Saturday, September 29, 2012

Sarà Monti-bis vs. Bersani-Vendola

Da New York il premier Mario Monti ha detto una cosa ovvia, che tutti avevamo già da tempo intuito, e cioè che in caso di impasse politico, se dal voto del 2013 non uscisse una maggioranza chiara in Parlamento, o di instabilità finanziaria, lui c'è, e risponderebbe, se chiamato, con quello spirito di servizio del novembre scorso. Finora sull'argomento non si era mai espresso così esplicitamente. Anzi, aveva addirittura lasciato intendere il contrario. Non un tatticismo interno, ma la volontà – parlando al pubblico del Council on Foreign Relations e di Bloomberg Tv – di rassicurare investitori e comunità internazionale sulla stabilità dell'Italia. Come se avesse detto "tranquilli, lascio giocare i ragazzi ma poi se fanno casino gli tolgo il pallone". I possibili effetti politici della sua disponibilità, finalmente esplicita, si possono leggere tra le righe delle reazioni: raggelato Bersani, entusiasta e "cavalcante" Casini, neutro Berlusconi. Un primo effetto potrebbe riguardare la legge elettorale: la trattativa potrebbe complicarsi, le posizioni del Pd bersaniano irrigidirsi, fino al rischio di tenerci il "porcellum", ma anche sbloccarsi con un affondo del fronte proporzionalista Pdl, Udc e Lega.

Fanno sorridere i retroscena di Repubblica (e quelli fotocopia dell'HuffPost italiano) che si sforzano di avvalorare la tesi di un Berlusconi anti-Monti, e il Giornale a ruota che parla di "sfida" del Cav. Com'è ovvio, in campagna elettorale cerca di interpretare gli umori dei suoi potenziali elettori, il che lo porta ad attaccare il governo sulle tasse e su Equitalia. Ma Berlusconi non ha nulla da temere da un Monti-bis (sempre meglio che restare isolati all'opposizione), l'unico problema sarebbe farlo accettare ai "falchi" del suo partito, soprattutto gli ex An. Anzi, secondo alcuni avrebbe anche proposto al professore di candidarsi, sostenuto da lui, da Casini e da Montezemolo. Per il Cav il «grande imbroglio» non è il governo tecnico: presentando il libro di Brunetta non se l'è presa con Monti, ma con la Germania e l'euro (anche se l'unico "grande imbroglio" è stato quello del Pdl ai suoi elettori).

Chi invece si è sentito colpito dall'uscita del premier è Bersani, per il quale la disponibilità esplicita di Monti al bis rappresenta un ostacolo formidabile alla sua aspirazione di conquistare Palazzo Chigi. Il segretario del Pd ha percepito qualcosa di ancora più terrorizzante...
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Friday, September 28, 2012

Il caso Sallusti, il prezzo della libertà di stampa e l'anomalia italiana

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La diffamazione è una brutta bestia. Ma lo è anche il carcere. Come la mettiamo? Il tema è di quelli centrali per le società aperte e democratiche, per uno stato di diritto. La bilancia delle reazioni al "caso Sallusti" pende per la libertà di stampa. Ma sull'altro piatto non c'è un valore trascurabile in un ordinamento che vorremmo poter definire liberale: l'integrità della reputazione, della propria onorabilità, è sacra quanto l'integrità fisica. E' per questo che in talune gravi circostanze il nostro codice considera la diffamazione alla stregua di un delitto. Si esercita violenza nei confronti di una persona anche attentando alla sua reputazione, diffamandola, distorcendone l'immagine, manipolandone storia e idee personali. La nostra reputazione, il nostro "record" personale, fanno parte della nostra identità. Che la "damnatio memoriae", o la "character assassination", siano tra le prime armi dei regimi contro i loro nemici interni dovrebbe suonarci come campanello d’allarme. Si parla di "quarto potere" non a caso. La libertà di stampa è un potere capace di schiacciare l'individuo almeno quanto gli altri tre poteri. E quanto più ci addentriamo nell'epoca dei new media, tanto più si può affermare che una calunnia è per sempre. Nel senso che mentre una diffamazione a mezzo stampa, o via etere, un tempo si perdeva nel flusso continuo delle rotative, delle onde radio o delle immagini, tendeva a sbiadire nella memoria collettiva e poteva sì essere recuperata, ma non in modo così semplice, oggi nell’era digitale è sempre disponibile, accessibile a chiunque con un paio di click, in eterno, come un indelebile marchio d'infamia.

Se la diffamazione è un attacco al cuore delle libertà individuali, il carcere lo è per la libertà di stampa, architrave della democrazia. Quest'ultima ha però una rilevanza pubblica, riguarda tutti gli individui, nel senso che libertà e pluralismo nell'informazione permettono ai cittadini di "conoscere per deliberare". Insomma, non c'è democrazia senza libertà di stampa. Per questo nelle democrazie liberali la sua tutela è prevalente rispetto alla tutela del singolo dalla diffamazione. Il "quarto potere" è così essenziale per difenderci dagli altri tre che preferiamo rischiare di esserne schiacciati come singoli piuttosto che imbavagliarlo. La possibilità di essere diffamati, di vedere distorte o manipolate la nostra storia e le nostre idee nel pubblico dibattito, è il prezzo da pagare per vivere in una società aperta, libera, democratica. Un prezzo che può, e deve essere attenutato, "calmierato", con il diritto alla rettifica e pene pecuniarie anche severe, ma non "azzerato" con il carcere.

Purtroppo, come spesso capita in Italia, siamo riusciti nel paradosso di non tutelare né il diritto alla reputazione né la libertà di stampa. Il caso dal quale abbiamo preso spunto dimostra infatti il nostro fallimento sotto ogni punto di vista - giornalistico, legislativo, e infine giudiziario. Un giornale che senza abiurare alle proprie opinioni avrebbe potuto riconoscere l’errore, ma non l'ha fatto, in questo modo prefigurando quell’«incauto disprezzo» della verità che rende la diffamazione un reato anche negli Stati Uniti; un codice che prevede ancora il carcere, in contrasto con le legislazioni delle altre democrazie occidentali e con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, ma al tempo stesso inefficace nell'imporre vere rettifiche, adeguate nella visibilità e nella durata, pene pecuniarie e professionali rapportate davvero alla recidiva e alla gravità, cioè le uniche sanzioni in grado di riparare il danno. E infine, una condanna che considerando i pochi precedenti è apparsa a molti "politica": se il querelante non fosse stato un magistrato, e il giornalista di destra, forse non staremmo parlando di carcere.

Thursday, September 27, 2012

Ancora un brusco risveglio dall'ottimismo di Monti

Le acque sono tornate ad agitarsi. La Borsa ha perso il 3,29% e nonostante il Tesoro abbia collocato 9 miliardi di BoT a 6 mesi con tassi in netto calo, lo spread è risalito verso quota 380. I mercati subiscono il contraccolpo dell'aggravarsi della crisi spagnola – Pil in caduta anche nel III trimestre, deficit statale già oltre gli obiettivi europei, buchi di bilancio delle autonomie e delle casse di risparmio, e come se non bastasse i tumulti degli indignados e le spinte separatiste della Catalogna – e sanzionano il ritardo di Madrid nel chiedere l'attivazione del piano di aiuti ESM/Bce, ormai non più questione di "se", ma di "quando" e a quali condizioni.

Era già accaduto la scorsa primavera. Ogni volta che il premier Mario Monti sparge ottimismo, ecco il brusco risveglio. Un paio di settimane fa aveva parlato di «luce in fondo al tunnel», nei giorni scorsi di un 2013 «in ripresa» per l'Italia, nonostante il netto peggioramento delle stime governative. Martedì, in un'intervista alla Cnn, si è detto «più ottimista sul futuro dell'Europa», di cui ha discusso l'altra sera a cena con il gotha dell'economia e della finanza americana, tra cui il segretario al Tesoro Geithner e il finanziere Soros.

Ma se i mercati sono bizzosi e volubili, anche gli ultimi dati della nostra economia reale sono sconfortanti e sembrerebbero sconsigliare qualsiasi ottimismo.
(...)
In due giorni Monti s'è preso dell'«algido» da Bersani e del «ligio alla Merkel» da Berlusconi. Schermaglie da campagna elettorale, che il professore mostra di incassare (nelle sue risposte alla Cnn non c'è traccia dell'irritazione nei confronti del Cav attribuitagli, invece, con un uso molto "old media" dei virgolettati, dall'HuffPost italiano). Può permettersi di lasciar giocare i "ragazzi", sono gli scandali a parlare, e l'ipotesi Monti-bis apparirà facilmente come l"unica realistica tra le macerie dei partiti.
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Wednesday, September 26, 2012

Non resta che il pulsante "eject": primarie del centrodestra

Benvenuti i nuovi impegni di Berlusconi e Alfano su finanziamenti, trasparenza e candidature, ma l'unica alternativa, o meglio l'ultima speranza, per uscire da tutta questa immondizia politica che hanno in casa, è premere il pulsante "eject": convocare primarie aperte per la leadership di un nuovo centrodestra; annunciare che l'ex premier non parteciperà, ma che si concentrerà nel rinnovamento interno; e offrire totale disponibilità a discutere le modalità con i soggetti, vecchi e nuovi, interessati. L'effetto sarebbe duplice: da una parte riportare idee, contenuti e facce nuove al centro del dibattito pubblico (l'unico modo per cercare di convincere i cittadini a riavvicinarsi), relegando in secondo piano, mediaticamente, gli orrori degli scandali quotidiani; dall'altra, togliere qualsiasi alibi e pretesto a chi come condizione per discutere con il Pdl non si accontenta di operazioni di mero maquillage, ma pretende – giustamente – una cesura netta rispetto al passato.
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L'Huffa Post, noia assicurata

Quant'è politicamente corretto da 1 a 100 l'Huffington Post sbarcato ieri in Italia? Direi senz'altro oltre la soglia di sopportabilità di chiunque sia dotato di un minimo di spirito critico e curiosità intellettuale. A scorrere la lista dei blogger in homepage non manca proprio nulla dell'armamentario "de sinistra", dall'antagonismo notav al radical chic, in un tripudio di attenzione al "sociale" e al "morale" (direi al moralistico): giornalisti dell'Espresso e di Repubblica, politici e tecnici (come il sottosegretario Catricalà), ma anche antipolitici (la grillina Montevecchi), sindacalisti (il segretario Fiom Landini), ex ministri noglobal (Tremonti), i notav (il fondatore del centro sociale "marxista-leninista" Askatasuna), i gay (la deputata Pd Concia), e ancora le voci dei disabili, degli attivisti per i diritti umani e antimafia, del disagio giovanile dell'agroalimentare rigorosamente "bio". Manca solo Saviano, ma non disperiamo. Un di tutto e di più che promette di annoiarci a morte. Talmente politicamente corretto che la piattaforma pretende anche di essere pluralista, ospitando, a rappresentare il centrodestra (sic!), Giulio Tremonti e Daniela Santanchè.

