La coalizione internazionale guidata dalla Nato in Libia non prende posizione per nessuna delle due parti in lotta, avrebbe assicurato poche ore fa alla Bbc il segretario generale dell'Alleanza Anders Fogh Rasmussen dopo le critiche da parte russa (secondo Mosca l'intervento in atto non sarebbe autorizzato dalla risoluzione dell'Onu). Bando alle ipocrisie, com'era ovvio, e auspicabile, l'intervento militare alleato non si è limitato a proteggere i civili dalle bombe di Gheddafi. Interpretando il mandato Onu in modo più esteso, l'intervento di fatto ha offerto, nonostante le numerose e ripetute smentite, una vera e propria copertura aerea agli insorti, che hanno così potuto rompere l'assedio di Bengasi e riprendere ad avanzare.
Un intervento, quindi, che oltre a proteggere i civili ha di fatto ribaltato, appena in tempo utile, le sorti del conflitto a favore dei ribelli. Un esito inevitabile e ragionevole. Con loro e non con Gheddafi ci siamo schierati, sarebbe onesto dirlo - e rivendicarlo - anziché nascondersi dietro l'alibi dell'intervento "umanitario". Non furono "umanitari" i bombardamenti contro la Serbia di Milosevic. Non lo sono quelli di oggi contro le forze di Gheddafi. Nonostante l'espressione «cambio di regime» venga ancora ipocritamente respinta per allontanare lo spettro di Bush, prima demonizzato poi riabilitato nei fatti, è innegabile che questo - e giustamente - sia l'obiettivo ultimo dell'intervento: cacciare Gheddafi. Diverse le circostanze politiche, molto diversa la Libia dall'Iraq, diverso l'impiego della forza, diversa (peggiore) l'organizzazione della coalizione, ma di questo si tratta. Nonostante a sinistra - siccome adesso alla Casa Bianca c'è Obama - molti si affaticano a spiegare perché in Libia sì può mentre in Iraq non si doveva (Libia vs. Iraq instruction for dummies), e a destra - solo perché Berlusconi con Gheddafi ha concluso molti affari e anche un trattato di amicizia, e perché in Libia l'Italia ha (aveva?) cospicui interessi - molti adottano le stesse infantili argomentazioni della sinistra contro la guerra in Iraq. Ipocriti!
P.S.
E tra l'altro mi chiedo: perché Pannella e i radicali non danno vita ad una bella iniziativa per l'esilio di Gheddafi, quindi a sostegno dei tentativi di Berlusconi, ostacolati evidentemente da quei "criminali" di Obama, Sarkozy e Cameron che vogliono la guerra a tutti i costi?!
Showing posts with label serbia. Show all posts
Showing posts with label serbia. Show all posts
Monday, March 28, 2011
Wednesday, October 13, 2010
La cultura della resa
Si sta affermando sempre più, con i fatti di ieri sera a Genova, un immaginario diritto all'incolumità dei violenti - ammesso (ed è ancor più grave e pericoloso) che siano in gruppo. Responsabili delle forze dell'ordine e Figc sottolineano come un successo - avrebbe evitato addirittura una «tragedia» - la gestione dell'ordine pubblico nello stadio Marassi in occasione dell'incontro di calcio Italia-Serbia. Se l'obiettivo è che nessuno, neanche i violenti e i prevaricatori della legge, si faccia male, allora sì, quello di ieri è un successo. Ma se l'obiettivo era lo svolgimento dell'evento sportivo in programma, come credo debba essere, allora si è trattato di un fallimento completo.
E sì, ha ragione l'Uefa, ci sono responsabilità anche italiane: «Oltre alla responsabilità di chi provoca incidenti - ricorda un dirigente - i regolamenti Uefa prevedono anche quella della federazione che organizza la partita e che deve garantire la sicurezza nello stadio e il regolare svolgimento dell'incontro». E' evidente, infatti, che sono state commesse ingenuità in serie, prima e dopo l'evento, e che di fronte alla palese volontà dei tifosi serbi di non far giocare la partita qualcuno ha deciso di non intervenire in alcun modo. Al contrario di quanto accade in occasione delle partite di campionato, ai tifosi serbi è stato permesso di portare all'interno dello stadio fumogeni e oggetti contundenti; li si è lasciati completamente soli all'interno di un settore, senza circondarli preventivamente con un cordone di polizia come si fa di solito (il che ha reso rischioso tentare il blitz a disordini in corso); una volta annullata la gara, si è permesso loro di sfollare dal settore in tutta tranquillità (tanto che il protagonista assoluto della serata è stato arrestato quasi per caso, sorpreso nel vano motore del pullman che lo stava già riportando a casa). Non solo ai teppisti serbi non si è torto un capello, ma non li si è minimamente disturbati, neanche ricorrendo all'uso degli idranti. Probabilmente sarebbe bastato sparare del narcotizzante ai tre-quattro capi che hanno guidato i disordini, come si fa con gli orsi.
