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Wednesday, February 06, 2013

E' già "Unione" tra Monti e Bersani e già litigano tutti

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Doveva essere l'inizio della Terza Repubblica, ma stiamo assistendo all'eterno ritorno delle due grandi anomalie che hanno contraddistinto la politica italiana fin dalla Prima. Una sinistra che, chiusa nel suo recinto ideologico, non riesce ad allargare i suoi consensi oltre la soglia di 1/3 dell'elettorato, nell'ipotesi migliore; e che per superare la storica diffidenza della maggioranza degli italiani, per essere credibile come forza di governo, sia agli occhi dei cittadini che delle cancellerie europee e dei mercati, ha bisogno della legittimazione di una forza centrista e di una figura "tecnica". A fronte di questo deficit di credibilità della sinistra, c'è sempre stato un pezzo più o meno consistente, a seconda delle fasi storiche, del mondo democristiano, "moderato" si direbbe oggi, che ha giocato il ruolo di "sdoganatore" e legittimatore della sinistra. Nella prima Repubblica guidando i giochi, nella seconda subendoli.

Fino alla caduta del muro il problema non si è posto, vigeva la "conventio ad excludendum" nei confronti del Pci, al governo solo negli enti locali. Ciò non di meno non sono mancate esperienze di governo di centrosinistra – dai primi anni '60 con la partecipazione attiva del Partito socialista di Nenni, fino al cosiddetto "compromesso storico", il tentativo di coinvolgimento del Pci. Nella II Repubblica fu il democristiano Romano Prodi a guidare i primi governi di centrosinistra con l'ex Pci principale azionista di maggioranza, ma dotato di una stampella centrista – prima il Ppi e la piccola formazione dell'ex premier tecnico Dini, poi la Margherita.

Il progetto del Pd, originariamente, doveva servire proprio a superare questa anomalia, la storica "non autosufficienza" della sinistra italiana. Eppure, siamo nel 2013, dopo l'inglorioso fallimento dell'ultimo governo Berlusconi, e torniamo al punto di partenza: Bersani – gli fa onore il suo realismo – è costretto ad aprire alla collaborazione con il centro montiano, consapevole che l'alleanza progressista, da sola, rischia di non avere i numeri per governare. E che anche nel caso li avesse, avrebbe comunque bisogno di spalle più larghe per superare la diffidenza interna e dei mercati.

E Monti – esattamente come Aldo Moro negli anni '60 e '70, quando però era ancora la Dc a distribuire le carte, e come Dini, Ciampi e Padoa Schioppa negli anni '90-2000, in una posizione, invece, di totale subalternità – si presta per il ruolo di legittimatore della sinistra. Con l'unica differenza che questa volta l'accordo non è pre-elettorale, ma post-elettorale. Il calo del Pd nei sondaggi e lo spostamento a sinistra della sua campagna per far fronte alla concorrenza di Grillo e Ingroia sul lato sinistro, hanno indotto Bersani all'apertura nei confronti di Monti, sia per rafforzare la sua personale credibilità internazionale, sia per non dare agli elettori l'immagine di un centrosinistra ancora chiuso nel suo recinto e, dunque, "unfit" a guidare il paese. Ai suoi elettori il segretario del Pd giustifica l'apertura al centro con la necessità di combattere, e ridurre all'opposizione, i nemici storici, «il berlusconismo, il leghismo e il populismo». Ma la realtà è ben diversa: si tratta di evitare alla sinistra un'altra vittoria mutilata.

Come ha risposto Mario Monti? Ha ricambiato: «Apprezzo ogni apertura e disponibilità da parte di Bersani». E siccome i sondaggi non sono gran ché, fa anche lui esercizio di realismo e si rimangia l'indisponibilità, precedentemente espressa, a far parte come ministro di un governo di centrosinistra. A chi gli prospetta questa ipotesi, il premier uscente si limita ad osservare che «sono temi prematuri», ma senza escluderla. Forse ad oggi «non esiste alcun accordo con il Pd», ma la propensione, quella sì, se la capolista alla Camera in Lombardia di "Scelta civica per Monti", Ilaria Borletti Buitoni, invita esplicitamente a votare Ambrosoli, il candidato del Pd alla Regione, facendo infuriare Albertini («così si cancella la proposta politica del presidente Monti»).

Se Bersani è interessato ad una collaborazione, allora «dovrà fare delle scelte all'interno del suo polo», ha detto Monti rivelando che quanto meno sono già iniziate le trattative. Ferma la replica di Bersani: «Il mio polo è il mio polo e nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere». Che Monti e Casini pongano al segretario del Pd una pregiudiziale su Vendola è del tutto strumentale. L'alleanza progressista è inadatta a governare non perché ci sia Vendola, la cui forza rappresenta il 3-4%, e che tra l'altro è il governatore di una regione importante come la Puglia, che non sembra in mano ai soviet. E' la corrente maggioritaria del Pd, succube della Cgil e delle sue ricette economiche vecchie di mezzo secolo, a non offrire sufficienti garanzie.

Non sorprende che Vendola non l'abbia presa bene («spero che Bersani non si voglia assumere la responsabilità di rompere l'alleanza del centrosinistra»), ma il patto tra "progressisti e moderati" dopo il voto sembra, se non cosa fatta, uno sbocco inevitabile per entrambi. E lo stesso Vendola ha firmato una carta degli intenti in cui si dice che il centrosinistra dovrà «cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale» e dovrà impegnarsi «a promuovere un accordo di legislatura con queste forze».

Evidente il vantaggio che può trarre Berlusconi da questa situazione. L'errore strategico di Monti, infatti, è che invece di porsi come nuova offerta politica di centrodestra, chiaramente alternativa alla sinistra, contendendo quindi al Cavaliere il suo elettorato deluso, ha inteso sfidare il berlusconismo puntando su una collaborazione con la parte riformista del centrosinistra, che sarebbe il Pd, proprio in chiave antiberlusconiana. Ma così l'odore di una "Unione 2.0" si fa sempre più persistente, con tutto il suo carico di contraddizioni e litigiosità. Stavolta ancora prima del voto, centristi e sinistra cominciano a litigare tra di loro e al loro interno, mentre Berlusconi può già rappresentare l'unica alternativa al governo dei "tassatori" Bersani-Monti.

Sembra uno di quei film in cui il protagonista è condannato a rivivere per sempre la stessa giornata.

Wednesday, January 23, 2013

La svolta sinistra di Bersani (e Monti)

Un Monti che non può permettersi di tirare la corda fino a spezzarla, rischia di venire trascinato se Bersani la tira troppo a sinistra

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Che cosa succede quando un'alleanza già squilibrata a sinistra si sposta ancora più a sinistra? Rischia di restarci schiacciata e di trascinare con sé un'operazione centrista che si finge equidistante, ma sa che il suo unico sbocco è proprio a sinistra. L'ossessione del Pd di non avere nessuno alla propria sinistra, se non un alleato (vedi Di Pietro nel 2008, Vendola oggi), sembra dura a morire e in passato è stata causa di pesanti debàcle elettorali o di mezze vittorie. La storia si sta ripetendo. Manifestando l'intenzione di rivedere, per limitarla ulteriormente (è stata già ridotta del 30%), la spesa per gli F-35, Bersani dice una cosa molto "di sinistra", di vecchia sinistra, per tentare di fronteggiare su quel fronte la concorrenza del movimento vetero-comunista di Ingroia, che potrebbe essere determinante in negativo nelle regioni in bilico per il Senato (Lombardia, Campania e Sicilia). Anche perché l'ex magistrato, insieme a Grillo, sta erodendo consensi a Vendola, al quale il Pd aveva "appaltato" il traino degli elettori più a sinistra.

Ma se Bersani può spostarsi a sinistra è perché al centro si sente coperto: da Renzi, la cui presenza in questa fase della campagna dovrebbe ricordare agli elettori che il Pd è anche il partito del giovane e moderno sindaco di Firenze, non solo quindi un covo di ex comunisti costretti a inseguire Ingroia e Ferrero; e da Monti, che non dovrebbe infierire troppo sullo spostamento a sinistra del Pd, limitandosi a polemizzare sul conservatorismo di Vendola e Camusso.

Tutto lascia intendere, infatti, che tra il segretario del Pd e il premier uscente ci sia davvero, se non un accordo di massima per un'alleanza di governo post-voto, almeno una sorta di divisione dei compiti in campagna elettorale: il primo può dedicarsi tranquillamente al suo fronte sinistro, anche perché sa che dal centro non arriveranno bordate tali sfondare lo scafo, al massimo qualche pizzicotto.

Lo sforzo di Monti è quello di presentarsi come alternativo sia alla destra che alla sinistra. Tutti i suoi discorsi sulle riforme ostacolate in Parlamento sia dal Pd che dal Pdl, da cui la necessità di «federare i riformatori», la sua teoria sul superamento delle categorie di destra e sinistra, vanno in questa direzione. Si sta sforzando di non dare l'impressione di essere già pronto ad un accordo con Bersani, insomma di scrollarsi di dosso l'immagine di "stampella" della sinistra. Ma non ci sta riuscendo, i sondaggi mostrano che la sua lista stenta a decollare a destra. Non sorprende, dal momento che un po' per simpatie personali, un po' per realismo politico - perché si rende conto che centro e sinistra sono obbligati ad accordarsi dopo il voto per il governo del paese - non può permettersi strappi né toni troppo aggressivi nei confronti del Pd. Se contro Berlusconi e il centrodestra impugna la roncola, nei confronti del centrosinistra il fioretto: schermaglie con Vendola e sulla Cgil, ma più che conciliante con Bersani. Emblematica la sua ultima intervista a Ballarò: da una parte, Berlusconi è un «manipolatore della realtà», se vince «tanto di cappello, ma sarebbe un disastro per noi italiani»; dall'altra, «il pericolo comunista nel Pd non esiste», Bersani è una «persona seria», sbaglia solo a «immaginare di poter governare con Vendola e Camusso».

L'uscita sugli F-35 è solo un primo passo, la svolta a sinistra del Pd sarà completata, e suggellata, venerdì e sabato a Roma, al Palalottomatica dell'Eur, dove si terrà la presentazione del "Piano del lavoro", il contributo programmatico della Cgil alle forze di sinistra, di cui appare sempre più azionista di maggioranza. Facile immaginare che da quella kermesse uscirà una nuova foto di gruppo dopo quella ormai superata di Vasto. Una foto Bersani-Vendola-Camusso.

L'evento della Cgil si annuncia quindi come un crocevia della campagna elettorale: da come ne usciranno Bersani, e Monti, dipendono gli sviluppi successivi. Con i suoi 40 miliardi di tasse in più all'anno per il finanziamento di un pacchetto di investimenti del tutto dirigistico e il ritorno delle nazionalizzazioni (poste e trasporto pubblico locale), il piano che la Camusso si appresta a lanciare è puro socialismo reale. Bersani non potrà far finta di nulla per mero calcolo elettorale, si dovrà pronunciare su quel programma. E a cascata anche Monti, la cui prospettiva è quella di governare con Bersani, dovrà pronunciarsi sulla relazione speciale Pd-Cgil.

Se si accentua lo sbilanciamento a sinistra, già piuttosto marcato, del Pd e se Monti non riesce a presentarsi come inequivocabile alternativa alla sinistra, dovendo per realismo mantenere buoni rapporti con essa in previsione di un'intesa di governo, si apre per il centrodestra una vera e propria prateria di voti, da cui lo separerebbero solo la delusione, la rabbia e il disgusto del proprio elettorato per la recente fallimentare esperienza di governo, ma nessun concorrente politico.