Il direttore, Lucia Annunziata, è quanto di più old media si possa trovare in circolazione, ma anche una pioniera, sebbene con scarso successo, dell'online (nessuno ricorda il flop de "Il Nuovo.it", primo quotidiano on line italiano?). E nulla forse poteva essere più old media che lanciare l'HuffPost italiano con un'intervista a Berlusconi e il manifesto di Tremonti. Mentre Arianna Huffington mostra tutta la sua originalità esordendo con un paio di luoghi comuni sull'Italia (cinema e Colosseo) e con l'elogio del "riposino pomeridiano", esattamente il contrario di ciò che gli italiani avrebbero bisogno di sentirsi dire.

Per ulteriori approfondimenti, rimando ai post di Simone Bressan («più mainstream di così c'è solo una trasmissione di RaiTre») e, sul letargo editoriale della destra, di Dario Mazzocchi, su The Right Nation.

Per nulla innovativo, nemmeno per un paese arretrato nei new media come l'Italia. Non per i contenuti, né per la veste grafica, né dal punto di vista editoriale (in cosa si differenza da Repubblica, l'Espresso, o una trasmissione di RaiTre?). E' un'operazione che giganteggia per risorse investite solo al cospetto del vuoto editoriale che troviamo nell'area liberale e di centrodestra, dove non solo non c'è l'acuto di una scommessa, ma non sanno nemmeno scegliersi uno stagista.

Tuesday, September 25, 2012

Nessuno tocchi Obama

Un ambasciatore e altri tre funzionari americani vengono uccisi da estremisti islamici mentre l'amministrazione Obama è impegnata a scusarsi per un presunto film su Maometto? I media Usa si accaniscono su Romney che avrebbe strumentalizzato il tragico accaduto pur di attaccare Obama (anche se il comunicato incriminato precede l'uccisione dell'ambasciatore). Il caso rischia comunque di tenere banco mettendo in imbarazzo il presidente? Ecco che spunta il video-gaffe di Romney sul 47% degli americani "poveri" che votano comunque Obama e quindi non interessano.

La Cnn, dunque non esattamente un covo di repubblicani, trova un diario su cui l'ambasciatore Stevens aveva annotato a mano le sue preoccupazioni per l'aumento, negli ultimi mesi, dell'estremismo islamico a Bengasi, e di temere di essere finito nel mirino di al Qaeda, contenuti che avvalorerebbero l'ipotesi della matrice terroristica dell'attacco, mettendo in imbarazzo l'amministrazione per essersi fatta cogliere di sorpresa nell'anniversario dell'11 settembre. Ed ecco che il Dipartimento di Stato monta una polemica-diversivo accusando la Cnn di scorrettezza per non aver restituito subito il diario di Stevens alla famiglia, come promesso.

L'emittente però rilancia la scomoda domanda, che fin dal primo giorno su questo blog abbiamo posto: «Ciò che emerge da queste pagine pone l'interrogativo sul perché il Dipartimento di Stato non ha fatto di più per proteggere l'ambasciatore e il personale americano». Già, perché il consolato, e l'ambasciatore Stevens, in una delle zone più calde e instabili del Medio Oriente, erano praticamente indifesi alla vigilia dell'anniversario dell'11 settembre?

Monday, September 24, 2012

Prendi i soldi e... dimettiti!

Dite quello che volete, ma più passano i giorni e più abbiamo la conferma che il problema non è come i consiglieri Pdl hanno speso i fondi del loro gruppo. Quei soldi non dovevano proprio essere presi, né dal Pdl, né dagli altri gruppi, mentre invece se li sono presi all'unanimità, tutti i gruppi. Le dimissioni annunciate dei consiglieri Pd-Idv sono il massimo dell'ipocrisia e della viltà, suonano come un "prendi-i-soldi-e-scappa". Da un lato champagne e maschere da maiale, ma si può sapere come hanno speso i nostri soldi Pd, Idv, Sel e tutti gli altri? E perché non li restituiscono prima di andarsene?

Il concetto è ben espresso da Emma Bonino, in un'intervista a la Repubblica:
«Non dubito che con quei soldi il Pd non abbia fatto festini, magari avrà fatto concerti di musica classica. Tuttavia, vede, non è una questione - come dire - di eleganza. Il nodo è che i soldi quando arrivano al gruppo vengono utilizzati come fossero di proprietà privata. Sono destinati alle esigenze dei consiglieri, ma non a quelle della comunità. Poi se queste esigenze sono di farsi una biblioteca, pubblicare opuscoli o di ingaggiare escort questo dipende dai gusti che, per definizione, sono personali. Dire "non potevamo darli indietro" è penoso. Potevano. Anzi: dovevano».

Come anche qui ho cercato di spiegare, la questione è di etica pubblica, non di costume, o di "estetica" e gusti privati. Riguarda tutti, non solo il Lazio e non solo il Pdl. Soddisfa gli istinti più demagogici inveire sul peccatore e sul suo squallido spaccato, ma non porsi la domanda di come debellare, o almeno frenare, il peccato. Non è una differenza meramente concettuale. Nel primo caso si tende a individuare la soluzione nei controlli (quindi più spesa e più burocrazia), mentre i rimedi sono altri: abolire i finanziamenti pubblici ai partiti, in qualsiasi forma, e livellare gli stipendi degli eletti al pil pro capite degli elettori.

E responsabilizzare le autonomie, in modo che ogni euro che spendono hanno anche la responsabilità di andarselo a trovare e di farselo consegnare. Come scrive Luca Ricolfi, su La Stampa:
«Se il federalismo è vero federalismo, non può piacere al ceto politico. E se piace al ceto politico, è perché non è vero federalismo».

Saturday, September 22, 2012

Perché la rotta Monti non basta, servono nuove coordinate

E' passato quasi inosservato l'aggiornamento del Def - documento di economia e finanza - adottato dal Consiglio dei ministri, ma qualsiasi governo politico non l'avrebbe passata così liscia. Si può perdonare a un governo di tecnici, con un economista presidente del Consiglio e uno al Tesoro, di sbagliare così platealmente le previsioni macroeconomiche del paese, sottovalutando addirittura della metà il calo del Pil nell'anno in corso, e nonostante autorevoli istituzioni internazionali avessero indicato per tempo stime più corrette?

Come volevasi dimostrare, le stime governative si sono dovute allineare alle previsioni più realistiche di Confindustria, solo due mesi fa bollate sdegnosamente come pessimistiche e addirittura accusate di minare la credibilità dell'esecutivo all'estero. Quest'anno, dunque, il Pil dovrebbe calare del 2,4% e non dell'1,2, come previsto nel Def non un secolo fa, ma il 18 aprile scorso.
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Friday, September 21, 2012

Le vere lezioni della "sprecopoli" laziale

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Se non riusciamo a guardare tra le pieghe dello scandalo Lazio, oltre lo squallore delle scene che ci propinano per colpire il nostro immaginario e suscitare il nostro sdegno, continuerà a sfuggirci il vero bandolo della matassa, e dovremo assistere a nuove scene di questo tipo. Se è furba, la Polverini dovrebbe dimettersi, per cercare di passare da vittima e non complice del "sistema". Una furbata che gli permetterebbe di gettare fumo negli occhi di tanti cittadini, ma non di tutti: con una sanità in dissesto e le addizionali Irpef più alte d'Italia, è una colpa imperdonabile anche solo non essersi accorta, in due anni e mezzo, di quel che accadeva.

Lo sperpero del gruppo Pdl in Regione Lazio, così sensazionale e pacchiano, vero e proprio schiaffo non solo alla miseria ma anche alla classe media che suda per portare i soldi a casa, non deve però far dimenticare che sperperi di egual misura, sebbene meno appariscenti, avvengono con poche eccezioni in tutte le regioni: stipendi stellari, governatori che guadagnano il doppio del presidente Obama, vitalizi generosi, fondi ai gruppi. E poco importa, ai fini della contabilità generale, se questi soldi vengono scialacquati in ostriche e champagne, oppure in consulenze, corsi, e in noiosi convegni su improbabili argomenti, il cui scopo è comunque saziare le proprie clientele locali: l'hotel da cui si affitta la sala, l'azienda che fornisce il catering, quella che manda le hostess, gli autorevoli oratori. La vera vergogna non è come i soldi vengono spesi, ma il fatto stesso che vengano spesi, regalati ai partiti sostanzialmente per alimentare le proprie clientele. Inorridiamo pure, ma ricordiamocene al prossimo piagnisteo dei presidenti di regione per i tagli ai trasferimenti. Se ancora non hanno abolito vitalizi e spese varie, vuol dire che grasso da tagliare ancora ce n'è. Si può obiettare che preferiscono sacrificare i servizi piuttosto che i loro privilegi, ma se qualcosa si muove anche da quel punto di vista, e se quanto meno nessuno è più disposto a chiudere un occhio, è perché abbiamo appena cominciato ad affamare la bestia. Bisogna continuare.

Nel tritacarne mediatico è finito anche De Romanis per il suo «toga-party alla vaccinara». Una festa trash, ma tutto sommato innocente (non un "festino", termine che indica ben altre e più ristrette situazioni), e fino a prova contraria pagata coi suoi soldi, non con i fondi del gruppo Pdl, come si insinua tra le righe. Ma rappresenta comunque lo specchio del sistema: si celebra un'elezione in consiglio regionale come una mega-vincita al superenalotto, eppure non dovrebbe permettere a nessuno di sentirsi "sistemato" per la vita.

Può darsi, come sostiene Serra su Repubblica, che «Fiorito siamo noi», che sia un «normotipo popolare italiano». Ogni popolo ha i rappresentanti che si merita, c'è del vero. Dunque, Fiorito «prodotto della democrazia»? Forse sì, se ci riferiamo a quel particolare e sghembo tipo di democrazia rappresentativa (la «democrazia diretta» non c'entra davvero nulla) che abbiamo in Italia. A ben vedere però Fiorito è il prodotto non della democrazia, ma delle preferenze, che non garantiscono ai cittadini alcun potere di scelta, bensì ai candidati con le clientele più numerose di essere eletti, così come i listini servono a promuovere portaborse e funzionari di partito che nessuno conosce. Fiorito è uguale a quelli che hanno espresso la preferenza per lui, cioè ai suoi "clientes", una estrema minoranza degli elettori.

Thursday, September 20, 2012

La nostra linea rossa

Dopo il "film" (c'è ancora chi lo chiama così, ma il sospetto che si tratti di una montatura aumenta), riecco le vignette. Il settimanale francese Charlie Hebdo è certamente alla ricerca di pubblicità a buon mercato, ma la sensazione è che siamo arrivati ad un punto, nei rapporti con i settori più estremisti del mondo musulmano, in cui la battaglia per la libertà d'espressione va combattuta fino in fondo. Il presidente egiziano Morsi (Fratelli musulmani) la scorsa settimana ha aspettato di essere fuori dal territorio del suo paese per condannare le violenze contro le ambasciate americane, il che ha irritato parecchio anche bambi Obama, ed è ripartito dall'Europa con un miliardo di aiuti ma impartendoci una lezione: Maometto è «la nostra linea rossa», facendoci intendere che oltrepassata quella, dobbiamo aspettarci qualsiasi reazione, da una querela allo sgozzamento.

