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Tuesday, February 03, 2015

Mattarella, il paternalismo socialdemocristiano ci porta in Grecia

La vecchia logica del "nessun nemico a sinistra" a cui si è piegato Renzi (logica da 24%, non da 40) e l'insostenibile subalternità culturale del centrodestra

Cosa ci si poteva aspettare dal discorso alle Camere del nuovo presidente Sergio Mattarella? Esattamente ciò che ha pronunciato: il ricordo di Tachè, l'accenno ai marò (minimo sindacale, sarebbe stato gravissimo se li avesse dimenticati), l'enfasi sulla guerra al terrorismo (nessun applauso) sono stati gli unici passaggi non scontati. Per il resto, un discorso buono per tutte le stagioni, banalotto, tanto polveroso paternalismo dc e tanta retorica assistenzialista. Dal punto di vista economico-sociale, per le sue citazioni ha accuratamente selezionato gli articoli del cosiddetto "patto sociale" della Costituzione: più diritti e garanzie che libertà. Cattolicesimo sociale, direbbe qualcuno. Paternalismo dc, direi, anzi socialdemocristiano. Peccato che sia terribilmente out of time. Quella lunga lista di "diritti" e assistenzialismi è esattamente IL problema (LA follia) di questo Paese. Continuare a spacciare le pesanti droghe socialisteggianti e assistenzialiste - purtroppo sì, è vero, ancora scolpite nella nostra Costituzione - e per di più a un Parlamento che da sinistra a destra è un tossico di spesa pubblica, non è esattamente ciò che ci serve. Suona comodo e rassicurante, ma non è ciò che può farci uscire dalla crisi. Mattarella rappresenta la Grecia in noi che avanza...

E' stato un discorso di illusioni, non di speranze, di vecchie e pericolose illusioni scritte nella nostra Carta e nel Dna socialdemocristiano. Anche nella frase che probabilmente leggeremo domani sulle prime pagine dei giornali: «L'arbitro dev'essere e sarà imparziale... ma i giocatori lo aiutino con la loro correttezza». Non accadrà, all'occorrenza l'arbitro potrà anche segnare dei gol (è questo il senso del richiamo alla correttezza dei giocatori...): non per malafede, ma perché nel nostro sistema politico-istituzionale sono saltati regole e schemi. Completamente e irrimediabilmente. L'elezione diretta del presidente della Repubblica è urgente per dare alla carica la legittimazione popolare diretta richiesta dal ruolo che è ormai chiamato a svolgere in un sistema maggioritario.

Dal punto di vista strettamente politico si è trattato di un discorso "governativo": in nessun passaggio può essere suonato il campanello d'allarme di Renzi. Anzi, è arrivato un esplicito endorsement al percorso di riforme costituzionali (riforme che cambiano qualcosa - in peggio - per non cambiare, in realtà, nulla).

RENZI - Eppure, il premier non può dormire sonni tranquilli, come ho già scritto nel post precedente. Il problema è che Mattarella non è esattamente l'immagine di quel rinnovamento che Renzi aveva promesso in ogni ambito, suscitando grandi aspettative. Certo, magari non potrà fargli ombra come personalità, ma il suo grigiore finirà per ingrigire un bel po' anche lui, per intaccare nell'opinione pubblica la sua immagine di innovatore e "rottamatore".

Non credo affatto che Mattarella fosse la sua prima scelta. Quando si parla di capolavoro di Renzi bisogna intendersi. Ha scelto la via meno rischiosa per eleggere il nuovo capo dello Stato rapidamente, senza psicodrammi, intestandosi i meriti dell'operazione, così da poter al più presto archiviare la pratica e tornare a parlare di cose concrete. In questo una scelta molto saggia, e certamente vincente, perché ai cittadini (escludendo quel milione - per lo più di parassiti - che vive e parla di politica) del nuovo presidente frega assai poco. Ma la sua è stata una scelta né originale né coraggiosa: si può parlare di "capolavoro" solo perché Berlusconi e Alfano hanno di nuovo fatto la figura degli utili idioti? No, a mio modo di vedere è stata una vittoria tattica ma non strategica. Più uno scampato pericolo immediato. Di capolavoro si sarebbe potuto parlare se fosse riuscito a consolidare il suo potere portando al Quirinale un suo uomo (o donna): non nel senso di un suo servo, ma una figura in grado - per età, per esperienze politiche e per consapevolezza riformatrice - di rappresentare un'epoca di cambiamento, l'"era renziana", e anche un Pd diverso, meno ripiegato sulle sue due culture politiche fondatrici, ex comunista e sinistra dc.

Non è stata, insomma, una scelta da "partito della nazione", coerente con la strategia di un leader che ambisce a rivolgersi all'elettorato moderato, ex berlusconiano, per portare il Pd oltre la sua storica soglia di consenso. La scelta di ripartire dal Pd, di ricompattare innanzitutto il proprio partito è stata una scelta in parte dettata da realismo, suggerita dalla realtà dei numeri parlamentari, ma in parte anche dalla logica "nessun nemico a sinistra". Una logica vecchia e minoritaria, perdente, alla Bersani (e infatti Mattarella era anche tra i candidati di Bersani nel 2013). Una logica da Pd al 24%, non al 40. Attenzione, non sto dicendo che portando Mattarella al Colle Renzi si sia giocato tutto il consenso al di fuori del vecchio Pd che era riuscito ad aggregare: da qui alle prossime elezioni ci sono ancora molti mesi e molte scelte da compiere. Ma certo questa scelta in particolare, probabilmente per evitare guai peggiori, è stata dettata da una logica di vecchia appartenenza, da 24% e non da 40.

CENTRODESTRA - Per una volta non parliamo del complesso di superiorità, culturale e morale, della sinistra. L'elezione di Mattarella ha messo in chiara luce il patologico complesso di inferiorità del vecchio centrodestra: nessun esponente di FI o di Ncd ha osato criticare nel merito, oltre che nel metodo, la candidatura imposta da Renzi. Il problema è che Renzi non li avrebbe consultati, non avrebbe proposto una rosa di nomi, non che Mattarella rappresenta, come ha ben ricordato Piero Ostellino nell'editoriale di domenica, «quanto di più illiberale abbiano prodotto, da noi, la cultura politica egemone e il sistema politico». Né hanno saputo opporre una loro candidatura, tanto che il preferito di Berlusconi e dei suoi nelle ultime tre elezioni presidenziali è stato Giuliano Amato, un socialista della Prima Repubblica, presidente del Consiglio di centrosinistra nella Seconda, uno che ha messo le mani nelle tasche degli italiani appena ha potuto e accumulato ogni sorta delle prebende che ingrossano la nostra spesa pubblica.

E' il segno di qualcosa di più grave di una subalternità culturale, è una totale assenza di identità culturale. Gli esponenti di ciò che resta del principale partito del vecchio centrodestra letteralmente non sanno chi sono, da dove vengono e dove vogliono andare. Uno smarrimento accentuato dal declino di Berlusconi, dal momento che non possono più aggrapparsi, come fino a qualche anno fa, alla sua lucidità (un pallido ricordo) e al suo orgoglio (ormai ferito). Il berlusconismo come surrogato di una cultura politica non basta più. E se per la mancata realizzazione della promessa "rivoluzione liberale" Berlusconi può invocare qualche alibi - dall'aggressione mediatico-giudiziaria all'opposizione di nemici interni ed esterni - il fatto che i vent'anni della sua leadership abbiano lasciato un tale deserto di cultura politica è un fallimento di cui porta per intero la responsabilità.

Wednesday, July 03, 2013

L'euroassistenzialismo non ci salverà

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Ha ragione il senatore Mario Monti quando ricorda al premier Letta che con i «piccoli passi» non si va avanti. E lui può parlare per esperienza diretta... I passi sono piccoli, impercettibili, ma il governo pretende che ora "altri" facciano la propria parte. E' questo il messaggio recapitato al mondo delle imprese. Sia da parte del premier in persona, quando al termine del vertice europeo della scorsa settimana, dopo aver ottenuto dall'Ue 1 miliardo di fondi per il lavoro in due anni, ha fin troppo euforicamente detto che «ora le imprese non hanno più alibi» (nemmeno quello del total tax rate al 70%, caso unico al mondo?), sia da parte del ministro del lavoro Giovannini, che al convegno di Confindustria ha spiegato che non può essere solo il governo a creare «opportunità» per i giovani, serve «l'impegno dell'intero paese, comprese le imprese». Analisi corretta a metà. E' senz'altro vero che il governo non può "creare" posti di lavoro (anche se poi, dalle misure varate si direbbe che nell'esecutivo sia piuttosto diffusa la convinzione opposta), ma riesce benissimo ad ostacolarne la creazione. Dire alle imprese che ora sta a loro impegnarsi è come incoraggiare un prigioniero a liberarsi dopo avergli dato un bicchiere d'acqua... ma è ancora incatenato! Puro sadismo.

Non è «il peso dei 2,2 milioni di "neet" (giovani che non lavorano, non studiano né si stanno formando, ndr)» che «ci porterà a fondo». Il ministro Giovannini confonde uno dei sintomi della crisi con la causa: a portarci a fondo è il peso dello Stato. Da ex presidente dell'Istat dovrebbe almeno far bene di conto, eppure come ha calcolato Tito Boeri, dagli sgravi sulle nuove assunzioni si possono ottenere nella migliore delle ipotesi 28.846 posti di lavoro (la cifra che risulta dividendo i 225 milioni l'anno stanziati per 7.800 euro, lo sgravio concesso per 12 mesi), un numero ben lontano dai 100 mila evocati dal ministro.

Ma il punto è che i pochi e temporanei sgravi, così come il miliardo e mezzo messo a disposizione dall'Ue nei prossimi due anni, stanziato senza nemmeno sapere come concretamente verrà speso, possono ben poco se le imprese non vedono una prospettiva di aumento della produzione che le induca ad assumere. «Gli sgravi andranno per lo più alle imprese che avrebbero comunque fatto assunzioni», conclude Boeri.

La realtà è che in queste settimane, riempiendosi la bocca della parola "lavoro", il governo italiano e i governi degli altri paesi europei riuniti a Bruxelles hanno messo in scena un'enorme operazione propagandistica. Per una ripresa vera, che non sia solo uno 0,3-0,4% trainato dall'export, l'Italia ha bisogno di un radicale shock fiscale e di riforme vere del mercato del lavoro. Invece, con i sussidi temporanei, che non hanno mai funzionato, l'Europa conferma la propria essenza: un carrozzone che sa solo spendere soldi, ma non attuare politiche per la crescita.

Il nostro premier ha festeggiato per quel miliardo e mezzo come avrebbe festeggiato un politico meridionale all'ennesimo stanziamento di fondi a pioggia da Roma. Con il vertice Ue di venerdì siamo entrati a pieno titolo nell'era dell'euroassistenzialismo. Entrare nell'Euro avrebbe aiutato l'Italia a diventare "più europea", si diceva e si dice ancora. Sta accadendo il contrario: è l'Europa che si sta "italianizzando". Si sta ripiegando su se stessa, chiusa in un dibattito tra i paesi del sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del nord e la Germania che tengono stretti i cordoni della borsa. Una dinamica che ricorda molto quella italiana sulla "questione meridionale": un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso.

