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Monday, June 06, 2016

Il centrodestra può ripartire solo da Milano, i romani cercano un Marino al cubo

Tutte le forze politiche ricevono da queste elezioni amministrative indicazioni e ammonimenti

CENTRODESTRA - E' piuttosto evidente che il centrodestra torna ad essere competitivo quando 1) è unito, 2) è alternativo a Renzi e alla sinistra, 3) si presenta con il volto di uno come Parisi e non con quello del duo Salvini-Meloni...

L'analisi dell'"esperimento" romano per il centrodestra è piuttosto facile e sta tutta in un tweet di Francesco Storace (che sosteneva Marchini): "Siamo andati così male che almeno non abbiamo sulla coscienza il mancato ballottaggio di Giorgia Meloni".

Già, perché se si tratta della mozione degli affetti e del "celodurismo" di destra, può anche commuovere il 20% della Meloni "da sola", ma la realtà è che la prova di forza per la leadership nel centrodestra è persa malamente. Malamente perché la Meloni arriva terza staccata da Giachetti e senza nemmeno poter recriminare sul boicottaggio da parte di Berlusconi: è troppo distante da Giachetti (4 punti percentuali, 24,8 a 20,7) e troppo pochi (anzi forse nulli) i voti spostati da Berlusconi su Marchini, che ha preso più o meno quanto prese nel 2013 da solo. I suoi voti non sarebbero andati comunque alla Meloni, nemmeno se Berlusconi non lo avesse sostenuto. Diverso il discorso se Marchini avesse preso il 14-16%, o se il distacco della Meloni da Giachetti fosse stato intorno all'1%, allora sì Giorgia avrebbe potuto prendersela con Berlusconi.

La verità è che Salvini e Meloni hanno fatto carte false per giocare su Roma la propria prova di forza, per dimostrare la loro leadership nel centrodestra, e hanno preso la legnata. Questo non vuol dire che Berlusconi e Forza Italia se la passino bene, ma la controprova l'abbiamo a Milano. La lezione per il centrodestra è che con il profilo Salvini-Meloni fai il duro ma arrivi terzo. Per provare a vincere il profilo giusto è quello di Parisi. Il problema per Salvini è che in città che hanno ovviamente problemi anche grandi, come Milano, ma tutto sommato funzionicchiano, funzionano candidati moderati (più dell'80% degli elettori milanesi appoggia le proposte di Sala e Parisi), mentre in città allo sbando, dove c'è il caos, come a Roma, lo spazio della protesta lo occupa agevolmente il M5S. Per riassumerla con un tweet, scegliamo quello di Marco Taradash: "Un centrodestra di governo può rinascere solo dal centro(destra). Da Milano insomma, non da Roma". Uniti, in alternativa a Renzi e alla sinistra, ma con il volto di Parisi, non di Salvini-Meloni.

ROMA E MILANO - Ma la differenza tra Roma e Milano non è solo il profilo dei candidati... E' anche, e soprattutto, drammaticamente il profilo degli elettori... A Roma manca la borghesia, manca un ceto produttivo. La maggior parte delle famiglie dipende da uno stipendio pubblico, che sia statale o comunale, di un'amministrazione o di una partecipata. E anche le imprese, edilizie e non, dipendono dalla spesa pubblica improduttiva, centrale o comunale. Tanto che tutti i candidati hanno coccolato i 60 mila dipendenti tra comunali e municipalizzate (180 mila voti con i rispettivi famigliari?).

Ciò ovviamente non impedisce ai romani di lamentarsi delle cose che non vanno, ma la maggior parte di loro è parte del problema.

E i romani vogliono un Marino al cubo. Le motivazioni per cui elessero Marino nel 2013 sono le stesse per cui oggi votano Virginia Raggi. Attribuiscono al voto per una figura lontana dai partiti tradizionali e autoproclamatasi onesta, incorruttibile (che però non sia un ricco signore borghese e belloccio), un valore palingenetico. Credibilità? Competenze? Curriculum? Proposte? Se ne fregano... Nessuno forse se lo ricorda, ma già votando Marino i romani avevano votato contro l'establishment del Pd. Marino si candidò in polemica con il Pd, promettendo indipendenza dai vertici, ostentando la sua lontananza dal partito e la sua provenienza dalla "società civile", la sua "moralità". L'allora leadership del Pd, bersaniana, aveva appoggiato David Sassoli e i renziani Paolo Gentiloni. Gli elettori di sinistra scelsero Marino alle primarie e i romani lo incoronarono col 60%. Solo dopo pochi mesi questo 60% era scomparso. Non riuscivi più a trovarne uno che avesse votato per Marino... Da questo punto di vista, cioè le motivazioni di voto dei romani, la Raggi è un Marino al cubo e sì, può far peggio dei partiti. Ma statene certi, del 60% con cui verrà eletta sindaco dopo pochi mesi non si troverà nessuno.

IL M5S - Il successo a Roma del M5S è indiscutibile, così come del ballottaggio a Torino. Eppure, anche per il Movimento dal voto arriva alcuni warning. Innanzitutto, continua a non far presa sull'astensionismo. L'astensione in crescita, quasi la metà nelle grandi città, indica che la maggior parte degli elettori schifati dai partiti tradizionali preferisce restare a casa piuttosto che votare M5S. E con bassa affluenza, le percentuali, ovviamente, crescono. Inoltre, il M5S riesce a inserirsi alla grande nel vuoto delle forze politiche tradizionali e nelle situazioni allo sbando come Roma, intercettando il voto di protesta, ma non è ancora in grado di giocarsi la partita in situazioni "normali", tra proposte di governo credibili.

RENZI E IL PD - Non che sia andata bene al Pd renziano, ma le analisi che sentiamo/leggiamo e sentiremo/leggeremo nei prossimi giorni sono esageratamente negative. Il voto delle amministrative è sempre più "local" e sempre meno test nazionale. Dipende sempre più dalle realtà locali e dai candidati sindaci. Ed è giusto che sia così. E non esistono più da un pezzo le roccaforti. Ormai, se hai governato male una città, o semplicemente la gente si è stancata, puoi perdere. Anche a Torino e Bologna. Detto questo, il Pd è in vantaggio a Torino e Bologna, se la gioca a Milano ed incredibilmente è al ballottaggio a Roma dove la situazione era davvero disperata (dove va reso merito a Giachetti). Aspetterei, insomma, prima di parlare di avviso di sfratto a Renzi. Prima, dovranno farsi avanti alternative credibili a livello nazionale: con Salvini da una parte e Di Battista dall'altra può ancora dormire sonni tranquilli. Sui limiti strutturali del Pd, su Renzi deve intervenire, ha detto tutto Mario Sechi: il Pd, anche Giachetti a Roma, si è di nuovo rinchiuso nel suo recinto, rivolgendosi solo all'elettorato di sinistra, "ante-Renzi", e questo gli toglie molte possibilità di espandere i suoi voti ai ballottaggi e, ancor più preoccupante per Renzi, al referendum costituzionale di ottobre.
"Per miopia ideologica, vizio antico, tic antropologico, presunzione di autosufficienza che non c'è. Dov'è il renzismo che apriva le porte a chi voleva fare politica pur venendo da altre storie politiche? ... A chi farà appello il Pd? Come intende espandere il suo bacino elettorale? Adotta la strategia vista nelle elezioni comunali? Parla al suo elettorato ristretto (e mobile) che non è maggioranza nel Paese o pensa finalmente a qualcosa di più grande? Bisogna invece inseguire i voti potenziali di chi è rimasto a casa, di chi non è un militante del Pd ma ha un interesse per il futuro dell'Italia. Il renzismo è a un bivio: o si compie mostrando agli elettori un'offerta politica senza pregiudizi e steccati, oppure deraglia. Servono idee e cambi di passo nel partito, subito"
I "RADICALI" - Sono arrivati 1 a Roma e Milano. Decidano loro se grazie all'effetto morte di Pannella, a cui hanno fatto ampiamente ricorso sia Magi e Bonino a Roma che Cappato a Milano, o nonostante quell'onda emotiva. Se l'effetto Pannella ha contato, a questo si deve il superamento della "soglia psicologica" dell'1%, altrimenti sarebbero rimasti sotto. Se viceversa non ha contato, allora evidentemente gli elettori devono aver "riconosciuto" ben poco di Pannella in quelle liste...

Tuesday, June 11, 2013

Il governo del dire e non dire

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Si sta ormai consolidando a Palazzo Chigi il vezzo di dare un titolo mediaticamente spendibile ai provvedimenti. Patetici tentativi di supplire all'inadeguatezza, all'insufficienza di contenuti dell'atto che si sta varando con un efficace "spin" comunicativo, enfatizzando effetti taumaturgici che non si verificheranno. Così come non è bastato al governo Monti ribattezzare i suoi decreti "salva-Italia" e "cresci-Italia" per salvare davvero, o far crescere l'Italia, non basterà al governo Letta chiamare il suo prossimo provvedimento "decreto del fare" per convincerci che sta facendo qualcosa di epocale, o che sta aiutando gli italiani a riavviare le attività produttive - quelle del "fare", appunto.

Il voto delle amministrative rafforza il governo Letta, è la lettura "politicista" prevalente, perché non punisce il Pd per essersi piegato alle "larghe intese" con il caimano, anzi sembra premiarlo (ma allora bisognerebbe concludere che per lo stesso motivo punisce severamente il Pdl), e perché bastonando il centrodestra ne raffredda i bollenti spiriti, dissuadendo Berlusconi dal mettere a rischio la tenuta dell'esecutivo. In realtà, il governo Letta può sperare di durare solo se fa, se agisce. E' come andare in bicicletta: se sta fermo, cade. Ma per fare cose davvero utili al paese non basta attribuire l'appellativo "del fare" ad un decreto.

Fino ad oggi, è stato piuttosto il governo del dire e non dire. Tranne la proroga degli incentivi fiscali sulle ristrutturazioni, su nessun tema - dall'Imu all'aumento dell'Iva, e in generale sulle tasse, passando per la revisione della spesa e la questione del debito pubblico - ha proferito una parola chiara, definitiva, sulla direzione che intende intraprendere. E la sensazione è che tutto si riduca ad un pressing bipartisan (Pd-Pdl) su Bruxelles per ottenere un po' di caro, vecchio deficit spending, senza mettere davvero mano al dissestato "sistema Italia".

Ben vengano, intendiamoci, misure di liberalizzazione, di semplificazione, di defiscalizzazione delle nuove assunzioni, così come il superamento delle rigidità in ingresso sciaguratamente introdotte dalla riforma Fornero sul lavoro. Ma i dati di questi giorni obbligano la politica, il governo e i partiti che lo sostengono, a scelte ben più coraggiose, ad un vero e proprio cambio di passo e di paradigma, innanzitutto in campo fiscale.

