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Thursday, February 28, 2013

Elettori di Grillo per 2/3 di sinistra

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Se con i loro sondaggi non hanno saputo intercettare quel 5% di elettori in più che hanno votato Grillo rispetto al 19-20% quotato alla vigilia, perché dovrebbero essere in grado di intercettarlo oggi per farsi spiegare quale partito questi elettori avevano votato alle precedenti elezioni? E' lecito dubitare, quindi, delle analisi sui cosiddetti flussi che stanno circolando in queste ore. Qui proveremo un approccio diverso, cercando di desumere da dove sono arrivati i voti a Grillo incrociando i dati delle due precedenti elezioni politiche: quelle del 2008, quando a massimizzare la partecipazione al voto fu il centrodestra, e del 2006, quando invece fu il centrosinistra a fare il pieno di voti. Siccome una cosa è certa, non potremo mai sapere come hanno votato in passato i quasi 3 milioni che si sono astenuti rispetto al 2008 (oltre 4 milioni rispetto al 2006), assumiamo come ipotesi ragionevole che dopo 4 anni di governo dell'odiato Berlusconi, dagli esiti fallimentari anche per chi l'ha votato, e un anno di misure impopolari e recessive da parte del governo tecnico, il turnout, ossia la mobilitazione, sia stata quest'anno molto più favorevole al centrosinistra che al centrodestra, mentre l'esatto contrario si può ipotizzare nel 2008, dopo i due anni della travagliata Unione prodiana.

Rispetto sia al 2006 che al 2008, quando alla Camera raccolse circa 12 milioni di voti, il Pd ne ha persi circa 3,3 milioni. L'intera area che definiamo della sinistra radicale (Rifondazione, Comunisti italiani, Idv, Verdi) raccolse nel 2006 ben 4,8 milioni di voti, che si ridussero a poco più di 3 milioni nel 2008 (Idv, Sinistra arcobaleno e altre formazioni comuniste minori), probabilmente penalizzata sia dall'astensione (in totale fu di 1,41 milioni in più rispetto al 2006), sia da elettori in uscita verso il Pd, ai quali Veltroni riuscì a prospettare una rimonta su Berlusconi. Oggi le liste che rappresentano la continuità con la sinistra radicale, Sel (Sinistra arcobaleno) e Ingroia (Idv + Comunisti italiani) si sono fermate a 1,85 milioni di voti. Insomma, rispetto al 2006, elezioni della massima mobilitazione degli elettori di centrosinistra, mancano oggi circa 3,3 milioni di voti del Pd e quasi 3 milioni della sinistra radicale.

La coalizione guidata da Berlusconi ha toccato il suo picco massimo nel 2008, superando i 17 milioni di voti. Ma nel suo complesso l'area di centrodestra, compresi l'Udc (2 milioni) e La Destra (0,9 milioni), sfiorò quota 20 milioni. Alla coalizione berlusconiana, di cui oggi fa parte anche Storace, mancano quindi quasi 8 milioni di voti. Di questi, 1,6 milioni sono stati persi dalla Lega Nord, 0,66 milioni da Storace, mentre i 2 milioni di voti dell'Udc dovrebbero essere più o meno confluiti nella coalizione Monti, che però ne ha conquistati di più: in tutto 3,6 milioni.

Per quanti voti del Pd possano aver preso la via della Scelta civica montiana e dell'astensione, è politicamente ragionevole ritenere che sia stato il Pdl, per i motivi che abbiamo spiegato prima, a pagare il contributo maggiore, in termini di voti persi, all'astensione e alla forza politica del professore. Così come è ragionevole ritenere che 1,8 milioni di voti persi dall'area della sinistra radicale tra il 2006 e il 2008, e l'ulteriore milione e oltre perso dal 2008 ad oggi, siano in gran parte rientrati dalla finestra di Grillo. Si può quindi stimare il contributo dell'elettorato di centrosinistra (Pd e sinistra radicale) al Movimento 5 Stelle in 4-5 milioni di voti (45-60% del totale dei suoi consensi).

Il che sarebbe confermato dalla distribuzione geografica del successo di Grillo. In particolare, il professor D'Alimonte sul Sole 24 Ore ha analizzato il passaggio di voti al M5S dalla sinistra radicale e dal Pd a Torino, ma le stesse conclusioni si potrebbero trarre osservando le performance nelle regioni "rosse". In Veneto, invece, al "boom" di Grillo, oggi primo partito in tutte le province, corrisponde il crollo della Lega, che era primo partito nel 2008. Ciò non significa che non abbia pescato anche dal Pdl e presso un elettorato di destra più sensibile al tema della moralità politica, ma bisogna ricordare che nel 2008 ci fu un vero e proprio "boom" della Lega, che passò da 1,75 milioni di voti del 2006 a 3 milioni grazie ad una notevole capacità di penetrazione - concordarono le analisi - presso l'elettorato di centrosinistra, persino nelle regioni "rosse".

Si può quindi stimare che verso il M5S siano confluiti la gran parte degli elettori persi dalla Lega (1,6 milioni), mentre in misura molto minore quelli che hanno abbandonato il Pdl (soprattutto quelli degli ex An che hanno condiviso le motivazioni della scissione di Fini ma poi non hanno votato per la piccola formazione dell'ex presidente della Camera): in tutto dal centrodestra 2-3 milioni di voti (il 20-35% dei consensi totali del M5S), un milione dei quali "rubati" alla sinistra dalla Lega nel 2008 e arrivati a Grillo oggi. Mentre la restante parte degli 8,7 milioni conquistati da Grillo (anche un 20%) potrebbero essere arrivati da giovani al primo voto e astensionisti di lungo corso.

Wednesday, December 05, 2012

Verso la Terza Stampella?


C'è un'ala liberale e riformatrice, in ItaliaFutura, che ieri è andata in «subbuglio», come scrive Arnese su Formiche.net, quando ha letto su Repubblica un autorevole firmatario del manifesto Verso la Terza Repubblica, il presidente delle Acli Andrea Olivero, prospettare «un'alleanza strategica» con Bersani e Casini, sottolineare la necessità di «unire il centro alla sinistra», di «mettere insieme le forze tradizionali del centrosinistra e quelle liberali del cattolicesimo sociale [almeno la distinzione tra cattolicesimo liberale e cattolicesimo sociale la vogliamo conservare?] e del mondo dell'impresa». Con Monti a Palazzo Chigi, ovviamente.

Sempre su Formiche.net, un firmatario dello stesso manifesto, Paolo Mazzanti, esprimeva un'idea molto diversa sull'impegno di Monti, diciamo alternativa a Bersani-Vendola: «Uno schieramento che s'ispira all'agenda Monti non potrà che essere alternativo al centrosinistra a trazione bersanian-vendoliana». E ancora: «Se Monti s'impegnerà direttamente, sarà probabilmente possibile riunire tutte le forze di centro e parte delle forze di centrodestra che s'ispirano alla sua azione in un'unica coalizione. Se invece Monti deciderà di restare super partes, ognuno andrà probabilmente per conto suo. E le probabilità di vittoria dell'asse Bersani-Vendola aumenteranno».

In serata arrivava la nota di ItaliaFutura: tante belle parole, liberali e riformatrici, per ribadire equidistanza tra l'«Unione 2.0» e la «Forza Italia 2.0». Peccato che l'alleanza - appena siglata! - di Montezemolo con Acli, Sant'Egidio e Bonanni (Cisl), da cui è scaturito il manifesto V3Rep dica tutt'altro: Olivero (le Acli, non una minuzia) vuole allearsi con l'Unione 2.0. Come la mettiamo?

Con un «Grazie, è stato un piacere, ma non ci siamo ben capiti», mi risponde su twitter Romano Perissinotto, fondatore del Comitato Italia Futura Lombardia. Che ne è, dunque, di V3Rep e dell'alleanza con Acli, Sant'Egidio e Bonanni? «E' una grande realtà che può fare a meno delle dichiarazioni di Olivero». Sarà anche una grande realtà, quella in cui possono convivere chi si sente alternativo e chi complementare a Bersani-Vendola, ma a me pare un gran casino. Montezemolo ha stretto alleanza con le Acli poche settimane fa, oggi Olivero dichiara che si vuole alleare con Bersani. Diciamo che la nota della serata di ieri, che ripropone il minestrone "popolare, liberale e riformista" (mancano solo fascisti e comunisti), e l'intervista di Andrea Romano oggi, non sono sufficienti a sgombrare il dubbio che una lista Montezemolo-Riccardi possa prima o dopo il voto allearsi con il Pd bersaniano. Giannino su questo almeno aveva visto giusto, era assurdo che FiD seguisse i montezemoliani verso la Terza Stampella del Pd.

C'è poi Daniele Bellasio che si chiede come mai «il centro non sfonda», anzi è «in crisi» (crisi che va ben oltre l'ambiguità di Monti), in un contesto apparentemente così favorevole (Pd che si sposta a sinistra e centrodestra praticamente inesistente). Sarà che nonostante il disgusto gli italiani restino affezionati al bipolarismo e respingano i tatticismi centristi? Certo, potrebbero essere Montezemolo e Casini «l'altro polo», se non stessero ancora lì sul punto di fare la stampella alla sinistra-sinistra di Bersani-Vendola. La realtà è che sembrano mancare convinzioni sufficientemente forti per sentirsi, e quindi essere percepiti dall'elettorato, come alternativi alla sinistra. C'è sempre il sospetto, più che fondato, che l'intenzione sia quella di allearsi con il centrosinistra e dichiarazioni come quelle di Olivero ne sono la conferma.