La riforma del lavoro è un tema sul quale Monti può distinguersi dalla sinistra, ma la polemica può spingersi solo fino ad un certo punto. La flexsecurity di Ichino, infatti, implica la riapertura del conflitto sull'articolo 18, su cui a sinistra la chiusura è totale, e il superamento della riforma Fornero nella direzione esattamente opposta a quella auspicata da Pd e Cgil. Se Bersani si sposta un po' a sinistra, dunque, solo apparentemente il compito del professore diventa più facile, come scrive Stefano Folli sul Sole. Dovrebbe comunque mantenere una certa opacità nella sua proposta politica, per non far esplodere già in campagna elettorale le contraddizioni, probabilmente insanabili, con la sinistra.

Friday, January 18, 2013

L'errore tattico e strategico di Monti

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Ma vi pare che Monti in televisione risponda, anche in modo un po' scocciato, che è «prematuro» parlare di alleanze dopo il voto, e intanto ne parla in incontri più o meno segreti con Bersani? I cittadini non hanno diritto di sapere se si sta cercando un accordo di governo, «un'intesa di massima a collaborare», o quanto meno un patto di non belligeranza? E i giornalisti con la schiena dritta, non dovrebbero a questo punto pretendere da Monti una risposta?

Fin da subito l'operazione Monti ha assunto una chiara connotazione centrista e l'odore di accordo post-elettorale con la sinistra (sia per opportunismo, perché il Pd è da mesi vincitore annunciato delle prossime elezioni, sia per convergenze politiche) si è avvertito distintamente. Fin dalla conferenza stampa di fine anno del 23 dicembre, trasformata in un comizio contro Berlusconi, ma ancor prima, dal momento che nell'azione di governo Monti ha avuto maggior riguardo nei confronti dell'elettorato di centrosinistra, cedendo ai veti di Pd e Cgil.

Molto prima, quindi, che dalla destra partisse al suo indirizzo l'accusa di essere una «stampella» della sinistra e ben prima del suo incontro con Bersani. Che ci sia tra sinistra e centro "montiano" un patto di non belligeranza durante la campagna elettorale e un'intesa di massima per il dopo non può che rappresentare un elemento di chiarezza per gli elettori. Ma è un grave errore sia tattico che strategico di Monti, qualsiasi sia il suo obiettivo.

Così facendo, infatti, si scopre su entrambi i fronti: da una parte, avvalorando la tesi di Berlusconi del "centrino" e del "leaderino" al servizio della sinistra, sarà sempre più difficile conquistare i voti di quella parte dell'elettorato di centrodestra, la maggioranza, che rifiuta qualsiasi compromesso con la sinistra; dall'altra, l'accordo annunciato con Bersani tranquillizza gli elettori del Pd preoccupati dell'influenza di Vendola e di un eccessivo sbilanciamento a sinistra dell'alleanza dei progressisti. E' proprio per tranquillizzare questi elettori, che potrebbero essere attratti dal voto alla Lista Monti, che Bersani e D'Alema si sforzano di dare per certa la collaborazione con il professore e la sua compatibilità con Vendola.

Anzi, per il Pd sarebbe la combinazione perfetta: trovarsi nella posizione di perno tra un centro e una sinistra radicale sufficientemente grandi da rendere numericamente solida la maggioranza e da essere "palleggiati" come contrappeso l'uno dell'altra, ma non abbastanza da esercitare un potere di veto. Significherebbe, per gli ex Pci, una centralità politica senza precedenti, e a lungo agognata.

Ogni volta che Monti non risponde, o risponde ambiguamente, alla domanda sulle alleanze post-elettorali nel caso, molto probabile, che la sua coalizione non uscisse maggioritaria dalle urne, rafforza la sensazione dell'ineluttabilità di un accordo con Bersani, perdendo capacità d'attrazione sia alla sua destra che alla sua sinistra.

Da una parte, attaccando Berlusconi da una posizione centrista, da suo ex elettore deluso per la mancata "rivoluzione liberale", cerca in effetti di contendere all'ex premier il suo elettorato, ma dall'altra, finché permane l'ambiguità di fondo sul suo posizionamento dopo il voto, il suo "antiberlusconismo" rischia di venire percepito come una prova della sintonia e dell'alleanza con la sinistra.

L'errore strategico di fondo, come ripetiamo da mesi, sta nel non aver voluto dar vita ad una nuova offerta politica di centrodestra nettamente alternativa al centrosinistra. Una forza, cioè, che in uno schema bipolare ambisse a governare senza i voti di Bersani o, nel caso di sconfitta, disposta a restare all'opposizione. E' anche vero che le scelte non facili di politica economica di Monti nei suoi 13 mesi di governo hanno reso problematico il rapporto con l'elettorato di centrodestra, ma nulla è stato tentato finora per recuperarlo, a parte i goffi, tardivi e un po' irrispettosi tentativi di dissociazione dall'Imu e dal redditometro. E l'impressione è che non basti mettere in lista Albertini, Mauro, Sechi e Cazzola.

Per quasi un anno Berlusconi è stato assente dalle scene, il suo partito ridotto ai minimi termini, l'elettorato sfiduciato, smarrito, lontano, in attesa di nuove offerte alternative alla sinistra. Le quali però in tutto questo tempo non sono arrivate e ciò permette oggi a Berlusconi di credere nell'impresa, perché l'unico ostacolo che ha di fronte nella riconquista del suo elettorato è la delusione, il disgusto per la politica, la sua azzerata credibilità, ma non un'offerta politica concorrente.

Proviamo a pensare alla politica nei termini di un mercato di beni: il prodotto che mancava e per cui c'era una forte domanda sul mercato politico, era un nuovo prodotto rivolto ai consumatori di centrodestra, ormai delusi dal vecchio. Purtroppo, sia il suo operato come premier, sia la tentazione di giocare una partita personale che potesse massimizzare le sue chance di tornare subito a Palazzo Chigi, hanno portato Monti ad offrire un prodotto che non colma il vuoto nel mercato.

L'ha di recente sottolineato, su Il Foglio, anche Giovanni Orsina, per il quale «con l'ovvia eccezione del Cavaliere, oggi di fatto nessuno sta chiedendo il voto all'elettorato berlusconiano», sostanzialmente per un più o meno consapevole pregiudizio, se non disprezzo, vera e propria distanza antropologica, rispetto a quell'elettorato. E l'ha spiegato ancor meglio Franco Debenedetti:
«Monti si rivolge alla parte sbagliata del paese. C'è un compito, dare una prospettiva politica nuova a quel 40% di italiani che ha votato Berlusconi. L'errore dell'antiberlusconismo quale abbiamo finora conosciuto è stato di non distinguere tra Berlusconi e chi lo eleggeva, di disprezzare questi per demonizzare quello. L'antiberlusconismo ha contagiato Monti che non ha capito che quella era l'operazione che avrebbe stabilizzato e reso "europeo" il panorama politico italiano. Invece di questo disegno, Monti ha preferito impegnarsi in un gioco che è insieme rigido nelle apparenze e ambiguo nella sostanza, che invece di imporsi come visione di assetto politico del paese, è preoccupato di assemblare sufficienti consensi per entrare nei giochi politici che si potrebbero aprire dopo le elezioni».
Anche l'idea di Monti - un po' ingenua ma rispettabile e non del tutto infondata - di ridefinire i confini politici sull'asse riformatori/conservatori, piuttosto che su quello destra/sinistra, è stata vanificata, contraddetta, imbarcando Fini e Casini nell'operazione. Ma è un'impostazione, osserva correttamente Debenedetti, che esprime «una vocazione tecnocratica, per cui le riforme avrebbero ragione in sé di essere fatte e non ragioni che derivano da una visione complessiva della società». L'asse destra/sinistra sarà anche logoro, ormai incapace di rappresentare la complessità della realtà politica, ma ciò non toglie che in democrazia le diverse visioni della società contano ancora.

Monday, January 07, 2013

Anno nuovo, vecchio squallore

Anno nuovo, solite desolazioni in campo politico. Lo spettacolo continua ad essere indecoroso, nonostante il brividino della "salita" in campo di Monti. Pdl e Lega si sono appena ri-alleati e non hanno uno straccio di accordo nemmeno sul candidato premier. Figuriamoci sul resto... Berlusconi fa l'ennesimo passo indietro (o di lato, o giravolta, come preferite) e torna a candidare Alfano, mentre Maroni candida Tremonti (ma le primarie no, eh?). La scelta è rinviata a dopo il voto, perché per ora basta indicare il "capo della coalizione" (escamotage consentito dalla legge elettorale). Se quello sul candidato premier è solo un pour parler è perché sanno bene di non poter vincere le elezioni. Ma appunto, dare agli elettori la sensazione di non credere nemmeno loro nella vittoria, tanto da non sentire l'urgenza di accordarsi sin d'ora sulla premiership, non è certo un segnale incoraggiante. Anche perché per qualcuno ritrovarsi con Tremonti piuttosto che Alfano, o chissà chi, a Palazzo Chigi potrebbe fare una certa differenza... E che addirittura rispunti il nome di Tremonti è l'ulteriore dimostrazione che non hanno capito proprio nulla del fallimento della precedente esperienza di governo.

Dall'altra parte troviamo il comunista Vendola che non si accontenta di far piangere i ricchi - no, devono proprio andarsene «al diavolo» - e il Pd a caccia di personalità di spicco della cosiddetta "società civile", secondo la vecchia pratica degli "indipendenti di sinistra", per rafforzare il suo profilo di governo e dare alle proprie liste una lucidata di competenza. E questi ben contenti di farsi reclutare: un posto assicurato in Parlamento val bene qualsiasi salto della quaglia - politico e professionale. Così l'ex direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli dopo aver sottoscritto il manifesto di Giannino accetta di fare il Calearo del 2013, mentre l'economista Carlo Dell'Aringa sarà il nuovo Ichino. Come andrà a finire è già scritto: isolati ma felici. Non potevano mancare, poi, il giornalista (Massimo Mucchetti, e forse anche Severgnini) e il magistrato (Pietro Grasso).

E Monti? Tutto, o quasi, avrebbe potuto fare il professore entrando in politica. E invece sulla scheda per la Camera troveremo associati al simbolo che porta il suo cognome quelli di Casini e Fini. Ha scelto un'operazione centrista, neo-democristiana di rito moroteo, cioè destinata a guardare a sinistra dopo il voto, offrendosi come zattera di salvataggio per il duo Casini-Fini. Altro che scelta civica, una scelta cinica, con un'agenda che più che un programma elettorale o un manifesto politico somiglia ad una lezioncina per l'apertura dell'anno accademico.

Tuesday, November 13, 2012

Dibattito non sposterà voti, ma lo vince Bersani

Due i sicuri vincitori del dibattito tv di ieri sera tra i candidati alle primarie del centrosinistra: decisamente Sky, che ha costruito un format nient'affatto male per essere la prima volta, con un ritmo serrato e coinvolgente. Pochi 90 secondi? Il numero degli oratori - cinque - imponeva tempi ristretti per le risposte (immaginate la sonnolenza a concedere più di due minuti a Vendola o alla Puppato) e in ogni caso trovo che sapere esprimere un concetto chiaro, incisivo, con il giusto mix di retorica e concretezza in un minuto circa sia un'abilità che bisogna imparare a pretendere/apprezzare in un politico e che i politici devono coltivare. E diciamola tutta: a volte 90 secondi sono sembrati anche troppi, così poco avevano da dire alcuni. Ma hanno vinto anche le primarie stesse, che obbligano tutti ad una comunicazione politica più stringente, più sul punto, meno autoreferenziale e da talk show. Ormai imprescindibili, il centrodestra ha solo da imparare.

