Monday, October 31, 2011

L'usato sicuro e a km zero di Renzi

Risvegli: Berlusconi che si dice pronto a porre la fiducia su ciascuno dei provvedimenti annunciati nella lettera all'Ue, dunque a mettere in gioco per una volta per obiettivi alti la sopravvivenza del suo governo, e l'usato anni '80 - ma sicuro e soprattutto, in Italia, ancora a chilometri zero - esposto da Matteo Renzi alla Leopolda, sono piccoli ma incoraggianti segnali di risveglio. Nel primo caso di un Berlusconi consumato che cerca di rilanciarsi nell'unico modo possibile: leadership di governo; nel secondo di un giovane sindaco che tenta di togliere un bel po' di muffa alla sinistra italiana.

Già, perché la lettera di intenti recapitata all'Ue almeno un primo effetto positivo l'ha avuto: è stata «sufficiente a dissolvere il bluff su cui si è retta la politica italiana negli ultimi 90 giorni. Fondamentalmente - scrive Luca Ricolfi su La Stampa di oggi - il bluff con cui un po' tutti - sindacati, Confindustria, opposizione - hanno finto che il problema fosse solo l'inerzia del governo, e che invece le cosiddette parti sociali fossero perfettamente consapevoli della gravità della situazione, dell’urgenza di intervenire, della strada da imboccare, delle misure da prendere». Le reazioni che ha suscitato da parte delle forze politiche e sociali dimostrano quello che su questo blog non mi stanco di ripetere. Quello italiano è un blocco, un immobilismo, di sistema, che va ben oltre l'attuale governo e la sola figura di Berlusconi. Pensare che un suo passo indietro possa sbloccare la situazione è o ingenuità o malafede. Può certamente terremotare il sistema politico, ma non di per sé avviare l'Italia sulla via delle riforme necessarie per rilanciarsi. L'hanno capito oltreoceano giornali di così diversa estrazione come New York Times e Wall Street Journal, e in Italia lo sottolineano commentatori come Angelo Panebianco, che oggi sul Corriere denuncia i molti «furbi e ipocriti» e parla del «vorrei ma non posso» del governo e del «potrei ma non voglio» dell'opposizione; e Ricolfi, appunto, che smaschera il «bluff» delle opposizioni, politiche e sociali: «Non appena il governo, incalzato dall'Europa, ha timidamente manifestato l'intenzione di agire su alcuni di quegli stessi nodi che le parti sociali avevano imprudentemente evocato - "modernizzare il sistema di Welfare", "liberalizzazioni", "mercato del lavoro" - sono esplosi i conflitti sia fra le parti sociali sia dentro l'opposizione».

No, non sono idee particolarmente nuove quelle di Renzi, elencate in ben 100 punti - anche troppi - alla Leopolda. Riforme di cui si parla da anni e che tutti sanno essere necessarie. A partire dall'eliminazione delle pensioni di anzianità e dal passaggio al sistema contributivo per tutti; proseguendo con la flexsecurity di Ichino e le privatizzazioni di imprese pubbliche, delle municipalizzate e del patrimonio immobiliare dello Stato; le liberalizzazioni delle professioni e dei servizi pubblici locali, compreso il trasporto pubblico regionale; l'idea molto blairiana della Delivery Unit e di mettere in competizione il pubblico con il pubblico (scuole, università e servizi sanitari); l'abolizione del valore legale del titolo di studio; l'abolizione dell'Irap da finanziare con il taglio dei sussidi alle imprese; la riforma fiscale trasferendo il peso dalle persone e dal lavoro alle cose; e l'immancabile riforma della politica (ritorno all'uninominale; abolizione dei vitalizi dei parlamentari e del finanziamento pubblico sia ai partiti che agli organi di partito), una vera e propria sburocratizzazione dei partiti. Ma per una esaustiva analisi da un punto di vista liberale vi rimando al post di Carlo Stagnaro, su Chicago Blog.

Tra una spolverata e l'altra di demagogia giovanilista, di green e di digital, c'è però un approccio indubbiamente moderno e direi blariano, che per la sinistra rappresenta certamente una novità. Non sono idee nuove, è vero, e se c'è del Veltroni si tratta del Veltroni migliore, quello del Lingotto, ma direi che c'è di più. Purtroppo sono idee ancora largamente minoritarie a sinistra e anche in un partito, il Pd, che millanta cultura di governo e riformista. Minoritarie non solo tra i vertici, che basterebbe "rottamarli", ma - quel che è ancor più preoccupante - nella base. E l'accusa a Renzi di essere di «destra», un «berluschino», è diffusa. La stessa battuta di Bersani sull'«usato anni '80» non è che un maldestro tentativo di addossargli il marchio d'infamia del reaganismo e del thatcherismo. Sarà pure un «usato anni '80», ma meglio un usato sicuro che un usato '900 che aspetta solo di essere rottamato; anche perché in Italia è un usato a chilometri zero, visto che qui di politiche liberali non se ne sono viste, mentre con quelle stataliste di chilometri ne abbiamo fatti almeno 300 mila senza arrivare da nessuna parte.

Un altro momento prezioso dell'incontro alla Leopolda è stato l'intervento di Alessandro Baricco. Raro, davvero raro, sentire da un uomo di cultura, da un "intellettuale" di sinistra, in poche, comprensibili e inequivocabili parole un'autocritica così radicale e sincera. Un «ripasso degli errori», come lui stesso l'ha definito. «Con l'alibi della difesa dei più deboli abbiamo creato un sistema di tutele e privilegi a difesa della mediocrità e del servilismo. Non so come è accaduto, ma è accaduto», mentre «la cosa migliore che possiamo fare per i più deboli è concedergli un sistema dinamico e non un sistema bloccato», perché «il rischio è una chance proprio per i deboli». Una sinistra che oggi è «ciò di più conservativo che c'è in questo Paese». Una sinistra che «ha cercato di vincere a tavolino tutte le partite». Possibile, si è chiesto Baricco, «che tutte le volte che vince l'altro è perché ha barato»?

Friday, October 28, 2011

La strada è quella di Ichino

Nella lettera di intenti alla Ue il passaggio che sta suscitando la levata di scudi dei sindacati e delle opposizioni (tutte, pure quelle che rivendicano un atteggiamento "responsabile") è un'enunciazione generica: «Entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato». Per capire come il governo intende attuarla in concreto, e soprattutto se sarà in grado di farlo, bisognerà aspettare, ma lo schema Ichino, a cui oggi in un intervento telefonico su Canale 5 Berlusconi ha fatto riferimento («la strada è quella del ddl Ichino»), mi sembra il più opportuno da seguire sia nel merito che nel metodo. Nel merito, perché di fatto consente il licenziamento per motivi economici od organizzativi, dietro un indennizzo da corrispondere al lavoratore la cui entità cresce con l'anzianità di servizio, e prevede la trasformazione della cassa integrazione in un sussidio di disoccupazione universale, decrescente nel tempo e condizionato alla disponibilità effettiva del lavoratore a nuove proposte e alla riqualificazione. La flexsecurity di stampo scandinavo, insomma, dove è ovvio che il fattore più delicato per le specificità italiane sta nel sussidio: quello prefigurato da Ichino mi sembra troppo generoso, attraente per entrambe le parti.

Ma è comunque conveniente per il governo e la maggioranza, dal punto di vista politico, procedere su questa strada, perché è una buona riforma ed è la proposta di un senatore e giuslavorista del Pd, sottoscritta da ben 54 senatori dell'opposizione. Come farebbe il Pd a tirarsi indietro e allo stesso tempo a presentarsi come forza di governo ed "europea"? Di «minacce inaccettabili» ai lavoratori parlano Bersani e Fassina e l'ex ministro Pd Cesare Damiano boccia senz'appello non solo la generica enunciazione del governo nella lettera di intenti all'Ue, ma anche le proposte di Ichino. Di Pietro ovviamente alza i toni, parlando di «contenuto pericoloso» e di un «omicidio sociale», ma anche il "moderato" Casini, quando si comincia a parlare di cose concrete, getta la maschera: lo definisce un «patto scellerato» contro il lavoro e a parole si dice a favore di un mercato «più flessibile», ma propone di affidarsi alla concertazione con le parti sociali, che è come chiedere ai tacchini di anticipare il Natale. Non se ne farebbe niente. Vale dunque per tutte le opposizioni, nessuna esclusa, nemmeno i centristi, quello che scrive Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio:
«Un giorno deridono il governo perché non avrebbe la fiducia dell'Ue, il giorno dopo insorgono contro il programma di riforme per lo sviluppo concordato in sede europea... Insorgere è facile, prepararsi al governo è difficile. Ma la prima ginnastica è propria di una concezione irresponsabile delle istituzioni, la seconda è un preciso dovere repubblicano per chi ha avuto il mandato di opporsi e di offrire ai cittadini una prospettiva diversa...».
E' ovvia la risposta di Bersani all'appello di Berlusconi alla responsabilità delle opposizioni: sì sulle proposte su cui conveniamo, no su quelle su cui non conveniamo. Peccato che non è dato sapere quali condividono e quali no, o meglio l'impressione è che stringi stringi non ci sia nulla che condividano, per il solo fatto che a proporle è Berlusconi. Nell'intervista di oggi a Il Messaggero, tra l'altro, reiterando la strategia dalemiana di rincorsa dell'Udc, Bersani certifica il fallimento del Pd, quando afferma che «non sto parlando di un'ammucchiata, ma di un incontro tra progressisti e moderati italiani per un patto di legislatura e su una dozzina di riforme da fare per ricostruire l'Italia». Ma come, non doveva essere proprio il Pd «l'incontro tra progressisti e moderati»? La necessità di un'alleanza con l'Udc, a giocare il ruolo della Margherita nell'Ulivo, dimostra che Pd = Pci-Pds-Ds.

Perché mi accanisco sull'opposizione? Primo, perché mi accanisco pure sul governo, e i post di questi mesi lo dimostrano. Secondo, a giudicare dagli articoli che si leggono negli ultimi giorni non sono l'unico a pre-occuparmi della mancanza di un'alternativa di governo al centrodestra berlusconiano, né sono l'unico a diffidare di governi "tecnici". «Italy Risks Post-Berlusconi Hangover», era il titolo di un commento di ieri sul Wall Street Journal di Murdoch:
«Many hope he might be replaced by a technocratic government with the power to make difficult decisions. A bigger risk is that early elections lead to instability and government paralysis. (...) For a technocratic government, the political challenge might be too great. But if the alternative is no government at all, Mr. Berlusconi might be the least-worst option».
E «For Italy, Berlusconi Is a Problem but Also a Solution» è il titolo di un articolo del New York Times oggi:
«... if there is one thing many Italians fear more than the current government it is the available alternatives».
Intanto, Berlusconi finalmente sembra aver sciolto le riserve sulla futura leadership del Pdl e del centrodestra: primarie. Il candidato premier per il 2013 sarà scelto con le primarie? «Certo, sarà un candidato che sceglieremo con un sistema elettorale sul modello dei partiti americani, che coinvolgono nella scelta della politica tutti i cittadini che desiderano partecipare». Così ha risposto a Belpietro, questa mattina su Canale 5.

