Pagine

Showing posts with label socialdemocrazia. Show all posts
Showing posts with label socialdemocrazia. Show all posts

Thursday, October 13, 2016

Per decine di milioni di americani l'Apocalisse si chiama Clinton

Pubblicato su L'Intraprendente

Altro che superamento delle divisioni. Durante il doppio mandato di Barack Obama la politica americana è a tal punto polarizzata che entrambi i candidati alla Casa Bianca dei principali partiti evocano addirittura l'inferno per descrivere l'avversario. Se Trump aveva paragonato Hillary Clinton al diavolo, dalle colonne del New York Times l'ex first lady lancia un drammatico appello agli elettori: "Sono l'ultima cosa che c'è fra voi e l'Apocalisse". E naturalmente l'accostamento Trump-Apocalisse è talmente piaciuto ai conformisti media italiani che è stato rilanciato su tutte le prime pagine, in edicola e online, senza alcun esercizio critico.

Se decine di milioni di americani sono pronte a preferire un salto nel buio con Trump, piuttosto che una collaudata e preparata ex segretario di Stato, forse qualche domanda è il caso di porsela. Forse è il caso di impegnarsi a spiegare ai lettori italiani che per metà degli americani - poco più o poco meno lo vedremo l'8 novembre - l'Apocalisse è il futuro prospettato loro da una presidenza Clinton dopo ben otto anni di Obama. Per questi elettori, che alle primarie repubblicane hanno fatto fuori tutti i candidati tradizionali del Gop scegliendo Trump, l'Apocalisse è rappresentata dal sistema-Clinton e da altri quattro anni dei Dem alla Casa Bianca. A tal punto che sembrano perdonare a Trump qualsiasi cosa. Per il 74% degli elettori repubblicani infatti il partito dovrebbe continuare a sostenere Trump nonostante le volgarità del video diffuso dal Washington Post, mentre solo per il 13% non dovrebbe.

E' con la vittoria della Clinton che questi milioni di elettori vedono evidentemente spalancarsi le porte dell'Apocalisse. L'Apocalisse che vedono è la deriva socialdemocratica che sta già mutando il dna del Paese. In generale sulle politiche socio-economiche e su temi come il possesso di armi, la deindustrializzazione, l'immigrazione, con Hillary alla Casa Bianca, dopo otto anni di Obama, temono un'ulteriore "europeizzazione" degli Stati Uniti. Deriva da fermare a qualsiasi costo, anche assumendosi il rischio di eleggere un candidato controverso e impreparato, una totale incognita come Trump.

L'impopolarità della Clinton anche a sinistra è tale che per restare in corsa ha dovuto fare appello al "popolo di Obama", in pratica proponendo agli americani un "terzo mandato" del presidente uscente, senza però averne il carisma, e ha dovuto spostarsi ulteriormente a sinistra per cercare di conquistarsi le simpatie dei "sanderisti". Peccato che oltre il 70% degli americani ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, di solito un indicatore sfavorevole per il partito alla Casa Bianca, e il 55% pensa che il Paese sia ancora in recessione. Nonostante il segno più del Pil, Obama è l'unico presidente Usa che non ha mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato. Dalla Clinton quindi ci si può aspettare il tentativo di implementare le stesse politiche che hanno prodotto crescita lenta, redditi stagnanti, fuga delle imprese e un altissimo debito pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il ceto medio e le classi operaie che guardano a Trump. Se il marito Bill nel 1992, e lei stessa alle primarie del 2008, hanno corso da centristi, oggi l'agenda di Hillary è persino più a sinistra di quella di Obama, socialdemocratica "dalla culla alla tomba".

Basti guardare ai piani fiscali agli antipodi dei due candidati. Secondo i dati del Tax Policy Center, riportati dal Wall Street Journal, il piano fiscale di Trump, accusato di favorire solo i più ricchi, offre al quintile centrale dei contribuenti americani un aumento di reddito al netto delle tasse nove volte superiore rispetto a quello che offre la Clinton (+1,8% contro +0,2%). Mentre Trump riduce le tasse a tutte le fasce di reddito, di fatto il piano della Clinton non offre alcuna riduzione di tasse ad alcuna fascia di reddito. Nessuna impresa e nessuna persona fisica pagherà meno tasse. E prevede un ulteriore gettito fiscale dalle tasche degli americani di ben 1,4 trilioni di dollari. Se non è questa una "Apocalisse fiscale", ci siamo vicini...