Non ha vinto, invece, come si potrebbe pensare, l'alleanza Pd-Sel. Sì, ok, aiutata dal vuoto, dalla nullità del centrodestra, il pienone alle primarie è garantito. Ma il dibattito di ieri sera non ha certo aiutato il centrosinistra ad andare oltre il suo elettorato tradizionale, semmai a rivitalizzarlo (che comunque non è poco). Grigiore e inconcludenza generale, nessuna idea nuova, nessuna proposta concreta, numeri alla mano su debito, Pil, tagli fiscali e come finanziarli. Niente di tutto questo, ma solita sinistra tasse e welfare, l'usato sicuro (Bersani) contro il giovane furbetto (Renzi), appena più fresco; gli altri vecchissimi, salme novecentesche. Insomma, nulla che possa attrarre un elettore non di sinistra.

Il dibattito di per sé non dovrebbe nemmeno spostare molti voti tra i candidati alle primarie, non essendoci stati colpi di scena o scivoloni eclatanti. Detto questo, considerando l'elettorato di riferimento e le aspettative, e la performance comunicativa più che il merito delle politiche, direi che ha vinto Bersani (voto: 8). Ha tutto sommato consolidato la sua posizione di front-runner, non apparendo nient'affatto bollito e impacciato come ci si poteva immaginare al confronto con il giovane Renzi, mai a disagio o troppo in tensione o irritato dalla sfida (anche perché nessuno lo ha minimamente attaccato). Look ordinato, composto, pacato, sobrio, ha saputo gestire i momenti dosando retorica e concretezza, prendendosi la scena con tono assertivo, con un cambio di registro per far capire che le sfide saranno tremende e c'è bisogno di esperienza e affidabilità. Ha saputo piazzarsi come via di mezzo ragionevole tra Renzi e Vendola («cambiare senza spaventare») e con il suo fare bonario da padre di famiglia che sa ascoltare li ha neutralizzati.

Renzi (voto: 6) è apparso più fresco, il più brillante e a suo agio con il format, sue le battute più efficaci, ma non rappresentando politicamente niente di così nuovo, Bersani è apparso più solido e affidabile per la premiership. La simpatia non basta più, è stato deludente sui contenuti: nessun elemento di vera rottura con la sinistra tradizionale. Non riesce nemmeno a scaricare Vendola dall'alleanza. Riprende gli altri avversari ma non attacca mai Bersani. Renzi ieri sera ha scelto di non creare problemi, di fare "l'amico", per scrollarsi di dosso l'etichetta del guastafeste. Ha fatto il suo compitino, svolto la parte della giovane leva ma negli schemi, facendo così il gioco del segretario. In fondo la competizione vera adesso è per il secondo posto, per andare al ballottaggio, e non ha voluto rischiare. Ma è una strategia utile, appunto, per arrivare bene secondo, non per tentare di battere Bersani.

Emblematico l'appello finale: da Renzi una generica dichiarazione d'amore, di passione per la politica «bella», e di desiderio di «futuro», mentre a mio avviso Bersani ha toccato tasti più concreti e sensibili per gli elettori di centrosinistra. Basta con la «fabbrica delle illusioni», ora verità: «Non vi chiedo di piacervi ma di credermi, perché dirò le cose come stanno, con verità e semplicità», come a mettere in guardia gli elettori da chi tenta di "piacere", sottintendendo non solo Berlusconi ma anche i "compagni" Matteo e Nichi.

Vendola (voto 4) è stato disastroso, sembrava la parodia di se stesso ("acchiappanuvole"!?), look tetro, pallido, sudato, retorica oltre qualsiasi soglia di sopportabilità, ad ascoltarlo veniva voglia di toccare ferro tanto era fosca l'immagine del paese che tratteggiava (e sorvoliamo sulla figuraccia della sua fan). Gli altri in pratica si sono autoeliminati: troppo vago, democristiano e dinosauro della politica Tabacci (voto: 4); non pervenuta la Puppato, sempre a disagio, confonde la riforma del lavoro con quella delle pensioni, Brunetta con Padoa-Schioppa, evasiva e fumosa.

Monday, October 08, 2012

Dove cascano gli asini

Surreale, ma allo stesso tempo rivelatore. Gli stessi partiti che si "litigano" Monti - chi vorrebbe il bis (Casini), chi addirittura lo vorrebbe candidato premier (Berlusconi), e chi comunque lo ritiene una «risorsa», e la sua "agenda" un «punto di non ritorno» (Bersani) - cercano di affossare la sua unica vera riforma, quella delle pensioni.

E' ormai spudoratamente evidente che dietro il tentativo di salvare i cosiddetti "esodati" il vero obiettivo, sciagurato, è quello di smontare la riforma Fornero. E' iniziato oggi alla Camera l'esame di un provvedimento, a firma Damiano e altri, sostenuto da tutti i partiti (anche dal Pdl, tranne Cazzola), che di fatto reintroduce le pensioni d'anzianità. Un'operazione simile al primo atto del governo Prodi, che abolì lo "scalone" Maroni al modico prezzo di 9 miliardi di euro, conto scaricato sulle spalle dei lavoratori precari. Stavolta il prezzo dovrebbe aggirarsi sui 5 miliardi - non esattamente noccioline di questi tempi - da reperire attraverso (indovinate un po'?!) nuove tasse.

Ma la copertura è a rischio per l'erario, perché il settore che si vorrebbe colpire, ancora quello dei giochi, è in contrazione (per la crisi e proprio per l'eccessivo prelievo fiscale), e ammesso che il valore non sia sottostimato, si tratterebbe comunque di tanti soldi, troppi. Basti pensare che il governo è disperatamente alla ricerca di 6,5 miliardi di euro per scongiurare definitivamente nuovi aumenti dell'Iva e che ci sarebbe da tagliare al più presto il cuneo fiscale, altrimenti ci saranno così tanti disoccupati che si porrà il problema non degli "esodati" ma di come pagare le pensioni. E come ha avvertito, già nel mese di agosto, il ministro Fornero, c'è il rischio che simili misure vengano prese male dall'Europa e dai mercati, compromettendo gli sforzi di stabilizzazione finanziaria fin qui compiuti.

Va detto, poi, che molti dei cosiddetti "esodati" sono dei miracolati, usciti dal lavoro con buonuscite generose e pensioni (per lo più calcolate col sistema retributivo) che le generazioni future possono soltanto sognare. Come vincere alla lotteria.

Non solo è surreale che tentino di smontare la riforma proprio coloro che o sostengono la necessità che l'esperienza Monti continui (Pdl e Udc), o che comunque non vada dispersa e, anzi, rappresenti un punto di partenza rispetto al quale non indietreggiare (il Pd, a parole). E' anche una definitiva cartina di tornasole: chi sostiene la controriforma "Damiano e altri" è letteralmente unfit, inadeguato a governare il paese, ci porterebbe in un baratro greco.

Bersani dovrebbe spiegare non solo come si concilia il suo alleato, Vendola, con l'"agenda Monti", ma come si concilia con essa lo stesso Pd, visto che mentre il segretario è impegnato a ripetere che l'operato del premier è un «punto di non ritorno», i suoi in Parlamento - come l'ex ministro Damiano, non proprio l'ultimo arrivato - lavorano per smontare le sue riforme.

Saturday, September 15, 2012

Renzi è pronto, ma gli elettori del Pd sono pronti per Renzi?

Anche su L'Opinione

Con il suo discorso di Verona Matteo Renzi ha dimostrato che dietro a quel sorriso da furbetto c'è della sostanza politica. Si può condividere o no, ma non liquidare come un fenomeno di mera abilità comunicativa. E' stato un equilibrato mix di trovate comunicative e carisma da una parte, e contenuti politici dall'altra. Senza perdersi nell'elenco della spesa, ma nemmeno nella retorica degli "orizzonti" ideali. Meno battute da toscanaccio, che ovviamente non sono mancate, e due-tre concetti chiave, incisivi e profondamente politici.

Ciò che molti si aspettavano da Renzi è che si dimostrasse "rottamatore" non solo della leadership e dei dirigenti - limitandosi a questo rischiava di scadere nella demagogia e nella presunzione - ma anche di vecchie idee. Missione compiuta, si direbbe. (...) Insomma, grazie allo strumento delle primarie, sebbene ancora imperfetto, il Pd si ritrova in casa una vera chance di rinnovamento, che sembra invece mancare al Pdl. Adesso però sta agli elettori del Pd coglierla o rigettarla. Sarà dura, perché anche a loro è richiesto uno sforzo di rinnovamento.

Attaccando la foto del Palazzaccio, quella che ritrae Vendola, Di Pietro e post-neo-comunisti vari, nell'atto di depositare in Cassazione i referendum per smontare la riforma del lavoro Fornero, Renzi attacca una sinistra politica e sindacale conservatrice, anzi regressiva e irresponsabile, alla quale il Pd di Bersani è legato a doppia mandata. Sembra aver capito, al contrario della maggior parte dei suoi compagni, che se nel 2013 ti presenti alle elezioni con chi ha proposto quei referendum, o con le idee di Fassina e Damiano, e condizionato dalla Cgil, non te lo lasciano guidare un paese come l'Italia. E se non sono gli elettori a fermarti, saranno i mercati e l'Europa.
(...)
Ma il passaggio forse più politico è stato quando Renzi ha detto a chiare lettere di non avere paura di cercare i voti del centrodestra, dei delusi da Berlusconi. Si rivolge a tutti gli italiani, non si rinserra nel rassicurante ma minoritario popolo della sinistra o del centrosinistra.

Apriti cielo! Subito i suoi avversari nel partito e certa stampa l'hanno accusato di voler "inquinare" le primarie con il voto del nemico. Renzi si riferiva alle politiche, è però consapevole che le sue speranze di battere Bersani sono legate alla capacità di ampliare oltre il centrosinistra il bacino di elettori che parteciperanno alle primarie. Non sorprende lo scandalo. Nella mentalità di certa sinistra gli elettori che hanno creduto in Berlusconi devono solo vergognarsi di nascosto, sono cittadini di serie B. Ma se un ex elettore del Pdl si presentasse alle primarie per votare Renzi, e Renzi vincesse, è ragionevole supporre che lo rivoterebbe alle politiche, votando così per il Pd. Che ci sarebbe di male? Chi si scandalizza rivela una concezione "proprietaria" degli elettori, un gregge da pascolare e non cittadini da convincere, una specie di assurdo "fissismo" elettorale per cui si vince facendo il pieno di voti della "propria" gente, non convincendo gli altri o gli indecisi, che in particolare in questa fase politica così fluida è suicida.

Il problema vero è che molti nel Pd vedono Renzi come una specie di Berlusconi, solo perché ha la parlantina, la battuta pronta, e perché non sembra uscito da trent'anni di inutili riunioni in fumosi stanzoni di partito. Bersani e la sua classe dirigente sono vecchi anagraficamente e politicamente, e rappresentano una vecchia idea di socialdemocrazia. Ma gli elettori del Pd sono pronti a disfarsene? La sensazione è che rimangano pervicacemente aggrappati all'utopia di vincere, e governare, con le vecchie idee della sinistra novecentesca, quasi per un moto di rivalsa sui verdetti della storia.