Ecco, credo sia giunto il momento di tracciare la nostra linea rossa. Se nei paesi musulmani non sono pensabili libertà d'espressione e libertà di culto, che continuino ad esserlo almeno nei nostri paesi civilizzati. E tracciare una linea rossa è ciò che tenta di fare Charlie Hebdo con due vignette che ritraggono Maometto pubblicate nelle sue pagine interne e in quarta di copertina. Stavolta niente di offensivo, scabroso o sconcio. Pura satira sottile. Ma sappiamo che per i musulmani integralisti il solo ritrarre il profeta è blasfemia. E la blasfemia nei loro paesi è punita da qualche anno di carcere fino alla morte. Come la mettiamo?

Subito la comunità islamica francese ha protestato e sono arrivare le minacce. Il governo francese per precauzione, temendo reazioni violente, ha disposto per il venerdì di "preghiera" la chiusura di ambasciate e scuole in una ventina di paesi a maggioranza musulmana. «Siamo in un paese in cui è garantita la libertà d'espressione, anche la libertà di caricatura», ha ricordato il premier Jean-Marc Ayrault. Per le offese... be' per quelle ci sono sempre i tribunali: «Ognuno deve esercitare questa libertà nel rispetto, ma se davvero qualcuno si sente offeso e pensa che ci sia stata una violazione di legge, siamo in uno stato di diritto e può rivolgersi ai tribunali». Perfetto.

Peccato che l'Occidente continui a mostrare pericolosi segnali di cedimento nella difesa dei suoi principi fondanti (dell'amministrazione americana abbiamo parlato qualche giorno fa) e dal mondo arabo continuino ad arrivare messaggi per nulla concilianti: «Queste cose devono finire», ha intimato il segretario della Lega araba. Subito ha trovato un ministro degli esteri pronto ad assecondarlo. Quello francese, Fabius, si è detto pronto a sostenere all'Onu la proposta di far diventare la blasfemia un crimine a livello internazionale. A quel punto ci saremmo consegnati mani e piedi ai nostri nemici, ai nemici della libertà, e che la disponibilità di Fabius sia stata solo un gesto di cortesia senza seguito non consola più di tanto.

Anche il ministro degli esteri italiano Terzi ci ha messo del suo, definendo le vignette «irresponsabili sensazionalismi». Nessuno si deve permettere non solo di offendere, ma nemmeno di «scherzare» sui sentimenti religiosi. Sì, proprio così, nemmeno «scherzare» si può. Terzi non dovrebbe permettersi di rilasciare dichiarazioni su alcunché prima di aver riportato i nostri marò a casa, ma di questo parliamo un'altra volta. Persino l'Osservatore romano bolla le vignette come «benzina sul fuoco» e il portavoce della Casa Bianca contesta l'opportunità della loro pubblicazione, ora che «possono infiammare la protesta».

E' questo il grande alibi dietro cui si nascondono politici e diplomatici: non offrire pretesti. Sono giustamente preoccupati di difendere la popolazione e il personale all'estero da possibili attacchi, quindi giustificano le loro dichiarazioni concilianti e di condanna delle "provocazioni" con la prudenza e il senso di responsabilità. Non si accorgono che così facendo però accettiamo un ricatto potenzialmente illimitato. Dovremo cedere su qualsiasi cosa i musulmani più integralisti si mostrino suscettibili, altrimenti dovremo subire le loro violenze? Questa non è diplomazia, questo è svendere i nostri principi. E la libertà d'espressione non è qualcosa di negoziabile in cambio di "sicurezza". Ci imbavagliamo per non essere aggrediti. Per qualcun altro, invece, mostrare di comprendere la suscettibilità altrui, per quanto assurda, fa molto persone perbene, fa molto tolleranti, saggi, ma il risultato finale è lo stesso e si chiama codardia.

Pubblicare vignette satiriche senza doverci sentire minacciati è una libertà a cui non possiamo rinunciare, per cui i nostri eroi hanno sacrificato la vita, è qualcosa che identifica la nostra civiltà e che vale la pena difendere con la spada se necessario. E' la nostra linea rossa, cordardi!

Un'inchiesta per restituire credibilità alla giustizia italiana

Se le parole di Sollecito oggi possono apparire verosimili e non farneticazioni, è perché il teorema accusatorio, la natura puramente indiziaria del processo e le modalità della raccolta delle prove, giudicate dai periti super partes «approssimative», non conformi agli standard, hanno destato pesanti perplessità. Considerando i sospetti che fin dall'inizio gravano sulla correttezza dell'operato della pubblica accusa, e la vasta eco internazionale della vicenda, le nostre istituzioni non possono permettersi il lusso di rispondere con il silenzio alle gravi accuse esplicitate nel libro di Sollecito e, c'è da scommettere, anche in quello di Amanda. Per tutelare la credibilità e l'onorabilità della giustizia italiana dovrebbe essere fatta piena luce sulla condotta della procura durante le indagini e durante il processo. Sia il ministero della Giustizia che il Csm dovrebbero aprire un'inchiesta formale per stabilire non solo se vi siano state violazioni di legge, ma anche incompetenze e negligenze, per capire come sia stato possibile che, delle due l'una, o due innocenti sono rimasti in carcere per quattro anni, o due ragazzini hanno messo in scacco una procura.
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Wednesday, September 19, 2012

Romney e la dittatura dei sussidiati

Siamo democraticamente tornati ad essere sudditi?

Spesso si può affermare una verità solo al prezzo dannatamente salato del politicamente scorretto, ma per chi fosse interessato ad approfondire nel merito, e con onestà intellettuale, le parole carpite a Romney dalla telecamera di un cellulare nascosto, il candidato repubblicano ha centrato il tema politico dei nostri tempi, il discrimine che orienta le scelte dei governi, e degli elettori, nelle nostre società. Non sorprende che parlando ad alcuni facoltosi sostenitori durante una cena privata si sia lasciato andare ad un linguaggio molto diretto, estremizzando i suoi concetti per renderli comprensibili, come capita a chiunque.

E' ipocrita imputargli l'imprecisione dei dati statistici o la ruvidezza delle sue generalizzazioni. Considerando il contesto politicamente "amichevole", è ovvio che non abbia calibrato il suo messaggio per un pubblico vasto. Riassumere il senso del suo discorso nella frase "i poveri non mi interessano, tanto votano Obama", o "chi sta con Obama non paga le tasse", è pura mistificazione, spesso inconsapevole, frutto del copia-incolla praticato nelle redazioni dei media più "autorevoli". Può piacere o no, ma il tema posto da Romney è quello della dipendenza di una sempre più rilevante fetta della popolazione americana dai soldi del governo e delle questioni da ciò derivanti: se rappresenti o meno una minaccia per una nazione fondata sulla libertà e la responsabilità individuali e in che modo debba comportarsi in campagna elettorale un candidato alla presidenza portatore di un approccio opposto.
(...)
La cifra del popolo dei "sussidiati" che voteranno comunque per Obama è arbitraria, così come non è affatto scontato che coincida con quel 47% di americani che di fatto non pagano l'imposta sul reddito personale, ma è indubbio che questi elettori non sono molto sensibili alla proposta di abbassare le tasse e che il fenomeno della "dipendenza" dal governo ha una consistenza numerica elettoralmente non trascurabile.

Sono in gioco due concezioni alternative del ruolo del governo: «Crediamo in una società incentrata sul governo che elargisce sempre più benefit, oppure in una società fondata sulla libera iniziativa, in cui le persone hanno la possibilità di inseguire i propri sogni?».

La gaffe sta nel fatto che trattandosi di un video "rubato" Romney non si esprime con precisione nell'analisi e nei termini appropriati, ma è questo ormai il vero discrimine politico, non più le vecchie distinzioni destra/sinistra. Nell'epoca in cui viviamo lo stato ha accresciuto come mai nella storia le sue capacità di intervento nella società. L'incidenza della spesa pubblica sul Pil era del 7,5% negli Stati Uniti all'inizio del secolo scorso ed è progressivamente salita fino al 40% di oggi. Per non parlare dell'Italia, dove siamo passati da un 17,1% dei primi del '900 al 30% degli anni '20, al 40% della fine degli anni '70, fino al 50 e dintorni dal 1986 ad oggi. Ma è una tendenza consolidata in tutti i paesi occidentali: da una media di circa il 12% agli inizi del XX secolo a ben oltre il 40% di oggi, con punte vicine al 50. Ciò significa che gran parte delle nostre economie, imprese e singoli individui, dipendono direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica, dalle risorse elargite dai governi.

Chiedersi che impatto ha tutto ciò sul processo democratico non è ozioso. È noto che in democrazia gruppi e singoli esprimono le proprie preferenze politiche con un occhio o due ai loro interessi particolari. Anzi, è il sistema di governo finora migliore nel garantire alla molteplicità di interessi di esprimersi ma allo stesso tempo di arrivare civilmente ad una sintesi, che per forza di cose accontenta molti ma non tutti, o meglio scontenta in misura accettabile molti, e pochi in modo inaccettabile.

Ma cosa accade se lo stato espande il proprio ruolo, nella misura e negli ambiti, fino al punto di alimentare una vera e propria dipendenza della maggior parte della popolazione dai suoi benefit? Non c'è forse il rischio che i cittadini votino per chi garantisce loro la permanenza, se non l'estensione dei benefit, e che le classi politiche per restare al potere accrescano sempre di più il ruolo del governo e incoraggino la cultura della dipendenza? Insomma, lo spettro che un voto di scambio di massa possa inquinare il processo democratico aleggia.

Forse nessuno meglio di noi italiani può sapere quanto sia fondato questo rischio e quanto sia difficile tornare indietro. Se tutti ormai ammettono che abbiamo esagerato con spesa pubblica e tasse, perché non riusciamo a invertire la rotta? Perché al dunque, quando dalle parole bisognerebbe passare ai fatti, i gruppi di interesse organizzati, così come i singoli elettori nelle urne, non vogliono rinunciare alla propria fetta di torta garantita dallo stato? Se Romney avverte questo rischio per gli Stati Uniti, dove spesa pubblica e pressione fiscale non sono comparabili alle nostre, in Italia potremmo aver oltrepassato una sorta di punto di non ritorno. Che succede quando più o meno la metà dell'economia nazionale dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica? Quante chance ha di prevalere un'agenda politica alternativa? Si può parlare di una "dittatura dei sussidiati", di una volontaria rinuncia alla libertà?

