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Saturday, July 22, 2017

Acqua pubblica, no acqua

Da una parte vi e ci sta bene! Volevate il trasporto pubblico? Non avete alcun trasporto. Volevate l'acqua pubblica?? Manca anche l'acqua. E' un diritto, dicevate, ma siccome l'avete voluta pubblica e a gestirla sono quindi i politici, oggi è un po' meno diritto... rischia di diventare un diritto vuoto, prosciugato, come molti altri diritti fasulli in Italia.

Stanno per chiudere l'acqua a Roma, in Italia abbiamo acquedotti così fatiscenti e bucati che se ne disperde in media il 50%, ma il presidente della Regione Lazio Zingaretti non trova di meglio che prendersela con Trump per l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima... Lo scaricabarile arriva fino alla Casa Bianca, fino a che punto ci facciamo prendere per il culo?

Monday, June 06, 2016

Il centrodestra può ripartire solo da Milano, i romani cercano un Marino al cubo

Tutte le forze politiche ricevono da queste elezioni amministrative indicazioni e ammonimenti

CENTRODESTRA - E' piuttosto evidente che il centrodestra torna ad essere competitivo quando 1) è unito, 2) è alternativo a Renzi e alla sinistra, 3) si presenta con il volto di uno come Parisi e non con quello del duo Salvini-Meloni...

L'analisi dell'"esperimento" romano per il centrodestra è piuttosto facile e sta tutta in un tweet di Francesco Storace (che sosteneva Marchini): "Siamo andati così male che almeno non abbiamo sulla coscienza il mancato ballottaggio di Giorgia Meloni".

Già, perché se si tratta della mozione degli affetti e del "celodurismo" di destra, può anche commuovere il 20% della Meloni "da sola", ma la realtà è che la prova di forza per la leadership nel centrodestra è persa malamente. Malamente perché la Meloni arriva terza staccata da Giachetti e senza nemmeno poter recriminare sul boicottaggio da parte di Berlusconi: è troppo distante da Giachetti (4 punti percentuali, 24,8 a 20,7) e troppo pochi (anzi forse nulli) i voti spostati da Berlusconi su Marchini, che ha preso più o meno quanto prese nel 2013 da solo. I suoi voti non sarebbero andati comunque alla Meloni, nemmeno se Berlusconi non lo avesse sostenuto. Diverso il discorso se Marchini avesse preso il 14-16%, o se il distacco della Meloni da Giachetti fosse stato intorno all'1%, allora sì Giorgia avrebbe potuto prendersela con Berlusconi.

La verità è che Salvini e Meloni hanno fatto carte false per giocare su Roma la propria prova di forza, per dimostrare la loro leadership nel centrodestra, e hanno preso la legnata. Questo non vuol dire che Berlusconi e Forza Italia se la passino bene, ma la controprova l'abbiamo a Milano. La lezione per il centrodestra è che con il profilo Salvini-Meloni fai il duro ma arrivi terzo. Per provare a vincere il profilo giusto è quello di Parisi. Il problema per Salvini è che in città che hanno ovviamente problemi anche grandi, come Milano, ma tutto sommato funzionicchiano, funzionano candidati moderati (più dell'80% degli elettori milanesi appoggia le proposte di Sala e Parisi), mentre in città allo sbando, dove c'è il caos, come a Roma, lo spazio della protesta lo occupa agevolmente il M5S. Per riassumerla con un tweet, scegliamo quello di Marco Taradash: "Un centrodestra di governo può rinascere solo dal centro(destra). Da Milano insomma, non da Roma". Uniti, in alternativa a Renzi e alla sinistra, ma con il volto di Parisi, non di Salvini-Meloni.

ROMA E MILANO - Ma la differenza tra Roma e Milano non è solo il profilo dei candidati... E' anche, e soprattutto, drammaticamente il profilo degli elettori... A Roma manca la borghesia, manca un ceto produttivo. La maggior parte delle famiglie dipende da uno stipendio pubblico, che sia statale o comunale, di un'amministrazione o di una partecipata. E anche le imprese, edilizie e non, dipendono dalla spesa pubblica improduttiva, centrale o comunale. Tanto che tutti i candidati hanno coccolato i 60 mila dipendenti tra comunali e municipalizzate (180 mila voti con i rispettivi famigliari?).

Ciò ovviamente non impedisce ai romani di lamentarsi delle cose che non vanno, ma la maggior parte di loro è parte del problema.

E i romani vogliono un Marino al cubo. Le motivazioni per cui elessero Marino nel 2013 sono le stesse per cui oggi votano Virginia Raggi. Attribuiscono al voto per una figura lontana dai partiti tradizionali e autoproclamatasi onesta, incorruttibile (che però non sia un ricco signore borghese e belloccio), un valore palingenetico. Credibilità? Competenze? Curriculum? Proposte? Se ne fregano... Nessuno forse se lo ricorda, ma già votando Marino i romani avevano votato contro l'establishment del Pd. Marino si candidò in polemica con il Pd, promettendo indipendenza dai vertici, ostentando la sua lontananza dal partito e la sua provenienza dalla "società civile", la sua "moralità". L'allora leadership del Pd, bersaniana, aveva appoggiato David Sassoli e i renziani Paolo Gentiloni. Gli elettori di sinistra scelsero Marino alle primarie e i romani lo incoronarono col 60%. Solo dopo pochi mesi questo 60% era scomparso. Non riuscivi più a trovarne uno che avesse votato per Marino... Da questo punto di vista, cioè le motivazioni di voto dei romani, la Raggi è un Marino al cubo e sì, può far peggio dei partiti. Ma statene certi, del 60% con cui verrà eletta sindaco dopo pochi mesi non si troverà nessuno.

IL M5S - Il successo a Roma del M5S è indiscutibile, così come del ballottaggio a Torino. Eppure, anche per il Movimento dal voto arriva alcuni warning. Innanzitutto, continua a non far presa sull'astensionismo. L'astensione in crescita, quasi la metà nelle grandi città, indica che la maggior parte degli elettori schifati dai partiti tradizionali preferisce restare a casa piuttosto che votare M5S. E con bassa affluenza, le percentuali, ovviamente, crescono. Inoltre, il M5S riesce a inserirsi alla grande nel vuoto delle forze politiche tradizionali e nelle situazioni allo sbando come Roma, intercettando il voto di protesta, ma non è ancora in grado di giocarsi la partita in situazioni "normali", tra proposte di governo credibili.

RENZI E IL PD - Non che sia andata bene al Pd renziano, ma le analisi che sentiamo/leggiamo e sentiremo/leggeremo nei prossimi giorni sono esageratamente negative. Il voto delle amministrative è sempre più "local" e sempre meno test nazionale. Dipende sempre più dalle realtà locali e dai candidati sindaci. Ed è giusto che sia così. E non esistono più da un pezzo le roccaforti. Ormai, se hai governato male una città, o semplicemente la gente si è stancata, puoi perdere. Anche a Torino e Bologna. Detto questo, il Pd è in vantaggio a Torino e Bologna, se la gioca a Milano ed incredibilmente è al ballottaggio a Roma dove la situazione era davvero disperata (dove va reso merito a Giachetti). Aspetterei, insomma, prima di parlare di avviso di sfratto a Renzi. Prima, dovranno farsi avanti alternative credibili a livello nazionale: con Salvini da una parte e Di Battista dall'altra può ancora dormire sonni tranquilli. Sui limiti strutturali del Pd, su Renzi deve intervenire, ha detto tutto Mario Sechi: il Pd, anche Giachetti a Roma, si è di nuovo rinchiuso nel suo recinto, rivolgendosi solo all'elettorato di sinistra, "ante-Renzi", e questo gli toglie molte possibilità di espandere i suoi voti ai ballottaggi e, ancor più preoccupante per Renzi, al referendum costituzionale di ottobre.
"Per miopia ideologica, vizio antico, tic antropologico, presunzione di autosufficienza che non c'è. Dov'è il renzismo che apriva le porte a chi voleva fare politica pur venendo da altre storie politiche? ... A chi farà appello il Pd? Come intende espandere il suo bacino elettorale? Adotta la strategia vista nelle elezioni comunali? Parla al suo elettorato ristretto (e mobile) che non è maggioranza nel Paese o pensa finalmente a qualcosa di più grande? Bisogna invece inseguire i voti potenziali di chi è rimasto a casa, di chi non è un militante del Pd ma ha un interesse per il futuro dell'Italia. Il renzismo è a un bivio: o si compie mostrando agli elettori un'offerta politica senza pregiudizi e steccati, oppure deraglia. Servono idee e cambi di passo nel partito, subito"
I "RADICALI" - Sono arrivati 1 a Roma e Milano. Decidano loro se grazie all'effetto morte di Pannella, a cui hanno fatto ampiamente ricorso sia Magi e Bonino a Roma che Cappato a Milano, o nonostante quell'onda emotiva. Se l'effetto Pannella ha contato, a questo si deve il superamento della "soglia psicologica" dell'1%, altrimenti sarebbero rimasti sotto. Se viceversa non ha contato, allora evidentemente gli elettori devono aver "riconosciuto" ben poco di Pannella in quelle liste...