Piuttosto che accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, e riconoscere la necessità di riforme strutturali e fiscali volte a far recuperare competitività alle nostre economie appesantite da bilanci pubblici famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, e di discutere come implementarle velocemente in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità negli ultimi vertici Ue, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale: il problema che sembra angosciare i governanti europei come quelli italiani, senza eccezioni, è come far cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo. Come i miliardi appena stanziati a Bruxelles, in modo generico, "per il lavoro". Le stesse cure che lo Stato unitario ha "somministrato" per oltre un secolo al nostro sud, oggi diventano le concessioni di Berlino e degli altri stati membri del nord ai paesi dell'Europa mediterranea.

Friday, May 24, 2013

I mostri che si aggirano per l'Europa: gli Stati mannari

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La copertina dell'Economist di questa settimana si candida seriamente al premio cover dell'anno. I principali leader europei - Merkel e Hollande in testa, con Draghi, Letta e Samaras alla loro destra e Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla loro sinistra - che incedono con sguardo fiero e fisso sulla linea dell'orizzonte, non curanti del burrone ad un passo dai loro piedi. Titolo: "The sleepwalkers" (i sonnambuli).

E' il sesto trimestre successivo di recessione in Europa, la disoccupazione è oltre il 12%. Si discute di austerity, ma i deficit e i debiti pubblici continuano a correre, e non solo nei paesi cicala, come l'Italia, dove per lo meno il problema è noto e all'attenzione dei severi censori di Bruxelles e Berlino. La crisi ormai non riguarda più soltanto i paesi del Sud Europa, ma tocca da vicino anche i "virtuosi" tedeschi, olandesi e scandinavi. E' un problema comune, nessuno può illudersi che il vagone su cui viaggia non deraglierà insieme al resto del treno.

Perché se la situazione è certamente più drammatica nei paesi più deboli e più indebitati, in crisi - come ebbe modo di spiegare mesi fa Mario Draghi al Wall Street Journal - è il modello sociale europeo in tutte le sue varianti, quelle più efficienti, mittle e nord-europee, e più dissennate, quelle mediterranee. E' insostenibile, drena troppe risorse perché le economie europee riescano ad essere competitive con quelle dei paesi emergenti. Serve a poco preoccuparsi di come redistribuire meglio e in modo più equo, se la torta nel frattempo si restringe. Fa eccezione, per ora, la Germania, ma tra breve anche le sue riforme di un decennio fa si riveleranno insufficienti.

Eppure, i leader europei non sembrano rendersi conto di quanto profondamente la crisi metta in discussione le certezze dell'ultimo mezzo secolo. Di fronte alla realtà, sembra diffondersi il virus italiano: piuttosto che riconoscere che la soluzione passa per riforme dolorose, impopolari, ma necessarie, volte a far recuperare competitività alle nostre economie fiaccate da bilanci pubblici troppo pesanti e famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, il problema che sembra angosciare i governanti europei, senza eccezioni, è come fare cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo.

Dunque, invece di accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, di discutere di come implementare velocemente le riforme strutturali e fiscali in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità dell'ultimo Consiglio europeo, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale, nonostante negli altri grandi paesi europei non sia certo ai livelli italiani. Quando però si va a stringere sulle misure concrete, ci si accorge che va bene lo scambio dei dati, ma più che l'evasione nel mirino c'è la concorrenza fiscale tra i paesi. I "grandi" vorrebbero limitare, se non azzerare, la capacità dei "piccoli" e dei "medi" di attirare aziende e multinazionali con sistemi fiscali più competitivi. Insomma, quei «salti mortali», così si è espresso di recente Ed Miliband parlando di «capitalismo responsabile», che molte grandi e medie aziende (Google, Apple e Amazon sono sotto i riflettori), ma anche persone fisiche, fanno per pagare meno tasse. Più che di evasione, dunque, si tratta di forme elusive legali.

Una volta, quando si parlava dei cosiddetti "paradisi fiscali", ci si riferiva a minuscole isolette, per lo più dei caraibi, praticamente prive di strutture statuali. Oggi però politici e media ne parlano con riferimento a qualsiasi paese che scelga un'imposizione fiscale più leggera e norme meno invasive sui capitali. Così anche Svizzera, Austria, Slovenia, Irlanda, e persino il Regno Unito, vengono considerati alla stregua di "paradisi fiscali". Un'azienda, o una persona fisica, che vi trasferiscano la propria residenza fiscale o parte dei propri profitti, vengono immediatamente bollati come evasori e, quindi, criminali (quanto meno moralmente). Non ci si chiede nemmeno se sia il caso di abbassare le proprie pretese fiscali, non si prende nemmeno in considerazione l'ipotesi che, più semplicemente, sono Italia, Francia e Germania ad essere diventati "inferni fiscali".

Difficile, d'altra parte, ampliare le pretese della riscossione fiscale nel mondo globalizzato di oggi, in cui i capitali si muovono attraverso i continenti in pochi secondi, il commercio è sempre più online e i paesi sono sempre più in competizione tra loro per attirare investimenti. Ma in Europa, soprattutto, dove il mercato è unico, la concorrenza fiscale dovrebbe essere vista come una sfida virtuosa, non un molesto residuo della sovranità nazionale. Emblematico il doppio ruolo che è costretto a giocare il premier britannico Cameron, che fa il duro nei confronti di Bermuda e Isole Cayman, ma poi rivendica il diritto della Gran Bretagna a mantenere «tasse basse sulle imprese per attirare gli investimenti, aumentare i posti di lavoro, ed essere vincenti nella competizione globale».

L'unica cosa che proprio non riescono a immaginare i leader europei è come restringere il perimetro dello Stato, quindi della spesa pubblica e del debito. I paesi virtuosi non si pongono - per il momento - il problema. In quelli meno virtuosi, come l'Italia, sentiamo ripetere la solita litania: non ci sono soldi per rimettere in moto l'economia. Due miliardi di qua, due di là, si spostano da una tassa all'altra. Non ci sono soldi? Ma stiamo scherzando? Un governo che spende (o sperpera?) ogni anno la metà della ricchezza prodotta dai suoi cittadini - e ormai non sono molto lontani da questa soglia gli altri grandi paesi europei - viene a raccontarci che non ci sono soldi? E' un luogo comune ormai tanto radicato - nella politica, tra gli osservatori e nell'opinione pubblica - quanto fa a pugni con la logica.

Il dibattito in Europa è sempre più intrappolato tra le due polarità rigore/spesa, con i paesi del Sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del centro e del nord che tentano di stringere i cordoni della borsa. E una dinamica che rischia di somigliare sempre più a quella dell'Italia post-unitaria: un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso. Una sorta di "italianizzazione" dell'Eurozona non è più una prospettiva inverosimile, se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell'Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha "somministrato" al Sud Italia e che, come stiamo vedendo, ci sta trascinando tutti nel baratro.

Wednesday, April 10, 2013

Perché in Italia non abbiamo avuto una Thatcher

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Quando abbiamo saputo della morte di Margaret Thatcher, in molti una domanda è sorta spontanea, avrebbe detto Antonio Lubrano: perché in Italia non abbiamo avuto una Thatcher, nonostante il nostro paese è, e non da oggi, in una situazione di declino, a causa dello statalismo e del corporativismo, simile a quella in cui si trovava il Regno Unito sul finire degli anni '70?

D'accordo, in Italia tantissimi erano thatcheriani «solo a parole», «all'italiana», come ha osservato Pierluigi Battista. Ma non bisogna dimenticare l'altra faccia della medaglia, che ci ha ricordato Piero Ostellino: ci fosse stata una vera Thatcher, «l'avrebbero spedita a morire a Tunisi». Ogni tentativo di rispondere alla nostra domanda tralasciando uno dei due aspetti - le responsabilità della classe politica di centrodestra e il fattore culturale e istituzionale - è condannato a produrre risposte parziali.

E' vero, i thatcheriani "de noantri" lo erano «solo a parole», hanno fatto poco o niente per diminuire la spesa pubblica, il debito pubblico, quindi le tasse, e per liberalizzare l'economia. Sono partiti sognando il «partito liberale di massa» e sono finiti nell'anti-mercatismo di Tremonti o nel keynesismo di ritorno del "premio Nobel" Krugman.

E' vero, i thatcheriani d'Italia sono stati più «pacioni». Di fronte al conflitto, alle opposizioni anche dure, hanno deciso di battere in ritirata temendo per il consenso del giorno dopo, quindi per le loro carriere politiche, ma anche perché, in fondo, non ci credevano neanche loro alla cosiddetta "rivoluzione liberale". Dopo la caduta della Prima Repubblica dirsi liberali era un modo, per ex-Msi, ex democristiani ed ex socialisti, per sdoganarsi. Una volta rilegittimati, hanno ben presto dimenticato cosa significasse. Qualche timida "lenzuolata" liberalizzatrice il centrosinistra l'ha portata avanti, ma obtorto collo, senza convinzione, solo per convenienza. Ci si era accorti che privatizzare poteva essere un modo per creare una rete di oligarchi amici e che liberalizzare qualcosa si poteva, purché limitandosi a colpire i settori di interesse dell'elettorato altrui.

No, non si può certo dire che il centrodestra italiano sia stato "liberista", tutto "small government e deregulation". Bisogna però riconoscere qualche circostanza attenuante ai liberali della Prima Repubblica, per aver fatto i "cespugli" della Democrazia cristiana quando l'alternativa era il comunismo di Mosca. E nella giusta critica al berlusconismo non si può ignorare che per tre volte Berlusconi ha coalizzato vaste maggioranze di centrodestra intorno a parole d'ordine liberiste, anti-stataliste, mentre mai niente di simile si è visto a sinistra. Berlusconi e la sua classe dirigente hanno poi tradito la "rivoluzione liberale", hanno governato da moderati nel senso di "socialisti moderati", e nell'elettorato di centrodestra le spinte stataliste e assistenzialiste del centro-sud e le spinte corporative hanno finito per prevalere sulle istanze liberalizzatrici. Ma tutto ciò non cancella il fatto inoppugnabile che da una parte i "thatcheriani", almeno a parole, sono esistiti, e che milioni di elettori di centrodestra hanno risposto, e ancora rispondono presente ai richiami liberisti, mentre dall'altra parte istintivamente li hanno sempre respinti.

Certo è che chi si è opposto alla riforma delle pensioni del primo governo Berlusconi, nel 1994, o all'abolizione dell'articolo 18, solo per citare due esempi, non ha titolo oggi per biasimare il centrodestra perché non ha saputo esprimere una Thatcher. Non si possono recitare due parti in commedia.

In fondo, una Thatcher in Italia non c'è stata perché non siamo inglesi. Non abbiamo né la loro cultura politica né il loro modello istituzionale e questi sono forse i fattori che più hanno pesato. Non è da noi che è sorto e si è sviluppato il pensiero liberale. La cultura liberale è sempre stata ultra-minoritaria nelle élites, schiacciata tra il solidarismo cattolico e l'assistenzialismo comunista e post-comunista. E il libero mercato lontano dall'esperienza concreta della borghesia e del capitalismo italiani. Tanto che il giornale degli industriali, il Sole24Ore, ha pensato bene di ospitare in prima pagina un convinto commento anti-Thatcher di Romano Prodi. Il caso Italia è particolamente penoso: la controversa percentuale del 47% di elettori che secondo Romney avrebbero comunque votato Obama, perché in vario modo sussidiati dal governo, in Italia probabilmente supera di gran lunga il 50%, rendendo ancor meno attraenti le opportunità che le politiche liberiste potrebbero aprire. Troppo pochi, e senza voce, gli outsider.