Uno dei punti forti di Hillary rispetto al suo avversario doveva essere l'esperienza da segretario di Stato. Ma l'eredità di Obama-Clinton in politica estera (dal ritiro dall'Iraq e le incertezze sulla Siria, che hanno lasciato il vuoto riempito dall'Isis e una crisi di rifugiati che destabilizza l'Europa, fino al caos libico, passando per l'accordo sul nucleare iraniano, le tensioni con Israele e l'avanzata della Russia) è talmente disastrosa da far apparire davvero vicina l'Apocalisse: un mondo "mai così pericoloso dalla fine della Guerra Fredda", ha scritto il WSJ. L'accusa rivolta a Trump di "intelligenza col nemico" semplicemente perché vuole normalizzare i rapporti con la Russia di Putin, soprattutto in funzione anti-Isis, non è credibile se viene da chi otto anni fa proponeva di premere il pulsante "reset" nei rapporti con Mosca e sfotteva il repubblicano McCain come residuato della Guerra Fredda. Sulle "connections" tra l'allora segretario di Stato Clinton e il Cremlino ai tempi del "reset" è istruttivo un articolo, apparso sul WSJ, di Peter Schweizer, autore del libro "Clinton Cash".

A far temere ancor di più una "Apocalisse clintoniana" ci sono poi le minacce alla Costituzione e il controllo delle istituzioni. Un tema cruciale emerso finalmente anche nel dibattito tv dell'altra notte è quello della Corte Suprema. Con Hillary alla Casa Bianca sarebbe lei a nominare il giudice mancante dopo la morte di Antonin Scalia e per la prima volta dai tempi di Nixon (1971) la Corte avrebbe una maggioranza progressista che potrebbe restare tale per decenni. La Clinton ha confermato i peggiori timori dei conservatori. Non ha mai menzionato le parole "rispetto della Costituzione", ha ammesso di voler cambiare "direzione" alla Corte, di voler scegliere una figura che vada oltre quella del rispettato giurista, qualcuno che "comprenda come funziona il mondo, che abbia esperienza di vita reale". Praticamente un attivista politico. Fondamentalmente ha lasciato intendere di volere una Corte "legislativa". E' in gioco quindi l'identità stessa dell'America dei prossimi 30 anni. Ci sono equilibri politici (nel partito e nel Paese) che si possono cambiare, ma non la maggioranza della Corte Suprema una volta messa nelle mani della Clinton. Per gli elettori repubblicani sarebbe una vera Apocalisse, perché la giurisprudenza della Corte può trasformare in profondità il Paese.

Per il WSJ, che non sostiene certo Trump, la decisione dell'FBI di non incriminare la Clinton per l'emailgate (ben il 56% degli americani non l'ha condivisa) puzza talmente di doppio standard da gettare un'ombra inquietante sulla tenuta dell'indipendenza e dell'imparzialità delle istituzioni e delle agenzie governative.

Un ruolo non indifferente nella percezione dell'"Apocalisse clintoniana" lo gioca poi il pensiero unico del politicamente corretto che domina i mainstream media, sempre più avvertito come una minaccia alla libertà d'espressione e anche alla funzione critica della stampa. Tempo fa dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth avvertiva che c'è una "nuova maggioranza silenziosa", una fetta importante della classe media americana, a cui Trump non piace ma che è pronta a votarlo lo stesso, perché "ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul politically correct". È un bullo, un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare l'American way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump".

"L'epoca della discordia", così il WSJ ha definito gli anni di Obama. E attenzione: una radicalizzazione che non è destinata ad arrestarsi. Con Obama si è radicalizzato il Partito democratico, diventato una socialdemocrazia europea degli anni '60. L'establishment repubblicano è rimasto moderato, ma non la base del partito. E se Trump dovesse perdere, c'è il forte rischio di ritrovarsi fra quattro anni con due candidati ancor più anti-sistema, ancor più "apocalittici", sia a destra che a sinistra.