Saturday, November 10, 2012

Le ragioni politiche dietro lo sfogo del Cav

Anche su L'Opinione

Proviamo una lettura meno caricaturale dello psicodramma del Pdl. Secondo Berlusconi le primarie non bastano, anzi così organizzate (provincia per provincia) rischiano di alimentare le faide interne e dar vita ad uno spettacolo ancor più disgustoso agli occhi degli elettori. Ci vorrebbe il Berlusconi del 1994, un nuovo Berlusconi, o almeno un leader con il famoso "quid", di cui però il Cav non vede traccia nel partito. Come dargli torto? Ha corteggiato invano suoi possibili successori, da Montezemolo a Monti, i quali hanno cortesemente declinato. In parte per la natura stessa del personaggio, che non ammette co-protagonisti, in parte per l'assalto mediatico-giudiziario, intorno al Cav c'è solo terra bruciata. Personalità esterne alla politica esitano a farsi avanti per paura di ricevere lo stesso trattamento, e in ogni caso non accetterebbero mai di caricarsi sulle spalle il corpaccione dello screditato Pdl e la pesante, controversa eredità del suo fondatore.

Il Cav capisce che la sua stagione è finita e fatica ad accettarlo. Quindi continua a "sragionare" di un nuovo Berlusconi e di "shock". Il partito dovrebbe aspettare che si manifesti, come una sorta di messia, o andarselo a cercare. Dopo aver sbraitato, è lui stesso ad ammettere di non avere assi nella manica, di non sapere neanche lui cosa fare, e a definire il suo uno «sfogo». Fin qui l'aspetto psicologico. Ora quello politico. Legittimo che Alfano e i suoi coltivino ambizioni, ma commettono il tragicomico errore di ignorare i propri limiti se pensano di costruire il proprio futuro politico rompendo con Berlusconi, nell'illusione che ciò renda possibili chissà quali nuove e formidabili alleanze. E senza di lui, o peggio avendolo contro, nemmeno le primarie sovvertirebbero il clima di smobilitazione. Comprensibile che il malumore del Cav aumenti sentendosi epurato da un gruppo dirigente mediocre – il cui appeal sull'elettorato non è ancora nemmeno lontanamente comparabile al suo – convinto che il sacrificio del capo e appiattirsi su Monti servano ad un disegno politico in realtà manifestamente suicida.

Dopo un anno, a nulla sono serviti i passi indietro di Berlusconi (se non ad irritarlo), anzi l'agognata unità dei "moderati" che avrebbero dovuto favorire è quanto mai lontana. Il gioco di Casini è un altro: la deberlusconizzazione del Pdl non come precondizione di un'alleanza, ma come premessa della sua liquefazione. Quello di Fini di ieri mattina (con Alfano possibile una «pagina nuova per tutti i moderati») è solo l'ultimo dei "baci della morte". Lo stesso D'Alimonte, rivelando candidamente il senso della sua proposta di riforma elettorale, dà la misura della stupidità del Pdl che in Senato ha votato, con Udc e Lega, un testo simile: «Con questo meccanismo Casini potrebbe decidere di fare un'alleanza elettorale con il Pd sul modello siciliano. Arriverebbero al 40%, e con 14 punti di premio arriverebbero al 54%: se il Pd facesse un listone unico con Sel potrebbe disinnescare la pregiudiziale di Casini nei confronti di Vendola». Biscotto servito e tanti saluti al Pdl.

La soglia – per ora al 42,5%, ma Pd e Udc sono già d'accordo sul 40 – è funzionale ad un'alleanza Pd-Sel-Udc o, in ogni caso, regala una enorme rendita di posizione post-voto ad un Casini in crisi, che nelle ultime tornate elettorali non è apparso in grado di intercettare voti Pdl e il cui progetto Terzo polo si è dimostrato velleitario. Tra l'altro, è una legge peggiorativa del porcellum in termini di governabilità: se nessuno raggiunge la soglia, non scatta il premio ed è proporzionale puro; ma la coalizione che la raggiungesse potrebbe comunque essere troppo disomogenea, come lo sarebbe una formata da Pd, Sel e Udc.

Monday, November 05, 2012

Se i partiti rischiano di peggiorare la manovra-bluff di Monti

Anche su L'Opinione

Il panorama sul 2013 che i dati Istat hanno aperto ai nostri occhi è piuttosto desolante ma non sorprendente: mentre volge al termine un 2012 in cui sembra acquisito un calo del Pil del 2,3-2,4%, nemmeno il prossimo anno torneremo a crescere, come invece prevede ottimisticamente il governo. Nonostante un moderato recupero nel secondo semestre, infatti, la variazione media annua sarà ancora negativa (-0,5%), prevede l'Istat in sintonia con l'Fmi. Una stima tra l'altro suscettibile di revisione al ribasso, in caso di peggioramento delle prospettive mondiali e di eventuali perturbazioni sui mercati finanziari. Nel 2013 il tasso di disoccupazione continuerebbe a salire fino all'11,4% (dal 10,6 di quest'anno) e i consumi delle famiglie continuerebbero a scendere, di un altro 0,7% dopo il -3,2% di quest'anno.

Tutto, insomma, sembra confermare che le politiche attuate da Monti nel suo anno di governo hanno evitato – per ora – al nostro paese la morte traumatica, per infarto, che rischiava nel novembre scorso, ma non scongiurato una morte lenta, per dissanguamento delle attività economiche. Sappiamo più o meno in cosa è consistita la ricetta Monti, e sappiamo quindi che nel prossimo biennio non basterà. Come interpretare il continuo riferimento, nel dibattito politico, all'"agenda" Monti? Se s'intende la linea di politica economica che abbiamo visto all'opera già quest'anno, c'è da preoccuparsi; se invece il professore ha una sua "agenda" segreta per i prossimi anni, è questo il momento di illustrarla al paese, agli elettori.

Anche perché la legge di stabilità all'esame delle Camere sembra abbandonata alle smanie elettoralistiche dei partiti di maggioranza, ciascuno ansioso di mostrare al proprio elettorato la capacità di influenzare le scelte dell'esecutivo. Il primo risultato ottenuto dall'azione combinata dei relatori – Brunetta per il Pdl e Baretta per il Pd – è la rinuncia del governo allo scambio Irpef-Iva. Dunque, niente riduzione delle aliquote Irpef da una parte, niente aumento Iva sull'aliquota agevolata (quella al 10%) e niente tagli a deduzioni e detrazioni fiscali dall'altra. Ma come decideranno di utilizzare le risorse in questo modo liberate, che dovrebbero aggirarsi sui 6,7 miliardi in tre anni?

Nonostante le buone intenzioni sbandierate un po' da tutti, cioè usare quei soldi per ridurre il cuneo fiscale (agendo su salari di produttività e Irap), il rischio concreto è che il mini-taglio dell'Irpef non venga sostituito da una misura altrettanto tangibile e significativa, e che le risorse vengano disperse in troppi rivoli. La lista dei desideri è già piuttosto lunga: il Pd vuole meno rigore per i Comuni, meno tagli alla scuola («basta schiaffi», ripete Bersani) e 1 miliardo «per il sociale» (in cui rientrano gli "esodati"); l'Udc invoca l'aumento delle detrazioni per lavoro dipendente e famigliari a carico; nel Pdl monta il pressing per salvaguardare il comparto sicurezza e Brunetta promette l'abolizione dell'Imu sulla prima casa in tre anni.

Se la riduzione dell'Irpef sarebbe scattata già dal 2013, il "tesoretto" diventa corposo solo nel 2014-2015 (3,1 e 2,5 miliardi), mentre è minimo il prossimo anno (1,1 miliardi). Insomma, può darsi che fosse un bluff, una mossa di Monti per appropriarsi del «cavallo di battaglia» del Pdl, come sostiene Brunetta, ma al momento non è chiaro cosa guadagneranno gli italiani al suo posto.

Wednesday, October 31, 2012

Perché Grillo ha fallito il "boom"

In Sicilia non ha "sfondato" tra astensionisti ed elettori di centrodestra

E così l'analisi dei flussi condotta dal solito Istituto Cattaneo (confronto su Palermo, tra comunali e regionali 2012) conferma, come spiegavamo in questo post, il mancato boom del Movimento di Grillo alle elezioni siciliane. Non è che non sia stato un successo: per la prima volta dimostra di avere numeri da movimento nazionale, e a doppia cifra, ma il grosso degli elettori non ha visto nemmeno nel M5S una valida alternativa all'astensione e il suo candidato si è piazzato terzo staccato di oltre 7 punti dal secondo.

Ciò che emerge, infatti, è che i voti necessari per passare in pochi mesi dal 5 al 20% nel capoluogo siciliano il M5S non li ha pescati né dal bacino dell'astensione, né dai partiti di centrodestra. Hanno votato il candidato di Grillo un gran numero di elettori che alle comunali avevano votato partiti di sinistra o di centro: il 29,8% della sinistra radicale, il 26% del Pd, il 21,8% del Terzo polo (Udc, Fli, Api) e il 15,1% dell'Idv, mentre solo il 6,9% degli elettori del Pdl.

Grillo quindi ha ottenuto il suo successo in Sicilia seducendo i delusi dei partiti di sinistra e del Terzo polo, ma non gli astensionisti e gli elettori di centrodestra. Il bacino dell'astensionismo e l'elevata percentuale di elettori indecisi a livello nazionale rappresentano certamente un margine di crescita per Grillo, ma anche per gli altri partiti, vecchi o nuovi. Avendo raggiunto una massa critica importante, non si può escludere che il M5S possa convincere gli astenuti e gli indecisi, ma nemmeno che i partiti tradizionali, rinnovandosi, riescano almeno in parte a recuperare i loro delusi.

