E gli asini sono cascati veramente: gravemente insufficiente. E' il voto della Ragioneria generale dello Stato alla copertura finanziaria prevista dall'articolo 5 della controriforma delle pensioni "Damiano e altri". Altro che i 5 miliardi in 5 anni che qualche irresponsabile ha messo nero su bianco. Si tratta di 17 miliardi, o addirittura di 30 nei prossimi 10 anni. Al di là della cifra esatta una cosa è certa: gli oneri «sarebbero di rilevante entità», tali da compromettere, «sia sul piano finanziario sia sul piano degli obiettivi di innalzamento dell'età media di pensionamento», non solo gli effetti della riforma del 2011 ma anche di tutte quelle degli ultimi dieci anni. Riforme che come osserva l'Fmi pongono l'Italia «nella situazione migliore nel fronteggiare la pressione derivante dall'aumento della spesa previdenziale nei prossimi 20 anni».
In particolare, osserva la Ragioneria, «il reperimento nel settore giochi di ulteriori risorse, rispetto a quelle già previste, presenta un margine troppo elevato di aleatorietà, considerato anche che ulteriori elevazioni del livello di tassazione potrebbero determinare effetti dissuasivi sul gioco stesso».
Purtroppo alla cialtronata hanno partecipato tutti i partiti, dimostrando che quando parlano di "agenda Monti" non sanno cosa dicono. O meglio, hanno in mente solo una comoda zatterona su cui farsi traghettare nella prossima legislatura senza alcuno sforzo programmatico né di rinnovamento. Mentre sanno dare prova di «coesione» solo quando si tratta di tentare di smontare quelle poche riforme portate a casa dal governo Monti. L'unanimità a sostegno della controriforma dimostra inoltre che anche nel centrodestra (Pdl, Lega, Udc), come nel Pd, la maggior parte di coloro che criticano Monti lo fanno da una posizione statalista ed assistenzialista.
Le situazioni dei cosiddetti "esodati" vanno analizzate caso per caso, come sostiene la Fornero e come ha fatto, persino con troppa generosità, il governo. Chiunque proponga di affrontare il problema generalizzando la soluzione (tutti in pensione!), in realtà mira a smontare la riforma Fornero e a caricare i costi della controriforma sulle spalle dei lavoratori, con aumenti contributivi o ulteriori tasse, che soffocherebbero ulteriormente l'economia producendo più disoccupati. Il tutto per garantire ai cinquantottenni buoneuscite e pensioni che le generazioni future non vedranno nemmeno a settant'anni. Un vero e proprio crimine politico, questo sì, contro cui dovrebbero scendere in piazza giovani, studenti e meno giovani, quarantenni, se non fossero indottrinati dalla paccottiglia socialistoide delle scuole e università pubbliche e dei media.
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Tuesday, October 09, 2012
Monday, October 08, 2012
Dove cascano gli asini
Surreale, ma allo stesso tempo rivelatore. Gli stessi partiti che si "litigano" Monti - chi vorrebbe il bis (Casini), chi addirittura lo vorrebbe candidato premier (Berlusconi), e chi comunque lo ritiene una «risorsa», e la sua "agenda" un «punto di non ritorno» (Bersani) - cercano di affossare la sua unica vera riforma, quella delle pensioni.
E' ormai spudoratamente evidente che dietro il tentativo di salvare i cosiddetti "esodati" il vero obiettivo, sciagurato, è quello di smontare la riforma Fornero. E' iniziato oggi alla Camera l'esame di un provvedimento, a firma Damiano e altri, sostenuto da tutti i partiti (anche dal Pdl, tranne Cazzola), che di fatto reintroduce le pensioni d'anzianità. Un'operazione simile al primo atto del governo Prodi, che abolì lo "scalone" Maroni al modico prezzo di 9 miliardi di euro, conto scaricato sulle spalle dei lavoratori precari. Stavolta il prezzo dovrebbe aggirarsi sui 5 miliardi - non esattamente noccioline di questi tempi - da reperire attraverso (indovinate un po'?!) nuove tasse.
Ma la copertura è a rischio per l'erario, perché il settore che si vorrebbe colpire, ancora quello dei giochi, è in contrazione (per la crisi e proprio per l'eccessivo prelievo fiscale), e ammesso che il valore non sia sottostimato, si tratterebbe comunque di tanti soldi, troppi. Basti pensare che il governo è disperatamente alla ricerca di 6,5 miliardi di euro per scongiurare definitivamente nuovi aumenti dell'Iva e che ci sarebbe da tagliare al più presto il cuneo fiscale, altrimenti ci saranno così tanti disoccupati che si porrà il problema non degli "esodati" ma di come pagare le pensioni. E come ha avvertito, già nel mese di agosto, il ministro Fornero, c'è il rischio che simili misure vengano prese male dall'Europa e dai mercati, compromettendo gli sforzi di stabilizzazione finanziaria fin qui compiuti.
