Prendere il potere in una regione strategica dal punto di vista geopolitico classico: risorse e simbologia religiosa
Il «sogno» di Bin Laden è «la presa del potere in Arabia Saudita, la più sacra delle terre dell'Islam e il Paese con le maggiori riserve di greggio del mondo. Un binomio, Islam e petrolio, che lo consacrerebbe a nuovo profeta della mitica Umma, la Nazione islamica» (Magdi Allam). Al Qaeda ha dimostrato di essere in grado di raggiungere i propri obiettivi: destabilizzare la dinastia Saud, indebolire l'economia occidentale e incidere sul rifornimento mondiale del petrolio. segue >>
Monday, May 31, 2004
Quelle voci italiane al di là dell'umano
Magdi Allam sul Corriere
Sì, anche per il petrolio, perchè Bin Laden vuole impossessarsi dell'Arabia Saudita. E questa guerra al terrorismo potrebbe rivelarsi più "tradizionale" di quanto si pensi.
Sì, anche per il petrolio, perchè Bin Laden vuole impossessarsi dell'Arabia Saudita. E questa guerra al terrorismo potrebbe rivelarsi più "tradizionale" di quanto si pensi.
Iniziamo a parlarne. «L'occasione del 2 giugno»
Stefano Folli sul Corriere.
E vediamo chi è persino contro la Repubblica.
E vediamo chi è persino contro la Repubblica.
Saturday, May 29, 2004
Arriva Kerry: supremazia militare e alleanze
«L'America deve sempre essere la principale potenza militare al mondo, ma può esserlo solamente grazie alle alleanze»
Dopo lunga attesa, qualche chiarimento sulla politica estera e di sicurezza nazionale che ha in mente lo sfidante di Bush. Qualche sorpresa, qualche ovvietà, un pizzico di sale propagandistico contro l'avversario. Insomma, possiamo stare tranquilli. Ho letto e sentito da Bush discorsi molto più "idealist". Questo di Kerry mi sembra appartenere alla categoria "realist", ma non è affatto male, e punta tutto sul multilateralismo, che indica come spartiacque rispetto all'attuale amministrazione: «una nuova fase di alleanze per il mondo post 11 settembre». Magari sarà più capace di Bush, ma se è vero che a fare la pace bisogna essere in due, a maggior ragione bisogna essere in due per stringere un'alleanza. Poi, un tema caro ai neocon: «ammodernare l'esercito più potente del mondo per far fronte alle nuove minacce» e rimanere «la principale potenza militare».
«La forza dell'America nasceva non solo dalla potenza delle armi, ma anche dalla fiducia e dal rispetto che il nostro paese suscitava nelle nazioni di tutto il mondo. In un tempo non troppo lontano la potenza delle nostre alleanze era in grado di mantenere vivi la sopravvivenza e il successo della libertà: ricordiamo le due guerre mondiali, i lunghi anni della Guerra Fredda, fino alla Guerra del Golfo e quella in Bosnia e Kosovo. L'America guidava questi momenti, non agiva da sola, tendeva una mano e non un pugno».
E' ora che una nuova politica di sicurezza nazionale venga guidata da quattro nuovi imperativi: primo, dobbiamo lanciare e condurre una nuova fase di alleanze per il mondo "post 11 settembre"; secondo, dobbiamo ammodernare l'esercito più potente del mondo per far fronte a nuove minacce; terzo, oltre alla forza militare dobbiamo poter utilizzare ogni elemento dell'arsenale americano: la nostra diplomazia, l'intelligence, la forza economica e il fascino dei nostri valori e delle nostre idee; quarto ed ultimo, se vogliamo assicurare la nostra piena indipendenza e libertà, dobbiamo riuscire a liberare l'America dalla pericolosa dipendenza dal petrolio del Medio Oriente. Questi quattro imperativi rappresentano la risposta a una realtà ineluttabile: la guerra è cambiata, il nemico è diverso e per questo motivo dobbiamo pensare ed agire in modo nuovo.
Annuncia «piani specifici per la creazione di una nuova forza militare (...) Modernizzerò il nostro esercito per renderlo all'altezza delle nuove missioni. (...) in tal senso dobbiamo saper sfruttare al meglio le nuove tecnologie. (...) Dobbiamo essere in grado di lottare contro il nemico in ogni continente, nonché assicurare l'appoggio di altri paesi alla causa. L'America deve sempre essere la principale potenza militare al mondo, ma può esserlo solamente grazie alle alleanze».
Massima determinazione in Iraq: «Un fallimento in quella terra significherebbe un terribile inconveniente per noi, ma una vera e propria benedizione per i nostri nemici».
Consapevole che «Al Qaeda attaccherà in modo da influenzare il risultato delle elezioni che si terranno nel mese di novembre», lancia il suo messaggio chiaro: «Questo paese è unito nella determinazione di distruggervi. Voglio essere chiaro: come comandante in capo, impiegherò tutta la forza della nostra nazione per scovare e sconfiggere la vostra rete. Ci serviremo di tutte le risorse disponibili per annientarvi».
Dopo lunga attesa, qualche chiarimento sulla politica estera e di sicurezza nazionale che ha in mente lo sfidante di Bush. Qualche sorpresa, qualche ovvietà, un pizzico di sale propagandistico contro l'avversario. Insomma, possiamo stare tranquilli. Ho letto e sentito da Bush discorsi molto più "idealist". Questo di Kerry mi sembra appartenere alla categoria "realist", ma non è affatto male, e punta tutto sul multilateralismo, che indica come spartiacque rispetto all'attuale amministrazione: «una nuova fase di alleanze per il mondo post 11 settembre». Magari sarà più capace di Bush, ma se è vero che a fare la pace bisogna essere in due, a maggior ragione bisogna essere in due per stringere un'alleanza. Poi, un tema caro ai neocon: «ammodernare l'esercito più potente del mondo per far fronte alle nuove minacce» e rimanere «la principale potenza militare».
«La forza dell'America nasceva non solo dalla potenza delle armi, ma anche dalla fiducia e dal rispetto che il nostro paese suscitava nelle nazioni di tutto il mondo. In un tempo non troppo lontano la potenza delle nostre alleanze era in grado di mantenere vivi la sopravvivenza e il successo della libertà: ricordiamo le due guerre mondiali, i lunghi anni della Guerra Fredda, fino alla Guerra del Golfo e quella in Bosnia e Kosovo. L'America guidava questi momenti, non agiva da sola, tendeva una mano e non un pugno».
