Thursday, February 28, 2013

Il boom di Grillo grazie agli elettori del Pd

Non avendo a disposizione strumenti per un'analisi dei flussi elettorali, mi sono affidato al buon senso, e all'analisi politica fondata sui dati elettorali e sul turnout di centrodestra e centrosinistra nelle precedenti elezioni (2006 e 2008). Il risultato è questo articolo, la cui tesi (gli «elettori di Grillo sono per 2/3 di sinistra») ieri pomeriggio, mentre scrivevo, veniva confermata dall'analisi dei flussi dell'Istituto Cattaneo, che oggi è nascosta a pagina 23 del Corriere, dopo che prima e dopo il voto sondaggisti, stampa e politici di sinistra hanno sostenuto che il M5S pescava voti in egual misura a sinistra e a destra.

Non è così, come ho cercato di spiegare: il Pd ha perso voti quasi solo verso Grillo, mentre il Pdl ha perso elettori soprattutto verso l'astensione e verso Monti. E probabilmente bisogna sommare gli astenuti di oggi rispetto al 2008 a quelli del 2008 rispetto al 2006, perché gli astenuti del 2008 erano della sinistra radicale che oggi sono tornati alle urne per votare Grillo. Gli elettori di Grillo sono per i 2/3 di sinistra, meno di 1/3 da centrodestra e Lega. Che poi si tratta degli elettori che nel 2008 la Lega aveva a sorpresa strappato alla sinistra in Veneto e nelle regioni rosse.

L'analisi è confermata anche dai flussi dell'Istituto Cattaneo in 9 città:
«Nella maggioranza delle città considerate il principale tributario è rappresentato dal Partito democratico... Nel complesso il M5S ha sottratto molti voti al Pd, mentre ha inciso solo marginalmente (e solo nel Sud) sull'elettorato del Pdl».
Per il Cattaneo il secondo "contributore" di voti al M5S è la Lega e il terzo è l'Idv. Sulla Lega, bisogna ricordare il boom del 2008, quando superò quota 3 milioni di voti dal milione e 750 mila del 2006, grazie ad una notevole capacità di penetrazione - concordarono le analisi - presso l'elettorato di centrosinistra, persino nelle regioni "rosse". Con ogni probabilità è accaduto che gran parte di questi elettori sono tornati a sinistra, ma con Grillo. «C'è poi un flusso che viene al M5S dalle estreme, sia di sinistra che di destra».

Per quanto riguarda il Pdl, rileva l'Istituto Cattaneo, «nel Centro-nord non cede praticamente voti al M5S; nel Sud cede voti a Napoli (ma in misura nettamente inferiore al Pd), nettamente a Reggio Calabria, ma non a Catania». Quindi gli elettori del Pdl hanno scelto Grillo in misura molto marginale e localizzata, a macchie di leopardo. Dove sono finiti, dunque, i voti del 2008 del Pdl? «Anche in questo caso i dati evidenziano un duplice registro, che separa Centro-nord da Sud. Nella prima zona i flussi evidenziano Scelta civica di Monti come area prioritaria di destinazione dei transfughi del Pdl. Questo vale in tutte le 6 città del Centro-nord analizzate. Nel Sud invece è l'astensione la principale destinataria delle perdite del Pdl».

Insomma, la base elettorale naturale di Grillo sta, in ordine crescente di voti, negli astensionisti di lungo corso, nei giovani al primo voto, nella sinistra radicale (Idv compresa) e nella Lega. I fattori che hanno determinato il "boom" del M5S, che gli hanno permesso di passare da un 15-17% al 24-25, sono stati i voti del Pd e il contemporaneo forte calo dell'affluenza.

Elettori di Grillo per 2/3 di sinistra

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Se con i loro sondaggi non hanno saputo intercettare quel 5% di elettori in più che hanno votato Grillo rispetto al 19-20% quotato alla vigilia, perché dovrebbero essere in grado di intercettarlo oggi per farsi spiegare quale partito questi elettori avevano votato alle precedenti elezioni? E' lecito dubitare, quindi, delle analisi sui cosiddetti flussi che stanno circolando in queste ore. Qui proveremo un approccio diverso, cercando di desumere da dove sono arrivati i voti a Grillo incrociando i dati delle due precedenti elezioni politiche: quelle del 2008, quando a massimizzare la partecipazione al voto fu il centrodestra, e del 2006, quando invece fu il centrosinistra a fare il pieno di voti. Siccome una cosa è certa, non potremo mai sapere come hanno votato in passato i quasi 3 milioni che si sono astenuti rispetto al 2008 (oltre 4 milioni rispetto al 2006), assumiamo come ipotesi ragionevole che dopo 4 anni di governo dell'odiato Berlusconi, dagli esiti fallimentari anche per chi l'ha votato, e un anno di misure impopolari e recessive da parte del governo tecnico, il turnout, ossia la mobilitazione, sia stata quest'anno molto più favorevole al centrosinistra che al centrodestra, mentre l'esatto contrario si può ipotizzare nel 2008, dopo i due anni della travagliata Unione prodiana.

Rispetto sia al 2006 che al 2008, quando alla Camera raccolse circa 12 milioni di voti, il Pd ne ha persi circa 3,3 milioni. L'intera area che definiamo della sinistra radicale (Rifondazione, Comunisti italiani, Idv, Verdi) raccolse nel 2006 ben 4,8 milioni di voti, che si ridussero a poco più di 3 milioni nel 2008 (Idv, Sinistra arcobaleno e altre formazioni comuniste minori), probabilmente penalizzata sia dall'astensione (in totale fu di 1,41 milioni in più rispetto al 2006), sia da elettori in uscita verso il Pd, ai quali Veltroni riuscì a prospettare una rimonta su Berlusconi. Oggi le liste che rappresentano la continuità con la sinistra radicale, Sel (Sinistra arcobaleno) e Ingroia (Idv + Comunisti italiani) si sono fermate a 1,85 milioni di voti. Insomma, rispetto al 2006, elezioni della massima mobilitazione degli elettori di centrosinistra, mancano oggi circa 3,3 milioni di voti del Pd e quasi 3 milioni della sinistra radicale.

La coalizione guidata da Berlusconi ha toccato il suo picco massimo nel 2008, superando i 17 milioni di voti. Ma nel suo complesso l'area di centrodestra, compresi l'Udc (2 milioni) e La Destra (0,9 milioni), sfiorò quota 20 milioni. Alla coalizione berlusconiana, di cui oggi fa parte anche Storace, mancano quindi quasi 8 milioni di voti. Di questi, 1,6 milioni sono stati persi dalla Lega Nord, 0,66 milioni da Storace, mentre i 2 milioni di voti dell'Udc dovrebbero essere più o meno confluiti nella coalizione Monti, che però ne ha conquistati di più: in tutto 3,6 milioni.

Per quanti voti del Pd possano aver preso la via della Scelta civica montiana e dell'astensione, è politicamente ragionevole ritenere che sia stato il Pdl, per i motivi che abbiamo spiegato prima, a pagare il contributo maggiore, in termini di voti persi, all'astensione e alla forza politica del professore. Così come è ragionevole ritenere che 1,8 milioni di voti persi dall'area della sinistra radicale tra il 2006 e il 2008, e l'ulteriore milione e oltre perso dal 2008 ad oggi, siano in gran parte rientrati dalla finestra di Grillo. Si può quindi stimare il contributo dell'elettorato di centrosinistra (Pd e sinistra radicale) al Movimento 5 Stelle in 4-5 milioni di voti (45-60% del totale dei suoi consensi).

Il che sarebbe confermato dalla distribuzione geografica del successo di Grillo. In particolare, il professor D'Alimonte sul Sole 24 Ore ha analizzato il passaggio di voti al M5S dalla sinistra radicale e dal Pd a Torino, ma le stesse conclusioni si potrebbero trarre osservando le performance nelle regioni "rosse". In Veneto, invece, al "boom" di Grillo, oggi primo partito in tutte le province, corrisponde il crollo della Lega, che era primo partito nel 2008. Ciò non significa che non abbia pescato anche dal Pdl e presso un elettorato di destra più sensibile al tema della moralità politica, ma bisogna ricordare che nel 2008 ci fu un vero e proprio "boom" della Lega, che passò da 1,75 milioni di voti del 2006 a 3 milioni grazie ad una notevole capacità di penetrazione - concordarono le analisi - presso l'elettorato di centrosinistra, persino nelle regioni "rosse".

Si può quindi stimare che verso il M5S siano confluiti la gran parte degli elettori persi dalla Lega (1,6 milioni), mentre in misura molto minore quelli che hanno abbandonato il Pdl (soprattutto quelli degli ex An che hanno condiviso le motivazioni della scissione di Fini ma poi non hanno votato per la piccola formazione dell'ex presidente della Camera): in tutto dal centrodestra 2-3 milioni di voti (il 20-35% dei consensi totali del M5S), un milione dei quali "rubati" alla sinistra dalla Lega nel 2008 e arrivati a Grillo oggi. Mentre la restante parte degli 8,7 milioni conquistati da Grillo (anche un 20%) potrebbero essere arrivati da giovani al primo voto e astensionisti di lungo corso.