Tuesday, May 28, 2013

La gente ha capito... che votare è inutile

Anche su Notapolitica e L'Opinione

E' sbagliatissimo leggere l'esito del voto amministrativo attraverso le lenti della politica nazionale. Ovviamente il governo Letta e le forze politiche che lo sostengono lo fanno per convenienza: «Ha vinto il governo delle larghe intese e chi prova a dare risposte effettive al Paese». Il premier prova a metterci il cappello, facendo filtrare ai giornali la sua soddisfazione: «La gente ha capito». Ma l'unica conclusione a cui la gente sta mostrando di essere giunta è che votare è inutile, perché tra destra e sinistra non c'è poi molta differenza. Intendiamoci: ovvio che un crollo del centrodestra e del centrosinistra, e un nuovo boom di Grillo, avrebbero indicato una bocciatura, sia pure prematura forse, delle "larghe intese".

Ma il semplice fatto che ciò non sia avvenuto non significa che l'operazione è stata promossa. Uno scampato pericolo non equivale a una promozione. Anzi, sull'elevato astensionismo semmai, oltre a una certa stanchezza di politica (dopo la "full immersion" degli ultimi mesi, tra elezioni di febbraio e travagliato parto del governo) e a un giudizio complessivamente negativo sui candidati, può aver pesato una certa rassegnazione: tanto votare è inutile, gli uni o gli altri sono la stessa cosa. E anche votare Grillo, oltre al "vaffa", è sterile, non porta a nulla per cui valga la pena distogliersi dalle proprie attività domenicali.

Il voto amministrativo può certamente dare indicazioni di approvazione o disapprovazione dell'operato del governo nazionale, ma non può essere questo il caso. Sul governo Letta, e dunque sull'operazione politica che l'ha tenuto a battesimo, il giudizio degli elettori è ancora sospeso: giustamente, dal momento che è in carica solo da poche settimane. Non è il voto amministrativo, quindi, a rafforzare le "larghe intese", ma il semplice fatto che il governo ha iniziato a lavorare da poco e dunque il primo giudizio è rimandato a settembre.

Basti prendere in esame il caso del Comune di Roma, che da solo rapppresenta il 57,5% dell'elettorato chiamato alle urne e addirittura il 73,3% di quello dei 16 comuni capoluogo. Alemanno è arrivato a questo voto sfiancato da scandali veri o presunti e da una incessante campagna di ridicolizzazione personale, eppure ha retto ed è riuscito ad andare al ballottaggio. D'altra parte, Marino non rappresenta certo la linea delle "larghe intese", e ha posizioni politiche distanti dai possibili futuri leader del suo partito. Semmai, la sua affermazione dovrebbe suonare come campanello d'allarme per il Pd impegnato nelle "larghe intese".

Insomma, gli elettori hanno dato un giudizio sull'operato dei sindaci uscenti, basato sulla percezione - spesso imprecisa - di ciò che è stato o non è stato fatto. E come spesso accade, è un giudizio molto negativo, che tuttavia si è esteso anche ai candidati sfidanti. L'astensione elevata - anche se il confronto corretto non è con il 2008, quando pesò il traino delle politiche - è probabilmente il segno che i candidati sono apparsi tutti mediocri, anche quelli del M5S. A Roma può aver pesato il derby, certo, ma forse ancor di più la certezza che si sarebbe andati al ballottaggio. Anche questo può aver convinto molti elettori a "disturbarsi" solo quando si deciderà per davvero, cioè fra due settimane. Al ballottaggio l'affluenza nella capitale potrebbe persino aumentare, o restare pressoché invariata ma con un elettorato molto diverso, anche se le chance di Alemanno sembrano ridotte al lumicino.

Ridicoli anche i frettolosi "de profundis" per Grillo e M5S: alle amministrative, dove contano di più i volti dei candidati, dove si cerca un amministratore e non ci si accontenta di un "vaffa" generalizzato, non sorprende che i grillini non abbiano convinto. La gente ha capito che anche loro sono mediocri, e rispetto agli altri pure inesperti. Probabilmente il M5S non avrebbe toccato il 25% alle politiche, se si fosse votato in collegi uninominali, che avrebbero costretto i parlamentari grillini a presentarsi agli elettori - con i loro volti, le loro storie personali - prima del voto in ogni singolo collegio.

A Roma è uscito sconfitto il candidato De Vito, ma lo tsunami nazionale non è affatto rientrato. Non sono venuti meno i motivi che lo scorso febbraio hanno indotto il 25% degli elettori a mandare un sonoro "vaffa" ai partiti tradizionali, ma adesso anche Grillo sa che non basta più evitare la tv, non bastano più i suoi comizi. Le inadeguatezze, l'ingenuità, talvolta l'antipatia dei parlamentari e dei candidati del movimento non si possono nascondere in eterno dietro una battuta o un insulto.

Thursday, February 16, 2012

Un no senza disfattismi né moralismi

Su Notapolitica

Non mi sono mai iscritto, e non mi iscrivo neanche in questa occasione al partito dei disfattisti e degli anti-italiani, per i quali non siamo in grado di organizzare questo tipo di eventi, mioddio la corruzione, le cricche e via dicendo. Se la decisione del governo di non sostenere Roma2020 viene acclamata con simili demagogie, a ben vedere non sono certo queste le ragioni del no di Monti. Il problema cantieri, appalti, tangenti è del tutto secondario. Anzi, per quanto mi riguarda si può persino mettere nel conto un 30-40% di "cresta" sulle opere, quando c'è da costruire utili infrastrutture e da rilanciare l'immagine dell'Italia nel mondo. E' anche vero infatti che le Olimpiadi possono rappresentare una grande opportunità per una città e un Paese. Ma dietro le opportunità l'esperienza ci insegna che si annidano anche molti rischi. E ammettiamolo, obiettivamente in questo momento per l'Italia i rischi sono maggiori delle opportunità. Rischi che non possono essere archiviati alle voci disfattismo e pessimismo.
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Tuesday, February 14, 2012

Un no all'Italia, non a Roma

Non ho pregiudizi contro l'organizzazione delle Olimpiadi o di altri mega-eventi del genere a Roma o in Italia, ma allo stesso tempo non mi scandalizza il no di Monti a Roma2020. Ha molte buone ragioni. Che segnale daremmo ai mercati, e ai partner europei cui stiamo chiedendo di rafforzare i firewalls finanziari comunitari, cioè in pratica di mettere soldi a garanzia del nostro debito pubblico, se investissimo miliardi di euro che non abbiamo letteralmente in "giochi"? Oltre tutto con il precedente di Atene dietro l'angolo? E' triste, ma in questo momento no. E non è un no ad Alemanno (che comunque ne esce distrutto), o a Roma, o al progetto in sé (anche se il comitato promotore è da brividi, con i soliti parrucconi e persino già i costruttori), ma all'Italia, che in questo momento non può permettersi, né ha la credibilità per organizzare questo tipo di eventi. La candidatura implicherebbe un impegno finanziario per il futuro imprevedibile oggi e ricordiamoci che nei prossimi anni ci aspetta un rientro dal debito al ritmo di 1/20 di Pil l'anno.

Il problema cantieri, appalti, tangenti è secondario. Ci fossero delle opere le pagheremmo a caro prezzo, certo, il 30-40% in più per consentire un po' a tutti di mangiarci sopra, ma almeno ci ritroveremmo qualcosa di utile. Il problema vero invece è che l'affare, per tutti quelli che girano intorno a Roma2020, sta nella candidatura in sé. A molti di coloro che oggi la sostengono non importa l'organizzazione dell'evento, ma la candidatura, perché è lì che inizia il magna-magna. Progetti, marketing, promozione, delegazioni in viaggio, tutto un circo che se, come probabile, non si trasformasse nell'assegnazione dell'evento, sarebbe puro spreco. Cosa ci ritroveremmo? Zero infrastrutture, ma in tanti ci avranno guadagnato sopra ugualmente, anche solo di immagine.

Ed è fin troppo lampante come la candidatura sia l'estremo espediente del sindaco Alemanno per tentare di raddrizzare la sua immagine, dopo la figuraccia annunciata con il Gran Premio di Formula 1 e la deludente gestione della città. Da annotare però anche l'ipocrisia del Pd e delle altre opposizioni romane, che considerano disastrosa l'amministrazione Alemanno, lo accusano di non aver saputo gestire l'emergenza neve, ma sono pronti ad affidargli chiavi in mano la gestione della candidatura della città davanti al Cio. Ovvio, una volta subentrati all'attuale giunta ci sarebbero ottimi affari anche per loro. Roma e l'Italia non hanno bisogno di Olimpiadi, di eventi eccezionali, per rilanciarsi. La bellezza del Paese è tale che non ha bisogno dei riflettori per attirare turisti. L'importante è riformare la nostra economia ed essere ben governati.

Thursday, February 09, 2012

Halftime Italia, il governo corre ai ripari

Mentre è ormai di gran moda, fa molto twit-star, sbeffeggiare con battute più o meno sceme Alemanno e Roma per qualsiasi decisione, senza nemmeno preoccuparsi di una minima attinenza ai fatti, qualcuno si è accorto del decreto firmato ieri in tutta fretta da Monti? Qualcuno si è accorto che i temi veri dell'emergenza sono diventati la "non operatività" della Protezione civile e i gestori - pubblici - dei servizi pubblici?

