Tuesday, July 31, 2012

Ori cinesi, non c'è da fidarsi

Prendetevi l'oro, ma non pensate di darcela a bere. Ye Shiwen, una ragazzina cinese di soli 16 anni, 172cm di altezza per 64kg, ha polverizzato il record mondiale dei 400 metri misti nuotando, nell'ultima vasca, più veloce di Lochte e Phelps. No, non ci crede nessuno. Di 4 minuti, 28 secondi e 43 decimi il suo tempo, inferiore di ben 1 secondo al record precedente stabilito a Pechino nel 2008. Ed è stupefacente che in un solo anno di "allenamenti" la nuotatrice cinese abbia migliorato la sua performance ai mondiali di Shangai dello scorso luglio di ben 7 secondi. Ma sono in particolare i suoi ultimi 50 metri di gara a insospettire. Dopo una serie di vasche a tempi eccezionali, ma comunque da finale olimpica, nell'ultima a stile libero è come se avesse acceso il turbo: 28" e 93, più veloce di 17 decimi rispetto all'ultima frazione di Ryan Lochte, oro nei 400 misti maschili con il secondo miglior tempo della storia, e di 8 decimi rispetto a Phelps.

Non so grazie a quale diavoleria, e i test antidoping potrebbero fallire nel rintracciarla, ma con il controllo totale esercitato dallo Stato sulla vita degli atleti in Cina, fin dalla tenerissima età, ci può stare di tutto: dal doping alla manipolazione genetica. E i laboratori cinesi sono tecnologicamente in grado di sfornare sostanze innovative, "invisibili", capaci di farsi beffa dei più scrupolosi controlli.

Insomma, c'è da sperare che Ye Shiwen abbia per difetto genetico mani e piedi palmati, sarebbe di gran lunga l'ipotesi migliore per lei. Tra l'altro, non c'è solo il suo caso. Anche in altre discipline i distacchi tra gli ori cinesi e gli atleti di tutte le altre nazioni sono un po' troppo spesso impressionanti, ma ormai ci siamo così "assuefatti" che non destano il minimo sospetto: i cinesi sono su un altro pianeta, si gareggia per l'argento.

Certo, la Cina è un continente, ha una popolazione di 1,5 miliardi di persone, quindi un bacino enorme a cui attingere per trovare fenomeni della natura e trasformarli in campioni straordinari. Ma la Cina, come altri sistemi totalitari in passato, ha anche una lunga storia di doping: 40 casi in 20 anni. E recentissima, soprattutto nel nuoto: 12 medaglie su 16 ai mondiali del 1994, ma l'anno dopo, ai giochi asiatici del 1995, 7 nuotatori cinesi risultano dopati, la squadra è decimata e ad Atlanta '96 arriva solo una medaglia d'oro. Ancora nel 2009 5 casi positivi e lo scorso marzo positiva anche la nuotatrice sedicenne Li Zhesi.

Ci sono i precedenti inquietanti della Ddr e dell'Urss, a cui per decenni è stato consentito di ingannare il mondo nonostante il trucco fosse sotto gli occhi di tutti, senza bisogno di chissà quali test. Molte atlete hanno avuto la vita segnata dalle tempeste ormonali a cui sono state sottoposte. Il sistema politico cinese è del tutto simile: vive di propaganda nazionalista, è totalmente privo di trasparenza in ogni ambito e calpesta i diritti umani elementari.

Nei Paesi occidentali non mancano casi di doping, anche clamorosi, ma lo sport si pratica spontaneamente, su iniziativa privata e individuale, può essere più o meno incentivato dalle autorità pubbliche ma è parte integrante del nostro stile di vita. E infatti ogni nazione ha i suoi sport di "eccellenza". Al contrario, in Cina l'eccellenza sportiva viene pianificata dallo Stato, migliaia di bambini vengono prelevati dalle loro famiglie, con la scusa di strapparli alla miseria, e inseriti nei programmi statali per farne un esercito di atleti. Sarebbe forse meno scandoloso del doping se, come purtroppo viene denunciato, i giovani campioni cinesi fossero il frutto di pratiche di allenamento massacranti, più simili alla tortura e allo sfruttamento di minori?

Un'altra vittima di un sistema impazzito

Piange lacrime di coccodrillo oggi chi ha contribuito ad affossare il tema delle intercettazioni

Depositato alla Consulta il ricorso del capo dello Stato per conflitto di attribuzioni sollevato contro la Procura di Palermo, in merito all'uso delle intercettazioni di conversazioni telefoniche del presidente Napolitano nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, e celebrati i funerali di un leale servitore dello Stato, il consigliere del Quirinale Loris D'Ambrosio, stroncato da un infarto giovedì scorso, appare sempre più diffusa la convinzione, anche ai vertici delle istituzioni e nell'opinione di chi "fa opinione", che la giustizia italiana sia ormai un sistema impazzito, al di fuori di qualsiasi controllo. Una realtà, se non riconosciuta, quanto meno oggi percepita più di quanto si fosse disposti ad ammettere quando al governo c'era Berlusconi. Il ricorso alle intercettazioni e la facilità con cui finiscono sui giornali, diventando armi improprie di lotta politica, l'uso distorto della carcerazione preventiva, il protagonismo mediatico di alcuni magistrati, sono solo alcune delle più evidenti anomalie.

Non qualche provocatore o agitatore liberale, ma il presidente della Repubblica, nel comunicato in cui ha reso nota la scomparsa del suo braccio destro, e il ministro della giustizia, in occasione dell'estremo saluto, hanno esplicitamente messo in relazione la morte di D'Ambrosio, l'improvviso cedimento del suo cuore, con i sospetti gettati su di lui dalle intercettazioni disposte dai pm palermitani, finite in qualche modo sui giornali, e con l'aggressiva campagna mediatica che ne è seguita. Insomma, l'atroce dubbio che il cuore di D'Ambrosio non abbia retto a causa di accuse infamanti originate dall'uso improprio del potere giudiziario e del "quarto potere" è più che fondato, e coltivato presso le più alte cariche dello Stato.
(...)
Ad essere stritolato dal meccanismo mediatico-giudiziario questa volta non è il politico di dubbia reputazione, dalle frequentazioni ambigue, magari legato alla cerchia berlusconiana, o il cosiddetto "faccendiere". Tutt'altro: un leale funzionario e un magistrato dal limpido impegno antimafia... «Un uomo che ha sempre salvaguardato l'autonomia e l'indipendenza della magistratura», lo ricorda la pm di Milano Ilda Boccassini.

Insomma, il "sistema" non ha avuto pietà nemmeno di uno dei suoi difensori. Possiamo immaginare, infatti, quale ruolo decisivo abbia avuto D'Ambrosio, insieme agli altri consiglieri giuridici del Colle, Marra e Sechi, nel bloccare o far emendare riforme e leggi in tema di giustizia sgradite alla magistratura, in ossequio al totem dell'autonomia e dell'indipendenza, e a salvaguardia di quello stesso regime delle intercettazioni che si sarebbe così accanito contro di lui. Che beffa! Proprio il presidente Napolitano, che oggi scopre la barbarie del circuito mediatico-giudiziario che si innesca, ha contribuito in misura determinante, nell'estate del 2010, ad affossare l'ultimo tentativo di riformare le intercettazioni.

Mostrando inequivocabilmente di condividere i «punti critici» mossi alla legge uscita dal Senato, e anticipando che senza «modifiche adeguate» non l'avrebbe promulgata, si avvalse allora di una sorta di veto preventivo, quando la Costituzione attribuisce al capo dello Stato il potere di rinviare le leggi alle Camere, ma solo una volta approvate. Può darsi che quella legge non fosse perfetta, che rispondesse a interessi di parte, ma se il tema a cui oggi si imputa la morte di D'Ambrosio – quello dell'uso disinvolto delle intercettazioni e della loro divulgazione come arma di lotta politica – è scomparso dall'agenda parlamentare, ciò si deve in parte anche al Quirinale, nonché probabilmente all'operato di consigliere della vittima stessa, per la quale oggi si versano lacrime di coccodrillo.

Più volte il presidente Napolitano, nei suoi interventi in tema di giustizia, ha stigmatizzato eccessive esposizioni mediatiche ed atteggiamenti protagonistici dei magistrati, richiamandoli ad un'immagine di imparzialità in ogni momento, anche al di fuori delle loro funzioni e nell'esercizio del diritto di critica pubblica. E raccomandato un ricorso alle intercettazioni solo nei casi di «assoluta indispensabilità» e nel rispetto della riservatezza dell'indagato o, ancor più, di soggetti estranei al giudizio. Ma nei fatti, in qualità di presidente del Csm, è stato latitante come i suoi predecessori. L'organo di autogoverno della magistratura non sanziona adeguatamente i comportamenti che il suo presidente a parole denuncia. Anzi, i magistrati che più indulgono in questi comportamenti "deviati" vengono premiati e onorati, dalla categoria e dai media.
(...)
Non c'è troppo da illudersi che il triste caso D'Ambrosio spinga davvero a intervenire sulla materia, lasciando da parte ogni tatticismo politico. Ma più che una nuova legge sulle intercettazioni – che comunque servirebbe, soprattutto per ridurne il numero ed evitare che escano dalle procure – occorrerebbe una riforma complessiva dell'ordinamento giudiziario...
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Monday, July 30, 2012

Spazzate via le stime ultra-ottimistiche di Monti

«Lo scenario globale è ulteriormente peggiorato. E in Italia la diminuzione del Pil proseguirà» anche nella seconda metà del 2012, seppure con «qualche timido segnale di rallentamento della flessione a partire dall'estate inoltrata». Ma nessuna ripresa entro l'anno. Lapidarie le conclusioni dell'analisi mensile del Centro studi di Confindustria. Quello prospettato è uno scenario coerente con la previsione sul Pil annuo che l'associazione degli industriali ha già diffuso e che tanto ha fatto discutere: quel -2,4% che ha contribuito all'irritazione di Palazzo Chigi per le uscite del numero uno di Viale dell'Astronomia, Giorgio Squinzi. In netto contrasto, infatti, con le stime contenute nel Def di aprile. Il calo dell'1,2% e la ripresa nel 2013 (+0,5%) previsti dal governo sono ormai le stime di gran lunga più ottimistiche rimaste in circolazione, vere e proprie chimere. Sarebbe già incoraggiante se la riduzione del Pil quest'anno si fermasse alle stime indicate da Banca d'Italia e Fmi (-1,9%). Perché si realizzi questa ipotesi la riduzione del prodotto nel II e nel III trimestre dell'anno dovrebbe essere inferiore a quella del I, cioè non andare oltre lo 0,5 e lo 0,4%, e arrestarsi del tutto nel IV (0,0).