Wednesday, February 27, 2013

Toccato il fondo, Bersani inizia a scavare

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Peggio che toccare il fondo c'è solo iniziare a scavare. E il Pd sembra pronto a farlo. Doveva solo presentarsi e annunciare le sue dimissioni, avrebbe potuto sbrigare la pratica anche con uno stringato comunicato, invece Bersani ammette la «delusione» ma in sostanza dà la colpa all'arbitro cornuto (la legge elettorale, l'austerità, la politica «moralmente non credibile»), mentre «guardando il voto non siamo noi il problema». Ma dopo un paio delle sue incomprensibili frasi "ad effetto" («il bicchiere va letto dai due lati» e «sono mancati meccanismi acquisitivi»), ecco la proposta del segretario del Pd sul da farsi: «La nostra ispirazione non è una diplomazia con uno o con l'altro, né discorsi a tavolino sulle alleanze, ma alcuni punti fondamentali di cambiamento, un programma essenziale da presentare al Parlamento per una riforma delle istituzioni e della politica». Il messaggio a Grillo è chiaro: «Ora abbiamo la responsabilità di una proposta di cambiamento più forte di quella che abbiamo portato in campagna elettorale». E richiama i grillini alle loro di responsabilità: «Finora hanno detto tutti a casa. Ora ci sono, quindi o vanno a casa o dicono cosa vogliono fare per il Paese, che è anche il loro». Tradotto, vuol dire che il Pd metterà sul tavolo alcune proposte tenendo conto delle più "forti" istanze di cambiamento rappresentate dal M5S e in base a questi temi si aspetta che gli eletti grillini votino la fiducia e, di volta in volta, i provvedimenti. Forse non proprio lo "scouting" di cui ha parlato in campagna elettorale, ma qualcosa di simile. Davvero Bersani intende proporre al capo dello Stato di governare un paese come l'Italia - per almeno un anno - con maggioranze variabili e sostegni esterni dei grillini sulle singole proposte, legge per legge?

Il Pd - udite udite - ci pensa davvero. Abbiamo ricordato giorni fa su queste pagine il caso Sicilia, che ora rischia di diventare per il Pd un "modello" da esportare per il governo nazionale. Primo partito alle elezioni regionali siciliane dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi comizi, finendo di fatto nel centrosinistra. A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale, un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.

Sarebbe una prospettiva a dir poco inquietante per il paese, ma il centrodestra, che pur onorevolmente esce comunque sconfitto e fortemente ridimensionato dal voto, non potrebbe chiedere di meglio per rianimarsi: eviterebbe l'imbarazzo di dare la disponibilità, e partecipare ad un governo di larghe intese, e potrebbe limitarsi a guardare il Pd impantanarsi in un'avventura di governo a forte rischio di finire presto, e male, come accadde a Prodi nel 1996 e nel 2006. E sarebbe chiaro agli elettori, a quel punto, che il movimento di Grillo, lungi dall'essere trasversale rispetto ai vecchi partiti, non è che una costola della sinistra, una sorta di coscienza critica del Pd.

Da parte sua Grillo in mattinata aveva prima lanciato la sfida a Pd e Pdl: «Insieme dureranno 7-8 mesi, non di più. E' l'economia che non gli darà scampo, chiudono 1.000 imprese al giorno». Come dargli torto? E poi teso la trappola in cui Bersani sta cadendo: «Se ci sono delle proposte che rientrano nel nostro programma, siamo disposti a collaborare. Noi siamo un movimento di idee, non di protesta», valuteremo «legge per legge».

Eppure, a nostro avviso la "road map", che converrebbe al Pd e al Paese, è una sola. Dimissioni immediate di Bersani. Tre, quattro riforme da realizzare insieme al Pdl in pochi mesi: legge elettorale uninominale a doppio turno (con sapiente gerrymandering), dimezzamento dei parlamentari, abolizione di ogni finanziamento pubblico, cancellazione della riforma Fornero sul lavoro e diminuzione dell'Imu. E - perché no? - elezione diretta del premier. Fatte queste riforme, leadership rinnovate (il Pd ha già Renzi) e di nuovo al voto.

Tuesday, February 26, 2013

Il solito masochismo della sinistra

Anche su L'Opinione

Mentre scriviamo lo scrutinio è ancora in corso ed è quindi prematuro azzardare una distribuzione dei seggi. Al Senato, se anche Pd-Sel riusciranno a chiudere davanti a Pdl-Lega (forse 1%), sono le corse regionali che contano e il centrodestra ha già conquistato un numero sufficiente di regioni-chiave da rendere matematicamente impossibile una maggioranza Bersani-Monti. Alla Camera, dove però la distanza tra le due coalizioni sembra ridursi più velocemente che al Senato, un'eventuale vittoria di Bersani sarebbe inutile. Oltre al problema politico di prendersi il 55% dei seggi con il 29% dei voti.

Ma la lezione politica si può trarre ed è spietata per il Pd: l'annunciato boom di Grillo, infatti, c'è stato, anzi ha superato le aspettative (24% al Senato e 25 alla Camera, secondo partito e in alcune regioni il primo), ma ai danni essenzialmente del centrosinistra. Né il Pd, né il centro montiano riescono a intercettare i molti delusi del centrodestra. Nonostante gli sforzi dei commentatori, dei giornali e dei politici di sinistra nel dipingerlo come cripto-fascista e nel far credere che il suo movimento avrebbe tolto voti solo al centrodestra, l'avrebbe addirittura svuotato elettoralmente, Grillo il grosso dei voti li ha pescati nell'estrema sinistra e nel Pd, in misura minore nella Lega e nell'astensione, mentre Berlusconi sembra aver mantenuto le migliori aspettative della vigilia (29-30%). L'elettorato deluso e arrabbiato del centrodestra, infatti, ha protestato soprattutto non recandosi ai seggi (l'affluenza è calata di oltre 6 punti percentuali rispetto al 2008, quasi 3 milioni di voti in meno). Il giaguaro, lungi dall'essere smacchiato ha ruggito ancora (a proposito, qualcuno avverta il segretario del Pd che l'espressione è sinonimo proprio di un'impresa assurda perché destinata al fallimento).

E ancora una volta la sinistra è riuscita nel miracolo di perdere elezioni che poteva, e doveva vincere a mani basse. Non sono bastati la credibilità azzerata del Cavaliere dopo il caso Ruby, gli scandali che hanno colpito Pdl e Lega, la bufera finanziaria della fine 2011 che ha costretto Berlusconi a mollare e a favorire la nascita del governo Monti. Né un vantaggio di 12-14 punti percentuali che i sondaggi attribuivano alla coalizione guidata da Bersani soltanto pochi mesi fa. Quel vantaggio, nell'arco di qualche settimana, si è praticamente azzerato. Non solo per merito della rimonta di Berlusconi, che c'è stata, ha portato il centrodestra ad un risultato più che onorevole, ma che non avrebbe potuto impensierire Bersani se solo avesse ottenuto un risultato almeno vicino a quello dello sconfitto Veltroni nel 2008. Soprattutto quindi, bisogna riconoscere, per il clamoroso autogol - l'ennesimo - della sinistra.

Abbiamo assistito più o meno allo stesso fenomeno che portò alla caduta del primo governo Prodi. Allora fu Rifondazione comunista a sfilarsi dall'esperienza di governo. Oggi si sono sfilati gli elettori ancor prima che si formasse il governo. Resta un mistero tutto da analizzare ciò che spinge gli elettori di sinistra a votare in massa Grillo proprio nel momento in cui si spalanca davanti a loro la possibilità di mandare Bersani a Palazzo Chigi e Berlusconi davvero a casa. Certo, c'è da chiedersi cosa sarebbe stato se le primarie le avesse vinte Renzi, ma è probabilmente vero che alla maggior parte degli elettori di sinistra non interessa governare, bensì lamentarsi. Adesso riprenderanno il piagnisteo su quanto è brutta la legge elettorale (lo è, ma si può fare peggio) e a chiedersi come mai così tanti elettori ancora votano Berlusconi, piuttosto che chiedersi come mai così tanti del Pd hanno votato Grillo.

Per Ingroia la sconfitta è umiliante, per Monti bruciante. Quanto al primo, speriamo solo che abbia la decenza di non tornare a fare il magistrato. Per quanto riguarda il premier uscente, alla Camera sembra riesca a superare per un soffio la soglia del 10% e ad eleggere un drappello di deputati. Anche al Senato il bottino è piuttosto magro (meno di 20 senatori). Il progetto esce bocciato dalle urne, soprattutto perché lontano dal rappresentare la terza forza del paese: se anche si fossero create le condizioni per sostenere un governo Bersani, non avrebbe avuto la forza necessaria per condizionarlo. E poi perché anche il professore ha partecipato alla riesumazione di Berlusconi, commettendo un duplice, madornale errore, che su queste pagine denunciamo da sempre. Prima, al governo, sciupando un'occasione irripetibile per riformare il paese, si è limitato ad aggiungere tasse; poi, sedotto da Fini e Casini si è infilato nel tunnel senza uscita dell'antiberlusconismo, rinunciando ad aprire una pagina nuova e unitaria nel centrodestra e optando, invece, per un'asfittica operazione centrista.

Anche se c'è andato vicino, Berlusconi non poteva vincerle queste elezioni, ma poteva dimostrare – e c'è riuscito – che chiunque fosse interessato ad un progetto di centrodestra in Italia – e gli elettori, sia pure sfiduciati, sembrano ancora interessati – deve accettare di avere ancora a che fare con lui. A meno che non si voglia aspettare in riva al fiume il passaggio del famoso cadavere, ma in senso letterale. Sbaglierebbe, ovviamente, il Pdl a crogiolarsi in questa onorevole sconfitta. La strada per recuperare credibilità come forza di governo è ancora lunga e non può sottrarsi alla prospettiva di una vera e propria rifondazione del centrodestra su basi diverse dall'irripetibile forza carismatica del suo leader.

