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Monday, May 28, 2012

La giornata: calcioscommesse, giustizia spettacolo, caccia alle streghe. C'è del marcio in Italia

Lo scandalo calcioscommesse, la giustizia spettacolo, la caccia alle streghe, la purga vaticana, la casta politica e i tecnici bluff. C'è del marcio in Italia, e sembra tenersi tutto insieme. Arresti e indagati eccellenti macchiano il mondo del calcio, sfiorando anche la Nazionale alla vigilia dell'Europeo. Il danno d'immagine è enorme. Da romanista, scandalizzato vero (ma non sorpreso), resto garantista. Bisogna dirlo: alcune perquisizioni francamente ridicole, che sanno di pura spettacolarizzazione, non depongono a favore della credibilità dell'inchiesta.

D'altra parte, ci resta la sensazione che il calcio italiano sia fasullo. Viviamo in un Paese in cui il capitano della Nazionale non si limita a prendere atto senza ipocrisia delle partite truccate, del "biscotto" quando a entrambe le squadre conviene il pareggio, ma in qualche modo le giustifica. E tutto va bene, nessuno dice niente. Fascia da capitano, inno e via in campo. E in cui al di là del fatto penale, sugli illeciti puramente sportivi le autorità calcistiche non indagano, per esempio su quella scandalosa Lazio-Inter di qualche anno fa. E tutto va bene, nessuno dice niente.

Da Rignano Flaminio arriva un'altra ordinaria storia di un Paese fallito. Tutti assolti gli imputati per abusi sessuali nei confronti dei bambini di un asilo. Assolti perché «il fatto non sussiste». Cioè, gli abusi non ci sono proprio stati. Questa la verità giudiziaria. Certo, strano che dal nulla, neanche una piccola molestia, sia potuto scaturire un caso del genere, ma la totale assenza di riscontri era evidente fin dall'inizio. Di certo ci restano arresti illegittimi, senza uno straccio di prova, un magistrato incapace che ha rovinato un'indagine dall'inizio, distruggendo per sempre le sue possibili prove, e una caccia alle streghe nazionale a mezzo stampa e tv.

Nel week end il ministro Giarda aveva di nuovo giocato con le parole sulla spending review, ripetendo la sua stima dei 100 miliardi di spesa «sotto attenzione specifica, potenzialmente aggredibile», che i media zelanti hanno subito trasformato in «tagli». Le cose ovviamente stanno molto diversamente. Di 100 miliardi è la spesa che si può mettere subito sotto esame. La notizia, quindi, è che gli altri 700 miliardi non si "rivedono", almeno non a breve. E stando al «cronoprogramma» presentato oggi dal commissario Bondi, i tagli dovrebbero ammontare a 4,3 miliardi. Alla fine, su 800 miliardi di spesa sono «aggredibili» solo 100 miliardi; e sui 100 «aggredibili», ne saranno tagliati in tutto 4: q-u-a-t-t-r-o! Lo 0,5% del totale.

Anche sull'inchiesta vatileaks, sui «corvi» in Vaticano, c'è più marcio che altro. Trasparenza zero, il sistema giudiziario del Vaticano è credibile come quello iraniano, o cinese, o di un qualsiasi regime dispotico del centroafrica. Il processo non sarà pubblico, le accuse e le prove dell'accusa ovviamente sì. Semplicemente lo Stato Città del Vaticano non è una democrazia, non è uno stato di diritto, ma i media riportano le notizie come se si trattasse di una normale vicenda giudiziaria, in realtà facendosi portavoce di quello che vogliono farci sapere, senza alcun controllo delle fonti. Sembra più una purga, o una faida; o tutte e due?

