Thursday, May 31, 2012

La giornata: Buffon fulminato e i messaggi di Visco-Draghi a Monti

Che si tratti di un avvertimento o di una ritorsione, lo stile è quello "mafioso". Il tempismo è davvero troppo sospetto. E' passato un giorno dalla denuncia di Buffon sulla «vergogna» della giustizia-spettacolo, dei processi mediatici, del rapporto marcio, perverso tra procure e media, con le fughe di notizie e i blitz con telecamere al seguito, ed ecco che il circuito mediatico-giudiziario passa al contrattacco. Corriere e Repubblica tirano fuori un'"informativa" (con tanto di documenti in copia pdf) della Guardia di Finanza di Torino in cui si segnalano alcune movimentazioni di denaro "sospette" da un conto di Buffon ad una ricevitoria di Parma. Movimenti che fanno presto a diventare «puntate», «scommesse milionarie». La vicenda dovrebbe essere vecchia e già chiusa. Il fatto che Buffon non risulti indagato, nonostante l'informativa risalga al 2011 e i fatti al 2010, significa che le procure di Torino e Cremona non l'hanno ritenuta rilevante penalmente, o che il caso è stato chiarito. Ma tanto basta a sputtanare Buffon che aveva osato toccare i fili che legano procure e giornali.

Al di là del merito, che Buffon abbia o meno scommesso (e quindi commesso un illecito sportivo), l'intento gogna mediatica è chiaro. E vergognoso. Com'era? L'anomalia era Berlusconi? Uscito di scena lui tutto sarebbe tornato a posto, ognuno al suo ruolo? Berlusconi passa, ma il cancro procure-media ce lo teniamo. Dovrebbe intervenire il presidente Napolitano, che come presidente del Csm è responsabile di come certi documenti escono dalle procure e arrivino alla stampa così "ad orologeria".

VISCO-DRAGHI - Intanto, mentre lo spread è stabile a livelli da allarme rosso (oggi a 467 punti), Monti mette in guardia sul «rischio contagio» e si appella alla Merkel chiedendole di «riflettere profondamente, ma anche rapidamente su questo» aspetto. L'alto debito è colpa dei governi del «passato» e lo spread resta elevato per «la mancanza di una linea precisa per la crescita».

Ma c'è qualcosa nelle parole di oggi di Draghi e del governatore della Banca d'Italia Visco che chiama direttamente in causa anche le scelte chiave del governo Monti: solo tasse, zero tagli alla spesa e niente dismissioni. Il problema è una politica fiscale sbagliata, ma continuiamo diabolicamente a perseverare.

Visco ha avvertito che un calo del Pil dell'1,5% nel 2012 corrisponde ad uno «scenario non troppo sfavorevole» e che la pressione fiscale è «a livelli ormai non compatibili con una crescita sostenuta». «L'inasprimento non può che essere temporaneo», è ora che «la sfida si sposti» sui tagli alla spesa: «Occorre trovare, oltre a più ampi recuperi di evasione, tagli di spesa che compensino il necessario ridimensionamento del peso fiscale». E smentisce che anche tagliare la spesa avrebbe effetti recessivi: «Se accuratamente identificati e ispirati a criteri di equità, i tagli non comprometteranno la crescita e potranno concorrere a stimolarla se saranno volti a rimuovere inefficienze dell'azione pubblica, semplificare i processi decisionali, contenere gli oneri amministrativi». Dal governatore della Banca d'Italia arriva anche un caldo invito a «utilizzare pienamente i margini disponibili per ridurre il debito con la dismissione di attività in mano pubblica». Insomma, il messaggio a Monti è chiaro: è ora di tagliare spesa e tasse e di abbattere lo stock di debito con le dismissioni.

Draghi avverte che la Bce «non può sostituirsi ai governi nel fronteggiare la crisi, nella quale il debito di alcuni Paesi non è più percepito come sostenibile». La Bce ha fatto già tutto quello che poteva nell'ambito dei suoi compiti e «non può riempire il vuoto e la mancanza di azione da parte dei governi europei, né per quanto riguarda le politiche di bilancio, né per le riforme strutturali, né in altri campi». Anche qui il messaggio è chiaro: devono agire i leader, su bilanci e riforme.

Il governatore della Bce avverte poi che per i mercati «è importante chiarire la visione per l'euro nei prossimi dieci anni», ma anche questo spetta ai leader degli Stati membri, come fecero nel 1988 con il rapporto del Consiglio europeo che poneva l'obiettivo dell'unione monetaria. Un nuovo obiettivo di questo genere, per esempio per l'unione politica, ha lasciato intendere Draghi, farebbe «diradare la nebbia» sull'altra riva del fiume che stiamo attraversando, e che oggi non è ancora visibile. «Prima verrà presentata questa visione e meglio sarà». Sulla stessa linea europeista Visco, che ha chiesto «un percorso che abbia nell'unione politica il traguardo finale». Percorso che ad oggi «non c'è» e ciò «rende alla lunga l'unione monetaria più difficile da sostenere».

LAVORO E PRESIDENZIALISMO - La riforma del lavoro Monti-Fornero (Pd-Cgil) intanto ottiene il via libera del Senato, ma nonostante i miglioramenti resta una riforma sbagliata, come insistono a dire Sacconi e Cazzola. Chiude per molti anni il capitolo articolo 18 mentre rischia di essere controproducente sulla flessibilità in entrata. Sul piano politico, dal Pd si registrano delle aperture alla proposta presidenzialista del Pdl. I favorevoli al modello francese escono allo scoperto: cinque senatori, tra cui Morando e Tonini, chiedono a Bersani di aprire un confronto sul semipresidenzialismo, insomma di andare a vedere le carte di Alfano, Parisi propone di incalzare il Pdl e il senatore e costituzionalista Ceccanti invita a non nascondersi «dietro la tecnica», perché volendo una soluzione sarebbe già «pronta e matura».

Lo Stato obeso dimentica il suo core business

Non è un'esclusiva di questo governo. Ad ogni calamità naturale che si abbatte sul nostro paese, che sia un terremoto, una nevicata o un'alluvione, riparte puntuale la caccia alle risorse per affrontare l'emergenza e finanziare lo sforzo della ricostruzione. E quasi sempre la soluzione si trova nell'aumento del prelievo fiscale sulla benzina o in qualche nuovo bizzaro balzello. Se ogni volta non si può fare a meno di ricorrere a nuove tasse, vuol dire che nell'ambito degli 800 miliardi di euro l'anno di spesa pubblica non rientrano il soccorso e gli aiuti da prestare ai nostri connazionali che ogni anno vengono colpiti da straordinarie calamità naturali. Un'assurdità a cui siamo ormai assuefatti ma che da sola dimostra il fallimento dello stato, almeno di quell'idea statalista che scambia la grandezza dei suoi apparati e l'estensione delle sue competenze per forza e capacità.

Abbiamo letteralmente smarrito la ragion d'essere dello stato. A quale scopo un gruppo di individui decide di associarsi, di diventare una comunità, e di mettere insieme, in una cassa comune, una parte delle risorse che produce, e di darle in gestione ad un governo eletto, se non prioritariamente per ricevere aiuto nei momenti in cui la natura si rivela matrigna? Calamità naturali, sicurezza interna ed esterna, rispetto della legge dovrebbero essere le funzioni cardine, il core business di uno stato, quei generi di prima necessità che deve saper garantire ai suoi cittadini, pena la perdita della sua stessa legittimità. Tutto il resto è superfluo, potrebbero occuparsene i privati. Il risultato della colossale espansione della spesa pubblica nell'ultimo mezzo secolo è uno stato distratto dalle sue funzioni primarie. Il che dovrebbe farci riflettere: forse l'espansione della spesa è dovuta più alla volontà dei nostri governanti di estendere la loro sfera di potere e influenza che al soddisfacimento di bisogni reali.

Quando è chiamato a svolgere una delle sue poche funzioni davvero essenziali, lo Stato obeso si fa trovare impotente, impreparato, misero, nonostante le enormi ricchezze che ogni anno preleva dagli italiani. È questo il vero "stato minimo": massima spesa, minima efficienza, minime capacità, mentre il tanto bistrattato "stato minimo" caro ai libertari risponde al criterio di puro buon senso poche cose ma fatte bene e a costi ragionevoli.
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Wednesday, May 30, 2012

La giornata: spread al massimo, Stato "minimo", Napolitano presidenzialista a sua insaputa e Buffon garantista

Trainato da un'asta piuttosto negativa dei nostri titoli di Stato - con domanda pericolosamente in calo e rendimenti sopra il 6% - lo spread Btp-Bund oggi è tornato a livelli da allarme rosso, toccando i 480 punti e attestandosi sui 460, mentre sono messi ancora peggio quelli spagnoli (530). E se l'idea di sospendere il campionato di calcio per 2-3 anni era solo una battuta, sullo spread Monti non può nemmeno scherzare.

TERREMOTO - Immancabile, sicuro come la morte, anche questa volta è arrivato l'aumento dell'accisa sui carburanti (2 centesimi) per far fronte alle spese del terremoto in Emilia. Non è, purtroppo, un'esclusiva di questo governo, ma che su 800 miliardi di spesa pubblica non ci sia un euro da destinare in aiuti alle zone colpite dal terremoto, e che ci sia bisogno di ricorrere a nuove tasse, dimostra il fallimento dello Stato. Quando chiamato a svolgere una delle sue poche funzioni davvero essenziali, lo Stato obeso si fa trovare impotente, impreparato, misero, nonostante le enormi ricchezze che preleva ogni anno dagli italiani. E' questo il vero Stato "minimo": massima spesa, minima efficienza, minime capacità.

PRESIDENZIALISMO - Non nasconde certo la sua contrarietà al presidenzialismo il presidente Napolitano, il quale ricorda la saggia scelta dei costituenti di volere al Quirinale una «figura neutra e imparziale». Già, non come uno che si sceglie il premier e boccia a priori una riforma presidenzialista! Ma proprio il settennato Napolitano insegna che non bisogna confondere la correttezza con la neutralità (lui è stato corretto, ma tutt'altro che neutro) e dimostra che il semipresidenzialismo in Italia c'è già (nei poteri, ma senza investitura popolare).

Un semipresidenzialismo "a corrente alternata", come scrissi qualche anno fa. Negli ultimi 17 anni il Quirinale è stato infatti studio notarile durante i governi di centrosinistra, e potere presidenzialista durante i governi di centrodestra. Sempre formalmente rispettando la Costituzione, Napolitano è intervenuto come nessun presidente prima di lui nel processo legislativo (affossando provvedimenti, condizionando il calendario parlamentare e l'agenda politica, intervenendo su tutti i temi d'attualità, dalla politica economica alle riforme, come dimostrano anche le parole di oggi sul presidenzialismo) e nell'indirizzo politico del governo, esercitando una sorta di potere di veto sui decreti governativi e arrivando a scegliersi il premier.