Facile "gestire" in questo modo l'ordine pubblico, di fatto arrendendosi ai violenti per poi vantarsi che nessuno si è fatto male. Ieri a Genova hanno vinto loro, gli ultranazionalisti serbi, punto e basta. E' stata una umiliazione che non si può cancellare con una manciata di identificazioni e arresti tardivi. Non solo annullare la partita equivale ad una resa, ma di tutta evidenza sarà di incoraggiamento, una vera e propria istigazione, a qualsiasi esaltato pensi di emulare simili gesta, perché da ieri sera può sperare di poterla avere vinta. Per la Federazione si è trattato inoltre di un considerevole danno economico (l'incasso della partita), eppure non risultano ancora denunce a carico degli autori dei disordini.
Bisognerebbe introdurre nel codice penale un'aggravante, o uno specifico reato, per chi provoca danni e disordini, resiste o commette oltraggio a pubblici ufficiali, agendo sotto la copertura del "gruppo", della "folla", nell'ambito di manifestazioni sportive o politiche. In queste occasioni i violenti la fanno quasi sempre franca, mentre per gli stessi comportamenti, se a livello individuale, si va incontro a guai seri. Gli stadi soprattutto, ma anche le manifestazioni politiche, appaiono come delle vere e proprie zone franche, dove le responsabilità individuali in qualche modo si diluiscono fino a dileguarsi.
Ma quel che è più preoccupante è che si sta affermando sempre più nella gestione dell'ordine pubblico una cultura della rinuncia e della resa totale ai violenti, specie se in gruppo (e quindi più pericolosi). Il che può risparmiare qualche osso rotto e qualche proiettile di gomma, ma puntualmente a rimetterci è chi rispetta la legge e alla lunga il rischio è di lacerare la credibilità - già ampiamente compromessa - del nostro stato di diritto.
E sì, ha ragione l'Uefa, ci sono responsabilità anche italiane: «Oltre alla responsabilità di chi provoca incidenti - ricorda un dirigente - i regolamenti Uefa prevedono anche quella della federazione che organizza la partita e che deve garantire la sicurezza nello stadio e il regolare svolgimento dell'incontro». E' evidente, infatti, che sono state commesse ingenuità in serie, prima e dopo l'evento, e che di fronte alla palese volontà dei tifosi serbi di non far giocare la partita qualcuno ha deciso di non intervenire in alcun modo. Al contrario di quanto accade in occasione delle partite di campionato, ai tifosi serbi è stato permesso di portare all'interno dello stadio fumogeni e oggetti contundenti; li si è lasciati completamente soli all'interno di un settore, senza circondarli preventivamente con un cordone di polizia come si fa di solito (il che ha reso rischioso tentare il blitz a disordini in corso); una volta annullata la gara, si è permesso loro di sfollare dal settore in tutta tranquillità (tanto che il protagonista assoluto della serata è stato arrestato quasi per caso, sorpreso nel vano motore del pullman che lo stava già riportando a casa). Non solo ai teppisti serbi non si è torto un capello, ma non li si è minimamente disturbati, neanche ricorrendo all'uso degli idranti. Probabilmente sarebbe bastato sparare del narcotizzante ai tre-quattro capi che hanno guidato i disordini, come si fa con gli orsi.
Facile "gestire" in questo modo l'ordine pubblico, di fatto arrendendosi ai violenti per poi vantarsi che nessuno si è fatto male. Ieri a Genova hanno vinto loro, gli ultranazionalisti serbi, punto e basta. E' stata una umiliazione che non si può cancellare con una manciata di identificazioni e arresti tardivi. Non solo annullare la partita equivale ad una resa, ma di tutta evidenza sarà di incoraggiamento, una vera e propria istigazione, a qualsiasi esaltato pensi di emulare simili gesta, perché da ieri sera può sperare di poterla avere vinta. Per la Federazione si è trattato inoltre di un considerevole danno economico (l'incasso della partita), eppure non risultano ancora denunce a carico degli autori dei disordini.
Bisognerebbe introdurre nel codice penale un'aggravante, o uno specifico reato, per chi provoca danni e disordini, resiste o commette oltraggio a pubblici ufficiali, agendo sotto la copertura del "gruppo", della "folla", nell'ambito di manifestazioni sportive o politiche. In queste occasioni i violenti la fanno quasi sempre franca, mentre per gli stessi comportamenti, se a livello individuale, si va incontro a guai seri. Gli stadi soprattutto, ma anche le manifestazioni politiche, appaiono come delle vere e proprie zone franche, dove le responsabilità individuali in qualche modo si diluiscono fino a dileguarsi.