Friday, May 04, 2012

Altro che spending review, la spesa continuerà a crescere

Dopo oltre cinque mesi di teatrino la spending review non ha partorito alcuna ipotesi dettagliata di tagli alla spesa pubblica, come ci si sarebbe potuti aspettare, ma solo l'ennesimo rinvio e nuove chiacchiere. Le uniche decisioni sulla spesa del governo Monti sono l'istituzione di un nuovo altisonante comitato (il «comitato dei ministri per la revisione della spesa») e la nomina di Enrico Bondi alla funzione di «commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa per acquisti di beni e servizi» e di altri due consulenti. Tutto qui. Un nuovo passaggio ricognitivo, dunque, che decreta il fallimento del lavoro del ministro Giarda, a quanto si apprende intralciato persino dalla Ragioneria generale dello Stato, e che malcela un intento a dir poco dilatorio da parte del governo. Si passa di comitato in comitato, di commissario in commissario, senza mai decidere nulla di concreto sulla spesa, mentre in un batter d'occhio vengono decisi aggravi fiscali a carico dei cittadini. Adesso ci si affida ad un "risanatore" di valore indiscusso, ma rispetto alla trentennale esperienza di Giarda totalmente digiuno di bilancio statale.

Il grande equivoco riguarda il target della spending review. Anche ammesso che il nuovo comitato e il nuovo commissario riescano nei compiti loro assegnati, l'obiettivo che il governo si è posto in termini di spesa «rivedibile» e di risparmi da ottenere è davvero ridicolo per un Paese in cui la spesa complessiva ha ormai oltrepassato il 50% del Pil.

D'altra parte, le previsioni di finanza pubblica per i prossimi anni contenute nel Def parlano da sole. La linea è diametralmente opposta a quella suggerita dalla Bce e da tutti gli organismi internazionali: il risanamento, il pareggio di bilancio, vengono perseguiti attraverso l'aumento della tassazione, e facendo affidamento su stime ottimistiche di crescita del Pil, mentre la spesa corrente al netto degli interessi non solo non scende ma continua a crescere.
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Thursday, May 03, 2012

La giornata: spending review la farsa continua e Monti sempre meno tecnico

Oggi un'altra drammatica puntata della protesta contro il fisco. Un uomo disperato si è asserragliato all'interno di una sede dell'Agenzia delle Entrate con un ostaggio. Vedremo come si comporterà lo Stato, se userà le maniere forti, oppure le mani di piuma come con i professionisti della violenza di piazza e negli stadi.

Ormai una farsa conclamata la spending review. «Un timido topolino, un risultato quasi imbarazzante per il governo», scrivono sul Corriere Alesina e Giavazzi, che quanto meno ci vedono le «buone intenzioni». Beati loro, perché a me sembra di scorgere pura malafede. Dopo il fallimento annunciato del bollito Giarda, il governo tecnico che si affida a un commissario tecnico, autorevole ma totalmente digiuno di bilancio statale. Se le intenzioni fossero davvero serie, Monti avrebbe azzerato i vertici della Ragioneria generale dello Stato e del Tesoro, i veri sacerdoti depositari delle chiavi della spesa. Invece si passa di comitato in comitato, di commissario in commissario, senza mai decidere nulla di concreto, mentre in un batter d'occhio vengono imposti aggravi fiscali a carico dei cittadini. Nel suo rapporto Giarda scrive che il 90% della spesa non è «rivedibile» nel breve termine. A fronte di una spesa che ormai supera il 50% del Pil, ci vorrebbe far credere che solo sul 10% è possibile limare qualcosa, 4 miliardi circa, nemmeno lo 0,3% del Pil. Ridicolo.
D'altra parte il Def sta lì a dimostrare che secondo il governo nei prossimi anni non solo la spesa non dovrà diminuire, ma aumenterà: più tasse, più spesa, meno investimenti. L'esatto opposto di quanto anche oggi è tornato a indicare Draghi come modello di austerità "virtuosa", ossia meno recessiva: «Meglio tagliare le spese che aumentare le tasse». E in particolare la spesa corrente piuttosto che la spesa per investimenti.
Poi la beffa: l'incarico sui finanziamenti a partiti e sindacati a Giuliano Amato, pensionato d'oro eccellente e uno dei simboli della casta del tassa-e-spreca.
La spiacevole sensazione è che la consulenza richiesta a Giavazzi nasconda l'intenzione di togliere per un po' di tempo la sua firma dai giornali, o quanto meno di depotenziarne le critiche.
Una provocazione chiedere ai cittadini di suggerire loro stessi dove tagliare, a metà strada tra delazione e spot promozionale. Cosa sono stati chiamati a fare i "tecnici"? Non bastano decenni di studi, rapporti, paper, commissioni?
E nel frattempo è grazie ai tanto vituperati partiti (emendamento di un'inedita alleanza Idv, Pdl, Lega) che è stata impedita al governo una porcheria sulle pensioni dei super-manager pubblici.

