Misure reali, incisive, da subito operative, oppure solo annunci, bluff, rinvii e personalismi? Dopo uno studio più approfondito, il pacchetto sviluppo varato dal governo venerdì scorso sembra appartenere più alla categoria degli annunci e delle promesse che non dei fatti. E quel che è peggio è che ciò che luccica – incentivi e dismissioni – non è oro. All'indomani della conferenza stampa di presentazione del provvedimento i grandi giornali hanno accolto l'ultimo sforzo dell'esecutivo Monti con una generosità che non avrebbero riservato ai governi precedenti, titolando in prima pagina, enfaticamente, sui presunti 80 miliardi che starebbero per inondare l'economia reale, nonostante fosse già evidente ad una lettura superficiale del decreto quanto in realtà si trattasse di risorse più virtuali che reali. Innanzitutto, per rendere pienamente operativi i 61 articoli che compongono il pacchetto bisognerà aspettare ben 45 provvedimenti tra decreti e atti ministeriali, molti senza scadenza o con termini che vanno dai 60 giorni a fine 2013. Ed è nei dettagli che si nasconde il diavolo. In particolare, però, la delusione è sugli incentivi e sulle dismissioni, dove il governo mostra di fare il gioco delle tre carte.
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Wednesday, June 20, 2012
Tuesday, June 05, 2012
Per lo sviluppo minestre riscaldate
Proprio non ce la fanno a stupirci i nostri tecnici e professori. Ci aspettavamo soluzioni innovative che i politici - per incompetenza o per la ricerca del consenso di breve termine - non si sono dimostrati all'altezza di concepire. Ma c'è qualcuno che ricordi un provvedimento per la crescita adottato da questo governo che non emetta una stanca eco pseudo-assistenzialista? Di tal fatta si annunciano anche le misure contenute nell'ennesimo pacchetto sviluppo.
(...)
Nelle attuali ristrettezze è quanto può passare il convento. Per questo Monti è concentrato su ciò che si può strappare a Bruxelles (e a Berlino). Il terremoto, i cui danni economici sono ingenti, può rivelarsi il pretesto ideale per chiedere di allentare i vincoli di bilancio europei, appellandosi alle «circostanze eccezionali» previste dallo stesso fiscal compact. Si spera, poi, che la cancelliera Merkel ceda qualcosa su golden rule (lo scorporo della spesa per investimenti "produttivi" dal calcolo del deficit) e project-bond infrastrutturali, o che dalla Tobin tax possano arrivare fondi europei "freschi".
Ma siamo sempre lì: i nostri governi non sanno immaginare nient'altro che incentivi e infrastrutture per stimolare la crescita - politiche keynesiane nella migliore delle ipotesi, assistenzialismo appena mascherato nella peggiore - mentre non prendono nemmeno in considerazione di invertire la rotta della nostra politica fiscale, alterandone le due grandezze fondamentali: spesa pubblica e pressione fiscale. In Europa il governo Monti si prepara a proporre, per l'Italia e gli altri paesi eurodeboli, la stessa ricetta che ha così ben funzionato per il nostro Mezzogiorno. Nella migliore delle ipotesi, di tenuta dell'euro, diventeremo il Mezzogiorno depresso e assistito d'Europa.
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(...)
Nelle attuali ristrettezze è quanto può passare il convento. Per questo Monti è concentrato su ciò che si può strappare a Bruxelles (e a Berlino). Il terremoto, i cui danni economici sono ingenti, può rivelarsi il pretesto ideale per chiedere di allentare i vincoli di bilancio europei, appellandosi alle «circostanze eccezionali» previste dallo stesso fiscal compact. Si spera, poi, che la cancelliera Merkel ceda qualcosa su golden rule (lo scorporo della spesa per investimenti "produttivi" dal calcolo del deficit) e project-bond infrastrutturali, o che dalla Tobin tax possano arrivare fondi europei "freschi".
Ma siamo sempre lì: i nostri governi non sanno immaginare nient'altro che incentivi e infrastrutture per stimolare la crescita - politiche keynesiane nella migliore delle ipotesi, assistenzialismo appena mascherato nella peggiore - mentre non prendono nemmeno in considerazione di invertire la rotta della nostra politica fiscale, alterandone le due grandezze fondamentali: spesa pubblica e pressione fiscale. In Europa il governo Monti si prepara a proporre, per l'Italia e gli altri paesi eurodeboli, la stessa ricetta che ha così ben funzionato per il nostro Mezzogiorno. Nella migliore delle ipotesi, di tenuta dell'euro, diventeremo il Mezzogiorno depresso e assistito d'Europa.
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Thursday, May 10, 2012
La giornata: Merkel tiene duro e Monti spera in un po' di spesa targata Ue
Nei confronti della Grecia non è dura solo la Germania, ma anche il meno austero presidente della Commissione Ue Barroso (favorevole ai project bond): rispetto per la democrazia greca sì, ma anche per gli altri 16 parlamenti nazionali che hanno approvato il programma di salvataggio. L'Ue è come un club, «se un membro non rispetta le regole è meglio che se ne vada, vale per qualsiasi organizzazione, istituzione, o progetto».
Intanto chi voleva una Germania dimessa dopo il successo di Hollande (che intanto come primo atto taglia gli stipendi dei membri del governo e dei manager pubblici) farebbe bene a ricredersi in fretta. La cancelliera Merkel continua a fissare i suoi paletti, e a ribadire l'intransigenza tedesca, in vista delle prossime complicate trattative su come rilanciare la crescita nell'Eurozona: «Abbiamo parlato tanto di Eurobond e di leveraging - dice la cancelliera in Parlamento - tutte queste misure compaiono e scompaiono come strumenti miracolosi, mentre è noto che non sono soluzioni sostenibili». La crisi «non sarà sconfitta in un giorno», avverte, e la risolveremo in solo modo, affrontando le sue cause, «che sono i debiti orrendi e la mancanza di competitività di alcuni Paesi». Risanamento, quindi, e crescita, però basata sulle riforme strutturali e non su pacchetti di spesa. Pare invece che i tedeschi siano più disponibili ad accettare un'inflazione interna più elevata, il 3% anziché il 2, attraverso aumenti salariali, a beneficio indiretto dei Paesi in cui la domanda interna è penalizzata dall'austerity.
