Un simile crollo dell'affluenza potrebbe annunciare un vero e proprio terremoto politico elettorale. Se alle 22 di ieri ha votato circa il 9 per cento in meno che nel 2005, il dato finale dell'affluenza potrebbe faticare non poco a superare il 60 per cento (raggiungendo, ottimisticamente, il 63%), contro il 73 di cinque anni fa. Il fantasma dell'astensionismo si sta dunque materializzando nelle dimensioni più temute e non è difficile intuire chi colpirà: il centrodestra. Anzi, il Pdl. Tre astenuti su quattro potrebbero essere elettori del Pdl, i cui consensi in termini percentuali (considerando anche l'assenza della lista a Roma e provincia) potrebbero fermarsi ben al di sotto del 35%.
Un astensionismo simile potrebbe danneggiare fortemente anche il Pd, mentre a giovarsene - sia pure in termini meramente percentuali e non numerici - sarebbero i principali partiti alleati delle formazioni maggiori (Lega e Di Pietro). La mia impressione è che neanche l'Udc troverà motivi per rallegrarsi. Per quanto riguarda i governi regionali, a questo punto è da escludere un'affermazione del centrodestra in Lazio e Piemonte (e a maggior ragione, di sorprese in Liguria e Puglia neanche a parlarne), mentre rimarrebbe probabile in Campania e Calabria. Risultato finale: 9 a 4 per il centrosinistra.
Riguardo le cause, altro che "sindrome francese". E' ovvio che un astensionismo di tali proporzioni è più di un campanello d'allarme per il governo e le forze di maggioranza che lo sostengono, verso cui l'elettorato mostra disaffezione e disillusione. Ma non è un caso che proprio nel Lazio - dove è assente la lista del Pdl e più forti sono state le polemiche sul caos liste - si registra il picco di astensionismo (il 12% in meno). La sensazione è che a far esplodere la voglia di astensione - da un aumento fisiologico del +2-3% ad un vero e proprio boom del 9% - sia stato più che altro il disgusto per una campagna elettorale che definire anomala sarebbe un eufemismo.
Il caos liste, quindi la battaglia a colpi di ricorsi, carte bollate, decreti e piazze piene, la solita giostra di intercettazioni e le solite inchieste ad orologeria, che tra qualche settimana si riveleranno infondate, le pretestuose polemiche sui talk show Rai, hanno occupato i tre quarti della campagna elettorale, avvelenato il clima e quindi dissolto ogni interesse, già scarso, degli elettori per la competizione elettorale e per candidati già deboli di per sé.
Il governo e le forze che lo sostengono, che evidentemente non hanno corrisposto alle aspettative di cambiamento del proprio elettorato, ci hanno senz'altro messo del loro, hanno offerto il fianco con la loro sciatteria e il loro immobilismo, ma ad ottenere oggi i primi risultati, dopo un anno di tentativi e sforzi andati a vuoto, è il partito della destabilizzazione. Una destabilizzazione perseguita da vari "agenti" - pezzi 'deviati' della magistratura, gruppi economico-editoriali, il partito dei giustizialisti (Santoro-Travaglio-Di Pietro) - ciascuno con il proprio obiettivo (dal semplice abbattimento di Berlusconi alla destrutturazione del bipolarismo, dalla conservazione di un primato morale, e quindi di un potere di condizionamento, sulla politica alla tutela di privilegi corporativi), ma uniti dalla medesima strategia: la delegittimazione dell'intero sistema politico. E complice la soggezione di un Pd in crisi di identità, queste forze hanno sequestrato l'opposizione costituzionale.
Intendiamoci, i politici ce la mettono tutta per delegittimarsi da sé, principalmente non riuscendo a fare il loro lavoro e a far funzionare le istituzioni. Ma è in corso un pericoloso e spregiudicato gioco al massacro, che approfittando della debolezza della politica, avvalendosi di ordini dello Stato fuori controllo e poteri esterni non democratici, e dando sfogo a pulsioni populiste, mette a rischio la democrazia stessa nel nostro Paese. Prima di oggi Berlusconi, con il grande consenso di cui godeva, era l'unico argine. Ma domani? Sarà ancora più difficile per il governo reagire nel solo modo in cui dovrebbe - e avrebbe dovuto-potuto reagire anche prima: riforme, riforme, riforme. Da domani la maggioranza sarà più irrequieta al suo interno, Fini più scalpitante, e il Pd, rinfrancato dal primo stop degli avversari, meno incline a ragionare.
UPDATE: e il partito Montezemolo...
L'astensione record fa comprensibilmente tornare alla memoria l'articolo a doppia firma Andrea Romano-Carlo Calenda, della Fondazione Italia Futura, in cui si invitavano esplicitamente gli elettori a disertare le urne. Non per qualunquismo ma per un «messaggio forte, persino ultimativo, che si manifesterebbe attraverso la decisione consapevole e legittima di non esercitare un diritto di scelta la cui efficacia è stata svilita», mentre votare oggi, «per riprendere il giorno dopo la quotidiana lamentazione sul sistema politico nel suo complesso», rappresenta forse «un qualunquismo ancora peggiore».
In democrazia, ribadisce oggi Andrea Romano al Corriere della Sera, «l'astensione può essere lo strumento con cui l'elettore respinge un'offerta politica deludente». E' certamente ciò che sta accadendo e certamente, come ho scritto, è stata una campagna elettorale «tra le peggiori degli ultimi anni. Rissosa, rivolta all'indietro e non al futuro, mai centrata sui problemi reali, lontanissima dalle aspettative dei giovani». Ma questo «segnale» rappresentato dalla crescita dell'astensione avrà davvero l'effetto di dare «un impulso utile ad un auspicabile rinnovamento del copione»? O piuttosto ad un ulteriore imbarbarimento? Luca Cordero di Montezemolo e il Corriere della Sera rappresenterebbero questo preteso «rinnovamento»? Sembrano già pronti a intestarsi il partito dell'astensione, ma in democrazia dovrebbero contarsi i voti, non i "non voti".
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Monday, March 29, 2010
Wednesday, February 18, 2009
Fine corsa per una classe dirigente dissociata dalla realtà
Il brusco epilogo della corsa veltroniana (e forse anche del Pd) era scritto in quel magnifico, indispensabile libro di Andrea Romano, "Compagni di scuola", sulla classe dirigente dell'ex Pci. E' un testo fondamentale per capire il male profondo della sinistra italiana negli ultimi 20 anni.
Veltroni ha certamente commesso molti errori. Il più madornale l'aver imbarcato il giustizialismo dipietresco dopo aver annunciato che il Pd sarebbe andato "da solo". Un errore che ha sviluppato tutte le sue conseguenze negative proprio nel momento in cui il Pd avrebbe avuto più bisogno di agire libero da condizionamenti, cioè all'indomani delle elezioni.
Il fallimento di Veltroni non sta infatti nella sconfitta elettorale dello scorso aprile (ampiamente prevedibile e comunque a lui non imputabile), ma in quello che è venuto dopo. E' dall'opposizione, infatti, che i grandi leader combattono la battaglia per il rinnovamento del loro partito. Così ha fatto Blair, per citare solo l'esempio più vicino a noi e più eclatante. Ebbene, è qui che Veltroni ha fallito, gettando la maschera indossata in campagna elettorale, dimostrando di essere "riformista", e di aver usato la retorica del "nuovo", solo per necessità tattica, e non per convinzione profonda.
Una convizione e una determinazione - che sarebbero state necessarie per aprire all'interno del partito uno scontro di idee e di leadership aperto e trasparente - che d'altra parte da Veltroni non ci si poteva aspettare, proprio alla luce della sua biografia politica, perché anch'egli fa parte di quella classe dirigente, descritta nel libro di Romano, nata e cresciuta nel mito di Enrico Berlinguer. Un mito che continua a trasmettere come validi una quantità di principi bocciati e falsificati dalla storia, ritardando così qualsiasi cambiamento della sinistra.
Viste le brutte, Veltroni ha ripiegato nell'antiberlusconismo e nella presunta superiorità morale della sinistra, rifugio sicuro per tutte le stagioni ma coacervo di istinti e riflessi che non fanno una cultura di governo.
Su tutti i temi le posizioni del Pd di questi mesi, in cui Veltroni avrebbe dovuto inaugurare una stagione di rinnovamento interno, hanno ricalcato quelle dell'Ulivo all'opposizione tra il 2001 e il 2006. Solo che ormai la gente, anche il cosiddetto "popolo della sinistra", non ci crede più. Tanto che secondo autorevoli istituti di ricerca, alle scorse elezioni politiche per la prima volta si sarebbe verificato un consistente travaso di voti dal Pd direttamente al PdL, cioè dall'Ulivo a Berlusconi. Il problema è che in ogni dibattito che si apre, dai leader all'ultimo dei funzionari del partito tutti o quasi si schierano per la difesa dello status quo, al fianco di istituzioni del tutto screditate. E quanto più lo fanno con il massimo dell'enfasi e della retorica, tanto più agli occhi dei cittadini anche di sinistra appaiono dissociati dalla realtà.
Se si parla di riforma della scuola e dell'università, il Pd si appiattisce sulle posizioni conservatrici dei docenti e dei rettori, o dei sindacati degli insegnanti, in nome di principi altisonanti disattesi nella pratica. Ma tutti sanno che scuola e università non funzionano; se si parla di riforma della contrattazione collettiva, di lavoro o di pensioni, di pubblica amministrazione, il Pd appare imbarazzato e immobilizzato dalle posizioni anacronistiche della Cgil; se si parla di riforma della giustizia, si appiattisce sulle posizioni della magistratura, un'altra istituzione che i cittadini certo non amano.
Anche sul caso Englaro, anziché assumere una posizione nel merito, il Pd ha preferito nascondere le sue divisioni interne e il suo imbarazzo dietro una pretestuosa (e discutibile) difesa della Costituzione, impersonata addirittura da quella vecchia cariatide di Scalfaro. I cittadini non sono stupidi e si rendono conto che la carta ha bisogno di essere riformata, mentre il Pd appare come il cocciuto difensore della sua immodificabilità.
Grida vendetta sentir dire da Veltroni, che ha testardamente voluto l'alleanza con Di Pietro, senza scioglierla neanche quando ormai erano chiari i danni che arrecava al Pd, che la sinistra non deve più essere «salottiera, giustizialista e conservatrice».
Ma c'è un passaggio del suo discorso di commiato che rivela tutta l'inadeguatezza e i limiti persino culturali dell'ex segretario. Quando ha spiegato che Berlusconi «ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio», dimostra non solo di non aver compreso i motivi delle sconfitte elettorali, ma anche di avere una struttura mentale ancora fortemente ideologizzata che gli impedisce di rendersi conto di come funzioni davvero una società. Non è la politica a imporre, o a dover tentare di imporre alla società valori elaborati a tavolino, in una sorta di ingegneria sociale. Sono i valori che emergono dalla e nella società e in democrazia la politica li rappresenta.
E' ora di finirla con questa balla ideologica di Berlusconi che avrebbe "creato" un sistema di (dis)valori. Casomai li rapppresenta. E' questa supponenza e idealizzazione della politica che non permette al Pd di capire a fondo il concetto di rappresentanza e, di conseguenza, di risultare credibile come rappresentante.
Veltroni ha certamente commesso molti errori. Il più madornale l'aver imbarcato il giustizialismo dipietresco dopo aver annunciato che il Pd sarebbe andato "da solo". Un errore che ha sviluppato tutte le sue conseguenze negative proprio nel momento in cui il Pd avrebbe avuto più bisogno di agire libero da condizionamenti, cioè all'indomani delle elezioni.
