Wednesday, October 31, 2012

Perché Grillo ha fallito il "boom"

In Sicilia non ha "sfondato" tra astensionisti ed elettori di centrodestra

E così l'analisi dei flussi condotta dal solito Istituto Cattaneo (confronto su Palermo, tra comunali e regionali 2012) conferma, come spiegavamo in questo post, il mancato boom del Movimento di Grillo alle elezioni siciliane. Non è che non sia stato un successo: per la prima volta dimostra di avere numeri da movimento nazionale, e a doppia cifra, ma il grosso degli elettori non ha visto nemmeno nel M5S una valida alternativa all'astensione e il suo candidato si è piazzato terzo staccato di oltre 7 punti dal secondo.

Ciò che emerge, infatti, è che i voti necessari per passare in pochi mesi dal 5 al 20% nel capoluogo siciliano il M5S non li ha pescati né dal bacino dell'astensione, né dai partiti di centrodestra. Hanno votato il candidato di Grillo un gran numero di elettori che alle comunali avevano votato partiti di sinistra o di centro: il 29,8% della sinistra radicale, il 26% del Pd, il 21,8% del Terzo polo (Udc, Fli, Api) e il 15,1% dell'Idv, mentre solo il 6,9% degli elettori del Pdl.

Grillo quindi ha ottenuto il suo successo in Sicilia seducendo i delusi dei partiti di sinistra e del Terzo polo, ma non gli astensionisti e gli elettori di centrodestra. Il bacino dell'astensionismo e l'elevata percentuale di elettori indecisi a livello nazionale rappresentano certamente un margine di crescita per Grillo, ma anche per gli altri partiti, vecchi o nuovi. Avendo raggiunto una massa critica importante, non si può escludere che il M5S possa convincere gli astenuti e gli indecisi, ma nemmeno che i partiti tradizionali, rinnovandosi, riescano almeno in parte a recuperare i loro delusi.

Degno di nota, inoltre, che rispetto alle comunali di pochi mesi fa ben il 33,3%, esattamente uno su tre, degli elettori del Terzo polo (Udc, Fli, Api) si è astenuto piuttosto che seguire l'indicazione di Crocetta o altre. Il messaggio che Casini dovrebbe cogliere sembra evidente: quando si allea con il Pd quasi la metà dei suoi elettori non lo seguono e preferiscono astenersi o, in misura minore, votare un candidato di centrodestra. Può quindi andare incontro ad una mutazione del suo elettorato, fungendo da nuova Margherita, o ad un forte calo dei consensi.

La cattiva notizia per il Pdl è che la sinistra è molto più del 30% raccolto da Crocetta, ma la buona è che i suoi elettori delusi non sembrano ancora essersi accasati altrove - né a sinistra, né con Casini, né nel movimento di Grillo, che esercitano a quanto pare ben poca attrazione presso di essi. Sono lì in attesa, incazzati più che "moderati".

Il voto in Sicilia chiama in causa anche Monti

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Almeno due le esagerazioni ricorrenti nelle analisi post-voto siciliano. Il movimento di Grillo ha dimostrato di sapersi imporre come terza o quarta forza, con percentuali a doppia cifra, non solo in elezioni cittadine ma anche regionali, e non solo al centro-nord ma anche nel profondo sud. Insomma, oltre ai sondaggi che lo accreditano come movimento nazionale intorno al 15%, da oggi abbiamo anche un voto vero. Non è poco, ma è esagerato parlare di «boom» o «primo partito» in Sicilia: alle regionali i numeri dei partiti sono distorti dal gioco delle liste civiche/personali dei candidati, e Cancelleri è arrivato a malapena terzo, staccato di oltre 7 punti dal secondo. In condizioni ottimali - classe politica locale screditata, debolezza dei candidati, crisi dei partiti tradizionali e frammentazione - non ha sfondato, gli elettori non hanno visto nemmeno nel M5S una valida alternativa all'astensione.

Un azzardo, poi, proiettare il voto in Sicilia sul piano nazionale. A prescindere dalle specificità dell'isola, alle politiche mancano ancora sei mesi in cui possono mutare molte variabili: la legge elettorale (bisognerà valutare il grado di correzione in senso maggioritario della nuova legge, ma non si può escludere che voteremo di nuovo con il porcellum); le primarie, che potrebbero dare almeno l'impressione di un certo rinnovamento e grado di apertura dei vecchi partiti, quindi ridar loro un certo slancio; e infine le alleanze e i candidati premier.

Anche sull'astensionismo prevale una lettura eccessivamente pessimistica. Può essere infatti una cattiva notizia, perché una ridotta partecipazione aumenta il rischio di derive populiste e ingovernabilità; ma anche buona, visto che non mancano offerte politiche populiste, che fanno leva sull'indignazione e il disgusto anti-casta, eppure il grosso dell'elettorato non sembra ancora essersi fatto sedurre. Che gli italiani siano più maturi di quanto pensiamo e non si accontentino di un voto di protesta, ma siano ancora in attesa di una credibile proposta di governo?

Uno dei messaggi, per ora trascurato, che giunge dalla Sicilia è che l'astensionismo e il voto a Grillo non premiano il cambiamento, ma le coalizioni guidate dal Pd. Come cambierà l'atteggiamento degli elettori, soprattutto dei delusi dal centrodestra, quando in prossimità delle politiche apparirà chiaro che astenendosi o votando Grillo il rischio è di ritrovarsi con Bersani e Vendola a Palazzo Chigi?

Certo, astensionismo, frammentazione e avanzata di Grillo è un cocktail che rende concreto anche il rischio ingovernabilità, e quindi automaticamente più probabile l'ipotesi Monti-bis. Se davvero dalle urne uscisse un quadro simile a quello siciliano, le condizioni sarebbero ideali per il ritorno del prof. a Palazzo Chigi, ma siamo sicuri che riuscirebbe a governare con un Parlamento balcanizzato, ancor più instabile dell'attuale - con il Pd in preda a sindrome da vittoria scippata, un centro leale ma minoritario, un centrodestra frammentato e rancoroso, e la pressione di consistenti forze anti-sistema? Il voto siciliano, osserva Giuliano Cazzola, «carica di responsabilità non solo i partiti, ma anche il premier Monti, il quale deve decidere se vuole entrare nella storia come Facta, il cui governo fu travolto dalla marcia su Roma del 1922, oppure come De Gasperi, che nel '48 riuscì a sconfiggere il Fronte popolare». Posto che Monti abbia in mente l'"agenda" per il paese di cui tanto si parla, puntare su un esito "siciliano" del voto nazionale sarebbe come scherzare col fuoco sulla testa degli italiani. La via più trasparente, e responsabile, per non rischiare uno scenario greco, è quella dell'impegno esplicito.

Tuesday, October 30, 2012

Svolta gattopardiana in Sicilia

Nonostante la buona affermazione di Grillo - certo non il boom, semmai il flop considerando le aspettative della vigilia e i rumors diffusi a scrutinio in corso - si profila il più classico degli esiti gattopardiani: in Sicilia sembra cambiare tutto, ma in realtà cambia poco o niente. La vittoria del Pd, che per l'occasione "veste" una coalizione centrista - con l'Udc, forte nell'isola - quindi molto diversa da quella che propone a livello nazionale (con Vendola) è netta, così come netta è la sconfitta del Pdl, ma dato lo stato comatoso, quasi terminale del partito, nemmeno appare così catastrofica come sarebbe potuta essere, per esempio, se il suo candidato si fosse piazzato terzo dietro a quello grillino. Il che consente ad Alfano di recriminare sulle divisioni del centrodestra che hanno avvantaggiato il centrosinistra. La lista ufficiale del Pdl raccoglie il 12,9% (solo uno 0,5% in meno rispetto a quella ufficiale del Pd), erosa soprattutto dall'astensionismo, e in misura minore da Grillo e da Miccichè, ma il candidato il 25,7%, oltre 7 punti avanti quello grillino fermo al 18.

Ma per il governo dell'isola cambia davvero poco o niente: avendo conquistato la sua coalizione solo 39 seggi, lontani dalla maggioranza di 46, Crocetta per governare dovrà chiedere aiuto ai lombardiani. Ed ecco quindi che di fatto la continuità con la maggioranza uscente Pd-Udc-Lombardo è evidente, seppure questa volta con un baricentro spostato più a sinistra, ma sempre con un forte potere di ricatto di Lombardo. Per la prima volta però un partito di sinistra entra al governo della Sicilia dalla porta principale, non a seguito di ribaltoni, quindi Bersani può cantare vittoria, in questo senso il «risultato storico» c'è tutto. Da prendere con le pinze, inoltre, qualsiasi lettura che volesse attribuire un significato, una portata nazionale all'alleanza Pd-Udc.

E' una colossale bufala giornalistica, invece, parlare del M5S come primo partito in Sicilia. Semmai prima lista, perché se il M5S ha preso il 14,9% dei voti validi, superando di poco le liste ufficiali di Pd e Pdl, queste ultime, come al solito in elezioni ammninistrative, erano affiancate da liste civiche/personali dei candidati, per massimizzare il più possibile la raccolta di seggi.

La realtà è che alle elezioni regionali ha comunque poco senso porre l'enfasi sui voti di lista. Più significativi politicamente quelli ai candidati. Dovevano essere le elezioni del boom di Grillo, qualcuno vedeva già il suo candidato vincitore, invece è arrivato a malapena terzo (staccato di 7 punti dal secondo e solo di 2 dal quarto). Per ora Grillo non sfonda (il che non significa che non potrà farlo in futuro), resta uno sfogatoio, gli elettori delusi e disgustati dai partiti tradizionali preferiscono per lo più astenersi piuttosto che votare M5S. Considerando il notevole astensionismo (oltre il 52%) - e ad essere rimasti a casa per disaffezione non sono certo i grillini - il 18% di Cancelleri varrebbe all'incirca il 13% in un'elezione, come quella del 2008, con un'affluenza del 66%, e il 14,9% della lista un 10%. Non un boom, quindi, da oggi però quello di Grillo è un movimento nazionale, nel senso che ha dimostrato di sapersi imporre come terza o quarta forza non solo al centro-nord, ma anche al sud, anche se per ora si tratta di elezioni amministrative. Si può dire che l'astensione ha fermato Grillo così come ha punito i partiti e le coalizioni tradizionali, ma gli elettori sono lì che aspettano un'offerta politica convincente, che finora non hanno visto nemmeno nel M5S.

Monday, October 29, 2012

Le sirene neocentriste bersaglio dell'ira del Cav

Difficile comprendere dove finisca lo sfogo per l'assurda sentenza di condanna ricevuta venerdì, accompagnata da a dir poco irrituali motivazioni "politiche", e dove cominci, invece, la politica. Si vedrà nelle prossime settimane. Ma i toni sopra le righe nei confronti del governo Monti e della cancelliera Merkel hanno senz'altro a che fare sia con l'ennesimo tentativo di "farlo fuori" per via giudiziaria, sia con lo scollamento in atto tra il fondatore del Pdl e la sua classe dirigente, segretario Alfano compreso. Il Cav ha voluto evitare che il combinato disposto della sentenza dei giudici di Milano e della sua decisione di non ricandidarsi, con apertura al metodo delle primarie, potesse incoraggiare qualcuno, in primis nel suo partito ma ovviamente anche tra i suoi avversari, a credere che sia disposto a farsi eliminare dalla scena politica.