E' ora che una nuova politica di sicurezza nazionale venga guidata da quattro nuovi imperativi: primo, dobbiamo lanciare e condurre una nuova fase di alleanze per il mondo "post 11 settembre"; secondo, dobbiamo ammodernare l'esercito più potente del mondo per far fronte a nuove minacce; terzo, oltre alla forza militare dobbiamo poter utilizzare ogni elemento dell'arsenale americano: la nostra diplomazia, l'intelligence, la forza economica e il fascino dei nostri valori e delle nostre idee; quarto ed ultimo, se vogliamo assicurare la nostra piena indipendenza e libertà, dobbiamo riuscire a liberare l'America dalla pericolosa dipendenza dal petrolio del Medio Oriente. Questi quattro imperativi rappresentano la risposta a una realtà ineluttabile: la guerra è cambiata, il nemico è diverso e per questo motivo dobbiamo pensare ed agire in modo nuovo.
Annuncia «piani specifici per la creazione di una nuova forza militare (...) Modernizzerò il nostro esercito per renderlo all'altezza delle nuove missioni. (...) in tal senso dobbiamo saper sfruttare al meglio le nuove tecnologie. (...) Dobbiamo essere in grado di lottare contro il nemico in ogni continente, nonché assicurare l'appoggio di altri paesi alla causa. L'America deve sempre essere la principale potenza militare al mondo, ma può esserlo solamente grazie alle alleanze».
Massima determinazione in Iraq: «Un fallimento in quella terra significherebbe un terribile inconveniente per noi, ma una vera e propria benedizione per i nostri nemici».
Consapevole che «Al Qaeda attaccherà in modo da influenzare il risultato delle elezioni che si terranno nel mese di novembre», lancia il suo messaggio chiaro: «Questo paese è unito nella determinazione di distruggervi. Voglio essere chiaro: come comandante in capo, impiegherò tutta la forza della nostra nazione per scovare e sconfiggere la vostra rete. Ci serviremo di tutte le risorse disponibili per annientarvi».
Friday, May 28, 2004
Il mito del multilateralismo
Il multilateralismo non è che una gestione delle crisi internazionali che ha come scopo quello di ricomporre gli interessi nazionali delle grandi potenze. Il più delle volte significa che le sofferenze, i diritti, le sorti delle popolazioni oppresse rimangono sullo sfondo. Ciò non significa che non sia il metodo più sicuro, meno conflittuale e più stabile di affrontare le crisi internazionali. Ma non significa neanche che l'ordine internazionale non abbia bisogno a volte di essere scosso e ridefinito.
Tuttavia, che il multilateralismo come politica abbia una qualche superiorità morale - o sia sinonimo di pace e giustizia - è idea da respingere.
Tuttavia, che il multilateralismo come politica abbia una qualche superiorità morale - o sia sinonimo di pace e giustizia - è idea da respingere.
Created the conditions as great as possible (??)
The Kissinger Telcons
I Chile file, ma anche i Dobrynin file e tutto il resto sono una ghiottoneria imperdibile per gli storici.
Cinque giorni dopo il colpo di stato che l'11 settembre 1973 in Cile rovesciò Salvador Allende, l'allora segretario di Stato Henry Kissinger ne parlò al telefono con il presidente Richard Nixon, esprimendo soddisfazione per il rovesciamento di un governo «filo-comunista» e lamentandosi per come i giornali invece se ne rammaricavano. Questo colloquio telefonico su Allende è solo una parte di un pacchetto di 20 mila pagine di trascrizioni telefoniche che riguardano l'ex segretario di Stato reso pubblico dagli Archivi Nazionali contro la volontà dello stesso Kissinger.
Nixon: «Beh, non abbiamo, come lei sa... in questo non si vede la nostra mano».
Kissinger: «Non l'abbiamo fatto. Voglio dire, li abbiamo aiutati. ...creato le condizioni il più possibile» (??).
Le trascrizioni dei nastri comprendono conversazioni di Kissinger con i futuri presidenti Ford e Reagan, con celebrità come Frank Sinatra, Danny Kaye e Warren Beatty, giornalisti come il direttore del Washington Post al tempo del Watergate Bill Bradlee, e con Seymour Hersh, premio Pulitzer per aver smascherato il massacro di My Lai in Vietnam. Le trascrizioni riguardano gli anni in cui Kissinger è stato consigliere per la sicurezza nazionale (1969-74) e segretario di Stato (1973-1974) durante l'amministrazione Nixon. Commenti sulla guerra del Vietnam, il disgelo con la Cina, i negoziati per il controllo delle armi strategiche Salt, le elezioni presidenziali del 1972, la guerra del Medioriente del 1973.
I Chile file, ma anche i Dobrynin file e tutto il resto sono una ghiottoneria imperdibile per gli storici.
Cinque giorni dopo il colpo di stato che l'11 settembre 1973 in Cile rovesciò Salvador Allende, l'allora segretario di Stato Henry Kissinger ne parlò al telefono con il presidente Richard Nixon, esprimendo soddisfazione per il rovesciamento di un governo «filo-comunista» e lamentandosi per come i giornali invece se ne rammaricavano. Questo colloquio telefonico su Allende è solo una parte di un pacchetto di 20 mila pagine di trascrizioni telefoniche che riguardano l'ex segretario di Stato reso pubblico dagli Archivi Nazionali contro la volontà dello stesso Kissinger.
Nixon: «Beh, non abbiamo, come lei sa... in questo non si vede la nostra mano».
Kissinger: «Non l'abbiamo fatto. Voglio dire, li abbiamo aiutati. ...creato le condizioni il più possibile» (??).