Monday, February 25, 2013

Psicodramma Italia

Dopo un calo dell'affluenza tutto sommato contenuto per tutta la giornata di ieri (alle 19 -1,88 rispetto alle politiche del 2008), alle 22 si è registrato un vero e proprio tonfo: -7,38 punti. Facile immaginare lo psicodramma tra le forze politiche, quelle vecchie preoccupate per la sopravvivenza e quelle nuove ansiose di celebrare l'annunciato "boom". Da valutare il peso del "generale Inverno", visto che recarsi a votare tra le 19 e le 22 a fine febbraio, in una domenica tra l'altro di abbondanti nevicate, non è la stessa cosa che alla fine di aprile, con l'ora legale eccetera. Quindi sì, avrà pesato. Ma è anche quasi certo che abbia pesato il fattore politico, dal momento che fanno registrare picchi di circa -10 punti regioni dove in passato il voto è stato molto favorevole al centrodestra, come Lombardia, Campania e Sicilia. Poco meglio, per la verità, l'affluenza in alcune regioni tradizionalmente "rosse" (tra -5 e -7 punti), dove l'astensionismo politico potrebbe aver colpito, anche se in misura molto più lieve, il centrosinistra.

Oggi ci sono ben 8 ore per votare, quindi non è da escludere un certo recupero. Il calo dell'affluenza potrebbe ridursi sensibilmente, fino a -5,5 punti rispetto al 2008. Il dato definitivo dell'affluenza potrebbe aggirarsi intorno al 75%. Ciò significherebbe oltre 2,5 milioni di voti persi. Un simile calo, però, oltre a colpire certamente il centrodestra e in particolare il Pdl, e in misura più lieve il Pd, a mio avviso non aiuterebbe Monti a superare le soglie di sbarramento (del 10% alla Camera e dell'8 in ciascuna regione al Senato), e rischierebbe di deludere anche le aspettative da "tsunami" di Grillo. Molti elettori delusi e arrabbiati, infatti, avrebbero sì espresso il loro "vaffa" ai partiti, ma preferendo la modalità dell'astensione (da vedere anche la quantità di schede non valide) piuttosto che Grillo o il robotico professore della Bocconi.

Insomma, un forte calo dell'affluenza, oltre a danneggiare evidentemente Berlusconi, è probabile che faccia anche mancare il "boom" a Grillo.

Per quanto mi riguarda, non dirò per chi ho votato (anche se è forse intuibile dalle idee espresse nei miei post), perché non si è trattato di un voto convinto, quindi voglio evitare che passi come un endorsement o un'appartenenza. Dirò solo che ho votato in modo molto diversificato tra Camera, Senato e Regione Lazio, in modo da equilibrare esigenze di rappresentanza e governabilità.

Di seguito una mia personale, e un po' provocatoria previsione sulle percentuali finali dei partiti e delle coalizioni (escluse circoscrizioni estero), sulla base di una stima di affluenza al 75% con circa 34 milioni di voti validi e delle considerazioni esposte sopra:

Pd 31
Sel 3,5
Altri centrosinistra 0,9
Totale: 35,4

Pdl 20
Lega 5
Altri centrodestra 4
Totale: 29

Grillo: 17

Monti: 10 (più sotto che sopra la soglia)

Ingroia: 3,8

Fare: 2,6

Friday, February 22, 2013

Italiani in bilico tra "vaffa" e "turarsi il naso"

Anche su Notapolitica

Alcune delle voci che circolano in queste ultime ore di campagna elettorale somigliano a quelle che in un celebre film di Fantozzi circolavano tra i poveri impiegati costretti ad assistere ad un noiosissimo lungometraggio russo mentre era in corso un'epica sfida Italia-Inghilterra: "Si diceva che l'Italia stava vincendo per 20 a 0 e che aveva segnato anche Zoff di testa, su calcio d'angolo...".

La realtà è che nessuno – nemmeno colui che ritenete il più acuto dei commentatori, né i sondaggi che filtrano clandestinamente, figuriamoci i vari leader politici – sa che cosa uscirà fuori dalle urne lunedì pomeriggio. Conviene dunque affidarsi al proprio intuito. Ma bando alla favola per cui ognuno pensa con la propria testa... Come avviene in ogni comunità umana, chi più chi meno tutti pensano anche con la testa degli altri. Anche gli elettori. Nel senso che tra le informazioni sulla cui base decidere come votare rientrano anche le previsioni su come voteranno gli altri e sull'esito delle elezioni. E' fisiologico, soprattutto in un momento di grande incertezza, cercare attorno a sé segnali e indicazioni che non si riescono a rintracciare al proprio interno.

In uno schema bipartitico o bipolare, regolato da una legge elettorale semplice e comprensibile, il compito dell'elettore è relativamente facile. Perché una democrazia possa funzionare, a partire dal suo momento più delicato, quello della trasformazione dei voti in seggi, dovrebbe essere il primo requisito di una legge elettorale: che un elettore possa prevedere con ragionevole certezza l'effetto che produce il suo voto sull'esito finale. Ebbene, in Italia si tratta di un esercizio enigmistico, per la quantità di variabili incontrollabili.

In presenza di un'offerta politica così diversificata rispetto alle altre recenti tornate elettorali, come quella del 2008, che fu essenzialmente bipolare, di un meccanismo elettorale contorto, dagli esiti praticamente imprevedibili, e di un sentimento generalizzato di delusione e disgusto degli italiani per i partiti e la politica, è davvero difficile pronosticare alcunché, ma proibitivo persino "scattare fotografie" del momento, come i sondaggisti amano definire il loro lavoro. Si può fare ricorso ad analogie con elezioni passate, e molti paragonano l'annunciato "boom" di Grillo a quello di Berlusconi nel 1994. Secondo alcuni il M5S si avvicinerebbe al 21% con cui esordì Forza Italia. Ma non ci si può limitare al mero dato numerico. Nonostante la carica anti-partitica del Cavaliere all'epoca della sua discesa in campo, infatti, al contrario di Grillo oggi la sua iniziativa esprimeva già una cultura, un'ambizione di governo non in chiave anti-sistema, e si rivolgeva ad una parte ben definita dell'elettorato.

Si dice che un elettore su tre sia ancora "indeciso". Ma i milioni di "indecisi" lo sono davvero, o vengono chiamati così solo perché sondaggisti, osservatori e politici non sopportano l'idea che non abbiano voluto rivelare per chi voteranno? La sensazione è che un un gran numero di elettori non abbia ancora deciso "se" andare a votare, mentre in cuor suo saprebbe eventualmente per chi votare.

Questa assurda legge che proibisce la pubblicazione dei sondaggi a partire dai 15 giorni dal voto ci precipita in una sorta di "teatro dell'assurdo" che apre le porte a qualsiasi bluff o psicosi mediatica. D'altra parte, se foste autorevoli sondaggisti, avreste più paura di sbagliare su Grillo in eccesso, sovrastimandolo, o in difetto, cioè sottostimandolo? Funziona più o meno così: i sondaggisti temono molto più di farsi cogliere di sorpresa dal "boom" di Grillo, cioè di mancare il fenomeno, quindi pensano sia meglio sovrastimarlo. Quindi, per vie riservate, attraverso i politici e gli operatori dei media che hanno accesso ai dati, si trasmette la narrazione della "valanga", o dello "tsunami", come Grillo ha abilmente chiamato il suo tour, all'opinione pubblica. Con ciò non intendo dire che il "boom" di Grillo non ci sarà, ma che ciò a cui stiamo assistendo potrebbe essere il prodotto di una "psicosi" dei sondaggisti, o dell'innamoramento dei media, sempre a caccia di una storia sensazionale da raccontare. Si generano così titoli tipo "valanga Grillo", e tutti ne parlano, ma quale sarà l'effetto di tutto ciò sul comportamento di voto è del tutto imprevedibile. Gli italiani potrebbero credere al “boom” di Grillo e decidere di contribuirvi, oppure di mobilitarsi per contrastarlo; oppure potrebbero non crederci affatto.

Mai come in queste elezioni, forse, gli italiani sono stati in bilico tra un generale "vaffa", che può esprimersi con l'astensione o con il voto a Grillo, e il "turarsi il naso" per l'ennesima volta. E' tutta qui la difficoltà del sondare, o prevedere, le reali intenzioni di voto: quanti intervistati si "vergognano" di confessare di essere ancora disposti a "turarsi il naso", e quindi si dichiarano incerti o dicono di votare Grillo? E quanti, invece, non rispondono, o si nascondono, vergognandosi del loro "vaffa"? In ogni caso, che domenica e lunedì decidiate per il "vaffa" o per "turarvi il naso", non vergognatevene. Sono loro, quelli sulla scheda, che dovrebbero vergognarsi.

Thursday, February 21, 2013

Chi deve aver paura di Grillo?

Anche su Notapolitica

Riempie le piazze di adepti e curiosi, fa tremare i partiti tradizionali e comincia a preoccupare il mondo che ci guarda attonito, fa impazzire i sondaggisti che stentano a quantificarne il consenso. Ma non è che il movimento di Grillo, a dispetto di tutti i pronostici e i timori, finirà per essere un fattore di stabilità nel prossimo Parlamento? Andiamo con ordine.

La forza attrattiva di Grillo, com'è stato spiegato più volte, sta nel mancato rinnovamento della classe politica italiana (se Renzi avesse vinto le primarie, è indubbio che lo scenario sarebbe totalmente cambiato), nel susseguirsi di scandali e di prove di mal governo dei partiti tradizionali. Ma anche nella furbizia del comico genovese, che dietro le sue fulminanti battute e invettive riesce a nascondere da una parte la vacuità, le contraddizioni e l'impraticabilità delle sue appena abbozzate proposte e dall'altra la totale incompetenza e ingenuità dei suoi candidati. Ciò a cui ha saputo dare vita Grillo è un enorme sfogatoio di rabbia e frustrazioni popolari – pur giustificate – incanalate con modalità tali da far credere ai militanti di partecipare "dal basso", mentre lui mantiene il totale controllo, "dall'alto", su tutte le decisioni più importanti e sulla comunicazione. Purtroppo, quando capita di ascoltare la viva voce dei candidati del M5S emergono un'ingenuità, un vuoto e una confusione sconcertanti, tali da supporre che vietando loro di andare in tv Grillo cerchi di evitare confronti imbarazzanti. Con grande fatica si cerca di tirare fuori qualcosa di concreto, finché il candidato messo alle strette, qualche mattina fa su Radio24, non ammette che «la mia idea non conta».