Se Monti insiste invece per italianissime deroghe al fiscal compact («nuove iniziative per la crescita senza mettere in discussione la disciplina di bilancio»), la Bce sembra allineata alle posizioni di Berlino: per rilanciare la crescita nell'Eurozona, specie nei Paesi che hanno perso produttività e devono stimolarla, non servono pacchetti di stimolo ma «riforme strutturali incisive». Bisogna «rafforzare la concorrenza nei mercati dei beni e servizi e la capacità di aggiustamento salariale e occupazionale delle imprese», scrive la Bce nel bollettino mensile.
Bella faccia tosta ha il ministro Passera a lamentarsi con l'Ue che «non ha fatto la sua parte», quando il suo governo ha fatto pochino, e male, proprio laddove la Bce esorta i governi ad essere «più ambiziosi».
Quella trascorsa è stata tutto sommato una giornata di relativa calma, ma indubbiamente nei prossimi mesi il rapporto tra Monti e i partiti, soprattutto il Pdl, sarà molto tormentato e non lascerà al governo sufficienti spazi di manovra per ulteriori iniziative legislative.
Monti non manca di far trapelare la sua amarezza per gli attacchi continui e sempre più frequenti, ma in un messaggio al capo dello Stato si dice «determinato a realizzare il mandato» e sicuro che «l'Italia ce la farà». Ma fatto pochino in Italia, con le mani ormai legate e sempre più insofferente, Monti si concentra sulla politica europea. E' a Bruxelles e a Berlino che cerca di attivare qualche leva per la crescita, con un po' di spesa per investimenti autorizzata dall'Ue, sperando di placare il fronte interno.
Nel tentativo di raffreddare le tentazioni di "governicidio" oggi il ministro Passera è intervenuto scaricando sull'Europa la colpa per l'assenza di politiche per la crescita, dicendosi certo che Monti saprà essere ascoltato sulla spesa per gli investimenti, e infine diffondendo un po' d'allarmismo («disagio sociale più ampio di quello che le statistiche dicono, è a rischio la tenuta economica e sociale del Paese»).
E in effetti le stime non fanno che peggiorare, confermando che il governo potrebbe aver sottostimato l'impatto recessivo delle sue misure. Oggi è la volta del Centro Studi di Confindustria, il quale avverte che «in Italia la ripresa si allontana: la domanda interna (specie i consumi) cala più del previsto e l'export ha perso slancio rispetto a qualche mese fa, nonostante il commercio mondiale vada meglio». La disoccupazione ormai sfiora la soglia del 10% e si prevede un calo del Pil nel II trimestre 2012 più accentuato del previsto. Sempre più improbabile il -1,2% previsto dal governo nel Def, mentre comincia ad apparire ottimistico persino il -2% del Fmi.
Sul fronte politico la tentazione di staccare la spina al governo e l'ossessione per l'unità dei cosiddetti "moderati" tornano ad animare il dibattito interno al Pdl. Ma nelle analisi della sconfitta elettorale continua a mancare la causa all'origine di tutti i suoi guai: la drammatica perdita di credibilità agli occhi dei propri elettori non tanto per il sostegno a Monti, ma per aver sistematicamente, per 17 anni, tradito le promesse di cambiamento una volta al governo.
E mentre nel Pdl falchi e colombe si dividono sul sostegno a Monti, si spargono veleni sul segretario e si tira per la giacchetta il Cav, e sulla legge elettorale non si va oltre proporzionale o porcellum corretto con preferenze, Italia Futura macina proprio sui contenuti che una volta portavano al successo Forza Italia e il centrodestra: dopo il manifesto liberista per "meno Stato", l'associazione di Montezemolo si schiera anche per il presidenzialismo e il maggioritario.
Il Pdl sarà anche uscito con le ossa rotte dalle urne, ma l'unico effetto concreto del voto amministrativo per ora è la liquidazione del Terzo polo. Con il Pd sempre più a suo agio nella foto di Vasto, e avendo fallito nel raccogliere i cocci del Pdl, Casini è tornato a giocare in proprio e ha scaricato Fini e Rutelli, sull'orlo della disperazione. Sul lato sinistro, a giudicare dalle punturine di Bersani all'indirizzo dell'esecutivo, sugli esodati e sugli incomprensibili «ritardi» nel «far girare un po' di liquidità per le imprese», il risultato delle amministrative non dev'essere stato esaltante nemmeno per il Pd.
Intanto chi voleva una Germania dimessa dopo il successo di Hollande (che intanto come primo atto taglia gli stipendi dei membri del governo e dei manager pubblici) farebbe bene a ricredersi in fretta. La cancelliera Merkel continua a fissare i suoi paletti, e a ribadire l'intransigenza tedesca, in vista delle prossime complicate trattative su come rilanciare la crescita nell'Eurozona: «Abbiamo parlato tanto di Eurobond e di leveraging - dice la cancelliera in Parlamento - tutte queste misure compaiono e scompaiono come strumenti miracolosi, mentre è noto che non sono soluzioni sostenibili». La crisi «non sarà sconfitta in un giorno», avverte, e la risolveremo in solo modo, affrontando le sue cause, «che sono i debiti orrendi e la mancanza di competitività di alcuni Paesi». Risanamento, quindi, e crescita, però basata sulle riforme strutturali e non su pacchetti di spesa. Pare invece che i tedeschi siano più disponibili ad accettare un'inflazione interna più elevata, il 3% anziché il 2, attraverso aumenti salariali, a beneficio indiretto dei Paesi in cui la domanda interna è penalizzata dall'austerity.
Se Monti insiste invece per italianissime deroghe al fiscal compact («nuove iniziative per la crescita senza mettere in discussione la disciplina di bilancio»), la Bce sembra allineata alle posizioni di Berlino: per rilanciare la crescita nell'Eurozona, specie nei Paesi che hanno perso produttività e devono stimolarla, non servono pacchetti di stimolo ma «riforme strutturali incisive». Bisogna «rafforzare la concorrenza nei mercati dei beni e servizi e la capacità di aggiustamento salariale e occupazionale delle imprese», scrive la Bce nel bollettino mensile.
Bella faccia tosta ha il ministro Passera a lamentarsi con l'Ue che «non ha fatto la sua parte», quando il suo governo ha fatto pochino, e male, proprio laddove la Bce esorta i governi ad essere «più ambiziosi».
Quella trascorsa è stata tutto sommato una giornata di relativa calma, ma indubbiamente nei prossimi mesi il rapporto tra Monti e i partiti, soprattutto il Pdl, sarà molto tormentato e non lascerà al governo sufficienti spazi di manovra per ulteriori iniziative legislative.