Thursday, October 27, 2011

Lettera dei sogni... o degli incubi?


Premettendo che siamo ancora fermi alle parole da 17 anni, e che di impegni e intenti ne sono stati disattesi fin troppi, la lettera è comunque un documento ufficiale vistato dall'Ue, quindi va presa sul serio, innanzitutto per inchiodare il governo alle sue responsabilità. Prenderla sul serio significa certamente sottolineare ciò che manca, ma anche riconoscere ciò che c'è di coraggioso. E soprattutto la fine delle ipocrisie dei giornali e del doppio gioco da parte delle opposizioni, che devono dirci una volta per tutte come la pensano su ciascuna delle ricette suggerite dalla Bce ad agosto e delle misure richieste dall'Ue in questi giorni, a cui in gran parte la lettera tenta di andare incontro.

Perché non si può gridare al commissariamento dell'Italia e allo stesso tempo accusare il governo di inadempienza rispetto alle richieste dell'Ue. Come ha osservato ieri Matteo Renzi, in un'intervista al Sole24Ore, non si può «invocare l'Europa quando conviene e prenderne le distanze se propone riforme scomode». E poi, se siamo tutti d'accordo che quelle misure ci servono come il pane, allora la nostra sovranità è limitata non dall'Ue, ma dalla semplice realtà delle cose, il che non può che essere un bene. Non si possono evocare governi "tecnici" e poi sparare sulle misure che da sempre, con estrema chiarezza, i cosiddetti "tecnici" (Banca d'Italia e Bce in primis) suggeriscono. Si può sostenere che sia poco e tardi, o che ormai non sia credibile (critica da un punto di vista liberale) ma non anche gridare alla «macelleria sociale» (critica da sinistra). In breve, e mi riferisco al Pd, non si può far finta di giocare per due squadre: per la squadra dei modernizzatori che guarda all'Europa e ai mercati, ma anche per quella che nel 2007 abrogò lo scalone Maroni e oggi ritiene «fallimentari» le ricette della Bce.

In questo senso sono emblematiche, la dicono lunga sui giochetti della nostra stampa mainstream, le reazioni dei quotidiani che leggiamo oggi. Con la sola eccezione del Sole24Ore, si percepisce un senso di spiazzamento. La lettera del governo è forse meno di quanto sarebbe necessario, ma più concreta e puntuale di quanto ci si aspettasse. Dunque, il commento che va per la maggiore è sottolineare la debolezza del governo, che non ce la farà a realizzare quanto promesso. Può darsi, è persino probabile, ma da chi ha sempre sostenuto la necessità di «riforme strutturali» per la crescita, ci si aspetta che ora che sono nero su bianco, e nelle prossime settimane, che saranno al centro del dibattito politico, le sostenga con forza, con delle campagne di stampa. E invece, assisteremo ai soliti retroscena di palazzo e ai soliti dotti distinguo, mentre potranno agire industurbati, anzi amplificati, i soliti "veto players". Programma troppo ambizioso? Ma non si rimproverava al governo di non esserlo affatto?

Si tratterà pure di un «libro dei sogni», ma per prima cosa, per chiarezza e per onestà intellettuale, cominciamo a distinguere e a distinguerci tra chi ci vede dei "sogni" e chi degli "incubi". Perché qui i secondi tendono a fare i furbetti, a nascondersi dietro i primi. La Cgil almeno è stata chiara: «Misure da incubo». Bene, chi è d'accordo che si tratta di «incubi», o chi come Bersani parla di «minacce inaccettabili», non può presentarsi agli elettori come forza di governo ed "europea".

Nella lettera mancano del tutto interventi sulle pensioni d'anzianità, mentre su quelle di vecchiaia si ribadiscono gli effetti di allungamento dell'età pensionabile (67 anni nel 2026) derivanti dal meccanismo di aggancio alla speranza di vita già introdotto nel 2010. Coraggiosi invece, bisogna riconoscere, sono gli impegni su liberalizzazioni e dismissioni. Anche se soft, infatti, attaccano dei tabù e susciteranno resistenze formidabili, dentro e fuori il perimetro della politica. Nel complesso, un programma liberale come non si vedeva da tempo dalle parti del centrodestra, ma che molto, molto difficilmente potremo mai vedere nel centrosinistra. Il governo non avrà, come molti sostengono, Tremonti compreso pare, la maggioranza in Parlamento per realizzare queste misure? Possibile, e allora il governo andrà a casa. Su questa lettera Berlusconi dev'essere pronto a cadere. Almeno, però, sarà caduto sugli impegni assunti in sede Ue, su riforme finalizzate alla modernizzazione del Paese, che rappresentano una piattaforma programmatica chiara e concreta da cui ripartire, quanto meno la bozza di un profilo identitario che il centrodestra dovrà ritrovare.

Wednesday, October 26, 2011

C'erano una volta le pensioni

Anche su notapolitica.it e taccuinopolitico.it

La riforma delle pensioni è il "cold case" della politica italiana, il nodo irrisolto da due decenni. Chi oggi lucra sulle difficoltà dell'attuale governo, non deve illudersi: sarà un tema ineludibile per chiunque governerà dopo Berlusconi. Tanto vale dirsi le cose come stanno. Il problema andrebbe affrontato alla radice, cioè sradicando una certa idea della pensione che nei decenni si è sedimentata, direi fossilizzata, nell'opinione pubblica. Non solo in Italia, dove addirittura la gente non vede letteralmente l'ora di ritirarsi, ma in tutti i Paesi avanzati, forse un po' meno solo in quelli anglosassoni, si pensa alla pensione, e la si vive, come una vacanza premio all inclusive.

Non era questo il suo scopo originario, quando le prime forme di previdenza furono introdotte nelle società industriali sul finire dell'800, consolidandosi negli anni 30 del '900. La pensione non nasce per finanziare il tempo libero di persone ancora attive fisicamente e mentalmente, come se fosse un premio per il solo fatto di aver lavorato. Ma come forma di sostentamento per le persone che per la loro età avanzata non sono più in grado di autosostentarsi dignitosamente lavorando. E' ovvio che oggi quel mondo non esiste più: è notevolmente aumentata la durata della vita; sono enormemente migliorate le condizioni di salute, fisiche e mentali, degli anziani, così come le condizioni di lavoro e igienico-sanitarie; viviamo in società post-industriali dove il lavoro usurante nelle fabbriche o nei campi si va riducendo.

Il modello secondo cui per circa la metà della propria vita si lavora, e nell'altra metà o si studia o ci si gode non il riposo, cui hanno diritto i vecchi, ma il tempo libero h24, semplicemente non regge, non è economicamente sostenibile, ammesso e non concesso che sia moralmente accettabile. Se sei stanco, riposi senza doverti preoccupare di come pagarti da vivere. Questa è la finalità sociale della previdenza. Ma godersi il proprio tempo libero è un'altra cosa, spesso l'opposto che "riposare", e ha un costo che non è giusto mettere a carico della collettività. Si dovrebbe percepire una pensione quando fisicamente e mentalmente non si è più in grado di lavorare con un minimo grado di efficienza. Chi può sostenere che sia questa, oggi, la condizione del pensionato-tipo? Oggi il pensionato tipo, non solo in Italia, compie tutta una serie di attività che contraddicono in modo eclatante le condizioni di vita che dal finire dell'800 in poi, per effetto dei profondi mutamenti nei modelli produttivi e nelle strutture famigliari indotti dalla rivoluzione industriale, resero indispensabile l'introduzione dei sistemi pensionistici.

Fu Bismarck nel 1889 a introdurre il primo sistema previdenziale obbligatorio, che fissava alla soglia dei 70 anni l'età di pensionamento (ridotta a 65 anni nel 1916), ma quando l'aspettativa di vita della popolazione prussiana era di 45 anni e la durata media di un adulto proprio di 70. Per capirci, come se oggi, in Italia, si potesse andare in pensione a 80 anni. Ma non sto sostenendo che bisognerebbe andare in pensione solo quando si è ormai vecchi decrepiti, neppure in grado di godersi gli ultimi anni di attività e vitalità, ma ricordare le origini dovrebbe quanto meno metterci al riparo da esagerazioni insostenibili.

Un altro discorso andrebbe affrontato sull'entità degli assegni. Ha qualche senso, rispetto allo scopo originario della previdenza pubblica, cioè un dignitoso sostentamento, che lo Stato eroghi pensioni di 3, 4 o 5 mila euro al mese, dovendo imporre per finanziarle un cuneo fiscale che deprime le attività economiche? Se dev'essere proprio lo Stato a gestire la previdenza, è opportuno che almeno si limiti a garantire una pensione minima di sostentamento, gravando il meno possibile in termini di contributi obbligatori sui redditi, sia bassi che alti. Chi percepisce un reddito medio-alto non è forse nelle condizioni di contribuire autonomamente a garantirsi lo stesso tenore di vita anche dopo il ritiro?

Sono tutte questioni che andrebbero affrontate apertamente dinanzi alle opinioni pubbliche se si vuole creare un minimo di consenso a favore di scelte e cambiamenti che appaiono sempre più inderogabili.

Monday, October 24, 2011

Il riso degli stupidi


Sorridere fa bene al cuore e all'anima, ma quel sorriso complice apparso durante una conferenza stampa al termine del vertice Ue sui volti di Sarkozy e della Merkel, in risposta ad una domanda sulle rassicurazioni offerte da Berlusconi, è di un altro genere, è quel tipo di riso che abbonda sulla bocca degli stupidi. Povera Italia, ma anche povera Europa, le cui sorti sono in mano a tali buffoni.

Se infatti Berlusconi merita quei sorrisetti per la caduta verticale di credibilità, non solo per gli scandali porno-giudiziari, ma soprattutto per la mancanza di leadership, l'incapacità di governo, li meritiamo altrettanto noi italiani come Paese, per il nostro cicaleggiare e la nostra inaffidabilità. Questo governo porta la responsabilità di essere ancora inadempiente rispetto alle riforme che non solo la Bce, ma che tutti sappiamo, da tempo, essere le uniche in grado di salvarci e rilanciarci. Le elencano per l'ennesima volta Alesina e Giavazzi sul Corriere di oggi. Ma esiste forse una forza politica e sociale, una corporazione, oppure una opinione pubblica nel nostro Paese, che sia pronta a tradurre in realtà le ricette indicate nella lettera della Bce? Davvero crediamo che un governo Pd-Sel-Idv, o un centrosinistra allargato da Casini a Vendola, o un nuovo centrodestra con Fini e Casini, che negli anni in cui erano al governo non si può certo affermare che abbiano remato nella direzione di quelle riforme, o ancora una coalizione arlecchino guidata da un Montezemolo, possano realizzarle? Tutto può succedere, ma permettetemi di non crederci finché non lo vedo con i miei occhi.