Qui non si vuole entrare nel merito delle inefficienze che sicuramente ci sono state, né della decisione del sindaco di Roma e del prefetto, sentita la Protezione civile, di chiudere nuovamente scuole e uffici pubblici, ma prima di abbandonarsi all'ilarità bisognerebbe accertarsi delle previsioni meteo. Non quelle dei siti internet, ma quelle che ha in mano Alemanno, che possono sempre rivelarsi errate ma che hanno il carattere dell'ufficialità, tanto da essere state citate stamani dal ministro degli interni in Senato e confermate dalla Protezione civile in un comunicato. Previsioni che parlano di «diffuse nevicate» e «significativi accumuli di neve al suolo» sulla capitale tra domani e dopodomani, cioè di un evento pari o superiore a quello di venerdì-sabato scorsi. E va considerato che una città come Roma è strutturalmente impreparata ad eventi del genere, che altrove possono far sorridere. Città impreparata vuol dire primi fra tutti i cittadini.

Ma no, continuiamo a ironizzare su Roma, per qualche ingorgo in più del normale, mentre nessuno si è accorto del decreto firmato ieri da Monti, nel quale implicitamente si riconoscono le gravi mancanze, e quindi responsabilità, a livello governativo e centrale per quanto accaduto su tutto il territorio del centro Italia, e si tenta di porre un primo rimedio alla «non operatività» della Protezione civile denunciata da Gabrielli in Commissione Lavori pubblici del Senato. Considerando «che le previsioni meteorologiche prospettano una situazione di ulteriore aggravamento con la ripetizione di nevicate di forte intensità...», il decreto attribuisce al capo del Dipartimento della Protezione civile «il coordinamento degli interventi e di tutte le iniziative per fronteggiare la situazione emergenziale» e «l'adozione di ogni indispensabile provvedimento su tutto il territorio nazionale interessato dalle eccezionali avversità atmosferiche per assicurare ogni forma di assistenza e di tutela degli interessi pubblici primari delle popolazioni interessate, nonché di ogni misura idonea per la salvaguardia delle vite umane, allo scopo autorizzando le Regioni al reperimento di beni, mezzi e materiali pubblici e privati necessari, anche attraverso i sindaci, ovvero attraverso i centri di coordinamento e soccorso istituiti a livello provinciale». Se c'è stato bisogno di un decreto, bisogna supporre che prima questo ruolo non era previsto, o non era chiaramente definito.

Non solo il decreto. A tal punto il governo si è accorto della «non operatività» della Protezione civile, che al termine di un vertice con gli enti locali «ha confermato l'intenzione di riesaminare la legge 10 del 2011» che l'ha rovinata, «al fine di rafforzarne l'efficacia per quanto riguarda l'operatività dell'intervento emergenziale». Un vertice tra governo ed enti locali che forse sarebbe stato utile anche alla vigilia della prima ondata di maltempo, la scorsa settimana. Di Protezione civile, di gas e di gestori dei servizi pubblici, si è parlato infine alla Camera, durante l'informativa del governo sull'emergenza maltempo, mentre sui romani e Alemanno si è esibito solo qualche pittoresco deputato leghista. Il Parlamento per una volta meno banale dei social network, dove troppo spesso i tentativi di ragionamento vengono travolti dal flusso del conformismo.

L'impreparazione di Roma e l'inefficienza di Alemanno sono una miniera d'oro dal punto di vista comunicativo, cioè per garantirsi accessi e facili retwitt, ma questo non ha nulla a che fare con l'informazione, è satira. Ci vuole anche quella, basta che poi non si finisca per credere alle proprie battute e iperboli.

Wednesday, February 08, 2012

Halftime Italia, faremo meglio nel secondo tempo?

Anche su Notapolitica

Sembra che il generale Inverno voglia concederci una seconda chance per dimostrare di essere in grado di far funzionare almeno qualcosa, dopo la debàcle complessiva delle reti (elettrica, ferroviaria e autostradale), l'impreparazione delle istituzioni locali, l'assenza del governo e la totale inoperatività della Protezione civile, di fronte alla prima ondata di gelo. E lo spot Chrysler durante l'intervallo del Superbowl offre un'immagine molto emblematica anche per l'Italia alle prese con la sfida maltempo: "It's halftime Italy. And, our second half is about to begin". Faremo meglio nel secondo tempo?

Tanto per cominciare, sembra voler scendere in campo il governo Monti, rimasto comodamente in panchina durante il disastroso primo tempo, anche se stampa e pubblico non se ne sono nemmeno accorti. Ieri il premier ha voluto fare un punto della situazione con il capo della Protezione civile e poi con i suoi ministri in Cdm, informandoli, come recita il comunicato ufficiale, «sulle misure emergenziali adottate e su quelle ancora da intraprendere, così come sulle azioni di carattere preventivo necessarie per fronteggiare la nuova perturbazione attesa per la fine di questa settimana», e «sensibilizzando tutti i ministri competenti ad assicurare l'impegno più incisivo da parte di tutte le strutture del governo del territorio e delle imprese di gestione dei pubblici servizi al fine di tutelare la pubblica e privata incolumità, nel quadro del coordinamento esercitato dal Dipartimento della Protezione civile». Laddove i soggetti richiamati alle proprie responsabilità sono i ministri, le istituzioni di governo del territorio, le imprese di gestione (pubbliche) dei servizi pubblici, la Protezione civile.

Siccome non ci risulta che qualcosa di simile sia stato discusso e sottolineato nei Cdm precedenti la prima ondata di maltempo, bisogna concludere che il Paese ha affrontato la buriana dello scorso fine settimana senza nessuno al volante, o quanto meno era parecchio distratto. Ma di un vero e proprio miracolo il governo dei tecnici è comunque artefice: mai come questa volta, credo, nella storia d'Italia, un governo è stato del tutto esente da critiche per la gestione di un'emergenza evidentemente di carattere nazionale. Non poche critiche, non deboli, ma zero critiche. Non si tratta della solita luna di miele dei media con il nuovo governo, ma di un vero e proprio accecamento volontario.

Ma la cosa più stupefacente passata quasi completamente inosservata è che dopo giorni di accuse (e di varie ilarità) all'indirizzo del sindaco di Roma Alemanno, che in preda a sindrome da accerchiamento ha osato polemizzare con la Protezione civile, ebbene in un'audizione al Senato è proprio il capo della Protezione civile Gabrielli a dare ragione, nel merito, ad Alemanno. Il quale aveva denunciato che la Protezione civile è ormai ridotta ad un ruolo meramente burocratico, da «passacarte». Apriti cielo! Ebbene, ieri Gabrielli ha spiegato alla Commissione che ha dovuto difendere l'onore dell'istituzione e dei suoi meteorologi, ma nel merito ha detto la stessa identica cosa: «Il 26 febbraio del 2011, la legge n. 10 ha reso di fatto, oggi, non operativa la Protezione Civile». Una sentenza senz'appello: oggi la Protezione civile non è operativa. E ha fornito un esempio «delle tante perversioni di questa legge»: «I governatori delle regioni interessate (Emilia Romagna, Abruzzo, Lazio, Molise, Marche) non hanno chiesto lo stato d'emergenza, non perché è Gabrielli che li consiglia di non farlo perché non si vuole prendere l'onere della gestione, ma perché sanno perfettamente che la richiesta dello stato d'emergenza equivarrebbe all'innalzamento delle accise regionali sulla benzina».

Gabrielli si è detto quindi «preoccupato che questa istituzione sia rimessa nella condizione di operare», perché «oggi questa operatività non c'è». Non è la prima volta che lancia l'allarme, è dal febbraio scorso, con il precedente governo, che segnala le criticità della nuova legislazione, che si sono puntualmente verificate.

Altrettanto allarmanti le preoccupazioni espresse riguardo le operazioni di recupero del carburante e del relitto della nave Costa Concordia naufragata sulle coste dell'Isola del Giglio: «La capacità di intervento della Protezione civile - ammette Gabrielli - sono di pura astrazione. Mi sto augurando che Costa non fallisca, perché qualora avesse questa malaugurata vicenda, avremmo qualche problema. Dovrei fare le gare comunitarie, dovrei avere il concerto del Ministero dell'Economia per avere la disponibilità di somme che sono nell'ordine di centinaia di milioni, dovrei avere il visto preventivo della Corte dei Conti, i Tar che fanno le varie cose, quindi auguriamoci tutti che la procedura privata posta in essere, al meglio dell'interlocuzione possibile, si consolidi e si concluda». Ecco la vera privatizzazione della Protezione civile: auguriamoci che i privati ce la facciano.

Il sindaco di Roma ci ha messo senz'altro del suo nell'offrirsi come capro espiatorio di una gestione dell'emergenza a dir poco fallimentare a tutti i livelli, dei gestori – tutti pubblici – delle reti, degli enti locali e delle regioni, del governo e della Protezione civile. In molti però, politici e giornalisti, l'hanno usato come «parafulmine» ben sapendo di coprire in questo modo responsabilità ben più vaste e gravi, con la cassa di risonanza gentilmente offerta dalle varie twitt-star e dal gregge dei social network.