Monti non manca di far trapelare la sua amarezza per gli attacchi continui e sempre più frequenti, ma in un messaggio al capo dello Stato si dice «determinato a realizzare il mandato» e sicuro che «l'Italia ce la farà». Ma fatto pochino in Italia, con le mani ormai legate e sempre più insofferente, Monti si concentra sulla politica europea. E' a Bruxelles e a Berlino che cerca di attivare qualche leva per la crescita, con un po' di spesa per investimenti autorizzata dall'Ue, sperando di placare il fronte interno.
Nel tentativo di raffreddare le tentazioni di "governicidio" oggi il ministro Passera è intervenuto scaricando sull'Europa la colpa per l'assenza di politiche per la crescita, dicendosi certo che Monti saprà essere ascoltato sulla spesa per gli investimenti, e infine diffondendo un po' d'allarmismo («disagio sociale più ampio di quello che le statistiche dicono, è a rischio la tenuta economica e sociale del Paese»).
E in effetti le stime non fanno che peggiorare, confermando che il governo potrebbe aver sottostimato l'impatto recessivo delle sue misure. Oggi è la volta del Centro Studi di Confindustria, il quale avverte che «in Italia la ripresa si allontana: la domanda interna (specie i consumi) cala più del previsto e l'export ha perso slancio rispetto a qualche mese fa, nonostante il commercio mondiale vada meglio». La disoccupazione ormai sfiora la soglia del 10% e si prevede un calo del Pil nel II trimestre 2012 più accentuato del previsto. Sempre più improbabile il -1,2% previsto dal governo nel Def, mentre comincia ad apparire ottimistico persino il -2% del Fmi.
Sul fronte politico la tentazione di staccare la spina al governo e l'ossessione per l'unità dei cosiddetti "moderati" tornano ad animare il dibattito interno al Pdl. Ma nelle analisi della sconfitta elettorale continua a mancare la causa all'origine di tutti i suoi guai: la drammatica perdita di credibilità agli occhi dei propri elettori non tanto per il sostegno a Monti, ma per aver sistematicamente, per 17 anni, tradito le promesse di cambiamento una volta al governo.
E mentre nel Pdl falchi e colombe si dividono sul sostegno a Monti, si spargono veleni sul segretario e si tira per la giacchetta il Cav, e sulla legge elettorale non si va oltre proporzionale o porcellum corretto con preferenze, Italia Futura macina proprio sui contenuti che una volta portavano al successo Forza Italia e il centrodestra: dopo il manifesto liberista per "meno Stato", l'associazione di Montezemolo si schiera anche per il presidenzialismo e il maggioritario.
Il Pdl sarà anche uscito con le ossa rotte dalle urne, ma l'unico effetto concreto del voto amministrativo per ora è la liquidazione del Terzo polo. Con il Pd sempre più a suo agio nella foto di Vasto, e avendo fallito nel raccogliere i cocci del Pdl, Casini è tornato a giocare in proprio e ha scaricato Fini e Rutelli, sull'orlo della disperazione. Sul lato sinistro, a giudicare dalle punturine di Bersani all'indirizzo dell'esecutivo, sugli esodati e sugli incomprensibili «ritardi» nel «far girare un po' di liquidità per le imprese», il risultato delle amministrative non dev'essere stato esaltante nemmeno per il Pd.
Tuesday, April 24, 2012
Spending review ennesimo bluff
Non devono ingannare le recenti dichiarazioni sui tagli alla spesa pubblica. Non c'è chiarezza sulla natura della spending review, né sui target di risparmio, né sull'utilizzo delle somme risparmiate. «Lo spazio per ridurre costi inutili c'è», assicura il ministro Passera, aggiungendo però che la revisione critica delle spese «vuol dire ridurle, ma anche aumentarle in certi campi» come «futuro e innovazione, ricerca, sostegno alle aziende e alle esportazioni». Insomma, ridurre alcune voci, aumentarne altre: ma il saldo finale? Non è chiaro chi sia a remare a favore e chi contro i tagli, assistiamo ad un gioco di specchi e ad una serie di prese di posizione contraddittorie che sanno di bluff.
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Wednesday, April 18, 2012
La giornata: Monti brinda in anticipo al pareggio di bilancio e benedice la Grande Coalizione
Habemus Def (qui il testo). Dopo tre giorni di limature per evitare di gettare i mercati nello sconforto, il governo Monti presenta le sue stime, eccessivamente ottimistiche (soprattutto rispetto a quelle del Fmi), e festeggia - con troppo compiacimento (la «prima applicazione» del fiscal compact), e con troppo anticipo - il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013. Siamo appena entrati nel II trimestre dell'anno, solo il I ha costretto tutti gli organismi ad una decisa virata al ribasso delle stime del Pil, ed è ancora difficilmente prevedibile l'effetto recessivo delle tasse che gli italiani dovranno pagare nei prossimi, su tutte l'Imu (e l'Iva a ottobre). In realtà è sempre più probabile che anche l'Italia, dopo la Spagna, manchi i suoi obiettivi di bilancio. Sotto accusa l'austerità imposta dalla Germania ai Paesi eurodeboli, che ha accentuato la recessione, ma è pur vero che né Bruxelles né Berlino né il Fmi hanno imposto che l'austerità dovesse significare una spremuta di tasse e basta anziché tagli alla spesa e vere riforme.
Purtroppo, tutto è politica. Più che i numeri conta la stima di cui si gode a Bruxelles e a Washington, com'è lo stesso premier ad ammettere: commentando le preoccupanti stime del Fmi, si dice più «confortato» dai pareri sulle politiche del suo governo espressi dal ministro tedesco Schauble o da un suo portavoce, dalla Lagarde e dagli Usa, che non da mezzo punto in più o in meno di Pil. Sempre finché si accontentano i mercati...
Monti poi non rinuncia a piazzare l'ennesima spudorata promessa (in stile berlusconiano) sui tagli di tasse che «in futuro» saranno possibili grazie alla lotta all'evasione, nonostante abbia appena stralciato l'apposito fondo dalla delega fiscale; usa toni drammatici («ci battiamo ogni giorno per evitare il drammatico destino della Grecia») per ricompattare attorno al governo forze politiche e opinione pubblica; e torna a far leva sull'untore preferito dei difensori della spesa pubblica, l'evasore fiscale. Ma soprattutto fornisce la giustificazione economica per il compimento di quel disegno squisitamente politico che lo porta, a scapito delle riforme, a non tirare troppo la corda con i partiti: la Grande Coalizione. «Siamo un governo breve chiamato a svolgere un compito lunghissimo», ricorda in conferenza stampa, e «se le forze politiche che sostengono il governo, con grande senso di responsabilità, dovessero condividere questa piattaforma triennale e farla propria, in tutto o in parte, sarebbe un punto importante e una leva di fiducia nel lungo periodo nei confronti dell'Italia». Insomma, duratura la crisi, durature le sfide per la crescita, duraturo pure il percorso di risanamento, le forze politiche non potranno che proseguire nello «sforzo collettivo» anche dopo le elezioni del 2013.