Anche dall'andamento del Pil dipende il raggiungimento o meno degli obiettivi di bilancio. Con una perdita dell'1,9%, prevede l'Fmi, il deficit passerebbe dal 2,4% del 2012 all'1,5% nel 2013. Niente pareggio di bilancio nel 2013, dunque, come invece prevede il governo. E il debito, anziché cominciare a calare, continuerebbe a salire: dal 123,4% di quest'anno al 123,8% del prossimo, riuscendo a scendere sotto quota 120 solo nel 2017.

Sembra ormai non più a portata di mano l'ipotesi Monti. Perché si verifichi, infatti, già nel II trimestre il calo del Pil dovrebbe quasi arrestarsi, per poi diventare positivo già dal III (-0,2 +0,3 +0,3). Dati peggiori di -0,2% nel II trimestre sarebbero incompatibili con un -1,2% annuo. L'ottimismo delle stime governative si deve a due fondamentali errori di valutazione: aver sottovalutato l'impatto recessivo di una politica di rigore concentrata su aumenti di tasse piuttosto che su tagli alla spesa; e l'aver sopravvalutato sia l'effetto delle misure per la crescita e delle riforme – scarse le prime e troppo timide le seconde – sia la benevolenza dei mercati. I tassi d'interesse, infatti, continuano ad essere troppo alti per poter favorire una ripresa. Il calo dello spread che mesi fa ha convinto il premier a sbilanciarsi in giudizi troppo ottimistici (crisi «quasi superata»), era dovuto alle operazioni di prestito della Bce. In realtà, la sfiducia sul sistema Italia e sul sistema euro era pressoché immutata, come si è visto nelle ultime settimane, e d'altra parte era irragionevole ipotizzare che la fiducia potesse tornare in così breve tempo, a fronte di riforme strutturali insufficienti, quando non del tutto assenti.

Del tutto fondato, quindi, il pessimismo di Confindustria, e di quanti, tra cui chi scrive, si spingono ad ipotizzare nel 2012 un calo del Pil più vicino al 3%. Perché si realizzi il -2,4% di Confindustria è sufficiente che in tutti e tre i rimanenti trimestri si registri un calo simile a quello del I (-0,8% -0,7% -0,7%). Il 7 agosto il giorno del giudizio, quando l'Istat renderà nota la stima preliminare sul II trimestre. Se inferiore al -0,8% del I trimestre, sarà compatibile con le stime Fmi/Banca d'Italia (-1,9%); se sarà uguale o superiore, vorrà dire che ci avviamo verso l'ipotesi di Confindustria o peggio (-2,4%/-3%).
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Thursday, July 26, 2012

Fate presto: solo Monti può salvarci da Bersani

Anche su L'Opinione

La gioiosa macchina da guerra 2.0 scalda i motori, scalpita, non vede l'ora di prendersi tutto il bottino, non pensa minimamente di condividerlo. Altro che Monti-bis, sarà un governo al 100% politico, con Bersani che si sente Hollande (e D'Alema e Casini che sognano il Colle). La tentazione di andare al voto anticipato a novembre è sempre più forte, straripante nel Pd. Bisogna anticipare imprevisti, colpi di scena, come quello che nel '94 li fece rimanere a bocca asciutta. E tra le motivazioni inconfessabili, non ultima la possibilità di far saltare i tagli alla spesa allo studio e quelli già decisi la cui attuazione è prevista entro fine anno (pubblico impiego, ma anche la riduzione dei parlamentari). D'altra parte, e sono gli argomenti "presentabili", i mercati non danno respiro nemmeno al governo tecnico e soffrono l'incertezza politica. Poi vedete, cari Monti e Napolitano, com'è inaffidabile il Pdl – che vota in ordine sparso sul fiscal compact, sabota le riforme con il semipresidenzialismo e ricandida Berlusconi? Ci vuole una maggioranza «univoca».

Ma il presidente Napolitano ha avvertito che non si va al voto senza una nuova legge elettorale. Per questo il Pd la vorrebbe prima della fine dell'estate, mentre il Pdl non ha alcuna fretta. Bersani ha definito «stravagante» discutere di voto a novembre, ma non l'ha nemmeno escluso: «A settembre-ottobre vediamo com'è, non sappiamo come passiamo agosto». Più che un indizio: subito la legge elettorale, «poi si vede», cioè da quel momento in poi l'opzione/ricatto delle urne sarebbe esercitabile a seconda della convenienza.

In atto il tentativo – da capire se con o senza il concorso di Napolitano e Monti – di marginalizzare il Pdl, presentandolo come forza irresponsabile, inaffidabile oggi con Monti, figuriamoci in una eventuale grande coalizione che dovesse rendersi necessaria in futuro. Lo schema è quello di una sorta di nuovo "arco costituzionale": il Pd come perno, con alleati di governo l'Udc alla sua destra o Vendola e Idv a sinistra, o entrambi se disponibili alle "larghe intese". Questa per Bersani l'area del «patto progressisti-moderati» per uscire dalla crisi, mentre il Pdl rientra tra i «populismi». In queste ore, e nelle prossime settimane, si farà di tutto per enfatizzare le presunte prove di irresponsabilità del Pdl, che dovrebbe quindi evitare di offrire pretesti, nella speranza di rinsaldare il patto con l'Udc, che però, come ha fatto capire ieri Casini, non ci starebbe a reggere il moccolo al Pd senza Pdl in una coalizione sbilanciata a sinistra.

Ma è ingenuo, o in malafede, chi crede che il Pd sia un affidabile prosecutore della cosiddetta "agenda Monti", sulla quale Bersani continua a mostrarsi evasivo e in totale stato confusionale, come mostrano il suo intervento al convegno di ieri e l'attacco al cuore della spending review, indicando nei due settori più "spendaccioni", enti locali e sanità, i «2-3 punti da cambiare».

Ad allarmare i mercati più dell'incertezza sul futuro politico del paese è solo la quasi-certezza di un governo egemonizzato dalla sinistra politica e sindacale (le cui spinte Casini non riuscirebbe a controbilanciare). Ma è proprio questo lo scenario verso cui stiamo precipitando con le mosse di Bersani-D'Alema-Casini, e stante l'estrema debolezza del Pdl e l'assenza di nuove offerte politiche nel centrodestra. Bisogna darsi una mossa, o c'è il rischio di non dare ai cittadini una vera alternativa al governo Bersani-Camusso, nemmeno quella di un Monti-bis. Rompa gli indugi il Pdl, escano allo scoperto i "montiani" del Pd e l'Udc, si facciano vive nuove offerte politiche liberali, se ci sono, si mobilitino le forze produttive, ma bisogna chiedere a Monti di restare, e di candidarsi, se si vuole arrestare la gioiosa macchina da guerra 2.0.

Wednesday, July 25, 2012

Ci salvi chi può da Bersani

Due i dati politici emersi dal convegno "Italia 2013" che si è tenuto oggi pomeriggio alla Camera.
1) secondo Casini del patto progressisti-moderati, che dovrebbe continuare anche nel 2013, dovrebbe far parte anche il Pdl, mentre per Bersani no, la disponibilità del Pd alle larghe intese tra progressisti e moderati si ferma all'Udc. S'incrina l'intesa che il Pd credeva di avere in pugno con l'Udc?

Dice Casini che «se un patto va sottoscritto è quello di fare le persone serie. I partiti che hanno appoggiato Monti, anche chi non è qui come il Pdl, hanno mostrato responsabilità nei confronti del Paese. Su questo patto di serietà e responsabilità dobbiamo continuare per il futuro, perché non vedo alternative per l'Italia». No, quindi, a «coalizioni ottenute sommando di tutto pur di arrivare al 51%». Ma Bersani si è detto «non del tutto d'accordo» con Casini, perché a suo avviso «serve una maggioranza politica univoca, che prende una strada e la percorre fino in fondo». Già, la strada per la Grecia. Fino in fondo.

2) Bersani è completamente in stato confusionale, fuori dalla realtà, "unfit" per costituzione mentale a guidare il Paese, un caso pietoso. I lanci d'agenzia sul suo intervento sono davvero imbarazzanti. Qualcuno, meglio se del suo partito, dovrà spiegargli che non può candidarsi a premier. I mercati non lo farebbero nemmeno avvicinare al Quirinale per l'incarico.

E' evasivo sull'"agenda Monti", su cui divaga con frasi senza senso («l'ordito da cui non possiamo uscire è l'Europa»), e non ha la minima idea delle prorità che lo aspettano alla guida del Paese. Un po' per sfuggire alla concretezza dei temi economici e un po' per darsi un tono, parla di «scelte sul piano tecnico ed economico ormai spiattellate», di «rilancio culturale», di una «riunione a porte chiuse con venti filosofi e un po' di storici»; avverte che «sta venendo meno una materia prima, quella della solidarietà», che «il vero spreco è la disuguaglianza» e che «se non ci mettiamo dentro un po' di equità perdiamo il controllo della situazione»; confida che se toccasse a lui governare «la prima cosa che faccio non è economica, ma dire che un figlio di immigrati è italiano». Insomma, oggi la supercazzola di Bersani ha toccato vette mai raggiunte prima, difficilmente imitabili anche per il Crozza più in forma.