Sul fronte politico Alfano chiude la polemica con Monti («tutto chiarito», «non abbiamo mai posto una scadenza, arriverà fino alla fine»). Lunedì il premier aveva attaccato il Pdl per l'abolizione dell'Ici sulla prima casa (l'errore, semmai, fu di non accompagnarla con tagli alla spesa). La sensazione è che non riuscendo a venirne a capo, Monti, sempre più da "politico", cominci a dare la colpa ai governi precedenti. Del tutto inutile, poi, la tensione provocata con il Pdl quando ha dato l'impressione di riferirsi anche ad Alfano, oltre che alla Lega, nell'esprimere il proprio «sdegno» perché «chi ha governato, chi governa e chi si candida a governare il Paese non può giustificare l'evasione fiscale, né tanto meno invitare a non pagare le tasse o a istituire personali e arbitrarie compensazioni tra crediti e debiti verso lo Stato».

Un vero e proprio scivolone "tecnico", seguito da smentita di rito, dettato evidentemente dal nervosismo: discutibile quanto si vuole, ma il Pdl non propone «compensazioni arbitrarie», bensì una norma di assoluto buon senso. Di civiltà, che sia praticabile o meno. E dovrebbe stupire, semmai, che non sia già così.

Anche se per quanto lo riguarda il governo non è a rischio, il Pdl va avanti con le sue iniziative politiche e sembra non voler concedere nulla su "basta tasse", Imu "una tantum" e compensazione debiti-crediti nei confronti del fisco. Anzi, su quest'ultimo fronte Alfano annuncia una proposta di legge per domani. Un piccolo e insidioso avvertimento inoltre arriva da Berlusconi, il quale in serata assicura che il Pdl continuerà sì a sostenere il governo, ma «fino a quando sarà necessario per concludere le riforme istituzionali» e non potrà continuare a farlo se i provvedimenti che il governo porterà in Parlamento saranno «difformi da quello che noi riteniamo il bene del Paese». «In tal caso - ha aggiunto - ci prenderemo la responsabilità di intervenire criticamente nei confronti di ciascun provvedimento».

Monti probabilmente si aspetta che dopo le amministrative il clima politico si rassereni e i partiti la smettano di pungolarlo. Solo fibrillazioni da campagna elettorale? Può darsi, ma è solo l'inizio, perché già dal giorno dopo il voto locale inizierà la lunga marcia verso le politiche del 2013. Insomma, Monti i suoi margini di manovra interni li ha esauriti (e sprecati). Dopo la disillusione dalla politica, ci aspetta la disillusione dai "tecnici".

Tuesday, April 24, 2012

Spending review ennesimo bluff

Non devono ingannare le recenti dichiarazioni sui tagli alla spesa pubblica. Non c'è chiarezza sulla natura della spending review, né sui target di risparmio, né sull'utilizzo delle somme risparmiate. «Lo spazio per ridurre costi inutili c'è», assicura il ministro Passera, aggiungendo però che la revisione critica delle spese «vuol dire ridurle, ma anche aumentarle in certi campi» come «futuro e innovazione, ricerca, sostegno alle aziende e alle esportazioni». Insomma, ridurre alcune voci, aumentarne altre: ma il saldo finale? Non è chiaro chi sia a remare a favore e chi contro i tagli, assistiamo ad un gioco di specchi e ad una serie di prese di posizione contraddittorie che sanno di bluff.
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Thursday, April 12, 2012

La giornata: prosegue offensiva Pdl su lavoro e piovono consigli a Giarda

E' andata malino, ma non in modo disastroso, l'asta odierna dei nostri Btp triennali: i rendimenti sono saliti al 3,89%, rispetto al 2,76% dell'asta di marzo. Il viceministro Grilli ha spiegato che nonostante la domanda fosse buona il Tesoro non l'ha accolta tutta, perché si pretendevano tassi persino superiori, ritenuti però «non giusti». Piazza affari respira (+1,23%) e lo spread sui decennali si raffredda (361).