Il passo indietro non significa affatto un via libera ad una linea acriticamente montiana del Pdl, nell'illusione di favorire l'alleanza con Casini. Oltre allo shock della sentenza, a Berlusconi non è senz'altro sfuggito che il suo passo indietro non ha affatto sortito gli effetti sperati sugli ipotetici intelocutori per il rassemblement dei "moderati", su tutti Casini e Montezemolo. Anzi, entrambi hanno stretto ulteriormente la morsa sul Pdl: Casini confermando di voler proseguire sulla sua strada con una "lista per l'Italia" e Montezemolo stringendo l'alleanza con il mondo di Todi. Il significato è fin troppo chiaro: il Pdl può anche diventare più montiano di Monti e il Cav sparire per sempre in Kenya o chissà dove, ma nulla potrà mai accontentarli se non la totale liquefazione del Pdl. L'obiettivo finale è sì l'unità dei moderati, ma completamente deberlusconizzata. Anzi, antiberlusconiana. Il che è chiaramente inaccettabile per Berlusconi. Sia pure con due diverse operazioni centriste, lo scenario a cui lavorano Casini e Montezemolo è quello di un pezzo maggioritario del Pdl che rompe con il suo fondatore, e che si consegna mani e piedi al progetto neocentrista. A quel punto Berlusconi e i suoi fedelissimi non potrebbero far altro che dar vita a un nuovo partito berlusconiano, rancoroso e populista, e gli ex An farebbero altrettanto, un nuovo partito di destra, non potendo certo morire democristiani, ma entrambi sarebbero condannati all'isolamento. Questo il disegno contro cui Berlusconi si è scagliato nella conferenza stampa di sabato.

Consapevolmente o meno molti esponenti del Pdl, pensando al seguito della propria carriera politica, sono invece allettati da questa prospettiva e il segretario Alfano è esposto a tali sirene. Il rischio che corrono, ovviamente, è di venire usati in funzione antiCav e poi gettati, come è capitato a Fini.

In questa partita a scacchi c'entra poco la "responsabilità" nei confronti del governo Monti. Anche il Pdl, come il Pd, ha sostenuto tutti i provvedimenti dell'attuale esecutivo. E anche il Pd non ha mai rinunciato a criticarlo e a porre i propri paletti. Sembra quasi, però, che al centrosinistra di Bersani si perdonino le intemperanze demagogiche e la voglia nemmeno tanto velata di archivhiare in fretta l'agenda e la figura stessa di Monti (vedi dichiarazioni di Fassina e Vendola), mentre al Pdl si richiede di starsene buono, appiattito sulle misure del governo tecnico, perché se osa alzare il ditino allora scatta l'accusa di populismo, di irresponsabilità. Se il Pd di Bersani punta i piedi sui tagli alla spesa – alla sanità, alla scuola e agli enti locali – e se insieme al sindacato è riuscito a svuotare la riforma del mercato del lavoro sull'articolo 18, non si capisce perché il Pdl e Berlusconi non dovrebbero porre istanze sul fisco, sull'Imu o sull'Iva. E quale sede più appropriata della legge di stabilità, cioè il principale atto di politica economica, per dimostrare di esserci?

Può apparire contraddittorio, ma il Pdl non potrebbe tenere in piedi una linea responsabile sul governo Monti e l'Europa, al tempo stesso senza appiattirsi totalmente sulle misure, tra l'altro non impeccabili, del governo?
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Friday, October 26, 2012

Socialismo cattolico in carrozza con Montezemolo

Il flirt tra Fermareildeclino e ItaliaFutura si conclude così: alle idee liberiste Montezemolo ha preferito la potenza organizzativa dell'associazionismo cattolico-solidarista, quello che chiamo socialismo cattolico; a Giannino ha preferito Bonanni, la Cisl, le Acli, insomma il mondo di Todi, che da mesi era alla ricerca di "mezzi" per un impegno politico diretto, che non fossero però i vecchi arnesi Pdl, Udc e Pd, né un nuovo partito cattolico.

Hanno finalmente trovato un "passaggio", e sono saliti sulla "carrozza" di Montezemolo, che negli anni ha sfornato più di un manifesto-appello, una lunga sequenza di testi sempre più annacquati fino ad arrivare a quello democristiano di oggi, che è davvero una presa in giro. Serve sostanzialmente a sancire la nuova alleanza di interesse, con un elenco di firmatari che sembra una lista elettorale già scritta, ma nulla dice di concreto su come riformare il paese. E certo avere la Cisl, primo sindacato nel pubblico impiego, tra gli  azionisti di maggioranza non promette grandi spinte al cambiamento nella pubblica amministrazione e nella scuola.

Dietro la retorica anti-partitica e una pretesa «apertura alla società civile», va di moda invocarla anche se nella definizione può rientrare tutto o niente, sono riconoscibili specifici e molto particolari interessi - legittimi, per carità. Da notare che c'è subito una forte presa di posizione contro i «conflitti di interesse», come se molti dei firmatari non fossero espressione di associazioni e cooperative che hanno, ovviamente e legittimamente, i loro interessi economici.

Tra le tante ovvietà, si guarda all'avvento di una «Terza Repubblica», senza nemmeno delinearne i tratti istituzionali che si auspicano abbia, e si rivendica una «continuità» con il governo Monti, per «una stagione di riforme di ispirazione democratica, popolare e liberale». Il nuovo soggetto, insomma, ha la pretesa di professarsi allo stesso tempo democratico, popolare e liberale (culture politiche molto diverse che si dividono quasi tutto lo spettro politico, come accade nel PE). Un po' di tutto, e molto di niente, perché l'importante è esserci, a prescindere dal cosa fare, per un mondo non più disposto a delegare la rappresentanza dei propri interessi.

Il flirt con Fermareildeclino era coinciso con la fase di maggiore impronta riformatrice e liberale di ItaliaFutura. Comprensibile quindi un certo "stupore" nel vedere come dall'oggi al domani si sia trasformata (con un input di certo calato dall'alto, a proposito di democrazia e trasparenza interna) in un'operazione centrista, una ridotta di catto-solidaristi, con un manifesto moderatissimo quando lo stesso Monti ha spiegato che al nostro paese servono riforme radicali e non moderate.

Quanto a FiD, premetto che non ho aderito, pur coindividendo (quasi) tutto il programma, perché nonostante le ottime idee e persone per ora non mi sembra un soggetto in grado di sviluppare alcuna prospettiva politica, quindi condannato all'isolamento e al velleitarismo. Magari maturerà, ma non intende "sporcarsi le mani". Nel caso specifico però, per come la vedo da fuori, è ItaliaFutura che ha deciso di volgersi da tutt'altra parte, anzi forse proprio di scrollarsi di dosso FiD, e non Giannino e compagni ad aver fatto gli schizzinosi. A questo punto, se proprio bisogna "sporcarsi le mani", perché altrimenti non si va da nessuna parte - e io credo che sì, bisogna sporcarsele - tanto vale farsi coraggio e partecipare alle primarie del Pdl, almeno andare a vedere il bluff, piuttosto che salire in carrozza con Montezemolo e Bonanni.

UPDATE ore 17:40
In questo post Andrea Romano smentisce la ricostruzione di Oscar Giannino, che sarebbe stato messo a conoscenza del testo del manifesto due settimane prima e non all'ultimo momento. Al di là di come siano andate le cose tra di loro, mi pare che effettivamente il punto sia il giudizio sul governo Monti, come spiega Romano: da superare, per Giannino e i suoi, da assicurarne la "continuità", per i montezemoliani. Resta da capire 1) quale sia realmente, in concreto, l'agenda Monti se il professore non chiederà esplicitamente agli italiani di essere rimandato a Palazzo Chigi; 2) quali siano, in concreto, le riforme che sosterrà l'alleanza Montezemolo-Todi; 3) come si possa pensare di riformare il paese con uno dei sindacati che ha opposto resistenza persino alle timide riforme avanzate dal governo Monti in questo scorcio legislatura (per non parlare dei danni di cui si è reso responsabile nei decenni).

Thursday, October 25, 2012

Monti non fare troppo lo schizzinoso

Narrano le cronache, e sembra verosimile, che Berlusconi abbia provato fino all'ultimo ad "arruolare" Monti, a convincerlo a farsi candidare esplicitamente per un bis a Palazzo Chigi («io non rinuncio all'idea di vederti a capo di uno schieramento dei moderati»), l'unico modo per il Pdl di ritrovarsi azionista di maggioranza nella prossima legislatura; e che il garbato, e a quanto pare argomentato, diniego del professore abbia aiutato Berlusconi a decidersi per il passo indietro, avendo compreso quanto una sua ricandidatura avrebbe ostacolato sia l'"agenda Monti" (da cui il Cav. sarebbe stato conquistato) che la riaggregazione dei "moderati", fornendo un vero e proprio alibi ai suoi interlocutori.

Nella sua nota Berlusconi chiarisce una volta per tutte la linea europeista e non avventurista, quindi "montiana", del Pdl. Ma si spinge anche oltre, tracciando implicitamente una linea di continuità tra la sua esperienza politica (almeno quale era alle origini e nelle sue intenzioni) e «la chiara direzione riformatrice e liberale» del professore. Facciamo per un attimo finta che sia così «chiara» la «direzione riformatrice e liberale» sia dell'esperienza berlusconiana che di Monti: è comunque noto che il professore si sente culturalmente vicino al popolarismo europeo.

E' comprensibile che Monti voglia evitare l'abbraccio mortale dei vecchi e compromessi partiti, che non abbia alcuna intenzione di caricarsi sulle spalle il futuro del Pdl, di farsi "accompagnare" da un alleato così impresentabile. Tuttavia, se davvero ritiene che l'Italia non abbia «affatto bisogno di politiche moderate, ma di riforme radicali», in senso liberale, sbaglierebbe di grosso a pensare che l'unica via politica possibile per realizzare questo programma sia quella non partigiana, delle larghe intese, come in questo scorcio di legislatura.

Il progetto di riforme radicali e liberali che avrebbe in mente, secondo quanto gli viene attribuito oggi, avrebbe sì bisogno di un ampio consenso per essere realizzato, ma di un ampio consenso tra gli italiani, non tra i partiti. Quindi di una maggioranza politica. Non è pensabile riproporre tale e quale, o quasi, la maggioranza di quest'ultimo anno. Perché delle due l'una: o le riforme non sarebbero né radicali né liberali e Monti sarebbe presto costretto a rinunciare alla sua ambiziosa agenda per gestire lo status quo, oppure, se tentasse davvero di trasformare il paese in senso liberale, si troverebbe senza la maggioranza che auspica.

Se davvero vuole provare a realizzare riforme radicali e liberali, non può fare a meno di "politicizzarsi" in qualche modo. Il che non implica certo fungere da scialuppa di salvataggio del vecchio e screditato ceto politico, ma non può nemmeno pensare di riuscirci restando super partes e con l'appoggio della sinistra o delle sue componenti più responsabili.