Un po' debole la risposta di Bersani all'offerta del Pdl. Riafferma la scelta parlamentarista del Pd ma ci tiene a dire che «il semipresidenzialismo non è un tabù né una bestemmia». «Il problema è capire se è una discussione seria o un modo per non fare nulla». Se la preoccupazione è questa, perché non va a vedere le carte di Alfano? E perché, se si trova un accordo su uno scambio politico "alto", non si potrebbe tradurre in un emendamento? Siccome per ridurre i parlamentari ci sono voluti 6 anni non è detto che per il presidenzialismo bisogna aspettarne 12. La riflessione è in corso da decenni, i tempi sono più che maturi. La formula dell'emendamento è la via più rapida, dal momento che è già incardinato un disegno di legge costituzionale, ma di per sé non toglie tempo né alla riflessione né al dibattito.

BUFFON - Come personaggio "politico" della giornata una citazione la merita anche Gigi Buffon, con le sue dichiarazioni sul calcioscommesse. Per la sua forte denuncia - liberale e garantista - del marcio rapporto tra procure e giornali, delle fughe di notizie, della giustizia-spettacolo dei blitz con telecamere al seguito, meriterebbe la vicepresidenza del Csm. Non meriterebbe invece la fascia di capitano della Nazionale per la sua recente intervista a Sky. Si è limitato a dire senza ipocrisie ciò che tutti sanno e vedono? No, se si parla di pareggi combinati dire che «ogni tanto qualche conto è giustificato farlo» suona come una giustificazione, non una semplice presa d'atto (basta riascoltare l'intervista). E scommesse o no, sempre di combine si tratta. Né il tema della domanda a Buffon era l'atteggiamento difensivista di una squadra a cui basta un pari per salvarsi. Difendersi accontentandosi del pareggio è strategia di gioco, e se la praticano entrambe le squadre il pari è altamente probabile. Ma è antisportivo concordare dall'inizio o nel corso della gara, anche tacitamente, l'esito finale. E di questo si sta parlando, non del "catenaccio". Tra l'altro, lo stesso Buffon fu molto meno comprensivo con il "biscotto" tra Danimarca e Svezia agli Europei del 2004.

Alfano raddoppia la posta ma dal Pd solo silenzi

Ieri con una lettera al Corriere della Sera, e la sera prima a Porta a Porta, Angelino Alfano ha rilanciato sulla proposta presidenzialista. Oltre al doppio turno - sistema elettorale da sempre in cima alla lista dei desideri dei Ds prima e del Pd poi - ha messo sul tavolo un'altra pietanza per ingolosire gli avversari. Con l'ok all'elezione diretta del presidente della Repubblica, il Pdl sarebbe disponibile ad una nuova legge sul conflitto di interessi. Un vero e proprio baratto politico, ma stavolta "alto" nel metodo (perché alla luce del sole) e nei contenuti (l'architettura istituzionale). Ma la carta di regole più stringenti sul conflitto di interessi, per controbilanciare i maggiori poteri formali in capo ad un presidente eletto direttamente, suona anche come un messaggio implicito al Pd, in modo da sgombrare il campo da ogni alibi: Berlusconi non si candiderebbe al Colle, anche se ovviamente orgoglio e dignità politica gli impediscono di dare soddisfazione pubblica ai suoi avversari storici.

Alla luce della debàcle alle amministrative, e degli ultimi sondaggi, il Pdl ha davvero pochi margini di bluff. Alla mossa presidenzialista si può solo rimproverare di essere disperata e tardiva. Troppo per sperare di andare a buon fine. Soprattutto dopo il voto locale, infatti, il Pd sente di avere la strada spianata verso Palazzo Chigi con qualsiasi sistema elettorale, quindi non vede alcun interesse nel concedere all'avversario, oggi ridotto all'angolo, di condividere il merito di un risultato politico storico come sarebbe la riforma costituzionale in senso presidenzialista. E tra i due partiti chi in questo momento può permettersi di irrigidire le proprie posizioni, non percependo affatto come un dramma l'eventualità di rivotare con il Porcellum (anzi, forse essendone tentato), è il Pd, non certo il Pdl.
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Tuesday, May 29, 2012

Come Srebrenica, Onu di nuovo complice di un massacro

Anche sul Wall Street Journal il paragone Hula-Srebrenica e un duro atto d'accusa nei confronti dell'Onu e dell'amministrazione Obama (qui il mio post di ieri): la «Srebrenica siriana» e «l'Onu di nuovo complice di un massacro».

La condanna del Consiglio di Sicurezza è «incompleta», esordisce il quotidiano Usa: «Avrebbe dovuto includere il Consiglio stesso, per aver fornito la copertura diplomatica che ha permesso al governo Assad di continuare le sue uccisioni». Sotto accusa anche Annan, che «come ex segretario generale Onu è perfettamente allenato nel compiacere i dittatori. La sua tregua - continua il WSJ - è servita solo a far guadagnare tempo al regime di Assad per reprimere i rifugi ribelli a Homs e perpetrare il massacro di Houla».

«L'Onu è complice del massacro di Houla quanto lo fu quando i suoi caschi blu olandesi assistettero e non fecero niente mentre i serbi massacravano migliaia di bosniaci a Srebrenica nel 1995».

Ma il WSJ non assolve nemmeno l'amministrazione Obama, che ha dato via libera al piano Annan «per non dover organizzare una coalizione di volenterosi per intervenire in Siria al di fuori del mandato Onu». Almeno in Libia - conclude - alla fine Obama led from behind. In Siria, invece, sta semplicemente following from behind l'Onu che «è diventata complice di Assad».

Formattatori: istanze giuste, ma poche idee e ben confuse

E' bastata la presenza fisica del segretario a mutare il clima in sala. Il suo arrivo è stato accolto con un'autentica ovazione e chi ha osato ribadire, anche in sua presenza, la richiesta di dimissioni, ha raccolto solo freddezza e qualche fischio. Per disinnescare la contestazione più dura e rubare la scena ai formattatori, ad Alfano è bastato accettare sportivamente il confronto, e promettere da giugno «un giro in tutte le regioni per andare a scoprire i giovani talenti» da chiamare a far parte di una «nuova squadra». Al di là di un giudizio un po' troppo cangiante sul segretario, e di poche idee per lo più confuse, i formattatori avanzano istanze non solo legittime, ma la cui soddisfazione appare ormai ineluttabile e urgente: democrazia interna, primarie, ricambio generazionale. Tutto giustissimo. Tuttavia, il rischio di queste iniziative, pur animate dalle migliori intenzioni, è di scadere nel giovanilismo e nell'autoreferenzialità.
(...)
Il dibattito sul modello di partito - strutturato o leggero - appare ancora a livello piuttosto embrionale. (...) Anche su come introdurre il merito nella scelta delle candidature del partito alle cariche istituzionali, non sembra ancora esserci una posizione univoca. (...) Il dibattito e le proposte dei formattatori riguardano quasi esclusivamente la democrazia interna e l'assetto organizzativo del partito. Troppo scarsa, invece, l'enfasi sui contenuti politici veri e propri... Ma quanto può interessare agli elettori, in particolare ai delusi del Pdl, come vengono scelti i coordinatori provinciali del partito o chi abita il V piano di Via dell'Umiltà?

I giovani formattatori dovrebbero cominciare a dire cosa farebbero loro. Su quali riforme dovrebbe fondarsi la Terza repubblica? Solo sull'uscita di scena di Berlusconi? Quali idee hanno di politica economica? Qual è la loro lettura della crisi? Quale la loro visione di Europa e di politica estera? Cosa propongono per la giustizia?
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Monday, May 28, 2012

La giornata: calcioscommesse, giustizia spettacolo, caccia alle streghe. C'è del marcio in Italia

Lo scandalo calcioscommesse, la giustizia spettacolo, la caccia alle streghe, la purga vaticana, la casta politica e i tecnici bluff. C'è del marcio in Italia, e sembra tenersi tutto insieme. Arresti e indagati eccellenti macchiano il mondo del calcio, sfiorando anche la Nazionale alla vigilia dell'Europeo. Il danno d'immagine è enorme. Da romanista, scandalizzato vero (ma non sorpreso), resto garantista. Bisogna dirlo: alcune perquisizioni francamente ridicole, che sanno di pura spettacolarizzazione, non depongono a favore della credibilità dell'inchiesta.

D'altra parte, ci resta la sensazione che il calcio italiano sia fasullo. Viviamo in un Paese in cui il capitano della Nazionale non si limita a prendere atto senza ipocrisia delle partite truccate, del "biscotto" quando a entrambe le squadre conviene il pareggio, ma in qualche modo le giustifica. E tutto va bene, nessuno dice niente. Fascia da capitano, inno e via in campo. E in cui al di là del fatto penale, sugli illeciti puramente sportivi le autorità calcistiche non indagano, per esempio su quella scandalosa Lazio-Inter di qualche anno fa. E tutto va bene, nessuno dice niente.

Da Rignano Flaminio arriva un'altra ordinaria storia di un Paese fallito. Tutti assolti gli imputati per abusi sessuali nei confronti dei bambini di un asilo. Assolti perché «il fatto non sussiste». Cioè, gli abusi non ci sono proprio stati. Questa la verità giudiziaria. Certo, strano che dal nulla, neanche una piccola molestia, sia potuto scaturire un caso del genere, ma la totale assenza di riscontri era evidente fin dall'inizio. Di certo ci restano arresti illegittimi, senza uno straccio di prova, un magistrato incapace che ha rovinato un'indagine dall'inizio, distruggendo per sempre le sue possibili prove, e una caccia alle streghe nazionale a mezzo stampa e tv.

Nel week end il ministro Giarda aveva di nuovo giocato con le parole sulla spending review, ripetendo la sua stima dei 100 miliardi di spesa «sotto attenzione specifica, potenzialmente aggredibile», che i media zelanti hanno subito trasformato in «tagli». Le cose ovviamente stanno molto diversamente. Di 100 miliardi è la spesa che si può mettere subito sotto esame. La notizia, quindi, è che gli altri 700 miliardi non si "rivedono", almeno non a breve. E stando al «cronoprogramma» presentato oggi dal commissario Bondi, i tagli dovrebbero ammontare a 4,3 miliardi. Alla fine, su 800 miliardi di spesa sono «aggredibili» solo 100 miliardi; e sui 100 «aggredibili», ne saranno tagliati in tutto 4: q-u-a-t-t-r-o! Lo 0,5% del totale.

Anche sull'inchiesta vatileaks, sui «corvi» in Vaticano, c'è più marcio che altro. Trasparenza zero, il sistema giudiziario del Vaticano è credibile come quello iraniano, o cinese, o di un qualsiasi regime dispotico del centroafrica. Il processo non sarà pubblico, le accuse e le prove dell'accusa ovviamente sì. Semplicemente lo Stato Città del Vaticano non è una democrazia, non è uno stato di diritto, ma i media riportano le notizie come se si trattasse di una normale vicenda giudiziaria, in realtà facendosi portavoce di quello che vogliono farci sapere, senza alcun controllo delle fonti. Sembra più una purga, o una faida; o tutte e due?

Nuova strage, vecchio scandalo: l'Onu

Dietro l'ennesima strage in Siria c'è un vecchio scandalo: l'Onu. L'Onu ormai strumento delle dittature grandi e piccole, sempre più paravento dietro cui si perpetrano i più gravi crimini contro l'umanità. E scusate, ma questo è uno dei più grandi scandali planetari, che solo il sonno ideale in cui versa l'Occidente impedisce di denunciare con la forza che meriterebbe.