Anche se il Pdl, attivo in questi giorni su fisco e lavoro per ritrovare l'empatia con i propri elettori delusi e arrabbiati, è in frenata. Fa la voce grossa sulle tasse (ora basta! grida Alfano dai tg). Niente strappi, ma la luna di miele è finita e non c'è spazio per certe convivialità. Berlusconi quindi annulla il pranzo con Monti, che aveva solleticato la fantasia dei retroscenisti. Non è uno sgarbo al professore. Al contrario, giura, un gesto per allentare la tensione, «per non alimentare polemiche e per evitare o prevenire insinuazioni malevole su questioni inerenti le frequenze televisive». Incontro rinviato a quando con il Pdl avrà valutato i provvedimenti su fisco, in particolare quelli che riguardano la casa, e crescita. Tra questi addirittura «una cinquantina» ne ha annunciati ieri sera Passera. La sensazione è che si tratti di coriandoli, fumo negli occhi per placare l'insistenza con la quale da più parti si invocano politiche per la crescita.
Monti dice di essere uscito dal vertice notturno di ieri con un «nuovo patto politico» siglato con ABC. La riforma del lavoro dovrebbe procedere in modo spedito, anche perché saranno accolte le richieste delle imprese fortemente sponsorizzate dal Pdl, ma sul resto vedremo. Intanto oggi il governo ha dovuto chiedere una nuova fiducia, sul dl fiscale (senza sconti Imu ad anziani e disabili ricoverati), e la decisione del premier di non presentarsi agli spring meetings del Fmi al G20 economico e finanziario denota una certa apprensione per il fronte politico interno.
Sulle stime ottimistiche di Monti incombe però una specie di armageddon immobiliare. Il Censis è il primo istituto di ricerca autorevole a lanciare un inquietante allarme su quello che definisce "l'effetto-Imu": gli italiani starebbero inondando il mercato di seconde case, il che in assenza di domanda potrebbe provocare un crollo verticale del valore degli immobili, che alla fine del 2012 potrebbe calare anche del 20%, con punte del 50%. Con quali effetti sui mutui (il 22% delle famiglie che ne stanno pagando uno sono già oggi in difficoltà) e sugli asset immobiliari delle banche? Meglio non pensarci, un incubo.
Purtroppo, tutto è politica. Più che i numeri conta la stima di cui si gode a Bruxelles e a Washington, com'è lo stesso premier ad ammettere: commentando le preoccupanti stime del Fmi, si dice più «confortato» dai pareri sulle politiche del suo governo espressi dal ministro tedesco Schauble o da un suo portavoce, dalla Lagarde e dagli Usa, che non da mezzo punto in più o in meno di Pil. Sempre finché si accontentano i mercati...
Monti poi non rinuncia a piazzare l'ennesima spudorata promessa (in stile berlusconiano) sui tagli di tasse che «in futuro» saranno possibili grazie alla lotta all'evasione, nonostante abbia appena stralciato l'apposito fondo dalla delega fiscale; usa toni drammatici («ci battiamo ogni giorno per evitare il drammatico destino della Grecia») per ricompattare attorno al governo forze politiche e opinione pubblica; e torna a far leva sull'untore preferito dei difensori della spesa pubblica, l'evasore fiscale. Ma soprattutto fornisce la giustificazione economica per il compimento di quel disegno squisitamente politico che lo porta, a scapito delle riforme, a non tirare troppo la corda con i partiti: la Grande Coalizione. «Siamo un governo breve chiamato a svolgere un compito lunghissimo», ricorda in conferenza stampa, e «se le forze politiche che sostengono il governo, con grande senso di responsabilità, dovessero condividere questa piattaforma triennale e farla propria, in tutto o in parte, sarebbe un punto importante e una leva di fiducia nel lungo periodo nei confronti dell'Italia». Insomma, duratura la crisi, durature le sfide per la crescita, duraturo pure il percorso di risanamento, le forze politiche non potranno che proseguire nello «sforzo collettivo» anche dopo le elezioni del 2013.
Anche se il Pdl, attivo in questi giorni su fisco e lavoro per ritrovare l'empatia con i propri elettori delusi e arrabbiati, è in frenata. Fa la voce grossa sulle tasse (ora basta! grida Alfano dai tg). Niente strappi, ma la luna di miele è finita e non c'è spazio per certe convivialità. Berlusconi quindi annulla il pranzo con Monti, che aveva solleticato la fantasia dei retroscenisti. Non è uno sgarbo al professore. Al contrario, giura, un gesto per allentare la tensione, «per non alimentare polemiche e per evitare o prevenire insinuazioni malevole su questioni inerenti le frequenze televisive». Incontro rinviato a quando con il Pdl avrà valutato i provvedimenti su fisco, in particolare quelli che riguardano la casa, e crescita. Tra questi addirittura «una cinquantina» ne ha annunciati ieri sera Passera. La sensazione è che si tratti di coriandoli, fumo negli occhi per placare l'insistenza con la quale da più parti si invocano politiche per la crescita.
Monti dice di essere uscito dal vertice notturno di ieri con un «nuovo patto politico» siglato con ABC. La riforma del lavoro dovrebbe procedere in modo spedito, anche perché saranno accolte le richieste delle imprese fortemente sponsorizzate dal Pdl, ma sul resto vedremo. Intanto oggi il governo ha dovuto chiedere una nuova fiducia, sul dl fiscale (senza sconti Imu ad anziani e disabili ricoverati), e la decisione del premier di non presentarsi agli spring meetings del Fmi al G20 economico e finanziario denota una certa apprensione per il fronte politico interno.
Sulle stime ottimistiche di Monti incombe però una specie di armageddon immobiliare. Il Censis è il primo istituto di ricerca autorevole a lanciare un inquietante allarme su quello che definisce "l'effetto-Imu": gli italiani starebbero inondando il mercato di seconde case, il che in assenza di domanda potrebbe provocare un crollo verticale del valore degli immobili, che alla fine del 2012 potrebbe calare anche del 20%, con punte del 50%. Con quali effetti sui mutui (il 22% delle famiglie che ne stanno pagando uno sono già oggi in difficoltà) e sugli asset immobiliari delle banche? Meglio non pensarci, un incubo.