Onestà intellettuale vorrebbe di ammettere che, forse non nei modi, ma nel merito Alemanno aveva ragione a porre la questione della Protezione civile. Svuotata di qualsiasi operatività solo per fare un dispetto a Bertolaso e Berlusconi, che oggi tra l'altro non sono nemmeno più al comando. Bastava ridurre il campo di intervento in modo da escludere i cosiddetti "grandi eventi", e invece l'effetto della guerra senza quartiere che si è scatenata, da fuori ma anche all'interno della stessa compagine governativa di centrodestra, contro Bertolaso, è aver ridotto la Protezione civile a «passacarte».

Tuesday, February 07, 2012

L'importante è che sia retwittable

Mentre media e politici erano affaccendati a spalare neve addosso ad Alemanno, continuavano a giungere storie di morti assiderati, comuni ancora isolati, pendolari intrappolati. Non a Roma. In provincia, nel Lazio, e nel resto del centro Italia. Tanto che il direttore di Europa, su twitter, verso le 19, ammetteva: «Se Alemanno non si fosse offerto come parafulmine ce ne sarebbero di responsabilità da chiarire». «Parafulmine» è la parola usata anche da un noto blogger di centrodestra, come Daw-blog, per giustificare l'attenzione mediatica su Roma e il suo sindaco. «Ce ne sarebbero»? Ma siccome Alemanno, certo anche per la sua incapacità, in questo caso soprattutto comunicativa, s'è offerto come «parafulmine», allora è giusto chiudere gli occhi, rinunciare a chiarire ed evidenziare le molte altre responsabilità nella cattiva gestione dell'emergenza neve in tutto il centro Italia?

Probabilmente Alemanno sta perdendo la sua occasione di governare bene Roma e l'ho più volte sottolineato, per esempio quando la città è andata in tilt per le prime piogge autunnali, al contrario della neve un evento annuale e puntuale a Roma. E tra i primi ho segnalato la sua tendenza ad apparire troppo sui temi e dibattiti politici nazionali piuttosto che sui problemi della città. Penso si sia capito che non muoio dalla voglia di difendere Alemanno, che sento molto distante da me politicamente, ma per amore di verità ritengo che crocifiggerlo per l'emergenza neve sia sproporzionato, sia rispetto a quanto accaduto a Roma, sia considerando che non ci si poteva aspettare di meglio, dal momento che la città e suoi abitanti sono strutturalmente impreparati alla neve. Ed è fisiologico che sia così, perché non si può spendere come Milano o Torino per un fenomeno che si verifica si e no ogni trent'anni.

Sparare su Roma e su Alemanno, che non poteva fare molto di più stavolta, e che preso dall'ansia da prestazione insieme al suo staff ha solo comunicato male come al solito, era troppo facile. La città è andata in tilt, nella provincia e nel Lazio è ancora peggio, e ora da parte di tutti gli amministratori, scottati - anzi, raggelati - dagli eventi c'è un eccesso di prudenza. Oggi scuole ancora chiuse, nonostante l'ultimo bollettino prevedesse al massimo nevicate «deboli» (ma anche quello per venerdì prevedeva "pioggia misto neve", eppure sappiamo com'è andata). E giù altra ilarità, a colpi di hashtag, dai social network, quando sarebbe forse più utile parlare di responsabilità ben più gravi, come quelle di Enel, Anas e Trenitalia. A Roma per fortuna alla fine non è accaduto nulla di grave, ma vogliamo parlare dei gestori - pubblici - delle reti, veri responsabili del collasso? Ancora morti e comuni isolati, ma possibile che nessun sindaco abbia chiesto aiuto alla Protezione civile, che tutti #nonhobisognodinulla come Alemanno? O vogliamo dirlo che al di là di Roma, che non ne aveva nemmeno bisogno, la Protezione civile de-bertolasizzata ha fatto cilecca totale e che è quanto meno fondato supporre che per paura ora si sia burocratizzata?!

No, non si può, perché il brutto dei social network è che la battuta va di moda più dell'analisi, e tanto più se fa da cassa di risonanza, non da controinformazione, al flusso dei mainstream media. Intendiamoci, le battute ben vengano, il problema è quando si finisce per crederci e a farne uno strumento di lettura della realtà. Nessuno si pone nemmeno il dubbio che aprire un profilo falso di qualcuno per sbeffeggiarlo, per di più nel bel mezzo di un'emergenza, sia un abuso deplorevole, un furto di identità. Tutti a ridere e a rilanciarne le sciocchezze, una tira l'altra. Né più né meno che nella vita reale anche in quella virtuale è l'istinto a farsi gregge a prevalere. L'importante è coniare l'hashtag più cool. Non è importante ciò che si dice, l'importante è che sia retwittable.

Monday, February 06, 2012

Non sparate su Alemanno (stavolta)

Anche su Notapolitica

I romani hanno molti validi motivi per cui dolersi dell'amministrazione Alemanno: dall'inefficienza degli uffici allo scandalo assunzioni all'Atac, per non parlare degli infortuni comunicativi. Ma soprattutto per la tendenza del sindaco ad apparire sui temi e nei dibattiti politici nazionali piuttosto che concentrato sui problemi della città. In generale, della sua gestione si può dire quanto si poteva dire di quelle Rutelli e Veltroni: l'ansia di vivere il Campidoglio come trampolino di lancio per la politica nazionale. Il fallimento più clamoroso di Alemanno, come dei suoi predecessori, sta nei pesanti disservizi causati da un evento che, al contrario della neve, nella capitale si presenta puntuale all'appello ogni anno: le prime forti piogge autunnali. Nel caso delle nevicate di venerdì e sabato, invece, Alemanno è stato oggetto di una valanga di biasimo e accuse davvero sproporzionata rispetto ai disagi, molto più pericolosi per la vita stessa dei cittadini, che si stanno verificando altrove nel Paese, al di là del grande raccordo anulare e in altre Regioni del centro.

Lasciando da parte Roma, dove stando alla vulgata il sindaco avrebbe rifiutato l'aiuto della Protezione civile, non saprei dire di chi sia la responsabilità, ma le decine di comuni e frazioni rimasti isolati, le decine di migliaia di utenze senza elettricità, gli automobilisti bloccati nelle autostrade e i passeggeri sui treni, non hanno certo ricevuto soccorsi e assistenza rapidi ed efficienti. Al contrario, dalle immagini dei telegiornali si ha la netta sensazione del totale abbandono. Non mi sento quindi di crocifiggere Alemanno più dell'Anas, dell'Enel, di Trenitalia e della stessa Protezione civile, né più di altre amministrazioni (in provincia e nel Lazio la situazione è anche peggiore, ma critiche a Zingaretti e Polverini non pervenute). E il governo dei tecnici? Nonostante un'emergenza di carattere evidentemente nazionale, è rimasto al calduccio, se si esclude un generico commento di Monti sulla necessità di una maggiore «prevenzione» e un appello del ministro degli interni a «non uscire» di casa, entrambi a cose fatte, nel tardo pomeriggio di sabato.

L'impressione, insomma, è che si sia concentrata su Roma l'attenzione mediatica, anche perché era più comodo per tutti i media verificare la situazione, ma è stata la debàcle complessiva delle reti (elettrica, ferroviaria e autostradale) a metterci in ginocchio – rilanciando il tema dell'efficienza dei gestori, per lo più pubblici – mentre persino la Protezione civile, in passato modello di efficienza, questa volta sembra aver fatto cilecca.

L'impreparazione di Roma alla neve, nonostante le previsioni indicassero l'alta probabilità di un evento straordinario, è in larga misura fisiologica per una città mediterranea dove così tanta se ne vede ogni trent'anni (ma forse nemmeno nell'85 il fenomeno fu di tali proporzioni). C'è da chiedersi innanzitutto se a Roma convenga, sia ragionevole in termini di costi/benefici, essere preparata come Torino e Milano per un paio di giorni di mobilità ridotta (e di passeggiate in centro a scattare foto) ogni trent'anni. Che cosa, concretamente, si può rimproverare al sindaco? Sicuramente si poteva far meglio nella mobilità di superficie. Ma ammesso che gli autobus fossero dotati tutti di gomme invernali, quanti autisti sarebbero in grado di raggiungere il posto di lavoro con i treni regionali bloccati, il raccordo bloccato (che si blocca tutto l'anno anche per un tamponamento) e non dotati a loro volta di gomme e catene sui mezzi propri? Sarebbero state comunque troppo poche le linee attive. E altrettanto si potrebbe dire degli altri servizi pubblici. Ciò per dire che l'impreparazione del Comune alla neve è l'impreparazione dei romani stessi, in pochi sufficientemente equipaggiati e abituati a guidare in simili condizioni.

Roma è una città enorme, forse gli altri italiani non si rendono conto della sua estensione territoriale. Il Municipio XII, per capirci quello dell'Eur, è un territorio vasto quasi quanto Milano, ed è solo la zona più a sud della capitale. Con una tale estensione non si possono certo pretendere spalatori e salatori capillari, spetta ad ogni condominio e/o esercizio commerciale pulire il tratto di propria competenza. Inoltre, meteorologicamente parlando le città a Roma sono almeno 3/4. Per esperienza diretta a Roma sud e in centro già sabato a pranzo si poteva circolare tranquillamente nelle vie principali, senza alcun bisogno di catene o gomme invernali, e molti dei rami abbattuti sotto il peso della neve si erano staccati da alberi regolarmente potati. Molto diversa la situazione nella periferia nord ed est della città, e nell'interland, spesso collinare, dove sono caduti ben più di 35 centimetri di neve. Il blocco dei treni regionali, essenziali per la mobilità dei pendolari che giungono nella capitale dai comuni limitrofi, ma anche dei romani stessi, e il blocco del raccordo anulare e delle vie consolari hanno mandato in tilt la città, ma in questi casi le responsabilità maggiori sono di Ferrovie e Anas, cui spettano sia la manutenzione che i soccorsi.