Non fa neanche più notizia che il Consiglio di Sicurezza non riesca a votare una risoluzione sulla strage di Hula per i soliti veti russi e cinesi. L'Onu «condanna», si legge sui giornali e si sente in tv, ma in realtà la dichiarazione, non vincolante, della presidenza di turno del Consiglio (Azerbaigian!) è al massimo una "semi-condanna", nella quale si allude ad una possibile estraneità del regime di Assad.

Hula come Srebenica, come Sarajevo; in Siria come in Bosnia. Dove c'è Onu ci sono massacri, è matematico. Con i caschi blu che stanno a guardare, scattano foto, compilano inutili e penosi rapporti. Processi di pace e missioni diplomatiche che in realtà fanno il gioco dei dittatori, funzionali alle loro repressioni sanguinarie. Come si può pretendere di proteggere i civili praticando l'equidistanza politica tra regime e ribelli, tra aggressori e vittime?

Ritorna la domanda: ha ancora senso l'Onu? Non è giunto forse il momento di rottamare l'Onu, o almeno certa casta onusiana, di cui Kofi Annan è la massima e più rivoltante espressione? Ancora lui nonostante tutti i malaffari? Vittima ingenua dei raggiri di Assad o piuttosto complice? La Russia può facilmente nascondersi dietro il suo piano, dire di non appoggiare Assad ma di sostenere il piano Annan, ben sapendo che in realtà quest'ultimo fa proprio il gioco di Damasco.

L'altra chiave di lettura della crisi siriana è l'assenza della leadership americana. I tentennamenti, i "flip flop" dell'amministrazione Usa già visti in occasione della crisi iraniana, poi di quella egiziana e infine libica. Chi alla Casa Bianca ha avuto il coraggio e la lungimiranza di "scavalcare" l'Onu è stato dileggiato e disprezzato dai benpensanti. Oggi invece totale fiducia nel genio diplomatico e nel Nobel per la pace Obama, che procede caso per caso, senza strategia, senza visione, toppa dopo toppa. In Libia sì all'intervento - con colpevole ritardo - perché con Gheddafi si poteva vincere facile, senza boots on the ground (e nonostante questo si è rischiato lo smacco), mentre per deporre Assad bisognerebbe vedersela con Russia, Iran, Hezbollah, avversari veri insomma, non beduini. La toppa per la Siria sarebbe la cosiddetta "opzione yemenita", ovvero una transizione interna al regime favorita da una mediazione araba. Innanzitutto, nello Yemen il giudizio sull'esperimento è sospeso, non essendo ancora chiaro se sarà in grado di produrre un cambiamento pacifico ma reale, o se piuttosto permetterà nella sostanza di salvare lo status quo. Ma la Siria di tutta evidenza non è lo Yemen. Niente di più facile che la Yemenskii Variant, come guarda caso l'hanno ribattezzata a Mosca, possa apparire inizialmente un successo diplomatico americano salvo poi, nella sostanza, rivelarsi la più tipica delle normalizzazioni.

Friday, May 25, 2012

Il Pdl prova ad uscire dall'angolo

Non sarà «la più grande novità della politica italiana», ma dalla conferenza stampa di Berlusconi e Alfano alcune piccole novità sono uscite. Non è nuova la predilezione del Pdl per il presidenzialismo - anche se negli ultimi anni sempre più sbiadita insieme alle altre bandiere del '94 - ma per la prima volta c'è un'apertura a quel sistema elettorale che Ds prima e Pd poi hanno sempre ritenuto a loro più congeniale: il doppio turno. Esiste un problema di credibilità di chi avanza le proposte, ed è fuor di dubbio che ai cittadini e agli elettori del Pdl sarebbe interessata di più una "grande novità" di politica economica, magari accompagnata da un esplicito mea culpa per le promesse tradite.

L'annuncio quindi sapeva di minestra riscaldata, e lapsus e imbarazzi non hanno aiutato. Ma ironie e facili battute a parte, il Pdl ha messo sul tavolo il modello francese e lanciato alcuni precisi messaggi ai suoi interlocutori d'area. Come sempre, in questi casi, c'è un solo modo per smascherare il bluff, se si ha il sospetto che di questo si tratti: andare a vedere le carte. Il Pdl viene accusato di voler buttare la palla in tribuna per non fare le riforme istituzionali e per non cambiare il porcellum. Ma a ben vedere lo stesso si potrebbe pensare del Pd se, come sembra, opponesse un rifiuto a prescindere, senza verificare le reali intenzioni della controparte.
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Su Eurobond confronto tra due diverse visioni di Europa e dell'economia

Prima l'unione fiscale o prima la condivisione del debito? Quello sugli Eurobond è un confronto tra due diverse visioni di Europa e dell'economia. Per Hollande la mutualizzazione di una parte del debito è un punto di partenza, perché è attraverso l'indebitamento che si stimola la crescita e se è comune i tassi di interesse sono più ragionevoli. Per la Germania invece è un punto di arrivo («ci sono dieci passi da fare prima di arrivare agli Eurobond», avverte la cancelliera Merkel). Prima occorre l'unione fiscale, cioè un'armonizzazione delle politiche di bilancio, altrimenti alcuni paesi si troverebbero di fatto a pagare per garantire i debiti altrui. Gli Eurobond per i tedeschi non risolverebbero il problema degli eccessivi debiti nazionali e della scarsa competitività, che è all'origine dell'incapacità di crescere di alcuni paesi. Monti sembra situarsi a metà strada. Non adesso, né alla fine del processo di integrazione, ma «quando i tempi saranno maturi, non fra moltissimo», secondo il premier italiano.

Il punto è che da una parte si vogliono mutualizzare gli elevati debiti dell'Eurozona, ma dall'altra, sul fronte dell'integrazione delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, si è appena cominciato, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe. È più che fondato quindi il sospetto che si pretenda semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti. Il rischio è che Eurobond e investimenti in infrastrutture servano da specchietti per le allodole per non ridurre il peso dello stato e per aggirare le riforme strutturali necessarie a superare un modello sociale ormai insostenibile.
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Thursday, May 24, 2012

La giornata: chiuse le casse nazionali, parte l'assalto alla cassa comune europea

Monti promette 8 miliardi ai giovani (dai fondi europei ancora inutilizzati), che funzioneranno per la crescita e l'occupazione come le decine di miliardi degli anni scorsi.

Il ministro Fornero vuole per il pubblico impiego «qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati relativamente alla possibilità di licenziare». Ma dovrà chiarirsi con il ministro Patroni Griffi, che nel protocollo con i sindacati ha messo tutt'altro.

Intanto dal nuovo presidente di Confindustria Squinzi, insediatosi oggi, arrivano critiche alla riforma del lavoro, che «non convince». Lancia l'allarme fisco - una «zavorra intollerabile» per le imprese che sopportano una pressione fiscale e contributiva del 68,5%, denuncia - e attacca la spending review, «non deve essere solo una bella analisi, servono tagli veri». Sarà «tostissima», assicura la Fornero con un nuovo slancio di slang giovanilistico, dopo «paccata». Speriamo non lo sia come doveva essere «epocale» la riforma del lavoro.

Nuova stoccata di Draghi alle politiche di consolidamento di bilancio, che vanno «riqualificate con una diminuzione della spesa corrente e del prelievo fiscale». L'esatto opposto di quanto ha fatto finora il governo Monti (in carica da 7 mesi).

Continua a distanza la polemica tra Parigi e Berlino sugli Eurobond. «Non risolvono il problema dei debiti eccessivi e della scarsa competitività», avverte Westerwelle; «ci sono dieci passi da fare prima di arrivarci», insiste la Merkel.

Monti sembra porsi a metà strada tra Hollande (che li vuole subito, come punto di partenza) e Merkel (che li ritiene un punto di arrivo, prima ci vuole l'unione fiscale): «L'Italia è favorevole», ma «quando i tempi saranno maturi», che per Monti sarà «non fra moltissimo», non mesi ma nemmeno 5-10 anni.

La crisi sembra aver riportato il costo dei debiti dell'Eurozona ai livelli pre-euro. Ciò vuol dire che i mercati stanno prezzando i debiti nazionali come se l'euro non ci fosse. A questo punto che senso avrebbe una condivisione solo parziale del debito? Chi propone gli Eurobond per coerenza dovrebbe proporre di condividere i debiti nella loro interezza, visto il rischio di rendimenti ancora più elevati sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.

Altro che "federalisti" e unione politica, qui si vogliono gli Eurobond per continuare a spendere e a tenersi lo Stato e il modello sociale esattamente come sono oggi. Si parla di Eurobond e investimenti in infrastrutture per non ridurre il peso dello Stato e per aggirare vincoli e riforme scomode.

«Non può esistere un cresci-Italia senza un cresci-Europa» è una frase rivelatrice. Visto che non si può fare più spesa con i bilanci nazionali, bisogna fare più spesa a livello europeo (lì tanto c'è la garanzia tedesca). Ma ci muoviamo sempre all'interno di un'ottica secondo la quale la crescita si stimola in nessun altro modo che con la spesa pubblica. Chiuse le casse nazionali, ci si rivolge a quella comune europea. Le riforme strutturali non si fanno o si fanno male perché in fondo non ci si crede. Per Monti come per gli altri non può esistere un cresci-qualcosa senza un cresci-spesa. Di rigore se n'è fatto poco, tardi e male (solo tasse, tagli risibili).

Se Montezemolo raccoglie la bandiera di "Forza Italia"

Evaporazione, disfatta, o semplice sconfitta del Pdl e della Lega alle amministrative, ci sono pochi dubbi sul fatto che si è aperta un'immensa prateria per una nuova offerta politica rivolta agli elettori di centrodestra, che molti si ostinano a chiamare "moderati", mentre sono piuttosto incazzati, oltre che smarriti e disgregati, e nonostante serva tutto fuorché "moderazione" per affrontare la decennale crisi italiana.

E' dunque il momento di Luca Cordero di Montezemolo? Con una lettera al Corriere ha chiarito ciò che era nell'aria: potrebbe anche scendere in campo nel 2013 (stucchevole il condizionale), ma non cerca né "accompagnatori" né scudieri. Totale chiusura, o piuttosto l'apertura di una trattativa alle sue condizioni?