Tuesday, July 24, 2012

Smascherato il bluff-Italia

Per capire perché la ricetta Monti non sta funzionando, non riesce a sortire gli effetti sperati, "sganciando" il nostro destino da quello di greci e spagnoli, in questo articolo di Alberto Bisin, su la Repubblica, c'è tutto quello che serve. L'errore fatale sta nel tipo di rigore imposto al Paese, perché «c'è rigore e rigore», ma soprattutto ci sono le formidabili resistenze del sistema Italia, delle sue caste, al cambiamento. Riassumendo: bluff Italia, come ripeto da mesi.

Il governo Monti, osserva Bisin, «ha agito soprattutto sulle entrate pubbliche, aumentando in modo sostanziale il carico fiscale, che già era tra i più alti al mondo. Questo non può che aver contribuito a soffocare un'economia che già da anni boccheggiava». L'economista spiega quindi che tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse non hanno lo stesso effetto recessivo, ma i primi hanno un impatto decisamente minore perché la spesa pubblica è per lo più (soprattutto in Italia) improduttiva:
«... una diminuzione della spesa pubblica dello stesso ammontare dell'incremento delle entrate avrebbe avuto identici effetti sulla domanda aggregata. Ma questa è proprio la ragione per cui l'analisi di domanda aggregata è limitata e sostanzialmente errata: le tasse distorcono direttamente l'attività produttiva mentre la spesa pubblica è in larga parte improduttiva (non è sempre così, ma in Italia lo è). In altre parole, a limitare la spesa abbassando le tasse (o non alzandole) si liberano risorse, perché la torta non è fissa».
Riguardo al sistema Italia, cioè alle sue istituzioni fondamentali (politica, giustizia, sanità e istruzione pubbliche, industria, mercato del lavoro), che «appaiono corrotte all'interno», è ormai chiaro ai nostri creditori che «nulla di sostanziale sta cambiando nella struttura istituzionale del Paese». Insufficienti le riforme, meri palliativi o al massimo timidi correttivi: «E' come se il governo avesse chiesto al Paese di trattenere il fiato per un po', per fingere una pancia piatta: non può durare e non inganna nessuno». Occorrono, invece, scelte nette che trasmettano l'idea di un cambiamento vero, «irreversibile». Bisin fa solo un esempio, ma significativo: invece di dare alla Rai un nuovo presidente, privatizzarla.

Ora, se anche riesce il miracolo di un Monti-bis, quindi di non vederci governati direttamente dal duo Bersani-Casini (sotto ricatto della sinistra politica e sindacale), un governo sostenuto da una grande coalizione dei vecchi partiti riuscirebbe a compiere le scelte nette che ci servono, o al massimo riuscirebbe a gestire alla meno peggio l'esistente, come sta facendo oggi Monti? Sarà un caso che le forze che già si vedono trionfanti al governo insieme, Pd e Udc, sono tentate di anticipare il voto in autunno, quando la maggior parte dei tagli alla spesa hanno scadenza, cioè devono essere attuati, entro fine anno?

Monti-bis ha senso solo se Monti candidato premier

L'ipotesi di voto anticipato in autunno riflette il nervosismo e la debolezza di tutti gli attori in campo. Innanzitutto del premier Mario Monti, politicamente indebolito dall'evidenza che la sua cura non sembra sortire gli effetti sperati. Sono trascorsi nove mesi e in termini di rischio default, o di necessità di chiedere un salatissimo salvataggio, siamo più o meno laddove eravamo nel dicembre scorso, con l'aggravante di avere nel frattempo sparato/sprecato parecchie cartucce. Il premier appare deluso, sembra non sapere più cosa fare. E anche se avesse in mente altri possibili "shock", non avrebbe probabilmente la forza di imporli ai partiti, con l'avvicinarsi delle elezioni sempre più attenti al loro consenso. Se dopo un anno non siamo riusciti a "sganciare" il nostro destino da quello di Grecia e Spagna, qualsiasi cosa si possa rimproverare a Bruxelles e a Berlino, è però innegabile che molto è da imputare a noi stessi: alle resistenze al cambiamento da parte della società italiana, o meglio di quei numerosi «percettori di rendita da spesa pubblica», i cosiddetti "topi nel formaggio", ma anche agli errori del governo tecnico, che non ha svolto nella loro interezza, o ha mal interpretato, i "compiti a casa".
(...)
Gli altri attori, i partiti che sostengono il governo Monti, temono di arrivare praticamente esanimi all'appuntamento elettorale del 2013 e il loro unico scopo è preservare anche nella prossima legislatura le loro quote di potere. Si fa sempre più salato il conto del sostegno alle misure impopolari del governo Monti, sacrifici tanto più invisi all'opinione pubblica quanto più risulteranno inefficaci. (...) La loro unica preoccupazione, quindi, è trovare l'accordo per una legge elettorale che li tuteli il più possibile dall'exploit di eventuali nuove offerte politiche, capace di "blindare" la propria consistenza numerica in Parlamento, e qualcuno potrebbe essere tentato dal voto anticipato prima che i mesi che ci separano dalla scadenza naturale della legislatura provochino un'ulteriore erosione dei consensi e consentano il lancio di nuovi competitor.

Insomma, Monti avrà anche osato laddove finora nessun governo aveva osato spingersi nel tentativo di raddrizzare la pianta storta, ma data la gravità della crisi il suo operato non può essere ritenuto sufficiente. Tuttavia, le alternative che potrebbero realisticamente scaturire dal voto del 2013 non sembrano promettere di meglio. Se il Pd e la sinistra dovessero stravincere, con Bersani che già si sente Hollande, e il centrodestra dovesse disgregarsi, difficilmente un'ipotesi Monti-bis potrebbe decollare, perché a quel punto i vincitori reclamerebbero per sé il timone, e a Monti non rimarrebbe, forse, che il ministero dell'economia, ma da prigioniero più che da protagonista. Un risultato più sfumato nei numeri per formare una maggioranza di governo favorirebbe una grande coalizione. (...) Ma rischierebbe di rivelarsi solo una brutta copia dell'esistente, con riforme sempre più annacquate e sabotate.

Che si voti nella primavera prossima o in autunno, insomma, l'unico "big bang" in grado di riformare la politica italiana, di sparigliare i giochi, sarebbe la candidatura diretta di Monti, che costringerebbe vecchi partiti e nuove liste a riposizionarsi e a sciogliere ogni ambiguità programmatica. Il professore non scalda certo il cuore degli elettori, ma in questa fase resta più credibile degli altri screditati leader e ricevendo una legittimazione popolare diretta sarebbe più forte dei veto-players politici e sociali.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Friday, July 20, 2012

La più alta pressione fiscale della storia

Se fosse una disciplina olimpica potremmo festeggiare la prima medaglia d'oro. Invece il record mondiale di pressione fiscale, registrato in Italia, non è qualcosa di cui andare fieri. I dati più o meno sono quelli che si conoscono già. Quelli diffusi ieri da Confcommercio sono solo gli ultimi in ordine di tempo e confermano una situazione ormai insopportabile. Nel 2012 la pressione fiscale effettiva o legale in Italia, cioè quella che mediamente grava su ogni euro prodotto legalmente e totalmente dichiarato, è pari al 55% del Pil. Non solo la più elevata di sempre della nostra storia economica, ma un record mondiale assoluto.
(...)
Nella giusta direzione si muove il rapporto Giavazzi sui contributi alle imprese che sarebbe all'esame di Palazzo Chigi: con un taglio di 10 miliardi annui di sussidi infruttuosi si potrebbe finanziare una equivalente riduzione del cuneo fiscale, in grado di produrre, nell'arco di due anni, un aumento del Pil dell'1,5%. «È solo utilizzando una riduzione della spesa per finanziare una corrispondente diminuzione della pressione fiscale che si favorisce davvero la crescita», scrive Giavazzi, aggiungendo che «non si deve quindi cedere alla tentazione di riallocare la spesa tagliando spese meno efficienti per finanziarne altre apparentemente più efficienti». Bisogna fare in fretta, però, perché in Italia è in corso un "esperimento" unico e potenzialmente mortale: la pressione fiscale ha raggiunto livelli mai esplorati prima, un "territorio" del tutto ignoto alla scienza economica.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Thursday, July 19, 2012

Urrà per Rossella ma non per l'Italia

Urrà per Rossella Urru. La sua liberazione è una bellissima notizia, ma c'è poco da festeggiare. Il suo riscatto non rappresenta certo il riscatto dell'Italia. Soprattutto non dovrebbero lasciarsi andare ad eccessive manifestazioni di giubilo le nostre autorità, che hanno gestito malissimo questa vicenda come altre simili: nove mesi senza toccar palla e alla fine una liberazione, come sembra, dietro pagamento di un riscatto tramite intermediari di altri paesi. E guai a dimenticare le "vacanze" coatte nel Kerala dei nostri due marò. Non se ne parla da settimane, nessun organo di stampa o televisivo sta seguendo gli sviluppi giudiziari. Ma è ormai chiaro che subiranno tutto il processo sotto chiave in India. Una umiliazione nazionale senza precedenti.

Inoltre, visto che qualche procura indaga sulla presunta trattativa Stato-mafia, per quale motivo non si dovrebbe indagare anche sulle presunte trattative Stato-rapitori. Non solo le leggi italiane vietano il pagamento di riscatti in caso di sequestri (divieto che potrebbe non valere se è lo Stato a pagare, ma in questo caso ci si dovrebbe interrogare sul senso e l'umanità di una simile normativa), ma soprattutto mi sembra lampante, chiaro come il sole, che l'eventuale pagamento per la Urru, come per altri ostaggi, costituirebbe un aiuto alle organizzazioni terroristiche, e un pericoloso incentivo al business dei sequestri, esattamente come la presunta attenuazione del 41-bis avrebbe favorito la mafia. Dov'è la differenza? Qualche magistrato è in grado di spiegarcela? La trattativa Stato-mafia, se c'è stata, come le trattative Stato-rapitori, se e quando ci sono state, dovrebbero essere denunciate come scandali politici, cioè di cattiva politica.

