Un nuovo soggetto politico che nasce con l'intenzione di mettere insieme due delle etichette politiche più abusate, vuote e ormai insignificanti della nostra politica - moderati e riformisti - non parte col piede giusto.
Niente di nuovo, la nascita del Terzo polo come soggetto unitario era annunciata.
Ma il perché di questa accelerazione va rintracciato nel particolare momento politico. Si tratta infatti di cominciare a dare le ultime spallate al vecchio centrodestra prima che il quadro cambi: con la Lega alle corde, Formigoni piuttosto inguaiato, bisogna disgregare il Pdl prima che recuperi smalto e iniziativa politica. La mossa infatti ha subito provocato uno smottamento, per la verità atteso da tempo e ovviamente concordato con i vertici Udc: Pisanu e Dini, con 27 senatori (non tutti però disposti ad archiviare il Pdl), firmano un documento in cui si chiede di andare «oltre il Pdl».
Il Pdl, seppure non si possa ancora dire che sia in ripresa, alcuni segnali di vita li sta dando: parla di lavoro, tasse, debito, crescita, insomma è tornato ad occuparsi di cose concrete, dell'"arrosto". E persino con qualche successo: modifiche alla riforma del lavoro in asse con le imprese; rateizzazione dell'Imu e odg per renderla "una tantum". Ed è proprio questo ritrovato protagonismo del Pdl, di Alfano in particolare, che deve aver convinto Casini per l'accelerazione. Quello delle proposte, degli emendamenti ai testi del governo, dell'incalzare il premier Monti, è un campo di gioco in cui il Terzo polo al momento, per il suo incondizionato appoggio all'esecutivo, non può toccar palla. Ecco quindi che i tre "amigos", con la sponda di Pisanu, hanno tirato il fumogeno nel campo avversario, spostando l'attenzione dai contenuti, con i quali il Pdl si stava rilanciando, ai contenitori.
Casini è ossessionato dai contenitori piuttosto che dai contenuti, è il leader del compromesso "a prescindere". La riforma del lavoro esce fuori timida, persino dannosa? Fa niente, l'importante è lo «sforzo collettivo» in sé, la Grande Coalizione, ed esserne il celebrato architetto. Ha intuito le insidie del tecno-centrismo, che qualche ministro tecnico può pensare di giocare una sua partita personale, che nuove offerte politiche (tra cui quella di Montezemolo) possono trovare ampi spazi nel campo dei moderati dopo il passo indietro di Berlusconi. Quindi ha deciso di giocare d'anticipo, di allestire un nuovo carro nel quale è pronto ad accogliere tutti, anche a farsi scudiero. Non ambisce alla premiership (troppo lavoro), ma alle poltrone istituzionali (il Quirinale è il sogno di tutti i democristiani). L'importante è che sia lui al centro di ogni equilibrio e di ogni compromesso. Ma siamo sicuri che Passera o Montezemolo, o chiunque altro, se e quando scenderanno in campo, vorranno farsi accompagnare da Casini, Fini e Rutelli?
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Saturday, April 21, 2012
Friday, April 06, 2012
Riforma sacrificata sull'altare della Grande Coalizione
Meglio non compromettere le premesse di una Grande Coalizione con una rottura sull'articolo 18. Il compromesso al ribasso sulla riforma del lavoro può essere considerato a tutti gli effetti una prova tecnica di GC. Ma se è così, bisogna anche ammettere che l'esito è very bad. Prelude a riforme sempre più sbiadite, inutili, persino dannose. L'idea di una GC in cui diverse forze politiche mettano mano ai nostri problemi strutturali nell'emergenza non è campata in aria. Sarebbe senz'altro possibile se fosse limitata alle forze moderate e riformiste. Bisogna tuttavia fare i conti con quella che è da sempre la grande anomalia del sistema politico italiano. Se si pretende di mettere insieme una coalizione che va dai moderati ad un Pd a trazione Cgil, il rischio è che partorisca topolini rachitici come questa riforma. L'articolo 18, invece, poteva (anzi doveva) offrire l'occasione per costringere il Pd a decidere una volta per tutte tra linea riformista o camussiana. Male che fosse andata – il Pd che fa cadere il governo e tenta la "rivoluzione d'ottobre" – il sistema politico si sarebbe potuto scomporre/ricomporre attorno all'asse delle riforme, tra un "partito Monti" (anche senza Monti) e un "partito Grecia". La gioiosa macchina da guerra di Vasto si sarebbe infranta sul muro di un nuovo, ampio fronte moderato. Uno scenario in cui anche i mercati avrebbero potuto intravedere finalmente una certa chiarezza nella politica italiana.
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Thursday, March 29, 2012
Il paradosso della politica italiana, ostaggio di due sinistre
I siluri che Mario Monti continua a lanciare sui partiti dal suo "roadshow" asiatico dimostrano che il premier non si sente affatto al sicuro. Dopo aver avvertito che non è disponibile a «tirare a campare», che può lasciare anche prima del 2013 se partiti e sindacati non sono «pronti» per le riforme, fa notare che nonostate il calo degli ultimi giorni «questo governo sta godendo di un alto consenso, i partiti no». Si dice «fiducioso» che la riforma del lavoro passerà, che la gente ne percepisce la necessità (convinzione espressa anche da Napolitano), e fissa la scadenza a «prima dell'estate». Ma la fiducia nel Parlamento che la Camusso esprime nelle sue dichiarazioni quotidiane è per lo meno sospetta. E preoccupa anche Bersani che paventi «cazzotti a politici e tecnici» ed evochi «problemi di costituzionalità». Insomma, Monti avverte che si sta allentando la sua presa sui partiti e cerca di recuperarla, aiutato dal capo dello Stato, ma potrebbe essere già troppo tardi. In parte, è la naturale conseguenza del calo dello spread – ed espressioni come «la crisi dell'area euro è quasi finita» non giovano certo al professore nel mantenere il giusto livello di allarme – ma anche dell'approssimarsi delle amministrative e della scelta del ddl, invece del decreto, come veicolo legislativo della riforma.
L'accordo di massima uscito dal vertice ABC sulle riforme istituzionali e la nuova legge elettorale dovrebbe scongiurare l'ipotesi di elezioni anticipate a ottobre, verso cui secondo qualche retroscenista spingerebbe il Pd, quindi allungare la vita del governo Monti e addirittura gettare le basi per una Grande Coalizione "montiana" nel 2013. Ma allo stesso tempo proprio quell'accordo conferma il ritorno dei partiti, con tutti i rischi che ne derivano per le riforme. Monti potrebbe aver esaurito la sua spinta riformatrice. D'altronde, appariva chiaro già a novembre come la stagione delle riforme, quella in cui le forze politiche e sociali sarebbero state disposte a ingoiare qualsiasi cosa, sotto la minaccia default, non sarebbe andata oltre l'inverno, marzo al massimo.
