Monday, January 28, 2013

TentennaMonti

Anche su Notapolitica e L'Opinione

«Ho verso Berlusconi sentimenti di gratitudine e sbigottimento. Ammetto di fare una certa fatica a seguire la linearità del suo pensiero». Lo stesso sarcasmo usato da Mario Monti durante la conferenza stampa dello scorso 23 dicembre, oggi potrebbe venire usato contro di lui. Al professore dobbiamo senz'altro gratitudine, per aver contribuito a salvare (per il momento) l'Italia dal baratro finanziario in cui stava per precipitare nel novembre 2011, per avergli restituito una certa credibilità, ma facciamo molta fatica, oggi, a seguirlo nel suo "flip-flopping" elettorale, spesso all'interno di una stessa intervista. Dal tema delle tasse a quello delle alleanze, in quattro settimane il premier uscente è stato capace di sostenere tutto e il contrario di tutto, senza riuscire ad inquadrare un target preciso nell'elettorato.

Al governo ha basato la politica di consolidamento fiscale sull'aumento delle tasse piuttosto che sui tagli alla spesa – mentre non solo non era l'unica via praticabile, ma anche quella esplicitamente sconsigliata da Draghi. Tutti ricordiamo i toni sprezzanti con i quali, sempre nell'incontro con la stampa del 23 dicembre, stroncò la "promessa" di Berlusconi di abolire l'Imu: l'anno successivo, ammonì, si sarebbe dovuta reintrodurre l'imposta, ma addirittura «doppia». Oggi, in piena campagna elettorale, scopriamo che pensare di ridurre le tasse, in particolare l'Imu, non è poi così da irresponsabili. Parlando a Omnibus, su La7, Monti propone un alleggerimento dell'Imu di 2,5 miliardi: dunque, 1,5 i miliardi che ballano tra la sua proposta e quella "irresponsabile" di Berlusconi. Di più: ora Monti si impegna a ridurre la spesa pubblica corrente sul Pil di 4,5 punti in cinque anni, più o meno quanto Berlusconi e Giannino, e nello stesso periodo a tagliare tasse per 27 miliardi di euro, tra Irpef e Irap. Eppure, «io non prendo impegni, non faccio promesse», rivendicò orgogliosamente una decina di giorni fa a SkyTg24. Oggi siamo già a «non vogliamo fare promesse, ma prendere impegni seri». Si è convinto a fare anche lui promesse "irresponsabili", o forse non erano poi così irresponsabili quelle degli altri?

Prima, durante i mesi di governo, Monti non fa altro che ringraziare i partiti della "strana maggioranza" per il senso di responsabilità dimostrato nel sostenere i provvedimenti in Parlamento, pagandone i costi politici. Una volta "salito" in politica, li accusa invece di aver opposto resistenze che hanno impedito di portare fino in fondo le riforme. Ma poi, stamattina ad Omnibus, nonostante tutto rilancia la «grande coalizione» come «politica necessaria» per fare le riforme. Ma come, dopo averne denunciato i veti e le resistenze, con quegli stessi partiti vorrebbe riproporre una grande coalizione per le riforme?

Qualche giorno fa l'intesa post-elettorale con Bersani sembrava cosa fatta, o quanto meno uno sbocco inevitabile, nelle parole e nei fatti del professore e delle figure di spicco tra le forze che lo sostengono. Impugnava la roncola contro Berlusconi e il centrodestra, mentre solo qualche pizzicotto al Pd; poi, all'improvviso, l'apertura anche al partito e al «popolo» di Berlusconi, ma senza Berlusconi. Una cosa è certa: scordatevi di conoscere prima del voto le reali intenzioni del professore: a Radio anch'io, qualche giorno fa, ammetteva candidamente lui stesso che «al momento non c'è nessuna possibilità di sapere con chi saremo e contro di chi». La confusione è tanta, e il sospetto è che Monti sia semplicemente alla ricerca di sponde e poteri di interdizione per imporre il suo bis a Palazzo Chigi senza averne i voti. Sarà anche la persona più seria, preparata e affidabile possibile, ma votereste per qualcuno che non prende impegni e non sa o non vuole dire a chi porterà in dote i vostri voti?

Friday, January 25, 2013

La lezione politica del caso Mps

Decidetevi: "Il Pd fa il Pd e la Banca fa la Banca", come dice Bersani; oppure "noi abbiamo sostituito Mussari", come dice D'Alema? Il Pd non può negare di avere il controllo del Monte Paschi di Siena e allo stesso tempo intestarsi il merito di aver sostituito Mussari, sulle cui dismissioni tra l'altro sembra aver pesato molto di più il pressing della Banca d'Italia che non un improvviso ravvedimento del Pd senese. In realtà, tutti sanno che i vertici di Mps sono nominati dalla Fondazione Mps, i cui membri sono quasi tutti scelti dagli enti locali - Comune e Provincia di Siena, Regione Toscana - da decenni amministrati dal Pd e dai suoi diretti antenati Ds e Pci.

Qualche domanda su chi possa aver lanciato il siluro Mps contro il Pd, attraverso la soffiata al Fatto quotidiano, io però me la porrei (cui prodest?). E' venuto fuori, per esempio, che tra i candidati (in buona posizione) nella Lista Monti alla Camera c'è un tale Alfredo Monaci, membro del Cda di Mps dal 2009 al 2012 (gestione Mussari) e tuttora presidente di Mps immobiliare. Con il fratello Alberto, anche lui Pd (ex Dc ed ex Margherita) e presidente del Consiglio regionale toscano, al centro di una "faida" interna al partito che lo vede contrapposto - tanto da far saltare la giunta del Comune di Siena - alla linea di discontinuità in Mps del sindaco «bersanian-dalemiano» Ceccuzzi.

Ma al di là della polemica sulle responsabilità politiche del Pd, quale lezione trarre dal caso Mps? Certamente riapre la questione delle fondazioni bancarie, attraverso le quali i partiti continuano ad esercitare la loro influenza, a volte un controllo totale (come nel caso di Mps), sulle banche italiane. Il che non pone solo un problema di governance delle banche e, al limite, di malcostume, che riguarda gli organi di vigilanza o la magistratura, quindi ristretto al mondo bancario e finanziario, e che non dovrebbe diventare un caso anche politico ed elettorale. E', anzi, un tema squisitamente politico, dal momento che questo assetto proprietario delle banche italiane ha effetti profondamente negativi sull'intera economia del paese, soprattutto in questo periodo di crisi economica e finanziaria, e solo per questo dovrebbe essere al centro della campagna elettorale.

Le fondazioni servono ai partiti per continuare a mantenere il controllo sulle banche, o comunque a influenzarne la gestione. Da qui la resistenza delle fondazioni a diluire le loro quote, con la compiacenza dei decisori politici, dei regolatori e delle autorità di vigilanza. Peccato che ciò renda il sistema bancario sottocapitalizzato e, quindi, incapace di sostenere l'economia e le famiglie, soprattutto in momenti di crisi. I termini della questione li ha esposti perfettamente Oscar Giannino, commentando proprio il caso Mps.
«In questi anni i regolatori e la politica hanno preferito banche meno capitalizzate, cioè con meno risorse per prestiti a imprese e famiglie, per non far diluire il controllo delle fondazioni. E' un tema politico eccome, per effetto di questa scelta l'economia italiana è ancor più asfittica. Le fondazioni devono cedere il controllo attraverso meccanismi di mercato, a maggior ragione per i denari che ci hanno perso e che le impossibilita alla loro vera funzione, il sostegno sociale e culturale ai territori».
Una domanda quindi andrebbe posta ai candidati-premier, a parte Giannino che nel suo programma elettorale ha già dato risposta affermativa: "Vi impegnate a separare una volta per tutte le banche dalla politica superando il sistema delle fondazioni, per aprire il sistema bancario alla concorrenza?"