Non mi stupirei se gli accanimenti politici e mediatici di queste settimane contro Formigoni e Alemanno (il quale è stato pure vittima di un deplorevole furto di identità su twitter) fossero condizionati dalla volontà di alcuni di frenare le loro chance di succedere a Berlusconi nella leadership del centrodestra.

Monday, October 17, 2011

Quelle tracce scomode che tentano di cancellare dalla scena del crimine


Ciò che non bisogna permettere adesso è che vengano cancellate le tracce politico-ideologiche dalla scena del crimine di sabato a Roma. Parlare di «Black Bloc», di «infiltrati», di «frange», di una piccola minoranza di violenti, o addirittura di «due manifestazioni», come ha fatto Nichi Vendola, significa cercare di occultare la matrice politica della violenza. I Black Bloc non esistono. Sono un'invenzione giornalistica, una rassicurante bugia per illudere il pubblico che i violenti siano un'esigua minoranza che non ha nulla a che fare con la maggioranza pacifica della manifestazione. Sono una comoda copertura per tentare di salvare le «ragioni» della protesta. Si chiamano Black Bloc perché ormai a quella sigla è associata nell'immaginario collettivo una violenza urbana senza firma e senza impronte digitali. Si fa credere che i violenti si materializzino dal nulla, puff, fino a quel momento invisibili, e che nel nulla ritornino subito dopo le devastazioni. Nessuno sa chi siano e cosa vogliono, e così la manifestazione viene assolta da qualsiasi responsabilità, politica naturalmente. Si può parlare di «gruppetti», di «infiltrati» e di una «minoranza» quando i violenti si contano nell'ordine delle decine, non delle migliaia. E' ovvio che la maggioranza in una manifestazione di 20, 30 mila, al massimo 50 mila persone, rimanga "pacifica", altrimenti sarebbe stata una rivolta. Ma davvero si può pensare che 2-3 mila violenti - perché non ci son dubbi, tanti dovevano essere per mettere a ferro e fuoco chilometri e chilometri di corteo e per resistere alle forze dell'ordine per quattro ore asserragliati a San Giovanni - non siano rappresentativi di una manifestazione, non siano politicamente qualificanti? All'inizio le agenzie riferivano di «gruppetti di violenti che si staccano dal corteo», alla fine i «gruppetti» che si staccavano dal corteo che si sono visti erano quelli di manifestanti pacifici.

In teoria, i Black Bloc sono gruppi di anarchici che nelle manifestazioni in cui è stata accertata la loro presenza (Seattle, Praga, per esempio) non erano affatto infiltrati e nascosti, ma ben visibili e orgogliosamente compatti. L'abbigliamento di colore nero viene usato anzi per rendersi identificabili e per incutere timore alle forze dell'ordine. Non è da escludere che sabato a Roma, come a Genova nel 2001, ce ne fossero, ma le immagini televisive, soprattutto quelle degli scontri a San Giovanni, e delle devastazioni a Via Labicana e a Via Emanuele Filiberto, dimostrano inequivocabilmente il gran numero dei violenti, la maggior parte dei quali nient'affatto vestiti di nero. Esattamente come a Genova: Carlo Giuliani era forse un Black Bloc? Se sì, allora d'accordo. Anche quelli di ieri lo erano, i tanti Carlo Giuliani, identici a lui, che assaltavano quel blindato dei carabinieri rimasto isolato al centro della piazza, da cui due agenti sono riusciti ad uscire appena in tempo per salvarsi dal bruciare vivi. Solo grazie alla loro professionalità e freddezza non c'è scappato il morto. Dovremmo chiederci tra l'altro come mai in una giornata in cui gli "indignados" manifestavano in tutto il mondo, gli scontri siano avvenuti solo a Roma e, stando ai primi arresti e alle cronache televisive, non risultano stranieri tra i violenti. No, la violenza di sabato a Roma era italianissima. I violenti vanno ricercati nei centri sociali, tollerati e molte volte coccolati dalle amministrazioni locali, persino di destra (vero Alemanno?), nei collettivi studenteschi ospitati dagli atenei, tra i militanti dei partiti e dei sindacati più estremisti e anti-sistema, tra gli auto-riciclati dell'arcipelago no global, nella galassia dei gruppi anarco-insurrezionalisti. Studiano, lavorano, manifestano le loro idee, su internet e a volte persino in tv e sui giornali. Sono in mezzo a noi, insomma, non vivono in clandestinità. Tutti lo sappiamo, ma poi ci beviamo questa balla dei Black Bloc.

E' vero che tra i manifestanti c'è stato chi ha provato a ribellarsi ai violenti, ma dai microfoni delle televisioni abbiamo sentito anche molte persone all'apparenza "per bene" solidarizzare in vario modo («loro sono noi, noi siamo loro», «fa più schifo la nomina dei sottosegretari», «quando scoppia una pentola a pressione non la controlli»). E i "pacifici", la "parte buona" della manifestazione, sarebbero quelli che hanno riempito di insulti e sputi Marco Pannella all'inizio del corteo. A proposito, dove si erano nascosti i Di Pietro, i De Magistris, i Vendola, che avevano annunciato la loro presenza alla manifestazione? La voce della sincerità è stata quella di uno studente della Sapienza, il quale ha spiegato che «è la dialettica di sempre, che ci sarà sempre, nel Movimento». Appunto, c'è UNA manifestazione, UN movimento, con UNA ideologia (o piuttosto il suo simulacro). Un movimento con una pur primordiale dialettica interna sui mezzi, che si differisce tra chi sceglie mezzi violenti e chi pacifici. Una grande, decisiva differenza dal punto di vista penale, ma minima dal punto di vista politico. Le «ragioni» della protesta, le fondamenta ideologiche, sono comuni: teorie paranoiche della realtà; idee e obiettivi di sovversione dell'ordine sociale ed economico, un'utopia collettivistica da inseguire con un'accozzaglia informe di politiche redistributive. Se non si riconosce legittimità democratica alle istituzioni politiche ed economiche; se il sogno è abbattere il capitalismo, o più prosaicamente in Italia Berlusconi, allora la critica allo status quo diventa talmente radicale da rendere inevitabile che qualcuno, anzi molti, paradossalmente i più coerenti e i più "coraggiosi", ricorrano a pratiche violente. Ecco in che modo i violenti c'entrano eccome con la manifestazione di sabato.

E' ovvio che dal punto di vista penale la responsabilità è personale, ma se vogliamo comprendere ciò che è accaduto, allora non possiamo sottrarci ad una riflessione che vada oltre quegli aspetti. Quella violenza non nasce dal nulla, è una violenza che ha una matrice politica ben precisa, che affonda le proprie radici in una sinistra estrema e anti-sistema, ma che si nutre anche del clima da guerra civile che i partiti di sinistra, e persino di centro, alimentano all'interno delle istituzioni e sui media. Ecco perché a Roma sì e nelle altre capitali no. Perché a Roma i partiti di sinistra hanno voluto persino dedicare un'aula parlamentare ad uno di quei violenti, a Carlo Giuliani, che a Genova nel 2001 ha dato l'assalto ad una camionetta dei carabinieri esattamente come i suoi compagni hanno fatto ieri a San Giovanni. L'aula bisognava intitolarla al carabiniere che gli ha sparato. Tendiamo a relativizzare e a giustificare con l'esasperazione le violenze, perché c'è sempre qualcosa e qualcuno contro cui è comunemente ritenuto "politicamente corretto" e "figo" ribellarsi, c'è una parte di Italia che non riconosce all'avversario politico il diritto di governare: i democristiani prima, Berlusconi oggi, persino i cantieri dell'Alta Velocità. Siamo in perenne guerra civile e le forze politiche e sociali, i media, per i loro interessi non fanno che alimentare questa condizione.

C'è da scommettere che nelle interrogazioni di lunedì i parlamentari dell'opposizione chiederanno "come è stato possibile", insinuando una grave e sospetta sottovalutazione da parte del ministro Maroni e delle forze dell'ordine. Già oggi la Repubblica e Il Fatto quotidiano accusano il Viminale di aver lasciato fare («tempi di reazione lunghi e farraginosi») e il segretario del Pd Bersani si chiede «come è possibile tenere in scacco per ore il centro di Roma». E' possibile, caro Bersani, se non ci si vuole assumere il rischio di dieci Carlo Giuliani. Non si può, è DISONESTO, contemporaneamente criticare la passività delle forze dell'ordine, pronti però a denunciarne la brutalità appena reagiscono. Sabato a Roma hanno fatto il massimo, il massimo considerando l'uso della forza che è socialmente e politicamente accettato. In piazza i veri non violenti sono stati poliziotti e carabinieri, che hanno combattuto con gli idranti, i lacrimogeni e i loro corpi. E che avevano l'ordine di «abbozzare, attendere, ripiegare», pronti a sacrificare la loro di vita, piuttosto che rischiare la morte di un manifestante. Dunque, mettiamoci d'accordo: o accettiamo che qualche violento possa rimanerci secco, oppure ci accontentiamo di quanto abbiamo visto ieri, senza però poi prendercela con le forze dell'ordine perché non hanno saputo garantire l'ordinato svolgimento di quella cazzo di manifestazione.

