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Tuesday, February 21, 2017

Renzi impaludato nel Vietnam Pd... E potrebbe essere tardi per uscirne

Sull'altare di un animale mitologico, l'unità della sinistra, Renzi ha buttato via riforme istituzionali, economiche e legge elettorale. Senza nemmeno riuscire a mantenerla, l'unità... Ora una corposa scissione è la sua unica, ultima possibilità di cambiare davvero il Pd (ammesso che sia ancora possibile...) e sperare di giocarsi tutto con una campagna elettorale che guardi all'elettorato che può permettergli di superare il 30%... L'unico problema, semmai, è che potrebbe essere già troppo tardi. Il Pd così com'è, chiuso nel suo recinto ideologico, anche guidato da Renzi (quello attuale), non supera il 25%. E quando si vota, se subito o nel 2018, è ininfluente se Renzi non capisce il vento che spira dall'Atlantico e che con quel partito non supera il 25%.

Friday, January 30, 2015

Da rottamatore a riciclatore

No, la notizia non è la disfatta di Berlusconi. Il patto del Nazareno si è rivelato ben presto una sòla. Non che non ci fossero ottime ragioni per tentare, ma non allo sbaraglio, non con il solo obiettivo dell'aiutino personale, grazia o grazietta. In questi mesi a Renzi è bastato agitare la carota in lontananza per far ingoiare a Berlusconi di tutto, dalla legge elettorale alle riforme. Con danni devastanti inferti alla prospettiva di una ricostruzione del centrodestra. E molto probabilmente Berlusconi ingoierà, in un modo o nell'altro, anche Mattarella al Colle. Certo, con qualche mal di pancia ma senza strappi. Il voltafaccia di Renzi quindi non è una notizia, può sorprendere solo servi, ingenui e opportunisti alla corte dell'ex Cavaliere.

Piuttosto, la novità è che Renzi scegliendo Mattarella regala ossigeno (e forse una insperata sponda sul Colle più alto) alla minoranza Pd e rischia così di consegnarsi alla vecchia sinistra che voleva rottamare. Oggi tutti celebrano il suo capolavoro politico. Ma in cosa consiste davvero questo capolavoro? Nell'aver evitato lo stallo del 2013? Sì, certo. Nell'aver ricompattato il suo partito umiliando Berlusconi (probabilmente senza perdere la sua preziosa sponda sulle riforme)? Anche, forse. Tutto probabile, ma resta una vittoria solo tattica, figlia della sua spregiudicatezza, e nemmeno particolarmente coraggiosa.

In effetti si trovava di fronte a un bivio pieno di incognite e potenziali trappole: rischiare, tentando di mettere al Quirinale un suo uomo, o comunque un elemento di novità, coerentemente con la sua fama di innovatore, con la certezza però di aver bisogno dei voti di Berlusconi e Alfano e di spaccare il suo partito; o invece prendere la strada più sicura per eleggere in tempi rapidi il nuovo presidente, senza nuovi psicodrammi, ricompattando il suo partito (e il vecchio centrosinistra) intorno però ad una figura grigia, appartenente alla generazione e alla classe politica che dichiara di voler rottamare.

Quello di Renzi rischia di essere un capolavoro solo all'interno del "palazzo", tra gli addetti ai lavori e quel milione circa di parassiti che vivono di politica, cariche istituzionali e retroscena sui giornali. La conferma di quanto politica e informazione mainstream siano autoreferenziali. Ma agli occhi dell'opinione pubblica? Gli italiani non sanno nemmeno chi sia Mattarella e quando lo sapranno, si chiederanno come un "rottamatore", un innovatore come Renzi abbia potuto riciclare un polveroso arnese della Prima e della Seconda Repubblica, un residuato della vecchia dc e antiberlusconiano della prima ora, anziché dare anche nella scelta per il Quirinale un segno di cambiamento.

Certo, se l'obiettivo era passare la nottata, forse l'ha superata brillantemente. Ma la sua vittoria di oggi non sembra priva di insidie nemmeno nel gioco interno ai palazzi. Anzi... Renzi gioca pesante e punta al bottino pieno, non al voto. Certo, ha messo nel conto anche elezioni anticipate, ma vorrebbe intestarsi la ripresina che potrebbe appalesarsi nei prossimi mesi grazie al Quantitative Easing deciso da Draghi. Ricompattato il suo partito, rischia però di venirne risucchiato. Si aspetta che Alfano e Berlusconi non rompano, sul governo il primo e sulle riforme il secondo (e probabilmente avrà ragione). Il problema però è che con la sua mossa ha portato i due molto vicini al punto in cui non si ha nulla da perdere e ha reso molto più complicato per Berlusconi gestire i suoi. Il venir meno, o l'indebolirsi della loro collaborazione lo consegnerebbe nelle braccia della vecchia sinistra. Altro che #lavoltabuona... E, d'altra parte, se l'iter delle riforme costituzionali ed economiche venisse bruscamente interrotto dalla prematura fine della legislatura, nemmeno Renzi potrebbe facilmente scrollarsi di dosso l'ennesimo flop davanti all'opinione pubblica. Ne sarebbe almeno corresponsabile.

E il nuovo presidente? Mattarella che diventa presidente grazie a una maggioranza parlamentare uscita da una legge elettorale che da giudice della Consulta lui stesso ha dichiarato illegittima è quel genere di cose che solo in Italia possono accadere. Quante volte Renzi ha parlato con Mattarella? Sicuro di conoscerlo bene? E che non sia in maggiore sintonia con gli esponenti della generazione e della classe politica che non ha ancora finito di rottamare? Come immagine sembra perfetto per non fargli ombra, ma Mattarella è silenzioso, non debole, né sciocco. Tanto meno controllabile. Sarebbe capacissimo di fare a Renzi (e a chiunque altro) ciò che Scalfaro e Napolitano hanno fatto a Berlusconi: ha tutti i rapporti personali, le conoscenze giuridiche e l'esperienza politica che servono per fottere chiunque.

Chi pensa che l'Italicum basti a riportare il capo dello Stato ad un ruolo notarile, rispetto ad un presidente del Consiglio con una forte investitura popolare, ha fatto male i suoi conti. Come dimostrano gli ultimi vent'anni, da Scalfaro a Napolitano, leggi elettorali maggioritarie e bipolarismo non hanno impedito ai presidenti di giocare le loro partite, svolgendo una funzione di contrappeso rispetto ai governi scelti dagli elettori. I poteri del Quirinale, con tutta la loro discrezionalità e carica presidenzialista, sono ancora tutti lì. E un'altra cosa che la storia della Prima e della Seconda Repubblica insegna è che per un leader riformista non c'è peggior nemico di un dc di sinistra...

Monday, May 26, 2014

L'anno zero del Pd e del centrodestra

Anche su Notapolitica

IL PD - Le Europee del 2014 rappresentano probabilmente un anno zero sia per il Pd che per il centrodestra, ovviamente per motivi diversi. Grazie a Renzi il Pd diventa finalmente un partito a vocazione maggioritaria e post-ideologico, ciò che avrebbe dovuto essere fin dalla sua nascita ma che fino ad oggi non era mai stato. In attesa delle più autorevoli analisi dei flussi elettorali, azzardiamo che Renzi non solo riporta a casa molti dei suoi dopo la sbandata grillina del 2013, ma attrae voto moderato cannabilizzando l'ex "Scelta cinica" (2,8 milioni di voti nel 2013) e, cosa più importante, convincendo quel nord parte più dinamica e produttiva del paese che sembrava tabù per la sinistra e territorio del centrodestra.

Il Pd (soprattutto il vecchio Pd) dovrà capire quanto prima che i voti della straordinaria vittoria di oggi li ha presi Renzi, non il Pd. Renzi ha conquistato voti di altre persone, 2,5 milioni, che senza di lui non avrebbero mai votato Pd. Voti che senza Renzi sarebbero rimasti dov'erano, cioè a Grillo o a casa. Se Letta fosse rimasto ancora al governo, forse avrebbe preso ancora meno voti di Bersani l'anno scorso. E il risultato di oggi autorizza a ritenere che se all'ex sindaco di Firenze non fosse stata sbarrata la strada alle primarie contro Bersani, forse questo successo il Pd l'avrebbe ottenuto alle politiche del 2013 e avremmo tutti risparmiato un anno di risse e immobilismo.

Attenzione però ai facili entusiasmi: non sono elezioni politiche e la percentuale del 41% è gonfiata dalla ridotta affluenza alle urne (solo il 58%). In termini di voti reali Renzi ha riportato il Pd su livelli vicini ma ancora leggermente al di sotto (di 1 milione circa) delle sue migliori performance (circa 12 milioni di voti alle politiche del 2008 e del 2006). Tuttavia, ciò che rende il suo un risultato epocale, al contrario dei precedenti, è che per la prima volta il Pd riesce a vincere non facendo il pieno a sinistra ma conquistando il centro politico dell'elettorato, insomma c'è stato uno "shift" verso il centro: se i numeri somigliano a quelli del 2008, l'elettorato in realtà è molto diverso, e in un certo senso ha un peso specifico maggiore. E' un elettorato che ti permette di vincere e di governare da solo o quasi.

Certo, Renzi è stato anche favorito da alcune circostanze molto contingenti: sia Grillo con i suoi toni aggressivi e minacciosi, il suo "vinceremonoi", sia i sondaggi che stavolta per non sbagliare hanno sovrastimato il M5S, hanno posto l'elettorato di fronte all'eventualità di una vera e propria vittoria di Grillo, del sorpasso finale ai danni del Pd, e non solo di un forte vento di protesta. Molti elettori si sono mobilitati per scongiurare tale scenario. Urlatori e odiatori seriali ma inconcludenti hanno evidentemente cominciato a infastidire: soffiando sulla rabbia si possono prendere molti voti, ma suscitando paure e non speranze, presagendo sventure, non si vince.

Renzi da parte sua non ha sbagliato nemmeno un colpo: più che il gap tra annunci e fatti, più che gli 80 euro, hanno contato la sua energia, la sua voglia e il suo senso si urgenza nel cercare di cominciare subito a "cambiare verso" al paese. Finalmente qualcuno che ci prova sul serio, che vuole procedere a passo di carica e non felpato. E' bastato questo filo di speranza a convincere l'elettorato che valesse la pena mobilitarsi per impedire che venisse spezzato sul nascere dalla furia distruttiva del M5S. Dunque, davvero, si è votato non tanto sull'Europa, quanto sull'Italia: un referendum tra rabbia e speranza rispetto al nostro futuro, esattamente i termini in cui abilmente Renzi ha saputo, con l'aiuto di Grillo, impostare l'intera narrazione della campagna. La mia personale impressione è che la ciliegina sulla torta, il momento decisivo, sia stato lo scontro con Floris a Ballarò sui 150 milioni di tagli alla Rai. In quel momento più di qualche elettore moderato ma anche di sinistra deve aver pensato: oh, finalmente qualcuno fa sul serio. Gasparri e Romani che nel frattempo si esprimevano in difesa della tv pubblica davano la misura del suicidio in atto da anni nel centrodestra.