Non sorprendiamoci, dunque, se una Thatcher in Italia è impossibile. Anche il sistema istituzionale e politico è stato concepito, edificato e preservato apposta per renderla impossibile. Nel Regno Unito la politica è conflitto, alternative di governo, da noi concertazione e trasformismo. Il modello di leadership che la Thatcher rappresenta si è potuto affermare per le virtù del bipartitismo e di un premierato forte, che da noi è considerato una forma di autoritarismo. Il nostro è un sistema di poteri deboli, consociativo, che premia il trasformismo e deresponsabilizza i leader. Il presidente del Consiglio non ha il potere che ha avuto la Thatcher. E ogni tentativo di riformare la nostra Costituzione, che molti ancora ritengono "la più bella del mondo", in senso presidenzialista, o del premierato, si sono infranti contro una strenua, radicale opposizione, anche da parte di quanti, oggi, hanno il coraggio di dire che sì, in effetti, avremmo avuto bisogno di una Thatcher, ma che se ci fosse stata le avrebbero riservato il trattamento che per molto meno hanno riservato a Craxi e a Berlusconi.

Monday, April 08, 2013

Thatcher, sinonimo di leadership

Anche su Rightnation.it

Che Margaret Thatcher abbia salvato la Gran Bretagna da un declino certo, contribuito a cambiare le coordinate della politica britannica (e non solo), e - insieme a Ronald Reagan - a cambiare il mondo, non ci sono dubbi. Ma se è stata - ed è ancora oggi - fonte di ispirazione per intere generazioni di conservatori e liberali, è perché la Lady di ferro rappresenta un modello di leadership saldamente fondato sui principi, forse l'unico davvero vincente, e la dimostrazione tangibile che libertà e responsabilità non solo possono essere le linee guida di un'azione di governo, ma sono la miglior politica economica e il miglior programma di governo possibile: «Non può esserci libertà senza libertà economica».

La sua è stata tra le rare leadership fondate sulle convinzioni contrapposte alle convenienze come bussola dell'agire politico. Un modello di leadership i cui pilastri sono moralità, fiducia nell'individuo, e soprattutto fermezza sui principi. Lo sapeva bene, una donna che per emergere ha dovuto combattere il maschilismo dei partiti e della società britannica, che i principi sono tutto ciò che distingue lo statista dal politicante. Sapeva che per avere successo bisogna lottare «ogni santo giorno della propria vita», andare controcorrente, sfidare il conformismo, la banalità e la mediocrità imperanti, senza piegarsi.

II thatcherismo, dunque, innanzitutto come modello di leadership e prassi di governo. No ai compromessi al ribasso per vivacchiare politicamente. No ai cedimenti alle lobby e ai gruppi di pressione. No al consociativismo sociale. No alle lusinghe della spesa facile. «La medicina è amara ma il paziente ne ha bisogno», «ci odieranno oggi ma ci ringrazieranno per generazioni», risponde la Thatcher ai suoi colleghi di partito e di governo che pensano solo alla rielezione.

Certo, è più facile prendere voti, e vincere le elezioni, devastando le finanze pubbliche piuttosto che risanandole; elargendo privilegi e sussidi piuttosto che responsabilizzando i cittadini, restituendo loro e alle famiglie il potere invece di aumentare a dismisura quello del governo. Ed è più facile, rimandando sine die una soluzione impopolare piuttosto che affrontando di petto i problemi, ma tutto questo non sarebbe governare ed esercitare una leadership.

Come pochi altri leader del '900, la Lady di ferro ci ha insegnato che l'arte del governo non è solo carisma e tecnica. Per cambiare un paese non bastano politiche efficaci e politici onesti e competenti. Quanto maggiori sono le sfide pratiche da affrontare, tanto più ci vogliono visione morale (avere un'idea di ciò che è bene e ciò che è male), intelaiatura intellettuale e chiarezza ideologica, per realizzare ciò che si è promesso conquistando e mantenendo il sostegno dell'opinione pubblica (di una maggioranza di essa, ovviamente).

La "Thatcher Revolution" ha dimostrato per la prima volta che le politiche keynesiane non sono le uniche possibili in democrazia. Che le politiche cosiddette "liberiste", la riduzione del peso dello Stato nell'economia a vantaggio della dimensione individuale, anche su quell'abusata astrattezza che chiamiamo «società» («non esiste la società: ci sono gli individui, uomini e donne, e ci sono le famiglie»), non solo sono convenienti dal punto di vista economico, ma sono anche politicamente e socialmente sostenibili, nonché in ultima analisi vincenti, anche se indubbiamente richiedono un surplus di coraggio e determinazione. Di leadership, insomma.

A salvare la Gran Bretagna non sono state distanti teorie economiche, né oscure formule tecnocratiche, ma è stato il buon senso della figlia di un droghiere. Il bilancio dello Stato come il bilancio di una famiglia: il risparmio, non la spesa, è la virtù. Il duro lavoro, non lo sciopero, è un valore, mentre l'assistenzialismo è immorale ed economicamente insostenibile. Il ritratto stesso della figlia di un droghiere di provincia che contro tutti i pregiudizi e gli stereotipi diventa primo ministro ne fa un'icona positiva del liberalismo e dell'individualismo.

La situazione italiana è molto simile a quella del Regno Unito pre-Thatcher della fine degli anni '70. Da noi è ancora dominante l'ideologia dello Stato-padrone e del cittadino-suddito, della spesa pubblica, del posto fisso, del "godersi" la pensione a 50 anni, dell'inflazione per far fronte al debito. Una società che colpevolizza la ricchezza e il merito, che ostacola l'accumulo del capitale, che frustra gli sforzi individuali per arrivare alla propria affermazione, che ignora le regole basilari dell'economia e che, per tutti questi motivi, è destinata al declino. Nessun centrodestra, soprattutto in Italia, può pensare di non ripartire dalla lezione di Margaret Thatcher.

Friday, November 16, 2012

E' un'altra America, il dilemma del GOP

Versione integrale su Rightnation.it

Tutte le analisi sulla vittoria di Obama che puntano l'indice sulla debolezza intrinseca della candidatura di Mitt Romney, sugli errori di comunicazione del GOP, sull'eccezionalità irripetibile della figura di Barack Obama, sull'effetto rivitalizzante che ha avuto Sandy per l'incumbent, o sull'influenza dei media, sono senz'altro fondate, colgono aspetti importanti, ma tutto sommato congiunturali delle presidenziali 2012, e rischiano quindi di assecondare uno stato di "denial" nel campo conservatore, persino consolatorio: per tornare alla Casa Bianca nel 2016 basterà presentare un candidato meno "bostoniano", meno freddino, capace di scaldare i cuori e le menti della Right Nation, e il limite dei due mandati farà il resto (difficilmente i Democratici riusciranno a tirar fuori dal cilindro uno "special one" come Obama).

E' comprensibile: più tranquillizzante sedersi in riva al fiume aspettando che l'eccezione Obama passi, come un uragano. Peccato che potrebbe non bastare. Non negare i dati strutturali della vittoria di Obama è invece il primo passo per porvi rimedio. Nella sua rielezione si intravedono mutamenti profondissimi nella composizione e nella mentalità - quindi demografici ma anche ideali e politici - dell'elettorato americano, molto diverso da quello del 2004. Il che è molto più terrificante (dal mio punto di vista di liberista) della semplice idea che Romney fosse il candidato sbagliato e Obama troppo carismatico ed hollywoodiano per essere battuto. Ma è Obama ad aver cambiato connotati all'America, o lui stesso è il prodotto di questo cambiamento? Probabilmente entrambe le cose insieme.
(...)
Non si può non prendere almeno in considerazione l'ipotesi che la coalizione progressista messa insieme nel 20008 e nel 2012 da Obama possa costituire una "maggioranza permanente", cioè in grado di sopravvivergli politicamente e di aprire un ciclo, come suggeriscono Sam Tanenhaus nel suo "The death of conservatism" e Ruy Teixeira in "The emerging democratic majority". Prima di Obama l'unico presidente del II dopoguerra ad essere rieletto nonostante la disoccupazione oltre il 7% fu Reagan nel 1984. Un presidente che guarda caso fu capace di forgiare una coalizione conservatrice che avrebbe segnato culturalmente due decenni, gli anni '80 e '90, e retto per un soffio fino al secondo mandato di George W. Bush, nonostante fossero già in atto i cambiamenti demografici che vediamo esplodere oggi. Più saggio, quindi, non escludere che Obama possa rivelarsi il Reagan dei democratici, che insomma possa aver aperto un nuovo ciclo destinato a non esaurirsi con il suo secondo mandato.

Nel 1992 i Democratici tornarono alla Casa Bianca con Clinton, vagheggiando di "terza via" e governando dal centro un paese in maggioranza conservatore. Come i Democratici di allora anche il GOP oggi è di fronte a un dilemma simile: come reagire all'emersione in superficie di questo popolo di sinistra? Inseguirlo, smussando i propri angoli sulle social issues e attenuando la propria rigidità in tema fiscale, ma rischiando di perdere la Right Nation, o tenere il punto, se non radicalizzarsi, rischiando però di perdere indipendenti e moderati? Nel primo caso si tratta di trovare un candidato vincente per riconquistare la Casa Bianca nel 2016, ma inevitabilmente dal profilo, e su una piattaforma, più centrista, cioè più disponibile a soluzioni di compromesso con le istanze welfariste, che a quanto pare sempre più americani e nuovi immigrati non vedono come fumo negli occhi, e più aperta su immigrazione e diritti civili. Nel secondo di mantenere saldi e non negoziabili i propri principi, nella speranza che il nuovo ciclo politico passi in fretta e il riflusso spinga gli americani di nuovo a destra.

Il dibattito nel GOP è aperto: a cosa è dovuta la sconfitta? S'insinua il dubbio che sia sbagliato il messaggio, ormai non in sintonia con una popolazione in rapido mutamento, e che quindi occorrano cambiamenti fondamentali nella linea politica. Nulla di drammatico, sembra però rispondere la maggior parte del partito, soprattutto i governatori, più sicuri della sintonia con i propri elettori e già proiettati verso il 2016: candidati scadenti, errori di comunicazione e insufficienti sforzi per portare gli elettori alle urne. «E' essenziale rimanere fedeli a ciò che siamo - spiega il governatore della Virginia Bob McDonnell - dobbiamo capire come rendere i nostri principi più interessanti agli elettori emergenti, ma se abdichiamo ad essi diventiamo un'entità molto diversa».

Un problema di identità, o di comunicazione, dunque? Piegarsi alla nuova demografia o insistere nel tentativo di avvicinare i nuovi elettori ai principi conservatori? Nel primo caso i Repubblicani temono di presentarsi come "cripto-Democratici". E resterebbe un problema, diciamo, di marketing, di brand: se anche si convincessero ad offrire un prodotto politico più simile a quello dei Democratici, perché gli elettori dovrebbero preferire la copia all'originale? E se anche preferissero la copia, e un repubblicano tornasse alla Casa Bianca da liberal moderato, l'America non sarebbe comunque più la stessa. «L'America non ha bisogno di due partiti liberal», avverte il governatore della Louisiana Bobby Jindal. Fra quattro anni gli elettori potrebbero preferire una versione più edulcorata delle politiche obamiane, ma anche sviluppare una totale repulsione verso di esse.