Monday, June 20, 2011

Basta lucrare su Roma

Molti cittadini romani, lavorando nei ministeri (molti ci lavorano sul serio), immaginiamo siano contenti di vedere qualcuno ergersi a difesa dell'onore della "Capitale". Ebbene, devono sapere però che si tratta di pura demagogia sulla loro pelle. Si trattasse di un dibattito serio sulla suggestione della capitale "reticolare", come sembra credere Formigoni, magari si comincerebbe a parlare del trasferimento della Consob e dell'Antitrust a Milano. Invece, siamo alla pura demagogia. Questa telenovela dei ministeri è umiliante per il Nord, anche per gli elettori leghisti, cui scommetto che non può fregare di meno di avere qualche finto ministero; ma è umiliante anche per Roma, che vede Alemanno e Polverini lucrare visibilità su un'ipotesi che sanno bene essere irrealistica, approfittando del momento di caos nel Pdl e nella maggioranza. Si agitano, sgomitano, sia per farsi posto nel partito, sia per celare dietro la difesa della romanità le loro incapacità di governo della città e della Regione Lazio. E mentre si azzuffano sul nulla con i leghisti, nel frattempo in città si tollerano gli espropri comunisti.

Tra l'altro, nella lista delle richieste leghiste uscita da Pontida, una vera e propria agenda dei prossimi 180 giorni di governo, con scadenze precise, non c'è il trasferimento dei ministeri, che Bossi ha invece citato en passant nel suo discorso. Non si parla neanche di ritiro dalla missione libica, ma si chiede una generica «riduzione dei contingenti impegnati all'estero». Il che è possibile, e anzi auspicabile per quanto riguarda l'inutile, ipocrita e anche pericolosa missione in Libano. E' assurdo che proprio nel momento in cui le richieste leghiste si concentrano sulla riforma fiscale, sulla fine delle misure "vessatorie" di Equitalia («una cosa vergognosa che neanche la sinistra aveva fatto», ha ammonito Bossi) - e quindi per la prima volta il pressing su Tremonti è anche leghista - nel Pdl ci sia chi preferisce polemizzare e alzare la tensione sui ministeri al Nord, invece di incalzare la Lega sui tagli ai costi della politica e se non sull'abolizione, almeno su una drastica riduzione delle province.

Monday, May 23, 2011

La capitale reticolare era cosa seria

Uno spettacolo desolante: a pochi giorni dal voto decisivo a Milano e Napoli Pdl e Lega non trovano di meglio che accapigliarsi sull'ipotesi di trasferire al nord un paio di ministeri inutili (quelli guidati da Bossi e Calderoli, pare di capire). Niente di più lontano dagli interessi dei cittadini. Di certo né al nord né ai romani interessa la sede di qualche ministero senza portafoglio. La Lega è riuscita a svilire anche un'idea innovativa e interessante come la capitale «reticolare», che è una realtà in Germania. La Corte costituzionale federale tedesca, per esempio, ha sede a Karlsruhe, la Bundesbank a Francoforte, e molti ministeri si dividono tra Berlino e Bonn.

Decentrare non tanto i ministeri, ma autorità e poteri di controllo, direzioni di enti pubblici e di imprese a partecipazione statale, alla ricerca di una maggiore funzionalità, non dovrebbe essere tabù. Come non lo è stato e non lo è in altre importanti capitali europee. Non si vede, per esempio, perché autorità indipendenti come la Consob e l'Antitrust non potrebbero avere sede a Milano. Ma è un tema serio, che va approfondito, discusso, preparato, e non gettato come un sasso nello stagno alla vigilia di un voto amministrativo in cui è in gioco la tenuta stessa dell'Esecutivo.

Neanche come arma propagandistica si è rivelata un gran ché, perché certo l'ubicazione dei ministeri non è in cima alla preoccupazione degli elettori e, anzi, lo scontro sul tema sta offrendo un'immagine ancor più rissosa e sconclusionata della compagine governativa. Quando dai partiti di governo, Pdl e Lega, ci si aspettava che si impegnassero a "deministerializzare", e non a "ministerializzare" oltre Roma anche il resto d'Italia; e che cominciassero come promesso a defiscalizzare, mentre solo dopo tre anni di governo il ministro Tremonti scopre che le «ganasce fiscali» (che lui stesso ha implementato) stanno soffocando la nostra già timida ripresa. Dal Senato federale e dal federalismo fiscale, dalla riduzione dei ministeri, delle province e dei loro costi, insomma dalle riforme epocali, siamo passati al reclamo delle stoviglie: un po' a me un po' a te.

Non credo proprio che la principale preoccupazione dei cittadini di Milano sia accollarsi il peso di qualche corpaccione ministeriale. No, non credo proprio. Anzi, se fosse una prospettiva seria ne sarebbero preoccupati. Ma siccome non è seria, sono avviliti, disgustati, e domenica non andranno a votare. Il centrodestra va incontro ad un massacro che con un poco più di sale in zucca poteva essere evitato.

Tuesday, December 14, 2010

Assalto alle istituzioni

In una giornata come quella di oggi c'è da ringraziare le forze dell'ordine che hanno consentito a Camera e Senato di esercitare le proprie funzioni democratiche. Il centro di Roma, intorno al Senato e a Montecitorio, è stato messo letteralmente a ferro e fuoco. In fiamme auto, mezzi della polizia, cassonetti; devastate vetrine e bancomat. Non studenti, ma gruppi di estremisti esigui e ben organizzati che hanno tentato - è bene non tacerlo e non sottovalutarlo - di dare l'assalto alle Camere dove si stava votando la fiducia al governo. Mi chiedo in quale altro Paese si possa impunemente tentare di assaltare le istituzioni democratiche; in quale altro Paese neanche in circostanze simili - in cui persino la sicurezza delle sedi istituzionali, quindi la democrazia stessa, è messa a repentaglio da una violenza squadrista - si ricorre all'uso legittimo della forza.

Thursday, May 06, 2010

Una frustrazione che viene da lontano

La partita di ieri non poteva che essere figlia della farsa di domenica scorsa. Le condizioni psicologiche delle due squadre erano troppo diverse: da una parte un'Inter con lo scudetto in tasca, sulle ali dell'entusiasmo per la finale di Champions conquistata contro il Barcellona, la convinzione nei propri mezzi a sopperire ad una certa stanchezza, soprattutto nel secondo tempo; dall'altra, una Roma in piena crisi di nervi, e per questo slegata e confusa, con poche idee, ma che nonostante tutto ha la forza di reagire a Parma e ieri di sfiorare il pareggio in un paio di occasioni. Per il resto, una partita costellata di brutte entrate, liti e risse, proteste plateali, che l'arbitro non ha avuto il fegato di punire come meritavano per non "rovinare" la Tim Cup (tra gli errori più evidenti, Mexes andava espulso e c'era un sacrosanto rigore su Toni).

Totti, che non andava fatto giocare (così come Mexes) verrà come al solito crocifisso. E' il tipico caso del 'raggirato' che per reagire al propotente di turno finisce per passare dalla parte del torto, e pure per scemo. Questo gruppo ha i nervi a pezzi e credo chiunque li avrebbe avuti dopo la farsa di domenica. Cova dentro di sé un risentimento e una frustrazione che vengono da lontano, da troppo lontano nel tempo. E' la seconda volta in tre anni che questo stesso gruppo si gioca lo scudetto contro l'Inter per poi ogni volta risvegliarsi dal sogno e scoprire che il copione era già scritto. Per il suo fallo di frustrazione Totti si prenderà la sua strameritata squalifica; grazie alle farse delle ultime domeniche l'Inter vincerà l'ennesimo scudetto dell'era degli "onesti". Ieri, tutto sommato, è andata fin troppo bene.

UPDATE
E bravo Mourinho. Può darsi, come ha insinuato ieri sera, che la Roma paghi il Siena per giocare davvero contro l'Inter... Be', sarebbe pure ora che affrontino una partita vera tra le ultime quattro, o no? Ma ripensando al furto subito a San Siro all'andata, direi che i toscani dovrebbero trovare le loro motivazioni. In ogni caso, vedremo come l'Inter ripagherà Atalanta, Bologna, Genoa e Lazio per non aver giocato quando avrebbero dovuto...

Monday, May 03, 2010

Se vi piace vincere facile...

Nessun romanista - me compreso - si è mai illuso un solo istante che nonostante la salvezza matematica non ancora raggiunta la Lazio non avrebbe regalato i 3 punti all'Inter, ma francamente non speravo (sì, speravo è il termine giusto) che avvenisse in modo così plateale e vergognoso. La magra consolazione è che tutti hanno potuto constatare con i loro occhi, e ogni sincero sportivo non può che essere rimasto scioccato dalla vergogna di ieri sera. Sempre convinti che questo sia il campionato più bello del mondo?