Poco male, si potrebbe obiettare, se lo stato provvede - in modo più o meno efficiente ed efficace a seconda dei paesi - ai nostri bisogni primari (e secondari). Probabilmente pochi di noi hanno piena consapevolezza delle prospettive che ci sono precluse a fronte delle sicurezze statali, di tutte le porte che la vita ci offre e che non apriremo mai, essendo la nostra strada tracciata in partenza da ciò che lo stato ci mette a disposizione.
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Tuesday, September 18, 2012

Non Marchionne, l'Italia deve decidere cosa vuole fare

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Si può capire molto della malattia che affligge l'Italia dai rapporti decennali tra la Fiat e le nostre classi dirigenti: sono lo specchio del declino italiano. Oggi il governo, le forze politiche e sociali, i media delle elite economiche e finanziarie del paese, pendono tutti dalle labbra di Marchionne: ci dica che piani ha per l'Italia, ce lo deve. Non una richiesta, ma una pretesa, un'intimazione: il governo convochi i vertici e li obblighi a "cantare". Il tutto alludendo ad una sorta di complotto anti-italiano di Marchionne, che fin dall'inizio avrebbe avuto in mente la grande fuga delle attività produttive del gruppo torinese dal nostro paese. Ora che il progetto "Fabbrica Italia" cade sotto i colpi della crisi, si riapre lo psicodramma del "tradimento": la Fiat che così tanto deve all'Italia, ci tradisce per l'odiata Amerika.

La malattia italiana che fa fuggire la Fiat, e tanti altri, sta nella risposta al quesito posto da Penati su la Repubblica: «Perché Sergio Marchionne, che a Detroit è considerato un eroe, è così detestato in Italia?». Nell'odio per Marchionne l'establishment italiano rivela tutta la propria viscerale avversione al capitalismo di mercato. Che Romiti, emblema della Fiat sussidiata degli anni '70-'80, si scagli contro di lui solidarizzando con la Fiom, che si è opposta fino alla via giudiziaria ai tentativi di rilancio della produttività nelle fabbriche, ne è la dimostrazione lampante. Si parla tanto di crescita, ma il paese sembra rigettare le uniche politiche capaci di rilanciarla. Dunque, quando dall'estero vedono l'establishment che marcia diviso per colpire unito su Marchionne, vedono un paese che in realtà non vuole crescere. E in un paese simile non si investe.

L'ad di Fiat ha fatto ciò che un manager deve fare in una economia di mercato: creare valore per i propri azionisti. In una certa misura c'è riuscito e s'è arricchito anche personalmente. Ma per la nostra cultura, intrisa di catto-comunismo fino al midollo, il successo nell'impresa e nella finanza è una colpa imperdonabile, perché deriva per forza di cose da un intollerabile e meschino sfruttamento dei più deboli. Tollerabile, invece, se deriva dal sussidio pubblico e dalle buone relazioni con i mondi consociativi della politica e della finanza. Persino un imprenditore ben inserito come Della Valle accusa i vertici Fiat di aver assunto «le scelte più convenienti per loro e i loro obiettivi, senza minimamente curarsi degli interessi e delle necessità del paese». Eppure proprio di questo dovrebbero occuparsi imprenditori e manager, mentre «degli interessi e delle necessità del paese» dovrebbero curarsi i governi e i politici. Auguriamo a Mister Tod's, che lancia l'epiteto di «furbetti cosmopoliti», di non dover un giorno dare conto di sue eventuali "furbate cosmopolite", magari in Romania o in Cina.

La Fiat, ampiamente sussidiata da tutti i governi della I e II Repubblica, ha cominciato ad essere invisa da quando è arrivato Marchionne, che ha iniziato a snobbare la politica e i suoi riti, a rivolgersi al paese parlando di produttività e non di incentivi a fondo perduto. Il piano industriale battezzato col nome di "Fabbrica Italia" non è stato negoziato né con i governi né con le parti sociali. Poneva degli obiettivi e le condizioni per raggiungerli: non assegni in bianco, ma un contesto di relazioni industriali e forme contrattuali che rilanciassero la produttività. Tra il prendere atto dell'eccesso di capacità produttiva (in Europa, non solo in Italia), e dunque chiudere subito le fabbriche, e scommettere su un paese ancora capace di essere competitivo, Marchionne ha scelto questa seconda strada, convinto che la ripresa fosse vicina. Fin dall'inizio era ben consapevole, certo, che il disimpegno dall'Italia restava un'opzione più che probabile, di fronte a condizioni avverse, ma diverso è presumere che fosse il suo obiettivo.

I fatti dicono che da quando Fiat ha annunciato il progetto "Fabbrica Italia", nell'aprile 2010, le condizioni sono «profondamente cambiate». Sia perché il mercato dell'auto nel frattempo è crollato (-40% rispetto al 2007; -20% solo nei primi 8 mesi del 2012), sia perché a 5 anni dall'inizio della crisi l'Italia non ha ancora adottato le riforme strutturali necessarie per far recuperare competitività al nostro sistema produttivo. Se c'è una colpa di Marchionne, è non aver previsto la crisi dell'eurodebito, che avrebbe innescato una recessione ben più strutturale di quella del 2009. Il colpo di grazia, poi, è stato assestato dalle politiche di risanamento a base di tasse e demagogia. Tra tassa sul lusso per far pagare i "ricchi", aumenti dell'Iva e patrimoniale immobiliare, la prima vittima della compressione dei redditi medio-alti è stato il mercato dell'auto. Sicuri che il gettito della tassa sul lusso sia superiore al mancato gettito Iva delle auto di grossa cilindrata non acquistate? E delle tasse sulla benzina che quelle auto non acquistate non hanno mai consumato per camminare?

Se è «impossibile» fare riferimento al progetto "Fabbrica Italia" non è solo per la crisi, ma come dimostrano altri drammatici casi, anche a causa delle nostre resistenze ai cambiamenti necessari per rendere produttivo investire in Italia. I costi dell'energia sono i più alti d'Europa, ma diciamo no a nucleare e rigassificatori. Per ciascun occupato si versa in tasse e contributi il 64% del pil pro capite, ma non vogliamo ridurre la spesa in pensioni e sanità. Il nostro mercato del lavoro è il più rigido d'Europa, ma guai a toccare l'articolo 18 e a parlare di contrattazione aziendale. "Marchionne risponda, non possiamo aspettare", sono le parole attribuite al ministro Fornero? Marchionne e gli investitori stranieri hanno in mente l'esatto opposto: "L'Italia risponda, non possiamo aspettare". In Italia ci sforziamo di tenere in vita con sussidi e incentivi settori e aziende non più produttivi, non di creare le condizioni economiche e legali più favorevoli agli investimenti. Non dovremmo chiamare a rapporto Marchionne, ma i nostri politici e tecnici, le nostre classi dirigenti: che piani avete voi per l'Italia? È da quelli che dipendono gli investimenti, non il contrario. Certo che un paese come il nostro deve avere un'industria automobilistica, ma non l'avrà per grazia ricevuta: se la vuole davvero deve creare le condizioni per renderla produttiva. Che si tratti di convincere Fiat a restare, o di attirare case automobilistiche straniere, le cose da fare sono le stesse.

Saturday, September 15, 2012

Renzi è pronto, ma gli elettori del Pd sono pronti per Renzi?

Anche su L'Opinione

Con il suo discorso di Verona Matteo Renzi ha dimostrato che dietro a quel sorriso da furbetto c'è della sostanza politica. Si può condividere o no, ma non liquidare come un fenomeno di mera abilità comunicativa. E' stato un equilibrato mix di trovate comunicative e carisma da una parte, e contenuti politici dall'altra. Senza perdersi nell'elenco della spesa, ma nemmeno nella retorica degli "orizzonti" ideali. Meno battute da toscanaccio, che ovviamente non sono mancate, e due-tre concetti chiave, incisivi e profondamente politici.

Ciò che molti si aspettavano da Renzi è che si dimostrasse "rottamatore" non solo della leadership e dei dirigenti - limitandosi a questo rischiava di scadere nella demagogia e nella presunzione - ma anche di vecchie idee. Missione compiuta, si direbbe. (...) Insomma, grazie allo strumento delle primarie, sebbene ancora imperfetto, il Pd si ritrova in casa una vera chance di rinnovamento, che sembra invece mancare al Pdl. Adesso però sta agli elettori del Pd coglierla o rigettarla. Sarà dura, perché anche a loro è richiesto uno sforzo di rinnovamento.

Attaccando la foto del Palazzaccio, quella che ritrae Vendola, Di Pietro e post-neo-comunisti vari, nell'atto di depositare in Cassazione i referendum per smontare la riforma del lavoro Fornero, Renzi attacca una sinistra politica e sindacale conservatrice, anzi regressiva e irresponsabile, alla quale il Pd di Bersani è legato a doppia mandata. Sembra aver capito, al contrario della maggior parte dei suoi compagni, che se nel 2013 ti presenti alle elezioni con chi ha proposto quei referendum, o con le idee di Fassina e Damiano, e condizionato dalla Cgil, non te lo lasciano guidare un paese come l'Italia. E se non sono gli elettori a fermarti, saranno i mercati e l'Europa.
(...)
Ma il passaggio forse più politico è stato quando Renzi ha detto a chiare lettere di non avere paura di cercare i voti del centrodestra, dei delusi da Berlusconi. Si rivolge a tutti gli italiani, non si rinserra nel rassicurante ma minoritario popolo della sinistra o del centrosinistra.

Apriti cielo! Subito i suoi avversari nel partito e certa stampa l'hanno accusato di voler "inquinare" le primarie con il voto del nemico. Renzi si riferiva alle politiche, è però consapevole che le sue speranze di battere Bersani sono legate alla capacità di ampliare oltre il centrosinistra il bacino di elettori che parteciperanno alle primarie. Non sorprende lo scandalo. Nella mentalità di certa sinistra gli elettori che hanno creduto in Berlusconi devono solo vergognarsi di nascosto, sono cittadini di serie B. Ma se un ex elettore del Pdl si presentasse alle primarie per votare Renzi, e Renzi vincesse, è ragionevole supporre che lo rivoterebbe alle politiche, votando così per il Pd. Che ci sarebbe di male? Chi si scandalizza rivela una concezione "proprietaria" degli elettori, un gregge da pascolare e non cittadini da convincere, una specie di assurdo "fissismo" elettorale per cui si vince facendo il pieno di voti della "propria" gente, non convincendo gli altri o gli indecisi, che in particolare in questa fase politica così fluida è suicida.

Il problema vero è che molti nel Pd vedono Renzi come una specie di Berlusconi, solo perché ha la parlantina, la battuta pronta, e perché non sembra uscito da trent'anni di inutili riunioni in fumosi stanzoni di partito. Bersani e la sua classe dirigente sono vecchi anagraficamente e politicamente, e rappresentano una vecchia idea di socialdemocrazia. Ma gli elettori del Pd sono pronti a disfarsene? La sensazione è che rimangano pervicacemente aggrappati all'utopia di vincere, e governare, con le vecchie idee della sinistra novecentesca, quasi per un moto di rivalsa sui verdetti della storia.