Nel suo bollettino mensile intanto la Bce spiega che sul debito sovrano di Italia e Spagna pesano i timori sulla crescita e l'occupazione e avverte che il «contesto radicalmente mutato» dei mercati finanziari mondiali impone ai Paesi dell'area euro di tagliare i debiti pubblici a livelli «decisamente inferiori al 60%» del Pil, il che per molti (Italia compresa, ovviamente) significherà «conseguire avanzi di bilancio primario pari o superiori al 4% del Pil».

Mi sa che Giarda e i tecnici dovranno abbandonare l'idea di preservare la «way of life» italiana della spesa pubblica. Ai «profeti» dei tagli alla spesa il sottosegretario aveva ironicamente chiesto indicazioni precise su dove tagliare, visto che lui sta facendo la spending review ma non vede nient'altro da tagliare. Ebbene, è stato più che accontentato.

Prima da Oscar Giannino, che indica sanità (20 miliardi in tre anni), massa salariale pubblica (35 miliardi in tre anni, senza buttare per strada nessuno) e trasferimenti alle imprese (25 miliardi). Totale: 80 miliardi, più di 5 punti di Pil in tre anni, e si mette a disposizione per una consulenza anche gratis. Poi da Bisin e De Nicola, che su la Repubblica suggeriscono di tagliare contributi alle imprese (14 miliardi), di vendere la Rai (3-4 miliardi) e asset pubblici (20 miliardi), e in più di risparmiare altri miliardi dall'accorpamento di scuole e tribunali, dall'attuazione dei costi standard nella sanità, dal taglio dei costi della politica e dallo sfoltimeno di organici pletorici. Il loro articolo ha il pregio di escludere, sia pure ironicamente, le riforme cosiddette liberiste, e di limitarsi a segnalare quei tagli alla spesa che «non cambiano l'impianto sociale del Paese», quindi senza rinunciare ai servizi garantiti (in qualche modo) dallo Stato tanto cari a Giarda e ai suoi compagni di governo. Infine, anche Michele Boldrin vuole togliere qualsiasi alibi a Giarda e a Monti: tagliare i costi della casta politico-burocratica (5-7 miliardi), gli stipendi pubblici riportandoli ai livelli del 1995 (0,8-0,9% del Pil); e i sussidi alle imprese (20 miliardi). Per un totale del 3% del Pil.

Insomma, grasso da tagliare ce n'è, cari Giarda e Monti, non avete scuse, men che mai quella dei pericolosi "liberisti" alle porte: quella che manca è la volontà politica.

Mentre il governo fa uno sforzo e ritira l'assurda tassa sugli sms (anche se al suo posto si profila un nuovo aumento sulla benzina) e tira fuori il numero degli esodati, per i quali ci sarebbe la benedetta «copertura finanziaria», Monti è costretto a riaprire, per l'ennesima volta, il capitolo riforma del lavoro. Ovviamente il premier è contrariato, irritato, ma se la deve far passare: è stato lui a dismettere il metodo di presentare ai partiti riforme prendere o lasciare. Oggi Alfano e la presidente uscente di Confindustria si sono incontrati per mettere a punto gli emendamenti al testo e Monti ha dovuto ricevere per un'oretta il segretario del Pdl. Ha ceduto alle richieste di Pd e Cgil sull'articolo 18? Alla fine dovrà cedere anche a quelle sulla flessibilità in entrata - tra l'altro sensate - dell'asse Pdl-Marcegaglia, che può ancora fare molto male all'immagine internazionale del governo e al cammino parlamentare della riforma e degli altri provvedimenti.