Le trascrizioni dei nastri comprendono conversazioni di Kissinger con i futuri presidenti Ford e Reagan, con celebrità come Frank Sinatra, Danny Kaye e Warren Beatty, giornalisti come il direttore del Washington Post al tempo del Watergate Bill Bradlee, e con Seymour Hersh, premio Pulitzer per aver smascherato il massacro di My Lai in Vietnam. Le trascrizioni riguardano gli anni in cui Kissinger è stato consigliere per la sicurezza nazionale (1969-74) e segretario di Stato (1973-1974) durante l'amministrazione Nixon. Commenti sulla guerra del Vietnam, il disgelo con la Cina, i negoziati per il controllo delle armi strategiche Salt, le elezioni presidenziali del 1972, la guerra del Medioriente del 1973.
«Has been dire»
«La performance di Romano Prodi come presidente della Commissione europea è stata disastrosa». Queste le dure parole scritte dal quotidiano londinese Financial Times per attaccare il presidente uscente della Commissione europea. Il quotidiano, che ha sempre criticato l'operato della Commissione Ue, critica ora il coinvolgimento del presidente nella campagna elettorale dell'Ulivo. Lo definisce «l'uomo sbagliato per l'incarico. Non ha dimostrato né larghezza di vedute né l'attenzione ai dettagli richiesta per uno dei ruoli più difficili del mondo. Manager incapace, gli ha fatto difetto la capacità di comunicare, con una allarmante propensione alle gaffe». Ora Prodi «dovrebbe fare ora una cosa onorevole e dimettersi», anche «per favorire un nuovo inizio». Secondo il FT, «gli ex premier non sono automaticamente dei presidenti di Commissione capaci» e «i leader europei dovrebbero imparare bene questa lezione e cercare altrove, a partire dall'attuale collegio di commissari». Inoltre, prosegue l'editoriale, Prodi «ha volto le spalle al lavoro della commissione per fare campagna elettorale come leader del centrosinistra in Italia, cosa che è contraria allo spirito e alla lettera dei trattati Ue».
Accordo a Najaf. L'Iraq agli iracheni, ma quali? E come?
L'accordo di Najaf tra gli americani e le milizie sciite di Moqtada al Sadr costituisce una pericolosa estensione del modello Falluja. Una dura sconfitta per l'America, che sancisce la perdita di controllo del territorio e delle città, nonché del processo politico che deciderà la sorte del Paese.
Presi per il culo. Adesso Serse Cosmi
E meno male che si doveva mettere «a tavolino con Sensi per costruire una squadra competitiva»
Pur essendo legato al concetto di calciatori-bandiere, caro soprattutto qui a Roma, non sono tra quelli che ad ogni cambio di maglia grida al tradimento. E' giusto per un uomo di calcio fare/capire le scelte migliori per la propria carriera. E ciò credo varrà anche per Totti. Non ho avuto grande stima, né sul lato umano, né su quello tecnico, di Fabio Capello, un allenatore indubbiamente vincente, ma con squadre stellari (e con la Roma il secondo posto di due anni fa è responsabilità sua). Ma c'è modo e modo. Capello ha preso per il culo tutti. Ha sempre assicurato che sarebbe rimasto. Sempre si è detto fiducioso di poter costruire insieme a Sensi una Roma - nonostante le difficoltà - competitiva. Aveva fatto capire di essere disposto ad accettare la sfida di una squadra da rigenerare dopo la partenza di un paio di pezzi grossi. Ora, alle prime partenze, senza neanche aspettare di vederci meglio sugli arrivi, se ne va alla Juve, e si porta con sé Zebina (ora è chiaro) e probabilmente Emerson, che la società aveva interesse a mandare al Real. E' stato scorretto e ha umiliato società e tifosi, scegliendo proprio la Juve per sé e per due dei suoi giocatori. Ho sempre pensato mister, che lei fosse un borioso e figlio di puttana dentro.
Pur essendo legato al concetto di calciatori-bandiere, caro soprattutto qui a Roma, non sono tra quelli che ad ogni cambio di maglia grida al tradimento. E' giusto per un uomo di calcio fare/capire le scelte migliori per la propria carriera. E ciò credo varrà anche per Totti. Non ho avuto grande stima, né sul lato umano, né su quello tecnico, di Fabio Capello, un allenatore indubbiamente vincente, ma con squadre stellari (e con la Roma il secondo posto di due anni fa è responsabilità sua). Ma c'è modo e modo. Capello ha preso per il culo tutti. Ha sempre assicurato che sarebbe rimasto. Sempre si è detto fiducioso di poter costruire insieme a Sensi una Roma - nonostante le difficoltà - competitiva. Aveva fatto capire di essere disposto ad accettare la sfida di una squadra da rigenerare dopo la partenza di un paio di pezzi grossi. Ora, alle prime partenze, senza neanche aspettare di vederci meglio sugli arrivi, se ne va alla Juve, e si porta con sé Zebina (ora è chiaro) e probabilmente Emerson, che la società aveva interesse a mandare al Real. E' stato scorretto e ha umiliato società e tifosi, scegliendo proprio la Juve per sé e per due dei suoi giocatori. Ho sempre pensato mister, che lei fosse un borioso e figlio di puttana dentro.
Thursday, May 27, 2004
«Purtroppo i successi strategici possono nascere solo dalle vittorie sul campo»
(Ancora sui 3 fattori)
Oggi sul Foglio Christian Rocca spiega la Delusione neocon: «I liberatori del medio oriente sperano che Bush abbia fatto solo una ritirata tattica, non strategica». Mette in chiaro che non sono i neocon ad aver sequestrato e gestito la politica estera americana. La loro è stata un'influenza, importante, soprattutto dopo l'11 settembre e fino a poco prima della guerra in Iraq, non oltre. Oggi, la loro è un'ondata ampiamente rifluita. Se ora questo riflusso, prevedibile e previsto a causa dell'anno elettorale di Bush, diverrà irreversibile, lo si dovrà ad un secondo e ad un terzo fattore: agli errori commessi dall'amministrazione nel dopoguerra iracheno (tutti più o meno denunciati per tempo da autorevoli esponenti del mondo neocon); all'ostinazione e alle trame europee nell'usare - e perpetuare - le difficoltà Usa in Iraq come espressione di voto anti-Bush a novembre. Due fattori che, in concomitanza delle elezioni, legano le mani a Bush.