Degno di nota, inoltre, che rispetto alle comunali di pochi mesi fa ben il 33,3%, esattamente uno su tre, degli elettori del Terzo polo (Udc, Fli, Api) si è astenuto piuttosto che seguire l'indicazione di Crocetta o altre. Il messaggio che Casini dovrebbe cogliere sembra evidente: quando si allea con il Pd quasi la metà dei suoi elettori non lo seguono e preferiscono astenersi o, in misura minore, votare un candidato di centrodestra. Può quindi andare incontro ad una mutazione del suo elettorato, fungendo da nuova Margherita, o ad un forte calo dei consensi.

La cattiva notizia per il Pdl è che la sinistra è molto più del 30% raccolto da Crocetta, ma la buona è che i suoi elettori delusi non sembrano ancora essersi accasati altrove - né a sinistra, né con Casini, né nel movimento di Grillo, che esercitano a quanto pare ben poca attrazione presso di essi. Sono lì in attesa, incazzati più che "moderati".

Tuesday, October 30, 2012

Svolta gattopardiana in Sicilia

Nonostante la buona affermazione di Grillo - certo non il boom, semmai il flop considerando le aspettative della vigilia e i rumors diffusi a scrutinio in corso - si profila il più classico degli esiti gattopardiani: in Sicilia sembra cambiare tutto, ma in realtà cambia poco o niente. La vittoria del Pd, che per l'occasione "veste" una coalizione centrista - con l'Udc, forte nell'isola - quindi molto diversa da quella che propone a livello nazionale (con Vendola) è netta, così come netta è la sconfitta del Pdl, ma dato lo stato comatoso, quasi terminale del partito, nemmeno appare così catastrofica come sarebbe potuta essere, per esempio, se il suo candidato si fosse piazzato terzo dietro a quello grillino. Il che consente ad Alfano di recriminare sulle divisioni del centrodestra che hanno avvantaggiato il centrosinistra. La lista ufficiale del Pdl raccoglie il 12,9% (solo uno 0,5% in meno rispetto a quella ufficiale del Pd), erosa soprattutto dall'astensionismo, e in misura minore da Grillo e da Miccichè, ma il candidato il 25,7%, oltre 7 punti avanti quello grillino fermo al 18.

Ma per il governo dell'isola cambia davvero poco o niente: avendo conquistato la sua coalizione solo 39 seggi, lontani dalla maggioranza di 46, Crocetta per governare dovrà chiedere aiuto ai lombardiani. Ed ecco quindi che di fatto la continuità con la maggioranza uscente Pd-Udc-Lombardo è evidente, seppure questa volta con un baricentro spostato più a sinistra, ma sempre con un forte potere di ricatto di Lombardo. Per la prima volta però un partito di sinistra entra al governo della Sicilia dalla porta principale, non a seguito di ribaltoni, quindi Bersani può cantare vittoria, in questo senso il «risultato storico» c'è tutto. Da prendere con le pinze, inoltre, qualsiasi lettura che volesse attribuire un significato, una portata nazionale all'alleanza Pd-Udc.

E' una colossale bufala giornalistica, invece, parlare del M5S come primo partito in Sicilia. Semmai prima lista, perché se il M5S ha preso il 14,9% dei voti validi, superando di poco le liste ufficiali di Pd e Pdl, queste ultime, come al solito in elezioni ammninistrative, erano affiancate da liste civiche/personali dei candidati, per massimizzare il più possibile la raccolta di seggi.

La realtà è che alle elezioni regionali ha comunque poco senso porre l'enfasi sui voti di lista. Più significativi politicamente quelli ai candidati. Dovevano essere le elezioni del boom di Grillo, qualcuno vedeva già il suo candidato vincitore, invece è arrivato a malapena terzo (staccato di 7 punti dal secondo e solo di 2 dal quarto). Per ora Grillo non sfonda (il che non significa che non potrà farlo in futuro), resta uno sfogatoio, gli elettori delusi e disgustati dai partiti tradizionali preferiscono per lo più astenersi piuttosto che votare M5S. Considerando il notevole astensionismo (oltre il 52%) - e ad essere rimasti a casa per disaffezione non sono certo i grillini - il 18% di Cancelleri varrebbe all'incirca il 13% in un'elezione, come quella del 2008, con un'affluenza del 66%, e il 14,9% della lista un 10%. Non un boom, quindi, da oggi però quello di Grillo è un movimento nazionale, nel senso che ha dimostrato di sapersi imporre come terza o quarta forza non solo al centro-nord, ma anche al sud, anche se per ora si tratta di elezioni amministrative. Si può dire che l'astensione ha fermato Grillo così come ha punito i partiti e le coalizioni tradizionali, ma gli elettori sono lì che aspettano un'offerta politica convincente, che finora non hanno visto nemmeno nel M5S.

Monday, October 29, 2012

Le sirene neocentriste bersaglio dell'ira del Cav

Difficile comprendere dove finisca lo sfogo per l'assurda sentenza di condanna ricevuta venerdì, accompagnata da a dir poco irrituali motivazioni "politiche", e dove cominci, invece, la politica. Si vedrà nelle prossime settimane. Ma i toni sopra le righe nei confronti del governo Monti e della cancelliera Merkel hanno senz'altro a che fare sia con l'ennesimo tentativo di "farlo fuori" per via giudiziaria, sia con lo scollamento in atto tra il fondatore del Pdl e la sua classe dirigente, segretario Alfano compreso. Il Cav ha voluto evitare che il combinato disposto della sentenza dei giudici di Milano e della sua decisione di non ricandidarsi, con apertura al metodo delle primarie, potesse incoraggiare qualcuno, in primis nel suo partito ma ovviamente anche tra i suoi avversari, a credere che sia disposto a farsi eliminare dalla scena politica.

Il passo indietro non significa affatto un via libera ad una linea acriticamente montiana del Pdl, nell'illusione di favorire l'alleanza con Casini. Oltre allo shock della sentenza, a Berlusconi non è senz'altro sfuggito che il suo passo indietro non ha affatto sortito gli effetti sperati sugli ipotetici intelocutori per il rassemblement dei "moderati", su tutti Casini e Montezemolo. Anzi, entrambi hanno stretto ulteriormente la morsa sul Pdl: Casini confermando di voler proseguire sulla sua strada con una "lista per l'Italia" e Montezemolo stringendo l'alleanza con il mondo di Todi. Il significato è fin troppo chiaro: il Pdl può anche diventare più montiano di Monti e il Cav sparire per sempre in Kenya o chissà dove, ma nulla potrà mai accontentarli se non la totale liquefazione del Pdl. L'obiettivo finale è sì l'unità dei moderati, ma completamente deberlusconizzata. Anzi, antiberlusconiana. Il che è chiaramente inaccettabile per Berlusconi. Sia pure con due diverse operazioni centriste, lo scenario a cui lavorano Casini e Montezemolo è quello di un pezzo maggioritario del Pdl che rompe con il suo fondatore, e che si consegna mani e piedi al progetto neocentrista. A quel punto Berlusconi e i suoi fedelissimi non potrebbero far altro che dar vita a un nuovo partito berlusconiano, rancoroso e populista, e gli ex An farebbero altrettanto, un nuovo partito di destra, non potendo certo morire democristiani, ma entrambi sarebbero condannati all'isolamento. Questo il disegno contro cui Berlusconi si è scagliato nella conferenza stampa di sabato.

Consapevolmente o meno molti esponenti del Pdl, pensando al seguito della propria carriera politica, sono invece allettati da questa prospettiva e il segretario Alfano è esposto a tali sirene. Il rischio che corrono, ovviamente, è di venire usati in funzione antiCav e poi gettati, come è capitato a Fini.

In questa partita a scacchi c'entra poco la "responsabilità" nei confronti del governo Monti. Anche il Pdl, come il Pd, ha sostenuto tutti i provvedimenti dell'attuale esecutivo. E anche il Pd non ha mai rinunciato a criticarlo e a porre i propri paletti. Sembra quasi, però, che al centrosinistra di Bersani si perdonino le intemperanze demagogiche e la voglia nemmeno tanto velata di archivhiare in fretta l'agenda e la figura stessa di Monti (vedi dichiarazioni di Fassina e Vendola), mentre al Pdl si richiede di starsene buono, appiattito sulle misure del governo tecnico, perché se osa alzare il ditino allora scatta l'accusa di populismo, di irresponsabilità. Se il Pd di Bersani punta i piedi sui tagli alla spesa – alla sanità, alla scuola e agli enti locali – e se insieme al sindacato è riuscito a svuotare la riforma del mercato del lavoro sull'articolo 18, non si capisce perché il Pdl e Berlusconi non dovrebbero porre istanze sul fisco, sull'Imu o sull'Iva. E quale sede più appropriata della legge di stabilità, cioè il principale atto di politica economica, per dimostrare di esserci?

Può apparire contraddittorio, ma il Pdl non potrebbe tenere in piedi una linea responsabile sul governo Monti e l'Europa, al tempo stesso senza appiattirsi totalmente sulle misure, tra l'altro non impeccabili, del governo?
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Wednesday, October 10, 2012

Basta bluff incrociati: primarie aperte per un centrodestra "all'americana"

Non è la prima volta che l'ex premier si rende disponibile a farsi da parte pur di riunire quelli che chiama i "moderati", ma forse mai in modo così esplicito. E, soprattutto, a differenza che in altri momenti, oggi ci troviamo davvero nei minuti di recupero. Non solo per il Pdl, anche per gli altri attori che da anni puntano a raccoglierne l'eredità ma che, sempre più vicini all'ora "X", appaiono impreparati.

Quello di Berlusconi, dunque, è sì ancora tatticismo, ma non va confuso con l'inganno. La disponibilità a farsi da parte, a non ricandidarsi, è reale, ma condizionata a sua volta alla disponibilità degli altri a riunire il centrodestra. A questo punto, la logica vorrebbe che chi ha posto la condizione del passo indietro del Cav, vedendola soddisfatta, si sieda almeno al tavolo della trattativa. Perché, invece, gli attori cui si rivolge il Cav non vanno a vedere le sue carte? Cosa ancora impedisce un rassemblement del centrodestra? E se a bluffare non fosse (solo) Berlusconi, ma quanti fino ad oggi hanno insistito nel chiedergli un passo indietro?