Il bottino è ancora piuttosto magro: completamento della riforma delle pensioni; liberalizzazioni all'acqua di rose o da attuare; riforma del lavoro in alto mare. Il rischio è che a conti fatti il merito maggiore di Monti sia il tour "Investi-Italia" nelle tre principali piazze azionarie del pianeta (la City, Wall Street e il Nikkei) per convincere i grandi investitori a tornare ad investire sull'Italia, forte della credibilità internazionale senza pari di cui il premier gode agli occhi della stampa della business community, della Casa Bianca e di istituzioni come Ue e Ocse.
Se l'irrigidimento del Pd sull'articolo 18 è solo campagna elettorale, o il grimaldello per indurre Monti a lasciare e tentare una "rivoluzione d'ottobre", lo scopriremo solo dopo il voto amministrativo. Di certo a fine luglio sul reintegro qualcuno dovrà cedere. Ma lo scontro sulla riforma del lavoro è sintomatico del paradosso della politica italiana. La riforma è di stampo socialdemocratico: costosa e punitiva sulla flessibilità in entrata, cede alla retorica della "lotta alla precarietà", mentre cerca una soluzione appena più realistica di quella attuale sui licenziamenti e gli ammortizzatori. A lamentarsene dovrebbe essere il Pdl, la cui politica economica però è di marchio cristiano-socialista. Invece è attaccata da sinistra. Nessun partito nello spettro politico italiano fa propria una posizione liberale. Il che implicherebbe sostenere apertamente, pubblicamente, senza sudditanza culturale, che il lavoro non è un diritto, ma una merce, sotto forma di prestazione d'opera; che, come per tutte le merci, prezzi e condizioni sono regolati dalla domanda e dall'offerta. E, quindi, denunciare una Costituzione collettivista che affermando il contrario condanna questo Paese ad una vera e propria tara ideologica e giuridica, che impedisce ai governi di mettere a punto (e ai cittadini di accettare) un assetto compatibile con i più elementari e nient'affatto "selvaggi" principi di una normale economia di mercato.
Dunque, l'offerta politica italiana consiste da una parte in una socialdemocrazia riformista, responsabile, che nelle sue diverse declinazioni (governo Monti-Fornero, Pdl, Terzo polo e una parte minoritaria del Pd) tenta di apportare correttivi al sistema ma senza intaccare il perimetro e il peso dello Stato, anzi con lo scopo di perpetuarlo, e dall'altra in una sorta di "partito Grecia", che spinge per la "vera" svolta a sinistra, un biglietto di sola andata verso la Grecia.
L'accordo di massima uscito dal vertice ABC sulle riforme istituzionali e la nuova legge elettorale dovrebbe scongiurare l'ipotesi di elezioni anticipate a ottobre, verso cui secondo qualche retroscenista spingerebbe il Pd, quindi allungare la vita del governo Monti e addirittura gettare le basi per una Grande Coalizione "montiana" nel 2013. Ma allo stesso tempo proprio quell'accordo conferma il ritorno dei partiti, con tutti i rischi che ne derivano per le riforme. Monti potrebbe aver esaurito la sua spinta riformatrice. D'altronde, appariva chiaro già a novembre come la stagione delle riforme, quella in cui le forze politiche e sociali sarebbero state disposte a ingoiare qualsiasi cosa, sotto la minaccia default, non sarebbe andata oltre l'inverno, marzo al massimo.
Il bottino è ancora piuttosto magro: completamento della riforma delle pensioni; liberalizzazioni all'acqua di rose o da attuare; riforma del lavoro in alto mare. Il rischio è che a conti fatti il merito maggiore di Monti sia il tour "Investi-Italia" nelle tre principali piazze azionarie del pianeta (la City, Wall Street e il Nikkei) per convincere i grandi investitori a tornare ad investire sull'Italia, forte della credibilità internazionale senza pari di cui il premier gode agli occhi della stampa della business community, della Casa Bianca e di istituzioni come Ue e Ocse.
Se l'irrigidimento del Pd sull'articolo 18 è solo campagna elettorale, o il grimaldello per indurre Monti a lasciare e tentare una "rivoluzione d'ottobre", lo scopriremo solo dopo il voto amministrativo. Di certo a fine luglio sul reintegro qualcuno dovrà cedere. Ma lo scontro sulla riforma del lavoro è sintomatico del paradosso della politica italiana. La riforma è di stampo socialdemocratico: costosa e punitiva sulla flessibilità in entrata, cede alla retorica della "lotta alla precarietà", mentre cerca una soluzione appena più realistica di quella attuale sui licenziamenti e gli ammortizzatori. A lamentarsene dovrebbe essere il Pdl, la cui politica economica però è di marchio cristiano-socialista. Invece è attaccata da sinistra. Nessun partito nello spettro politico italiano fa propria una posizione liberale. Il che implicherebbe sostenere apertamente, pubblicamente, senza sudditanza culturale, che il lavoro non è un diritto, ma una merce, sotto forma di prestazione d'opera; che, come per tutte le merci, prezzi e condizioni sono regolati dalla domanda e dall'offerta. E, quindi, denunciare una Costituzione collettivista che affermando il contrario condanna questo Paese ad una vera e propria tara ideologica e giuridica, che impedisce ai governi di mettere a punto (e ai cittadini di accettare) un assetto compatibile con i più elementari e nient'affatto "selvaggi" principi di una normale economia di mercato.
Dunque, l'offerta politica italiana consiste da una parte in una socialdemocrazia riformista, responsabile, che nelle sue diverse declinazioni (governo Monti-Fornero, Pdl, Terzo polo e una parte minoritaria del Pd) tenta di apportare correttivi al sistema ma senza intaccare il perimetro e il peso dello Stato, anzi con lo scopo di perpetuarlo, e dall'altra in una sorta di "partito Grecia", che spinge per la "vera" svolta a sinistra, un biglietto di sola andata verso la Grecia.