Anche se per Gary Schmitt, del Project for a New American Century, Bush non ha smesso i panni del rivoluzionario («basta leggere bene che cosa ha detto all'inizio e alla fine del suo discorso di lunedì sera»), «il percorso verso la democrazia in Iraq, specie nell'area della sicurezza, sembra essere frutto del compromesso con gli insorti e con i ribelli che ogni giorno sfidano la strategia di un Iraq democratico e costituzionale». Ma d'altra parte, suona ovvio ma è bene ripeterlo, «purtroppo i successi strategici possono nascere solo dalle vittorie sul campo» (Victor Davis Hanson). Che ad oggi mancano.
Vengono al pettine gli errori di una guerra fatta «a metà». E' Giuliano Ferrara su Panorama a ricordarceli: prima si è lesinato sul numero di truppe, e rinviata per mesi una guerra «inevitabile», perdendo «tempo prezioso» e concedendolo al nemico, «indebolendo le ragioni e la stessa condotta della guerra». Non è bastato: «Rinviata la presa effettiva delle città, la messa in mora delle forze combattenti che hanno cominciato da subito la guerriglia terrorista, e la forza è stata applicata in misura clamorosamente non proporzionale alla risposta»; «Nessuno ha seriamente dissuaso Siria e Iran dall'intervenire in mille modi». Per avere la «benevolenza» delle varie componenti irachene e della comunità internazionale, e «per non smuovere le cose fino a un prevedibile punto di crisi», la coalizione ha «rinunciato all'unico vero obiettivo della guerra, la distruzione del regime» e la liberazione. Politica e diplomazia, «irrinunciabili», hanno troppo presto «ripreso il sopravvento» sul fattore militare. Occorrono sempre per «una piena vittoria, ma devono sempre essere subordinate al fattore forza, alla capacità di stabilire chi comanda nell'ambito di un territorio, chi ha l'autorità della vittoria».
L'idea iniziale, l'obiettivo strategico, di Bush, e dei neoconservatori, «era liberare l'Iraq, contagiare con il seme democratico l'intero medio oriente, quindi pacificare l'eterno conflitto israelo-palestinese». L'ala più realista dell'amministrazione ha puntato tutto su una prima fase di "occupazione per la stabilità". Jim Hoagland: «Aver concentrato il potere nelle mani dell'Autorità di Bremer, piuttosto che far nascere un governo iracheno provvisorio già un anno fa, ha avuto risultati disastrosi». «La Casa Bianca, con l'avvicinarsi della data delle elezioni, ha riposto nel cassetto i grandi progetti e provato a mettere le toppe in Iraq, ma non è andata come previsto». Quella di Bush, sembra una «ritirata strategica» che, di fatto, «ridimensiona per ora il progetto democratico». Sono le elezioni americane ad aver fatto cambiare passo a Bush, e si sapeva. Ma la ritirata, speriamo tattica e non strategica, si deve agli altri due fattori.
Oggi sul Foglio Christian Rocca spiega la Delusione neocon: «I liberatori del medio oriente sperano che Bush abbia fatto solo una ritirata tattica, non strategica». Mette in chiaro che non sono i neocon ad aver sequestrato e gestito la politica estera americana. La loro è stata un'influenza, importante, soprattutto dopo l'11 settembre e fino a poco prima della guerra in Iraq, non oltre. Oggi, la loro è un'ondata ampiamente rifluita. Se ora questo riflusso, prevedibile e previsto a causa dell'anno elettorale di Bush, diverrà irreversibile, lo si dovrà ad un secondo e ad un terzo fattore: agli errori commessi dall'amministrazione nel dopoguerra iracheno (tutti più o meno denunciati per tempo da autorevoli esponenti del mondo neocon); all'ostinazione e alle trame europee nell'usare - e perpetuare - le difficoltà Usa in Iraq come espressione di voto anti-Bush a novembre. Due fattori che, in concomitanza delle elezioni, legano le mani a Bush.
Anche se per Gary Schmitt, del Project for a New American Century, Bush non ha smesso i panni del rivoluzionario («basta leggere bene che cosa ha detto all'inizio e alla fine del suo discorso di lunedì sera»), «il percorso verso la democrazia in Iraq, specie nell'area della sicurezza, sembra essere frutto del compromesso con gli insorti e con i ribelli che ogni giorno sfidano la strategia di un Iraq democratico e costituzionale». Ma d'altra parte, suona ovvio ma è bene ripeterlo, «purtroppo i successi strategici possono nascere solo dalle vittorie sul campo» (Victor Davis Hanson). Che ad oggi mancano.
Vengono al pettine gli errori di una guerra fatta «a metà». E' Giuliano Ferrara su Panorama a ricordarceli: prima si è lesinato sul numero di truppe, e rinviata per mesi una guerra «inevitabile», perdendo «tempo prezioso» e concedendolo al nemico, «indebolendo le ragioni e la stessa condotta della guerra». Non è bastato: «Rinviata la presa effettiva delle città, la messa in mora delle forze combattenti che hanno cominciato da subito la guerriglia terrorista, e la forza è stata applicata in misura clamorosamente non proporzionale alla risposta»; «Nessuno ha seriamente dissuaso Siria e Iran dall'intervenire in mille modi». Per avere la «benevolenza» delle varie componenti irachene e della comunità internazionale, e «per non smuovere le cose fino a un prevedibile punto di crisi», la coalizione ha «rinunciato all'unico vero obiettivo della guerra, la distruzione del regime» e la liberazione. Politica e diplomazia, «irrinunciabili», hanno troppo presto «ripreso il sopravvento» sul fattore militare. Occorrono sempre per «una piena vittoria, ma devono sempre essere subordinate al fattore forza, alla capacità di stabilire chi comanda nell'ambito di un territorio, chi ha l'autorità della vittoria».
L'idea iniziale, l'obiettivo strategico, di Bush, e dei neoconservatori, «era liberare l'Iraq, contagiare con il seme democratico l'intero medio oriente, quindi pacificare l'eterno conflitto israelo-palestinese». L'ala più realista dell'amministrazione ha puntato tutto su una prima fase di "occupazione per la stabilità". Jim Hoagland: «Aver concentrato il potere nelle mani dell'Autorità di Bremer, piuttosto che far nascere un governo iracheno provvisorio già un anno fa, ha avuto risultati disastrosi». «La Casa Bianca, con l'avvicinarsi della data delle elezioni, ha riposto nel cassetto i grandi progetti e provato a mettere le toppe in Iraq, ma non è andata come previsto». Quella di Bush, sembra una «ritirata strategica» che, di fatto, «ridimensiona per ora il progetto democratico». Sono le elezioni americane ad aver fatto cambiare passo a Bush, e si sapeva. Ma la ritirata, speriamo tattica e non strategica, si deve agli altri due fattori.
