Della serie meglio di così non poteva esser detto, Andrea Romano, editorialista de il Riformista, sul suo blog:
Il modo in cui Walter Veltroni si prepara a sfruttare la "questione morale" sarebbe surreale, se non fosse profondamente immorale. In sintesi, Veltroni ha già fatto sapere che quanto sta accadendo a Napoli e altrove dev'essere occasione per un "più profondo rinnovamento". Naturalmente guidato da lui medesimo. Perché "questo non è il mio PD" (ma se non è il suo, di chi mai sarà?). Goffredo Bettini ha tradotto più chiaramente: "Da oggi più poteri a Walter". È il meccanismo maoista del "fuoco sul quartier generale", a patto che il Generale venga tenuto al riparo. È la solita pretesa di incarnare tutto e il contrario di tutto, con la sola condizione di poter sopravvivere a se stessi. Perché la prima e principale "questione morale" è la caduta verticale di credibilità di gente come Veltroni, Bettini, D'Alema, Rutelli e di tutti coloro che stanno convergendo sull’affondamento del PD come risultato della propria permanenza al comando. Un gruppo che ha fatto dell'irresponsabilità istituzionale la propria regola di comportamento, incapace com'è di pensare a soluzioni diverse dalla propria sopravvivenza. Il maoismo veltroniano ne è l'ultima, patetica incarnazione. Chiunque, dentro quelle stanze, avesse a cuore la sopravvivenza del PD dovrebbe entrare e sollevarli di peso.
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Friday, December 19, 2008
Tuesday, August 07, 2007
Primarie assai poco americane
A riprova del carattere non democratico e men che meno "americano" del nascente Partito democratico, la decisione di vietare gli spot e quella di relegare agli ultimi giorni i confronti pubblici tra i candidati, comunque non televisivi ma organizzati dai vari comitati.
Veltroni si dimostra non molto diverso da Berlusconi. Da grande comunicatore qual è sa bene che al candidato di gran lunga più popolare non conviene accettare confronti con sfidanti pressoché sconosciuti, o anche poco conosciuti, al grande pubblico. In queste situazioni di tale divario di partenza, infatti, al di là dell'esito del confronto, gli sfidanti sconosciuti infrangono la barriera dell'anonimato e rosicchiano consensi. Non che qualcuno di loro abbia concrete speranze di insidiare il successo veltroniano, perché per farlo avrebbe bisogno di molti più mesi alla ribalta sui media e, a quel punto, di essere convincente sui contenuti. Ma Walter teme che acquisiscano anche quel pizzico di notorietà che ci vuole per "esserci", perché lui non è obbligato a vincere, ma a stravincere con percentuali bulgare.
Certo, in una primaria "americana", cioè democratica, al candidato favorito che si rifiutasse di confrontarsi pubblicamente, anche in tv, con gli altri anche meno noti sarebbe fatto pagare un altissimo prezzo politico presso l'opinione pubblica. E' qualcosa di impensabile. Ed ecco un altro aspetto che rende Veltroni molto, ma molto più lontano di quanto si vorrebbe dai suoi miti americani.
Avvelenato l'editoriale di Andrea Romano, su La Stampa: «Signora mia, non ci sono più le oligarchie di una volta». Il classico caso del bue che dice cornuto all'asino. Oligarchi che accusano altri oligarchi di «verticismo».
Protesta Bersani, per esempio, che alla fine si è piegato «all'ordine di scuderia Ds di produrre un candidato unico». E Goffredo Bettini, che spiega come «Veltroni non accetterà alcuna pesantezza burocratica o spartitoria».
Veltroni si dimostra non molto diverso da Berlusconi. Da grande comunicatore qual è sa bene che al candidato di gran lunga più popolare non conviene accettare confronti con sfidanti pressoché sconosciuti, o anche poco conosciuti, al grande pubblico. In queste situazioni di tale divario di partenza, infatti, al di là dell'esito del confronto, gli sfidanti sconosciuti infrangono la barriera dell'anonimato e rosicchiano consensi. Non che qualcuno di loro abbia concrete speranze di insidiare il successo veltroniano, perché per farlo avrebbe bisogno di molti più mesi alla ribalta sui media e, a quel punto, di essere convincente sui contenuti. Ma Walter teme che acquisiscano anche quel pizzico di notorietà che ci vuole per "esserci", perché lui non è obbligato a vincere, ma a stravincere con percentuali bulgare.
Certo, in una primaria "americana", cioè democratica, al candidato favorito che si rifiutasse di confrontarsi pubblicamente, anche in tv, con gli altri anche meno noti sarebbe fatto pagare un altissimo prezzo politico presso l'opinione pubblica. E' qualcosa di impensabile. Ed ecco un altro aspetto che rende Veltroni molto, ma molto più lontano di quanto si vorrebbe dai suoi miti americani.
Avvelenato l'editoriale di Andrea Romano, su La Stampa: «Signora mia, non ci sono più le oligarchie di una volta». Il classico caso del bue che dice cornuto all'asino. Oligarchi che accusano altri oligarchi di «verticismo».
Protesta Bersani, per esempio, che alla fine si è piegato «all'ordine di scuderia Ds di produrre un candidato unico». E Goffredo Bettini, che spiega come «Veltroni non accetterà alcuna pesantezza burocratica o spartitoria».
«Proprio lui, Bettini, che da anni governa saldamente il Lazio per interposta persona e all'insegna di un perfetto modello di spartizione del potere. Sia reso onore a Bettini e al suo "modello Roma", che ha permesso al centrosinistra di riconquistare quello che un tempo era un solido feudo sbardelliano e postfascista. Ma sarebbe un segno di stile che da quel pulpito si evitasse di fare la lezione sui meriti della sempre più mitologica "società civile" e sui guasti delle logiche spartitorie».Conclude Romano: «Viene da pensare che uno dei problemi del centrosinistra non sia tanto la malattia oligarchica, quanto l'assenza di una buona e sana oligarchia. Quella che vige nei normali partiti democratici, dove le élite si producono attraverso la battaglia delle idee e dove chi vince si insedia al potere senza complessi di colpa. Ma anche senza alcuna illusione sulla propria mortalità politica, sulla trasparenza del proprio mandato e sull’ineluttabile ricambio che verrà dopo la sconfitta».
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