A Casini interessa poco il merito, lui è per il compromesso "a prescindere", mentre Bersani teme «manovre dilatorie». Il Pdl non cerca la crisi con Monti, ma il risultato politico. E sa che ci sono tutte le condizioni per ottenerlo, conseguendo un successo politico e parlamentare dal quale cominciare a riaccreditarsi agli occhi dei mercati e dei suoi elettori delusi.

RIFORME O NON RIFORME - Spaventati da un nuovo tsunami di antipolitica provocata dal terremoto in casa Lega i partiti sono corsi subito ai ripari, ma è la solita pezza: trasparenza sui bilanci, controlli, sanzioni. Ma ovviamente non tagliano il vero nodo: l'abolizione del finanziamento pubblico che si nasconde dietro i cosiddetti «rimborsi» elettorali. E inoltre si prendono tutto il tempo per far calmare le acque. Dichiarato inammissibile l'emendamento al dl fiscale (manifestamente estraneo alla materia), infatti, le misure sono affidate ad una normale pdl, a firma di ABC, che nelle intenzioni dei promotori dovrebbe seguire un iter accelerato, venendo assegnata alle commissioni affari costituzionali in sede legislativa (cioè senza passaggio in aula). Ma solo in teoria, visto che ci vuole l'unanimità per procedere in questo senso.

Pronto invece il ddl sulle riforme costituzionali, che contiene però una serie di improbabili procedure che rischiano di aumentare la confusione sistemica. Il presidente del Consiglio potrà chiedere (solo chiedere) al presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri; e chiedere (solo chiedere, per carità) lo scioglimento delle Camere, o di una Camera, quando queste gli neghino la fiducia, a meno che le Camere, entro 20 giorni, non approvino a maggioranza assoluta e in seduta comune una mozione di sfiducia costruttiva, in cui cioè si indica un nuovo premier. Verrebbe ridotto di un 20% il numero dei parlamentari - 508 deputati (da 630) e 254 senatori (da 315) - e introdotta la non meglio precisata nozione di «bicameralismo eventuale».

Spesa pubblica "way of decline"

L'avevamo capito già dopo la manovra di dicembre (il cosiddetto decreto "Salva-Italia"), ma allora il ricorso quasi unicamente a nuove tasse, anziché ai tagli di spesa, per correggere i conti pubblici poteva essere giustificato con il poco tempo a disposizione per salvare il Paese, giunto sull'orlo del baratro in cui stava precipitando la Grecia. Trascorsi quattro mesi, dopo che le azioni della Bce e l'autorevolezza personale del professor Monti ci hanno fatto guadagnare tempo prezioso, l'intervista al sottosegretario Piero Giarda sgombra il campo dagli ultimi equivoci: non è che non ne sia capace, o che non ne abbia il tempo, il governo dei tecnici non vuole mettere a dieta lo Stato per diminuire la pressione fiscale, cioè non ha alcuna intenzione di adottare l'unica ricetta in grado sia di far scendere il debito pubblico che di rilanciare la crescita. In questo senso le parole di Giarda sono davvero illuminanti: obiettivo del governo Monti non è salvare l'Italia, gli italiani, ma lo Stato con tutti i suoi baracconi, centrali e periferici. Non vuole cambiare l'attuale modello socio-economico, che vede lo Stato intermediare oltre la metà della ricchezza prodotta. Vuole salvarlo, obeso com'è, perpetuarlo, apportando al sistema gli aggiustamenti minimi indispensabili, perché tutto sommato è un Bengodi per gli "incumbent" politici, economici e sociali di cui è espressione, e per le burocrazie statali che lo gestiscono.

Come certificano le parole del sottosegretario Giarda - e già mesi fa la Corte dei Conti constatando l'ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico - la risposta di questo governo alla crisi è in totale continuità con quella di tutti i governi - politici o "tecnici" - che si sono susseguiti dai primi anni '90 in poi. E in estrema sintesi consiste nella statalizzazione a tappe forzate della ricchezza privata, così da consentire alle classi politiche e burocratiche di continuare a elargire ai propri clientes sempre più spesa pubblica, ricavandone potere e privilegi.