Primarie, non è il momento di essere troppo choosy

La doppia mossa di Berlusconi (ritiro e primarie) era l'unica possibile, necessaria anche se non sufficiente, per tentare di rianimare il Pdl e rifondare il centrodestra. Ora occorre che siano primarie credibili: le più aperte possibili nelle regole, per attirare il maggior numero di elettori, non solo i militanti, e candidature estranee alla nomenclatura del partito; che non siano le vecchie facce a infestare tv, radio e giornali, monopolizzandone la comunicazione; e che si confrontino linee politiche davvero differenti, perché il Pdl, e un ipotetico nuovo centrodestra, ha urgente bisogno di sciogliere la matassa ormai indistinguibile della sua politica economica, il cui bandolo negli anni si è perso, tra la mutazione del tremontismo e veri e propri rigurgiti assistenzialisti. Solo poche ore fa i deputati del Pdl in Commissione Lavoro (con la sola eccezione di Cazzola) hanno votato, insieme al Pd, un aumento delle tasse per sussidiare gli esodati.

Come dimostra l'agguerritissima corsa nel centrosinistra, le primarie fanno bene ai partiti che le organizzano. Il Pd ci ha guadagnato: in centralità nel dibattito politico, mobilitazione della propria base, interesse suscitato nell'elettorato potenziale e, dunque, anche qualche punto nei sondaggi. Anche se personalità e gruppi esterni decidessero di non prendervi parte, e dovessero quindi ridursi ad un confronto interno, praticamente un congresso di 6-7 settimane, le primarie non potranno nuocere al Pdl più dell'attuale immobilismo.

Per questo, per chi ambisce a liquidare il Pdl, o a rinnovare l'offerta politica nel centrodestra, restare a guardare potrebbe rivelarsi politicamente costoso. La diffidenza è comprensibile, ma il definitivo passo indietro di Berlusconi e le primarie tolgono molti alibi ai vecchi e nuovi attori troppo choosy. Rappresentano una indiscutibile novità e opportunità di rinnovamento, sia della struttura sia del ceto politico del centrodestra. Si può diffidare delle reali intenzioni del Pdl, ma se la precondizione per l'avvio di qualsiasi dialogo era il ritiro di Berlusconi e la contendibilità della leadership, ora bisogna almeno sedersi al tavolo per andare a vedere le carte.

C'è il tatticismo esasperato di Casini, che però a forza di aspettare il cadavere del Pdl passare, potrebbe morirci sulla riva del fiume. E c'è la preoccupazione legittima di chi vuole presentarsi come novità assoluta (vedi Fermareildeclino e Montezemolo) di non sporcarsi le mani con un ceto politico ormai compromesso. Ma se non si hanno le forze per puntare ad essere maggioritari, per spazzare via tutto a suon di milioni di voti, la politica è anche "sporcarsi le mani", mettersi in gioco, farsi contare, se non si vuole essere velleitari. Saranno primarie-farsa al solo scopo di incoronare Alfano? Se così fosse, però, la responsabilità sarebbe anche dei mancati sfidanti troppo choosy.

Wednesday, October 24, 2012

La Commissione grandi fiaschi/2

«Contrary to the majority of the news coverage this decision is getting and the gnashing of teeth in the scientific community, the trial was not about science, not about seismology, not about the ability or inability of scientists to predict earthquakes». Qualcuno, anche nel mondo scientifico oltreoceano, comincia ad arrivarci. La reazione incredula e sdegnata del mondo scientifico internazionale si deve al sensazionalismo con cui i media hanno riportato la notizia della sentenza dell'Aquila. Il boccone era ghiotto, perché in un paese così screditato in tutte le sue istituzioni come l'Italia, e la magistratura tra le prime, che si possa venire processati, e condannati, per non aver previsto un terremoto suona persino verosimile.

Il reato contestato, e quindi la pena, come ho già scritto, mi sembrano assurdi, ma almeno cerchiamo di metterci d'accordo sull'accusa rivolta ai sismologi e agli altri esperti della Commissione grandi rischi: togliamoci una volta per tutte dalla testa che sono stati condannati per non aver previsto il terremoto. E', semmai, l'esatto contrario: proprio perché i terremoti sono scientificamente imprevedibili, i commissari sono stati accusati di essersi spinti troppo imprudentemente nella previsione opposta - ma sempre di previsione si tratta - e cioè che fosse «improbabile» una forte scossa. Se non si può prevedere che un terremoto ci sarà, non si può prevedere nemmeno che non ci sarà, come invece suggerirono gli esperti. Quindi, l'accusa è di aver fornito «informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, le cause, la pericolosità e i futuri sviluppi dell'attività sismica», dopo una riunione tecnica (45 minuti per valutare il rischio comportato da 400 scosse in quattro mesi di sciame sismico) definita «approssimativa, generica e inefficace».

Il pm parla di «monumentale negligenza» che portò ad un «difetto di analisi del rischio». Ciò che si contesta, insomma, è un tipo di responsabilità con cui ha a che fare qualsiasi professionista. Il giudice può aver valutato male, la sentenza potrà rivelarsi sbagliata, si vedrà dopo il secondo grado di giudizio, ciò che è uscito da quella riunione forse non corrisponde ai pareri effettivamente espressi dagli scienziati, qualcun altro è responsabile di un'errata comunicazione agli aquilani. Tutto si può sostenere a discolpa degli esperti condannati, e per criticare la sentenza, ma non si può mistificare la natura dell'accusa.

Leggendo il verbale della fatidica riunione del 31 marzo (colpevolmente redatto solo dopo il terremoto del 6 aprile, quindi a forte rischio "inquinamento") si ha effettivamente l'impressione di una discussione approssimativa, generica e confusa, persino sui concetti di previsione e di valutazione del rischio. Quando si parla di «valutazione del rischio», ciò che era chiamata ad effettuare la Commissione, non s'intende affatto la mera previsione che si verifichi o meno l'evento pericoloso, o almeno non si esaurisce in un esercizio probabilistico. Si tratta di un concetto ben più complesso, che in quella riunione sembra fosse ignorato, e che comprende sì la probabilità del verificarsi dell'evento, in questo caso il terremoto, ma ponderata con la vulnerabilità dei soggetti esposti al pericolo e con il loro valore (in termini umani e materiali). All'Aquila in quei giorni poteva anche risultare bassa la probabilità, ma la vulnerabilità e il valore dei soggetti esposti erano evidentemente ai massimi livelli e avrebbero richiesto, è quanto sembra concludere la sentenza, maggiori cautele. Erano chiamati ad effettuare una valutazione del rischio, si sono limitati a fare una previsione. Sbagliandola.

Se poi il fatto che i terremoti siano imprevedibili rende automaticamente non fattibile una valutazione del rischio, allora la convocazione stessa di una Commissione grandi rischi per questo tipo di eventi non ha senso, quindi se i sismologi si dimettono da essa ce ne faremo una ragione.

Fornero nuovo nemico di classe

Come si spiega il livore che suscita, quasi ad ogni sua uscita pubblica, il ministro del lavoro Elsa Fornero? Forse ad irritare è il suo distacco accademico; forse non le si perdona il pragmatismo con cui osserva una realtà del mercato del lavoro così diversa, lontana ormai anni luce, da quella fantasticata dai reduci dell'ideologia del "posto fisso" e della cultura assistenzialista; e forse incide una certa misoginia. Fatto sta che il ministro Fornero è oggetto di una demonizzazione mediatica e ideologica "a prescindere", sembra ormai la vittima preferita di leader sindacali ed editorialisti alla ricerca di facili applausi e degli odiatori di professione che si aggirano sul web. Anche quando nel merito ciò che dice è difficilmente contestabile, piuttosto che ammetterlo, o quanto meno discuterne, aprire un dibattito, viene messa alla gogna per il suo modo di esprimersi, per le sue scelte lessicali, la frase o la parola molesta, e prontamente i media bollano l'episodio come "l'ennesima gaffe".

Ha suscitato più clamore quel termine, "choosy" (schizzinosi, esigenti), del clima intimidatorio che l'ha costretta a rinunciare ad intervenire ad un dibattito a Nichelino, nei pressi di Torino. Eppure, questa volta, più che un'analisi il ministro ha elargito il buon consiglio che usava dare ai suoi studenti: ragazzi, apppena usciti dal mondo della scuola o dall'università, non siate troppo "choosy" nella scelta del primo impiego, non aspettate il posto ideale, entrate prima possibile nel mondo del lavoro e cercate di migliorare da dentro la vostra posizione, adeguandola alle vostre aspettative. Sembra un'ovvietà, eppure quella parolina - choosy - ha scatenato un putiferio.

Ma il problema del ministro Fornero si può davvero ridurre ad una questione di mera tecnica comunicativa? Si tratta forse di usare un giro di parole più attento alle sensibilissime orecchie del politicamente corretto? Pensiamo di no. Temiamo che in quanto principale artefice delle due riforme che hanno, se non abbattuto, per lo meno messo seriamente in discussione tabù come pensioni d'anzianità e articolo 18, il ministro Fornero venga ormai identificata dalla sinistra statalista e antagonista come nemico ideologico da delegittimare con ogni mezzo, ad ogni occasione, strumentalizzando qualsiasi parola.E questo nonostante la sua riforma abbia persino ecceduto nel contrastare gli abusi della flessibilità in entrata, a tal punto da reintrodurre nel mercato del lavoro un livello di rigidità incompatibile con l'attuale situazione economica. In un momento come questo, poi, è fin troppo facile, con la scintilla di una strumentalizzazione ideologica, scatenare gli istinti più demagogici del web.

Non bisogna generalizzare ovviamente, e non ci pare che il ministro lo abbia fatto. Non tutti i giovani italiani di questi tempi sono "choosy", ma di certo, soprattutto tra i laureati, il fenomeno della cosiddetta "disoccupazione d'attesa" - di coloro che aspettano piuttosto che accettare lavori che non corrrispondono alle proprie aspettative o formazione scolastica - esiste (anche perché evidentemente le famiglie sono in grado di mantenerli).
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Tuesday, October 23, 2012

La Commissione grandi fiaschi

Premesso che trovo il reato contestato ai componenti della Commissione grandi rischi, l'omicidio colposo, e quindi la pena, assurdi, e che la magistratura italiana - come dimostrano anche le reazioni all'estero - è totalmente screditata ed è l'unica casta che agisce nell'irresponsabilità, va detto con molta chiarezza però che non erano sotto processo gli scienziati, ma i membri, certo tecnici, di un'autorità pubblica, i quali non sono stati condannati per non aver previsto il terremoto o non aver suggerito l'evacuazione dell'Aquila, come purtroppo sta passando sui media internazionali.

Non giustifica certo il protagonismo della magistratura - e i magistrati sono i primi a non pagare mai per i propri errori, l'ho scritto fino allo sfinimento su questo blog - ma di un paese nel quale chi sbaglia non lascia mai la poltrona, qualunque essa sia, a livello politico o "accademico", bisogna pur parlare. L'assurdità della sentenza non deve farci dimenticare il fallimento e le responsabilità, per lo meno politico-istituzionali, dei membri della Commissione grandi rischi.