Dunque, è comodo fingere che quei sorrisetti se li meriti solo Berlusconi, e certamente a lui erano indirizzati nelle intenzioni dei due stolti capetti franco-tedeschi, ma ce li meritiamo, quei sorrisetti, anche come Paese. Detto questo, però, è inaudito e inaccettabile che l'Italia divenga capro espiatorio e alibi degli errori, delle inadeguatezze e delle misere furbizie altrui, che serva a nascondere le difficoltà interne di leader altrettanto screditati.

Va detto che se l'Europa si trova in questa situazione si deve in gran parte proprio all'inettitudine di Merkel e Sarkozy. Non solo negli ultimi due anni il loro operato è disseminato di errori, indecisione, tempi di reazione lunghi, ma quasi ogni volta che hanno aperto bocca l'hanno fatto a sproposito, facendo perdere ai mercati decine di miliardi di euro. Si sono sforzati di coprire - malamente - le magagne delle loro banche e oggi sono capaci di concordare solo sulla demagogia allo stato puro della tassa sulle transazioni finanziarie. Se la crisi greca è stata affrontata in modo così miope e fazioso è perché guarda caso le banche più esposte, per un centinaio di miliardi di euro, sono proprio quelle francesi (60 miliardi) e tedesche (40 miliardi). In particolare, Sarkozy ha ben poco da ridere: con un deficit del 7%, il rischio di perdere la tripla A, uno stato assistenziale e corporativo almeno quanto il nostro, e l'umiliazione di contare molto meno della Germania, di aver dovuto ricorrere ad una guerra neo-colonialista per risollevare di qualche punto la sua popolarità nei sondaggi.

La speranza, sia pure flebile, è che almeno quei sorrisetti stupidi sortiscano l'effetto di uno scatto d'orgoglio di Berlusconi, del governo, e della nostra classe politica in generale. Adesso il premier si ritrova in mano non solo la lettera della Bce, ma anche il vero e proprio ultimatum Ue, come leva politica per imporre le riforme necessarie: riforma delle pensioni (per finanziare un graduale ma cospicuo taglio delle tasse) e liberalizzazioni (lavoro e professioni) per la crescita, dismissioni patrimoniali per iniziare ad abbattere il debito. Berlusconi torni a metterci la faccia come solo lui sa fare, accettando il rischio anche di cadere su questo programma. Ma almeno sapremo una volta per tutte chi specula e chi no.

UPDATE ore 18:40
Mentre fonti governative tedesche parlano di «equivoco» riguardo la lettura attribuita alle risatine di Merkel e Sarkozy, Berlusconi passa al contrattacco. In una nota diffusa da Palazzo Chigi assicura che «l'Italia ha già fatto e si appresta a completare quel che è nell'interesse nazionale ed europeo» e che «nessuno ha alcunché da temere dalla terza economia europea». Ricorda i punti di forza dell'economia e della finanza pubblica italiana, lancia stoccate sia al direttorio franco-tedesco che ai «demagoghi» di casa nostra, e annuncia «nuove decisioni di grande importanza» invitando «l'insieme della classe dirigente italiana» a unirsi per sostenere le riforme.

Friday, October 21, 2011

Excusatio non petita...

Piccola ma significativa stilettata dalla Russia sul ruolo della Nato nella cattura e uccisione di Gheddafi.
«La Nato al momento dell'attacco ignorava che il colonnello Gheddafi si trovasse nel convoglio bombardato. La politica della Nato non è quella di puntare individui. L'intervento della Nato è stato condotto allo scopo di ridurre la minaccia contro la popolazione civile come prescritto del mandato delle Nazioni Unite. Abbiamo saputo successivamente, da fonti di intelligence aperte ed alleate, che Gheddafi si trovava nel convoglio e che il raid probabilmente ha contribuito alla sua cattura».
E' quanto recita un comunicato Nato di oggi, il secondo in due giorni sull'argomento. A noi non ce la raccontate, sembrano rispondere i russi. Il convoglio sul quale viaggiava Gheddafi «non minacciava nessuno» quando è stato attaccato dalla Nato, replica il ministro degli Esteri Lavrov.
«Non c'è alcuna relazione tra no-fly zone e un attacco mirato contro un obiettivo a terra, tanto più contro questo convoglio che non rappresentava in nessun modo una minaccia per i civili visto che non soltanto non attaccava nessuno, si può anche dire che fosse in fuga».

I compagni distratti di D'Alema

Non arriveranno certo da questo blog richieste di pronte dimissioni di Massimo D'Alema dalla presidenza del Copasir, per le accuse tutte da dimostrare di una magistratura ormai screditata. Però lasciatemi almeno osservare che da qualche altra parte ci vuole non poca faccia tosta per accanirsi sugli avversari politici al primo schizzetto di fango e far finta di niente, invece, quanto tocca ai loro "compagni".

Thursday, October 20, 2011

Muore Gheddafi, ma l'Occidente non si è ancora risvegliato

E così anche Gheddafi ha trovato la sua fine. Fine che, come ogni altro tiranno, si è meritato e che aveva preparato negli anni quasi con ostinazione. Al contrario di Saddam Hussein, catturato da fuggitivo, a Gheddafi va almeno reso atto di essere morto come aveva promesso alla "sua" gente, cioè da soldato, combattendo. Altro che nel deserto con i tuareg, o addirittura già fuori dal Paese, è rimasto fino all'ultimo alla guida delle truppe a lui leali, a difesa dell'ultima roccaforte, la sua città natale. «Siamo tutti sorpresi dalla tenacia delle forze fedeli a Gheddafi... E' stato davvero interessante vedere quanto fiera e determinata è stata la loro resistenza», aveva ammesso pochi giorni fa il generale Jodice al New York Times.

Al momento la ricostruzione più credibile è che il convoglio su cui viaggiava Gheddafi sia stato costretto a fermarsi da un raid di forze aeree della Nato (caccia francesi, rivendicano da Parigi), che i miliziani del Cnt che lo inseguivano abbiano raggiunto e distrutto i veicoli; che il colonnello abbia tentato di nascondersi in un cunicolo sotto la strada ma che l'abbiano catturato, gravemente ferito, e poco dopo sia stato giustiziato. Immagini tremende, quelle dell'ex raìs ancora vivo nelle mani dei suoi nemici, che fanno protendere per un'esecuzione sul posto, che potrebbe persino aver invocato lui stesso. Senza voler esprimere giudizi che sarebbero troppo facili nei confronti di chi ha sopportato un'atroce dittatura non per 20, ma per 40 anni, tuttavia qualcosa si può dire alla luce della fine che hanno fatto Bin Laden, Gheddafi, e nel frattempo molti altri terroristi ricercati "dead or alive": Obama li preferisce dead, per evitare complicati dilemmi giudiziari; Bush li preferiva alive e sotto processo, nonostante le polemiche su Guantanamo e sulla sorte di Saddam. Approviamo l'indirizzo obamiano, ma gradiremmo fosse registrato dai suoi fan "de sinistra".

Le operazioni Nato terminano così come erano iniziate: con una grande ipocrisia. Un portavoce dell'Alleanza ha confermato il bombardamento del convoglio, precisando però che «dal momento che non abbiamo alcun soldato in territorio libico, non possiamo dire nulla sull'identità delle persone uccise». La forma è salva. La risoluzione Onu 1973 autorizzava un intervento umanitario, non un regime change, né tanto meno l'uccisione di Gheddafi, che per mesi ci hanno ripetuto non essere tra gli obiettivi dei raid.

La realtà ovviamente era un'altra, per fortuna. Le forze aeree della Nato non si sono limitate a proteggere i civili. Questo forse è stato vero durante i primi giorni, quando il colonnello aveva ancora frecce al suo arco, con le quali colpiva duramente la popolazione mentre i leader occidentali tentennavano, ma subito dopo hanno svolto il ruolo di vera e propria aviazione al servizio delle forze ribelli. Insomma, dopo le incertezze e le ambiguità iniziali l'intervento, comunque colpevolmente tardivo, non poteva non mirare al regime change. Lo comprendiamo e, anzi, avremmo voluto che fosse dichiarato. Sarebbe stato demenziale soltanto immaginare il contrario, perché avrebbe portato ad una situazione di stallo. Un intervento tra i più sconclusionati, almeno nella fase iniziale, e ipocriti che si ricordino: non "umanitario", quanto meno non solo, ma certamente nemmeno "multilaterale". Era meno ambigua la risoluzione sulla base della quale nel 2003 fu attaccato l'Iraq, ma allora gli Usa tentarono la via di una seconda, più esplicita. Questa volta no e nessuno ha fiatato.

«Capolavoro» di Obama, dunque, che è riuscito a deporre un dittatore laddove Bush non ha potuto evitare di suscitare proteste in mezzo mondo occidentale, spaccare l'Europa ed inimicarsi la Russia? Non direi. Obama in Libia si è trovato di fronte a una situazione enormemente meno complicata di quella irachena nel 2003, sotto molti punti di vista. Politico-militare, perché da tempo ormai Gheddafi non costituiva più una minaccia, anzi aveva da poco normalizzato i suoi rapporti con la comunità internazionale, era indebolito da una vasta ribellione e da numerose defezioni, nonché isolato nel mondo arabo. Diplomatico, perché all'Eliseo non c'era più l'antiamericano Chirac e a Berlino non più Schroeder, ma soprattutto Francia e Germania, come la Russia, hanno in Libia molti meno interessi di quanti ne avessero in Iraq. E infine mediatico, perché il primo presidente americano nero della storia, nonché icona della sinistra mondiale, e già premio Nobel per la pace, doveva per forza mantenere l'aura di santino pacifista che i media e le èlite politiche e intellettuali d'occidente gli avevano cucito addosso.

A suo favore hanno giocato quindi una stampa e un'opinione pubblica acquiescenti (in Italia complice il fatto che l'ex raìs fosse "amico" dell'odiato Berlusconi), quasi distratte rispetto a quanto stava accadendo in Libia, per esempio sulla contabilità dei morti sotto i bombardamenti Nato. Ma il timbro - rivelatosi falso - di guerra "umanitaria" e "multilaterale" serviva a tutti i costi, per allontanare gli spettri di Bush e Blair, evitare di dire e fare le stesse cose, mentre nei fatti si era costretti "obtorto collo" a riabilitare la loro Freedom Agenda e a cercare di proseguire alla meno peggio il lavoro da loro iniziato, inseguendo in fretta e furia le piazze arabe e persino ribelli del tutto privi di credenziali democratiche.

Il tanto decantato «leading from behind» non è una politica, una visione strategica, ma al più un pragmatico adattamento, con scarsa convinzione, alle nuove circostanze, se non un mero espediente retorico e comunicativo: fare buon viso a cattivo gioco, far credere che se la situazione in Medio Oriente appare sfuggita di mano, al di fuori del proprio controllo, è perché in realtà si è bravi a indirizzarla da dietro le quinte. Ma che senso avrebbe stare dalla parte giusta della storia senza farsi vedere? Viene il dubbio che semplicemente non ci si creda. Forse in Tunisia e in Libia le cose volgeranno al meglio rispetto ai regimi precedenti, ma in Egitto, nodo cruciale per gli equilibri dell'intera regione, si stanno mettendo male - la normalizzazione dell'esercito da una parte, che rischia di tradire lo spirito di Piazza Tahrir, e la deriva islamista dall'altra - e il presidente Obama non sembra in grado di influenzare più di tanto gli eventi.