Il fallimento di Veltroni non sta infatti nella sconfitta elettorale dello scorso aprile (ampiamente prevedibile e comunque a lui non imputabile), ma in quello che è venuto dopo. E' dall'opposizione, infatti, che i grandi leader combattono la battaglia per il rinnovamento del loro partito. Così ha fatto Blair, per citare solo l'esempio più vicino a noi e più eclatante. Ebbene, è qui che Veltroni ha fallito, gettando la maschera indossata in campagna elettorale, dimostrando di essere "riformista", e di aver usato la retorica del "nuovo", solo per necessità tattica, e non per convinzione profonda.
Una convizione e una determinazione - che sarebbero state necessarie per aprire all'interno del partito uno scontro di idee e di leadership aperto e trasparente - che d'altra parte da Veltroni non ci si poteva aspettare, proprio alla luce della sua biografia politica, perché anch'egli fa parte di quella classe dirigente, descritta nel libro di Romano, nata e cresciuta nel mito di Enrico Berlinguer. Un mito che continua a trasmettere come validi una quantità di principi bocciati e falsificati dalla storia, ritardando così qualsiasi cambiamento della sinistra.
Viste le brutte, Veltroni ha ripiegato nell'antiberlusconismo e nella presunta superiorità morale della sinistra, rifugio sicuro per tutte le stagioni ma coacervo di istinti e riflessi che non fanno una cultura di governo.
Su tutti i temi le posizioni del Pd di questi mesi, in cui Veltroni avrebbe dovuto inaugurare una stagione di rinnovamento interno, hanno ricalcato quelle dell'Ulivo all'opposizione tra il 2001 e il 2006. Solo che ormai la gente, anche il cosiddetto "popolo della sinistra", non ci crede più. Tanto che secondo autorevoli istituti di ricerca, alle scorse elezioni politiche per la prima volta si sarebbe verificato un consistente travaso di voti dal Pd direttamente al PdL, cioè dall'Ulivo a Berlusconi. Il problema è che in ogni dibattito che si apre, dai leader all'ultimo dei funzionari del partito tutti o quasi si schierano per la difesa dello status quo, al fianco di istituzioni del tutto screditate. E quanto più lo fanno con il massimo dell'enfasi e della retorica, tanto più agli occhi dei cittadini anche di sinistra appaiono dissociati dalla realtà.
Se si parla di riforma della scuola e dell'università, il Pd si appiattisce sulle posizioni conservatrici dei docenti e dei rettori, o dei sindacati degli insegnanti, in nome di principi altisonanti disattesi nella pratica. Ma tutti sanno che scuola e università non funzionano; se si parla di riforma della contrattazione collettiva, di lavoro o di pensioni, di pubblica amministrazione, il Pd appare imbarazzato e immobilizzato dalle posizioni anacronistiche della Cgil; se si parla di riforma della giustizia, si appiattisce sulle posizioni della magistratura, un'altra istituzione che i cittadini certo non amano.
Anche sul caso Englaro, anziché assumere una posizione nel merito, il Pd ha preferito nascondere le sue divisioni interne e il suo imbarazzo dietro una pretestuosa (e discutibile) difesa della Costituzione, impersonata addirittura da quella vecchia cariatide di Scalfaro. I cittadini non sono stupidi e si rendono conto che la carta ha bisogno di essere riformata, mentre il Pd appare come il cocciuto difensore della sua immodificabilità.
Grida vendetta sentir dire da Veltroni, che ha testardamente voluto l'alleanza con Di Pietro, senza scioglierla neanche quando ormai erano chiari i danni che arrecava al Pd, che la sinistra non deve più essere «salottiera, giustizialista e conservatrice».
Ma c'è un passaggio del suo discorso di commiato che rivela tutta l'inadeguatezza e i limiti persino culturali dell'ex segretario. Quando ha spiegato che Berlusconi «ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio», dimostra non solo di non aver compreso i motivi delle sconfitte elettorali, ma anche di avere una struttura mentale ancora fortemente ideologizzata che gli impedisce di rendersi conto di come funzioni davvero una società. Non è la politica a imporre, o a dover tentare di imporre alla società valori elaborati a tavolino, in una sorta di ingegneria sociale. Sono i valori che emergono dalla e nella società e in democrazia la politica li rappresenta.
E' ora di finirla con questa balla ideologica di Berlusconi che avrebbe "creato" un sistema di (dis)valori. Casomai li rapppresenta. E' questa supponenza e idealizzazione della politica che non permette al Pd di capire a fondo il concetto di rappresentanza e, di conseguenza, di risultare credibile come rappresentante.
Friday, December 19, 2008
I Mao e Lin Piao de' Noantri
Della serie meglio di così non poteva esser detto, Andrea Romano, editorialista de il Riformista, sul suo blog:
Il modo in cui Walter Veltroni si prepara a sfruttare la "questione morale" sarebbe surreale, se non fosse profondamente immorale. In sintesi, Veltroni ha già fatto sapere che quanto sta accadendo a Napoli e altrove dev'essere occasione per un "più profondo rinnovamento". Naturalmente guidato da lui medesimo. Perché "questo non è il mio PD" (ma se non è il suo, di chi mai sarà?). Goffredo Bettini ha tradotto più chiaramente: "Da oggi più poteri a Walter". È il meccanismo maoista del "fuoco sul quartier generale", a patto che il Generale venga tenuto al riparo. È la solita pretesa di incarnare tutto e il contrario di tutto, con la sola condizione di poter sopravvivere a se stessi. Perché la prima e principale "questione morale" è la caduta verticale di credibilità di gente come Veltroni, Bettini, D'Alema, Rutelli e di tutti coloro che stanno convergendo sull’affondamento del PD come risultato della propria permanenza al comando. Un gruppo che ha fatto dell'irresponsabilità istituzionale la propria regola di comportamento, incapace com'è di pensare a soluzioni diverse dalla propria sopravvivenza. Il maoismo veltroniano ne è l'ultima, patetica incarnazione. Chiunque, dentro quelle stanze, avesse a cuore la sopravvivenza del PD dovrebbe entrare e sollevarli di peso.
Il modo in cui Walter Veltroni si prepara a sfruttare la "questione morale" sarebbe surreale, se non fosse profondamente immorale. In sintesi, Veltroni ha già fatto sapere che quanto sta accadendo a Napoli e altrove dev'essere occasione per un "più profondo rinnovamento". Naturalmente guidato da lui medesimo. Perché "questo non è il mio PD" (ma se non è il suo, di chi mai sarà?). Goffredo Bettini ha tradotto più chiaramente: "Da oggi più poteri a Walter". È il meccanismo maoista del "fuoco sul quartier generale", a patto che il Generale venga tenuto al riparo. È la solita pretesa di incarnare tutto e il contrario di tutto, con la sola condizione di poter sopravvivere a se stessi. Perché la prima e principale "questione morale" è la caduta verticale di credibilità di gente come Veltroni, Bettini, D'Alema, Rutelli e di tutti coloro che stanno convergendo sull’affondamento del PD come risultato della propria permanenza al comando. Un gruppo che ha fatto dell'irresponsabilità istituzionale la propria regola di comportamento, incapace com'è di pensare a soluzioni diverse dalla propria sopravvivenza. Il maoismo veltroniano ne è l'ultima, patetica incarnazione. Chiunque, dentro quelle stanze, avesse a cuore la sopravvivenza del PD dovrebbe entrare e sollevarli di peso.
Wednesday, June 25, 2008
Veltroni: non la «nuova stagione», ma tutte le stagioni
L'hanno intitolata «l'ultimo giro di giostra», su il Riformista di oggi, la prefazione di Andrea Romano alla nuova edizione del suo fortunato libro sui "Compagni di scuola", la classe dirigente del Pci-Pds-Ds, anche se l'autore parlava piuttosto di un «ennesimo giro di giostra». Un giudizio severissimo, ma inoppugnabile.La vicenda della generazione di postcomunisti che ha raccontato «si conclude nel segno della sopravvivenza dei tratti di fondo che ne hanno segnato gran parte del percorso», un «intreccio di familismo e tribalismo che ha impedito a quel gruppo di dispiegare il proprio potenziale politico e di diventare un'autentica classe dirigente di stampo europeo».
L'ultimo dei mohicani, che doveva salvare l'onore della "famiglia", Walter Veltroni, si caratterizza per il «suo particolare metodo di costruzione di sé, la sua capacità di solcare le onde del consenso senza mai rischiare troppo in prima persona, il suo sperimentato mestiere di profeta del tutto e del contrario di tutto... la sua capacità di non negarsi a qualsiasi tesi possa rivelarsi conveniente domani se non oggi. Quel metodo che lo ha reso sino a oggi inattaccabile perché mai troppo prigioniero di una sola posizione, dopo aver solcato negli anni tutte le collocazioni disponibili sul mercato politico postcomunista...»
E' stato «tutto e il contrario di tutto», Veltroni. Fino ad oggi. Quello che va da solo ma anche con Di Pietro; quello della «nuova stagione» e del dialogo che sa accodarsi al giustizialismo dipietrista.
«Massimamente disinvolta - scrive Andrea Romano - è stata la gestione della sconfitta». Un Pd che guadagna solo l'1% rispetto alla somma dei voti dei Ds e della Margherita nelle elezioni del 2006, «marginalizzato» nell'Italia settentrionale e meridionale, «incapace di attrarre anche solo in minima parte il voto mobile moderato».
Ma una «disfatta politica prima che elettorale», per non aver portato alle estreme conseguenze la logica con cui aveva intrapreso la campagna agli inizi, che Veltroni ha saputo trasformare in «spettacolare vittoria con l'assoluta disinvoltura di colui che rimane un maestro nella gestione pubblica delle sconfitte. In un partito normale, la campagna elettorale 2008 sarebbe stata per lui la partita della vita. Una partita giocata nel pieno controllo del messaggio e dell'offerta politica, una scommessa che in caso di vittoria lo avrebbe legittimamente condotto al governo ma che dinanzi alla sconfitta avrebbe dovuto spingerlo a dimissioni trasparenti e dignitose. Così come accade nei normali partiti delle normali democrazie. Ma non è questo il caso di chi ha attraversato indenne le tormente del postcomunismo italiano con gli strumenti della dissimulazione e della fuga dalla responsabilità. E che anche in questo caso si mostra impermeabile al semplice dovere di rispondere del fallimento delle proprie scelte politiche. Perché anche in questo caso la colpa del proprio insuccesso è attribuita a qualcun altro (oggi Prodi, ieri D'Alema, prima ancora il comunismo sovietico), mentre l'unico superstite dei compagni di scuola si prepara all'ennesimo giro di giostra».
E oggi Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, scrive che in certi momenti di difficoltà i leader «devono scegliere: tirare dritto, andare alla conta, scontrarsi con i propri nemici interni, oppure galleggiare, sopravvivere piegandosi al volere degli altri». Veltroni ha scelto la seconda opzione, quella da segretario, non da leader. «Ciò che Veltroni deve chiedersi è: che cosa resta di un leader se la piattaforma politica su cui si è impegnato e ha chiesto i consensi viene messa da parte?» Ma secondo me dovrebbe chiedersi cosa resta di un leader se la sua «piattaforma politica» è lui stesso a metterla da parte, rinunciando ad essere il leader di una «nuova stagione» per poter essere il segretario per tutte le stagioni.
Friday, May 23, 2008
E' "luna di miele", il momento di agire
Dopo i primi passi mossi dal governo Berlusconi, cui sono seguiti i promettenti annunci sul nucleare (qui dovranno valere i piani concreti) e il ponte sullo Stretto, si può parlare di vera e propria "luna di miele". I grandi giornali legati al mondo della borghesia e dell'impresa si sono manifestati con gli editoriali di Stefano Folli, per il Sole 24 Ore, e di Massimo Franco, per il Corriere della Sera; con il suo bel discorso di investitura (anche se ci ha infastidito il silenzio omertoso di tutti i maggiori organi d'informazione, stampa e tv, sull'incidente mortale avvenuto in una delle sue fabbriche) Emma Marcegaglia ha schierato Confindustria al fianco del governo, garantendo un atteggiamento non collusivo ma collaborativo per superare la «malattia dell'Italia, la crescita zero».