Va detto, poi, che molti dei cosiddetti "esodati" sono dei miracolati, usciti dal lavoro con buonuscite generose e pensioni (per lo più calcolate col sistema retributivo) che le generazioni future possono soltanto sognare. Come vincere alla lotteria.
Non solo è surreale che tentino di smontare la riforma proprio coloro che o sostengono la necessità che l'esperienza Monti continui (Pdl e Udc), o che comunque non vada dispersa e, anzi, rappresenti un punto di partenza rispetto al quale non indietreggiare (il Pd, a parole). E' anche una definitiva cartina di tornasole: chi sostiene la controriforma "Damiano e altri" è letteralmente unfit, inadeguato a governare il paese, ci porterebbe in un baratro greco.
Bersani dovrebbe spiegare non solo come si concilia il suo alleato, Vendola, con l'"agenda Monti", ma come si concilia con essa lo stesso Pd, visto che mentre il segretario è impegnato a ripetere che l'operato del premier è un «punto di non ritorno», i suoi in Parlamento - come l'ex ministro Damiano, non proprio l'ultimo arrivato - lavorano per smontare le sue riforme.
E' ormai spudoratamente evidente che dietro il tentativo di salvare i cosiddetti "esodati" il vero obiettivo, sciagurato, è quello di smontare la riforma Fornero. E' iniziato oggi alla Camera l'esame di un provvedimento, a firma Damiano e altri, sostenuto da tutti i partiti (anche dal Pdl, tranne Cazzola), che di fatto reintroduce le pensioni d'anzianità. Un'operazione simile al primo atto del governo Prodi, che abolì lo "scalone" Maroni al modico prezzo di 9 miliardi di euro, conto scaricato sulle spalle dei lavoratori precari. Stavolta il prezzo dovrebbe aggirarsi sui 5 miliardi - non esattamente noccioline di questi tempi - da reperire attraverso (indovinate un po'?!) nuove tasse.
Ma la copertura è a rischio per l'erario, perché il settore che si vorrebbe colpire, ancora quello dei giochi, è in contrazione (per la crisi e proprio per l'eccessivo prelievo fiscale), e ammesso che il valore non sia sottostimato, si tratterebbe comunque di tanti soldi, troppi. Basti pensare che il governo è disperatamente alla ricerca di 6,5 miliardi di euro per scongiurare definitivamente nuovi aumenti dell'Iva e che ci sarebbe da tagliare al più presto il cuneo fiscale, altrimenti ci saranno così tanti disoccupati che si porrà il problema non degli "esodati" ma di come pagare le pensioni. E come ha avvertito, già nel mese di agosto, il ministro Fornero, c'è il rischio che simili misure vengano prese male dall'Europa e dai mercati, compromettendo gli sforzi di stabilizzazione finanziaria fin qui compiuti.
Va detto, poi, che molti dei cosiddetti "esodati" sono dei miracolati, usciti dal lavoro con buonuscite generose e pensioni (per lo più calcolate col sistema retributivo) che le generazioni future possono soltanto sognare. Come vincere alla lotteria.
Non solo è surreale che tentino di smontare la riforma proprio coloro che o sostengono la necessità che l'esperienza Monti continui (Pdl e Udc), o che comunque non vada dispersa e, anzi, rappresenti un punto di partenza rispetto al quale non indietreggiare (il Pd, a parole). E' anche una definitiva cartina di tornasole: chi sostiene la controriforma "Damiano e altri" è letteralmente unfit, inadeguato a governare il paese, ci porterebbe in un baratro greco.
Bersani dovrebbe spiegare non solo come si concilia il suo alleato, Vendola, con l'"agenda Monti", ma come si concilia con essa lo stesso Pd, visto che mentre il segretario è impegnato a ripetere che l'operato del premier è un «punto di non ritorno», i suoi in Parlamento - come l'ex ministro Damiano, non proprio l'ultimo arrivato - lavorano per smontare le sue riforme.