Diciamo che se da una parte c'è il procurato allarme, dall'altra, se esistesse nel nostro codice, il reato loro imputabile sarebbe di "procurata eccessiva calma", ossia la negazione o la sottovalutazione del rischio. D'altra parte, se il rischio terremoto, come di altre calamità naturali, non fosse almeno indicativamente quantificabile, non ci sarebbe bisogno di alcuna Commissione grandi rischi. Dal momento che la Commissione c'è, si riunisce, fornisce pareri e parla alla cittadinanza, è giusto che i suoi membri ne rispondano.

Nessuno ovviamente rimprovera loro la mancata evacuazione della città, bensì le rassicurazioni forse eccessive (e forse indotte anche dagli allarmismi diffusi in quei giorni da uno pseudo-scienziato), sulla base delle quali purtroppo molti cittadini, dopo notti passate in strada, sono rientrati nelle loro case. Ma escludere, o ritenere improbabile una forte scossa di terremoto è una previsione esattamente come predire che ci sarà. E se i terremoti sono eventi imprevedibili, allora con troppa leggerezza hanno rassicurato sia gli organi di governo sia la cittadinanza.

E dirò di più: non è la prima volta. Ricordo come fosse ieri il terremoto dell'Umbria. Mi pare fosse il sismologo Enzo Boschi, di sicuro l'allora sottosegretario alla Protezione civile Barberi, a rassicurare dopo la prima scossa della notte: niente paura, ora solo scosse di assestamento. E invece la mattina dopo una scossa ancora più forte tirò giù la volta della basilica di Assisi. Insomma, a me pare che certi scienziati-burocrati o da salotto tv flirtano troppo con le previsioni, salvo poi, una volta smentiti, ripararsi dietro l'imprevedibilità dell'evento. Ma essere membri della Commissione grandi rischi non è come apparire in un programma di Discovery Science.

Romney non cade nella trappola dei cliché

Anche su Rightnation.it

È evidente quali fossero gli obiettivi di Romney nel terzo dibattito televisivo vinto ai punti da Obama (così pare stando ai sondaggi post-debate): 1) non rischiare di compromettere, sparando qualche grossa sciocchezza, da cui potesse emergere una palese ignoranza, o fallendo colpi da ko, il trend per lui positivo in corso dalla vittoria di Denver; 2) non apparire troppo "falco", una "testa calda", non scivolare su toni bellicosi che potessero spaventare l'elettorato, insomma non rientrare nei cliché e nella caricatura di Bush che gli avversari cercano di appiccicargli addosso. L'approccio dei due contendenti ha rispecchiato in pieno l'andamento dei sondaggi delle ultime settimane, quindi abbiamo trovato il presidente in carica costretto ad attaccare per tentare di arrestare la rimonta dello sfidante e quest'ultimo più preoccupato di non sbagliare piuttosto che di assestare il colpo del ko.

D'altra parte, in un dibattito sulla sicurezza e la politica estera non è certo il candidato repubblicano quello che rischia di apparire debole, che deve smentire un pregiudizio di pusillanimità, e a cui quindi è richiesto un surplus di bellicosità, di prospettare un approccio più muscolare. E ieri sera, almeno a parole, Obama è riuscito a mostrarsi commander-in-chief, nel pieno controllo della situazione sui diversi scenari di crisi (anche se obiettivamente non è proprio così).

Ebbene, ieri sera Romney ha centrato i suoi obiettivi puramente "difensivi", ha difeso il suo "momentum" post-Denver, sebbene forse abbia ecceduto in prudenza, mostrandosi sì cauto, ragionevole e pragmatico, ma rischiando di apparire privo di una visione alternativa a quella di Obama, persino appiattito sulle posizioni del presidente, al quale ha riconosciuto fin troppe volte di avere ragione. Può darsi fosse questo, secondo i suoi consiglieri, l'approccio che avrebbe pagato di più presso gli elettori indecisi degli stati-chiave. Dunque, l'efficacia della strategia e della performance di Romney si può giudicare solo sulla base del giudizio di questi elettori: avranno apprezzato di più la cautela e la ragionevolezza, piacevolmente sorpresi che non abbia vestito i panni del "cowboy" alla Bush, o saranno invece rimasti delusi da una certa indecisione e dall'assenza di una visione chiaramente alternativa a quella di Obama, dall'incapacità di mettere in luce gli errori del presidente?

Ragioni di tattica elettorale potevano quindi suggerire a Romney di non esporsi, ma certo una prova così incolore è deludente, e preoccupante, per chi auspica - come chi scrive - una politica estera molto diversa da quella di Obama nei prossimi quattro anni, e soprattutto guidata da una visione coerente. Ma se poi andiamo a rivedere i dibattiti del 2000, troviamo un Gore interventista e un Bush isolazionista, che voleva ritirarsi dall'Europa e addirittura lasciare che israeliani e palestinesi se la sbrigassero da soli. Spesso sono gli eventi a "fare" il presidente e dopo l'11 settembre Bush ha avuto il merito di cambiare radicalmente rotta, di adottare una visione (a mio parere la migliore in circolazione) e almeno nel primo mandato di agire coerentemente con le sue nuove convinzioni. Speriamo solo che poi, dovesse arrivare alla Casa Bianca, Romney le convinzioni le tiri fuori e non si riveli una banderuola.

Monday, October 22, 2012

No alla scuola come assumificio né per fare cassa

Da una parte il governo, che inserendo nella legge di stabilità l'aumento delle ore di lezione per docente a stipendio invariato dimostra di essere interessato unicamente a fare cassa; dall'altra la difesa corporativa degli insegnanti e la levata di scudi, «a tutela dei docenti», della solita sinistra politica e sindacale, che perseverano nella loro concezione della scuola pubblica come "assumificio", principale causa del disastro educativo italiano. Nessuno sembra attribuire la giusta centralità all'interesse degli studenti, né porsi il problema della qualità del servizio e dell'efficienza del sistema. E intanto infuria il dibattito: tra chi difende gli insegnanti, ricordando la centralità del loro ruolo educativo e quanto siano sottopagati, e sottolineando l'ingiustizia di dover lavorare sei ore in più a settimana a paga invariata; e chi li attacca, considerandoli alla stregua di "fannulloni", dal momento che nessuna categoria può nemmeno sognarsi un orario di 18 o 24 ore settimanali e, anzi, molti lavoratori di fatto sono più vicini alle 50 che alle 40 ore.

Hanno ragione e torto entrambi gli schieramenti. Il problema è che per come è strutturato oggi il nostro sistema scolastico ci sono insegnanti - pochi, si ha l’impressione - che per la gloria, per senso del dovere o per passione lavorano molto più di 18 ore, offrendo un servizio di qualità. Sono costoro che mandano avanti la "baracca", tra mille difficoltà e mal pagati. Dovrebbe però essere interesse proprio di questi insegnanti che venga smantellato un sistema che permette a troppi loro colleghi di "imboscarsi", di fare il minimo sindacale e, quindi, di abbassare il livello qualitativo della nostra istruzione, pur percependo esattamente lo stesso stipendio. Dall'esperienza delle famiglie e dalle testimonianze degli insegnanti, che parlano di classi ormai di 30 alunni, emerge un quadro smentito dalle statistiche ufficiali (Ocse su dati del 2010, gli ultimi disponibili). In Italia...
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Friday, October 19, 2012

Il Parlamento si consegna mani e piedi alla magistratura

Anche su L'Opinione

L'Italia è davvero un paese che non riesce a imparare dai propri errori. Il ddl anticorruzione approvato dal Senato, e il decreto legislativo sull'incandidabilità dei condannati che sarà adottato a breve dal governo, come promesso dal ministro della Giustizia Severino, rischiano di aprire un'ulteriore falla, dopo la prima aperta con l'abolizione dell'immunità parlamentare nel 1993, sull'onda di Tangentopoli, nel delicato equilibrio tra i poteri dello stato. Il Parlamento porge l'altra guancia, si arrende (per la seconda in vent'anni) al condizionamento e all'ingerenza da parte della magistratura, accettando la cessione di pezzi di una sovranità che non gli appartiene, ma che è chiamato ad esercitare per nome e per conto del popolo. Può risultare impopolare di questi tempi un simile allarme, ma non deve suonare come un'assoluzione dei nostri politici, semmai come un'ulteriore aggravante: non solo con il loro malaffare e il loro cialtronismo hanno contribuito al malgoverno e, dunque, al dissesto economico e finanziario del nostro paese, ma avendo gettato così tanto discredito sulle istituzioni, è principalmente a causa loro se oggi muoviamo un altro passo verso la destrutturazione della nostra democrazia. E tuttavia, dovremmo pensarci due volte prima di buttare il bambino insieme all'acqua sporca.

Nel nostro codice è già prevista come pena accessoria, automatica o a discrezione del giudice, l'interdizione dai pubblici uffici, perpetua o temporanea. Prevedere per legge, e non a seguito di una sentenza, la non candidabilità dei condannati è una pena inflitta anche ai cittadini, che vedono ridursi il campo di esercizio dei loro diritti di elettorato attivo e passivo. Privare dell'elettorato passivo, un diritto costituzionalmente garantito, un numero potenzialmente molto elevato di cittadini, inoltre in modo del tutto automatico (senza distinzione, in sede giudiziale, tra i singoli casi), retroattivo (sarà incandidabile anche chi ha già subito una condanna e, magari, scontato da anni la sua pena?) e perpetuo, è una grave ferita alla democrazia, un alto prezzo che non dovremmo pagare a cuor leggero. Basterà una qualsiasi condanna in primo grado (e per quali reati?), o un rinvio a giudizio, come vorrebbe qualcuno, per escludere dalla competizione elettorale singoli candidati o penalizzare partiti, e per alterare i rapporti di forza nelle assemblee sanciti dalle urne? Il combinato disposto dell'incandidabilità dei condannati e dei nuovi fumosi reati introdotti da questa legge potrebbe dar vita, in concreto, ad una sorta di selezione a monte dei candidati molto simile a quella operata in Iran dal Consiglio dei guardiani della rivoluzione.

Se solo riuscissimo ad attenuare la furia cieca dell'indignazione, ci accorgerremmo di quanto, lungi dal rappresentare una valida soluzione al virus della malapolitica, certe norme non faranno altro che rendere i rapporti tra politica e giustizia ancor più squilibrati ed avvelenati di quanto non lo siano già oggi. Con una legge elettorale semplice e trasparente, capace di porre al centro della competizione il candidato, la sua faccia, il suo record personale, piuttosto che il partito, le liste o le clientele, non ci sarebbe bisogno dell'incandidabilità, probabilmente i cittadini sarebbero nelle condizioni di esercitare loro stessi un controllo ferreo sugli eletti. E possibile che non riusciamo a vedere che la corruzione, in dosi così massicce, viene attirata dall'enorme mole di spesa pubblica, come l'orso dal miele?