Wednesday, April 11, 2012
La giornata: anche il sobrio Monti s'innervosisce; Pdl redivivo su lavoro, fisco e debito
SOLE TRA I MONTI - Dopo il tonfo di ieri quello di oggi è poco più di un rimbalzo per Piazza affari (+1,6%) e per i nostri titoli decennali (385 lo spread). Sui giornali è ripartita la caccia agli speculatori, purtroppo anche dalle pagine del Sole24Ore. Sul principale quotidiano economico del nostro Paese, organo di Confindustria, tocca leggere una inutile difesa d'ufficio di Monti, il quale non dovrebbe prendersela se per il WSJ non è una Thatcher, «come se il paragone fosse un complimento», ironizza l'autore dell'articolo. Per il quotidiano del "Fate presto" ora "La scommessa è sul lungo periodo". Vabbè.
CATTIVA AUSTERITA' - Si dà la colpa all'austerity, che aggrava la recessione nei Paesi eurodeboli e li allontana dagli obiettivi di bilancio. Vero, ma di che tipo di austerity si tratta? L'approccio austerità più riforme per la crescita è l'unico per sperare di uscire dalla crisi. Il problema sono la finta, o "cattiva" austerità (più tasse anziché tagli alla spesa pubblica) e le finte riforme. Purtroppo è l'approccio - conclamato, dopo l'intervista di Giarda e la «resa» sull'articolo 18 - del governo italiano, e i mercati lo stanno sanzionando.
ASTA - Con le aste di oggi abbiamo purtroppo già incorporato nei rendimenti l'aumento dello spread. Anche se la domanda è risultata «sostenuta, come nelle attese», osserva Bankitalia, i titoli semestrali sono andati via con un rendimento al 2,84%, ai massimi da dicembre e il doppio dell'ultima asta (1,40%); i trimestrali all'1,25% rispetto allo 0,5% del collocamento dello scorso mese, oltre il doppio quindi, e per di più con bid-to-cover in calo dal 2,23 all'1,81%.
PIL E BANCHE - Le brutte notizie non finiscono qui. Il viceministro Grilli ha confermato che il governo è pronto a rivedere al ribasso le stime del Pil per il 2012 (da -0,4% a -1,3%, un punto percentuale in meno dopo solo un trimestre) e ha reso noto che per effetto dei prestiti della Bce nella pancia delle nostre banche sono finiti ulteriori 60 miliardi di titoli di Stato (dai 209 miliardi nel dicembre 2011 ai 267 di febbraio). Il che vuol dire che i loro portafogli sono ancora più gonfi di rischio sovrano, e potrebbe essere questo uno dei motivi delle perdite in Borsa, e che il calo dello spread nelle ultime settimane è principalmente dovuto ad acquisti "nostrani", e gli investitori esteri se ne stanno accorgendo.
STRESS MONTI - Monti se l'è dovuta rimangiare quella frase pronunciata in Asia - la crisi dell'Eurozona è «superata» - e alla nuova, inattesa impennata dei rendimenti, con l'esaurirsi della spinta riformatrice del governo, affiora un certo nervosismo anche nei tecnici, aumentano le assonanze con i politici. Il sobrio, il controllato Monti reagisce nello stesso modo che rimproveravano a Berlusconi: puntando l'indice verso gli altri Paesi - oggi il «contagio spagnolo» - e persino verso le critiche interne (delle imprese e dei suoi colleghi professori, i soliti Alesina e Giavazzi). Il tecnico per eccellenza, preso dallo sconforto per i dati economici, cede anche allo strumento politico per eccellenza, il vecchio caro retroscena, per far filtrare tutta la sua arrabbiatura nei confronti della Marcegaglia per le dichiarazioni sulla riforma del lavoro («very bad»). Ma è preoccupante che possa apparire verosimile, nonostante la competenza e l'intelligenza attribuite al professore della Bocconi, che Monti creda davvero che Wall Street Journal, Financial Times, e infine gli investitori, si siano tutti fatti influenzare dalle opinioni della Marcegaglia e non abbiano, piuttosto, bocciato loro stessi la pessima riforma del lavoro varata dal governo.
In giornata Palazzo Chigi ha smentito che in questi giorni il premier abbia commentato «direttamente o indirettamente» le cause che sarebbero all'origine della risalita dello spread, ma a confermare la versione dei retroscenisti è il ministro Passera, che a margine di un convegno sul digitale chiama in causa «Germania e Spagna», a cui si sarebbero aggiunti «i dati non buoni di Usa e Cina». Fatto sta che a Madrid si sono risentiti e Rajoy, pur senza nominare Monti, ha chiesto ai leader europei di «essere prudenti» nelle dichiarazioni sulle responsabilità della crisi. Non c'entrerebbe niente, invece, assicura il ministro, la riforma del lavoro.
PDL REDIVIVO - Riforma che questa mattina ha iniziato il suo iter in commissione al Senato. Il ministro Fornero ha spiegato che «non è un testo definitivo, si possono fare dei cambiamenti per migliorare l'equilibrio nel suo complesso, senza però arretramenti», ha avvertito. Il Pdl però offre una sponda alle imprese chiedendo una «profonda revisione» del ddl. Parole che suonano come un vero e proprio stop. Nel mirino la troppa rigidità reintrodotta nei contratti di ingresso nel mercato del lavoro. Domani seguirà un incontro con gli imprenditori prima di definire gli emendamenti. Pdl attivo anche sul fronte del debito, con la richiesta di dismettere asset pubblici non strategici, immobiliari e non, e fiscale, con gli emendamenti per l'Imu rateizzabile e una tantum e per evitare l'aumento dell'Iva di due punti, previsto per ottobre. Buona fortuna.
ORA VENDOLA - Infine, si allarga il fronte giudiziario: dopo Bossi, ecco Vendola indagato a Bari, per abuso d'ufficio nella nomina di un primario. Sarà un caso che la magistratura sta decapitando i vertici delle uniche opposizioni a Monti e alla "Grande Coalizione"?