La produzione industriale in calo del 4,6% rispetto ad aprile 2012; il Pil nel I trimestre 2013 di un ulteriore 0,6%, con una perdita già acquisita per quest'anno dell'1,6%, ben peggiore delle stime del governo; il total tax rate sulle nostre imprese al 68,3%, oltre 20 punti sopra la soglia media che grava sulle imprese europee concorrenti; una pressione fiscale effettiva del 53,4% del Pil (paghiamo 38 miliardi di tasse in più rispetto ai partner europei!).

Questi dati impietosi testimoniano che non stiamo affatto uscendo dalla crisi, che la nostra economia è nel bel mezzo di un avvitamento, e quindi che non possiamo permetterci di procedere per rinvii di tre o sei mesi, aspettando di intervenire più a fondo con la legge di stabilità del 2014. Bisognerebbe invertire al più presto questa inerzia con un vero e proprio shock, ma purtroppo i provvedimenti ipotizzati al vertice governo-maggioranza di questa mattina, o che filtrano dalle indiscrezioni di stampa, non solo non sembrano contenere cure e terapie adeguate al male italiano, ma non raggiungono nemmeno lo status di aspirine. Somigliano piuttosto a delle semplici tisane.

Non si tratta di dare 3-400 milioni, uno o due miliardi da una parte, magari togliendoli dall'altra. Serve una grande, coraggiosa, operazione di politica fiscale che alleggerisca il carico su tutti i fronti: Iva, Imu, Irap. Tagliando la spesa, dismettendo asset pubblici, e anche - a questo scopo sì, avrebbe senso - ammorbidendo i vincoli europei.

Tuesday, May 28, 2013

La gente ha capito... che votare è inutile

Anche su Notapolitica e L'Opinione

E' sbagliatissimo leggere l'esito del voto amministrativo attraverso le lenti della politica nazionale. Ovviamente il governo Letta e le forze politiche che lo sostengono lo fanno per convenienza: «Ha vinto il governo delle larghe intese e chi prova a dare risposte effettive al Paese». Il premier prova a metterci il cappello, facendo filtrare ai giornali la sua soddisfazione: «La gente ha capito». Ma l'unica conclusione a cui la gente sta mostrando di essere giunta è che votare è inutile, perché tra destra e sinistra non c'è poi molta differenza. Intendiamoci: ovvio che un crollo del centrodestra e del centrosinistra, e un nuovo boom di Grillo, avrebbero indicato una bocciatura, sia pure prematura forse, delle "larghe intese".

Ma il semplice fatto che ciò non sia avvenuto non significa che l'operazione è stata promossa. Uno scampato pericolo non equivale a una promozione. Anzi, sull'elevato astensionismo semmai, oltre a una certa stanchezza di politica (dopo la "full immersion" degli ultimi mesi, tra elezioni di febbraio e travagliato parto del governo) e a un giudizio complessivamente negativo sui candidati, può aver pesato una certa rassegnazione: tanto votare è inutile, gli uni o gli altri sono la stessa cosa. E anche votare Grillo, oltre al "vaffa", è sterile, non porta a nulla per cui valga la pena distogliersi dalle proprie attività domenicali.

Il voto amministrativo può certamente dare indicazioni di approvazione o disapprovazione dell'operato del governo nazionale, ma non può essere questo il caso. Sul governo Letta, e dunque sull'operazione politica che l'ha tenuto a battesimo, il giudizio degli elettori è ancora sospeso: giustamente, dal momento che è in carica solo da poche settimane. Non è il voto amministrativo, quindi, a rafforzare le "larghe intese", ma il semplice fatto che il governo ha iniziato a lavorare da poco e dunque il primo giudizio è rimandato a settembre.

Basti prendere in esame il caso del Comune di Roma, che da solo rapppresenta il 57,5% dell'elettorato chiamato alle urne e addirittura il 73,3% di quello dei 16 comuni capoluogo. Alemanno è arrivato a questo voto sfiancato da scandali veri o presunti e da una incessante campagna di ridicolizzazione personale, eppure ha retto ed è riuscito ad andare al ballottaggio. D'altra parte, Marino non rappresenta certo la linea delle "larghe intese", e ha posizioni politiche distanti dai possibili futuri leader del suo partito. Semmai, la sua affermazione dovrebbe suonare come campanello d'allarme per il Pd impegnato nelle "larghe intese".

Insomma, gli elettori hanno dato un giudizio sull'operato dei sindaci uscenti, basato sulla percezione - spesso imprecisa - di ciò che è stato o non è stato fatto. E come spesso accade, è un giudizio molto negativo, che tuttavia si è esteso anche ai candidati sfidanti. L'astensione elevata - anche se il confronto corretto non è con il 2008, quando pesò il traino delle politiche - è probabilmente il segno che i candidati sono apparsi tutti mediocri, anche quelli del M5S. A Roma può aver pesato il derby, certo, ma forse ancor di più la certezza che si sarebbe andati al ballottaggio. Anche questo può aver convinto molti elettori a "disturbarsi" solo quando si deciderà per davvero, cioè fra due settimane. Al ballottaggio l'affluenza nella capitale potrebbe persino aumentare, o restare pressoché invariata ma con un elettorato molto diverso, anche se le chance di Alemanno sembrano ridotte al lumicino.

Ridicoli anche i frettolosi "de profundis" per Grillo e M5S: alle amministrative, dove contano di più i volti dei candidati, dove si cerca un amministratore e non ci si accontenta di un "vaffa" generalizzato, non sorprende che i grillini non abbiano convinto. La gente ha capito che anche loro sono mediocri, e rispetto agli altri pure inesperti. Probabilmente il M5S non avrebbe toccato il 25% alle politiche, se si fosse votato in collegi uninominali, che avrebbero costretto i parlamentari grillini a presentarsi agli elettori - con i loro volti, le loro storie personali - prima del voto in ogni singolo collegio.

A Roma è uscito sconfitto il candidato De Vito, ma lo tsunami nazionale non è affatto rientrato. Non sono venuti meno i motivi che lo scorso febbraio hanno indotto il 25% degli elettori a mandare un sonoro "vaffa" ai partiti tradizionali, ma adesso anche Grillo sa che non basta più evitare la tv, non bastano più i suoi comizi. Le inadeguatezze, l'ingenuità, talvolta l'antipatia dei parlamentari e dei candidati del movimento non si possono nascondere in eterno dietro una battuta o un insulto.

Monday, May 21, 2012

La giornata: gli elettori di centrodestra non si consegnano alla sinistra, aspettano nuova offerta politica

L'esito dei ballottaggi mi sembra complessivamente abbastanza chiaro e rafforza ulteriormente le tendenze del primo turno. Il centrosinistra stravince, il che non equivale ad una vittoria del Pd (anzi...), ma il forte astensionismo e il voto di Parma ci dicono che gli elettori di centrodestra si rifiutano di consegnarsi al "nemico" e restano in attesa di una nuova offerta politica. Addirittura per qualcuno meglio Grillo della sinistra. Per questo, in vista del 2013, Bersani e gli altri della foto di Vasto hanno poco di cui rallegrarsi.

La vittoria «senza se e senza ma» di oggi somiglia troppo a quella di Pirro nel '93 (dove la vittoria di Pizzarotti a Parma sta a quella di Formentini a Milano). Il centrodestra (qui sto parlando degli elettori, che qualcuno definirebbe "moderati" ma che oggi sono piuttosto incazzati) può apparire in rotta, ma è lì sornione, pronto a riaggregarsi intorno a una nuova e più congeniale offerta politica. Che una nuova offerta politica riesca o meno a convincere un sufficiente numero di elettori di centrodestra è l'interrogativo da porsi da qui al 2013 - dipenderà dall'offerta e da chi se ne farà interprete - ma lo spazio c'è, eccome se c'è, c'è una prateria.

Se poi si considerano i 27 comuni capoluogo, la vittoria del centrosinistra è netta ma non così esaltante: un 15-12, ma cinque anni fa finì 17-9 per il centrodestra. La vera differenza sta nella frammentarietà dei suoi avversari: dei 12 comuni capoluogo persi, infatti, solo 6 se li è aggiudicati il centrodestra guidato dal Pdl, 2 l'Udc, 1 la Lega, 1 l'Idv con Orlando, 1 il M5S e 1 un'alleanza di liste civiche. Specularmente la disfatta del Pdl non sta tanto nel numero dei comuni capoluogo persi (11), ma nel fatto che dove ha perso è stato spazzato via o ridotto ai minimi termini, e in alcuni casi sostituito come alternativa al centrosinistra.

Il Pdl, quindi, se ha ancora qualche chance (e potrebbe già non averne più), è davvero all'ultima chiamata: non riuscirà a intercettare la forte domanda di centrodestra che c'è ancora nel Paese, soprattutto al nord, scaricando sull'appoggio a Monti le colpe della sconfitta, dovuta ai suoi fallimenti al governo, né presentandosi con le solite facce indisponenti, né schierandosi con Hollande in Europa.

Il successo dei grillini a Parma è notevole, e costringerà il M5S a confrontarsi con i problemi concreti del governo locale, ma un'elezione politica è tutta un'altra cosa. Nel 2013 sarà più difficile intercettare in modo trasversale il malcontento per la politica tradizionale, come sembra essere riuscito a fare nel ballottaggio di Parma (in attesa dei dati sui flussi). Il nuovo sindaco, tra l'altro, sembra che già abbia voglia di emanciparsi dal guru. Saranno mesi turbolenti per il movimento, che dovrà superare un vero e proprio esame di maturità. Non ho idea di come si sia svolta la campagna elettorale a Parma, e certamente l'aspetto locale sarà stato determinante, ma dagli estratti che spesso si vedono in tv degli ultimi comizi di Grillo ho notato nella sua vis polemica un certo slittamento verso tematiche più care agli elettori di centrodestra (i costi e gli sprechi enormi dello Stato e l'insopportabilità/illegittimità del carico fiscale) e una minore enfasi su quelle ambientali, giustizialiste e "anti-sviluppiste".

Monday, May 14, 2012

Il Pdl non ha ancora capito

Se per 17 anni hai fatto delle promesse ai tuoi elettori, e una volta al governo hai fatto puntualmente l'opposto, tanto da non riuscire ad evitare al Paese una pesante gragnola di tasse e uno stato di polizia tributaria, puoi anche chiamarti Berlusconi o Padreterno, ma la gente non ti crede più e se ne sta a casa aspettando che si presenti qualcuno più credibile.

Il primo passo, quindi, dovrebbe essere una solenne e sincera operazione verità, di denuncia davanti agli elettori del proprio errore capitale: l'aver ceduto ad una politica economica statalista, conservativa, immobilista, l'opposto dello spirito del 1994. Facce nuove e atti concreti per rinnegare in toto la politica economica cripto-socialista che i governi di centrodestra hanno sempre perseguito. Sarà un caso che "Italia Futura", l'associazione di Montezemolo, preparandosi a lanciare la sua Opa sull'elettorato di centrodestra smarrito, disgregato, faccia proprie in campo economico e istituzionale le due proposte sdoganate da Forza Italia nel lontano 1994: "meno Stato" e presidenzialismo?