Così come configurato, anche il cosiddetto "traffico di influenze" rischia di ampliare a dismisura la discrezionalità della magistratura. In un paese di lobbying forsennata ma non regolamentata come il nostro, delle mille corporazioni, rappresentanze, interessi, relazioni a vario titolo, metà della popolazione potrebbe rientrare nella fattispecie di reato. Un sindacalista pagato dagli iscritti per influenzare i decisori pubblici, o il rappresentante di un'azienda alla ricerca di commesse o incentivi, o i magistrati che riescano a convincere il Parlamento a non porre un limite di tempo agli incarichi dei loro colleghi fuori ruolo, non rischiano forse di commettere un "traffico di influenze illecite"? E' sufficiente usare l'avverbio "indebitamente" quando non è specificato il "debitamente", o parlare di "mediazione illecita" quando nessuno conosce i confini di una mediazione lecita? Essendo lo scopo della norma quello di recepire la convenzione del Consiglio d'Europa contro la corruzione, perché ci si accontenta di una definizione generica, ambigua, e non si adottano i termini più stringenti usati nella convenzione stessa, o non si indicano con precisione le circostanze come nel Bribery Act britannico? Purtroppo, come sempre accade in Italia, l'indeterminatezza delle leggi non farà che aumentare la discrezionalità, quindi l'arbitrio dei magistrati, creando sacche di impunità a fronte di un pugno di perseguitati.

Thursday, October 18, 2012

Anche Monti, come Berlusconi, fregato da Tesoro e Ragioneria?

Prima la Repubblica, poi il Sole24 Ore, prosegue l'offensiva mediatica del ministro del Tesoro Grilli per difendere la legge di stabilità dalle numerose critiche di queste ore – sulla retroattività del taglio alle agevolazioni fiscali, sulla tentata stangata ai disabili e ai servizi ad essi dedicati, così come sui tagli alla sanità. Ma nel complesso, l'obiettivo comunicativo di cui abbiamo scritto su queste pagine nei giorni scorsi – nascondere un ulteriore aumento di tasse incrociando tra di loro tagli e aumenti di imposte – può dirsi raggiunto. Ancora oggi, infatti, dopo che il testo definitivo è stato finalmente presentato alle Camere, sono oggetto di polemica le singole misure, ma dal dibattito non emerge con sufficiente chiarezza che nonostante il timido intervento sull'Irpef, nel 2013 e negli anni seguenti pagheremo complessivamente più tasse.

Nessun giornale ha ancora chiesto conto al ministro Grilli del saldo reale delle misure fiscali. E' vero che se si guarda alla legislazione vigente, nella quale l'aumento di ben due punti dell'Iva a partire da luglio era già stato inserito, l'aumento di un solo punto può essere presentato come una diminuzione dell'imposta, che si andrebbe ad aggiungere al mini-taglio delle aliquote Irpef e alla detassazione dei salari di produttività. Ma il suo effetto concreto, rispetto all'anno precedente, sarà di 3,3 miliardi in meno nelle tasche degli italiani e altrettanti in più nelle casse dello Stato. Non si capisce quindi come mai nessun importante organo di stampa obietti a Grilli che gli 8,7 miliardi di tasse in meno che continua ad annunciare sono in realtà 5,4 miliardi, a fronte di aumenti di imposte per circa 6,7 miliardi. Rapporto destinato a peggiorare, a legislazione invariata, dal 2014: circa 6,6 miliardi contro circa 10.

E sorprende come sia passata praticamente inosservata la grave gaffe del ministro sulla retroattività dei tagli a detrazioni e deduzioni, che è sì – ammette – una violazione dello statuto dei contribuenti, ma negli anni, spiega con stupefacente faccia tosta, le violazioni «sono la regola piuttosto che l'eccezione». Il che con tutta evidenza non giustifica affatto ulteriori violazioni, semmai le aggrava, essendo intenzionali e reiterate. E' tollerabile che un ministro ammetta candidamente di non rispettare la legge? E se i contribuenti, a loro volta, si giustificassero dicendo che negli anni l'evasione fiscale è stata la regola piuttosto che l'eccezione?
(...)
E che sia il ministro Grilli a esporsi sulla legge di stabilità, a metterci la faccia, mentre il premier sull'argomento tace da una settimana, dalla conferenza stampa al termine del Cdm del varo, potrebbe essere l'indizio di un malumore. Che il presidente Monti e altri ministri fossero davvero convinti che si aprisse la strada, o almeno un viottolo, ad una riduzione delle tasse? E' possibile che il Tesoro, dal ministro Grilli al suo gabinetto, passando per la Ragioneria generale, abbiano usato il mini-taglio dell'Irpef come cortina fumogena anche nei confronti del resto del governo, premier compreso? Congetture, certo, ma a leggere il lungo elenco di imposte e balzelli "minori", che insieme al taglio di detrazioni e deduzioni alla fine fa pendere la bilancia sul lato delle maggiori entrate, la sensazione è che mentre il Cdm decideva il senso strategico del testo puntando sulla riduzione dell'Irpef per compensare il parziale aumento dell'Iva, quindi in un gioco a somma zero, in fase di messa a punto il saldo delle misure fiscali sia stato deviato a sfavore dei contribuenti.
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Wednesday, October 17, 2012

Vittoria striminzita di Obama, debacle dei media

Anche su Rightnation.it

Nulla a che vedere con la sconfitta che Romney ha inflitto al presidente nel primo dibattito, a Denver. E' stata una vittoria striminzita quella di Obama ieri sera, nel secondo match televisivo. Lo dimostrano anche i numeri dei sondaggi post-debate della Cbs, non esattamente un covo di repubblicani: 37 a 30% per Obama, con un 33% che ha visto un pareggio. Nessun dubbio, invece, sul fatto che Romney è sembrato di gran lunga più convincente di Obama sull'economia: 65-34%. Se l'impressione complessiva premia il presidente anche per la Cnn (46-39%), anche qui su tutti i principali temi economici i telespettatori hanno visto Romney più convincente (58-40% sull'economia, 49-46% sulla sanità, 51-44% sulle tasse e 59-36% sul deficit).

Anche se Obama ha forse centrato l'obiettivo minimo, quello di cancellare l'immagine di un presidente con le pile scariche, da pugile suonato e remissivo, trasmessa a Denver, non credo sia riuscito ad invertire il trend pro-Romney, al massimo ad arrestarlo.

Ma l'aspetto più degno di nota del dibattito di ieri è senza alcun dubbio la scorrettezza della moderatrice. Il momento cruciale quando la giornalista della Cnn, Candy Crowley, ha confermato in diretta la versione falsa di Obama, salvando il presidente da un vero e proprio colpo da ko sull'attacco di Bengasi costato la vita all'ambasciatore Stevens (qui il video).

Rispondendo alla domanda Obama ha mentito, dicendo che «the day after the attack... I told the American people (...) That this was an act of terror». Al che Romney ha replicato che «ci sono voluti 14 giorni prima che il presidente definisse l'attacco di Bengasi un act of terror». All'invito del presidente di prendere la trascrizione la conduttrice è intervenuta dando ragione ad Obama (e scandendo meglio su suo invito: «Can you say that a little louder, Candy?»). Ma non è così: Obama ha in effetti pronunciato le parole «act of terror» in quel discorso al Rose Garden, ma in generale, di sicuro non come definizione della natura dell'attacco al consolato di Bengasi (qui la trascrizione), mentre anche la conduttrice ha concesso a Romney che per molto tempo l'amministrazione ha lasciato intendere che l'attacco fosse legato al video oltraggioso della figura di Maometto.

Su tutti i siti italiani, ovviamente, è finito «lo scivolone di Romney sulla Libia», ma la notizia non è Romney che «balbetta», o che «si è fatto fregare», bensì la moderatrice che in diretta arriva ad avvalorare un'affermazione falsa di Obama pur di evitargli un colpo da ko. Cosa avrebbe potuto Romney, senza carte in mano, contro due (di cui uno in teoria imparziale) che affermavano il falso? Certo che il punto è andato a Obama, ma non si è trattato di un autogol di Romney, bensì di un rigore inesistente concesso a Obama da un arbitro di parte.

La Crowley come un'Annunziata qualsiasi, dalla selezione delle domande alle interruzioni, fino alla scena madre. Non ricordo un dibattito presidenziale condotto in modo così fazioso come quello di ieri. Un segnale davvero brutto per i media americani, sempre più incapaci di imparzialità, ormai persino nel condurre i dibattiti presidenziali. In tutti e tre quelli finora svolti un repentino cambio di argomento ha troppo spesso tolto Obama dall'imbarazzo e neanche nei tempi è stata rispettata la "par condicio" tra i candidati, come sottolinea Nardelli su Rightnation.it: Romney e Ryan hanno parlato per un totale di 119 minuti e 33 secondi, Obama e Biden invece per 128 e 26. Una differenza di ben 8 minuti e 53 secondi (42:50 a 38:32 nel primo dibattito, 41:32 a 40:11 in quello tra i vice, 44:04 a 40:50 nel secondo).

E dinanzi alla screanzata partigianeria dei media Usa, la mancanza (ma non è una novità) di spirito critico e coraggio dei media e dei giornalisti italiani, persino quelli non di sinistra. Piuttosto che andare controcorrente, più a loro agio con le analisi paludate, più elegante lo sfoggio di terzismo.

Tuesday, October 16, 2012

L'effetto annuncio per mascherare la nuova stangata

Date a Mario quel che è di Mario. Bisogna riconoscere al premier Monti di essere un politico abile, persino un filino spregiudicato, altro che un tecnico. Grazie ad una stampa mainstream più che compiacente, è riuscito ad assicurare alla legge di stabilità uno "spin" più che favorevole, cioè a presentarla sotto una luce positiva, almeno per quanto riguarda la parte fiscale. Le cortine fumogene non durano, prima o poi si diradano, ma dal punto di vista mediatico spesso è il primo impatto a definire il mood complessivo della narrazione. Il governo è stato furbo a incrociare tagli e aumenti di imposte, ma ora che la polvere alzata si sta depositando, cominciano a distinguersi i contorni di una vera e propria beffa. Depurata dai trucchetti contabili, la relazione tecnica conferma il sospetto che tra aumento dell'Iva, riduzione Irpef, taglio delle agevolazioni fiscali e nuove tasse, il saldo netto non sia zero, ma addirittura positivo per il governo e negativo per i contribuenti.

L'effetto delle misure fiscali nel 2013 sarebbe di minori entrate per 9 miliardi a fronte di circa 6 miliardi di prelievo aggiuntivo. Qualcosina si è tagliato, si direbbe. E invece no, perché per darcela a bere il governo ricorre ad un trucco contabile piuttoso maldestro, per usare un eufemismo: siccome l'incremento di 2 punti delle aliquote Iva era già previsto, considera l'aumento di un solo punto una riduzione delle tasse, quindi iscrive a bilancio un -3,3 miliardi (il secondo punto in più di Iva che manca). Ma sottraendo questi 3,3 dai 9 miliardi di presunte minori entrate e sommando i 3,3 miliardi del punto di Iva che scatterà da luglio ai 6 di prelievo aggiuntivo, ecco che il rapporto si inverte: dovremmo avere, quindi, meno tasse per 5,7 miliardi e più tasse per 9,3, con un aggravio di quasi 4 miliardi.