Friday, September 10, 2010
Per la sinistra non c'è alternativa alla lezione di Blair
In due interviste di oggi (Corriere e (Sole 24 Ore), Tony Blair torna a ribadire la sua stima e il suo apprezzamento per Berlusconi («non ha assolutamente niente del politico convenzionale. È unico. La conseguenza è che chi non si capisce finisce per non piacere. Io vado d'accordo con lui perché è diretto e leale alla parola data. L'ho sempre detto, a tutti. Ed è il motivo per cui ci intendiamo»), confermando i giudizi contenuti nel suo libro di Memorie ("A Journey"), ma soprattutto impartisce una lezione che le sinistre europee (e quella italiana in particolare) dovrebbero imparare a memoria. Di più, assimilare. L'ex inquilino del numero 10 di Downing Street, infatti, ha le idee molto chiare sulla malattia che affligge le sinistre europee - italiana e britannica comprese - impedendo loro di vincere e governare:
«La sinistra vincerà quando deciderà di voler vincere. Deve fare una sola cosa: analizzare il mondo come il mondo è oggi, non com'era, o come vorrebbe che fosse, o come avrebbe voluto che fosse stato. Valuta il mondo com'è e troverai le risposte giuste. È ricetta buona per tutti: i partiti progressisti vincono quando sono all'avanguardia nel capire il futuro, sono sconfitti quando diventano una brutta copia dei conservatori. Quelli con la "c" minuscola».Nel nuovo secolo «si tratta di giudicare in termini di giusto o sbagliato, non destra o sinistra». «Nessuna impostazione ideologica», dunque, e se la sinistra arretra in Europa è «perché di fronte alle incertezze del presente difende l'immobilismo. Il dovere della sinistra - sottolinea - è quello di sostenere i mutamenti, non rifiutarli e resistere». Un esempio concreto di quanto sta sostenendo Blair lo ravvisa nella reazione della sinistra alla crisi economica, dopo la quale tutti pensavano che potesse tornare ad avanzare in Europa.
«Quando la crisi finanziaria ha colpito a sinistra c'è stato un sentimento forte contro le logiche di mercato e molti si sono anche fatti scappare un "finalmente". Ma l'opinione pubblica no. Il problema di Gordon e di molti altri è stato credere che lo stato fosse tornato di moda, che le politiche sarebbero andate nella direzione pubblica e l'elettorato automaticamente a sinistra. Non poteva succedere perché i cambiamenti sociali avvenuti prima della crisi sono sopravvissuti alla crisi. Gli elettori sanno che parte del mercato ha fallito, si arrabbiano, ma non credono che la risposta sia lo Stato».La grande intuizione di Blair, che tutti a sinistra, anche i più riformisti, rigettano, è che «se alla gente tu presenti la scelta fra uno Stato burocratico invasivo e uno Stato agile minimo, la gente opta per lo Stato minimo». A questo punto, ad una sinistra che voglia ottenere il consenso dei cittadini per governare, non rimane che «una terza via: quella di uno Stato attento alla giustizia sociale, regolatore e riformatore. Ed è quella per cui mi batto».
Thursday, August 26, 2010
L'amarezza di Marchionne per un'Italia che non vuole cambiare
C'è un misto di amarezza e rassegnazione nelle parole pronunciate da Marchionne al Meeting Cl di Rimini, consapevole che l'Italia è un Paese che ha «paura di cambiare», o meglio, che ha quell'atteggiamento provinciale di chi «non ha voglia» neanche di essere infastidito dal mondo che lo circonda, e «molto spesso - ha avvertito l'ad di Fiat mostrando tutto il suo rammarico - sono queste le ragioni del declino economico e sociale di un Paese». La retorica del cambiamento è trionfante, riempie la bocca di tutti, ma «l'elogio del cambiamento si ferma sulla soglia di casa, va bene finché non ci riguarda». Se nemmeno il presidente della Repubblica, che dovrebbe rappresentare il maggior livello di consapevolezza che sa esprimere un Paese, si mostra in grado di comprendere i fenomeni economici e sociali che ha sotto gli occhi, allora c'è davvero poca speranza che a prevalere non sia una cultura anti-impresa e anti-lavoro.
Comprensibilmente quindi Marchionne ha sentito il dovere di difendere, insieme alla «serietà» del progetto Fiat, anche «le ragioni» degli unici che hanno raccolto questa sfida, Bonanni e Angeletti, i segretari di Cisl e Uil, «che ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione dell'industria dell'auto italiana». Il resto della politica è capace al massimo di dividersi in tifoserie contrapposte, ma rimane alla finestra. Il governo non prende posizione (dov'è Sacconi?), non realizza, né annuncia le riforme di cui il sistema avrebbe bisogno (il caso di Melfi e la sentenza dei giudici del lavoro fornivano l'ennesima occasione per giustificare un intervento sullo Statuto dei lavoratori). Il solo Tremonti, ieri, ammoniva, con evidente riferimento all'accordo di Pomigliano e alla vicenda della Fiat di Melfi, che «se vuoi i diritti perfetti nella fabbrica ideale, rischi di conservare i diritti perfetti, ma di perdere la fabbrica ideale che va a produrre da un altra parte». Mentre il Pd getta le sue poche maschere "riformiste" e si rivela per quello che è, una delle sinistre più retrive che abbiamo in Europa.
Marchionne è stato giustamente molto severo: ci si deve rendere conto che non è conveniente per nessuno investire in Italia (è «l'unica area del mondo in cui il gruppo Fiat è in perdita»), perché da noi vige un sistema anacronistico e insostenibile che impedisce alle imprese di essere competitive, in un mondo che cambia con estrema rapidità e che richiede tempi di risposta altrettanto veloci per tentare di tenere il passo. Se Fiat lo fa, rinunciando a «vantaggi sicuri in altri Paesi», è solo perché ha le sue «radici» in Italia, ma chiede, implora, agli italiani di «riconoscere la necessità di cambiare e aggiornare il sistema in modo che garantisca alla Fiat di poter competere», perché «la cosa peggiore di un sistema industriale incapace di competere è che sono i lavoratori a pagarne le conseguenze». E chiede il minimo sindacale per un'impresa, cioè che si rispetti il basilare diritto di proprietà, cioè almeno la «garanzia di poter gestire i nostri stabilimenti in modo affidabile, continuo e normale».