Adesso però si presenta a Renzi un'occasione storica: la vecchia sinistra è alle corde, è chiaro a tutti che è lui l'unico futuro del Pd, o capitalizza la vittoria e riforma il paese davvero, sfidando fino in fondo la Cgil e tutte le altre realtà più retrograde della sinistra e dell'establishment, senza guardare in faccia nessuno, o perde tutto con la stessa velocità con cui l'ha conquistato. Anche perché la prossima volta probabilmente non ci sarà il pericolo Grillo a mobilitare l'elettorato in suo favore.

IL CENTRODESTRA - Ma si tratta di un anno zero anche per il centrodestra, sia pure per motivi opposti. Frantumato, litigioso e senza leadership sembra aver toccato il fondo. E sembra un suicidio collettivo meticolosamente preparato dagli ex Pdl (al netto degli inevitabili esiti delle manovre interne ed esterne del 2011): allarmanti non sono tanto le percentuali, quanto la tipologia dell'elettorato perduto dopo due decenni, la parte più dinamica e produttiva del paese.

Sembra prefigurarsi un sistema tripolare ma di fatto bloccato, con un partito di centrosinistra e di governo pienamente legittimato, com'era la Dc (oggi il Pd), un partito anti-sistema (Grillo), che raccoglie frustrazioni e residui ideologici di sinistra e destra, e una galassia litigiosa e rancorosa di resti del centrodestra berlusconiano, in cui Forza Italia rappresenta un perno ancora rilevante elettoralmente ma sul filo della marginalità politica. In questo schema, avvantaggiandosi della frantumazione del centrodestra e del "pericolo Grillo", il Pd potrebbe ritrovarsi sempre al governo, sia che l'elettorato si sposti a sinistra, ovviamente, sia che si sposti a destra (conservando la maggioranza relativa e aprendo agli spezzoni del centro "presentabili").

Esiste ancora un centrodestra italiano? Se non esiste più elettoralmente, ma solo come una pluralità di realtà sociali e culturali nel paese, allora non avrebbe senso esercitarsi nella somma delle cifre elettorali dei partiti rimasti. Quella somma, il 31%, è il segno di una sconfitta netta ed inequivocabile, ma bisogna chiedersi se può essere o meno una base da cui ripartire. Di cosa è fatta? Di un generoso voto di testimonianza confermato a Silvio Berlusconi (quasi il 17%); di un voto altrettanto generoso, ma identitario, per Fratelli d'Italia; e di un progetto presuntuoso e velleitario, Ncd, che pur potendo contare su 4 ministeri pesanti non è riuscito ad andare oltre il 2,5% (l'1,8 almeno bisognerà riconoscerglielo a Casini!), e si avvia verso la stessa mesta sorte dei finiani.

Ci sono, d'altra parte, 7 milioni di astenuti in più rispetto alle politiche del 2013, 10 milioni rispetto a quelle del 2008, e quasi 4 milioni rispetto alle europee del 2009. Insomma, sembra esserci un popolo di centrodestra che aspetta una nuova offerta e una nuova leadership. Il centrodestra italiano esiste proprio perché non è una somma di percentuali elettorali. Il *nuovo centrodestra*, tutto da costruire elettoralmente, sta nelle ragioni di chi è rimasto a casa, non nelle frattaglie di ceto politico da 3/4%. E il fusionismo va senz'altro coltivato, ma non tra quelle frattaglie che non rappresentano più nessuno. Sarebbe un errore reagire demonizzando Renzi come per due decenni la sinistra ha demonizzato Berlusconi, e sarebbe un errore anche tentare di rimettere insieme le frattaglie di un ceto politico dal 3/4%, come per troppo tempo ha fatto anche l'Ulivo/Pd anziché cercare una vocazione maggioritaria.

Ci sono alcune condizioni, riguardanti sia l'assetto del sistema politico sia l'identità, alle quali può ancora esistere un centrodestra in Italia: bipolarismo/presidenzialismo, approccio fusionista, centralità di temi come tasse e giustizia, europeismo critico. Oltre che di contenuti, ovviamente il problema è di credibilità e ricambio di leadership, se si vuole recuperare la parte economicamente e socialmente più dinamica del paese. Puoi pure dire le cose più giuste, ma sei sempre quello che soprattutto durante l'esperienza di governo 2008-2011, con la politica economico-sociale affidata al duo Tremonti-Sacconi, ha tradito le promesse di rivoluzione liberale. Primo passo, quindi, riconoscere l'errore, segnare una cesura netta con quell'esperienza e rinnovare in modo aperto la leadership.

GRILLO - Quanto a Grillo, non c'era migliore occasione per fare il pieno di voti di un'elezione in cui non era in gioco la guida del governo e che si presentava come un enorme sfogatoio collettivo contro l'Europa. Ma l'ha mancata. Il popolo di Grillo è in gran parte il popolo di moralizzatori e odiatori seriali allevato da Repubblica/Unità/Fatto quotidiano/Santoro. Solo che questi sapevano di dire un sacco di cazzate pur di abbattere l'avversario del momento, invece i loro lettori/spettatori ci sono cresciuti e ora ci credono. Chi ha seminato per decenni (dalle monetine a Craxi) tutto questo odio, disprezzo per l'avversario, questo analfabetismo economico e complottismo, ora ne ha perso il controllo: in certi attacchi grillini al Pd sembra di risentire quelli della schiera Pd/Repubblica/Travaglio a Berlusconi. Il giustizialismo, la questione morale, il mito della decrescita, del "tutto pubblico", le bufale ambientaliste e complottiste, l'antimilitarismo, arrivano tutti da sinistra. In misura minore il popolo di Grillo è anche di piccoli imprenditori, artigiani, commercianti arrabbiati e delusi da centrodestra e Lega.

La principale contraddizione del M5S però è che da una parte scagliano il loro "vaffa" alla casta, ai politici, dall'altra vogliono il "tutto pubblico". Ma quando tutto è pubblico si allargano, non si riducono gli spazi di influenza, il potere della casta. Non serve a nulla sostenere che i politici devono essere onesti: è persino ovvio, ma l'esperienza ci insegna che più ampio è il controllo pubblico, più margini ci sono per disonesti e corrotti. E' una legge fisica, e statistica.

NO-EURO - Uscita molto ridimensionata da queste elezioni è anche la posizione no-euro. L'occasione era propizia, il vento antieuropeista soffiava forte, le schede elettorali erano piene di offerte politiche no-euro, ce n'erano per tutti i gusti, dalle più hard alle più soft... In altri paesi hanno fatto il pieno di voti, in Italia no. Renzi non ha dovuto mettere sul piatto l'uscita dall'euro per raggiungere il 40%, e ben il 42% degli elettori ha preferito astenersi piuttosto che aderire in massa alle proposte no-euro. Ovvio, non è che l'euro vada bene così com'è, ma gli italiani devono aver percepito puzza di sòla all'idea di uscire dalla moneta unica.

In generale, la critica all'Europa andrebbe mossa a partire da quel pensiero unico economico – che sembra accomunare PSE e PPE – secondo cui la crescita si fa con gli investimenti pubblici e i fondi europei, cioè con la spesa, e il rigore si fa con le tasse. A cui si aggiunge quella logica contabile delle coperture, per cui non viene nemmeno ipotizzato come credibile l'effetto espansivo di un taglio fiscale, mentre sono accettate come moneta corrente le supposte nuove entrate derivanti da un aumento di tasse. Anche se poi, alla prova dei fatti, quell'aumento avrà un effetto recessivo, e quindi avrà generato un gettito inferiore alle attese.

Wednesday, October 09, 2013

Una sinistra di inguaribili tassatori

Anche su Notapolitica e L'Opinione

L'emendamento al Decreto Imu presentato dai gruppi del Pd nelle Commissioni Bilancio e Finanze della Camera è rivelatore del rapporto malsano che la sinistra continua ad avere con le tasse. L'emendamento (poi ritirato, ma la sua ratio verrà ripescata nella Service Tax) riprendeva la proposta in tema di Imu avanzata dal Pd nell'ultima campagna elettorale, e cavalcata fino ad oggi dal viceministro Fassina: per rinviare l'aumento dell'Iva, basta far pagare l'Imu sulle prime case di "lusso", laddove però la soglia del lusso veniva piuttosto arbitrariamente fissata sui 750 euro di rendita catastale. Nonostante le abitazioni principali nelle categorie davvero di lusso (A/1, A/8 e A/9) non siano state mai esentate dal pagare l'Imu, e nessuno ha mai proposto di esentarle, per mesi il Pd è andato avanti con questa cantilena che bisognava tornare a far pagare l'Imu sulle prime case di lusso.

Considerando i forti squilibri degli attuali valori catastali, adottando la soglia dei 750 euro di rendita si rischia di esentare vecchi immobili di pregio nel pieno centro delle grandi città e stangare nuove abitazioni, ma di modeste qualità costruttive, nelle zone periferiche e semi-periferiche urbane, come dimostrato nell'ultima puntata di Report. Finalmente anche il Corriere si è preso il disturbo di andare a verificare di cosa stiamo parlando. E chissà perché solo ora e non prima del voto, quando invece preferiva accusare di demagogia la proposta di abolizione totale, ma questo è un altro tema. Oggi quindi scopriamo che per la stravagante concezione di "lusso" che hanno nel Pd 1/4 delle prime case in Italia andrebbero considerate tali, anche un monolocale A/2 di 36 metri quadri ubicato a Roma o a Milano, e un A/3 rispettivamente di 41 e 55 metri quadri. Siamo ricchi e non lo sapevamo!

Ciò che sappiamo per certo è che la sinistra continua a coltivare l'ossessione di punire i "ricchi". Peccato che sempre più spesso le capita di scambiare per "ricche" le famiglie del ceto medio. «Vede ricchi ovunque e spinge nelle braccia della destra una consistente fascia di italiani di ceto medio», ha correttamente osservato Dario Di Vico. Ma non è tanto l'ossessione di voler colpire la ricchezza a rendere antipatico il Pd, quanto i continui tentativi di spacciare per ricche le famiglie del ceto medio e tartassare anche quelle. Come si spiega? Forse i politici di sinistra sono talmente poveri da fissare la soglia della ricchezza molto in basso? Piuttosto, bisogna supporre che sia avvenuta una vera e propria mutazione sociologica e politologica della sinistra: essendo tra i politici di sinistra i veri ricchi e gli arricchiti di Stato, ed essendo ormai l'elettorato di riferimento pieno di vip milionari e benpensanti, alti burocrati e iper-garantiti (spesso inquilini di case degli enti a canone irrisorio) non si accorgono nemmeno di far piangere il ceto medio produttivo.