Tuesday, October 11, 2016

Trump-Gop, una resa dei conti che non conviene a nessuno

Pubblicato su The Right Nation

La buona performance di Trump al secondo dibattito tv non è bastata a placare lo scontro interno al partito repubblicano sulla sua candidatura. Eppure, la vitalità mostrata da The Donald domenica sera aveva convinto il suo vice Mike Pence a postare subito dopo il confronto un tweet di congratulazioni, rinnovando l'impegno al suo fianco e archiviando così l'incidente del video diffuso dal WaPo. Tutto lasciava supporre che Trump fosse riuscito ad arrestare l'emorragia di defezioni e allontanare dalla leadership del partito la tentazione di revocargli l'appoggio. Tuttavia, all'indomani del dibattito lo speaker alla Camera Paul Ryan ha annunciato ai deputati che non difenderà più Trump ma si concentrerà sulla difesa dei seggi al Congresso, ricevendo da Trump una risposta piccata via twitter: "si occupi di ripianare il bilancio, di posti di lavoro e immigrazione illegale, invece di perdere tempo ad attaccare il candidato repubblicano". E ancora oggi: "difficile far meglio con zero aiuto da parte di Ryan e gli altri". E via con una serie di tweet sempre più velenosi all'indirizzo dei "traditori". Sempre lo speaker della Camera ha poi lasciato trapelare che è ancora possibile da qui al giorno del voto il ritiro ufficiale del suo appoggio a Trump.

Insomma, lo scontro Trump-leadership Gop ha oltrepassato i livelli di guardia e ad un mese dal voto non sembra favorire nessuno. Ma se Trump può sempre tornare alla sua vita da miliardario più o meno annoiato, a rischiare grosso sembra essere proprio il Partito repubblicano. Che prima non è riuscito a costruire una valida alternativa interna a Trump, poi l'ha incoronato senza convinzione. E ora, a un mese dal voto, dopo un colpo basso confezionato dai suoi avversari, è ad un passo dallo scaricarlo disorientando molti elettori. Molti big del partito l'hanno già scomunicato e altri esponenti sarebbero pronti ad abbandonarlo, pensando alle loro poltrone di deputato o di senatore. Anche lo speaker Ryan preferisce concentrarsi sulla difesa dei seggi al Congresso. Ma mollare Trump è davvero la migliore strategia per difenderli? Con il 74% degli elettori repubblicani secondo cui il partito dovrebbe continuare a sostenerlo anche dopo le volgarità sentite nel video, una sconfitta di Trump può rivelarsi costosissima per il partito.

"The Gop Meltdown" è il titolo di un editoriale di James Taranto sul WSJ, nel quale sottolinea che i leader del partito non sono in contrasto solo con Trump, "sono in contrasto con i loro elettori". "Il comportamento di Trump - osserva l'editorialista del WSJ - ha spesso esacerbato le divisioni, ma la sua nomination è soprattutto un effetto di tali divisioni. Un gran numero di elettori repubblicani ha bocciato i tradizionali candidati Gop - una maggioranza se si considera Cruz un candidato non convenzionale. Alcuni commentatori 'Nevertrump' sono stati espliciti nel prendersela con gli elettori per le attuali difficoltà del partito. Ma se i politici adottano questo approccio, non avranno un partito per lungo tempo". Lo stesso Taranto, sempre sul WSJ, alla fine di agosto si era chiesto "se Trump perde, il Gop può sopravvivere?", sollevando la questione della lealtà di partito. Il venir meno del sostegno al candidato ufficiale del partito, a colui che è uscito vincitore dal processo delle primarie, in palese violazione del "pledge" che fu giustamente imposto a Trump, rappresenta un pericoloso precedente, una minaccia di lungo termine per il Gop: in futuro, sia i candidati sconfitti alle primarie sia gli elettori potrebbero sentirsi svincolati dall'impegno a sostenere la nomination del partito, premessa perché tutto il meccanismo funzioni. Insomma, il partito rischia di fallire nella sua funzione fondamentale, quella di unire i propri elettori su una candidatura, anche alle prossime presidenziali.

Ma non c'è solo questo. Se Trump perde, il Gop si libera di lui all'istante, ma rischia di perdere anche il 74 per cento della base. E un partito che da 12 anni non conquista la Casa Bianca, che perde anche le maggioranze al Congresso (perché il mancato appoggio a Trump può fare la differenza tra una sconfitta di misura e una disfatta), non risulta proprio attraente, rischia di liquefarsi.