Ma quel che è più preoccupante è che si sta affermando sempre più nella gestione dell'ordine pubblico una cultura della rinuncia e della resa totale ai violenti, specie se in gruppo (e quindi più pericolosi). Il che può risparmiare qualche osso rotto e qualche proiettile di gomma, ma puntualmente a rimetterci è chi rispetta la legge e alla lunga il rischio è di lacerare la credibilità - già ampiamente compromessa - del nostro stato di diritto.
Tuesday, October 12, 2010
Il "complesso" militare
Come mai il governo di centrosinistra presieduto da Massimo D'Alema nel 1999 ha potuto far partecipare i nostri aerei ai bombardamenti contro la Serbia di Milosevic, anche sulla capitale Belgrado, senza neanche informare prima il Parlamento, mentre il ministro La Russa, per una missione sotto l'ombrello dell'Onu, autorizzata e rifinanziata più volte dal Parlamento, si rivolge alle commissioni Difesa per una scelta tecnico-militare come quella di armare (come hanno fatto tutti i nostri alleati) o meno con bombe e missili i nostri aerei già impiegati in Afghanistan?
Che la responsabilità di una scelta simile spetti al governo, sentite le autorità militari, mi pare fuor di dubbio. Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, è stato l'unico a sottolinearlo: il Parlamento «non deve, salvo casi eccezionali, sostituirsi al governo nelle scelte operative». Il motivo è evidente: perché si rischia di piegare alle esigenze di posizionamento e di dialettica politica dei partiti decisioni che dovrebbero essere guidate solo dalla maggior efficacia possibile dell'azione militare e dalle esigenze - tattiche e "politiche" - delle nostre truppe sul campo.
Purtroppo, il fatto che La Russa abbia deciso diversamente - magari credendosi furbo nel crearsi in ogni caso un alibi parlamentare - dimostra quanto sia radicato il complesso d'inferiorità culturale del centrodestra quando si tratta di assumere importanti decisioni di governo di cui si teme che qualcuno contesti la legittimità costituzionale. Giusto procedere con cautela, ma rimettendosi al Parlamento per una scelta operativa come questa, si attribuisce di fatto alla tipologia di armi in dotazione ai nostri aerei - quando dovrebbe meravigliare, semmai, che siano stati mandati in Afghanistan "disarmati" - la definizione ultima della natura della missione, se "di guerra" o "di pace" (distinzione di per sé vacua e politichese), e implicitamente si finisce con l'aderire all'interpretazione restrittiva e francamente senza senso che la sinistra pacifista propaganda dell'articolo 11 della Costituzione.
L'esito di questa malintesa concezione del controllo parlamentare è sotto gli occhi di tutti: ogni passo dei nostri militari in missione dev'essere attentamente vagliato e autorizzato da Roma, con i costi (anche in termini di vite umane) che ciò comporta; quindi, spesso le nostre forze armate sono i "paria" delle coalizioni internazionali, costrette a combattere con le mani legate e a districarsi in regole d'ingaggio troppo burocratiche perché rispondono alle logiche dei politici a Roma.
Che la responsabilità di una scelta simile spetti al governo, sentite le autorità militari, mi pare fuor di dubbio. Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, è stato l'unico a sottolinearlo: il Parlamento «non deve, salvo casi eccezionali, sostituirsi al governo nelle scelte operative». Il motivo è evidente: perché si rischia di piegare alle esigenze di posizionamento e di dialettica politica dei partiti decisioni che dovrebbero essere guidate solo dalla maggior efficacia possibile dell'azione militare e dalle esigenze - tattiche e "politiche" - delle nostre truppe sul campo.
Purtroppo, il fatto che La Russa abbia deciso diversamente - magari credendosi furbo nel crearsi in ogni caso un alibi parlamentare - dimostra quanto sia radicato il complesso d'inferiorità culturale del centrodestra quando si tratta di assumere importanti decisioni di governo di cui si teme che qualcuno contesti la legittimità costituzionale. Giusto procedere con cautela, ma rimettendosi al Parlamento per una scelta operativa come questa, si attribuisce di fatto alla tipologia di armi in dotazione ai nostri aerei - quando dovrebbe meravigliare, semmai, che siano stati mandati in Afghanistan "disarmati" - la definizione ultima della natura della missione, se "di guerra" o "di pace" (distinzione di per sé vacua e politichese), e implicitamente si finisce con l'aderire all'interpretazione restrittiva e francamente senza senso che la sinistra pacifista propaganda dell'articolo 11 della Costituzione.
L'esito di questa malintesa concezione del controllo parlamentare è sotto gli occhi di tutti: ogni passo dei nostri militari in missione dev'essere attentamente vagliato e autorizzato da Roma, con i costi (anche in termini di vite umane) che ciò comporta; quindi, spesso le nostre forze armate sono i "paria" delle coalizioni internazionali, costrette a combattere con le mani legate e a districarsi in regole d'ingaggio troppo burocratiche perché rispondono alle logiche dei politici a Roma.