Si è fatto cogliere alla sprovvista dalla cosiddetta "primavera araba", nel bel mezzo della sua strategia di ritorno al realismo, che in questi giorni sta naufragando anche sull'Iran. Ha saputo cavalcare l'onda anomala con pragmatismo e opportunismo, ma subendo gli eventi piuttosto che condizionandoli. Ha dovuto contaminare le proprie politiche realiste con germi di promozione della democrazia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Oggi scompare dalla faccia della terra un altro tiranno e questa di per sé è una notizia da festeggiare. Per il popolo libico si apre comunque una preziosa, e fino a pochi mesi fa inimmaginabile, finestra di opportunità. Ma il futuro resta più che mai incerto. E' presto per parlare di rivoluzione. I moti arabi di quest'anno sono forse l'avvio di un processo di democratizzazione, che sarà lungo e che sembra tutt'altro che irreversibile. Sarà decisivo che l'Occidente sia consapevole del suo ruolo.

Wednesday, October 19, 2011

Nulla di meglio da offrire

Quando dubito che in Italia una "soluzione spagnola" - passo indietro di Berlusconi ed elezioni a breve - produrrebbe esiti simili a quelli spagnoli, mi riferisco esattamente al genere di cose che si leggono oggi sul Wall Street Journal. Titolo dell'articolo: «Italy's Absent Opposition». Nel quale si sottolinea la totale inadeguatezza dell'opposizione, che non ha una proposta di politica economica univoca e realistica: semplicemente il Pd «non ha nulla di meglio da offrire».
«It is not that Mr. Berlusconi's economic policy represents Italy's best hope of climbing out of the quagmire of debt. A combination of spending cuts, job cuts and tax hikes, the government's austerity package has rightly been criticized for constricting rather than encouraging economic growth.
(...)
Even if it does not represent the best of all possible strategies though, Mr. Berlusconi's agenda is nevertheless the only serious package of reforms on offer. Despite crowing for Mr. Berlusconi's resignation for months, Italy's main opposition, the Democratic Party, has failed to advance any realistic alternative to his budgetary proposals. No matter how valid its criticisms of Mr. Berlusconi's austerity measures, the Democratic Party has nothing better to offer.
(...)
Even at the risk of splitting the party and incurring future electoral losses, the Democratic Party's leadership must recognize that it has a responsibility to elaborate a clear and effective economic policy focused on encouraging growth and stabilizing public spending. It will be tough, but Mr. Berlusconi's victory demonstrates that the Democratic Party needs to rethink its economic strategy from scratch if Italy is to recover».

Tuesday, October 18, 2011

Maroni equilibrato e concreto

«Uno specifico reato associativo per chi esercita violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche» e «l'obbligo per gli organizzatori di una manifestazione di prestare idonee garanzie patrimoniali» per rifondere eventuali danni. Sono due delle misure ipotizzate dal ministro dell'Interno Maroni riferendo oggi al Senato sugli scontri di sabato a Roma. Ad entrambe avevo fatto riferimento nel post di questa mattina. Un intervento fermo ma equilibrato: nessuna "legge Reale", come aveva proposto quel fascista di Di Pietro, dopo aver istigato la piazza, ma «norme specifiche».

Il ministro ha spiegato infatti come sia problematico dimostrare il «vincolo associativo», che pure di tutta evidenza esisteva in piazza sabato, data «la mancanza di un'organizzazione stabile e gerarchicamente strutturata» nel movimento anarco-insurrezionalista e lo «spontaneismo» di cui si alimenta, e come sia impossibile ad oggi, nonostante si sia in possesso di «tutte le informazioni necessarie», procedere a fermi e arresti preventivi. Credo che solo in caso di «finalità di eversione e terrorismo», che pure sarebbero ipotizzabili, si potrebbero effettuare fermi preventivi.

Quindi è davvero essenziale che l'associazione per delinquere si intenda costituita anche da due o più persone che commettano delitti durante manifestazioni pubbliche, come quelle politiche e sportive. Commettere atti di violenza in gruppi anche spontanei, che si formano e si coordinano sul momento, avvalendosi in modo pienamente consapevole della forza numerica e del grado di copertura che offre muoversi in gruppo, cioè la possibilità di restare nell'anonimato, e anzi spesso facendosi scudo di una folla di innocenti, non può equivalere a commettere gli stessi atti in solitudine, assumendosi un rischio molto maggiore di essere individuati e fermati. Si potrebbero introdurre, per esempio, un art. 416-quater («Si intendono associate ai sensi dell'art 416 due o più persone che commettono delitti durante manifestazioni politiche e sportive») e un art. 306-bis («Si intendono formare una banda armata e parteciparvi ai sensi dell'art 306 due o più persone che commettono delitti durante manifestazioni politiche e sportive avvalendosi di armi improprie e materiali esplodenti atti a cagionare danneggiamenti e lesioni gravi o la morte di una o più persone»).

Positive anche le altre misure cui ha accennato Maroni: prevedere aggravanti per i reati comuni commessi durante le manifestazioni; tutele giuridico-legali per le forze dell'ordine; l'estensione alle pubbliche manifestazioni dell'arresto in flagranza differita e del Daspo, o dell'Asbo inglese (introdotto da Tony Blair), che già esistono e funzionano bene contro la violenza negli stadi. E infine, sacrosanto anche prevedere l'obbligo di una fideiussione, o il versamento di una cauzione da parte degli organizzatori di una manifestazione, per ripagare gli eventuali danni. Una «garanzia» che naturalmente dovrebbe essere proporzionata al numero di partecipanti previsti e ai luoghi pubblici occupati.

Da che parte sta Confindustria

Sembra Nicola Porro del Giornale, invece è il prof. Francesco Giavazzi, che non può essere certo accusato di essere berlusconiano o filo-govenativo. Anzi. Eppure bastona Emma che inciucia coi sindacati: Confindustria è uno dei «mille interessi particolari che da decenni impediscono le riforme».
«Finché Confindustria parteciperà al tavolo della concertazione, giustamente i sindacati nazionali reclameranno il diritto di sedersi anch'essi a quel tavolo. E le politiche continueranno a essere concertate non per il bene dei cittadini, ma dei gruppi di interesse che Confindustria e sindacati rappresentano. In un decennio Confindustria è cambiata, ma nel senso opposto: le cinque maggiori imprese associate oggi sono monopoli, pubblici o privati: Ferrovie, Poste, Enel, Telecom, Eni. In Confindustria comandano, ma con quale credibilità rappresentano gli interessi delle mille piccole e medie imprese che tengono in piedi questo Paese? Con quale credibilità si può parlare di liberalizzazioni e privatizzazioni, dalla distribuzione di gas ed energia elettrica, alle farmacie, alle professioni? La vicenda dell'articolo 8 della recente manovra finanziaria è sintomatico. La proposta originale del ministro Sacconi prevedeva che imprenditori e lavoratori potesserofirmare accordi aziendali senza sottostare ai vincoli imposti dai contratti nazionali. La norma approvata consente ancora la deroga ai contratti nazionali, ma richiede che l'accordo fra lavoratori e impresa sia negoziato e approvato da un sindacato nazionale. Si dice per proteggere i lavoratori delle piccole imprese. Io penso che sia piuttosto per garantire la sopravvivenza dei sindacati nazionali. E da che parte è stata Confindustria? Da quella dei sindacati, evidentemente. Non credo perché improvvisamente abbia a cuore i lavoratori delle piccole aziende, ma perché un'associazione degli industriali si giustifica solo se vi sono dei sindacati nazionali altrettanto potenti».

Impuniti fino a prova contraria

Per rispondere alle accuse e all'indignazione dell'opinione pubblica, ecco che si avviano perquisizioni in tutta Italia, i cui esiti non sono ancora chiari, e si parla di «nuove misure legislative». Una cosa è certa: se vi aspettate che i responsabili dei disordini di sabato vengano identificati, catturati e puniti esemplarmente dalla giustizia italiana, be' allora rimarrete delusi. Nonostante le innumerevoli foto e i video, l'identificazione postuma resta difficile da provare oltre ogni ragionevole dubbio. I responsabili delle violenze rischiano al massimo accuse per «danneggiamento» (art. 635), lesioni o resistenza a pubblico ufficiale. Pene lievi, ulteriormente affievolite per gli incensurati, la maggior parte. Ma sarà difficile anche collegare il singolo atto violento ad un danno effettivo provocato a cose o a persone, in un modo che abbia valore in un processo. Tutti gravi problemi che derivano dalla strategia adottata ieri dai responsabili della sicurezza: nessuno si è fatto male, ma pochissimi arresti in flagranza e quindi scarso effetto repressivo.

La sorpresa è che nel nostro codice penale ce ne sarebbe già abbastanza per far marcire in galera i violenti di sabato scorso per decine d'anni. A patto di voler applicare la legge. E questo spetta ai magistrati, i quali purtroppo in passato hanno dato dimostrazione di ampia indulgenza nei confronti della violenza di matrice politica, evidentemente per simpatia con le «ragioni» sociali della protesta, che va di moda anche in queste ore salvaguardare. Come si fa, per esempio, a non scorgere nelle intenzioni dei violenti di sabato «finalità terroristiche o di eversione»? Come si fa a non considerare bombe carta e incendiarie, sanpietrini, spranghe di ferro, delle vere e proprie armi dal punto di vista penale? Com'è possibile che non vengano contestati anche sulla base delle sole immagini video reati associativi anche gravi, che già sono previsti?

Il nostro codice è già ricco di fattispecie che sembrano calzare a pennello. A partire dalle «offese a una confessione religiosa mediante vilipendio o danneggiamento di cose» (art. 404), reclusione fino a due anni. Naturalmente «associazione per delinquere» (art. 416), reclusione da tre a sette anni; «devastazione e saccheggio» (art. 419), da otto a quindici anni; «attentato a impianti di pubblica utilità» (art. 420), da uno a quattro anni; «pubblica intimidazione» (art. 421), fino ad un anno di reclusione; «incendio» (art. 423), da tre a sette anni, e «danneggiamento seguito da incendio» (art. 424), da sei mesi a due anni, con le aggravanti dell'art. 425; «fabbricazione o detenzione di materie esplodenti» (art. 435), reclusione da uno a cinque anni. Ma sono ipotizzabili reati assai più gravi, come associazione «con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico» (art. 270-bis) e «condotte con finalità di terrorismo» (art. 270-sexies), reclusione da sette a quindici anni e per chi partecipa da cinque a dieci; «attentato per finalità terroristiche o di eversione» (art. 280), dai sei ai vent'anni; «atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi» (art. 280-bis), reclusione da due a cinque anni; anche la «devastazione e saccheggio» ai sensi dell'art. 285, cioè «allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato» (ergastolo); «attentati contro i diritti politici del cittadino» (art. 294), punito con la reclusione da uno a cinque anni; «cospirazione politica mediante associazione» (art. 305), da cinque a dodici anni e per chi partecipa da due a otto; «banda armata» (art. 306), reclusione da cinque a quindici anni, per chi partecipa da tre a nove.