Tuesday, February 07, 2012
Eppur qualcosa si muove
Anche su Notapolitica
A quanto pare si tratta ormai di capire non se l'articolo 18 verrà superato, ma come, e soprattutto in che termini farlo senza che i sindacati e il Pd ne escano umiliati. Il governo non ha intenzione di «esasperare alcunché, in particolare in una materia così sensibile e socialmente cruciale come il mercato del lavoro», ha assicurato il premier Mario Monti, ma certamente ha impresso un'accelerazione ad un dialogo partito con il freno a mano tirato. Prima il ragionamento di Monti sul posto fisso «monotono», poi il ministro Fornero, che al tavolo della scorsa settimana con le parti sociali ha chiarito le intenzioni del governo sulla riforma del lavoro: dialogo sì, ma la riforma s'ha da fare, anche senza l'accordo con sindacati e Confindustria, e «nel volgere di poche settimane». Con gli industriali a dare ragione al ministro, aprendo alle modifiche sull'articolo 18 (sì all'indennizzo in caso di licenziamento non discriminatorio, no al reintegro, ha ribadito la presidente Marcegaglia), e i sindacati attenti a non aizzare lo scontro.
Ieri il ministro degli interni, Anna Maria Cancellieri, ha rincarato la dose sul «posto fisso nella stessa città, di fianco a mamma e papà», e il ministro Fornero sui tempi: «Tergiversare, aspettare, non può essere la soluzione. Il governo ha il dovere di agire». Ed evidentemente articolo 18 e ammortizzatori sociali sono due temi, per usare le parole di Monti, che possono «dare un contributo alla crescita e aggredire la disoccupazione giovanile».
L'obiettivo è «spalmare le tutele su tutti, non dare a tutti un posto fisso a vita», perché «chi oggi promette un posto fisso a vita promette facili illusioni», avverte la Fornero. Dal Pd continuano ad arrivare reazioni irritate alle dichiarazioni del governo su posto fisso e articolo 18. L'ex ministro Damiano e il responsabile economico della segreteria, Fassina, le bollano come tesi «infondate». «Non si può votare a scatola chiusa quello che propone Monti», avverte il primo, mentre il secondo denuncia nelle parole dei membri dell'esecutivo il «lessico tipico della destra».
Ma sul fronte sindacale qualcosa comincia a muoversi. Il segretario della Cisl Bonanni parla di una «robusta manutenzione», parola che non piace alla Cgil («non è giusta e nemmeno necessaria») ma anche il segretario della Uil Angeletti si dice «disposto a dire sì ad una legge che dica esplicitamente – fatte salve le ragioni discriminatorie – quando il licenziamento è consentito per motivi economici». Certo, con molti se e molti ma. Insomma, la situazione è molto fluida ma l'impressione è che il governo voglia accelerare, che articolo 18 e ammortizzatori siano sul tavolo, e che i sindacati, almeno Cisl e Uil, siano disposti a concedere qualcosa, magari con una formula che consenta loro di salvare la faccia, per esempio una sospensione sperimentale, della durata di 3 anni, dell'art. 18 per i licenziamenti di natura economica. E si sa, le dighe difficilmente reggono con una breccia aperta.
A quanto pare si tratta ormai di capire non se l'articolo 18 verrà superato, ma come, e soprattutto in che termini farlo senza che i sindacati e il Pd ne escano umiliati. Il governo non ha intenzione di «esasperare alcunché, in particolare in una materia così sensibile e socialmente cruciale come il mercato del lavoro», ha assicurato il premier Mario Monti, ma certamente ha impresso un'accelerazione ad un dialogo partito con il freno a mano tirato. Prima il ragionamento di Monti sul posto fisso «monotono», poi il ministro Fornero, che al tavolo della scorsa settimana con le parti sociali ha chiarito le intenzioni del governo sulla riforma del lavoro: dialogo sì, ma la riforma s'ha da fare, anche senza l'accordo con sindacati e Confindustria, e «nel volgere di poche settimane». Con gli industriali a dare ragione al ministro, aprendo alle modifiche sull'articolo 18 (sì all'indennizzo in caso di licenziamento non discriminatorio, no al reintegro, ha ribadito la presidente Marcegaglia), e i sindacati attenti a non aizzare lo scontro.
Ieri il ministro degli interni, Anna Maria Cancellieri, ha rincarato la dose sul «posto fisso nella stessa città, di fianco a mamma e papà», e il ministro Fornero sui tempi: «Tergiversare, aspettare, non può essere la soluzione. Il governo ha il dovere di agire». Ed evidentemente articolo 18 e ammortizzatori sociali sono due temi, per usare le parole di Monti, che possono «dare un contributo alla crescita e aggredire la disoccupazione giovanile».
L'obiettivo è «spalmare le tutele su tutti, non dare a tutti un posto fisso a vita», perché «chi oggi promette un posto fisso a vita promette facili illusioni», avverte la Fornero. Dal Pd continuano ad arrivare reazioni irritate alle dichiarazioni del governo su posto fisso e articolo 18. L'ex ministro Damiano e il responsabile economico della segreteria, Fassina, le bollano come tesi «infondate». «Non si può votare a scatola chiusa quello che propone Monti», avverte il primo, mentre il secondo denuncia nelle parole dei membri dell'esecutivo il «lessico tipico della destra».