Poi c'è la Corte Suprema, un tema cruciale emerso finalmente anche nel dibattito dell'altra notte ma che la leadership del Gop sembra sorprendentemente sottovalutare. Con Hillary alla Casa Bianca sarebbe lei a nominare il giudice mancante dopo la morte di Antonin Scalia e per la prima volta dai tempi di Nixon (1971) la Corte avrebbe una maggioranza progressista che potrebbe restare tale per decenni. La Clinton ha confermato i peggiori timori dei conservatori. Senza mai menzionare le parole "rispetto della Costituzione", ha ammesso di voler cambiare "direzione" alla Corte, scegliendo una figura più vicina a un attivista politico che a un rispettato giurista. Fondamentalmente ha lasciato intendere di volere una Corte "legislativa". E' in gioco quindi l'identità stessa dell'America dei prossimi 30 anni. Comunque vada Trump sarà una parentesi, ci sono equilibri politici (nel partito e nel Paese) che si possono modificare, ma non la maggioranza della Corte Suprema una volta messa nelle mani della Clinton. Gli elettori repubblicani sono determinati ad impedirlo ad ogni costo, anche se si chiama Trump. In gran parte quindi non perdonerebbero al partito una sconfitta determinata o aggravata da un tradimento ai suoi danni. E lasciare a Trump l'alibi del mancato appoggio del partito per giustificare una sconfitta sarebbe un autogol.

L'establishment Gop mostra di non essere ancora in sintonia con la rabbia profonda che percorre i suoi elettori, non tanto per come va l'economia o il tasso di disoccupazione, ma per la deriva socialdemocratica che sta mutando il dna del Paese. Su temi come il possesso di armi, sulle politiche socio-economiche, sull'immigrazione, con Hillary alla Casa Bianca, dopo otto anni di Obama, temono un'ulteriore "europeizzazione" degli Stati Uniti. Per molti va fermata a qualsiasi costo, anche assumendosi il rischio di eleggere un candidato controverso e impreparato come Trump. Dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth avverte che c'è una "nuova maggioranza silenziosa", una fetta importante della classe media americana, a cui Trump non piace ma che è pronta a votarlo lo stesso, perché "ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul politically correct". E' un bullo, un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare l'American way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump".

Tuesday, February 03, 2015

Mattarella, il paternalismo socialdemocristiano ci porta in Grecia

La vecchia logica del "nessun nemico a sinistra" a cui si è piegato Renzi (logica da 24%, non da 40) e l'insostenibile subalternità culturale del centrodestra

Cosa ci si poteva aspettare dal discorso alle Camere del nuovo presidente Sergio Mattarella? Esattamente ciò che ha pronunciato: il ricordo di Tachè, l'accenno ai marò (minimo sindacale, sarebbe stato gravissimo se li avesse dimenticati), l'enfasi sulla guerra al terrorismo (nessun applauso) sono stati gli unici passaggi non scontati. Per il resto, un discorso buono per tutte le stagioni, banalotto, tanto polveroso paternalismo dc e tanta retorica assistenzialista. Dal punto di vista economico-sociale, per le sue citazioni ha accuratamente selezionato gli articoli del cosiddetto "patto sociale" della Costituzione: più diritti e garanzie che libertà. Cattolicesimo sociale, direbbe qualcuno. Paternalismo dc, direi, anzi socialdemocristiano. Peccato che sia terribilmente out of time. Quella lunga lista di "diritti" e assistenzialismi è esattamente IL problema (LA follia) di questo Paese. Continuare a spacciare le pesanti droghe socialisteggianti e assistenzialiste - purtroppo sì, è vero, ancora scolpite nella nostra Costituzione - e per di più a un Parlamento che da sinistra a destra è un tossico di spesa pubblica, non è esattamente ciò che ci serve. Suona comodo e rassicurante, ma non è ciò che può farci uscire dalla crisi. Mattarella rappresenta la Grecia in noi che avanza...

E' stato un discorso di illusioni, non di speranze, di vecchie e pericolose illusioni scritte nella nostra Carta e nel Dna socialdemocristiano. Anche nella frase che probabilmente leggeremo domani sulle prime pagine dei giornali: «L'arbitro dev'essere e sarà imparziale... ma i giocatori lo aiutino con la loro correttezza». Non accadrà, all'occorrenza l'arbitro potrà anche segnare dei gol (è questo il senso del richiamo alla correttezza dei giocatori...): non per malafede, ma perché nel nostro sistema politico-istituzionale sono saltati regole e schemi. Completamente e irrimediabilmente. L'elezione diretta del presidente della Repubblica è urgente per dare alla carica la legittimazione popolare diretta richiesta dal ruolo che è ormai chiamato a svolgere in un sistema maggioritario.