Ricapitolando, a fronte di una riduzione delle aliquote Irpef di circa 6 miliardi (4,15 nel 2013, 6,5 nel 2014 e 5,85 nel 2015) e di una detassazione dei salari di produttività per 1,2 miliardi nel 2013 (ma di soli 400 milioni negli anni successivi), pagheremo 3,3 miliardi in più di Iva (6,6 a regime dal 2014), a cui vanno aggiunti 1,15 miliardi dalle minori detrazioni e deduzioni fiscali, 1,1 miliardi dall'imposta di bollo sulle transazioni finanziarie (l'anticipo della Tobin Tax), 500 milioni dalla minore deducibilità delle auto aziendali, 400 milioni dalle assicurazioni (indovinate su chi scaricheranno i costi?), 150 milioni dall'aumento dell'Iva (dal 4 all'11%) sui servizi delle cooperative sociali, 175 milioni dal bollo sui certificati penali, 250 milioni dall'Irpef sulle pensioni di invalidità e di guerra, fino ad oggi esenti, e infine 50 milioni dalla stretta sui permessi della legge 104. Totale: meno tasse 5,4 miliardi e più tasse 7 miliardi. Il rapporto si aggrava negli anni successivi, perché se dal taglio delle aliquote Irpef arriveranno 2 miliardi in più, la detassazione sui salari di produttività si ridurrà da 1,2 miliardi a 400 milioni e avremo sulle spalle l'aumento del punto di Iva su 12 mesi e non solo 6, quindi altri 3,3 miliardi. Totale: meno tasse circa 6,6 miliardi e più tasse circa 10 miliardi.

L'aspettativa non era certo una riduzione della pressione fiscale, ma che restasse almeno invariata, cioè che il governo riuscisse a scongiurare l'aumento di 2 punti dell'Iva già previsto a partire dal luglio 2013. Anziché presentarsi dinanzi all'opinione pubblica dovendo semplicemente ammettere che "no, non ci siamo riusciti e di un punto abbiamo dovuto alzarla", una prospettiva piuttosto deprimente rispetto alle attese, il governo ha preferito mischiare le carte in tavola e attribuirsi il merito di avere almeno iniziato ad abbassare le tasse sul reddito personale.

«Un punto di svolta» che ieri, su la Repubblica, il ministro Grilli ha avuto la faccia tosta di tornare a rivendicare. Che il governo abbia voluto «lanciare un forte segnale al Paese» ci sono pochi dubbi, certamente per «cambiare le aspettative», «ridare speranza», direi puntando al consenso; è sulla corrispondenza tra il messaggio, tra le parole e i fatti che i dubbi abbondano: quando Grilli dice che «il rigore sta dando i suoi frutti, e questi frutti possiamo cominciare a restituirli ai cittadini, avviando un percorso di riduzione della pressione fiscale», dice una cosa che non c'è nella manovra. C'è sì un piccolo taglio dell'Irpef, ma più che compensato da nuovi prelievi. E' vero che ad alcuni cittadini andrà meglio, e ad altri peggio, ma nel complesso il carico fiscale non diminuisce, aumenta. Se c'è «una scossa forte al Paese», è ancora una volta nel senso di più tasse.

Dunque, Monti ha messo in atto esattamente lo stesso trucco comunicativo, l'effetto annuncio, che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, con la differenza che quest'ultimo, avendo la stampa contro, veniva subito smascherato. E così i media anziché annunciare un fallimento ("Monti non riesce a scongiurare l'aumento dell'Iva"), stanno ancora barcamenandosi per capire se con la legge di stabilità il governo ha davvero diminuito le tasse, se sono rimaste invariate o se le ha aumentate di nuovo.

Nel frattempo Alesina e Giavazzi, sul Corriere, ricordano che storicamente, stando alle manovre di correzione attuate negli ultimi 30 anni nei Paesi industrializzati, la composizione opposta - tagli di spesa e minori aggravi fiscali - comporta minori effetti recessivi e riduce più rapidamente il debito. Evidenza confermata anche dal caso italiano: «Le manovre per lo più costruite su tagli di spesa (le poche che sono state fatte) hanno inciso sull'economia in misura trascurabile», mentre «quelle attuate per lo più aumentando le imposte hanno avuto un "moltiplicatore" pari a circa 1,5: cioè per ogni punto di Pil di correzione dei conti l'economia si è contratta, nel giro di un paio d'anni, di un punto e mezzo».

Per questo, superata l'emergenza, i due economisti insistono nel proporre una «fase due» di tagli alla spesa in misura sufficiente (sarebbe possibile risparmiare 80 miliardi senza tagliare la spesa sociale, certo non raschiando qualche milione qua e là, ma ripensando il perimetro dello Stato) a ridurre la pressione fiscale di 10 punti, mentre debbono constatare che «a un anno di distanza non si è neppure riusciti ad evitare un aumento dell'Iva che annullerà i benefici del timido taglio delle aliquote Irpef».

I più intoccabili degli intoccabili

E' stata la rassegnazione più che l'indignazione la reazione della grande stampa – anche dei giornalisti da anni impegnati nella battaglia contro la "casta", intesa come ceto politico – alla sentenza con cui i giudici della Corte costituzionale hanno "salvato" gli stipendi d'oro dei magistrati, loro colleghi, e degli alti burocrati dello stato dal "contributo di solidarietà" introdotto nel 2010 dal governo Berlusconi (il 5% per la parte di stipendio compresa fra 90 e 150mila euro, e il 10% oltre i 150 mila euro), mentre anche il tetto fissato da Monti agli stipendi degli alti dirigenti pubblici (294 mila euro, non proprio bruscolini) sta incontrando resistenze formidabili, tanto che dopo oltre 6 mesi dalla sua introduzione formale, nel marzo scorso, è ancora ampiamente disapplicato.

Pur con tutte le resistenze e gli imperdonabili ritardi, la casta politica sta pagando per i propri abusi, legali o meno, di denaro pubblico: con inchieste, scandali, gogne mediatiche e, infine, taglio dei costi. Ma a quanto pare in Italia si trova sempre qualcuno più intoccabile degli intoccabili: i magistrati e gli alti burocrati, i cui stipendi sono incomparabilmente più alti di quelli dei loro colleghi di altri Paesi industrializzati, le pensioni idem, e le cui carriere procedono verso l'alto per automatismi piuttosto che per merito. Se il presidente della Corte Suprema americana guadagna 223 mila dollari (171 mila euro), e il direttore dell'FBI 141 mila dollari (110.000 mila euro), da noi il capo della Polizia Antonio Manganelli si porta via 621 mila euro e il primo presidente di Cassazione 294 mila, per fare solo alcuni esempi.

Configurandosi come tributo, osservano i giudici della Consulta, il cosiddetto "contributo di solidarietà" vìola l'articolo 3 della Costituzione, perché produce un «irragionevole effetto discriminatorio» sia rispetto agli altri dipendenti che guadagnano meno della soglia prevista, sia rispetto ai dipendenti privati, ai quali non si applica. Limitarlo ai dipendenti pubblici vìola il principio della parità di prelievo a parità di capacità contributiva. Per quanto riguarda i magistrati, inoltre, è incostituzionale anche solo il blocco degli incrementi automatici triennali dello stipendio, in quanto secondo la Corte lede la loro autonomia e indipendenza.

Per quanto la sentenza possa apparire ineccepibile tecnicamente, dal punto di vista giuridico, più che in punta di diritto verrebbe da dire in punta di cavillo, la Consulta offre il fianco all'accusa di difesa "corporativa". Impossibile non notare infatti come i giudici, dichiarando incostituzionale il tributo, abbiano difeso anche la propria busta paga. Avranno giudicato in scienza e coscienza, ma il conflitto di interessi è lampante. Più di qualche sospetto grava anche sui veri "tecnici", coloro che negli uffici di Palazzo Chigi e nei gabinetti dei ministeri aiutano a scrivere in concreto i provvedimenti, o li scrivono direttamente, e che li accompagnano lungo l'iter parlamentare. Sono gli stessi i cui stipendi sarebbero stati decurtati dal "contributo di solidarietà" (il capo di gabinetto del Ministero dell'economia prende 536 mila euro) e sorge il dubbio che non si siano impegnati più di tanto a rendere la legge inattaccabile da eventuali ricorsi e profili di incostituzionalità.
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Friday, October 12, 2012

Con le preferenze l'inganno raddoppia: c'è ma non si vede

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Sembra un successo politico per il Pdl l'adozione della sua proposta di riforma elettorale come testo base in Commissione Affari costituzionali al Senato, per di più con la risurrezione, per l'occasione, della vecchia alleanza, CdL (con Casini e Fini) più Lega, e l'apparente isolamento di Pd e Idv. E' invece l'ennesimo atto di autolesionismo di un partito prossimo al suicidio per la sua stupidità politica, prim'ancora che per gli scandali. Tempo per rimediare ce ne sarebbe, l'iter parlamentare è appena all'inizio, a patto di accorgersi dell'errore.

A ben vedere, infatti, senza votare il testo base il Pd incassa il premio di maggioranza alla coalizione (preferito rispetto al partito), seppure ridotto al 12,5%. D'ora in avanti, quindi, potrà sia continuare a trattare per un premio più consistente e i collegi, sia lucrare politicamente sul ritorno alle preferenze, che nell'arco di pochi mesi, dopo i casi Fiorito nel Lazio e Zambetti in Lombardia, sono passate da un'estrema popolarità, come antidoto all'odiato porcellum, all'impopolarità in quanto strumento criminale della 'ndrangheta e del clientelismo.

Oltre alla follia di farsi alfiere delle preferenze proprio nel momento in cui le cronache ricordano all'opinione pubblica tutto il marcio che sono capaci di tirar fuori, con questo testo (il modello greco!) il Pdl cancella la novità sistemica rappresentata dall'ingresso in politica di Berlusconi, il governo scelto dagli elettori, e contraddice lo spirito costitutivo di un partito unitario del centrodestra. Casini, infatti, fa bingo, conquistando con il 5-6% dei voti la golden share di qualsiasi governo e nel Pdl gli unici a poter festeggiare sono coloro che possono contare su una propria corrente, quindi soprattutto gli ex An. Se, dunque, le preferenze oggi servono ad evitare la scissione del partito, sono anche la migliore garanzia della sua ulteriore, rapida balcanizzazione immediatamente dopo il voto. E semmai il Pdl dovesse ripensarci, il Pd se ne intesterebbecomunque il merito. Un capolavoro, non c'è che dire.

Il fenomeno del Parlamento dei nominati va superato, non c'è dubbio, ma per non ricaderci sotto una forma ancor più subdola, occorre capire per quale motivo i vertici dei partiti vogliono mantenere il totale controllo sugli eletti: il guaio è che lo strumento della fiducia lega la sopravvivenza dei governi ai giochi e agli umori del Parlamento, nonostante da quasi vent'anni ormai i cittadini siano convinti di decidere nelle urne chi li dovrà governare. In poche parole, non c'è una piena separazione tra esecutivo e legislativo e ciò finisce per ledere l'indipendenza e il corretto funzionamento sia dell'uno che dell'altro potere. Controllando gli eletti, i partiti di maggioranza si sforzano di blindare la volontà degli elettori, quelli all'opposizione di ribaltarla.

