenti più estreme: Vendola, Di Pietro, Beppe Grillo. E' il frutto avvelenato di sempre dell'antiberlusconismo militante delle procure, delle loro gazzette e del cosiddetto "popolo viola", la maledizione perpetua del riformismo di sinistra. Alla fine, a forza di inchieste e scandali sono riusciti a mettere Berlusconi nell'angolo, a mandare in tilt la maggioranza di governo. Ed ecco che il "popolo" di centrodestra, che non si fa affabulare né da Berlusconi né dalla persecuzione mediatico-giudiziaria di cui è vittima, ma che non per questo è disposto a perdonargli l'immobilismo e l'inattività al governo, si stufa e manda il segnale. E' solo così - diciamo per logoramento e non per abbattimento - che l'antiberlusconismo fa "vincere" la sinistra. A questo punto i vertici del Pd si ri-convincono che si vince a sinistra e torniamo tutti al punto di partenza: all'Ulivo più Rifondazione più Di Pietro, che oggi si chiama Pd più Vendola più Di Pietro. Per di più, nella convinzione - a mio avviso sbagliata - che l'ostacolo che si frappone tra loro e la conquista di Palazzo Chigi sia solo Berlusconi. E quindi di aver gioco facile se non dovesse ricandidarsi. Ma se il centrodestra non imploderà, dilaniato dalle divisioni della successione, si accorgeranno che le loro sconfitte non sono tutta colpa del fattore B.

Tuesday, May 17, 2011

Analisi di una Caporetto

Punito il centrodestra "facinoroso". Terzo polo al palo

Stando così i dati, il centrodestra deve prepararsi a perdere Milano e seriamente preoccuparsi di mancare la conquista di Napoli. A sfiorare la vittoria al primo turno è Pisapia, non la Moratti, che ora deve colmare un distacco di oltre 6 punti percentuali. Considerando l'effetto galvanizzante del primo turno sugli elettori di centrosinistra e depressivo su quelli di centrodestra, l'impresa appare disperata. Se Milano è molto probabilmente persa, Napoli è tutt'altro che presa. Con i voti di Mastella e del Terzo polo Lettieri supererebbe il 50% e con quelli del Pd De Magistris non arriverebbe al 48%. Ma la forbice è molto ristretta e in politica le somme algebriche non trovano mai conferma nelle urne: sarà più agevole per l'ex pm attrarre i voti del Pd che per Lettieri quelli centristi e anche a Napoli si farà sentire l'effetto Pisapia.

Quando si perde in questo modo ciascuno ha le sue responsabilità (Berlusconi, certo, ma soprattutto la Moratti, il Pdl e anche la Lega) e occorre ammettere che il problema è più profondo di una comunicazione sbagliata, ma in generale ad uscire sconfitta dalle urne è stata una certa versione del centrodestra che ha prevalso in questa campagna e che non resiste alla tentazione di avvalersi delle armi spuntate della sinistra dimenticando che demonizzazioni ed estremismi sottraggono credibilità e allontanano gli elettori indipendenti. In gergo calcistico si direbbe che questa volta il centrodestra è stato espulso per "fallo di reazione".

Ma veniamo ai due errori a mio avviso capitali commessi da Berlusconi e dal Pdl: non tanto l'aver voluto "politicizzare" il voto amministrativo. C'è modo e modo, infatti, di "politicizzare" una campagna "locale". Primo, aver puntato, come palcoscenico nazionale dell'intera campagna, non su Napoli, autentico monumento al malgoverno del centrosinistra, ma su Milano, dove evidentemente il giudizio sull'operato della Moratti da parte dei cittadini è molto negativo e dove, dunque, il candidato andava "ricostruito". La Moratti raccoglie quasi due punti percentuali in meno della coalizione che la sostiene, mentre Pisapia e il candidato terzopolista quasi uno in più, il che rafforza l'impressione che i cittadini milanesi siano stufi del sindaco uscente almeno quanto i romani lo erano del duo Veltroni-Rutelli nel 2008 (e sappiamo tutti come andò a finire).

Secondo, alla gente, per lo meno agli elettori di centrodestra e "moderati", non frega davvero nulla dei problemi personali e giudiziari di Berlusconi. Sarebbe ora che sia a destra che a sinistra se ne facciano una ragione. Vuol sentire parlare dei suoi problemi, delle soluzioni ai problemi della propria città, non di processi, di sexygate, di giudici e quant'altro. Punisce gli avversari del Cav. quando fanno campagna sull'antiberlusconismo, così come non si fa intenerire dal vittimismo anti-pm di Berlusconi quando questi vi ricorre. Sull'uso politico della giustizia da parte di alcuni magistrati ormai gli elettori di centrodestra e "moderati" sono ultra-vaccinati, hanno le idee molto chiare. Non si bevono l'antiberlusconismo manettaro, ma neanche sono disposti a tollerare il ricorso da parte del centrodestra all'attacco dei pm di sinistra, percepito, e sanzionato, come mossa propagandistica. Ok, i pm lo perseguitano, ma che cosa avete fatto, e cosa avete intenzione di fare, per Milano? Quando non si punta sull'operato di un sindaco, ma sulla propaganda, è netta l'impressione che il bilancio sia ben poco lusinghiero. E paradossalmente l'aggressività dei toni usati dai "moderati", alla fine persino dalla Moratti arrivata a calunniare il suo avversario, per contrasto ha aiutato il "radicale" Pisapia nel caratterizzare all'insegna del "moderatismo" la sua immagine. La demonizzazione giustizialista dell'avversario è propaganda e come tale viene respinta, soprattutto dall'elettorato che si è dimostrato in questi anni immune da questi bassi istinti della politica. Certo che il passato (e il presente) antagonista di Pisapia poteva e doveva essere messo in evidenza, ma con altri toni e in ogni caso senza permettere che oscurasse i temi di governo della città che davvero interessano ai cittadini.

Ha inciso senz'altro anche una certa stanchezza per la litigiosità e l'immobilismo della maggioranza di governo in quest'ultimo anno (i distinguo e i bisticci non giovano né al Pdl né alla Lega), ma è prematuro parlare di bocciatura per il governo e di fine del berlusconismo. Il "tocco magico" di Berlusconi viene sopravvalutato sia dai suoi avversari che dai suoi estimatori. In realtà, sia nella buona sorte che nella cattiva non è così determinante come si crede. Ha fatto sì vincere la Polverini nel Lazio, persino in assenza della lista del Pdl, ma in un contesto in cui il governo regionale uscente era quello dello scandalo Marrazzo. Oggi non riesce a far vincere la Moratti laddove il giudizio nei suoi confronti è negativo. Insomma, i cittadini si fanno affabulare da Berlusconi, o dai suoi nemici, molto molto meno di quanto si creda. Sono molto più maturi e giudicano innanzitutto l'operato delle amministrazioni uscenti, sia a livello locale, che regionale e, quando sarà il momento, nazionale.