Apprendiamo tra l'altro dal profilo twitter dell'on. Gianni Vernetti, ex sottosegretario per gli affari esteri, che «si è sempre trattato e spesso pagato per liberare gli ostaggi in giro per il mondo. Ora lo si dice anche». «quel che ho scritto e la mia opinione - precisa - si è sempre trattato e spesso (quindi non sempre) pagato».

Con la Grecia in casa ci sentiremo tutti un po' più "tedeschi"

Cosa direbbero gli italiani se il governo Monti proponesse una tassa speciale per evitare il default della Sicilia? Con le debite differenze e in scala ridotta, potremmo ritrovarci presto in casa una piccola Grecia. Allora, forse, chi ha troppo facilmente accusato i tedeschi di miopia ed egoismo per aver condizionato gli aiuti ad Atene a tagli recessivi e scrupolosi controlli, comprenderà meglio la loro "ossessione" per il rigore, cosa significa dover garantire il debito contratto da altri o addirittura doverlo rimborsare a fondo perduto.
(...)
E' stato il numero due della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello, in un'intervista al Corriere, a lanciare l’allarme: la Sicilia è «sull’orlo del fallimento». Stipendi e pensioni regionali sarebbero i primi a saltare, ma anche i servizi ai cittadini. Il debito accertato dalla Corte dei Conti è di 5,3 miliardi di euro, ma è «destinato a salire ulteriormente». Si sospetta infatti che false poste in bilancio e crediti inesigibili possano "coprire" una voragine ben superiore. La Regione, rivela la Cgia di Mestre, ha costi per la politica e per l'acquisto di beni e di servizi, in termini pro capite, 2,5 volte superiori alla media di tutte le altre regioni d'Italia, e quelli relativi agli stipendi del personale addirittura del triplo. Molte le inchieste giornalistiche che negli ultimi anni hanno documentato sprechi e privilegi.
(...)
Non è tutta responsabilità dell'attuale governatore, Raffaele Lombardo... Si tratta di un malgoverno che dura da decenni e del fallimento dello Stato unitario nel tentare di risolvere la cosiddetta "questione meridionale". Il Sud Italia proprio non ce la fa ad attestarsi a livelli di produttività, legalità ed efficienza amministrativa paragonabili a quelli del centro e del nord del paese. Colpa di un'autonomia intesa solo come libertà di spesa, a fronte di trasferimenti comunque assicurati da Roma, e di politiche keynesiane-assistenzialiste incapaci di creare sviluppo.

Un modello bocciato dalla storia, che però rischia di rappresentare un'anticipazione del prossimo futuro dell'Eurozona. Se da una parte cìè il rischio effettivo che la perdita di sovranità a favore dell'Ue corrisponda ad uno smembramento di fatto dell'Italia e ad una subordinazione alla potenza egemone, la Germania, dall'altra sembra più concreto il rischio di "italianizzazione" dell'Eurozona – un Nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso – se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell'Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha "somministrato" al Sud Italia.

Non sorprende che autorevoli voci della stampa internazionale ritengano arrivata l'ora di riconoscere il fiasco dello Stato unitario italiano. Secondo Tony Barber (Financial Times), l'ideale sarebbe un'Europa più piccola e compatta, corrispondente più o meno al Sacro Romano Impero, con il Nord Italia (fino a Roma) insieme a Francia, Germania e ai Paesi del Benelux. Mentre sul Wall Street Journal si osserva che «l'Italia non ha mai funzionato come Stato centralizzato» e si suggerisce il ritorno al modello delle Città-Stato rinascimentali. Sta a noi smentirli con i fatti.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Wednesday, July 18, 2012

Una Repubblica fondata sulle intercettazioni e sul cinismo

La legge sembra dare ragione al presidente e torto ai magistrati di Palermo. (...) Tuttavia, uno scivoloso margine di ambiguità rende non del tutto privo di insidie, per il presidente, il ricorso alla Consulta. Le intercettazioni che lo riguardano sono casuali e non penalmente rilevanti, quindi il dissidio è procedurale: i pm avrebbero dovuto chiederne immediatamente la distruzione al gup, come sostiene il Quirinale, oppure la loro irrilevanza dev'essere comunque valutata dalle parti in udienza (il che rappresenterebbe già una forma di utilizzo), e solo dopo, eventualmente, dev'esserne deliberata dal gup la distruzione? L'appiglio, evidentemente, è al diritto della difesa di venire a conoscenza di materiale che potrebbe essere utile a scagionare l'imputato.

Ma la questione è soprattutto politica: l'uso anche questa volta strumentale delle intercettazioni "indirette". Dalle dichiarazioni dei pm palermitani, e dagli articoli del Fatto Quotidiano, si ha la sensazione che restino nel cassetto, quindi potenzialmente agli atti, per tenere sulle spine il presidente, per alimentare una campagna di stampa volta a delegittimarlo, introducendo nell'opinione pubblica il sospetto che il Quirinale abbia in qualche modo esercitato pressioni sui magistrati impegnati nell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia.

Strumentale però è anche la levata di scudi da parte dei grandi giornali (Corriere e la Repubblica). Per il presidente Napolitano vale il principio per cui è inaccettabile l'impoverimento delle prerogative dell'istituzione, mentre quando lo stesso uso delle intercettazioni "indirette" ha colpito i parlamentari, fino al capo del governo non solo è apparso accettabile l'attacco alle prerogative dell’istituzione – il Parlamento – ma quegli stessi giornali se ne sono cinicamente resi strumento e megafono. Allora c'era da abbattere Berlusconi e la sua maggioranza; oggi non sfugge che le intercettazioni nei cassetti dei pm di Palermo rischiano di indebolire il presidente Napolitano, e con lui l'operazione politica che ha portato Monti a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un Monti-bis.

Più volte sono state platealmente violate anche le prerogative dei parlamentari con l'escamotage delle intercettazioni "indirette", per aggirare l'obbligo di richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza (art. 68 Cost.), ma il Parlamento non è stato difeso (nemmeno dal presidente Napolitano oggi così solerte), né si è saputo difendere, quanto avrebbe dovuto.

Eppure, in due diverse sentenze della Consulta (2007 e 2010), rimaste di fatto inascoltate, si affronta proprio il tema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell’autorità giudiziaria, quando «attraverso la sottoposizione ad intercettazione di utenze telefoniche o luoghi appartenenti formalmente a terzi – ma che possono presumersi frequentati dal parlamentare – si intendano captare, in realtà, le comunicazioni di quest'ultimo». Se le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché – come è capitato – si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». Insomma, le leggi e le sentenze parlano chiaro. Il problema è che vengono aggirate dai magistrati e il sistema giudiziario non è in grado di sanzionare debitamente gli abusi.

E' in gioco la questione se la nostra debba essere una Repubblica fondata sulle intercettazioni e sul sospetto. "Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere" dai metodi di indagine anche i più invasivi è il ricatto che ogni dittatura pone a giustificazione del suo regime poliziesco. Ed è l'argomento che sentiamo ripetere a difesa dell'uso delle intercettazioni.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Tuesday, July 17, 2012

Torna la tempesta d'agosto: un anno perso?

Altro che Moody's, è l'analisi dell'Fmi sulle prospettive dell'economia globale, dell'Eurozona, e sul rischio di Italia o Spagna di perdere l'accesso ai mercati, a far schizzare lo spread vicino ai 500 punti. L'istituto di Washington sollecita l'attivazione del meccanismo anti-spread, ma Palazzo Chigi fa sapere che al momento non c'è alcuna intenzione né necessità di ricorrervi, anche se non si può escludere per il futuro.

Oltre che sui giudizi delle agenzie di rating bisognerebbe indagare su ciò che ha spinto i grandi quotidiani italiani a presentare Monti come vincitore del vertice europeo del 29 giugno e la cancelliera Merkel come sconfitta. Come avevamo avvertito su queste pagine, la vittoria calcistica ci fu, ma sul piano politico si trattò di un pareggio, di un compromesso. I giornali che non perdono occasione per annunciare improbabili cedimenti tedeschi alla linea Monti sono puntualmente costretti a registrare con imbarazzata sorpresa le parole della Merkel, e a presentarle come "doccia fredda" o "frenata", ma in realtà la posizione di Berlino è sempre la stessa: anche il meccanismo anti-spread verrà attivato solo a precise condizioni (al pari degli altri aiuti) e per di più solo a settembre. Se il termine "troika" è troppo umiliante politicamente perché ricorda la Grecia, chiamatelo pure "paperino", ma la sostanza cambia davvero poco: non sarà né gratis né senza scrupolosi controlli. La Spagna ha ottenuto i fondi per ricapitalizzare le sue banche in cambio di una correzione dei conti da 65 miliardi. Allo stesso modo l’Italia di Monti sta "trattando" le condizioni per l'eventuale ricorso allo scudo anti-spread. In questa chiave vanno lette l'accelerazione sui tagli alla spesa (da 7-8 miliardi a 26 in due anni e mezzo) e le dismissioni per 15-20 miliardi l'anno, l'1% del Pil, annunciate dal neo ministro Grilli (perché solo ora?).
(...)
Monti, da parte sua, parlando di un «duro percorso di guerra», non escludendo il ricorso all'Esm e attaccando la «concertazione» causa di tutti i nostri mali, cerca di preparare gli italiani ad altri possibili shock. Insomma, la sensazione è che il governo si stia preparando alla tempesta di agosto, che potremmo dover affrontare senza lo scudo anti-spread (attivo solo da settembre). Dopo un anno, potremmo ritrovarci nell'identica drammatica situazione dell'estate scorsa. In attesa dello scudo, l'Italia potrebbe essere difesa da una ripresa del programma di acquisti della Bce, ma i 500 miliardi dell'Esm potrebbero comunque rivelarsi insufficienti rispetto agli oltre 400 miliardi da rifinanziare nei prossimi 12 mesi e potremmo quindi aver bisogno dell'intervento anche dell'Fmi.