Se i magistrati non se la sentono di applicare quelle esistenti, allora forse è opportuno intervenire con leggi più esplicite. Un no chiaro e tondo alle leggi "speciali", sarebbe il colmo se si affievolissero le garanzie dei cittadini, ma sì a nuove e più specifiche fattispecie di reato che si concretizzano durante le manifestazioni e sì a nuove norme sull'organizzazione delle manifestazioni. Basterebbe, per esempio, equiparare situazioni come quelle di sabato alla «banda armata», o prevedere che il reato di associazione per delinquere o con finalità sovversive possa determinarsi anche in piazza, quando si partecipa attivamente ad azioni violente, anche se coordinate sul momento. Quanto alle manifestazioni, è ora di esigere dagli organizzatori norme di condotta chiare per i manifestanti: volti scoperti, niente caschi, percorsi rigidi, controlli all'ingresso. C'è un solo modo per isolare i violenti e aiutare le forze dell'ordine: niente cori e risse, ma al primo incidente lasciare la piazza e tornarsene a casa. E poi il versamento di una cauzione, per ripagare gli eventuali danni ma anche per risarcire la cittadinanza della mobilità ridotta in caso di scarsa partecipazione.

Sempre i soliti sul banco degli imputati

Non è durato neanche cinque minuti il momento della condanna unanime delle violenze. Già sabato sera sul banco degli imputati sono finiti le forze dell'ordine e il ministro dell'Interno: mancata prevenzione, sottovalutazione dei violenti, li hanno "lasciati fare". E non ci siamo fatti mancare nemmeno la patetica caccia al poliziotto infiltrato e i soliti piagnistei sui tagli. Comunque vada, che ci scappi il morto, o che si contino solo danni materiali (tutto sommato contenuti, pare di capire), la colpa è sempre delle forze dell'ordine. E tutti gli articoli, i servizi sulla «preparazione» della guerriglia hanno lo scopo di evidenziarne i presunti errori. Vittime i manifestanti "pacifici", quelli che hanno riempito di insulti, minacce e sputi Pannella. Eppure, il fatto che tutti, ma proprio tutti, sapessero che cosa si stava preparando - gli annunci correvano copiosi e baldanzosi persino su internet - chiama in correità anche i media stessi, che non hanno lanciato l'allarme, ma soprattutto gli organizzatori della manifestazione, che nulla ma proprio nulla hanno fatto per evitare il peggio, nonostante i «capetti del movimento», come emerge da alcune interviste, e non difficile da intuire, conoscano bene chi siano e da dove vengano i violenti.

Se bisogna parlarne, allora parliamone. Sabato in piazza i veri non violenti sono stati poliziotti e carabinieri, che hanno combattuto con gli idranti, i lacrimogeni e i loro corpi. E che avevano l'ordine di «abbozzare, attendere, ripiegare». Una strategia di riduzione del danno, volta a non farci scappare il morto tra i manifestanti. E infatti incassano persino l'ipocrita solidarietà di Ezio Mauro: «Siamo dalla parte del carabiniere assediato». Già, a patto - sottinteso - che non osi difendersi come a Genova nel 2001. Gli agenti hanno senz'altro il merito di aver reagito con freddezza e professionalità, eseguendo gli ordini nonostante la comprensibile esasperazione. Ma se il morto non c'è scappato per mano, invece, dei manifestanti violenti, è stato purtroppo solo un caso fortuito. C'è mancato poco, per esempio, che un agente venisse linciato o che una coppia di anziani bruciasse viva nella propria abitazione. L'aspetto più criticabile di questa strategia è che le vite dei violenti sembrano più preziose di quelle degli agenti e dei cittadini, quindi delle potenziali vittime. Sabato scorso i responsabili dell'ordine pubblico, probabilmente senza rendersene conto, si sono assunti la terribile responsabilità di rischiare la vita degli agenti, e dei cittadini inermi, piuttosto che quella dei violenti. In certi casi non si percepisce come scegliere di non agire possa avere conseguenze ancor più negative di agire e sbagliare. La lodevole intenzione era che nessuno si facesse troppo male. E' andata bene, ma troppo, troppo si è rischiato che a farsi male, molto male, fossero i "buoni", gli agenti o i cittadini da proteggere.

E' una critica però, quella dell'eccessiva passività delle forze dell'ordine, che i politici e la stampa di sinistra non possono permettersi di avanzare. Sono i primi, infatti, a denunciare la «militarizzazione» dei cortei e la brutalità degli agenti appena reagiscono più duramente. Mettiamoci d'accordo: o accettiamo che qualche violento possa rimanerci secco, oppure ci accontentiamo di quello che è stato fatto sabato.

Pur non condividendo la strategia adottata, non possiamo ignorare un triste dato di fatto: se le forze dell'ordine fossero intervenute immediatamente, riuscendo a soffocare sul nascere i violenti ma al prezzo di molti più feriti, se non anche di un morto, avremmo visto tutt'altre immagini e allora il consenso che oggi, a cose fatte, sembra esserci per una repressione più dura, sarebbe svanito. Viviamo in un Paese dove l'uso legittimo della forza da parte delle forze dell'ordine non gode della sufficiente approvazione da parte delle élite politiche, sociali e intellettuali, anzi viene strumentalizzato, criminalizzato e delegimittato. Oggi si parla dei violenti. Se la polizia si fosse comportata con maggiore fermezza, oggi si parlerebbe della sua brutalità. E' così, è un fatto triste di fronte al quale bisogna agire con intelligenza. Non possiamo ignorarlo e pur non condividendola, dobbiamo comprendere la strategia difensiva delle forze dell'ordine, essergli vicini, perché è un problema politico e culturale che purtroppo non si può affrontare in piazza.

Monday, October 17, 2011

Quelle tracce scomode che tentano di cancellare dalla scena del crimine


Ciò che non bisogna permettere adesso è che vengano cancellate le tracce politico-ideologiche dalla scena del crimine di sabato a Roma. Parlare di «Black Bloc», di «infiltrati», di «frange», di una piccola minoranza di violenti, o addirittura di «due manifestazioni», come ha fatto Nichi Vendola, significa cercare di occultare la matrice politica della violenza. I Black Bloc non esistono. Sono un'invenzione giornalistica, una rassicurante bugia per illudere il pubblico che i violenti siano un'esigua minoranza che non ha nulla a che fare con la maggioranza pacifica della manifestazione. Sono una comoda copertura per tentare di salvare le «ragioni» della protesta. Si chiamano Black Bloc perché ormai a quella sigla è associata nell'immaginario collettivo una violenza urbana senza firma e senza impronte digitali. Si fa credere che i violenti si materializzino dal nulla, puff, fino a quel momento invisibili, e che nel nulla ritornino subito dopo le devastazioni. Nessuno sa chi siano e cosa vogliono, e così la manifestazione viene assolta da qualsiasi responsabilità, politica naturalmente. Si può parlare di «gruppetti», di «infiltrati» e di una «minoranza» quando i violenti si contano nell'ordine delle decine, non delle migliaia. E' ovvio che la maggioranza in una manifestazione di 20, 30 mila, al massimo 50 mila persone, rimanga "pacifica", altrimenti sarebbe stata una rivolta. Ma davvero si può pensare che 2-3 mila violenti - perché non ci son dubbi, tanti dovevano essere per mettere a ferro e fuoco chilometri e chilometri di corteo e per resistere alle forze dell'ordine per quattro ore asserragliati a San Giovanni - non siano rappresentativi di una manifestazione, non siano politicamente qualificanti? All'inizio le agenzie riferivano di «gruppetti di violenti che si staccano dal corteo», alla fine i «gruppetti» che si staccavano dal corteo che si sono visti erano quelli di manifestanti pacifici.

In teoria, i Black Bloc sono gruppi di anarchici che nelle manifestazioni in cui è stata accertata la loro presenza (Seattle, Praga, per esempio) non erano affatto infiltrati e nascosti, ma ben visibili e orgogliosamente compatti. L'abbigliamento di colore nero viene usato anzi per rendersi identificabili e per incutere timore alle forze dell'ordine. Non è da escludere che sabato a Roma, come a Genova nel 2001, ce ne fossero, ma le immagini televisive, soprattutto quelle degli scontri a San Giovanni, e delle devastazioni a Via Labicana e a Via Emanuele Filiberto, dimostrano inequivocabilmente il gran numero dei violenti, la maggior parte dei quali nient'affatto vestiti di nero. Esattamente come a Genova: Carlo Giuliani era forse un Black Bloc? Se sì, allora d'accordo. Anche quelli di ieri lo erano, i tanti Carlo Giuliani, identici a lui, che assaltavano quel blindato dei carabinieri rimasto isolato al centro della piazza, da cui due agenti sono riusciti ad uscire appena in tempo per salvarsi dal bruciare vivi. Solo grazie alla loro professionalità e freddezza non c'è scappato il morto. Dovremmo chiederci tra l'altro come mai in una giornata in cui gli "indignados" manifestavano in tutto il mondo, gli scontri siano avvenuti solo a Roma e, stando ai primi arresti e alle cronache televisive, non risultano stranieri tra i violenti. No, la violenza di sabato a Roma era italianissima. I violenti vanno ricercati nei centri sociali, tollerati e molte volte coccolati dalle amministrazioni locali, persino di destra (vero Alemanno?), nei collettivi studenteschi ospitati dagli atenei, tra i militanti dei partiti e dei sindacati più estremisti e anti-sistema, tra gli auto-riciclati dell'arcipelago no global, nella galassia dei gruppi anarco-insurrezionalisti. Studiano, lavorano, manifestano le loro idee, su internet e a volte persino in tv e sui giornali. Sono in mezzo a noi, insomma, non vivono in clandestinità. Tutti lo sappiamo, ma poi ci beviamo questa balla dei Black Bloc.

E' vero che tra i manifestanti c'è stato chi ha provato a ribellarsi ai violenti, ma dai microfoni delle televisioni abbiamo sentito anche molte persone all'apparenza "per bene" solidarizzare in vario modo («loro sono noi, noi siamo loro», «fa più schifo la nomina dei sottosegretari», «quando scoppia una pentola a pressione non la controlli»). E i "pacifici", la "parte buona" della manifestazione, sarebbero quelli che hanno riempito di insulti e sputi Marco Pannella all'inizio del corteo. A proposito, dove si erano nascosti i Di Pietro, i De Magistris, i Vendola, che avevano annunciato la loro presenza alla manifestazione? La voce della sincerità è stata quella di uno studente della Sapienza, il quale ha spiegato che «è la dialettica di sempre, che ci sarà sempre, nel Movimento». Appunto, c'è UNA manifestazione, UN movimento, con UNA ideologia (o piuttosto il suo simulacro). Un movimento con una pur primordiale dialettica interna sui mezzi, che si differisce tra chi sceglie mezzi violenti e chi pacifici. Una grande, decisiva differenza dal punto di vista penale, ma minima dal punto di vista politico. Le «ragioni» della protesta, le fondamenta ideologiche, sono comuni: teorie paranoiche della realtà; idee e obiettivi di sovversione dell'ordine sociale ed economico, un'utopia collettivistica da inseguire con un'accozzaglia informe di politiche redistributive. Se non si riconosce legittimità democratica alle istituzioni politiche ed economiche; se il sogno è abbattere il capitalismo, o più prosaicamente in Italia Berlusconi, allora la critica allo status quo diventa talmente radicale da rendere inevitabile che qualcuno, anzi molti, paradossalmente i più coerenti e i più "coraggiosi", ricorrano a pratiche violente. Ecco in che modo i violenti c'entrano eccome con la manifestazione di sabato.