Entrambe le strade presentano quindi degli inconvenienti. Proposte politiche specificamente rivolte verso le etnie emergenti potrebbero non bastare, ed è vero che in teoria il libero mercato crea un contesto economico più meritocratico, che offre a tutti, minoranze comprese, l'opportunità di migliorare il proprio status, ma restano pur sempre allettanti politiche che promettono (che mantengano è tutt'altra storia) un'esistenza meno ambiziosa ma comunque dignitosa con il minimo sforzo. Una via di mezzo per il GOP potrebbe consistere nell'ammorbidire la propria posizione sull'immigrazione, col rischio però di alimentare ancor più rapidamente il serbatoio di voti democratico, e aggiornarla sull'omosessualità, mantenendo invece ferma la linea di politica fiscale. Fiducia nell'impresa individuale e Stato leggero sono infatti le fondamenta dell'"eccezionalismo" Usa e del loro potere economico, il resto - forse - è aggiornabile.
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Thursday, November 15, 2012

In piazza l'ideologia non il disagio

Le buone ragioni di chi - famiglie e imprese - è massacrato di tasse da uno Stato che non vuole dimagrire, da un governo che interpreta l'austerità come dieta da infliggere ai cittadini (mentre il risanamento dev'essere centrato su riduzioni della spesa e non su aumenti delle tasse, ripete Draghi), non si difendono confondendole con gli slogan dei manifestanti di ieri, scesi in piazza per preservare un modello sociale insostenibile e rivendicarne uno ancor più insostenibile, da finanziare ovviamente con più patrimoniali, e le cui proteste - per altro violente - hanno a che fare più con vecchie ideologie, rigurgiti dalla pattumiera della storia, che con un reale disagio sociale, come l'esperienza degli anni passati dovrebbe insegnarci. Passato solo un anno, già ci siamo scordati la lezione del 15 ottobre scorso a Roma e vengono poste sullo stesso piano le «due violenze», quella dei manifestanti e quella delle forze dell'ordine.

Ancora una volta si torna a distinguere, come fa Giannini su la Repubblica, tra «le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista», e le «ragioni di una maggioranza rumorosa», in una sorta di riedizione dei "compagni che sbagliano". Ovviamente i violenti - minoritari ma non così pochi - meritano solo manganellate, mentre il diritto a manifestare pacificamente è sacrosanto. Ma l'ideologia, molto più che il disagio sociale, che muove gli uni e gli altri, è la stessa: è l'ideologia statalista e assistenzialista, dunque conservatrice e regressiva. Diciamolo forte e chiaro: non è che quelli che distruggono banche e assaltano le forze dell'ordine, o inneggiano a Saddam Hussein, hanno torto solo perché sono violenti, mentre gli altri hanno ragione. Hanno torto entrambi, perché entrambi la pensano allo stesso modo, si differenziano solo nell'"azione", nelle modalità della loro lotta al "sistema". Una generazione, ma forse più d'una, è stata «derubata del futuro», non c'è dubbio, ma non a causa delle politiche di austerità, bensì del debito pubblico e della scarsa crescita economica causati proprio dal modello sociale che con forme di protesta come l'Eurostrike di ieri si vuole difendere.

Ciò per cui lottano i manifestanti scesi in piazza ieri è esattamente ciò che ci ha portati in questa crisi, è parte, almeno una gran parte del problema, non della soluzione. Non chiedono meno Stato e meno tasse, chiedono istruzione e sanità gratuite, posto fisso e ben retribuito (perché il lavoro è un diritto, non una merce), di andare in pensione prima possibile, insomma un percorso di vita, dalla culla alla tomba, in cui tutto è dovuto, garantito, a prescindere da meriti e responsabilità individuali, e naturalmente a spese di qualcun altro (e se i soldi non bastano, che si stampi moneta fasulla).

Gli studenti veri - quelli che studiano davvero, o vorrebbero studiare, e non i fancazzisti, baby professionisti della protesta permanente - sono «umiliati» non da «anni di tagli alla scuola pubblica» (ma de' che?), ma da un'istruzione che costa tanto (anche alla famiglia che non manderà mai i suoi figli all'università!) e produce poco, di qualità scadente, e non perché manchino le risorse ma perché vengono gestite male, in modo improduttivo e anti-meritocratico da una casta di irresponsabili.

La cosa più avvilente, però, è vedere come pur di prendersela con Monti e con le istituzioni europee anche giornali e commentatori di destra, sedicenti liberali o dell'establishment arrivino ad attribuire dignità di «disagio», di «scontro sociale», a scioperi e manifestazioni che da sempre prendono a pretesto qualsiasi cosa per sfogare una rabbia ideologica, strumentalizzando un'ignoranza di massa abissale. Naturalmente Monti e le istituzioni europee sono criticabilissimi - e su questo blog non ho certo risparmiato critiche - ma per motivi esattamente opposti a quelli sbandierati in piazza ieri.

Tuesday, October 09, 2012

Dove cascano gli asini/2

E gli asini sono cascati veramente: gravemente insufficiente. E' il voto della Ragioneria generale dello Stato alla copertura finanziaria prevista dall'articolo 5 della controriforma delle pensioni "Damiano e altri". Altro che i 5 miliardi in 5 anni che qualche irresponsabile ha messo nero su bianco. Si tratta di 17 miliardi, o addirittura di 30 nei prossimi 10 anni. Al di là della cifra esatta una cosa è certa: gli oneri «sarebbero di rilevante entità», tali da compromettere, «sia sul piano finanziario sia sul piano degli obiettivi di innalzamento dell'età media di pensionamento», non solo gli effetti della riforma del 2011 ma anche di tutte quelle degli ultimi dieci anni. Riforme che come osserva l'Fmi pongono l'Italia «nella situazione migliore nel fronteggiare la pressione derivante dall'aumento della spesa previdenziale nei prossimi 20 anni».

In particolare, osserva la Ragioneria, «il reperimento nel settore giochi di ulteriori risorse, rispetto a quelle già previste, presenta un margine troppo elevato di aleatorietà, considerato anche che ulteriori elevazioni del livello di tassazione potrebbero determinare effetti dissuasivi sul gioco stesso».

Purtroppo alla cialtronata hanno partecipato tutti i partiti, dimostrando che quando parlano di "agenda Monti" non sanno cosa dicono. O meglio, hanno in mente solo una comoda zatterona su cui farsi traghettare nella prossima legislatura senza alcuno sforzo programmatico né di rinnovamento. Mentre sanno dare prova di «coesione» solo quando si tratta di tentare di smontare quelle poche riforme portate a casa dal governo Monti. L'unanimità a sostegno della controriforma dimostra inoltre che anche nel centrodestra (Pdl, Lega, Udc), come nel Pd, la maggior parte di coloro che criticano Monti lo fanno da una posizione statalista ed assistenzialista.

Le situazioni dei cosiddetti "esodati" vanno analizzate caso per caso, come sostiene la Fornero e come ha fatto, persino con troppa generosità, il governo. Chiunque proponga di affrontare il problema generalizzando la soluzione (tutti in pensione!), in realtà mira a smontare la riforma Fornero e a caricare i costi della controriforma sulle spalle dei lavoratori, con aumenti contributivi o ulteriori tasse, che soffocherebbero ulteriormente l'economia producendo più disoccupati. Il tutto per garantire ai cinquantottenni buoneuscite e pensioni che le generazioni future non vedranno nemmeno a settant'anni. Un vero e proprio crimine politico, questo sì, contro cui dovrebbero scendere in piazza giovani, studenti e meno giovani, quarantenni, se non fossero indottrinati dalla paccottiglia socialistoide delle scuole e università pubbliche e dei media.

Thursday, July 19, 2012

Con la Grecia in casa ci sentiremo tutti un po' più "tedeschi"

Cosa direbbero gli italiani se il governo Monti proponesse una tassa speciale per evitare il default della Sicilia? Con le debite differenze e in scala ridotta, potremmo ritrovarci presto in casa una piccola Grecia. Allora, forse, chi ha troppo facilmente accusato i tedeschi di miopia ed egoismo per aver condizionato gli aiuti ad Atene a tagli recessivi e scrupolosi controlli, comprenderà meglio la loro "ossessione" per il rigore, cosa significa dover garantire il debito contratto da altri o addirittura doverlo rimborsare a fondo perduto.
(...)
E' stato il numero due della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello, in un'intervista al Corriere, a lanciare l’allarme: la Sicilia è «sull’orlo del fallimento». Stipendi e pensioni regionali sarebbero i primi a saltare, ma anche i servizi ai cittadini. Il debito accertato dalla Corte dei Conti è di 5,3 miliardi di euro, ma è «destinato a salire ulteriormente». Si sospetta infatti che false poste in bilancio e crediti inesigibili possano "coprire" una voragine ben superiore. La Regione, rivela la Cgia di Mestre, ha costi per la politica e per l'acquisto di beni e di servizi, in termini pro capite, 2,5 volte superiori alla media di tutte le altre regioni d'Italia, e quelli relativi agli stipendi del personale addirittura del triplo. Molte le inchieste giornalistiche che negli ultimi anni hanno documentato sprechi e privilegi.
(...)
Non è tutta responsabilità dell'attuale governatore, Raffaele Lombardo... Si tratta di un malgoverno che dura da decenni e del fallimento dello Stato unitario nel tentare di risolvere la cosiddetta "questione meridionale". Il Sud Italia proprio non ce la fa ad attestarsi a livelli di produttività, legalità ed efficienza amministrativa paragonabili a quelli del centro e del nord del paese. Colpa di un'autonomia intesa solo come libertà di spesa, a fronte di trasferimenti comunque assicurati da Roma, e di politiche keynesiane-assistenzialiste incapaci di creare sviluppo.

Un modello bocciato dalla storia, che però rischia di rappresentare un'anticipazione del prossimo futuro dell'Eurozona. Se da una parte cìè il rischio effettivo che la perdita di sovranità a favore dell'Ue corrisponda ad uno smembramento di fatto dell'Italia e ad una subordinazione alla potenza egemone, la Germania, dall'altra sembra più concreto il rischio di "italianizzazione" dell'Eurozona – un Nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso – se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell'Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha "somministrato" al Sud Italia.

Non sorprende che autorevoli voci della stampa internazionale ritengano arrivata l'ora di riconoscere il fiasco dello Stato unitario italiano. Secondo Tony Barber (Financial Times), l'ideale sarebbe un'Europa più piccola e compatta, corrispondente più o meno al Sacro Romano Impero, con il Nord Italia (fino a Roma) insieme a Francia, Germania e ai Paesi del Benelux. Mentre sul Wall Street Journal si osserva che «l'Italia non ha mai funzionato come Stato centralizzato» e si suggerisce il ritorno al modello delle Città-Stato rinascimentali. Sta a noi smentirli con i fatti.
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Tuesday, June 05, 2012

Per lo sviluppo minestre riscaldate

Proprio non ce la fanno a stupirci i nostri tecnici e professori. Ci aspettavamo soluzioni innovative che i politici - per incompetenza o per la ricerca del consenso di breve termine - non si sono dimostrati all'altezza di concepire. Ma c'è qualcuno che ricordi un provvedimento per la crescita adottato da questo governo che non emetta una stanca eco pseudo-assistenzialista? Di tal fatta si annunciano anche le misure contenute nell'ennesimo pacchetto sviluppo.
(...)
Nelle attuali ristrettezze è quanto può passare il convento. Per questo Monti è concentrato su ciò che si può strappare a Bruxelles (e a Berlino). Il terremoto, i cui danni economici sono ingenti, può rivelarsi il pretesto ideale per chiedere di allentare i vincoli di bilancio europei, appellandosi alle «circostanze eccezionali» previste dallo stesso fiscal compact. Si spera, poi, che la cancelliera Merkel ceda qualcosa su golden rule (lo scorporo della spesa per investimenti "produttivi" dal calcolo del deficit) e project-bond infrastrutturali, o che dalla Tobin tax possano arrivare fondi europei "freschi".