Dal punto di vista strettamente politico si è trattato di un discorso "governativo": in nessun passaggio può essere suonato il campanello d'allarme di Renzi. Anzi, è arrivato un esplicito endorsement al percorso di riforme costituzionali (riforme che cambiano qualcosa - in peggio - per non cambiare, in realtà, nulla).

RENZI - Eppure, il premier non può dormire sonni tranquilli, come ho già scritto nel post precedente. Il problema è che Mattarella non è esattamente l'immagine di quel rinnovamento che Renzi aveva promesso in ogni ambito, suscitando grandi aspettative. Certo, magari non potrà fargli ombra come personalità, ma il suo grigiore finirà per ingrigire un bel po' anche lui, per intaccare nell'opinione pubblica la sua immagine di innovatore e "rottamatore".

Non credo affatto che Mattarella fosse la sua prima scelta. Quando si parla di capolavoro di Renzi bisogna intendersi. Ha scelto la via meno rischiosa per eleggere il nuovo capo dello Stato rapidamente, senza psicodrammi, intestandosi i meriti dell'operazione, così da poter al più presto archiviare la pratica e tornare a parlare di cose concrete. In questo una scelta molto saggia, e certamente vincente, perché ai cittadini (escludendo quel milione - per lo più di parassiti - che vive e parla di politica) del nuovo presidente frega assai poco. Ma la sua è stata una scelta né originale né coraggiosa: si può parlare di "capolavoro" solo perché Berlusconi e Alfano hanno di nuovo fatto la figura degli utili idioti? No, a mio modo di vedere è stata una vittoria tattica ma non strategica. Più uno scampato pericolo immediato. Di capolavoro si sarebbe potuto parlare se fosse riuscito a consolidare il suo potere portando al Quirinale un suo uomo (o donna): non nel senso di un suo servo, ma una figura in grado - per età, per esperienze politiche e per consapevolezza riformatrice - di rappresentare un'epoca di cambiamento, l'"era renziana", e anche un Pd diverso, meno ripiegato sulle sue due culture politiche fondatrici, ex comunista e sinistra dc.

Non è stata, insomma, una scelta da "partito della nazione", coerente con la strategia di un leader che ambisce a rivolgersi all'elettorato moderato, ex berlusconiano, per portare il Pd oltre la sua storica soglia di consenso. La scelta di ripartire dal Pd, di ricompattare innanzitutto il proprio partito è stata una scelta in parte dettata da realismo, suggerita dalla realtà dei numeri parlamentari, ma in parte anche dalla logica "nessun nemico a sinistra". Una logica vecchia e minoritaria, perdente, alla Bersani (e infatti Mattarella era anche tra i candidati di Bersani nel 2013). Una logica da Pd al 24%, non al 40. Attenzione, non sto dicendo che portando Mattarella al Colle Renzi si sia giocato tutto il consenso al di fuori del vecchio Pd che era riuscito ad aggregare: da qui alle prossime elezioni ci sono ancora molti mesi e molte scelte da compiere. Ma certo questa scelta in particolare, probabilmente per evitare guai peggiori, è stata dettata da una logica di vecchia appartenenza, da 24% e non da 40.

CENTRODESTRA - Per una volta non parliamo del complesso di superiorità, culturale e morale, della sinistra. L'elezione di Mattarella ha messo in chiara luce il patologico complesso di inferiorità del vecchio centrodestra: nessun esponente di FI o di Ncd ha osato criticare nel merito, oltre che nel metodo, la candidatura imposta da Renzi. Il problema è che Renzi non li avrebbe consultati, non avrebbe proposto una rosa di nomi, non che Mattarella rappresenta, come ha ben ricordato Piero Ostellino nell'editoriale di domenica, «quanto di più illiberale abbiano prodotto, da noi, la cultura politica egemone e il sistema politico». Né hanno saputo opporre una loro candidatura, tanto che il preferito di Berlusconi e dei suoi nelle ultime tre elezioni presidenziali è stato Giuliano Amato, un socialista della Prima Repubblica, presidente del Consiglio di centrosinistra nella Seconda, uno che ha messo le mani nelle tasche degli italiani appena ha potuto e accumulato ogni sorta delle prebende che ingrossano la nostra spesa pubblica.