Beninteso che nessun sistema è perfetto, alcuni mettono un freno al malcostume politico, altri lo alimentano esponenzialmente. Se il binomio collegio uninominale-primarie è l'unico modo per restituire davvero ai cittadini il potere di scegliersi i propri rappresentanti, le preferenze sono una truffa persino peggiore delle liste bloccate del vituperato porcellum. Soprattutto se corte, queste ultime consentono all'elettore di sapere in anticipo nomi e cognomi di chi contribuisce ad eleggere con il proprio voto. Esprimendo le sue preferenze, invece, si illude di scegliere, ma nel migliore dei casi gli eletti vengono decisi dai giochi tra le correnti, di cui è all'oscuro, nel peggiore il voto è inquinato dal clientelismo e dalla malavita. Poiché l'elettore non conosce i cavalli che il partito ha deciso di far correre per davvero nella sua circoscrizione, le preferenze "d'opinione" (che di media in pochissimi esprimono) si disperdono, e per garantirsi il seggio è sufficiente controllare/comprare qualche migliaio di voti, che non basterebbero, invece, in un collegio uninominale.

Thursday, October 11, 2012

Il Bengasi-Gate di Obama

Anche su Rightnation.it

Si mette male per Obama mentre ci si avvicina al secondo dibattito televisivo, che verterà anche sulla politica estera. E oggi sarà il turno dei candidati vice sfidarsi in tv. Un video rubato può distrarre l'attenzione del pubblico per qualche giorno, ma le responsabilità, quando ci sono, tendono a venire a galla. Erano già emerse da un'approfondita inchiesta del Wall Street Journal di qualche giorno fa, ma ora arrivano conferme anche da vie più ufficiali. In poche ore, davanti ad una Commissione d'inchiesta del Congresso (qui il video) sull'uccisione dell'ambasciatore Stevens a Bengasi, le deposizioni di alcuni funzionari impegnati sul campo inchiodano l'amministrazione alle sue responsabilità: la sicurezza al consolato di Bengasi era «debole e in peggioramento». Nonostante gli attacchi in aumento, nei mesi precedenti, a Bengasi e nel resto della Libia, e le minacce specifiche contro l'ambasciatore Stevens, le richieste di rinforzi sono cadute nel vuoto. Anzi, la sicurezza sarebbe stata ulteriormente ridotta. Perché si voleva dare l'idea della «normalizzazione», è la tesi dei congressmen dell'opposizione repubblicana. Ma una cosa appare certa: l'amministrazione Obama ha sollevato un polverone sulla natura dell'attacco per non ammettere, in piena campagna elettorale, il successo militare di al Qaeda o dei suoi affiliati.

Alcuni punti fermi sono emersi con chiarezza, scrive il Wall Street Journal:
1) Non c'è stata alcuna manifestazione contro il famigerato film su Maometto, eppure per oltre una settimana funzionari dell'amministrazione Obama, compresa la rappresentante all'Onu, Susan Rice, hanno continuato a legare l'accaduto alla "rabbia" contro il film. Ma già entro le prime 24 ore era chiara, e nota all'amministrazione, la natura terroristica dell'attacco, come confermato dall'ex capo della sicurezza a Tripoli, Andrew Wood: gli attacchi erano «immediatamente riconoscibili come terroristici» e «quasi me l'aspettavo l'attacco, era questione di tempo».

2) Il Dipartimento di Stato ha rigettato ripetute richieste di aumentare la sicurezza della missione in Libia, in particolare la richiesta di tenere un DC-3 di appoggio nel paese. Anzi, l'ha ulteriormente ridotta nei mesi immediatamente precedenti l'attacco. Nonostante la Gran Bretagna e la Croce Rossa, dopo gli attacchi subiti (l'11 giugno il convoglio dell'ambasciatore britannico era stato colpito da una granata da lanciarazzi), avessero deciso addirittura di andarsene da Bengasi. E nessuna misura di sicurezza speciale è stata presa in occasione dell'anniversario dell'11 settembre. Eric Nordstrom, funzionario del Dipartimento di Stato deputato alla sicurezza in Libia fino al luglio scorso, ha ammesso di essersi sentito «frustrato» per la «completa e totale assenza di programmazione» per la sicurezza. L'amministrazione si è affidata completamente al governo libico, che era palesemente «sopraffatto e non in grado di garantire la nostra sicurezza».

3) Inoltre, ad attacco in corso la Casa Bianca non ha mai seriamente considerato l'ipotesi di intervenire militarmente a Bengasi, scegliendo invece di rivolgersi solo alla sicurezza libica (che per altro è riuscita a scongiurare un numero di vittime molto superiore). L'ipotesi venne scartata, perché avrebbe costituito una violazione della sovranità libica.

Legge di stabilità "politica": così Monti ribadisce di essere in campo

In modo del tutto inatteso il premier Mario Monti ha tirato fuori dal cilindro della legge di stabilità un mini-taglio delle prime due aliquote Irpef, che passano dal 23 al 22% e dal 27 al 26%. Ma il taglio delle tasse non è che un abile illusionismo, degno di un governo politico alla ricerca di consenso in piena campagna elettorale. La riduzione Irpef dal 2013, infatti, è più che compensata sia dall'aumento di un punto dell'Iva, dal 10 all'11% e dal 21 al 22%, dal prossimo luglio, che dal "riordino" delle agevolazioni fiscali e dall'introduzione dell'Irpef anche sulle pensioni di guerra e d'invalidità. Per non parlare della Tobin Tax, che se entrerà davvero in vigore non colpirà certo i grandi speculatori internazionali, quanto i normali risparmiatori.

Se tutto in Cdm fosse andato come da pronostici della vigilia, ieri mattina ci saremmo svegliati ascoltando dai giornali-radio la notizia che i temuti aumenti dell'Iva erano stati scongiurati. Invece, la notizia è stata: il governo taglia l'Irpef per i redditi più bassi. Se nella sostanza la pressione fiscale resterà invariata, e semmai rischia di salire ancora, la sensazione trasmessa all'opinione pubblica, attraverso la gran cassa mediatica di stampa e tv compiacenti, è che si è iniziato un percorso di riduzione delle tasse. Il che magari è anche nelle intenzioni del premier e del suo governo, ma ad oggi, alla vigilia del voto, non lo è nei fatti. Non l'Irpef, inoltre, ma l'elevatissimo costo del lavoro, il cuneo fiscale, impedirà la crescita anche per tutto il 2013, secondo tutte le più autorevoli organizzazioni internazionali, dall'Ocse al Fmi.

Il prestigiatore Monti però ha voluto lanciare lo stesso un chiaro messaggio: la sua "agenda" sta funzionando. E con orecchio attento ai malumori del ceto medio, ha voluto far capire di essere sempre più "in campo" per un bis a Palazzo Chigi. È stato lui stesso, in conferenza stampa, a decifrare il messaggio: «La disciplina di bilancio paga, conviene... abbiamo voluto dare il chiaro segnale che quando ci sono segni di stabilizzazione finanziaria ci si può permettere qualche sollievo». E il segnale sta, appunto, nell'«inizio della riduzione Irpef», nella speranza, ha aggiunto, che gli italiani vedano che la rotta «ha senso», che può portare a «benefici concreti». Una finanziaria elettorale, la si sarebbe definita in altri tempi, anche se bisogna riconoscere al professore di non aver agito con la stessa rozzezza dei governi passati.

Nel suo complesso la manovra, da 11,6 miliardi, appare più calibrata sui tagli alla spesa rispetto ai precedenti interventi del governo Monti, ma purtroppo ancora troppi risparmi appaiono destinati a nuove spese di dubbia utilità. E come al solito, quei pochi tagli che ci sono bisognerà difenderli dagli urlatori di professione e dai demagoghi della "macelleria sociale".
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Wednesday, October 10, 2012

Basta bluff incrociati: primarie aperte per un centrodestra "all'americana"

Non è la prima volta che l'ex premier si rende disponibile a farsi da parte pur di riunire quelli che chiama i "moderati", ma forse mai in modo così esplicito. E, soprattutto, a differenza che in altri momenti, oggi ci troviamo davvero nei minuti di recupero. Non solo per il Pdl, anche per gli altri attori che da anni puntano a raccoglierne l'eredità ma che, sempre più vicini all'ora "X", appaiono impreparati.

Quello di Berlusconi, dunque, è sì ancora tatticismo, ma non va confuso con l'inganno. La disponibilità a farsi da parte, a non ricandidarsi, è reale, ma condizionata a sua volta alla disponibilità degli altri a riunire il centrodestra. A questo punto, la logica vorrebbe che chi ha posto la condizione del passo indietro del Cav, vedendola soddisfatta, si sieda almeno al tavolo della trattativa. Perché, invece, gli attori cui si rivolge il Cav non vanno a vedere le sue carte? Cosa ancora impedisce un rassemblement del centrodestra? E se a bluffare non fosse (solo) Berlusconi, ma quanti fino ad oggi hanno insistito nel chiedergli un passo indietro?

Forse qualcuno preferisce curare il proprio orticello, lucrare sulla propria piccola rendita di posizione, piuttosto che mettersi in gioco in un progetto più vasto, inclusivo. Il tempo stringe, ma sembra che nessuno dei soggetti di area centrodestra – vecchi e nuovi – intenda abbandonare i tatticismi e giocare a carte scoperte. Casini sa che i delusi da Berlusconi resterebbero a casa o voterebbero Grillo piuttosto che consegnarsi a lui e a Fini. Non devono essere esaltanti i sondaggi, se Montezemolo ha deciso di non candidarsi a capo della sua lista. Senza leader, e ancora troppo elitario, anche il movimento Fermareildeclino ad oggi non può realisticamente pensare di andare molto oltre la soglia di sbarramento.

Eppure, ciascuno con le proprie debolezze e inadeguatezze, tutti sembrano attratti dal tanto peggio tanto meglio: meglio aspettare in riva al fiume che passi il cadavere del Pdl per grattargli qualche punto percentuale, piuttosto che rischiare di rianimarlo accettando di trattare con Berlusconi per rifondare il centrodestra. Al momento la realtà è che il Pdl è in coma profondo, ma i vecchi (Udc) e nuovi (IF e FiD) soggetti non sembrano rappresentare alternative davvero in grado di "coalizzare" una massa critica di elettori di centrodestra. Comprensibile che i nuovi non vogliano accompagnarsi ai vecchi e agli screditati personaggi politici, ma il rischio è che nessuno da solo riesca a toccare quota 20%. E con un Pd più Vendola verso il 30 e oltre sarebbe poi difficile immaginare di vincere le elezioni, o anche solo "scippare" la vittoria a Bersani per un Monti-bis.

È in questo scenario che a salvare il salvabile ci proverebbe, ancora una volta, Berlusconi. Che sarebbe più convincente se invitasse chi ci sta ad organizzare subito primarie apertissime (ovviamente annunciando di non voler correre) per la leadership del futuro centrodestra, in un'ottica "fusionista", guardando al modello americano. I suoi interlocutori, anche quelli nel Pdl, sarebbero messi con le spalle al muro: sfumata la possibilità di ereditare alcunché o di ergersi sulle macerie altrui, sarebbero costretti a sottoporsi al giudizio degli elettori come leader del nuovo centrodestra o a tacere per sempre.
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Tuesday, October 09, 2012

Dove cascano gli asini/2

E gli asini sono cascati veramente: gravemente insufficiente. E' il voto della Ragioneria generale dello Stato alla copertura finanziaria prevista dall'articolo 5 della controriforma delle pensioni "Damiano e altri". Altro che i 5 miliardi in 5 anni che qualche irresponsabile ha messo nero su bianco. Si tratta di 17 miliardi, o addirittura di 30 nei prossimi 10 anni. Al di là della cifra esatta una cosa è certa: gli oneri «sarebbero di rilevante entità», tali da compromettere, «sia sul piano finanziario sia sul piano degli obiettivi di innalzamento dell'età media di pensionamento», non solo gli effetti della riforma del 2011 ma anche di tutte quelle degli ultimi dieci anni. Riforme che come osserva l'Fmi pongono l'Italia «nella situazione migliore nel fronteggiare la pressione derivante dall'aumento della spesa previdenziale nei prossimi 20 anni».