E' ciò che non è garantito a Melfi, e probabilmente neanche in altre parti del Paese, se durante uno sciopero a cui aderiscono poche decine di operai su 1750 si tollera che tre di essi blocchino le macchine impedendo agli altri di lavorare e alla fabbrica di produrre. «La maggior parte delle persone che lavorano in Fiat - ricorda Marchionne - ha compreso e apprezzato» l'impegno dell'azienda, l'accordo di Pomigliano è stato approvato dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori, eppure in pochi riescono a sovvertire la volontà dei più: «Non è onesto usare i diritti di pochi per piegare i diritti di molti... E' inammissibile difendere e tollerare illeciti arrivati fino al sabotaggio. Non è giusto nei confronti dell'azienda e non è giusto nei confronti di altri lavoratori... Dignità e diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone. Sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti». Eppure la magistratura che fa? Riconoscendo i diritti di quei tre, di fatto li nega a tutti gli altri. Altro che «fondata sul lavoro», l'Italia è una Repubblica fondata sulla sopraffazione e il sabotaggio.
Comprensibilmente quindi Marchionne ha sentito il dovere di difendere, insieme alla «serietà» del progetto Fiat, anche «le ragioni» degli unici che hanno raccolto questa sfida, Bonanni e Angeletti, i segretari di Cisl e Uil, «che ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione dell'industria dell'auto italiana». Il resto della politica è capace al massimo di dividersi in tifoserie contrapposte, ma rimane alla finestra. Il governo non prende posizione (dov'è Sacconi?), non realizza, né annuncia le riforme di cui il sistema avrebbe bisogno (il caso di Melfi e la sentenza dei giudici del lavoro fornivano l'ennesima occasione per giustificare un intervento sullo Statuto dei lavoratori). Il solo Tremonti, ieri, ammoniva, con evidente riferimento all'accordo di Pomigliano e alla vicenda della Fiat di Melfi, che «se vuoi i diritti perfetti nella fabbrica ideale, rischi di conservare i diritti perfetti, ma di perdere la fabbrica ideale che va a produrre da un altra parte». Mentre il Pd getta le sue poche maschere "riformiste" e si rivela per quello che è, una delle sinistre più retrive che abbiamo in Europa.
Marchionne è stato giustamente molto severo: ci si deve rendere conto che non è conveniente per nessuno investire in Italia (è «l'unica area del mondo in cui il gruppo Fiat è in perdita»), perché da noi vige un sistema anacronistico e insostenibile che impedisce alle imprese di essere competitive, in un mondo che cambia con estrema rapidità e che richiede tempi di risposta altrettanto veloci per tentare di tenere il passo. Se Fiat lo fa, rinunciando a «vantaggi sicuri in altri Paesi», è solo perché ha le sue «radici» in Italia, ma chiede, implora, agli italiani di «riconoscere la necessità di cambiare e aggiornare il sistema in modo che garantisca alla Fiat di poter competere», perché «la cosa peggiore di un sistema industriale incapace di competere è che sono i lavoratori a pagarne le conseguenze». E chiede il minimo sindacale per un'impresa, cioè che si rispetti il basilare diritto di proprietà, cioè almeno la «garanzia di poter gestire i nostri stabilimenti in modo affidabile, continuo e normale».
E' ciò che non è garantito a Melfi, e probabilmente neanche in altre parti del Paese, se durante uno sciopero a cui aderiscono poche decine di operai su 1750 si tollera che tre di essi blocchino le macchine impedendo agli altri di lavorare e alla fabbrica di produrre. «La maggior parte delle persone che lavorano in Fiat - ricorda Marchionne - ha compreso e apprezzato» l'impegno dell'azienda, l'accordo di Pomigliano è stato approvato dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori, eppure in pochi riescono a sovvertire la volontà dei più: «Non è onesto usare i diritti di pochi per piegare i diritti di molti... E' inammissibile difendere e tollerare illeciti arrivati fino al sabotaggio. Non è giusto nei confronti dell'azienda e non è giusto nei confronti di altri lavoratori... Dignità e diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone. Sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti». Eppure la magistratura che fa? Riconoscendo i diritti di quei tre, di fatto li nega a tutti gli altri. Altro che «fondata sul lavoro», l'Italia è una Repubblica fondata sulla sopraffazione e il sabotaggio.
Tuesday, August 24, 2010
Le spallate di Marchionne rischiano di non bastare
La politica è assente, persa nei teatrini di Palazzo
Il braccio di ferro tra Fiat e Fiom a Melfi va inquadrato politicamente, non come un puntiglio del "padrone" contro lavoratori bizzosi. Lo fa lucidamente, su Il Messaggero di oggi, Oscar Giannino. L'attacco di Fiom e Cgil è all'«accordo interconfederale sul salario decentrato firmato da Confindustria nel febbraio 2009, inverato poi con l'accordo su Pomigliano, approvato a maggioranza dai lavoratori, e che ora l'azienda intende estendere al più presto in ciascun stabilimento nazionale». Ma c'è un modo ancora più laconico e significativo di porre i veri termini della questione:
Tutto questo è in gioco a Melfi, a Pomigliano, e ovunque i sindacati più retrivi si oppongono al nuovo modello contrattuale. E vista la criticità del momento, non ha senso fare i "terzisti" come Ichino, che scivola sul "caso minore", gettando la maschera di "riformista", che non comprende che è proprio chiudendo un occhio su casi come questo che si mette a rischio l'intero "piano Marchionne". Ma anche il governo sbaglia perché, distratto dalla crisi interna alla maggioranza, si mostra colpevolmente assente. Alla sentenza dei pretori del lavoro, sabotatori della libertà d'impresa e del diritto di proprietà, e quindi dell'economia italiana, dovrebbe subito rispondere con l'abolizione dell'articolo 18 e la riforma dello Statuto dei lavoratori, e magari con l'annuncio di una riforma della contrattazione e dei rapporti industriali calata dall'alto. E invece no, ci sono solo le "spallate" di Marchionne, che questa battaglia contro un sistema decrepito e insostenibile se la deve combattere da solo (rischiando di perderla, per la Fiat e per tutti i produttori - imprese e lavoratori - e quindi per tutti noi). La politica - capace solo di sussidiare l'esistente, ma non di riformare - non accorrerà in suo aiuto (la destra per ignavia, la sinistra per le pastoie ideologiche in cui ancora è invischiata).
«Se la Fiat ha ragione, allora ha ragione fino in fondo. Se ha ragione fino in fondo, bisogna mettere in conto che ora è venuto il momento di dirlo senza infingimenti, perché il momento delle scelte è ora», scrive Giannino rivolgendosi a quelli come Ichino. «Dire per esempio che con ogni probabilità è assolutamente vero che i tre scioperanti il 7 luglio scorso hanno bloccato carrelli automatici che servivano a rifornire sulla linea chi non scioperava, e che ciò costituisce un comportamento illegittimo, dannoso alla libertà altrui e al patrimonio dell'azienda». A chi obietta che poteva chiudere un occhio per non esacerbare i rapporti e non mettere a rischio il suo piano, Marchionne risponde con il semplice buon senso che tutti sono in grado di capire: «Se faccio finta di niente una volta, poi non gestisco più niente».