E' il segno di qualcosa di più grave di una subalternità culturale, è una totale assenza di identità culturale. Gli esponenti di ciò che resta del principale partito del vecchio centrodestra letteralmente non sanno chi sono, da dove vengono e dove vogliono andare. Uno smarrimento accentuato dal declino di Berlusconi, dal momento che non possono più aggrapparsi, come fino a qualche anno fa, alla sua lucidità (un pallido ricordo) e al suo orgoglio (ormai ferito). Il berlusconismo come surrogato di una cultura politica non basta più. E se per la mancata realizzazione della promessa "rivoluzione liberale" Berlusconi può invocare qualche alibi - dall'aggressione mediatico-giudiziaria all'opposizione di nemici interni ed esterni - il fatto che i vent'anni della sua leadership abbiano lasciato un tale deserto di cultura politica è un fallimento di cui porta per intero la responsabilità.

Thursday, March 29, 2012

Il paradosso della politica italiana, ostaggio di due sinistre

I siluri che Mario Monti continua a lanciare sui partiti dal suo "roadshow" asiatico dimostrano che il premier non si sente affatto al sicuro. Dopo aver avvertito che non è disponibile a «tirare a campare», che può lasciare anche prima del 2013 se partiti e sindacati non sono «pronti» per le riforme, fa notare che nonostate il calo degli ultimi giorni «questo governo sta godendo di un alto consenso, i partiti no». Si dice «fiducioso» che la riforma del lavoro passerà, che la gente ne percepisce la necessità (convinzione espressa anche da Napolitano), e fissa la scadenza a «prima dell'estate». Ma la fiducia nel Parlamento che la Camusso esprime nelle sue dichiarazioni quotidiane è per lo meno sospetta. E preoccupa anche Bersani che paventi «cazzotti a politici e tecnici» ed evochi «problemi di costituzionalità». Insomma, Monti avverte che si sta allentando la sua presa sui partiti e cerca di recuperarla, aiutato dal capo dello Stato, ma potrebbe essere già troppo tardi. In parte, è la naturale conseguenza del calo dello spread – ed espressioni come «la crisi dell'area euro è quasi finita» non giovano certo al professore nel mantenere il giusto livello di allarme – ma anche dell'approssimarsi delle amministrative e della scelta del ddl, invece del decreto, come veicolo legislativo della riforma.

L'accordo di massima uscito dal vertice ABC sulle riforme istituzionali e la nuova legge elettorale dovrebbe scongiurare l'ipotesi di elezioni anticipate a ottobre, verso cui secondo qualche retroscenista spingerebbe il Pd, quindi allungare la vita del governo Monti e addirittura gettare le basi per una Grande Coalizione "montiana" nel 2013. Ma allo stesso tempo proprio quell'accordo conferma il ritorno dei partiti, con tutti i rischi che ne derivano per le riforme. Monti potrebbe aver esaurito la sua spinta riformatrice. D'altronde, appariva chiaro già a novembre come la stagione delle riforme, quella in cui le forze politiche e sociali sarebbero state disposte a ingoiare qualsiasi cosa, sotto la minaccia default, non sarebbe andata oltre l'inverno, marzo al massimo.

Il bottino è ancora piuttosto magro: completamento della riforma delle pensioni; liberalizzazioni all'acqua di rose o da attuare; riforma del lavoro in alto mare. Il rischio è che a conti fatti il merito maggiore di Monti sia il tour "Investi-Italia" nelle tre principali piazze azionarie del pianeta (la City, Wall Street e il Nikkei) per convincere i grandi investitori a tornare ad investire sull'Italia, forte della credibilità internazionale senza pari di cui il premier gode agli occhi della stampa della business community, della Casa Bianca e di istituzioni come Ue e Ocse.