La sinistra - Pd e renziani compresi, a quanto pare - sembra condannata a sostenere una posizione economicamente e politicamente insostenibile sul tema delle tasse. Per fare cassa, ovvero per garantire servizi sociali e/o attuare politiche redistributive, occorrono grandi numeri, quindi bisogna tartassare anche il ceto medio, come dimostra la storia di questi decenni. Il che è tutt'altro che equo, ha effetti fortemente depressivi sull'economia e non serve nemmeno alle casse dello Stato. La dimostrazione l'abbiamo avuta proprio in questi giorni: invece di crescere, per effetto dei recenti aumenti delle aliquote, nei primi otto mesi del 2013 il gettito Iva è diminuito di ben 3,7 miliardi (il 5,2%, un calo tre volte superiore a quello del Pil). Non si vede quindi come l'ulteriore aumento dal 21 al 22% scattato dal primo ottobre possa produrre 4 miliardi in più di gettito. Abbiamo lasciato che scattasse perché, così ci è stato detto, non c'erano 4 miliardi di coperture per cancellarlo, né un solo miliardo per rinviarlo. Ma è ormai chiaro che quell'aumento non produrrà mai i 4 miliardi in più previsti, che semplicemente non sono mai esistiti, perché trattasi di mera finzione contabile che prescinde dalle più elementari leggi economiche. Anzi, contribuirà a far calare ancora di più il gettito Iva.

Se invece si vogliono colpire davvero i "ricchi", per dare un "segnale di equità", nella consapevolezza di raccogliere briciole rispetto ai problemi di bilancio, allora il risultato è che si incassa ancora meno, come hanno dimostrato il superbollo sulle auto di lusso (invece dei 168 milioni in più previsti, 140 milioni in meno di mancata Iva e imposte di bollo) e la tassa sulle barche (dei 120 milioni previsti, incassati solo 25 ma al prezzo di una contrazione di ricavi nel settore di 2,5 miliardi, con un mancato gettito calcolato in 900 milioni). Può apparire impopolare, ma per la ripresa dell'economia conta più un ricco che ordina uno yacht piuttosto che mille poveri che tornano ad acquistare un pacco di pasta De Cecco (e con questo, ovviamente, non intendo sostenere che le tasse bisogna ridurle solo ai ricchi). Può non piacere, ma è così che funziona l'economia: la sinistra e purtroppo certi ministri "tecnici" ancora non l'hanno capito. Né gli stolti sembrano in grado di comprendere che la sola minaccia di nuove tasse porta le famiglie a prevedere di spendere meno e risparmiare di più per poterle pagare, provocando l'effetto recessivo anche se poi l'aumento non si verifica.

Wednesday, July 31, 2013

L'atto di accusa di De Gregori alla sinistra come l'abbiamo conosciuta

Sono numerosi i passaggi dell'intervista a De Gregori oggi sul Corriere che andrebbero scolpiti sul portone di ogni sede del Pd e tatuati sulla fronte di ogni dirigente e militante. Vale quindi la pena riportarne alcuni, però quel «tassatemi quanto volete, ma non pretendete di rappresentarmi», proprio all'inizio dell'intervista, può permetterselo solo qualcuno che vive di rendita.

Per il resto, quello di De Gregori non è un atto di accusa solo alla sinistra, al Pd, ai suoi dirigenti e a qualche "tipo" umano della "base", ma anche (forse soprattutto) al partito "Repubblica-Espresso", al partito delle procure, ai "Santorini" e ai "Travaglini".

La sinistra
«È un arco cangiante che va dall'idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del "politicamente corretto", una moda americana di trent'anni fa, e della "Costituzione più bella del mondo". Che si commuove per lo slow food e poi magari, "en passant", strizza l'occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini».

«Sono stufo del fatto che, appena si cerca un accordo su una riforma, subito da sinistra si gridi all'"inciucio", al tradimento. Basta con queste sciocchezze. Basta con l'ansia di non avere nemici a sinistra».

«Viene il momento in cui la realtà cambia le cose, bisogna distaccarsi da alcune vecchie certezze, lasciare la ciambella di salvataggio ed essere liberi di nuotare, non abbandonando per questo la tua terra d'origine. Non ce la faccio più a sentir recitare la solita solfa "Dì qualcosa di sinistra". Era la bellissima battuta di un vecchio film, non può diventare l'unica bandiera delle anime belle di oggi. Proviamo piuttosto a dire qualcosa di sensato, di importante, di nuovo. Magari scopriremo che è anche di sinistra».
L'antiberlusconismo
«Ho seguito con crescente fastidio e disinteresse l'accanimento sulla sua vita privata. Forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna di più sull'Ilva di Taranto? Pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra. Meglio sarebbe stato elaborare un progetto credibile di riforma della società e competere con lui su temi concreti, invece di gingillarsi a chiamarlo Caimano e coltivare l'ossessione di vederlo in galera. Non condivido nulla dell'etica e dell'estetica berlusconiana, ma mi irrita sentir parlare di "regime berlusconiano": è una falsa rappresentazione, oltre che una mancanza di rispetto per gli oppositori di Castro o di Putin che stanno in carcere».

«Sono stato berlusconiano solo per trenta secondi in vita mia: quando ho visto i sorrisi di scherno di Merkel e Sarkozy».
Grillo
«Questa idea della Rete come palingenesi e istituzione iperdemocratica mi ricorda i romanzi di Urania».
I due Papi
«Papa Francesco, la più bella notizia degli ultimi anni. Ma mi piaceva anche Ratzinger. Intellettuale di altissimo livello, all'apparenza nemico del mondo moderno e in realtà avanzatissimo, grande teologo e per questo forse distante dalla gente. Magari i fedeli in piazza San Pietro non lo capivano. Ma il suo discorso di Ratisbona fu un discorso importante».
Viva l'Italia
«"L'Italia che resiste", ad esempio; e solo le anime semplici potevano pensare che c'entrasse qualcosa con lo slogan giustizialista "resistere resistere resistere"».

Wednesday, June 26, 2013

La vera anomalia

I processi politici non iniziano e non finiranno con Berlusconi

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Tv e giornali sono pieni di commenti sull'assurdità, o quanto meno sull'eccessiva severità, della condanna inflitta dal Tribunale di Milano a Berlusconi per il caso Ruby, e di sottili analisi politiche sull'impatto che potrà avere la sentenza sulla vita del governo Letta, su quelle "larghe intese" favorite dalla promessa di un processo di "pacificazione" tra Pd e Pdl, proprio a partire dalla figura del Cav. Certo, non può non balzare agli occhi l'estrema debolezza degli elementi probatori a sostegno delle tesi dell'accusa, tanto che c'è del grottesco nel fatto che i giudici per coerenza con la loro sentenza di condanna abbiano dovuto accusare di falsa testimonianza decine e decine di testimoni, compreso il commissario di polizia Giorgia Iafrate, che ha sempre negato di aver subito pressioni per il rilascio di Ruby da parte dell'ex premier. Così come è certo che non tanto dal campo berlusconiano, quanto piuttosto da sinistra arriveranno i maggiori pericoli per il governo Letta: come si può governare insieme al partito di Berlusconi dopo questa sentenza che lo addita come criminale? Chi per ambizioni personali (vedi Renzi), chi per puro antiberlusconismo e giustizialismo, in molti si impegneranno a delegittimare, a provare l'impraticabilità politica delle "larghe intese".

Ma non si vuole qui entrare nel merito del processo Ruby o degli effetti politici della sentenza. Ciò su cui vogliamo concentrarci è la pericolosa illusione in cui molti liberali, o troppo ingenui o in cattiva fede, rischiano di indugiare. Ci si illude - molti in buona fede anche nell'area di centrodestra - che il protagonismo politico di certe procure sia dettato dall'"anomalia" Berlusconi. A torto o a ragione, ce l'hanno con lui. Una volta fatto fuori, tutto tornerà normale. Anzi, una volta spezzato questo incantesimo, rotto questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia.

La realtà purtroppo è molto diversa: Berlusconi è destinato a passare (prima o poi), questa magistratura invece ce la teniamo. Proprio ora che sta riuscendo, dopo vent'anni di accanimento mediatico-giudiziario, a mettere all'angolo Berlusconi, aprendo per lui addirittura la prospettiva non più solo teorica del carcere, la magistratura è più che mai "coperta" e intoccabile politicamente. Il punto è che accrescendosi il suo ruolo politico, si accresce fatalmente anche il suo potere di interdizione rispetto a qualsiasi tentativo di riforma organica della giustizia.

Nonostante non abbia mantenuto le promesse di una riforma generale, e in senso liberale, della giustizia (non vuol essere questa la sede per soppesare colpe e attenuanti), Berlusconi ha sempre rappresentato un vero e proprio argine - quasi fisico - allo strapotere e al ricatto della magistratura sulla politica. All'orizzonte del dopo Berlusconi non si scorge l'eroe che realizzerà i "sogni" che il Cav. ha mancato di realizzare, né la normalizzazione dei rapporti tra politica e giustizia che molti auspicano.

Fuori causa Berlusconi, nessun altro leader ad oggi sembra disporre delle risorse, economiche e di consenso popolare, per resistere un solo mese agli assalti di qualche magistrato politicizzato o solo ansioso di farsi pubblicità. I futuri leader di centrodestra - in modo direttamente proporzionale alla loro determinazione nel voler riformare la giustizia - continueranno ad essere molestati giudiziariamente. E quelli di centrosinistra saranno tenuti per le palle dalla casta dei giudici e dall'estremismo forcaiolo.

Si scoprirà allora che la vera anomalia italiana è il protagonismo politico di certe procure, una magistratura che da ordine autonomo e indipendente come prevede la Costituzione, si è trasformata in un vero e proprio "contro-potere", del tutto fuori controllo, ab solutus, dunque tecnicamente antidemocratico e golpista, che impedirà qualsiasi riforma lo riguardi, rendendo impossibile governare a qualsiasi leader di centrodestra e tenendo in ostaggio il centrosinistra. Un'anomalia che non inizia con Berlusconi e non finirà con lui. Altri leader del campo "moderato", o semplicemente non comunisti, prima di lui, come Craxi e Andreotti, sono stati sottoposti ad una persecuzione mediatico-giudiziaria simile.