Per questo dovremo farci trovare pronti a nuovi "compiti a casa", se vorremo evitare un sostanziale commissariamento. La ratifica del fiscal compact e l'approvazione della spending review entro la prima settimana di agosto potrebbero non bastare. Se era ben noto, come lo era, che il nostro vero punto debole rispetto agli altri è l'elevato stock di debito pubblico, perché in tutti questi mesi nessun governo - nemmeno quello tecnico - si è adoperato per abbatterlo subito di diversi punti di Pil? Oggi potrebbe essere troppo tardi.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Monday, July 16, 2012

Intercettazioni, si sveglia Napolitano

Che la Procura di Palermo abbia finalmente trovato l'osso duro su cui spaccarsi i denti? Può darsi. L'iniziativa del presidente Napolitano, che ha deciso di sollevare presso la Corte costituzionale un conflitto tra poteri dello Stato riguardo alcune intercettazioni telefoniche che lo riguardano appare del tutto giustificata: «Le intercettazioni di conversazioni cui partecipa il presidente della Repubblica, ancorché indirette od occasionali, sono da considerarsi assolutamente vietate e non possono quindi essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione».

Quella che si prevede in Costituzione per il capo dello Stato (art. 90) è un'immunità quasi totale: «Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri». L'unico giudice del presidente è quindi il Parlamento, e solo «per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». E in effetti dall'art. 7 della legge di attuazione costituzionale 5 giugno 1989, n. 219, che disciplina le intercettazioni in caso di impeachment, sembrerebbe emergere una pressoché totale non intercettabilità, se non per reati "presidenziali" e nelle modalità previste.

Purtroppo però Napolitano non ha inteso difendere con la dovuta forza un'altra sua "prerogativa" ormai in disuso, quella di presidente del Csm, esercitando la quale potrebbe raddrizzare la pianta storta della magistratura, non limitandosi solo a conservare intatta la sua immunità.

Con la scusa delle intercettazioni «indirette», infatti, i magistrati hanno più volte violato anche le prerogative dei parlamentari. Sul tema l'art. 68 si esprime addirittura in modo esplicito, ma si è giocato sul carattere "indiretto", cioè su utenze telefoniche non appartenenti al parlamentare, e "occasionale" dell'intercettazione, per aggirare l'obbligo di richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza. E il Parlamento non è stato difeso, né si è difeso, quanto avrebbe dovuto.

Innanzitutto, la legge impone - per tutti - che le intercettazioni non penalmente rilevanti vengano distrutte, e non passate ai giornali. Inoltre, oggetto della garanzia costituzionale non sono semplicemente le utenze, ma le «comunicazioni» del parlamentare, su qualsiasi utenza o "media" vengano intercettate.

Il problema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell'autorità giudiziaria è stato già affrontato in due diverse sentenze (2007 e 2010) della Corte costituzionale, rimaste di fatto inascoltate. In breve, delle due l'una: o si scopre che le comunicazioni sono penalmente rilevanti, e allora l'intercettazione da quel momento non è più indiretta ma diventa "mirata", quindi va chiesta l'autorizzazione; oppure è irrilevante, quindi va distrutta senza poterne fare alcun uso. Se poi le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». In tutti i casi non va passata ai giornali.

Friday, July 13, 2012

Cosa aspettarsi dal ritorno del Cav per non restare delusi

Anche su L'Opinione

Qual è il piano? Berlusconi sa di non poter tornare a Palazzo Chigi. Questa volta l'obiettivo non è la rivincita, ma una sconfitta senza ko, ai punti. Secondo molti l'ex premier è ancora l'unico in grado di tenere insieme tutte le "anime" del Pdl (se non più per convinzione, per debolezza di ciascuna), quindi di fermare il progressivo sfaldamento del partito e l'emorragia di consensi in atto. Se sotto la sua guida il Pdl andasse oltre il 20%, si confermerebbe seconda forza nel Paese, principale opposizione, mantenendo centralità e influenza anche nel prossimo Parlamento, prospettiva al momento più che compromessa. Stavolta, tuttavia, non va dato per scontato l'appeal di Berlusconi. Tutto da dimostrare, infatti, che  dopo qualche iniziale fiammata di consenso non torni negli elettori, delusi proprio da lui, la noia per il già vissuto.

Il piano è di "scippare" una vittoria netta alla sinistra e, dopo il voto, cioè senza dichiararlo prima agli elettori, che non capirebbero, rilanciare Monti anche nella prossima legislatura, sostenuto da una grande coalizione. Questa volta l'azionista di maggioranza sarebbe il Pd, ma con il Pdl secondo azionista. La legge elettorale è il vero dilemma. Per "costringere" Bersani ad una mezza vittoria servirebbe un proporzionale con minime correzioni maggioritarie, in modo che il primo partito (il Pd) non abbia i numeri per governare da solo, e dunque sia portato ad accettare una grande coalizione. Ma allo stesso tempo un sistema siffatto è proprio quello che meno aiuterebbe il Pdl a recuperare il voto dei delusi, che potrebbero disperdersi in una miriade di nuove piccole offerte politiche.

Monti ha escluso il bis, ma è ovvio che resterà a disposizione di eventuali chiamate simili a quella di novembre. Il Quirinale spinge per tale esito (auspica una nuova legge elettorale che ne favorisca le condizioni e richiama i partiti a impegnarsi sull'"agenda Monti"). Anche se si presentasse alleato con il Pd, Casini non vorrà certo governare da solo con Bersani ostaggio della Camusso. Da non sottovalutare, poi, il "partito Monti" interno al Pd. Potrebbe rimanere deluso chi si aspetta segnali di allarme dai mercati e dai partner Ue per il ritorno in campo di Berlusconi. Gli scenari post-voto al momento sono due: o un governo di centrosinistra guidato da Bersani, in cui l'eventuale presenza di Casini non basterebbe a controbilanciare le spinte della sinistra politica e sindacale; oppure una grande coalizione a sostegno di un Monti-bis. Quanto più il ritorno di Berlusconi verrà inteso come strumentale a determinare un sostanziale pareggio nei numeri per formare una maggioranza, quindi a creare le condizioni perché l'Italia continui ad essere guidata da Monti, tanto meno in Europa e nel mondo economico-finanziario vedremo battere ciglio.

Berlusconi riuscirebbe a fermare la gioiosa macchina da guerra 2.0 della sinistra, ma le notizie positive finirebbero qui. Dalla sua ricandidatura non possiamo aspettarci ciò in cui ha fallito in vent'anni, ossia nel dare al centrodestra un'ideologia politica ben definita. Come osserva il think tank conservatore inglese "Centre for Policy Studies" nel paper pubblicato dal Foglio, per avere successo occorrono «intelaiatura intellettuale» e «chiarezza ideologica», proprio ciò che tranne in brevi parentesi è mancato alle coalizioni berlusconiane e ora manca al Pdl. Anche per il paese non potremmo aspettarci granché da un Monti-bis che nascesse con l'imbroglio, cioè senza una scelta consapevole degli elettori. Potrà avere, forse, la competenza tecnica, salvarci da un viaggio di sola andata per la Grecia sul treno Bersani-Camusso, ma sarebbe comunque privo di quella chiarezza ideologica necessaria a compiere scelte sufficientemente nette e a farle accettare, sul piano morale e intellettuale, alla maggioranza della gente. Senza prima aver tracciato una linea netta tra chi vuole cambiare il Paese e chi no, linea ad oggi trasversale ai partiti, quindi senza politicizzarsi, schierarsi, combattere la battaglia ideologica, non c'è berlusconismo o montismo che possa farcela.

Thursday, July 12, 2012

Ripartire dalla Thatcher che non abbiamo mai avuto

Sul Foglio.it il mio contributo al dibattito sul manifesto dei conservatori britannici per una nuova destra alla luce dell'annuncio del ritorno in campo di Berlusconi.

Il manifesto del think tank conservatore inglese Centre for Policy Studies dimostra che nonostante le profonde differenze storiche e culturali, in termini di cultura politica e di politica economica i guai e le questioni che la Gran Bretagna, quindi i suoi partiti, hanno dovuto e devono ancora oggi affrontare non sono poi molto dissimili dai nostri. Non c'è da stupirsene più di tanto, dal momento che fin dai suoi albori la storia dello Stato moderno (se non dell'umanità) può essere letta attraverso il rapporto conflittuale tra l'autorità politica e la libertà degli individui. Ma se la Gran Bretagna e i conservatori britannici appaiono leggermente in vantaggio rispetto al Belpaese e al centrodestra italiano, è perché loro una Thatcher l'hanno avuta, noi no. Silvio Berlusconi avrebbe potuto e dovuto esserlo, ma non ne è stato in grado, per responsabilità sue e per impedimenti esterni che qui non è il caso di rievocare.

Basterà ricordare il principale errore, che si può facilmente rintracciare nella premessa del manifesto: «L'arte del governo non si riduce alla sola competenza. Per avere successo, un governo deve offrire un programma capace di combinare politiche efficaci a un'ideologia in grado di ottenere il sostegno pubblico facendo leva sui principi morali e sui valori intellettuali. Quanto maggiori sono le sfide pratiche da affrontare, tanto maggiore è la necessità di un'adeguata intelaiatura intellettuale». Insomma, «la chiarezza ideologica non è un optional». Eppure, intelaiatura intellettuale e chiarezza ideologica sono proprio gli ingredienti che sono mancati alle coalizioni guidate da Berlusconi, con le eccezioni della breve parentesi di governo del 1994 e della campagna elettorale del 2001. Se a ciò si aggiunge il progressivo venir meno anche della «competenza», abbiamo un quadro preciso del fallimento delle esperienze di governo del centrodestra berlusconiano. E' francamente difficile immaginare che ora, con questa sua ennesima ricandidatura, Berlusconi possa riuscire laddove ha fallito in vent'anni, ossia nel dare al centrodestra una ideologia politica ben definita (con l'aggravante di possedere sia i mezzi finanziari sia il carisma per riuscirvi).
LEGGI TUTTO sul Foglio.it, qui gli altri contributi

Wednesday, July 11, 2012

Monti esclude bis, ma la crisi lo candida

Nonostante da più parti si invochino presunte soluzioni definitive alla crisi dell'Eurozona, ci stiamo silenziosamente e lentamente accorgendo che le cose stanno diversamente. Forse qualcuno ancora s'illude, o finge di credere perché così gli impone il suo ruolo di capo partito, che dal giorno dopo le elezioni la politica possa tornare al business as usual pre-crisi. Ma non è così, perché in questa crisi non esiste la pallottola d'argento, il colpo fatale in grado di risolvere la partita. Nonostante imputiamo ai tedeschi di non volerlo spingere, non c'è alcun interruttore. Non gli eurobond, non la Bce come la Fed, non firewalls e bazooka finanziari o monetari. C'è solo da rimboccarsi le maniche per anni e lavorare per ridurre gli squilibri. Prima lo capiamo, meglio è. Ci vorranno anni, perché quelli che ci chiedono i mercati sono cambiamenti epocali sia nel modello economico-sociale, sia nella governance dell'Eurozona. Cambiamenti che richiedono tempi tecnici per essere adottati e politici per essere accettati.