Anche il Veltroni del Lingotto, sebbene con i suoi "ma anche", aveva tentato di rinnovare la proposta del Pd, e quasi non gli riusciva. Ma allora gli elettori di sinistra si fidarono perché Veltroni era pur sempre un compagno dal pedigree ineccepibile. Renzi è diverso: politicamente non nasce nel Pci o nella Dc, ma nella II Repubblica, e questo insieme alla sua abilità comunicativa gli vale una non troppo velata accusa di criptoberlusconismo. Se il dramma degli elettori di centrodestra è la loro classe dirigente, quello degli elettori di sinistra è la mentalità retriva della maggior parte di essi, che vorrebbero nuovi leader ma tenersi le vecchie idee e trionfare con quelle. Peccato che il tempo sia ampiamente scaduto.

Friday, September 14, 2012

Non chiamateli terroristi: i nuovi "compagni che sbagliano"

Anche su L'Opinione

Se qualcuno vi dicesse che il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, l’assassinio di D’Antona e di Biagi, per citare crimini più recenti, non furono atti di terrorismo, ma solo "sovversivi", probabilmente gli dareste del pazzo delirante. Eppure, è ciò che in pratica hanno sancito la Corte di Cassazione e la Corte d’assise d’appello di Milano nelle sentenze di condanna che riconoscono gli imputati, appartenenti alle «nuove Brigate rosse-Partito comunista politico militare» (Pcpm), colpevoli sì di associazione sovversiva (articolo 270 del codice penale), ma non di terrorismo (articolo 270-bis). Non si tratta di una questione solo nominalistica, tra le due fattispecie di reato ballano parecchi anni di pena. Ma l’organizzazione neobrigatista non può essere considerata terroristica, sostengono i giudici, perché non si ravvisano in essa «il proposito di intimidire indiscriminatamente la popolazione, l’intenzione di esercitare costrizione sui pubblici poteri», né «la volontà di destabilizzare» o «distruggere gli assetti istituzionali del Paese». I "sovversivi" si sono limitati ad incendiare le sedi di Forza Italia a Milano e di Forza Nuova a Padova, e a progettare attentati contro la sede del quotidiano Libero, un manager della Breda e il giuslavorista e senatore Pietro Ichino.

Gli imputati avevano sì in testa un «disegno eversivo», «sovversivo», e stavano progettando una serie di azioni, ma la loro – scrivono i giudici d’appello nelle motivazioni – era una «violenza generica e non terroristica». Portatori di una «aberrante visione ideologica», non disdegnano «affatto la violenza della guerra», che anzi rappresenta per loro «il momento finale dello scontro di classe». Volevano fare «proseliti» attraverso la «propaganda armata», per questo stavano preparando «plurimi attentati» e Ichino era uno dei loro «obiettivi politici». Tuttavia, non hanno agito con «modalità terroristiche» – e qui l’argomentazione si rende ridicola – perché i loro bersagli erano mirati, scelti e individuati con precisione, e si ponevano «il problema di evitare gli "effetti collaterali" della loro azione eversiva e violenta», poiché non era loro intenzione «generare panico o terrore». Ammesso e non concesso che l’assassinio dell’ennesimo giuslavorista non intimidisca la popolazione, ma progettare un attentato ad un senatore della Repubblica non esprime forse «la volontà di destabilizzare gli assetti istituzionali»?

In questo modo i giudici rischiano di legittimare implicitamente la logica e i criteri dei brigatisti nell’individuare le loro vittime. La sentenza di fatto attribuisce, unicamente sulla base dei loro disegni criminali, il carattere di "non indiscriminate" ad aggressioni che in effetti appaiono proprio indiscriminate, dal momento che solo nella mente dei brigatisti – speriamo non anche dei giudici – la vittima viene assunta con motivo e non indiscriminatamente a simbolo e rappresentante del "sistema" da abbattere. E il discrimine può essere semplicemente di ordine pratico: tra i potenziali bersagli colpire il meno protetto.

L’aggravante delle finalità terroristiche, osserva Ichino, è stata introdotta nel codice proprio per combattere la lotta politica armata, ma da oggi è di fatto inservibile. A ben vedere, infatti, storicamente il terrorismo rosso non ha mai agito così indiscriminatamente come pretendono i giudici oggi perché si configuri la matrice terroristica. Negli anni ‘70 iniziarono individuando i loro bersagli prima nelle fabbriche, tra gli industriali e tra i sindacalisti, poi tra i magistrati che li perseguivano, per arrivare ai giornalisti, ai politici e agli statisti come Moro. Questa sentenza assolve dall’accusa di terrorismo anche le vecchie brigate rosse.

Il bersaglio in realtà è indiscriminato perché non è la persona Ichino che si vuole colpire, ma lui in quanto simbolo della categoria a cui appartiene o delle idee che esprime. Tutti coloro che fanno parte della categoria di Ichino, gli studiosi di diritto del lavoro impegnati in politica, o di altre, come manager di aziende, giornalisti, politici, uomini delle istituzioni, e tutti coloro bollati per le loro idee come nemici di classe, sono potenziali bersagli. E’ evidente per ciò come l’obiettivo non sia colpire una singola persona, ma terrorizzare un’intera categoria e corrente di pensiero politico. Certo, il "sovversivo" dirà che chi non è nemico di classe, chi non sostiene il "sistema", non ha nulla da temere. Lo stesso leader delle nuove Br, Alfredo Davanzo, ha fornito la prova del carattere indiscriminato delle loro intenzioni, quindi terroristiche, quando rispondendo a Ichino ha detto: «Questo signore rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema». In queste parole, pronunciate in udienza, davanti ai giudici, c’è sia l’ammissione di voler colpire gli «esecutori di questo sistema», un bersaglio direi sufficientemente indiscriminato, sia di voler destabilizzare» o «distruggere gli assetti istituzionali» (il sistema).

Sembra che agli occhi dei giudici per «intimidire indiscriminatamente la popolazione» ci voglia un attentato che possa coinvolgere potenzialmente chiunque tra 60 milioni di persone. Non basta forse, per essere "indiscriminato" e per "intimidire", che possa colpire nel mucchio un’ampia categoria di persone, addirittura tutti gli «esecutori di questo sistema», quindi in teoria non solo i milioni di persone (tra cui magistrati e uomini delle forze dell’ordine) che servono lo stato?

Queste sentenze rischiano di rappresentare molto più che un semplice "abbassare la guardia" rispetto al fenomeno neobrigatista e anarchico-insurrezionalista. Rischia di passare il messaggio che entrare nella lotta armata, concepire la guerra contro il "sistema" e i suoi uomini come uno strumento di lotta politica, non è terrorismo, a patto di selezionare con cura i propri bersagli, preoccupandosi di evitare vittime "collaterali". Basta essere accurati, insomma, per sfuggire all’accusa di terrorismo e farsi molti meno anni di carcere?

Thursday, September 13, 2012

Basta scuse, su la testa

L'amministrazione Obama sta davvero scadendo nel grottesco. Il segretario di Stato Hillary Clinton continua a dissociarsi da un video amatoriale che nessuno ha visto, nessuno è davvero in grado di dire chi lo abbia prodotto e di che nazionalità sia (il mistero è fitto), né se la traduzione in arabo nel trailer è corretta. Insomma, c'è puzza di montatura lontano un miglio, tanto che il video sarebbe comparso su internet a luglio ma guarda caso solo alla vigilia dell'11 settembre qualcuno s'è preso la briga di tagliare un trailer e tradurlo in arabo.

Ebbene, la Clinton continua a condannare questo ridicolo video amatoriale, quando ormai è appurato che l'attacco al consolato di Bengasi non c'entra nulla (si è trattato di un assalto militare pianificato da tempo come rappresaglia alle operazioni Usa contro gli estremisti in Libia), mentre dovrebbe rivendicare la piena libertà d'espressione garantita in America (si brucia la bandiera nazionale, non si può girare un video su Maometto?) e piuttosto chiedere conto dei cristiani quotidianamente trucidati e perseguitati nei Paesi musulmani.

A leggere l'analisi di Maurizio Molinari sulla «pista che porta ad al Qaeda», su La Stampa, e la ricostruzione di Daniele Raineri, su Il Foglio, sembra emergere una grave sottovalutazione da parte delle autorità americane della possibilità di attacchi, soprattutto in Libia. Da maggio-giugno i droni americani stanno bombardando gli estremisti islamici nell'area di Bengasi. Da uno di questi attacchi, nel giugno scorso, è stato ucciso Abu Yahia al Libi, influente capo di al Qaeda. Sempre a giugno un primo attacco al consolato americano e un attentato con lanciarazzi all'ambasciatore britannico. Insomma, i rischi di ritorsione, di rappresaglia, erano elevatissimi (in particolare in concomitanza con l'anniversario dell'11 settembre), eppure uno degli obiettivi più sensibili era praticamente indifeso. Per tentare di salvare i funzionari del consolato sono dovuti partire in aereo da Tripoli, dopo l'attacco, 8 militari, i quali senza l'aiuto dei poliziotti libici avrebbero potuto ben poco e i morti ora sarebbero 25.

Liz Cheney, oggi sul Wall Street Journal, indica con precisione chirurgica il problema di fondo: con la politica estera di Obama in troppe parti del mondo gli Stati Uniti non sono più sufficientemente affidabili per gli alleati, né sufficientemente temibili per i nemici. Ed elenca tutti i messaggi sbagliati partiti dalla Casa Bianca e gli atti che hanno indebolito l'America:
«Apologizing for America, appeasing our enemies, abandoning our allies and slashing our military are the hallmarks of Mr. Obama's foreign policy».
Certo, tra un mese e mezzo ci sono le presidenziali, ora un colpo Obama è costretto a spararlo per non mostrarsi debole. Ma dove? Verso chi?

E questo film ridicolo, che potrebbe anche essere tutta una montatura, lo continuiamo ad offrire come pretesto agli integralisti islamici, in una rincorsa folle e senza fine alle loro paranoie e alla loro malafede. Non solo l'America, tutto l'Occidente ha un grosso problema di mancanza di autostima, roba da psicoanalisi di massa.

Wednesday, September 12, 2012

Il 12 settembre di Obama: la resa ideologica

Ciò che è accaduto ieri al Cairo e a Bengasi, e stamattina a Washington, è emblematico. Nulla avrebbe potuto spiegare meglio il significato del mio post di ieri sulla sensazione di un disarmo ideologico dell'Occidente di fronte alla minaccia terrorista islamica.

In mattinata viene diffusa dalle tv arabe la notizia (e subito dopo le drammatiche immagini) dell'uccisione dell'ambasciatore americano in Libia, di un altro funzionario e due marine, nell'attacco della notte al consolato Usa di Bengasi. Già ieri l'ambasciata Usa al Cairo era stata oggetto di una violenta manifestazione di protesta a causa di un film anti-islamico amatoriale, prodotto da cristiani copti espatriati in America. Bandiera strappata, violazione dell'ambasciata, qualche colpo in aria. Ma a Bengasi si è trattato di qualcosa di diverso dalla sassaiola di una folla spontanea: un assalto militare in piena regola, con armi pesanti, evidentemente pianificato (forse in coincidenza con l'11 settembre). Il consolato è dato alle fiamme, c'è almeno una vittima.