Purtroppo, molti dei commenti e delle analisi si concentrano sull'atteggiamento del pubblico, dei tifosi laziali che esultano ai gol dell'Inter, un clima surreale che avrebbe condizionato i giocatori in campo, ai quali dunque andrebbe riconosciuta almeno un'attenuante. Balle, credetemi. I giocatori della Lazio desideravano perdere quella partita dal profondo del loro cuore almeno quanto i tifosi. Bastava guardarli stare in campo: immobili, a passeggio, quelli dell'Inter che avanzavano senza incontrare alcuna resistenza fin davanti la porta. E una volta passati in svantaggio, nemmeno una timida reazione, nemmeno un beffardo 1-2, tanto per salvare la forma, far credere di averci provato.

Il pubblico, per quanto antisportivo possa rivelarsi, resta folclore e i tifosi laziali non possono che suscitare profonda pena. Capisco augurarsi che la Roma perda lo scudetto, ci sta, ma addirittura esultare ai gol presi dalla propria squadra (che sulla carta rischia ancora di retrocedere), è qualcosa di inedito, che dovrebbe ripugnare, ma che dà la misura giusta di quanto poco rispetto abbiano per se stessi e i loro colori. Ma alla fin dei conti è chi va in campo ad avere la responsabilità (è lautamente pagato per questo) di dar vita ad uno spettacolo vero, genuino, quello per cui vengono accettati milioni di euro di scommesse e pagati milioni di euro di abbonamenti televisivi. E le società, che erano evidentemente d'accordo (in panchina Rocchi da una parte, Milito dall'altra, come segnali di "pace"). Ma a quanto pare l'ipocrisia di questo Paese è tale che ci si scandalizza di più per uno sfottò sotto la propria curva dopo un derby vinto che per una partita decisiva platealmente regalata agli avversari. Cose che si vedono solo in Italia. O per lo meno, ci può stare un "biscotto" per esempio quando il pari serve a entrambe le squadre, questo è comprensibile.

L'unica differenza - quei due punti che le separano - tra Inter e Roma sta nelle squadre che hanno incontrato. La Roma ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie per superare tutte le squadre che ha incontrato. Nessuna - come è giusto che sia - le ha regalato nulla: chi doveva salvarsi (Atalanta, Bologna e Lazio), chi doveva conquistare un posto in Champions (Sampdoria), e chi non aveva più nulla da chiedere al campionato (Parma). E ne può andare orgogliosa. Lo stesso non si può dire dell'Inter, che se nelle ultime partite di campionato non ha perso punti lo deve soprattutto alla docilità delle squadre affrontate.

E non da ieri sera. E' da qualche giornata infatti che seguo anche le partite dell'Inter e vi posso assicurare che quanto è accaduto ieri all'Olimpico si è verificato, seppur in maniera meno plateale, in Inter-Bologna e Inter-Atalanta. Due squadre che hanno sputato anima e sangue in campo contro la Roma, e solo due domeniche dopo le vedevi letteralmente crollare, squagliarsi contro l'Inter, nonostante si giocassero la salvezza e i nerazzurri non certo brillanti. Anche lì, nessun contrasto a centrocampo, poca resistenza in difesa, marcature a maglie larghe, e appena subito il primo gol partita finita. L'Atalanta, che era addirittura passata in vantaggio a San Siro, non si chiude a doppia mandata nella propria metà campo come sarebbe lecito aspettarsi, ma prende il gol del pareggio in contropiede e altri due gol allegramente. Consiglio di andarvi a rivedere le partite se non mi credete, e poi mi dite se Bologna e Atalanta hanno giocato contro l'Inter con lo stesso ardore che hanno messo contro la Roma. Parlo di partite che ho visto tutte personalmente.

La partita di ieri è stata preparata nel migliore dei modi per la Lazio. La non contemporaneità delle partite; il bizzarro modo in cui è maturato il pareggio di ieri pomeriggio tra Atalanta e Bologna, che ha condannato alla B i bergamaschi; e per cominciare il modo sospetto in cui la Lazio è passata (1-2) a Genova domenica scorsa: andatevi a rivedere i gol e l'atteggiamento rinunciatario dei giocatori genoani (neanche esultano dopo il gol - casuale - di Palacio), dopo che la settimana precedente il presidente Preziosi si era pronunciato inequivocabilmente su chi preferisse veder vincere lo scudetto. Alla Lazio è stata regalata la salvezza contro il Genoa, è lì che ho avuto la certezza di come sarebbe andata la partita di ieri, mentre contro l'ottima e determinata Sampdoria l'arbitro di comprovate "simpatie" interiste ci metteva quanto basta per fermare la Roma. Se questo ve la sentite ancora di chiamarlo sport...

Thursday, April 29, 2010

A palla contro il "mouro"

Analisi perfetta e onesta quella di Enzo, che condivido in pieno. Naturalmente ero lì a tifare Barcellona, in chiave romanista ma non solo. Perché adoro Messi, ammiro Guardiola e il gioco del Barcellona. Però devo dire che ieri l'Inter ha meritato la finale. All'andata ha "rubato": a parte il terzo gol in fuorigioco, solo il rigore negato l'avrebbe portata sul 3-2 e ieri sarebbe stata tutta un'altra storia. Ma ieri no. Una squadra come il Barcellona, in casa, 11 contro 10, non può annoiarci per 80 minuti. E penso che sì, abbia pesato anche l'ingenuo e un po' infantile pre-partita. Mourinho non ha fatto nulla di eccezionale, è solo un gran motivatore. Però una cosa va detta sullo "stile Barça": premesso che l'espulsione di Thiago Motta c'era tutta, non foss'altro per doppio giallo, mi è dispiaciuto vedere la sceneggiata del giocatore colpito (come Di Natale in semifinale dell'Europeo proprio contro la Spagna) e la gara di tuffi nell'area e nella metà campo dell'Inter. Robe che neanche Quagliarella. Odio i calciatori italiani quando si comportano in questo modo, ma bisogna prendere atto che su questo sono in pochi a poterci dare lezioni. Ormai.

Wednesday, April 28, 2010

Due anni di Alemanno

Con oggi sono due anni. L'impressione che si ricava dall'intervista a Gianni Alemanno su Il Messaggero è che il sindaco ex An si prepari a passare all'incasso dopo la lealtà a Berlusconi nello scontro con Fini. Il conto è salato: lo pagheranno i romani e non solo. Contributi strutturali dal governo per 500 milioni di euro l'anno da oggi al 2046 (!) per ripianare il debito (pregresso, bisogna dirlo). E il bilancio slitta a luglio in attesa di incassare l'assegno. Ma anche «maggiore coinvolgimento della Regione e qualche sacrificio anche da parte dei cittadini» (adeguamento delle tariffe alle medie nazionali e - si promette - anche degli standard dei servizi). Il «banco di prova» su cui si chiede al governo di dimostrare «di non essere schiacciato sulle posizioni leghiste» come al solito è quello della spesa: sborsare soldi per ripianare i buchi di bilancio degli enti locali del centrosud. In questo senso Alemanno è molto 'finiano'.

E' ovvio che dato il debito pregresso, qualcosa il governo deve metterci, ma prima di chiedere soldi al governo e ai romani, tra precari stabilizzati e nuovi concorsi banditi, Alemanno ha dimostrato almeno la buona volontà con qualche taglio strutturale alla spesa? Nell'intervista non se ne fa cenno. In attesa delle nuove metropolitane, del piano buche (50 milioni di euro più contributi straordinari dal Cipe), di miglioramenti concreti su pulizia e rifiuti, e dei 1.085 posti in più negli asili nido, l'unica cosa su cui devo dire - da cittadino - ho notato una differenza è sui nomadi: se ne vedono meno aggirarsi come avvoltoi nelle strade, meno ai semafori, e alcune baraccopoli non ci sono più. Il sindaco rivendica lo sgombero di 260 micro accampamenti abusivi, oltre che del Casilino 900, e una diminuzione dei reati dai 225 mila del 2007 ai 166 mila del 2009. Per il resto, tutto sembra fermo in attesa dei 500 milioni del governo. Poi, non ci saranno più alibi.

Tuesday, March 02, 2010

Dopo il danno, nessun pudore

Quante volte nelle nostre città capita di imbattersi in manifesti palesemente ingannevoli o deliranti, di ogni parte politica? Soprattutto in campagna elettorale, dove la bieca propaganda prevale su tutto, è fisiologico. Eppure, a tutto c'è un limite. La Polverini e il Pdl romano sembrano averlo superato. «Non vogliono farti votare», recitano i manifesti con cui hanno tappezzato la città per protestare contro l'esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma. Puro terrorismo ingannevole. Di tutta evidenza infatti il problema non è che qualcuno il 28 e 29 marzo non potrà votare, ma che qualcuno - guarda caso gli autori dei manifesti - non potrà candidarsi. Pensano davvero che i cittadini romani siano così stupidi e non abbiano capito come stanno le cose?

Il danno d'immagine provocato "dar pasticciaccio" al partito, anche a livello nazionale, non è trascurabile: in tutta Italia la mancata presentazione della lista romana trasmette l'idea di un partito di «polli», come li ha chiamati oggi Belpietro su Libero, e di incompetenti. E' ragionevole pensare che gli elettori meno schierati, più incerti, a questo punto ci pensino almeno due volte prima di affidare il governo delle loro regioni a un partito che ha dato prova di tale imperizia e disorganizzazione. La campagna in corso, come se fosse stato conculcato chissà quale diritto e ci fosse chissà quale complotto dietro, rischia di coprire il tutto e tutti ancora di più di ridicolo. Purtroppo la reazione scomposta della Polverini in primis all'intera vicenda è una conferma della sua mediocrità, della sua indole da sindacalista evidentemente abituata a considerare una inutile formalità dichiarare il numero reale degli iscritti al proprio sindacato.