Viene banalmente detto che Grillo ha ragione nella denuncia delle patologie italiane – su tutte, la cattiva politica – ma sbaglia le soluzioni. A nostro avviso ha torto marcio su entrambi gli aspetti. La cattiva politica è un fatto, ma nell'analisi di Grillo – se così si può chiamare – prevale un approccio moralistico. Non si preoccupa di indagare le cause sistemiche, strutturali, della mala politica. Per esempio, la presenza eccessiva, inquinante, dello Stato nell'economia, le risorse eccessive che i nostri politici sono chiamati (da noi stessi) a gestire, i meccanismi di incentivi e disincentivi che operano nella pubblica amministrazione, e i complessi sistemi che regolano l'elezione della rappresentanza politica a tutti i livelli.

Nulla di tutto questo. E qui c'è la grande, insanabile contraddizione del movimento di Grillo – ma non solo. Da un lato si scaglia contro i politici incapaci e disonesti, dall'altro, credendo in questo modo di contrastare il malaffare, propone di estendere e rafforzare il controllo pubblico, mostrando un pregiudizio negativo nei confronti del privato in ogni ambito. L'acqua deve rimanere in mani pubbliche, la scuola e la sanità ovviamente anche, e così via senza tenere in minimo conto le ragioni dell'efficienza economica. Chi dovrebbe gestire, infatti, questo o quel bene/servizio – che non funziona ma "deve" rimanere pubblico – se non i politici? Vorrebbe farci credere che basta cambiare nomi e cognomi di chi gestisce la cosa pubblica per risolvere tutti i nostri problemi. Come insegna anche il caso Giannino, la cui campagna elettorale purtroppo non è stata immune da riflessi "grillini", affidarsi a presunti "partiti degli onesti" è la premessa per l'ennesima, inevitabile, delusione. E sono gli stessi candidati grillini ad ammetterlo candidamente. Sempre a Radio24, uno di loro avvertiva che «su 100 parlamentari ci sarà qualche mela marcia. Ci sta». E allora? Cominciamo daccapo?

Gli italiani dovrebbero acquisire piena consapevolezza del fatto che tutto ciò che è pubblico non può venire gestito, direttamente o indirettamente, che dai politici che ci scegliamo e che più cose decidiamo di fargli gestire, più aumentano le probabilità di cattiva gestione, nel migliore dei casi, e di vere e proprie malversazioni nel peggiore.

I sondaggisti sono in grande difficoltà nel "pesare" il consenso del M5S: sia perché i mezzi (prevalentemente telefonici) con cui conducono le interviste potrebbero non essere idonei a intercettare quel tipo di elettorato; sia perché ancora non è chiaro se si tratta di elettori che dichiarano volentieri la propria preferenza, o se si "vergognano" di farlo, o se dietro il M5S si nascondano elettori di altri partiti; e infine perché non sanno valutare se Grillo raccoglie più voti a destra o a sinistra, o da entrambe in egual misura.

Gli ultimi sondaggi inducono a ritenere realistica quest'ultima ipotesi. Rispetto al nucleo iniziale del movimento grillino, fatto di ambientalismo ideologico, antimilitarismo, No Tav, giustizialismo e denuncia dello strapotere della finanza, posizioni tradizionalmente di sinistra, nell'ultimo anno Grillo ha saputo cavalcare l'ondata anti-tasse e la ribellione contro i metodi di Equitalia, la denuncia degli sprechi e la richiesa di un certo protezionismo, temi tipici della destra. Non senza qualche scivolone verso destra e sinistra estreme: l'ipotesi di uscita dall'euro, o di risolvere il problema del debito semplicemente non ripagandolo, e la proposta di un reddito di cittadinanza di 1.000 euro a tutti. Trasversale a destra e a sinistra, e collante, il "vaffa" rivolto a tutti i partiti e la battaglia contro i costi della politica.

Ma se nella protesta e nella proposta di Grillo si ravvisano elementi che possono far breccia sia nell'elettorato di centrodestra che in quello di centrosinistra (e ovviamente nell'astensionismo), questa apparente equidistanza, o equivicinanza, non trova corrispondenza nei candidati e negli eletti del movimento, anche se gli elettori – non conoscendoli – ancora non lo sanno.

Laddove ha conseguito uno dei suoi maggiori successi, primo partito in Sicilia alle elezioni regionali dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi comizi, finendo di fatto nel centrosinistra. A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale, un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.

Proprio a questo si riferiva Bersani quando accennava alla possibilità di «fare scouting» tra i grillini eletti alla Camera e al Senato. E proprio per questo gli eletti del M5S potrebbero giocare, a sorpresa, un ruolo stabilizzante nel prossimo Parlamento. Molto difficile, infatti, che l'opposizione grillina sia disponibile a sommare i propri voti a quelli di Berlusconi e della Lega per far cadere un governo Bersani; e persino possibile, se non probabile, che come avvenuto in Sicilia, in gruppo o in ordine sparso, gli eletti grillini decidano di dialogare con il Pd e di offrire, più o meno stabilmente, il proprio sostegno esterno al governo di centrosinistra.

Wednesday, February 20, 2013

Il crollo di Monti, primo ad arrendersi a Grillo

Anche su Notapolitica e L'Opinione

E' la giornata delle dimissioni di Giannino dalla guida di Fare per Fermare il Declino (ora basta accanimento, dietro di lui c'è un movimento anti-tasse che pecca solo di grillismo e snobismo), ma potrebbe passare alla storia di questa breve ma fastidiosa campagna elettorale come la giornata del tracollo di Monti, che con il passare delle ore ha inanellato una serie tale di passi falsi e dichiarazioni contraddittorie da far pensare ad un disturbo da personalità multipla. Un vero e proprio crollo comunicativo (e probabilmente anche psicologico). Monti è il primo, stamattina, ad arrendersi a Grillo, che ieri sera tuonava da Piazza Duomo, a Milano, all'indirizzo dei partiti: "Arrendetevi! Siete circondati!". La logica della resa si percepiva, in realtà, già da pochi giorni dopo la sua "salita" in campo: il premier uscente non è mai apparso convinto di correre per arrivare primo. Le continue allusioni alla possibilità, ritenuta addirittura auspicabile, di un'intesa post-voto con Bersani. I tentativi persino di dettarne le condizioni, ovviamente rispedite al mittente. Poi gli inviti alla desistenza a favore di Ambrosoli da parte dei suoi candidati in Lombardia. E si sa: chi corre per un buon piazzamento di solito non ottiene nemmeno quello.

Secondo le ultime corse clandestine, i cui esiti ci giungono da parecchi ippodromi, sarebbero ormai a rischio i tempi necessari a qualificarsi per la Manche de la Chambre e, di conseguenza, anche quelli per qualificarsi alle singole corse regionali per la Manche de le Senat, la più importante. Addirittura, i "sacchi" di Ipson de la Boccon potrebbero non essere sufficienti a Bien Comun per aggiudicarsi il Gran Prix nazionale del 2013.

Insomma, stamattina Monti tesseva le lodi, ai limiti dell'endorsement, di Bersani: «Credo che possa governare molto bene», «ha le qualità necessarie» per fare il premier, ma va «comprovato». Avete mai sentito un candidato dire di voler "testare" come premier un suo avversario? No? Già, perché le lodi di Monti suonano come una resa al fatto di dover mendicare un ministero nella futura coalizione di governo con il Pd. Tutti i suoi ragionamenti muovono in direzione della prospettiva di una «grande coalizione», più volte evocata. A quattro giorni dal voto, quindi, Monti non sembra un candidato alla premiership, ma ben che gli va ad una "ministership" nel governo Bersani. Effetto stampella.

La resa incondizionata, poi, la consegna simbolicamente nelle mani di Grillo, blandendo il comico genovese e i suoi elettori (come da qualche giorno stanno facendo tutti - da Giannino a Bersani - tranne uno: Berlusconi). Difficile governare con Grillo, ma «potrebbe essere un ministro tecnico» (dal momento che non è candidato né alla Camera né al Senato), riesce a dire. E confessa di avere «lo stesso senso di sgomento rispetto alla politica e la stessa rabbia» del comico. Eggià, chi non lo vede? E comunque è a suo giudizio «fondamentale non snobbare» gli elettori di Grillo, senza i quali «è difficile governare».

Nel pomeriggio Monti riprende a sbarellare di brutto: prima accusa Berlusconi di usare «illegalmente» i sondaggi, solo perché dice che secondo lui il "centrino" rischia di non raggiungere le soglie di sbarramento (il bello, e il brutto, di questa legge è che vieta di pubblicare sondaggi ufficiali ma non di fare supposizioni); poi rivela che la «Merkel non vuole il Pd al governo» e infine la chicca: «Se gli italiani votano ancora Berlusconi il problema non è lui, ma gli italiani». A questo punto, visti anche i tempi preoccupanti dai diversi ippodromi, Fan Idole dovrebbe mandare qualcuno dei suoi esperti di gara ad aiutare Ipson de la Boccon, che rischia di rimanere al palo.

UPDATE ore 23:00
Le 12 ore di disastro comunicativo per Monti, forse fatali, si sono concluse emblematicamente in serata con un vero e proprio colpo di grazia: la plateale smentita - via Twitter - da parte del portavoce della Merkel, della supposizione di Monti secondo cui la cancelliera non gradirebbe il Pd al governo.