E' ovvio che dal punto di vista penale la responsabilità è personale, ma se vogliamo comprendere ciò che è accaduto, allora non possiamo sottrarci ad una riflessione che vada oltre quegli aspetti. Quella violenza non nasce dal nulla, è una violenza che ha una matrice politica ben precisa, che affonda le proprie radici in una sinistra estrema e anti-sistema, ma che si nutre anche del clima da guerra civile che i partiti di sinistra, e persino di centro, alimentano all'interno delle istituzioni e sui media. Ecco perché a Roma sì e nelle altre capitali no. Perché a Roma i partiti di sinistra hanno voluto persino dedicare un'aula parlamentare ad uno di quei violenti, a Carlo Giuliani, che a Genova nel 2001 ha dato l'assalto ad una camionetta dei carabinieri esattamente come i suoi compagni hanno fatto ieri a San Giovanni. L'aula bisognava intitolarla al carabiniere che gli ha sparato. Tendiamo a relativizzare e a giustificare con l'esasperazione le violenze, perché c'è sempre qualcosa e qualcuno contro cui è comunemente ritenuto "politicamente corretto" e "figo" ribellarsi, c'è una parte di Italia che non riconosce all'avversario politico il diritto di governare: i democristiani prima, Berlusconi oggi, persino i cantieri dell'Alta Velocità. Siamo in perenne guerra civile e le forze politiche e sociali, i media, per i loro interessi non fanno che alimentare questa condizione.

C'è da scommettere che nelle interrogazioni di lunedì i parlamentari dell'opposizione chiederanno "come è stato possibile", insinuando una grave e sospetta sottovalutazione da parte del ministro Maroni e delle forze dell'ordine. Già oggi la Repubblica e Il Fatto quotidiano accusano il Viminale di aver lasciato fare («tempi di reazione lunghi e farraginosi») e il segretario del Pd Bersani si chiede «come è possibile tenere in scacco per ore il centro di Roma». E' possibile, caro Bersani, se non ci si vuole assumere il rischio di dieci Carlo Giuliani. Non si può, è DISONESTO, contemporaneamente criticare la passività delle forze dell'ordine, pronti però a denunciarne la brutalità appena reagiscono. Sabato a Roma hanno fatto il massimo, il massimo considerando l'uso della forza che è socialmente e politicamente accettato. In piazza i veri non violenti sono stati poliziotti e carabinieri, che hanno combattuto con gli idranti, i lacrimogeni e i loro corpi. E che avevano l'ordine di «abbozzare, attendere, ripiegare», pronti a sacrificare la loro di vita, piuttosto che rischiare la morte di un manifestante. Dunque, mettiamoci d'accordo: o accettiamo che qualche violento possa rimanerci secco, oppure ci accontentiamo di quanto abbiamo visto ieri, senza però poi prendercela con le forze dell'ordine perché non hanno saputo garantire l'ordinato svolgimento di quella cazzo di manifestazione.

Friday, October 14, 2011

Tirare a campare


Qualche considerazione sul voto di fiducia di venerdì scorso.

1. Governo e opposizioni. L'opposizione rimedia l'ennesima figuraccia, non perché non gli sia riuscito di "cacciare" Berlusconi, ma per il patetico tatticismo d'aula degli ultimi giorni, la cui regia questa volta si deve a Casini e all'imparzialissimo presidente della Camera, con il Pd a rimorchio. L'Aventino ha fatto tristemente passare alla storia i suoi ideatori come deboli e perdenti. E quella cui abbiamo assistito tra mercoledì e venerdì scorsi è solo una brutta copia messa in scena da epigoni ancor più spaesati e a corto di idee. Il governo tiene, ma è un tirare a campare, non c'è nulla allo stato attuale che possa far sperare in un cambio di passo, in un sussulto riformatore. Deludente, come ha scritto su La Stampa Luca Ricolfi, è stato il discorso del premier, che ha sprecato l'ennesima occasione per impegnare se stesso e la sua maggioranza nelle riforme liberali che servono al Paese. «Quel voto - ha scritto Giuliano Ferrara su Il Foglio di sabato - serve a poco se Berlusconi non si decida a fare subito due cose più che urgenti, ed entrambe indispensabili: riassumere la guida del governo, usare il governo per fare la riforma liberale del Paese». Ebbene, Berlusconi sembra voler innanzitutto durare, decidere lui, concordandolo con Bossi, il momento più opportuno per riportare il Paese al voto, convinto in questo modo di salvare il Pdl e il centrodestra dalla disgregazione.

La pubblicazione della lettera della Bce al nostro governo forniva una straordinaria leva per tentare di superare le resistenze nella maggioranza e per inchiodare l'opposizione alle sue contraddizioni politiche. Al primo elenco di ricette concrete e puntuali per venir fuori dalla crisi, giunto da un autorevole organo "tecnico", la reazione del Pd è andata infatti dalla flebile apertura del vicesegretario Letta (ci penseremo) alla totale reiezione del responsabile economico del partito. Per non parlare di Vendola e Di Pietro, sabato in piazza con gli "indignados". La Lega è contraria alla riforma delle pensioni? Gli ordini professionali e gli enti locali alle liberalizzazioni? Tremonti alle privatizzazioni? Ebbene, per riprendersi la leadership smarrita Berlusconi dovrebbe sfidare i "no" nella sua maggioranza. Rischierebbe di saltare, certo, ma per lo meno non su un incidente parlamentare, dovuto al caos o ad un complotto, bensì su una linea coraggiosa e riformatrice che rappresenterebbe comunque una preziosa eredità politica nonché una coerente piattaforma elettorale. Non sembra questa la predisposizione d'animo attuale del premier.

Il quale tuttavia si sarebbe almeno persuaso, così riferiscono i retroscena, a cavalcare il referendum per il ritorno al Mattarellum (sempre che la Consulta dichiari ammissibili i quesiti). Un modo per non farsi travolgere dall'antipolitica, ma ancor più importante, per blindare il bipolarismo, costringendo l'Udc a scegliere prima del voto pena l'irrilevanza, mentre con l'attuale legge i centristi potrebbero risultare decisivi al Senato e dunque nella posizione di scomporre l'assetto bipolare.

2. La "soluzione spagnola". Tra gli altri, anche Ricolfi sostiene che «se oggi - a differenza di ieri - i mercati giudicano la Spagna meglio dell'Italia (come risulta dall'andamento degli spread) è anche perché la promessa di Zapatero di farsi anticipatamente da parte è comunque un segnale di apertura, una finestra sul futuro», e conclude quindi che una simile soluzione - Berlusconi che dichiara «esplicitamente» che non si ricandiderà ed elezioni anticipate al 2012 - potrebbe portare gli stessi benefici anche al nostro Paese. In effetti, in Spagna le dimissioni di Zapatero e il voto fissato a novembre hanno accelerato l'approvazione delle riforme costituzionali e in una certa misura calmierato i mercati, che hanno concesso una tregua a Madrid. A me pare, tuttavia, che a prescindere dal giudizio su Berlusconi e sulla politica economica del governo, difficilmente gli esiti potrebbero essere i medesimi. Prima di tutto, per una considerazione di ordine "sistemico". In Spagna il sistema politico è molto più lineare del nostro e questo di per sé trasmette ottimismo (relativamente parlando, s'intende) ai mercati: dopo Zapatero la prospettiva più probabile è quella di un governo monocolore dei Popolari di Rajoy, mentre da noi dalle urne potrebbe uscire una situazione di ulteriore stallo. Ma anche, e soprattutto, per motivi politici. Mentre in Spagna un'alternativa a Zapatero c'è, è autorevole e coesa, e non ostile alle politiche per la stabilità e la crescita caldeggiate dai mercati, in Italia l'opposizione è divisa, sulla leadership ma ancor più sul programma. Basti guardare alle sconclusionate reazioni alla lettera della Bce: respinta senz'appello da Vendola, che vi vede addirittura le politiche all'origine della crisi; criticata dal responsabile economico del Pd Fassina; timidamente difesa dal vicesegretario Letta. I principali partiti di opposizione - Pd, Idv e Sel - sono scesi in piazza con la Cgil, la forza sociale più conservativa e antimercato del Paese. I mercati si sentirebbero tranquillizzati da questa prospettiva come si sono sentiti in parte per le dimissioni di Zapatero? C'è quanto meno da dubitarne.

3. Napolitano sconfessa Fini. Nel frattempo, tra cantonate, recrminazioni e trombonate, venerdì è passata sotto silenzio la risposta del capo dello Stato ad una lettera dei capigruppo della maggioranza sui delicati passaggi parlamentari della scorsa settimana. Ebbene, una risposta nella quale Napolitano dà educatamente torto a Fini e alle opposizioni. Riconosce che l'interpretazione del significato della bocciatura del rendiconto di bilancio rientrava «pienamente nei poteri del Presidente di Assemblea», ma nel merito spiega che non comportava obbligo di dimissioni per il governo e che l'impasse può essere superato rivotando sullo «stesso testo», come avevo fin da subito sostenuto su questo blog, compresa la citazione di Onida. L'esatto contrario, invece, di quanto il presidente Fini, facendo proprie le tesi delle opposizioni, era andato a rappresentare al Colle mercoledì pomeriggio. Queste le parole di Napolitano:
«Non ho ritenuto, confortato del resto dalla dottrina - espressasi anche nell'articolo del Presidente Onida, da me vivamente apprezzato - che vi fosse un obbligo giuridico di dimissioni a seguito della reiezione del rendiconto, ma che... fosse necessaria una verifica parlamentare della persistenza del rapporto di fiducia, come lo stesso Presidente del Consiglio ha fatto. (...) Circa l'ultima questione relativa alle modalità più corrette per superare l'inconveniente determinatosi e consentire un'attività certamente dovuta, convengo che non possono che essere le stesse per qualunque governo e consistere anche nella ripresentazione dello stesso testo, considerata la sua natura di atto ricognitivo e di legge formale di approvazione: ma era opportuno che ciò avvenisse dopo il chiarimento politico e previa nuova verifica da parte dell'organo di controllo dei conti dello Stato, come poi è in effetti avvenuto».
4. «Non ci sono più i radicali». E' sconsolato e indignato Il Post con i radicali, la cui colpa non è certo quella di aver "salvato" il governo - come purtroppo agenzie di stampa, siti internet e "sofrini" hanno riportato, evidentemente così accecati dall'antiberlusconismo da non rendersi nemmeno conto di come fossero andate davvero le votazioni - ma solo di non essersi prestati ai patetici tatticismi del Pd. In realtà, i radicali «non ci sono più» da quando hanno votato per l'arresto del deputato Alfonso Papa, le cui denunce da Poggioreale dovrebbero scuotere qualche coscienza. Ma il vero e proprio linciaggio mediatico che si è scatenato contro i radicali, sui mainstream media come sui social network, rivela la disperazione di chi non riesce più a trovare ragioni per le proprie sconfitte, e si aggrappa a qualsiasi capro espiatorio. Grazie ai radicali abbiamo scoperto che Rosy Bindi è non solo più bella che intelligente, ma anche più bella che educata. Chissà se adesso la signora Bindi riceverà le ironie riservate di solito alle rozze uscite di Bossi e Calderoli... E abbiamo anche la conferma «senza possibilità di dubbio» che al Post non sanno di cosa scrivono e devono le loro "fortune" esclusivamente ad un cognome, per altro tristemente noto.