Forse qualcuno preferisce curare il proprio orticello, lucrare sulla propria piccola rendita di posizione, piuttosto che mettersi in gioco in un progetto più vasto, inclusivo. Il tempo stringe, ma sembra che nessuno dei soggetti di area centrodestra – vecchi e nuovi – intenda abbandonare i tatticismi e giocare a carte scoperte. Casini sa che i delusi da Berlusconi resterebbero a casa o voterebbero Grillo piuttosto che consegnarsi a lui e a Fini. Non devono essere esaltanti i sondaggi, se Montezemolo ha deciso di non candidarsi a capo della sua lista. Senza leader, e ancora troppo elitario, anche il movimento Fermareildeclino ad oggi non può realisticamente pensare di andare molto oltre la soglia di sbarramento.

Eppure, ciascuno con le proprie debolezze e inadeguatezze, tutti sembrano attratti dal tanto peggio tanto meglio: meglio aspettare in riva al fiume che passi il cadavere del Pdl per grattargli qualche punto percentuale, piuttosto che rischiare di rianimarlo accettando di trattare con Berlusconi per rifondare il centrodestra. Al momento la realtà è che il Pdl è in coma profondo, ma i vecchi (Udc) e nuovi (IF e FiD) soggetti non sembrano rappresentare alternative davvero in grado di "coalizzare" una massa critica di elettori di centrodestra. Comprensibile che i nuovi non vogliano accompagnarsi ai vecchi e agli screditati personaggi politici, ma il rischio è che nessuno da solo riesca a toccare quota 20%. E con un Pd più Vendola verso il 30 e oltre sarebbe poi difficile immaginare di vincere le elezioni, o anche solo "scippare" la vittoria a Bersani per un Monti-bis.

È in questo scenario che a salvare il salvabile ci proverebbe, ancora una volta, Berlusconi. Che sarebbe più convincente se invitasse chi ci sta ad organizzare subito primarie apertissime (ovviamente annunciando di non voler correre) per la leadership del futuro centrodestra, in un'ottica "fusionista", guardando al modello americano. I suoi interlocutori, anche quelli nel Pdl, sarebbero messi con le spalle al muro: sfumata la possibilità di ereditare alcunché o di ergersi sulle macerie altrui, sarebbero costretti a sottoporsi al giudizio degli elettori come leader del nuovo centrodestra o a tacere per sempre.
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Tuesday, October 09, 2012

Dove cascano gli asini/2

E gli asini sono cascati veramente: gravemente insufficiente. E' il voto della Ragioneria generale dello Stato alla copertura finanziaria prevista dall'articolo 5 della controriforma delle pensioni "Damiano e altri". Altro che i 5 miliardi in 5 anni che qualche irresponsabile ha messo nero su bianco. Si tratta di 17 miliardi, o addirittura di 30 nei prossimi 10 anni. Al di là della cifra esatta una cosa è certa: gli oneri «sarebbero di rilevante entità», tali da compromettere, «sia sul piano finanziario sia sul piano degli obiettivi di innalzamento dell'età media di pensionamento», non solo gli effetti della riforma del 2011 ma anche di tutte quelle degli ultimi dieci anni. Riforme che come osserva l'Fmi pongono l'Italia «nella situazione migliore nel fronteggiare la pressione derivante dall'aumento della spesa previdenziale nei prossimi 20 anni».

In particolare, osserva la Ragioneria, «il reperimento nel settore giochi di ulteriori risorse, rispetto a quelle già previste, presenta un margine troppo elevato di aleatorietà, considerato anche che ulteriori elevazioni del livello di tassazione potrebbero determinare effetti dissuasivi sul gioco stesso».

Purtroppo alla cialtronata hanno partecipato tutti i partiti, dimostrando che quando parlano di "agenda Monti" non sanno cosa dicono. O meglio, hanno in mente solo una comoda zatterona su cui farsi traghettare nella prossima legislatura senza alcuno sforzo programmatico né di rinnovamento. Mentre sanno dare prova di «coesione» solo quando si tratta di tentare di smontare quelle poche riforme portate a casa dal governo Monti. L'unanimità a sostegno della controriforma dimostra inoltre che anche nel centrodestra (Pdl, Lega, Udc), come nel Pd, la maggior parte di coloro che criticano Monti lo fanno da una posizione statalista ed assistenzialista.

Le situazioni dei cosiddetti "esodati" vanno analizzate caso per caso, come sostiene la Fornero e come ha fatto, persino con troppa generosità, il governo. Chiunque proponga di affrontare il problema generalizzando la soluzione (tutti in pensione!), in realtà mira a smontare la riforma Fornero e a caricare i costi della controriforma sulle spalle dei lavoratori, con aumenti contributivi o ulteriori tasse, che soffocherebbero ulteriormente l'economia producendo più disoccupati. Il tutto per garantire ai cinquantottenni buoneuscite e pensioni che le generazioni future non vedranno nemmeno a settant'anni. Un vero e proprio crimine politico, questo sì, contro cui dovrebbero scendere in piazza giovani, studenti e meno giovani, quarantenni, se non fossero indottrinati dalla paccottiglia socialistoide delle scuole e università pubbliche e dei media.

Monday, September 10, 2012

Il Monti-bis e i partiti alle misere manovre

Gli ultimi dati Istat indicano che il nostro Pil quest'anno sta precipitando verso un rovinoso -3%. Il calo nel II trimestre è stato dello 0,8%, -2,6% se confrontato con il II trimestre 2011. Nel 2012 abbiamo già acquisito una perdita del 2,1%. Per mantenerci entro il -2,5% la caduta dovrebbe quasi arrestarsi nei prossimi due semestri, ma nulla fa pensare che sarà così. I dati dei consumi parlano chiaro: la spesa delle famiglie italiane nel II trimestre è scesa del 3,5% (-10,1% gli acquisti di beni durevoli, -3,5% i non durevoli, -1,1% i servizi). Solo cinque mesi fa il governo stimava un calo del Pil annuo dell'1,2%. Delle due l'una: o ha colpevolmente sottovalutato gli effetti depressivi delle sue politiche, oppure ha consapevolmente tentato di nascondere la realtà.

Sia come sia, questi dati confermano che lo scudo anti-spread messo a punto da Draghi non risolve da solo i problemi dell'Italia. La sfida resta quella di trovare una politica credibile per abbattere il debito senza deprimere l'economia, risultato a cui invece ci sta portando la ricetta Monti. Su questo dovrebbe vertere la campagna elettorale alle porte, ma i partiti sembrano piuttosto concentrati sulle alchimie politiche. Il Pdl in queste prime fasi risulta non pervenuto, incapace di iniziativa politica, paralizzato in attesa della decisione di Berlusconi sulla sua ricandidatura. A onor del vero, una proposta concreta per abbattere il debito l'ha elaborata, ma leadership e personale politico non rinnovati non la rendono credibile.

Per il Pd il governo tecnico è servito a "cacciare" Berlusconi e a varare decisioni impopolari, un intermezzo necessario a preparare la presa del potere. Bersani scalpita, vede Palazzo Chigi a portata di mano e scalda i motori della sua gioiosa macchina da guerra 2.0, che lo fa assomigliare a Occhetto nonostante lui si creda Hollande. Si dice pronto, davanti all'Italia e al mondo, ad assumersi la responsabilità di governare, ma per ora si barcamena, cercando di scacciare i fantasmi di Monti e Renzi. La campagna del giovane sindaco di Firenze è per lo più rivolta al rinnovamento interno, non si capisce ancora in che direzione guiderebbe il Paese. Ma dal Pd non servono tante parole, sappiamo cosa aspettarci: rigore a base di tasse, quindi depressivo, e tentativo di rilancio con investimenti pubblici nelle ristrette pieghe del bilancio. Il piano l'ha svelato D'Alema qualche giorno fa: arrivare primi e convincere Casini a governare con Vendola.

Casini spera invece di convincere il Pd a sostenere un Monti-bis. E' più interessato alle formule, a rafforzare la sua rendita di posizione, sperando in un risultato elettorale incerto che disponga i due poli a farsi guidare verso il centro. Crede che come programma basti una generica evocazione dell'"agenda Monti" e come rinnovamento una sorta di Udc allargata a qualche esponente della società civile (Marcegaglia, Bonanni) e a qualche ministro "tecnico" (Passera, Riccardi). Ma che credibilità avrebbero personaggi che accettassero di "intrupparsi" senza chiari impegni al cambiamento, né programmatico né di apparato? «La pesca a strascico di Casini e i docili tonni della società civile», è il duro attacco di Montezemolo via Italia Futura.

Prende le distanze dall'Udc anche Fermareildeclino, le cui proposte sono tra le più chiare e condivisibili. Ma restano l'incertezza su leadership e personale politico (come per Italia Futura) e il rischio che un certo antiberlusconismo viscerale che contraddistingue Giannino & Co possa apparire troppo colpevolizzante per gli elettori che in Berlusconi hanno creduto e che FilD con la sua agenda mira a conquistare.