CATTIVA AUSTERITA' - Si dà la colpa all'austerity, che aggrava la recessione nei Paesi eurodeboli e li allontana dagli obiettivi di bilancio. Vero, ma di che tipo di austerity si tratta? L'approccio austerità più riforme per la crescita è l'unico per sperare di uscire dalla crisi. Il problema sono la finta, o "cattiva" austerità (più tasse anziché tagli alla spesa pubblica) e le finte riforme. Purtroppo è l'approccio - conclamato, dopo l'intervista di Giarda e la «resa» sull'articolo 18 - del governo italiano, e i mercati lo stanno sanzionando.
ASTA - Con le aste di oggi abbiamo purtroppo già incorporato nei rendimenti l'aumento dello spread. Anche se la domanda è risultata «sostenuta, come nelle attese», osserva Bankitalia, i titoli semestrali sono andati via con un rendimento al 2,84%, ai massimi da dicembre e il doppio dell'ultima asta (1,40%); i trimestrali all'1,25% rispetto allo 0,5% del collocamento dello scorso mese, oltre il doppio quindi, e per di più con bid-to-cover in calo dal 2,23 all'1,81%.
PIL E BANCHE - Le brutte notizie non finiscono qui. Il viceministro Grilli ha confermato che il governo è pronto a rivedere al ribasso le stime del Pil per il 2012 (da -0,4% a -1,3%, un punto percentuale in meno dopo solo un trimestre) e ha reso noto che per effetto dei prestiti della Bce nella pancia delle nostre banche sono finiti ulteriori 60 miliardi di titoli di Stato (dai 209 miliardi nel dicembre 2011 ai 267 di febbraio). Il che vuol dire che i loro portafogli sono ancora più gonfi di rischio sovrano, e potrebbe essere questo uno dei motivi delle perdite in Borsa, e che il calo dello spread nelle ultime settimane è principalmente dovuto ad acquisti "nostrani", e gli investitori esteri se ne stanno accorgendo.
STRESS MONTI - Monti se l'è dovuta rimangiare quella frase pronunciata in Asia - la crisi dell'Eurozona è «superata» - e alla nuova, inattesa impennata dei rendimenti, con l'esaurirsi della spinta riformatrice del governo, affiora un certo nervosismo anche nei tecnici, aumentano le assonanze con i politici. Il sobrio, il controllato Monti reagisce nello stesso modo che rimproveravano a Berlusconi: puntando l'indice verso gli altri Paesi - oggi il «contagio spagnolo» - e persino verso le critiche interne (delle imprese e dei suoi colleghi professori, i soliti Alesina e Giavazzi). Il tecnico per eccellenza, preso dallo sconforto per i dati economici, cede anche allo strumento politico per eccellenza, il vecchio caro retroscena, per far filtrare tutta la sua arrabbiatura nei confronti della Marcegaglia per le dichiarazioni sulla riforma del lavoro («very bad»). Ma è preoccupante che possa apparire verosimile, nonostante la competenza e l'intelligenza attribuite al professore della Bocconi, che Monti creda davvero che Wall Street Journal, Financial Times, e infine gli investitori, si siano tutti fatti influenzare dalle opinioni della Marcegaglia e non abbiano, piuttosto, bocciato loro stessi la pessima riforma del lavoro varata dal governo.
In giornata Palazzo Chigi ha smentito che in questi giorni il premier abbia commentato «direttamente o indirettamente» le cause che sarebbero all'origine della risalita dello spread, ma a confermare la versione dei retroscenisti è il ministro Passera, che a margine di un convegno sul digitale chiama in causa «Germania e Spagna», a cui si sarebbero aggiunti «i dati non buoni di Usa e Cina». Fatto sta che a Madrid si sono risentiti e Rajoy, pur senza nominare Monti, ha chiesto ai leader europei di «essere prudenti» nelle dichiarazioni sulle responsabilità della crisi. Non c'entrerebbe niente, invece, assicura il ministro, la riforma del lavoro.
PDL REDIVIVO - Riforma che questa mattina ha iniziato il suo iter in commissione al Senato. Il ministro Fornero ha spiegato che «non è un testo definitivo, si possono fare dei cambiamenti per migliorare l'equilibrio nel suo complesso, senza però arretramenti», ha avvertito. Il Pdl però offre una sponda alle imprese chiedendo una «profonda revisione» del ddl. Parole che suonano come un vero e proprio stop. Nel mirino la troppa rigidità reintrodotta nei contratti di ingresso nel mercato del lavoro. Domani seguirà un incontro con gli imprenditori prima di definire gli emendamenti. Pdl attivo anche sul fronte del debito, con la richiesta di dismettere asset pubblici non strategici, immobiliari e non, e fiscale, con gli emendamenti per l'Imu rateizzabile e una tantum e per evitare l'aumento dell'Iva di due punti, previsto per ottobre. Buona fortuna.
ORA VENDOLA - Infine, si allarga il fronte giudiziario: dopo Bossi, ecco Vendola indagato a Bari, per abuso d'ufficio nella nomina di un primario. Sarà un caso che la magistratura sta decapitando i vertici delle uniche opposizioni a Monti e alla "Grande Coalizione"?
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Friday, March 30, 2012
Partiti e recessione (e spread): Monti sotto assedio
Per il premier Mario Monti la strada si fa sempre più stretta. Complice l'approssimarsi delle amministrative i partiti si stanno risvegliando dal letargo invernale e cominciano a sgomitare. Dopo l'assaggio di marzo sulle buste paga, e il prezzo della benzina alle stelle, sta per arrivare in capo alle famiglie la stangata dell'Imu, che accrescerà il malcontento. Nel frattempo, lo spread torna a salire, ieri fino a 345 punti. A metà maggio il primo esame crescita: l'Istat diffonderà la stima preliminare del Pil nel I trimestre 2012. Ma ieri, in Commissione Bilancio della Camera, il ministro Corrado Passera ha già messo le mani avanti: «Siamo nel pieno di una seconda recessione», che «durerà tutto l'anno». Non solo il "ritorno" dei partiti, anche il Pil potrebbe riservare una brutta sorpresa al professor Monti. L'Ocse prevede un calo del Pil italiano dell'1,6% nel I trimestre del 2012 e dello 0,1% nel II. Mentre tecnici e politici cincischiano sulle riforme, gli italiani sembrano aggrapparsi all'unico "salva-Italia" che conoscono. E' l'economia sommersa che ci "salva", denuncia l'Eurispes nel suo rapporto "L'Italia in nero".