Fondamentale capire quale sarà il vero programma al di là dei proclami: si tratta di federare i "moderati", o di liberare finalmente l'Italia dallo statalismo? Per il berlusconismo lo slittamento della mission dalla "rivoluzione liberale" all'unità dei "moderati" è stato la tomba dell'una e dell'altra. Significativo quindi che Montezemolo non usi mai il termine "moderati", ma piuttosto evochi un'alleanza dei «produttori», e che il «campo ideale» da lui descritto somigli a quello della Forza Italia del 1994.
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Wednesday, May 23, 2012

L'assedio keynesiano alla Merkel

Com'era prevedibile, al G8 di Camp David ha ufficialmente avuto inizio l'assedio "keynesiano" alla Merkel, che proseguirà al vertice europeo di oggi e poi di giugno. Obama nel ruolo di regista della manovra avvolgente. La crisi europea infatti rischia di frenare la crescita globale, quindi anche quella americana, il che costituirebbe una minaccia alla sua rielezione. Dunque il presidente Usa è un attore molto interessato e per scongiurare il peggio non può che sposare le posizioni che sente più affini ideologicamente: è stata la spesa in deficit la sua ricetta anti-crisi per l'America. Non sorprende, dunque, che spinga per la stessa ricetta anche per l'Europa. A proposito, sarebbe interessante capire che ruolo gioca l'esplosione del debito pubblico americano, che qualcuno dovrà pur finanziare, nel processo di disinvestimento dai debiti pubblici europei. Nonostante le rassicurazioni alla Merkel, quindi, non è certo la disciplina di bilancio che sta a cuore a Obama.

Nella squadra keynesiana Hollande gioca da prima punta e annuncia che al prossimo Consiglio europeo metterà sul tavolo gli Eurobond. Monti si mostra più equilibrato, il suo linguaggio è più cauto, parla di «evoluzione verso gli Eurobond». Ma che posizione di gioco ricoprirà il premier italiano? Con Obama ha uno stretto rapporto, quasi da consulente economico, e tra i leader è quello che al momento può vantare la migliore capacità di dialogo con Berlino.

Non passa giorno senza che i tedeschi ribadiscano il loro fermo no agli Eurobond. Il neo presidente francese non può far vedere di rinunciare in partenza alle richieste sbandierate in campagna elettorale, ma ha anche bisogno di un accordo su un corposo pacchetto crescita per partire con il piede giusto e non con una clamorosa rottura. Al premier italiano - che per coprire i suoi fallimenti in casa (solo tasse, tagli risibili e zero riforme) ha scelto di puntare sulla politica europea per rianimare l'economia italiana - interessa la "golden rule", cioè scorporare dal calcolo del deficit le spese destinate agli investimenti "buoni", quelli produttivi (da individuare in sede Ue). Insomma, la sensazione è che gli Eurobond servano più che altro per mettere pressione alla Germania, per rafforzare la propria posizione negoziale, per indurre la Merkel a concedere di più su altri fronti: project-bond, magari da presentare come l'inizio di un percorso che porterà agli Eurobond; rafforzamento del capitale della Bei; reimpiego dei fondi strutturali non utilizzati; una qualche forma di "golden rule", il che però significherebbe esattamente rivedere il "fiscal compact".

Queste le «piste concrete» cui si riferiva Monti? «Non basta aspettare che le virtuosità derivanti da riforme strutturali e riduzione dei disavanzi generino per spontanea virtù la crescita», ha avvertito l'altro giorno. Anche perché queste riforme in Italia non si sono ancora viste, nonostante l'enfasi su «carte in regola» e «compiti a casa fatti».

Ed è proprio questo il punto: è pieno di sedicenti "federalisti" che vogliono mutualizzare gli elevati debiti dell'Eurozona, ma sul fronte dell'integrazione delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe. E' più che fondato quindi il sospetto che si pretenda semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti.

Forme di condivisione anche parziale del debito come gli Eurobond rischiano di far ripartire l'azzardo morale dei Paesi fiscalmente irresponsabili, che d'altronde non hanno saputo approfittare degli anni in cui il loro debito costava come quello tedesco (perché dovrebbero sentirsi "responsabilizzati" ora con gli Eurobond?); di indebolire la già fiacca determinazione nell'attuare costose (a livello politico) riforme strutturali; e inoltre non scongiurerebbero nemmeno il rischio che a quel punto i mercati comincino a far decollare i rendimenti sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.

Per non parlare del rischio di compromettere definitivamente la solidità dell'euro: emettere titoli di debito comuni quando le situazioni dei bilanci sono così diverse, vanno addirittura dalla piena sostenibilità al vero e proprio fallimento, e quando i gap di produttività sono così elevati, potrebbe significare da un giorno all'altro ritrovarsi in tasca, di fatto, lire e non euro. Ammesso e non concesso che possa andare bene a noi, di certo non andrebbe bene agli altri.

Quando sento Obama, Hollande, e i nostri politici - quelli che ci hanno portati a questo punto con più spesa e più tasse - parlare di "crescita", che per loro non ha mai voluto dire altro che spesa pubblica, allora nonostante gli errori, la miopia e gli interessi nazionali, istintivamente mi viene davvero voglia di sperare che la Merkel resista.

Gli Eurobond, la demonizzazione del rigore, l'invocare investimenti in infrastrutture come ricetta anti-crisi, sono tutti specchietti per le allodole che non annulleranno di colpo i profondi squilibri tra i Paesi dell'Eurozona, che negli anni anziché ridursi hanno continuato ad accentuarsi (e certo non per colpa dei tedeschi), e di cui con la crisi greca i mercati hanno ormai assunto definitiva consapevolezza.

Come osservano Alesina e Giavazzi anche oggi sul Corriere della Sera, «dobbiamo cominciare con l'ammettere che il nostro modello sociale non è più sostenibile».
«Non si può crescere con livelli di spesa pubblica (e quindi di tassazione) che superano la metà del reddito nazionale. (...) Non possiamo più permetterci di lavorare in pochi per sostenere i tanti che non partecipano alla forza lavoro. Di fronte a questa realtà di portata epocale, l'idea che per far crescere l'Europa servano più infrastrutture fisiche è sinceramente risibile. La scarsità di strade, treni e aeroporti non è il primo problema dell'Europa. I nostri politici parlano di infrastrutture perché è un modo per non parlare dei veri problemi: il peso dello Stato sull'economia, le difficili riforme del mercato del lavoro e dei servizi. E' venuto il momento che i leader europei si chiedano se davvero vogliono salvare l'euro. Se lo vogliono, è giunta l'ora che facciano qualcosa, ma, per favore, non ferrovie e autostrade».

Monday, May 21, 2012

La giornata: gli elettori di centrodestra non si consegnano alla sinistra, aspettano nuova offerta politica

L'esito dei ballottaggi mi sembra complessivamente abbastanza chiaro e rafforza ulteriormente le tendenze del primo turno. Il centrosinistra stravince, il che non equivale ad una vittoria del Pd (anzi...), ma il forte astensionismo e il voto di Parma ci dicono che gli elettori di centrodestra si rifiutano di consegnarsi al "nemico" e restano in attesa di una nuova offerta politica. Addirittura per qualcuno meglio Grillo della sinistra. Per questo, in vista del 2013, Bersani e gli altri della foto di Vasto hanno poco di cui rallegrarsi.

La vittoria «senza se e senza ma» di oggi somiglia troppo a quella di Pirro nel '93 (dove la vittoria di Pizzarotti a Parma sta a quella di Formentini a Milano). Il centrodestra (qui sto parlando degli elettori, che qualcuno definirebbe "moderati" ma che oggi sono piuttosto incazzati) può apparire in rotta, ma è lì sornione, pronto a riaggregarsi intorno a una nuova e più congeniale offerta politica. Che una nuova offerta politica riesca o meno a convincere un sufficiente numero di elettori di centrodestra è l'interrogativo da porsi da qui al 2013 - dipenderà dall'offerta e da chi se ne farà interprete - ma lo spazio c'è, eccome se c'è, c'è una prateria.

Se poi si considerano i 27 comuni capoluogo, la vittoria del centrosinistra è netta ma non così esaltante: un 15-12, ma cinque anni fa finì 17-9 per il centrodestra. La vera differenza sta nella frammentarietà dei suoi avversari: dei 12 comuni capoluogo persi, infatti, solo 6 se li è aggiudicati il centrodestra guidato dal Pdl, 2 l'Udc, 1 la Lega, 1 l'Idv con Orlando, 1 il M5S e 1 un'alleanza di liste civiche. Specularmente la disfatta del Pdl non sta tanto nel numero dei comuni capoluogo persi (11), ma nel fatto che dove ha perso è stato spazzato via o ridotto ai minimi termini, e in alcuni casi sostituito come alternativa al centrosinistra.

Il Pdl, quindi, se ha ancora qualche chance (e potrebbe già non averne più), è davvero all'ultima chiamata: non riuscirà a intercettare la forte domanda di centrodestra che c'è ancora nel Paese, soprattutto al nord, scaricando sull'appoggio a Monti le colpe della sconfitta, dovuta ai suoi fallimenti al governo, né presentandosi con le solite facce indisponenti, né schierandosi con Hollande in Europa.

Il successo dei grillini a Parma è notevole, e costringerà il M5S a confrontarsi con i problemi concreti del governo locale, ma un'elezione politica è tutta un'altra cosa. Nel 2013 sarà più difficile intercettare in modo trasversale il malcontento per la politica tradizionale, come sembra essere riuscito a fare nel ballottaggio di Parma (in attesa dei dati sui flussi). Il nuovo sindaco, tra l'altro, sembra che già abbia voglia di emanciparsi dal guru. Saranno mesi turbolenti per il movimento, che dovrà superare un vero e proprio esame di maturità. Non ho idea di come si sia svolta la campagna elettorale a Parma, e certamente l'aspetto locale sarà stato determinante, ma dagli estratti che spesso si vedono in tv degli ultimi comizi di Grillo ho notato nella sua vis polemica un certo slittamento verso tematiche più care agli elettori di centrodestra (i costi e gli sprechi enormi dello Stato e l'insopportabilità/illegittimità del carico fiscale) e una minore enfasi su quelle ambientali, giustizialiste e "anti-sviluppiste".

Friday, May 18, 2012

I torti di Equitalia e le solite promesse di Monti

Ha fatto bene il presidente del Consiglio non solo a ribadire la ferma condanna degli atti di intimidazione e aggressione subiti da Equitalia e dai suoi dipendenti, ma a manifestare anche fisicamente la sua vicinanza. Speriamo però che nei suoi richiami sulle «polemiche strumentali» e le «parole come pietre» non vi sia il tentativo di confondere le critiche, anche aspre, rivolte al governo e a Equitalia (ai suoi vertici naturalmente) con le nefandezze dei violenti. Perché se il concetto che si vuole far passare è "non criticate Equitalia perché altrimenti ci vanno di mezzo lavoratori incolpevoli", allora l'impressione è che più che tutelarli si voglia usarli come "scudi umani" dello Stato nel dibattito su pressione e repressione fiscale.

Purtroppo le parole che abbiamo ascoltato ieri dal premier Monti non lasciano ben sperare. «Se tutti pagassimo il dovuto, tutti pagheremmo meno e avremmo servizi pubblici migliori» è un'affermazione smentita dai fatti nei decenni, a cui gli italiani fanno bene a non credere più e che ripetere non rafforza certo la credibilità delle istituzioni e di chi è chiamato a riscuotere le tasse per conto dello Stato. L'affermazione andrebbe quindi capovolta: pagare meno per pagare tutti. Anche gli esperti dell'Fmi in missione in Italia, incontrati ieri da Monti, scrivono nel loro rapporto che «più sono elevate le aliquote più aumenta l'evasione», che quindi si combatte tagliando le tasse.
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Thursday, May 17, 2012

Le ragioni dei tedeschi

In queste ore cruciali per l'Europa e l'euro monta sempre di più la retorica anti-germanica. Ma le critiche, in parte fondate, alla gestione della crisi greca da parte europea, quindi del direttorio franco-tedesco, rischiano di trascendere in ridicole teorie sul "complottone" teutonico, in grotteschi nazionalismi alle vongole, ma soprattutto - ancor più grave - in una irresponsabile auto-assoluzione collettiva da parte dei paesi che con le loro sciagurate politiche di bilancio sono i veri responsabili della crisi. Atteggiamenti comprensibili nei cittadini, ma che assumono connotati delinquenziali quando se ne fanno interpreti le classi dirigenti.