Il Pd può gioire perché Berlusconi per la prima volta dopo quattro elezioni ha perso, ma non dovrebbe rallegrarsi, ammesso che il progetto sia ancora quello originario di mettere in piedi un'alternativa riformista. Chi esce vincitore da queste elezioni amministrative infatti è la sinistra radicale e "manettara" che con le buone (le primarie) o le cattive (vedi Napoli) riesce a imporre i suoi candidati. Tutti lontani anni luce - culturalmente e politicamente - da quel progetto. Pisapia è un vendoliano ex Rifondazione con un passato da borghese rivoluzionario; Massimo Zedda, che costringe il centrodestra al ballottaggio a Cagliari, anch'egli vendoliano; e De Magistris un ex pm più "manettaro" di Di Pietro. Insomma, altro che centrosinistra col trattino, qui siamo alla sinistra-sinistra. Bersani può anche brindare, ma sta consegnando mani e piedi il Pd alla sinistra radicale. Elettoralmente può vincere laddove gli elettori bocciano l'operato del centrodestra, ma non credo che Vendola, Rifondazione comunista, l'Italia dei Valori e i "grillini" possano rappresentare una credibile alternativa di governo.

E' un voto che in realtà punisce sia il Pdl che il Pd, e dunque sì, punisce questo bipolarismo, ma non può certo rallegrarsene il Terzo polo, che di fatto non supera i voti della sola Udc. E' la sinistra estrema e l'antipolitica di Grillo, infatti, a raccogliere i dividendi dello sfascio del sistema cui anche i terzopolisti stanno contribuendo. Un risultato molto deludente, se misurato con il progetto ambizioso di dar vita ad un nuovo bi- o tripolarismo, o addirittura ad un nuovo centrodestra; può bastare se invece ci si accontenta - come ci sembra - della politica dei "due forni".

Monday, May 16, 2011

Prime parziali considerazioni

Dati veri pochini nel momento in cui scrivo, quindi conclusioni vere e proprie non se ne possono trarre. Qualche considerazione su ciò che sembra certo. I peggiori incubi di Pdl e Pd sembrano materializzarsi. A Milano l'unico dato certo sembra il ballottaggio. Era l'esito da tutti dato come più probabile. Ma se i dati veri confermeranno ciò che emerge dalle proiezioni, se cioè Pisapia si troverà addirittura in vantaggio sulla Moratti, allora il centrodestra dovrà prendere atto di due cose: 1) che il candidato è bollito (è due punti sotto la somma dei voti per le liste che la sostengono, Pisapia è sopra di 1), i cittadini milanesi sono stufi del sindaco uscente almeno quanto i romani lo erano del duo Veltroni-Rutelli nel 2008 (e sappiamo tutti come andò a finire); 2) che questa volta Berlusconi con tutto il suo armamentario di propaganda non è bastato. Un segno di maturità degli elettori, che chiamati alle urne per la loro città hanno preferito guardare ai candidati e non a Roma? Oppure un giudizio negativo sull'operato del governo e il tramonto del berlusconismo? Ci sarà tempo per valutare.

In ogni caso se la Moratti dovesse davvero ritrovarsi dietro a Pisapia, la rimonta sarebbe quasi impossibile. Se invece, come spesso accade, gli istituti demoscopici hanno fallito sopravvalutando i voti del centrosinistra, allora la sua riconferma è solo rimandata di due settimane e il giudizio sia sul sindaco, sia su Berlusconi, dovrà inevitabilmente essere più sfumato.

A Torino Chiamparino lasciava un'eredità in larga parte positiva che un big del partito come Fassino è stato chiamato a raccogliere. Non poteva andare diversamente. Verso il ballottaggio, invece, anche Bologna e Napoli, roccaforti del centrosinistra. E qui veniamo alle note dolenti per il Pd. A Napoli è psicodramma, con il candidato Democrat che superato da De Magistris sembrerebbe escluso dal ballottaggio, mentre nella "rossa" Bologna Merola è costretto al ballottaggio da un candidato leghista che prende il 30% (con i candidati espressione della Lega il centrodestra può fare bella figura ma non sembra in grado di strappare - almeno per il momento - feudi rossi), ma sopratutto dal 10% circa del candidato "5 stelle". Ma a ben vedere il movimento di Grillo si conferma non particolarmente trascinante: nelle città "rosse" intercetta un elettorato di estrema sinistra che c'è sempre stato e che semplicemente va sommato al centrosinistra; altrove, come a Milano, raccoglie poco (ma quasi come il Terzo polo!), pescando soprattutto nell'astensionismo.

Già, e il Terzo polo, che già canta vittoria vedendosi ago della bilancia? Risultato molto deludente se misurato con il progetto ambizioso di dar vita ad un nuovo polo, o addirittura ad un nuovo centrodestra; appena sufficiente se invece ci si accontenta della politica dei "due forni". Mi sembra appropriata la definizione di Cicchitto: «Il Terzo polo non esiste, esiste l'Udc». «Il Terzo Polo a Torino forse non riuscirà ad arrivare neanche terzo», ironizza Chiamparino. Ovunque le percentuali vanno di pochissimo (meno dell'1%) oltre i voti di Casini. Con scelte sputtananti ai ballottaggi, la realtà è che qualsiasi sia l'indicazione dei terzopolisti gli elettori faranno di testa propria.

Tornando al centrodestra, anche a causa dello scivolone della Moratti che ha calunniato il suo avversario a tre giorni dal voto, e di Berlusconi che non solo ha voluto "politicizzare" le amministrative, ma ha voluto fare di Milano il vero e proprio palcoscenico quasi unico della campagna, adesso il tono delle prossime due settimane, che condizioneranno in modo decisivo i ballottaggi, sarà inevitabilmente segnato dalla sconfitta del centrodestra a Milano, con il rischio di un effetto domino negativo.

Friday, May 13, 2011

Il vero picconatore

Una «supplenza necessaria», la definisce Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera. Tenderei piuttosto a definirla l'ennesima anomalia, di cui non sentivamo proprio il bisogno, di questa Repubblica delle banane. Se infatti, come osserva l'editorialista del Corriere, «il presidente della Repubblica è ormai diventato il dominus effettivo della scena politica del Paese», per questo oggetto di «consensi e dissensi», anche polemiche, tali da non poter più «apparire sempre super partes nella discussione pubblica», allora oltre a «necessaria» va riferito un altro attributo a questa «supplenza»: al di fuori del dettato costituzionale. Se anche fossero le circostanze ad indurlo, e non una scelta deliberata non dettata da reali necessità, riconoscere che il presidente della Repubblica non è più «super partes» significa che sta giocando un ruolo diverso da quello previsto dalla Costituzione. Ma se è così, occorre fare un passo successivo: per esercitare un ruolo così attivo, da giocatore, con i delicatissimi poteri che ha, il presidente dovrebbe essere investito direttamente dai cittadini della sua legittimità democratica, come avviene in Francia.