La confusione regna ancora sovrana nel Pdl: incalza il governo sulla spending review e l'abbattimento del debito, sull'Imu e l'Iva, ma si lascia affascinare dalla vittoria di Hollande e dalle ricette di Krugman. È comprensibile opporre un pizzico d'orgoglio patrio rispetto alle richieste di austerity che giungono da Bruxelles e Berlino, e voler tutelare l'interesse nazionale di fronte a impegni troppo gravosi per il nostro Paese, ma un Pdl che ancora "flirta" con approcci socialisti e keynesiani mostra di non aver ancora compreso la fondamentale lezione delle sue sconfitte.
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Wednesday, May 09, 2012

Il centrodestra di Tosi, di nuovo e antico conio

Il successo di Flavio Tosi al primo turno a Verona non rappresenta un'eccezione nella debàcle della Lega, come viene per lo più interpretato in queste ore, bensì paradossalmente proprio il simbolo più eloquente della crisi e del fallimento dei due apparati Pdl-Lega, perché conseguito a dispetto delle loro rigidità.

Un'affermazione personale, certo, ma non c'è dubbio che qui il centrodestra abbia vinto alla grande, che gli elettori abbiano premiato l'operato del sindaco leghista e della giunta Pdl-Lega, eppure i due partiti sembrano uscirne ammaccati. La Lega non è andata oltre un 10%, mentre il Pdl ha sostenuto, insieme all'Udc, un altro candidato sindaco, raccogliendo solo il 5% dei voti di lista. Il vero centrodestra non si trovava nelle due liste ufficiali di Lega e Pdl, bensì nella lista civica riconducibile a Tosi, che ha preso il 37,23% dei voti, aggregando elettori leghisti, elettori del Pdl, e probabilmente non solo. Il che dimostra che il centrodestra esiste ancora ed è in grado di presentare un'offerta politica valida.

Ma il centrodestra che ha permesso a Tosi di essere rieletto al primo turno è allo stesso tempo di nuovo e antico conio. Chissà se Pdl e Lega sapranno trarne la giusta lezione.
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Tuesday, May 08, 2012

La giornata: le urne scuotono i partiti e Monti perde la testa

Brutta e meschina uscita quella di Monti sui suicidi e analisi sbagliata degli effetti del voto amministrativo sull'agenda del governo.
I suicidi «dovrebbero far riflettere molto più chi ha portato l'economia italiana a questo stadio che non chi cerca di farla uscire». Sostenere che l'attuale governo non si dovrebbe preoccupare dei suicidi solo perché non ci ha portati lui in questa situazione di crisi - ammesso e non concesso che abbia davvero responsabilità così limitate - oltre che di cattivo gusto, offensiva, è palesemente un'assurdità dal punto di vista istituzionale. Un governo che si rispetti, chi rappresenta le istituzioni oggi, deve farsi carico eccome delle emergenze sociali, quali che siano, anche di quelle di cui non è diretto responsabile (ripeto: ammesso e non concesso che non lo sia). E' un suo preciso dovere istituzionale. Invece Monti si lascia andare ad una livorosa polemica politica nei confronti del suo predecessore, senza essere stato provocato, come nemmeno Bersani avrebbe avuto lo stomaco di fare su un tema così drammatico.

Monti parlava non dei suicidi, ma delle «conseguenze umane» della crisi, come si affretta a precisare Palazzo Chigi? Cambia poco: tra le «conseguenze umane» ci sono evidentemente anche i numerosi suicidi e in ogni caso è dovere del governo preoccuparsene.

Ma è una frase doppiamente infelice, quella del premier, perché scaricare le colpe sui governi passati è il primo segno della propria inadeguatezza e perché arriva all'indomani di un risultato elettorale estremamente punitivo per il Pdl. Addossare a Berlusconi e al suo partito la colpa dei suicidi di queste settimane, al di là del merito, rischia di alimentare inutili tensioni. A questo punto o Monti ha perso la testa, lo stress comincia a giocargli brutti scherzi e a fargli perdere la sobrietà, oppure è in cerca di guai, di pretesti per farsi cacciare.

Secondo il premier i risultati elettorali «rendono più agevole» la realizzazione dell'agenda di governo. In realtà è l'esatto contrario, chiudono ufficialmente la breve, e deludente, finestra delle riforme. I prossimi mesi, fino alle politiche, saranno tormentati per il governo: con un Pdl nervoso, che non concederà più nulla al professore, tanto meno se viene insultato un giorno sì e l'altro pure, e un Pd sempre più smanioso di afferrare il momento e non lasciarsi sfuggire Palazzo Chigi, nel timore che possa ripetersi la beffa del '93-'94, con il fronte "moderato" che all'improvviso si ricompatta dietro un uomo della provvidenza e ferma la gioiosa macchina da guerra.

Ha ragione invece Monti quando ricorda che l'attuale governo nei suoi primi giorni aveva un «margine strettissimo», vista l'urgenza di mettere in sicurezza i conti pubblici, e non poteva certo assumere una «posizione assertiva» in sede europea. Invece adesso «l'Italia ha un'agenda per la crescita» e l'elezione di Hollande offre spazi di manovra ancora maggiori con Berlino. Da non confondere però con un'adesione di Monti alle richieste del nuovo presidente francese su fiscal compact, ruolo della Bce ed Eurobond, come molti vorrebbero. Monti chiede all'Ue e a Berlino rafforzamento del mercato unico e un «nuovo atteggiamento» sugli investimenti pubblici, quelli «veri e genuini», non spesa in deficit.

Si apre una prateria nel centrodestra

A mente fredda, dati alla mano, è possibile farsi un'idea più ponderata di cosa è accaduto in queste elezioni amministrative. Partiamo dai dati. Su 26 comuni capoluogo, 7 sono assegnati al primo turno: 3 al centrosinistra (La Spezia, Pistoia, Brindisi), 3 al centrodestra (Gorizia, Lecce, Catanzaro) e 1 (Verona) alla Lega, anche se l'affermazione di Tosi è personale e la coalizione che lo sostiene è di centrodestra. E' un caso particolare, e per molti versi emblematico, su cui torneremo. Ballottaggio per gli altri 19 comuni capoluogo: solo in 11 di essi il Pdl riesce a portare i propri candidati al secondo turno; l'Udc accede al ballottaggio in 6 comuni, in 4 al posto del Pdl e in 2 al posto del centrosinistra. In due casi ad affrontare il centrosinistra non saranno né Pdl né Udc/Terzo polo, ma a Parma il movimento di Grillo e a Belluno un'aggregazione di liste civiche.

Il tracollo del Pdl è innegabile, aggravato da alcune scelte suicide come a Verona e a Palermo. In alcune città lo troviamo su percentuali scioccanti, ridotto ai minimi termini: a Verona passa dal 28% del 2007 al 5%; a Genova dal 29 al 9; a Parma dal 47 al 5; a Palermo dal 25 all'8. In altri comuni capoluogo invece tiene, con percentuali intorno al 20%, e riesce a portare i propri candidati ai ballottaggi. Evidentemente paga la corsa in solitaria - mentre i risultati modesti del Pd si confondono all'interno di ampie e variabili coalizioni di centrosinistra - e certamente l'appoggio al governo Monti. Ma direi che paga soprattutto il fallimento dell'esperienza di governo. I suoi elettori gli hanno messo in conto non solo l'ultima parentesi, dal 2008 al 2011, bensì tutti i 17 anni dell'era berlusconiana, durante i quali è stata a più riprese tradita la promessa di cambiamento, economico e istituzionale, la cosiddetta "rivoluzione liberale", su cui le coalizioni berlusconiane avevano raccolto i loro consensi.

Recuperare la credibilità sarà difficile, ma il Pdl ha di fronte a sé una sola strada: una solenne operazione verità e "mea culpa" con i propri elettori e facce nuove. Dovrà dimostrare con i fatti che al suo interno c'è piena condivisione sull'errore politico capitale di questi anni: l'aver ceduto ad una politica economica statalista, conservativa, immobilista, l'opposto dello spirito del 1994.

Ma né l'Udc, né il Terzo polo, che come tale non si è nemmeno presentato, sono riusciti a raccogliere i cocci del Pdl, i cui elettori in uscita si sono rifugiati nell'astensione (quasi uno su due). Lo ha riconosciuto lo stesso Casini. Ecco perché l'elettorato di centrodestra appare completamente disarticolato, terreno fertilissimo per una nuova offerta politica che quando si presenterà non solo non chiederà il permesso, ma nemmeno accetterà di farsi accompagnare dalle vecchie facce.

Disfatta anche per la Lega travolta dagli scandali. I suoi elettori in parte sono rimasti a casa in parte hanno scelto Grillo. Ma è esagerato parlare di «boom» del movimento di Grillo, che approfitta dell'astensionismo e avanza raccogliendo voti in uscita dalla Lega (infatti è al nord che va più forte) e dall'Idv. Tranne il caso particolarissimo di Parma (Comune travolto dalle inchieste e commissariato), dove sfiora il 20% e riesce a portare il suo candidato al ballottaggio, si attesta al 10% al centronord, mentre è trascurabile quando non del tutto inesistente al centrosud. Da notare che all'"exploit" ha sicuramente contribuito l'enfasi anti-tasse, anti-Equitalia, anti-Monti e anti-euro del comico genovese nei suoi tour. Ma nemmeno il M5S potrà evitare di affrontare il dilemma del modello partito, non si possono gestire tutti quei voti senza organizzazione. E in quel momento molti nodi verranno al pettine.

Se il centrodestra è disarticolato, il centrosinistra non ha affatto brillato, e al suo interno ancor meno il Pd. La coalizione supera il 50%, o ci va molto vicino, solo quando il candidato sindaco non è del Pd (Genova e Palermo), nelle rosse La Spezia, Piacenza, Lucca e Pistoia, o con l'aiuto dell'Udc e del Terzo polo (Isernia, Brindisi, Taranto). Per il resto, a fronte di un centrodestra disaggregato si attesta su percentuali tra il 30 e il 40%.

Alla luce di questi risultati, se Monti sperava che dopo il voto sarebbe ritornata una certa calma, be', dovrà ricredersi. La finestra per le riforme si è ormai chiusa, con un bilancio piuttosto modesto. I prossimi saranno mesi tormentati, fino alle politiche, con un Pdl nervoso, che non concederà più nulla al professore, e un Pd sempre più smanioso di afferrare il momento e non lasciarsi sfuggire Palazzo Chigi, nel timore che possa ripetersi la beffa del '93-'94.