Una quasi "luna di miele" persino con le banche, che si sono rese disponibili all'idea della rinegoziazione dei mutui. Si può parlare di "luna di miele" anche con il Quirinale, con i ministri che lo informano e lo coinvolgono nelle scelte (vedi Maroni e Frattini) e il presidente Napolitano che ricambia emanando con celerità i decreti sicurezza e rifiuti. Ed è "luna di miele" addirittura con l'opposizione, pronta al dialogo su riforme istituzionali e legge elettorale, ma che mostra un approccio costruttivo anche su temi come la sicurezza, le tasse, i rifiuti, il federalismo fiscale.
A questo punto, Berlusconi deve saper cogliere il vento in poppa e gonfiare le vele del suo governo; sta a lui decidere se vuole passare per colui che gestì il declino, magari addolcendolo, come un Andreotti o un Fanfani, o se vuol essere ricordato come una Thatcher, cambiando il paradigma e i connotati socio-economici al Paese.
Dell'opposizione, del Partito democratico, parleremo più ampiamente in seguito, ma i nodi sono stati ben posti da Andrea Romano, su La Stampa, e si possono riassumere nella domanda: alleanze o contenuti?
Una quasi "luna di miele" persino con le banche, che si sono rese disponibili all'idea della rinegoziazione dei mutui. Si può parlare di "luna di miele" anche con il Quirinale, con i ministri che lo informano e lo coinvolgono nelle scelte (vedi Maroni e Frattini) e il presidente Napolitano che ricambia emanando con celerità i decreti sicurezza e rifiuti. Ed è "luna di miele" addirittura con l'opposizione, pronta al dialogo su riforme istituzionali e legge elettorale, ma che mostra un approccio costruttivo anche su temi come la sicurezza, le tasse, i rifiuti, il federalismo fiscale.
A questo punto, Berlusconi deve saper cogliere il vento in poppa e gonfiare le vele del suo governo; sta a lui decidere se vuole passare per colui che gestì il declino, magari addolcendolo, come un Andreotti o un Fanfani, o se vuol essere ricordato come una Thatcher, cambiando il paradigma e i connotati socio-economici al Paese.
Dell'opposizione, del Partito democratico, parleremo più ampiamente in seguito, ma i nodi sono stati ben posti da Andrea Romano, su La Stampa, e si possono riassumere nella domanda: alleanze o contenuti?
Wednesday, April 30, 2008
I dolori del giovane-vecchio Pd
Luca Ricolfi, oggi su La Stampa, torna a sostenere che la sinistra dovrebbe scrollarsi di dosso l'atteggiamento per cui sembrerebbe che «quando vince la destra è la pancia che parla, quando vince la sinistra è la testa che ragiona». Invece, secondo Ricolfi, il centrosinistra avrebbe ignorato «due fattori macroscopici»: la portata del disastro del Governo Prodi, che Veltroni ha continuato a difendere anche in campagna elettorale minando alla base la credibilità della sua "rupture"; e la mancata «rivoluzione antisnob, quel percorso di rottura con il mondo dei salotti che fu una delle carte vincenti» del New Labour di Blair. Il primo problema della sinistra italiana si conferma quindi la sua «immagine elitaria e anti-popolare», di «seriosi e impermeabili custodi del bene».
Il punto, conclude Ricolfi, «è che questi signori il contatto con la realtà sembrano averlo perso completamente. A forza di parlarsi tra loro non sanno più in che Paese vivono».
E se ieri Andrea Romano nel suo editoriale aveva concluso che «la strada del Pd è ingombra di una generazione politica che ha tentato di sopravvivere a se stessa», oggi salta agli occhi ciò che Blair - secondo quanto riportato da Maria Teresa Meli sul Corriere - avrebbe detto a Veltroni nel loro recentissimo incontro a Roma: «In Europa bisogna chiudere con tutto ciò che ha a che fare con la sinistra».
Ormai l'hanno appurato le analisi dei flussi e lo ha scritto giorni fa Ricolfi: alle elezioni politiche il Pd ha tenuto perché ha sopperito alla perdita di voti verso Udc, PdL e Lega, prosciugando la sinistra. E' comprensibile che nelle prime ore ciò fosse inconfessabile: mentre il centro dell'elettorato veniva conquistato da PdL e Udc, il Pd spostava il suo asse a sinistra. Ma credo che Veltroni fosse consapevole che la via verso il centro gli fosse sbarrata dal mancato accordo tra Berlusconi e Casini. Così ha mirato a drenare voti alla sinistra. Infatti, se nei discorsi di candidatura e investitura a leader sembrava volesse puntare su meno tasse e più sicurezza come temi di "rupture", nel corso della campagna elettorale l'attenzione si è spostata sempre più sulla lotta al precariato. Quella svolta tattica, e l'appello al voto utile anti-berlusconiano sulla base di una rimonta inesistente, gli hanno permesso di limitare i danni, ma i voti presi in prestito dalla sinistra potrebbero tornare a casa molto presto, già alle europee del 2009.
Per questo Veltroni dovrebbe trovare subito con Berlusconi l'accordo per una riforma elettorale (sia per le politiche che per le europee) in grado di blindare l'assetto tendenzialmente bipartitico uscito dalle urne.
Per il Pd sarebbe un errore clamoroso cedere alla tentazione di cercare alleanze a sinistra o al centro. Prosciugando i partiti della Sinistra Arcobaleno, il Pd ha dimostrato che in presenza di voto utile può sbaragliare chiunque. Cercare alleanze proprio con l'Udc e la sinistra vorrebbe dire farsi parassitare. L'unica alternativa al PdL è il Pd, che da oggi in avanti deve solo pensare a prendere i voti che sono andati all'Udc, al PdL e alla Lega. A quelli lì deve mirare, non ad altri. E per andarseli a prendere deve rompere più decisamente con il passato.
Ma farebbe un errore anche il PdL, se credesse di avere una tale forza da poter fare a meno di parlare con Veltroni sulle riforme, e non solo istituzionali. Se il dialogo tra Berlusconi e Veltroni funzionasse, tra mezze intese e un confronti civile, i sindacati difficilmente potrebbero giocare da "veto player", perché ne uscirebbero delegittimati presso un'opinione pubblica che pretende decisioni e cambiamenti.
Le riforme vanno fatte nella prima parte della legislatura (e il referendum elettorale incombe già nel 2009). I due nuovi presidenti delle Camere, sia Fini («La XVI sia una legislatura costituente») che Schifani, hanno pronunciato discorsi d'insediamento pieni di riferimenti al dialogo sulle riforme nella «reciproca legittimazione delle parti» e di omaggi ad alcuni esponenti della sinistra (Napolitano, Marini e la Finocchiaro, sempre «composta e corretta»). Parole evidentemente non casuali o di circostanza, che si aggiungono alla presidenza della Commissione Lavoro che potrebbe essere offerta a Ichino.
Aperture che il Pd non deve assolutamente lasciar cadere nel vuoto, perché non sono che la ripresa di un discorso che lo stesso Veltroni aveva avviato prima della campagna elettorale e, in qualche modo, dimostrano che nonostante la bruciante sconfitta il Pd può davvero essere protagonista di una "nuova stagione" di cui, anche dall'opposizione, potrà raccogliere i frutti. Non solo riforme istituzionali, anche lavoro, merito, tasse, sicurezza. Veltroni dovrà incalzare il governo affinché muova un metro in più nella direzione indicata dagli italiani nelle urne. Solo così potrà catturare gli sguardi proprio di coloro che il 13 e il 14 aprile si sono rivolti per la terza volta a Berlusconi e alla Lega.
Il Pd è in mezzo al guado: non deve spaventarsi della voragine a sinistra, e puntare dritto a riconquistare il centro, magari abbandonando quella spocchia che ha indotto Rutelli, preso dal panico, a ricorrere al pericolo fascista e leghista contro Alemanno.
Il punto, conclude Ricolfi, «è che questi signori il contatto con la realtà sembrano averlo perso completamente. A forza di parlarsi tra loro non sanno più in che Paese vivono».
E se ieri Andrea Romano nel suo editoriale aveva concluso che «la strada del Pd è ingombra di una generazione politica che ha tentato di sopravvivere a se stessa», oggi salta agli occhi ciò che Blair - secondo quanto riportato da Maria Teresa Meli sul Corriere - avrebbe detto a Veltroni nel loro recentissimo incontro a Roma: «In Europa bisogna chiudere con tutto ciò che ha a che fare con la sinistra».
Ormai l'hanno appurato le analisi dei flussi e lo ha scritto giorni fa Ricolfi: alle elezioni politiche il Pd ha tenuto perché ha sopperito alla perdita di voti verso Udc, PdL e Lega, prosciugando la sinistra. E' comprensibile che nelle prime ore ciò fosse inconfessabile: mentre il centro dell'elettorato veniva conquistato da PdL e Udc, il Pd spostava il suo asse a sinistra. Ma credo che Veltroni fosse consapevole che la via verso il centro gli fosse sbarrata dal mancato accordo tra Berlusconi e Casini. Così ha mirato a drenare voti alla sinistra. Infatti, se nei discorsi di candidatura e investitura a leader sembrava volesse puntare su meno tasse e più sicurezza come temi di "rupture", nel corso della campagna elettorale l'attenzione si è spostata sempre più sulla lotta al precariato. Quella svolta tattica, e l'appello al voto utile anti-berlusconiano sulla base di una rimonta inesistente, gli hanno permesso di limitare i danni, ma i voti presi in prestito dalla sinistra potrebbero tornare a casa molto presto, già alle europee del 2009.
Per questo Veltroni dovrebbe trovare subito con Berlusconi l'accordo per una riforma elettorale (sia per le politiche che per le europee) in grado di blindare l'assetto tendenzialmente bipartitico uscito dalle urne.
Per il Pd sarebbe un errore clamoroso cedere alla tentazione di cercare alleanze a sinistra o al centro. Prosciugando i partiti della Sinistra Arcobaleno, il Pd ha dimostrato che in presenza di voto utile può sbaragliare chiunque. Cercare alleanze proprio con l'Udc e la sinistra vorrebbe dire farsi parassitare. L'unica alternativa al PdL è il Pd, che da oggi in avanti deve solo pensare a prendere i voti che sono andati all'Udc, al PdL e alla Lega. A quelli lì deve mirare, non ad altri. E per andarseli a prendere deve rompere più decisamente con il passato.
Ma farebbe un errore anche il PdL, se credesse di avere una tale forza da poter fare a meno di parlare con Veltroni sulle riforme, e non solo istituzionali. Se il dialogo tra Berlusconi e Veltroni funzionasse, tra mezze intese e un confronti civile, i sindacati difficilmente potrebbero giocare da "veto player", perché ne uscirebbero delegittimati presso un'opinione pubblica che pretende decisioni e cambiamenti.
Le riforme vanno fatte nella prima parte della legislatura (e il referendum elettorale incombe già nel 2009). I due nuovi presidenti delle Camere, sia Fini («La XVI sia una legislatura costituente») che Schifani, hanno pronunciato discorsi d'insediamento pieni di riferimenti al dialogo sulle riforme nella «reciproca legittimazione delle parti» e di omaggi ad alcuni esponenti della sinistra (Napolitano, Marini e la Finocchiaro, sempre «composta e corretta»). Parole evidentemente non casuali o di circostanza, che si aggiungono alla presidenza della Commissione Lavoro che potrebbe essere offerta a Ichino.