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Monday, December 19, 2011
Non stupisce, purtroppo, la violenza della Camusso
Le interviste domenicali ci hanno regalato un Tremonti che si lamenta con Monti per le troppe tasse e il poco sviluppo, tra le cose più ridicole e spudorate sentite in tutto il 2011, e un Passera che si candida al ruolo di nuovo Prodi («occuparsi di bene comune è il più bello dei lavori»). Oggi invece entra nel vivo lo scontro sull'art. 18 e non stupisce la violenza verbale di Susanna Camusso, leader della Cgil, in un'intervista al Corriere della Sera: sulle pensioni parla di intervento addirittura «folle» da parte del governo, al quale attribuisce anche un «tratto autoritario». E poi ecco l'immancabile personalizzazione del "nemico", che in questo caso viene identificato nel ministro Fornero, accusata di una «aggressione nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici». Tra l'altro, oltre che un insulto alla Fornero, quando la Camusso afferma che «fatto da una donna, stupisce molto», insulta anche tutto il genere maschile, evidentemente essendo gli uomini i soli capaci delle peggiori nefandezze.
Purtroppo invece non stupisce affatto la violenza verbale della Camusso, in pieno stile Cgil, e anzi accusare la Fornero di «aggredire» i lavoratori ricorda in modo inquietante l'appellativo «limaccioso» di Cofferati all'indirizzo di Marco Biagi. La Fornero stessa è consapevole della «personalizzazione dell'attacco» e si dice dispiaciuta «per un linguaggio che pensavo appartenesse a un passato del quale non possiamo certo andare orgogliosi».
Se poi, come già annunciato da Monti nel suo discorso alla Camera per la prima fiducia, il superamento dell'art. 18 dovesse limitarsi ai nuovi contratti - uno dei limiti della proposta di Ichino - l'impatto sarebbe estremamente limitato in termini di incentivo alla crescita e all'occupazione, sarebbe davvero poco più che simbolico, il terreno ideale per uno scontro meramente ideologico. Ma sarebbe ancor più deludente in termini di «equità». Il mercato del lavoro infatti resterebbe "duale" ancora per molti anni, finché gli attuali assunti a tempo indeterminato non andranno in pensione e i nuovi contratti non disciplineranno la maggioranza dei rapporti in essere.
Purtroppo invece non stupisce affatto la violenza verbale della Camusso, in pieno stile Cgil, e anzi accusare la Fornero di «aggredire» i lavoratori ricorda in modo inquietante l'appellativo «limaccioso» di Cofferati all'indirizzo di Marco Biagi. La Fornero stessa è consapevole della «personalizzazione dell'attacco» e si dice dispiaciuta «per un linguaggio che pensavo appartenesse a un passato del quale non possiamo certo andare orgogliosi».
Se poi, come già annunciato da Monti nel suo discorso alla Camera per la prima fiducia, il superamento dell'art. 18 dovesse limitarsi ai nuovi contratti - uno dei limiti della proposta di Ichino - l'impatto sarebbe estremamente limitato in termini di incentivo alla crescita e all'occupazione, sarebbe davvero poco più che simbolico, il terreno ideale per uno scontro meramente ideologico. Ma sarebbe ancor più deludente in termini di «equità». Il mercato del lavoro infatti resterebbe "duale" ancora per molti anni, finché gli attuali assunti a tempo indeterminato non andranno in pensione e i nuovi contratti non disciplineranno la maggioranza dei rapporti in essere.
Wednesday, November 23, 2011
Cosa ci aspetta nel 2013?
Il Foglio ha chiesto a me e ad altri blogger di immaginare lo scenario politico in cui ci troveremo nel 2013, un esercizio di fantapolitica/analisi. Qui il mio, più analisi che fanta:
E' evidente che in questi mesi di rettorato di Mario Monti - senza escludere di poter andare "più decisamente a fondo" - sono in gioco il bipolarismo, la possibilità degli elettori di scegliere nelle urne tra due proposte di governo alternative, e per il Pdl in particolare il "non morire democristiani". In realtà, lo sarebbero stati anche con le elezioni "sotto la neve". Il governo Monti è molto meno tecnico di quanto si creda. Contiene in sé i semi di una nuova offerta politica. C'è il tecno-ulivismo, ossia le competenze più riformiste di area Pd; e c'è il partito di Todi, nel quale per la prima volta dalla scomparsa della Dc si ritrovano al governo tutte le anime del mondo cattolico. E c'è persino un leader in pectore: Corrado Passera. Di cosa di preciso ancora non si sa, ma una sorta di nuovo Prodi. I possibili sbocchi di questa esperienza sono due...
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E' evidente che in questi mesi di rettorato di Mario Monti - senza escludere di poter andare "più decisamente a fondo" - sono in gioco il bipolarismo, la possibilità degli elettori di scegliere nelle urne tra due proposte di governo alternative, e per il Pdl in particolare il "non morire democristiani". In realtà, lo sarebbero stati anche con le elezioni "sotto la neve". Il governo Monti è molto meno tecnico di quanto si creda. Contiene in sé i semi di una nuova offerta politica. C'è il tecno-ulivismo, ossia le competenze più riformiste di area Pd; e c'è il partito di Todi, nel quale per la prima volta dalla scomparsa della Dc si ritrovano al governo tutte le anime del mondo cattolico. E c'è persino un leader in pectore: Corrado Passera. Di cosa di preciso ancora non si sa, ma una sorta di nuovo Prodi. I possibili sbocchi di questa esperienza sono due...
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Thursday, November 17, 2011
Altro che tecnici, disegno politico
C'è poco da festeggiare per l'immaturità democratica - come l'ha definita Piero Ostellino sul Corriere, analizzandone lucidamente le radici storiche - di un popolo che saluta la caduta di un governo eletto come la fine di una dittatura e vede in un dictator, nell'accezione latina del termine, cioè di colui che sospende la politica nell'emergenza, il "salvatore della patria". Il governo Monti nasce con un peccato originale che solo in parte la fiducia delle Camere potrà cancellare. Vistoso è lo strappo alle regole della democrazia dell'alternanza, strappo che cercheranno di allargare le forze politiche desiderose di liquidare il sistema maggioritario. È pur vero però che nell'ultimo anno Berlusconi ha sbagliato tutto ciò che c'era da sbagliare e che trascinare il Paese alle urne contro il parere, e il panico, di praticamente tutto il mondo non avrebbe certo salvato la democrazia dell'alternanza, né probabilmente la nostra economia.Come ho sempre fatto su questo blog giudicherò il governo Monti sulla base dei fatti. La lista dei ministri è un primo indicatore, purtroppo negativo. Per i loro ambienti di provenienza e i loro incarichi, la maggior parte dei ministri sono tutt'altro che tecnici disinteressati nel senso di civil servants; sono tecnici la cui area politica è molto ben marcata. Avevo concesso a Monti il beneficio del dubbio, ma l'esecutivo che ha messo su somiglia a un tecno-ulivismo allargato al "partito di Todi", come spiego in questo articolo. Per la prima volta dalla scomparsa della Dc tutte le anime del mondo cattolico si trovano riunite in un governo e il richiamo per quelli che ancora si attardano nel partito berlusconiano è forte. «E' finita la diaspora Dc», fa notare trionfante Casini.
