Tra coloro che hanno aderito alla manifestazione di ieri per il Tibet c'era anche il regista Marco Bellocchio, che come tutti i comunisti sul finire degli anni '60 subì l'infatuazione per la Cina maoista. Ebbene, il Riformista lo ha intervistato e ha fatto bene, perché ne esce l'immagine perfetta dell'intellettuale italiano da spernacchiare. Gente che dovrebbe tacere per senso del ridicolo (suo).Bellocchio riesce a dire che la Cina «non perde occasione per mostrarci quello che ormai è diventato il suo vero volto». Ormai? Cioè, c'è stato un momento in cui il volto è stato diverso da quello mostrato in Tibet? Ma no, è che ormai è «una grande potenza capitalista mondiale che schiaccia chiunque si ribelli alle "sue" regole. Di comunista e maoista, in quella grande terra, non è rimasto più nulla». Come dire che non è il Bellocchio degli anni '60 e '70 ad averci visto male, ma loro, i cinesi, ad aver tradito comunismo e maoismo. E oggi a schiacciare i ribelli non è un regime comunista ma una «potenza capitalista». Bel coraggio... Ma non è finita qui.
«Chissà, forse era una nazione "chiusa" già all'epoca». Chissà, forse? «L'autocritica mia e di gran parte della sinistra italiana andava fatta molto prima». Già, forse... «La nostra infatuazione per Pechino è sempre stata virtuale». Già, forse. E qui ci scappa la pernacchia: d'altronde, ammette, «io in Cina non ci sono mai stato».