Friday, February 15, 2013

Una Repubblica fondata sull'ipocrisia

«Quando la praticano gli americani [ma aggiungerei gli inglesi, i francesi, i tedeschi...], si chiama lobby; quando la fanno gli altri [ma direi, noi italiani] diventa corruzione». Questa la significativa battuta che Jagdish Bhagwati, del Council on Foreign Relations, ha rilasciato a La Stampa sul caso Finmeccanica, spiegata così:
«Supponiamo che un Paese importante mandi una delegazione in India guidata dal capo del governo, e prometta alle autorità di nuova Delhi di aiutarle in Kashmir, in cambio di una grande commessa a cui tiene. Non si spostano soldi, non ci sono tangenti, ma arriva sostegno politico a livello internazionale e magari qualche fornitura di armi. Come la chiamate, questa? Oppure si costruiscono scuole, ospedali, strade, in cambio dello sfruttamento di un giacimento [non era proprio questo che tutti i nostri governi hanno fatto per decenni con Gheddafi?]. I più sofisticati si comportano così e sono inattaccabili, quasi generosi. Gli altri, un livello più sotto, pagano le tangenti, e finiscono nel mirino dei procuratori».
Piaccia o meno, il ragionamento non è molto distante da quello di Berlusconi, che ovviamente ha destato un ipocrita polverone di indignazione.

Certo, il reato esiste, la convenzione internazionale anche. La magistratura fa il suo dovere. Ma se vogliamo ragionare sui fatti laicamente e conservando un minimo di contatto con la realtà, ci sono almeno un paio di pesanti "però".

Il primo riguarda il fatto che le commissioni pagate da Finmeccanica devono ancora essere giudicate come reato, quindi come tangenti, a seguito di un reale processo. Insomma, si tratta ancora di una tesi dell'accusa. Se qualcuno di quei 50 milioni è tornato indietro, nelle tasche di Orsi o di qualche politico, sarebbe un fatto gravissimo, che però va dimostrato e per ora mi pare ci siano solo illazioni a mezzo stampa. Se invece quei soldi sono serviti a corrompere solo qualche politico o funzionario indiano, allora c'è da augurarsi che la procura abbia in mente qualche nome indiano, ma pare di capire di no. Perché resta difficile provare la corruzione se non si conosce nemmeno il nome di chi si è fatto corrompere. Nonostante quindi la corruzione sia ben lungi dall'essere provata, l'azione della procura di Busto Arsizio ha già determinato a Finmeccanica e al suo indotto un danno di 550 milioni di euro e la perdita di milioni di ore di lavoro.

Una grande responsabilità, ammetterete. E' accettabile un simile danno patrimoniale ed economico per inseguire quello che è, ad oggi, un indizio, una pista d'indagine? Assumiamo che sì, abbiamo una visione massimalista della giustizia per cui al minimo sospetto non si guarda in faccia a nulla, in totale spregio del rischio di sbagliarci e dell'entità dei danni provocati dal nostro eventuale errore. Questa grave responsabilità si può affidare ai pm di Busto Arsizio, dove a stento si potrebbe giustificare che abbia sede una procura?? O non richiederebbe, semmai, di essere in capo a magistrati di ben altra esperienza e responsabilità? Chi risarcirà a Finmeccanica e ai suoi lavoratori un danno di 550 milioni di euro se la procura si sbaglia? Se, come tutti, anche i magistrati fossero chiamati a rispondere dei loro errori professionali, in termini sia di carriera che patrimoniali, ci sarebbero tanti più scrupoli e verifiche prima di avviare l'azione penale quanto più alta è la posta in gioco. E si ridurrebbero sensibilmente le possibilità d'errore. La sensazione, francamente, è che la magistratura spesso spari nel mucchio, preoccupandosi solo in un secondo momento - a danno ormai provocato - di procurarsi delle prove. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura sì, l'irresponsabilità e l'arbitrarietà, solo alla ricerca del clamore e della fama personale, costi quel che costi, no, non è accettabile.

Il timing delle manette, poi, per inchieste che duravano da mesi, se non anni, fa pensare ad un uso spettacolare della giustizia, ad una deriva verso il «populismo giudiziario», come la definisce Antonio Polito sul Corriere: una giustizia anch'essa lenta e impotente come la politica, e quindi alla ricerca della condanna mediatica. Le prove, il processo, diventano dettagli di cui preoccuparsi anni dopo.

C'è, poi, l'aspetto politico ed economico. Se Finmeccanica ha violato la legge, benissimo: che paghi. Se così fan tutti, però, e a tagliarci i cosiddetti siamo solo noi italiani, be' la questione esce dai confini strettamente giudiziari e coinvolge l'interesse generale: la nostra industria, la nostra economia, quindi il benessere di tutti noi. Senza moralismi, dobbiamo preoccuparcene e addivenire a soluzioni un poco più elastiche. Nel mondo reale non ci sono feticci, né soluzioni perfette. E' evidente che estremizzando il concetto di "tangente", bisognerebbe per coerenza concludere che il lobbismo interno, per esempio dei sindacati, o l'intera diplomazia commerciale tra Stati, e forse la diplomazia tout court, è un immenso intreccio di corruzione e scambio di favori più o meno nobili. E non credo neanche che nella vicenda Finmeccanica c'entri la governance influenzata dalla politica, come per Mps: fosse stata privata, la presunta tangente per aggiudicarsi la preziosa commessa indiana l'avrebbe versata comunque.

A proposito, oggi è trascorso esattamente un anno dal "sequestro" dei nostri marò proprio da parte delle autorità indiane: «Un anno di inerzia, silenzi e gaffe internazionali», come ricorda Pautasso. Se non ricordo male lo Stato italiano versò, o era disposto a versare, centinaia di migliaia di euro alle famiglie dei pescatori indiani uccisi, prim'ancora che iniziasse il processo per stabilire la responsabilità dei due marò, ma evidentemente come gesto di amicizia e generosità volto a migliorare la posizione dei nostri soldati. Non è forse anche questa una forma di tangente?

Thursday, February 14, 2013

Fallito il tentativo di minimizzare la stangata Imu

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Un prelievo di quasi 24 miliardi in un anno, un punto e mezzo di Pil direttamente trasferito allo Stato dalle tasche dei cittadini, usate come vero e proprio Bancomat; 2 miliardi al mese; 65 milioni di euro al giorno. E' questo il gettito Imu nei dati ufficiali del Tesoro, che nonostante il tentativo di nasconderlo, di minimizzarlo, confermano il salasso. Confermato anche il gettito dalle prime case: 4 miliardi. Il versamento medio per la prima casa è stato di 225 euro, ma i dati forniti non permettono di giungere a conclusioni più significative. Per esempio, una media ponderata sulle città medio-grandi, o il peso dell'imposta sulle famiglie certo non ricche che hanno dovuto pagare per la prima e la seconda casa. Si dice solo che in 5 grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli) i versamenti medi vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Stangata sulle imprese, da cui sono arrivati circa 6,3 miliardi di euro, con importo medio pari a 9.313 euro.

Ma con il giochetto delle medie e delle aggregazioni l'amministrazione finanziaria ha tentato di minimizzare l'impatto della tassa sulla prima casa. Si legge, per esempio, che solo il 6,79% dei contribuenti (1,2 milioni) ha effettuato un versamento superiore ai 600 euro, contribuendo al 29,04% del gettito, senza dire che in media il versamento di costoro è stato di 961 euro, ben lontano dai 600. Ma il vero inganno sta nell'incrocio tra una tassa patrimoniale e il reddito, teso a far supporre che abbia pagato di più chi guadagna di più. Falso.

Emerge che i contribuenti che dichiarano fino a 10 mila euro di reddito e dai 10 ai 26 mila (il 70%) hanno versato un'imposta media di poco inferiore alla media totale (rispettivamente di 187 e 195 euro contro 225), mentre i fortunati che dichiarano oltre i 120 mila euro (l'1,01%) hanno pagato in media 629 euro, cioè oltre 300 euro in meno dell'imposta media (961 euro) a carico del 6,79% dei contribuenti. A parte il fatto che su 10 mila e 26 mila euro parliamo del 2% e dello 0,76% del reddito, mentre su 120 mila dello 0,52%, si deve supporre, inoltre, che 1) se il 36% dei contribuenti ha pagato meno di 100 euro, affinché il versamento medio nelle due fasce di reddito più basse possa arrivare a sfiorare i 200 euro un numero rilevante dei soggetti che vi rientrano deve aver pagato centinaia di euro in più; 2) se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi in media a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno. Basti pensare, nel primo caso, ai pensionati, agli operai o agli impiegati delle città medio-grandi che hanno dovuto pagare mille euro e più di Imu con un reddito lontano anni luce dai 120 mila euro e senza abitare in una lussuosa residenza in centro. E nel secondo caso a quanti, pur guadagnando oltre 120 mila euro, ma abitando in piccoli centri o in zone isolate, non hanno pagato più di 2-300 euro.

Il sottosegretario Vieri Ceriani ha cercato poi di sminuire la portata della tassa anche osservando che con l'introduzione dell'Imu il peso del prelievo fiscale sugli immobili in Italia è salito all'1,2% del Pil, superando solo "leggermente" la media Ocse, pari all'1,1%. Non considera però che il sorpasso è avvenuto in un solo anno, con il raddoppio della percentuale rispetto al Pil (era lo 0,6%) e, soprattutto, che come si evince sempre dai medesimi dati, se da un lato la tassazione sugli immobili si è allineata alla media Ocse, altrettanto non si può dire della pressione fiscale complessiva, che resta oltre 10 punti sopra! Ciò significa che non c'è stato alcun riequilibrio tra imposte, per esempio appesantendo quelle sugli immobili ma alleggerendole da qualche altra parte. Abbiamo semplicemente aggiunto un nuovo record fiscale, in un altro capitolo della tassazione (la casa), ai tristi primati che già detenevamo per quanto riguarda le tasse sui redditi, il lavoro e i consumi.