Quanto a Monti, il premier ha osservato nei giorni scorsi che «l'Italia ha bisogno di un governo politico», ma in un modo che non sembra escludere una continuazione della sua esperienza, a suo giudizio tutt'altro che "tecnica". Il professore però continua a giocare da riserva della Repubblica: disponibile a tornare a guidare il Paese "su richiesta" dopo il voto, se i partiti lo chiameranno di nuovo, o per l'impossibilità di formare una maggioranza o per il peggioramento del quadro economico. Rispetto ad un governo Bersani-Vendola, l'ipotesi Monti-bis è senz'altro il male minore. Ma se spuntasse come opzione residuale per superare uno stallo post-elettorale rischierebbe di fungere da zattera di salvataggio dei vecchi partiti, senza un mandato forte per le riforme necessarie. Un conto è un premier calato dall'empireo per uno scorcio di legislatura; tutt'altro all'inizio di una nuova, sostenuto tra i mal di pancia di chi si sente scippato della vittoria elettorale e di chi è tentato di svolgere fino in fondo il ruolo dell'opposizione per recuperare i consensi perduti. Se Monti dev'essere, che gli italiani trovino il suo nome sulla scheda e che le forze politiche si riposizionino di conseguenza.

Tuesday, September 04, 2012

Alternative a Bersani-Vendola cercasi. Fate presto

Anche su L'Opinione

D'accordo, abbiamo passato un agosto relativamente tranquillo. Lo spread non ha fatto troppo le bizze e la Borsa ha chiuso il mese sopra i 15 mila punti. Niente tempesta di Ferragosto, anche gli speculatori sono andati in vacanza. Ma la crisi non è finita. Ce lo ricordano i dati Istat sull'occupazione, ancora in calo, quelli sul mercato dell'auto (negativi non solo in Italia) e le stime di Confcommercio sui consumi, nel 2012 calo del 3,3% con possibile chiusura di 150 mila attività commerciali. A settembre, dunque, si torna a fare sul serio ed è l'ora delle decisioni. I mercati sono in attesa di verificare i meccanismi di stabilità finanziaria che l'Europa si è impegnata a mettere in campo. Per quanto riguarda l'Italia, il governo è chiamato a fissare l'agenda per mettere a frutto i suoi ultimi mesi e a decidere sulla richiesta di aiuti Ue, mentre in vista delle elezioni del 2013 il mondo politico deve cominciare a dare risposte credibili per il dopo-Monti.

In particolare, chi è interessato a evitare un governo Bersani-Fassina-Vendola deve darsi una mossa, mettere da parte ambizioni, o piuttosto velleità personali, per offrire al paese un'alternativa credibile. La situazione appare molto simile a quella del '93-'94: c'è una gioiosa macchina da guerra che non vede l'ora di mettere le mani sull'intero bottino (forte è la tentazione di scaricare sul Pdl le colpe di un mancato accordo di riforma della legge elettorale e tornare al voto con il "porcellum"); gli italiani provano nausea per i vecchi partiti e non si fidano di Bersani, l'Occhetto dei nostri giorni; il 40% circa dell'elettorato si dichiara indeciso e una grossa fetta è in attesa di un'offerta politica nuova. Solo che non si profila all'orizzonte un leader con una sufficiente capacità d'aggregazione, come fu Berlusconi nel '94.

Il Pdl non è riuscito a rilanciarsi e il tempo sta scadendo, o è già scaduto. Qualche timido passo l'ha mosso nelle settimane scorse, ma troppo poco. È immobile e continuamente risucchiato nell'eterno tramonto del suo leader, caratterizzato dall'indecisionismo su tutto: candidatura, sostegno a un Monti-bis, legge elettorale, linea economica, politica europea. Casini ha già avuto dimostrazione alle amministrative che i voti in uscita dal Pdl difficilmente prendono la strada dell'Udc. Il suo piano di sostituirsi a Berlusconi come federatore di una rinnovata area moderata e di centro non sembra avere molte chance. Rischia di restare appeso ad un 6-7%, lusinghiero e sufficiente per mantenere la sua rendita di posizione ma non per determinare rivoluzioni nel campo moderato. Poi ci sono i "nuovi" - Grillo, Italia Futura e i liberisti di "Fermare il declino" - che giustamente rifiutano di accompagnarsi ai "vecchi" e puntano non all'ennesimo partitino, ma a rappresentare un'offerta politica maggioritaria, almeno nel loro campo. Tradotto in voti: almeno un 20%. Pdl, Udc, Italia Futura e anti-declinisti sono tutti in corsa per lo stesso settore dell'elettorato: quello deluso dal centrodestra berlusconiano ma che rifiuta di "buttarsi" tra le braccia della sinistra-sinistra di Bersani. Tutti rischiano di fallire: i primi due perché percepiti come "vecchi", i "nuovi" perché nonostante gli ottimi propositi potrebbero apparire movimenti troppo elitari, intellettuali.

Da una parte è comprensibile, e positivo, che ciascuno voglia giocare la sua partita; dall'altra il rischio è che nessuna di queste offerte ottenga il consenso necessario a imporsi come forza egemone. Il liquefarsi, o l'eccessiva frammentazione dell'offerta politica nel campo del centrodestra rischia di spianare la strada all'esito che davvero in pochi nel paese si augurano - praticamente il solo Bersani, che si crede l'Hollande italiano. Uniti o divisi questi soggetti dovranno saper mobilitare il blocco elettorale dell'ex centrodestra, per determinare almeno le condizioni per un Monti-bis che ci salvi da una deriva greca.

Thursday, August 09, 2012

Partiti alle grandi manovre: il Pd rinnega l'agenda Monti, il Pdl vuole integrarla

Mentre il governo si prepara per gli esami di riparazione a settembre, studiando nuovi "compiti a casa" che avrebbe dovuto per lo meno iniziare a svolgere nove mesi fa, i partiti scaldano i motori per la competizione elettorale del 2013 e le loro strade, confluite temporaneamente nel sostegno a Monti, iniziano a divergere con sempre maggiore evidenza. Con la carta d'intenti di alcuni giorni fa, e con le interviste di ieri di Bersani e Fassina, il Pd si allontana sempre di più dalla cosiddetta "agenda Monti", mentre con la proposta per l'abbattimento del debito il Pdl si mostra più intento ad integrarla, forse nel tentativo di "agganciarsi" al professore per riguadagnare la credibilità perduta negli anni di governo. Il sogno di Casini, invece, è dar vita ad una sorta di "lista Monti" e di sostituirsi definitivamente al Pdl nel ruolo di rappresentante dei "moderati".

Al Sole 24 Ore il segretario del Pd ha giurato «lealtà al governo Monti», «lealtà verso il grande obiettivo europeo» e responsabilità sui conti pubblici. Quanto all'"agenda Monti", cioè a quell'insieme di riforme strutturali in parte avviate in parte da avviare, il discorso è ben diverso. Per Bersani la continuità con Monti sta nel fine – l'Europa e l'euro – non nei mezzi, nelle politiche per raggiungerlo. I patti e gli impegni assunti vanno certamente rispettati, «finché non si cambiano e migliorano». Un modo per dire che il Pd si impegnerebbe innanzitutto per ricontrattare i patti esistenti come il fiscal compact.

Mentre il governo Monti sembra deciso ad imboccare, alla ripresa di settembre, la strada dell'abbattimento del debito e di ulteriori tagli alla spesa pubblica, per il Pd si è già tagliato abbastanza e la priorità è la crescita, da rilanciare attraverso due vie: investimenti pubblici, a livello comunitario e nazionale, cioè ulteriore spesa che ammorbidendo i vincoli europei di bilancio non andrebbe conteggiata nel rapporto deficit/Pil; e redistribuzione, una tassa patrimoniale il cui gettito verrebbe "redistribuito", in termini di minori imposte, a imprese e lavoratori. Voglia di retromarcia, invece, almeno parziale, in due dei capitoli già affrontati dal governo Monti: pensioni e lavoro. Il grande pallino di Bersani, poi, è la «politica industriale».
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Saturday, August 04, 2012

Il "Lodo" Draghi mette in fuori gioco il Pds Bersani-Vendola

(...)
Bazooka sì, quindi, ma nessuna scappatoia per Spagna e Italia: dovranno chiedere gli aiuti e fare le riforme. Sarebbe impensabile, infatti, far digerire ai tedeschi l'acquisto di bond da parte della Bce senza allinearsi alla loro politica di stringenti condizionalità. Condizionando il proprio intervento alla richiesta di soccorso ai fondi salva-stati, quindi all'iniziativa dei leader politici dei paesi interessati, la Bce mantiene le mani libere: nessun acquisto sarà automatico o "dovuto". Un margine di incertezza che responsabilizza sia i mercati sia i politici, e che soprattutto preserva la funzione di stimolo, di pressione sui governi, esercitata dai mercati attraverso lo spread (nella cui efficacia Berlino crede fermamente).

Le condizioni che si vanno delineando per l'attivazione dello scudo anti-spread – richiesta formale e firma del memorandum – sembrano mettere in fuori gioco l'alleanza elettorale Pd-Sel, il nuovo Pds ("Polo della speranza"), a cui sta faticosamente lavorando Pierluigi Bersani. La "Carta d'intenti" del Pd (un'analisi approfondita è uscita su queste pagine due giorni fa), che getta le basi per l'intesa programmatica tra i due partiti, è un manifesto di discontinuità, nemmeno troppo sfumata, rispetto all'"agenda Monti". Certo, l'Europa è il «nostro posto», non c'è alcuna strizzata d'occhio alle pulsioni antieuro, ma Bersani è convinto di poter restare ancorato alla visione di un'Italia saldamente nell'euro, con un ruolo da protagonista nell'Ue, attuando politiche da sinistra novecentesca. Gli "intenti" del Pd, sommati a quelli ancor più esplicitamente anti-montiani enunciati da Vendola, delineano un'alleanza che esprime una politica di sinistra "identitaria" per fare il pieno di voti a sinistra, pronta eventualmente a contaminarsi con le istanze montiane dell'Udc dopo il voto, se necessario per formare una maggioranza parlamentare. Ma in questo modo rischiando una riedizione dei conflitti interni all'Unione prodiana.