Monday, May 07, 2012

La giornata: schianto Pdl-Lega, centrodestra disarticolato, il Terzo polo è Grillo. Saranno mesi tormentati per Monti

Terremoto ci aspettavamo e terremoto c'è stato. I dati sono ancora parziali, e molto caratterizzati localmente, ma dalle amministrative quello che emerge è un quadro estremamente frammentato, da far tremare i polsi in vista di elezioni politiche che potrebbero svolgersi con una legge elettorale proporzionale. L'elettorato di centrodestra si è praticamente disarticolato, un terreno di caccia ideale per offerte politiche del tutto nuove. Il Pdl non pervenuto, i suoi elettori sono rimasti in massa a casa. In alcune situazioni è addirittura quasi scomparso, mentre in altre è attorno al 20%, quota di «resistenza», penalizzato dalle divisioni nel centrodestra, ma riesce comunque ad andare ai ballottaggi in 13 comuni capoluogo. Paga la responsabilità del sostegno a Monti? Anche, ma innanzitutto, credo, il fallimento al governo e l'ondata generale di disgusto per i partiti. Anche se gli ultimi passi su tasse e lavoro sono stati incoraggianti, non sarà facile per il Pdl recuperare credibilità.

Parlare di flussi è prematuro, ma la sensazione è che il forte astensionismo tra gli elettori del Pdl e della Lega sia stato meno visibile perché in parte compensato dal movimento di Grillo che ha attratto alle urne nuovi elettori.

Di certo il Terzo polo non è riuscito a raccogliere i cocci del centrodestra. No, non saranno Fini e Casini ad aggregare i "moderati". La Lega si consola a Verona, dove Tosi si conferma al primo turno, ma molti suoi elettori devono aver preferito restare a casa o votare Grillo.

Il Pd può sorridere, certo, i candidati del centrosinistra sono avanti quasi ovunque, ma soprattutto per le disgrazie altrui, per essere rimasto il primo partito a livello nazionale. Perché i suoi candidati non brillano, con tutta la debàcle del centrodestra non vanno oltre il 40%, mentre a sfondare sono solo i volti della sinistra radicale: dopo Pisapia e De Magistris, ecco Doria (Sel) a Genova e Orlando (Idv) a Palermo. A proposito, ora quelli del capoluogo siciliano non sono più voti della mafia ma della ricossa civile, vero?

Thursday, May 03, 2012

La giornata: spending review la farsa continua e Monti sempre meno tecnico

Oggi un'altra drammatica puntata della protesta contro il fisco. Un uomo disperato si è asserragliato all'interno di una sede dell'Agenzia delle Entrate con un ostaggio. Vedremo come si comporterà lo Stato, se userà le maniere forti, oppure le mani di piuma come con i professionisti della violenza di piazza e negli stadi.

Ormai una farsa conclamata la spending review. «Un timido topolino, un risultato quasi imbarazzante per il governo», scrivono sul Corriere Alesina e Giavazzi, che quanto meno ci vedono le «buone intenzioni». Beati loro, perché a me sembra di scorgere pura malafede. Dopo il fallimento annunciato del bollito Giarda, il governo tecnico che si affida a un commissario tecnico, autorevole ma totalmente digiuno di bilancio statale. Se le intenzioni fossero davvero serie, Monti avrebbe azzerato i vertici della Ragioneria generale dello Stato e del Tesoro, i veri sacerdoti depositari delle chiavi della spesa. Invece si passa di comitato in comitato, di commissario in commissario, senza mai decidere nulla di concreto, mentre in un batter d'occhio vengono imposti aggravi fiscali a carico dei cittadini. Nel suo rapporto Giarda scrive che il 90% della spesa non è «rivedibile» nel breve termine. A fronte di una spesa che ormai supera il 50% del Pil, ci vorrebbe far credere che solo sul 10% è possibile limare qualcosa, 4 miliardi circa, nemmeno lo 0,3% del Pil. Ridicolo.
D'altra parte il Def sta lì a dimostrare che secondo il governo nei prossimi anni non solo la spesa non dovrà diminuire, ma aumenterà: più tasse, più spesa, meno investimenti. L'esatto opposto di quanto anche oggi è tornato a indicare Draghi come modello di austerità "virtuosa", ossia meno recessiva: «Meglio tagliare le spese che aumentare le tasse». E in particolare la spesa corrente piuttosto che la spesa per investimenti.
Poi la beffa: l'incarico sui finanziamenti a partiti e sindacati a Giuliano Amato, pensionato d'oro eccellente e uno dei simboli della casta del tassa-e-spreca.
La spiacevole sensazione è che la consulenza richiesta a Giavazzi nasconda l'intenzione di togliere per un po' di tempo la sua firma dai giornali, o quanto meno di depotenziarne le critiche.
Una provocazione chiedere ai cittadini di suggerire loro stessi dove tagliare, a metà strada tra delazione e spot promozionale. Cosa sono stati chiamati a fare i "tecnici"? Non bastano decenni di studi, rapporti, paper, commissioni?
E nel frattempo è grazie ai tanto vituperati partiti (emendamento di un'inedita alleanza Idv, Pdl, Lega) che è stata impedita al governo una porcheria sulle pensioni dei super-manager pubblici.

Sul fronte politico Alfano chiude la polemica con Monti («tutto chiarito», «non abbiamo mai posto una scadenza, arriverà fino alla fine»). Lunedì il premier aveva attaccato il Pdl per l'abolizione dell'Ici sulla prima casa (l'errore, semmai, fu di non accompagnarla con tagli alla spesa). La sensazione è che non riuscendo a venirne a capo, Monti, sempre più da "politico", cominci a dare la colpa ai governi precedenti. Del tutto inutile, poi, la tensione provocata con il Pdl quando ha dato l'impressione di riferirsi anche ad Alfano, oltre che alla Lega, nell'esprimere il proprio «sdegno» perché «chi ha governato, chi governa e chi si candida a governare il Paese non può giustificare l'evasione fiscale, né tanto meno invitare a non pagare le tasse o a istituire personali e arbitrarie compensazioni tra crediti e debiti verso lo Stato».

Un vero e proprio scivolone "tecnico", seguito da smentita di rito, dettato evidentemente dal nervosismo: discutibile quanto si vuole, ma il Pdl non propone «compensazioni arbitrarie», bensì una norma di assoluto buon senso. Di civiltà, che sia praticabile o meno. E dovrebbe stupire, semmai, che non sia già così.

Anche se per quanto lo riguarda il governo non è a rischio, il Pdl va avanti con le sue iniziative politiche e sembra non voler concedere nulla su "basta tasse", Imu "una tantum" e compensazione debiti-crediti nei confronti del fisco. Anzi, su quest'ultimo fronte Alfano annuncia una proposta di legge per domani. Un piccolo e insidioso avvertimento inoltre arriva da Berlusconi, il quale in serata assicura che il Pdl continuerà sì a sostenere il governo, ma «fino a quando sarà necessario per concludere le riforme istituzionali» e non potrà continuare a farlo se i provvedimenti che il governo porterà in Parlamento saranno «difformi da quello che noi riteniamo il bene del Paese». «In tal caso - ha aggiunto - ci prenderemo la responsabilità di intervenire criticamente nei confronti di ciascun provvedimento».

Monti probabilmente si aspetta che dopo le amministrative il clima politico si rassereni e i partiti la smettano di pungolarlo. Solo fibrillazioni da campagna elettorale? Può darsi, ma è solo l'inizio, perché già dal giorno dopo il voto locale inizierà la lunga marcia verso le politiche del 2013. Insomma, Monti i suoi margini di manovra interni li ha esauriti (e sprecati). Dopo la disillusione dalla politica, ci aspetta la disillusione dai "tecnici".

Tuesday, March 27, 2012

Dal salva-Italia al bluffa-Italia

E' come scrive Stefano Menichini su Europa, e cioè che il Pd è semplicemente entrato in campagna elettorale, ma ha compiuto il «piccolo capolavoro» di portare in Parlamento il confronto sull'articolo 18, facendo così un favore a Monti; oppure c'è di più, in realtà il Pd ha iniziato a fremere per tornare a Palazzo Chigi, teme possa sfuggirgli come gli è sfuggito dopo la parentesi tecnica '92-'94, e quindi ha avviato, come sostiene Mario Sechi su Il Tempo, il piano di liquidamonti, sullo slancio del probabile successo alle amministrative?

A prescindere da quale siano i piani del Pd, resta il nodo dell'articolo 18: reintegro come opzione anche per i licenziamenti economici, come vorrebbero il Pd e i sindacati, o solo indennizzo, come vorrebbe il governo? Qualcuno dovrà cedere.

Sia come sia, sembra avverarsi ciò che avevamo predetto fin da subito, pochi giorno dopo l'insediamento del governo tecnico, e cioè che Monti avrebbe avuto se non poche settimane, «due/tre mesi, non oltre febbraio-marzo», certamente non oltre le amministrative, per la sua azione riformatrice, dopo di che rischiava di essere inghiottito dal ritorno dei partiti e indebolito, paradossalmente, dall'auspicabile allentamento della tensione sui nostri titoli di Stato. Avevamo per tempo segnalato che avrebbe commesso un errore fatale programmando la sua azione - prima i conti, poi le riforme - in un arco temporale troppo lungo. La stagione delle riforme era l'inverno, non la primavera. E ora che l'inverno è finito, sembra chiudersi anzitempo.

E quindi il pericolo che intravedevamo già a novembre - e che contrapponevamo su questo umile blog all'entusiasmo che nutrivano per l'ipotesi tecnica autorevoli economisti-blogger e professori - sembra materializzarsi: l'esperienza del governo tecnico rischia di concludersi, come le precedenti, con l'ennesima tosatura (e repressione) fiscale, il completamento di una sola riforma, quelle delle pensioni, e un'operazione credibilità, tutta fondata sull'autorevolezza personale di Monti, presso gli investitori internazionali. Le liberalizzazioni sono all'acqua di rose o tutte ancora da attuare; la riforma del mercato del lavoro è in alto mare e comunque quella uscita da Palazzo Chigi è di stampo socialdemocratico, timida sull'articolo 18 e gli ammortizzatori sociali, costosa e dannosa sulla flessibilità in entrata. Spesa pubblica? Intatta. Stock di debito pubblico? Intatto pure quello. L'annunciata "spending review" resta nel cassetto, e comunque produrrebbe briciole, e di privatizzazioni neanche a parlarne, come scrive Barbera su La Stampa. Il vero problema, il perimetro e il peso dello Stato nell'economia italiana, non è stato nemmeno scalfito.

Dopo il salva-Italia e il cresci-Italia, a chiudere il trittico riformista del governo Monti potrebbe essere il ddl bluffa-Italia.

Monday, March 26, 2012

Monti non ci sta a farsi logorare

Il Pd freme per tornare a Palazzo Chigi, sullo slancio delle amministrative, e a Monti non interessa tirare a campare. Quindi...