Anche l'Iran in guerra
Scrive Michael Ledeen su National Review. Solo che si fa finta di non vederlo.
Wednesday, May 26, 2004
Guardi meglio, Riotta!
Gianni Riotta sul Corriere: «Perché mai la sinistra radicale detiene il monopolio delle passioni e delle emozioni, perché solo i movimentisti sanno evocare un Pantheon di eroi, usando la politica come arena etica? Perché la sinistra raziocinante crede che basti elencare le idee giuste in un istituto di ricerca, avere la battuta azzeccata al talk show di stagione e lucidare le note a piè di pagina, per contare? (...) Accanto ai ragionamenti, ai calcoli, ai progetti, ai seminari perbene, deve saper colpire l'immaginazione e l'anima dell'opinione pubblica, commuovendo e non solo snocciolando statistiche. (...)
La passione della democrazia, dello sviluppo, della ricerca, della libertà, dei diritti civili e umani dove sono finite?
Perché la sinistra illuminata non attacca Castro e la sua dittatura dicendo: «Oggi il Che starebbe con i dissidenti a Cuba!»? Perché non cita le tre cifre dell'orrore contemporaneo, 900 miliardi l'anno in spese militari, 360 miliardi in sussidi all'agricoltura ricca e solo 50 in aiuti allo sviluppo dei poveri? Perché non guarda al Sudan, dove è in corso un genocidio silenzioso, e, denunciate le sevizie ad Abu Ghraib, non mette all'indice gli aguzzini in Siria, i soldati israeliani che spezzano le ossa agli arrestati, i palestinesi che giustiziano i delatori senza processo? Il sindaco Walter Veltroni potrebbe aprire Roma a un Forum permanente dei diritti, dalla Cina all'Egitto, alla Russia, al Venezuela e la Palestina, dove parli il Che Guevara di Timor Est, Jose Ramos Horta, premio Nobel per la pace persuaso che prendere le armi contro i dittatori sia giusto. Dove parli Ivo Daalder, che ha proposto sul Washington Post l'alleanza dei Paesi democratici, dagli Usa al Lussemburgo, per discutere dei propri valori e di come diffonderli nel mondo, magari con più successo della guerra unilaterale di Bush. Può nascere un Corpo della Pace, volontari finanziati dai Paesi ricchi?
Le idee della sinistra radicale commuovono in tv, ma spesso nascondono egoismo, negano diritti a chi non ce li ha, vezzeggiano dittatori decrepiti, perpetuano ingiustizie economiche e sociali con dazi e protezionismo. Se la sinistra delle riforme non ha l'eleganza di Roosevelt e Kennedy, la passione di Havel, i piani di Brandt e Palme, l'energia malinconica di Keynes, e perfino la sensualità accattivante di Clinton, si vedrà messa alle corde da tribuni che, alla fine, non sono capaci né di vincere le elezioni, né di aiutare i poveri.»
Caro Riotta, come la capisco. La sinistra italiana non è mai stata tutto questo e non c'è cenno che possa diventarlo. La sinistra di cui parla e che cerca in giro è sotto i suoi occhi, non bisogna sforzare troppo lo sguardo, ma è proprio non più al di là del suo naso, a portata di voto: con tutti i loro difetti, sono i radicali, li voti!
La passione della democrazia, dello sviluppo, della ricerca, della libertà, dei diritti civili e umani dove sono finite?
Perché la sinistra illuminata non attacca Castro e la sua dittatura dicendo: «Oggi il Che starebbe con i dissidenti a Cuba!»? Perché non cita le tre cifre dell'orrore contemporaneo, 900 miliardi l'anno in spese militari, 360 miliardi in sussidi all'agricoltura ricca e solo 50 in aiuti allo sviluppo dei poveri? Perché non guarda al Sudan, dove è in corso un genocidio silenzioso, e, denunciate le sevizie ad Abu Ghraib, non mette all'indice gli aguzzini in Siria, i soldati israeliani che spezzano le ossa agli arrestati, i palestinesi che giustiziano i delatori senza processo? Il sindaco Walter Veltroni potrebbe aprire Roma a un Forum permanente dei diritti, dalla Cina all'Egitto, alla Russia, al Venezuela e la Palestina, dove parli il Che Guevara di Timor Est, Jose Ramos Horta, premio Nobel per la pace persuaso che prendere le armi contro i dittatori sia giusto. Dove parli Ivo Daalder, che ha proposto sul Washington Post l'alleanza dei Paesi democratici, dagli Usa al Lussemburgo, per discutere dei propri valori e di come diffonderli nel mondo, magari con più successo della guerra unilaterale di Bush. Può nascere un Corpo della Pace, volontari finanziati dai Paesi ricchi?
Le idee della sinistra radicale commuovono in tv, ma spesso nascondono egoismo, negano diritti a chi non ce li ha, vezzeggiano dittatori decrepiti, perpetuano ingiustizie economiche e sociali con dazi e protezionismo. Se la sinistra delle riforme non ha l'eleganza di Roosevelt e Kennedy, la passione di Havel, i piani di Brandt e Palme, l'energia malinconica di Keynes, e perfino la sensualità accattivante di Clinton, si vedrà messa alle corde da tribuni che, alla fine, non sono capaci né di vincere le elezioni, né di aiutare i poveri.»
Caro Riotta, come la capisco. La sinistra italiana non è mai stata tutto questo e non c'è cenno che possa diventarlo. La sinistra di cui parla e che cerca in giro è sotto i suoi occhi, non bisogna sforzare troppo lo sguardo, ma è proprio non più al di là del suo naso, a portata di voto: con tutti i loro difetti, sono i radicali, li voti!
Anche a me piace il «blairismo casereccio», e allora?