Il braccio di ferro tra Fiat e Fiom a Melfi va inquadrato politicamente, non come un puntiglio del "padrone" contro lavoratori bizzosi. Lo fa lucidamente, su Il Messaggero di oggi, Oscar Giannino. L'attacco di Fiom e Cgil è all'«accordo interconfederale sul salario decentrato firmato da Confindustria nel febbraio 2009, inverato poi con l'accordo su Pomigliano, approvato a maggioranza dai lavoratori, e che ora l'azienda intende estendere al più presto in ciascun stabilimento nazionale». Ma c'è un modo ancora più laconico e significativo di porre i veri termini della questione:
«O si abbraccia ora e subito la via della nuova produttività e delle nuove relazioni industriali, oppure semplicemente il treno è perduto. I magistrati del lavoro a quel punto potranno anche reintegrare tutti i lavoratori che scambiano il legittimo diritto di sciopero con l'illegittimo procurato danno, ma non sarà questa via a difendere l'auto italiana nella competizione mondiale».Non è un puntiglio, è al contrario una partita «globale», di interesse nazionale, spiega anche il Sole 24 Ore:
«E' possibile per una multinazionale che vuol produrre "anche" nel nostro Paese farlo secondo le regole mondiali che reggono l'"automotive", o deve rassegnarsi a farlo "all"italiana"? Se i casi individuali o di gruppi minuscoli, arroccati nel diritto del lavoro italiano, così unico perfino nel già peculiare panorama europeo, rendono sconveniente investire da noi, per quanti blog fioriscano, per quanti cortei rispolverino slogan antichi e per quante grandi firme incanutite invochino l'ebbrezza di una lontana giovinezza, non creeremo neppure un posto di lavoro in più. Alla fine Barozzino, Lamorte e Pignatelli troveranno una loro garanzia, ma i tanti disoccupati di cui non conosciamo il nome e i tanti precari che non hanno la foto con polo Sata e i tanti operai che sperano di continuare a lavorare, saranno a rischio... il segnale di sconfitta passerà sui Blackberry degli investitori ovunque e l'Italia perderà ulteriore ranking nelle loro scelte. Perché investire nelle fabbriche di un paese dove bastano un blog, una sentenza e tanta falsa coscienza a fermare la produzione? Se il mondo non crederà al nostro mercato, malgrado gli sforzi di tutti nelle aziende italiane... ci svuoteremo inesorabilmente: e chi, allora, tutelerà il diritto al lavoro, che la Costituzione sancisce, ma che solo investimenti veri creano?».«In Italia - fa notare Giannino - nessuno ha chiesto di accettare, per difendere l'occupazione, i 14 dollari l'ora per i giovani che pure il sindacato americano ha accettato. Né tanto meno è stato chiesto di lavorare una settimana in più l'anno a parità di salario, come ottennero Volskwagen e Siemens e molte imprese tedesche alcuni anni fa, la svolta che le fa oggi così forti. A maggior ragione, è pura miopia autolesionista accusare di fascismo aziendale chi si è messo in condizione di contare di più nel mondo lavorando di più, ma anche pagando di più i lavoratori che lo accettano».
Tutto questo è in gioco a Melfi, a Pomigliano, e ovunque i sindacati più retrivi si oppongono al nuovo modello contrattuale. E vista la criticità del momento, non ha senso fare i "terzisti" come Ichino, che scivola sul "caso minore", gettando la maschera di "riformista", che non comprende che è proprio chiudendo un occhio su casi come questo che si mette a rischio l'intero "piano Marchionne". Ma anche il governo sbaglia perché, distratto dalla crisi interna alla maggioranza, si mostra colpevolmente assente. Alla sentenza dei pretori del lavoro, sabotatori della libertà d'impresa e del diritto di proprietà, e quindi dell'economia italiana, dovrebbe subito rispondere con l'abolizione dell'articolo 18 e la riforma dello Statuto dei lavoratori, e magari con l'annuncio di una riforma della contrattazione e dei rapporti industriali calata dall'alto. E invece no, ci sono solo le "spallate" di Marchionne, che questa battaglia contro un sistema decrepito e insostenibile se la deve combattere da solo (rischiando di perderla, per la Fiat e per tutti i produttori - imprese e lavoratori - e quindi per tutti noi). La politica - capace solo di sussidiare l'esistente, ma non di riformare - non accorrerà in suo aiuto (la destra per ignavia, la sinistra per le pastoie ideologiche in cui ancora è invischiata).
«Se la Fiat ha ragione, allora ha ragione fino in fondo. Se ha ragione fino in fondo, bisogna mettere in conto che ora è venuto il momento di dirlo senza infingimenti, perché il momento delle scelte è ora», scrive Giannino rivolgendosi a quelli come Ichino. «Dire per esempio che con ogni probabilità è assolutamente vero che i tre scioperanti il 7 luglio scorso hanno bloccato carrelli automatici che servivano a rifornire sulla linea chi non scioperava, e che ciò costituisce un comportamento illegittimo, dannoso alla libertà altrui e al patrimonio dell'azienda». A chi obietta che poteva chiudere un occhio per non esacerbare i rapporti e non mettere a rischio il suo piano, Marchionne risponde con il semplice buon senso che tutti sono in grado di capire: «Se faccio finta di niente una volta, poi non gestisco più niente».
Wednesday, February 18, 2009
Fine corsa per una classe dirigente dissociata dalla realtà
Il brusco epilogo della corsa veltroniana (e forse anche del Pd) era scritto in quel magnifico, indispensabile libro di Andrea Romano, "Compagni di scuola", sulla classe dirigente dell'ex Pci. E' un testo fondamentale per capire il male profondo della sinistra italiana negli ultimi 20 anni.
Veltroni ha certamente commesso molti errori. Il più madornale l'aver imbarcato il giustizialismo dipietresco dopo aver annunciato che il Pd sarebbe andato "da solo". Un errore che ha sviluppato tutte le sue conseguenze negative proprio nel momento in cui il Pd avrebbe avuto più bisogno di agire libero da condizionamenti, cioè all'indomani delle elezioni.