In particolare, osserva la Ragioneria, «il reperimento nel settore giochi di ulteriori risorse, rispetto a quelle già previste, presenta un margine troppo elevato di aleatorietà, considerato anche che ulteriori elevazioni del livello di tassazione potrebbero determinare effetti dissuasivi sul gioco stesso».

Purtroppo alla cialtronata hanno partecipato tutti i partiti, dimostrando che quando parlano di "agenda Monti" non sanno cosa dicono. O meglio, hanno in mente solo una comoda zatterona su cui farsi traghettare nella prossima legislatura senza alcuno sforzo programmatico né di rinnovamento. Mentre sanno dare prova di «coesione» solo quando si tratta di tentare di smontare quelle poche riforme portate a casa dal governo Monti. L'unanimità a sostegno della controriforma dimostra inoltre che anche nel centrodestra (Pdl, Lega, Udc), come nel Pd, la maggior parte di coloro che criticano Monti lo fanno da una posizione statalista ed assistenzialista.

Le situazioni dei cosiddetti "esodati" vanno analizzate caso per caso, come sostiene la Fornero e come ha fatto, persino con troppa generosità, il governo. Chiunque proponga di affrontare il problema generalizzando la soluzione (tutti in pensione!), in realtà mira a smontare la riforma Fornero e a caricare i costi della controriforma sulle spalle dei lavoratori, con aumenti contributivi o ulteriori tasse, che soffocherebbero ulteriormente l'economia producendo più disoccupati. Il tutto per garantire ai cinquantottenni buoneuscite e pensioni che le generazioni future non vedranno nemmeno a settant'anni. Un vero e proprio crimine politico, questo sì, contro cui dovrebbero scendere in piazza giovani, studenti e meno giovani, quarantenni, se non fossero indottrinati dalla paccottiglia socialistoide delle scuole e università pubbliche e dei media.

Monday, October 08, 2012

Dove cascano gli asini

Surreale, ma allo stesso tempo rivelatore. Gli stessi partiti che si "litigano" Monti - chi vorrebbe il bis (Casini), chi addirittura lo vorrebbe candidato premier (Berlusconi), e chi comunque lo ritiene una «risorsa», e la sua "agenda" un «punto di non ritorno» (Bersani) - cercano di affossare la sua unica vera riforma, quella delle pensioni.

E' ormai spudoratamente evidente che dietro il tentativo di salvare i cosiddetti "esodati" il vero obiettivo, sciagurato, è quello di smontare la riforma Fornero. E' iniziato oggi alla Camera l'esame di un provvedimento, a firma Damiano e altri, sostenuto da tutti i partiti (anche dal Pdl, tranne Cazzola), che di fatto reintroduce le pensioni d'anzianità. Un'operazione simile al primo atto del governo Prodi, che abolì lo "scalone" Maroni al modico prezzo di 9 miliardi di euro, conto scaricato sulle spalle dei lavoratori precari. Stavolta il prezzo dovrebbe aggirarsi sui 5 miliardi - non esattamente noccioline di questi tempi - da reperire attraverso (indovinate un po'?!) nuove tasse.

Ma la copertura è a rischio per l'erario, perché il settore che si vorrebbe colpire, ancora quello dei giochi, è in contrazione (per la crisi e proprio per l'eccessivo prelievo fiscale), e ammesso che il valore non sia sottostimato, si tratterebbe comunque di tanti soldi, troppi. Basti pensare che il governo è disperatamente alla ricerca di 6,5 miliardi di euro per scongiurare definitivamente nuovi aumenti dell'Iva e che ci sarebbe da tagliare al più presto il cuneo fiscale, altrimenti ci saranno così tanti disoccupati che si porrà il problema non degli "esodati" ma di come pagare le pensioni. E come ha avvertito, già nel mese di agosto, il ministro Fornero, c'è il rischio che simili misure vengano prese male dall'Europa e dai mercati, compromettendo gli sforzi di stabilizzazione finanziaria fin qui compiuti.

Va detto, poi, che molti dei cosiddetti "esodati" sono dei miracolati, usciti dal lavoro con buonuscite generose e pensioni (per lo più calcolate col sistema retributivo) che le generazioni future possono soltanto sognare. Come vincere alla lotteria.

Non solo è surreale che tentino di smontare la riforma proprio coloro che o sostengono la necessità che l'esperienza Monti continui (Pdl e Udc), o che comunque non vada dispersa e, anzi, rappresenti un punto di partenza rispetto al quale non indietreggiare (il Pd, a parole). E' anche una definitiva cartina di tornasole: chi sostiene la controriforma "Damiano e altri" è letteralmente unfit, inadeguato a governare il paese, ci porterebbe in un baratro greco.

Bersani dovrebbe spiegare non solo come si concilia il suo alleato, Vendola, con l'"agenda Monti", ma come si concilia con essa lo stesso Pd, visto che mentre il segretario è impegnato a ripetere che l'operato del premier è un «punto di non ritorno», i suoi in Parlamento - come l'ex ministro Damiano, non proprio l'ultimo arrivato - lavorano per smontare le sue riforme.

Friday, October 05, 2012

L'America e noi, bizantini da tardo impero

Ogni quattro anni assistiamo ammirati allo spettacolo della democrazia in azione, quando i contendenti alla Casa Bianca si sfidano in un lungo e faticosissimo processo elettorale, che inizia circa un anno prima, con le primarie, ed entra nel vivo con i duelli televisivi. Ieri notte Romney ha stracciato Obama nel primo dei tre dibattiti presidenziali, togliendo ai media prevalentemente pro-Obama un boccone che pregustavano da mesi: celebrare il colpo del ko del presidente uscente allo sfidante. A molti potranno apparire superficiali (cosa si potrà mai dire in due minuti di risposta che non suoni come uno slogan?), invece i dibattiti sono l'essenza della politica, dove non basta avere le idee migliori, bisogna anche saperle comunicare e dimostrarsi credibili. Non è uno show televisivo, ma una durissima prova di sopravvivenza durante la quale i leader si forgiano nel contraddittorio davanti ad un pubblico di milioni di cittadini. E le regole sono chiare: dentro o fuori, senza reti di protezione, senza ripescaggi, scorpori, quote, listini o preferenze, senza i nostri bizantinismi da tardo impero. Romney ha saputo mettere in atto al meglio la sua strategia: ha attaccato Obama in modo intelligente, pragmatico, non ideologico. Il che ha spiazzato il presidente, che su quel piano avrebbe avuto gioco facile a rispondere colpo su colpo. Entrambi avrebbero "eccitato" la loro base, ma non sarebbe servito a Romney, che se vuole vincere deve fare di più, convincere gli elettori indecisi, indipendenti, e dunque impermeabili alla propaganda.

E ogni volta, noi che guardiamo dal di qua dell'Atlantico non riusciamo a non farci prendere dalla depressione per lo stupefacente contrasto tra come funziona la democrazia negli Stati Uniti – sebbene con le inevitabili imperfezioni delle cose umane – e come è ridotta in Italia. Anche noi siamo in campagna elettorale, ma non sappiamo ancora con quale legge elettorale si voterà, perché ogni cinque anni cambia a seconda degli equilibri che le forze politiche in Parlamento intendono favorire; il premier uscente non si candida ma è in pole per un secondo mandato; da una parte non fanno le primarie in attesa che l'anziano leader decida il da farsi, mentre dall'altra le fanno, ma col trucco per tagliare fuori l'outsider. E come se non bastasse, potrebbero non avere alcun senso in caso di ritorno al proporzionale. Senza offesa per nessuno, ciascuno con le proprie ragioni, alibi, attenuanti, ma sembra una gabbia di matti.
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Wednesday, October 03, 2012

Lo dice anche la Corte dei Conti: la cura Monti non basta

Che al momento Mario Monti sia la figura che offre più garanzie come capo del governo non ci sono dubbi. Ma le formule "Monti-bis" o "agenda Monti", che ci accompagneranno per tutta la campagna elettorale, appaiono del tutto vuote. Ad evocarle sono i gruppi politici che pensano di farsi traghettare nella nuova legislatura sfruttando l'inerzia della credibilità del professore, senza alcuno sforzo di elaborazione programmatica e di rinnovamento. Lo stesso Monti, però, non può più nascondersi dietro l'impresentabilità altrui. Se è in campo, non più solo come carta d'emergenza, dovrebbe proporre la sua agenda per i prossimi cinque anni. Agli elettori non può essere chiesto un assegno in bianco, anche perché qualsiasi cosa significhi, la cosiddetta "agenda Monti" non basta a superare la crisi. Anzi, perseverando con la terapia di quest'ultimo anno nella migliore delle ipotesi ci aspetta un altro decennio di crescita bassa o nulla, con tutto ciò che comporta per la sostenibilità della finanza pubblica. Ce lo dicono i dati, e tutte le analisi più autorevoli, da quelle dell'Fmi ai puntuali giudizi dalla Corte dei Conti. Severo, quasi impietoso, quello di ieri alle Commissioni Bilancio, tanto che il ministro Grilli ha preso le difese delle politiche governative, negando che ci sia un «corto circuito» tra rigore e crescita.

Ma come già in altre occasioni, la Corte non ha messo in discussione che possano essere compatibili, si è limitata ad osservare che il «pericolo di un corto circuito» esiste a causa della composizione delle manovre correttive, per quasi il 70% fatte di aumenti di imposte e tasse, con la pressione fiscale oltre il 45% nel triennio 2012-2014, e del rinvio di interventi strutturali. L'urgenza ha indotto a ricorrere «pesantemente» al prelievo fiscale, «forzando una pressione già fuori linea nel confronto europeo e generando le condizioni per un ulteriore effetto recessivo», che «avrebbe dissolto circa la metà dei 75 miliardi della correzione prevista per il 2013».
(...)
Insomma, il rigore da solo non basta, se manca una crescita su cui appoggiare la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica. Peccato che gli attuali livelli di spesa (pur al netto delle spese per interessi e investimenti fissi) e di prelievo, afferma con chiarezza la Corte, rappresentano un «drenaggio di risorse incompatibile con una efficace politica di rilancio dell’economia».

E a fronte degli effetti recessivi delle manovre, i risultati attribuiti alle cosiddette riforme strutturali appaiono largamente insufficienti per colmare il vuoto di domanda apertosi a partire dal 2007. Qualsiasi strategia per la crescita richiede «sicuramente che si apra una prospettiva di riduzione della pressione fiscale». Ovviamente senza compromettere la tenuta dei conti. Ma l'intervento che la Corte dei Conti suggerisce sulla spesa pubblica per liberare risorse da destinare al taglio delle tasse va oltre la mera manutenzione. Occorre ripensare «radicalmente il perimetro» dell'intervento pubblico, «individuare le aree di spesa che è opportuno dismettere, superando logiche meramente difensive».
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