Per D'Alema «cultura della destra e interventismo democratico» sono il padre e la madre della guerra in Iraq: «Anche noi abbiamo un blairismo casereccio sempre sulla cattedra che non sente il dover di chiedere scusa, almeno agli iracheni».
«Noi, che siamo molto casarecci e un po' blairiani, ci domandiamo chi abbia chiesto scusa agli iracheni della lunga e orribile tirannia sotto la quale sono stati tenuti con la complicità dell'Occidente, destra e sinistra, fatta di torture, di villaggi curdi gasati, di guerre sanguinose con l'Iran, di avventure militari, di miseria economica e sofferenza personale. O se si debba chiedere scusa agli iracheni solo ora, per averli privati di quella tirannia». E' D'Alema, forse, a chiedere scusa? Non ho udito scuse.
E vado matto per l'interventismo democratico
«Ma, soprattutto, ci domandiamo che cosa abbia fatto cambiare così radicalmente idea a D'Alema sull'interventismo democratico, visto che fu quella cultura a spingerlo a guidare l'Italia nell'assalto a Milosevic. Lì non c'era nemmeno il sospetto di armi di distruzione di massa o di sostegno al terrorismo globale. L'unica ragione per cui l'Europa convinse una riluttante America a violare per la prima volta il principio di sovranità nazionale, e senza un voto del Consiglio di sicurezza dell'Onu, in nome dei diritti umani e della difesa del popolo musulmano del Kosovo, fu proprio l'interventismo democratico. D'Alema era allora in un'ottima compagnia, che gli fa tuttora onore, con Fischer, con Jospin e con Blair. Ha tanti buoni argomenti per opporsi alla guerra di Bush in Iraq, che bisogno c'è di rinnegare la parte migliore del suo passato?».
il Riformista
«Noi, che siamo molto casarecci e un po' blairiani, ci domandiamo chi abbia chiesto scusa agli iracheni della lunga e orribile tirannia sotto la quale sono stati tenuti con la complicità dell'Occidente, destra e sinistra, fatta di torture, di villaggi curdi gasati, di guerre sanguinose con l'Iran, di avventure militari, di miseria economica e sofferenza personale. O se si debba chiedere scusa agli iracheni solo ora, per averli privati di quella tirannia». E' D'Alema, forse, a chiedere scusa? Non ho udito scuse.
E vado matto per l'interventismo democratico
«Ma, soprattutto, ci domandiamo che cosa abbia fatto cambiare così radicalmente idea a D'Alema sull'interventismo democratico, visto che fu quella cultura a spingerlo a guidare l'Italia nell'assalto a Milosevic. Lì non c'era nemmeno il sospetto di armi di distruzione di massa o di sostegno al terrorismo globale. L'unica ragione per cui l'Europa convinse una riluttante America a violare per la prima volta il principio di sovranità nazionale, e senza un voto del Consiglio di sicurezza dell'Onu, in nome dei diritti umani e della difesa del popolo musulmano del Kosovo, fu proprio l'interventismo democratico. D'Alema era allora in un'ottima compagnia, che gli fa tuttora onore, con Fischer, con Jospin e con Blair. Ha tanti buoni argomenti per opporsi alla guerra di Bush in Iraq, che bisogno c'è di rinnegare la parte migliore del suo passato?».
il Riformista
Tuesday, May 25, 2004
I tre «passi» che hanno frenato la nuova politica estera americana
Il discorso fatto ieri da Bush non poteva che aumentare le mie preoccupazioni. Bush ha dovuto parlare agli elettori per cercare di tranquillizzarli sul fatto che l'amministrazione non è allo sbando in Iraq e sa come vincere, ha una strategia. Purtroppo però, il peso dell'anno elettorale è il dato preminente. Sulla nuova rotta, in atto da tempo (Bush chiama l'Onu da mesi), hanno influito:
I fondamentali errori di approccio nel dopoguerra, come la rinuncia all'uso della propaganda: Bush non si può permettere di rischiare altre figuracce e consegna tutto in mano all'Onu
L'ostilità interessata da parte dell'Europa che conta: lasciare sola l'America in Iraq, anche dopo questa nuova risoluzione, è il modo per mandare a casa Bush. Gli iracheni? Pazienza.
Il né aderire né sabotare degli arabi: un regime autoritario sunnita a Baghdad per impedire l'effetto domino democratico e salvaguardare gli altri regimi arabi .
Questa «svolta» annunciata sa quindi di ridimensionamento delle ambizioni americane in Medio Oriente: la parola d'ordine stabilità ha superato la parola d'ordine democrazia. Dall'Onu di nuovo protagonista passa la exit strategy di un Bush che in campagna elettorale si accontenta di uno scivolo per sé, per non scuotere troppo il mondo. Resta da vedere l'impatto della Greater Middle East Initiative. Su questo piano riponiamo le speranze rimanenti.
Torna in auge la politica compromissoria della vecchia Europa e dell'Onu: se gli Stati Uniti avessero saputo evitare errori ed incertezze decisivi in Iraq, non avrebbero dovuto subire questo ritorno al cinico realismo.
«A questo punto c'è una responsabilità internazionale che, se viene rigirata sull'Onu, ci deve vedere partecipi. Il mondo è lì per essere governato: noi dobbiamo essere parte di quel governo».
Giuliano Amato
I tre «passi» che hanno frenato la nuova politica estera americana:
Ecco il voto dell'Europa per mandare a casa George W. e Tony. Philip Gordon, direttore del Centro Usa-Europa alla Brookings Institution: «Gli europei non lo ammetteranno mai apertamente, ma l'ultima cosa che desiderano al mondo è permettere a Bush di mettersi a capo degli alleati occidentali». Negargli il ruolo di leader, sarà il loro voto per la Casa Bianca 2004, la delega totale all'Onu, la fine del «sogno democratico per il Medio Oriente».