Con sentenze come quella di lunedì sul caso Ruby, le procure ipotecano la Terza Repubblica, una Repubblica delle Procure, in cui nessun Parlamento potrà permettersi neanche di discutere una riforma della giustizia sgradita alla magistratura; in cui qualsiasi governo - non credo solo di centrodestra, ma soprattutto di centrodestra - sarà letteralmente sotto il loro ricatto. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare. Persino sui singoli parlamentari peserà il pre-giudizio della magistratura, basterà un avviso di garanzia o una richiesta di arresto preventivo per estrometterli dalla vita politica, quasi come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l'ultima parola sulle candidature.

Tuesday, May 28, 2013

La gente ha capito... che votare è inutile

Anche su Notapolitica e L'Opinione

E' sbagliatissimo leggere l'esito del voto amministrativo attraverso le lenti della politica nazionale. Ovviamente il governo Letta e le forze politiche che lo sostengono lo fanno per convenienza: «Ha vinto il governo delle larghe intese e chi prova a dare risposte effettive al Paese». Il premier prova a metterci il cappello, facendo filtrare ai giornali la sua soddisfazione: «La gente ha capito». Ma l'unica conclusione a cui la gente sta mostrando di essere giunta è che votare è inutile, perché tra destra e sinistra non c'è poi molta differenza. Intendiamoci: ovvio che un crollo del centrodestra e del centrosinistra, e un nuovo boom di Grillo, avrebbero indicato una bocciatura, sia pure prematura forse, delle "larghe intese".

Ma il semplice fatto che ciò non sia avvenuto non significa che l'operazione è stata promossa. Uno scampato pericolo non equivale a una promozione. Anzi, sull'elevato astensionismo semmai, oltre a una certa stanchezza di politica (dopo la "full immersion" degli ultimi mesi, tra elezioni di febbraio e travagliato parto del governo) e a un giudizio complessivamente negativo sui candidati, può aver pesato una certa rassegnazione: tanto votare è inutile, gli uni o gli altri sono la stessa cosa. E anche votare Grillo, oltre al "vaffa", è sterile, non porta a nulla per cui valga la pena distogliersi dalle proprie attività domenicali.

Il voto amministrativo può certamente dare indicazioni di approvazione o disapprovazione dell'operato del governo nazionale, ma non può essere questo il caso. Sul governo Letta, e dunque sull'operazione politica che l'ha tenuto a battesimo, il giudizio degli elettori è ancora sospeso: giustamente, dal momento che è in carica solo da poche settimane. Non è il voto amministrativo, quindi, a rafforzare le "larghe intese", ma il semplice fatto che il governo ha iniziato a lavorare da poco e dunque il primo giudizio è rimandato a settembre.

Basti prendere in esame il caso del Comune di Roma, che da solo rapppresenta il 57,5% dell'elettorato chiamato alle urne e addirittura il 73,3% di quello dei 16 comuni capoluogo. Alemanno è arrivato a questo voto sfiancato da scandali veri o presunti e da una incessante campagna di ridicolizzazione personale, eppure ha retto ed è riuscito ad andare al ballottaggio. D'altra parte, Marino non rappresenta certo la linea delle "larghe intese", e ha posizioni politiche distanti dai possibili futuri leader del suo partito. Semmai, la sua affermazione dovrebbe suonare come campanello d'allarme per il Pd impegnato nelle "larghe intese".

Insomma, gli elettori hanno dato un giudizio sull'operato dei sindaci uscenti, basato sulla percezione - spesso imprecisa - di ciò che è stato o non è stato fatto. E come spesso accade, è un giudizio molto negativo, che tuttavia si è esteso anche ai candidati sfidanti. L'astensione elevata - anche se il confronto corretto non è con il 2008, quando pesò il traino delle politiche - è probabilmente il segno che i candidati sono apparsi tutti mediocri, anche quelli del M5S. A Roma può aver pesato il derby, certo, ma forse ancor di più la certezza che si sarebbe andati al ballottaggio. Anche questo può aver convinto molti elettori a "disturbarsi" solo quando si deciderà per davvero, cioè fra due settimane. Al ballottaggio l'affluenza nella capitale potrebbe persino aumentare, o restare pressoché invariata ma con un elettorato molto diverso, anche se le chance di Alemanno sembrano ridotte al lumicino.

Ridicoli anche i frettolosi "de profundis" per Grillo e M5S: alle amministrative, dove contano di più i volti dei candidati, dove si cerca un amministratore e non ci si accontenta di un "vaffa" generalizzato, non sorprende che i grillini non abbiano convinto. La gente ha capito che anche loro sono mediocri, e rispetto agli altri pure inesperti. Probabilmente il M5S non avrebbe toccato il 25% alle politiche, se si fosse votato in collegi uninominali, che avrebbero costretto i parlamentari grillini a presentarsi agli elettori - con i loro volti, le loro storie personali - prima del voto in ogni singolo collegio.

A Roma è uscito sconfitto il candidato De Vito, ma lo tsunami nazionale non è affatto rientrato. Non sono venuti meno i motivi che lo scorso febbraio hanno indotto il 25% degli elettori a mandare un sonoro "vaffa" ai partiti tradizionali, ma adesso anche Grillo sa che non basta più evitare la tv, non bastano più i suoi comizi. Le inadeguatezze, l'ingenuità, talvolta l'antipatia dei parlamentari e dei candidati del movimento non si possono nascondere in eterno dietro una battuta o un insulto.

Thursday, April 18, 2013

Dopo aver seminato vento, il Pd raccoglie la sua tempesta

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Si raccoglie quello che si semina: se è vento, allora sarà tempesta. Se fino ad un minuto prima si è seminato antiberlusconismo, se l'unico pensiero che scalda il cuore è "smacchiare il giaguaro", è poi difficile spiegare ai propri elettori, e ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli "impresentabili", come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere un governicchio.

«Siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere», scrivevamo su queste pagine all'indomani del voto. E il naufragio della candidatura Marini alla prima votazione per il Quirinale ne è l'ennesima dimostrazione. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd balcanizzato sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di vent'anni di antiberlusconismo, l'eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti.

La radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale, nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd. Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo spacca a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell'avversario, ai danni dell'immagine stessa del paese, e l'insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.

Il risultato che si tocca con mano oggi è una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, semplicemente "impolitici", per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare - anche quando è l'unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia - e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato dall'elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un'idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi.

E adesso? Quella di Franco Marini è una candidatura che nasce per un'elezione rapida e largamente condivisa, con i 2/3 dell'assemblea alla prima votazione. Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l'altro, sarebbe un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi oggi sono pericolosamente vicini al quorum di 504.

Dall'inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l'unico scopo che ha guidato l'azione di Bersani. Fallito il tentativo con Grillo, e dovendosi piegare di fronte alle resistenze di Napolitano, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall'elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire vincitore dal naufragio del segretario è senz'altro Renzi, che dall'inizio ha sparato ad alzo zero sull'ipotesi Marini. Fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato, ma pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure ritenute preferibili.

Prodi e Rodotà non fanno forse parte di foto di 20 o 30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c'era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d'oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano?

No, è che anche il sindaco di Firenze è entrato nella partita per il Colle con due occhi alle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchio politico. Aveva spiegato che le strade dinanzi a Bersani erano due: un accordo con il Pdl o il voto subito. L'elezione di Marini avrebbe prefigurato la prima ipotesi, ma evidentemente per Renzi esiste solo la seconda, illudendosi di poter essere lui il candidato premier. Dunque, sostiene per il Colle candidati antiberlusconiani, nonostante siano anch'essi vecchi e rappresentino politicamente tutto ciò che della sinistra ha sempre dichiarato di voler superare. L'importante è sabotare Bersani e togliersi di dosso l'immagine di cripto-berlusconiano disponibile all'inciucio. Anche il Renzi del "fate presto", insomma, pur di non perdere il suo tram è pronto a precipitare il paese nel caos di nuove elezioni, e pazienza se il prezzo è l'elezione di un presidente che rischia di alimentare, anziché ricomporre, le divisioni tra gli italiani.

Un'altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l'elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante, e non il favorito degli italiani. Chi vuole un presidente "del popolo" abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo, o taccia per sempre. L'impressione è che coloro che oggi si scandalizzano per la scelta di Marini e sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accetterebbero di affidarsi totalmente alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente che i partiti ascoltino un'avanguardia illuminata interprete dei suoi presunti voleri.

Wednesday, April 10, 2013

Perché in Italia non abbiamo avuto una Thatcher

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Quando abbiamo saputo della morte di Margaret Thatcher, in molti una domanda è sorta spontanea, avrebbe detto Antonio Lubrano: perché in Italia non abbiamo avuto una Thatcher, nonostante il nostro paese è, e non da oggi, in una situazione di declino, a causa dello statalismo e del corporativismo, simile a quella in cui si trovava il Regno Unito sul finire degli anni '70?

D'accordo, in Italia tantissimi erano thatcheriani «solo a parole», «all'italiana», come ha osservato Pierluigi Battista. Ma non bisogna dimenticare l'altra faccia della medaglia, che ci ha ricordato Piero Ostellino: ci fosse stata una vera Thatcher, «l'avrebbero spedita a morire a Tunisi». Ogni tentativo di rispondere alla nostra domanda tralasciando uno dei due aspetti - le responsabilità della classe politica di centrodestra e il fattore culturale e istituzionale - è condannato a produrre risposte parziali.

E' vero, i thatcheriani "de noantri" lo erano «solo a parole», hanno fatto poco o niente per diminuire la spesa pubblica, il debito pubblico, quindi le tasse, e per liberalizzare l'economia. Sono partiti sognando il «partito liberale di massa» e sono finiti nell'anti-mercatismo di Tremonti o nel keynesismo di ritorno del "premio Nobel" Krugman.

E' vero, i thatcheriani d'Italia sono stati più «pacioni». Di fronte al conflitto, alle opposizioni anche dure, hanno deciso di battere in ritirata temendo per il consenso del giorno dopo, quindi per le loro carriere politiche, ma anche perché, in fondo, non ci credevano neanche loro alla cosiddetta "rivoluzione liberale". Dopo la caduta della Prima Repubblica dirsi liberali era un modo, per ex-Msi, ex democristiani ed ex socialisti, per sdoganarsi. Una volta rilegittimati, hanno ben presto dimenticato cosa significasse. Qualche timida "lenzuolata" liberalizzatrice il centrosinistra l'ha portata avanti, ma obtorto collo, senza convinzione, solo per convenienza. Ci si era accorti che privatizzare poteva essere un modo per creare una rete di oligarchi amici e che liberalizzare qualcosa si poteva, purché limitandosi a colpire i settori di interesse dell'elettorato altrui.