Niente da fare, la scelta del ddl invece del decreto per portare la riforma del lavoro in Parlamento, complice l'avvicinarsi delle elezioni amministrative, segna il ritorno dei partiti e Monti rischia grosso. Nei prossimi mesi si ballerà parecchio. La direzione del Pd ha dato un sostegno praticamente unanime alla linea di Bersani sulla necessità di modificare in Parlamento la riforma, in particolare sull'articolo 18. Monti ha prontamente e indirettamente risposto da Seul, in pratica minacciando di lasciare prima del 2013: «Se il Paese attraverso le sue forze sociali e politiche non si sente pronto per quello che noi riteniamo un buon lavoro non chiederemmo di continuare per arrivare a una certa data». Il professore rifiuta il «concetto stesso di crisi» e avverte che non gli interessa «tirare a campare». Ovviamente l'Udc si è subito allineato, il Pdl a condizione che il governo tiri dritto: «Siamo d'accordo con lui – ha commentato Alfano dalla conferenza nazionale del Pdl sul lavoro – o facciamo una buona riforma o niente riforma», meglio aspettare un anno, e «se alle politiche vincerà la sinistra farà la sua riforma dettata dalla Cgil. Se, come penso, vinceremo noi faremo la nostra riforma proseguendo il cammino delle idee di Marco Biagi».

Modifiche sono accettabili, ma punto irrinunciabile, ha fatto capire il ministro Fornero, è il no al reintegro nei licenziamenti per motivi economici, cioè proprio l'opzione che il Pd vorrebbe che restasse a discrezione del giudice. «Guai» se la scelta del ddl venisse letta come un «cedimento», ma il fatto è che proprio così è stata intesa dai partiti. Ed era inevitabile. D'altra parte, appare davvero poco convincente la spiegazione fornita da Monti: «Il decreto sarebbe venuto a valle di un processo più lungo, ma con qualità al ribasso». Nel caso della riforma delle pensioni e delle liberalizzazioni il premier non è sembrato dello stesso avviso.

Il governo ha rinviato la prova di forza, ma se non ha dimostrato oggi di avere i muscoli per imporre una soluzione più rapida e più blindata, difficilmente li troverà a fine luglio, quando ci sarà da riportare al suo disegno originario la riforma, nel frattempo sfigurata dall'iter parlamentare.

D'altro canto, dall'approvazione fulminea del decreto salva-Italia l'azione del governo sembra aver perso via via incisività e agilità. Rispetto alla riforma delle pensioni e al notevole aumento dell'imposizione fiscale decisi a dicembre, il dl liberalizzazioni è uscito da Palazzo Chigi meno rivoluzionario del previsto, persino contraddittorio in alcuni punti, e ha vissuto un iter parlamentare travagliato e non privo di arretramenti e rinvii. Così anche altri provvedimenti. Ora, rinunciando al decreto, una delle due riforme (dopo quella delle pensioni) più attese dai mercati Monti la rimette nelle mani dei partiti, insieme alla sua stessa credibilità. Il risultato è che delle riforme per la crescita su cui l'Italia si è impegnata con l'Ue e con i mercati, che nel frattempo stanno manifestando segni di insofferenza, dopo 6 mesi solo una è legge: quella delle pensioni. Le liberalizzazioni sono all'acqua di rose, o in attesa di attuazione (come la separazione Snam-Eni e i servizi pubblici locali), e la riforma del lavoro naviga ancora nell'incertezza, così come la stessa sopravvivenza del governo.

Monti e Napolitano devono aver pensato che un'accelerazione proprio alla vigilia delle elezioni amministrative avrebbe potuto esasperare le tensioni nel Pd, mettendo a rischio la tenuta del governo, mentre all'indomani del voto – che dovrebbe sorridere ai Democrat – sarebbe stato più facile ricondurre il partito di Bersani a più miti consigli e far digerire la "manutenzione" dell'articolo 18. Ma è un grosso rischio. Un successo, infatti, coniugato al calo dello spread, potrebbe anche persuadere il Pd che sia giunta l'ora di far scattare il piano di liquidazione del governo Monti-Napolitano, di cui ha parlato Sechi sul Tempo, e di andarsi a giocare l'intera posta stoppando sul nascere il progetto tecno-centrista.

Nei giorni scorsi, tra l'altro, abbiamo appreso che dietro la scelta di affidarsi ad un ddl e non ad un decreto, come il governo Monti aveva fatto fino ad oggi con le altre sue riforme, non ci sono solo le difficoltà del Pd e la moral suasion del presidente della Repubblica. Per la prima volta si sono intraviste delle pericolose crepe all'interno della compagine di governo, con ministri apertamente contrari non solo al tipo di soluzione legislativa, ma anche nel merito di una riforma espressamente parte del programma concordato con le istituzioni europee e attesa dai mercati.

Tuesday, February 14, 2012

Partiti, si cambia o si muore

Anche su Notapolitica

E' questa la fine dei partiti come li abbiamo conosciuti? A giudicare dalle cronache politiche si direbbe che i partiti della seconda Repubblica, soprattutto i due maggiori, Pd e Pdl, stiano procedendo a gambe levate verso la loro autodistruzione e che si stia sempre più aprendo lo spazio per una nuova offerta politica, centrista e tecnocratica, in grado di scomporre e ricomporre il sistema partitico. Molto dipenderà dal successo o meno del governo Monti nel tenere l'Italia lontano dall'occhio del ciclone e dalle mosse dei partiti stessi. Tutti sono in entrati in questa nuova fase in crisi profonda, esposti alle sferzate dell'antipolitica, nessuno in grado di dare risposte credibili alla paralisi italiana. I frequenti ringraziamenti di Monti per il loro responsabile e leale sostegno - molto più convinto di quello che dimostrano in pubblico, precisa il professore; il dispiacere più volte espresso dal presidente del Consiglio per la pessima considerazione di cui godono presso i cittadini; e l'accenno, anch'esso frequente, alla «continuità» della sua azione di risanamento con quella del governo Berlusconi, suonano beffardi. Non cavalca certo l'antipolitica, anzi auspica che il "disarmo" tra i partiti favorito dal suo governo possa ridare smalto alle istituzioni parlamentari, ma si può registrare una punta di sobria perfidia in Monti, che quanto più i partiti appaiono annaspare, tanto più ha nei loro confronti parole di apprezzamento che rasentano la commiserazione. Al di là di come il premier si vede nel 2013, se in corsa per Palazzo Chigi, o per il Quirinale, o invece di ritorno alla sua vita lontana dai riflettori della politica, i partiti non sono ancora riusciti ad arrestare la loro caduta libera.

Intendiamoci: è fisiologico che ai tempi del governo tecnico Pd e Pdl appaiano subalterni, che si trovino in difficoltà con le proprie constituency elettorali, cui devono far ingoiare scelte impopolari, e che siano oscurati, quando non maltrattanti, dai mainstream media, quasi tutti "pazzi per Mario". Detto questo, però, ci stanno mettendo del loro. Il Pd continua ad autoflagellarsi e a perdere primarie su primarie e il Pdl è impantanato nelle sabbia mobili, tra congressi al veleno e tessere fasulle che hanno tutto il sapore della vecchia politica. Entrambi non sanno mettere sul tavolo una proposta una che sia comprensibile, chiara, netta, sul fronte delle riforme istituzionali, tanto meno una visione di politica economica coerente e adeguata ai tempi che viviamo.

Bersani continua a impersonare la tragicomica figura di un segretario che finge di poter essere il leader del futuro ma sa di non poterlo più essere; ed è quindi intento da una parte a respingere con livore gli attacchi degli aspiranti leader e rottamatori vari, dall'altra a difendere i ruderi di una dottrina economica sicuramente prevalente nel suo partito ma altrettanto incompatibile con le ricette per far uscire l'Italia dalla crisi. Dal canto suo Alfano, delfino designato di Berlusconi, si sta "bersanianizzando", da volto giovane la sua immagine si sta rapidamente ingrigendo. Anche lui più che altro preoccupato di azzoppare sul nascere possibili pretendenti alla leadership del Pdl, le sue dichiarazioni sempre più paludate e "democristiane", mentre il partito, cedendo alle giustificate richieste di democrazia interna, è stato risucchiato nei vecchi schemi, ha perso qualsiasi identità e riconoscibilità sul piano della politica economica, e anche la scelta del bipolarismo sembra ormai offuscata. Al contrario, sarebbe questo il momento di scelte nette: per una forma partito leggera, all'americana (niente tessere e congressi, solo primarie); per il presidenzialismo e il maggioritario; per una politica di liberazione fiscale, passando però attraverso un poderoso mea culpa per le derive stataliste della precedente esperienza di governo.

Meno degli altri, ma anche Casini è in difficoltà. Si aspettava probabilmente un ruolo più di primo piano nell'esperienza del governo tecnico, essendo da sempre il suo più fervido sostenitore in Parlamento. Casini e Fini intuiscono che il futuro è al centro, ma che il ceto chiamato a giocare la partita potrebbe non essere quello politico, e tentano il rilancio: si aggrappano a Monti candidandolo alla guida di una grande coalizione di moderati anche per la prossima legislatura.

Tutti i partiti hanno capito che le riforme istituzionali e la legge elettorale, temi che non appassionano l'elettorato, possono tuttavia rappresentare la loro trincea difensiva e il loro parziale riscatto. Solo che tutte le bozze che circolano rischiano di annacquare se non di seppellire il bipolarismo. Di sistemi che hanno dato prova di funzionare ce ne sono, ma siamo sempre alla ricerca dell'ibrido, a volte di un ibrido dell'ibrido, invenzioni cervellotiche prive della prima caratteristica che in una democrazia dovrebbe avere il sistema elettorale: semplicità e trasparenza. L'elettore deve capire intuitivamente l'effetto che produce il suo voto in termini di rappresentanza e governo. Invece si tratta di testi in cui anche gli osservatori più attenti rischiano di perdersi entro le prime cinque righe. La bozza Violante-Bressa è sostanzialmente un modello tedesco corretto all'italiana, con soglia di sbarramento bassa (4-5%) e un piccolo premio di maggioranza alle coalizioni che superano il 10%. L'effetto è sostanzialmente proporzionale, difficilmente una delle coalizioni sarebbe in grado di governare autonomamente, dovrebbe essere definita una nuova alleanza in Parlamento, con i centristi ago della bilancia. L'ibrido ispano-tedesco di Ceccanti e Vassallo ha sì il vantaggio di produrre un sicuro effetto maggioritario, favorendo i due partiti più grandi senza penalizzare troppo i medi, ma con lo sgradevolissimo difetto dell'elezione di candidati che si sono piazzati terzi o quarti nei collegi uninominali, un'autentica aberrazione.

La sorte degli attuali partiti dipenderà però anche dall'esito dell'esperimento dei tecnici. Se il governo avrà successo e non sapranno adeguarsi al nuovo standard, verranno spazzati via. Consapevole che, al di là delle riforme interne, i fattori esterni (crisi greca, Bce e firewalls europei, fiducia degli investitori) pesano in modo decisivo sul costo del nostro debito, e di non poter risolvere i problemi dell'economia italiana in un anno, Monti si è limitato al minimo indispensabile - che è comunque più di quanto siano riusciti a fare i governi precedenti - per convincere i partner europei e gli operatori finanziari che l'Italia è finalmente sulla strada giusta. Un'operazione di persuasione che ricorda molto quella di Ciampi che negli anni '90 ha permesso all'Italia di entrare nell'euro. Insomma, autorevolezza personale più che riforme radicali. Basterà questa volta? Non è affatto scontato. Il 15 febbraio l'Istat dovrebbe rendere nota la stima preliminare del Pil nel IV trimestre del 2011, e potremmo scoprire che la recessione si è già mangiata tutto il +0,5% su base annua dei primi tre. Nelle settimane successive i dati sui conti nazionali e sul Pil riferiti ai primi mesi del 2012 potrebbero rendere evidente che l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 non è alla portata. E senza crescita, né dismissioni, non si vede come il Paese potrebbe sopportare manovre di riduzione del debito al ritmo di 1/20 di Pil l'anno. L'appuntamento chiave per misurare  lo stato di salute dei partiti, invece, sono le ormai prossime elezioni amministrative. Il governo Monti ha nascosto i partiti sotto una spessa coltre di neve, non è detto che riappariranno tali e quali con il disgelo primaverile.