Ma sul fronte sindacale qualcosa comincia a muoversi. Il segretario della Cisl Bonanni parla di una «robusta manutenzione», parola che non piace alla Cgil («non è giusta e nemmeno necessaria») ma anche il segretario della Uil Angeletti si dice «disposto a dire sì ad una legge che dica esplicitamente – fatte salve le ragioni discriminatorie – quando il licenziamento è consentito per motivi economici». Certo, con molti se e molti ma. Insomma, la situazione è molto fluida ma l'impressione è che il governo voglia accelerare, che articolo 18 e ammortizzatori siano sul tavolo, e che i sindacati, almeno Cisl e Uil, siano disposti a concedere qualcosa, magari con una formula che consenta loro di salvare la faccia, per esempio una sospensione sperimentale, della durata di 3 anni, dell'art. 18 per i licenziamenti di natura economica. E si sa, le dighe difficilmente reggono con una breccia aperta.
Friday, October 28, 2011
La strada è quella di Ichino
Nella lettera di intenti alla Ue il passaggio che sta suscitando la levata di scudi dei sindacati e delle opposizioni (tutte, pure quelle che rivendicano un atteggiamento "responsabile") è un'enunciazione generica: «Entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato». Per capire come il governo intende attuarla in concreto, e soprattutto se sarà in grado di farlo, bisognerà aspettare, ma lo schema Ichino, a cui oggi in un intervento telefonico su Canale 5 Berlusconi ha fatto riferimento («la strada è quella del ddl Ichino»), mi sembra il più opportuno da seguire sia nel merito che nel metodo. Nel merito, perché di fatto consente il licenziamento per motivi economici od organizzativi, dietro un indennizzo da corrispondere al lavoratore la cui entità cresce con l'anzianità di servizio, e prevede la trasformazione della cassa integrazione in un sussidio di disoccupazione universale, decrescente nel tempo e condizionato alla disponibilità effettiva del lavoratore a nuove proposte e alla riqualificazione. La flexsecurity di stampo scandinavo, insomma, dove è ovvio che il fattore più delicato per le specificità italiane sta nel sussidio: quello prefigurato da Ichino mi sembra troppo generoso, attraente per entrambe le parti.Ma è comunque conveniente per il governo e la maggioranza, dal punto di vista politico, procedere su questa strada, perché è una buona riforma ed è la proposta di un senatore e giuslavorista del Pd, sottoscritta da ben 54 senatori dell'opposizione. Come farebbe il Pd a tirarsi indietro e allo stesso tempo a presentarsi come forza di governo ed "europea"? Di «minacce inaccettabili» ai lavoratori parlano Bersani e Fassina e l'ex ministro Pd Cesare Damiano boccia senz'appello non solo la generica enunciazione del governo nella lettera di intenti all'Ue, ma anche le proposte di Ichino. Di Pietro ovviamente alza i toni, parlando di «contenuto pericoloso» e di un «omicidio sociale», ma anche il "moderato" Casini, quando si comincia a parlare di cose concrete, getta la maschera: lo definisce un «patto scellerato» contro il lavoro e a parole si dice a favore di un mercato «più flessibile», ma propone di affidarsi alla concertazione con le parti sociali, che è come chiedere ai tacchini di anticipare il Natale. Non se ne farebbe niente. Vale dunque per tutte le opposizioni, nessuna esclusa, nemmeno i centristi, quello che scrive Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio:
«Un giorno deridono il governo perché non avrebbe la fiducia dell'Ue, il giorno dopo insorgono contro il programma di riforme per lo sviluppo concordato in sede europea... Insorgere è facile, prepararsi al governo è difficile. Ma la prima ginnastica è propria di una concezione irresponsabile delle istituzioni, la seconda è un preciso dovere repubblicano per chi ha avuto il mandato di opporsi e di offrire ai cittadini una prospettiva diversa...».E' ovvia la risposta di Bersani all'appello di Berlusconi alla responsabilità delle opposizioni: sì sulle proposte su cui conveniamo, no su quelle su cui non conveniamo. Peccato che non è dato sapere quali condividono e quali no, o meglio l'impressione è che stringi stringi non ci sia nulla che condividano, per il solo fatto che a proporle è Berlusconi. Nell'intervista di oggi a Il Messaggero, tra l'altro, reiterando la strategia dalemiana di rincorsa dell'Udc, Bersani certifica il fallimento del Pd, quando afferma che «non sto parlando di un'ammucchiata, ma di un incontro tra progressisti e moderati italiani per un patto di legislatura e su una dozzina di riforme da fare per ricostruire l'Italia». Ma come, non doveva essere proprio il Pd «l'incontro tra progressisti e moderati»? La necessità di un'alleanza con l'Udc, a giocare il ruolo della Margherita nell'Ulivo, dimostra che Pd = Pci-Pds-Ds.