No, non si può certo dire che il centrodestra italiano sia stato "liberista", tutto "small government e deregulation". Bisogna però riconoscere qualche circostanza attenuante ai liberali della Prima Repubblica, per aver fatto i "cespugli" della Democrazia cristiana quando l'alternativa era il comunismo di Mosca. E nella giusta critica al berlusconismo non si può ignorare che per tre volte Berlusconi ha coalizzato vaste maggioranze di centrodestra intorno a parole d'ordine liberiste, anti-stataliste, mentre mai niente di simile si è visto a sinistra. Berlusconi e la sua classe dirigente hanno poi tradito la "rivoluzione liberale", hanno governato da moderati nel senso di "socialisti moderati", e nell'elettorato di centrodestra le spinte stataliste e assistenzialiste del centro-sud e le spinte corporative hanno finito per prevalere sulle istanze liberalizzatrici. Ma tutto ciò non cancella il fatto inoppugnabile che da una parte i "thatcheriani", almeno a parole, sono esistiti, e che milioni di elettori di centrodestra hanno risposto, e ancora rispondono presente ai richiami liberisti, mentre dall'altra parte istintivamente li hanno sempre respinti.

Certo è che chi si è opposto alla riforma delle pensioni del primo governo Berlusconi, nel 1994, o all'abolizione dell'articolo 18, solo per citare due esempi, non ha titolo oggi per biasimare il centrodestra perché non ha saputo esprimere una Thatcher. Non si possono recitare due parti in commedia.

In fondo, una Thatcher in Italia non c'è stata perché non siamo inglesi. Non abbiamo né la loro cultura politica né il loro modello istituzionale e questi sono forse i fattori che più hanno pesato. Non è da noi che è sorto e si è sviluppato il pensiero liberale. La cultura liberale è sempre stata ultra-minoritaria nelle élites, schiacciata tra il solidarismo cattolico e l'assistenzialismo comunista e post-comunista. E il libero mercato lontano dall'esperienza concreta della borghesia e del capitalismo italiani. Tanto che il giornale degli industriali, il Sole24Ore, ha pensato bene di ospitare in prima pagina un convinto commento anti-Thatcher di Romano Prodi. Il caso Italia è particolamente penoso: la controversa percentuale del 47% di elettori che secondo Romney avrebbero comunque votato Obama, perché in vario modo sussidiati dal governo, in Italia probabilmente supera di gran lunga il 50%, rendendo ancor meno attraenti le opportunità che le politiche liberiste potrebbero aprire. Troppo pochi, e senza voce, gli outsider.

Non sorprendiamoci, dunque, se una Thatcher in Italia è impossibile. Anche il sistema istituzionale e politico è stato concepito, edificato e preservato apposta per renderla impossibile. Nel Regno Unito la politica è conflitto, alternative di governo, da noi concertazione e trasformismo. Il modello di leadership che la Thatcher rappresenta si è potuto affermare per le virtù del bipartitismo e di un premierato forte, che da noi è considerato una forma di autoritarismo. Il nostro è un sistema di poteri deboli, consociativo, che premia il trasformismo e deresponsabilizza i leader. Il presidente del Consiglio non ha il potere che ha avuto la Thatcher. E ogni tentativo di riformare la nostra Costituzione, che molti ancora ritengono "la più bella del mondo", in senso presidenzialista, o del premierato, si sono infranti contro una strenua, radicale opposizione, anche da parte di quanti, oggi, hanno il coraggio di dire che sì, in effetti, avremmo avuto bisogno di una Thatcher, ma che se ci fosse stata le avrebbero riservato il trattamento che per molto meno hanno riservato a Craxi e a Berlusconi.

Friday, April 05, 2013

Renzi l'uomo giusto nel partito giusto

Anche su Formiche.net e Notapolitica

All'indomani delle primarie del centrosinistra da cui uscì sconfitto, anche se con un risultato lusinghiero, si moltiplicarono gli inviti e gli appelli rivolti a Matteo Renzi perché abbandonasse il Pd, i cui vertici avevano ancora una volta mostrato di considerarlo alla stregua di un corpo estraneo e di essere incapaci di accogliere il rinnovamento (Qui la prima puntata: Il liberismo "buono" è solo quello che non c'è, su IlFoglio.it). Appelli, inviti, semplici auspici, che tornano a manifestarsi oggi, dopo che il sindaco di Firenze ha attaccato frontalmente, dalle pagine del Corriere della Sera, la linea della "perdita di tempo" portata avanti dal suo segretario. Per alcuni dovrebbe andarsene e fondare la sua forza politica, per altri semplicemente migrare nel centrodestra o approdare nel centro montiano per risollevarne le sorti. Quasi tutte queste provocazioni almeno in parte colgono nel segno, evidenziando contraddizioni e ritardi sia della sinistra che della destra.

E' vero che le idee, ma direi anche il linguaggio, e persino postura e sorrisi di Renzi, sembrano stonati in un partito come il Pd, ancora ostaggio dell'ossessione antiberlusconiana e appesantito dalla tara statalista, dove l'"apparatchik" ha ancora il suo peso, e quindi che in questo senso possa sembrare "l'uomo giusto nel posto sbagliato". Ma ciò non rende né più probabile né, a ben vedere, auspicabile, un suo "salto" verso altre sponde politiche. Credo che Renzi debba combattere fino in fondo la sua battaglia "blairiana" nel Pd e che il centrodestra debba trovare il suo di Renzi. Dovrebbe essere questo l'ordine normale e non scandaloso delle cose, anche se ammetto che la nostra politica è tutto fuorché "normale".

Innanzitutto, per una banale questione di credibilità personale. La politica italiana è già piena di personaggi che saltano da un partito all'altro, qualche volta per buoni motivi ma più spesso per convenienza, anzi per frustrazioni e piccole miserie personali. Non si vedono riconosciuta dal loro partito la leadership, o la poltrona, che ritengono di meritare, e allora cambiano casacca o se ne vanno e fondano il loro partitino. E di solito il "salto" non porta molta fortuna, gli elettori tendono a diffidare.

Ma anche perché in un certo senso Renzi è proprio l'uomo giusto nel posto giusto: il riformatore con la necessaria sfrontatezza nel partito che ha urgente bisogno di essere riformato - nei contenuti, nello stile politico e nella classe dirigente. Così come dev'essere sembrato un marziano Tony Blair nel Labour dei primi anni '90, sarà stato accusato di cripto-thatcherismo, ma era esattamente l'uomo giusto al posto giusto.

Che Renzi riesca con il Pd laddove Blair è riuscito con il Labour è tutt'altro che scontato. Anzi, sono molto meno certo di quanto si tenda comunemente ad essere che sia predestinato a vincere trionfalmente le prossime primarie, o il prossimo congresso del Pd. Che sarà proprio lui il futuro leader del centrosinistra ci crederò solo quando lo vedrò con i miei occhi.

Ma è una battaglia che deve combattere nel Pd, almeno se riteniamo auspicabile avere, prima o poi anche in Italia, un sistema politico maturo, in cui i due principali partiti, uno di centrodestra e uno di centrosinistra, vincono, perdono, invecchiano, ma sono riformabili e contendibili. Non possiamo andare avanti con questa maionese impazzita che per rigenerarsi ha continuamente bisogno di veder sorgere come funghi mini-partiti personali, progetti terzisti (o quartisti), tsunami e rivoluzioni più o meno incivili.

Né sarebbe auspicabile che sia Renzi a sopperire al vuoto di leadership che si annuncia nel centrodestra con il crepuscolo della leadership berlusconiana. Anche in questa parte dello schieramento politico il rinnovamento dovrà trovare le sue forme, i suoi contenuti e i suoi protagonisti. Comprensibile che Renzi susciti interesse e simpatia in un panorama così avido di novità, ma non bisogna commettere lo stesso errore di chi, per vezzo intellettuale ma con scarsa lucidità politica, addirittura lo voleva a capo di un movimento liberista. Dovremmo forse rassegnarci all'idea che il centrodestra del futuro altro non possa essere che una sinistra in versione "renziana", solo più moderata e "labour" del Pd?

Tuesday, April 02, 2013

La madre di tutte le anomalie

Ne abbiamo scritto infinite volte su questo blog. Ce la ricorda, il giorno di Pasqua, Giuliano Ferrara su il Giornale:
«Lo scudo di Berlusconi, quel che permette al Cav di giocare la carta finale della sua sopravvivenza ogni volta che la situazione incresciosa della Repubblica dei partiti lo mette in pericolo, è questo risentimento motivato di mezza Italia contro coloro che non vogliono accettare l'esistenza di un destra italiana di popolo, magari rozza o semplificatrice, così come la storia l'ha prodotta dopo la crisi del Paese che si identificava nei partiti della Costituzione. Bersani paga il prezzo di un ripudio assurdo, che si riassume nel senso sciagurato di superiorità che il suo schieramento esprime, la chiara evidenza di una sinistra che non vuole normalizzare il suo rapporto con questa Italia, ma ne esige la condanna, la damnatio memoriae, e la vuole a ogni costo, anche con processi grotteschi e accuse infamanti e indimostrabili. Battere Berlusconi con mezzi normali, e dunque in una logica di confronto tipica delle democrazie liberali, mutuando qualcosa di importante dalla sua esperienza, condonando la parte lapalissiana di inciviltà e accanimento giudiziario che lo riguarda, e procedere oltre, in una logica di pacificazione e di riconciliazione che tagli le ali dell'estremismo ideologico: è quel che il centrosinistra non sa e non vuole fare, è quel che lo condanna a una subalternità senza speranza, interminabile, stupefacente, e che alla fine siamo tutti noi a pagare come disfunzione e paralisi della democrazia».
Ed è una anomalia che comunque finirà Berlusconi, non finirà con Berlusconi. Riguarderà qualsiasi leader vincente che il centrodestra saprà scegliersi.

Thursday, March 07, 2013

Ostaggi dello psicodramma della sinistra

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Il nostro paese, tutti noi, siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere. Attenzione: con questo non intendo affatto sostenere che il centrodestra, e il Pdl, godano di ottima salute. Anzi. Ma il loro problema rientra in qualche modo nella "normalità". Dopo un'esperienza di governo fallimentare, durante la quale hanno smarrito i punti cardinali della propria visione economica, dopo scandali e malversazioni, e nel pieno di una crisi della leadership (forse il centrodestra ancora non può fare a meno di Berlusconi, ma con lui può solo limitarsi a resistere, non può andare oltre il 29-30%), ci sta un risultato non esaltante, una sconfitta elettorale, seppur di misura, e un passaggio all'opposizione.