Riguardo il prestito da 3,9 miliardi che lo Stato ha concesso a Mps, ad un tasso comunque parecchio oneroso, è solo un caso che coincida con il gettito dell'Imu sulla prima casa. Non abbiamo pagato l'Imu per salvare la banca del Pd, insomma, questa è propaganda. Non c'è alternativa al prestito, purtroppo, né all'eventuale salvataggio, perché a farne le spese sarebbero i risparmiatori e l'intero sistema finanziario italiano. Però il tema politico dell'uso del denaro dei contribuenti c'è tutto: lo si usi pure, purché chi ha sbagliato paghi e d'ora in poi ci si impegni seriamente a cambiare questo sistema.

Il guaio è che il prestito verrà erogato ma il cancro che ha portato alla crisi di Mps non verrà estirpato, tutto continuerà come prima. Così diventa insopportabile la disparità di trattamento: lo Stato presta i soldi a Mps, va bene, ma i cittadini e le imprese non possono nemmeno vedere compensati i loro debiti con il fisco con i crediti che vantano con la pubblica amministrazione? Come contribuenti siamo vessati, vigilatissimi, tutte le nostre spese vengono tracciate, analizzate, addirittura d'ora in poi presunte induttivamente, mentre la terza banca del paese la fa sotto il naso a tutti gli organi di controllo e vigilanza, tra cui la Banca d'Italia? Come meravigliarsi che il cittadino, nel suo piccolo, s'incazzi?

Thursday, January 24, 2013

Più che la Cgil a resistere, fu Monti a calarsi le brache

Lo scaricabarile di Monti sulla riforma del lavoro

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Pochi giorni fa abbiamo ricordato le parole di Draghi per smentire la linea difensiva di Monti sulle tasse, l'idea che per salvare il paese non avesse altra scelta che aumentarle. Oggi bisogna fare un altro piccolo sforzo di memoria, ricostruire i passaggi finali della stesura della riforma del lavoro, per smascherare un nuovo scaricabarile del premier uscente. Il Mario Monti che lo scorso 4 aprile presentava in pompa magna come «storica», una «svolta epocale», la riforma del lavoro, è lo stesso che oggi riconosce che «non è andata avanti abbastanza», scaricando la «colpa» su «un sindacato che ha resistito decisamente al cambiamento e non ha firmato l'accordo che gli altri avevano firmato».

Quella di Monti è una verità molto parziale. E' senz'altro vero che la Cgil è il sindacato più conservatore e regressista, che ha opposto resistenza alla riforma, soprattutto sull'articolo 18 (come anche gli altri sindacati), ma Monti s'è calato le brache prim'ancora che fosse convocato un solo sciopero o una sola manifestazione. Ha tenuto il punto per una decina di giorni, ma la riforma è uscita annacquata già da Palazzo Chigi. Il testo arrivato alle Camere era già un fallimento. Fu un aborto spontaneo del governo.

Più che la Cgil a resistere, quindi, fu Monti a calarsi le brache. Questa la lettura anche dei principali quotidiani del mondo finanziario internazionale, che per la prima volta criticarono duramente il premier proprio per il flop, la sua «resa», sulla riforma più importante per la crescita e l'occupazione.

Il Financial Times parlò di «appeasement», offrendosi allo sfogo di Emma Marcegaglia, che definì la riforma «very bad». Ritenendo «preoccupante» che proprio il premier avesse finito per «annacquarla», il Wall Street Journal fu costretto a rimangiarsi in tutta fretta lo spericolato paragone di Monti con la Thatcher, azzardato solo pochi giorni prima, proponendo un'altra analogia "britannica", ma molto meno lusinghiera: quella con Ted Heath, lo «sventurato» predecessore conservatore della Lady di ferro. Il WSJ aveva bocciato persino la bozza originaria della riforma, quella che non aveva ancora subito il veto della Cgil, perché prevedeva «una modifica relativamente modesta all'articolo 18», addirittura una «small beer» (robetta da poco, insignificante) «per un paese con i problemi economici dell'Italia». Lapidaria, e sarcastica, la conclusione del quotidiano: «Diranno che una piccola riforma è meglio di niente. Forse. Ma Monti fu chiamato a fare il primo ministro per salvare il proprio paese dal ciglio dell'abisso greco. La riforma del lavoro è una resa a coloro che lo stanno portando in quell'abisso». E non a caso, una settimana dopo il varo della riforma assistemmo al primo "Black Tuesday" dell'era Monti: Borsa giù del 5% e spread di nuovo oltre i 400 punti per la prima volta dall'inizio di febbraio.

In quel momento, tra marzo e aprile scorsi, la popolarità e l'autorevolezza di Monti erano all'apice. Troppo poco tempo era trascorso dal suo insediamento perché i partiti potessero sfiduciarlo, assumendosi la responsabilità di ri-precipitare il paese nel baratro, e lo spread era calato in modo sensibile. Monti avrebbe quindi potuto imporre alle forze politiche e sociali qualsiasi scelta di politica economica, ma decise di non spendere l'enorme capitale politico personale che aveva accumulato. Perché?

In un primo momento il premier difese la bozza uscita il 23 marzo dal confronto con le parti sociali, dichiarando «chiuso» l'argomento articolo 18. Poi smentì se stesso, accettando il passo indietro. Ma fu davvero così decisivo il veto della Cgil, o furono altre considerazioni, di natura politica, a pesare? Secondo il Financial Times, dalla sua visita in Asia il premier dedusse che a preoccupare gli investitori era più l'instabilità politica che una riforma non proprio incisiva. Nel frattempo, le resistenze della Cgil erano state fatte proprie dal Pd, e probabilmente il Quirinale giocò un ruolo decisivo nell'ammorbidire le posizioni del premier, proprio con l'argomento della stabilità politica della "strana coalizione". Un testo più coraggioso nel superamento dell'articolo 18 rischiava di spaccare il Pd sul sostegno al governo, o quanto meno di pregiudicare l'ipotesi di una collaborazione futura tra il professore e il centrosinistra, scenario caro al capo dello Stato. Il Monti politico prevalse sul Monti economista, anteponendo un disegno politico per il post-elezioni del 2013 all'agenda riformatrice che il suo governo era stato incaricato di attuare.

E' allora che furono poste le basi dei buoni rapporti tra il premier e Bersani che domani, dopo il voto, renderanno possibile un accordo di governo. L'articolo 18, invece, doveva offrire l'occasione per costringere il Pd a decidere una volta per tutte tra linea riformista o camussiana. Male che fosse andata, il sistema politico si sarebbe potuto scomporre/ricomporre attorno all'asse delle riforme, tra un "partito Monti" e un "partito Grecia". Adesso, invece, Monti è obbligato ad accordarsi col "partito Grecia". Peccato che una coalizione tra centristi e un Pd a trazione Cgil può partorire solo topolini come la riforma del lavoro.

Wednesday, January 23, 2013

La svolta sinistra di Bersani (e Monti)

Un Monti che non può permettersi di tirare la corda fino a spezzarla, rischia di venire trascinato se Bersani la tira troppo a sinistra

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Che cosa succede quando un'alleanza già squilibrata a sinistra si sposta ancora più a sinistra? Rischia di restarci schiacciata e di trascinare con sé un'operazione centrista che si finge equidistante, ma sa che il suo unico sbocco è proprio a sinistra. L'ossessione del Pd di non avere nessuno alla propria sinistra, se non un alleato (vedi Di Pietro nel 2008, Vendola oggi), sembra dura a morire e in passato è stata causa di pesanti debàcle elettorali o di mezze vittorie. La storia si sta ripetendo. Manifestando l'intenzione di rivedere, per limitarla ulteriormente (è stata già ridotta del 30%), la spesa per gli F-35, Bersani dice una cosa molto "di sinistra", di vecchia sinistra, per tentare di fronteggiare su quel fronte la concorrenza del movimento vetero-comunista di Ingroia, che potrebbe essere determinante in negativo nelle regioni in bilico per il Senato (Lombardia, Campania e Sicilia). Anche perché l'ex magistrato, insieme a Grillo, sta erodendo consensi a Vendola, al quale il Pd aveva "appaltato" il traino degli elettori più a sinistra.