Da mesi su questo blog parlo dell'introduzione di fatto in Italia di un semipresidenzialismo a corrente alternata. Sempre più, infatti, nel dibattito politico quotidiano osserviamo le tensioni della coabitazione tipiche della Repubblica presidenziale francese. Come accadeva in Francia - accadeva, perché ormai l'eventualità di coabitazioni (l'ultima risale a Chirac) è stata praticamente ridotta a zero grazie alla quasi contestualità introdotta di recente tra elezioni presidenziali e legislative - quando Berlusconi si trova a Palazzo Chigi, chiunque si trovi al Quirinale - sia Scalfaro, Ciampi, o Napolitano, di culture diverse ma tutti di centrosinistra - si sente in diritto di esercitare, forse per l'inconsistenza della leadership del Pd, un ruolo di supplenza delle opposizioni. Quando al governo c'è il centrosinistra, invece, il Colle ritorna a lavorare come uno studio notarile. E c'è da dubitare che questo fosse il disegno originario dei nostri costituenti per quanto riguarda i rapporti tra Esecutivo e Quirinale.

Oltre a sconfinare dalle proprie prerogative costituzionali, così facendo il presidente della Repubblica danneggia in primis proprio le opposizioni, che vengono automaticamente bollate come deboli e incapaci, finendo quasi per scomparire dal dibattito politico. Interviene su tutto, dalla politica estera alle spiagge in concessione, dando l'impressione di reclamare un ruolo di indirizzo politico che la Costituzione espressamente gli nega. Non c'è decreto ormai che non venga sottoposto ai suoi uffici prima di arrivare in Consiglio dei ministri, e spesso persino i testi di legge prima di uscire dalle commissioni parlamentari. Esternazioni una al dì, convocazioni di singoli ministri e capigruppo, lettere e spifferatine ai giornali. Di tutto di più, oscillando tra arbitro ineccepibile e giocatore molesto, tanto da far pensare che la sua età lo esponga a qualche condizionamento di troppo da parte dei suoi consiglieri: l'opaca "Presidenza della Repubblica".

La novità di questi giorni è che ciò sta avvenendo anche in piena campagna elettorale per le amministrative. Napolitano batte un colpo al giorno, qualche volta uno alla mattina e uno alla sera, di controcanto alle parole del premier. Al protagonismo di Berlusconi, che ha comunque il diritto se lo ritiene di "politicizzare" il voto amministrativo, si contrappone quello di Napolitano. Il risultato è che la leadership del Pd e i candidati (di entrambi gli schieramenti, con l'eccezione di Milano per i noti motivi) escono dalle aperture dei tg e dalle prime pagine dei giornali. Speriamo che da domani si rispetti almeno il silenzio elettorale.

Inoltre si illudono quanti pensano di contrapporre la popolarità del presidente della Repubblica a quella del premier, perché si tratta di due cose qualitativamente molto diverse. Il protagonismo del Colle, da un punto di vista di un elettore di centrodestra, non fa che rafforzare la sensazione che non abbia tutti i torti Berlusconi quando si lamenta che dal presidente della Repubblica in giù tutti i poteri che in teoria dovrebbero essere "terzi" sono in realtà occupati "dalla sinistra".

Thursday, May 12, 2011

Assad non è Gheddafi. E' peggio

Anche su taccuinopolitico.it

Perché non si può agire con Damasco come con Tripoli ma non per questo bisogna rinunciare a sostenere apertamente il regime change

La domanda sorge spontanea, come avrebbe detto Lubrano: che differenza c'è tra la repressione scatenata da Gheddafi in Libia, che ha provocato l'intervento militare della Nato, e quella scatenata da Assad in Siria, che invece ha avuto come reazione solo le timide sanzioni da parte dell'Ue e degli Usa? Se lo chiedono in molti, e sempre di più, in questi giorni.

Per Frattini la differenza è che «diciamolo francamente, Assad non è Gheddafi» e «la comunità internazionale ritiene che ci sia ancora un piccolissimo margine per aprire ad un programma di riforme». Quando parla il ministro degli Esteri o è una gaffe, oppure, per tenersi "coperto", copia letteralmente le frasi del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, che però a sua volta non è infallibile. Meglio la seconda ed è questo il caso. Dopo aver definito Mubarak «uno di famiglia» e il suo regime «solido» durante le prime manifestazioni del Cairo, fino ad una settimana fa la Clinton spiegava che «la Siria può ancora varare riforme, nessuno invece credeva che Gheddafi lo avrebbe fatto», e che c'è quindi «un percorso ancora possibile con la Siria, per questo continuiamo insieme ai nostri alleati a fare pressioni». Né il presidente Obama ha mai intimato ad Assad di andarsene, come ha fatto con Mubarak e Gheddafi.

Il presunto "riformismo" degli Assad è un marchio di fabbrica dei Democratici Usa rispetto alla chiusura totale dell'amministrazione Bush nei confronti di Damasco, inserita a suo tempo nell'Asse del Male. Nonostante gli eventi degli ultimi mesi e giorni sembrino dar ragione all'ex presidente, pare che alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato sulla Siria non intendano proprio voler cambiare idea, nell'illusione che battendo sul tasto di un ipotetico "riformismo" siriano si possa alla fine incrinare l'asse tra Damasco e Teheran. Nulla di più improbabile.

Assad non è Gheddafi, su questo Frattini ha ragione, ma non nel senso che intendeva. Assad infatti è molto peggio di Gheddafi, sia per la durezza della repressione, sia per l'influenza geopolitica negativa della Siria sull'intera regione rispetto alla Libia del Colonnello.

La repressione è altrettanto brutale, ma più metodica. Meno ostentata, ma più efficace perché i metodi sono quelli iraniani, sperimentati con successo nel soffocare le manifestazioni del 2009. Anche Assad si avvale di carri armati e cecchini, bombarda le città degli insorti, rastrella casa per casa, tortura i feriti per ottenere le liste degli oppositori. Dall'nizio delle rivolte si calcola che siano stati uccisi dal regime 7-800 siriani, in migliaia imprigionati, di cui di alcune centinaia non si hanno notizie.

Qualcuno penserà al petrolio, ma oltre all'efficacia della repressione è piuttosto il contesto geopolitico ad essere del tutto differente. La Siria è legata all'Iran da un patto d'acciaio e anche se gli Assad volessero (ma non vogliono) aprire alle riforme, al loro popolo, Teheran non lo permetterebbe. Tra i due Paesi esistono strettissimi legami economici e militari, tanto che agenti iraniani stanno aiutando il regime di Damasco nella repressione.