Poi si verrà a sapere che le vittime sono quattro, incluso l'ambasciatore. Ciò che più sconcerta - oltre alla sensazione che l'attacco sia stato sottovalutato e il consolato letteralmente abbandonato al suo destino da parte di Washington - è la reazione timida, cerchiobottista, di vera e propria sudditanza e resa ideologica da parte dell'amministrazione Obama.

Innanzitutto, il delirante comunicato e i tweet in cui l'ambasciata al Cairo chiede praticamente scusa per il film anti-islamico. Che sia stato diffuso prima o dopo i fatti di Bengasi poco importa a questo punto, conta il contenuto: si condannano «i continui sforzi da parte di individui fuorviati di ferire i sentimenti religiosi dei musulmani» e si rigettano «con forza gli abusi del diritto universale alla libertà d'espressione per offendere il credo religioso altrui». In pratica ci si scusa per i propri principi, e per un'offesa di cui gli Stati Uniti non hanno colpa, e che in ogni caso non avrebbe mai potuto giustificare la violenza. Un comunicato da cui solo sei ore più tardi la Casa Bianca si sarebbe dissociata («non l'abbiamo approvato»).

Poi nella notte viene ammazzato un ambasciatore statunitense e per ore la Casa Bianca tace. Sembra di rivedere lo sketch di Clint Eastwood che alla convention repubblicana parla con una sedia vuota dove dovrebbe essere seduto Obama. Un presidente assente, o dormiente. Arriverà presto un comunicato di scuse per il disagio causato ai musulmani?

Inizia a serpeggiare l'idea che Bengasi 2012 possa trasformarsi per Obama in ciò che rappresentò Teheran 1979 per Carter. Qualcuno comincia a rimpiangere Gheddafi e Mubarak. No, qui bisogna rimpiangere l'America, quella che non sapeva nemmeno cosa volesse dire abdicare ai suoi principi.

Finalmente, dopo ore, arriva una nota scritta del presidente Obama, nella quale «condanna fermamente l'ignobile attacco», ma in cui di nuovo traspare questa preoccupazione di scusarsi con i musulmani per le offese del film. Hanno appena ucciso un suo ambasciatore, ma Obama riesce a ricordare che gli Usa «respingono i tentativi di denigrare le religioni altrui», nella stessa frase in cui dichiara di «opporsi inequivocabilmente alla violenza senza senso». Il link è fatto, in qualche modo i due eventi - film offensivo e attacco - vengono accostati. Una condanna con "ma anche": Obama si oppone alla «violenza senza senso» dell'attacco, ma anche ai «tentativi di denigrare le religioni altrui».

Più convincente e presidenziale nel tono la dichiarazione successiva di Hillary Clinton rispetto a quella di Obama il patetico. Tanto che si rende necessaria una comparsata del presidente (con Hillary al suo fianco) per rafforzare il fiacco e cerchiobottista comunicato scritto qualche ora prima. Una dichiarazione di cinque minuti ben più tosta nella quale, senza rispondere a domande, il presidente ripete più volte che non può esservi alcuna giustificazione alla violenza, e promette che «sarà fatta giustizia», che «le autorità americane e quelle libiche lavoreranno per individuare e assicurare alla giustizia gli assassini».

Quello che più ripugna di questa triste storia è che molti, anche ai vertici dell'amministrazione Usa, si bevono ancora la cazzata che queste cose nascono da un film o da qualche vignetta offensiva. Certo, qualche fanatico che riesce ad aizzare una folla di suoi simili può esserci. Ma a Bengasi è accaduto qualcosa di diverso: un attacco militare, non una protesta. Secondo quanto riporta su twitter Daniele Raineri, inviato del Foglio, «c'è stata un'operazione militare di 'rescue' andata male, un aereo americano è arrivato ieri notte a Bengasi per salvare lo staff. Gli americani si erano rifugiati in una 'safe house' segreta, ma gli aggressori sapevano dov'era. E' seguito un conflitto a fuoco: due americani sono morti in questo secondo scontro, dopo la morte dell'ambasciatore». Una versione confermata da fonti Usa alla Cnn. Dunque, «un'operazione di 'rescue' andata male, spiega il ritardo nelle notizie e forse cambia anche il significato politico della storia».

Già, lo aggrava per Obama, diventa più simile a Teheran 1979: e se si è trattato di un puro e semplice attentato, e la protesta per il film amatoriale su Maometto era solo un diversivo, perché parlare ancora dei «tentativi di denigrare le religioni altrui»? Non è un problema di libertà d'espressione che ferisce i sentimenti dei musulmani, ma di terrorismo da una parte e mancanza di leadership dall'altra.

Il governo Usa conta come il due di picche al Cairo e a Tripoli (il presidente egiziano non ha ancora espresso una condanna per la violazione dell'ambasciata americana). Obama non ha affatto «guidato da dietro le quinte» le transizioni della primavera araba, le ha subite da sotto il tavolo. Leading from behind è stato solo uno slogan efficace per nascondere i suoi ritardi nella comprensione degli eventi e il suo vacillare nelle decisioni strategiche. In Libia è intervenuto per fare bella figura, perché si trattava di cacciare col minimo sforzo un pagliaccio, geopoliticamente ormai innocuo e indifeso, mentre con Assad, che ha dietro Iran e Russia, se la fa sotto, assiste immobile ad un massacro anche peggiore e al riarmo iraniano.

Monti tra verità e contraddizioni

Bisogna dare atto al premier Mario Monti di non essersi nascosto dietro un dito: «In parte le nostre decisioni hanno contribuito ad aggravare» la crisi. Quale capo di governo, quale politico, avrebbe avuto l'onestà intellettuale di una simile ammissione? Negare, negare anche l'evidenza, è la parola d'ordine dei politici (e non solo). Monti ha dunque parlato con il linguaggio della verità, e va apprezzato per questo, ma la sua autostima gli ha impedito di evitare di giustificarsi dicendo che si è trattato di scelte inevitabili.

«Solo uno stolto può pensare di incidere su elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare almeno nel breve periodo un rallentamento dovuto al calo della domanda». Vero anche questo. Il rapido aggiustamento fiscale che la situazione richiedeva avrebbe portato comunque ad un calo della domanda, e quindi ad una recessione. Cure indolori non ce n'erano e non ce ne sono. Tuttavia, c'è recessione e recessione. Tagli alla spesa pubblica piuttosto che aumenti di tasse causano di solito recessioni più brevi e meno acute, perché nel primo caso si tratta di trovarsi un altro cliente, nel secondo produttori e consumatori devono far fronte tutti ad una diminuzione di capacità d'acquisto e di investimento.

E' vero che in un Paese come l'Italia, dove ormai oltre metà dell'economia dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica (abbiamo forse superato il punto di non ritorno?), lo shock sarebbe stato comunque forte, ma d'altra parte anche la pressione fiscale era già a livelli insopportabili. Ma come ha ricordato anche il governatore Draghi, nell'inevitabilità e nell'urgenza dell'aggiustamento fiscale il governo un paio di opzioni le aveva di fronte a sé: agire più sul lato della spesa o più sul lato delle tasse. Ha scelto la seconda, la peggiore. Ma la correzione era inevitabile, non la strada per conseguirla.

Possiamo anche riconoscere che a novembre, appena entrato in carica, non c'era forse altro modo che aumentare le tasse. Ma da gennaio ad oggi il governo ha avuto 9 mesi per invertire il trend, invece ha perso tempo e quando finalmente sono arrivati i primi tagli alla spesa ha partorito un topolino.

Emblematico dei risultati deludenti e autolesionistici di questa politica, anche sul piano del bilancio, è il gettito della tassa sulle barche di lusso: 23 milioni di euro rispetto ai 155 attesi. E questo a fronte di una riduzione dei consumi nei porti e nelle località marittime, anche a causa del clima da caccia all'evasore, stimata in 700 milioni. Quindi ulteriore gettito perso.

Nell'intervista rilasciata da Monti a Cnbc e pubblicata da MilanoFinanza il premier pone solo al terzo posto le riforme strutturali come «volano della crescita»: al primo il calo dei rendimenti dei titoli di Stato, al secondo la ripresa dell'economia internazionale. Ebbene, ma come la mettiamo se gli investitori aspettano di vedere riforme e segnali di ripresa prima di tornare a comprare i nostri titoli? Rischia di essere un cane che si morde la coda: Monti in pratica si affida a loro per la crescita, ma quelli non investono in attesa di riforme e crescita.

Infine, l'aumento di produttività, che per Monti sembra possa arrivare solo dalle parti sociali. Tradotto: lavorare di più all'incirca allo stesso salario. Bene incalzare imprese e sindacati sulla contrattazione aziendale, ma perché invece di tagliare di fatto le retribuzioni non tagliare il pizzo esorbitante, criminale, che si prende lo Stato sul lavoro? Il governo deve fare la sua parte: deve agire per legge sulla contrattazione, se Confindustria e sindacati si dimostrano inconcludenti, e deve abbattere il cuneo fiscale. Si possono reperire le risorse tagliando i sussidi alle imprese, rivedendo le esenzioni fiscali, per non parlare della spesa pubblica.

Istruzione: il guaio è che spendiamo male

Anche quest'anno il rapporto Ocse Education at Glance (su dati 2009) suggerisce che il problema del sistema educativo italiano non è legato tanto alla quantità della spesa, quanto alla sua qualità ed efficienza, smentendo così i soliti luoghi comuni statalisti. La nostra spesa è troppo squilibrata, da un lato a favore di scuole primarie e secondarie inferiori, mentre soffrono licei e università, dall'altro sulla spesa corrente (salari) a danno degli investimenti (edilizia e strumenti). In Italia gli insegnanti vengono pagati molto meno dei loro colleghi ma sono uno ogni 11,3 alunni nella scuola primaria (media Ocse 15,8, Francia 18,7 e Germania 16,7) e uno ogni 12 nelle secondarie (media Ocse 13,8, Francia 12,3 e Germania 14,4). Le famiglie fanno la loro parte, semmai è quasi trascurabile il contributo di enti privati, che non sono incentivati ad investire nell'istruzione né da vantaggi fiscali né da una governance aperta e trasparente. E a fronte di una spesa che rispetto al Pil pro-capite è in linea con le medie Ocse e Ue, e con quella dei paesi europei più simili al nostro, sforniamo pochi laureati e i nostri studenti sono mediamente meno preparati. Ma scendiamo nel dettaglio.
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Tuesday, September 11, 2012

L'11 settembre e il nostro disarmo ideologico

Sono tra quelli che l'11 settembre non sarà mai più un giorno come un altro. Un giorno in cui si spende almeno qualche minuto in ricordo delle vittime e una riflessione sulla violenza dei terroristi islamici. E' in voga sui social network quella specie di "turismo", o esibizionismo, per cui ciascuno ricorda dov'era e con chi era al momento della strage. Però in pochi sembrano interessati a ricordare il target ideologico di quell'aggressione, l'insieme di valori che qualcuno voleva abbattere e sotterrare con le due torri. Gli edifici crollano e si ricostruiscono, i morti si piangono, si onorano, ma sono il passato. Quei valori sotto attacco ci servono per continuare a vivere, ma li stiamo difendendo? Poniamocela questa domanda, almeno l'11 settembre, perché la risposta purtroppo non è scontata.