Ma se Bersani può spostarsi a sinistra è perché al centro si sente coperto: da Renzi, la cui presenza in questa fase della campagna dovrebbe ricordare agli elettori che il Pd è anche il partito del giovane e moderno sindaco di Firenze, non solo quindi un covo di ex comunisti costretti a inseguire Ingroia e Ferrero; e da Monti, che non dovrebbe infierire troppo sullo spostamento a sinistra del Pd, limitandosi a polemizzare sul conservatorismo di Vendola e Camusso.

Tutto lascia intendere, infatti, che tra il segretario del Pd e il premier uscente ci sia davvero, se non un accordo di massima per un'alleanza di governo post-voto, almeno una sorta di divisione dei compiti in campagna elettorale: il primo può dedicarsi tranquillamente al suo fronte sinistro, anche perché sa che dal centro non arriveranno bordate tali sfondare lo scafo, al massimo qualche pizzicotto.

Lo sforzo di Monti è quello di presentarsi come alternativo sia alla destra che alla sinistra. Tutti i suoi discorsi sulle riforme ostacolate in Parlamento sia dal Pd che dal Pdl, da cui la necessità di «federare i riformatori», la sua teoria sul superamento delle categorie di destra e sinistra, vanno in questa direzione. Si sta sforzando di non dare l'impressione di essere già pronto ad un accordo con Bersani, insomma di scrollarsi di dosso l'immagine di "stampella" della sinistra. Ma non ci sta riuscendo, i sondaggi mostrano che la sua lista stenta a decollare a destra. Non sorprende, dal momento che un po' per simpatie personali, un po' per realismo politico - perché si rende conto che centro e sinistra sono obbligati ad accordarsi dopo il voto per il governo del paese - non può permettersi strappi né toni troppo aggressivi nei confronti del Pd. Se contro Berlusconi e il centrodestra impugna la roncola, nei confronti del centrosinistra il fioretto: schermaglie con Vendola e sulla Cgil, ma più che conciliante con Bersani. Emblematica la sua ultima intervista a Ballarò: da una parte, Berlusconi è un «manipolatore della realtà», se vince «tanto di cappello, ma sarebbe un disastro per noi italiani»; dall'altra, «il pericolo comunista nel Pd non esiste», Bersani è una «persona seria», sbaglia solo a «immaginare di poter governare con Vendola e Camusso».

L'uscita sugli F-35 è solo un primo passo, la svolta a sinistra del Pd sarà completata, e suggellata, venerdì e sabato a Roma, al Palalottomatica dell'Eur, dove si terrà la presentazione del "Piano del lavoro", il contributo programmatico della Cgil alle forze di sinistra, di cui appare sempre più azionista di maggioranza. Facile immaginare che da quella kermesse uscirà una nuova foto di gruppo dopo quella ormai superata di Vasto. Una foto Bersani-Vendola-Camusso.

L'evento della Cgil si annuncia quindi come un crocevia della campagna elettorale: da come ne usciranno Bersani, e Monti, dipendono gli sviluppi successivi. Con i suoi 40 miliardi di tasse in più all'anno per il finanziamento di un pacchetto di investimenti del tutto dirigistico e il ritorno delle nazionalizzazioni (poste e trasporto pubblico locale), il piano che la Camusso si appresta a lanciare è puro socialismo reale. Bersani non potrà far finta di nulla per mero calcolo elettorale, si dovrà pronunciare su quel programma. E a cascata anche Monti, la cui prospettiva è quella di governare con Bersani, dovrà pronunciarsi sulla relazione speciale Pd-Cgil.

Se si accentua lo sbilanciamento a sinistra, già piuttosto marcato, del Pd e se Monti non riesce a presentarsi come inequivocabile alternativa alla sinistra, dovendo per realismo mantenere buoni rapporti con essa in previsione di un'intesa di governo, si apre per il centrodestra una vera e propria prateria di voti, da cui lo separerebbero solo la delusione, la rabbia e il disgusto del proprio elettorato per la recente fallimentare esperienza di governo, ma nessun concorrente politico.

La riforma del lavoro è un tema sul quale Monti può distinguersi dalla sinistra, ma la polemica può spingersi solo fino ad un certo punto. La flexsecurity di Ichino, infatti, implica la riapertura del conflitto sull'articolo 18, su cui a sinistra la chiusura è totale, e il superamento della riforma Fornero nella direzione esattamente opposta a quella auspicata da Pd e Cgil. Se Bersani si sposta un po' a sinistra, dunque, solo apparentemente il compito del professore diventa più facile, come scrive Stefano Folli sul Sole. Dovrebbe comunque mantenere una certa opacità nella sua proposta politica, per non far esplodere già in campagna elettorale le contraddizioni, probabilmente insanabili, con la sinistra.

Tuesday, January 22, 2013

Mario vs Mario, è Draghi a smentire Monti

Falso che il premier non avesse altra scelta che aumentare le tasse

Anche su Notapolitica e L'Opinione

«Ridurre le esigenze di finanziamento dell'Italia era un imperativo, ma poteva esser fatto solo alzando le tasse». E' sull'idea che non avesse altra scelta che aumentare le tasse per affrontare l'emergenza finanziaria del novembre scorso che il premier Mario Monti fonda la sua difesa dalle critiche dell'editorialista del Financial Times Wolfgang Münchau. Una linea difensiva però molto debole, perché già smentita non oggi, non ieri, ma quasi un anno fa, il 23 febbraio scorso, e non da un oppositore politico, né dai colleghi professori-editorialisti che tanto lo irritano, ma da un altro Mario, il presidente della Bce Draghi. Il quale, in una lunga intervista al Wall Street Journal ammetteva che «non c'è alternativa al consolidamento fiscale», cioè alle politiche di austerità, aggiungendo però che c'è modo e modo di consolidare i bilanci pubblici, c'è un'austerità «buona» e una «cattiva». E quale delle due ha perseguito Monti? Indovinato. «Un buon consolidamento è quello in cui le tasse sono più basse», spiegava Draghi, mentre «il cattivo consolidamento è in effetti più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri alzando le tasse e tagliando la spesa per investimenti, che è più facile da fare che tagliare la spesa corrente. In un certo senso è la via più facile, ma non è una buona via, perché deprime il potenziale di crescita». In numerose altre occasioni Draghi ha ripetuto che «il consolidamento fiscale nel medio termine non può, e non deve, essere basato su aumenti delle tasse», ma su tagli alla spesa corrente.

Ecco confutata, dunque, in questo dialogo indiretto ma per nulla immaginario, la tesi del premier secondo cui non avrebbe avuto scelta, solo aumentando le tasse poteva salvare l'Italia. Un enorme equivoco falsa il dibattito pubblico sull'austerità. Senza rigore nei conti pubblici non solo non può esserci crescita, ma si rischia il default, e una crisi europea (e mondiale) catastrofica. Non emerge, però, che la disputa non è solo tra pro e contro l'austerità, ma anche tra due diverse politiche di austerità: aumentare le tasse o tagliare le spese. E «l'evidenza empirica - sostengono Alesina e Giavazzi - dimostra che tagli di spesa, accompagnati da liberalizzazioni e riforme nel mercato dei beni e del lavoro, comportano costi di gran lunga inferiori rispetto ad aumenti di imposte. Se il governo Monti avesse perseguito l'austerità in questo modo, cioè tagliando la spesa, la recessione sarebbe stata molto meno grave». Dunque, il premier aveva due strade tra cui optare, nell'ambito dell'austerità, ma ha scelto quella sbagliata.