Fin qui, dunque, il governo ha fatto pagare quasi interamente ai cittadini, e in ragione di un bene (la prima casa) che non dà loro reddito, il conto del risanamento. Ma d'ora in poi la musica deve cambiare. L'ha ricordato Mario Draghi, il quale ha avvertito che «nessun Paese dell'Eurozona ha finito» i suoi compiti a casa. Ora è il momento di «un piano di bilancio di medio termine con dettagliati tagli alla spesa, essenziali ovunque», e di «liberalizzazioni e riforme del lavoro» per la competitività. I partiti e i candidati premier che non hanno nei loro programmi dettagliati tagli alla spesa, liberalizzazioni, e riforma del lavoro dovrebbero preoccuparsi di essere "unfit" a governare il paese. Ad una prima occhiata, questi punti nel programma li hanno solo Giannino, Monti e Berlusconi - gli ultimi due con il deficit di credibilità che sappiamo, per aver già governato facendo il contrario di ciò che dicono oggi.

Monday, February 11, 2013

Ratzinger secolarizza il Soglio di Pietro

Papa Benedetto XVI si dimette. Pare fossero 6 secoli che non accadeva che un Papa si dimettesse, anche se nessun precedente - dicono - è paragonabile a questo, per contesto e motivazioni. Una decisione che va accolta con profondo rispetto, come un atto di umiltà e responsabilità. Bando alle dietrologie e ai complottoni alla Dan Brown, il fatto che le dimissioni del Papa siano contemplate dal codice non risolve tutte le questioni che si aprono. Il precedente è di grande rilievo, di portata storica per la Chiesa e le sue conseguenze non sono scontate.
«Le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte...
(...)
Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'anima, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».
Queste le motivazioni, così umane, e nelle quali si percepisce un bel po' di razionalismo e di efficientismo tedesco. Qualcuno, infatti, e sembra esserne consapevole lo stesso Pontefice dimissionario, potrebbe obiettare che essere Papa va oltre l'efficiente amministrazione di un "ufficio"... è anche pregare, soffrire, esercitare un'autorità morale, esporre il proprio corpo come valore simbolico. Il cardinale Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II, ha ricordato che «dalla croce non si scende», così come un malato non si può liberare di una malattia incurabile e, appunto, Cristo non è sceso dalla croce. E' anche molto verosimile che proprio aver vissuto da vicino gli ultimi giorni del Pontificato di Wojtyla può aver convinto Benedetto XVI a evitare di ripetere quell'esperienza, per il bene della Chiesa. E chissà che la consapevolezza di un certo isolamento politico, e umano, rispetto al suo predecessore non abbia contribuito.

Di sicuro da qualche decennio il lavoro del Papa è divenuto fisicamente e psicologicamente più gravoso, più logorante di quanto lo sia mai stato nella storia. Basti pensare ai viaggi e ai mezzi di comunicazione, ma anche alla varietà delle competenze necessarie per lo svolgimento degli affari correnti e ai ritmi di lavoro richiesti.

In ogni caso, la sensazione è che queste dimissioni avvicinino la figura del Papa a quella di un qualsiasi capo di Stato secolare. E sembra uno strano scherzo del destino che un Papa che si è battuto così strenuamente contro il relativismo, con il suo ultimo atto contribuisca in qualche modo a relativizzare la sua stessa carica, a "secolarizzare" il soglio di Pietro.

Questa decisione, infatti, marca un'implicita distinzione tra il ruolo di Pontefice e la persona che lo ricopre, a questo punto "pro tempore", riproponendo in una certa misura la questione dell'infallibilità. Talmente umano da dimettersi, per il venir meno delle sue forze, un Papa è anche così umano da sbagliare?

Le questioni che si aprono, al di là di codici e dottrina, non sono di poco conto. E' molto probabile che il Papa dimissionario eviterà di pronunciare discorsi o pubblicare libri, per non interferire con il nuovo, ma se in futuro un altro Papa dimissionario ritenesse di farlo? E che succede se un nuovo Papa e quello dimissionario appaiono in contraddizione? Si corre il rischio di un certo smarrimento tra i fedeli? Un atto terreno come le dimissioni basta a "sciogliere" un'investitura in cui c'è qualcosa di "divino"? Lo Spirito Santo interviene nella scelta di dimettersi così come nell'elezione?

E d'ora in poi, proprio perché i tempi moderni richiederanno un lavoro sempre più logorante, le dimissioni dei Papi saranno la regola? E cosa succederà, invece, se un Papa pur venendo meno le sue forze, come Wojtyla, vorrà proseguire? Ci saranno polemiche, pressioni, insistenti richieste di dimissioni per il "bene della Chiesa", richiami al "senso di responsabilità" e agli illustri precedenti? E il fattore età giocherà un ruolo sempre più decisivo nella scelta dei cardinali in conclave?

Tutte questioni delicate che - prevedo - resteranno apertissime per molto tempo.

Thursday, February 07, 2013

Che vuol fare Giannino da grande?

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Dove vuole arrivare Oscar Giannino con la sua lista? Cosa vuol fare da grande? Se per altri candidati le domande che possono mettere in difficoltà vertono sulle coperture finanziarie di questa o quella proposta, sulla loro credibilità personale, dopo aver governato per anni il paese tradendo aspettative e promesse, o sulle alleanze di governo che sembrano ammucchiate, quella che dovrebbe impensierire il leader di Fare per Fermare il Declino – ma che ancora nessuno nelle interviste radiofoniche e televisive gli ha rivolto – riguarda le prospettive politiche del suo movimento. In breve: cosa intende fare dei voti che riceverà? Come li userà? Dove li porterà?

E' ciò che probabilmente molti elettori che prendono in considerazione l'idea di votarlo si chiedono in questi giorni. Già, perché per quanto ci riguarda – lo diciamo subito a scanso di equivoci – il suo programma economico lo approviamo al 100%, lo riteniamo fattibile. La sua fattibilità si fonda su riduzioni di spesa per il 6% del prodotto in 5 anni. In questo, dunque, simile ai programmi di Monti (4,5% in 5 anni) e del Pdl (10% del totale della spesa), ma Giannino e i suoi non hanno scandali da farsi perdonare né negative o contraddittorie esperienze di governo di cui rendere conto.

Come ogni altra avventura elettorale nuova, che punta su un voto d'opinione e non su apparati e clientele consolidate, né sulla notorietà, le risorse e la realtà imprenditoriale del suo leader, anche quella di FiD è soggetta all'incognita sul superamento o meno della soglia di sbarramento, che alla Camera è fissata al 4%. Il rischio in questi casi è semplice: molti elettori sarebbero disposti a votare Giannino, ma nel dubbio che non arrivi al 4%, e quindi di sprecare il proprio voto, alla fine rispondono agli appelli al "voto utile", in un senso o nell'altro. Già in passato altre liste a cui alla vigilia veniva attribuito dai sondaggi un 4% sono uscite dalle urne con una percentuale di voti molto al di sotto di quella soglia.

Una regola dura, brutale, ma è così. La realtà non è aggirabile negando l'evidenza, cioè che un voto ad una lista che non raggiunge la soglia non è un "voto utile", né sottoponendo l'elettore a una sorta di ricatto morale ("se vuoi il cambiamento, devi essere disposto a rischiare di buttare il tuo voto"). Spetta sempre a chi si candida l'onere di provare la credibilità e la solidità, non solo programmatica ma anche politica, del suo progetto.

E per riuscirci non basta, purtroppo, un ottimo programma e persone nuove e preparate. Soprattutto per formazioni nuove, che non si collocano esplicitamente lungo lo spettro destra/sinistra, ma che addirittura contestano radicalmente tutta l'offerta politica tradizionale e le sue linee di demarcazione, l'elettore ha bisogno di chiarezza sul dopo.

Siccome è irrealistico ragionare su ipotesi maggioritarie, supponiamo che la lista di Giannino ottenga davvero il 6% dei voti che le vengono attribuiti questa settimana da SpinCon.it e, dunque, riesca ad entrare in Parlamento con 20-30 deputati. Quali prospettive? Resterebbe all'opposizione o sarebbe disponibile ad entrare in una maggioranza di governo? E nel primo caso, dialogo o intransigenza?

Ovvio che nel merito Giannino continuerebbe a perseguire il suo progetto di "rivoluzione liberale" (meno spesa, meno tasse, meno Stato), ma qual è la strategia affinché la sua impresa, e i suoi voti, non si riducano ad una mera testimonianza, e possano invece avere qualche chance di successo? Finora, da questo punto di vista, la campagna elettorale di Giannino e i suoi è stata molto carente, non ha fornito alcun elemento di chiarezza, tranne un viscerale antiberlusconismo. Vuol dire forse che gli elettori di Giannino per cambiare il paese dovranno aspettare che di 5 anni in 5 anni raggiunga il 51% dei consensi? O molto prima farà la fine dei Radicali, che gettarono al vento l'8,5% dei voti raccolti alle Europee del 1999?

Il disegno politico, ammesso che esista, non si vede, non è intellegibile. E attenzione: non si tratta solo della disponibilità a collaborare o ad allearsi con questo o quel pezzo di ceto politico. Per cui non basta rispondere, per esempio, che a destra non c'è spazio finché ci sarà Berlusconi. Anche perché è molto discutibile che ciò sia vero. Uno dei principali difetti dei nostri politici, e Giannino non fa eccezione, è che ragionano troppo in termini di ceto politico esistente e si preoccupano troppo poco di rivolgersi, saper parlare, ad un target preciso di elettorato. Per quasi un anno il Cav è stato lontano dalle scene e il suo partito ridotto ai minimi termini. Lo spazio per provare a contendergli il suo elettorato era enorme, eppure nessuno ha saputo proporre un'offerta adeguata allo scopo. A quali elettori mira Giannino? A tutti (e quindi a nessuno)? Oppure, prima via Berlusconi, poi si vedrà? E davvero tutto dipende dal passo indietro di Berlusconi e da quello in avanti di Renzi?