Wednesday, July 30, 2008
Frattini lavora alla "nuova" Bretton Woods tremontiana
In due giorni il ministro degli Esteri Frattini è volato prima a Washington poi a Londra. Gli incontri con Condoleezza Rice e David Miliband sono serviti a risintonizzare l'Italia sulle frequenze dell'atlantismo dopo la parentesi del governo Prodi e a illustrare le idee italiane sull'agenda del prossimo G8.Agli amici americani Frattini ha potuto garantire l'aiuto in Afghanistan che da mesi si aspettano dagli europei: la nuova «flessibilità» decisa dal governo italiano permetterà alle nostre truppe di base a Herat spostamenti anche nelle zone più calde del Sud, decisi entro sei ore direttamente dai comandi militari sul terreno. Un «dovere istituzionale e morale dell'Italia collaborare in parità di trattamento» con gli altri alleati della Nato. Ciò non è bastato ad assicurare all'Italia l'esplicito appoggio Usa per un posto nel gruppo dei 5+1 che negoziano con l'Iran sul nucleare. Ingresso che evidentemente ad oggi neanche Bush può garantire. Ma Frattini ha confermato la nuova linea della fermezza nei confronti di Teheran, ribadita nell'incontro di oggi con il ministro degli Esteri britannico Miliband. Si è detto «deluso» per le ultime parole di Khamenei, che richiedono «una risposta ferma e seria da parte dell'Ue, con la piena applicazione delle sanzioni Onu».
Nei suoi colloqui con la Rice e Miliband il ministro Frattini ha anche gettato le basi dell'agenda del prossimo G8, la cui presidenza spetta all'Italia. In particolare, ha sostenuto l'idea tremontiana di una «nuova Bretton Woods» per la governance commerciale e finanziaria globale. Chissà, però, se Tremonti ne ha in mente una semplicemente nuova o una in senso contrario. Comunque, siamo ancora nella fase delle «suggestioni», ma il G8 sotto presidenza italiana nel 2009 potrebbe essere una buona occasione per il lancio dell'iniziativa, sulla quale Frattini avrebbe riscontrato il favore di Londra e che potrebbe rivelarsi allettante dopo il fallimento dei negoziati del Doha Round.
Insieme a istituzioni finanziarie internazionali come Banca mondiale, Fmi e Bce, il G8 dovrebbe dare risposte alla crisi mondiale, privilegiando «proposte concrete anziché grandi documenti pieni solo di belle parole» e concentrandosi «su pochi argomenti ma di grande impatto globale». Al summit l'Italia pensa di invitare non solo nazioni emergenti come Cina, India e Brasile, ma anche Arabia Saudita e Pakistan.
Altri temi affrontati da Frattini e Miliband le difficoltà del Trattato di Lisbona e le prospettive di allargamento alla Turchia e alla Serbia. Su Belgrado, Londra e altre capitali europee sono più caute dell'Italia. Non si accontentano di Karadzic, vogliono la consegna degli altri criminali di guerra.
Tuesday, July 22, 2008
Un altro pezzo del cuore nero dell'Europa
Le lezioni da tenere a menteL'arresto, a Belgrado, di Radovan Karadzic, ex presidente della Repubblica serba di Bosnia, entità fondata da lui stesso per condurre una pulizia etnica, e criminale di guerra, mandante del massacro di Srebrenica, ci fa tornare alla mente una pagina tragica della storia europea recente. Una pagina che ci sembrava sepolta, lontana nel tempo, e che invece a ben vedere l'abbiamo da poco svoltata. E' proprio lì, dietro l'angolo, tant'è che i suoi fantasmi si aggiravano ancora indisturbati tra di noi.
Gli ultimi pezzi del cuore nero dell'Europa stanno per essere estirpati. Ma che fatica... E alcune riflessioni sono ineludibili.
Innanzitutto, il tempismo. Il fatto che ad arrestare Karadzic siano state le forze di polizia serbe, a Belgrado, e proprio alla vigilia del Consiglio dei ministri degli Esteri dell'Ue, ha un valore politico. Indica che probabilmente la cattura del superlatitante era davvero solo una questione di volontà politica e che Karadzic e Mladic in tutti questi anni hanno goduto di complicità serbe e persino internazionali. Questo arresto, proprio in un periodo di estrema freddezza tra la Serbia e l'Ue per via dell'indipendenza del Kosovo, rivela la volontà della leadership serba di riappacificarsi con l'Europa, essere pienamente riabilitata ed ammessa nell'Ue. Bisogna essere lieti della scelta europeista della Serbia, ma senza fare sconti.