L'obiettivo dei radicali, come potrà appurare chiunque guardi ai fatti con serenità d'animo e senza pregiudizi, era unicamente fare uno sgarbo al Pd come ripicca per come vengono trattati. I deputati radicali si sono recati a votare alla prima chiama, ma solo dopo che il quorum era di fatto già stato raggiunto, perché aveva votato "sì" uno dei tre deputati in bilico della maggioranza, e sarebbe bastato per arrivare a 315, anche se quando ha votato Beltrandi avevano votato in 297. Il fatto che siano entrati alla prima chiama è una conferma. Se infatti avessero aspettato la seconda chiama, delle due l'una: o non sarebbero riusciti a fare lo sgarbo al Pd, perché se il quorum fosse stato raggiunto alla prima sarebbero entrati anche tutti gli altri gruppi di opposizione; oppure, in assenza del quorum alla prima chiama, entrando alla seconda avrebbero davvero "salvato il governo", responsabilità e rischio che non volevano assumersi.

Wednesday, October 12, 2011

L'ultimo treno

Non si può sapere con certezza cosa sia andato a dire Fini al presidente della Repubblica, ma ho l'impressione che sperasse in tutt'altra risposta. Nell'incontro di questo pomeriggio avrebbe rappresentato al capo dello Stato le ragioni dei gruppi di opposizione (compreso il suo, dunque), secondo cui dopo la bocciatura dell'articolo 1 del rendiconto 2010 non sarebbe possibile procedere alle comunicazioni del premier, il quale invece dovrebbe salire al Quirinale a dimettersi. Stendiamo un velo pietoso sulla condotta di un presidente della Camera che invece di essere, e apparire, super partes, va a chiedere al capo dello Stato di "dimissionare" il governo. Napolitano gli ha risposto che «tocca al presidente del Consiglio indicare alla Camera la soluzione» per l'approvazione del rendiconto. E che «sulla sostenibilità di tale soluzione sono competenti a pronunciarsi le Camere e i loro presidenti». Parole che sembrano rinviare al voto di fiducia, com'era ovvio.

Nulla infatti sembra autorizzare un automatismo tra la bocciatura del rendiconto e le dimissioni del governo. Tra i costituzionalisti il parere dell'ex presidente della Consulta Valerio Onida ci sembra il più lineare, anzi l'unico possibile per superare l'impasse sul rendiconto.
«I voti negativi sulle leggi di bilancio vanno intesi come voti di sfiducia anche se formalmente non lo sono. Quindi dopo una bocciatura del genere si dovrebbe verificare la tenuta del rapporto di fiducia tra governo e Parlamento. Se il presidente del Consiglio non lo facesse potrebbe essere il presidente della Repubblica a richiederlo. La bocciatura di una legge di bilancio non richiede dimissioni automatiche, ma la verifica della fiducia, e mi sembra corretta la richiesta del governo in tal senso... Tecnicamente il rendiconto non è una legge autorizzativa, è piuttosto una legge ricognitiva. Se ci sono provvedimenti successivi che dipendono da esso c'è un condizionamento. Ma secondo me non ci sarebbero problemi a rivotarlo. Il 'ne bis in idem' (non si vota due volta una stessa legge, n.d.r.) non è un ostacolo, perché bisogna guardare alla sostanza. O il rendiconto è sbagliato, e allora si boccia; o è giusto, e allora si può rivotare lo stesso testo».
(fonte: Ansa)
Riferendosi al bilancio 2010, già autorizzato dalle Camere lo scorso anno, l'approvazione del rendiconto è un atto «ricognitivo», si "riconosce" cioè un dato di fatto: le entrate e le uscite dello Stato nel 2010 così come risultano certificate dalla Ragioneria generale. La bocciatura determina quindi un paradosso: il Parlamento non riconosce le entrate e le spese che egli stesso ha autorizzato e che si sono già realizzate. Cosa può essere accaduto? Delle due l'una: o c'è un errore di scrittura, e allora dev'essere corretto e il documento rivotato; oppure i dati sono corretti e il Parlamento ha sbagliato a respingerli, ma in questo caso il documento si può rivotare così com'è.

E' chiaramente una procedura che prescinde dal governo in carica, anche perché seguendo il ragionamento delle opposizioni e della giunta del regolamento della Camera (dove grazie a Fini la maggioranza è diversa da quella dell'aula), nemmeno un altro governo che succedesse a Berlusconi potrebbe ripresentare lo stesso rendiconto con le stesse tabelle, laddove fossero corrette. E allora come si andrebbe avanti? All'indomani di ogni elezione politica si forma un nuovo governo che sul finire dell'anno presenta al nuovo Parlamento il rendiconto dell'anno precedente, cioè le entrate e le spese autorizzate nella legislatura precedente. Cosa accadrebbe se il nuovo Parlamento non lo approvasse, non potendo imputare al nuovo governo quel bilancio? Un evidente paradosso.

Detto questo, il problema politico nella maggioranza c'è ed è gigantesco. La nuova verifica parlamentare è per Berlusconi l'ennesimo treno, ma forse stavolta è davvero l'ultimo, per tornare a governare, per recuperare lo spirito del '94 ed avviare il Paese su un percorso di vere riforme: pensioni, liberalizzazioni, privatizzazioni, meno tasse. In pratica, il "programma" Bce. O finalmente decide di impegnare il governo, e responsabilizzare il Parlamento, su queste poche riforme concrete, fattibili con un tratto di penna, elencandole in modo esplicito ed inequivocabile, e legando ad esse il proprio nome, mettendoci la faccia, o tanto vale che lasci. Se poi il disegno di Scajola è allargare la maggioranza all'Udc, fondare un nuovo partito che accolga tutti i "moderati" richiamandosi al Ppe, bene, è una linea legittima, che però non può essere imposta minacciando manovre di palazzo contro il governo, dev'essere sottoposta democraticamente al partito, discussa e votata in un congresso.

Tuesday, October 11, 2011

Accuse verosimili

Sarebbero disposti a scarcerarlo solo se confessa uno dei reati di cui è accusato e se depone contro Berlusconi e i suoi più vicini collaboratori. Sono accuse gravissime quelle che Alfonso Papa, il deputato nei cui confronti la Camera ha autorizzato l'arresto il 20 luglio scorso, muove ai pm che lo accusano, tra i quali Woodcock, dal carcere di Poggioreale. Lo stesso Papa ha provveduto a denunciare i magistrati di Napoli responsabili dell'inchiesta alla Procura di Roma. Accuse che ovviamente dovrà provare, il che trovandosi in carcere appare complicato, ma che non possono passare inosservate. Per la loro gravità, per il sospetto di persecuzione politica che aleggia sull'intera vicenda, ma soprattutto perché terribilmente verosimili.

A renderle plausibili sono la totale insussistenza delle esigenze di custodia cautelare nei suoi confronti e l'uso distorto della carcerazione preventiva - per estorcere confessioni e "far parlare" l'imputato - che nel nostro Paese è più una norma che l'eccezione. Basti ricordare il caso di Silvio Scaglia, l'ex manager di Fastweb che si è fatto un anno in custodia cautelare (di cui oltre sei mesi successivi al rinvio a giudizio), fino alla decima udienza del processo, pur essendo rientrato in Italia dalle Antille per consegnarsi spontaneamente ai magistrati.

Avendo chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Papa (l'inizio del processo tra l'altro è imminente: il 26 ottobre), la pubblica accusa evidentemente ritiene di avere già in mano le prove necessarie per una condanna. Dunque se ne deduce che non sussista più il pericolo di inquinamento delle prove, normalmente presumibile nella fase delle indagini; e non è mai stato ipotizzato il pericolo di fuga o di reiterazione del reato. Queste tre condizioni devono essere accertate «in concreto» per giustificare una misura di custodia cautelare. Non dovrebbe bastare, quindi, come fa il tribunale del riesame di Napoli nei confronti di Papa, sostenere che egli «in quanto parlamentare» potrebbe sempre inquinare le prove (anche se le indagini si sono concluse) e che sempre «in quanto parlamentare» sarebbe incompatibile con i domiciliari perché non potrebbe essere privato della facoltà di comunicare liberamente (!).

Il ricorso facile alla carcerazione preventiva, anche in evidente assenza dei presupposti giuridici, e la sua durata potenzialmente infinita, sono vere e proprie violazioni dei diritti umani, che rendono verosimili accuse come quelle mosse da Papa ai pm di Napoli. Il carcere sempre più da pena a strumento d'indagine.

Monday, October 10, 2011

Steve Jobs, genio del capitalismo o criminale?


Tra le molte cose che si sono scritte e dette in questi giorni di Steve Jobs, in particolare mi hanno colpito due riflessioni, non sulla sua morte quanto piuttosto sulle reazioni alla sua morte. Una di Alessandro Campi, «Perché Steve Jobs non mi ha cambiato la vita», su Il Foglio; l'altra di Enzo Reale, «La parabola del buon capitalista», sul suo blog 1972. Pur non avendo posseduto nessuno degli oggetti di culto creati da Jobs, e appartenendo al "partito" del Blackberry, faccio parte dei tanti che riconoscono serenamente la grandezza di Jobs nell'averci «cambiato la vita». Probabilmente il giudizio di Campi è condizionato troppo dalle ultime creazioni del "mago" californiano: l'iPod, l'iPhone, l'iPad. Pur essendo questi ultimi gli oggetti che hanno trasformato Apple da ristretta setta di esperti di grafica a «religione pop o light» di livello mondiale, e il suo fondatore in una sorta di guru, tuttavia a mio modesto avviso il maggior impatto sulle nostre vite quotidiane l'hanno avuto i suoi primi prodotti, i primi personal computer e lo sviluppo dell'interfaccia a icone. L'estrema intuitività con cui oggi comandiamo i nostri pc si deve principalmente a lui e senza questo sviluppo non avrebbero avuto la diffusione che hanno avuto tra le mura domestiche e sui posti di lavoro.