Aperture che il Pd non deve assolutamente lasciar cadere nel vuoto, perché non sono che la ripresa di un discorso che lo stesso Veltroni aveva avviato prima della campagna elettorale e, in qualche modo, dimostrano che nonostante la bruciante sconfitta il Pd può davvero essere protagonista di una "nuova stagione" di cui, anche dall'opposizione, potrà raccogliere i frutti. Non solo riforme istituzionali, anche lavoro, merito, tasse, sicurezza. Veltroni dovrà incalzare il governo affinché muova un metro in più nella direzione indicata dagli italiani nelle urne. Solo così potrà catturare gli sguardi proprio di coloro che il 13 e il 14 aprile si sono rivolti per la terza volta a Berlusconi e alla Lega.
Il Pd è in mezzo al guado: non deve spaventarsi della voragine a sinistra, e puntare dritto a riconquistare il centro, magari abbandonando quella spocchia che ha indotto Rutelli, preso dal panico, a ricorrere al pericolo fascista e leghista contro Alemanno.
Wednesday, April 16, 2008
Il travaso Sinistra-Pd-Lega e i veri miracolati
Non credo affatto al travaso diretto di voti dalla sinistra massimalista e comunista alla Lega Nord. Certo, è una teoria comoda per il Pd, ma ci dev'essere stato un passaggio intermedio:
Ulivo -> Udc + Lega
Sinistra Arcobaleno -> Pd + Di Pietro + astensione.
Mi sembra poco probabile che un elettore di Bertinotti o di Diliberto voti la Lega. E' molto più probabile che, se scoraggiato si astenga, o se affabulato dal sogno della rimonta voti Veltroni o Di Pietro in funzione anti-berlusconiana. Se fosse così, non sarebbero Berlusconi e la Lega ad essersi spostati a destra dopo aver rinunciato all'Udc, ma Veltroni e il Pd ad essersi spostati a sinistra per fare spazio al centro, guarda un po', proprio alla Lega.
Ne parlo più ampiamente in questo articolo per Ideazione.com.
Ma i veri miracolati di queste elezioni sono i radicali, che vedono tutti eletti i 9 candidati nelle liste del Pd. Non è vero che Pannella ha mentito e Veltroni ha mantenuto la promessa dei «9 eletti sicuri», come scrivono oggi, da sponde opposte, Renato Farina su Libero e Adriano Sofri nella sua "piccola posta" su Il Foglio, i quali devono essere senz'altro più rincoglioniti di Pannella se non hanno ancora capito come funziona la legge elettorale con la quale si è votato.
I candidati radicali sono stati tutti eletti solo perché la Sinistra Arcobaleno non ha ottenuto il 4% alla Camera. Il Pd si è trovato così a spartirsi il 45% dei seggi di minoranza solo con l'Udc e con Di Pietro, mentre era previsto che almeno alla Camera la ripartizione dovesse riguardare anche l'alleanza rosso-verde. Sorprende l'ignoranza di alcuni commentatori.
E c'è da rimanere davvero ammirati del cinismo dei radicali, che senza il minimo sforzo riescono addirittura a migliorare la loro presenza parlamentare, nonostante la sconfitta della coalizione. Entrano al Senato e aumentano di due unità il numero di parlamentari. Ciò a fronte del progressivo azzeramento del loro elettorato, come dimostra il dato su Roma, dove presentandosi con il simbolo "Lista Bonino-Radicali" ottengono lo 0,68% dei voti. Tanto per capirci, la lista "Forza Roma" ha preso lo 0,32%. E nella capitale storicamente raggiungevano percentuali al di sopra della loro media nazionale. Dunque, dovrebbero ringraziare Veltroni per non avergli fatto presentare il loro simbolo collegato, che' probabilmente avrebbero fatto la fine di Boselli.
E a proposito di Roma, andiamo verso un ballottaggio interessante. Rutelli è provatissimo da un deludente 45,7 (inferiore di un punto al totale dei voti presi dalle liste che lo appoggiano), mentre Alemanno è lanciatissimo dopo aver sfondato quota 40%. Sarà una sfida all'ultimo sangue, perché dopo la sconfitta Roma per il Pd e la sinistra diventa una linea del Piave, ma Alemanno potrà sfruttare l'effetto traino della vittoria "landslide" a livello nazionale.
Ulivo -> Udc + Lega
Sinistra Arcobaleno -> Pd + Di Pietro + astensione.
Mi sembra poco probabile che un elettore di Bertinotti o di Diliberto voti la Lega. E' molto più probabile che, se scoraggiato si astenga, o se affabulato dal sogno della rimonta voti Veltroni o Di Pietro in funzione anti-berlusconiana. Se fosse così, non sarebbero Berlusconi e la Lega ad essersi spostati a destra dopo aver rinunciato all'Udc, ma Veltroni e il Pd ad essersi spostati a sinistra per fare spazio al centro, guarda un po', proprio alla Lega.
Ne parlo più ampiamente in questo articolo per Ideazione.com.
Ma i veri miracolati di queste elezioni sono i radicali, che vedono tutti eletti i 9 candidati nelle liste del Pd. Non è vero che Pannella ha mentito e Veltroni ha mantenuto la promessa dei «9 eletti sicuri», come scrivono oggi, da sponde opposte, Renato Farina su Libero e Adriano Sofri nella sua "piccola posta" su Il Foglio, i quali devono essere senz'altro più rincoglioniti di Pannella se non hanno ancora capito come funziona la legge elettorale con la quale si è votato.
I candidati radicali sono stati tutti eletti solo perché la Sinistra Arcobaleno non ha ottenuto il 4% alla Camera. Il Pd si è trovato così a spartirsi il 45% dei seggi di minoranza solo con l'Udc e con Di Pietro, mentre era previsto che almeno alla Camera la ripartizione dovesse riguardare anche l'alleanza rosso-verde. Sorprende l'ignoranza di alcuni commentatori.
E c'è da rimanere davvero ammirati del cinismo dei radicali, che senza il minimo sforzo riescono addirittura a migliorare la loro presenza parlamentare, nonostante la sconfitta della coalizione. Entrano al Senato e aumentano di due unità il numero di parlamentari. Ciò a fronte del progressivo azzeramento del loro elettorato, come dimostra il dato su Roma, dove presentandosi con il simbolo "Lista Bonino-Radicali" ottengono lo 0,68% dei voti. Tanto per capirci, la lista "Forza Roma" ha preso lo 0,32%. E nella capitale storicamente raggiungevano percentuali al di sopra della loro media nazionale. Dunque, dovrebbero ringraziare Veltroni per non avergli fatto presentare il loro simbolo collegato, che' probabilmente avrebbero fatto la fine di Boselli.
E a proposito di Roma, andiamo verso un ballottaggio interessante. Rutelli è provatissimo da un deludente 45,7 (inferiore di un punto al totale dei voti presi dalle liste che lo appoggiano), mentre Alemanno è lanciatissimo dopo aver sfondato quota 40%. Sarà una sfida all'ultimo sangue, perché dopo la sconfitta Roma per il Pd e la sinistra diventa una linea del Piave, ma Alemanno potrà sfruttare l'effetto traino della vittoria "landslide" a livello nazionale.
Monday, March 10, 2008
La Spagna ancora a Zapatero
La Spagna ancora in mano a Zapatero. Politica estera, anti-occidentale e isolazionista, da dimenticare; tragici errori nelle trattative con l'Eta; ma la politica sui diritti civili e il mantenimento della barra riformista di Aznar in economia mi sembrano aver portato alla sua riconferma. I Popolari crescono nonostante la sconfitta, mentre perdono i piccoli partiti. Oltre a Zapatero, quindi il vincitore di queste elezioni è il bipartitismo.
Terrorismo basco e rallentamento della corsa dell'economia spagnola saranno le maggiori sfide che Zapatero dovrà affrontare, indicate nell'ottimo punto di Enzo Reale, su Ideazione.com.
Di diverso tenore ma interessante anche il commento di Andrea Romano, su La Stampa: «Fino a ieri Zapatero ci era apparso quasi un leader per caso, arrivato al governo nella sorpresa dei più e ancora atteso alla prova della maturità. Al di là delle facili mitologie con cui una parte della sinistra italiana si è precipitata a riconoscervi l'ennesimo vangelo dottrinario, il suo "socialismo dei cittadini" poteva apparire come una fumisteria post-ideologica». Ma ora Zapatero è «un leader adulto» e dovrà dimostrare di poter «competere con l'eredità di governo di González e di Aznar. Perché da oggi e per i quattro anni del suo secondo mandato la sua leadership potrà dimostrare la sua vera sostanza, trovandosi tra l'altro alle prese con un ciclo economico che si annuncia assai meno favorevole di quello appena concluso... Chiamato a guidare un paese in forma meno smagliante di quello che aveva ereditato da Aznar, dovrà mostrare la stoffa di un leader capace di avere mano adatta anche ai tempi difficili».
Terrorismo basco e rallentamento della corsa dell'economia spagnola saranno le maggiori sfide che Zapatero dovrà affrontare, indicate nell'ottimo punto di Enzo Reale, su Ideazione.com.
Di diverso tenore ma interessante anche il commento di Andrea Romano, su La Stampa: «Fino a ieri Zapatero ci era apparso quasi un leader per caso, arrivato al governo nella sorpresa dei più e ancora atteso alla prova della maturità. Al di là delle facili mitologie con cui una parte della sinistra italiana si è precipitata a riconoscervi l'ennesimo vangelo dottrinario, il suo "socialismo dei cittadini" poteva apparire come una fumisteria post-ideologica». Ma ora Zapatero è «un leader adulto» e dovrà dimostrare di poter «competere con l'eredità di governo di González e di Aznar. Perché da oggi e per i quattro anni del suo secondo mandato la sua leadership potrà dimostrare la sua vera sostanza, trovandosi tra l'altro alle prese con un ciclo economico che si annuncia assai meno favorevole di quello appena concluso... Chiamato a guidare un paese in forma meno smagliante di quello che aveva ereditato da Aznar, dovrà mostrare la stoffa di un leader capace di avere mano adatta anche ai tempi difficili».
Thursday, January 10, 2008
Invidia e rassegnazione
I due sentimenti che si provano, il primo guardando allo spettacolo democratico delle Primarie Usa, il secondo alla politica-spazzatura in cui siamo sommersi in Italia. Sentimenti espressi in modo eloquente da Andrea Romano, oggi su La Stampa:
«Che invidia per queste primarie americane! Noi siamo qui a turarci il naso, cercando qualche buon motivo per continuare a sostenere un gruppo di reduci capeggiato dal loro ultimo capitano Veltroni, o un'armata brancaleone guidata dall'ineluttabile Berlusconi. Mentre loro vanno avanti con continui colpi di scena, in una competizione tutta giocata sulla forza delle idee e sul carisma di personaggi che per conquistare la leadership non hanno atteso di essere gentilmente invitati a bordo. C'è poco da fare, per una volta siamo autorizzati a rosicare. Perché lo spettacolo di una politica vitale che torna a coinvolgere milioni di cittadini è così clamorosamente lontano dalle nostre ultime e meste cronache da spingerci ad una certa cupezza di pensiero...»
«Un'esibizione di freschezza politica che non nasce solo dalla tradizione di una democrazia antica, ma anche e soprattutto da partiti che hanno saputo coltivare la cultura del confronto senza alcuna reticenza». I Democratici, nei difficili anni all'opposizione, non hanno ceduto «alla rassegnazione del radicalismo minoritario» ma preparato leadership alternative e competitive. I Repubblicani non si sono adagiati e hanno saputo «guardare da tempo oltre il bushismo», dando dimostrazione di una «cultura politica molto più articolata di quanto ci hanno raccontato alcune caricature europee degli ultimi anni».