Mentre per Frattini si deve «lavorare subito alla ratifica» dell'Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa) con la Serbia, nelle loro conclusioni i ministri degli Esteri dell'Ue sono più cauti e non fanno alcun riferimento diretto alla ratifica come "premio" per l'arresto di Karadzic. La candidatura della Serbia all'adesione sarà possibile «non appena saranno rispettate tutte le condizioni necessarie», tra cui la «piena cooperazione» di Belgrado con il Tribunale dell'Aja. E pur riconoscendo al governo serbo di aver fatto un passo significativo nella giusta direzione, la «piena cooperazione» implica l'arresto anche dell'ex generale Ratko Mladic. «Siamo a metà strada», ha dichiarato il ministro degli Esteri sloveno.
Ora c'è da augurarsi che il Tribunale dell'Aja con le sue lungaggini non permetta a Karadzic di sfuggire alla sentenza di condanna. Milosevic riuscì a sottrarsi, perché la morte sopraggiunse prima della sentenza, nel marzo del 2006, e fu un grave smacco per la credibilità della Corte.
Il processo contro l'ex dittatore jugoslavo durava ormai da quattro anni, dal febbraio 2002, e non se ne vedeva la fine. Fu trasformato in farsa da Milosevic anche con la "complicità" di una sciagurata linea accusatoria che pretendeva di far coincidere il giudizio di un tribunale con il giudizio storico su un'intera epoca, una guerra, un dittatore.
Fu un errore tentare di ricostruire processualmente un decennio di crimini, senza individuarne uno in particolare. Nella enorme mole di documenti e testimonianze necessari per la titanica impresa Milosevic trasformò le udienze in una sua personale tribuna politica e "storiografica", riuscendo a sfuggire alla sentenza. Era un lavoro per gli storici, non per i tribunali. In sede processuale si dovrebbero isolare fatti precisi, limitati nello spazio e nel tempo. L'accusa avrebe dovuto selezionare i fatti per i quali chiedere la condanna sulla base della quantità di testimonianze e di prove incontrovertibili in suo possesso, così da portare a un giudizio il più rapido possibile.
Quando toccò a Saddam Hussein, Antonio Cassese parlò di «giustizia dei vincitori», arrivando a teorizzare una presunta «funzione di chiarificazione storica» del e nel processo, pretendendo cioè che fossero ricostruiti processualmente decenni di crimini. «Far luce sui trent'anni del potere» di Saddam, sulle inconfessabili complicità e l'ampiezza reale dei suoi crimini, doveva essere lo scopo dei processi iracheni, hanno sostenuto in molti, ma in realtà è l'obiettivo del lavoro degli storici, che trasferito nei tribunali mette fortemente in dubbio la praticabilità e la credibilità di una giurisdizione internazionale nei confronti degli ex dittatori. Quando ci provano, va a finire come con Milosevic: processo in panne e nessuna sentenza. Speriamo che il Tribunale dell'Aja non ripeta lo stesso errore con Karadzic.
E non può non tornarci alla mente, infine, l'assurda sentenza della Corte dell'Aja sul massacro di Srebrenica. Ha impiegato undici anni per decretare che sì, fu «genocidio» quanto accadde nei pressi della cittadina bosniaca nel 1995.
Ma la Corte assolveva d'ogni specifica responsabilità «legale» la Serbia di Milosevic, colpevole soltanto di «omissione di soccorso» nel più efferato massacro di massa europeo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una sentenza il cui effetto politico è stato quello di discolpare Milosevic agli occhi dei serbi e offrire un argomento in più a quanti hanno per tutto questo tempo sostenuto, in modo disonesto, che Milosevic non aveva alcuna influenza sui serbo-bosniaci.
E il paradosso è che colpevole di una grave «omissione» era in realtà l'Onu, che non ha impedito, anzi forse ha facilitato, lo sterminio etnico, grazie al lasciapassare che il comando francese e le truppe olandesi diedero alle milizie di Mladic, in una città che era "zona protetta" delle Nazione Unite.
Friday, December 21, 2007
D'Alema e il pragmatismo ritrovato
Unilaterale quando ti conviene
Da quando Massimo D'Alema ha ritrovato la lingua della concretezza l'Italia è tornata ad avere un ministro degli Esteri di qualità. Da quando si è finalmente appannato il velleitarismo con cui la Farnesina era stata trasformata in sponda dei più vari fermenti antiamericani o antisraeliani, da cercare sotto la bandiera di Hezbollah o dell'Iran di Ahmadinejad, la nostra politica estera sembra restituita a un registro di sano pragmatismo». Così Andrea Romano, oggi su La Stampa.