C'è un fondo di verità, dunque, nella riflessione del prof. Campi, quando dice che negli ultimi tre prodotti c'è più estetica, più marketing, che una reale «rivoluzione» nelle nostre vite e quando riconosce in Jobs il «capitano d'industria», geniale anche per aver inventato «un sistema di organizzazione aziendale, una tecnica di vendita e una forma di relazione con i consumatori». Se questo in qualche modo sminuisce la figura di Jobs agli occhi dell'intellettuale conservatore, che con un malcelato pizzico di moralismo denuncia il vuoto e la solitudine del consumismo e sembra liquidarlo come «un inventore con un grande senso per gli affari», è proprio l'aspetto industriale e capitalistico che Enzo Reale ci ammonisce a non nascondere sotto il politically correct. Se, e nella misura in cui Jobs ci ha «cambiato la vita», lo dobbiamo al puro spirito del capitalismo, mentre i giudizi sul guru della Apple sono così favorevoli perché delle sue innovazioni apprezziamo e enfatizziamo il «carattere sociale, ai limiti del filantropismo», quasi vergognandoci del fatto che dovremmo innanzitutto ringraziare il «grande capitalista» Jobs, «il cui obiettivo principale era vendere-guadagnare-investire-guadagnare di più».

La storia di Jobs, ma di tanti altri "geni" ancora in vita, è la dimostrazione più lampante che è la ricerca del profitto, «l'avidità», per dirla alla Milton Friedman, a far progredire il mondo, e quindi a cambiare in meglio non solo le vite di chi si arricchisce, ma anche quelle di milioni di persone, spesso dell'intera umanità. «Quella di migliorare e modernizzare la realtà - conclude Reale - è una virtù insita nell'etica capitalista e nello svolgimento dell'attività economica nei sistemi di libero mercato. Il fatto che per lodare un capitalista ci sentiamo in dovere di glorificarne il ruolo di benefattore della società non è che l'ennesimo esempio di come in fondo continuiamo a vergognarci di quello che siamo e a considerare il denaro, il profitto, la ricchezza come peccati da espiare».

Senza l'etica capitalista, senza la prospettiva di straripanti ricchezze, non avremmo avuto né Steve Jobs né i suoi prodotti. Dovremmo ricordarcene quando ascoltiamo parole come quelle del regista Ermanno Olmi, in questi giorni nelle sale con il suo ultimo film, «Il villaggio di cartone», un sermone pauperista e catto-comunista. Secondo il regista, «essere stra-ricchi, sopra un certo livello, è un crimine, perché si sottrae ricchezza a molti». Dunque, Jobs, o Bill Gates o Mark Zuckerberg, sarebbero dei «criminali»? Chiediamoci: hanno sottratto, o piuttosto creato ricchezza, se non altro per i milioni di posti di lavoro che hanno creato, e non solo nelle loro aziende? La risposta è sotto gli occhi di chiunque non sia accecato dall'invidia sociale o da ideologie oscurantiste e illiberali. Mi ha lasciato francamente l'amaro in bocca che tesi così strampalate dal punto di vista economico - perché i sistemi di libero mercato non sono affatto giochi "a somma zero" - e così "disumane" - sì, disumane per quanto rappresentano la negazione del più genuino spirito dell'uomo - imperversino in questi giorni persino sulla radio di Confindustria.

Wednesday, October 05, 2011

Chi ignora il sistema è Vietti

Secondo il vicepresidente del Csm Michele Vietti, «parlare di errore giudiziario» di fronte alla sentenza di secondo grado che ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito, ribaltando il primo verdetto, «significa ignorare il funzionamento del nostro sistema giudiziario». Non ignoriamo affatto «il funzionamento del nostro sistema giudiziario» per quello che è oggi, ma abbiamo ben presente come dovrebbe funzionare in uno stato di diritto. Vietti e purtroppo molti magistrati sembrano invece ignorare la cosa più importante: la seconda.

Ormai l'assuefazione è totale. Ci siamo così abituati ad appelli e contrappelli, odissee giudiziarie lunghe anni, persino decenni, che nemmeno il vicepresidente del Csm sa più cosa dovrebbe essere un processo. I tre gradi di giudizio non sono i tre tempi di un'unica partita, di un unico processo. Sono tre processi diversi. Non è che il sistema ha a disposizione tre tentativi per azzeccarci. Quando una sentenza d'appello ribalta quella di primo grado assolvendo gli imputati, vuol dire che la prima sentenza era sbagliata. Che siamo di fronte ad un errore giudiziario, molto spesso aggravato dalla presenza di un innocente in carcere per anni. Le cause possono essere diverse, una semplice casualità o l'incompetenza di una delle parti, ma di errore si tratta.

E' vero che il nostro sistema «si articola in tre gradi di giudizio» (anche se quello in Cassazione non riguarda il merito, ma solo i vizi di legittimità della sentenza), ma niente e nessuno impone che non possa essere "definitivo" anche il giudizio di primo grado. Bisogna ribellarsi a questo tentativo di far passare come la normalità del sistema la sua principale anomalia, cioè che subire un processo in Italia significa in realtà subirne tre, e che in primo grado si condanna sempre, per non dispiacere ai pm, perché tanto c'è il secondo grado che rimette le cose a posto. Dalla giustizia bisogna pretendere che ci azzecchi al primo colpo. La verità è che le cose non cambieranno finché i pm potranno impugnare le sentenze di assoluzione senza rischiare nulla in termini di carriera e con una disponibilità pressoché illimitata di risorse pubbliche per inseguire le loro verità spesso immaginarie.

Tuesday, October 04, 2011

Li-cen-zia-te-li!

Abbiamo almeno salvato la faccia, e per questo bisogna ringraziare i sei giudici laici e i due togati che ieri hanno avuto l'onestà intellettuale e il coraggio di ribaltare completamente e con formula piena («per non aver commesso il fatto») la sentenza di primo grado al processo di Perugia. E non era facile resistere da un lato alla protervia dell'accusa, che fino all'ultimo con dubbia professionalità ha continuato a contraddire in aula la perizia super partes del tribunale e a cercare di condizionare la giuria persino dopo l'arringa finale, ammonendo che gli imputati non dovevano essere assolti, perché altrimenti sarebbero «fuggiti». Ma non era facile neanche non farsi condizionare dalla vera e propria character assassination cui fin dal primo giorno i pm hanno fatto ricorso nei confronti dei due imputati, trovando nei mass media italiani, giornali e trasmissioni tv, dei megafoni vergognosamente acritici del loro teorema accusatorio.

Ebbene, se questa sentenza ci restituisce almeno un briciolo dello status di Paese civile, qualcuno la faccia l'ha persa definitivamente e dovrebbe anche perdere il posto per questa vergogna in mondovisione. Già, ma chi in questo Paese ha l'autorità per licenziare un pm per aver svolto così male il suo lavoro (scegliete voi: se per aver tenuto in carcere due innocenti per 4 anni, o per non aver saputo trovare le prove per condannare due colpevoli), un pm tra l'altro condannato per abuso d'ufficio a un anno e 4 mesi con l'interdizione dai pubblici uffici (!), pena sospesa per la condizionale? No, invece di essere licenziato, o almeno sollevato dal caso, ci aspetta il "doveroso" ricorso in Cassazione di una procura che non teme di ricoprire di ridicolo se stessa e la giustizia italiana. E ci ricorda che sì, viviamo in un Paese in cui sono appellabili persino le sentenze di assoluzione in appello!

Ieri sera la cricca di Porta a Porta ancora si arrampicava sugli specchi, si attaccava al "fumo della pipa", osava ironizzare sul ritorno a casa di Amanda come fosse la fuga precipitosa di un delinquente che l'ha fatta franca, perseverava nelle solite analisi psico-sociologiche intrise di luoghi comuni sul mondo giovanile; e questa mattina chi ha contribuito per mesi a dipingerla come una "diavolessa ammaliatrice", dedita alla trasgressione tutta droga, sesso e rock 'n' roll, per poi disinteressarsi del processo d'appello, quando cominciavano ad incrinarsi le certezze dell'accusa, ha il coraggio di scrivere sul quotidiano più importante d'Italia che però «i processi indiziari si devono fare». No, i processi indiziari non si devono fare, perché questi sono i risultati: ciò che resta del processo di Perugia è la sensazione tragica di aver assistito ad un tentativo di processo alle streghe e di essere arrivati ad un passo dal rogo in piazza.

Non solo i periti super partes nominati dal tribunale hanno smontato le due prove "regine" che sulla base di una mera «compatibilità» di Dna (e non identità!) avevano portato alla condanna della Knox e di Sollecito in primo grado, le uniche che collegavano gli imputati alla scena del delitto, ma hanno anche stabilito che la polizia scientifica non ha seguito le «procedure internazionali di sopralluogo e i protocolli di raccolta e campionamento» dei reperti, i quali dunque sono risultati contaminati e comunque inattendibili. Non c'era il sangue della vittima sulla presunta arma del delitto; né era attendibile che la traccia di Dna rinvenuta sul gancetto del reggiseno della ragazza uccisa appartenesse a Sollecito, sia perché di dimensioni inferiori agli standard per determinarlo con ragionevole certezza, sia perché durante la repertazione il gancetto (repertato ben 46 giorni dopo l'omicidio) fu toccato con «un guanto sporco». Esattamente come avevano denunciato mesi prima le inchieste giornalistiche e le trasmissioni televisive americane, snobbate dai nostri media, anche i periti italiani hanno puntato l'indice sulle modalità approssimative della repertazione: gli agenti non portavano tute di protezione; indossavano guanti già utilizzati, quindi sporchi; spostavano reperti chiave, come il materasso che copriva il cadavere, da una stanza all'altra.

Insomma, quella di ieri non è una semplice assoluzione, ma un'assoluzione che evidenzia gravissime incompetenze, negligenze e violazioni della legge da parte degli inquirenti. Ci sono tutti gli elementi per uno di quei film "claustrofobici" in cui un malcapitato cittadino americano viene accusato ingiustamente perché qualcuno ha messo a sua insaputa una partita di droga nel suo zainetto, e si ritrova stritolato in un sistema giudiziario privo di garanzie. Solo che stavolta, diversamente dalla versione hollywoodiana, non eravamo in un Paese esotico, in Thailandia, in Iran o in Cina. Eravamo in Italia. Ma l'immagine di totale inaffidabilità del nostro sistema giudiziario che questo caso ha esportato all'estero, in Europa e negli Stati Uniti, è pressoché equivalente. Qualcuno dovrebbe per lo meno essere chiamato a risponderne.

UPDATE ore 14:09
Per il pm Mignini il nostro sistema giudiziario è «troppo garantista». Per la pm Comodi «sono stati liberati due colpevoli». Sono davvero senza vergogna, almeno abbiano un po' di rispetto per la Corte. Almeno finché non avvieranno il ricorso in Cassazione. Con i nostri soldi e senza rischiare nulla.

UPDATE ore 14:24
Chiedano scusa tutti quelli che nei giorni scorsi hanno scritto e detto che Amanda sarebbe "fuggita" a bordo di un jet privato. E' partita verso casa con un normalissimo aereo di linea, imbarcandosi come chiunque a Fiumicino.