Ma siamo sempre lì: i nostri governi non sanno immaginare nient'altro che incentivi e infrastrutture per stimolare la crescita - politiche keynesiane nella migliore delle ipotesi, assistenzialismo appena mascherato nella peggiore - mentre non prendono nemmeno in considerazione di invertire la rotta della nostra politica fiscale, alterandone le due grandezze fondamentali: spesa pubblica e pressione fiscale. In Europa il governo Monti si prepara a proporre, per l'Italia e gli altri paesi eurodeboli, la stessa ricetta che ha così ben funzionato per il nostro Mezzogiorno. Nella migliore delle ipotesi, di tenuta dell'euro, diventeremo il Mezzogiorno depresso e assistito d'Europa.
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Thursday, February 23, 2012

Yeah, it's gone gone gone

Il tanto decantato modello sociale europeo è «andato», superato, morto, finito. E' questa l'affermazione che farà più rumore, almeno in Italia, dell'intervista del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, al Wall Street Journal. Ad una precisa domanda («Pensa che l'Europa farà a meno del modello sociale che l'ha contraddistinta?»), ha risposto che «il modello sociale europeo è già andato, quando vediamo i tassi di disoccupazione giovanile in alcuni Paesi».

Il posto fisso; permettersi di «pagare tutti per non lavorare» (come l'economista Dornbusch usava dire degli europei); spesa in deficit ed elevati debiti pubblici. Questo modello di Europa è finito. «Non possiamo - spiega Draghi - avere un sistema in cui tu spendi quanto vuoi, e poi chiedi di emettere debito insieme. Non puoi avere un sistema in cui tu spendi e io pago per te. Prima di andare verso l'unione fiscale, dobbiamo avere un sistema in cui i Paesi possono mostrare di stare in piedi da soli. Questo è il prerequisito per cui i Paesi si fidino l'uno dell'altro».

«Non c'è alternativa al consolidamento fiscale», avverte quindi Draghi nell'intervista, aggiungendo che «la contrazione dell'economia nel breve termine» provocata dalle politiche di austerità «sarà seguita da una crescita sostenibile nel lungo termine solo se verranno messe in atto le riforme strutturali» per la crescita. Secondo il presidente della Banca centrale europea, servono innanzitutto riforme dei mercati dei prodotti e dei servizi e una riforma del mercato del lavoro, per renderlo «più flessibile e più giusto», superando il «dualismo» tra contratti troppo precari per i giovani e lavoratori iper-protetti. Oggi il mercato del lavoro è «iniquo», proprio perché «tutto il peso della flessibilità grava sulla parte giovane della popolazione».

Ma c'è modo e modo di consolidare i bilanci pubblici, c'è un'austerità "buona" e una "cattiva". Un «buon» consolidamento di bilancio, osserva Draghi, è «quello in cui le tasse sono più basse» e si taglia la spesa pubblica. Ma «in effetti il cattivo consolidamento è più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri alzando le tasse e tagliando la spesa per investimenti, che è più facile da fare che tagliare la spesa corrente. In un certo senso è la via più facile, ma non la migliore, perché deprime il potenziale di crescita». E il governo Monti, quale delle due austerità, quella buona o quella cattiva, sta perseguendo?

Tuesday, January 31, 2012

The Iron Lady, un film sorprendentemente politico

Anche su Notapolitica

La sorpresa è che "The Iron Lady" è un film molto più politico di quanto ci si potesse aspettare dalle anticipazioni. Certamente non è politico nel senso che approva o condanna un partito, una ricetta di politica economica o una storia politica. In questi termini il giudizio è sospeso, anzi non c'è nemmeno lo sforzo di fornire allo spettatore gli elementi fattuali minimi per potersi formare un'idea precisa. Non c'è un tentativo di ricostruzione storica o politica degli eventi, né di spiegare il contesto in cui furono prese le decisioni. Non ci si poteva aspettare questo dalla regista Phillida Loyd, sarebbe stato probabilmente un disastro. E' però fortemente politico perché è un film sulla leadership politica. Su una leadership fondata sui principi contrapposti alle convenienze come bussola dell'azione politica. E' un ritratto del thatcherismo – al di là delle singole policies, sulle quali si può dissentire – come modello di leadership, di cui il film ci presenta in modo obiettivo punti di forza e di debolezza, mescolando sapientemente lato pubblico e privato del leader.

Un modello di leadership i cui pilastri sono moralità, fiducia nell'individuo, e soprattutto fermezza sui principi. «We will stand on principle, or we will not stand at all» («Staremo in piedi sui principi, o non staremo in piedi affatto»), si sente ammonire dalla Thatcher il segretario di Stato Usa Alexander Haig, recatosi al numero 10 di Downing Street per cercare di ammorbidire la posizione della Lady di ferro nella crisi con l'Argentina «fascista» per le isole Falkland. Forse la frase più emblematica del film, un monito che risuona all'indirizzo anche di tutti i leader politici di oggi. Ed è proprio di leadership fondate sui principi ciò di cui forse oggi i cittadini avvertono più l'esigenza.

E' in frasi chiave come questa dunque, disseminate in tutto il film, anche nelle scene in cui Lady T appare vecchia e malata, che emerge con forza il carattere positivo della sua leadership. La scelta di fare un film sulla Thatcher ancora in vita, per di più in preda all'Alzheimer, è e resterà controversa, soprattutto, comprensibilmente, agli occhi della famiglia. Ma persino le scene che la ritraggono fragile e confusa non sono mai irrispettose, o volte a strappare qualche lacrima facile. Pur con qualche evidente forzatura per motivi narrativi, come nella scena iniziale quando esce a comprare il latte al negozietto all'angolo eludendo la sicurezza, sono sempre funzionali alla descrizione del suo carattere e ad evocare i ricordi.

Come in ogni storia di potere, ci sono anche il volto seducente dell'ambizione, le imperfezioni e l'egocentrismo del leader. All'epilogo di una vita vissuta con straordinaria intensità MT fa i conti con la propria coscienza, impersonata dal marito Dennis nelle sue frequenti allucinazioni. E si può toccare quasi con mano il dolore, il rimorso, per aver sottratto tempo e attenzioni agli affetti famigliari mentre era presa nella sfrenata corsa al "potere", a riempire la propria vita di un «significato» che andasse oltre ciò che la società prevedeva allora per una donna piccolo borghese: stirare e preparare il tè.

Non sembra mai la storia di una qualsiasi signora vecchia e ormai demente, ma di una leader politica che ha davvero cambiato il volto della storia. Di quella del suo partito, del suo Paese, e della politica occidentale. Se è vero che la vecchiaia e la malattia occupano molta parte del film, non mancano anche in queste scene momenti di lucidità in cui lo spirito di Lady T emerge al suo meglio. Per esempio, quando seduta sul lettino davanti al suo medico impartisce una lezione sullo stretto legame tra pensieri e azioni, e tra carattere e destino; o quando irritata, dopo ripetuti squilli, invita lo stesso medico a rispondere al telefono perché qualcuno potrebbe aver bisogno del suo aiuto. E mostra grande lucidità quando, nient'affatto irretita da una sua ammiratrice, emette una sentenza straordinariamente vivida sulla politica dei nostri giorni: «Una volta si trattava di tentare di fare qualcosa. Ora si tratta di diventare qualcuno».

Da ammiratori di Margaret Thatcher abbiamo visto il film – consapevoli dell'ideologia dominante a Hollywood e che nella pellicola si dava un gran peso all'Alzheimer – temendo che potesse dare l'idea che l'unico leader di destra buono è quello vecchio e malato. Non è così. Giustamente pretendiamo da Hollywood ritratti non intrisi di pregiudizio politico, ma a parte il fatto che di Hollywood c'è molto poco nella produzione (franco-britannica) e nel cast del film (solo Meryl Streep – davvero superba, da Oscar), bisognerebbe guardarlo a nostra volta senza pregiudizi.

Come ne esce, dunque, Maggie? Ne esce bene. Soprattutto considerando che la sua immagine è stata letteralmente fatta a pezzi e disumanizzata dalla propaganda politica di sinistra e dalla cultura statalista dominante, fino ad essere identificata con la cattiveria e la disumanità del potere. Ebbene, il film rende giustizia alla Thatcher: non la rende simpatica, ma senza sposare le sue idee la umanizza, restituendoci una leader sì inflessibile nel combattere gli "smidollati" che si ritrova intorno e i suoi nemici, ma anche il «primo premier anche madre», sgomenta e affranta per le vittime nella guerra delle Falkland. Ma il film va molto oltre l'umanizzazione di Lady T. Ne esce fuori un modello senz'altro positivo di leadership. Nessuno più di una donna che per emergere ha dovuto combattere il maschilismo dei partiti e della società britannica di allora sa cosa vuol dire lottare «ogni santo giorno della propria vita» e andare controcorrente, sfidare il conformismo, la banalità e la mediocrità imperanti in politica. Chi ne esce male nel film non è certo la Thatcher, piuttosto i colleghi di partito e di governo che pensano solo alla rielezione (ai quali MT risponde «la medicina è amara ma il paziente ne ha bisogno... ci odieranno oggi ma ci ringrazieranno per generazioni») e un'opposizione laburista pregiudiziale e incline al tanto peggio tanto meglio, guidata da un livido Michael Foot.

Non c'è nemmeno alcuna caricatura delle idee liberiste, che anzi vengono declinate non con arroganza accademica o dalle vette privilegiate dell'alta finanza, ma attraverso il buon senso del bottegaio. Il bilancio dello Stato come il bilancio di una famiglia: il risparmio, non la spesa, è la virtù. E il lavoro, non lo sciopero, è un valore, mentre l'assistenzialismo è immorale ed economicamente insostenibile. Il ritratto stesso della figlia di un droghiere di provincia che contro tutti i pregiudizi e gli stereotipi diventa primo ministro ne fa un'icona positiva del liberalismo e dell'individualismo.

Thursday, July 07, 2011

L'errore è a monte

Non so se i siti e le tv ieri, e i giornali oggi, sono stati abbastanza chiari, ma Tremonti ieri - in una conferenza stampa da far venire una crisi di nervi per la reticenza del ministro e il livello subumano delle domande dei giornalisti - ha annunciato che oltre ai 10,6 miliardi di nuove tasse di questa manovra, rischiamo di pagarne altri 17 miliardi tra il 2013 e il 2014, sotto forma di mancate detrazioni, deduzioni e agevolazioni fiscali. Il fatto è questo: il ministro vuole fare la riforma del fisco e dell'assistenza, e dai tagli a quest'ultima si aspetta di ricavare 17 miliardi in due anni da destinare all'obiettivo di azzeramento del deficit. Ma se entro il 2012 il governo non riuscirà ad attuare la legge delega, se cioè non si riuscirà ad incidere sugli sprechi e i privilegi che si annidano nell'assistenza (falsi invalidi eccetera), allora non solo non ci sarà alcuna riduzione delle tasse tramite la rimodulazione delle aliquote Irpef, ma i 17 miliardi che servono arriveranno in automatico dal taglio lineare, di circa il 15%, di tutte le detrazioni, deduzioni e agevolazioni fiscali che oggi valgono circa 170 miliardi (le "tagliabili" però ne valgono circa 100).