E' la politica estera «più saggia per un Paese come l'Italia che non voglia rinunciare a svolgere la propria parte in quella porzione d'Europa che solo qualche anno fa ha contribuito a stabilizzare, pur tra molte fatiche e ambiguità: evitare di nascondersi dietro il paravento dell'unanimismo Onu, prendersi le proprie responsabilità insieme con i partner, anticipare l'evolversi di una crisi che solo con molta malasorte potrebbe riportarci al Kosovo in guerra di qualche anno fa», prosegue Romano, che conclude suggerendo a D'Alema di «tornare a cimentarsi con quanto gli è sempre riuscito meglio: governare i rapporti di forza reali senza perdere di vista il senso di cos'è giusto e cos'è sbagliato».
Anche noi riconosciamo a D'Alema questo ritrovato «sano pragmatismo», di cui diede prova nel '99 facendo partecipare l'Italia in prima linea nell'intervento Nato contro la Serbia di Milosevic. Proprio perché non partecipiamo alla demonizzazione dell'unilateralismo Usa, neanche oggi critichiamo la posizione del ministro D'Alema sull'indipendenza del Kosovo, che però dovrà pur riconoscere che qualche volta, quando l'Onu è impotente, qualcuno deve pur prendersi le responsabilità cui gli eventi richiamano: anche in modo unilaterale, oggi come nel '99.
Da quando Massimo D'Alema ha ritrovato la lingua della concretezza l'Italia è tornata ad avere un ministro degli Esteri di qualità. Da quando si è finalmente appannato il velleitarismo con cui la Farnesina era stata trasformata in sponda dei più vari fermenti antiamericani o antisraeliani, da cercare sotto la bandiera di Hezbollah o dell'Iran di Ahmadinejad, la nostra politica estera sembra restituita a un registro di sano pragmatismo». Così Andrea Romano, oggi su La Stampa.
E' la politica estera «più saggia per un Paese come l'Italia che non voglia rinunciare a svolgere la propria parte in quella porzione d'Europa che solo qualche anno fa ha contribuito a stabilizzare, pur tra molte fatiche e ambiguità: evitare di nascondersi dietro il paravento dell'unanimismo Onu, prendersi le proprie responsabilità insieme con i partner, anticipare l'evolversi di una crisi che solo con molta malasorte potrebbe riportarci al Kosovo in guerra di qualche anno fa», prosegue Romano, che conclude suggerendo a D'Alema di «tornare a cimentarsi con quanto gli è sempre riuscito meglio: governare i rapporti di forza reali senza perdere di vista il senso di cos'è giusto e cos'è sbagliato».
Anche noi riconosciamo a D'Alema questo ritrovato «sano pragmatismo», di cui diede prova nel '99 facendo partecipare l'Italia in prima linea nell'intervento Nato contro la Serbia di Milosevic. Proprio perché non partecipiamo alla demonizzazione dell'unilateralismo Usa, neanche oggi critichiamo la posizione del ministro D'Alema sull'indipendenza del Kosovo, che però dovrà pur riconoscere che qualche volta, quando l'Onu è impotente, qualcuno deve pur prendersi le responsabilità cui gli eventi richiamano: anche in modo unilaterale, oggi come nel '99.
Wednesday, December 19, 2007
Kosovo indipendente. La Serbia ha infranto il contratto
Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu è ancora riunito, presieduto dal ministro degli Esteri D'Alema, ma quasi certamente sancirà l'impossibilità di un accordo tra serbi e kosovari nella definizione dello status del Kosovo e l'inconciliabilità della posizione russa e cinese con quella degli altri tre membri permanenti (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia).Tra la Russia, che sostiene la Serbia ponendo il veto sull'indipendenza e chiedendo il proseguimento dei negoziati diretti, terminati senza esito il 10 dicembre scorso, e gli Stati Uniti, che spingono per l'indipendenza unilaterale, è stretta l'Unione europea, consapevole dell'inevitabilità dell'indipendenza ma preoccupata per i possibili effetti destabilizzanti sulla regione.
L'obiettivo dell'Ue, ha spiegato il ministro D'Alema lunedì scorso alla Commissione Esteri della Camera, è l'avvio di un «processo governato», sotto la responsabilità europea, verso l'indipendenza del Kosovo, nella consapevolezza che sia venuta meno la possibilità di governarlo da parte dell'Onu e che i negoziati diretti non hanno dato risultati, se non l'impegno solenne delle parti ad astenersi dall'uso della forza. In questi mesi sono sì emerse proposte che «potranno tornare utili» – «un insieme di patti e vincoli, compresi organismi comuni, che configurano un patto federativo» – ma sul nodo di principio dell'indipendenza le posizioni rimangono inconciliabili.
Lo status quo di un protettorato Onu permanente non è un'opzione: il Kosovo ha comunque bisogno di una dimensione statuale e di una classe politica responsabilizzata. Né è realistico il ritorno dei kosovari sotto la sovranità serba. D'Alema ha sottolineato come la prospettiva attuale dell'indipendenza derivi direttamente da una vicenda storica la cui responsabilità non può essere imputata ad altri che allo Stato serbo, anche se non all'attuale classe dirigente.