Più di tutto Giarda e gli altri tecnici al governo sembrano temere «lo scardinamento della "way of life" del settore pubblico italiano». L'intermediazione statale va preservata a tutti i costi nelle sue grandezze fondamentali, anche al prezzo di distruggere il tessuto produttivo del Paese. Peccato che più che una "way of life" quella italiana si sia rivelata una via certa verso il declino - economico, sociale e civile del Paese.
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Wednesday, April 11, 2012

La giornata: anche il sobrio Monti s'innervosisce; Pdl redivivo su lavoro, fisco e debito

SOLE TRA I MONTI - Dopo il tonfo di ieri quello di oggi è poco più di un rimbalzo per Piazza affari (+1,6%) e per i nostri titoli decennali (385 lo spread). Sui giornali è ripartita la caccia agli speculatori, purtroppo anche dalle pagine del Sole24Ore. Sul principale quotidiano economico del nostro Paese, organo di Confindustria, tocca leggere una inutile difesa d'ufficio di Monti, il quale non dovrebbe prendersela se per il WSJ non è una Thatcher, «come se il paragone fosse un complimento», ironizza l'autore dell'articolo. Per il quotidiano del "Fate presto" ora "La scommessa è sul lungo periodo". Vabbè.

CATTIVA AUSTERITA' - Si dà la colpa all'austerity, che aggrava la recessione nei Paesi eurodeboli e li allontana dagli obiettivi di bilancio. Vero, ma di che tipo di austerity si tratta? L'approccio austerità più riforme per la crescita è l'unico per sperare di uscire dalla crisi. Il problema sono la finta, o "cattiva" austerità (più tasse anziché tagli alla spesa pubblica) e le finte riforme. Purtroppo è l'approccio - conclamato, dopo l'intervista di Giarda e la «resa» sull'articolo 18 - del governo italiano, e i mercati lo stanno sanzionando.

ASTA - Con le aste di oggi abbiamo purtroppo già incorporato nei rendimenti l'aumento dello spread. Anche se la domanda è risultata «sostenuta, come nelle attese», osserva Bankitalia, i titoli semestrali sono andati via con un rendimento al 2,84%, ai massimi da dicembre e il doppio dell'ultima asta (1,40%); i trimestrali all'1,25% rispetto allo 0,5% del collocamento dello scorso mese, oltre il doppio quindi, e per di più con bid-to-cover in calo dal 2,23 all'1,81%.

PIL E BANCHE - Le brutte notizie non finiscono qui. Il viceministro Grilli ha confermato che il governo è pronto a rivedere al ribasso le stime del Pil per il 2012 (da -0,4% a -1,3%, un punto percentuale in meno dopo solo un trimestre) e ha reso noto che per effetto dei prestiti della Bce nella pancia delle nostre banche sono finiti ulteriori 60 miliardi di titoli di Stato (dai 209 miliardi nel dicembre 2011 ai 267 di febbraio). Il che vuol dire che i loro portafogli sono ancora più gonfi di rischio sovrano, e potrebbe essere questo uno dei motivi delle perdite in Borsa, e che il calo dello spread nelle ultime settimane è principalmente dovuto ad acquisti "nostrani", e gli investitori esteri se ne stanno accorgendo.

STRESS MONTI - Monti se l'è dovuta rimangiare quella frase pronunciata in Asia - la crisi dell'Eurozona è «superata» - e alla nuova, inattesa impennata dei rendimenti, con l'esaurirsi della spinta riformatrice del governo, affiora un certo nervosismo anche nei tecnici, aumentano le assonanze con i politici. Il sobrio, il controllato Monti reagisce nello stesso modo che rimproveravano a Berlusconi: puntando l'indice verso gli altri Paesi - oggi il «contagio spagnolo» - e persino verso le critiche interne (delle imprese e dei suoi colleghi professori, i soliti Alesina e Giavazzi). Il tecnico per eccellenza, preso dallo sconforto per i dati economici, cede anche allo strumento politico per eccellenza, il vecchio caro retroscena, per far filtrare tutta la sua arrabbiatura nei confronti della Marcegaglia per le dichiarazioni sulla riforma del lavoro («very bad»). Ma è preoccupante che possa apparire verosimile, nonostante la competenza e l'intelligenza attribuite al professore della Bocconi, che Monti creda davvero che Wall Street Journal, Financial Times, e infine gli investitori, si siano tutti fatti influenzare dalle opinioni della Marcegaglia e non abbiano, piuttosto, bocciato loro stessi la pessima riforma del lavoro varata dal governo.