Tuesday, June 07, 2011

Primarie specchietto per le allodole?

Anche su taccuinopolitico.it

Solo l'uninominale assicura la vera "contendibilità": delle istituzioni e, quindi, dei partiti

Primarie, primarie, primarie. Tutti pazzi per le primarie in queste ore e giorni tra i commentatori e i militanti di centrodestra. Ci mancherebbe essere contrari alle primarie. Il sottoscritto è favorevole a qualsiasi riforma politica che abbia come modello le democrazie anglosassoni. Le primarie sono uno strumento ormai insostituibile, imprescindibile, di selezione "aperta" ed efficiente dei candidati e delle leadership, in modo da limitare, sottoporre a verifica le scelte delle oligarchie di partito. Come osservano in molti - da Ferrara su Il Foglio a Sechi su Il Tempo - il Pdl dovrebbe subito adottare le primarie, se non altro perché nessun altro metodo offre le stesse garanzie per la scelta del leader post-Berlusconi. Utile e innovativosarebbe tra l'altro coinvolgere non solo gli iscritti in “primarie di programma”, come le ha definite Daniele Capezzone, tra alcune scelte di governo alternative riguardanti temi quali fisco, lavoro, liberalizzazioni, infrastrutture, servizi pubblici.

Detto questo, però, attenzione a due cose. Primo, le primarie non riguardano le cariche interne ad un partito, mentre è ad esse che si riferiscono molti di quelli che le reclamano. Che il segretario, i vertici, e i coordinatori territoriali debbano essere eletti (dagli iscritti) dovrebbe essere il minimo sindacale in un'organizzazione politica che voglia apparire (perché per esserlo serve anche altro) democratica. Con le primarie (aperte anche ai "sostenitori" non iscritti) si scelgono i candidati del partito alle cariche "esterne": i candidati al governo (nazionale o degli enti locali), o a rappresentare i cittadini in Parlamento.

E qui veniamo al secondo punto. Non ha alcun senso parlare di primarie se non ci si riferisce ai candidati e ha poco senso parlarne al di fuori di un contesto bipolare e maggioritario. Hanno senso, quindi, se c'è da scegliere il candidato sindaco o il candidato governatore di una regione, elezioni in cui ormai il sistema maggioritario si è consolidato. Prima di quanto crediamo potrebbero non avere più alcun senso, invece, per il candidato premier, se non si salva - e, anzi, non si consolida - il bipolarismo dai progetti neo-proporzionalisti che incombono in vista dell'uscita di scena di Berlusconi.

Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, sostiene, a mio avviso in modo convincente, che il destino del Pdl nel dopo-Berlusconi sia inevitabilmente legato alla tenuta e anzi al consolidamento del bipolarismo. E il tema della legge elettorale sarà anche noioso, ma resta fondamentale. Perché un ritorno al proporzionale «spalancherebbe le porte alla fine del bipolarismo», alla «rinascita del trasformismo parlamentare», al «trionfo di un notabilato politico impegnato a fare e disfare alleanze parlamentari». Una legge elettorale che spostasse il momento della formazione delle alleanze di governo da prima a dopo il voto, non solo accrescerebbe l'instabilità e l'ingovernabilità di questo Paese, già a livelli allarmanti, ma decreterebbe molto probabilmente la dissoluzione del Pdl.

Più che delle primarie, dunque, dovremmo preoccuparci della legge elettorale. E convincerci una volta per tutte che la vera "contendibilità", la contendibilità che cerchiamo di ottenere con le primarie, la garantisce solo il sistema uninominale. E' con l'uninominale che chi perde, perde davvero ed è costretto a cambiare mestiere. Solo con l'uninominale gli elettori possono pensionare un big della politica che ha fatto il suo tempo. Ed è questo sistema, come dimostra l'esempio americano, che si porta con sé le primarie: i partiti infatti sono indotti ad affidarsi alle primarie come mezzo più efficiente per selezionare i candidati che hanno maggiori chance di vittoria. Ma senza uninominale - o per lo meno un sistema maggioritario che rafforzi il bipolarismo, per esempio un collegio plurinominale ma piccolissimo, di 5-7 seggi - le primarie non hanno senso. Ai cittadini non interessa chi sia il coordinatore di questa o quella regione, ma sapere prima del voto chi viene indicato dal partito per rappresentarli a Roma o per governarli.

Non riduciamo, dunque, la questione del rilancio, del Pdl e del centrodestra, ad un dibattito primarie sì-primarie sì ma dopo. Per comprendere il calo di consenso sofferto dal centrodestra, e in particolare dal Pdl, alle ultime amministrative, è piuttosto al governo che bisogna guardare prima che al partito. E' un problema squisitamente politico, di sostanza e non di forma, per così dire. Ha pesato, certo, la scelta dei candidati. Si poteva, e si doveva, scegliere meglio (fermo restando che Letizia Moratti era sindaco uscente), e le primarie aiutano senz'altro. Ma hanno pesato soprattutto la stanchezza e il disgusto degli elettori meno politicizzati ma vicini al centrodestra per lo spettacolo indecoroso e l'inconcludenza politica degli ultimi dodici mesi, mentre dopo tre anni di governo le riforme promesse da quasi vent'anni di "berlusconismo" (fisco, sburocratizzazione, giustizia) non si vedono comparire all'orizzonte nemmeno di questa legislatura. Ragazzi, vanno bene le primarie, ma non sono la madre di tutte le soluzioni: il nodo politico da sciogliere è al governo. Il partito, semmai, servirà a raccogliere le macerie.

Wednesday, June 01, 2011

La strada per Palazzo Chigi non è così spianata

Ieri s'è ragionato sul centrodestra, con «l'autopsia» di ciò che ne rimane. Oggi allarghiamo lo sguardo ai vincitori, o presunti tali. Le parole di Vendola alla festa della vittoria a Milano non avrebbero aiutato Pisapia in campagna elettorale, che oggi bacchetta il suo leader («a Nichi Vendola voglio bene. Ma quando va in una città che non conosce dovrebbe ascoltare più che parlare») e fa sperare di saper contenere l'influenza dei partiti che lo hanno sostenuto. Milano ha molte più possibilità di Napoli di cadere in piedi da questo esito elettorale. Pisapia non farà disastri, i milanesi dovranno sorbirsi qualche iniziativa radical chic, magari riuscirà persino a ridurre sprechi e privilegi all'interno dell'amministrazione, ma tutto - proprio tutto - dipenderà davvero dalla forza che dimostrerà il sindaco nell'arginare l'influenza mefitica dei partiti che l'hanno sostenuto (la bramosia di potere del Pd e gli istinti vetero-comunisti di Sel). Quanto a Napoli, non resta che San Gennaro.

Sui vincitori l'analisi più interessante è come spesso capita quella di Luca Ricolfi, su La Stampa, che per certi versi completa quella di Mannheimer. Per il sondaggista di Porta a Porta e del Corriere, si è registrata una massiccia «mobilitazione» dell'elettorato di sinistra più antiberlusconiano, a fronte di una vistosa «smobilitazione» dell'elettorato di centrodestra. Da una parte, ha giocato l'entusiasmo per una vittoria percepita come a portata di mano, e capace di assestare la spallata definitiva a Berlusconi. Il quale concentrando si di sé l'attenzione avrebbe mobilitato molto più la parte avversa che la propria. Insomma, l'odore del sangue politico di Berlusconi ha portato alle urne molti elettori di sinistra come non se ne vedevano dai tempi del grande inganno veltroniano. Dall'altra, la delusione per le promesse non mantenute e una politica sempre più distante dai problemi reali ("se tanto non cambia nulla, che ci vado a fare a votare?"), e l'autentico disgusto per la rissa nel fango degli ultimi dodici mesi, hanno tenuto lontano dalle urne molti elettori. Non una cattivissima notizia per il centrodestra, dunque, nel senso che secondo Mannheimer pare di capire che non ci siano stati consistenti flussi di elettorato dal centrodestra al centrosinistra. Ma potrebbero esserci in futuro se Berlusconi e Bossi continueranno con questo copione.

Per Ricolfi, se lo sconfitto è certo (Berlusconi), il vincitore «nascosto» delle elezioni è il «partito di Santoro» (grazie ai soldi dei contribuenti, aggiungerei): «Berlusconi ha perso, ma solo il partito di Santoro ha vinto. Questa è certamente una buona notizia per i molti nemici di Berlusconi, ma non è detto che lo sia per il centrosinistra».

In effetti, nessuno dei profili dei candidati premiati dagli elettori (Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli e Zedda a Cagliari), anche se per alcuni aspetti molto diversi tra di loro, sembra coincidere con quello di un ipotetico candidato premier del Pd. Se oggi Bersani è più forte nel suo partito, alla luce di questi risultati elettorali ed essendo ormai irrinunciabili le primarie di coalizione, sembrano rafforzate le possibilità che a guidare il centrosinistra alle prossime elezioni politiche sia Nichi Vendola. E infatti si è subito riaperta a sinistra la disputa tra primarie subito (Vendola) e primarie dopo (Bersani). Oltre ai ringraziamenti ai «fratelli» rom e musulmani per la vittoria a Milano, ieri Vendola ha fatto parlare di sé per la decisione assunta in Puglia, da governatore, di alzare l'addizionale Irpef per coprire il buco nella sanità pugliese. Le imprese pugliesi già pagano la percentuale massima dell'Irap consentita, ora Vendola ha aumentato l'addizionale Irpef del 30% per i redditi bassi e di oltre il 50 per quelli medio-alti. «Fratelli rom, sorelle tasse», sembra su misura il titolo del Giornale.

Ma il punto è che quello definito da Ricolfi «il partito di Santoro» non è che il partito dell'antiberlusconismo più viscerale, che come conferma Mannheimer sarebbe tornato a mobilitarsi in queste elezioni. Ma se l'antiberlusconismo - giudiziariamente, mediaticamente e ora elettoralmente - ha assestato duri colpi al centrodestra, facendo intravedere più volte il momento dell'uscita di scena di Berlusconi, ha tuttavia reso quasi impossibile in questi anni la formazione di una credibile alternativa di governo a sinistra. Fino ad oggi le forze della cosiddetta sinistra riformista non sono riuscite a governare con la sinistra radicale e giustizialista. A fronte di qualche di exploit elettorale - per cui a sentire un certo giornalismo "impegnato" gli italiani si sarebbero magicamente trasformati da rimbecilliti dal Cavaliere a protagonisti di una riscossa civile - zero capacità di governo. Le uniche due esperienze di governo, quelle guidate da Prodi, sono malamente naufragate, regalando una vera e propria resurrezione politica a Berlusconi.