«L'aggiustamento è stato progressivamente ribilanciato» sui tagli alla spesa, obietta ancora Monti. Ma anche questo non corrisponde al vero, perché nemmeno un centesimo dei timidi tagli previsti (non ancora prodotti) dalla spending review è stato destinato ad alleggerire la pressione fiscale, dunque non si può parlare di «ribilanciamento».

Nella sua intervista Draghi non negava che nel breve termine l'austerità comportasse effetti recessivi, ma avvertiva che se accompagnata da riforme strutturali, nel mercato dei servizi e del lavoro, avrebbe portato ad una crescita sostenibile nel medio-lungo termine. Ebbene, le riforme partorite dal governo Monti si sono rivelate un bluff: timide, ai limiti del patetico, le liberalizzazioni; controproducente la riforma del mercato del lavoro, che ha reintrodotto rigidità in entrata senza superare le incertezze giuridiche legate all'articolo 18.

Monti si giustifica chiamando in causa la «mancanza di una vera maggioranza in Parlamento». Un argomento che sfiora il ridicolo, avendo goduto di una maggioranza senza precedenti nella storia repubblicana: oltre l'80% delle forze parlamentari. E se è vero che partiti e lobby hanno opposto resistenza alle riforme, è anche vero che per almeno i primi sei mesi non avrebbero potuto mai e poi mai assumersi la responsabilità di mandare a casa Monti. Ciò significa che il premier aveva la forza politica e l'autorevolezza per imporre praticamente qualsiasi scelta di politica economica.

Nell'editoriale "riparatore" il Financial Times mostra di puntare, nonostante tutto, sulla coppia Bersani-Monti, ai quali però non risparmia una pesante critica di fondo: «Nessuno dei due ha ancora esposto una convincente visione economica del paese». A Berlusconi riconosce «elementi ragionevoli» nel programma elettorale, ma nessuna credibilità, mentre Bersani e Monti hanno entrambi «credibilità personale», ma il primo «deve dimostrare che non sarà ostaggio dalla sinistra, che si oppone a riformare un mercato del lavoro inefficiente», mentre al secondo fa notare che la nostra produttività è «stagnante» e che tra i paesi eurodeboli - Spagna, Portogallo e Irlanda - l'Italia è l'unico in cui il costo del lavoro non è diminuito.

Monday, January 21, 2013

Monti un bluff conclamato

Il discusso editoriale di Wolfgang Münchau sul Financial Times va letto innanzitutto in chiave anti-austerità e anti-Merkel. E' in base a tali criteri che giudica le tre principali offerte politiche in Italia, evidenziandone i limiti e giungendo a conclusioni pessimistiche (e purtroppo fondate). A Monti essenzialmente rimprovera di aver «sottovalutato il prevedibile impatto dell'austerità» e di non essersi opposto ad Angela Merkel. Ma questo non deve suonare come un endorsement a favore di Berlusconi. Tutt'altro. All'ex premier riconosce una «buona campagna», all'insegna di un «messaggio anti-austerità», ma non la credibilità necessaria: sono solo slogan. Piuttosto, è a Bersani che Münchau sembra guardare con più indulgenza: di recente il segretario del Pd ha provato a prendere le distanze dalle politiche di austerità e c'è una possibilità leggermente superiore che riesca a tenere testa alla Merkel, «perché in una posizione migliore per fare squadra con Hollande».

Comunque sia, che la vediate "da destra" o "da sinistra", che vi iscriviate alla prima, alla seconda o alla terza delle tre opzioni anti-crisi delineate da Münchau (restare nell'euro e sopportare da soli l'intero peso dell'aggiustamento, fiscale ed economico; restare nell'euro, a condizione di un aggiustamento condiviso e simmetrico tra paesi debitori e creditori; uscire dall'euro), un paio di verità incontestabili e senza attenuanti su Monti emergono: 1) ha solo aumentato le tasse, mentre le timide riforme strutturali che ha cercato di introdurre sono state «annacquate fino all'irrilevanza macroeconomica»; 2) racconta di aver salvato l'Italia dal baratro, ma il calo dello spread e dei rendimenti si deve alle iniziative di un altro Mario - Draghi, presidente della Bce - e gli italiani lo sanno bene.

Che siate acerrimi oppositori delle politiche di austerità imposte da Berlino, come Seminerio, per intenderci, o che invece vi convinca di più la prima opzione (la via "virtuosa" al risanamento attraverso tagli di spesa, debito e tasse - quella di Giannino), da qualsiasi punto di vista, insomma, Monti è stato un fallimento, o un bluff, come scrivo ormai da mesi. Riconoscerlo non significa essere berlusconiani né di sinistra.

Monti non si è opposto alla Merkel - se pensate come Münchau che avrebbe dovuto farlo - né ha realizzato le necessarie riforme strutturali (nemmeno in campagna elettorale, finora, ha proposto qualcosa di concreto). Si è limitato ad alzare le tasse per aggiustare i conti nel breve termine e guadagnare tempo in attesa che la tempesta finisse. Quella che l'editorialista del FT chiama la «quarta opzione», in realtà una falsa pista che presto o tardi riporta alle prime tre opzioni.

Friday, January 18, 2013

L'errore tattico e strategico di Monti

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Ma vi pare che Monti in televisione risponda, anche in modo un po' scocciato, che è «prematuro» parlare di alleanze dopo il voto, e intanto ne parla in incontri più o meno segreti con Bersani? I cittadini non hanno diritto di sapere se si sta cercando un accordo di governo, «un'intesa di massima a collaborare», o quanto meno un patto di non belligeranza? E i giornalisti con la schiena dritta, non dovrebbero a questo punto pretendere da Monti una risposta?

Fin da subito l'operazione Monti ha assunto una chiara connotazione centrista e l'odore di accordo post-elettorale con la sinistra (sia per opportunismo, perché il Pd è da mesi vincitore annunciato delle prossime elezioni, sia per convergenze politiche) si è avvertito distintamente. Fin dalla conferenza stampa di fine anno del 23 dicembre, trasformata in un comizio contro Berlusconi, ma ancor prima, dal momento che nell'azione di governo Monti ha avuto maggior riguardo nei confronti dell'elettorato di centrosinistra, cedendo ai veti di Pd e Cgil.

Molto prima, quindi, che dalla destra partisse al suo indirizzo l'accusa di essere una «stampella» della sinistra e ben prima del suo incontro con Bersani. Che ci sia tra sinistra e centro "montiano" un patto di non belligeranza durante la campagna elettorale e un'intesa di massima per il dopo non può che rappresentare un elemento di chiarezza per gli elettori. Ma è un grave errore sia tattico che strategico di Monti, qualsiasi sia il suo obiettivo.

Così facendo, infatti, si scopre su entrambi i fronti: da una parte, avvalorando la tesi di Berlusconi del "centrino" e del "leaderino" al servizio della sinistra, sarà sempre più difficile conquistare i voti di quella parte dell'elettorato di centrodestra, la maggioranza, che rifiuta qualsiasi compromesso con la sinistra; dall'altra, l'accordo annunciato con Bersani tranquillizza gli elettori del Pd preoccupati dell'influenza di Vendola e di un eccessivo sbilanciamento a sinistra dell'alleanza dei progressisti. E' proprio per tranquillizzare questi elettori, che potrebbero essere attratti dal voto alla Lista Monti, che Bersani e D'Alema si sforzano di dare per certa la collaborazione con il professore e la sua compatibilità con Vendola.