E' patologico, invece, che il centrosinistra abbia mancato di parecchi milioni di voti un risultato che le avrebbe permesso di governare il paese. Come si può facilmente constatare dai passaggi politici di questi giorni, lo stallo politico-istituzionale nel quale ci troviamo è dovuto essenzialmente ai due complessi storici della sinistra, e del suo principale partito: il Pd.

Il primo sta nell'incapacità di battere politicamente i suoi avversari, anzi di concepirne l'esistenza stessa, da cui seguono i continui tentativi di marginalizzarli o riassorbirli. In un paese "normale", in una tale situazione di impasse si darebbe vita ad una "grande coalizione", a un governo di unità nazionale o di scopo, per lo meno per il tempo necessario a realizzare 2/3 riforme volte a far funzionare meglio la nostra democrazia e, subito dopo, tornare al voto. E' evidente che uno scambio doppio turno-presidenzialismo tra Pd e Pdl potrebbe in pochi mesi ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità. La mancanza di stabilità politica, infatti, danneggia tutti gli italiani, senza distinzioni, rendendoci deboli al cospetto di democrazie europee più solide come Germania e Francia. Anche in presenza di un esito elettorale incerto come questo, infatti, se Bersani fosse stato eletto direttamente oggi potrebbe comunque varare un governo e cercare di volta in volta la maggioranza al Senato, come Crocetta all'Assemblea regionale siciliana.

Perché in Italia non è possibile ciò che in altri grandi paesi democratici sarebbe considerato "normale"? Massimo D'Alema in direzione ha parlato della necessità di «liberarci dal complesso, dall'ossessione, dalla malattia psicologica dell'inciucio», aggiungendo però che «l'impedimento» è Silvio Berlusconi, quindi ricadendo lui stesso nel "complesso". E' ovvio: se passi vent'anni a demonizzare Berlusconi, e a raccontare che la nostra è la Costituzione «più bella del mondo», poi è difficile spiegare ai tuoi militanti, ai tuoi elettori, che ora bisogna accordarsi con il "nemico" per cambiare regole del gioco che fino al giorno prima si presumevano perfette. Che si trovasse al governo o all'opposizione, ogni volta che si è presentata l'occasione di discutere di riforme costituzionali, la sinistra – politica e intellettuale – ha sempre respinto ogni ipotesi di rafforzamento dei poteri dell'esecutivo e di elezione diretta del presidente della Repubblica o del premier come una deriva "golpista", un disegno autoritario, erigendo sulla Costituzione un vero e proprio tabù, e denunciato come "inciucio" qualsiasi intesa con Berlusconi, anche solo sulle regole. E naturalmente il circuito mediatico-giudiziario ancora oggi non aiuta.

L'unica destra con la quale ci si potrebbe accordare per il Pd è una destra "deberlusconizzata". Ma Berlusconi è solo un alibi. In realtà, la sinistra demonizzerebbe qualsiasi leader in grado di coalizzare un centrodestra capace di batterla. Quindi l'unica destra "buona" per il Pd sarebbe una destra subalterna, sconfitta in partenza perché isolata e minoritaria. Ma a quel punto non ci sarebbe alcun bisogno di accordarsi con essa per le riforme, e men che meno per un governo di unità nazionale.

Anche in questa fase il Pd di Bersani si preoccupa più di marginalizzare il centrodestra che di approfittare di questo momento di stallo per garantire al paese istituzioni più forti e regole del gioco più efficaci attraverso riforme condivise. Il tentativo di Bersani con i grillini sembra soprattutto una manfrina per guadagnare tempo. Se va in porto, tanto meglio. Ma la sensazione è che il vero obiettivo sia un altro. Più tempo passa, infatti, più si avvicinano le sedute per eleggere il nuovo capo dello Stato, e quindi si riducono i margini di Napolitano per escogitare una soluzione che implichi una qualche forma di intesa tra Pd e Pdl, che per il Pd vorrebbe dire dialogare con il "giaguaro" innanzitutto sulla scelta del nuovo inquilino del Colle. Fallito il tentativo con Grillo, a Napolitano non resterebbe molto tempo per imbastire qualcosa e dovrebbe passare la palla al suo successore, che non avrebbe alcun impedimento a sciogliere subito le Camere. Il Pd intanto si assicurerebbe un altro "compagno" al Quirinale, con il 25% dei voti e isolando il Pdl, e potrebbe incolpare Grillo delle elezioni anticipate.

Anche alla propria sinistra il Pd è incapace di battere politicamente movimenti o partiti concorrenti, quindi tende a riassorbirli come "costole". E qui veniamo al secondo "complesso", che riguarda gli elettori di sinistra, i quali in gran parte non sono affatto interessati a governare il paese all'interno dei paletti della democrazia rappresentativa e delle regole minime di un'economia di mercato. Vengono quindi attratti da un'opposizione anti-sistema, dalla quale possono comodamente esercitarsi nella protesta permanente contro "l'ingiustizia sociale" e continuare a sognare il sovvertimento delle strutture economiche e sociali.

Il prevalere della linea identitaria rappresentata da Bersani-Vendola (al centro avrebbe provveduto la "stampella" Monti) doveva servire a tenere finalmente unita la sinistra. Ma qualcosa non ha funzionato, la malattia si è aggravata. E stavolta si è divisa non al governo, in Parlamento, come nel 1996 e nel 2006, ma già nelle urne. Di fronte alla prospettiva di un governo Bersani aiutato da Monti, molti elettori sono fuggiti verso Grillo. Una scissione latente, nell'elettorato prim'ancora che nella classe dirigente del Pd, che un'eventuale leadership di Renzi potrebbe a questo punto non bastare a scongiurare. Di sicuro il Pd si è presentato a quest'appuntamento non avendo ancora risolto il problema della sua identità. E' ancora intimamente lacerato tra un'idea di sinistra riformatrice e di governo, minoritaria, e un'idea, prevalente, di sinistra identitaria, che vorrebbe essere sia di lotta che di governo.

Le "macerie" in cui ci aggiriamo, per usare un termine caro a Grillo, non sono il prodotto di vent'anni di autoritarismo berlusconiano, né di "liberismo", come direbbe Vendola, ma dell'esatto contrario, cioè dell'incapacità della classe politica di prendere decisioni, soprattutto di completare dal punto di vista costituzionale il passaggio alla Seconda Repubblica. Dopo vent'anni di antiberlusconismo, quindi di mancate intese sull'aggiornamento delle regole del gioco, siamo arrivati al dunque: o la sinistra si sblocca, e accetta di parlare con i rappresentanti che gli elettori di centrodestra si sono scelti, per aggiustare la nostra democrazia, oppure rischiamo di avvitarci in una spirale di ingovernabilità da cui possono trarre forza solo movimenti anti-sistema.

Friday, March 01, 2013

L'unica road map che può salvare il paese dall'ingovernabilità

Anche su L'Opinione e su Notapolitica

E' probabile che Bersani non sperasse affatto in una risposta diversa da Beppe Grillo. D'altronde, è agli eletti grillini che si è rivolto, non al comico genovese, e già in campagna elettorale aveva accennato alla via dello "scouting". Già, perché se Berlusconi convince Scilipoti a passare con lui, è una ignobile compravendita di parlamentari. Se il segretario del Pd teorizza l'acquisizione del sostegno di decine di senatori grillini, si chiama "scouting". E non è affatto detto che non gli riesca. Al di là dell'ostentata sicurezza, della veemenza con cui Grillo lancia le sue fatwe, potrebbe rivelarsi ben più difficile del previsto per lui frenare la voglia dei suoi eletti di veder realizzati almeno alcuni dei punti programmatici, di contribuire responsabilmente alla stabilità del paese (evitando, particolare da non sottovalutare, elezioni immediate con il rischio di riconsegnarlo a Berlusconi). Difficile anche convincere i suoi elettori che il "no" a Bersani deriva da una democratica consultazione della base. Insomma, sull'appoggio o meno ad un governo Pd il Movimento 5 stelle è alla sua prima prova di maturità e allo stesso Grillo non sfugge il rischio di "scilipotizzazione" dei suoi. Siamo solo all'inizio.

Ma mentre al segretario Bersani è stato concesso di esplorare le vie dello "scouting" con i senatori grillini nel patetico tentativo di rabberciare una maggioranza anche al Senato, il Pd non si preclude del tutto la strada che porta ad una qualche forma di collaborazione con il Pdl. L'intervista di D'Alema al Corriere della Sera ne è la dimostrazione. Escludendo ipotesi di «governissimo», di cui per altro nemmeno il Pdl vuol sentire parlare, chiama le principali forze politiche (citando «M5S, centrodestra e noi») ad «un'assunzione di responsabilità». Niente «ammucchiate», ma innanzitutto un contributo al funzionamento delle istituzioni. E sul tavolo mette la presidenza delle due Camere a M5S e Pdl, riservando Palazzo Chigi al Pd e, implicitamente, anche il Quirinale al centrosinistra. Parla di «legislatura costituente», lanciando al Pdl un messaggio di disponibilità a dialogare sull'ipotesi di uno scambio che era stato proposto dal segretario Alfano la scorsa estate, e che il Pd - col senno di poi con troppa leggerezza - aveva lasciato cadere, tra doppio turno alla francese e presidenzialismo. Uno dei quattro errori della «non vittoria» del Pd segnalati da Antonio Polito sul Corriere. Votare ancora una volta col "porcellum" serviva sia a Berlusconi per la rimonta, che a Bersani per blindare la vittoria, ma le carte del Pdl si potevano almeno andare a vedere, come scrivemmo allora su queste pagine.

Anche sui temi economici le parole di D'Alema sembrano in qualche modo convergere con quelle del videomessaggio in cui Berlusconi ha in pratica offerto la sua disponibilità al dialogo («nessuna forza politica responsabile può ignorare il valore della governabilità»), sottolineando però la necessità di una «svolta nella politica economica», da cui «ogni discorso, ogni futuro ragionamento deve necessariamente partire», perché «non si deve partire dalle alleanze, ma dalle cose da fare».

Peccato che con straordinario tempismo la Procura di Napoli, nella solita coppia Piscitelli-Woodcock, accusando Berlusconi di aver "comprato" il senatore De Gregorio (dal lontano 2006 l'inchiesta parte oggi!) cerca di bruciare sul nascere qualsiasi agibilità e rispettabilità politica di un dialogo tra Pd e Pdl.