C'è un "non detto" nel centrosinistra, un dato per scontato che invece potrebbe rivelarsi un calcolo sbagliato: si illudono che fatto fuori Berlusconi, il centrodestra cadrà nel marasma più totale e avranno gioco facile nel conquistare Palazzo Chigi. Può darsi, ma come osserva Ricolfi, non fanno i conti con un «confronto fra una destra e una sinistra entrambe deberlusconizzate», dove prima o poi lo scontro non sarà più fra berlusconiani e anti-berlusconiani. E allora, se il centrodestra saprà conservare un minimo di compattezza e di coerenza ideale e programmatica, e non getterà alle ortiche questi 20 mesi circa di governo che restano, potrebbero accorgersi che Berlusconi non era poi così insostituibile ed era in realtà l'ultimo dei loro problemi sulla strada per Palazzo Chigi.

Tuesday, May 31, 2011

Autopsia dopo la disfatta

Avevo anticipato a venerdì alcune considerazioni ("Macerie per tutti") su una disfatta che ormai si andava profilando come inesorabile. Può apparire irresponsabile un elettorato che affida l'amministrazione di importanti città come Milano e Napoli a due candidati del tutto privi di esperienza di governo e dal profilo, anche se per aspetti molto diversi, "radicale". Ma a ben vedere c'è una prova di maturità in tutto questo, nel senso che evidentemente non ci si accontenta di votare il "meno peggio", almeno non ad oltranza, e per certi versi è un bene che i "meno peggio" non godano di un'eccessiva rendita di posizione. Insomma, non basta, non è mai bastato - vale sia per Berlusconi che per i suoi nemici - demonizzare l'avversario politico. E' inutile illudersi, ma la lezione che da queste amministrative dovrebbero trarre in molti è che Berlusconi si può battere, «cambiare è possibile», per dirla con le parole di Ezio Mauro. E allora, alla luce dei risultati di oggi, cosa resta di tutte le fandonie dette e scritte sul "dittatore" Berlusconi e sugli italiani rimbecilliti dall'imbonitore di Arcore? Bisognerebbe rivederla questa teoria "apocalittica" della politica e dei mezzi di comunicazione. La realtà è che gli italiani non sono affatto stupidi e che non c'è intervista a reti unificate che possa compensare un deficit di politica.

Candidati debolissimi, certo, temi e toni della campagna elettorale che hanno indispettito i cittadini, ma è all'ultimo anno di rissa continua e immobilismo che bisogna guardare per comprendere la disfatta del centrodestra, che non ha risparmiato la Lega. Il Pdl non sa selezionare i propri candidati e le primarie divengono imprescindibili, strutturando il partito come comitato elettorale "al servizio" del "popolo" di centrodestra. Anche la Lega stavolta dovrebbe fare autocritica, e comprendere che quando si è al governo la litigiosità danneggia tutti. Ma il punto vero è che l'elettorato di centrodestra arrivava a questo appuntamento elettorale sfiancato da mesi di lotta nel fango tra Fini e Berlusconi, di assalti mediatico-giudiziari, di inconcludenza politica e mercato delle vacche in Parlamento. Berlusconi e il centrodestra hanno la colpa di aver perseverato con questo copione, di non aver saputo divincolarsi dalla morsa Fini-Procure con l'unico mezzo che i cittadini sarebbero stati disposti a tollerare, la politica, e di aver invece accettato di combattere nel fango e nel caos della rissa permanente.

Berlusconi ha perso perché si è voluto difendere nella rissa e non dalla rissa, nei processi e non dai processi, finché agli occhi di chi nel 2008 l'aveva votato l'imputato Berlusconi ha finito per sostituire il Berlusconi premier. Ma l'elettorato, quello meno politicizzato, ha dimostrato già in moltissime occasioni di essere vaccinato contro l'arma giudiziaria. Sa bene a cosa sia stato sottoposto Berlusconi in quasi vent'anni, da quando è sceso in politica. Pretende però che i problemi del Paese, e non le vicende personali di Silvio, rimangano al centro del dibattito politico. Berlusconi dovrebbe lasciare ai suoi nemici parlare di processi, di intercettazioni e di Ruby, e lui dimostrare di occuparsi dei problemi dei cittadini.

Lo ripeto: del Berlusconi imputato agli italiani sostanzialmente non frega nulla, sia che siano le opposizioni a cavalcare i suoi guai giudiziari (e questa volta né Pisapia né De Magistris l'hanno fatto), sia che sia il Cavaliere stesso a voler speculare politicamente su di essi. E' da un anno che lo scrivo su questo blog: l'unica strategia escludendo il voto anticipato, prima per superare la scissione dei finiani, poi per rispondere ad ogni tipo di attacco mediatico-giudiziario, era governare governare governare. Perché è questo, essere governati, che gli italiani meno politicizzati, gli elettori indipendenti (per non usare la parolaccia "moderati"), in sostanza quelli che ti fanno vincere o perdere le elezioni, si aspettano. E nell'ultimo anno, nonostante alcune cose buone fatte, la sensazione è che Berlusconi e la maggioranza di governo si siano occupati d'altro.

Per di più, mentre il Cav. era concentrato sui suoi processi, Tremonti instaurava un vero e proprio Stato di polizia tributaria da far impallidire il ricordo di Visco. Non solo odioso agli occhi dell'elettorato di riferimento del centrodestra, ma dagli effetti depressivi sull'economia. A parole il ministro sembrerebbe orientato a fare dietrofront - di recente ha denunciato le «ganasce fiscali» che lui stesso ha contribuito se non a creare almeno a rafforzare - ma dal 1mo luglio scatta l'esecutività della riscossione a 60 giorni dall'accertamento. Nel tentativo di rendere efficiente la riscossione, infatti, è stata introdotta una presunzione di colpevolezza, invertendo l'onere della prova a carico del contribuente. Nonostante una posizione debitoria ancora da accertare e tutti i ricorsi del caso, dopo 60 giorni dalla notifica gli agenti della riscossione potranno infatti attivare senza alcun preavviso le procedure esecutive (con sequestri e ipoteche). Una misura di cui poco si è parlato, forse, ma che senz'altro è arrivata all'orecchio di chi doveva arrivare, cioè delle partite Iva.

Fisco e sburocratizzazione. Solo da qui può ripartire Berlusconi. O dimostrerà di avere la forza per imporre riforme vere nei prossimi 18 mesi, o non potrà essere lui il candidato del centrodestra nel 2013. Probabilmente il governo reggerà, ma bisognerà vedere se Tremonti, la Lega, e le varie "bande" nel Pdl saranno davvero interessati al rilancio del governo, oppure accetteranno di mandare avanti Silvio solo per cuocerlo a fuoco lento ed evitare di scottarsi loro.

Dopo mesi di chiacchiere l'elettorato di centrodestra comincia a veder svanire dall'orizzonte anche di questa legislatura le riforme che sono la ragione d'essere fondante del berlusconismo: riforma dello Stato, del fisco e della giustizia. E tende quindi a restare a casa sfiduciato e disgustato da una politica incapace di decidere, mentre gli elettori di sinistra si mobilitano solo per candidati a vario modo "radicali". E qui veniamo al vero nodo del sistema Italia. Un Paese dalla politica all'economia letteralmente bloccato da lacci e veti di ogni tipo, il cui dramma sta nell'impossibilità di esercitare un qualsivoglia decisionismo. Anche chi, come Berlusconi, del decisionismo ha fatto una delle sue cifre politiche, si è fatto risucchiare dalle sabbia mobili italiche.

Friday, May 27, 2011

Macerie per tutti

Il centrodestra ce l'ha messa davvero tutta per perdere queste elezioni amministrative. Anche la campagna elettorale per i ballottaggi è stata sovrastata dalla rissa, nazionale o locale che fosse, con la stampa pronta a raccogliere ed enfatizzare ogni spiffero cacofonico di Pdl e Lega, come la ridicola provocazione di spostare i ministeri, con la quale i leghisti stessi hanno svilito l'idea originale e innovativa di «capitale reticolare». Ma di spifferi, autentici autogol, ne hanno regalati a iosa i due partiti di maggioranza, offrendo l'immagine di una coalizione in rotta, forse con i numeri in Parlamento ma senza orizzonti politici. Alzare i toni, anche politicizzare lo scontro, va bene, ammesso però che si tratti di questioni concrete che interessano i cittadini, non di slogan che suonano come mera propaganda e demonizzazione dell'avversario. Possono anche essere fondati, nel merito, gli allarmi, ma è la forma eccessiva che - comprensibilmente - indispettisce ancor di più l'elettore. E' la stessa identica formula usata contro Berlusconi che da anni fa perdere la sinistra.

Della calunnia in diretta tv della Moratti al suo avversario, che ha assestato il colpo di grazia alle sue chance di farcela, si è parlato anche troppo. Molto meno delle sue scuse, di Pisapia che rifiuta il confronto, dei gravi episodi di violenza che hanno accompagnato la cavalcata - pare trionfale - dei candidati di centrosinistra a Milano e Napoli. Di cui non saranno certamente loro i diretti responsabili, ma che certo dicono molto dell'esercito che hanno saputo mobilitare. Il comitato elettorale di Lettieri a Napoli viene dato alle fiamme a poche ore dal voto. E pensare che qualche ora prima ci era stato propinato il solito lungo editoriale di Saviano su Repubblica per spiegare che la Camorra sta col centrodestra. Chissà cosa avrebbe potuto scrivere se ad essere bruciato fosse stato il comitato di De Magistris. Tra aggressioni e denunce, a Milano la campagna è proseguita con il linciaggio via web a Red Ronnie e termina con Gigi D'Alessio che rinuncia a cantare in piazza per la Moratti. E non - come falsamente affermano i giornali - per le frasi fuori luogo di qualche esponente leghista, ma principalmente per le gravi minacce giunte via internet al cantante da militanti di sinistra.

L'elettorato arrivava a questo appuntamento elettorale sfiancato da mesi di lotta nel fango (tra Fini e Berlusconi), di assalti mediatico-giudiziari, di inconcludenza politica e mercato delle vacche in Parlamento. Il centrodestra ha la colpa di aver perseverato con questo copione. In democrazia gli elettori sono sovrani e hanno sempre ragione. Va compresa quindi l'insoddisfazione e l'autentico disgusto che hanno tenuto lontano dalle urne molti elettori ed elettrici vicini al centrodestra o indipendenti. Che a prevalere in queste elezioni siano candidati impresentabili e reazionari non è che un'aggravante per il centrodestra, non una prova della stoltezza dei cittadini. Ma l'esito che ormai appare inevitabile sarà più che deleterio per tutti, accentuando l'arretratezza civile, economica e del sistema politico in cui versa l'Italia. Merito di Berlusconi l'aver resistito e il resistere agli assalti eversivi della magistratura politicizzata, colpa di Berlusconi non averlo fatto con l'unico mezzo che i cittadini sarebbero stati disposti a tollerare: la politica. E aver accettato, invece, di combattere nel fango e nel caos della rissa permanente.