Per questi motivi, e per lo scenario politico interno, in cui i partiti maggiori (Pd e Pdl) si dimostrano incapaci di autoriformarsi, sia per quanto riguarda la proposta politica che la leadership, in cui i loro alleati storici si abbandonano alla demagogia (Lega e Idv) e all'ideologia (Sel), in cui il Terzo polo, lo si è capito alle amministrative, non decolla, e in cui si stagliano all'orizzonte forze populiste (Grillo) o liberal-riformiste che però rischiano di restare elitarie (Italia Futura), ecco che la prospettiva di un Monti-bis per la prossima legislatura non può essere liquidata a cuor leggero.
(...)
Se, dunque, un Monti-bis non può essere escluso a priori (tutti lo pensano ma nessuno può ammetterlo), nemmeno può essere vissuto come un esito ineluttabile e auspicabile "ad ogni costo". Al contrario, potrebbe essere "presentabile" e vantaggioso dal punto di vista della politica economica in presenza di certe condizioni politiche, o rivelarsi un inutile e anzi pericoloso pastrocchio sotto altre.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Tuesday, July 10, 2012

Né con Monti né con Squinzi

La dura polemica dello scorso week end tra Monti e Squinzi è uno specchio della farsa italiana, di cui i due si dimostrano interpreti all'altezza. Da una parte, abbiamo un numero uno di Confindustria che anziché difendere i primi, timidi tagli alla spesa pubblica, parla come il leader della Cgil. Peggio ancora, si contraddice pur di accattivarsi le simpatie di una platea di sindacalisti e della segretaria Camusso.
(...)
Nei "taglietti" della spending review non c'è affatto il rischio di una "macelleria sociale", semmai l'opposto, dello status quo, e nell'atteggiamento di Squinzi nei confronti della Cgil s'intravede la ricerca di un quieto vivere, di un modello consociativo tra Confindustria e sindacati i cui costi sociali e fiscali storicamente sono stati scaricati sulle spalle dei contribuenti.

Dall'altra, abbiamo un presidente del Consiglio insofferente alle critiche, soprattutto a quelle dei suoi colleghi economisti (come Alesina e Giavazzi) e a quelle confindustriali.
(...)
Come brucia a Monti che alla prova dei fatti le sue previsioni si stiano rivelando più da politico (quindi eccessivamente ottimistiche) che da economista! Nel documento governativo di economia e finanza, approvato non un secolo fa ma ad aprile, il Pil veniva stimato in calo dell'1,2%, mentre ormai appare sempre più chiaro che viaggia verso il -3%.

In teoria è un tecnico, ma alle critiche Monti mostra di reagire da puro politico, anzi da politicante. Sostenere che certe dichiarazioni «fanno aumentare lo spread e i tassi d'interesse» non solo è discutibile nel merito, ma significa bollare chiunque osi criticare l'operato del governo come traditore della patria, echeggiando lo storico motto fascista "Tacete! Il nemico vi ascolta". Esattamente lo stesso fallo di reazione che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, quando puntava l'indice sull'opposizione e la stampa "anti-italiane". Con l'aggravante che Monti non viene provocato tutti i giorni da una campagna mediatico-giudiziaria senza scrupoli volta a demolire l'immagine del capo del governo e delle istituzioni. Al contrario, i grandi giornali fanno a gara per accorrere in suo aiuto. Però dovrebbero mettersi d'accordo con loro stessi: contro Berlusconi un diritto di critica da difendere, anche se dannoso per l'immagine del paese, e contro Monti un "fuoco amico" da condannare?

Qualsiasi alibi è buono per Monti: la scarsa credibilità dei meccanismi anti-crisi messi in campo dall'Eurozona; l'incertezza che avvertono i mercati riguardo gli scenari della politica italiana dopo le elezioni del 2013; le affermazioni «inappropriate» di alcuni paesi del Nord Europa (Finlandia e Olanda) che «hanno avuto l'effetto di ridurre la credibilità delle decisioni prese a Bruxelles»; e, ovviamente, le dichiarazioni come quelle di Squinzi nel dibattito interno. Tutto serve a spiegare il livello ancora troppo elevato, insostenibile, dello spread e dei tassi d'interesse, tranne l'azione di governo, tranne che forse l'Italia non ha ancora fatto i suoi "compiti a casa", nonostante i "tecnici" siano in carica ormai da 9 mesi.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Friday, July 06, 2012

Tagli poco ambiziosi, ma ora vanno difesi dai pescecani della spesa

Non si tratta del taglio della spesa pubblica che servirebbe, tale (non ci stancheremo di ripeterlo) da trasformare i risparmi in meno tasse su cittadini e imprese per far ripartire l'economia; e non è certo questo il passo con cui la Germania è riuscita a tagliare le sue spese di 5-6 punti di Pil in pochi anni. Nell'ultimo decennio la nostra spesa pubblica è cresciuta di quasi 200 miliardi; la spesa primaria, come certificato dalla Corte dei Conti, di circa il 5% in media l'anno. Ebbene, se nessuno ha notato clamorosi miglioramenti nei servizi pubblici e nelle prestazioni sociali rispetto a dieci anni fa (anzi!), vuol dire che almeno 100 di quei miliardi in più spesi si potrebbero recuperare senza "macelleria sociale".

Ma sapevamo che l'approccio seguito da questo governo è quello della manutenzione. Bisogna per lo meno riconoscere al premier Mario Monti di essere riuscito a non farsi spolpare il marlin appena pescato già durante la prima notte di navigazione. Al rientro in porto, però, ossia alla conversione in legge del decreto, mancano ancora parecchie notti in cui i pescecani (burocrazie, regioni ed enti locali, sindacati, partiti, demagoghi di ogni razza) ritorneranno all'assalto. E' per questo che non conviene sparare sul pianista, nonostante l’approccio poco ambizioso, il ritardo con cui il governo si è mosso (spinto solo dall'incubo spread), i dietrofront e i punti deboli.

Se non altro - dopo l'incauto rilassamento dei mesi scorsi (quando la crisi sembrava «quasi superata»), che ha contribuito al flop della riforma del lavoro - con il riacutizzarsi della tensione sul debito e la necessità di presentarsi con le carte in regola in Europa, Monti ha recuperato un certo senso di urgenza, riuscendo a superare quasi tutti i veti interni ed evitando di imbarcarsi in estenuanti trattative con sindacati ed enti territoriali, convocati solo per "comunicazioni". Non mancano, tuttavia, le retromarce: salvi i "mini-ospedali" e il fondo degli atenei, saltata la soppressione di alcuni enti, e forse anche la riduzione dei permessi sindacali e dei trasferimenti ai Caf.

Ma va detto innanzitutto che dei risparmi complessivi (4,5 miliardi nel 2012, 10,5 nel 2013 e 11 nel 2014), una parte cospicua andrà a finanziare nuove spese: nobili, come la ricostruzione nelle aree terremotate (2 miliardi), e meno nobili (altri 55 mila "esodati", che ci costeranno 4,1 miliardi nel periodo 2014-2020). E come mai, nonostante il risparmio di 10 miliardi su base annua l'aumento dell'Iva non è ancora scongiurato, ma solo ritardato di 9 mesi (luglio 2013) e ridotto dal 2014? Probabile che i brutti dati Istat sui conti pubblici nel I trimestre 2012 abbiano indotto alla cautela, ma non sarà il caso di chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato nella ricetta?

Si chiama spending review, ma solo parte dei tagli è affidata a qualcosa di somigliante ad una riforma strutturale della spesa sul modello britannico. In realtà, si fa ampio ricorso ai tagli lineari, che però qui non demonizziamo affatto.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

I due Einaudi di Monti e Scalfari

Anche su Notapolitica

Due autorevoli citazioni di Luigi Einaudi nell'arco di due giorni, ma di segno completamente opposto, meritano qualche considerazione. «Il pensiero economico tedesco è molto simile a quello di Luigi Einaudi», ha detto il presidente del Consiglio Mario Monti, durante la conferenza stampa al termine dell'incontro con la cancelliera Merkel, a voler sottolineare la possibile e auspicabile sintonia tra Italia e Germania sul modello economico di riferimento. Una bestemmia, oppure c'è del vero? In effetti, i pilastri del rigore tedesco - il principio del pareggio di bilancio, che l'economista italiano già nel secondo dopoguerra voleva fosse inserito nella nostra Costituzione; l'avversione per la "monetizzazione del debito" tramite l'inflazione, con il conseguente ruolo della Bce, cui non è permesso andare in soccorso dei debiti sovrani in difficoltà - si ritrovano nel pensiero einaudiano.

Non solo per ragioni economiche, ma anche etiche, di tutela delle libertà degli individui presenti e futuri, Einaudi riteneva che il principio dell'economia della spesa dovesse essere a fondamento delle politiche di bilancio e dell'uso della leva fiscale da parte dei governi; che non si dovesse fare ricorso al debito pubblico per finanziare la spesa corrente; e che l'inflazione fosse non solo causa di instabilità monetaria, ma anche un'indebita forma di signoraggio e depauperamento del risparmio dei cittadini ad unico vantaggio dello Stato. Se, dunque, ci sono dei punti di contatto tra i principi economici e di finanza pubblica a cui la Germania oggi appare così ossessivamente ispirarsi e il pensiero einaudiano, allora i liberali attratti da un certo spirito anti-tedesco, dominante in questi mesi di crisi dell'Eurozona, dovrebbero rifletterci bene prima di aderirvi.