«Il confronto con la politica italiana è scontato e impietoso», conclude Romano.
«Che invidia per queste primarie americane! Noi siamo qui a turarci il naso, cercando qualche buon motivo per continuare a sostenere un gruppo di reduci capeggiato dal loro ultimo capitano Veltroni, o un'armata brancaleone guidata dall'ineluttabile Berlusconi. Mentre loro vanno avanti con continui colpi di scena, in una competizione tutta giocata sulla forza delle idee e sul carisma di personaggi che per conquistare la leadership non hanno atteso di essere gentilmente invitati a bordo. C'è poco da fare, per una volta siamo autorizzati a rosicare. Perché lo spettacolo di una politica vitale che torna a coinvolgere milioni di cittadini è così clamorosamente lontano dalle nostre ultime e meste cronache da spingerci ad una certa cupezza di pensiero...»
«Un'esibizione di freschezza politica che non nasce solo dalla tradizione di una democrazia antica, ma anche e soprattutto da partiti che hanno saputo coltivare la cultura del confronto senza alcuna reticenza». I Democratici, nei difficili anni all'opposizione, non hanno ceduto «alla rassegnazione del radicalismo minoritario» ma preparato leadership alternative e competitive. I Repubblicani non si sono adagiati e hanno saputo «guardare da tempo oltre il bushismo», dando dimostrazione di una «cultura politica molto più articolata di quanto ci hanno raccontato alcune caricature europee degli ultimi anni».
«Il confronto con la politica italiana è scontato e impietoso», conclude Romano.
«Dall'altra parte dell'Atlantico ci mandano a dire che la politica funziona benissimo, quando si decide di farla funzionare. Quando i partiti sono costretti a promuovere nuove leadership, quando il consenso e il potere sono legati alla capacità di produrre idee, quando la buona retorica è alimentata dalla volontà di sfidare e decidere. È la politica che appassiona e che coinvolge. Quella che nessun Beppe Grillo riuscirebbe ad umiliare, ma che per ora siamo costretti a guardare da lontano con malinconia».
Friday, December 21, 2007
D'Alema e il pragmatismo ritrovato
Unilaterale quando ti conviene
Da quando Massimo D'Alema ha ritrovato la lingua della concretezza l'Italia è tornata ad avere un ministro degli Esteri di qualità. Da quando si è finalmente appannato il velleitarismo con cui la Farnesina era stata trasformata in sponda dei più vari fermenti antiamericani o antisraeliani, da cercare sotto la bandiera di Hezbollah o dell'Iran di Ahmadinejad, la nostra politica estera sembra restituita a un registro di sano pragmatismo». Così Andrea Romano, oggi su La Stampa.
E' la politica estera «più saggia per un Paese come l'Italia che non voglia rinunciare a svolgere la propria parte in quella porzione d'Europa che solo qualche anno fa ha contribuito a stabilizzare, pur tra molte fatiche e ambiguità: evitare di nascondersi dietro il paravento dell'unanimismo Onu, prendersi le proprie responsabilità insieme con i partner, anticipare l'evolversi di una crisi che solo con molta malasorte potrebbe riportarci al Kosovo in guerra di qualche anno fa», prosegue Romano, che conclude suggerendo a D'Alema di «tornare a cimentarsi con quanto gli è sempre riuscito meglio: governare i rapporti di forza reali senza perdere di vista il senso di cos'è giusto e cos'è sbagliato».
Anche noi riconosciamo a D'Alema questo ritrovato «sano pragmatismo», di cui diede prova nel '99 facendo partecipare l'Italia in prima linea nell'intervento Nato contro la Serbia di Milosevic. Proprio perché non partecipiamo alla demonizzazione dell'unilateralismo Usa, neanche oggi critichiamo la posizione del ministro D'Alema sull'indipendenza del Kosovo, che però dovrà pur riconoscere che qualche volta, quando l'Onu è impotente, qualcuno deve pur prendersi le responsabilità cui gli eventi richiamano: anche in modo unilaterale, oggi come nel '99.
Da quando Massimo D'Alema ha ritrovato la lingua della concretezza l'Italia è tornata ad avere un ministro degli Esteri di qualità. Da quando si è finalmente appannato il velleitarismo con cui la Farnesina era stata trasformata in sponda dei più vari fermenti antiamericani o antisraeliani, da cercare sotto la bandiera di Hezbollah o dell'Iran di Ahmadinejad, la nostra politica estera sembra restituita a un registro di sano pragmatismo». Così Andrea Romano, oggi su La Stampa.
E' la politica estera «più saggia per un Paese come l'Italia che non voglia rinunciare a svolgere la propria parte in quella porzione d'Europa che solo qualche anno fa ha contribuito a stabilizzare, pur tra molte fatiche e ambiguità: evitare di nascondersi dietro il paravento dell'unanimismo Onu, prendersi le proprie responsabilità insieme con i partner, anticipare l'evolversi di una crisi che solo con molta malasorte potrebbe riportarci al Kosovo in guerra di qualche anno fa», prosegue Romano, che conclude suggerendo a D'Alema di «tornare a cimentarsi con quanto gli è sempre riuscito meglio: governare i rapporti di forza reali senza perdere di vista il senso di cos'è giusto e cos'è sbagliato».
Anche noi riconosciamo a D'Alema questo ritrovato «sano pragmatismo», di cui diede prova nel '99 facendo partecipare l'Italia in prima linea nell'intervento Nato contro la Serbia di Milosevic. Proprio perché non partecipiamo alla demonizzazione dell'unilateralismo Usa, neanche oggi critichiamo la posizione del ministro D'Alema sull'indipendenza del Kosovo, che però dovrà pur riconoscere che qualche volta, quando l'Onu è impotente, qualcuno deve pur prendersi le responsabilità cui gli eventi richiamano: anche in modo unilaterale, oggi come nel '99.
Tuesday, August 28, 2007
Veltroni ha voglia di "decidere"
Avete notato l'intervista di Veltroni al Corriere? E' tutta un decidere.
«Chi lavora con me sa che sono abbastanza tosto, molto più di quanto dicano. Non odio nessuno, ho rispetto e curiosità per gli altri, preferisco unire anziché dividere. Ma non ho mai avuto timore di esprimere idee controcorrente; a cominciare, dieci anni fa, dall'idea del Partito Democratico. E non ho timore di decidere... Si ascolta, si consulta, si tratta; ma, alla fine, si decide».
E' chiaro il tentativo del sindaco di scrollarsi di dosso l'immagine di buonista, talmente ecumenico da includere nelle sue coalizioni tutto e il contrario di tutto, senza mai scontentare nessuno; del politico che fa appello a valori meravigliosi, impossibili da non condividere, mentre scansa, elude il momento della decisione che ha un costo.
Veltroni «concilia, usa la formula magica del coniugare, è il sindaco juventino che si mette la sciarpa giallorossa, è la suggestione che unisce e mai la scelta che divide», scriveva tempo fa Pierluigi Battista. Deve averlo letto, Veltroni, e sta cercando di far sbiadire il ritratto del Veltroni come finora lo abbiamo conosciuto.
La politica fatta di scelte rischiose, sfide ideali, responsabilità, è estranea al veltronismo, ma ora forse Walter ha capito che se vuole davvero convincere gli italiani deve abbandonare lui per primo il veltronismo. Ha fiuto e avverte che in questo momento gli italiani aspettano il politico d'azione, il decisionista.
«L'Italia rischia di morire di vecchiaia. Di parole. Di occasioni perdute. Di veti. Di conservatorismi». Si dice a favore di «un'idea di democrazia che non è veto e non è "mors tua vita mea". Tanti italiani si ribellano all'incapacità della politica di decidere, e ne trovano insopportabili i toni».
Il programma di governo? Non di 280 cartelle, ma di «10 punti, chiari, netti, identificabili». Al paese serve un «grande choc di innovazione. Una semplificazione della vita pubblica. Il rilancio delle infrastrutture. Una sterzata profonda verso la formazione, la ricerca, l'innovazione. E una riforma del patto fiscale». Le proposte al riguardo seguiranno tra breve. Preferisce il sistema elettorale francese, maggioritario a doppio turno, e mette in guardia la sinistra: guai a lasciare il tema della sicurezza alla destra.
Poi la solita retorica anti-individualista: «Combatto una società che fa carta straccia dei valori... Si è voluta la società dell'io, in cui il prossimo è solo un concorrente; eccone i risultati. E non accetto prediche da chi ha alimentato questo Zeitgeist, questo spirito del tempo». E la caduta nel luogo comune: è tutta colpa della tv.
Sarà vera svolta o, come ha scritto Andrea Romano, è «la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione».
«Chi lavora con me sa che sono abbastanza tosto, molto più di quanto dicano. Non odio nessuno, ho rispetto e curiosità per gli altri, preferisco unire anziché dividere. Ma non ho mai avuto timore di esprimere idee controcorrente; a cominciare, dieci anni fa, dall'idea del Partito Democratico. E non ho timore di decidere... Si ascolta, si consulta, si tratta; ma, alla fine, si decide».
E' chiaro il tentativo del sindaco di scrollarsi di dosso l'immagine di buonista, talmente ecumenico da includere nelle sue coalizioni tutto e il contrario di tutto, senza mai scontentare nessuno; del politico che fa appello a valori meravigliosi, impossibili da non condividere, mentre scansa, elude il momento della decisione che ha un costo.
Veltroni «concilia, usa la formula magica del coniugare, è il sindaco juventino che si mette la sciarpa giallorossa, è la suggestione che unisce e mai la scelta che divide», scriveva tempo fa Pierluigi Battista. Deve averlo letto, Veltroni, e sta cercando di far sbiadire il ritratto del Veltroni come finora lo abbiamo conosciuto.
La politica fatta di scelte rischiose, sfide ideali, responsabilità, è estranea al veltronismo, ma ora forse Walter ha capito che se vuole davvero convincere gli italiani deve abbandonare lui per primo il veltronismo. Ha fiuto e avverte che in questo momento gli italiani aspettano il politico d'azione, il decisionista.
«L'Italia rischia di morire di vecchiaia. Di parole. Di occasioni perdute. Di veti. Di conservatorismi». Si dice a favore di «un'idea di democrazia che non è veto e non è "mors tua vita mea". Tanti italiani si ribellano all'incapacità della politica di decidere, e ne trovano insopportabili i toni».
Il programma di governo? Non di 280 cartelle, ma di «10 punti, chiari, netti, identificabili». Al paese serve un «grande choc di innovazione. Una semplificazione della vita pubblica. Il rilancio delle infrastrutture. Una sterzata profonda verso la formazione, la ricerca, l'innovazione. E una riforma del patto fiscale». Le proposte al riguardo seguiranno tra breve. Preferisce il sistema elettorale francese, maggioritario a doppio turno, e mette in guardia la sinistra: guai a lasciare il tema della sicurezza alla destra.
Poi la solita retorica anti-individualista: «Combatto una società che fa carta straccia dei valori... Si è voluta la società dell'io, in cui il prossimo è solo un concorrente; eccone i risultati. E non accetto prediche da chi ha alimentato questo Zeitgeist, questo spirito del tempo». E la caduta nel luogo comune: è tutta colpa della tv.
Sarà vera svolta o, come ha scritto Andrea Romano, è «la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione».
Tuesday, August 07, 2007
Primarie assai poco americane
A riprova del carattere non democratico e men che meno "americano" del nascente Partito democratico, la decisione di vietare gli spot e quella di relegare agli ultimi giorni i confronti pubblici tra i candidati, comunque non televisivi ma organizzati dai vari comitati.