La devono smettere. Qualcuno dall'alto dovrebbe farglielo capire, perché ormai la gente ha capito che la mancata presentazione della lista del Pdl è dovuta principalmente a un loro banalissimo errore (non c'erano alla scadenza dei termini, e questo conta, come sanno tutti i cittadini che lo provano sulla loro pelle, sia che abbiano a che fare con la pubblica amministrazione, o con banche, assicurazioni, eccetera, sia che debbano pagare bollette), e così facendo rischiano soltanto di provocare ancora più danni. Facciano i loro ricorsi, se credono, ma con la coda tra le gambe, quasi nascondendosi almeno per un minimo senso del pudore. E, semmai, valutino sin d'ora la possibilità di recuperare il simbolo del Pdl sulla scheda sostituendolo a quello del listino Polverini, come suggerivo ieri.

Monday, March 01, 2010

Dilettanti allo sbaraglio (e una possibile riduzione del danno)

La mancata presentazione della lista del Pdl nella provincia di Roma, e la quasi certezza di non trovarla sulla scheda il 28 e 29 marzo, ha dell'incredibile. E' evidentemente frutto del dilettantismo delle classi dirigenti locali del Pdl, e di per sé questo rappresenta un grande danno d'immagine sia per il partito sia per la Polverini. Sono in grado di governare una regione se non sono in grado di governare se stessi né di presentare una lista? Nessuna dietrologia, la rivalità tra ex FI ed ex An e i contrasti tra Berlusconi e Fini possono aver pesato solo nei termini di una disorganizzazione generale e di una cattiva selezione del personale politico (a cominciare dalla Polverini, che in queste ore con le sue risibili accuse e sconclusionati appelli sta rivelando tutta la sua mediocrità), ma dubito che qualche vendetta sia potuta arrivare al punto di causare un danno così devastante. Ma quanto accaduto è anche il sintomo - e lo dico da romano - di una certa cialtroneria "romanesca" (e daje, famo, annamo), per cui scadenze e formalità sono essenzialmente roba da malati.

Ormai i contorni "der pasticciaccio" sembrano chiari. Anche il delegato del Pdl ammette di essere uscito dagli uffici e di avervi fatto ritorno fuori tempo massimo. Mi chiedo: ma se proprio avessero dovuto apportare modifiche dell'ultimo minuto alla lista, non poteva mandare qualcun altro a prendere le carte necessarie? Accusare gli altri della propria stupidità oltre che vergognoso è ridicolo e patetico. Chi è causa del suo male, pianga se stesso. Fuori luogo anche gli appelli a Napolitano. Per tentare di rimediare in extremis Berlusconi e Fini dovrebbero prima di tutto azzerare i vertici romani. Poi, da parte di tutti, tanta, tanta umiltà, scuse agli elettori, e agli altri partiti per la reazione scomposta. Nel senso che sarebbe interesse del Pdl non incendiare il clima, bensì rasserenarlo per creare le condizioni necessarie alla ricerca di una soluzione bipartisan, ampiamente condivisa, sperando che ci possa essere una qualche - anche se al momento oscura - scappatoia giuridica.

L'unico lato oscuro della faccenda - questo sì strano e a quanto mi risulta senza precedenti nei casi di presentazione di liste - è perché non sia stato consentito l'accesso agli uffici per la presentazione della lista, sia pure in ritardo. Verbalizzando correttamente l'orario di presentazione della lista, che eventualmente non sarebbe stata ammessa per mancato rispetto dei termini. Il semplice cittadino che giunga in ritardo nel presentare una domanda o un documento all'amministrazione incorre nelle conseguenze stabilite dalla legge per il suo ritardo, ma non mi risulta che gli venga impedito l'accesso agli uffici per presentarla. In questo caso, infatti, siamo di fronte a una mancata presentazione, non ad una presentazione in ritardo (come in effetti era a detta di tutti i testimoni). Dal punto di vista giuridico non mi pare un particolare indifferente. Posso sbagliarmi, magari è solo un cavillo, ma ora la difficoltà è individuare un soggetto titolato a presentare ricorso, giacché non c'è il delegato di una lista presentata in ritardo che fa ricorso contro la mancata ammissione, ma dei perfetti estranei, dal momento che non c'è alcuna lista. E' questo eventualmente il danno causato da chi ha fisicamente impedito al delegato del Pdl di accedere agli uffici e presentare la lista, anche se in ritardo.

Detto questo, mi pare di scorgere una sola "riduzione del danno" praticabile a questo punto. Candidature, e voti di preferenza ad esse connesse, non sono recuperabili, ma forse la presenza sulla scheda del simbolo del Pdl - solo di quello - sì. Credo infatti - ma anche qui posso sbagliarmi - che la presentazione grafica dei simboli può avvenire anche in un secondo momento rispetto alla presentazione ufficiale della lista. Se così fosse, il simbolo della lista civica per Polverini potrebbe essere sostituito con quello del Pdl. Almeno gli elettori non si troverebbero del tutto smarriti.

Friday, February 19, 2010

Dov'è l'imbroglio

Il «sottobosco paraistituzionale», come lo definisce oggi Massimo Franco sul Corriere, o il sistema «gelatinoso», espressione coniata dall'architetto Paolo Desideri e raccolta in una intercettazione del 2007, esiste, a prescindere dal consumarsi o meno di fatti penalmente rilevanti. Si tratta di comportamenti politicamente disdicevoli, che però sono quasi sempre trasversali, come provano le stesse figure di Balducci & soci, funzionari apprezzati da governi e amministrazioni locali in modo bipartisan.

E' un contesto tipico italiano, quello delle commistioni tra politica e affari quando ci sono "torte" da spartire. La politica "maneggia" e crea "vie gelatinose", corsie privilegiate per permettere alle imprese "amiche" di aggiudicarsi succulenti appalti. Non è detto che in tutto questo si violino in modo dimostrabile le procedure o si prendano delle mazzette, perché il compenso reciproco di una rete clientelare va ben oltre qualche migliaio di euro, che al contrario sarebbe una pistola fumante pericolosamente vistosa.

Dov'è allora il problema? Che per colpire politicamente Berlusconi, finora rivelatosi immune agli attacchi frontali diretti contro la sua persona, si prendono di mira i suoi più stretti collaboratori, non si esita a sfregiare due innegabili successi della sua "politica del fare" - ma in realtà, per una volta, successi dello Stato - facendo credere alla gente che questo sistema «gelatinoso» può essere circoscritto alle emergenze gestite dalla Protezione civile - o può addirittura esserne il frutto - e non riguarda, invece, anche la normalità degli appalti pubblici in Italia. Un'operazione o ingenua, a voler pensar bene, o in malafede. Almeno per dovere di cronaca, ogni volta che si scrive o si parla di sistema «gelatinoso» bisognerebbe ricordare che si fa riferimento a un'espressione nata durante le conversazioni intercettate tra alcuni architetti e imprenditori convinti di aver partecipato a gare d'appalto pilotate da Veltroni e Rutelli. Non dico che ciò sia vero, dico solo che giornalisticamente è lì che nasce quel termine e andrebbe ricordato ogni volta che si pretende di associarlo a Bertolaso.

Credo che difficilmente si troveranno mazzette, ma il sistema esiste e chi vive e lavora a Roma sa bene come, *grazie a chi*, si lavora nell'ambito delle commesse pubbliche o dell'edilizia. E questo nella normalità, non nelle emergenze o nei cosiddetti "Grandi Eventi". Quindi, finiamola, per colpire Bertolaso - e tramite lui Berlusconi - di dire che la "gelatina" la producono le norme e procedure eccezionali di protezione civile, o il superego del suo capo.

Laddove si gestiscono torte enormi di denaro pubblico, guarda un po', si riescono a far lavorare le ditte amiche. In modi legali o ai limiti della legalità. Lo sanno tutti, facciamocene una ragione. Come tutelare la cittadinanza? Bisogna riconoscere - laicamente - che c'è un solo modo. Che non è quello di appesantire le procedure, nell'illusione che fatta la legge più severa non si trovi l'inganno. Anzi, più sono astruse e farraginose, più garantiscono ai malintenzionati spazi di manovra coperti. E rimane il problema di chi è chiamato da noi cittadini a "fare", a farle per davvero le cose utilizzando i soldi pubblici.

Si potrebbe cominciare intanto per diminuire drasticamente l'enorme torta che mettiamo nelle mani dello Stato, la spesa pubblica. E poi, semplificare prima, per concentrare più risorse ed energie a controllare - e a punire - successivamente. L'interesse pubblico è che l'opera sia effettivamente realizzata, in tempi e costi ragionevoli. Ma che sia realizzata, che ci sia qualcosa di tangibile. Quindi, si *deve* poter fare, rispettando poche e semplici regole, responsabilizzanti. Perché in questo modo, non appesantendo di costi il processo, possiamo investire più soldi in controlli a tappeto e più efficaci.