Wednesday, February 06, 2013

E' già "Unione" tra Monti e Bersani e già litigano tutti

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Doveva essere l'inizio della Terza Repubblica, ma stiamo assistendo all'eterno ritorno delle due grandi anomalie che hanno contraddistinto la politica italiana fin dalla Prima. Una sinistra che, chiusa nel suo recinto ideologico, non riesce ad allargare i suoi consensi oltre la soglia di 1/3 dell'elettorato, nell'ipotesi migliore; e che per superare la storica diffidenza della maggioranza degli italiani, per essere credibile come forza di governo, sia agli occhi dei cittadini che delle cancellerie europee e dei mercati, ha bisogno della legittimazione di una forza centrista e di una figura "tecnica". A fronte di questo deficit di credibilità della sinistra, c'è sempre stato un pezzo più o meno consistente, a seconda delle fasi storiche, del mondo democristiano, "moderato" si direbbe oggi, che ha giocato il ruolo di "sdoganatore" e legittimatore della sinistra. Nella prima Repubblica guidando i giochi, nella seconda subendoli.

Fino alla caduta del muro il problema non si è posto, vigeva la "conventio ad excludendum" nei confronti del Pci, al governo solo negli enti locali. Ciò non di meno non sono mancate esperienze di governo di centrosinistra – dai primi anni '60 con la partecipazione attiva del Partito socialista di Nenni, fino al cosiddetto "compromesso storico", il tentativo di coinvolgimento del Pci. Nella II Repubblica fu il democristiano Romano Prodi a guidare i primi governi di centrosinistra con l'ex Pci principale azionista di maggioranza, ma dotato di una stampella centrista – prima il Ppi e la piccola formazione dell'ex premier tecnico Dini, poi la Margherita.

Il progetto del Pd, originariamente, doveva servire proprio a superare questa anomalia, la storica "non autosufficienza" della sinistra italiana. Eppure, siamo nel 2013, dopo l'inglorioso fallimento dell'ultimo governo Berlusconi, e torniamo al punto di partenza: Bersani – gli fa onore il suo realismo – è costretto ad aprire alla collaborazione con il centro montiano, consapevole che l'alleanza progressista, da sola, rischia di non avere i numeri per governare. E che anche nel caso li avesse, avrebbe comunque bisogno di spalle più larghe per superare la diffidenza interna e dei mercati.

E Monti – esattamente come Aldo Moro negli anni '60 e '70, quando però era ancora la Dc a distribuire le carte, e come Dini, Ciampi e Padoa Schioppa negli anni '90-2000, in una posizione, invece, di totale subalternità – si presta per il ruolo di legittimatore della sinistra. Con l'unica differenza che questa volta l'accordo non è pre-elettorale, ma post-elettorale. Il calo del Pd nei sondaggi e lo spostamento a sinistra della sua campagna per far fronte alla concorrenza di Grillo e Ingroia sul lato sinistro, hanno indotto Bersani all'apertura nei confronti di Monti, sia per rafforzare la sua personale credibilità internazionale, sia per non dare agli elettori l'immagine di un centrosinistra ancora chiuso nel suo recinto e, dunque, "unfit" a guidare il paese. Ai suoi elettori il segretario del Pd giustifica l'apertura al centro con la necessità di combattere, e ridurre all'opposizione, i nemici storici, «il berlusconismo, il leghismo e il populismo». Ma la realtà è ben diversa: si tratta di evitare alla sinistra un'altra vittoria mutilata.

Come ha risposto Mario Monti? Ha ricambiato: «Apprezzo ogni apertura e disponibilità da parte di Bersani». E siccome i sondaggi non sono gran ché, fa anche lui esercizio di realismo e si rimangia l'indisponibilità, precedentemente espressa, a far parte come ministro di un governo di centrosinistra. A chi gli prospetta questa ipotesi, il premier uscente si limita ad osservare che «sono temi prematuri», ma senza escluderla. Forse ad oggi «non esiste alcun accordo con il Pd», ma la propensione, quella sì, se la capolista alla Camera in Lombardia di "Scelta civica per Monti", Ilaria Borletti Buitoni, invita esplicitamente a votare Ambrosoli, il candidato del Pd alla Regione, facendo infuriare Albertini («così si cancella la proposta politica del presidente Monti»).

Se Bersani è interessato ad una collaborazione, allora «dovrà fare delle scelte all'interno del suo polo», ha detto Monti rivelando che quanto meno sono già iniziate le trattative. Ferma la replica di Bersani: «Il mio polo è il mio polo e nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere». Che Monti e Casini pongano al segretario del Pd una pregiudiziale su Vendola è del tutto strumentale. L'alleanza progressista è inadatta a governare non perché ci sia Vendola, la cui forza rappresenta il 3-4%, e che tra l'altro è il governatore di una regione importante come la Puglia, che non sembra in mano ai soviet. E' la corrente maggioritaria del Pd, succube della Cgil e delle sue ricette economiche vecchie di mezzo secolo, a non offrire sufficienti garanzie.

Non sorprende che Vendola non l'abbia presa bene («spero che Bersani non si voglia assumere la responsabilità di rompere l'alleanza del centrosinistra»), ma il patto tra "progressisti e moderati" dopo il voto sembra, se non cosa fatta, uno sbocco inevitabile per entrambi. E lo stesso Vendola ha firmato una carta degli intenti in cui si dice che il centrosinistra dovrà «cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale» e dovrà impegnarsi «a promuovere un accordo di legislatura con queste forze».

Evidente il vantaggio che può trarre Berlusconi da questa situazione. L'errore strategico di Monti, infatti, è che invece di porsi come nuova offerta politica di centrodestra, chiaramente alternativa alla sinistra, contendendo quindi al Cavaliere il suo elettorato deluso, ha inteso sfidare il berlusconismo puntando su una collaborazione con la parte riformista del centrosinistra, che sarebbe il Pd, proprio in chiave antiberlusconiana. Ma così l'odore di una "Unione 2.0" si fa sempre più persistente, con tutto il suo carico di contraddizioni e litigiosità. Stavolta ancora prima del voto, centristi e sinistra cominciano a litigare tra di loro e al loro interno, mentre Berlusconi può già rappresentare l'unica alternativa al governo dei "tassatori" Bersani-Monti.

Sembra uno di quei film in cui il protagonista è condannato a rivivere per sempre la stessa giornata.

Tuesday, February 05, 2013

C'è una Corte che chiede meno Stato

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Nulla di nuovo. Sono anni che le valutazioni della Corte dei conti si ripetono uguali a se stesse, in ogni occasione pubblica o nelle audizioni davanti alle commissioni parlamentari. Ma al presidente Luigi Giampaolino e ai suoi collaboratori va comunque riconosciuta la puntualità e la nitidezza dell'analisi, a prescindere dal colore politico, o tecnico, dei governi che si succedono. E quindi, esattamente come anni fa gli allarmi e i suggerimenti della Corte si scontravano con l'operato in direzione opposta dei governi Prodi-Padoa Schioppa prima, e Berlusconi-Tremonti poi, oggi si scontrano anche con le politiche attuate dal governo Monti.

Sia pure restando all'interno dei suoi confini istituzionali, quello adottato dalla Corte nel giudicare l'andamento della finanza pubblica e dell'economia nazionale, e nell'affrontare i problemi che affliggono le amministrazioni pubbliche, è un approccio di natura liberale. Soprattutto, laddove si invita il legislatore a rivedere la spesa pubblica non solo in termini di contrasto agli sprechi e ai privilegi, quindi di una sua mera razionalizzazione, ma anche al fine di ridurre il perimetro dell'intervento pubblico; laddove si ammonisce che il fenomeno della corruzione, proprio perché sistemico, non può essere affrontato solo in termini penali; e laddove come fattori di crescita si indicano la riduzione della pressione fiscale e un programma di effettive dismissioni per abbattere lo stock del debito pubblico. Insomma, il “programma elettorale” che la Corte consegna alle istituzioni e all'opinione pubblica somiglia a quelli di Berlusconi e di Giannino, a prescindere da ogni valutazione circa la loro credibilità personale. Persino sull'idea di un condono fiscale, pur avvertendo che ha un «effetto patologico» se si traduce in una sanatoria, il procuratore generale Salvatore Nottola ha però riconosciuto che «ha le sue ragioni», «motivazioni intuitive e fondate», come «deflazionare il contenzioso e realizzare introiti in tempi rapidi».

Come più volte aveva avvertito, il presidente Giampaolino ricorda che l'emergenza finanziaria, con margini temporali troppo ristretti per agire sulla spesa pubblica, ha reso necessario «un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale già fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi». Ne deriva «il pericolo di un avvitamento, connesso alla composizione, più che alle dimensioni, delle manovre correttive del disavanzo», troppo squilibrate sul lato delle maggiori entrate piuttosto che su quello delle minori spese. Troppe tasse, pochi tagli alla spesa. Giampaolino ricorda quindi di aver insistito sulla «necessità di puntare sui fattori in grado di favorire la crescita». Innanzitutto, «la riduzione della pressione fiscale che grava sulla "economia emersa", da finanziare con i maggiori proventi ottenuti dalla lotta all'evasione fiscale e dalla stessa "spending review", e una più equa distribuzione del carico fiscale». Inoltre, «l'effettiva realizzazione di un programma mirato di dismissioni del patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico, al fine di conseguire un consistente abbattimento dello stock di debito». Due temi su cui il premier uscente Monti ha perseverato negli errori dei suoi predecessori.