In giornata Palazzo Chigi ha smentito che in questi giorni il premier abbia commentato «direttamente o indirettamente» le cause che sarebbero all'origine della risalita dello spread, ma a confermare la versione dei retroscenisti è il ministro Passera, che a margine di un convegno sul digitale chiama in causa «Germania e Spagna», a cui si sarebbero aggiunti «i dati non buoni di Usa e Cina». Fatto sta che a Madrid si sono risentiti e Rajoy, pur senza nominare Monti, ha chiesto ai leader europei di «essere prudenti» nelle dichiarazioni sulle responsabilità della crisi. Non c'entrerebbe niente, invece, assicura il ministro, la riforma del lavoro.

PDL REDIVIVO - Riforma che questa mattina ha iniziato il suo iter in commissione al Senato. Il ministro Fornero ha spiegato che «non è un testo definitivo, si possono fare dei cambiamenti per migliorare l'equilibrio nel suo complesso, senza però arretramenti», ha avvertito. Il Pdl però offre una sponda alle imprese chiedendo una «profonda revisione» del ddl. Parole che suonano come un vero e proprio stop. Nel mirino la troppa rigidità reintrodotta nei contratti di ingresso nel mercato del lavoro. Domani seguirà un incontro con gli imprenditori prima di definire gli emendamenti. Pdl attivo anche sul fronte del debito, con la richiesta di dismettere asset pubblici non strategici, immobiliari e non, e fiscale, con gli emendamenti per l'Imu rateizzabile e una tantum e per evitare l'aumento dell'Iva di due punti, previsto per ottobre. Buona fortuna.

ORA VENDOLA - Infine, si allarga il fronte giudiziario: dopo Bossi, ecco Vendola indagato a Bari, per abuso d'ufficio nella nomina di un primario. Sarà un caso che la magistratura sta decapitando i vertici delle uniche opposizioni a Monti e alla "Grande Coalizione"?

I mercati bocciano i "compiti a casa" di Monti

E' il primo "Black Tuesday" dell'era Monti: Piazza Affari ha lasciato sul terreno il 5% (maglia nera in Europa) e lo spread ha superato i 400 punti per la prima volta dall'inizio di febbraio. Da giorni lo spread era tornato a schizzare in alto, ma non ad occupare le aperture dei tg e delle pagine online dei grandi quotidiani. Con Berlusconi al governo, ogni punto in più bastava a provocare una nuova e sempre più alta fiammata dello psicodramma nazionale, mentre ogni punto in meno non veniva nemmeno rilevato; con Monti ogni punto in meno giustifica squilli di trombe, mentre le risalite vengono taciute finché è possibile, altrimenti, come in questo caso, parte la caccia alle variabili esogene.

Ma come per Berlusconi, anche per Monti è innegabile che siano anche fattori endogeni a non consentirci di sganciarci una volta per tutte dalla prima linea della crisi dell'Eurozona. Ieri fu la bocciatura della manovra di luglio dell'ex ministro Tremonti da parte dei mercati a innescare l'inarrestabile ascesa dello spread; oggi è l'annacquamento della riforma del lavoro a denotare, ancora una volta, l'impossibilità di realizzare vere riforme nel nostro Paese, quindi la scarsa credibilità del sistema Italia.

Come se non bastasse, il sottosegretario Giarda e il viceministro Grilli confermano che il governo non ha alcuna intenzione di tagliare la spesa pubblica - la spending review servirà solo a rendere sostenibile il livello attuale, non a tagliare spesa e tasse - né di abbattere lo stock del debito con le privatizzazioni.