Si va quindi a passo spedito verso l'indipendenza del Kosovo che, per quanto concordata e coordinata «nei tempi e nei modi» con l'Unione europea, avrà la caratteristica dell'unilateralità. Un processo da tenere il più possibile sotto controllo, perché i rischi di destabilizzazione sono molteplici e vanno dal separatismo serbo in Bosnia a quello degli albanesi in Macedonia, e persino degli ungheresi in Serbia. Per non parlare della minaccia implicita di Putin di alimentare il separatismo in Ossezia e Abkazia, regioni contese nella Georgia governata dal presidente filo-occidentale Saakashvili.
Appurata l'ennesima situazione di stallo all'Onu, la primaria responsabilità dell'Ue in questo processo sarà di supervisione e controllo, soprattutto per garantire il rispetto dei diritti della minoranza serba in Kosovo. Si tratta, ha spiegato D'Alema, di un «test primario», un «vero banco di prova» per la politica estera dell'Ue. D'altra parte, la lunga «guerra civile balcanica», ha osservato, «troverà una sua definitiva dimensione di pace solo nella prospettiva dell'integrazione» dei Balcani nell'Ue, «condizione essenziale per costruire stabilità» e «largamente condivisa da governi e opinioni pubbliche di quei paesi».
Il Consiglio europeo ha deciso di dispiegare in Kosovo, dove già operano 16 mila soldati Nato, una missione civile di 2 mila funzionari, ma il presidente serbo Kostunica ha già detto che la missione è «impossibile senza il mandato delle Nazioni Unite».
Non mancano, anche nel Parlamento italiano, gli scettici e i contrari all'indipendenza unilaterale del Kosovo: Lega Nord, Rifondazione comunista, Pdci e Verdi su tutti. E' ipotizzabile «solo nel momento in cui la Serbia, il Kosovo e altri entreranno nell'Ue», secondo il leghista Giancarlo Giorgetti. Mentre Forza Italia e An sembrano più preoccupati di pizzicare D'Alema sull'unilateralismo: «Non crede il ministro che Usa e Ue adotterebbero lo stesso unilateralismo rimproverato in Iraq qualora riconoscessero l'indipendenza senza l'Onu?», fa notare Dario Rivolta.
Il principale argomento dei serbi, dei russi, e di tutti coloro che sono contrari all'indipendenza unilaterale del Kosovo è il rispetto della legalità internazionale, del suo principio base dell'inviolabilità dei confini e della sovranità statuale, in questo caso della Serbia. Ma a questo unico principio ogni altro dev'essere sacrificato? Non fa parte della legalità internazionale anche il rispetto da parte degli Stati dei diritti umani delle popolazioni su cui esercitano il loro potere? Non esiste in questo senso un contratto tra governanti e governati? Certo, molti sono i paesi in cui questi diritti, per svariati motivi, non sono garantiti, ma l'attuale prospettiva di indipendenza del Kosovo è stata spalancata dall'ultimo atto di pulizia etnica scatenato da Milosevic nel '99. Quel giorno, e il giorno in cui la Nato ha deciso di intervenire in difesa della popolazione albanese, ricordando gli errori compiuti in Bosnia, la Serbia ha stracciato quel contratto e perso la propria sovranità sul Kosovo. Se la popolazione albanese fosse stata soggiogata o cacciata, Belgrado avrebbe mantenuto con la forza quella sovranità, pur perdendone la legittimità. Ma se quella popolazione si fosse salvata, come poi è avvenuto, con l'intervento della Nato, era chiaro che non sarebbe più potuta tornare sotto l'autorità serba.
Non partecipando alla demonizzazione dell'unilateralismo Usa, non critichiamo oggi la posizione del ministro D'Alema, che però dovrà pur riconoscere che qualche volta, quando l'Onu è impotente, qualcuno deve pur prendersi le responsabilità cui gli eventi richiamano.
Tuesday, February 27, 2007
Srebrenica. L'Onu che condanna se stessa
Serbia e Onu hanno quindi pari responsabilità nel genocidio dei bosniaci
Il fatto. La Corte di giustizia dell'Aja ammette, dopo undici anni, che nel 1995 ci fu «genocidio» nei pressi della cittadina bosniaca di Srebrenica. Ma la stessa Corte poi assolve d'ogni specifica responsabilità «legale» la Serbia, quella del regime nazionalcomunista di Milosevic, inventando la scappatoia di un reato collaterale inesistente nei codici di diritto internazionale: la Serbia, in quanto tale, sarebbe incorsa soltanto nel peccato di «omissione di soccorso» nel più efferato massacro di massa europeo dopo la seconda guerra mondiale.