Così come sul terzo tema: «La pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell'incidenza delle spese totali sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». La spesa pubblica, insomma, è stata efficacemente contenuta ma non ridotta. Per questo, il processo di revisione della spesa e di maggiore efficienza delle strutture amministrative è «da intendere - ribadisce Giampaolino - anche nel significato più impegnativo e complesso di ripensamento del perimetro dell'intervento pubblico e delle modalità di prestazione dei servizi pubblici in un contesto sociale e demografico profondamente mutato». Il che, tradotto, significa che la Corte suggerisce un ripensamento, con l'obiettivo di un arretramento, del ruolo dello Stato.
LEGGI TUTTO su Notapolitica

Monday, February 04, 2013

Reazioni più "shock" della proposta favoriscono il Cav

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Dalle reazioni scomposte, "shockate" e talvolta "shockanti", dei suoi avversari, si direbbe proprio che con la sua proposta-shock Berlusconi abbia di nuovo colpito nel segno. Anziché cercare di depotenziarla e sminuirla, Monti, Bersani e gran parte della stampa sono riusciti a dare l'impressione che Berlusconi stia promettendo agli italiani mari e monti. E ci sono riusciti proprio con la gravità delle loro accuse. Avrà mica promesso la luna! La tanto contestata proposta-shock è una goccia, la «classica punta dell'iceberg», la definisce Luca Ricolfi. Bollando come non fattibile e irresponsabile una proposta che richiede una copertura di 4 miliardi di euro l'anno e di altri 4 una tantum, i suoi avversari stanno da una parte ingigantendo oltre misura la portata di ciò che Berlusconi promette agli italiani e allo stesso tempo silurando la credibilità delle loro stesse proposte, dal momento che anche Monti promette riduzioni di imposte di svariate decine di miliardi e Bersani niente meno di «dare lavoro».

Attenzione anche ad accusare Berlusconi di non aver mai mantenuto le sue promesse. Perché se gli italiani ricordano bene che non è riucito ad abbassare le tasse, e più in generale a mantenere le promesse di cambiamento, ricordano anche, però, cosa hanno fatto gli altri e ricordano soprattutto che tra le poche che il Cav ha mantenuto c'è proprio la promessa di abolire la tassa sulla prima casa. Quella cosa lì – forse l'unica che ricordano – l'ha fatta per davvero, e le proposte sull'Imu richiamano alla memoria politica degli italiani una promessa mantenuta da Berlusconi.

Premesso che il problema principale della proposta-shock non è la sua fattibilità, né la sua utilità, ma resta la credibilità personale di chi la fa, e che può essere demagogica quanto si vuole ma suggerisce agli italiani un rapporto tra Stato e cittadini "da sogno", come spesso accade sono le reazioni, più che la proposta in sé, a favorire Berlusconi. I suoi avversari – soprattutto Monti – si fanno schiacciare su posizioni minacciose e cupe (anche lievemente ricattatorie le parole del professore). Né dev'essere sfuggito agli italiani che da quando è iniziata la campagna elettorale, dopo aver dato a Berlusconi dell'irresponsabile e del populista, i suoi avversari si sono messi ad inseguirlo proprio sul terreno dell'Imu e della riduzione delle tasse, avanzando proposte non così dissimili quanto a fattibilità e onerosità finanziaria.

Chiamare in causa il «voto di scambio», o addirittura un «tentativo di corruzione», non solo è fuori luogo, esagerato, ma anche intellettualmente disonesto e autolesionista. Le promesse elettorali possono essere più o meno serie ma tali sono. Altrimenti, bisognerebbe per coerenza concludere che anche promettere sussidi di disoccupazione, assunzioni dei precari nel pubblico impiego, incentivi a questo o a quel settore produttivo, o promettere di «dare lavoro», secondo il lessico paternalistico usato da Bersani, costituiscono voto di scambio o tentativi di corruzione. E impegnarsi a ridurre «gradualmente» le tasse, non è forse un tentativo di "graduale" corruzione? Insomma, così tutto può diventare voto di scambio.

Più inquietante è la concezione del rapporto tra Stato e cittadini che quest'accusa rivela. Restituire l'importo versato per l'Imu, infatti, sarebbe ben diverso dal distribuire soldi (o "diritti") a pioggia per comprare il voto degli elettori. Si tratta di restituire a ciascun contribuente la stessa somma di denaro che fino ad un anno prima gli apparteneva, che fino a prova contraria si era guadagnato onestamente, e non di gratificarlo con denari non suoi o privilegi non goduti prima. C'è una bella differenza, insomma, in termini sia logici che economici, tra il retrocedere quote di tassazione ai contribuenti e la cosiddetta redistribuzione che tanto piace a sinistra, questa sì, sarebbe più appropriato paragonarla al voto di scambio.

Non bisogna mai dimenticare che una regola base delle campagne elettorali in qualsiasi democrazia è saper trasmettere un messaggio positivo, una prospettiva di speranza, non cupa, saper raccontare una storia di riscatto. Chiamatelo sogno, o futuro, ma impegni e promesse ci vogliono. E il fatto che Berlusconi non abbia mantenuto le sue, e non sia più credibile, non rende meno valida questa regola, non esenta i suoi avversari dal rispettarla.

Friday, February 01, 2013

Università, i signori della truffa

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Quasi 60 mila iscritti in meno alle nostre università tra l'anno accademico 2003/2004 e quello 2011/2012, un calo del 17%, come se fosse scomparso un grande ateneo come la Statale di Milano. Un dato che ha provocato grande sconcerto e allarme tra i benpensanti, secondo cui l'accesso all'istruzione universitaria dovrebbe essere un diritto garantito a tutti e una vocazione universale. Che quel diritto produca in concreto un esercito di disillusi e frustrati, e che sempre meno giovani aspirino a laurearsi, per costoro è inconcepibile, è un'ipotesi che non prendono nemmeno in considerazione.

Il calo degli iscritti è invece un'ottima notizia. Secondo i soliti sostenitori della spesa pubblica è colpa dei tagli, soprattutto al "diritto allo studio", che costringerebbero le famiglie meno abbienti a rinunciare ad iscrivere i loro figli all'università e che priverebbero questi ultimi della speranza nel futuro.

Ma forse la verità è un'altra: gli italiani hanno smesso di credere ai miti di vecchie ideologie, stanno cominciando ad aprire gli occhi sulla grande truffa dell'università italiana. I giovani laureati, insieme alle loro famiglie, vivono sempre più sulla loro pelle il fallimento dell'offerta formativa universitaria: solo quando finalmente cercano di entrare nel mondo del lavoro se ne rendono conto, si accorgono che la preparazione fornita nei cinque-sei anni di studi semplicemente non vale l'esperienza e il reddito che nello stesso arco di tempo avrebbero potuto accumulare iniziando subito a lavorare. Si consuma una vera e propria truffa: il "sistema" fa credere che l'università sia alla portata di tutti, che sia il percorso naturale per ciascuno, al quale anzi ciascuno ha diritto, e attraverso il quale potrà garantirsi lo sbocco professionale desiderato, un'occupazione stabile e ben remunerata. Quando questa promessa si scontra con una realtà ben diversa, che mette a nudo come anni e anni di studio siano stati quasi inutili rispetto alle competenze richieste dal mercato, la frustrazione è massima. Quando un fenomeno è così diffuso nella società, il passa-parola tra generazioni e tra famiglie è inevitabile.

Certo, le ridotte possibilità economiche delle famiglie italiane in questi anni possono aver influito sul calo degli iscritti, ma ignorare la crisi di credibilità dell'istituzione significa nascondere la testa sotto la sabbia. L'università italiana è un luogo di malcostume e nepotismo, profondamente ingiusto e improduttivo, che favorisce privilegiati e raccomandati a danno dei meritevoli, che sforna pochi laureati e per di più impreparati. E' un'organizzazione inefficiente, perché incentivi e meccanismi di sanzione sono completamente distorti: chi ci lavora o studia non è incoraggiato a migliorarsi e nessuno paga per i propri fallimenti. Per una analitica confutazione dei miti sull'università italiana accreditati dall'establishment accademico vi rimando al libro di Roberto Perotti "L'università truccata".

Gli italiani se ne sono accorti e, sulla base di una semplice valutazione costi-benefici, in misura sempre maggiore stanno prendendo altre strade per costruirsi il loro futuro. Sono sempre meno – ed è una fortuna, non una sciagura – coloro che credono al mito dell'università gratuita e per tutti. Un sistema finanziato e strutturato in modo da poter accogliere chiunque ha prodotto risultati esattamente opposti a quelli sperati. Non è gratuita né equa, perché la fiscalità generale, quindi anche con le tasse delle fasce più povere della popolazione, finanzia di fatto gli studi ai ragazzi dei ceti più abbienti che prevalentemente la frequentano. Né è per tutti, perché se è vero che l'accessibilità è pressoché illimitata, e genera un esercito di iscritti che pagano rette relativamente basse, la percentuale dei laureati in Italia è tra le più basse dei paesi Ocse: solo il 15% della popolazione adulta (25-64 anni) è laureato, meglio solo della Turchia e come il Portogallo, contro una media Ocse del 31 e Ue del 28%, il 29% in Francia e il 27 in Germania. Nella fascia di età 25-34 anni i laureati sono il 21%, contro il 38% della media Ocse e il 35 della media Ue. Un terzo degli iscritti, poi, è fuori corso, il 17,3% è addirittura fermo, non fa esami, praticamente parcheggiato. I figli delle famiglie ricche possono permetterselo, una volta fuori avranno comunque le porte aperte dal patrimonio e dal bagaglio di relazioni di mamma e papà, i meno abbienti no. Avranno la sensazione di aver perso tempo, soldi e opportunità.