Anzi, per il Pd sarebbe la combinazione perfetta: trovarsi nella posizione di perno tra un centro e una sinistra radicale sufficientemente grandi da rendere numericamente solida la maggioranza e da essere "palleggiati" come contrappeso l'uno dell'altra, ma non abbastanza da esercitare un potere di veto. Significherebbe, per gli ex Pci, una centralità politica senza precedenti, e a lungo agognata.

Ogni volta che Monti non risponde, o risponde ambiguamente, alla domanda sulle alleanze post-elettorali nel caso, molto probabile, che la sua coalizione non uscisse maggioritaria dalle urne, rafforza la sensazione dell'ineluttabilità di un accordo con Bersani, perdendo capacità d'attrazione sia alla sua destra che alla sua sinistra.

Da una parte, attaccando Berlusconi da una posizione centrista, da suo ex elettore deluso per la mancata "rivoluzione liberale", cerca in effetti di contendere all'ex premier il suo elettorato, ma dall'altra, finché permane l'ambiguità di fondo sul suo posizionamento dopo il voto, il suo "antiberlusconismo" rischia di venire percepito come una prova della sintonia e dell'alleanza con la sinistra.

L'errore strategico di fondo, come ripetiamo da mesi, sta nel non aver voluto dar vita ad una nuova offerta politica di centrodestra nettamente alternativa al centrosinistra. Una forza, cioè, che in uno schema bipolare ambisse a governare senza i voti di Bersani o, nel caso di sconfitta, disposta a restare all'opposizione. E' anche vero che le scelte non facili di politica economica di Monti nei suoi 13 mesi di governo hanno reso problematico il rapporto con l'elettorato di centrodestra, ma nulla è stato tentato finora per recuperarlo, a parte i goffi, tardivi e un po' irrispettosi tentativi di dissociazione dall'Imu e dal redditometro. E l'impressione è che non basti mettere in lista Albertini, Mauro, Sechi e Cazzola.

Per quasi un anno Berlusconi è stato assente dalle scene, il suo partito ridotto ai minimi termini, l'elettorato sfiduciato, smarrito, lontano, in attesa di nuove offerte alternative alla sinistra. Le quali però in tutto questo tempo non sono arrivate e ciò permette oggi a Berlusconi di credere nell'impresa, perché l'unico ostacolo che ha di fronte nella riconquista del suo elettorato è la delusione, il disgusto per la politica, la sua azzerata credibilità, ma non un'offerta politica concorrente.

Proviamo a pensare alla politica nei termini di un mercato di beni: il prodotto che mancava e per cui c'era una forte domanda sul mercato politico, era un nuovo prodotto rivolto ai consumatori di centrodestra, ormai delusi dal vecchio. Purtroppo, sia il suo operato come premier, sia la tentazione di giocare una partita personale che potesse massimizzare le sue chance di tornare subito a Palazzo Chigi, hanno portato Monti ad offrire un prodotto che non colma il vuoto nel mercato.

L'ha di recente sottolineato, su Il Foglio, anche Giovanni Orsina, per il quale «con l'ovvia eccezione del Cavaliere, oggi di fatto nessuno sta chiedendo il voto all'elettorato berlusconiano», sostanzialmente per un più o meno consapevole pregiudizio, se non disprezzo, vera e propria distanza antropologica, rispetto a quell'elettorato. E l'ha spiegato ancor meglio Franco Debenedetti:
«Monti si rivolge alla parte sbagliata del paese. C'è un compito, dare una prospettiva politica nuova a quel 40% di italiani che ha votato Berlusconi. L'errore dell'antiberlusconismo quale abbiamo finora conosciuto è stato di non distinguere tra Berlusconi e chi lo eleggeva, di disprezzare questi per demonizzare quello. L'antiberlusconismo ha contagiato Monti che non ha capito che quella era l'operazione che avrebbe stabilizzato e reso "europeo" il panorama politico italiano. Invece di questo disegno, Monti ha preferito impegnarsi in un gioco che è insieme rigido nelle apparenze e ambiguo nella sostanza, che invece di imporsi come visione di assetto politico del paese, è preoccupato di assemblare sufficienti consensi per entrare nei giochi politici che si potrebbero aprire dopo le elezioni».
Anche l'idea di Monti - un po' ingenua ma rispettabile e non del tutto infondata - di ridefinire i confini politici sull'asse riformatori/conservatori, piuttosto che su quello destra/sinistra, è stata vanificata, contraddetta, imbarcando Fini e Casini nell'operazione. Ma è un'impostazione, osserva correttamente Debenedetti, che esprime «una vocazione tecnocratica, per cui le riforme avrebbero ragione in sé di essere fatte e non ragioni che derivano da una visione complessiva della società». L'asse destra/sinistra sarà anche logoro, ormai incapace di rappresentare la complessità della realtà politica, ma ciò non toglie che in democrazia le diverse visioni della società contano ancora.

Wednesday, January 16, 2013

Sullo stato di polizia fiscale nessuno è senza macchia

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Sul grado di oppressione e repressione fiscale a cui sono sottoposti gli italiani non esistono vergini o innocenti. Sul redditometro, l'ultima follia burocratica degna di un romanzo orwelliano o kafkiano (a seconda dei vostri gusti), ci sono ben in evidenza le impronte digitali sia del precedente governo, soprattutto del ministro Tremonti, che dell'attuale. Ogni tentativo di negarlo è senza vergogna, indecente.

Concepito dal governo Berlusconi, con il DL 78 del luglio 2010, articolo 22, lo strumento è stato elaborato e affinato, e infine varato, lungo tutto il 2012, cioè da Monti. E' vero, quindi, che già in quel decreto si prevedeva che la «determinazione sintetica» del reddito da parte dell'Agenzia delle entrate potesse essere fondata non solo sulle spese effettivamente sostenute, ma anche induttivamente, «mediante l'analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell'area territoriale di appartenenza». In pratica, uno "studio di settore" per famiglie basato su medie statistiche di spesa tratte dell'Istat o altri enti statistici. Risulta evidente come possano essere molti i casi in cui il reddito così presunto non corrisponda al vero, lasciando però al contribuente l'onere della prova a discarico. Una rete a strascico, insomma, con i poveri tonni chiamati a giustificarsi per essere stati pescati.

E' anche vero, però, che quello stesso articolo 22 stabiliva che il «contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva» avrebbe dovuto essere individuato, «con periodicità biennale», con un apposito decreto attuativo. Proprio quello preparato sotto il governo Monti nell'ultimo anno, varato alla vigilia di Natale e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 4 gennaio 2013, dopo la scenografica presentazione di Befera il 20 novembre scorso. Dunque, che adesso Monti venga a dirci «fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», è francamente di un'ipocrisia rivoltante. Non è passato un anno, non sono passati sei mesi, ma solo dieci giorni. E volendo, essendo ancora presidente del Consiglio, seppure dimissionario, potrebbe ancora sospenderlo. Ha avuto ben 13 mesi per rendersi conto del mostro che stava prendendo forma, e non sono mancate sul tema polemiche pubbliche più o meno garbate. Avrebbe potuto intervenire per modificare il redditometro proprio con lo strumento del decreto attuativo, o addirittura bloccarlo, con una semplice telefonata, o almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera, salvo poi cercare di passare come quello che cade dalle nuvole, che non lo voleva, guarda caso proprio a ridosso delle elezioni. Un insulto all'intelligenza degli italiani e un esempio della peggiore politica che non sa assumersi le proprie responsabilità.

La realtà è che Monti condivide pienamente con Berlusconi e Tremonti la responsabilità politica del redditometro: ci ha messo la faccia quando sembrava popolare mostrare il muso duro contro gli evasori, sta cercando di toglierla ora che i sondaggi mostrano il contrario. E non è, purtroppo, l'unico suo tentativo di fuggire dalle proprie recentissime scelte politiche. Prima ha raddoppiato il gettito dell'Imu prevista dal governo Berlusconi, introducendo la tassa anche sulla prima casa, e lo scorso 23 dicembre ha ammonito che sarebbe "da pazzi" pensare di abolirla, minacciando che dopo un anno andrebbe reintrodotta raddoppiata, salvo poi, in questi giorni di campagna elettorale, promettere anche lui di volerla ridurre.

Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto da luglio, eppure l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. E, a proposito, secondo quanto riferisce il Corriere starebbe lavorando in gran segreto ad un'"agenda 2". Dev'essersi reso conto del clamoroso vuoto programmatico della prima. In serata è previsto un incontro con Befera: chissà se Monti intenderà sfruttarlo per un nuovo goffo tentativo di dissociazione dal redditometro. Intanto, per prima cosa, vorremmo sapere quanto è costato il suo sviluppo e quanto costerà, ogni anno, la sua applicazione. Abbiamo sì bisogno di una nuova offerta politica, ma non di un "altrocolpista" in più, di quelli che è sempre colpa degli altri.

Tuesday, January 15, 2013

Il pifferaio magico e il grande bluff

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Raramente in una campagna elettorale le accuse reciproche sono così azzeccate come quelle che si sono scambiati il premier uscente Monti e il suo predecessore Berlusconi. Di solito gli avversari ricorrono gli uni contro gli altri ad ogni tipo di esagerazioni e forzature, se non a vere e proprie mistificazioni. Stavolta, invece, c'è molto di vero. Se Berlusconi ricorda un «pifferaio magico» per le promesse non mantenute, eppure disinvoltamente reiterate senza analizzare a fondo e con onestà le cause dei suoi precedenti fallimenti, Monti si è senz'altro rivelato un «bluff». L'abbiamo scritto prima di tutti su questo giornale e anche autorevoli osservatori hanno espresso la loro delusione per la sua precoce perdita di slancio riformatore.

Berlusconi non può scaricare tutto su Monti. L'inasprimento fiscale e la lotta all'evasione condotta con metodi illiberali, ampliando a dismisura i poteri repressivi di Equitalia, in particolare l'inversione dell'onere della prova a carico del contribuente, erano già stati avviati, con esiti recessivi sull'economia, dal ministro Tremonti durante il suo ultimo governo. D'altra parte, Monti non può cavarsela scaricando tutte le colpe sul suo predecessore. Se è vero che ha governato solo un anno, tuttavia era sostenuto da una maggioranza parlamentare senza precedenti, letteralmente annichilita dal proprio discredito, e in ragione dell'emergenza ha potuto operare con un potere pressoché assoluto, anch'esso senza precedenti nella storia repubblicana, sulle scelte di politica economica.

Ci si aspettava quindi che avrebbe rivoltato l'Italia come un calzino, resistendo ai veti dei partiti e delle lobby. Poteva farlo, perché almeno nei primi sei mesi nessuno si sarebbe potuto permettere di farlo cadere. E invece, dopo la riforma delle pensioni e l'introduzione dell'Imu, nel novembre 2011, non ha portato a casa molto altro: liberalizzazioni timide, finte privatizzazioni e una riforma del mercato del lavoro addirittura controproducente, come hanno riconosciuto osservatori internazionali nient'affatto ostili al professore. La via al risanamento di quasi solo tasse non è stata una necessità, come Monti ripete oggi, ma una scelta deliberata. Persino il presidente della Bce Draghi in un'intervista al WSJ l'ha bocciata come «cattivo consolidamento», in opposizione ad una via «buona», perché meno recessiva, basata principalmente su tasse più basse e riduzioni di spesa.

Ma ammesso e non concesso che Monti non abbia potuto fare a meno di cedere ai veti contrapposti delle forze politiche, dopo le sue dimissioni e la sua "salita" in campo ha avuto finalmente l'occasione di presentare la sua "agenda", senza condizionamenti di sorta, eppure non ha saputo offrire che un programma generico, privo di proposte concrete, corredate di numeri, che ci saremmo aspettati da chi conosce in profondità la finanza pubblica.

Le marce indietro delle sue ultime apparizioni televisive sono tardive e poco credibili. «Fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», osserva sul redditometro, ideato sotto il governo Berlusconi-Tremonti ma elaborato nel corso di tutto il 2012. In 13 mesi Monti avrebbe potuto bloccarlo con una telefonata, almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera. Guarda caso proprio in campagna elettorale, quando non può più fermarlo, cambia idea. Adesso una riduzione delle tasse sarebbe possibile addirittura in «molto poco tempo», e «voglio anch'io che l'Imu sia ridotta», confessa Monti, quando nella conferenza stampa del 23 dicembre era «da pazzi» solo pensare di abolirla sulla prima casa. Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto a luglio, mentre l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. Diceva di essere sceso in campo per «difendere il lavoro fatto», ma oggi ammette che «molte cose devono essere oggetto di una revisione». Non solo la politica fiscale, ma anche la riforma delle pensioni: non ha «preclusioni» a modificarla, fa sapere al Pd.

Monti, infine, sostiene di non aver accettato l'offerta di Berlusconi di federare i "moderati" «perché all'Italia serve unire i riformatori», ma poi ha imbarcato Fini e Casini (con famiglia al seguito), non riuscendo quindi a rimodulare l'offerta politica sull'asse riformatori/conservatori anziché sul logoro asse destra-sinistra. E piacerà la sua nuova veste di candidato combattivo, che lascia il fioretto e impugna la roncola contro Berlusconi, ai cittadini che ne avevano apprezzato lo stile sobrio e la distanza dalla mischia politica?

Friday, January 11, 2013

La storica goleada del Cav a casa Santoro

A prescindere da come la pensiate su Berlusconi persona e politico, e sul suo operato, ciò che è accaduto ieri sera da Santoro a Servizio pubblico merita alcune considerazioni. La questione non è quanti voti Berlusconi ha spostato con ciò che ha detto o fatto, per come ha letteralmente sbaragliato i suoi inquisitori di sempre. Non si tratta della performance in sé, o di capire se i suoi argomenti politici e le sue proposte sono particolarmente convincenti, ma del "racconto", della "narrazione" mediatica che potrebbe aver innescato: quella di una clamorosa rimonta. Non sempre in tv conta il merito di ciò che si dice, e anche negli Usa chi vince i dibattiti tv non sempre vince le elezioni. Ma un evento televisivo come quello di ieri sera è in grado di cambiare il corso, la storia di una campagna elettorale. Se comincia a diffondersi l'idea che alla fine Berlusconi resta l'unica vera alternativa alla sinistra, e che può farcela quanto meno a fermarla, insomma che non è finito, che è ancora vivo, ecco che la competizione si bipolarizza e i voti cominciano ad arrivare.

L'elemento di fondo che sta permettendo a Berlusconi di resuscitare - elettoralmente, se non politicamente - è, come ripeto da mesi, l'assenza di un'offerta politica di centrodestra chiaramente alternativa alla sinistra. Optando per un'operazione centrista, Monti e i suoi scudieri hanno lasciato al Cav una prateria: milioni di elettori sì delusi, anche imbufaliti, che ovviamente vanno riportati ai seggi, e non sarà facile nemmeno per Berlusconi, ma sui quali al momento non ha concorrenti se non, appunto, la delusione e la rabbia.

Due circostanze ieri sera hanno aiutato Berlusconi a ottenere un vero e proprio trionfo mediatico. Anche a Santoro interessava attaccare Monti. Al quale è stato riservato un vero e proprio trattamento "a sandwich": ogni spunto, sia dai servizi che dalle domande in studio, offriva un'occasione per biasimare il governo tecnico. Inoltre, come ha ammesso lo stesso Santoro, perdendo la testa sul finire della puntata, l'accordo era che non si sarebbe entrati nel merito dei processi. Questo ha favorito Berlusconi non tanto per l'imbarazzo dell'argomento, ma perché Santoro e la sua banda si sono dimostrati del tutto incapaci, perché non allenati, a impostare una trasmissione sui temi economici. Sono troppo ignoranti, nel senso che ignorano come funziona l'economia e quindi si sono bevuti qualsiasi cosa dicesse il Cav.