La colpa della crisi non è dell'euro, né dei tedeschi, i quali secondo alcune teorie se ne sarebbero avvantaggiati a discapito degli altri paesi; e né Berlino né la Bce hanno mai imposto ad alcun paese un'austerità recessiva, fatta di sole tasse, niente tagli alla spesa e nessuna vera riforma per la crescita. Anzi, Ue-Bce-Fmi-Ocse suggeriscono da anni l'opposto.
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Wednesday, May 16, 2012

La giornata: Monti promosso a parole, rimandato nei fatti da Fmi

In Grecia sembra partita la corsa agli sportelli, la Spagna teme il contagio, mentre prosegue il pressing Ue per cercare di convincere i greci che il piano di austerità è il male minore possibile. Sembra che i greci, ormai in balìa dei demagoghi, vogliano la botte piena e la moglie ubriaca: non uscire dall'euro ma rinegoziare il piano di salvataggio. Non sono vittime di nessuno, non gli si chiede di eleggere un governo che piace a Bruxelles o a Berlino. Hanno in mano il loro destino, il che non significa però che le libere scelte non abbiano conseguenze anche severe. Ed è dovere dei vertici Ue non minacciare, ma chiarire cos'è in gioco. Democrazia è responsabilità.

Nel duello Merkel-Hollande, alle prime mosse, sembra che si giocherà parecchio sull'ambiguità del termine Eurobond: il presidente francese li evoca, ma quelli che avrebbe posto sul tavolo della cancelliera sono i project-bond, cioè non forme di condivisione del debito ma di finanziamento di opere infrastrutturali, su cui a Berlino sono più disponibili a trattare. Monti intanto si rivolge a Obama per completare l'accerchiamento keynesiano della Merkel che avrà luogo al G8.

In Italia intanto lo stesso presidente del Consiglio che era andato in Asia a dire che la crisi, quella del debito, era ormai «quasi superata», oggi avverte che «siamo ancora nel pieno della fase uno». E ci consola poco sapere che «se la crisi dovesse tracimare, l'Italia ha la coscienza pulita». Che ce ne facciamo della coscienza pulita?

Mentre Monti ed Equitalia sono ancora nel mirino degli anarchici, il premier oggi al Forum della PA ha ringraziato «tutti i dipendenti della pubblica amministrazione che in questa fase di forti tensioni affrontano particolari criticità e persino rischi per la loro incolumità». Se «certa insofferenza è giustificata», chi è chiamato «a funzioni impopolari» merita «rispetto da parte dei cittadini». Peccato non ci sia stato un altrettanto forte richiamo al rispetto dei cittadini da parte dei funzionari, ma pazienza.

Domani su tutti i giornali le conclusioni della missione del Fmi in Italia verranno annunciate con squilli di tromba, un trionfo per Monti. L'Italia «è sulla strada giusta e ha fatto progressi notevoli negli ultimi sei mesi», addirittura un «modello» nell'Ue, è il giudizio complessivo espresso da Reza Moghadam, direttore del Dipartimento europeo del Fmi, con Monti al suo fianco. I «semi della crescita» sono stati già piantati, rivendica il professore, e da sole le riforme porteranno 6 punti di Pil nei prossimi 5-7 anni. In realtà, cercando di andare oltre l'incoraggiamento e il supporto cordiale del Fondo al governo Monti, che appare senza alternative, sono più le ombre che le luci.

Nella relazione, oltre a confermare un calo del Pil nel 2012 del 2%, ben più delle previsioni governative, si evidenziano i molti fronti su cui si è avviato qualcosa ma non si è concluso ancora niente, e quelli in cui si è fatto addirittura l'opposto. Tra le altre cose, bocciati i tempi della separazione Snam-Eni, nulla sugli ordini professionali, punto interrogativo sulla riforma del lavoro, ma soprattutto il Fmi ricorda che il consolidamento dei conti va perseguito tagliando la spesa e abbassando le tasse, l'esatto contrario di quanto fatto finora da Monti, e che l'evasione fiscale si combatte tagliando le aliquote: «Più sono elevate le aliquote più aumenta l'evasione, c'è bisogno di un riequilibrio. I tagli delle tasse ridurranno l'evasione fiscale».

Il Pil contraddice le stime ottimistiche di Monti

Ai tempi del governo Berlusconi un dato Istat come quello diffuso ieri non sarebbe passato quasi inosservato. L'andamento del Pil nel primo trimestre 2012 sembra smentire le stime appena inserite dal governo Monti nel Def, il documento di economia e finanza. Se non le smentisce, perché in fin dei conti si tratta dei primi tre mesi e ne mancano nove alla fine dell'anno, le fa per lo meno apparire eccessivamente ottimistiche. Secondo la stima preliminare dell'Istat, infatti, nel I trimestre 2012 il Pil è diminuito dello 0,8% sul trimestre precedente e dell'1,3% rispetto al I trimestre 2011, nonostante le due giornate lavorative in più rispetto ad entrambi. La crescita acquisita per il 2012 sarebbe pari a -1,3%. Dunque, in un solo trimestre abbiamo già perso più di quanto secondo la previsione governativa avremmo dovuto perdere in tutto il 2012 (-1,2%).
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Tuesday, May 15, 2012

La giornata: psicodramma Euro, Pd-Pdl più a sinistra di Hollande, Pil smentisce stime del governo

Nuova puntata dello psicodramma europeo. In Grecia è fallito l'estremo tentativo di formare un governo tecnico, quindi si torna al voto (praticamente un referendum sull'euro, dentro/fuori) e l'uscita di Atene dalla moneta unica non è più solo un'ipotesi di scuola, ma a questo punto una prospettiva a cui guardare con realismo (e preoccupazione). La direttrice del Fmi Lagarde auspica che la Grecia non lasci l'Eurozona, «ma - ha avvertito - dobbiamo essere tecnicamente preparati a ogni eventualità». I mercati ovviamente hanno reagito male: spread a 450 (rendimento al 6%), Piazza affari perde il 2,5% (ormai a 13.300 punti), euro sotto 1,28 sul dollaro.

Tutto a causa dell'incertezza greca, come in quella terribile settimana del novembre scorso in cui lo spread, schizzato in alto dopo l'annuncio da Atene di un referendum sulle misure europee, disarcionò il governo Berlusconi. Non manca ovviamente chi parla di «dittatura dello spread», ma stavolta commentatori e politici scoprono ciò che non vollero riconoscere allora, e cioè che "la soluzione della crisi passa per l'Europa". Insomma, se l'Italia non è ancora riuscita a sganciarsi dalla forza gravitazionale del buco nero greco stavolta non è perché il governo non ha fatto tutto quello che doveva. Addirittura Casini se la prende con le agenzie di rating per aver declassato 26 banche italiane, denunciando un «disegno criminale», quando solo pochi mesi fa il problema era la credibilità del governo.

Intanto, fulmini permettendo, il presidente francese Hollande, insediatosi oggi all'Eliseo, incontrerà la cancelliera Merkel. Un primo incontro da cui entrambi cercheranno di uscire millantando un successo. Ci sarà molta retorica sulla «crescita», ma molta ambiguità su come fare per stimolarla. Mentre per Hollande ci vuole più spesa pubblica, per la Merkel ci vogliono le riforme strutturali di cui parla Draghi. E' probabile che il presidente francese non partirà all'attacco con le proposte più esplosive, golden rule ed Eurobond, ma si accontenti di iniziare con il passo giusto la sua presidenza, cioè potendo proclamare una prima vittoria, portando a casa un'intesa generica per un «patto per la crescita» da affiancare al rigore, che più avanti prenderà le forme di investimenti con fondi Ue e al massimo project bond.

Sulle proposte più esplosive (golden rule ed Eurobond, appunto), che nemmeno Hollande oserà chiedere alla Merkel, il Pdl mostra di pensarla come Fassina e contro la maggior parte del Ppe, il che purtroppo spiega una delle anomalie politiche del nostro Paese, fino ad oggi condannato ad essere guidato da due sinistre.

Anche Monti, incapace di realizzare vere riforme in Italia e di tagliare la spesa, ormai punta tutte le sue carte nella politica europea per vedere di strappare un ammorbidimento del fiscal compact, tramite deroghe che permettano di scomputare dal rapporto deficit/Pil le spese per investimenti «produttivi». Se giocando di sponda con Hollande e Barroso saprà superare le resistenze tedesche, sarà comunque un processo lungo, mentre la recessione sta mordendo e sta già mettendo in discussione le ottimistiche previsioni del governo.

A contraddirle, proprio oggi, le stime preliminari dell'Istat sul Pil nel I trimestre 2012, praticamente oscurate dai media: un impietoso -0,8% sul trimestre precedente e -1,3% rispetto al I trimestre 2011, nonostante le due giornate lavorative in più rispetto ad entrambi. E crescita acquisita per il 2012 pari a -1,3%. Dunque, in un solo trimestre abbiamo già perso più di quanto secondo la previsione governativa avremmo dovuto perdere in tutto il 2012 (-1,2%). E devono ancora svilupparsi gli effetti recessivi dell'Imu e dell'aumento dell'Iva a ottobre. Evidentemente una stima non in linea con le previsioni del governo, ma con lo scenario del Fmi, che prevede nel 2012 un calo del Pil del 2%. Se così fosse, addio pareggio di bilancio nel 2013.

Tanto è tutta colpa dei "dominatori" tedeschi, del loro cieco rigore, è il coro unanime che si leva dalla politica e dalla stampa nostrane, anche di centrodestra, e guai a far notare che un'austerità così recessiva, solo tasse e niente tagli alla spesa né vere riforme per la crescita, ce la siamo imposti da soli, cioè ce l'hanno imposta non Berlino né la Bce, ma i nostri governi - di sinistra, di destra e "tecnici".

Ecco dove sbagliano Befera ed Equitalia

La condanna degli atti di violenza e la solidarietà alle vittime sono unanimi da parte delle istituzioni e dei partiti, ma la copertura politica sembra essere improvvisamente venuta meno. Mai come in questi giorni Befera si è ritrovato quasi senza, dopo averne goduto in dosi persino eccessive fino a poche settimane fa. Tutti condannano le violenze, ma tutti (o quasi) riconoscono il disagio e che qualcosa deve cambiare. Nel breve volgere di qualche settimana il dibattito si è spostato dalla spietata caccia all'evasore ai metodi illiberali di Equitalia.