Il fallimento di Veltroni non sta infatti nella sconfitta elettorale dello scorso aprile (ampiamente prevedibile e comunque a lui non imputabile), ma in quello che è venuto dopo. E' dall'opposizione, infatti, che i grandi leader combattono la battaglia per il rinnovamento del loro partito. Così ha fatto Blair, per citare solo l'esempio più vicino a noi e più eclatante. Ebbene, è qui che Veltroni ha fallito, gettando la maschera indossata in campagna elettorale, dimostrando di essere "riformista", e di aver usato la retorica del "nuovo", solo per necessità tattica, e non per convinzione profonda.
Una convizione e una determinazione - che sarebbero state necessarie per aprire all'interno del partito uno scontro di idee e di leadership aperto e trasparente - che d'altra parte da Veltroni non ci si poteva aspettare, proprio alla luce della sua biografia politica, perché anch'egli fa parte di quella classe dirigente, descritta nel libro di Romano, nata e cresciuta nel mito di Enrico Berlinguer. Un mito che continua a trasmettere come validi una quantità di principi bocciati e falsificati dalla storia, ritardando così qualsiasi cambiamento della sinistra.
Viste le brutte, Veltroni ha ripiegato nell'antiberlusconismo e nella presunta superiorità morale della sinistra, rifugio sicuro per tutte le stagioni ma coacervo di istinti e riflessi che non fanno una cultura di governo.
Su tutti i temi le posizioni del Pd di questi mesi, in cui Veltroni avrebbe dovuto inaugurare una stagione di rinnovamento interno, hanno ricalcato quelle dell'Ulivo all'opposizione tra il 2001 e il 2006. Solo che ormai la gente, anche il cosiddetto "popolo della sinistra", non ci crede più. Tanto che secondo autorevoli istituti di ricerca, alle scorse elezioni politiche per la prima volta si sarebbe verificato un consistente travaso di voti dal Pd direttamente al PdL, cioè dall'Ulivo a Berlusconi. Il problema è che in ogni dibattito che si apre, dai leader all'ultimo dei funzionari del partito tutti o quasi si schierano per la difesa dello status quo, al fianco di istituzioni del tutto screditate. E quanto più lo fanno con il massimo dell'enfasi e della retorica, tanto più agli occhi dei cittadini anche di sinistra appaiono dissociati dalla realtà.
Se si parla di riforma della scuola e dell'università, il Pd si appiattisce sulle posizioni conservatrici dei docenti e dei rettori, o dei sindacati degli insegnanti, in nome di principi altisonanti disattesi nella pratica. Ma tutti sanno che scuola e università non funzionano; se si parla di riforma della contrattazione collettiva, di lavoro o di pensioni, di pubblica amministrazione, il Pd appare imbarazzato e immobilizzato dalle posizioni anacronistiche della Cgil; se si parla di riforma della giustizia, si appiattisce sulle posizioni della magistratura, un'altra istituzione che i cittadini certo non amano.
Anche sul caso Englaro, anziché assumere una posizione nel merito, il Pd ha preferito nascondere le sue divisioni interne e il suo imbarazzo dietro una pretestuosa (e discutibile) difesa della Costituzione, impersonata addirittura da quella vecchia cariatide di Scalfaro. I cittadini non sono stupidi e si rendono conto che la carta ha bisogno di essere riformata, mentre il Pd appare come il cocciuto difensore della sua immodificabilità.
Grida vendetta sentir dire da Veltroni, che ha testardamente voluto l'alleanza con Di Pietro, senza scioglierla neanche quando ormai erano chiari i danni che arrecava al Pd, che la sinistra non deve più essere «salottiera, giustizialista e conservatrice».
Ma c'è un passaggio del suo discorso di commiato che rivela tutta l'inadeguatezza e i limiti persino culturali dell'ex segretario. Quando ha spiegato che Berlusconi «ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio», dimostra non solo di non aver compreso i motivi delle sconfitte elettorali, ma anche di avere una struttura mentale ancora fortemente ideologizzata che gli impedisce di rendersi conto di come funzioni davvero una società. Non è la politica a imporre, o a dover tentare di imporre alla società valori elaborati a tavolino, in una sorta di ingegneria sociale. Sono i valori che emergono dalla e nella società e in democrazia la politica li rappresenta.
E' ora di finirla con questa balla ideologica di Berlusconi che avrebbe "creato" un sistema di (dis)valori. Casomai li rapppresenta. E' questa supponenza e idealizzazione della politica che non permette al Pd di capire a fondo il concetto di rappresentanza e, di conseguenza, di risultare credibile come rappresentante.
Veltroni ha certamente commesso molti errori. Il più madornale l'aver imbarcato il giustizialismo dipietresco dopo aver annunciato che il Pd sarebbe andato "da solo". Un errore che ha sviluppato tutte le sue conseguenze negative proprio nel momento in cui il Pd avrebbe avuto più bisogno di agire libero da condizionamenti, cioè all'indomani delle elezioni.
Il fallimento di Veltroni non sta infatti nella sconfitta elettorale dello scorso aprile (ampiamente prevedibile e comunque a lui non imputabile), ma in quello che è venuto dopo. E' dall'opposizione, infatti, che i grandi leader combattono la battaglia per il rinnovamento del loro partito. Così ha fatto Blair, per citare solo l'esempio più vicino a noi e più eclatante. Ebbene, è qui che Veltroni ha fallito, gettando la maschera indossata in campagna elettorale, dimostrando di essere "riformista", e di aver usato la retorica del "nuovo", solo per necessità tattica, e non per convinzione profonda.
Una convizione e una determinazione - che sarebbero state necessarie per aprire all'interno del partito uno scontro di idee e di leadership aperto e trasparente - che d'altra parte da Veltroni non ci si poteva aspettare, proprio alla luce della sua biografia politica, perché anch'egli fa parte di quella classe dirigente, descritta nel libro di Romano, nata e cresciuta nel mito di Enrico Berlinguer. Un mito che continua a trasmettere come validi una quantità di principi bocciati e falsificati dalla storia, ritardando così qualsiasi cambiamento della sinistra.
Viste le brutte, Veltroni ha ripiegato nell'antiberlusconismo e nella presunta superiorità morale della sinistra, rifugio sicuro per tutte le stagioni ma coacervo di istinti e riflessi che non fanno una cultura di governo.