Almeno una volta l'anno, in questo giorno, non lasciamoci ingannare dalla falsa razionalità con cui il tempo ci fa riflettere sull'11 settembre e sforziamoci di ri-cogliere il significato profondo che percepimmo allora.
«In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».
Tony Blair
Mai un evento era stato così "globale", nel senso di partecipato, seppure con emozioni molto diverse tra di loro, anche opposte, in tutte le parti del mondo contemporaneamente. Resterà scolpito nelle coscienze, collettive e individuali. Grazie alla risposta americana e di pochi altri alleati i nemici sono quasi tutti sotto terra, o comunque non se la passano bene, ma l'Occidente non è ancora guarito dai propri fantasmi interiori.

Come scrivevo l'anno scorso, è ancora in uno stato di torpore e sfiducia in se stesso, sembra non credere più nei valori che lo hanno reso grande e che sono alla base dell'odio dei nostri nemici. Non saprei dire se il disarmo è «morale», come l'ha definito in una interessante analisi Stefano Magni, o più intellettuale, politico, ideologico. Di sicuro è un disarmo. Che mette in pericolo le nostre società, il nostro modello di vita, il nostro futuro, e che oltraggia la memoria delle vittime di 11 anni fa. Nemmeno il loro sacrificio ci ha svegliati. Non basta ricordare dove eravamo per fare i conti con le sfide che quell'evento ci ha posto.

Monday, September 10, 2012

Il Monti-bis e i partiti alle misere manovre

Gli ultimi dati Istat indicano che il nostro Pil quest'anno sta precipitando verso un rovinoso -3%. Il calo nel II trimestre è stato dello 0,8%, -2,6% se confrontato con il II trimestre 2011. Nel 2012 abbiamo già acquisito una perdita del 2,1%. Per mantenerci entro il -2,5% la caduta dovrebbe quasi arrestarsi nei prossimi due semestri, ma nulla fa pensare che sarà così. I dati dei consumi parlano chiaro: la spesa delle famiglie italiane nel II trimestre è scesa del 3,5% (-10,1% gli acquisti di beni durevoli, -3,5% i non durevoli, -1,1% i servizi). Solo cinque mesi fa il governo stimava un calo del Pil annuo dell'1,2%. Delle due l'una: o ha colpevolmente sottovalutato gli effetti depressivi delle sue politiche, oppure ha consapevolmente tentato di nascondere la realtà.

Sia come sia, questi dati confermano che lo scudo anti-spread messo a punto da Draghi non risolve da solo i problemi dell'Italia. La sfida resta quella di trovare una politica credibile per abbattere il debito senza deprimere l'economia, risultato a cui invece ci sta portando la ricetta Monti. Su questo dovrebbe vertere la campagna elettorale alle porte, ma i partiti sembrano piuttosto concentrati sulle alchimie politiche. Il Pdl in queste prime fasi risulta non pervenuto, incapace di iniziativa politica, paralizzato in attesa della decisione di Berlusconi sulla sua ricandidatura. A onor del vero, una proposta concreta per abbattere il debito l'ha elaborata, ma leadership e personale politico non rinnovati non la rendono credibile.

Per il Pd il governo tecnico è servito a "cacciare" Berlusconi e a varare decisioni impopolari, un intermezzo necessario a preparare la presa del potere. Bersani scalpita, vede Palazzo Chigi a portata di mano e scalda i motori della sua gioiosa macchina da guerra 2.0, che lo fa assomigliare a Occhetto nonostante lui si creda Hollande. Si dice pronto, davanti all'Italia e al mondo, ad assumersi la responsabilità di governare, ma per ora si barcamena, cercando di scacciare i fantasmi di Monti e Renzi. La campagna del giovane sindaco di Firenze è per lo più rivolta al rinnovamento interno, non si capisce ancora in che direzione guiderebbe il Paese. Ma dal Pd non servono tante parole, sappiamo cosa aspettarci: rigore a base di tasse, quindi depressivo, e tentativo di rilancio con investimenti pubblici nelle ristrette pieghe del bilancio. Il piano l'ha svelato D'Alema qualche giorno fa: arrivare primi e convincere Casini a governare con Vendola.

Casini spera invece di convincere il Pd a sostenere un Monti-bis. E' più interessato alle formule, a rafforzare la sua rendita di posizione, sperando in un risultato elettorale incerto che disponga i due poli a farsi guidare verso il centro. Crede che come programma basti una generica evocazione dell'"agenda Monti" e come rinnovamento una sorta di Udc allargata a qualche esponente della società civile (Marcegaglia, Bonanni) e a qualche ministro "tecnico" (Passera, Riccardi). Ma che credibilità avrebbero personaggi che accettassero di "intrupparsi" senza chiari impegni al cambiamento, né programmatico né di apparato? «La pesca a strascico di Casini e i docili tonni della società civile», è il duro attacco di Montezemolo via Italia Futura.

Prende le distanze dall'Udc anche Fermareildeclino, le cui proposte sono tra le più chiare e condivisibili. Ma restano l'incertezza su leadership e personale politico (come per Italia Futura) e il rischio che un certo antiberlusconismo viscerale che contraddistingue Giannino & Co possa apparire troppo colpevolizzante per gli elettori che in Berlusconi hanno creduto e che FilD con la sua agenda mira a conquistare.

Quanto a Monti, il premier ha osservato nei giorni scorsi che «l'Italia ha bisogno di un governo politico», ma in un modo che non sembra escludere una continuazione della sua esperienza, a suo giudizio tutt'altro che "tecnica". Il professore però continua a giocare da riserva della Repubblica: disponibile a tornare a guidare il Paese "su richiesta" dopo il voto, se i partiti lo chiameranno di nuovo, o per l'impossibilità di formare una maggioranza o per il peggioramento del quadro economico. Rispetto ad un governo Bersani-Vendola, l'ipotesi Monti-bis è senz'altro il male minore. Ma se spuntasse come opzione residuale per superare uno stallo post-elettorale rischierebbe di fungere da zattera di salvataggio dei vecchi partiti, senza un mandato forte per le riforme necessarie. Un conto è un premier calato dall'empireo per uno scorcio di legislatura; tutt'altro all'inizio di una nuova, sostenuto tra i mal di pancia di chi si sente scippato della vittoria elettorale e di chi è tentato di svolgere fino in fondo il ruolo dell'opposizione per recuperare i consensi perduti. Se Monti dev'essere, che gli italiani trovino il suo nome sulla scheda e che le forze politiche si riposizionino di conseguenza.

Friday, September 07, 2012

Ma il problema del moral hazard resta

Come prevedibile la stampa nazionale e la politica italiane (nonché i mercati) hanno celebrato enfaticamente il piano Draghi, mentre in Germania sono molto meno contenti. Le polemiche aizzate dalla Bundesbank e da alcune testate sono talmente chiassose e sopra le righe, a tal punto da ignorare gli aspetti del piano che obiettivamente vanno incontro alle preoccupazioni tedesche, da dare l'idea di una vera e propria sollevazione anti-Bce, che a ben vedere non c'è stata. Se il silenzio-assenso da parte del governo Merkel viene criticato dai falchi all'interno della stessa maggioranza, anche il mondo produttivo e la comunità degli economisti sono divisi tra falchi e colombe. Ma non siamo certo noi, con la nostra stampa che titola "IV Reich" o peggio, a poter dare lezioni di sobrietà alla stampa tedesca che parla alla pancia dei suoi lettori.

Draghi ha senz'altro mantenuto fede alle promesse di luglio («faremo tutto quanto necessario per difendere l'euro e, credetemi, sarà abbastanza»). I mercati festeggiano perché forse per la prima volta dall'inizio della crisi si è avuta la dimostrazione concreta della volontà delle istituzioni europee di difendere l'integrità dell'Eurozona. Il combinato disposto di ESM e OTM rappresenta un firewall che quanto meno promette di scongiurare in futuro il caos gestionale della crisi greca. Se altri Paesi entreranno in crisi, da oggi c'è una strada tracciata, una via al commissariamento - più rigido o soft a seconda dei casi, dipenderà dal negoziato politico - che allontana le prospettive di fallimenti traumatici e riduce i rischi di rottura dell'euro.

Ma se è fuori luogo strapparsi i capelli in Germania, lo è altrettanto brindare e darsi ai festeggiamenti in Italia e Spagna, fingendo di ignorare il nodo delle "condizionalità". L'attivazione del programma prevede comunque una forma di commissariamento, anche se soft. Perché il meccanismo messo in piedi da Draghi non regala nulla. Monti ha invocato più volte opportuni «riconoscimenti», in termini di interventi per "calmierare" i rendimenti, dei progressi compiuti nella politica di bilancio e nelle riforme. Ecco, lo scudo Draghi non è nulla di simile. Non è una ricompensa per i "compiti a casa" fatti, né formalmente un aiuto a fronte di condizioni, bensì uno strumento per depurare dallo spread i fattori di rischio estranei alla situazione macroeconomica del singolo Paese. Semplificando si potrebbe dire che lo scudo Draghi è concepito per far rientrare le paure di reversibilità dell'euro piuttosto che per "salvare" Spagna o Italia.

Limitare gli acquisti ai titoli a scadenza da 1 a 3 anni significa monetizzare il meno possibile il debito; evitare di quantificare ex ante i titoli da acquistare e di fissare tetti ai rendimenti vuol dire sì non dare riferimenti agli speculatori, ma anche porre un freno al moral hazard degli Stati. Così come la trasparenza sugli acquisti servirà a mantenere alta la pressione politica su di essi. La «piena sterilizzazione» svuota le critiche tedesche sul rischio inflazione, mentre lo status paritario della Bce nei confronti degli altri creditori rassicura i mercati ma rappresenta dei rischi, che in ultima analisi gravano sulle spalle dei contribuenti europei.

A voler essere onesti, l'accusa alla Bce di mettere i piedi nella politica fiscale non è del tutto infondata, ma lo era di più con il vecchio programma, l'SMP (infatti stoppato dagli euromembri più rigorosi), che con l'OMT. Non solo i tedeschi, anche il Wall Street Journal parla di «giant step into fiscal policy», che «costerà caro all'indipendenza politica della Bce». Diciamo che siamo al limite, a cavallo di un confine molto labile. Se è vera l'interpretazione secondo cui gli spread elevati incorporano distorsioni ormai non tutte dipendenti dalla situazione macroeconomica dei Paesi in difficoltà, allora si pone un problema di efficacia della politica monetaria, che va curato. Oggi sappiamo che in parte è così, ma un domani potremo esserne ugualmente certi?