Se l'irrigidimento del Pd sull'articolo 18 è solo campagna elettorale, o il grimaldello per indurre Monti a lasciare e tentare una "rivoluzione d'ottobre", lo scopriremo solo dopo il voto amministrativo. Di certo a fine luglio sul reintegro qualcuno dovrà cedere. Ma lo scontro sulla riforma del lavoro è sintomatico del paradosso della politica italiana. La riforma è di stampo socialdemocratico: costosa e punitiva sulla flessibilità in entrata, cede alla retorica della "lotta alla precarietà", mentre cerca una soluzione appena più realistica di quella attuale sui licenziamenti e gli ammortizzatori. A lamentarsene dovrebbe essere il Pdl, la cui politica economica però è di marchio cristiano-socialista. Invece è attaccata da sinistra. Nessun partito nello spettro politico italiano fa propria una posizione liberale. Il che implicherebbe sostenere apertamente, pubblicamente, senza sudditanza culturale, che il lavoro non è un diritto, ma una merce, sotto forma di prestazione d'opera; che, come per tutte le merci, prezzi e condizioni sono regolati dalla domanda e dall'offerta. E, quindi, denunciare una Costituzione collettivista che affermando il contrario condanna questo Paese ad una vera e propria tara ideologica e giuridica, che impedisce ai governi di mettere a punto (e ai cittadini di accettare) un assetto compatibile con i più elementari e nient'affatto "selvaggi" principi di una normale economia di mercato.

Dunque, l'offerta politica italiana consiste da una parte in una socialdemocrazia riformista, responsabile, che nelle sue diverse declinazioni (governo Monti-Fornero, Pdl, Terzo polo e una parte minoritaria del Pd) tenta di apportare correttivi al sistema ma senza intaccare il perimetro e il peso dello Stato, anzi con lo scopo di perpetuarlo, e dall'altra in una sorta di "partito Grecia", che spinge per la "vera" svolta a sinistra, un biglietto di sola andata verso la Grecia.

Tuesday, September 21, 2010

Anche in Svezia suona la sveglia

Dopo l'affermazione nella liberale Olanda del partito di Geert Wilders, i partiti nazionalisti e anti-immigrazione prendono piede anche in Danimarca e in Svezia, le patrie della socialdemocrazia scandinava e di modelli sociali generosi e tolleranti. Come osserva Il Foglio, «gli establishment europei, accecati dall'ideologia del politicamente corretto, prima fingono di non vedere, poi si dicono scioccati da questa avanzata». L'analisi mi sembra scontata. Se i partiti di governo - di centrodestra o di centrosinistra - vogliono contenere l'«avanzata» e disinnescare possibili derive intolleranti e xenofobe, non devono demonizzarli, ma comprendere che intercettano e danno una rappresentanza politica a un disagio reale. E' quanto stanno facendo Sarkozy in Francia, dove Le Pen è fortemente ridimensionato, e Berlusconi in Italia, dove la Lega è sì influente, ma anche molto più "moderata" e ormai interna al "sistema" rispetto ai partiti anti-immigrazione del nord Europa. Inoltre, essendo un partito radicato solo in una parte del Paese, è più "popolare" e rappresenta istanze territoriali (come il federalismo) che l'hanno spinta a maturare un profilo "di governo".

L'immigrazione incontrollata alimenta un senso di insicurezza e di ingiustizia sociale, e spesso è davvero - inutile negarlo - fonte di criminalità e di costi sociali che gravano sui ceti medi e più deboli. Un malinteso senso di tolleranza, inoltre, produce vere e proprie sacche, zone franche del diritto in cui pullulano una cultura e spesso un'ideologia politica incompatibili con i principi fondamentali che regolano la convivenza civile in Europa. Sono questioni tremendamente importanti, che non vanno né negate né sottovalutate, ma vanno affrontate con determinazione, respingendo il "negazionismo" e il "politicamente corretto" tipico di Bruxelles, proprio per evitare l'insorgere e l'aggravarsi di fenomeni di xenofobia.

Ma è un altro il dato epocale delle elezioni svedesi di domenica scorsa, purtroppo oscurato dall'affermazione dei "Democratici di Svezia". I socialdemocratici ridotti ai minimi storici e il centrodestra liberale al 49,3 per cento. Se "dalla culla alla tomba" è lo storico slogan di un certo modello di welfare statale, almeno in Svezia sembra esserci finito quel modello nella tomba... E viene premiato l'approccio decisamente riformatore del premier Fredrik Reinfeldt: aumento dell'età di pensionamento, lotta agli sprechi, privatizzazioni, riduzione delle tasse.