Su tutti i temi le posizioni del Pd di questi mesi, in cui Veltroni avrebbe dovuto inaugurare una stagione di rinnovamento interno, hanno ricalcato quelle dell'Ulivo all'opposizione tra il 2001 e il 2006. Solo che ormai la gente, anche il cosiddetto "popolo della sinistra", non ci crede più. Tanto che secondo autorevoli istituti di ricerca, alle scorse elezioni politiche per la prima volta si sarebbe verificato un consistente travaso di voti dal Pd direttamente al PdL, cioè dall'Ulivo a Berlusconi. Il problema è che in ogni dibattito che si apre, dai leader all'ultimo dei funzionari del partito tutti o quasi si schierano per la difesa dello status quo, al fianco di istituzioni del tutto screditate. E quanto più lo fanno con il massimo dell'enfasi e della retorica, tanto più agli occhi dei cittadini anche di sinistra appaiono dissociati dalla realtà.
Se si parla di riforma della scuola e dell'università, il Pd si appiattisce sulle posizioni conservatrici dei docenti e dei rettori, o dei sindacati degli insegnanti, in nome di principi altisonanti disattesi nella pratica. Ma tutti sanno che scuola e università non funzionano; se si parla di riforma della contrattazione collettiva, di lavoro o di pensioni, di pubblica amministrazione, il Pd appare imbarazzato e immobilizzato dalle posizioni anacronistiche della Cgil; se si parla di riforma della giustizia, si appiattisce sulle posizioni della magistratura, un'altra istituzione che i cittadini certo non amano.
Anche sul caso Englaro, anziché assumere una posizione nel merito, il Pd ha preferito nascondere le sue divisioni interne e il suo imbarazzo dietro una pretestuosa (e discutibile) difesa della Costituzione, impersonata addirittura da quella vecchia cariatide di Scalfaro. I cittadini non sono stupidi e si rendono conto che la carta ha bisogno di essere riformata, mentre il Pd appare come il cocciuto difensore della sua immodificabilità.
Grida vendetta sentir dire da Veltroni, che ha testardamente voluto l'alleanza con Di Pietro, senza scioglierla neanche quando ormai erano chiari i danni che arrecava al Pd, che la sinistra non deve più essere «salottiera, giustizialista e conservatrice».
Ma c'è un passaggio del suo discorso di commiato che rivela tutta l'inadeguatezza e i limiti persino culturali dell'ex segretario. Quando ha spiegato che Berlusconi «ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio», dimostra non solo di non aver compreso i motivi delle sconfitte elettorali, ma anche di avere una struttura mentale ancora fortemente ideologizzata che gli impedisce di rendersi conto di come funzioni davvero una società. Non è la politica a imporre, o a dover tentare di imporre alla società valori elaborati a tavolino, in una sorta di ingegneria sociale. Sono i valori che emergono dalla e nella società e in democrazia la politica li rappresenta.
E' ora di finirla con questa balla ideologica di Berlusconi che avrebbe "creato" un sistema di (dis)valori. Casomai li rapppresenta. E' questa supponenza e idealizzazione della politica che non permette al Pd di capire a fondo il concetto di rappresentanza e, di conseguenza, di risultare credibile come rappresentante.
Monday, December 15, 2008
Pensioni, banco di prova del tasso di riformismo nel governo e nel Pd
L'equiparazione dell'età di pensionamento delle donne a quella degli uomini, a 65 anni, non è un tema su cui aprire una riflessione o un dibattito, ma una sentenza da applicare. La Corte di Giustizia dell'Unione europea, come previsto da anni, ha sanzionato l'Italia per quella che, a livello comunitario, è considerata una discriminazione ai danni delle donne. Dunque speriamo che Brunetta non si accontenti di aver aperto il dibattito, ma che provveda immediatamente a mettere in regola la pubblica amministrazione.
Chi stesse ancora ridendo del fatto che si possa considerare un danno per una donna smettere di lavorare 5 anni prima degli uomini, farebbe meglio a tornare serio e a considerare alcuni dati. Sì, certo, la maternità, i figli, badare alla casa, le donne si usurano più degli uomini, diranno in tanti. Però le donne vivono mediamente quasi dieci anni in più degli uomini e invecchiano meglio.
Ma andarsene via dal lavoro 5 anni prima degli uomini significa per le donne non poter ambire alla stessa carriera e allo stesso stipendio, e di conseguenza doversi accontentare di una pensione più povera. Per gli uomini la pensione equivale mediamente al 64% dell'ultimo stipendio, mentre per le donne solo al 46%, la differenza maggiore tra tutti i Paesi europei. In Italia i salari delle donne sono di un terzo inferiori a quelli degli uomini a parità di mansione. Ed è noto che ad oggi, con il sistema contributivo, solo guadagnando bene durante la vita lavorativa è pensabile trascorrere una vecchiaia economicamente tranquilla. La maggior parte delle donne esce dal mercato del lavoro con la pensione di vecchiaia e solo poche (il 17% del totale) con quella di anzianità. L'importo medio mensile delle pensioni di vecchiaia delle donne è pari al 52% di quello degli uomini. Negli ultimi 10 anni l'importo medio delle pensioni degli uomini è cresciuto del 41% mentre quello delle donne solo del 35%. Cos'altro serve perché questa disparità nell'età di pensionamento sia considerata a tutti gli effetti una discriminazione penalizzante per le donne?
Se c'era ancora bisogno di una prova del fatto che in Italia la sinistra politica e sindacale è per lo più conservatrice, se non addirittura reazionaria e antisociale, basta guardare le reazioni scandalizzate alle parole di Brunetta. «Un'idea demenziale», per Ferrero. Ma se Ferrero è il segretario di Rifondazione comunista, non molto diversa è l'aria che tira in casa dei sedicenti "riformisti": «Improvvisazioni spot», dice Vittoria Franco, ministro ombra del Pd per le Pari opportunità. Ma è più indicativo dello scarso tasso riformista del Pd che Massimo D'Alema definisca addirittura una «barzelletta» le dichiarazioni di Brunetta. Minacciosa la Cgil: «Provocazione intollerabile. Non ci provi». Quella dell'equiparazione è da tempo una delle battaglie radicali, ma vediamo con stupore che la Bonino non si scalda più di tanto, accogliendo le parole di Brunetta con un tiepido "Sì, ma", invece di cavalcare il tema. A venire fuori però è anche la peggiore destra, quella per la quale in fondo le donne è meglio che se ne tornino a casa a stirare: «Brunetto-scherzetto», ha tagliato corto Calderoli.