Anche il Veltroni del Lingotto, sebbene con i suoi "ma anche", aveva tentato di rinnovare la proposta del Pd, e quasi non gli riusciva. Ma allora gli elettori di sinistra si fidarono perché Veltroni era pur sempre un compagno dal pedigree ineccepibile. Renzi è diverso: politicamente non nasce nel Pci o nella Dc, ma nella II Repubblica, e questo insieme alla sua abilità comunicativa gli vale una non troppo velata accusa di criptoberlusconismo. Se il dramma degli elettori di centrodestra è la loro classe dirigente, quello degli elettori di sinistra è la mentalità retriva della maggior parte di essi, che vorrebbero nuovi leader ma tenersi le vecchie idee e trionfare con quelle. Peccato che il tempo sia ampiamente scaduto.

Tuesday, September 04, 2012

Alternative a Bersani-Vendola cercasi. Fate presto

Anche su L'Opinione

D'accordo, abbiamo passato un agosto relativamente tranquillo. Lo spread non ha fatto troppo le bizze e la Borsa ha chiuso il mese sopra i 15 mila punti. Niente tempesta di Ferragosto, anche gli speculatori sono andati in vacanza. Ma la crisi non è finita. Ce lo ricordano i dati Istat sull'occupazione, ancora in calo, quelli sul mercato dell'auto (negativi non solo in Italia) e le stime di Confcommercio sui consumi, nel 2012 calo del 3,3% con possibile chiusura di 150 mila attività commerciali. A settembre, dunque, si torna a fare sul serio ed è l'ora delle decisioni. I mercati sono in attesa di verificare i meccanismi di stabilità finanziaria che l'Europa si è impegnata a mettere in campo. Per quanto riguarda l'Italia, il governo è chiamato a fissare l'agenda per mettere a frutto i suoi ultimi mesi e a decidere sulla richiesta di aiuti Ue, mentre in vista delle elezioni del 2013 il mondo politico deve cominciare a dare risposte credibili per il dopo-Monti.

In particolare, chi è interessato a evitare un governo Bersani-Fassina-Vendola deve darsi una mossa, mettere da parte ambizioni, o piuttosto velleità personali, per offrire al paese un'alternativa credibile. La situazione appare molto simile a quella del '93-'94: c'è una gioiosa macchina da guerra che non vede l'ora di mettere le mani sull'intero bottino (forte è la tentazione di scaricare sul Pdl le colpe di un mancato accordo di riforma della legge elettorale e tornare al voto con il "porcellum"); gli italiani provano nausea per i vecchi partiti e non si fidano di Bersani, l'Occhetto dei nostri giorni; il 40% circa dell'elettorato si dichiara indeciso e una grossa fetta è in attesa di un'offerta politica nuova. Solo che non si profila all'orizzonte un leader con una sufficiente capacità d'aggregazione, come fu Berlusconi nel '94.

Il Pdl non è riuscito a rilanciarsi e il tempo sta scadendo, o è già scaduto. Qualche timido passo l'ha mosso nelle settimane scorse, ma troppo poco. È immobile e continuamente risucchiato nell'eterno tramonto del suo leader, caratterizzato dall'indecisionismo su tutto: candidatura, sostegno a un Monti-bis, legge elettorale, linea economica, politica europea. Casini ha già avuto dimostrazione alle amministrative che i voti in uscita dal Pdl difficilmente prendono la strada dell'Udc. Il suo piano di sostituirsi a Berlusconi come federatore di una rinnovata area moderata e di centro non sembra avere molte chance. Rischia di restare appeso ad un 6-7%, lusinghiero e sufficiente per mantenere la sua rendita di posizione ma non per determinare rivoluzioni nel campo moderato. Poi ci sono i "nuovi" - Grillo, Italia Futura e i liberisti di "Fermare il declino" - che giustamente rifiutano di accompagnarsi ai "vecchi" e puntano non all'ennesimo partitino, ma a rappresentare un'offerta politica maggioritaria, almeno nel loro campo. Tradotto in voti: almeno un 20%. Pdl, Udc, Italia Futura e anti-declinisti sono tutti in corsa per lo stesso settore dell'elettorato: quello deluso dal centrodestra berlusconiano ma che rifiuta di "buttarsi" tra le braccia della sinistra-sinistra di Bersani. Tutti rischiano di fallire: i primi due perché percepiti come "vecchi", i "nuovi" perché nonostante gli ottimi propositi potrebbero apparire movimenti troppo elitari, intellettuali.

Da una parte è comprensibile, e positivo, che ciascuno voglia giocare la sua partita; dall'altra il rischio è che nessuna di queste offerte ottenga il consenso necessario a imporsi come forza egemone. Il liquefarsi, o l'eccessiva frammentazione dell'offerta politica nel campo del centrodestra rischia di spianare la strada all'esito che davvero in pochi nel paese si augurano - praticamente il solo Bersani, che si crede l'Hollande italiano. Uniti o divisi questi soggetti dovranno saper mobilitare il blocco elettorale dell'ex centrodestra, per determinare almeno le condizioni per un Monti-bis che ci salvi da una deriva greca.

Saturday, August 04, 2012

Il "Lodo" Draghi mette in fuori gioco il Pds Bersani-Vendola

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Bazooka sì, quindi, ma nessuna scappatoia per Spagna e Italia: dovranno chiedere gli aiuti e fare le riforme. Sarebbe impensabile, infatti, far digerire ai tedeschi l'acquisto di bond da parte della Bce senza allinearsi alla loro politica di stringenti condizionalità. Condizionando il proprio intervento alla richiesta di soccorso ai fondi salva-stati, quindi all'iniziativa dei leader politici dei paesi interessati, la Bce mantiene le mani libere: nessun acquisto sarà automatico o "dovuto". Un margine di incertezza che responsabilizza sia i mercati sia i politici, e che soprattutto preserva la funzione di stimolo, di pressione sui governi, esercitata dai mercati attraverso lo spread (nella cui efficacia Berlino crede fermamente).

Le condizioni che si vanno delineando per l'attivazione dello scudo anti-spread – richiesta formale e firma del memorandum – sembrano mettere in fuori gioco l'alleanza elettorale Pd-Sel, il nuovo Pds ("Polo della speranza"), a cui sta faticosamente lavorando Pierluigi Bersani. La "Carta d'intenti" del Pd (un'analisi approfondita è uscita su queste pagine due giorni fa), che getta le basi per l'intesa programmatica tra i due partiti, è un manifesto di discontinuità, nemmeno troppo sfumata, rispetto all'"agenda Monti". Certo, l'Europa è il «nostro posto», non c'è alcuna strizzata d'occhio alle pulsioni antieuro, ma Bersani è convinto di poter restare ancorato alla visione di un'Italia saldamente nell'euro, con un ruolo da protagonista nell'Ue, attuando politiche da sinistra novecentesca. Gli "intenti" del Pd, sommati a quelli ancor più esplicitamente anti-montiani enunciati da Vendola, delineano un'alleanza che esprime una politica di sinistra "identitaria" per fare il pieno di voti a sinistra, pronta eventualmente a contaminarsi con le istanze montiane dell'Udc dopo il voto, se necessario per formare una maggioranza parlamentare. Ma in questo modo rischiando una riedizione dei conflitti interni all'Unione prodiana.

Un'alleanza siffatta sarebbe "unfit" a rispettare gli impegni eventualmente assunti dall'Italia con Ue e Bce a seguito della richiesta di attivazione dello scudo, che potrebbe essere avanzata già a settembre. Ecco perché il "lodo" Draghi (bazooka della Bce sì, ma a condizioni "tedesche") mette in fuori gioco la coppia Bersani-Vendola e aumenta invece le chance di un Monti-bis dopo il voto, l'unica prospettiva, al momento, che renderebbe credibile il rispetto degli impegni da parte del nostro paese.

Se dopo le parole di Draghi possiamo essere ragionevolmente ottimisti sullo scudo europeo, ora serve immediatamente uno scudo anti-spread italiano: un programma credibile e concreto per l'abbattimento, in tempi ragionevoli, dello stock di debito pubblico e una riduzione della spesa pubblica tale da permettere di ridurre gradualmente ma sensibilmente la pressione fiscale. Una proposta di abbattimento del debito è giunta nei giorni scorsi dal Pdl e finirà sul tavolo di Monti: un piano da 400 miliardi, il quadruplo di quello di Grilli (15-20 miliardi l'anno per 5 anni), per riportare il debito sotto il 100%.

Ma c'è uno strano spread tra Pdl e Pd: il Pdl soffre di scarsa credibilità, paradossalmente il Pd di troppa credibilità. Nel senso che il Pdl, pur avendo di recente formulato una proposta articolata e interessante per l'abbattimento del debito e la riduzione delle tasse, ha dimostrato al governo di non saper mantenere le proprie promesse e, anzi, di fare l'esatto contrario. Il Pd, al contrario, quando minaccia la patrimoniale, quando promette investimenti e dirigismo (quindi più spesa), quando parla di "redistribuzione" e di gestione pubblica dei "beni comuni", può essere creduto sulla parola, ma se lasciato fare ci porterebbe dritti in Grecia.
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Thursday, August 02, 2012

La carta degli stenti e il ritorno del Pds

A leggere con attenzione la "Carta d'intenti" del Pd, presentata martedì scorso da Pierluigi Bersani, viene da augurarsi che non si trasformi in una realtà di "stenti" per gli italiani. Di concreto s'intravede solo la patrimoniale («non si esce dalla crisi se chi ha di più non è chiamato a dare di più»), quindi più tasse, sullo sfondo della solita paccottiglia ideologica di paroloni "de sinistra" (uguaglianza, diritti, cittadinanza, partecipazione, pace, cooperazione, accoglienza).

Bisogna riconoscere però che il segretario del Pd si sta muovendo bene sul piano delle alleanze, preparando il suo partito a giocare in una posizione di perno centrale in una coalizione di sinistra-centro. Al netto dei balletti – Vendola scarica Di Pietro, ma anche no; apre all'Udc, ma anche no – la foto di Vasto si conferma l'alleanza elettorale a cui punta il Pd. Bersani ha incassato l'ok di Vendola alla sua carta d’intenti, quello a Di Pietro sembra un ultimo avvertimento (cambi i suoi toni o è fuori) e il veto di Nichi a guardare al centro sembra caduto. No alle politiche liberiste, difesa dell’articolo 18 e riconoscimento delle coppie gay le condizioni poste per un’intesa con Casini. Vendola auspica un "Polo della speranza". Speranza per chi non è chiaro, se per gli italiani, o se la loro di andare a Palazzo Chigi, ma di certo come acronimo è indicativo: Pds.