Un'alleanza siffatta sarebbe "unfit" a rispettare gli impegni eventualmente assunti dall'Italia con Ue e Bce a seguito della richiesta di attivazione dello scudo, che potrebbe essere avanzata già a settembre. Ecco perché il "lodo" Draghi (bazooka della Bce sì, ma a condizioni "tedesche") mette in fuori gioco la coppia Bersani-Vendola e aumenta invece le chance di un Monti-bis dopo il voto, l'unica prospettiva, al momento, che renderebbe credibile il rispetto degli impegni da parte del nostro paese.

Se dopo le parole di Draghi possiamo essere ragionevolmente ottimisti sullo scudo europeo, ora serve immediatamente uno scudo anti-spread italiano: un programma credibile e concreto per l'abbattimento, in tempi ragionevoli, dello stock di debito pubblico e una riduzione della spesa pubblica tale da permettere di ridurre gradualmente ma sensibilmente la pressione fiscale. Una proposta di abbattimento del debito è giunta nei giorni scorsi dal Pdl e finirà sul tavolo di Monti: un piano da 400 miliardi, il quadruplo di quello di Grilli (15-20 miliardi l'anno per 5 anni), per riportare il debito sotto il 100%.

Ma c'è uno strano spread tra Pdl e Pd: il Pdl soffre di scarsa credibilità, paradossalmente il Pd di troppa credibilità. Nel senso che il Pdl, pur avendo di recente formulato una proposta articolata e interessante per l'abbattimento del debito e la riduzione delle tasse, ha dimostrato al governo di non saper mantenere le proprie promesse e, anzi, di fare l'esatto contrario. Il Pd, al contrario, quando minaccia la patrimoniale, quando promette investimenti e dirigismo (quindi più spesa), quando parla di "redistribuzione" e di gestione pubblica dei "beni comuni", può essere creduto sulla parola, ma se lasciato fare ci porterebbe dritti in Grecia.
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Thursday, August 02, 2012

La carta degli stenti e il ritorno del Pds

A leggere con attenzione la "Carta d'intenti" del Pd, presentata martedì scorso da Pierluigi Bersani, viene da augurarsi che non si trasformi in una realtà di "stenti" per gli italiani. Di concreto s'intravede solo la patrimoniale («non si esce dalla crisi se chi ha di più non è chiamato a dare di più»), quindi più tasse, sullo sfondo della solita paccottiglia ideologica di paroloni "de sinistra" (uguaglianza, diritti, cittadinanza, partecipazione, pace, cooperazione, accoglienza).

Bisogna riconoscere però che il segretario del Pd si sta muovendo bene sul piano delle alleanze, preparando il suo partito a giocare in una posizione di perno centrale in una coalizione di sinistra-centro. Al netto dei balletti – Vendola scarica Di Pietro, ma anche no; apre all'Udc, ma anche no – la foto di Vasto si conferma l'alleanza elettorale a cui punta il Pd. Bersani ha incassato l'ok di Vendola alla sua carta d’intenti, quello a Di Pietro sembra un ultimo avvertimento (cambi i suoi toni o è fuori) e il veto di Nichi a guardare al centro sembra caduto. No alle politiche liberiste, difesa dell’articolo 18 e riconoscimento delle coppie gay le condizioni poste per un’intesa con Casini. Vendola auspica un "Polo della speranza". Speranza per chi non è chiaro, se per gli italiani, o se la loro di andare a Palazzo Chigi, ma di certo come acronimo è indicativo: Pds.

In particolare alcuni capitoli del "manifesto" sono emblematici dell'arretratezza ideologica a cui la linea Bersani condanna il Pd. La stessa lettura della crisi, colpa di un populismo «alimentato da un liberismo finanziario che ha lasciato i ceti meno abbienti in balia di un mercato senza regole», rende bene l'idea di quale sia il distacco dalla realtà degli autori. Si enunciano generici "intenti", come il lavoro «parametro di tutte le politiche», la «dignità del lavoratore da rimettere al centro», il «tasso di occupazione femminile e giovanile il misuratore primo dell’efficacia di tutte le nostre strategie». Per poi passare al concreto: si propone di «alleggerire» il peso fiscale sul lavoro e sull'impresa. Giustissimo, ma le risorse necessarie non si ottengono tagliando la spesa pubblica, riducendo il perimetro dello stato e delle sue articolazioni territoriali, il Pd vuole attingerle «alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari». Viene teorizzato un nuovo conflitto sociale: tra produttori e rendita finanziaria. Si troverebbero tutti dalla stessa parte, tra i produttori, «il lavoratore precario e l’operaio sindacalizzato, il piccolo imprenditore e l'impiegato pubblico, il giovane professionista e l'insegnante». Ma di tutta evidenza difficilmente queste categorie di lavoratori potrebbero sentirsi tutelate da una stessa, univoca politica economica. Contrastare la precarietà è uno degli obiettivi, da centrare «rovesciando le scelte della destra nell'ultimo decennio». In concreto, quindi, maggiore rigidità del mercato del lavoro, senza superare il dualismo tra outsider e iperprotetti, secondo lo schema Ichino.

Il problema delle diseguaglianze, che pure esistono nella nostra società, va risolto secondo il Pd nell’ottica di una mera «redistribuzione» della ricchezza. Si conferma, dunque, in antitesi con quella che è ormai la visione delle sinistre europee più moderne e liberali, un concetto di uguaglianza sorpassato, ma duro a morire nella sinistra italiana, secondo cui la vera uguaglianza è quella delle posizioni di arrivo, non di partenza: risuona forte la condanna, morale e politica, per «ricchezze e proprietà smodate che si sottraggono a qualunque vincolo di solidarietà». Così come si coltiva ancora l'illusione che si possa «redistribuire» ancor prima di aver creato ricchezza: «La giustizia sociale non è pensabile come derivata della crescita economica, ma ne fonda il presupposto».

Si scrive «sviluppo sostenibile» ma si legge dirigismo... la proposta è «una politica industriale "integralmente ecologica"». Poco più avanti ecco spiegato cosa si intende per «politica industriale»: è il governo che individua «grandi aree d'investimento, di ricerca, di innovazione verso le quali orientare il sistema delle imprese». Resta da capire come sia conciliabile, dal punto di vista logico prima che politico, ritenere che l’economia abbia bisogno di essere "orientata" e allo stesso tempo che occorre puntare su qualità spiccatamente italiane come «il gusto, la duttilità, la tecnica e la creatività», che hanno invece bisogno del massimo della libertà per esprimersi.

Il capitolo sui cosiddetti «beni comuni» non lascia dubbi: nel Pd il mercato viene ancora vissuto come un intruso molesto. Sanità, istruzione, sicurezza e ambiente sono «beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti». In questi ambiti, pare di capire, non c'è spazio per operatori privati. Maggiore tolleranza per l’iniziativa imprenditoriale in altri settori, ma sempre sotto il rigido e occhiuto controllo statale: «L’energia, l’acqua, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo». E non manca, ovviamente, il richiamo ai «referendum della primavera del 2011» (nucleare e acqua). Per il resto, si parla genericamente di «agganciare la crescita in un quadro di equità», si proclama che «il nostro posto è in Europa». Ma nessun impegno sull'"agenda Monti", che viene brevemente citato per aver avuto «l'autorevolezza di riportarci in Europa».
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Thursday, July 26, 2012

Fate presto: solo Monti può salvarci da Bersani

Anche su L'Opinione

La gioiosa macchina da guerra 2.0 scalda i motori, scalpita, non vede l'ora di prendersi tutto il bottino, non pensa minimamente di condividerlo. Altro che Monti-bis, sarà un governo al 100% politico, con Bersani che si sente Hollande (e D'Alema e Casini che sognano il Colle). La tentazione di andare al voto anticipato a novembre è sempre più forte, straripante nel Pd. Bisogna anticipare imprevisti, colpi di scena, come quello che nel '94 li fece rimanere a bocca asciutta. E tra le motivazioni inconfessabili, non ultima la possibilità di far saltare i tagli alla spesa allo studio e quelli già decisi la cui attuazione è prevista entro fine anno (pubblico impiego, ma anche la riduzione dei parlamentari). D'altra parte, e sono gli argomenti "presentabili", i mercati non danno respiro nemmeno al governo tecnico e soffrono l'incertezza politica. Poi vedete, cari Monti e Napolitano, com'è inaffidabile il Pdl – che vota in ordine sparso sul fiscal compact, sabota le riforme con il semipresidenzialismo e ricandida Berlusconi? Ci vuole una maggioranza «univoca».

Ma il presidente Napolitano ha avvertito che non si va al voto senza una nuova legge elettorale. Per questo il Pd la vorrebbe prima della fine dell'estate, mentre il Pdl non ha alcuna fretta. Bersani ha definito «stravagante» discutere di voto a novembre, ma non l'ha nemmeno escluso: «A settembre-ottobre vediamo com'è, non sappiamo come passiamo agosto». Più che un indizio: subito la legge elettorale, «poi si vede», cioè da quel momento in poi l'opzione/ricatto delle urne sarebbe esercitabile a seconda della convenienza.

In atto il tentativo – da capire se con o senza il concorso di Napolitano e Monti – di marginalizzare il Pdl, presentandolo come forza irresponsabile, inaffidabile oggi con Monti, figuriamoci in una eventuale grande coalizione che dovesse rendersi necessaria in futuro. Lo schema è quello di una sorta di nuovo "arco costituzionale": il Pd come perno, con alleati di governo l'Udc alla sua destra o Vendola e Idv a sinistra, o entrambi se disponibili alle "larghe intese". Questa per Bersani l'area del «patto progressisti-moderati» per uscire dalla crisi, mentre il Pdl rientra tra i «populismi». In queste ore, e nelle prossime settimane, si farà di tutto per enfatizzare le presunte prove di irresponsabilità del Pdl, che dovrebbe quindi evitare di offrire pretesti, nella speranza di rinsaldare il patto con l'Udc, che però, come ha fatto capire ieri Casini, non ci starebbe a reggere il moccolo al Pd senza Pdl in una coalizione sbilanciata a sinistra.