Siccome la riforma fiscale a tre aliquote è a somma zero, dovrà cioè autofinanziarsi (ritoccando l'Iva e l'aliquota sulle rendite finanziarie - probabilmente - e, appunto, asciugando deduzioni e detrazioni), che non ci sarà una riduzione complessiva delle tasse è matematicamente certo, mentre c'è persino il rischio che la pressione fiscale aumenti ancora, per reperire le risorse - circa 17 miliardi - che sarebbero dovute arrivare dalla legge delega tramite tagli e razionalizzazioni dell'assistenza.

Per non parlare degli 8,8 miliardi già rapinati, a cominciare da ieri, dai depositi titoli. Una cosa è certa: come scrive Mario Sechi su Il Tempo, «caro presidente Berlusconi, non si può più dire "non abbiamo mai messo le mani nelle tasche degli italiani". Sta avvenendo. E i suoi elettori se ne sono accorti». La patrimoniale sui conti titoli è uno scandalo che grida vendetta. Pensavamo che solo la sinistra avesse la faccia tosta di chiamare «rendite» quelli che in realtà sono piccoli risparmi. Ci sbagliavamo. La mancata rivalutazione delle pensioni - non di quelle "ricche", ma di 1.500-2.000 euro - e l'aumento del bollo sui depositi titoli, sono «patrimoniali senza ma e senza se», sottolinea giustamente Claudio Borghi, oggi su il Giornale:
«I milioni di italiani che negli anni hanno aperto un conto titoli non percepiscono alcuna "rendita" ma tentano (di solito senza riuscirci) semplicemente di salvare il proprio capitale dall'inflazione, vera tassa occulta a favore degli Stati indebitati e in danno ai risparmiatori. In molti hanno votato Pdl in avversione alle idee della sinistra e confidando nel principio, sempre ribadito, della tutela del risparmio. Proprio da questo governo devono vedersi arrivare rincari sproporzionati sui depositi titoli e aumenti delle aliquote sulle cedole?... Colpevolizzare la ricchezza, bastonando la povera formica a tutto vantaggio delle solite cicale è una "tara" del comunismo: in bocca alla Camusso è normale, fatto da un governo di centrodestra è scandalo».
E ovviamente le banche, che alzano timide il ditino, sanno bene che per loro il superbollo può rivelarsi persino un affare. Come riporta Il Foglio, infatti, «nel comitato esecutivo dell'Abi tenuto ieri c'era comunque la consapevolezza che l'incremento dell'imposta di bollo possa favorire altri strumenti finanziari come depositi vincolati, conti correnti, fondi comuni di investimento e operazioni in pronti contro termine».

Il problema che hanno di fronte a sé Berlusconi e il Pdl è che ormai evitare di mettere le mani nelle tasche degli italiani, e magari ricavare i soldi per un vero taglio delle tasse, il tutto a saldi invariati per azzerare il deficit nel 2014, è un'impresa disperata: bisognerebbe rovesciare radicalmente la manovra, tagliare ancor più violentemente la spesa di amministrazioni centrali e locali, abolire le province e altri enti inutili, allungare da subito l'età pensionabile e fare tutte le riforme liberali che fino ad oggi non sono state fatte. Il tutto mentre Comuni e Regioni, quelli amministrati dal centrodestra in prima fila, ma anche i ministri, sono pronti a tutto pur di difendere il proprio portafogli.

No, purtroppo l'errore, a questo punto insanabile, è a monte. Anzi, a Tremonti: l'aver lasciato per troppi anni la politica economica totalmente nelle mani del ministro del Tesoro, senza porgli fin dal primo giorno della legislatura obiettivi concreti e verificabili di cui chiedergli conto; l'aver accettato supinamente la scellerata teoria Tremonti-Sacconi che durante la crisi non si dovesse toccare nulla, mentre era proprio quello il momento migliore per impostare riforme radicali.

E la colpa - badate bene - non è dell'accentramento nel Ministero del Tesoro di competenze che una volta spettavano ad altri ministeri. Quella continua ad essere una semplificazione irrinunciabile se si vogliono tenere davvero sotto controllo i conti pubblici. La colpa è principalmente di chi era stato indicato dagli elettori nel ruolo di premier, di capo del governo, e del suo partito. Era Berlusconi che avrebbe dovuto fin da subito accentrare su di sé ogni decisione fondamentale, tenere le redini della politica economica, seguire e controllare l'operato del suo ministro, indirizzarlo. Che poi abbia dalla sua qualche alibi, qualche attenuante e qualche giustificazione, questo è vero, ma è un altro discorso e ci porterebbe lontani. Adesso l'impressione è che sia troppo tardi: anche se ci fosse la volontà politica, c'è da dubitare che qualcuno sappia mettere le mani laddove per otto lunghi e critici anni solo Tremonti ha potuto mettere le sue.

Thursday, September 09, 2010

Fini liberale? Wishful thinking

Per chi sa guardare oltre i tatticismi, oltre le dissimulazioni, dal discorso di Fini a Mirabello avrà percepito non solo l'astio antiberlusconiano che ormai spinge il presidente della Camera, ma anche la vera natura di Fli dal punto di vista dei contenuti politici. Somiglia molto alla vecchia An per quanto riguarda le concezioni economiche (i riflessi, direi) e gli interessi cui intende rivolgersi, conserva lo stesso retropensiero anti-federalista, mentre riguardo la Costituzione e l'assetto istituzionale ha abbandonato l'approccio riformatore che ha sempre contraddistinto il centrodestra - e in particolare Fini (da sempre presidenzialista) - per assumere una posizione conservatrice molto simile a quella espressa da Violante nel Pd: prima parte della Carta «intangibile», mentre per il sistema di governo non si va più in là di un semplice rafforzamento contestuale (in concreto ancora da definire) sia dell'esecutivo che del Parlamento. Questo spostamento, secondo Panebianco, è «ciò che più ha accreditato Fini presso la sinistra e, più in generale, presso tutti coloro che nella Costituzione così come è vedono un argine contro il "cesarismo" in generale, e quello berlusconiano in particolare». Sull'immigrazione Fini ha sfumato molto, da quando accusava il governo di violare i diritti umani, mentre di bioetica non c'è più traccia nei suoi discorsi.

Il discorso a Mirabello, da molti definito un "manifesto", non ha convinto, alcuni osservatori. Tra questi, appunto Angelo Panebianco, che alcuni giorni fa sul Corriere della Sera, oltre ad appuntare «qualche tatticismo» e le «molte cose» apparse fra loro «piuttosto eterogenee», perché rivolte a spezzoni diversi di elettorato, in particolare segnalava l'ambiguità del presidente della Camera sulle riforme istituzionali e della giustizia e sul federalismo fiscale, chiedendo di chiarire se avesse abbandonato le storiche istanze riformatrici del centrodestra (presidenzialismo o premierato, e separazione delle carriere e del Csm) e osservando come nel suo discorso avesse «annacquato» il federalismo fiscale evocando un «federalismo solidale».

Oggi Fini risponde a Panebianco, il quale ringrazia, ma non si dice convinto: «I miei dubbi permangono». Dopo aver proclamato «l'intangibilità» dei principi sanciti nella prima parte della Costituzione, riguardo la necessaria riforma della seconda Fini osserva che «la salvaguardia della possibilità di scelta, da parte degli elettori, della coalizione di governo e la necessità di conferire maggiore incisività e stabilità all'esecutivo non devono necessariamente comportare il ridimensionamento o, peggio ancora, l'abbandono del modello di democrazia parlamentare»; e spiega, dunque, che occorre «aumentare contestualmente la capacità deliberativa e di controllo del Parlamento e quella decisionale del Governo e di farlo in un quadro di rispettiva ed armoniosa crescita dei ruoli, per garantire una più efficiente funzionalità del sistema che non può esaurirsi, come sempre più spesso si sostiene, nel momento elettorale». Da sempre personalmente a favore del presidenzialismo, Fini ora sembra optare per il parlamentarismo. Volendo restare in questo ambito, il politologo osserva che però «rafforzare contemporaneamente la capacità deliberativa del Parlamento e quella decisionale del governo è molto difficile nell'ambito delle democrazie parlamentari (il caso dei presidenzialismi è ovviamente diverso). Le democrazie parlamentari oscillano, in genere, fra sistemi con parlamenti forti (la 'centralità') e governi deboli e sistemi con governi forti e parlamenti deboli o subordinati. È difficile trovare una terza via».

Riguardo il secondo appunto, sul federalismo fiscale, Fini conferma il suo approccio di fondo di un «federalismo solidale», sottolineando la necessità di «meccanismi di perequazione, in grado, se gestiti a livello centrale e in modo imparziale, di ridurre il divario esistente, e non più tollerabile, tra le aree del Paese maggiormente sviluppate e quelle affette da ritardi storici». Chiarimento che non supera la diffidenza di Panebianco, che nella sua replica ribadisce: «Se si segue la strada degli interventi perequativi (per il Mezzogiorno), occorre anche indicare come impedire che tali interventi servano più a conservare gli antichi vizi che a stimolare le nuove virtù».

Anche a Il Foglio, giornale che in questi mesi non ha mostrato antipatia nei confronti di Fini e, anzi, si è fatto promotore di una linea della ricomposizione e della coesistenza, non è piaciuto il discorso pronunciato dal presidente della Camera a Mirabello, «troppo lungo, una lingua di legno ricca di frasi fatte». Certo, un discorso «tecnicamente a posto, politicamente anche abile, con il solito passaggio del cerino agli interlocutori», ma «poco per dare un senso e una visione». «Fini - si osserva in uno degli editoriali a pagina tre - era diventato interessante quando aveva reagito individualisticamente e con le idee all'isolamento politico... Un dissenso controllato, un'altra versione normalizzante della destra italiana: erano cose che valeva la pena di sperimentare nel dorato mondo del berlusconismo plebiscitario. Un discorso da leader di una piccola formazione che cerca spazio nella maggioranza o altrove segna un ritorno al passato».

Oltre a Panebianco e al Foglio, arriva un giudizio ancora più severo, quello del sociologo Luca Ricolfi, non certo tenero con il governo Berlusconi. Intervistato da il Giornale, sottolinea la natura illiberale e assistenzialista del movimento finiano. I «temi discriminanti» per un partito che si proclama liberale («quelli dell'economia, meno tasse e meno spesa pubblica improduttiva») non sono del tutto assenti, osserva riferendosi alle posizioni di Baldassarri, ma «hanno un peso minore, sono come sommersi dall'impostazione antifederalista». Fli, spiega Ricolfi, è forse più liberale del Pdl sul dissenso interno, i diritti civili e la concezione delle istituzioni e dello stato di diritto, ma «se si va alla sostanza, ossia alla politica economica, è il partito di Fini che soccombe nettamente, perché la visione di Berlusconi - per quanto lontana dal liberalismo - è comunque più liberale di quella di Fini». Dunque, Fli è «l'ennesimo partito della spesa pubblica» e «non potrebbe essere diversamente per un partito che prende i voti soprattutto dal Lazio in giù».