In particolare alcuni capitoli del "manifesto" sono emblematici dell'arretratezza ideologica a cui la linea Bersani condanna il Pd. La stessa lettura della crisi, colpa di un populismo «alimentato da un liberismo finanziario che ha lasciato i ceti meno abbienti in balia di un mercato senza regole», rende bene l'idea di quale sia il distacco dalla realtà degli autori. Si enunciano generici "intenti", come il lavoro «parametro di tutte le politiche», la «dignità del lavoratore da rimettere al centro», il «tasso di occupazione femminile e giovanile il misuratore primo dell’efficacia di tutte le nostre strategie». Per poi passare al concreto: si propone di «alleggerire» il peso fiscale sul lavoro e sull'impresa. Giustissimo, ma le risorse necessarie non si ottengono tagliando la spesa pubblica, riducendo il perimetro dello stato e delle sue articolazioni territoriali, il Pd vuole attingerle «alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari». Viene teorizzato un nuovo conflitto sociale: tra produttori e rendita finanziaria. Si troverebbero tutti dalla stessa parte, tra i produttori, «il lavoratore precario e l’operaio sindacalizzato, il piccolo imprenditore e l'impiegato pubblico, il giovane professionista e l'insegnante». Ma di tutta evidenza difficilmente queste categorie di lavoratori potrebbero sentirsi tutelate da una stessa, univoca politica economica. Contrastare la precarietà è uno degli obiettivi, da centrare «rovesciando le scelte della destra nell'ultimo decennio». In concreto, quindi, maggiore rigidità del mercato del lavoro, senza superare il dualismo tra outsider e iperprotetti, secondo lo schema Ichino.

Il problema delle diseguaglianze, che pure esistono nella nostra società, va risolto secondo il Pd nell’ottica di una mera «redistribuzione» della ricchezza. Si conferma, dunque, in antitesi con quella che è ormai la visione delle sinistre europee più moderne e liberali, un concetto di uguaglianza sorpassato, ma duro a morire nella sinistra italiana, secondo cui la vera uguaglianza è quella delle posizioni di arrivo, non di partenza: risuona forte la condanna, morale e politica, per «ricchezze e proprietà smodate che si sottraggono a qualunque vincolo di solidarietà». Così come si coltiva ancora l'illusione che si possa «redistribuire» ancor prima di aver creato ricchezza: «La giustizia sociale non è pensabile come derivata della crescita economica, ma ne fonda il presupposto».

Si scrive «sviluppo sostenibile» ma si legge dirigismo... la proposta è «una politica industriale "integralmente ecologica"». Poco più avanti ecco spiegato cosa si intende per «politica industriale»: è il governo che individua «grandi aree d'investimento, di ricerca, di innovazione verso le quali orientare il sistema delle imprese». Resta da capire come sia conciliabile, dal punto di vista logico prima che politico, ritenere che l’economia abbia bisogno di essere "orientata" e allo stesso tempo che occorre puntare su qualità spiccatamente italiane come «il gusto, la duttilità, la tecnica e la creatività», che hanno invece bisogno del massimo della libertà per esprimersi.

Il capitolo sui cosiddetti «beni comuni» non lascia dubbi: nel Pd il mercato viene ancora vissuto come un intruso molesto. Sanità, istruzione, sicurezza e ambiente sono «beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti». In questi ambiti, pare di capire, non c'è spazio per operatori privati. Maggiore tolleranza per l’iniziativa imprenditoriale in altri settori, ma sempre sotto il rigido e occhiuto controllo statale: «L’energia, l’acqua, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo». E non manca, ovviamente, il richiamo ai «referendum della primavera del 2011» (nucleare e acqua). Per il resto, si parla genericamente di «agganciare la crescita in un quadro di equità», si proclama che «il nostro posto è in Europa». Ma nessun impegno sull'"agenda Monti", che viene brevemente citato per aver avuto «l'autorevolezza di riportarci in Europa».
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Wednesday, April 18, 2012

Crisi finanziaria e pulizia politica a braccetto

Luigi Lusi, Francesco Belsito, Rosi Mauro, Renzo e Umberto Bossi, Davide Boni, Filippo Penati, Nichi Vendola, Roberto Formigoni e mezza giunta regionale lombarda, Valter Lavitola e ovviamente lui, Silvio Berlusconi. Appuntatevi questi nomi, solo i più citati, coinvolti a vario titolo - indagati e non - nelle numerose inchieste che in lungo e in largo nella nostra penisola stanno scuotendo le fondamenta del sistema politico. Tra qualche anno, quando il polverone si sarà diradato, sarà di una qualche utilità, per comprendere cosa stesse accadendo in questi giorni, sapere che fine avranno fatto, quale esito giudiziario sarà toccato loro in sorte. Paginate di giornali, aperture dei tg, talk show, ovunque lo tsunami di rivelazioni sembra inarrestabile, ondata dopo ondata travolge ogni cosa.

Non c'è nemmeno il tempo di porsi qualche domanda che già sopraggiunge lo scandalo successivo, o il vecchio si arricchisce di una nuova puntata, di un particolare in più. Eppure, da Tangentopoli a Partitopoli, alcune coincidenze nell'assalto mediatico-giudiziario al sistema politico non possono non sollevare alcuni interrogativi per chi non si accontenti delle gogne per sfogare il proprio malcontento. Allora come oggi le grandi "pulizie" coincisero con una pericolosa crisi finanziaria...
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Wednesday, April 11, 2012

La giornata: anche il sobrio Monti s'innervosisce; Pdl redivivo su lavoro, fisco e debito

SOLE TRA I MONTI - Dopo il tonfo di ieri quello di oggi è poco più di un rimbalzo per Piazza affari (+1,6%) e per i nostri titoli decennali (385 lo spread). Sui giornali è ripartita la caccia agli speculatori, purtroppo anche dalle pagine del Sole24Ore. Sul principale quotidiano economico del nostro Paese, organo di Confindustria, tocca leggere una inutile difesa d'ufficio di Monti, il quale non dovrebbe prendersela se per il WSJ non è una Thatcher, «come se il paragone fosse un complimento», ironizza l'autore dell'articolo. Per il quotidiano del "Fate presto" ora "La scommessa è sul lungo periodo". Vabbè.

CATTIVA AUSTERITA' - Si dà la colpa all'austerity, che aggrava la recessione nei Paesi eurodeboli e li allontana dagli obiettivi di bilancio. Vero, ma di che tipo di austerity si tratta? L'approccio austerità più riforme per la crescita è l'unico per sperare di uscire dalla crisi. Il problema sono la finta, o "cattiva" austerità (più tasse anziché tagli alla spesa pubblica) e le finte riforme. Purtroppo è l'approccio - conclamato, dopo l'intervista di Giarda e la «resa» sull'articolo 18 - del governo italiano, e i mercati lo stanno sanzionando.

ASTA - Con le aste di oggi abbiamo purtroppo già incorporato nei rendimenti l'aumento dello spread. Anche se la domanda è risultata «sostenuta, come nelle attese», osserva Bankitalia, i titoli semestrali sono andati via con un rendimento al 2,84%, ai massimi da dicembre e il doppio dell'ultima asta (1,40%); i trimestrali all'1,25% rispetto allo 0,5% del collocamento dello scorso mese, oltre il doppio quindi, e per di più con bid-to-cover in calo dal 2,23 all'1,81%.

PIL E BANCHE - Le brutte notizie non finiscono qui. Il viceministro Grilli ha confermato che il governo è pronto a rivedere al ribasso le stime del Pil per il 2012 (da -0,4% a -1,3%, un punto percentuale in meno dopo solo un trimestre) e ha reso noto che per effetto dei prestiti della Bce nella pancia delle nostre banche sono finiti ulteriori 60 miliardi di titoli di Stato (dai 209 miliardi nel dicembre 2011 ai 267 di febbraio). Il che vuol dire che i loro portafogli sono ancora più gonfi di rischio sovrano, e potrebbe essere questo uno dei motivi delle perdite in Borsa, e che il calo dello spread nelle ultime settimane è principalmente dovuto ad acquisti "nostrani", e gli investitori esteri se ne stanno accorgendo.

STRESS MONTI - Monti se l'è dovuta rimangiare quella frase pronunciata in Asia - la crisi dell'Eurozona è «superata» - e alla nuova, inattesa impennata dei rendimenti, con l'esaurirsi della spinta riformatrice del governo, affiora un certo nervosismo anche nei tecnici, aumentano le assonanze con i politici. Il sobrio, il controllato Monti reagisce nello stesso modo che rimproveravano a Berlusconi: puntando l'indice verso gli altri Paesi - oggi il «contagio spagnolo» - e persino verso le critiche interne (delle imprese e dei suoi colleghi professori, i soliti Alesina e Giavazzi). Il tecnico per eccellenza, preso dallo sconforto per i dati economici, cede anche allo strumento politico per eccellenza, il vecchio caro retroscena, per far filtrare tutta la sua arrabbiatura nei confronti della Marcegaglia per le dichiarazioni sulla riforma del lavoro («very bad»). Ma è preoccupante che possa apparire verosimile, nonostante la competenza e l'intelligenza attribuite al professore della Bocconi, che Monti creda davvero che Wall Street Journal, Financial Times, e infine gli investitori, si siano tutti fatti influenzare dalle opinioni della Marcegaglia e non abbiano, piuttosto, bocciato loro stessi la pessima riforma del lavoro varata dal governo.

In giornata Palazzo Chigi ha smentito che in questi giorni il premier abbia commentato «direttamente o indirettamente» le cause che sarebbero all'origine della risalita dello spread, ma a confermare la versione dei retroscenisti è il ministro Passera, che a margine di un convegno sul digitale chiama in causa «Germania e Spagna», a cui si sarebbero aggiunti «i dati non buoni di Usa e Cina». Fatto sta che a Madrid si sono risentiti e Rajoy, pur senza nominare Monti, ha chiesto ai leader europei di «essere prudenti» nelle dichiarazioni sulle responsabilità della crisi. Non c'entrerebbe niente, invece, assicura il ministro, la riforma del lavoro.

PDL REDIVIVO - Riforma che questa mattina ha iniziato il suo iter in commissione al Senato. Il ministro Fornero ha spiegato che «non è un testo definitivo, si possono fare dei cambiamenti per migliorare l'equilibrio nel suo complesso, senza però arretramenti», ha avvertito. Il Pdl però offre una sponda alle imprese chiedendo una «profonda revisione» del ddl. Parole che suonano come un vero e proprio stop. Nel mirino la troppa rigidità reintrodotta nei contratti di ingresso nel mercato del lavoro. Domani seguirà un incontro con gli imprenditori prima di definire gli emendamenti. Pdl attivo anche sul fronte del debito, con la richiesta di dismettere asset pubblici non strategici, immobiliari e non, e fiscale, con gli emendamenti per l'Imu rateizzabile e una tantum e per evitare l'aumento dell'Iva di due punti, previsto per ottobre. Buona fortuna.

ORA VENDOLA - Infine, si allarga il fronte giudiziario: dopo Bossi, ecco Vendola indagato a Bari, per abuso d'ufficio nella nomina di un primario. Sarà un caso che la magistratura sta decapitando i vertici delle uniche opposizioni a Monti e alla "Grande Coalizione"?

Thursday, March 29, 2012

La giornata: il ritorno dello spread

Dopo il ritorno dei partiti, oggi è stata la giornata del ritorno dello spread, schizzato di nuovo intorno ai 350 punti. L'industria non riparte affatto, al contrario di quanto affermato per tutta la giornata da Repubblica.it in apertura, e il ministro Passera - confortato dall'Ocse (Pil -1,6% nel I trimestre) - prevede nero: recessione tutto l'anno. Quindi servono riforme veloci. Mentre Befera gongola per i 13 miliardi recuperati dagli evasori nel 2013, la gente comincia a darsi fuoco disperata per il peso del fisco. ABC quasi non hanno parlato oggi, abbassando così i toni della polemica con Monti, tenuta viva invece dalla Camusso, sicura che «la controriforma del lavoro non passerà», e da Vendola, che chiede al Pd di «mandare a casa Monti».