Veltroni si dimostra non molto diverso da Berlusconi. Da grande comunicatore qual è sa bene che al candidato di gran lunga più popolare non conviene accettare confronti con sfidanti pressoché sconosciuti, o anche poco conosciuti, al grande pubblico. In queste situazioni di tale divario di partenza, infatti, al di là dell'esito del confronto, gli sfidanti sconosciuti infrangono la barriera dell'anonimato e rosicchiano consensi. Non che qualcuno di loro abbia concrete speranze di insidiare il successo veltroniano, perché per farlo avrebbe bisogno di molti più mesi alla ribalta sui media e, a quel punto, di essere convincente sui contenuti. Ma Walter teme che acquisiscano anche quel pizzico di notorietà che ci vuole per "esserci", perché lui non è obbligato a vincere, ma a stravincere con percentuali bulgare.
Certo, in una primaria "americana", cioè democratica, al candidato favorito che si rifiutasse di confrontarsi pubblicamente, anche in tv, con gli altri anche meno noti sarebbe fatto pagare un altissimo prezzo politico presso l'opinione pubblica. E' qualcosa di impensabile. Ed ecco un altro aspetto che rende Veltroni molto, ma molto più lontano di quanto si vorrebbe dai suoi miti americani.
Avvelenato l'editoriale di Andrea Romano, su La Stampa: «Signora mia, non ci sono più le oligarchie di una volta». Il classico caso del bue che dice cornuto all'asino. Oligarchi che accusano altri oligarchi di «verticismo».
Protesta Bersani, per esempio, che alla fine si è piegato «all'ordine di scuderia Ds di produrre un candidato unico». E Goffredo Bettini, che spiega come «Veltroni non accetterà alcuna pesantezza burocratica o spartitoria».
Veltroni si dimostra non molto diverso da Berlusconi. Da grande comunicatore qual è sa bene che al candidato di gran lunga più popolare non conviene accettare confronti con sfidanti pressoché sconosciuti, o anche poco conosciuti, al grande pubblico. In queste situazioni di tale divario di partenza, infatti, al di là dell'esito del confronto, gli sfidanti sconosciuti infrangono la barriera dell'anonimato e rosicchiano consensi. Non che qualcuno di loro abbia concrete speranze di insidiare il successo veltroniano, perché per farlo avrebbe bisogno di molti più mesi alla ribalta sui media e, a quel punto, di essere convincente sui contenuti. Ma Walter teme che acquisiscano anche quel pizzico di notorietà che ci vuole per "esserci", perché lui non è obbligato a vincere, ma a stravincere con percentuali bulgare.
Certo, in una primaria "americana", cioè democratica, al candidato favorito che si rifiutasse di confrontarsi pubblicamente, anche in tv, con gli altri anche meno noti sarebbe fatto pagare un altissimo prezzo politico presso l'opinione pubblica. E' qualcosa di impensabile. Ed ecco un altro aspetto che rende Veltroni molto, ma molto più lontano di quanto si vorrebbe dai suoi miti americani.
Avvelenato l'editoriale di Andrea Romano, su La Stampa: «Signora mia, non ci sono più le oligarchie di una volta». Il classico caso del bue che dice cornuto all'asino. Oligarchi che accusano altri oligarchi di «verticismo».
Protesta Bersani, per esempio, che alla fine si è piegato «all'ordine di scuderia Ds di produrre un candidato unico». E Goffredo Bettini, che spiega come «Veltroni non accetterà alcuna pesantezza burocratica o spartitoria».
«Proprio lui, Bettini, che da anni governa saldamente il Lazio per interposta persona e all'insegna di un perfetto modello di spartizione del potere. Sia reso onore a Bettini e al suo "modello Roma", che ha permesso al centrosinistra di riconquistare quello che un tempo era un solido feudo sbardelliano e postfascista. Ma sarebbe un segno di stile che da quel pulpito si evitasse di fare la lezione sui meriti della sempre più mitologica "società civile" e sui guasti delle logiche spartitorie».Conclude Romano: «Viene da pensare che uno dei problemi del centrosinistra non sia tanto la malattia oligarchica, quanto l'assenza di una buona e sana oligarchia. Quella che vige nei normali partiti democratici, dove le élite si producono attraverso la battaglia delle idee e dove chi vince si insedia al potere senza complessi di colpa. Ma anche senza alcuna illusione sulla propria mortalità politica, sulla trasparenza del proprio mandato e sull’ineluttabile ricambio che verrà dopo la sconfitta».
Thursday, June 28, 2007
Il rischio che il piano di Veltroni sia solo Veltroni
Dal discorso al Lingotto di Torino Andrea Romano ha visto emergere un Veltroni «vero leader del centrosinistra italiano». «Di quello reale e non immaginario», cioè di «un campo nel quale riformisti e massimalisti convivono a contatto di gomito, ogni giorno mandandosi al diavolo e ogni giorno rinnovando i sacri voti di un'alleanza che non ha alternative. Per ognuno Walter ha avuto un segno di attenzione, un impegno, una parola».
Ecco, è proprio questo, invece, il punto debole, a prescindere da quanto innovativo si giudichi, nel merito, il discorso programmatico di Veltroni. Chi ha detto che quell'alleanza «non ha alternative»? E secondo quale misteriosa alchimia Veltroni non subirà dai massimalisti quei veti che hanno subito dal '96 in poi Prodi, D'Alema, Amato, poi di nuovo Prodi?
Anche secondo Luca Ricolfi si tratta di domande lecite: «Come mai tutte le belle cose che dite di voler fare, una volta arrivati al governo non riuscite mai a farle? Tradotto più crudamente: perché la ciambella che non sta riuscendo a Prodi dovrebbe riuscire a Veltroni?» Solo per le sue doti personali? Sarebbe una mozione fideistica. Sarebbe un errore affidarsi alle presunte doti taumaturgiche di Veltroni, e indurre egli stesso a sopravvalutarle. Meglio la concretezza di un progetto politico.
E' vero che al di là di concretezze e vaghezze, Veltroni si è sforzato di tendere una mano ai ceti medi e produttivi, a quel centro pragmatico dell'elettorato, per il quale non importa se una cosa sia "di destra" o è "di sinistra", basta che serva, ma dovrebbe spiegare come intende rendere praticabili politicamente i suoi piani a fronte dei soliti veti di sindacati e sinistra comunista. Ci sarà tempo per valutare la credibilità dell'operazione.
Ecco, è proprio questo, invece, il punto debole, a prescindere da quanto innovativo si giudichi, nel merito, il discorso programmatico di Veltroni. Chi ha detto che quell'alleanza «non ha alternative»? E secondo quale misteriosa alchimia Veltroni non subirà dai massimalisti quei veti che hanno subito dal '96 in poi Prodi, D'Alema, Amato, poi di nuovo Prodi?
Anche secondo Luca Ricolfi si tratta di domande lecite: «Come mai tutte le belle cose che dite di voler fare, una volta arrivati al governo non riuscite mai a farle? Tradotto più crudamente: perché la ciambella che non sta riuscendo a Prodi dovrebbe riuscire a Veltroni?» Solo per le sue doti personali? Sarebbe una mozione fideistica. Sarebbe un errore affidarsi alle presunte doti taumaturgiche di Veltroni, e indurre egli stesso a sopravvalutarle. Meglio la concretezza di un progetto politico.
E' vero che al di là di concretezze e vaghezze, Veltroni si è sforzato di tendere una mano ai ceti medi e produttivi, a quel centro pragmatico dell'elettorato, per il quale non importa se una cosa sia "di destra" o è "di sinistra", basta che serva, ma dovrebbe spiegare come intende rendere praticabili politicamente i suoi piani a fronte dei soliti veti di sindacati e sinistra comunista. Ci sarà tempo per valutare la credibilità dell'operazione.
Tuesday, June 26, 2007
Veltroni non può più nascondersi
Del veltronismo abbiamo già parlato in un post di qualche giorno fa, chiedendoci se nei prossimi mesi si aprirà davvero l'era del veltronismo "nazionale", se cioè il sindaco di Roma riuscirà a trasferire a livello nazionale il suo modello romano di creazione del consenso e gestione del potere.
Dipende.
L'estraneità del veltronismo alla politica "adrenalinica", fatta di scelte rischiose, potrebbe spiegare con largo anticipo il fallimento della sua trasposizione a livello nazionale. «Responsabilità, coerenza, coraggio di condurre battaglie ideali e culturali in campo aperto» sono le qualità della leadership citate da Andrea Romano parlando del blairismo, ben diverse però dal sonnacchioso galleggiamento di Veltroni, al quale si addicono di più «la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione».
A questo punto, tuttavia, Veltroni ha di fronte a sé due strade. Può porsi in continuità con il suo personaggio: continuare cioè a magnificare valori impossibili da non condividere, scansando ogni scelta che possa provocare divisioni, e a usare una retorica tanto vuota e generica da non scontentare nessuno, da non dover scartare nulla, per godere del consenso del più ampio arco di forze politiche e cercare di riprodurre la sua fortunata, anche se inconcludente, formula di potere. Oppure, può sorprenderci: decidendo che sia giunta l'ora di incassare l'ampio consenso di cui gode presso l'opinione pubblica e investirlo in un progetto politico qualificante, per il quale cioè sia disposto ad accettare la rottura di quella concordia, nella sinistra, sulla sua immagine di sindaco e candidato "buono per tutti".
Dovrebbe indicare per tempo cosa intende fare, avere il coraggio di scontentare qualcuno, pronunciarsi subito in modo netto su tre o quattro questioni, come le pensioni, le tasse, la Tav, la sicurezza, e via via su tutti gli altri temi dell'agenda di governo. Solo esponendosi, accettando il rischio della sfida politica in campo aperto, può vincere e, forte di una legittimità fondata su impegni chiari presi nei confronti dei cittadini, riuscire a governare.
Se vuole evitare di incamminarsi sulla stessa via prodiana al fallimento, guai a bissare le finte primarie che incoronarono Prodi nell'ottobre 2005. Da un nuovo plebiscito, stavolta per Veltroni, senza vere alternative e senza l'indicazione di una linea di governo chiara, dirimente, uscirebbe l'ennesimo programma di 281 pagine "fatto apposta per sommare le proposte di tutti i partiti della coalizione senza sostanzialmente sceglierne nessuna".
Perché la candidatura di Veltroni non sia solo un'operazione di cosmesi, e il Partito democratico non si riveli che un altro nome con cui chiamare l’Ulivo, ereditandone tutti i problemi, Veltroni dovrebbe rompere con la sinistra massimalista e comunista, dichiarare prima possibile che il Partito democratico si presenta ai cittadini come forza capace di assumere autonomamente la responsabilità del governo, e a questo scopo dovrebbe sostenere una legge elettorale uninominale. In un sistema maggioritario, infatti, con il suo 30% il Pd potrebbe aspirare a conquistare tutti o quasi i collegi non vinti da un partito di centrodestra. Quasi il 50% dei seggi in caso di sconfitta. Un po' di più in caso di vittoria.
Sarebbe questa la vera riforma della sinistra, e la via maestra per la riforma del paese, ma dubitiamo che Veltroni intenda intraprenderla. Non rimane che aspettare il discorso di mercoledì, al Lingotto di Torino.
Da LibMagazine
Dipende.
L'estraneità del veltronismo alla politica "adrenalinica", fatta di scelte rischiose, potrebbe spiegare con largo anticipo il fallimento della sua trasposizione a livello nazionale. «Responsabilità, coerenza, coraggio di condurre battaglie ideali e culturali in campo aperto» sono le qualità della leadership citate da Andrea Romano parlando del blairismo, ben diverse però dal sonnacchioso galleggiamento di Veltroni, al quale si addicono di più «la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione».