In merito all'idea di Fini di un «federalismo solidale», Ricolfi sottolinea che «l'unica questione è di trovare il modo di far funzionare il federalismo, non certo di annacquarlo ulteriormente» e conclude che i leghisti che vedono nel movimento di Fini un partito «sudista-assistenzialista» «non hanno qualche ragione, hanno tutte le ragioni». Se intorno al presidente della Camera si stanno coagulando molte aspettative, è perché «molte persone di destra istruite sognano un partito conservatore classico, europeo, possibilmente liberale e di massa. E appena qualcuno glielo promette - osserva Ricolfi - ci credono con fanciullesca fiducia», ma si tratta di un «wishful thinking», sono «pie illusioni». Pesante il paragone usato per definire la natura delle mosse dell'ex leader di An: «Fini, come D'Alema, è un tattico, molto abile a gestire il breve periodo ma poco incline a pensare nel registro della lunga durata». Il sociologo stima un eventuale partito di Fini non oltre il 5 per cento e tra un futuro da nuovo leader del centrodestra italiano o da leader di «un partitino in una coalizione "marmellata" con Rutelli, Casini e gli altri», vede più probabile la seconda ipotesi.

Thursday, May 13, 2010

Chi tira la carretta e chi si fa tirare

Cinque regioni tirano la carretta in questo Paese, tutte le altre arrancano, si fanno tirare. E' quanto emerge dall'ennesima analisi della Cgia di Mestre. Solo cinque regioni infatti presentano "residui fiscali" attivi, cioè danno molto di più alle amministrazioni pubbliche - con imposte, tasse e contributi - di quanto ricevono sotto forma di trasferimenti e di servizi pubblici. Solo Lombardia, Veneto e Piemonte contribuiscono per oltre 50 miliardi di euro. La Lombardia risulta da sola in credito di 42,574 miliardi, il Veneto di 6,882 miliardi e il Piemonte di 1,219 miliardi. Contribuiscono in larga misura anche Emilia Romagna (+5,587 miliardi) e Lazio (+8,720 miliardi), grazie soprattutto a Roma.

A guadagnarci non sono solo le regioni del Sud, ma anche quelle a Statuto speciale del Nord. Se la Toscana presenta un deficit del residuo fiscale di 776 milioni e la Liguria di 3,304 miliardi, non sono da meno realtà a Statuto speciale come Trentino Alto Adige (-2,177 miliardi), Friuli Venezia Giulia (-2,104 miliardi) e Valle d'Aosta (-617 milioni). Il divario sale drasticamente in alcune Regioni del Sud, capitanate dalla Sicilia - dove il residuo fiscale è pari a -21,713 miliardi - seguita da Campania (-17,290 miliardi) e Puglia (-13,668 miliardi). La Lombardia da sola "mantiene" Sicilia e Campania.

Ma il dato più sorprendente è che negli ultimi anni, dal 2002 al 2007, nonostante le lagnanze meridionaliste, il flusso da Nord a Sud è addirittura aumentato. In Lombardia, ad esempio, l'attivo è aumentato del 47 per cento, in Piemonte del 33 per cento e in Veneto del 32 per cento. I cittadini di queste tre regioni probabilmente se ne sono accorti, mentre a Roma e nel Centrosud del Paese l'opinione prevalente è che non si faccia abbastanza per il Sud, che qualche "cattivone" abbia chiuso i rubinetti. Sarebbe ora, ma non è così. Per il Sud non si fa certamente abbastanza in termini di politiche, ma si va molto oltre la decenza in finanziamenti.

Proprio stamattina il governo ha giustamente negato l'utilizzo dei fondi per le aree sottoutilizzate (Fas) a Lazio, Campania, Molise e Calabria. Quei fondi devono servire per programmi di sviluppo regionale, e non per coprire il deficit del settore sanitario. Dunque, niente Fas senza piani di rientro adeguati e prima del raggiungimento degli obiettivi previsti. Naturalmente i governatori piangono, e qualcuno (il molisano Iorio e il campano Caldoro) sostiene che il governo gli avrebbe chiesto di alzare le tasse, mentre Scopelliti ha evocato il «rischio» di nuovi tributi. Non ci provate, la scelta di ripianare il deficit sanitario con più tasse è solo vostra. Al governo interessa che ci siano i piani di rientro e che siano rispettati. Se con tagli agli sprechi e alla spesa, o con nuove tasse, è una scelta politica che spetta ai governatori.

Tuesday, May 11, 2010

Un cattivo modello per l'Europa

«Non incolpate la moneta unica per i fallimenti delle politiche keynesiane», e di leadership «irresponsabili», scriveva ieri il Wall Street Journal, osservando che L'Europa «non sta vivendo una crisi monetaria, ma una crisi del debito provocata da eccessivo indebitamento, eccessivo peso e inefficienze pubbliche e insufficiente crescita economica». Il rischio è che il salvataggio di oggi, inducendo a credere che in circostanze simili l'Ue agirà come «prestatore di ultima istanza», produca ulteriore «azzardo morale» domani, e non maggior rigore. Il messaggio mandato ai creditori e ai governi è che «saranno sempre salvati». Il rischio che la Bce appaia pronta a «monetizzare» i debiti dei Paesi Ue potrebbe spingere gli uni a correre rischi eccessivi, gli altri a non agire come dovrebbero sul deficit.

Fa bene a insistere Carlo Stagnaro, oggi su Il Foglio:
«La radice di tutti i mali non è nel mercato, nella speculazione, nel profitto. La radice dei mali è nelle finanze pubbliche allegre e creative, nello stato spendaccione e irresponsabile. Nella speranza di alcuni governi europei che dei loro disastri si sarebbero fatti carico altri: gli investitori gonzi, i Paesi più solidi, le generazioni future... Non possiamo più considerare la spesa come una variabile indipendente, e se le entrate non bastano, finanziare la differenza in debito. Dobbiamo tagliare il debito... La parola d'ordine per il settore pubblico deve essere: austerità. La parola d'ordine per il settore privato dev'essere: crescita».
L'aumento del deficit è «comprensibile in tempi di crisi - ammette oggi il WSJ - ma i mercati hanno mandato il messaggio che questo livello di spesa è insostenibile». Con le misure assunte, osservava ieri Munchau sul Financial Times, l'Europa ha guadagnato tempo, ma - avverte oggi il WSJ - se la classe politica europea non approfitta di questa apertura per «tornare in forma», la crisi ritornerà. Una crisi, insiste il WSJ, dovuta alla «spesa eccessiva e a politiche che ostacolano la crescita economica». L'argine innalzato ieri ha «solo posticipato la resa dei conti - e ad un prezzo allarmante».

Ma soprattutto, nel commento di ieri il Wall Street Journal coglieva una tendenza particolarmente preoccupante. La crisi di questi giorni rischia infatti di generare un'ulteriore spinta all'idea che l'Unione anche politica dell'Europa coincida con un «super-stato europeo» che abbia il potere di «fissare» una politica economica comune, «armonizzare» i livelli di imposizione fiscale e «facilitare» i trasferimenti dai Paesi ricchi ai poveri, nella sostanza di «imporre il welfare state che ha cacciato l'Europa in questo guaio». E' esattamente, mi viene da pensare, l'errore che ha commesso l'Italia nei confronti del Sud e di cui ancora non riusciamo a liberarci: dirigismo, tasse elevate e uguali dappertutto, assistenzialismo da Nord a Sud. L'Europa si sta pericolosamente avviando verso un modello perdente già sperimentato in Italia, e l'Italia rischia di "esportare" in Europa il suo modello più fallimentare.

E mentre Fini si iscrive tra i più entusiasti sostenitori della proposta di un'agenzia di rating europea, bisogna riconoscere a Tremonti - oggi lo fa Oscar Giannino su Il Messaggero, non certo un "tremontiano" - di aver tenuto stretti i cordoni della borsa, resistendo a pressioni interne ed esterne alla maggioranza.
«Meno male, che sono rimasti stretti. E' questo ciò che il ministro vorrebbe oggi non riconosciuto a lui personalmente, ma che divenisse un riflesso condizionato di tutti i protagonisti della vita italiana in questa difficile fase. Questa volta abbiamo evitato di essere considerati, dai mercati come dagli altri Paesi, come un appestato che poteva diffondere il contagio. Una non disprezzabile novità, in un mondo in cui Stati Uniti, Giappone e Regno Unito dovranno tutti tagliare strutturalmente tra i 12 e i 14 punti di Pil il loro deficit pubblico anno per anno, se vogliono tornare a ristabilizzare il loro debito verso il 65% del Pil entro il 2030. E in cui la media dei Paesi Ocse dovrà farlo di 8 punti di Pil, dice il Fmi. Mentre all'Italia ne basterebbero meno di 5 (...)».

Tuesday, January 12, 2010

No, la Polverini no. Perché una sconfitta sarebbe salutare per il Pdl

Ecco cosa sanno esprimere Fini e Casini quando Berlusconi lascia loro campo libero per ricostituire, sia pure in una regione (il Lazio) quell'"asse" che in misura fondamentale contribuì allo sperpero della legislatura trascorsa al governo tra il 2001 e il 2006: Renata Polverini. Chi legge questo blog sa quanto mi divide da una candidata come la Polverini e per questo mi auguro che l'esperimento del Pdl laziale subisca un clamoroso rovescio. Non potrebbe che far bene al Pdl vedere sconfitto contro ogni pronostico quello che qualche imprudente, o coraggioso (a seconda dei punti di vista), già definisce "modello Polverini". Forse è proponibile solo nel Lazio (e nella Roma dei ministeri) una candidatura simile, e nel Pdl ne sono consapevoli, ma sarebbe comunque salutare una sconfitta che allontanasse ogni tentazione di abbandonarsi a quel coacervo di ceti parassitari e burocratico-corporativi che la Polverini rappresenta e che dagli elettori del Nord verrebbe subito sanzionato. Non può essere lei la "sintesi" del nuovo Pdl.

Sindacatocrazia, burocrazia, pubblico impiego, assistenzialismo, sono i segni particolari nella carta d'identità della socialista e noglobal Polverini, che piace ai social forum ma anche agli immobiliaristi parenti o amici di Casini. E se qualcuno pensava che la sua Ugl fosse diversa dagli altri sindacati, solo perché vicina ad An, be' si sbagliava. Come hanno di recente riportato Europa, Libero, ma anche il Giornale, sotto la guida della Polverini l'Ugl ha dichiarato 558mila pensionati iscritti, mentre ne risultano solo 66mila. Idem per i ministeriali: di contro ai 171mila conclamati, ce ne sono soltanto 44mila. Cifre gonfiate per ottenere più posti nei comitati di vigilanza degli enti previdenziali (Inps, Inpdap e compagnia bella). E che hanno consentito alla Polverini di far diventare l'Ugl il quarto sindacato italiano e - aspetto non secondario - di acquisire quella visibilità personale che l'ha aiutata a ottenere la candidatura alla presidenza del Lazio.