Sui giornali di oggi era tutto un Monti sfida i partiti, lite con i partiti e via dicendo. In realtà, quella del premier a me è sembrata più una scazzottata con Bersani (e ad averla iniziata è il Pd, non Monti). Oggi le acque si sono un po' calmate. Napolitano fa di tutto per far abbassare i toni, ma sta con Monti, non manca di sottolineare che gli italiani capiscono la necessità delle riforme e che non vede «esasperazioni», proprio mentre Bersani parla di «cazzotti».

Sulla legge elettorale ABC potrebbero aver millantato un'intesa più che altro per reagire compatti ai siluri lanciati da Monti dal suo "roadshow "asiatico, insomma per far vedere di essere "tornati" sulla scena. I partiti sgomitano, si avvicinano le amministrative, cercano visibilità. E' chiaro che sono disposti a continuare a sostenere Monti, ma lo saranno sempre meno a pagare il prezzo politico delle sue riforme (e delle sue battute).

Ma il Pd freme più degli altri: si sta ribaltando infatti la prospettiva dei due partiti maggiori. Se prima era il Pdl, scalzato dal posto di comando, a mostrare irritazione nei confronti del professore, mentre il Pd sorridente festeggiava la fine del berlusconismo, ora che gli italiani stanno per avere prova nelle loro tasche dei sacrifici, e ora che è minacciato un tabù della sinistra (e del connubio Pd-Cgil) come l'articolo 18, il Pd teme di pagare a caro prezzo il suo appoggio al governo e che parte dell'elettorato possa anche cominciare a rimpiangere il centrodestra.

Insomma, il Pdl a questo punto non ha certo fretta di votare, meglio far passare un bel po' di tempo tra le promesse non mantenute e le urne, mentre il Pd si sente la gioiosa macchina da guerra del 1994 ma teme che esattamente come allora, dopo la parentesi tecnica del '92-'94, Palazzo Chigi possa sfuggirgli di nuovo. Stamattina Fabio Martini, su La Stampa, evocava la possibilità di un partito di Monti dopo le amministrative. Ci credo poco, ma se il Pd forza la mano sull'articolo 18 e si fa tentare dalla "rivoluzione d'ottobre", allora il partito di Monti potrebbe formarsi naturalmente come blocco moderato contro la foto di Vasto.

Monday, October 17, 2011

Quelle tracce scomode che tentano di cancellare dalla scena del crimine


Ciò che non bisogna permettere adesso è che vengano cancellate le tracce politico-ideologiche dalla scena del crimine di sabato a Roma. Parlare di «Black Bloc», di «infiltrati», di «frange», di una piccola minoranza di violenti, o addirittura di «due manifestazioni», come ha fatto Nichi Vendola, significa cercare di occultare la matrice politica della violenza. I Black Bloc non esistono. Sono un'invenzione giornalistica, una rassicurante bugia per illudere il pubblico che i violenti siano un'esigua minoranza che non ha nulla a che fare con la maggioranza pacifica della manifestazione. Sono una comoda copertura per tentare di salvare le «ragioni» della protesta. Si chiamano Black Bloc perché ormai a quella sigla è associata nell'immaginario collettivo una violenza urbana senza firma e senza impronte digitali. Si fa credere che i violenti si materializzino dal nulla, puff, fino a quel momento invisibili, e che nel nulla ritornino subito dopo le devastazioni. Nessuno sa chi siano e cosa vogliono, e così la manifestazione viene assolta da qualsiasi responsabilità, politica naturalmente. Si può parlare di «gruppetti», di «infiltrati» e di una «minoranza» quando i violenti si contano nell'ordine delle decine, non delle migliaia. E' ovvio che la maggioranza in una manifestazione di 20, 30 mila, al massimo 50 mila persone, rimanga "pacifica", altrimenti sarebbe stata una rivolta. Ma davvero si può pensare che 2-3 mila violenti - perché non ci son dubbi, tanti dovevano essere per mettere a ferro e fuoco chilometri e chilometri di corteo e per resistere alle forze dell'ordine per quattro ore asserragliati a San Giovanni - non siano rappresentativi di una manifestazione, non siano politicamente qualificanti? All'inizio le agenzie riferivano di «gruppetti di violenti che si staccano dal corteo», alla fine i «gruppetti» che si staccavano dal corteo che si sono visti erano quelli di manifestanti pacifici.

In teoria, i Black Bloc sono gruppi di anarchici che nelle manifestazioni in cui è stata accertata la loro presenza (Seattle, Praga, per esempio) non erano affatto infiltrati e nascosti, ma ben visibili e orgogliosamente compatti. L'abbigliamento di colore nero viene usato anzi per rendersi identificabili e per incutere timore alle forze dell'ordine. Non è da escludere che sabato a Roma, come a Genova nel 2001, ce ne fossero, ma le immagini televisive, soprattutto quelle degli scontri a San Giovanni, e delle devastazioni a Via Labicana e a Via Emanuele Filiberto, dimostrano inequivocabilmente il gran numero dei violenti, la maggior parte dei quali nient'affatto vestiti di nero. Esattamente come a Genova: Carlo Giuliani era forse un Black Bloc? Se sì, allora d'accordo. Anche quelli di ieri lo erano, i tanti Carlo Giuliani, identici a lui, che assaltavano quel blindato dei carabinieri rimasto isolato al centro della piazza, da cui due agenti sono riusciti ad uscire appena in tempo per salvarsi dal bruciare vivi. Solo grazie alla loro professionalità e freddezza non c'è scappato il morto. Dovremmo chiederci tra l'altro come mai in una giornata in cui gli "indignados" manifestavano in tutto il mondo, gli scontri siano avvenuti solo a Roma e, stando ai primi arresti e alle cronache televisive, non risultano stranieri tra i violenti. No, la violenza di sabato a Roma era italianissima. I violenti vanno ricercati nei centri sociali, tollerati e molte volte coccolati dalle amministrazioni locali, persino di destra (vero Alemanno?), nei collettivi studenteschi ospitati dagli atenei, tra i militanti dei partiti e dei sindacati più estremisti e anti-sistema, tra gli auto-riciclati dell'arcipelago no global, nella galassia dei gruppi anarco-insurrezionalisti. Studiano, lavorano, manifestano le loro idee, su internet e a volte persino in tv e sui giornali. Sono in mezzo a noi, insomma, non vivono in clandestinità. Tutti lo sappiamo, ma poi ci beviamo questa balla dei Black Bloc.

E' vero che tra i manifestanti c'è stato chi ha provato a ribellarsi ai violenti, ma dai microfoni delle televisioni abbiamo sentito anche molte persone all'apparenza "per bene" solidarizzare in vario modo («loro sono noi, noi siamo loro», «fa più schifo la nomina dei sottosegretari», «quando scoppia una pentola a pressione non la controlli»). E i "pacifici", la "parte buona" della manifestazione, sarebbero quelli che hanno riempito di insulti e sputi Marco Pannella all'inizio del corteo. A proposito, dove si erano nascosti i Di Pietro, i De Magistris, i Vendola, che avevano annunciato la loro presenza alla manifestazione? La voce della sincerità è stata quella di uno studente della Sapienza, il quale ha spiegato che «è la dialettica di sempre, che ci sarà sempre, nel Movimento». Appunto, c'è UNA manifestazione, UN movimento, con UNA ideologia (o piuttosto il suo simulacro). Un movimento con una pur primordiale dialettica interna sui mezzi, che si differisce tra chi sceglie mezzi violenti e chi pacifici. Una grande, decisiva differenza dal punto di vista penale, ma minima dal punto di vista politico. Le «ragioni» della protesta, le fondamenta ideologiche, sono comuni: teorie paranoiche della realtà; idee e obiettivi di sovversione dell'ordine sociale ed economico, un'utopia collettivistica da inseguire con un'accozzaglia informe di politiche redistributive. Se non si riconosce legittimità democratica alle istituzioni politiche ed economiche; se il sogno è abbattere il capitalismo, o più prosaicamente in Italia Berlusconi, allora la critica allo status quo diventa talmente radicale da rendere inevitabile che qualcuno, anzi molti, paradossalmente i più coerenti e i più "coraggiosi", ricorrano a pratiche violente. Ecco in che modo i violenti c'entrano eccome con la manifestazione di sabato.

E' ovvio che dal punto di vista penale la responsabilità è personale, ma se vogliamo comprendere ciò che è accaduto, allora non possiamo sottrarci ad una riflessione che vada oltre quegli aspetti. Quella violenza non nasce dal nulla, è una violenza che ha una matrice politica ben precisa, che affonda le proprie radici in una sinistra estrema e anti-sistema, ma che si nutre anche del clima da guerra civile che i partiti di sinistra, e persino di centro, alimentano all'interno delle istituzioni e sui media. Ecco perché a Roma sì e nelle altre capitali no. Perché a Roma i partiti di sinistra hanno voluto persino dedicare un'aula parlamentare ad uno di quei violenti, a Carlo Giuliani, che a Genova nel 2001 ha dato l'assalto ad una camionetta dei carabinieri esattamente come i suoi compagni hanno fatto ieri a San Giovanni. L'aula bisognava intitolarla al carabiniere che gli ha sparato. Tendiamo a relativizzare e a giustificare con l'esasperazione le violenze, perché c'è sempre qualcosa e qualcuno contro cui è comunemente ritenuto "politicamente corretto" e "figo" ribellarsi, c'è una parte di Italia che non riconosce all'avversario politico il diritto di governare: i democristiani prima, Berlusconi oggi, persino i cantieri dell'Alta Velocità. Siamo in perenne guerra civile e le forze politiche e sociali, i media, per i loro interessi non fanno che alimentare questa condizione.

C'è da scommettere che nelle interrogazioni di lunedì i parlamentari dell'opposizione chiederanno "come è stato possibile", insinuando una grave e sospetta sottovalutazione da parte del ministro Maroni e delle forze dell'ordine. Già oggi la Repubblica e Il Fatto quotidiano accusano il Viminale di aver lasciato fare («tempi di reazione lunghi e farraginosi») e il segretario del Pd Bersani si chiede «come è possibile tenere in scacco per ore il centro di Roma». E' possibile, caro Bersani, se non ci si vuole assumere il rischio di dieci Carlo Giuliani. Non si può, è DISONESTO, contemporaneamente criticare la passività delle forze dell'ordine, pronti però a denunciarne la brutalità appena reagiscono. Sabato a Roma hanno fatto il massimo, il massimo considerando l'uso della forza che è socialmente e politicamente accettato. In piazza i veri non violenti sono stati poliziotti e carabinieri, che hanno combattuto con gli idranti, i lacrimogeni e i loro corpi. E che avevano l'ordine di «abbozzare, attendere, ripiegare», pronti a sacrificare la loro di vita, piuttosto che rischiare la morte di un manifestante. Dunque, mettiamoci d'accordo: o accettiamo che qualche violento possa rimanerci secco, oppure ci accontentiamo di quanto abbiamo visto ieri, senza però poi prendercela con le forze dell'ordine perché non hanno saputo garantire l'ordinato svolgimento di quella cazzo di manifestazione.

Friday, October 14, 2011

Tirare a campare


Qualche considerazione sul voto di fiducia di venerdì scorso.