Di buono c'è che a questo punto la politica non ha più alibi. Il nuovo firewall, se attivato, consentirà ai Paesi in difficoltà di guadagnare tempo per aggiustare il bilancio e approvare le riforme, ma gli acquisti di bond non potranno durare a lungo, perché sarebbe insostenibile politicamente. Ma c'è anche il rischio che, come in passato, il significato dello scudo venga equivocato dalle classi politiche e percepito come una rete di salvataggio pronta a "coprire" il loro moral hazard. La sola prospettiva degli acquisti "calmieranti" potrebbe far calare lo spread "gratuitamente", come in questi due giorni, e allentare quindi la pressione per le riforme e la disciplina di bilancio. In questo caso, i problemi di scarsa crescita e divario di competitività dei Paesi eurodeboli non verrebbero risolti e la rottura dell'euro sarebbe solo rinviata.

Dunque, tornare al business as usual perché tanto la Bce è pronta a soccorrerci sarebbe da pazzi e in caso di richiesta di intervento, che nei prossimi mesi, o settimane, il governo dovrà valutare attentamente, l'ipotesi Monti-bis diventerebbe più che probabile.

Lo scudo Draghi c'è. Ma la palla passa ai governi

Lo scudo anti-spread c'è, Draghi ha impugnato il "bazooka" che in tanti invocavano, ma il succo è che come previsto non si attiverà in automatico e "gratis", come ricompensa per i progressi compiuti nella politica di bilancio dagli stati in difficoltà, bensì su richiesta formale di questi ultimi e a «severe condizioni». I governi interessati dovranno prima chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm (quest'ultimo non ancora operativo, in attesa della decisione della Corte costituzionale tedesca), che a sua volta è condizionato alla sottoscrizione di un memorandum di impegni secondo linee guida già previste.
(...)
La contrarietà del presidente della Bundesbank non implica anche quella del governo tedesco, la cui posizione coincide invece con il voto favorevole di un altro membro del direttivo, Joerg Asmussen. «La Bce agisce in modo indipendente, nel quadro del suo mandato», ha dichiarato la cancelliera Merkel apprese le decisioni, pur avvertendo che «tutte le misure necessarie per la stabilità monetaria, come quelle della Bce, non possono sostituire le azioni politiche». Un concetto più volte espresso dallo stesso governatore Draghi: la Bce non può sostituirsi ai governi. Sbagliate, quindi, tutte le ricostruzioni che leggerete e ascolterete sulla Germania «isolata», addirittura umiliata da Draghi. In realtà, il compromesso è il frutto della sintonia e dell'azione combinata di Mario e Angela. Senza la disponibilità alla mediazione di quest'ultima, Draghi avrebbe potuto ben poco.

Dalle modalità operative del programma Omts si deduce che in ultima analisi le «severe condizioni» di cui ha parlato Draghi verranno poste agli stati in sede di attivazione dei fondi Efsf/Esm, quindi in sede politica, dall'Eurogruppo. Se nei memorandum verranno previsti gli impegni già esistenti o condizioni aggiuntive, e se queste saranno severe o morbide, verrà deciso caso per caso. E ovviamente un paese che sta compiendo progressi nel consolidamento fiscale, che sta facendo i suoi "compiti a casa", è ragionevole ritenere che possa strappare condizioni non troppo gravose. Aggiustamento fiscale, riforme e controlli serrati, dunque uno schema non troppo diverso dai piani imposti a Grecia, Portogallo e Irlanda, solo più flessibile. Il nodo delle condizioni verrà sciolto dal negoziato politico, è questa la vera polizza di assicurazione dei tedeschi, e allo stesso tempo il piccolo margine di tolleranza concesso a Spagna e Italia.

Ed ecco perché ora la palla passa ai governi, in primis di Madrid e Roma. Per una duplice ragione. Primo, perché saranno loro a dover decidere se, e quando, chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm, il solo modo per attivare anche gli acquisti "calmieranti" da parte della Bce; secondo, perché il "bazooka", la cui attivazione è comunque politicamente costosa, resta una toppa, un modo per guadagnare tempo, ma da solo non può risolvere tutti i problemi. Restano essenziali l'attuazione del fiscal compact e le riforme strutturali per migliorare la competitività e rilanciare la crescita.
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Thursday, September 06, 2012

Basta tavoli e appelli. Decisioni e meno tasse

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L'appello di Monti alle parti socali elude il tema del cuneo fiscale

L'economia italiana ha bisogno dell'esatto opposto di una «politica industriale», di aiuti pubblici più o meno camuffati da incentivi, elargiti agli imprenditori amici o in modo dirigistico, pretendendo di intuire i settori strategici. Ha bisogno di meno Stato: meno tasse, meno oneri burocratici, meno sussidi distorsivi. Dubitiamo quindi che lo stanco rito della concertazione, o delle "consultazioni", tra governo e parti sociali, che il premier Monti ha voluto riprendere in questo inizio settembre, incontrando ieri le associazioni delle imprese, la prossima settimana i sindacati, possa produrre benefici.

All'Italia di oggi non servono tavoli né appelli, bensì decisioni e riforme nette, radicali. Quasi mai nel nostro paese le parti sociali hanno giocato un ruolo di spinta all'innovazione economico-sociale. Quasi sempre, al contrario, si sono dimostrate potenti agenti di conservatorismo corporativo. E se guardiamo all'esempio più recente, che ha partorito la peggiore riforma di questo governo, quella sul mercato del lavoro, c'è persino da temere un nuovo "patto" per la produttività. Se le sorti del paese sono nelle mani delle parti sociali, allora siamo proprio messi male.

Di ieri l'allarme lanciato da Italia Oggi sugli effetti nocivi, da molti paventati, della riforma del lavoro. Dalle rilevazioni della Fondazione dei consulenti del lavoro emerge, infatti, che ad un mese dalla sua entrata in vigore ha praticamente bloccato l'avvio di contratti a progetto. Per il 93% del campione dei consulenti intervistati la riforma ha bloccato fino a 50 contratti; per il 3% da 50 a 200 e per il 4% addirittura oltre 200. Il 54% dichiara che al termine del regime transitorio per i contratti di lavoro intermittente le aziende hanno già deciso di risolvere il rapporto e solo il 3% di convertirlo a tempo indeterminato. Certo, pesa la crisi, ma se qualche imprenditore era indeciso, la riforma sembra aver tagliato la testa al toro (o al precario).

All'uscita dall'incontro con Monti il numero uno di Confindustria Squinzi ha parlato di «clima costruttivo», augurandosi «un autunno un pò meno bollente». I «fattori di contesto» (infrastrutture, agenda digitale, semplificazioni e giustizia), su cui il governo in una nota si impegna a continuare ad intervenire, sono importanti per la produttività e la competitività delle imprese, ma non decisivi. Monti si appella alle parti sociali affinché giochino un «ruolo da protagonisti» sulla «produttività del lavoro». Bene il pressing su imprenditori e sindacati per «l'attuazione e ulteriore rafforzamento della contrattazione di secondo livello e del legame tra salari e produttività», in particolare attuando l'accordo del 28 giugno 2011, ma pensare che crescita e occupazione si rilancino con l'apprendistato e i «contratti di solidarietà espansiva» è francamente risibile. E con un tax rate al 68% il governo non può più eludere ciò che è di sua competenza, cioè il cuneo fiscale e l'inefficienza degli apparati pubblici.

Non servono miliardi in infrastrutture, né briciole di incentivi o chissà quali effetti speciali. Non c'è "Agenda per la crescita" credibile senza abbattimento del cuneo fiscale, tagliando la spesa e i sussidi a imprese e sindacati. La cartina di tornasole è il rapporto Giavazzi, che fino ad oggi il ministro Passera e Confindustria sono riusciti a tenere nel cassetto. Dai tagli agli incentivi – molti dei quali premiano canali clientelari – si potrebbero risparmiare 10 miliardi da utilizzare per una riduzione del cuneo fiscale. Confindustria chi vuole rappresentare, le imprese che vivono di sussidi pubblici o quelle che invocano meno tasse per tutte?

Wednesday, September 05, 2012

Si tratta ancora sullo scudo anti-spread: il nodo delle condizioni

L'intervento congiunto Esm-Bce dev'essere sollecitato dagli stati in difficoltà e subordinato all'accettazione di severe condizioni, come delineato nelle scorse settimane da Mario Draghi e come si aspetta la cancelliera Merkel, o deve scattare con un certo automatismo sulla base delle autonome valutazioni dell'istituzione di Francoforte? E le eventuali condizioni verrebbero poste dall'Eurogruppo o dalla Bce? Nella conferenza stampa di ieri al termine del loro incontro a Villa Madama il presidente francese Hollande e il premier Mario Monti sono stati piuttosto vaghi su questo punto, lasciando intendere di voler restare fedeli a quanto deciso al Consiglio europeo del 28-29 giugno, nelle cui conclusioni si parlava di memorandum d'intesa ma non di condizioni aggiuntive rispetto agli impegni di bilancio già assunti dai singoli paesi in sede Ue e rispetto alle riforme/manovre in via di attuazione.
(...)
L'impressione è che le modalità di attivazione e le condizioni del meccanismo anti-spread siano ancora il tema più dibattuto tra le cancellerie e all’interno del board della Bce. «Fare i compiti a casa è necessario, ma non sufficiente», ha avvertito Monti: «Occorre che via via che una paese realizza progressi nella propria politica economica ci sia un riconoscimento dell'Unione europea affinché non persistano spread privi di riferimento con l'andamento economico e finanziario sottostante». Una frase da cui sembra di capire che il premier italiano auspichi un certo automatismo nelle azioni calmieranti sui rendimenti dei titoli sovrani. La Bce «ha già dato linee guida» sui suoi eventuali interventi e deciderà in «piena autonomia», ha osservato Hollande. Ma nella sua autonomia Draghi sembra aver già deciso che le condizioni ci saranno e saranno severe.
(...)
«Non riusciamo a perseguire la stabilità dei prezzi con l'attuale frammentazione dell'area euro, perché i cambiamenti dei tassi d'interesse si riflettono solo ad uno, o due paesi al massimo», ha spiegato lo stesso Draghi in un'audizione a porte chiuse al Parlamento europeo, secondo le trascrizioni citate da Bloomberg. Nel momento in cui i differenziali, i cui livelli sono in parte ingiustificati, compromettono, se non addirittura annullano, l'efficacia della politica monetaria della Bce, ecco che gli acquisti di bond si rendono necessari, ha avvertito Draghi, hanno a che fare «con il proseguimento dell'esistenza dell'euro».
(...)
Persino i membri più rigidi del board Bce non si oppongono più alla ripresa degli acquisti, essendo ormai ritenuti essenziali per non vanificare la politica monetaria, ma quasi certamente non saranno incondizionati. Le aspettative (sui mercati e in Italia) per la riunione di giovedì del board Bce sono probabilmente eccessive. Anche se fossero messe a punto nel dettaglio le linee guida dei piani di intervento anti-spread, la quantità di titoli da acquistare e i rendimenti ritenuti "equi" per i bond italiani e spagnoli non saranno resi noti. Difficilmente Draghi dirà quando e a quali condizioni la Bce procederà agli acquisti. Perché vorrà valutare caso per caso, a seconda delle situazioni, e perché l'efficacia degli interventi richiede che siano di difficile previsione per i mercati, in modo da non dare vantaggi agli speculatori.
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