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Thursday, March 20, 2008

Ormai, chissà, forse... solo pernacchie vi meritate

Tra coloro che hanno aderito alla manifestazione di ieri per il Tibet c'era anche il regista Marco Bellocchio, che come tutti i comunisti sul finire degli anni '60 subì l'infatuazione per la Cina maoista. Ebbene, il Riformista lo ha intervistato e ha fatto bene, perché ne esce l'immagine perfetta dell'intellettuale italiano da spernacchiare. Gente che dovrebbe tacere per senso del ridicolo (suo).

Bellocchio riesce a dire che la Cina «non perde occasione per mostrarci quello che ormai è diventato il suo vero volto». Ormai? Cioè, c'è stato un momento in cui il volto è stato diverso da quello mostrato in Tibet? Ma no, è che ormai è «una grande potenza capitalista mondiale che schiaccia chiunque si ribelli alle "sue" regole. Di comunista e maoista, in quella grande terra, non è rimasto più nulla». Come dire che non è il Bellocchio degli anni '60 e '70 ad averci visto male, ma loro, i cinesi, ad aver tradito comunismo e maoismo. E oggi a schiacciare i ribelli non è un regime comunista ma una «potenza capitalista». Bel coraggio... Ma non è finita qui.

«Chissà, forse era una nazione "chiusa" già all'epoca». Chissà, forse? «L'autocritica mia e di gran parte della sinistra italiana andava fatta molto prima». Già, forse... «La nostra infatuazione per Pechino è sempre stata virtuale». Già, forse. E qui ci scappa la pernacchia: d'altronde, ammette, «io in Cina non ci sono mai stato».