La violenza è in ogni caso ingiustificabile, anche perché nel nostro Paese dissenso ed esasperazione si possono esprimere ancora liberamente, civilmente e politicamente. È anzi un dovere farlo in termini politici e nonviolenti. Equitalia non è nemmeno la causa principale dei mali fiscali che ci affliggono, che è politica, e come tale va combattuta politicamente. Una pressione fiscale ormai insopportabile, una normativa per la riscossione vessatoria e una lotta all'evasione condotta con metodi illiberali. Ma si tratta di aberrazioni la cui responsabilità principale risiede nella insaziabile voracità dello stato, quindi nei governi e nel legislatore. La linea di difesa di Equitalia però non convince del tutto: è vero che i funzionari del fisco sono chiamati a far rispettare le leggi, e che prendersela con loro significa mancare il bersaglio vero, che è lo Stato, ma nemmeno possono lavarsene le mani del tutto, uscirne come meri esecutori di ordini superiori.

Il direttore Befera ed Equitalia hanno le loro responsabilità, almeno tre:
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Monday, May 14, 2012

Demagogia e nazionalismo alle vongole degli anti-Merkel nostrani

Scene di giubilo bipartisan in Italia per la sconfitta della CDU nel Nord Reno-Westfalia. Ovvio che esulti il Pd per l'affermazione dei socialisti, e della governatrice Hannelore Kraft, che vede come possibile Hollande tedesca, candidata anti-Merkel per il cancellierato. Ma l'esultanza nel Pdl? Anche i tedeschi (dopo francesi e greci) bocciano l'austerità della Merkel, è la lettura del voto prevalente sui giornali ("Crolla la Merkel, bocciata l'austerity", su la Repubblica), anche di centrodestra e non solo italiani (sì, di abbagli il FT ne ha presi eccome). Ma davvero i cittadini tedeschi del Nord Reno-Westfalia hanno usato il loro voto regionale per dire alla Merkel basta imporre rigore a Grecia, Italia, Spagna eccetera, il conto lo paghiamo noi per tutti?

Quanto meno improbabile. Hanno pesato innanzitutto i leader e i programmi locali. Il voto può certamente avere avuto un significato anche politico più generale, ma difficilmente può essere fatto passare, nel senso indicato dai nostri politicanti e commentatori, per una bocciatura della politica europea del duo Merkel-Schäuble, se addirittura l'80% dei tedeschi, risulta da un recente sondaggio, vorrebbe dire basta non all'austerità ma agli aiuti alla Grecia. L'SPD inoltre è senz'altro portatrice di istanze pro spesa pubblica, ma non sarebbe meno severa e occhiuta della Merkel sui bilanci dei partner Ue, tant'è vero che propone un comitato di controllo dei conti pubblici.

Avvalorare un presunto indebolimento della Merkel, descriverla come ormai accerchiata e sotto assedio, è però funzionale a legittimare e a dare forza alle richieste di revisione del fiscal compact. Fa comodo scaricare sugli altri le colpe della crisi: il debito pubblico è colpa degli evasori fiscali, lo spread degli speculatori, la recessione del rigore imposto da Berlino e dalla Bce, e così via. Ma se l'austerità ha avuto effetti recessivi, questi sono stati certamente aggravati dal ricorso quasi esclusivo ad aumenti di tasse anziché tagli alla spesa, e senza vere riforme. Una scelta squisitamente politica che non ci è stata imposta né da Berlino né dalla Bce, che anzi ci suggeriscono da anni l'opposto.

I tedeschi non sono dei liberisti "selvaggi", hanno uno stato sociale altamente sviluppato, elevati livelli di spesa e di tassazione, ma i conti sono abbastanza in ordine, sicuramente più dei nostri, e il debito non è esploso. Semplicemente non vogliono pagare il conto per le euro-cicale. Hanno sicuramente compiuto degli errori nella gestione della crisi greca, e difeso com'è naturale i loro interessi nazionali, ma non bisogna dimenticare che i primi colpevoli della crisi sono i Paesi che si sono indebitati (addirittura truccando i conti, come la Grecia) e che per dieci anni non hanno saputo approfittare dei bassi tassi di interesse per fare le riforme e ridurre il gap di competitività con la Germania. I Paesi che si indebitano si pongono loro stessi nella condizioni di essere "dominati" dai loro creditori (i mercati o chi poi dovrebbe correre a salvarli), come capiterebbe a chiunque.

Ora questi Paesi, tra cui l'Italia di Berlusconi-Monti, non essendo riusciti a realizzare le riforme per la crescita incolpano l'austerità tedesca perché spendere è l'unico modo in cui credono di poter tornare a crescere e chiedono di essere autorizzati a farlo. Contrapporre la crescita al rigore è la nuova arma retorica dei sostenitori della spesa. Ma la crescita è incompatibile con il rigore solo nella testa di chi è convinto che l'unico modo per crescere sia spendere denaro pubblico. Scaricare le colpe della crisi sul rigore, evocare la proverbiale "cattiveria" germanica, è pura demagogia e non aiuta a indirizzare il dibattito interno sulle scelte chiave in termini di spesa pubblica, tasse e lavoro.

E a quanto pare nemmeno trovarsi in compagnia di Hollande e di Obama (il presidente Usa, che per combattere la crisi ha aumentato il deficit federale, esorta l'Europa a seguire i suoi passi), contro una coalizione cristiano-liberale, risveglia qualcosa nel Pdl e nella stampa di centrodestra. Evidentemente era di stampo keynesiano, e non liberale, la critica prevalente nel partito al rigore tremontiano. Forse non si perdona alla Merkel di aver scaricato Berlusconi, e il tutto è condito con una sorta di nazionalismo alle vongole.

Il Pdl non ha ancora capito

Se per 17 anni hai fatto delle promesse ai tuoi elettori, e una volta al governo hai fatto puntualmente l'opposto, tanto da non riuscire ad evitare al Paese una pesante gragnola di tasse e uno stato di polizia tributaria, puoi anche chiamarti Berlusconi o Padreterno, ma la gente non ti crede più e se ne sta a casa aspettando che si presenti qualcuno più credibile.

Il primo passo, quindi, dovrebbe essere una solenne e sincera operazione verità, di denuncia davanti agli elettori del proprio errore capitale: l'aver ceduto ad una politica economica statalista, conservativa, immobilista, l'opposto dello spirito del 1994. Facce nuove e atti concreti per rinnegare in toto la politica economica cripto-socialista che i governi di centrodestra hanno sempre perseguito. Sarà un caso che "Italia Futura", l'associazione di Montezemolo, preparandosi a lanciare la sua Opa sull'elettorato di centrodestra smarrito, disgregato, faccia proprie in campo economico e istituzionale le due proposte sdoganate da Forza Italia nel lontano 1994: "meno Stato" e presidenzialismo?

La confusione regna ancora sovrana nel Pdl: incalza il governo sulla spending review e l'abbattimento del debito, sull'Imu e l'Iva, ma si lascia affascinare dalla vittoria di Hollande e dalle ricette di Krugman. È comprensibile opporre un pizzico d'orgoglio patrio rispetto alle richieste di austerity che giungono da Bruxelles e Berlino, e voler tutelare l'interesse nazionale di fronte a impegni troppo gravosi per il nostro Paese, ma un Pdl che ancora "flirta" con approcci socialisti e keynesiani mostra di non aver ancora compreso la fondamentale lezione delle sue sconfitte.
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Friday, May 11, 2012

La giornata: Equitalia sotto assedio e operazione bontà di Monti, 2 mld per mostrarsi più umano e social

Mentre come previsto fallisce anche il terzo tentativo di formare una coalizione e la Grecia si avvia verso nuove elezioni, dalla Germania si fanno sempre più minacciosi i toni nei confronti di Atene (ma anche di chi pensa di allargare i cordoni della borsa per stimolare la crescita). Nella speranza di indurre i greci a non buttare all'aria il piano di salvataggio, il rischio però è di ottenere l'effetto opposto. «Noi vogliamo che la Grecia resti nell'Eurozona. Ma lo deve volere anche Atene e rispettare i suoi impegni. Non possiamo forzare nessuno. L'Europa non affonda così facilmente», in caso di uscita della Grecia, ha detto il ministro tedesco delle finanze Schaeuble. Anche se il vice governatore della banca centrale svedese avverte che «non sarebbe indolore». E il ministro degli esteri tedesco Westervelle ha aggiunto: «Noi intendiamo mantenere le nostre promesse di aiuto. Ma questo significa che la Grecia deve varare le riforme che abbiamo concordato».

Peggiorano intanto le previsioni Ue sul Pil italiano, ma è giallo sulla necessità di una nuova manovra, e dal Cdm arrivano centinaia di milioni di euro a pioggia e nuove assunzioni. Non si tratta di «soldi freschi», come li chiamerebbe Bersani, ma di una riprogrammazione d'uso di fondi europei per il Sud già a bilancio: 2,3 miliardi in tutto. Un piano "anti-povertà" che domani permetterà ai giornali di esibirsi in uno spottone per migliorare l'immagine del governo, che finalmente pensa ai poveri.

Ma come ci pensa? Questi 2,3 miliardi vengono spesi per non si sa bene cosa: 845 milioni destinati a obiettivi di «inclusione sociale» (cura dell'infanzia 400 mln, degli anziani non auto-sufficienti 330, contro la dispersione scolastica 77, per progetti nel "privato sociale" 38); gli altri 1,5 miliardi per la crescita (iniziative per i giovani, sviluppo delle imprese, bandi commerciali, valorizzazione di aree di attrazione culturale e riduzione dei tempi della giustizia). Poi torna la tremontiana "social card" e si assumono 325 nuovi magistrati, vincitori di un concorso del 2009.

Monti ce la sta mettendo proprio tutta per dimostrare che non è affatto un "freddo", ma che il suo cuore si scalda per i poveri. Il rigore continuerà, ma c'era bisogno di un po' di «respirazione sociale e civile» (parole sue, giuro). Positivo che vengano re-impiegati soldi chissà come rimasti inutilizzati per troppo tempo, ma la sensazione è che siano stati malamente riassegnati, "a pioggia", in mille rivoli, senza individuare priorità, con il rischio che nemmeno stavolta arrivino a destinazione. Insomma, soprattutto un'"operazione bontà": 2 miliardi buttati al macero dal governo Monti per mostrarsi più umano e più "social", tanto poi la colpa che non ci sono soldi da spendere è della cattivona Merkel.

Ormai si moltiplicano le proteste, spesso purtroppo in forma violenta, contro Equitalia. Oggi un assedio a Napoli, un'aggressione a Milano, un allarme bomba a Roma e minacce a Viterbo. La società si difende: «Irresponsabile scaricare su di noi la colpa di gesti estremi e situazioni drammatica», anche se sono i suicidi stessi a «scaricarla»; e avverte che «il sensazionalismo alimenta la violenza», invitando quindi a «non spettacolarizzare» questi eventi tragici. Che detto da chi ha spettacolarizzato la lotta all'evasione... Ma lasciamo perdere. Le violenze sono in ogni caso ingiustificate, anche perché nel nostro Paese dissenso ed esasperazione si possono esprimere ancora liberamente, civilmente e politicamente.