Da una parte, per quanto folle, patetica, e alla lunga perdente, la linea Bersani di inserirsi tra le contraddizioni e l'ingenuità dei grillini potrebbe riuscire a far nascere un governo Pd-M5S (semplificando le cose al centrodestra), ma la salvezza del Pd e del Pdl, del bipolarismo, quindi della governabilità, e del paese da una sorte simile a quella della Grecia, passa per una ben diversa road map: 3/4 riforme fulminee, da realizzare in 6-12 mesi massimo (senza le quali, a questo punto, forse nemmeno Renzi basterebbe), rinnovamento delle rispettive leadership e poi subito ritorno al voto. Tra le riforme, oltre al dimezzamento dei parlamentari, all'abolizione di ogni finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio (con sapiente gerrymandering), associato con l'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). E' da qui che dovrebbe ripartire il dialogo costituente tra Pd e Pdl, che non è stato più seriamente riallacciato dai tempi della Bicamerale, fallita probabilmente per responsabilità di entrambe le parti. Sul fronte economico, i due partiti potrebbero accordarsi su abolizione dell'Imu sulla prima casa da una parte e cancellazione della riforma Fornero - quella sul lavoro - dall'altra.

Nel meccanismo delle primarie il Pd ha già trovato uno strumento per il rinnovamento della sua leadership, a patto che stavolta siano aperte, mentre il Pdl non può più nascondersi dietro Berlusconi. Passati i festeggiamenti, gli scatti d'orgoglio per la rimonta, l'area berlusconiana deve guardare in faccia la realtà: per ragioni di età e credibilità difficilmente il Cav potrà guidare il centrodestra oltre la soglia del 30%. Ma, d'altra parte, queste elezioni hanno anche dimostrato la velleità di qualsiasi progetto neocentrista e che Berlusconi resta un attore non emarginabile nella prospettiva di una nuova offerta politica di centrodestra: o lo si batte nelle urne, sottraendogli il suo elettorato (il che si è dimostrato impresa assai ardua); o ci si siede intorno a un tavolo per trattare con lui la sua uscita e il nuovo assetto del centrodestra. Panebianco, sul Corriere, ha parlato di «stati generali». Il problema dell'antiberlusconismo è che per affermare la propria radicale "alterità" rispetto a Berlusconi, si finisce per rappresentare "alterità" anche nei confronti degli elettori di centrodestra. Per lo meno è questo l'esito delle campagne di Fini, Casini e Monti, e di Giannino.

Thursday, February 28, 2013

Il boom di Grillo grazie agli elettori del Pd

Non avendo a disposizione strumenti per un'analisi dei flussi elettorali, mi sono affidato al buon senso, e all'analisi politica fondata sui dati elettorali e sul turnout di centrodestra e centrosinistra nelle precedenti elezioni (2006 e 2008). Il risultato è questo articolo, la cui tesi (gli «elettori di Grillo sono per 2/3 di sinistra») ieri pomeriggio, mentre scrivevo, veniva confermata dall'analisi dei flussi dell'Istituto Cattaneo, che oggi è nascosta a pagina 23 del Corriere, dopo che prima e dopo il voto sondaggisti, stampa e politici di sinistra hanno sostenuto che il M5S pescava voti in egual misura a sinistra e a destra.

Non è così, come ho cercato di spiegare: il Pd ha perso voti quasi solo verso Grillo, mentre il Pdl ha perso elettori soprattutto verso l'astensione e verso Monti. E probabilmente bisogna sommare gli astenuti di oggi rispetto al 2008 a quelli del 2008 rispetto al 2006, perché gli astenuti del 2008 erano della sinistra radicale che oggi sono tornati alle urne per votare Grillo. Gli elettori di Grillo sono per i 2/3 di sinistra, meno di 1/3 da centrodestra e Lega. Che poi si tratta degli elettori che nel 2008 la Lega aveva a sorpresa strappato alla sinistra in Veneto e nelle regioni rosse.

L'analisi è confermata anche dai flussi dell'Istituto Cattaneo in 9 città:
«Nella maggioranza delle città considerate il principale tributario è rappresentato dal Partito democratico... Nel complesso il M5S ha sottratto molti voti al Pd, mentre ha inciso solo marginalmente (e solo nel Sud) sull'elettorato del Pdl».
Per il Cattaneo il secondo "contributore" di voti al M5S è la Lega e il terzo è l'Idv. Sulla Lega, bisogna ricordare il boom del 2008, quando superò quota 3 milioni di voti dal milione e 750 mila del 2006, grazie ad una notevole capacità di penetrazione - concordarono le analisi - presso l'elettorato di centrosinistra, persino nelle regioni "rosse". Con ogni probabilità è accaduto che gran parte di questi elettori sono tornati a sinistra, ma con Grillo. «C'è poi un flusso che viene al M5S dalle estreme, sia di sinistra che di destra».

Per quanto riguarda il Pdl, rileva l'Istituto Cattaneo, «nel Centro-nord non cede praticamente voti al M5S; nel Sud cede voti a Napoli (ma in misura nettamente inferiore al Pd), nettamente a Reggio Calabria, ma non a Catania». Quindi gli elettori del Pdl hanno scelto Grillo in misura molto marginale e localizzata, a macchie di leopardo. Dove sono finiti, dunque, i voti del 2008 del Pdl? «Anche in questo caso i dati evidenziano un duplice registro, che separa Centro-nord da Sud. Nella prima zona i flussi evidenziano Scelta civica di Monti come area prioritaria di destinazione dei transfughi del Pdl. Questo vale in tutte le 6 città del Centro-nord analizzate. Nel Sud invece è l'astensione la principale destinataria delle perdite del Pdl».

Insomma, la base elettorale naturale di Grillo sta, in ordine crescente di voti, negli astensionisti di lungo corso, nei giovani al primo voto, nella sinistra radicale (Idv compresa) e nella Lega. I fattori che hanno determinato il "boom" del M5S, che gli hanno permesso di passare da un 15-17% al 24-25, sono stati i voti del Pd e il contemporaneo forte calo dell'affluenza.

Elettori di Grillo per 2/3 di sinistra

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Se con i loro sondaggi non hanno saputo intercettare quel 5% di elettori in più che hanno votato Grillo rispetto al 19-20% quotato alla vigilia, perché dovrebbero essere in grado di intercettarlo oggi per farsi spiegare quale partito questi elettori avevano votato alle precedenti elezioni? E' lecito dubitare, quindi, delle analisi sui cosiddetti flussi che stanno circolando in queste ore. Qui proveremo un approccio diverso, cercando di desumere da dove sono arrivati i voti a Grillo incrociando i dati delle due precedenti elezioni politiche: quelle del 2008, quando a massimizzare la partecipazione al voto fu il centrodestra, e del 2006, quando invece fu il centrosinistra a fare il pieno di voti. Siccome una cosa è certa, non potremo mai sapere come hanno votato in passato i quasi 3 milioni che si sono astenuti rispetto al 2008 (oltre 4 milioni rispetto al 2006), assumiamo come ipotesi ragionevole che dopo 4 anni di governo dell'odiato Berlusconi, dagli esiti fallimentari anche per chi l'ha votato, e un anno di misure impopolari e recessive da parte del governo tecnico, il turnout, ossia la mobilitazione, sia stata quest'anno molto più favorevole al centrosinistra che al centrodestra, mentre l'esatto contrario si può ipotizzare nel 2008, dopo i due anni della travagliata Unione prodiana.

Rispetto sia al 2006 che al 2008, quando alla Camera raccolse circa 12 milioni di voti, il Pd ne ha persi circa 3,3 milioni. L'intera area che definiamo della sinistra radicale (Rifondazione, Comunisti italiani, Idv, Verdi) raccolse nel 2006 ben 4,8 milioni di voti, che si ridussero a poco più di 3 milioni nel 2008 (Idv, Sinistra arcobaleno e altre formazioni comuniste minori), probabilmente penalizzata sia dall'astensione (in totale fu di 1,41 milioni in più rispetto al 2006), sia da elettori in uscita verso il Pd, ai quali Veltroni riuscì a prospettare una rimonta su Berlusconi. Oggi le liste che rappresentano la continuità con la sinistra radicale, Sel (Sinistra arcobaleno) e Ingroia (Idv + Comunisti italiani) si sono fermate a 1,85 milioni di voti. Insomma, rispetto al 2006, elezioni della massima mobilitazione degli elettori di centrosinistra, mancano oggi circa 3,3 milioni di voti del Pd e quasi 3 milioni della sinistra radicale.

La coalizione guidata da Berlusconi ha toccato il suo picco massimo nel 2008, superando i 17 milioni di voti. Ma nel suo complesso l'area di centrodestra, compresi l'Udc (2 milioni) e La Destra (0,9 milioni), sfiorò quota 20 milioni. Alla coalizione berlusconiana, di cui oggi fa parte anche Storace, mancano quindi quasi 8 milioni di voti. Di questi, 1,6 milioni sono stati persi dalla Lega Nord, 0,66 milioni da Storace, mentre i 2 milioni di voti dell'Udc dovrebbero essere più o meno confluiti nella coalizione Monti, che però ne ha conquistati di più: in tutto 3,6 milioni.

Per quanti voti del Pd possano aver preso la via della Scelta civica montiana e dell'astensione, è politicamente ragionevole ritenere che sia stato il Pdl, per i motivi che abbiamo spiegato prima, a pagare il contributo maggiore, in termini di voti persi, all'astensione e alla forza politica del professore. Così come è ragionevole ritenere che 1,8 milioni di voti persi dall'area della sinistra radicale tra il 2006 e il 2008, e l'ulteriore milione e oltre perso dal 2008 ad oggi, siano in gran parte rientrati dalla finestra di Grillo. Si può quindi stimare il contributo dell'elettorato di centrosinistra (Pd e sinistra radicale) al Movimento 5 Stelle in 4-5 milioni di voti (45-60% del totale dei suoi consensi).

Il che sarebbe confermato dalla distribuzione geografica del successo di Grillo. In particolare, il professor D'Alimonte sul Sole 24 Ore ha analizzato il passaggio di voti al M5S dalla sinistra radicale e dal Pd a Torino, ma le stesse conclusioni si potrebbero trarre osservando le performance nelle regioni "rosse". In Veneto, invece, al "boom" di Grillo, oggi primo partito in tutte le province, corrisponde il crollo della Lega, che era primo partito nel 2008. Ciò non significa che non abbia pescato anche dal Pdl e presso un elettorato di destra più sensibile al tema della moralità politica, ma bisogna ricordare che nel 2008 ci fu un vero e proprio "boom" della Lega, che passò da 1,75 milioni di voti del 2006 a 3 milioni grazie ad una notevole capacità di penetrazione - concordarono le analisi - presso l'elettorato di centrosinistra, persino nelle regioni "rosse".