Ma Einaudi (presidente della Repubblica dal 1948 al 1955) viene più volte citato anche da Eugenio Scalfari nella lunga e aulica lenzuolata in cui racconta del suo recente incontro con il presidente Napolitano a Castel Porziano. Qui viene fatto un uso distorto e strumentale della sua figura. Accostandolo al grande economista, infatti, Scalfari attribuisce all'attuale capo dello Stato (nonché rinnova a se stesso) una fasulla patente di "liberale". E nel contempo riesce anche ad iscrivere Einaudi in quel club di sacerdoti-guardiani della Costituzione ospitato da Repubblica. Decontestualizzato, l'Einaudi citato dal fondatore di Repubblica, che include tra i suoi compiti quello di «trasmettere intatte le prerogative costituzionali del capo dello stato ai suoi successori», diventa un Oscar Luigi Scalfaro, un Napolitano nella migliore ipotesi, pur essendo stato in realtà molto distante da entrambi sia per il pensiero economico sia per la sua visione della Costituzione.

Thursday, July 05, 2012

Cominciano a calarsi le brache anche sui tagli?

Mentre la Bce taglia di un altro 0,25% i tassi (al minimo storico di 0,75%) - insomma, Draghi sta facendo il suo dovere, lui sì - a poche ore dal Cdm che dovrebbe varare il secondo decreto di tagli alla spesa, quello più corposo, emergono le prime nefandezze che fanno temere l'ennesimo flop montiano. I sindacati piagnoni intanto i loro interessi se li sono fatti: si sarebbero salvati dai tagli, infatti, i permessi sindacali degli statali e i finanziamenti ai Caf e ai patronati. Anche i piccoli ospedali sarebbero salvi: il taglio delle strutture con meno di 80 posti letto avverrà eventualmente in un secondo momento, dopo "attenta riflessione". Il taglio praticamente diventa un "invito" alla razionalizzazione rivolto alle regioni. Scommettiamo che la stessa sorte subirà il taglio dei tribunali e delle sezioni distaccate? E' il paradigma di come viene pretestuosamente usata l'accusa dei "tagli lineari": tagliare indiscriminatamente è da infami, ma quando il governo affonda il bisturi, ecco che spunta l'autonomia, la "potestà" di regioni ed enti locali. Rinviati al terzo decreto (semmai ci sarà) anche il taglio delle Province, la sforbiciata del 20% agli enti pubblici e il riordino dei piccoli Comuni.

Per non parlare dello scandalo della Regione Sicilia, che ha più dipendenti di Downing Street (il governo dovrebbe bloccare trasferimenti e fondi finché non li riducono), e delle pensioni d'oro intoccabili (il "tetto" sarebbe incostituzionale, ha detto ieri Giarda).

Va tenuto presente, nel giudicare cosa uscirà fuori, che sul totale dei tagli previsti dal decreto (presumibilmente 7-8 miliardi tra 2012 e 2013), solo 4,2 miliardi andrebbero considerati come vera riduzione della spesa corrente, perché gli altri 3-4 servirebbero a finanziare ulteriori spese più o meno nobili: gli aiuti ai terremotati e le risorse per "salvaguardare" gli esodati.

Mentre fuori dal palazzo proseguono le rivolte (i governatori delle regioni minacciano la "rottura", gli avvocati addirittura s'incatenano e Vendola ritira fuori il solito armamentario retorico della "macelleria sociale"), all'interno è in corso l'assedio dei ministri (su tutti, immaginiamo, Balduzzi e Patroni Griffi) a Monti e a Grilli.

Peccato che il tempo stringe. In Europa si aspettano conferme della volontà e capacità dell'Italia di proseguire nelle riforme, prima di concederci qualcosa sullo scudo anti-spread, e i conti pubblici non sono poi così in sicurezza, come dimostrano i dati Istat sul I trimestre dell'anno. Gli effetti sono per lo più ancora quelli delle manovre tremontiane e comincia a farsi sentire l'esplosione del costo del nostro debito dal luglio scorso in poi.

Ma l'aumento del fabbisogno delle pubbliche amministrazioni e il calo delle entrate, per l'acuirsi della recessione, sono i prevedibili danni (solo i primi) di un consolidamento fiscale perseguito attraverso aumenti di tasse e taglio delle spese in conto capitale, quella che Draghi ebbe modo di definire come la via politicamente più facile ma anche la più sbagliata al risanamento. Per questo è urgentissimo invertire la rotta cominciando a tagliare la spesa corrente, come suggerisce da sempre la Bce. E per rilanciare l'economia le riduzioni di spesa pubblica dovrebbero essere tali da consentire una sensibile riduzione delle tasse su impresa e lavoro, ma non sembra ancora questa la strada intrapresa dal governo Monti.

Sui tagli alla spesa si giocano la faccia anche i partiti

Se sui tagli alla spesa Mario Monti si gioca un’altra grossa fetta della sua credibilità, interna ed europea, il tema è di quelli decisivi anche per i partiti che in parlamento saranno chiamati ad esaminare in concreto, ed infine ad approvare, i provvedimenti governativi.
(...)
Dal comportamento che terranno nel merito dei tagli, nei confronti delle proteste che susciteranno, e più in generale sulla revisione della spesa, dipenderà molto del profilo politico dei partiti nel prossimo futuro, la loro credibilità agli occhi dei mercati, dei partner europei e delle istituzioni internazionali. Insomma, la loro idoneità a guidare il Paese nel post-Monti. Per farla breve: chi si oppone ai tagli oggi, gridando demagogicamente alla "macelleria sociale" con il solito armamentario retorico, oppure più furbescamente cercando di sabotarli in silenzio nelle aule parlamentari, non offre alcuna garanzia che una volta al governo proseguirà sulla strada della riduzione della spesa pubblica e si rivela quindi "unfit" a guidare il paese.

Nulla di buono fa presagire il Pd. D'accordo non aumentare l'Iva, d'accordo i risparmi strutturali, ma non toccare le «prestazioni sociali», cioè sanità, istruzione e servizi sociali. Va bene risparmiare sul costo della siringa, ma non sull'iniezione, avverte Bersani, invitando il governo al confronto per evitare «errori». Magari in Parlamento il Pd assumerà una posizione più realistica, ma per ora fa il solito gioco di sponda con i sindacati.

Di gran lunga più avvilente il Pdl. Da tre giorni non si parla d'altro che di spending review ma Alfano tace e le voci contrastanti confermano lo sfaldamento in atto del partito. Dal vuoto di linea ad emergere sono le voci più corporative, assistenzialiste e campanilistiche, quelle dei parlamentari che difendono le loro clientele di riferimento e quelle allarmate dei governatori e dei sindaci. Mentre i cittadini, che siano a favore o contro, concentrano la loro attenzione sui tagli alla spesa, il Pdl sembra appassionarsi di più al cda Rai o alla reintroduzione delle preferenze, temi certamente non in cima alle preoccupazioni degli italiani. Lo stesso errore commesso mesi fa sulla riforma del lavoro: anziché incalzare il governo su due temi, come il lavoro e la spesa pubblica, su cui il Pd può essere messo in difficoltà, si ritrae nel proprio caos interno.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Wednesday, July 04, 2012

Monti rischia il flop anche sui tagli alla spesa

Se, dopo aver battuto i pugni sul tavolo davanti alla Merkel al Consiglio Ue, arrivando a minacciare il veto sugli altri capitoli del vertice pur di ottenere un paragrafetto sullo scudo anti-spread, non si dimostrasse in grado di portare a casa un taglio significativo della spesa, Monti perderebbe molta della credibilità così ultimativamente messa sul piatto a Bruxelles. Ma come, si chiederebbero i nostri partner più severi, l'Italia viene a chiederci di cucirle praticamente addosso un meccanismo per far calare lo spread, e intanto dimostra di non procedere con la determinazione necessaria nella riforma della propria spesa pubblica? Dunque, immediati e tangibili tagli alla spesa come vera e propria condizione non scritta in cambio del firewall finanziario a lungo invocato da Monti, ma le cui modalità operative devono ancora essere fissate e dipenderanno anche dalla serietà che dimostreremo nelle riforme.

La domanda chiave quindi ora è: Monti batterà i pugni sul tavolo anche al cospetto dei sindacati, dei partiti e, soprattutto, delle mille burocrazie centrali e locali?

In modo bipartisan governatori di regioni e sindaci lamentano il taglio ai servizi, piuttosto che agli sprechi, torna l'accusa di "tagli lineari", mentre anche l’Anm è in rivolta per i tagli alla giustizia e i sindacati minacciano lo sciopero generale contro i tagli nel pubblico impiego: chiedono "concertazione" e si aspettano l'applicazione dell’accordo con il ministro della funzione pubblica. Tra l'avvertimento e la minaccia, la Camusso suggerisce di «non mettere altra benzina sul fuoco» e paventa il rischio di «conflitto sociale». Ma attenzione a non farsi ingannare dalle vuvuzelas di sindacati e partiti. Le resistenze più insidiose per Monti sono quelle silenziose dei ministeri, delle burocrazie, quindi interne al suo stesso governo, con i ministri che - proprio in quanto tecnici - tendono a comportarsi più da rappresentanti corporativi del proprio settore che da manager.