Numeri che fanno della Polverini la degna rappresentante della sindacatocrazia italiana, che vive dell'inattuazione degli articoli 39 e 40 della Costituzione e di prebende statali assegnate in base a cifre di iscritti che nessuno controlla. Esattemente tutto ciò contro cui la maggioranza degli elettori di centrodestra ha sempre votato. Numeri e circostanze, tra l'altro, non smentiti dalla diretta interessata, che si è rifiutata di dare spiegazioni adducendo motivazioni risibili:

«Non voglio che il sindacato sia coinvolto nella mia campagna elettorale, anche perché dovrei dire cose che non posso rivelare, nell'interesse dei lavoratori italiani. Quindi non intendo rispondere a queste domande, perché non è giusto nei confronti dell'Ugl e dell'onestà di questo sindacato».
Nell'interesse dei cittadini che dovrebbero votarla, la Polverini dovrebbe dirci se ha imbrogliato o meno sul numero di iscritti al suo sindacato. E se sì, farsi da parte. Non osiamo immaginare, se dovesse diventare governatrice del Lazio, quali dirigenti farebbero carriera nelle asl e negli altri enti pubblici controllati dalla regione.

Sarà difficile, però, vedere il miracolo, perché dall'altra parte abbiamo un Pd ridotto ormai ad uno straccio bagnato, che per disperazione - sondaggi alla mano che annunciano una sconfitta certa - appoggerà Emma Bonino, non riuscendo a trovare tra le sue file nemmeno un volenteroso - nonostante abbia governato Roma per non so quanti mandati consecutivi e a lungo anche la regione - disposto a mettersi in gioco contro un'avversaria che appare tutt'altro che solida.

Per quanto riguarda i radicali, sono ormai stabilmente a sinistra del Pd su tutti i temi, non solo sulle libertà civili, ma anche sull'economia, per non parlare della politica estera e del nucleare. Vedremo dalla campagna elettorale se la Bonino meriterà il nostro endorsement. Per il momento, dico solo che nel Lazio al Pdl serve una sconfitta che indichi la rotta.

Modello Rosarno, Calabria. Modello Sud, Italia

Mentre i cittadini di Rosarno scendono in piazza per contrastare "l'immagine di una città xenofoba, mafiosa e razzista veicolata dai mass media nazionali e da qualche esponente della politica e dell'associazionismo a livello regionale e nazionale", il formidabile reportage di Giuseppe Salvaggiulo, per La Stampa, fa chiarezza come neanche una commissione d'inchiesta avrebbe potuto sui veri motivi alla base degli scontri dei giorni scorsi tra immigrati africani e residenti. In testa al corteo di ieri pomeriggio uno striscione piangeva: "Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai mass media, 20 anni di convivenza non sono razzismo". Abbandonati, ma anche assistiti, come documenta Salvaggiulo raccontando il «miracolo» delle «arance di carta».

«Le arance si moltiplicavano, ma solo sulle fatture, per gonfiare i rimborsi» europei. Un business che «ingolosiva politica e cosche». «Grazie alle "arance di carta" come qui le chiamano - scrive Salvaggiulo - prosperavano anche tanti magazzini e industrie di trasformazione, che davano lavoro a 1.000-1.500 rosarnesi. Altri 2.000-2.500 campavano con un diverso stratagemma. L'Inps garantisce un sussidio ai braccianti disoccupati, purché abbiano lavorato almeno 102 giorni nell'ultimo biennio. In caso di calamità, bastano solo 5 giorni. Dieci anni fa, c'erano tremila rosarnesi iscritti come braccianti disoccupati. In un terzo dei casi le assunzioni erano fittizie e servivano a riscuotere gli assegni statali: bastava un'autocertificazione e ogni anno piovevano 8 milioni di euro divisi in 2.500 persone, circa 3 mila euro a testa. Anche in questo caso - spiega il corrispondente de La Stampa - il sistema si reggeva su una truffa. I contributi previdenziali non venivano versati, i finti braccianti facevano un altro lavoro e in campagna ci andavano gli immigrati, che costano la metà. Arance di carta e sussidi europei, lavoro di carta e assegni Inps, tremila pensionati e mille impiegati pubblici: così si sosteneva l'economia di Rosarno».

Un sistema che tuttavia negli ultimi anni ha ceduto. «La stretta dell'Inps ha ridotto i braccianti disoccupati a 1.200 e i relativi assegni da 8 a 2 milioni l'anno. E l'escalation delle truffe sui contributi ai produttori ha messo in allarme l'Ue». Prima gli arresti e poi sono cambiate le regole europee: «Oggi i rimborsi arrivano a forfait: 1.500 euro a ettaro a prescindere dalla produzione». Sparite le «arance di carta», crollati il prezzo di vendita e gli incassi, oggi i contadini lasciano le arance sugli alberi e Rosarno, «che fino a due anni fa aveva bisogno nei campi di 1.800 immigrati clandestini, oggi ne richiede solo alcune centinaia».

Ma siccome «bulgari e romeni, cittadini europei, sono più appetibili degli africani», «i mille neri degli accampamenti sono rimasti senza lavoro». Ecco perché la tensione è esplosa. Ed ecco perché - se lo chiedeva ieri Ferrara, in realtà conoscendo bene la risposta - queste cose accadono in Calabria e «non nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista». Solo dopo che è scoppiato il casino e sono finiti in tv e sui giornali - e non prima - i cittadini onesti di Rosarno si ribellano. Più onorevole la scelta dei loro concittadini che si sono ribellati a tutto questo fuggendo al Nord o all'estero.

Monday, January 11, 2010

Perché a Rosarno e non a Treviso

Perfetto l'editoriale di oggi di Giuliano Ferrara, su Il Foglio, sui vergognosi fatti di Rosarno: «Meno stato più capitalismo, ecco la cura per le infinite miserie del sud».
Mi volete spiegare come mai nell'eterno sud populista, lassista, familista, pauperista succede quello che succede, guerriglia civile, ferocia scatenata, rivolta e controrivolta, infine deportazione forzata dei neri raccoglitori di agrumi da un inferno all'altro? Mentre nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista, e in particolare a Treviso dove non comandano i progressisti che hanno letto Giustino Fortunato ma i reazionari che parlano come l'ex sindaco Gentilini; come mai dunque a Treviso decine di migliaia di immigrati sono via via integrati nel sistema dell'economia di mercato, nella società civile dove non ci sono Libera e i don Ciotti e i volontari benemeriti di ogni sorta di assistenza, ma fabbrichette, capannoni, consumatori, esportatori e altra vil razza dannata del capitalismo dei distretti industriali?
(...)
Non è l'assenza caritatevole dello stato il responsabile del degrado di Rosarno e della sua appendice naturale di violenza, ma la presenza dello stato, invece, nella forma truffaldina dell'assistenza che diventa il brodo di coltura e il bottino della 'ndrangheta, il grande alibi per la generale assenza di libertà e di responsabilità. Solo una ondata distruttiva e creatrice di capitalismo, con i suoi costi e ricavi, può rimettere a posto la società meridionale, che divide con gli ultimi della terra la propria infinita miseria e di tanto in tanto deve subire il dramma della loro rivolta.

Tuesday, July 28, 2009

Il Nord continua a pagare e il Sud a sprecare

Al di là degli stucchevoli personalismi e delle pretese dei singoli che cercano di far carriera cavalcando facili slogan per il Mezzogiorno, l'unico modo giusto di inquadrare il solito piagnisteo meridionale sugli aiuti pubblici è quello di Alberto Bisin, oggi su La Stampa, dall'emblematico titolo: "E il Nord continua a pagare". E infatti tutti i dati, come aveva già ricordato ieri Nicola Porro su il Giornale, indicano che il Nord continua a pagare e il Sud a sprecare.

Il reddito pro capite della Lombardia (dati Eurostat 2005) è da 60 anni circa il doppio di quello della Campania, della Calabria o della Sicilia, osserva Bisin. Dai dati del Ministero delle Finanze (elaborazione Centro Studi Sintesi, 2005) risulta che «l'eccesso di spesa pubblica sui tributi raccolti da Stato e Regioni (disavanzo pubblico totale per Regione) è pari a quasi duemila euro pro capite in Campania, a oltre tremila in Calabria, a tremila e cinquecento euro in Sicilia. I contribuenti lombardi invece versano allo Stato cinquemila euro pro capite in eccesso di quanto ricevano; e duemila i piemontesi».

E accanto a questi trasferimenti "ufficiali", c'è un trasferimento "sommerso", occulto. Nelle regioni meridionali l'evasione fiscale risulta maggiore che in quelle del Nord (dati Agenzia delle Entrate, medie 1998-2002): la Calabria, secondo queste stime, avrebbe un rapporto evaso/dichiarato del 93,89 per cento, la Sicilia del 65,89 per cento, la Puglia del 60,65 per cento, la Campania del 60,55 per cento, la Sardegna 54,71 per cento e il Molise del 54,61 per cento. Mentre le regioni più virtuose sono risultate la Lombardia, con un rapporto evaso/dichiarato del 13,04 per cento, l'Emilia Romagna con il 22,05 per cento, il Veneto con il 22,26 per cento e il Lazio con il 26,05 per cento.

Insomma, il flusso dal Nord al Sud, dalle regioni ricche a quelle povere, non si è mai interrotto. Giusto che sia così, ma se nel corso dei decenni nulla cambia vuol dire che qualcos'altro non va. Il problema, conclude correttamente Bisin, è che «la spesa pubblica nel Sud ha un forte carattere clientelare e ha alimentato una classe di politici e amministratori locali tra le peggiori d'Europa. La gestione della questione rifiuti in Campania, della spesa sanitaria in Calabria, Puglia, e ancora Campania sono casi eclatanti ma niente affatto anomali. Per quanto l'intero Paese sia caratterizzato da un sistema pubblico enormemente inefficiente, la situazione al Sud è addirittura indegna di un Paese sviluppato».

«Proprio nelle Regioni in cui la spesa sanitaria è maggiormente fuori controllo - nota l'economista - i servizi sanitari sono carenti e i malati sono costretti a curarsi altrove». E la situazione è del tutto simile nell'istruzione, come dimostrano la classifica degli atenei stilata dal ministro Gelmini e i test Pisa (Ocse, 2006). Più spesa, meno qualità. Non è una questione di reddito né di soldi pubblici. «La verità è che la spesa pubblica è gestita al Sud in modo spaventosamente clientelare e quindi inefficiente».
«Tali squilibri - conclude Bisin - sono insostenibili nel medio periodo, specie in un Paese gravato da un debito pubblico enorme e da un fisco tanto asfissiante quanto inefficiente. In questa situazione, il governo irrigidisce giustamente i cordoni della spesa e la classe politica che rappresenta il Sud fa quello che è stata eletta per fare: chiede finanziamenti, sussidi, e posizioni di governo da cui poter elargire finanziamenti e sussidi. Per questo la rigidità finanziaria del ministro Tremonti è tanto impopolare quanto importante. Data la situazione in cui versa l'amministrazione locale nel Mezzogiorno, il governo fa bene nel breve periodo ad accentrare i centri di spesa per investimenti al Sud. Ma una riproposizione della Cassa del Mezzogiorno sarebbe un grave errore. Nel medio periodo è necessario che gli elettori siano, in ogni parte del Paese, responsabili fiscalmente della spesa dei propri amministratori. Solo allora gli amministratori locali e i governatori regionali saranno eletti sulla base della loro capacità di favorire lo sviluppo e non di produrre sussidi. Ne guadagnerà il Nord, ma soprattutto il Sud».
Questa volta stiamo con il ministro Tremonti: si tenga stretti i soldi e li conceda solo per progetti concreti e verificabili, non per gonfiare la spesa corrente.