Perché mi accanisco sull'opposizione? Primo, perché mi accanisco pure sul governo, e i post di questi mesi lo dimostrano. Secondo, a giudicare dagli articoli che si leggono negli ultimi giorni non sono l'unico a pre-occuparmi della mancanza di un'alternativa di governo al centrodestra berlusconiano, né sono l'unico a diffidare di governi "tecnici". «Italy Risks Post-Berlusconi Hangover», era il titolo di un commento di ieri sul Wall Street Journal di Murdoch:
«Many hope he might be replaced by a technocratic government with the power to make difficult decisions. A bigger risk is that early elections lead to instability and government paralysis. (...) For a technocratic government, the political challenge might be too great. But if the alternative is no government at all, Mr. Berlusconi might be the least-worst option».E «For Italy, Berlusconi Is a Problem but Also a Solution» è il titolo di un articolo del New York Times oggi:
«... if there is one thing many Italians fear more than the current government it is the available alternatives».Intanto, Berlusconi finalmente sembra aver sciolto le riserve sulla futura leadership del Pdl e del centrodestra: primarie. Il candidato premier per il 2013 sarà scelto con le primarie? «Certo, sarà un candidato che sceglieremo con un sistema elettorale sul modello dei partiti americani, che coinvolgono nella scelta della politica tutti i cittadini che desiderano partecipare». Così ha risposto a Belpietro, questa mattina su Canale 5.
Tuesday, April 20, 2010
Il solito vecchio Pd innamorato delle tasse
Come volevasi dimostrare. Ecco perché a Berlusconi basta vivacchiare, basta promettere agli italiani di non mettere le mani nelle loro tasche, per assicurarsi i loro voti. Gli anni passano, ma l'attitudine del Pd a "tartassare" non cambia. La prima proposta concreta e intellegibile del Pd, dopo mesi passati da Bersani a invocare più spesa sociale e "soldi freschi" da spendere, è più tasse sui "ricchi" per allungare la cassa integrazione da 12 a 24 mesi. E' questa la proposta avanzata ieri alla Camera dall'ex ministro del Lavoro del governo Prodi Cesare Damiano. Gente che nonostante i fallimenti politici continua a tenere in mano le redini della politica economica del partito. Il "contributo di solidarietà" prenderebbe la forma di una "una tantum" sui redditi oltre i 200 mila euro. Per questi contribuenti l'aliquota marginale per il 2010 e il 2011 salirebbe del 2%, dal 43 al 45%, producendo un gettito aggiuntivo di circa 450 milioni - tra i 300 e i 450 milioni secondo una stima più prudente.
C'è infatti da considerare l'impatto negativo della crisi economica sui redditi del 2009 e del 2010 e che molti di quei contribuenti, avvertiti dell'iniziativa, troverebbero quasi certamente il modo di dichiarare un reddito che non superi, magari di un solo cent, i 200 mila euro. Una cifra che appare comunque recuperabile - volendo - attraverso dei tagli alla spesa, ma evidentemente il Pd è affezionato all'immagine del partito che ricorre a nuove tasse ad ogni minima esigenza di fare cassa. D'altra parte si sa, le tasse sono «bellissime», impossibile resistergli. Tra l'altro, Bersani e Damiano riciclano una proposta quasi identica avanzata l'anno scorso dall'allora segretario Franceschini. Ma all'epoca, a rimetterci il 2% in più sull'aliquota marginale sarebbero stati i contribuenti con un reddito superiore ai 120 mila euro l'anno.
Una proposta-manifesto, si direbbe quindi, la cui anti-economicità risulta evidente a qualsiasi elettore che non abbia fette di prosciutto davanti agli occhi e con un minimo di contatto con la realtà. Con la somma che deriverebbe dalla nuova tassa infatti si darebbe un anno in più di respiro (e di illusioni) ai lavoratori in cassa integrazione, ma sarebbero soldi sottratti all'economia e quindi si ritarderebbe la ripresa, protraendo lo stallo di imprese che dovrebbero invece essere incoraggiate o a ristrutturare o ad uscire dal mercato.