1. Governo e opposizioni. L'opposizione rimedia l'ennesima figuraccia, non perché non gli sia riuscito di "cacciare" Berlusconi, ma per il patetico tatticismo d'aula degli ultimi giorni, la cui regia questa volta si deve a Casini e all'imparzialissimo presidente della Camera, con il Pd a rimorchio. L'Aventino ha fatto tristemente passare alla storia i suoi ideatori come deboli e perdenti. E quella cui abbiamo assistito tra mercoledì e venerdì scorsi è solo una brutta copia messa in scena da epigoni ancor più spaesati e a corto di idee. Il governo tiene, ma è un tirare a campare, non c'è nulla allo stato attuale che possa far sperare in un cambio di passo, in un sussulto riformatore. Deludente, come ha scritto su La Stampa Luca Ricolfi, è stato il discorso del premier, che ha sprecato l'ennesima occasione per impegnare se stesso e la sua maggioranza nelle riforme liberali che servono al Paese. «Quel voto - ha scritto Giuliano Ferrara su Il Foglio di sabato - serve a poco se Berlusconi non si decida a fare subito due cose più che urgenti, ed entrambe indispensabili: riassumere la guida del governo, usare il governo per fare la riforma liberale del Paese». Ebbene, Berlusconi sembra voler innanzitutto durare, decidere lui, concordandolo con Bossi, il momento più opportuno per riportare il Paese al voto, convinto in questo modo di salvare il Pdl e il centrodestra dalla disgregazione.

La pubblicazione della lettera della Bce al nostro governo forniva una straordinaria leva per tentare di superare le resistenze nella maggioranza e per inchiodare l'opposizione alle sue contraddizioni politiche. Al primo elenco di ricette concrete e puntuali per venir fuori dalla crisi, giunto da un autorevole organo "tecnico", la reazione del Pd è andata infatti dalla flebile apertura del vicesegretario Letta (ci penseremo) alla totale reiezione del responsabile economico del partito. Per non parlare di Vendola e Di Pietro, sabato in piazza con gli "indignados". La Lega è contraria alla riforma delle pensioni? Gli ordini professionali e gli enti locali alle liberalizzazioni? Tremonti alle privatizzazioni? Ebbene, per riprendersi la leadership smarrita Berlusconi dovrebbe sfidare i "no" nella sua maggioranza. Rischierebbe di saltare, certo, ma per lo meno non su un incidente parlamentare, dovuto al caos o ad un complotto, bensì su una linea coraggiosa e riformatrice che rappresenterebbe comunque una preziosa eredità politica nonché una coerente piattaforma elettorale. Non sembra questa la predisposizione d'animo attuale del premier.

Il quale tuttavia si sarebbe almeno persuaso, così riferiscono i retroscena, a cavalcare il referendum per il ritorno al Mattarellum (sempre che la Consulta dichiari ammissibili i quesiti). Un modo per non farsi travolgere dall'antipolitica, ma ancor più importante, per blindare il bipolarismo, costringendo l'Udc a scegliere prima del voto pena l'irrilevanza, mentre con l'attuale legge i centristi potrebbero risultare decisivi al Senato e dunque nella posizione di scomporre l'assetto bipolare.

2. La "soluzione spagnola". Tra gli altri, anche Ricolfi sostiene che «se oggi - a differenza di ieri - i mercati giudicano la Spagna meglio dell'Italia (come risulta dall'andamento degli spread) è anche perché la promessa di Zapatero di farsi anticipatamente da parte è comunque un segnale di apertura, una finestra sul futuro», e conclude quindi che una simile soluzione - Berlusconi che dichiara «esplicitamente» che non si ricandiderà ed elezioni anticipate al 2012 - potrebbe portare gli stessi benefici anche al nostro Paese. In effetti, in Spagna le dimissioni di Zapatero e il voto fissato a novembre hanno accelerato l'approvazione delle riforme costituzionali e in una certa misura calmierato i mercati, che hanno concesso una tregua a Madrid. A me pare, tuttavia, che a prescindere dal giudizio su Berlusconi e sulla politica economica del governo, difficilmente gli esiti potrebbero essere i medesimi. Prima di tutto, per una considerazione di ordine "sistemico". In Spagna il sistema politico è molto più lineare del nostro e questo di per sé trasmette ottimismo (relativamente parlando, s'intende) ai mercati: dopo Zapatero la prospettiva più probabile è quella di un governo monocolore dei Popolari di Rajoy, mentre da noi dalle urne potrebbe uscire una situazione di ulteriore stallo. Ma anche, e soprattutto, per motivi politici. Mentre in Spagna un'alternativa a Zapatero c'è, è autorevole e coesa, e non ostile alle politiche per la stabilità e la crescita caldeggiate dai mercati, in Italia l'opposizione è divisa, sulla leadership ma ancor più sul programma. Basti guardare alle sconclusionate reazioni alla lettera della Bce: respinta senz'appello da Vendola, che vi vede addirittura le politiche all'origine della crisi; criticata dal responsabile economico del Pd Fassina; timidamente difesa dal vicesegretario Letta. I principali partiti di opposizione - Pd, Idv e Sel - sono scesi in piazza con la Cgil, la forza sociale più conservativa e antimercato del Paese. I mercati si sentirebbero tranquillizzati da questa prospettiva come si sono sentiti in parte per le dimissioni di Zapatero? C'è quanto meno da dubitarne.

3. Napolitano sconfessa Fini. Nel frattempo, tra cantonate, recrminazioni e trombonate, venerdì è passata sotto silenzio la risposta del capo dello Stato ad una lettera dei capigruppo della maggioranza sui delicati passaggi parlamentari della scorsa settimana. Ebbene, una risposta nella quale Napolitano dà educatamente torto a Fini e alle opposizioni. Riconosce che l'interpretazione del significato della bocciatura del rendiconto di bilancio rientrava «pienamente nei poteri del Presidente di Assemblea», ma nel merito spiega che non comportava obbligo di dimissioni per il governo e che l'impasse può essere superato rivotando sullo «stesso testo», come avevo fin da subito sostenuto su questo blog, compresa la citazione di Onida. L'esatto contrario, invece, di quanto il presidente Fini, facendo proprie le tesi delle opposizioni, era andato a rappresentare al Colle mercoledì pomeriggio. Queste le parole di Napolitano:
«Non ho ritenuto, confortato del resto dalla dottrina - espressasi anche nell'articolo del Presidente Onida, da me vivamente apprezzato - che vi fosse un obbligo giuridico di dimissioni a seguito della reiezione del rendiconto, ma che... fosse necessaria una verifica parlamentare della persistenza del rapporto di fiducia, come lo stesso Presidente del Consiglio ha fatto. (...) Circa l'ultima questione relativa alle modalità più corrette per superare l'inconveniente determinatosi e consentire un'attività certamente dovuta, convengo che non possono che essere le stesse per qualunque governo e consistere anche nella ripresentazione dello stesso testo, considerata la sua natura di atto ricognitivo e di legge formale di approvazione: ma era opportuno che ciò avvenisse dopo il chiarimento politico e previa nuova verifica da parte dell'organo di controllo dei conti dello Stato, come poi è in effetti avvenuto».
4. «Non ci sono più i radicali». E' sconsolato e indignato Il Post con i radicali, la cui colpa non è certo quella di aver "salvato" il governo - come purtroppo agenzie di stampa, siti internet e "sofrini" hanno riportato, evidentemente così accecati dall'antiberlusconismo da non rendersi nemmeno conto di come fossero andate davvero le votazioni - ma solo di non essersi prestati ai patetici tatticismi del Pd. In realtà, i radicali «non ci sono più» da quando hanno votato per l'arresto del deputato Alfonso Papa, le cui denunce da Poggioreale dovrebbero scuotere qualche coscienza. Ma il vero e proprio linciaggio mediatico che si è scatenato contro i radicali, sui mainstream media come sui social network, rivela la disperazione di chi non riesce più a trovare ragioni per le proprie sconfitte, e si aggrappa a qualsiasi capro espiatorio. Grazie ai radicali abbiamo scoperto che Rosy Bindi è non solo più bella che intelligente, ma anche più bella che educata. Chissà se adesso la signora Bindi riceverà le ironie riservate di solito alle rozze uscite di Bossi e Calderoli... E abbiamo anche la conferma «senza possibilità di dubbio» che al Post non sanno di cosa scrivono e devono le loro "fortune" esclusivamente ad un cognome, per altro tristemente noto.

L'obiettivo dei radicali, come potrà appurare chiunque guardi ai fatti con serenità d'animo e senza pregiudizi, era unicamente fare uno sgarbo al Pd come ripicca per come vengono trattati. I deputati radicali si sono recati a votare alla prima chiama, ma solo dopo che il quorum era di fatto già stato raggiunto, perché aveva votato "sì" uno dei tre deputati in bilico della maggioranza, e sarebbe bastato per arrivare a 315, anche se quando ha votato Beltrandi avevano votato in 297. Il fatto che siano entrati alla prima chiama è una conferma. Se infatti avessero aspettato la seconda chiama, delle due l'una: o non sarebbero riusciti a fare lo sgarbo al Pd, perché se il quorum fosse stato raggiunto alla prima sarebbero entrati anche tutti gli altri gruppi di opposizione; oppure, in assenza del quorum alla prima chiama, entrando alla seconda avrebbero davvero "salvato il governo", responsabilità e rischio che non volevano assumersi.

Monday, October 03, 2011

Il vero spread tra Italia e Spagna

Il vero "spread" tra Italia e Spagna sta nella mancanza di alternative politiche e il botta e risposta di oggi tra Fassina e Letta sulla lettera della Bce è l'ennesima dimostrazione. A Madrid il governo si dimette e convoca a breve nuove elezioni, e solo questo induce i mercati ad essere abbastanza clementi, perché fiduciosi che il nuovo governo - probabilmente a guida popolare - sappia intraprendere le politiche giuste per affrontare la crisi. Questa soluzione - dimissioni del governo e voto a breve - in Italia non sortirebbe il medesimo effetto, perché al governo subentrerebbe la sinistra e gli investitori hanno la quasi certezza che farebbe ancor meno, e peggio, di Berlusconi.

Molti hanno criticato il governo, e a ragione, per aver disatteso finora le indicazioni pro-crescita della Bce, ma poi il principale partito di opposizione, i sindacati e persino Confindustria attaccano l'articolo 8 della manovra di agosto, l'unico che in qualche modo va in quella direzione, tanto che Marchionne - favorevole - fa uscire la Fiat dall'associazione degli industriali. Allora, ripropongo la domanda: c'è qualcuno disposto a metterci la faccia sulle ricette della Bce?

Di sicuro non il centrosinistra che verrà e probabilmente nemmeno il Pd. Se era scontato che Vendola considerasse «fallimentari» quelle ricette, addirittura la causa della crisi greca, dal Pd era lecito attendersi posizioni più pragmatiche. Parla tanto di politiche per la crescita, ogni argomento è buono per attaccare Berlusconi, ma al dunque il responsabile economico del partito, Fassina, intervenendo in direzione, bolla come «iniqua e irrealistica» la ricetta «neo-liberista» della Bce. Il vicesegretario Letta ha ribattuto, ma qui si tratta della linea di politica economica del principale partito di opposizione. Già Vendola, che sarà componente fondamentale del nuovo centrosinistra, sappiamo che sosterrà politiche antistoriche e antimercato, se il Pd non ha le idee chiare allora la prospettiva è nerissima.

Di tutto questo Bersani che dice? Oltre a proseguire nella sua imitazione del Bersani degli Sgommati («Berlusconi si deve dimettere!») ovviamente elude la questione: «Se avessimo governato noi», non ci sarebbe stata alcuna lettera. Sì, ma nel merito? «Sulle ricette vogliamo discutere, abbiamo le nostre». Diverse, evidentemente. Auguri.