Se la primavera del 2013 è l'orizzonte politico su cui può contare Monti, la sensazione è che i mercati siano molto più impazienti. Mesi, se non settimane, per dimostrare che l'Italia è capace di riformare se stessa. L'autorevolezza di Monti e gli aiuti della Bce ci hanno fatto guadagnare tempo prezioso, ci hanno fatto arrivare ai supplementari, ma adesso stanno scadendo anche quelli e il pareggio non è un opzione.
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Tuesday, April 10, 2012

La giornata: martedì nero, mercati scoprono il bluff-Italia

Per tutto il giorno la Borsa perde e lo spread sale, ma i quotidiani online chiacchierano soprattutto di Lega e di cosa dovrebbe o non dovrebbe fare una tale Rosi Mauro. Fino alla fiammata finale: Piazza affari che cede il 5% e lo spread che supera i 400 punti (404, per la precisione). E' il primo martedì nero di Monti e ci hanno provato in tutti i modi a dare la colpa a fattori "esogeni" - che senz'altro hanno avuto un peso, come lo avevano sotto Berlusconi. Ieri era la crisi greca, oggi il «contagio spagnolo», i dati negativi sulla disoccupazione americana e le importazioni cinesi.

Sì sì tutto vero, ma certo la coincidenza con la «resa» del governo sulla riforma dell'articolo 18 è più che sospetta. Nelle scorse settimane lo spread Italia-Germania si era ridotto a tal punto da retrocedere, dopo molti mesi, sotto quello spagnolo, che nel frattempo aumentava. Mentre negli ultimi giorni, proprio in corrispondenza con la «resa», puntualmente registrata dalla stampa finanziaria estera, il nostro spread è tornato a inseguire quello spagnolo. Il Wall Street Journal continua a picchiare duro sulla riforma del lavoro, ritenendo «preoccupante» che Monti abbia finito per «annacquarla». E' una resa che denota la scarsa credibilità del sistema Italia e quindi quel clima di attesa positiva che si era creato su di noi per merito di Monti ha lasciato il posto nuovamente alla sfiducia. Insomma, forse i mercati hanno scoperto il bluff dell'Italia, stanno perdendo la pazienza, riconoscendo in Monti gli stessi difetti dei governi italiani di sempre: annunci, trionfalismi, e poi la tipica montagna che partorisce topolini.

Non solo i rendimenti sui titoli di Stato decennali che si riavvicinano al 6%. Anche le stime del Pil nel 2012, che il governo stesso si starebbe preparando a rivedere al ribasso (da -0,4/0,5% ad un -1,3/1,5%), addirittura di un punto percentuale dopo solo un trimestre, metterebbero a rischio l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013. Come volevasi dimostrare, anche questi sacrifici - in assenza di tagli cospicui alla spesa, al debito, al perimetro dell'intermediazione statale nell'economia - rischiano di non servire a nulla, come nel '92-'93, ma prima del previsto.

Anzi, il sottosegretario Giarda, oggi su La Stampa, e il viceministro Grilli, la settimana scorsa in Commissione Bilancio, confermano che il governo non ha alcuna intenzione di tagliare la spesa pubblica – la spending review servirà solo a rendere sostenibile il livello attuale, non a tagliare spesa e tasse – né di abbattere lo stock del debito con le privatizzazioni. E' la prova definitiva che l'operazione Monti è il "salva-Stato", non il "salva-Italia": salvare lo Stato dalla bancarotta conservando intatto o quasi il suo potere di spesa, anche al costo di distruggere il tessuto produttivo e ridurre alla miseria i suoi cittadini.

E quando in prima pagina sul Financial Times si legge che la Francia «non riesce ad arrestare il suo declino industriale», «ha alti costi del lavoro e bassa innovazione», comprendiamo che il problema non è soltanto italiano, è europeo, e dovrebbe essere chiaro cosa intendesse Draghi quando dalle pagine del WSJ ha dato per «morto» il modello sociale europeo, mentre tutti (da Roma a Berlino, passando per Madrid e Parigi) hanno fatto finta di non capire.