C'è infatti da considerare l'impatto negativo della crisi economica sui redditi del 2009 e del 2010 e che molti di quei contribuenti, avvertiti dell'iniziativa, troverebbero quasi certamente il modo di dichiarare un reddito che non superi, magari di un solo cent, i 200 mila euro. Una cifra che appare comunque recuperabile - volendo - attraverso dei tagli alla spesa, ma evidentemente il Pd è affezionato all'immagine del partito che ricorre a nuove tasse ad ogni minima esigenza di fare cassa. D'altra parte si sa, le tasse sono «bellissime», impossibile resistergli. Tra l'altro, Bersani e Damiano riciclano una proposta quasi identica avanzata l'anno scorso dall'allora segretario Franceschini. Ma all'epoca, a rimetterci il 2% in più sull'aliquota marginale sarebbero stati i contribuenti con un reddito superiore ai 120 mila euro l'anno.
Una proposta-manifesto, si direbbe quindi, la cui anti-economicità risulta evidente a qualsiasi elettore che non abbia fette di prosciutto davanti agli occhi e con un minimo di contatto con la realtà. Con la somma che deriverebbe dalla nuova tassa infatti si darebbe un anno in più di respiro (e di illusioni) ai lavoratori in cassa integrazione, ma sarebbero soldi sottratti all'economia e quindi si ritarderebbe la ripresa, protraendo lo stallo di imprese che dovrebbero invece essere incoraggiate o a ristrutturare o ad uscire dal mercato.
Thursday, July 31, 2008
Sacconi difende la strategia del governo con i sindacati
C'è chi parla di «cedimento» e di «braghe calate», come Paragone su Libero, e chi invece, come Il Foglio, di un'iniziativa dell'esecutivo che «salva l'essenziale» dei due discussi emendamenti parlamentari sull'assunzione dei "precari" per via giudiziaria e sul taglio degli assegni sociali. In entrambi i casi il merito, o la colpa, dell'intervento governativo va attribuito al ministro Sacconi.In entrambi i casi la maggioranza parlamentare aveva combinato dei pasticci. Per colpire il dispendioso malcostume delle pensioni "facili" erogate agli immigrati più furbi si finiva con il tagliare gli assegni sociali in modo indiscriminato, quindi anche a casalinghe e indigenti. Nell'altro caso si è trattato in realtà solo di un mezzo pasticcio. Per non far pagare ai contribuenti gli stipendi di migliaia di postini inutili, l'emendamento stabiliva il diritto all'indennizzo invece che all'assunzione a tempo indeterminato per tutti i lavoratori "precari" che avessero vinto la causa contro la loro azienda. Al Senato la norma è stata circoscritta ai soli contenziosi in corso nel momento di approvazione della legge (circa 44 mila), cioè per lo più quelli che coinvolgono Poste italiane, facendo salva la disciplina ordinaria dei contratti a termine.
Il provvedimento si basava su un principio di fondo - indennizzo al posto di assunzione/reintegro - condivisibile, ma aveva il difetto di limitare questa "riforma" - l'abolizione di fatto dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori - ai soli precari. Soprattutto però, come hanno osservato Oscar Giannino e Il Foglio, si scontrava con la strategia scelta dal governo per portare avanti la sua agenda economico-sociale, che in questa fase prevede il dialogo tra e con le parti sociali, quindi con il sindacato, evitando, o dilazionando il più possibile, occasioni di scontro, e preparando i presupposti perché Cisl e Uil possano rimanere al tavolo quando la Cgil deciderà di strappare. L'obiettivo cui tiene di più Sacconi, per esempio, è la riforma della contrattazione collettiva ed è pronto a fare qualsiasi cosa in questo momento pur favorire, o non ostacolare, l'accordo tra le parti sociali.
Una strategia che non mi pare la più adeguata, perché storicamente non ha prodotto le riforme incisive che all'Italia servirebbero, e della quale in ogni caso i parlamentari della maggioranza andrebbero messi al corrente, perché non si ripetano simili iniziative di "disturbo" che costringano il governo a penosi dietrofront.
Malvino mi chiama in causa per i miei giudizi sul ministro Sacconi, che sarebbero contraddetti dall'intervista al ministro su Il Foglio di ieri. Ammetto di non ricordare bene, ma non credo di aver scritto molto su Sacconi prima di oggi. Di certo per salutare come nota positiva il suo ingresso al governo come ministro del Lavoro, ma poco altro.
Quello di Sacconi è un ministero chiave, strategico per lo sviluppo economico e per la finanza pubblica (pensioni e sanità sono due tra le maggiori voci di spesa). Così come lo sono i settori in cui operano la Gelmini e Brunetta, che hanno iniziato bene. Se il suo «abrogare il '68» significa flessibilità, riforma del diritto del lavoro e della contrattazione collettiva, un nuovo welfare fondato sulla responsabilità individuale, superando l'attuale assistenzialismo, età di pensionamento più alta, allora mi trova d'accordo. Questi gli obiettivi - condivisibili, mi sembra - che si è posto. Vedremo se riuscirà a realizzarli.