A questo punto, tuttavia, Veltroni ha di fronte a sé due strade. Può porsi in continuità con il suo personaggio: continuare cioè a magnificare valori impossibili da non condividere, scansando ogni scelta che possa provocare divisioni, e a usare una retorica tanto vuota e generica da non scontentare nessuno, da non dover scartare nulla, per godere del consenso del più ampio arco di forze politiche e cercare di riprodurre la sua fortunata, anche se inconcludente, formula di potere. Oppure, può sorprenderci: decidendo che sia giunta l'ora di incassare l'ampio consenso di cui gode presso l'opinione pubblica e investirlo in un progetto politico qualificante, per il quale cioè sia disposto ad accettare la rottura di quella concordia, nella sinistra, sulla sua immagine di sindaco e candidato "buono per tutti".
Dovrebbe indicare per tempo cosa intende fare, avere il coraggio di scontentare qualcuno, pronunciarsi subito in modo netto su tre o quattro questioni, come le pensioni, le tasse, la Tav, la sicurezza, e via via su tutti gli altri temi dell'agenda di governo. Solo esponendosi, accettando il rischio della sfida politica in campo aperto, può vincere e, forte di una legittimità fondata su impegni chiari presi nei confronti dei cittadini, riuscire a governare.
Se vuole evitare di incamminarsi sulla stessa via prodiana al fallimento, guai a bissare le finte primarie che incoronarono Prodi nell'ottobre 2005. Da un nuovo plebiscito, stavolta per Veltroni, senza vere alternative e senza l'indicazione di una linea di governo chiara, dirimente, uscirebbe l'ennesimo programma di 281 pagine "fatto apposta per sommare le proposte di tutti i partiti della coalizione senza sostanzialmente sceglierne nessuna".
Perché la candidatura di Veltroni non sia solo un'operazione di cosmesi, e il Partito democratico non si riveli che un altro nome con cui chiamare l’Ulivo, ereditandone tutti i problemi, Veltroni dovrebbe rompere con la sinistra massimalista e comunista, dichiarare prima possibile che il Partito democratico si presenta ai cittadini come forza capace di assumere autonomamente la responsabilità del governo, e a questo scopo dovrebbe sostenere una legge elettorale uninominale. In un sistema maggioritario, infatti, con il suo 30% il Pd potrebbe aspirare a conquistare tutti o quasi i collegi non vinti da un partito di centrodestra. Quasi il 50% dei seggi in caso di sconfitta. Un po' di più in caso di vittoria.
Sarebbe questa la vera riforma della sinistra, e la via maestra per la riforma del paese, ma dubitiamo che Veltroni intenda intraprenderla. Non rimane che aspettare il discorso di mercoledì, al Lingotto di Torino.
Da LibMagazine
Thursday, June 21, 2007
Sua Bontà ci farà sapere, ma il sì è scontato
Dovremo aspettare mercoledì prossimo per sapere se Sua Bontà Walter Veltroni accetterà di candidarsi alla guida del Partito democratico. Sarà un sì, perché il sindaco di Roma si è già "tradito". Vuol farsi desiderare, tutto qui, ma a chi pensa di darla a bere? La città scelta per l'"annunciazione" e il motivo addotto hanno un valore politico così preciso da non prestarsi a equivoci. Perché a Torino? «C'è una situazione difficile del Paese e c'è questo sogno del Partito democratico. E questi sono tutti elementi di valutazione che mi porteranno poi a scegliere, semplicemente e serenamente. Ho scelto di farlo a Torino perché è una grande città del Nord e del lavoro». Messaggio chiaro: la sinistra deve riconquistare la fiducia del Nord.
Perché scegliere una città in particolare, e con tale enfasi, per l'annuncio, se ci fosse la possibilità concreta di un passo indietro? Una settimana in più per alimentare il clima di attesa e creare l'evento. Ha doti di grande comunicatore, l'unico golden boy tra i suoi ingrigiti ex "compagni di scuola".
Ancora non è il leader del centrosinistra e la sua commedia zuccherosa è già diventata stucchevole: «E' una momento importante della mia vita politica e personale... Queste sono quelle cose per le quali bisogna soprattutto colloquiare con se stessi, con la propria coscienza e poi sentire le opinioni di persone che si stimano». Andiamo, caro Walter, falla breve, lo sappiamo che è una vita che aspetti l'investitura a salvatore della sinistra e della patria.
Che non sia destinata a reggere a lungo la coabitazione tra due leadership diverse - Veltroni alla guida del Partito democratico e Prodi dell'attuale governo - ne sono ben consapevoli i vertici di Ds e Margherita. Si tratta, però, o di salvare il Pd dotandolo di un leader forte e credibile, non compromesso con le politiche scellerate del governo in carica, seppure ciò significhi inevitabilmente delegittimare Prodi; o di rischiare di soffocarlo nella culla, affidando la segreteria a dei reggenti provvisori, di fatto all'ombra della fallimentare leadership prodiana. Ebbene, hanno deciso di sacrificare il Governo Prodi. Sembrano aver finalmente trovato il becchino per il cadavere di cui parliamo da mesi.
E ne sono convinti anche gli osservatori, che stavolta a licenziare Prodi, probabilmente già in autunno, sarà proprio Veltroni, una volta eletto leader del Partito democratico. Il più brillante a delineare lo scenario che si profila è Vittorio Feltri: Ds e Margherita sono ormai consapevoli che Prodi sta portando il centrosinistra alla rovina, procurando anche l'aborto del nascituro Partito democratico. Nei tre-quattro mesi d'estate, fino a metà settembre, la politica, come gli italiani, va in vacanza, e il premier non potrà fare troppe «cazzate». Ma in autunno la salma politica di Prodi verrà tumulata. Al suo posto, a Palazzo Chigi, un governo «piacione», con una decina di ministri, metà dei quali donne, che farà «un sacco di cose futili ma commoventi e popolarissime», «ammorbidirà toni e tasse, prometterà rose e fiori». Niente polemiche, parole buone per tutti.
Una volta consolidata l'immagine "buonista" della sinistra nel paese, Veltroni concorderà con il presidente Napolitano il percorso verso le elezioni politiche, il cui terreno sarà preparato da una finanziaria «elettorale, allegra, pacificatoria».
Pare che si apra, finalmente, l'era del veltronismo, da anni l'ultima, attesissima risorsa della sinistra. Chissà se da romano riuscirà a farsi nazionale.
Il veltronismo è ostentatamente compassionevole, si fonda sul buonismo, sulla cultura a portata di tutti, su un giro di relazioni vip e sullo svago cittadino come indispensabili strumenti di consenso e di governo, di soporifera egemonia. Non c'è miglior interprete di Veltroni di quella romanissima formula panem et circenses, così populistica ed ecumenica, che coniuga creazione del consenso e gestione del potere.
Il segreto del successo del Caro Sindaco nella fabbrica del consenso sta nella miscela vincente di un'immagine un po' cult, che attira l'intellettualume snob romano e "de sinistra" e il ceto impiegatizio gratificato da fugaci momenti di riscatto culturale, e un po' pop, capace di parlare al coattume delle periferie che si commuove davanti ai programmi di Maria De Filippi.
Il segreto del successo nella gestione del potere sta nell'eludere attentamente i problemi più spinosi e incancreniti della città, elargendo contentini a destra e a manca in un periodo di vacche grasse, per poi passare su tutto una mano di vernice fatta di manifestazioni culturali e sociali (cinema, musica, arte, letteratura, tempo libero) e di solidarietà in pillole. Piccoli gesti opportunamente ripresi dai fotografi e ingigantiti dai tg regionali, che in realtà rimangono occasionali e inutili. Esiste una vera e propria iconografia di soggetti deboli e umili, con i quali il Caro Sindaco ama farsi riprendere.
Roma è una città ormai compiaciuta del suo caos, delle sue occasioni di svago come dei suoi problemi perennemente irrisolti. E' così che vanno le cose, almeno divertiamoci, facciamone motivo di identità e orgoglio cittadino.
«Un mondo che sappia ascoltare il grido di dolore e il desiderio di futuro dei suoi bambini». Sembra di votare un film di Frank Capra. Veltroni si fa cantore di valori meravigliosi, impossibili da non condividere, mentre scansa tutto ciò che potrebbe dividere e alimentare quel conflitto che però in democrazia è il sale della politica, perché porta al momento della decisione con responsabilità.
«Non dirà niente, o userà formule sufficientemente generiche da non creare scompiglio. La sua è la cultura dell'et et, mai dell'aut aut: Veltroni somma, concilia, usa la formula magica del coniugare, è il sindaco juventino che si mette la sciarpa giallorossa, è la suggestione che unisce e mai la scelta che divide. Magnificherà tutti i valori condivisibili...», spiega Pierluigi Battista a Il Foglio.
Di Veltroni non si può certo dire che rappresenti la nuova politica, né, con i suoi cinquant'anni suonati, gran parte dei quali trascorsi nel Pci-Pds-Ds, un effettivo ricambio generazionale. La sua è una politica da cui sembrano aboliti per decreto tutti i rischi e le scelte (così tremendamente presenti, invece, nella vita quotidiana di ciascuno), nelle quali, inevitabilmente, una o più delle ipotesi in campo vengono scartate. Ecco, questa adrenalina della politica, fatta di scelte rischiose, sfide ideali, responsabilità, è estranea al veltronismo. Un'estraneità che potrebbe spiegare con largo anticipo il suo fallimento.
Centra il problema Dario Di Vico, sul Corriere: la «sciagura dell'unanimismo». Sarebbe un guaio «bissare le finte primarie del 16 ottobre 2005 quando un numero decisamente consistente di italiani orientati a favore del centrosinistra si mise in coda sin dalle prime ore del mattino per votare Romano Prodi, senza però che fosse in campo una candidatura veramente concorrenziale». Da un nuovo plebiscito, stavolta per Veltroni, senza vere alternative, uscirebbe l'ennesimo programma di 281 pagine «fatto apposta per sommare le proposte di tutti i partiti della coalizione senza sostanzialmente sceglierne nessuna».
Per non avviarsi sulla stessa via prodiana al fallimento, Veltroni dovrebbe quindi indicare per tempo cosa intende fare. «Resti pure sindaco... usi pure ampiamente la fantasia di cui dispone... sia però netto e abbia il coraggio di scontentare qualcuno. Dalla crisi della politica si esce con impegni lineari e convincenti ma anche estendendo ai partiti e alle coalizioni le regole della concorrenza. L'Italia non può continuare a essere il Paese dove le primarie si fanno per gioco. Solo chi si espone al rischio di perdere alla fine vince davvero».
«Responsabilità, coerenza, coraggio di condurre battaglie ideali e culturali in campo aperto» sono le qualità della leadership citate da Andrea Romano parlando del blairismo, ben diverse però dal sonnacchioso galleggiamento di Veltroni, al quale si addicono di più «la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione».
Monday, May 28, 2007
Il deficit di leadership si cura con la riforma anglosassone
«La politica funziona benissimo, là dove dispone di leadership capaci di mettersi in gioco per raccogliere consenso intorno alle proprie idee. Più dei costi e dei privilegi, più della scarsità di giovani e di volti nuovi, la nostra malattia si chiama difetto di leadership. Ovvero l'assenza di quella qualità che trasforma un'élite politica in una classe dirigente, quando sa assumersi la responsabilità di rischiare la faccia per svolgere bene e fino in fondo il lavoro che ha scelto».
Pienamente condivisibile questa lettura di Andrea Romano, oggi su La Stampa, che ci consente, a partire dal problema, di provare a individuare una soluzione. Che a mio avviso non può che passare per una riforma istituzionale capace di mettere finalmente l'individuo - elettore o eletto - al centro del sistema politico, al posto dei partiti. Una riforma di tipo anglosassone, che preveda un sistema elettorale uninominale e il presidenzialismo o il premierato come sistema di governo. L'importante è che il capo dell'Esecutivo riceva la legittimazione a governare direttamente dai cittadini e non dai partiti attraverso lo strumento della fiducia parlamentare.