La Siria degli Assad è infatti per l'Iran una pedina fondamentale per portare avanti la sua agenda, la sua scommessa egemonica, in Medio Oriente. A Damasco risiedono il cervello e le casse di tutti i più pericolosi gruppi terroristici anti-israeliani appoggiati da Teheran; è la base operativa da cui i pasdaran iraniani conducono le loro azioni clandestine all'estero; attraverso la Siria passano le armi per Hamas e Hezbollah; ed è grazie a Damasco che gli iraniani riescono ad aggirare le sanzioni dell'Onu sul programma nucleare.

Dunque, agire nei confronti di Damasco come si sta facendo con Tripoli non è possibile, perché significherebbe dover affrontare direttamente o indirettamente l'Iran. La prima conseguenza sarebbe l'ulteriore destabilizzazione del Libano, poi una nuova guerra di Hezbollah (e Hamas) contro Israele, fino a possibili attacchi contro le truppe americane in Iraq. Persino gli israeliani, preoccupati per una possibile deriva islamista in Egitto, guardano con timore ad un simile scenario e si limitano a sperare nella fine degli Assad senza interventi esterni.

Ciò non significa però che bisogna continuare ad illudersi sul "riformismo" degli Assad e che sia opportuno non sostenere apertamente il regime change in Siria, colpendo il regime con sanzioni più dure e sostenendo moralmente e materialmente le opposizioni.

Wednesday, May 11, 2011

Il solito schema

Come prevedibile il meccanismo si è innescato di nuovo. Si scandalizzano e tuonano ad ogni dichiarazione, anche la più banale, trita e ritrita di Berlusconi, e poi si lagnano che il premier invade le aperture dei tg e le prime pagine dei giornali, oscurando candidati e avversari a quattro giorni dal voto. Berlusconi che "politicizza" le amministrative per rafforzare il governo, riproponendo una sorta di referendum sulla sua leadership, e il Pd che accetta la sfida nell'illusione della "spallata". Ed ecco, dunque, che nelle ultime parole del premier sui poteri del Colle e quelli della presidenza del Consiglio si denuncia un attacco a Napolitano, alle istituzioni di garanzia di cui Berlusconi si vorrebbe disfare per instaurare una dittatura. Il che, però, non torna molto con un'altra lettura che va per la maggiore tra i nemici del Cavaliere: se fosse interessato alla presidenza della Repubblica, perché indebolirla?

A ben vedere, non si tratta che dei soliti ragionamenti, che il centrodestra ha già tentato di trasformare in riforma costituzionale nel 2005 (premierato forte, riduzione del numero dei parlamentari, Senato federale). Una riforma lasciata affondare nel referendum confermativo. E d'altronde, non va dimenticato che il rafforzamento dei poteri del premier e del governo, con il conseguente restringimento di quelli del presidente della Repubblica, era preso in considerazione anche nella Bozza di riforma Violante, la quale prevedeva che il presidente del Consiglio fosse investito direttamente dai risultati elettorali e non incaricato dal capo dello Stato, che potesse revocare e nominare ministri e sottosegretari senza passare per il Colle, e che il governo potesse usufruire di una corsia preferenziale in Parlamento per i disegni di legge di suo interesse.

Nessuno scandalo, dunque. Se non che nel reagire a queste prese di posizione la sinistra e la stampa mainstream calzano sempre i panni che fanno comodo al Cavaliere. Al di là del merito delle questioni e delle promesse effettivamente mantenute, infatti, ne escono rafforzati i tratti di decisionismo di Berlusconi e rimessa a lucido la sua immagine di riformatore, mentre i suoi avversari, rintanati sulla difensiva, appaiono come il ritratto stesso della conservazione. Un richiamo irresistibile per gli elettori del Pdl, anche se sfiduciati.

La teoria berlusconiana delle "mani legate" (da istituzioni antiquate e inefficienti e alleati infedeli) è molto spesso un alibi per giustificare le riforme non realizzate, ma che ci sia in Italia un problema di ingovernabilità (troppi galli a cantare e procedure parlamentari lente e farraginose) è innegabile. E c'è del vero anche nel fatto che quando Berlusconi si trova a Palazzo Chigi, chiunque si trovi al Quirinale - sia Scalfaro, Ciampi, o Napolitano - si sente in diritto di esercitare un ruolo di supplenza delle opposizioni, che oltre a sconfinare dalle prerogative costituzionali della presidenza della Repubblica danneggia in primis proprio le opposizioni, che vengono automaticamente bollate come deboli e incapaci finendo quasi per scomparire dal dibattito politico. Quando invece al governo c'è il centrosinistra, il Colle sembra uno studio notarile.

In questa legislatura il presidente della Repubblica e il presidente della Camera sono apparsi troppo spesso come gli unici, impropri argini, al governo Berlusconi. Soprattutto con Napolitano siamo ormai di fatto in un semipresidenzialismo dove il presidente però non viene eletto direttamente dai cittadini. Interviene su tutto, dalla politica estera alle spiagge in concessione, dando l'impressione di reclamare un ruolo di indirizzo politico che la Costituzione espressamente gli nega. Non c'è decreto ormai che non venga sottoposto ai suoi uffici prima di arrivare in Consiglio dei ministri, e spesso persino i testi di legge prima di uscire dalle commissioni parlamentari. Esternazioni una al dì, convocazioni di singoli ministri e capigruppo, lettere e spifferatine ai giornali. Di tutto di più, oscillando tra arbitro ineccepibile e giocatore molesto, tanto da far pensare che la sua età lo esponga a qualche condizionamento di troppo da parte dei suoi consiglieri, l'opaca "Presidenza della Repubblica".

Sacrosante in una democrazia liberale le istituzioni di controllo e di garanzia e il potere neutro del Quirinale, ma quando non sono più tali e invece di arbitrare giocano? Berlusconi vuole (dice di voler) cambiare una Costituzione che a suo avviso - e non ha tutti i torti - gli impedisce di governare in modo efficace. Napolitano (così come i suoi predecessori) le regole le ha già cambiate forzandole. Tra le due, meglio la via costituzionale del centrodestra, se mai deciderà di intraprenderla.

Tuesday, May 10, 2011

A quando una giornata del disonore?

Sacrosanto è l'onore dovuto ai tanti magistrati che hanno sacrificato la loro vita in nome della lotta dello Stato al terrorismo e alla mafia, quindi in ultima analisi per la democrazia e la libertà di tutti noi. Vanno ricordati e onorati, anche con commozione. Una memoria che dovrebbe imporci di ripugnare l'accostamento dei pm milanesi alle Br stampato su quello sconsiderato manifesto di cui fin troppo si è parlato. Rimane il fatto che appare non solo legittimo, ma persino storicamente fondato, il giudizio politico che ravvisa nell'operato di alcuni magistrati i caratteri dell'eversione. Denunciare i comportamenti ritenuti eversivi e gli abusi di alcune toghe, e dunque proporre delle riforme per farli cessare, non significa certo offendere le vittime del terrorismo. E' anzi nel pieno diritto-dovere dei legislatori. Siamo certi che il presidente Napolitano non abbia voluto affermare il contrario.