L'antropologia e le etichette m'interessano meno. E' un «liberale»? Non saprei. Non so neanche se lui stesso si definisca tale. Parla di «economia sociale di mercato» e più probabilmente ama definirsi riformista. Per quanto mi riguarda, sul governo e su Sacconi valgono le considerazioni affidate a questo post. Ex socialisti, craxiani, guidano i ministeri economici (e non solo) del governo Berlusconi. Tranne Brunetta, forse, non possono dirsi liberali e liberisti. Dunque, Sacconi non è liberale, ma potrebbe realizzare delle riforme liberali. Non è liberale, ma i suoi predecessori forse lo erano? Non è liberale, ma qualcuno avrebbe l'ardire di paragonarlo al controriformista Damiano, rispetto al quale ha certamente una visione più realistica e meno ideologica dei problemi del lavoro e del welfare?
Saturday, May 19, 2007
Un evasore su tre. E' l'Italia che non si ferma
Il Dipartimento per le politiche fiscali, guidato da Visco, stima che l'evasione fiscale abbia raggiunto livelli fino al 27% del Pil. Musica per le orecchie del viceministro. In realtà servirebbe qualcuno che gli spiegasse che una cifra così elevata denota un'evasione sistemica dovuta a un disagio diffuso e non il vizio socialmente riprovevole di qualche furbo da stanare.
Altri dati provenienti dal dipartimento di Visco confermano quest'analisi: il 50% delle società si dichiara in perdita o con reddito nullo. Al Nord si evade meno che al Sud e i settori in cui si evade maggioramente sono quelli dell'agricoltura, del commercio, dei servizi e delle costruzioni.
No. E' l'Italia che reagisce allo Stato predone. Significa che l'economia reale cresce molto più dei dati ufficiali, nonostante gli ostacoli frapposti dalla politica. La gran parte di quel 27% è una ricchezza che se sottoposta all'attuale regime fiscale semplicemente non verrebbe prodotta. Spesso infatti, per molti lavori - l'artigianato, l'agricoltura, o certi servizi - evadere o meno il fisco è la differenza che passa tra esserci o non esserci. Ogni produzione, si tratti di beni materiali o di servizi, ha una soglia di costi oltrapassata la quale semplicemente nessuno riterrà conveniente accollarsi. Il risultato è che non avremmo quel bene o quel servizio. Quindi, il paradosso è che almeno la metà di quel 27% che Visco s'illude di acchiappare, scomparirebbe nel nulla appena fosse davvero in grado di esigerlo.
E' per questo motivo che qualsiasi politico di buon senso che voglia prosciugare quel 27% di Pil di evasione e addirittura aumentare ancor di più il gettito nelle casse dello Stato è sull'imponibile che dovrebbe concentrarsi, per ampliarlo, perché l'aumento oltre certi limiti delle tasse provoca o la recessione o ulteriore evasione, con il conseguente aumento dei costi per combatterla. E tra le due, io scelgo la seconda.
Per fortuna, tra il sopravvivere e lo scomparire molti scelgono di sopravvivere, pur rischiando l'illegalità, altrimenti ci troveremmo con livelli di disoccupazione da rivolte sociali. E non si spiega, se non con il sommerso e il lavoro nero, come mai il Sud con gli indici di disoccupazione che si ritrova non esploda. La società reagisce, l'istinto dell'uomo a lavorare, produrre, innovare, per campare o arricchirsi, prevale e l'Italia, poco, ma si muove e si reinventa, pur nell'illegalità cui la partitocrazia costringe la vita civile del nostro paese.
Il mercato nero non è che la reazione dei sistemi economici a un proibizionismo imposto dal potere statale. E' così diffuso il lavoro nero perché evidentamente la rigidità cui è costretto quello legale rende il lavoro una merce proibitiva, di fatto proibita. I bisogni degli individidui generano lo spaccio di lavoro illegale.
Quando capiremo che l'evasione contro lo Stato predone è disobbedienza civile allora saremo salvi.
Ma il Governo Prodi non si accontenta di aumentare lo strangolamento fiscale. Una nuova aberrante misura contro il lavoro sommerso pretende che sia stabilito per legge il numero di lavoratori di cui un'azienda si avvale. Si chiamano «indici di congruità» e li ha inventati il ministro del Lavoro Damiano prendendo esempio dai già noti «studi di settore»: "vi diremo noi quanti dipendenti dovranno assumere le vostre imprese per non essere considerate fuori legge".