Quanto spuntati erano i loro artigli lo si è visto nella fallimentare strategia di tentare di inchiodare Berlusconi sull'Imu. Se c'è una promessa che Berlusconi ha mantenuto, una delle poche, e che gli italiani ricordano bene, è quella dell'abolizione dell'Ici sulla prima casa. Insomma, è il suo cavallo di battaglia. E su questo terreno le presunte contraddizioni sono dettagli: l'Imu ipotizzata dal governo Berlusconi avrebbe comunque risparmiato la prima casa e nel dicembre 2011 il Pdl ha dovuto votare quella di Monti, ha dovuto ingoiare il rospo, perché il governo si era appena insediato ed eravamo in piena emergenza.

La trasmissione inizia come un incontro amichevole. Perfida la clip della discesa in campo, da cui emerge che in vent'anni di Belusconi in politica non è cambiato nulla, i problemi sono sempre gli stessi, e una buona stoccata di Santoro quando obietta che tanto non otterrà una maggioranza più grande di quelle già avute e con cui non ha saputo fare granché. Per il resto Berlusconi riesce sempre a spostare le domande sui temi che vuole, su cui ha un copione già scritto e recitato più volte. Clamoroso assist l'ormai famosa scenetta, riproposta da Santoro, della Merkel che aspetta spazientita che Berlusconi finisca una telefonata (con Erdogan). Oggi quella "scortesia" potrebbe essere assai popolare. In generale dal dibattito emerge un Berlusconi che quanto meno ha provato a tenere testa alla Merkel e alle banche tedesche, con Santoro e le sue vallette mai in grado di incalzarlo sulle cose non fatte. Il Cav non poteva chiedere di meglio. E' in palla, autoironico e sorridente, domina la scena.

Ma il colpo di scena, e del ko per la coppia Santoro-Travaglio, arriva nell'ultima parte della trasmissione: la «letterina» di Berlusconi a Travaglio è una trovata geniale, un gol in rovesciata, "er cucchiaio" di Totti. Prima di tutto, si siede ad un'altra scrivania dopo quella di Vespa, stavolta quella del "nemico" Santoro. Poi, ricorda che Travaglio è diventato ricco grazie a lui («sono il suo core business»), se non fosse che ha dilapidato i guadagni in una decina di condanne per diffamazione («diffamatore seriale»). Il metodo Travaglio contro Travaglio è non solo un "chi di spada ferisce" eccetera, ma anche un'esilarante parodia.

Tanto che alla fine Santoro non ne può più, probabilmente si è trattenuto per tutta la puntata, e sbrocca, perde il controllo: non dà la mano a Berlusconi che si alza sorridente, si smarca, è furioso, lo accusa di non aver rispettato gli accordi... Fermi, un momento, quali accordi? Svela a 8,5 milioni di telespettatori, al suo pubblico, che l'accordo era di non entrare nel merito di processi. I suoi fan non devono averla presa bene: ma come, hai Berlusconi in studio e non gli chiedi conto dei processi? «Per un giornalista una condanna per diffamazione è ordinaria amministrazione», si fa scappare Santoro in versione avvocato di Travaglio. Berlusconi si rivolge al pubblico in studio e segna ancora: «Mi hanno votato dagli 11 ai 13 milioni, tutti coglioni?». Sììììì, gli rispondono in coro i cretini. Santoro è cotto: «Chiudiamola qui». E' la resa, è spossato, la trasmissione è finita, ora le vignette di Vauro («il mio angolo di comunismo in terra»): «La saluto». Ma Berlusconi lo irride ancora: «Mi sto divertendo vedendo com'è in difficoltà lei». E scherza: «Gli scommettitori inglesi avevano quotato che me ne sarei andato via prima, e a quale minuto, invece è lui che se ne va da me, non sono io che me ne vado da qui». Si alza, si danno la mano. Poi passandogli dietro le ultime due battute, beffarde. A Santoro: «Faccia buoni ascolti». E al pubblico: «Ragazzi, non fatevi infinocchiare».

Probabile che non basterà al Cav per resuscitare politicamente, ma una soddisfazione se l'è tolta. E noi pure: vedere Santoro-Travaglio al tappeto.

Thursday, January 10, 2013

L'era del trasformismo anticipato e fenomenologia della "società civile"

Anche su Notapolitica

Siamo entrati nell'era del trasformismo anticipato. Ai nostri giorni va affermandosi una nuova categoria di politici: coloro che ancor prima di essere candidati a qualcosa hanno già indossato (quasi) tutte le casacche. Ma che non "entrano in politica", non "fanno politica". No, costoro - ci dicono - "vengono dalla società civile". Non bisogna sorprendersi, dunque, se qualche candidatura qui e là sembra davvero stonata in questa o in quella lista. Sono saltati tutti gli schemi, ogni riguardo alla coerenza, spesso anche il senso del ridicolo.

I partiti sono a caccia di esponenti della cosiddetta "società civile" da usare come altrettante foglie di fico sui fronti  in cui ritengono di essere scoperti, come specchietti per le allodole verso questo o quel pezzo di elettorato; d'altra parte, molti di essi sono ben consapevoli di quale sarà il loro ruolo, ma qualsiasi tram è buono pur di entrare in Parlamento. Nessuno si pone limiti. Nessuno che si preoccupi della compatibilità delle proprie idee con la storia, i personaggi e i programmi della lista in cui verrà eletto. Quindi capita di trovare nello stesso partito il più estremista dei sindacalisti e l'ex duro di Confindustria; il cattolico bigotto e lievemente omofobo e l'attivista gay. Nulla può più stupire in un simile caos. Si inizia firmando il manifesto di Giannino e si finisce candidati con il Pd; ci si batte al fianco di Renzi per le unioni gay e si finisce alla corte di Casini e Buttiglione; da capolista per Monti nell'arco di un paio di giorni si diventa capolista Pd; si inizia da intellettuali della Right Nation e si finisce abbracciando il liberal-keynesiano Monti.

Se è vero che in una certa misura lo schema destra/sinistra non è più sufficiente a descrivere e a spiegare la realtà politica, è anche vero che fino ad oggi nessuna iniziativa centrista, nemmeno quella di Monti, è riuscita a introdurre elementi di chiarezza e a definire nuove linee di demarcazione dotate di maggiore senso ideale e politico. Detto in parole semplici: non sono riuscite a separare i riformatori da una parte e i conservatori dall'altra, hanno solo dato vita ad ammucchiate alla ricerca di rendite di posizione.

C'è sempre il trasformismo tradizionale, quello di chi in Parlamento è pronto a spostarsi da un partito all'altro per determinare nuove maggioranze e nuovi equilibri, spesso ricavandone vantaggi personali; ma oggi il trasformismo inizia ancor prima di entrare in Parlamento, anzi come espediente per entrarvi, o comunque come mezzo di auto-promozione: la spasmodica ricerca di uno sponsor politico per fare carriera.

Tutto in nome della rappresentanza di questa benedetta "società civile". Lungi dal sostenere minimamente il professionismo in politica. Ma cos'è, esattamente, questa entità che sembra in grado di trasformare in oro anche la... ehm... di trasformare in oro chiunque e qualunque lista? La società civile siamo tutti noi e i rappresentanti della società civile non sono altro che i politici che eleggiamo come tali: i parlamentari. Essendo però così impopolare, al giorno d'oggi, ammettere di voler fare politica, quelli desiderosi di entrarvi si sono auto-proclamati rappresentanti della società civile avanzando la tesi che per rinnovarsi la politica avrebbe dovuto aprire le porte, appunto, alla società civile. Cioè, a loro.