Sono tanti e tali i caduti e i marchiati a vita per mano di questi sleali servitori dello Stato, che meriterebbero anch'essi una giornata della memoria, una giornata per ricordare i misfatti e il disonore di cui altri magistrati hanno macchiato il loro ordine, il loro ufficio. Nella nostra memoria collettiva, infatti, accanto ai giudici vittime del terrorismo e della mafia, sono sepolti i martiri innocenti della "malagiustizia". E' il doppio volto di un Paese capace di nobili imprese quanto di ciniche ingiustizie. Colpevoli o innocenti che fossero, politici ma anche e soprattutto comuni cittadini, martirizzati o comunque straziati da un sistema opaco, fatto di meccanismi disumani e magistrati incapaci - nella migliore delle ipotesi - che non solo non hanno pagato per i loro errori e le loro violenze, ma che su di essi hanno fatto carriera (non di rado politica).

Si potrebbe cominciare dai casi Tortora, Moroni e Cagliari, dal maresciallo Lombardo fino al povero Stefano Cucchi. Ma senza arrivare al martirio, basti citare il massiccio uso politico della giustizia contro Berlusconi e gli uomini a lui vicini, l'uso spregiudicato di pentiti e "dichiaranti" come Spatuzza e Ciancimino jr, il ricorso spropositato alla carcerazione preventiva come strumento per estorcere confessioni e alle intercettazioni, le ombre che gravano su processi come quello al generale Mori, a Scattone e Ferraro per l'omicidio di Marta Russo, o su quello ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito, o ancora ad Alberto Stasi, solo per citarne alcuni più recenti. Ebbene, onorare i magistrati vittime del terrorismo o della mafia non deve significare chiudere entrambi gli occhi su tutto quanto ha leso, forse in modo irreparabile, la credibilità della magistratura, né tanto meno rendere intoccabile una casta.

Non esiste la magistratura, esistono i magistrati, alla maggior parte dei quali - morti e vivi - va reso onore per il loro lavoro e il loro sacrificio quotidiano, lontano dai riflettori, senza nascondere però che alcuni - per fortuna pochi ma potenti - non sono solo criticabili per il loro operato, ma disonorano e screditano l'istituzione di cui fanno parte, oltre a infagare - loro sì - la memoria dei loro colleghi caduti in servizio. Nei confronti di costoro non servono commissioni parlamentari d'inchiesta, destinate a finire in un nulla di fatto. Serve una riforma profonda e, sì, "punitiva".

Friday, May 06, 2011

Un altro astro terzista che tramonta

In attesa di conoscere i primi dati ufficiali sul referendum elettorale che si è svolto ieri in Gran Bretagna (questo pomeriggio inizia lo scrutinio), l'impressione è che i britannici si terranno stretto l'uninominale secco (e il bipartitismo). Tutti i sondaggi infatti danno una schiacciante maggioranza di "no" all'Alternative Vote, sistema di cui subito qualcuno si è invaghito anche qui in Italia sull'onda delle ambizioni terziste dei promotori, i lib-dem di Nick Clegg.

Un anno fa, pur non riuscendo nell'impresa Clegg era stato il grande protagonista delle elezioni. Nonostante la conquista di quasi 100 seggi rispetto alla legislatura precedente, Cameron non riusciva ad ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento ed era costretto ad un insidioso governo di coalizione con gli outsider lib-dem. In quanto vincitore delle elezioni, non poteva certo sottrarsi alla sfida del governo, ma su quanto sarebbe durato l'esperimento e chi ci avrebbe rimesso in termini politici il dibattito era aperto. «Quanto durerà e chi ci rimetterà», ci chiedevamo un anno fa. Ebbene, alla luce del risultato referendario e di quello delle amministrative (Tories e Labour sembrano tenere, questi ultimi con qualche difficoltà di troppo in Scozia, mentre per i lib-dem si profila una disfatta), il premier conservatore sembra aver azzeccato i suoi conti.

Ma in gioco c'era (e c'è) molto di più che il colore politico di un governo: se un monocolore conservatore o un bicolore liberal-conservatore. C'era l'essenza stessa del sistema politico britannico: il bipartitismo. Per ottenere l'appoggio dei lib-dem, infatti, oltre al vicepremierato a Clegg e ad alcuni ministeri, Cameron aveva dovuto concedere un referendum che avrebbe potuto scardinare il bipartitismo britannico con l'introduzione dell'Alternative Vote. Quasi certamente i britannici respingeranno il tentativo terzista.

Insomma, temevamo molto per l'azzardo di Cameron, ma i fatti sembrano dargli ragione: la coabitazione ha logorato i lib-dem e i britannici preferiscono la chiarezza dell'uninominale secco. Un altro astro terzista che tramonta (Clegg) - e qualcuno anche in Italia dovrebbe rifletterci su. Un governo di coalizione che potrebbe avere le settimane-mesi contati e i Tories che sembrano pronti all'incasso, anche se i lib-dem potrebbero voler evitare il giudizio delle urne proprio ora e Cameron voler portare a termine il risanamento del bilancio.

Thursday, May 05, 2011

Altro che foto, è il momento di battere il ferro

«E' importante per noi fare in modo che foto molto crude di qualcuno cui è stato sparato in testa non circolino incitando ad ulteriore violenza o come strumento di propaganda. Noi non siamo fatti così. Non tiriamo fuori queste cose come trofei. (...) Non c'è alcun dubbio che Bin Laden sia morto. Di certo non c'è dubbio tra i militanti di Al Qaeda. Quindi non riteniamo che una fotografia farebbe alcuna differenza».

Il presidente Obama ha così motivato, al programma "60 minutes" che andrà in onda domenica, la sua decisione: per ora non uscirà alcuna foto di Bin Laden morto. Una decisione saggia. Sui motivi non c'è molto altro da aggiungere. Semplice buon senso, almeno per chi è disposto a soppesare i pro e i contro con serenità di giudizio e obiettività.

Lo scrivevo ieri: la pubblicazione o meno della foto non ha nulla a che fare con l'esigenza di fornire una prova dell'uccisione di Bin Laden. La Casa Bianca ha giustamente deciso valutando gli effetti che avrebbe determinato nella guerra ancora in corso contro il terrorismo islamista - una guerra fatta molto anche di immagini e simboli. L'eventuale pubblicazione recherebbe più vantaggi o più svantaggi nel conflitto? Questo è il punto. E come ha spiegato il presidente della Commissione Intelligence della Camera la conclusione è stata che «i rischi della pubblicazione superano i benefici. Tanto i complottisti in giro per il mondo direbbero lo stesso che le foto sono manipolate, mentre c'è il rischio concreto che pubblicare le immagini serva soltanto a infiammare l'opinione pubblica in Medio Oriente».