Verranno create categorie di artigiani, commercianti, imprese edili, sulla base del fatturato, della localizzazione, dell'attività e di altri parametri, alle quali corrisponderà un preciso un numero minimo di dipendenti. In sostanza il Governo pretende di decidere a tavolino il numero "giusto" di lavoratori di cui si avvale un'azienda: se fatturi X, allora non potrai avere meno di dipendenti Y. Anche se i tuoi dipendenti sono più bravi ed efficienti.
Un'operazione di pianificazione, di livellamento sociale verso il basso, di arroganza statalista e dirigista di uno Stato che pretende di saper gestire meglio dei cittadini il mercato del lavoro. E, quindi, l'ennesima misura che scoraggia la crescita delle imprese e della produzione, la ricerca dell'efficienza.
Altri dati provenienti dal dipartimento di Visco confermano quest'analisi: il 50% delle società si dichiara in perdita o con reddito nullo. Al Nord si evade meno che al Sud e i settori in cui si evade maggioramente sono quelli dell'agricoltura, del commercio, dei servizi e delle costruzioni.
No. E' l'Italia che reagisce allo Stato predone. Significa che l'economia reale cresce molto più dei dati ufficiali, nonostante gli ostacoli frapposti dalla politica. La gran parte di quel 27% è una ricchezza che se sottoposta all'attuale regime fiscale semplicemente non verrebbe prodotta. Spesso infatti, per molti lavori - l'artigianato, l'agricoltura, o certi servizi - evadere o meno il fisco è la differenza che passa tra esserci o non esserci. Ogni produzione, si tratti di beni materiali o di servizi, ha una soglia di costi oltrapassata la quale semplicemente nessuno riterrà conveniente accollarsi. Il risultato è che non avremmo quel bene o quel servizio. Quindi, il paradosso è che almeno la metà di quel 27% che Visco s'illude di acchiappare, scomparirebbe nel nulla appena fosse davvero in grado di esigerlo.
E' per questo motivo che qualsiasi politico di buon senso che voglia prosciugare quel 27% di Pil di evasione e addirittura aumentare ancor di più il gettito nelle casse dello Stato è sull'imponibile che dovrebbe concentrarsi, per ampliarlo, perché l'aumento oltre certi limiti delle tasse provoca o la recessione o ulteriore evasione, con il conseguente aumento dei costi per combatterla. E tra le due, io scelgo la seconda.
Per fortuna, tra il sopravvivere e lo scomparire molti scelgono di sopravvivere, pur rischiando l'illegalità, altrimenti ci troveremmo con livelli di disoccupazione da rivolte sociali. E non si spiega, se non con il sommerso e il lavoro nero, come mai il Sud con gli indici di disoccupazione che si ritrova non esploda. La società reagisce, l'istinto dell'uomo a lavorare, produrre, innovare, per campare o arricchirsi, prevale e l'Italia, poco, ma si muove e si reinventa, pur nell'illegalità cui la partitocrazia costringe la vita civile del nostro paese.
Il mercato nero non è che la reazione dei sistemi economici a un proibizionismo imposto dal potere statale. E' così diffuso il lavoro nero perché evidentamente la rigidità cui è costretto quello legale rende il lavoro una merce proibitiva, di fatto proibita. I bisogni degli individidui generano lo spaccio di lavoro illegale.
Quando capiremo che l'evasione contro lo Stato predone è disobbedienza civile allora saremo salvi.
Ma il Governo Prodi non si accontenta di aumentare lo strangolamento fiscale. Una nuova aberrante misura contro il lavoro sommerso pretende che sia stabilito per legge il numero di lavoratori di cui un'azienda si avvale. Si chiamano «indici di congruità» e li ha inventati il ministro del Lavoro Damiano prendendo esempio dai già noti «studi di settore»: "vi diremo noi quanti dipendenti dovranno assumere le vostre imprese per non essere considerate fuori legge".
Verranno create categorie di artigiani, commercianti, imprese edili, sulla base del fatturato, della localizzazione, dell'attività e di altri parametri, alle quali corrisponderà un preciso un numero minimo di dipendenti. In sostanza il Governo pretende di decidere a tavolino il numero "giusto" di lavoratori di cui si avvale un'azienda: se fatturi X, allora non potrai avere meno di dipendenti Y. Anche se i tuoi dipendenti sono più bravi ed efficienti.
Un'operazione di pianificazione, di livellamento sociale verso il basso, di arroganza statalista e dirigista di uno Stato che pretende di saper gestire meglio dei cittadini il mercato del lavoro. E, quindi, l'ennesima misura che scoraggia la crescita delle imprese e della produzione, la ricerca dell'efficienza.
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