Ma è ingenuo, o in malafede, chi crede che il Pd sia un affidabile prosecutore della cosiddetta "agenda Monti", sulla quale Bersani continua a mostrarsi evasivo e in totale stato confusionale, come mostrano il suo intervento al convegno di ieri e l'attacco al cuore della spending review, indicando nei due settori più "spendaccioni", enti locali e sanità, i «2-3 punti da cambiare».

Ad allarmare i mercati più dell'incertezza sul futuro politico del paese è solo la quasi-certezza di un governo egemonizzato dalla sinistra politica e sindacale (le cui spinte Casini non riuscirebbe a controbilanciare). Ma è proprio questo lo scenario verso cui stiamo precipitando con le mosse di Bersani-D'Alema-Casini, e stante l'estrema debolezza del Pdl e l'assenza di nuove offerte politiche nel centrodestra. Bisogna darsi una mossa, o c'è il rischio di non dare ai cittadini una vera alternativa al governo Bersani-Camusso, nemmeno quella di un Monti-bis. Rompa gli indugi il Pdl, escano allo scoperto i "montiani" del Pd e l'Udc, si facciano vive nuove offerte politiche liberali, se ci sono, si mobilitino le forze produttive, ma bisogna chiedere a Monti di restare, e di candidarsi, se si vuole arrestare la gioiosa macchina da guerra 2.0.

Wednesday, July 25, 2012

Ci salvi chi può da Bersani

Due i dati politici emersi dal convegno "Italia 2013" che si è tenuto oggi pomeriggio alla Camera.
1) secondo Casini del patto progressisti-moderati, che dovrebbe continuare anche nel 2013, dovrebbe far parte anche il Pdl, mentre per Bersani no, la disponibilità del Pd alle larghe intese tra progressisti e moderati si ferma all'Udc. S'incrina l'intesa che il Pd credeva di avere in pugno con l'Udc?

Dice Casini che «se un patto va sottoscritto è quello di fare le persone serie. I partiti che hanno appoggiato Monti, anche chi non è qui come il Pdl, hanno mostrato responsabilità nei confronti del Paese. Su questo patto di serietà e responsabilità dobbiamo continuare per il futuro, perché non vedo alternative per l'Italia». No, quindi, a «coalizioni ottenute sommando di tutto pur di arrivare al 51%». Ma Bersani si è detto «non del tutto d'accordo» con Casini, perché a suo avviso «serve una maggioranza politica univoca, che prende una strada e la percorre fino in fondo». Già, la strada per la Grecia. Fino in fondo.

2) Bersani è completamente in stato confusionale, fuori dalla realtà, "unfit" per costituzione mentale a guidare il Paese, un caso pietoso. I lanci d'agenzia sul suo intervento sono davvero imbarazzanti. Qualcuno, meglio se del suo partito, dovrà spiegargli che non può candidarsi a premier. I mercati non lo farebbero nemmeno avvicinare al Quirinale per l'incarico.

E' evasivo sull'"agenda Monti", su cui divaga con frasi senza senso («l'ordito da cui non possiamo uscire è l'Europa»), e non ha la minima idea delle prorità che lo aspettano alla guida del Paese. Un po' per sfuggire alla concretezza dei temi economici e un po' per darsi un tono, parla di «scelte sul piano tecnico ed economico ormai spiattellate», di «rilancio culturale», di una «riunione a porte chiuse con venti filosofi e un po' di storici»; avverte che «sta venendo meno una materia prima, quella della solidarietà», che «il vero spreco è la disuguaglianza» e che «se non ci mettiamo dentro un po' di equità perdiamo il controllo della situazione»; confida che se toccasse a lui governare «la prima cosa che faccio non è economica, ma dire che un figlio di immigrati è italiano». Insomma, oggi la supercazzola di Bersani ha toccato vette mai raggiunte prima, difficilmente imitabili anche per il Crozza più in forma.

Tuesday, July 24, 2012

Smascherato il bluff-Italia

Per capire perché la ricetta Monti non sta funzionando, non riesce a sortire gli effetti sperati, "sganciando" il nostro destino da quello di greci e spagnoli, in questo articolo di Alberto Bisin, su la Repubblica, c'è tutto quello che serve. L'errore fatale sta nel tipo di rigore imposto al Paese, perché «c'è rigore e rigore», ma soprattutto ci sono le formidabili resistenze del sistema Italia, delle sue caste, al cambiamento. Riassumendo: bluff Italia, come ripeto da mesi.

Il governo Monti, osserva Bisin, «ha agito soprattutto sulle entrate pubbliche, aumentando in modo sostanziale il carico fiscale, che già era tra i più alti al mondo. Questo non può che aver contribuito a soffocare un'economia che già da anni boccheggiava». L'economista spiega quindi che tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse non hanno lo stesso effetto recessivo, ma i primi hanno un impatto decisamente minore perché la spesa pubblica è per lo più (soprattutto in Italia) improduttiva:
«... una diminuzione della spesa pubblica dello stesso ammontare dell'incremento delle entrate avrebbe avuto identici effetti sulla domanda aggregata. Ma questa è proprio la ragione per cui l'analisi di domanda aggregata è limitata e sostanzialmente errata: le tasse distorcono direttamente l'attività produttiva mentre la spesa pubblica è in larga parte improduttiva (non è sempre così, ma in Italia lo è). In altre parole, a limitare la spesa abbassando le tasse (o non alzandole) si liberano risorse, perché la torta non è fissa».
Riguardo al sistema Italia, cioè alle sue istituzioni fondamentali (politica, giustizia, sanità e istruzione pubbliche, industria, mercato del lavoro), che «appaiono corrotte all'interno», è ormai chiaro ai nostri creditori che «nulla di sostanziale sta cambiando nella struttura istituzionale del Paese». Insufficienti le riforme, meri palliativi o al massimo timidi correttivi: «E' come se il governo avesse chiesto al Paese di trattenere il fiato per un po', per fingere una pancia piatta: non può durare e non inganna nessuno». Occorrono, invece, scelte nette che trasmettano l'idea di un cambiamento vero, «irreversibile». Bisin fa solo un esempio, ma significativo: invece di dare alla Rai un nuovo presidente, privatizzarla.

Ora, se anche riesce il miracolo di un Monti-bis, quindi di non vederci governati direttamente dal duo Bersani-Casini (sotto ricatto della sinistra politica e sindacale), un governo sostenuto da una grande coalizione dei vecchi partiti riuscirebbe a compiere le scelte nette che ci servono, o al massimo riuscirebbe a gestire alla meno peggio l'esistente, come sta facendo oggi Monti? Sarà un caso che le forze che già si vedono trionfanti al governo insieme, Pd e Udc, sono tentate di anticipare il voto in autunno, quando la maggior parte dei tagli alla spesa hanno scadenza, cioè devono essere attuati, entro fine anno?

Wednesday, May 30, 2012

Alfano raddoppia la posta ma dal Pd solo silenzi

Ieri con una lettera al Corriere della Sera, e la sera prima a Porta a Porta, Angelino Alfano ha rilanciato sulla proposta presidenzialista. Oltre al doppio turno - sistema elettorale da sempre in cima alla lista dei desideri dei Ds prima e del Pd poi - ha messo sul tavolo un'altra pietanza per ingolosire gli avversari. Con l'ok all'elezione diretta del presidente della Repubblica, il Pdl sarebbe disponibile ad una nuova legge sul conflitto di interessi. Un vero e proprio baratto politico, ma stavolta "alto" nel metodo (perché alla luce del sole) e nei contenuti (l'architettura istituzionale). Ma la carta di regole più stringenti sul conflitto di interessi, per controbilanciare i maggiori poteri formali in capo ad un presidente eletto direttamente, suona anche come un messaggio implicito al Pd, in modo da sgombrare il campo da ogni alibi: Berlusconi non si candiderebbe al Colle, anche se ovviamente orgoglio e dignità politica gli impediscono di dare soddisfazione pubblica ai suoi avversari storici.

Alla luce della debàcle alle amministrative, e degli ultimi sondaggi, il Pdl ha davvero pochi margini di bluff. Alla mossa presidenzialista si può solo rimproverare di essere disperata e tardiva. Troppo per sperare di andare a buon fine. Soprattutto dopo il voto locale, infatti, il Pd sente di avere la strada spianata verso Palazzo Chigi con qualsiasi sistema elettorale, quindi non vede alcun interesse nel concedere all'avversario, oggi ridotto all'angolo, di condividere il merito di un risultato politico storico come sarebbe la riforma costituzionale in senso presidenzialista. E tra i due partiti chi in questo momento può permettersi di irrigidire le proprie posizioni, non percependo affatto come un dramma l'eventualità di rivotare con il Porcellum (anzi, forse essendone tentato), è il Pd, non certo il Pdl.
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Tuesday, May 08, 2012

Si apre una prateria nel centrodestra

A mente fredda, dati alla mano, è possibile farsi un'idea più ponderata di cosa è accaduto in queste elezioni amministrative. Partiamo dai dati. Su 26 comuni capoluogo, 7 sono assegnati al primo turno: 3 al centrosinistra (La Spezia, Pistoia, Brindisi), 3 al centrodestra (Gorizia, Lecce, Catanzaro) e 1 (Verona) alla Lega, anche se l'affermazione di Tosi è personale e la coalizione che lo sostiene è di centrodestra. E' un caso particolare, e per molti versi emblematico, su cui torneremo. Ballottaggio per gli altri 19 comuni capoluogo: solo in 11 di essi il Pdl riesce a portare i propri candidati al secondo turno; l'Udc accede al ballottaggio in 6 comuni, in 4 al posto del Pdl e in 2 al posto del centrosinistra. In due casi ad affrontare il centrosinistra non saranno né Pdl né Udc/Terzo polo, ma a Parma il movimento di Grillo e a Belluno un'aggregazione di liste civiche.