Mentre da noi tv e giornali come al solito si attardano in questo stucchevole dibattito foto sì foto no, finendo per legittimare le più strampalate teorie della cospirazione, negli Stati Uniti ci si chiede quanto Obama debba ringraziare le controverse politiche antiterrorismo dei suoi predecessori (non solo G. W. Bush ma anche Clinton). Ieri John Yoo, ex consigliere giuridico di Bush, sul Wall Street Journal:
«The bin Laden mission benefited greatly from Bush administration interrogation policies, but President Obama still prefers to kill, rather than capture, terrorists. This costs valuable intelligence».
Oggi anche il liberal Washington Post avverte «l'eco degli anni di Bush»:
«As President Obama celebrates the signature national-security success of his tenure, he has a long list of people to thank. On the list: George W. Bush».
Ma adesso l'amministrazione Obama è intenta a massimizzare gli effetti del successo dell'operazione. Sul piano militare, cercando di decifrare nel più breve tempo possibile il materiale trovato nel covo di Bin Laden, sperando che possa portare alla cattura o all'uccisione di altri capi di al Qaeda, e a scoprire le cellule nascoste, quindi assestando un colpo mortale o quasi all'organizzazione anche sul piano operativo oltre che simbolico.

Sul piano politico, invece, l'occasione va sfruttata fino in fondo per costringere il Pakistan ad abbandonare le sue trentennali ambiguità. E in questa chiave vanno lette le dichiarazioni del direttore della Cia Leon Panetta, che ieri ha puntato l'indice su quel «network segreto» pachistano che ha protetto Bin Laden e che sta proteggendo Al Qaeda e i talebani. Osama nella sua villa era protetto da poche guardie perché evidentemente contava sulla protezione dei servizi di sicurezza pachistani, o di settori deviati si direbbe da noi, che l'avrebbero avvertito di un eventuale imminente blitz. Ecco perché gli Usa non si sono fidati ad avvertire le autorità pachistane dell'operazione. In nessun caso però gli Usa possono permettersi di lasciare in Afghanistan e in Pakistan un vuoto politico e militare che verrebbe subito colmato pericolosamente da altri (Cina e Iran), ma è questo il momento per spingere il più possibile i pachistani a diventare più affidabili. Anche assicurando loro la giusta influenza in Afghanistan, ma non attraverso l'estremismo islamico.

Sempre sul piano politico, il momento favorevole dev'essere sfruttato anche per favorire il processo rivoluzionario che sta investendo i regimi del mondo arabo. Far cadere Gheddafi e Assad, e correggere la deriva che sta prendendo l'Egitto, innanzitutto. Giocando con l'assonanza tra i termini «bullet» e «ballot», scrive Thomas Friedman sul New York Times:
«We did our part. We killed Bin Laden with a bullet. Now the Arab and Muslim people have a chance to do their part - kill Bin Ladenism with a ballot - that is, with real elections, with real constitutions, real political parties and real progressive politics».
Purtroppo potrebbe rivelarsi ancor più complicato che prendere Bin Laden vivo. Nelle sue prime settimane di vita il governo transitorio egiziano in mano ai militari ha fatto solo danni. Lungi dal rendere concreto e irreversibile il processo democratico, come si chiedeva a Mubarak, ha aperto a Teheran e ha favorito la riconciliazione tra Fatah e Hamas. Nonostante il loro ruolo marginale nelle rivolte che hanno portato alla caduta di Mubarak, sono i Fratelli musulmani (e gli ayatollah iraniani) a staccare i primi dividendi. L'Egitto, paventa lucidamente Il Foglio, rischia di trasformarsi in un «secondo Pakistan». Sia nei confronti dei militari pachistanti che di quelli egiziani l'arma del ricatto finanziario - i miliardi di dollari che ricevono da Washington - può tornare utile, senza scordare che probabilmente altri dollari sarebbero pronti a sostituire quelli americani.

Il giudizio su Obama è presto detto: non è Bush, e con la sua sterzata "realista", per così dire, in Medio Oriente ha sbagliato tutto: l'approccio nei confronti dell'Iran, dei Paesi arabi - alleati e non - e del processo di pace tra israeliani e palestinesi. Ha tentennato e infine si è smarcato sulla Libia, dando vita al più sconclusionato intervento militare della Nato che si sia mai visto. Le rivoluzioni popolari della primavera araba lo hanno riportato ad una realtà che Bush e i neocon avevano già intuito, e forse lo indurranno a ricredersi e a correggere rotta.

Ma Obama non è neanche quella specie di irenista che credevano i suoi più entusiasti sostenitori di sinistra, né quel traditore dell'"eccezionalismo" americano come lo dipingono i suoi avversari più beceri. Bisogna riconoscere che proprio il suo approccio più cinico e meno ideologico, più concentrato su obiettivi ristretti di antiterrorismo, gli ha permesso di cogliere alcuni successi. Si è mosso con cautela in Iraq e ha azzeccato tutto in Afghanistan e sul Pakistan. Interrompendo una prassi negativa che con Islamabad durava fin dagli anni '80 - quando i finanziamenti per i mujaheddin dovevano passare obbligatoriamente attraverso l'Isi - ha cominciato a non fidarsi dei pachistani, anzi a prendere sempre più l'iniziativa sul loro stesso territorio. Fino al successo di questa "benedetta domenica".

Wednesday, May 04, 2011

Foto o non foto

E' ormai un caso dei nostri tempi: i mainstream media (soprattutto italiani) che danno credito alle più strampalate tesi complottiste sulle versioni ufficiali dei governi americani (di qualsiasi colore politico) e che invece si bevono e rilanciano sui loro siti e sulle prime pagine la propaganda utile agli islamisti dei più oscuri e inaffidabili servizi segreti.

Dopo le due foto da fonti pachistane - evidentemente false, eppure schiaffate in prima pagina - di Bin Laden morto, l'ultimo esempio questa mattina. La figlia: "Preso vivo, poi assassinato", si legge su tutti i siti, come se fosse stata interpellata direttamente. Ma quanti lettori andranno a leggersi che in realtà è la tv satellitare araba Al Arabiya a riportare che una fonte anonima dei servizi di sicurezza pakistani (gli stessi che per anni hanno chiuso entrambi gli occhi sul nascondiglio di Bin Laden) ha riferito che la figlia dodicenne di Bin Laden sostiene che... eccetera eccetera?

I migliori servizi si leggono su La Stampa, come questo di Molinari (ma anche di Mastrolilli), per il resto tranne le solite eccezioni di nicchia ci sarebbe da piangere (gli editoriali in prima del Corriere sono ancor più raccapriccianti di qualsiasi foto di Osama).