Ciò che possiamo toccare con mano oggi è che le democrazie di tipo anglosassone, o quelle semipresidenzialiste, come la Repubblica francese, non solo dispongono di leadership forti - che nel bene o nel male si assumomo la responsabilità delle proprie scelte e su quelle vengono premiate, o bocciate, e decidono, quindi governano - ma riescono a coniugare governabilità e ruolo forte dei Parlamenti nazionali.
Nei sistemi in cui i governi non dipendono (non devono la propria legittimità) da maggioranze che gli concedono la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento e, quindi, rimangono in carica fino alla scadenza naturale del mandato, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme e ai partiti e l'autonomia del Parlamento ne esce rafforzata.
In un sistema elettorale maggioritario, puro (senza quote proporzionali o scorpori), non ci sono collegi per i quali optare o ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente più controllo sull'operato degli eletti, un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica. Un metodo di selezione delle leadership molto più efficiente, che indurrebbe i partiti stessi a valorizzare chi sa mettersi in gioco davanti agli elettori e raccogliere consenso intorno alle proprie idee, piuttosto che costruire la propria carriera sulle clientele e all'interno dell'apparato.
Pienamente condivisibile questa lettura di Andrea Romano, oggi su La Stampa, che ci consente, a partire dal problema, di provare a individuare una soluzione. Che a mio avviso non può che passare per una riforma istituzionale capace di mettere finalmente l'individuo - elettore o eletto - al centro del sistema politico, al posto dei partiti. Una riforma di tipo anglosassone, che preveda un sistema elettorale uninominale e il presidenzialismo o il premierato come sistema di governo. L'importante è che il capo dell'Esecutivo riceva la legittimazione a governare direttamente dai cittadini e non dai partiti attraverso lo strumento della fiducia parlamentare.
Ciò che possiamo toccare con mano oggi è che le democrazie di tipo anglosassone, o quelle semipresidenzialiste, come la Repubblica francese, non solo dispongono di leadership forti - che nel bene o nel male si assumomo la responsabilità delle proprie scelte e su quelle vengono premiate, o bocciate, e decidono, quindi governano - ma riescono a coniugare governabilità e ruolo forte dei Parlamenti nazionali.
Nei sistemi in cui i governi non dipendono (non devono la propria legittimità) da maggioranze che gli concedono la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento e, quindi, rimangono in carica fino alla scadenza naturale del mandato, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme e ai partiti e l'autonomia del Parlamento ne esce rafforzata.
In un sistema elettorale maggioritario, puro (senza quote proporzionali o scorpori), non ci sono collegi per i quali optare o ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente più controllo sull'operato degli eletti, un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica. Un metodo di selezione delle leadership molto più efficiente, che indurrebbe i partiti stessi a valorizzare chi sa mettersi in gioco davanti agli elettori e raccogliere consenso intorno alle proprie idee, piuttosto che costruire la propria carriera sulle clientele e all'interno dell'apparato.
Tuesday, March 20, 2007
La nostra politica estera scivola nel neutralismo
Ma per Emergency laggiù in quel di Lashkargah oggi non è stata una giornata tranquilla. Prima l'arresto del "mediatore" da parte dei servizi di sicurezza di Karzai. E vorrei anche vedere che il governo di Kabul non avesse ritenuto necessario interrogare chi tra i collaboratori di Emergency, di cui sono noti gli ottimi rapporti con gli ambienti dei talebani, ha tenuto i contatti con i rapitori.
Davanti all'ospedale di Lashkargah c'è stata anche una manifestazione di afghani che protestavano per riavere indietro il corpo dell'autista sgozzato e per avere spiegazioni sul perché non fosse tratto in salvo anche l'interprete.
Già, e l'interprete di Mastrogiacomo? Della sua sorte non si hanno ancora notizie. Com'è possibile che Strada, alla guida di un'organizzazione umanitaria che da anni salva la vita ai poveri afghani, ma anche la Farnesina, non si siano assicurati che l'accordo valesse anche per la liberazione dell'altro ostaggio? Non vogliamo credere che abbia prevalso lo stesso riflesso un po' "razzista" dei rapitori, che hanno saputo ben selezionare l'uomo "giusto" da cui ricavare una buona contropartita sacrificando l'altro a scopo intimidatorio. Della decapitazione dell'autista di Mastrogiacomo in pochi si sono interessati, ma quelli che lo hanno sgozzato Fassino li invita a una conferenza di pace.
Dal punto di vista politico è apparso evidente come il governo ed i ministeri coinvolti non abbiano mai avuto sotto controllo la situazione. Una grave dimostrazione di impotenza se corrispondesse al vero la ricostruzione di Fiorenza Sarzanini, sul Corriere di oggi. Lo Stato completamente nelle mani di Strada, che ha preteso e ottenuto che rimanessero alla larga Sismi, Ros e militari. «La Difesa è stata tagliata fuori dal negoziato affidato interamente a Gino Strada».
Eppure, due giorni dopo il sequestro pare che i Ros, gli agenti del Sismi, insieme agli inglesi e agli americani a Kabul, avessero localizzato la zona dove il giornalista era segregato, ma l'ipotesi del blitz veniva respinta praticamente su ordine di Strada, per ottenere il suo aiuto. E' andata bene, ma ciò non risolve il problema politico di un governo che sta letteralmente perdendo il controllo della propria politica estera e di difesa sul campo, al di là delle dichiarazioni ufficiali - e a volte pure in quelle.
Abile è stato D'Alema a ridimensionare il ruolo di Emergency: «E' evidente che non ci sarebbe stata una soluzione positiva di questa drammatica vicenda senza la cooperazione del governo afghano e senza la comprensione del governo americano». Ed è così, ma politicamente e mediaticamente è il trionfo "pacifista" con il Governo impotente.
Poco rilievo è stato dato alla pesante lezione di come si sta al mondo che il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha impartito ieri in faccia a Prodi, quando ha ribadito chiaro e tondo che l'obiettivo politico della Nato a Kabul è legittimare il Governo di Karzai, quindi liquidando ogni ipotesi idiota sui talebani al "tavolo della pace", e sottolineato che il Governo tedesco «non si fa ricattare» con suoi ostaggi.
Oggi in qualche editoriale, da Ferrara a Folli, passando per Andrea Romano, si indicava con precisione il problema politico: cosa restiamo a fare in Afghanistan, se tra limiti numerici e operativi alle nostre truppe, trattative con chiunque sugli ostaggi, aperture politiche al nemico contro cui gli alleati stanno per scatenare un'offensiva militare, e il rischio che addirittura il Governo vada sotto al Senato sul rifinanziamento della missione, rischiamo di essere l'anello debole, il ventre molle della coalizione, e rimanere con un comportamento "di fatto" pericolosamente neutralista?
Scrive Giuliano Ferrara: «La storia del rapimento del giornalista di Repubblica non è una favola a lieto fine di cui compiacersi, rilanciando da destra a sinistra e ritorno una quantità miserevole di complimenti per la trasmissione...»
«Quella di Daniele è una tragedia, con il suo autista trucidato, con la vedova che abortisce per il dolore, e ben cinque comandanti militari di una formazione terrorista restituiti alla loro libertà di combattere contro tutto ciò che ci dovrebbe essere caro, in nome di un regime e di un'ideologia del terrore che hanno generosamente ospitato, finché non sono stati spazzati via dall'azione di guerra dei nostri alleati, benedetti dall'Onu e sotto il comando Nato, le basi di Osama bin Laden.Dunque, si chiede Ferrara, «non ci vorrebbe un po' più di sobrietà, e magari qualche visibile segno di imbarazzo, di fronte allo scioglimento di una tragedia che non è un happy end? Non si dovrebbe evitare di fare i complimenti, come Bertinotti, alla "diplomazia dei movimenti"? Non si dovrebbe distinguere tra operatori umanitari neutrali e ambasciatori dichiarati dei talebani presso la Repubblica italiana, come Gino Strada? Nessuno prova un po' di ribrezzo per la trasformazione del rilascio di un ostaggio, pagato con un prezzo altissimo, in una festicciuola pacifista con il conforto delle più alte autorità? Per come ci comportiamo nella guerra al terrorismo, ieri in Iraq e oggi in Afghanistan, dovremmo ritirare le nostre tuppe d'urgenza, proclamare la neutralità italiana, uscire dalle alleanze internazionali di cui facciamo disonorevolmente parte...».
(...)
Giornalisti e operatori umanitari godono di maggior prestigio sociale, a quanto pare, dunque si pagano riscatti e si fanno scambi di prigionieri anche con bande che selezionano l'ostaggio da liberare dietro un prezzo cospicuo dopo aver ucciso quello inutile, l'autista-spia».
Andrea Romano, su La Stampa, esprime la stessa perplessità sulla natura del nostro impegno in Afghanistan e in generale nella lotta al terrorismo: «Ciò che proprio non si può fare è pretendere di rimanere "alla nostra maniera": raccontando al Paese che i militari italiani si occupano solo di ricostruzione civile mentre gli alleati rischiano i loro uomini, attribuendo direttamente dalle segreterie di partito patente di legittimità a questa o quella componente talebana secondo i mutevoli equilibri della nostra politica interna. La soluzione in assoluto peggiore per Prodi e per l'Italia sarebbe far finta di niente, fingendo di non aver sentito le parole con cui Angela Merkel ha commentato dinanzi a Karzai la liberazione dell'ostaggio italiano ("Il governo tedesco non è ricattabile") e ignorando gli sforzi che i militari alleati stanno compiendo per consolidare la fragile democrazia afghana. Da oggi la "maniera italiana" di stare in Afghanistan ha bisogno di essere chiarita con rigore e serietà, se non vogliamo incorrere nel sospetto di irresponsabile opacità che già aleggia...».
Purtroppo, non è solo questione di tatticismo, ma anche di cultura politica, di inadeguatezza a comprendere il presente, come spiega non da oggi Carlo Panella, su Il Foglio: «Non sono solo sintomi di una cinica navigazione a vista: sono invece il prodotto di una drammatica incultura politica. D'Alema e Fassino, infatti, non sono mossi solo da realpolitik - peraltro indispensabile a ogni buona politica estera - o dalla volontà di accattivarsi i voti della sinistra comunista. L'origine di queste mosse sconnesse è ben più grave: non hanno idea di chi siano realmente i Talebani, Hamas, Hezbollah e l'Iran di Ahmadinejad. Non maneggiano strumenti che permettano loro di definirli. Non hanno elaborato la fine del comunismo, sono stati trasformisti anche sul piano culturale e non padroneggiano nessuna dottrina che permetta loro di comprendere la natura del totalitarismo islamico... Danno mostra di non aver compreso nulla di Hannah Arendt, Francois Furet, Renzo De Felice».
Il sequestro Mastrogiacomo in Afghanistan pone infine anche pesanti interrogativi sul ruolo degli inviati in zone di guerra, che spesso diventano strumenti di ricatto per un paese intero. A sollevare il tema, in un articolo su L'Indipendente, Filippo Di Robilant, che ha lavorato a Kabul con le missioni umanitarie e come portavoce degli osservatori elettorali dell'Ue. «Esiste - si chiede - una via di mezzo tra il giornalista rintanato nella stanza d'albergo a scrivere il pezzo guardando la Cnn e quello scalpitante che pensa che il pericolo sia il suo mestiere?». Secondo Di Robilant «una via di mezzo» c'è: «Si può fare un buon mestiere di reporter senza mettere a rischio la propria vita e i propri collaboratori». Radio Radicale ha sentito a riguardo anche l'inviato del Corriere Massimo Alberizzi.
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