Monday, May 23, 2011

La capitale reticolare era cosa seria

Uno spettacolo desolante: a pochi giorni dal voto decisivo a Milano e Napoli Pdl e Lega non trovano di meglio che accapigliarsi sull'ipotesi di trasferire al nord un paio di ministeri inutili (quelli guidati da Bossi e Calderoli, pare di capire). Niente di più lontano dagli interessi dei cittadini. Di certo né al nord né ai romani interessa la sede di qualche ministero senza portafoglio. La Lega è riuscita a svilire anche un'idea innovativa e interessante come la capitale «reticolare», che è una realtà in Germania. La Corte costituzionale federale tedesca, per esempio, ha sede a Karlsruhe, la Bundesbank a Francoforte, e molti ministeri si dividono tra Berlino e Bonn.

Decentrare non tanto i ministeri, ma autorità e poteri di controllo, direzioni di enti pubblici e di imprese a partecipazione statale, alla ricerca di una maggiore funzionalità, non dovrebbe essere tabù. Come non lo è stato e non lo è in altre importanti capitali europee. Non si vede, per esempio, perché autorità indipendenti come la Consob e l'Antitrust non potrebbero avere sede a Milano. Ma è un tema serio, che va approfondito, discusso, preparato, e non gettato come un sasso nello stagno alla vigilia di un voto amministrativo in cui è in gioco la tenuta stessa dell'Esecutivo.

Neanche come arma propagandistica si è rivelata un gran ché, perché certo l'ubicazione dei ministeri non è in cima alla preoccupazione degli elettori e, anzi, lo scontro sul tema sta offrendo un'immagine ancor più rissosa e sconclusionata della compagine governativa. Quando dai partiti di governo, Pdl e Lega, ci si aspettava che si impegnassero a "deministerializzare", e non a "ministerializzare" oltre Roma anche il resto d'Italia; e che cominciassero come promesso a defiscalizzare, mentre solo dopo tre anni di governo il ministro Tremonti scopre che le «ganasce fiscali» (che lui stesso ha implementato) stanno soffocando la nostra già timida ripresa. Dal Senato federale e dal federalismo fiscale, dalla riduzione dei ministeri, delle province e dei loro costi, insomma dalle riforme epocali, siamo passati al reclamo delle stoviglie: un po' a me un po' a te.

Non credo proprio che la principale preoccupazione dei cittadini di Milano sia accollarsi il peso di qualche corpaccione ministeriale. No, non credo proprio. Anzi, se fosse una prospettiva seria ne sarebbero preoccupati. Ma siccome non è seria, sono avviliti, disgustati, e domenica non andranno a votare. Il centrodestra va incontro ad un massacro che con un poco più di sale in zucca poteva essere evitato.

Friday, May 20, 2011

Regola n. 1: basta parlare dell'avversario

Considerando solo i voti espressi per i due candidati che andranno al ballottaggio, il vantaggio di Pisapia sulla Moratti è di 53,6 a 46,4%. Ma secondo una delle corse clandestine cui hanno assistito Mancia e Bressan, Fan Pisapie avrebbe allungato 55'' a 45'', probabilmente per un certo effetto entusiamo da una parte e depressione dall'altra. L'impressione però è che di questo passo il centrodestra rischia l'umiliazione di un secco 60 a 40. Al momento la comunicazione continua ad essere a mio avviso sbagliata.

Per quanto possa essere fondato l'allarme sulle politiche diciamo un po' naïf ed eco-progressiste di Pisapia, riguardo per esempio i nomadi e le fantomatiche «esperienze di autocostruzione», gli immigrati, in particolare i musulmani e «la più grande moschea d'Europa», le tasse, in questa settimana il centrodestra e la Moratti dovrebbero imporsi di non nominarlo neanche Pisapia. Purtroppo invece continuano a passare (almeno è ciò che arriva al nostro osservatorio), tramite le dichiarazioni, i manifesti, e i titoli sui giornali vicini al centrodestra, esclusivamente messaggi "contro" Pisapia, il quale ovviamente in negativo, ma è al centro della comunicazione del centrodestra, mentre si avverte l'assenza di una proposta forte della Moratti. E' come se anche loro stessero facendo campagna elettorale per lui, come illustrato in questa acuta ed emblematica vignetta di Pillinini.

E demonizzazione o meno, toni aggressivi o educati, vere o false che siano le cose che si dicono e scrivono di Pisapia, tenere l'avversario al centro della propria comunicazione è un errore madornale, tra l'altro esattamente lo stesso errore che fa la sinistra con Berlusconi. Si continuano ad elencare ai milanesi tutti i motivi, molti anche validi, per cui sarebbe disastroso affidare Milano a uno come Pisapia, che ne farebbe una «zingaropoli». Ma non si spiega invece per quali motivi, almeno un motivo forte, bisognerebbe riaffidarla alla Moratti. La quale bene o male ha amministrato la città per cinque anni e quindi dovrebbe essere in grado di parlare di sé. Se i milanesi dovessero passare anche questa settimana a sentire quanto è «matto» Pisapia, il rischio è che decideranno di "impazzire" anche loro...

Wednesday, May 18, 2011

L'eterno ritorno a sinistra?

Se ti chiudi in difesa, e cominci a non vedere più palla ma a tirare calci sugli stinchi, prima o poi il gol lo prendi ed è proprio questo ciò che ha fatto il centrodestra, Berlusconi in primis, non riuscendo ad imporre nel dibattito pubblico un'agenda di governo (cittadina e nazionale), ma subendo l'agenda della magistratura politicizzata, mentre Pisapia, politicamente radicale ma pacato nei modi, riusciva nel presentarsi sotto le insegne del "moderatismo". Certo, non bisogna sottovalutare la virulenza degli attacchi e, a dispetto di quanto si creda, la potenza mediatica dei fiancheggiatori dei pm politicizzati. Non è facile togliergli lo scettro dell'agenda pubblica, ma il Cavaliere non ci ha nemmeno provato. Anzi, ha accettato la sfida sul terreno allestito dai suoi nemici. E «molta gente si è rotta le palle» (Feltri sarà antipatico, ma ha la virtù della sintesi). Si è rotta delle chiacchiere e del clima di rissa permanente ma improduttiva, da cui non esce mai un vincitore.

E' una questione di agenda, su che cosa cioè è concentrata l'attenzione dell'opinione pubblica, lo ricordava Giuliano Ferrara nel suo primo commento post-elettorale su Raiuno. Non che il governo se ne sia stato con le mani in mano, ma non è riuscito ad imporre nessun grande tema e Berlusconi negli ultimi dodici mesi ha fatto l'imputato o si è messo a caccia di voti alla Camera. Dare l'impressione che non riesca a gestire l'attività di governo a causa dei suoi processi è proprio ciò cui mirano i suoi avversari e i siparietti in piena campagna elettorale davanti al tribunale di Milano non hanno certo aiutato, anche se le prime analisi dei sondaggisti (vedi Mannheimer ma anche Repubblica) tendono a dare molto risalto all'errore commesso dalla Moratti a quattro giorni dal voto, quando cioè gli elettori indecisi decidono per chi votare. La stanchezza ha quindi colpito gli elettori di centrodestra, che ultra-vaccinati sulla persecuzione cui Berlusconi è oggetto da quando è in politica, non sono disposti però - giustamente - a perdonargli che anche lui si metta a parlare dei suoi problemi giudiziari, a cincischiare in manovre di Palazzo, e non si occupi dei problemi del Paese.

Prima la scissione di Fini - una lotta nel fango che a lungo andare ha danneggiato tutti e due i contendenti, a prescindere da torti e ragioni; poi i mesi passati a ritrovare i numeri alla Camera, con i noiosissimi e autoreferenziali dibattiti su elezioni anticipate vs governi tecnici; quindi il Rubygate e infine gli sterili distinguo della Lega, mentre nel frattempo continuavano gli assalti mediatico-giudiziari, nonché le "punturine" una al dì di Napolitano. In tutto questo, fatti zero o pochini, comunque invisibili. Ecco perché Berlusconi deve sforzarsi di reimpadronirsi dell'agenda pubblica, facendo il capo del governo e nient'altro. Serve «una vera sferzata pro-crescita all'economia», suggerisce Panebianco oggi sul Corriere, ma che non si limiti a qualche decreto, a spargere qualche sussidio e credito d'imposta qui e là, ci vogliono obiettivi di riforma ambiziosi, per far scorgere agli italiani orizzonti nuovi e promettenti per il futuro.

Sul fronte del centrosinistra, l'esito di queste amministrative, lo segnala Panebianco, ha sciolto almeno il nodo delle alleanze ed è qui che rischiamo un eterno ritorno. I successi dei candidati di Vendola (Pisapia e Zedda), di De Magistris e del Movimento di Grillo, nonché i numeri miserabili raccolti dai centristi, hanno archiviato ogni tentazione del Pd, da sempre attribuita ai dalemiani, di allearsi con il Terzo polo emarginando le estreme. Ora abbiamo almeno una certezza: il Pd si presenterà alle prossime elezioni politiche in una coalizione spostata molto a sinistra, egemonizzata (se non nei posti di potere e nella guida sicuramente nella base politica e nelle proposte) dalle sue componenti più estreme: Vendola, Di Pietro, Beppe Grillo. E' il frutto avvelenato di sempre dell'antiberlusconismo militante delle procure, delle loro gazzette e del cosiddetto "popolo viola", la maledizione perpetua del riformismo di sinistra. Alla fine, a forza di inchieste e scandali sono riusciti a mettere Berlusconi nell'angolo, a mandare in tilt la maggioranza di governo. Ed ecco che il "popolo" di centrodestra, che non si fa affabulare né da Berlusconi né dalla persecuzione mediatico-giudiziaria di cui è vittima, ma che non per questo è disposto a perdonargli l'immobilismo e l'inattività al governo, si stufa e manda il segnale. E' solo così - diciamo per logoramento e non per abbattimento - che l'antiberlusconismo fa "vincere" la sinistra. A questo punto i vertici del Pd si ri-convincono che si vince a sinistra e torniamo tutti al punto di partenza: all'Ulivo più Rifondazione più Di Pietro, che oggi si chiama Pd più Vendola più Di Pietro. Per di più, nella convinzione - a mio avviso sbagliata - che l'ostacolo che si frappone tra loro e la conquista di Palazzo Chigi sia solo Berlusconi. E quindi di aver gioco facile se non dovesse ricandidarsi. Ma se il centrodestra non imploderà, dilaniato dalle divisioni della successione, si accorgeranno che le loro sconfitte non sono tutta colpa del fattore B.