In realtà, per avere la conferma che sia stato davvero ucciso, non serve l'immagine truculenta del corpo di Bin Laden, che tanto non fermerebbe le speculazioni e le teorie della cospirazione, anzi ne solleverebbe di nuove. Come prova potrebbe persino bastare questa splendida foto che per la prima volta ritrae il presidente degli Stati Uniti e il suo staff mentre chiusi nella Situation Room della Casa Bianca assistono in diretta tv ad una missione segreta. Parlano gli sguardi tesi di Obama, di Hillary Clinton, dei generali e dei funzionari. Ma non si tratta di "credere" e "affidarsi", bensì di usare semplicemente le informazioni che abbiamo e la pura logica, senza pregiudizi.

Pubblicare o meno una foto di Bin Laden trucidato non è questione di poco conto, non è una decisione che può essere presa alla leggera, anche se ai più sembrerà banale. Di certo nulla può avere a che fare con l'esigenza di "provare" che Bin Laden sia stato davvero ucciso. Se non fosse così il leader di Al Qaeda potrebbe facilmente smentire Obama e segnare un clamoroso punto a suo favore. Il problema, delicatissimo, è quello degli effetti di breve e lungo termine che può provocare la pubblicazione di immagini. Potrebbero fomentare il desiderio di vendetta dei terroristi, ma anche offendere la sensibilità di larghi strati di popolazioni islamiche nient'affatto estremiste. Invece che una prova definitiva che metta un freno alle dietrologie, potrebbe rivelarsi uno strumento di propaganda in mano ai nemici dell'America e dell'Occidente. E nel caso di un video c'è persino il rischio di rivelare importanti dettagli del modo in cui operano le forze speciali. Tutte cose che attengono alla sicurezza non solo degli americani, ma dell'intero mondo occidentale.

«A me piacerebbe vedere la foto di Bin Laden che si nasconde dietro una donna, usandola come scudo - osserva per esempio Edward Luttwack, intervistato da Mastrolilli su La Stampa - invece preferirei evitare un'immagine del suo corpo tipo quella del cadavere di Che Guevara, che diventò un'arma nelle mani della propaganda antiamericana». Per l'ex segretario di Stato Lawrence Eagleburger, «la decenza è una delle differenze principali tra noi e i terroristi che siamo costretti a combattere: non ci serve usare le immagini di un grande successo, per fare altra propaganda». Al contrario delle teste mozzate che Al Qaeda ci ha imposto di vedere negli ultimi anni.

Prima o poi le immagini arriveranno, ma non c'è alcuna fretta. L'amministrazione Usa non deve provare nulla ai cospirazionisti di professione. Il successo della missione è dalla sua parte. Al momento opportuno, quando gli animi si saranno calmati, ci sarà spazio anche per le prove documentali. Una soluzione per adesso sarebbe farle visionare ai deputati e ai senatori Usa, ai rappresentanti del popolo americano.

Tuesday, May 03, 2011

I molti meriti di Obama (e quelli di Bush)

Per noi che ci sentiamo così fortemente parte di una virtuale (e anche un po' reale) "generazione 11 settembre" - «l'11 settembre 2001 è una data indelebile nella biografia interiore di ciascuno di noi», scrive oggi Sechi su Il Tempo - anche la data di ieri rimarrà per sempre stampata nella nostra memoria emotiva. Ma questa volta come un momento di giubilo e non di immenso terrore. Onesto e umanissimo giubilo, come quello cantato dal poeta Alceo che esortava a ubriacarsi per la morte di Mirsilo, tiranno dell'epoca, e ripreso secoli dopo da Orazio nel famoso verso nunc est bibendum. Festeggiare si può eccome per l'uccisione di Bin Laden, perché per dirla con le parole di Ferrara questa mattina su Il Foglio, qui «non si festeggia una sparatoria», si celebra un consapevole e liberatorio «atto di giustizia». E «un momento come questo non si apprende in nessun libro di storia», fa notare una mamma americana a Maurizio Molinari (La Stampa).

Un atto di genuina giustizia come solo la cultura americana sa concepire. Nella consapevolezza che se si vogliono vedere applicati i principi pomposamente e astrattamente sanciti sulle nostre carte costituzionali non ci si può spaventare nel vederli calati dall'iperuranio delle idee alla imperfetta realtà umana. Il presidente Obama non solo si è dimostrato affidabile come comandante in capo, ma ha saputo parlare da leader bipartisan della sua nazione e da leader dell'intero mondo libero. Perché dopo dieci anni di caccia all'uomo che avrebbero piegato la forza di volontà di molti, dimostra che anche i difensori della libertà e della democrazia sanno essere spietati. Che democrazia non vuol dire debolezza, e tolleranza non equivale a fregarsene. Non credo che con questo successo Obama abbia in tasca la riconferma per il 2012, che probabilmente si deciderà sull'economia, ma certo ha sgombrato definitivamente il campo su una delle qualità presidenziali cui gli americani sono più attenti: ha dimostrato di saper essere un valido commander-in-chief, di non tentennare quando in gioco c'è la sicurezza e l'onore degli Stati Uniti.

Molti meriti di questa operazione vanno ovviamente a lui, dunque, ad Obama, molti di più di quanto si sia portati a credere. La caccia a Bin Laden non è proseguita stancamente, non è divenuta una routine, come pure sarebbe potuto capitare dopo dieci anni. Obama al contrario l'ha elevata a priorità e ha saputo trasmettere a tutta l'amministrazione il senso di questa urgenza. Il presidente stesso ha seguito in prima persona le varie fasi della "caccia", ha preso le sue decisioni con prontezza, con una freddezza al limite del cinismo, meticoloso e calcolatore in ogni dettaglio. Ma soprattutto a lui va il merito politico di aver avuto il coraggio che si richiede ad un presidente degno della sua missione: quello di rischiare. L'operazione poteva trasformarsi in un clamoroso fallimento, una nuova Baia dei Porci, un nuovo "Black Hawk Down", o come il disastroso tentativo di liberare gli ostaggi in Iran da parte del presidente Carter. Da uno smacco simile Obama non si sarebbe risollevato. Per questo ha definitivamente dimostrato di possedere la statura di leader degli Stati Uniti.