Un governo di tutta evidenza nato non solo per affrontare l'emergenza finanziaria, ma anche per modificare l'offerta politica in Italia, e ciò non è legittimo che avvenga senza passare per le urne. Mentre il primo obiettivo può giustificare il mancato anticipo della verifica elettorale, il secondo addirittura la richiede tassativamente. Che sia l'embrione di un progetto politico di centro-centrosinistra, con tanto di leader in pectore, Corrado Passera, o che una volta alle spalle l'emergenza le varie anime dei cattolici impegnati in politica, riunite oggi al governo, decidano di dar vita a uno schieramento alternativo alla sinistra, il punto è che è stata strumentalizzata la crisi per lanciare un'operazione politica, non solo senza che fosse scelta dai cittadini, senza nemmeno che fosse loro presentata nelle urne. Se non un ribaltone, poco ci manca.
Oggi il discorso del nuovo premier per la fiducia, e avremo finalmente le prime risposte programmatiche, ma quasi tutto si potrà capire dalle primissime misure. Monti dovrà giocarsi tutte le sue carte migliori e spendere tutta la sua autorevolezza, sul fronte interno ma soprattutto nei confronti dell'ottuso direttorio franco-tedesco (a proposito, è a favore o contro una Bce prestatore di ultima istanza?), entro le prime settimane, due/tre mesi. Fino a gennaio-febbraio le forze politiche e sociali dovrebbero pagare un prezzo politico troppo elevato per staccare la spina e saranno più inclini a digerire misure sgradite.
Oltre questo termine temporale, Monti rischia di farsi impantanare. Purtroppo il gusto per la concertazione dimostrato nelle arlecchinesche consultazioni di palazzo Giustiniani e la compagine governativa neo-ulivista non fanno ben sperare sul tasso di riformismo. Patrimoniale e pochi altri ritocchi, sembra ad oggi l'esito più probabile di questa esperienza di governo, sperando che la credibilità di Monti basti a convincere i mercati a darci tregua. La patrimoniale, e in generale un ulteriore aumento della pressione fiscale, è incompatibile con le riforme per la crescita che i mercati si aspettano (e infatti non c'è tra le richieste della Bce e dell'Ue). Se la soluzione è smontare il baraccone pubblico, o almeno un suo drastico dimagrimento, dare altri soldi allo Stato non sarebbe solo una contraddizione in termini logici, ma significherebbe andare nella direzione oppposta. Può essere accettabile una tassazione ordinaria sul patrimonio, a patto però che il saldo per lo Stato in termini di pressione fiscale complessiva sia negativo, quindi accompagnata da un taglio consistente delle tasse sui redditi e sulle imprese.
Wednesday, November 16, 2011
Tecno-ulivismo al potere con il partito di Todi
Anche su NotapoliticaSe per "tecnici" si intendono figure non solo competenti nel loro settore, ma anche distanti dalla politica, ebbene il nuovo esecutivo guidato da Mario Monti non è poi così tecnico. Sono pochi, forse un paio, i nuovi ministri di cui ad un primo sguardo non si riesce a scorgere alcuna traccia di una qualsiasi collocazione, mentre abbondano i tecnici la cui area, e in qualche caso esperienza politica, è ben marcata. Studiando le biografie e scorrendo le prime reazioni, sembra piuttosto un tecno-Ulivo, nemmeno troppo dissimulato (ma va bene anche la definizione di Osvaldo Napoli: «tecno-prodismo»). La componente cattolica però questa volta non è limitata ai cattolici democratici, ma è forse la prima espressione di quel rinnovato impegno dei cattolici in politica teorizzato a Todi, e quindi è allargata ad esponenti di un mondo cattolico che non ha mai fatto parte dell'ulivismo. Mondo cattolico che per la prima volta dai tempi della Dc si trova riunito in una esperienza di governo: dai big dell'Università Cattolica favoriti in Vaticano (Ornaghi) fino all'associazionismo, alla galassia della solidarietà e del terzo settore (Riccardi).
Insomma, più che un governo d'emergenza che quasi casualmente imbarca dai più disparati ambienti le migliori menti di un Paese, sembra di intravedere un nucleo, se non compatto almeno coerente, pronto ad aprire una nuova stagione politica di centro-centrosinistra. E persino, al fianco di Monti, che potrà puntare al Quirinale nel 2013, un leader in pectore, un nuovo Prodi, che risponde al nome di Corrado Passera, vero e proprio super ministro per la crescita economica. O davvero si può pensare che l'ad di una banca come Intesa Sanpaolo abbia deciso di lasciare il suo posto per una parentesi politica di poco più di un anno? Qualificanti saranno ora i sottosegretari scelti da Monti per il suo dicastero, ma è soprattutto dalle prime misure concrete che vedremo quale tasso di riformismo saprà esprimere questo tecno-Ulivo con autorevoli apporti bocconiani e cattolici. Il gusto per la concertazione e i calorosi attestati di stima con i quali i nuovi ministri sono stati accolti da sindacati e corporazioni varie (la Fornero, ad esempio, diversamente da Ichino sembra raccogliere la stima della Camusso e di Cesare Damiano) non fanno presagire molto di buono. All'orizzonte non si scorge nessuna rivoluzione liberale, come la figura di Monti poteva indurre a sperare, nessuna rottamazione del baraccone pubblico, ma l'idea innanzitutto di riprenderne il controllo, poi di riossigenarlo con alcune minime e ineluttabili riforme. E il Pdl? Sembra fare buon viso a cattivo gioco, con la sua componente cattolica forse consapevole che si è aperta la gara per l'egemonia dell'area moderata nell'era del post-berlusconismo. Insomma, ci sono tutte le premesse per la liquidazione del bipolarismo.
Nella nuova compagine governativa sono ben rappresentati i cosiddetti "poteri forti", il Vaticano e le banche (molta Intesa e una spruzzata di Unicredit), e l'establishment culturale, università (Bocconi, Cattolica, Politecnico di Torino) e grandi giornali (Corriere e Sole24Ore).
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