Questo fenomeno - la corsa a candidare il magistrato, il professore, il giornalista, lo sportivo, il sindacalista, l'industriale (e da parte di queste figure a farsi candidare) - ha raggiunto in questi giorni effetti parossistici. Tutto legittimo, per carità. Quello che si chiede è un minimo di pudore: dite che vi candidate in rappresentanza di voi stessi, al massimo delle corporazioni e delle organizzazioni di cui fate parte, ma non della "società civile". Se non altro, a questo punto, la cosiddetta "società civile" non avrà più alibi, non potrà più prendersela con la politica, essendo diventata essa stessa "la politica".

Tuesday, January 08, 2013

Apologia delle promesse elettorali

Anche su Notapolitica

Siamo arrivati al punto che qualsiasi proposta di riduzione delle tasse, si tratti di Imu, Irpef o Irap, viene additata come irresponsabile demagogia, becero populismo. Ogni proposta viene irrisa o snobbata: e meno è generica, più è corredata di numeri, peggio è. I conti non lo permettono, l'Europa non lo permette, la Merkel non lo permette. In parte il discredito generato dal fallimento del precedente governo di centrodestra nel mantenere le sue promesse in tema fiscale ha contribuito ad alimentare questo clima nel dibattito pubblico, rendendo difficile per chiunque raccogliere il testimone della battaglia per la riduzione delle imposte. Dal momento che i politici non le mantengono, rifiutarsi di fare promesse è diventato sinonimo di serietà e quindi un tratto distintivo del profilo del premier dimissionario Mario Monti, e per il segretario del Pd Bersani un pulpito dal quale denunciare il populismo di Berlusconi e differenziarsi dal suo stile politico.

Le promesse elettorali sono state in qualche modo bandite, messe fuori legge, al di fuori della sfera della rispettabilità politica. In effetti, le promesse sembrano fatte apposta per non essere mantenute. In ogni ambito della vita, figuriamoci in politica. Forse sarebbe meglio parlare di impegni. Chiamateli come volete, forse il problema non sta nelle promesse o negli impegni, bensì nel mantenerli una volta assunti. Ma in politica non se ne può fare a meno. E' poi sulla capacità di onorarli che si dovrebbe misurare la credibilità di un politico. Serio e affidabile non è il politico che non fa promesse o non prende impegni. Costui semplicemente non è un politico. Serio e affidabile è il politico che si assume degli impegni, anche rischiando, mettendoci la faccia, e li onora.

Sembra accorgersene piano piano anche Mario Monti, il cui difetto principale di questo inizio di campagna elettorale è di evitare qualsiasi allusione che possa suonare come promessa per preservare la sua immagine di tecnico, non politico, serio e affidabile, rischiando però di non comunicare altro che grigiore all'opinione pubblica. Nelle sue ultime apparizioni televisive, anche Monti sembra aver capito che la propria autorevolezza personale non può bastare agli elettori come garanzia di una prospettiva di miglioramento delle loro condizioni di vita. Occorre esporsi: l'Imu va rivista, l'Irpef ridotta di un punto, e nella sua agenda è apparso persino un «reddito minimo di sostentamento» che a occhio e croce dovrebbe costare diversi miliardi di euro. Dove li trova i soldi? E' lo stesso Monti che diceva che abolire l'Imu sulla prima casa è da demagoghi irresponsabili?

Certo, la pressione fiscale è eccessiva, occorre ridurla, concedono più o meno tutti, politici e opinionisti, ma «non appena le condizioni generali lo consentiranno», o con i proventi della lotta all'evasione fiscale, o quando i ricchi pagheranno il giusto. Sono queste le espressioni che suonano come "responsabili", ma dietro cui in realtà si nasconde l'inganno, o semplicemente la mancanza della volontà di agire.

Ridurre le tasse non solo è possibile in modo responsabile, cioè tagliando la spesa e il debito, ma doveroso dal punto di vista etico e l'unica speranza per tornare a crescere dal punto di vista economico. Il problema non sta nelle proposte in tal senso, ma nella credibilità di chi le avanza. L'Imu sulla prima casa vale 4 miliardi. Si può ritenere opportuna o meno la sua abolizione, ma non si può sostenere che non si possono trovare le coperture necessarie. Per ridurre la pressione fiscale di un punto percentuale l'anno per cinque anni occorrono circa 16 miliardi l'anno. L'impresa è ardua ma non impossibile, a patto di ridurre spesa corrente e interessi sul debito (quindi abbattendo anche lo stock del debito), che ammontano annualmente a 800 miliardi. E a patto, ovviamente, di avere la volontà politica di farlo, il che significa anche saper individuare i capitoli di spesa da tagliare e non raccontare balle. Soprattutto in tema fiscale nessuno può rivendicare copyright. Tutte le proposte e varianti possibili e immaginabili sono sul tavolo da anni. Il punto è capire chi è più credibile nel farle proprie oggi. Le promesse sono il sale della politica; il problema è mantenerle, non evitare di farne.

Monday, January 07, 2013

Anno nuovo, vecchio squallore

Anno nuovo, solite desolazioni in campo politico. Lo spettacolo continua ad essere indecoroso, nonostante il brividino della "salita" in campo di Monti. Pdl e Lega si sono appena ri-alleati e non hanno uno straccio di accordo nemmeno sul candidato premier. Figuriamoci sul resto... Berlusconi fa l'ennesimo passo indietro (o di lato, o giravolta, come preferite) e torna a candidare Alfano, mentre Maroni candida Tremonti (ma le primarie no, eh?). La scelta è rinviata a dopo il voto, perché per ora basta indicare il "capo della coalizione" (escamotage consentito dalla legge elettorale). Se quello sul candidato premier è solo un pour parler è perché sanno bene di non poter vincere le elezioni. Ma appunto, dare agli elettori la sensazione di non credere nemmeno loro nella vittoria, tanto da non sentire l'urgenza di accordarsi sin d'ora sulla premiership, non è certo un segnale incoraggiante. Anche perché per qualcuno ritrovarsi con Tremonti piuttosto che Alfano, o chissà chi, a Palazzo Chigi potrebbe fare una certa differenza... E che addirittura rispunti il nome di Tremonti è l'ulteriore dimostrazione che non hanno capito proprio nulla del fallimento della precedente esperienza di governo.

Dall'altra parte troviamo il comunista Vendola che non si accontenta di far piangere i ricchi - no, devono proprio andarsene «al diavolo» - e il Pd a caccia di personalità di spicco della cosiddetta "società civile", secondo la vecchia pratica degli "indipendenti di sinistra", per rafforzare il suo profilo di governo e dare alle proprie liste una lucidata di competenza. E questi ben contenti di farsi reclutare: un posto assicurato in Parlamento val bene qualsiasi salto della quaglia - politico e professionale. Così l'ex direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli dopo aver sottoscritto il manifesto di Giannino accetta di fare il Calearo del 2013, mentre l'economista Carlo Dell'Aringa sarà il nuovo Ichino. Come andrà a finire è già scritto: isolati ma felici. Non potevano mancare, poi, il giornalista (Massimo Mucchetti, e forse anche Severgnini) e il magistrato (Pietro Grasso).

E Monti? Tutto, o quasi, avrebbe potuto fare il professore entrando in politica. E invece sulla scheda per la Camera troveremo associati al simbolo che porta il suo cognome quelli di Casini e Fini. Ha scelto un'operazione centrista, neo-democristiana di rito moroteo, cioè destinata a guardare a sinistra dopo il voto, offrendosi come zattera di salvataggio per il duo Casini-Fini. Altro che scelta civica, una scelta cinica, con un'agenda che più che un programma elettorale o un manifesto politico somiglia ad una lezioncina per l'apertura dell'anno accademico.