Si può quindi stimare che verso il M5S siano confluiti la gran parte degli elettori persi dalla Lega (1,6 milioni), mentre in misura molto minore quelli che hanno abbandonato il Pdl (soprattutto quelli degli ex An che hanno condiviso le motivazioni della scissione di Fini ma poi non hanno votato per la piccola formazione dell'ex presidente della Camera): in tutto dal centrodestra 2-3 milioni di voti (il 20-35% dei consensi totali del M5S), un milione dei quali "rubati" alla sinistra dalla Lega nel 2008 e arrivati a Grillo oggi. Mentre la restante parte degli 8,7 milioni conquistati da Grillo (anche un 20%) potrebbero essere arrivati da giovani al primo voto e astensionisti di lungo corso.

Wednesday, February 27, 2013

Toccato il fondo, Bersani inizia a scavare

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Peggio che toccare il fondo c'è solo iniziare a scavare. E il Pd sembra pronto a farlo. Doveva solo presentarsi e annunciare le sue dimissioni, avrebbe potuto sbrigare la pratica anche con uno stringato comunicato, invece Bersani ammette la «delusione» ma in sostanza dà la colpa all'arbitro cornuto (la legge elettorale, l'austerità, la politica «moralmente non credibile»), mentre «guardando il voto non siamo noi il problema». Ma dopo un paio delle sue incomprensibili frasi "ad effetto" («il bicchiere va letto dai due lati» e «sono mancati meccanismi acquisitivi»), ecco la proposta del segretario del Pd sul da farsi: «La nostra ispirazione non è una diplomazia con uno o con l'altro, né discorsi a tavolino sulle alleanze, ma alcuni punti fondamentali di cambiamento, un programma essenziale da presentare al Parlamento per una riforma delle istituzioni e della politica». Il messaggio a Grillo è chiaro: «Ora abbiamo la responsabilità di una proposta di cambiamento più forte di quella che abbiamo portato in campagna elettorale». E richiama i grillini alle loro di responsabilità: «Finora hanno detto tutti a casa. Ora ci sono, quindi o vanno a casa o dicono cosa vogliono fare per il Paese, che è anche il loro». Tradotto, vuol dire che il Pd metterà sul tavolo alcune proposte tenendo conto delle più "forti" istanze di cambiamento rappresentate dal M5S e in base a questi temi si aspetta che gli eletti grillini votino la fiducia e, di volta in volta, i provvedimenti. Forse non proprio lo "scouting" di cui ha parlato in campagna elettorale, ma qualcosa di simile. Davvero Bersani intende proporre al capo dello Stato di governare un paese come l'Italia - per almeno un anno - con maggioranze variabili e sostegni esterni dei grillini sulle singole proposte, legge per legge?

Il Pd - udite udite - ci pensa davvero. Abbiamo ricordato giorni fa su queste pagine il caso Sicilia, che ora rischia di diventare per il Pd un "modello" da esportare per il governo nazionale. Primo partito alle elezioni regionali siciliane dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi comizi, finendo di fatto nel centrosinistra. A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale, un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.

Sarebbe una prospettiva a dir poco inquietante per il paese, ma il centrodestra, che pur onorevolmente esce comunque sconfitto e fortemente ridimensionato dal voto, non potrebbe chiedere di meglio per rianimarsi: eviterebbe l'imbarazzo di dare la disponibilità, e partecipare ad un governo di larghe intese, e potrebbe limitarsi a guardare il Pd impantanarsi in un'avventura di governo a forte rischio di finire presto, e male, come accadde a Prodi nel 1996 e nel 2006. E sarebbe chiaro agli elettori, a quel punto, che il movimento di Grillo, lungi dall'essere trasversale rispetto ai vecchi partiti, non è che una costola della sinistra, una sorta di coscienza critica del Pd.

Da parte sua Grillo in mattinata aveva prima lanciato la sfida a Pd e Pdl: «Insieme dureranno 7-8 mesi, non di più. E' l'economia che non gli darà scampo, chiudono 1.000 imprese al giorno». Come dargli torto? E poi teso la trappola in cui Bersani sta cadendo: «Se ci sono delle proposte che rientrano nel nostro programma, siamo disposti a collaborare. Noi siamo un movimento di idee, non di protesta», valuteremo «legge per legge».

Eppure, a nostro avviso la "road map", che converrebbe al Pd e al Paese, è una sola. Dimissioni immediate di Bersani. Tre, quattro riforme da realizzare insieme al Pdl in pochi mesi: legge elettorale uninominale a doppio turno (con sapiente gerrymandering), dimezzamento dei parlamentari, abolizione di ogni finanziamento pubblico, cancellazione della riforma Fornero sul lavoro e diminuzione dell'Imu. E - perché no? - elezione diretta del premier. Fatte queste riforme, leadership rinnovate (il Pd ha già Renzi) e di nuovo al voto.

Tuesday, February 26, 2013

Il solito masochismo della sinistra

Anche su L'Opinione

Mentre scriviamo lo scrutinio è ancora in corso ed è quindi prematuro azzardare una distribuzione dei seggi. Al Senato, se anche Pd-Sel riusciranno a chiudere davanti a Pdl-Lega (forse 1%), sono le corse regionali che contano e il centrodestra ha già conquistato un numero sufficiente di regioni-chiave da rendere matematicamente impossibile una maggioranza Bersani-Monti. Alla Camera, dove però la distanza tra le due coalizioni sembra ridursi più velocemente che al Senato, un'eventuale vittoria di Bersani sarebbe inutile. Oltre al problema politico di prendersi il 55% dei seggi con il 29% dei voti.

Ma la lezione politica si può trarre ed è spietata per il Pd: l'annunciato boom di Grillo, infatti, c'è stato, anzi ha superato le aspettative (24% al Senato e 25 alla Camera, secondo partito e in alcune regioni il primo), ma ai danni essenzialmente del centrosinistra. Né il Pd, né il centro montiano riescono a intercettare i molti delusi del centrodestra. Nonostante gli sforzi dei commentatori, dei giornali e dei politici di sinistra nel dipingerlo come cripto-fascista e nel far credere che il suo movimento avrebbe tolto voti solo al centrodestra, l'avrebbe addirittura svuotato elettoralmente, Grillo il grosso dei voti li ha pescati nell'estrema sinistra e nel Pd, in misura minore nella Lega e nell'astensione, mentre Berlusconi sembra aver mantenuto le migliori aspettative della vigilia (29-30%). L'elettorato deluso e arrabbiato del centrodestra, infatti, ha protestato soprattutto non recandosi ai seggi (l'affluenza è calata di oltre 6 punti percentuali rispetto al 2008, quasi 3 milioni di voti in meno). Il giaguaro, lungi dall'essere smacchiato ha ruggito ancora (a proposito, qualcuno avverta il segretario del Pd che l'espressione è sinonimo proprio di un'impresa assurda perché destinata al fallimento).

E ancora una volta la sinistra è riuscita nel miracolo di perdere elezioni che poteva, e doveva vincere a mani basse. Non sono bastati la credibilità azzerata del Cavaliere dopo il caso Ruby, gli scandali che hanno colpito Pdl e Lega, la bufera finanziaria della fine 2011 che ha costretto Berlusconi a mollare e a favorire la nascita del governo Monti. Né un vantaggio di 12-14 punti percentuali che i sondaggi attribuivano alla coalizione guidata da Bersani soltanto pochi mesi fa. Quel vantaggio, nell'arco di qualche settimana, si è praticamente azzerato. Non solo per merito della rimonta di Berlusconi, che c'è stata, ha portato il centrodestra ad un risultato più che onorevole, ma che non avrebbe potuto impensierire Bersani se solo avesse ottenuto un risultato almeno vicino a quello dello sconfitto Veltroni nel 2008. Soprattutto quindi, bisogna riconoscere, per il clamoroso autogol - l'ennesimo - della sinistra.

Abbiamo assistito più o meno allo stesso fenomeno che portò alla caduta del primo governo Prodi. Allora fu Rifondazione comunista a sfilarsi dall'esperienza di governo. Oggi si sono sfilati gli elettori ancor prima che si formasse il governo. Resta un mistero tutto da analizzare ciò che spinge gli elettori di sinistra a votare in massa Grillo proprio nel momento in cui si spalanca davanti a loro la possibilità di mandare Bersani a Palazzo Chigi e Berlusconi davvero a casa. Certo, c'è da chiedersi cosa sarebbe stato se le primarie le avesse vinte Renzi, ma è probabilmente vero che alla maggior parte degli elettori di sinistra non interessa governare, bensì lamentarsi. Adesso riprenderanno il piagnisteo su quanto è brutta la legge elettorale (lo è, ma si può fare peggio) e a chiedersi come mai così tanti elettori ancora votano Berlusconi, piuttosto che chiedersi come mai così tanti del Pd hanno votato Grillo.

Per Ingroia la sconfitta è umiliante, per Monti bruciante. Quanto al primo, speriamo solo che abbia la decenza di non tornare a fare il magistrato. Per quanto riguarda il premier uscente, alla Camera sembra riesca a superare per un soffio la soglia del 10% e ad eleggere un drappello di deputati. Anche al Senato il bottino è piuttosto magro (meno di 20 senatori). Il progetto esce bocciato dalle urne, soprattutto perché lontano dal rappresentare la terza forza del paese: se anche si fossero create le condizioni per sostenere un governo Bersani, non avrebbe avuto la forza necessaria per condizionarlo. E poi perché anche il professore ha partecipato alla riesumazione di Berlusconi, commettendo un duplice, madornale errore, che su queste pagine denunciamo da sempre. Prima, al governo, sciupando un'occasione irripetibile per riformare il paese, si è limitato ad aggiungere tasse; poi, sedotto da Fini e Casini si è infilato nel tunnel senza uscita dell'antiberlusconismo, rinunciando ad aprire una pagina nuova e unitaria nel centrodestra e optando, invece, per un'asfittica operazione centrista.

Anche se c'è andato vicino, Berlusconi non poteva vincerle queste elezioni, ma poteva dimostrare – e c'è riuscito – che chiunque fosse interessato ad un progetto di centrodestra in Italia – e gli elettori, sia pure sfiduciati, sembrano ancora interessati – deve accettare di avere ancora a che fare con lui. A meno che non si voglia aspettare in riva al fiume il passaggio del famoso cadavere, ma in senso letterale. Sbaglierebbe, ovviamente, il Pdl a crogiolarsi in questa onorevole sconfitta. La strada per recuperare credibilità come forza di governo è ancora lunga e non può sottrarsi alla prospettiva di una vera e propria rifondazione del centrodestra su basi diverse dall'irripetibile forza carismatica del suo leader.