Il tracollo del Pdl è innegabile, aggravato da alcune scelte suicide come a Verona e a Palermo. In alcune città lo troviamo su percentuali scioccanti, ridotto ai minimi termini: a Verona passa dal 28% del 2007 al 5%; a Genova dal 29 al 9; a Parma dal 47 al 5; a Palermo dal 25 all'8. In altri comuni capoluogo invece tiene, con percentuali intorno al 20%, e riesce a portare i propri candidati ai ballottaggi. Evidentemente paga la corsa in solitaria - mentre i risultati modesti del Pd si confondono all'interno di ampie e variabili coalizioni di centrosinistra - e certamente l'appoggio al governo Monti. Ma direi che paga soprattutto il fallimento dell'esperienza di governo. I suoi elettori gli hanno messo in conto non solo l'ultima parentesi, dal 2008 al 2011, bensì tutti i 17 anni dell'era berlusconiana, durante i quali è stata a più riprese tradita la promessa di cambiamento, economico e istituzionale, la cosiddetta "rivoluzione liberale", su cui le coalizioni berlusconiane avevano raccolto i loro consensi.

Recuperare la credibilità sarà difficile, ma il Pdl ha di fronte a sé una sola strada: una solenne operazione verità e "mea culpa" con i propri elettori e facce nuove. Dovrà dimostrare con i fatti che al suo interno c'è piena condivisione sull'errore politico capitale di questi anni: l'aver ceduto ad una politica economica statalista, conservativa, immobilista, l'opposto dello spirito del 1994.

Ma né l'Udc, né il Terzo polo, che come tale non si è nemmeno presentato, sono riusciti a raccogliere i cocci del Pdl, i cui elettori in uscita si sono rifugiati nell'astensione (quasi uno su due). Lo ha riconosciuto lo stesso Casini. Ecco perché l'elettorato di centrodestra appare completamente disarticolato, terreno fertilissimo per una nuova offerta politica che quando si presenterà non solo non chiederà il permesso, ma nemmeno accetterà di farsi accompagnare dalle vecchie facce.

Disfatta anche per la Lega travolta dagli scandali. I suoi elettori in parte sono rimasti a casa in parte hanno scelto Grillo. Ma è esagerato parlare di «boom» del movimento di Grillo, che approfitta dell'astensionismo e avanza raccogliendo voti in uscita dalla Lega (infatti è al nord che va più forte) e dall'Idv. Tranne il caso particolarissimo di Parma (Comune travolto dalle inchieste e commissariato), dove sfiora il 20% e riesce a portare il suo candidato al ballottaggio, si attesta al 10% al centronord, mentre è trascurabile quando non del tutto inesistente al centrosud. Da notare che all'"exploit" ha sicuramente contribuito l'enfasi anti-tasse, anti-Equitalia, anti-Monti e anti-euro del comico genovese nei suoi tour. Ma nemmeno il M5S potrà evitare di affrontare il dilemma del modello partito, non si possono gestire tutti quei voti senza organizzazione. E in quel momento molti nodi verranno al pettine.

Se il centrodestra è disarticolato, il centrosinistra non ha affatto brillato, e al suo interno ancor meno il Pd. La coalizione supera il 50%, o ci va molto vicino, solo quando il candidato sindaco non è del Pd (Genova e Palermo), nelle rosse La Spezia, Piacenza, Lucca e Pistoia, o con l'aiuto dell'Udc e del Terzo polo (Isernia, Brindisi, Taranto). Per il resto, a fronte di un centrodestra disaggregato si attesta su percentuali tra il 30 e il 40%.

Alla luce di questi risultati, se Monti sperava che dopo il voto sarebbe ritornata una certa calma, be', dovrà ricredersi. La finestra per le riforme si è ormai chiusa, con un bilancio piuttosto modesto. I prossimi saranno mesi tormentati, fino alle politiche, con un Pdl nervoso, che non concederà più nulla al professore, e un Pd sempre più smanioso di afferrare il momento e non lasciarsi sfuggire Palazzo Chigi, nel timore che possa ripetersi la beffa del '93-'94.

Tuesday, April 24, 2012

La giornata: riparte "i moderati" 19ma stagione (che palle!), nessuno vuole votare a ottobre ma se ne parla...

Piazza affari risale sopra i 14.000 punti (+2,48%), lo spread resta sui 400, ma i rendimenti sui nostri titoli di Stato purtroppo incorporano quelle che il dir. gen. di Bankitalia Saccomanni definisce come «tensioni dovute a incertezze di carattere politico». Nell'asta di oggi, infatti, a fronte di una buona domanda i tassi sono saliti di un punto percentuale, al 3,35% dal 2,35%, rispetto al mese di marzo. Addirittura raddoppiati i rendimenti sui titoli spagnoli emessi oggi.

E mentre il viceministro Grilli interviene per stoppare sul nascere false aspettative («tagliare le tasse non è possibile») dopo l'allarme pressione fiscale lanciato ieri dalla Corte dei Conti, il governatore della Bce Mario Draghi assicura che la maxi-iniezione di liquidità della Bce nel sistema funzionerà: i prestiti triennali alle banche sono stati studiati apposta «per scongiurare una stretta creditizia» e si dice certo che «in ultima analisi gioveranno all'economia reale». Per Draghi la causa della risalita degli spread non sta nell'eccesso delle politiche di austerità che frenano la crescita, bensì nell'allentarsi della determinazione dei governi nell'attuare le riforme non appena le tensioni sul debito si attenuano.

Via libera "in parallelo" dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato al Def, ma la bozza di risoluzione di maggioranza in via di stesura alla Camera per la discussione di giovedì contiene impegni gravosi e quasi provocatori per il governo: destinare le risorse derivanti dalla spending review e dalla lotta all'evasione in via prioritaria alla riduzione della pressione fiscale; elaborare un piano straordinario di dismissioni del patrimonio pubblico; adoperarsi in sede Ue perché la Bce diventi prestatore di ultima istanza. Un cambiamento dello statuto finora escluso dal premier Monti, in linea con la Merkel.

Berlusconi intanto è tornato a indicare ai suoi la rotta da seguire, parlando ai coordinatori provinciali e regionali del Pdl. Primo, l'acronimo Pdl «non suscita emozione», quindi, al prossimo Congresso si cambia nome. Ma tranquilli: stesso partito, stesse persone, stesse idee. Secondo, «proporremo a tutti i partiti moderati una confederazione con la possibilità di mantenere la propria sigla e di unirsi a noi». Terzo, viva Alfano, il Cav. avrebbe cambiato idea: al segretario ora riconosce «quel quid in più che solo lui ha e di cui c'è bisogno». Quarto, «stiamo lavorando con la sinistra» per cambiare «l'architettura istituzionale» (con quella attuale «neanche il più bravo» potrebbe incidere) e la legge elettorale. Sulla prima l'accordo ci sarebbe, sulla seconda quasi: si va verso il modello tedesco. Ma anche quasi no, perché il porcellum è duro a morire e ancora tenta qualcuno. Trattive rinviate a dopo le amministrative e Casini (per il quale è vitale una nuova legge) denuncia «un tentativo di sabotaggio trasversale, a 360 gradi».

E' il passaggio sull'intenzione del Pd di votare a ottobre che innesca il botta e risposta con Bersani. Berlusconi avverte che il voto a ottobre è un'eventualità da non scartare, potrebbe volerlo il Pd per garantirsi la vittoria proprio con il porcellum. «Il Pd ha dato una parola e la mantiene. Se Berlusconi ha un'altra idea non ce la attribuisca», ribatte Bersani attribuendo invece al Cav. la voglia delle urne. Ovvio che qualcuno bluffa, ma si parlerebbe così tanto di elezioni anticipate a ottobre se nessuno che ci stesse facendo un pensierino? Comunque, in caso di elezioni a ottobre la sinistra, con l'attuale legge elettorale, «può vincere», avverte Berlusconi. Ecco allora che è fondamentale che i moderati si presentino insieme: «Bisogna unire i moderati», la parola d'ordine. In un partito unico, oppure almeno in una confederazione, puntualizza Cicchitto.

Dichiarazioni che innescano una nuova puntata della telenovela dei "moderati". Tutta la politica italiana, senza distinzioni di schieramento, è ossessionata da formule vuote di contenuti. Ci mancava però che fosse Casini a puntare l'indice... il tipico caso di bue che dà del cornuto all'asino. Con impareggiabile faccia tosta Casini ha risposto a Berlusconi che «l'unità dei moderati si fa su cose concrete, non su nominalismi, sui programmi e su un'idea del Paese. Se pensiamo all'uso del termine moderati in questi anni vediamo che è stato molto abusato». Sì, si tratta dello stesso Casini che ha dedicato gli ultimi anni, se non la sua intera carriera politica, alla formula del "Grande Centro", da riempire con i cosiddetti "moderati".

Berlusconi infine corregge parzialmente il tiro sull'improvviso innamoramento per Hollande nel Pdl («non ci auguriamo la vittoria della sinistra»), ma anch'egli avvalora la tesi secondo cui con il candidato socialista all'Eliseo la Merkel sarebbe costretta a più miti consigli, ad accettare di allentare le politiche di rigore. D'altra parte, il Cav. ricorda di essersi sempre opposto «alle proposte della signora Merkel», perché «non si può morire di rigore». Peccato che né i tedeschi né la Bce ci abbiano imposto di impiccarci alla più recessiva delle ricette di austerity: solo tasse senza tagli alla spesa né vere riforme.

Dulcis in fundo, un post che potrebbe preludere alla discesa in campo di Oscar Giannino.