Wednesday, June 01, 2011

La strada per Palazzo Chigi non è così spianata

Ieri s'è ragionato sul centrodestra, con «l'autopsia» di ciò che ne rimane. Oggi allarghiamo lo sguardo ai vincitori, o presunti tali. Le parole di Vendola alla festa della vittoria a Milano non avrebbero aiutato Pisapia in campagna elettorale, che oggi bacchetta il suo leader («a Nichi Vendola voglio bene. Ma quando va in una città che non conosce dovrebbe ascoltare più che parlare») e fa sperare di saper contenere l'influenza dei partiti che lo hanno sostenuto. Milano ha molte più possibilità di Napoli di cadere in piedi da questo esito elettorale. Pisapia non farà disastri, i milanesi dovranno sorbirsi qualche iniziativa radical chic, magari riuscirà persino a ridurre sprechi e privilegi all'interno dell'amministrazione, ma tutto - proprio tutto - dipenderà davvero dalla forza che dimostrerà il sindaco nell'arginare l'influenza mefitica dei partiti che l'hanno sostenuto (la bramosia di potere del Pd e gli istinti vetero-comunisti di Sel). Quanto a Napoli, non resta che San Gennaro.

Sui vincitori l'analisi più interessante è come spesso capita quella di Luca Ricolfi, su La Stampa, che per certi versi completa quella di Mannheimer. Per il sondaggista di Porta a Porta e del Corriere, si è registrata una massiccia «mobilitazione» dell'elettorato di sinistra più antiberlusconiano, a fronte di una vistosa «smobilitazione» dell'elettorato di centrodestra. Da una parte, ha giocato l'entusiasmo per una vittoria percepita come a portata di mano, e capace di assestare la spallata definitiva a Berlusconi. Il quale concentrando si di sé l'attenzione avrebbe mobilitato molto più la parte avversa che la propria. Insomma, l'odore del sangue politico di Berlusconi ha portato alle urne molti elettori di sinistra come non se ne vedevano dai tempi del grande inganno veltroniano. Dall'altra, la delusione per le promesse non mantenute e una politica sempre più distante dai problemi reali ("se tanto non cambia nulla, che ci vado a fare a votare?"), e l'autentico disgusto per la rissa nel fango degli ultimi dodici mesi, hanno tenuto lontano dalle urne molti elettori. Non una cattivissima notizia per il centrodestra, dunque, nel senso che secondo Mannheimer pare di capire che non ci siano stati consistenti flussi di elettorato dal centrodestra al centrosinistra. Ma potrebbero esserci in futuro se Berlusconi e Bossi continueranno con questo copione.

Per Ricolfi, se lo sconfitto è certo (Berlusconi), il vincitore «nascosto» delle elezioni è il «partito di Santoro» (grazie ai soldi dei contribuenti, aggiungerei): «Berlusconi ha perso, ma solo il partito di Santoro ha vinto. Questa è certamente una buona notizia per i molti nemici di Berlusconi, ma non è detto che lo sia per il centrosinistra».

In effetti, nessuno dei profili dei candidati premiati dagli elettori (Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli e Zedda a Cagliari), anche se per alcuni aspetti molto diversi tra di loro, sembra coincidere con quello di un ipotetico candidato premier del Pd. Se oggi Bersani è più forte nel suo partito, alla luce di questi risultati elettorali ed essendo ormai irrinunciabili le primarie di coalizione, sembrano rafforzate le possibilità che a guidare il centrosinistra alle prossime elezioni politiche sia Nichi Vendola. E infatti si è subito riaperta a sinistra la disputa tra primarie subito (Vendola) e primarie dopo (Bersani). Oltre ai ringraziamenti ai «fratelli» rom e musulmani per la vittoria a Milano, ieri Vendola ha fatto parlare di sé per la decisione assunta in Puglia, da governatore, di alzare l'addizionale Irpef per coprire il buco nella sanità pugliese. Le imprese pugliesi già pagano la percentuale massima dell'Irap consentita, ora Vendola ha aumentato l'addizionale Irpef del 30% per i redditi bassi e di oltre il 50 per quelli medio-alti. «Fratelli rom, sorelle tasse», sembra su misura il titolo del Giornale.

Ma il punto è che quello definito da Ricolfi «il partito di Santoro» non è che il partito dell'antiberlusconismo più viscerale, che come conferma Mannheimer sarebbe tornato a mobilitarsi in queste elezioni. Ma se l'antiberlusconismo - giudiziariamente, mediaticamente e ora elettoralmente - ha assestato duri colpi al centrodestra, facendo intravedere più volte il momento dell'uscita di scena di Berlusconi, ha tuttavia reso quasi impossibile in questi anni la formazione di una credibile alternativa di governo a sinistra. Fino ad oggi le forze della cosiddetta sinistra riformista non sono riuscite a governare con la sinistra radicale e giustizialista. A fronte di qualche di exploit elettorale - per cui a sentire un certo giornalismo "impegnato" gli italiani si sarebbero magicamente trasformati da rimbecilliti dal Cavaliere a protagonisti di una riscossa civile - zero capacità di governo. Le uniche due esperienze di governo, quelle guidate da Prodi, sono malamente naufragate, regalando una vera e propria resurrezione politica a Berlusconi.

C'è un "non detto" nel centrosinistra, un dato per scontato che invece potrebbe rivelarsi un calcolo sbagliato: si illudono che fatto fuori Berlusconi, il centrodestra cadrà nel marasma più totale e avranno gioco facile nel conquistare Palazzo Chigi. Può darsi, ma come osserva Ricolfi, non fanno i conti con un «confronto fra una destra e una sinistra entrambe deberlusconizzate», dove prima o poi lo scontro non sarà più fra berlusconiani e anti-berlusconiani. E allora, se il centrodestra saprà conservare un minimo di compattezza e di coerenza ideale e programmatica, e non getterà alle ortiche questi 20 mesi circa di governo che restano, potrebbero accorgersi che Berlusconi non era poi così insostituibile ed era in realtà l'ultimo dei loro problemi sulla strada per Palazzo Chigi.

Wednesday, May 18, 2011

L'eterno ritorno a sinistra?

Se ti chiudi in difesa, e cominci a non vedere più palla ma a tirare calci sugli stinchi, prima o poi il gol lo prendi ed è proprio questo ciò che ha fatto il centrodestra, Berlusconi in primis, non riuscendo ad imporre nel dibattito pubblico un'agenda di governo (cittadina e nazionale), ma subendo l'agenda della magistratura politicizzata, mentre Pisapia, politicamente radicale ma pacato nei modi, riusciva nel presentarsi sotto le insegne del "moderatismo". Certo, non bisogna sottovalutare la virulenza degli attacchi e, a dispetto di quanto si creda, la potenza mediatica dei fiancheggiatori dei pm politicizzati. Non è facile togliergli lo scettro dell'agenda pubblica, ma il Cavaliere non ci ha nemmeno provato. Anzi, ha accettato la sfida sul terreno allestito dai suoi nemici. E «molta gente si è rotta le palle» (Feltri sarà antipatico, ma ha la virtù della sintesi). Si è rotta delle chiacchiere e del clima di rissa permanente ma improduttiva, da cui non esce mai un vincitore.

E' una questione di agenda, su che cosa cioè è concentrata l'attenzione dell'opinione pubblica, lo ricordava Giuliano Ferrara nel suo primo commento post-elettorale su Raiuno. Non che il governo se ne sia stato con le mani in mano, ma non è riuscito ad imporre nessun grande tema e Berlusconi negli ultimi dodici mesi ha fatto l'imputato o si è messo a caccia di voti alla Camera. Dare l'impressione che non riesca a gestire l'attività di governo a causa dei suoi processi è proprio ciò cui mirano i suoi avversari e i siparietti in piena campagna elettorale davanti al tribunale di Milano non hanno certo aiutato, anche se le prime analisi dei sondaggisti (vedi Mannheimer ma anche Repubblica) tendono a dare molto risalto all'errore commesso dalla Moratti a quattro giorni dal voto, quando cioè gli elettori indecisi decidono per chi votare. La stanchezza ha quindi colpito gli elettori di centrodestra, che ultra-vaccinati sulla persecuzione cui Berlusconi è oggetto da quando è in politica, non sono disposti però - giustamente - a perdonargli che anche lui si metta a parlare dei suoi problemi giudiziari, a cincischiare in manovre di Palazzo, e non si occupi dei problemi del Paese.

Prima la scissione di Fini - una lotta nel fango che a lungo andare ha danneggiato tutti e due i contendenti, a prescindere da torti e ragioni; poi i mesi passati a ritrovare i numeri alla Camera, con i noiosissimi e autoreferenziali dibattiti su elezioni anticipate vs governi tecnici; quindi il Rubygate e infine gli sterili distinguo della Lega, mentre nel frattempo continuavano gli assalti mediatico-giudiziari, nonché le "punturine" una al dì di Napolitano. In tutto questo, fatti zero o pochini, comunque invisibili. Ecco perché Berlusconi deve sforzarsi di reimpadronirsi dell'agenda pubblica, facendo il capo del governo e nient'altro. Serve «una vera sferzata pro-crescita all'economia», suggerisce Panebianco oggi sul Corriere, ma che non si limiti a qualche decreto, a spargere qualche sussidio e credito d'imposta qui e là, ci vogliono obiettivi di riforma ambiziosi, per far scorgere agli italiani orizzonti nuovi e promettenti per il futuro.

Sul fronte del centrosinistra, l'esito di queste amministrative, lo segnala Panebianco, ha sciolto almeno il nodo delle alleanze ed è qui che rischiamo un eterno ritorno. I successi dei candidati di Vendola (Pisapia e Zedda), di De Magistris e del Movimento di Grillo, nonché i numeri miserabili raccolti dai centristi, hanno archiviato ogni tentazione del Pd, da sempre attribuita ai dalemiani, di allearsi con il Terzo polo emarginando le estreme. Ora abbiamo almeno una certezza: il Pd si presenterà alle prossime elezioni politiche in una coalizione spostata molto a sinistra, egemonizzata (se non nei posti di potere e nella guida sicuramente nella base politica e nelle proposte) dalle sue componenti più estreme: Vendola, Di Pietro, Beppe Grillo. E' il frutto avvelenato di sempre dell'antiberlusconismo militante delle procure, delle loro gazzette e del cosiddetto "popolo viola", la maledizione perpetua del riformismo di sinistra. Alla fine, a forza di inchieste e scandali sono riusciti a mettere Berlusconi nell'angolo, a mandare in tilt la maggioranza di governo. Ed ecco che il "popolo" di centrodestra, che non si fa affabulare né da Berlusconi né dalla persecuzione mediatico-giudiziaria di cui è vittima, ma che non per questo è disposto a perdonargli l'immobilismo e l'inattività al governo, si stufa e manda il segnale. E' solo così - diciamo per logoramento e non per abbattimento - che l'antiberlusconismo fa "vincere" la sinistra. A questo punto i vertici del Pd si ri-convincono che si vince a sinistra e torniamo tutti al punto di partenza: all'Ulivo più Rifondazione più Di Pietro, che oggi si chiama Pd più Vendola più Di Pietro. Per di più, nella convinzione - a mio avviso sbagliata - che l'ostacolo che si frappone tra loro e la conquista di Palazzo Chigi sia solo Berlusconi. E quindi di aver gioco facile se non dovesse ricandidarsi. Ma se il centrodestra non imploderà, dilaniato dalle divisioni della successione, si accorgeranno che le loro sconfitte non sono tutta colpa del fattore B.