La Repubblica lo chiama «male causal», Enzo Bettiza su La Stampa, da cui abbiamo ripreso la premessa, parla di «beffa del genocidio senza padri»: «Mai, da quando esiste l'Europa democratica, ossequiente dei diritti dell'uomo, la memoria di tanti morti innocenti è stata così palesemente sacrificata e oltraggiata sugli altari della politica internazionale».
L'esito, dal punto di vista giuridico, osserva Antonio Cassese, è che «i sopravvissuti di Srebrenica, per i quali la Bosnia aveva chiesto un indennizzo, non lo avranno. E se Milosevic fosse vivo, sarebbe stato prosciolto dall'accusa di genocidio».
Dal punto di vista storico è Ian Buruma, al Corriere della Sera a indicare le implicazioni della sentenza: «Penso che questa sentenza discolpi Milosevic agli occhi dei serbi e dia ragione a quanti hanno per tutto questo tempo sostenuto, anche in modo disonesto, che Milosevic non aveva alcuna influenza sui serbo-bosniaci». E a spiegare perché i processi internazionali per questi crimini «non sono la soluzione ideale»: «Sarebbe stato meglio che una corte serba giudicasse questi crimini, o come fu in Germania dopo Norimberga».
Oltre al fatto che ci sono voluti undici anni per chiamare il massacro di Srebrenica con il suo vero nome - e la morte che Milosevic ha facilitato non poco le cose - condannando la Serbia per «omissione», in realtà l'Onu ha condannato se stessa, responsabile, l'Onu sì (quindi al pari di Belgrado) di omissione, come ha ricordato Christian Rocca, su Il Foglio.
Il fatto. La Corte di giustizia dell'Aja ammette, dopo undici anni, che nel 1995 ci fu «genocidio» nei pressi della cittadina bosniaca di Srebrenica. Ma la stessa Corte poi assolve d'ogni specifica responsabilità «legale» la Serbia, quella del regime nazionalcomunista di Milosevic, inventando la scappatoia di un reato collaterale inesistente nei codici di diritto internazionale: la Serbia, in quanto tale, sarebbe incorsa soltanto nel peccato di «omissione di soccorso» nel più efferato massacro di massa europeo dopo la seconda guerra mondiale.
La Repubblica lo chiama «male causal», Enzo Bettiza su La Stampa, da cui abbiamo ripreso la premessa, parla di «beffa del genocidio senza padri»: «Mai, da quando esiste l'Europa democratica, ossequiente dei diritti dell'uomo, la memoria di tanti morti innocenti è stata così palesemente sacrificata e oltraggiata sugli altari della politica internazionale».
L'esito, dal punto di vista giuridico, osserva Antonio Cassese, è che «i sopravvissuti di Srebrenica, per i quali la Bosnia aveva chiesto un indennizzo, non lo avranno. E se Milosevic fosse vivo, sarebbe stato prosciolto dall'accusa di genocidio».
Dal punto di vista storico è Ian Buruma, al Corriere della Sera a indicare le implicazioni della sentenza: «Penso che questa sentenza discolpi Milosevic agli occhi dei serbi e dia ragione a quanti hanno per tutto questo tempo sostenuto, anche in modo disonesto, che Milosevic non aveva alcuna influenza sui serbo-bosniaci». E a spiegare perché i processi internazionali per questi crimini «non sono la soluzione ideale»: «Sarebbe stato meglio che una corte serba giudicasse questi crimini, o come fu in Germania dopo Norimberga».
Oltre al fatto che ci sono voluti undici anni per chiamare il massacro di Srebrenica con il suo vero nome - e la morte che Milosevic ha facilitato non poco le cose - condannando la Serbia per «omissione», in realtà l'Onu ha condannato se stessa, responsabile, l'Onu sì (quindi al pari di Belgrado) di omissione, come ha ricordato Christian Rocca, su Il Foglio.
«In realtà sono proprio le Nazioni Unite a essere colpevoli di omissione, se non peggio. Nel 1995 l'Onu non ha impedito, anzi forse ha facilitato, lo sterminio etnico, grazie al lasciapassare che il comando francese e le truppe olandesi diedero alle milizie di Mladic, in una città che era "zona protetta" delle Nazione Unite. Già prima, il Consiglio di sicurezza dell'Onu aveva imposto l'embargo alla vendita delle armi con conseguenze disastrose per le vittime. Gli aggressori, cioè i serbi, non subirono alcun danno da quella decisione, perché avevano a disposizione l'arsenale del vecchio esercito jugoslavo. I bosniaci musulmani, le vittime, senza armi già prima dell'embargo, non si sono potuti difendere. Grazie all'Onu».
Subscribe to:
Posts (Atom)