Il compromesso sul campo. Il passaggio di sovranità agli iracheni avrà successo se sarà garantita agli iracheni una adeguata sicurezza e «per ottenerla - scrivono Kristol e Lehrman sul Weekly Standard - occorre una decisa operazione militare contro le insorgenze armate che cercano di impedire la nascita di un governo iracheno», occorre «distruggere le milizie che si oppongono alla transizione pacifica. Fallujah deve essere conquistata e ai terroristi deve essere impedito di trovare rifugio nelle città». Solo in questo modo, «un Iraq sovrano, con l'assistenza militare americana e di altri, sarà in grado di affrontare la sfida della ricostruzione politica». Ma l'ondata neocons è da tempo rifluita a Washington. Dipartimento di Stato e Pentagono oggi considerano una vittoria il "modello Fallujah". Gli errori e i danni d'immagine non consentono, a pochi mesi dalle elezioni, di aprire altri fronti pericolosi sul piano della guerra mediatica. Intanto, «i guerriglieri non vengono neutralizzati, anzi acquistano coraggio, la popolazione perde fiducia e l'iniziativa militare passa nelle mani dei terroristi. Il pericolo è evidente: rimettendo al governo delle città la leadership sunnita, la coalizione rischia di perdere il consenso sciita, specie quello decisivo fornito dall'ayatollah Sistani».
Un quadro più ottimistico da Andrew Sullivan sul Sunday Times.
Lega araba: né aderire né sabotare. E' chiaro che i Paesi arabi hanno da perdere sia dal successo della democrazia in Iraq, sia dal caos di una sconfitta americana. La loro opzione, anche dei Mubarak e degli Abdullah, è sempre la solita: un uomo forte, tratto dalle file dell'ex esercito iracheno, ma rispettato e non compromesso con gli orrori del regime, per guidare la transizione ad un regime autoritario, guidato da un sunnita, preferibilmente militare, a tutela dell'unità irachena e come baluardo di stabilità: per contenere l'Iran e il suo sostegno destabilizzante alla maggioranza sciita, per reprimere ogni spinta autonomista (curdi), per frustrare il processo democratico. Un altro Saddam insomma, ma meno crudele.
Se «al Pentagono sono troppo indeboliti dallo scandalo delle torture per poter imporre la mano forte contro la guerriglia, la partita si gioca a Foggy Bottom, dove gli arabisti sono influenzati dai leader sunniti dell'Arabia Saudita, dell'Egitto e della Giordania che a Baghdad vorrebbero un baathista sunnita come garanzia per la stabilità del paese. E le mosse del sunnita Lakhdar Brahimi rientrano in questo schema». Su questa linea è l'aiuto chiesto ai leader sunniti per pacificare Fallujah, così come la scelta di rigettare la politica di de-baathificazione del Paese, l'emarginazione di Ahmed Chalabi e il soffocamento dello scandalo "Oil for Food". E Bush non si è potuto permettere di citare nel discorso di ieri sera il ruolo di Iran e Siria.
Questa «svolta» annunciata sa quindi di ridimensionamento delle ambizioni americane in Medio Oriente: la parola d'ordine stabilità ha superato la parola d'ordine democrazia. Dall'Onu di nuovo protagonista passa la exit strategy di un Bush che in campagna elettorale si accontenta di uno scivolo per sé, per non scuotere troppo il mondo. Resta da vedere l'impatto della Greater Middle East Initiative. Su questo piano riponiamo le speranze rimanenti.
Torna in auge la politica compromissoria della vecchia Europa e dell'Onu: se gli Stati Uniti avessero saputo evitare errori ed incertezze decisivi in Iraq, non avrebbero dovuto subire questo ritorno al cinico realismo.
«A questo punto c'è una responsabilità internazionale che, se viene rigirata sull'Onu, ci deve vedere partecipi. Il mondo è lì per essere governato: noi dobbiamo essere parte di quel governo».
Giuliano Amato
I tre «passi» che hanno frenato la nuova politica estera americana:
Ecco il voto dell'Europa per mandare a casa George W. e Tony. Philip Gordon, direttore del Centro Usa-Europa alla Brookings Institution: «Gli europei non lo ammetteranno mai apertamente, ma l'ultima cosa che desiderano al mondo è permettere a Bush di mettersi a capo degli alleati occidentali». Negargli il ruolo di leader, sarà il loro voto per la Casa Bianca 2004, la delega totale all'Onu, la fine del «sogno democratico per il Medio Oriente».
Il compromesso sul campo. Il passaggio di sovranità agli iracheni avrà successo se sarà garantita agli iracheni una adeguata sicurezza e «per ottenerla - scrivono Kristol e Lehrman sul Weekly Standard - occorre una decisa operazione militare contro le insorgenze armate che cercano di impedire la nascita di un governo iracheno», occorre «distruggere le milizie che si oppongono alla transizione pacifica. Fallujah deve essere conquistata e ai terroristi deve essere impedito di trovare rifugio nelle città». Solo in questo modo, «un Iraq sovrano, con l'assistenza militare americana e di altri, sarà in grado di affrontare la sfida della ricostruzione politica». Ma l'ondata neocons è da tempo rifluita a Washington. Dipartimento di Stato e Pentagono oggi considerano una vittoria il "modello Fallujah". Gli errori e i danni d'immagine non consentono, a pochi mesi dalle elezioni, di aprire altri fronti pericolosi sul piano della guerra mediatica. Intanto, «i guerriglieri non vengono neutralizzati, anzi acquistano coraggio, la popolazione perde fiducia e l'iniziativa militare passa nelle mani dei terroristi. Il pericolo è evidente: rimettendo al governo delle città la leadership sunnita, la coalizione rischia di perdere il consenso sciita, specie quello decisivo fornito dall'ayatollah Sistani».
Un quadro più ottimistico da Andrew Sullivan sul Sunday Times.
Lega araba: né aderire né sabotare. E' chiaro che i Paesi arabi hanno da perdere sia dal successo della democrazia in Iraq, sia dal caos di una sconfitta americana. La loro opzione, anche dei Mubarak e degli Abdullah, è sempre la solita: un uomo forte, tratto dalle file dell'ex esercito iracheno, ma rispettato e non compromesso con gli orrori del regime, per guidare la transizione ad un regime autoritario, guidato da un sunnita, preferibilmente militare, a tutela dell'unità irachena e come baluardo di stabilità: per contenere l'Iran e il suo sostegno destabilizzante alla maggioranza sciita, per reprimere ogni spinta autonomista (curdi), per frustrare il processo democratico. Un altro Saddam insomma, ma meno crudele.