C'è una linea di difesa di Equitalia che però non convince: esegue solo degli ordini? Sorvoliamo su ciò che richiama alla mente questa giustificazione, perché evocherebbe paragoni obiettivamente impropri e offensivi. E' ovvio che il problema è politico, del legislatore, dei governi, e che i funzionari del fisco applicano la legge. Dunque, prendersela con Equitalia significa mancare il bersaglio vero, che è lo Stato.

Tuttavia, Equitalia ha le sue responsabilità. Innanzitutto, risulta difficile credere che Befera non c'entri nulla con l'architettura repressiva, sul piano giuridico e organizzativo, che si è andata costruendo negli ultimi anni, in collaborazione con ministri del Tesoro di qualsiasi colore politico. E' noto che diversi strumenti normativi sono stati, e vengono tuttora, specificamente richiesti. Inoltre, vediamo che in troppi casi di richieste illegittime (come gli interessi sulle multe dichiarati dalla Cassazione «maggiorazioni non dovute»), Equitalia fa spallucce: bisogna prendersela con l'ente che esige il credito, loro sono meri esecutori della riscossione. Ecco, non esiste che il riscossore delle imposte per conto delle amministrazioni pubbliche non si preoccupi della legittimità delle somme, e degli interessi, che richiede. Questa irresponsabilità è venuta meno anche in giudizio, dal momento che i giudici hanno cominciato a sanzionare Equitalia per la sua negligenza.

Thursday, May 10, 2012

La giornata: Merkel tiene duro e Monti spera in un po' di spesa targata Ue

Nei confronti della Grecia non è dura solo la Germania, ma anche il meno austero presidente della Commissione Ue Barroso (favorevole ai project bond): rispetto per la democrazia greca sì, ma anche per gli altri 16 parlamenti nazionali che hanno approvato il programma di salvataggio. L'Ue è come un club, «se un membro non rispetta le regole è meglio che se ne vada, vale per qualsiasi organizzazione, istituzione, o progetto».

Intanto chi voleva una Germania dimessa dopo il successo di Hollande (che intanto come primo atto taglia gli stipendi dei membri del governo e dei manager pubblici) farebbe bene a ricredersi in fretta. La cancelliera Merkel continua a fissare i suoi paletti, e a ribadire l'intransigenza tedesca, in vista delle prossime complicate trattative su come rilanciare la crescita nell'Eurozona: «Abbiamo parlato tanto di Eurobond e di leveraging - dice la cancelliera in Parlamento - tutte queste misure compaiono e scompaiono come strumenti miracolosi, mentre è noto che non sono soluzioni sostenibili». La crisi «non sarà sconfitta in un giorno», avverte, e la risolveremo in solo modo, affrontando le sue cause, «che sono i debiti orrendi e la mancanza di competitività di alcuni Paesi». Risanamento, quindi, e crescita, però basata sulle riforme strutturali e non su pacchetti di spesa. Pare invece che i tedeschi siano più disponibili ad accettare un'inflazione interna più elevata, il 3% anziché il 2, attraverso aumenti salariali, a beneficio indiretto dei Paesi in cui la domanda interna è penalizzata dall'austerity.

Se Monti insiste invece per italianissime deroghe al fiscal compact («nuove iniziative per la crescita senza mettere in discussione la disciplina di bilancio»), la Bce sembra allineata alle posizioni di Berlino: per rilanciare la crescita nell'Eurozona, specie nei Paesi che hanno perso produttività e devono stimolarla, non servono pacchetti di stimolo ma «riforme strutturali incisive». Bisogna «rafforzare la concorrenza nei mercati dei beni e servizi e la capacità di aggiustamento salariale e occupazionale delle imprese», scrive la Bce nel bollettino mensile.

Bella faccia tosta ha il ministro Passera a lamentarsi con l'Ue che «non ha fatto la sua parte», quando il suo governo ha fatto pochino, e male, proprio laddove la Bce esorta i governi ad essere «più ambiziosi».

Quella trascorsa è stata tutto sommato una giornata di relativa calma, ma indubbiamente nei prossimi mesi il rapporto tra Monti e i partiti, soprattutto il Pdl, sarà molto tormentato e non lascerà al governo sufficienti spazi di manovra per ulteriori iniziative legislative.

Monti non manca di far trapelare la sua amarezza per gli attacchi continui e sempre più frequenti, ma in un messaggio al capo dello Stato si dice «determinato a realizzare il mandato» e sicuro che «l'Italia ce la farà». Ma fatto pochino in Italia, con le mani ormai legate e sempre più insofferente, Monti si concentra sulla politica europea. E' a Bruxelles e a Berlino che cerca di attivare qualche leva per la crescita, con un po' di spesa per investimenti autorizzata dall'Ue, sperando di placare il fronte interno.

Nel tentativo di raffreddare le tentazioni di "governicidio" oggi il ministro Passera è intervenuto scaricando sull'Europa la colpa per l'assenza di politiche per la crescita, dicendosi certo che Monti saprà essere ascoltato sulla spesa per gli investimenti, e infine diffondendo un po' d'allarmismo («disagio sociale più ampio di quello che le statistiche dicono, è a rischio la tenuta economica e sociale del Paese»).

E in effetti le stime non fanno che peggiorare, confermando che il governo potrebbe aver sottostimato l'impatto recessivo delle sue misure. Oggi è la volta del Centro Studi di Confindustria, il quale avverte che «in Italia la ripresa si allontana: la domanda interna (specie i consumi) cala più del previsto e l'export ha perso slancio rispetto a qualche mese fa, nonostante il commercio mondiale vada meglio». La disoccupazione ormai sfiora la soglia del 10% e si prevede un calo del Pil nel II trimestre 2012 più accentuato del previsto. Sempre più improbabile il -1,2% previsto dal governo nel Def, mentre comincia ad apparire ottimistico persino il -2% del Fmi.

Sul fronte politico la tentazione di staccare la spina al governo e l'ossessione per l'unità dei cosiddetti "moderati" tornano ad animare il dibattito interno al Pdl. Ma nelle analisi della sconfitta elettorale continua a mancare la causa all'origine di tutti i suoi guai: la drammatica perdita di credibilità agli occhi dei propri elettori non tanto per il sostegno a Monti, ma per aver sistematicamente, per 17 anni, tradito le promesse di cambiamento una volta al governo.

E mentre nel Pdl falchi e colombe si dividono sul sostegno a Monti, si spargono veleni sul segretario e si tira per la giacchetta il Cav, e sulla legge elettorale non si va oltre proporzionale o porcellum corretto con preferenze, Italia Futura macina proprio sui contenuti che una volta portavano al successo Forza Italia e il centrodestra: dopo il manifesto liberista per "meno Stato", l'associazione di Montezemolo si schiera anche per il presidenzialismo e il maggioritario.

Il Pdl sarà anche uscito con le ossa rotte dalle urne, ma l'unico effetto concreto del voto amministrativo per ora è la liquidazione del Terzo polo. Con il Pd sempre più a suo agio nella foto di Vasto, e avendo fallito nel raccogliere i cocci del Pdl, Casini è tornato a giocare in proprio e ha scaricato Fini e Rutelli, sull'orlo della disperazione. Sul lato sinistro, a giudicare dalle punturine di Bersani all'indirizzo dell'esecutivo, sugli esodati e sugli incomprensibili «ritardi» nel «far girare un po' di liquidità per le imprese», il risultato delle amministrative non dev'essere stato esaltante nemmeno per il Pd.

Wednesday, May 09, 2012

La giornata: spread a 400 ma ormai assuefatti e Monti ricorda che siamo il Paese delle millederoghe

Grecia e Spagna allarmano i mercati e spread oltre 400 (ha toccato i 425 punti), ma ormai ci siamo assuefatti, non fa più notizia. Il fiscal compact non è ancora entrato in vigore e Monti in pieno italian style pensa già alle deroghe, mentre i partiti si preoccupano della legge elettorale e di Grillo. E' pacifico per tutti che la finestra delle riforme si è chiusa definitivamente con le amministrative e non rimane che chiedere un po' di soldi in Europa. Certo, per importanti investimenti. Come quelli con cui per mezzo secolo abbiamo cercato di risollevare il Mezzogiorno d'Italia.

Il governo spagnolo starebbe preparando una parziale nazionalizzazione di Bankia, il 45% massimo del capitale, mentre il premier greco incaricato, Tsipras, leader della sinistra comunista, prim'ancora di sapere se ha o no una maggioranza (probabilmente no) ha già fatto danni, spedendo una lettera al presidente dell'Ue Van Rompuy e al governatore della Bce Draghi in cui annuncia che gli «accordi presi dal precedente governo sull'austerity non sono più validi». Al che il ministro delle finanze tedesco Schaeuble non ha potuto che commentare: «Se la Grecia decide di uscire dall'euro, non possiamo costringerla». E se intendesse rinegoziare gli aiuti farebbe precipitare l'Eurozona in una «incertezza catastrofica». Insomma, proprio un bella torta di compleanno per l'Ue.

Intanto, continuano le mosse di posizionamento nel dibattito europeo su crescita e rigore alla luce dell'esito delle elezioni francesi. La cancelliera Merkel un giorno sì e l'altro pure fissa preventivamente i paletti ad Hollande: tutti i Paesi che hanno firmato il fiscal compact devono rispettarlo e «non esiste nessun conflitto tra crescita e misure di austerità». Insomma, non venite a dirmi che per rilanciare la crescita bisogna allentare il rigore.

Monti cerca di rafforzare il suo ruolo di mediatore. Da una parte rassicura la cancelliera tedesca, la quale «sa che non deve temere le proposte italiane» per il rilancio della crescita, perché non passeranno dallo «scardinamento» dei principi della disciplina di bilancio, ma birichino ipotizza che la stessa Merkel «da domenica è ancora più interessata a trovare vie di crescita che non scardinino quei principi». Come dire, concedi qualcosa se no ti toccano le richieste "scardinanti" di Hollande.

Dall'altra, il premier italiano propone alcune deroghe al fiscal compact, cioè di esentare una parte della spesa per gli investimenti dai vincoli di bilancio. Certo, chiedere di esentare tutta la spesa per investimenti sarebbe «troppo audace», ma concordare in sede europea «cosa ammettere come investimento positivo e cosa no», con «criteri di misurazione rigidi» - per esempio si potrebbero scontare dai vincoli «gli investimenti per la broad band e l'agenda digitale per i prossimi tre anni» - non sarebbe «niente di elusivo», l'impatto sarebbe «minimo». L'Italia ne sta parlando «in questi giorni» con i partner europei. «Se un Paese ha un rapporto debito/Pil al 120%, è questa l'unica cosa che conta o conta anche cosa ha fatto quel governo negli anni con i soldi che si è fatto prestare? Io - è il ragionamento del premier - sarei contento di vivere in un Paese che ha usato il debito per finanziare infrastrutture, piuttosto che diperdere quel denaro nel consumo pubblico».Ma Monti scarica sull'Ue anche la questione dei debiti della PA nei confronti delle imprese, chiedendo che anche queste spese vengano scontate dai vincoli di bilancio. Non si tratta in questo caso però di mero «consumo pubblico»?
Una risposta indiretta sia a Hollande che a Monti arriva da Schaeuble, secondo cui «è sbagliato pensare che le politiche per la crescita abbiano bisogno di soldi».