Dal punto di vista strategico Obama ha impresso una svolta, annunciata fin dalla campagna elettorale, che si è dimostrata particolarmente lungimirante. Oltre al surge in Afghanistan affidato a Petraeus, la scelta di incalzare al Qaeda anche in Pakistan: pretendendo da Islamabad un maggiore impegno nelle zone tribali di confine e costringendo i pachistani a ingoiare il rospo di una più marcata ingerenza americana. Nel frattempo, tuttavia, i motivi di diffidenza nei loro confronti aumentavano, la collaborazione appariva sempre meno leale, e sempre più spesso quindi venivano tenuti all'oscuro dei movimenti americani sul territorio pachistano. Nient'affatto intimidito dal premio Nobel per la pace e dalle vittime civili come "danni collaterali", Obama ha moltiplicato i bombardamenti con i droni e intensificato le operazioni coperte delle truppe speciali e della Cia, neanche preoccupato dell'accusa di agire nell'ombra, spesso all'insaputa delle autorità pachistane e quindi in modo del tutto unilaterale. Anzi, lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere, queste azioni sono sfuggite alla propaganda nemica e ai complessi di colpa occidentali. Un ruolo «paramilitare» della Cia sempre più marcato che in molti avrebbero denunciato e criticato se fosse stato un presidente repubblicano a ordinarlo.

Fin qui i suoi meriti, le sue intuizioni. Va però riconosciuto in Obama un continuatore dell'architettura antiterrorismo elaborata dalla presidenza Bush. A cominciare dagli uomini di cui ha scelto di circondarsi: il segretario alla Difesa Gates, il generale Petraeus, ma anche figure come John Brennan, numero due della Cia Tenet-Bush. Stessa determinazione, quasi gli stessi uomini, una strategia più efficace, per cui è stata coniata l'espressione Afpak, ma soprattutto Obama, nonostante le promesse in campagna elettorale, non ha temuto di affrontare l'impopolarità decidendo non solo di non chiudere il carcere di Guantanamo e di riprendere i processi dinanzi alle corti militari, ma di non smantellare quel controverso "metodo Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma di cui oggi tutti sembrano essersi scordati.

I detenuti di Guantanamo infatti si sono dimostrati una preziosa, addirittura insostituibile fonte di informazioni, per sventare nuovi attacchi e forse ancor più necessari per "aggirare" i depistaggi pachistani nella caccia a Bin Laden. Proprio da una coppia di questi detenuti sottoposti al waterboarding sarebbe giunto l'indizio iniziale, su un corriere usato da Osama, che anni dopo avrebbe condotto fino al compound di Abbottabad. «Le informazioni che hanno consentito di arrivare al rifugio dove si trovava Bin Laden - rivendica Paul Wolfowitz, ex vicecapo del Pentagono e volto di punta dell'amministrazione Bush intervistato su La Stampa - sono frutto degli interrogatori condotti nel carcere di Guantanamo nei confronti di più detenuti, incluso Khalid Sheik Mohammed. Questo deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantanamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell'importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi». L'unica cosa stonata dell'operazione è stato il nome in codice assegnato al bersaglio: "Geronimo". Il grande capo indiano non meritava un simile accostamento a un volgare assassino.

L'uccisione di Bin Laden ha un altissimo valore simbolico ma avrà anche un impatto molto concreto, nel medio-lungo termine, soprattutto sull'appeal del jihadismo. Tuttavia, al Qaeda non è finita. E' un marchio che si diffonde in franchising. E' logistica, supporto finanziario, non è un'armata che si può mettere in rotta spezzando la catena di comando, o tagliando la testa del serpente. Ma ci tranquillizza non poco sapere che nonostante gli errori e le incertezze che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di battersi per rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Monday, May 02, 2011

Un giorno di primavera

Come spesso capita la realtà è più banale di quanto si pensi. E a dispetto delle varie leggende che in questi anni si sono moltiplicate sulla sua sorte (dato ormai per morto; nascosto dentro chissà quale grotta di chissà quale inaccessibile catena montuosa; reso ormai irriconoscibile da svariate plastiche facciali; o addirittura a godersi i suoi milioni in qualche luogo esotico), Osama Bin Laden se ne stava asserragliato in una villa superprotetta, cercando di non dare troppo nell'occhio, in una ridente cittadella militare a soli 50 chilometri da Islamabad, la capitale del Pakistan. Più o meno come uno dei boss dei casalesi. Questo almeno il suo ultimo domicilio conosciuto, perché è probabile che in questi dieci anni abbia cambiato periodicamente più nascondigli, cercando però di limitare al massimo i suoi spostamenti.

A lungo si parlerà delle complicità pachistane, data la località in cui è stato scovato e le modalità dell'operazione (condotta pare all'oscuro dell'Isi e delle autorità civili pachistane). Complicità deve averne avute eccome, e chissà quante volte sarà sfuggito grazie ai depistaggi dei suoi amici pachistani. Materia per i libri di storia ormai. Come quel paio di occasioni per andare a prendere Bin Laden perse da Clinton sul finire degli anni '90 e il ruolo ormai più che trentennale dei servizi di sicurezza pachistani, veri e propri "padrini" dei talebani e delle reti del terrore, come quella di Haqqani, operanti ai confini con l'Afghanistan.

Nunc est bibendum - Ci sono voluti dieci anni, ma alla fine giustizia è fatta. Sì, possiamo affermarlo e almeno per oggi ingenui e ipocriti si asterranno dal parlare a vanvera di diritto internazionale, di multilateralismo, di processi o di esilio. E senz'altro oggi, almeno per un giorno, si può dire anche che il mondo è un posto migliore. E giusto un pizzico più sicuro. Solo un pizzico però, perché se è vero che l'uccisione di Bin Laden non ha un valore solo strettamente simbolico e avrà anzi conseguenze pratiche, soprattutto nei termini di un minore appeal della causa jihadista, non bisogna tuttavia commettere l'errore di credere che la guerra al terrorismo, al fondamentalismo e alle altre forme di tirannia si sia conclusa oggi.

E' più che probabile che da tempo ormai Osama non svolgesse più un ruolo operativo, né bisogna dimenticare la particolare struttura asimmetrica, sfuggente e tentacolare di al Qaeda. L'ideologia jihadista si nutre di figure carismatiche, quasi mitologiche, ma averne abbattuta una, anche se quella leader, non porta con sé il suo inevitabile e automatico esaurimento.

Del successo dell'operazione va dato merito senz'altro ad Obama, per la determinazione e la prontezza dei suoi ordini in tutte le fasi, così come a tutta la catena di comando fino a quegli eroici 14 uomini che sono penetrati nel compound senza avere la certezza di uscirne, né di avere il viaggio di ritorno assicurato (uno dei due elicotteri non era in grado di ridecollare). Corretta la scelta di andare a prenderlo e di non bombardare, per avere la certezza della sua fine. Ma è stato un lavoro lungo anni, iniziato durante la presidenza di G. W. Bush, cui forse va dato il merito di aver elaborato il "metodo" che sintetizziamo nell'espressione "Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma che il Premio Nobel per la pace Obama non ha affatto smantellato, nonostante le promesse in campagna elettorale, e che forse si è rivelato una preziosa fonte di informazioni per aggirare i depistaggi pachistani.

Ci tranquillizza non poco, infine, sapere che nonostante gli errori e la mancanza di visione che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di rendere questo mondo più sicuro e più libero.