Se «al Pentagono sono troppo indeboliti dallo scandalo delle torture per poter imporre la mano forte contro la guerriglia, la partita si gioca a Foggy Bottom, dove gli arabisti sono influenzati dai leader sunniti dell'Arabia Saudita, dell'Egitto e della Giordania che a Baghdad vorrebbero un baathista sunnita come garanzia per la stabilità del paese. E le mosse del sunnita Lakhdar Brahimi rientrano in questo schema». Su questa linea è l'aiuto chiesto ai leader sunniti per pacificare Fallujah, così come la scelta di rigettare la politica di de-baathificazione del Paese, l'emarginazione di Ahmed Chalabi e il soffocamento dello scandalo "Oil for Food". E Bush non si è potuto permettere di citare nel discorso di ieri sera il ruolo di Iran e Siria.
«La voglia matta di votare Emma»
«Ci avessero detto i radicali come intendono usare politicamente i loro voti... uno saprebbe come verrebbe speso il suo voto, e l'affinità di programmi sarebbe anche l'adesione a un progetto».
«Così possiamo leggere splendide interviste di Emma Bonino, che riecheggiano una sinistra liberale che in Italia non ha cittadinanza. In Italia non è di sinistra dire ciò che un liberal come Michael Walzer, uno dei filosofi più autorevoli d'America, diceva ieri al Corriere: "Andarsene sarebbe una tragedia per il mondo, non credo che possiamo farlo, può anche succedere che a un certo punto restare sia peggio che andarsene, ma non possiamo nemmeno immaginare una cosa del genere... Invece di rifiutarsi di mandare in ogni caso i soldati, come fa il Cancelliere Schroeder, o di ritirarsi, come fanno gli spagnoli, gli europei avrebbero dovuto organizzare una presenza più ampia di paesi in Iraq, con un ruolo forte dell'Onu". Ma questa sinistra possiamo solo leggerla, in Italia. E di questo ci dispiace non poco».
il Riformista
Sta a vedere che ora sono i radicali che devono far sapere cosa vogliono fare!
«Così possiamo leggere splendide interviste di Emma Bonino, che riecheggiano una sinistra liberale che in Italia non ha cittadinanza. In Italia non è di sinistra dire ciò che un liberal come Michael Walzer, uno dei filosofi più autorevoli d'America, diceva ieri al Corriere: "Andarsene sarebbe una tragedia per il mondo, non credo che possiamo farlo, può anche succedere che a un certo punto restare sia peggio che andarsene, ma non possiamo nemmeno immaginare una cosa del genere... Invece di rifiutarsi di mandare in ogni caso i soldati, come fa il Cancelliere Schroeder, o di ritirarsi, come fanno gli spagnoli, gli europei avrebbero dovuto organizzare una presenza più ampia di paesi in Iraq, con un ruolo forte dell'Onu". Ma questa sinistra possiamo solo leggerla, in Italia. E di questo ci dispiace non poco».
il Riformista
Sta a vedere che ora sono i radicali che devono far sapere cosa vogliono fare!
Il "modello Fallujah" e il pericolo di un Iraq saddamita senza Saddam
Superbo punto della situazione da Christian Rocca sul Foglio.
«L'Onu non caccia Saddam, bensì Pannella»
L'alleanza delle dittature contro i radicali (e l'asse delle democrazie).
Sunday, May 23, 2004
Prometto, prometto e non mantengo. I leader arabi a Tunisi
Doveva essere il summit della risposta araba alla Greater Middle East Initiative
Concluso il vertice della Lega araba. Sul tema più controverso, quello delle riforme, rispettate le attese e confermati i limiti, con l'enunciazione di «promesse» e il tentativo - non riuscito - di dimostrare unità. Ma le differenze rimangono e Mubarak non partecipa alla cerimonia conclusiva. Le attese dichiarazioni di principio in favore delle riforme democratiche ci sono state. Senza delle scadenze, strumenti attuativi e un preciso piano di azioni le «promesse» già vaghe potrebbero rivelarsi tali. E' da ritenere un passo in avanti il fatto che tali temi siano stati affrontati apertamente e chiamandoli con il loro nome, o che abbiano suscitato divisioni?
Si respira aria nuova? Si è trattato del primo vertice arabo dopo l'invasione dell'Iraq, ma non si è assistito a dichiarazioni dai toni accesi e antiamericani. Mentre nei Territori occupati le violenze proseguono, per la prima volta i leader, Arafat compreso, hanno condannato le uccisioni di civili «senza distinzioni». Il programma di riforme, anche se generico, rappresenta un precedente importante di accordo comune ai livelli più alti e in una sede quale la Lega araba.
Moderazione su questione palestinese e Iraq: condanna delle operazioni militari contro i civili, sia palestinesi che israeliani «senza distinzioni», «ruolo centrale ed effettivo dell'Onu» in Iraq. Solidarietà alla Siria per le sanzioni decise da Washington. segue >>
Concluso il vertice della Lega araba. Sul tema più controverso, quello delle riforme, rispettate le attese e confermati i limiti, con l'enunciazione di «promesse» e il tentativo - non riuscito - di dimostrare unità. Ma le differenze rimangono e Mubarak non partecipa alla cerimonia conclusiva. Le attese dichiarazioni di principio in favore delle riforme democratiche ci sono state. Senza delle scadenze, strumenti attuativi e un preciso piano di azioni le «promesse» già vaghe potrebbero rivelarsi tali. E' da ritenere un passo in avanti il fatto che tali temi siano stati affrontati apertamente e chiamandoli con il loro nome, o che abbiano suscitato divisioni?
Si respira aria nuova? Si è trattato del primo vertice arabo dopo l'invasione dell'Iraq, ma non si è assistito a dichiarazioni dai toni accesi e antiamericani. Mentre nei Territori occupati le violenze proseguono, per la prima volta i leader, Arafat compreso, hanno condannato le uccisioni di civili «senza distinzioni». Il programma di riforme, anche se generico, rappresenta un precedente importante di accordo comune ai livelli più alti e in una sede quale la Lega araba.
Moderazione su questione palestinese e Iraq: condanna delle operazioni militari contro i civili, sia palestinesi che israeliani «senza distinzioni», «ruolo centrale ed effettivo dell'Onu» in Iraq. Solidarietà alla Siria per le sanzioni decise da Washington. segue >>
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