Dopo la meschina battuta di ieri il professore oggi ha cercato di rimediare e dai governi che dovevano «riflettere» sulle «conseguenze umane» della crisi che hanno provocato, si passa ad un fin troppo generoso «il governo precedente e i suoi predecessori hanno fatto significative riforme strutturali e noi le stiamo doverosamente intensificando».

Il centrodestra di Tosi, di nuovo e antico conio

Il successo di Flavio Tosi al primo turno a Verona non rappresenta un'eccezione nella debàcle della Lega, come viene per lo più interpretato in queste ore, bensì paradossalmente proprio il simbolo più eloquente della crisi e del fallimento dei due apparati Pdl-Lega, perché conseguito a dispetto delle loro rigidità.

Un'affermazione personale, certo, ma non c'è dubbio che qui il centrodestra abbia vinto alla grande, che gli elettori abbiano premiato l'operato del sindaco leghista e della giunta Pdl-Lega, eppure i due partiti sembrano uscirne ammaccati. La Lega non è andata oltre un 10%, mentre il Pdl ha sostenuto, insieme all'Udc, un altro candidato sindaco, raccogliendo solo il 5% dei voti di lista. Il vero centrodestra non si trovava nelle due liste ufficiali di Lega e Pdl, bensì nella lista civica riconducibile a Tosi, che ha preso il 37,23% dei voti, aggregando elettori leghisti, elettori del Pdl, e probabilmente non solo. Il che dimostra che il centrodestra esiste ancora ed è in grado di presentare un'offerta politica valida.

Ma il centrodestra che ha permesso a Tosi di essere rieletto al primo turno è allo stesso tempo di nuovo e antico conio. Chissà se Pdl e Lega sapranno trarne la giusta lezione.
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Tuesday, May 08, 2012

La giornata: le urne scuotono i partiti e Monti perde la testa

Brutta e meschina uscita quella di Monti sui suicidi e analisi sbagliata degli effetti del voto amministrativo sull'agenda del governo.
I suicidi «dovrebbero far riflettere molto più chi ha portato l'economia italiana a questo stadio che non chi cerca di farla uscire». Sostenere che l'attuale governo non si dovrebbe preoccupare dei suicidi solo perché non ci ha portati lui in questa situazione di crisi - ammesso e non concesso che abbia davvero responsabilità così limitate - oltre che di cattivo gusto, offensiva, è palesemente un'assurdità dal punto di vista istituzionale. Un governo che si rispetti, chi rappresenta le istituzioni oggi, deve farsi carico eccome delle emergenze sociali, quali che siano, anche di quelle di cui non è diretto responsabile (ripeto: ammesso e non concesso che non lo sia). E' un suo preciso dovere istituzionale. Invece Monti si lascia andare ad una livorosa polemica politica nei confronti del suo predecessore, senza essere stato provocato, come nemmeno Bersani avrebbe avuto lo stomaco di fare su un tema così drammatico.

Monti parlava non dei suicidi, ma delle «conseguenze umane» della crisi, come si affretta a precisare Palazzo Chigi? Cambia poco: tra le «conseguenze umane» ci sono evidentemente anche i numerosi suicidi e in ogni caso è dovere del governo preoccuparsene.

Ma è una frase doppiamente infelice, quella del premier, perché scaricare le colpe sui governi passati è il primo segno della propria inadeguatezza e perché arriva all'indomani di un risultato elettorale estremamente punitivo per il Pdl. Addossare a Berlusconi e al suo partito la colpa dei suicidi di queste settimane, al di là del merito, rischia di alimentare inutili tensioni. A questo punto o Monti ha perso la testa, lo stress comincia a giocargli brutti scherzi e a fargli perdere la sobrietà, oppure è in cerca di guai, di pretesti per farsi cacciare.

Secondo il premier i risultati elettorali «rendono più agevole» la realizzazione dell'agenda di governo. In realtà è l'esatto contrario, chiudono ufficialmente la breve, e deludente, finestra delle riforme. I prossimi mesi, fino alle politiche, saranno tormentati per il governo: con un Pdl nervoso, che non concederà più nulla al professore, tanto meno se viene insultato un giorno sì e l'altro pure, e un Pd sempre più smanioso di afferrare il momento e non lasciarsi sfuggire Palazzo Chigi, nel timore che possa ripetersi la beffa del '93-'94, con il fronte "moderato" che all'improvviso si ricompatta dietro un uomo della provvidenza e ferma la gioiosa macchina da guerra.

Ha ragione invece Monti quando ricorda che l'attuale governo nei suoi primi giorni aveva un «margine strettissimo», vista l'urgenza di mettere in sicurezza i conti pubblici, e non poteva certo assumere una «posizione assertiva» in sede europea. Invece adesso «l'Italia ha un'agenda per la crescita» e l'elezione di Hollande offre spazi di manovra ancora maggiori con Berlino. Da non confondere però con un'adesione di Monti alle richieste del nuovo presidente francese su fiscal compact, ruolo della Bce ed Eurobond, come molti vorrebbero. Monti chiede all'Ue e a Berlino rafforzamento del mercato unico e un «nuovo atteggiamento» sugli investimenti pubblici, quelli «veri e genuini», non spesa in deficit.

Si apre una prateria nel centrodestra

A mente fredda, dati alla mano, è possibile farsi un'idea più ponderata di cosa è accaduto in queste elezioni amministrative. Partiamo dai dati. Su 26 comuni capoluogo, 7 sono assegnati al primo turno: 3 al centrosinistra (La Spezia, Pistoia, Brindisi), 3 al centrodestra (Gorizia, Lecce, Catanzaro) e 1 (Verona) alla Lega, anche se l'affermazione di Tosi è personale e la coalizione che lo sostiene è di centrodestra. E' un caso particolare, e per molti versi emblematico, su cui torneremo. Ballottaggio per gli altri 19 comuni capoluogo: solo in 11 di essi il Pdl riesce a portare i propri candidati al secondo turno; l'Udc accede al ballottaggio in 6 comuni, in 4 al posto del Pdl e in 2 al posto del centrosinistra. In due casi ad affrontare il centrosinistra non saranno né Pdl né Udc/Terzo polo, ma a Parma il movimento di Grillo e a Belluno un'aggregazione di liste civiche.

Il tracollo del Pdl è innegabile, aggravato da alcune scelte suicide come a Verona e a Palermo. In alcune città lo troviamo su percentuali scioccanti, ridotto ai minimi termini: a Verona passa dal 28% del 2007 al 5%; a Genova dal 29 al 9; a Parma dal 47 al 5; a Palermo dal 25 all'8. In altri comuni capoluogo invece tiene, con percentuali intorno al 20%, e riesce a portare i propri candidati ai ballottaggi. Evidentemente paga la corsa in solitaria - mentre i risultati modesti del Pd si confondono all'interno di ampie e variabili coalizioni di centrosinistra - e certamente l'appoggio al governo Monti. Ma direi che paga soprattutto il fallimento dell'esperienza di governo. I suoi elettori gli hanno messo in conto non solo l'ultima parentesi, dal 2008 al 2011, bensì tutti i 17 anni dell'era berlusconiana, durante i quali è stata a più riprese tradita la promessa di cambiamento, economico e istituzionale, la cosiddetta "rivoluzione liberale", su cui le coalizioni berlusconiane avevano raccolto i loro consensi.

Recuperare la credibilità sarà difficile, ma il Pdl ha di fronte a sé una sola strada: una solenne operazione verità e "mea culpa" con i propri elettori e facce nuove. Dovrà dimostrare con i fatti che al suo interno c'è piena condivisione sull'errore politico capitale di questi anni: l'aver ceduto ad una politica economica statalista, conservativa, immobilista, l'opposto dello spirito del 1994.

Ma né l'Udc, né il Terzo polo, che come tale non si è nemmeno presentato, sono riusciti a raccogliere i cocci del Pdl, i cui elettori in uscita si sono rifugiati nell'astensione (quasi uno su due). Lo ha riconosciuto lo stesso Casini. Ecco perché l'elettorato di centrodestra appare completamente disarticolato, terreno fertilissimo per una nuova offerta politica che quando si presenterà non solo non chiederà il permesso, ma nemmeno accetterà di farsi accompagnare dalle vecchie facce.

Disfatta anche per la Lega travolta dagli scandali. I suoi elettori in parte sono rimasti a casa in parte hanno scelto Grillo. Ma è esagerato parlare di «boom» del movimento di Grillo, che approfitta dell'astensionismo e avanza raccogliendo voti in uscita dalla Lega (infatti è al nord che va più forte) e dall'Idv. Tranne il caso particolarissimo di Parma (Comune travolto dalle inchieste e commissariato), dove sfiora il 20% e riesce a portare il suo candidato al ballottaggio, si attesta al 10% al centronord, mentre è trascurabile quando non del tutto inesistente al centrosud. Da notare che all'"exploit" ha sicuramente contribuito l'enfasi anti-tasse, anti-Equitalia, anti-Monti e anti-euro del comico genovese nei suoi tour. Ma nemmeno il M5S potrà evitare di affrontare il dilemma del modello partito, non si possono gestire tutti quei voti senza organizzazione. E in quel momento molti nodi verranno al pettine.

Se il centrodestra è disarticolato, il centrosinistra non ha affatto brillato, e al suo interno ancor meno il Pd. La coalizione supera il 50%, o ci va molto vicino, solo quando il candidato sindaco non è del Pd (Genova e Palermo), nelle rosse La Spezia, Piacenza, Lucca e Pistoia, o con l'aiuto dell'Udc e del Terzo polo (Isernia, Brindisi, Taranto). Per il resto, a fronte di un centrodestra disaggregato si attesta su percentuali tra il 30 e il 40%.

Alla luce di questi risultati, se Monti sperava che dopo il voto sarebbe ritornata una certa calma, be', dovrà ricredersi. La finestra per le riforme si è ormai chiusa, con un bilancio piuttosto modesto. I prossimi saranno mesi tormentati, fino alle politiche, con un Pdl nervoso, che non concederà più nulla al professore, e un Pd sempre più smanioso di afferrare il momento e non lasciarsi sfuggire Palazzo Chigi, nel timore che possa ripetersi la beffa del '93-'94.

Ma Monti non si schiererà con Hollande

Rinnegherà il fiscal compact, portandosi subito in rotta di collisione con Berlino, o si accontenterà, almeno per il momento, di affiancargli un "growth pact", un piano per la crescita? Da questa decisione dipenderà il primo impatto del nuovo presidente francese Hollande sulla politica europea. La cancelliera tedesca Merkel ha fatto sapere di essere pronta ad accoglierlo «a braccia aperte», ma sul fiscal compact, le regole per la disciplina di bilancio, ha già eretto le barricate: il patto «non è rinegoziabile». A difesa del fiscal compact la cancelliera ha al suo fianco il premier italiano Mario Monti, lungi dallo schierarsi con Hollande.
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