Ma un errore strategico, di fondo, il governo l'ha già commesso: limitare l'obiettivo della spending review allo stretto necessario per evitare l'aumento dell'Iva da ottobre, per scudare gli esodati e far fronte alle spese per gli aiuti ai terremotati dell'Emilia. Per queste ultime due esigenze serve una cifra maggiore dei 4,2 miliardi preventivati, ha avvertito ieri Monti. Ma a quanto pare di capire difficilmente si raggiungerà l'1% della spesa pubblica al netto degli interessi sul debito. Lo schema nel quale si muove il governo, insomma, è quello della mera manutenzione, non del cambiamento di paradigma. Credibilità maggiore avrebbe avuto un grande piano triennale per ridurre la spesa di diversi punti di Pil (6-8%), come ha fatto la Germania, che avrebbe legato le mani anche al futuro governo, rassicurando così mercati e partner europei sulla rotta che l'Italia intende seguire nel post-Monti.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Tuesday, July 03, 2012

1X2, le due partite (in casa e fuori) che Monti deve ancora giocare

Il SuperMario politico ha davvero vinto la sua partita contro la Germania, al vertice Ue della scorsa settimana, come il SuperMario del calcio con la Nazionale ha battuto i tedeschi nella semifinale degli Europei? Diciamo che in questo secondo caso la vittoria è molto più netta, mentre tra Monti e Merkel è stato un pareggio, o meglio la partita vera si deve ancora giocare.

Il successo di Monti sul piano negoziale è indubbio. L'Italia ha addirittura posto il veto all'approvazione degli altri capitoli del vertice, tra cui il pacchetto crescita da 120 miliardi di euro e la "road map" per l'unione economica, pur di far passare contestualmente il paragrafo sul cosiddetto scudo anti-spread, riuscendo a far convergere Spagna e Francia sulla sua posizione. Nel merito, tuttavia, com'è ovvio in un consesso diplomatico in cui nessuno degli attori poteva realmente permettersi di tirare la corda fino alla rottura, si tratta di un pareggio, di un compromesso, e per decretare il vero vincitore bisognerà aspettare i tempi supplementari.

La possibilità di acquisti di bond per far calare lo spread dei Paesi in difficoltà da parte dei fondi salva-Stati (EFSF/ESM) era già prevista, dietro richiesta e condizionati alla firma di un memorandum d'intesa. Il meccanismo può essere attivato all'unanimità dei soci dell'ESM, oppure, nel caso di una procedura d'emergenza richiesta dalla Commissione Ue e dalla Bce, con una maggioranza qualificata dell'85% delle quote di partecipazione. La novità, annunciata nell'ultimo paragrafo della dichiarazione finale, sarebbe nell'impegno a utilizzare questi strumenti "in modo flessibile ed efficiente" a vantaggio di quei Paesi "virtuosi", in regola cioè con gli obiettivi di bilancio (praticamente solo l'Italia). Ma che significa in concreto?

Lo sapremo il 9 luglio, quando l'Eurogruppo fisserà i dettagli operativi, ma ciò che emerge fin da ora è che il meccanismo sarà tutt'altro che automatico, anche se forse un po' meno oneroso politicamente per il Paese richiedente. C'è, poi, la questione della dotazione finanziaria dell'ESM, attualmente stimata in circa 500 miliardi. Non si parla né di un aumento, né della possibilità da parte del fondo di indebitarsi presso la Bce, il che significherebbe dotarlo dello status di "banca" e permettere acquisti praticamente illimitati perché "coperti" dalla Bce. Un ESM non sostenuto dalla Bce, e con un budget limitato, presterebbe il fianco ai mercati, che potrebbero volerne testare volontà effettiva e potenza di fuoco, rendendo addirittura più rischioso per l'Italia chiederne l'intervento che rinunciarvi.

Ma soprattutto, ora che Monti ha avuto la sua "tachipirina", recuperando agibilità politica interna, sarà in grado finalmente di somministrare l'antibiotico all'Italia? Se, invece, una volta ottenuta l'ennesima "tachipirina", i governi dei Paesi in difficoltà, Spagna e Italia, dovessero adagiarsi, i mercati e i partner europei avrebbero la prova che la linea morbida non paga, che funziona meglio lo spread per mantenere elevato il livello di guardia e di determinazione nel proseguire con il rigore e le riforme.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Monday, July 02, 2012

Usciamo sopravvalutati da Euro2012

Con questa Spagna - che non è stata né la Spagna della gara d'esordio contro di noi né quella della semifinale contro il Portogallo - probabilmente non sarebbe bastata nemmeno la migliore Italia. Quando il possesso palla degli spagnoli è quello che dovrebbe essere, ma che non sempre riesce, cioè così veloce e preciso, e con verticalizzazioni improvvise, non ce n'è per nessuno.

Questo tuttavia non deve impedirci di riconoscere gli errori commessi e i grossi limiti di questa squadra. Innanzitutto, no all'alibi della stanchezza. La partita è stata persa molto prima che si manifestassero stanchezza e acciacchi fisici (per altro ben noti allo staff). Che gli spagnoli potevano essere più freschi di noi, e noi cotti, lo sapevamo dall'inizio. Era un'eventualità da tenere ben presente. Eppure, da come la squadra è stata mandata in campo non sembra che lo stesso Prandelli abbia dato il giusto peso al problema.

C'è stato, a mio avviso, un pizzico di presunzione nell'approccio. Mi è sembrato che ieri, fin dai primi minuti, siamo scesi in campo pensando di poter imporre il nostro gioco (altro che stanchezza!). Almeno nel primo tempo sarebbe stato più saggio mantenere lo stesso atteggiamento della prima gara, quando avevamo nei confronti degli spagnoli lo giusto timore reverenziale. Cioè, in fase di loro possesso restare tutti e 11 nella nostra metà campo, dietro la linea della palla. La situazione che più soffrono gli spagnoli, come ha dimostrato anche la semifinale con il Portogallo. Invece, abbiamo lasciato troppi metri di campo tra Buffon e la difesa, in questo modo facilitandogli le verticalizzazioni.

La stanchezza è stata sì un fattore decisivo della gara, ma Prandelli è stato il primo a sottovalutarla, sia nella scelta degli uomini che dell'approccio: chi se non lui aveva il dovere di accorgersi delle condizioni della squadra e dei singoli? Che le condizioni fisiche almeno di Chiellini, Abate e Cassano fossero precarie era ben noto. Non poteva giocare al loro posto qualcuno più fresco, che non aveva quasi mai visto il campo? Ogbonna, Maggio, Balzaretti, lo stesso Giaccherini, al posto dei due terzini, e Di Natale, Giovinco e Diamanti al posto di Cassano? Non si può scendere in campo - con uomini e approccio - come se la stanchezza potesse essere relegata tutto sommato ad aspetto secondario, e poi una volta andata male farne la principale giustificazione, un alibi. Averla sottovalutata è comunque responsabilità di Prandelli.

Per non parlare dell'assurda sostituzione di Montolivo con Motta. L'infortunio dopo 3 minuti è anche sfortuna, ma a che diamine poteva servire sullo 0-2 uno come Motta, in mezzo ai rapidi passaggi dei centrocampisti spagnoli? Se proprio non un'altra punta, meglio Nocerino.

Oltre che più forte e più fresca, insomma, la Spagna è stata anche più brava.

E' tempo di bilanci e temo che nonostante il 4-0 in finale la nostra Nazionale possa uscire addirittura sopravvalutata da questi Europei. Non possiamo permetterci di andare ai Mondiali pensando di essere stati battuti ieri sera solo per la stanchezza, per i pochi giorni di riposo!

I risultati non sono entusiasmanti, per lo meno non da finalista: su 6 partite, 3 pareggi 2 vittorie e una sconfitta; 6 gol fatti e 7 subiti. Nella vittoria più entusiasmante, quella con la Germania, ha pesato molto il complesso d'inferiorità, psicologico, dei tedeschi; e l'altra partita giocata bene l'abbiamo comunque pareggiata 0-0 contro un'Inghilterra molto modesta.

A Prandelli vanno riconosciuti due meriti: si è dimostrato in grado, nonostante alcuni pensassero il contrario, di infondere carattere e personalità alla squadra; e ha sempre tentato di proporre un gioco non difensivo. Il nostro movimento calcistico attualmente non propone giocatori manifestamente più forti di quelli da lui selezionati, ma allo stesso tempo non si può certo dire che abbia saputo sfruttare tutte le potenzialità del gruppo che lui stesso si è scelto. Giocatori come Nocerino, Giovinco, Di Natale, anche Borini (perché no?), reduci da una stagione entusiasmante, avrebbero meritato qualche chance in più. Per carità, non che avremmo vinto la finale, ma forse qualche partita in più sì.

Aver puntato tutto su un Cassano sì e no al 50% (con Giovinco e Di Natale che arrivavano da una stagione eccezionale), su Balotelli prima punta, su un centrocampo a rombo il cui vertice alto non ha mai convinto pienamente (tre brutte partite con Motta, poi Montolivo, infine di nuovo Motta), sono state scelte più che discutibili.

In vista dei Mondiali nessuno - tranne, forse (sottolineando il "forse"), Buffon, Pirlo, De Rossi e Marchisio - dev'essere dato per scontato. E attenzione a Balotelli, che può rivelarsi una tragica schiavitù. Il classico giocatore troppo condizionante rispetto alla sua reale capacità di incidere: per le sue doti, per il suo "personaggio", non lo puoi escludere, ma il rendimento è troppo discontinuo per tornei di così breve durata come Europei e Mondiali. E il modo in cui si tende a perdonargliele tutte, sia in campo che fuori, perché se no si può pensare che si è razzisti, di certo non lo aiuta a maturare. Basta chiedersi se ad altri giovani non meno talentuosi di lui (Giovinco, per fare un nome) sono state offerte le stesse "seconde" e "terze" chance concesse a lui.

PAGELLE per Spagna-Italia: Buffon 6 Abate 5 Bonucci 6 Barzagli 6 Chiellini 5 Pirlo 5 Marchisio 5,5 De Rossi 6 Montolivo 5 Cassano 5 Balotelli 5; Balzaretti 5 Di Natale 5 Motta sv; Prandelli 5

PAGELLE Europei 2012: Buffon 7; Maggio 5 Chiellini 5 Balzaretti 6,5 Abate 6 Barzagli 7 Bonucci 7; Motta 4 Marchisio 6,5 Giaccherini 5,5 De Rossi 7 Montolivo 6 Pirlo 7,5 Diamanti 6 Nocerino sv; Balotelli 6 Cassano 5,5 Di Natale 5,5 Giovinco sv; Prandelli 5,5