Sarebbe invece da tradurre in realtà anche il secondo ragionamento di Brunetta:
Chi stesse ancora ridendo del fatto che si possa considerare un danno per una donna smettere di lavorare 5 anni prima degli uomini, farebbe meglio a tornare serio e a considerare alcuni dati. Sì, certo, la maternità, i figli, badare alla casa, le donne si usurano più degli uomini, diranno in tanti. Però le donne vivono mediamente quasi dieci anni in più degli uomini e invecchiano meglio.
Ma andarsene via dal lavoro 5 anni prima degli uomini significa per le donne non poter ambire alla stessa carriera e allo stesso stipendio, e di conseguenza doversi accontentare di una pensione più povera. Per gli uomini la pensione equivale mediamente al 64% dell'ultimo stipendio, mentre per le donne solo al 46%, la differenza maggiore tra tutti i Paesi europei. In Italia i salari delle donne sono di un terzo inferiori a quelli degli uomini a parità di mansione. Ed è noto che ad oggi, con il sistema contributivo, solo guadagnando bene durante la vita lavorativa è pensabile trascorrere una vecchiaia economicamente tranquilla. La maggior parte delle donne esce dal mercato del lavoro con la pensione di vecchiaia e solo poche (il 17% del totale) con quella di anzianità. L'importo medio mensile delle pensioni di vecchiaia delle donne è pari al 52% di quello degli uomini. Negli ultimi 10 anni l'importo medio delle pensioni degli uomini è cresciuto del 41% mentre quello delle donne solo del 35%. Cos'altro serve perché questa disparità nell'età di pensionamento sia considerata a tutti gli effetti una discriminazione penalizzante per le donne?
Se c'era ancora bisogno di una prova del fatto che in Italia la sinistra politica e sindacale è per lo più conservatrice, se non addirittura reazionaria e antisociale, basta guardare le reazioni scandalizzate alle parole di Brunetta. «Un'idea demenziale», per Ferrero. Ma se Ferrero è il segretario di Rifondazione comunista, non molto diversa è l'aria che tira in casa dei sedicenti "riformisti": «Improvvisazioni spot», dice Vittoria Franco, ministro ombra del Pd per le Pari opportunità. Ma è più indicativo dello scarso tasso riformista del Pd che Massimo D'Alema definisca addirittura una «barzelletta» le dichiarazioni di Brunetta. Minacciosa la Cgil: «Provocazione intollerabile. Non ci provi». Quella dell'equiparazione è da tempo una delle battaglie radicali, ma vediamo con stupore che la Bonino non si scalda più di tanto, accogliendo le parole di Brunetta con un tiepido "Sì, ma", invece di cavalcare il tema. A venire fuori però è anche la peggiore destra, quella per la quale in fondo le donne è meglio che se ne tornino a casa a stirare: «Brunetto-scherzetto», ha tagliato corto Calderoli.
Sarebbe invece da tradurre in realtà anche il secondo ragionamento di Brunetta:
«Usciamo dall'ipocrisia, se affermiamo che l'invecchiamento attivo è un obiettivo di bene pubblico è necessario che tutti insieme ci applichiamo per raggiungere questo obiettivo. Si dovranno sentire la Confindustria e i sindacati, poi chi deve governare governi... Recuperando alla vita lavorativa attiva la classe di età 55-65, recuperiamo il 10% dello spaventosamente basso tasso di occupazione italiano. Questo significa 2,5 milioni di posti di lavoro in più, il che vuole dire incrementare il gettito fiscale e il Pil del paese».
Friday, December 05, 2008
Chi e come può arginare Tremonti?
Sono andato a dormire avvilito ieri notte e avvilito mi sono risvegliato questa mattina, ripensandoci. Ormai le presenze di Tremonti nei salotti televisivi somigliano sempre più a dei monologhi che nessuno dei presenti osa contraddire. I suoi strali, o le sue filippiche, contro il mercatismo, la globalizzazione, il liberismo "selvaggio", la finanza, il consumismo non trovano più oppositori. A sinistra provano un certo imbarazzo a criticare un ministro di centrodestra che parla di ritorno al «primato della politica» e ai «valori», di maggiore ruolo dello stato in economia, di sostegno della «domanda pubblica», del «sociale» come priorità, di un nuovo modello di sviluppo, la cui «sostenibilità» sarebbe fatta di investimenti pubblici più «ridistribuzione». Di questo parla Tremonti, di un modello che a me sembra nient'affatto «nuovo» e, anzi, fin troppo somigliante a una politica socialdemocratica anni '60-'70.Ieri sera, a Porta a Porta, confidavo in Oscar Giannino, ma neanche lui ha osato obiettare nulla. Non che dovesse indossare i panni dell'"oppositore", ma almeno una smorfia... Mentre a tratti Tremonti s'intendeva a meraviglia con Piero Sansonetti, direttore di Liberazione (quotidiano di Rifondazione comunista), Concita de Gregorio - da poco alla guida del quotidiano dei Ds, l'Unità - è stata l'unica a dire che il pacchetto anti-crisi del governo aiuta sì i poverissimi, ma non sostiene la domanda, non si rivolge alla classe media sostenendola prima che vada ad ingrossare le file dei poverissimi. Certo, se il governo avesse sostenuto la domanda e la classe media, Concita sarebbe stata in prima fila ad accusarlo di favorire i "ricchi" e di aggravare il debito.
Per fortuna, Tremonti mille ne pensa ma una ne fa, nel senso che le sue idee anti-mercato, neo-stataliste e moraliste, contenute anche nel suo libro, finora non hanno causato danni irreparabili. Non si stanno traducendo - per ora - in una coerente azione di governo. La politica fiscale di Tremonti rimane tutto sommato ambigua e attendista. Come ha osservato Luigi Guiso, su Lavoce.info, «il governo non ha né una politica fiscale proporzionata al ciclo che si sta attraversando né una politica fiscale di stabilizzazione strutturale per il medio termine adeguata al gravissimo indebitamento del Paese». In breve: né una drastica riduzione delle tasse, né tagli drastici alla spesa, attraverso, per esempio, una riforma delle pensioni.
Se a sinistra i riformisti non riescono a sostenere un approccio liberista, perché ancora non hanno accettato in modo convinto l'idea del libero mercato (e questa crisi li allontana di nuovo dalla sua piena accettazione), ciò che più mi allarma è l'assenza di dibattito sulle idee di Tremonti nel centrodestra. Nessuno attualmente sembra in grado di porre un argine "culturale" alle idee del ministro. Temo che prima o poi sarà troppo tardi e che la sua indisturbata semina darà dei frutti. L'ex ministro Martino è stato fatto fuori e altre figure autenticamente liberiste all'interno del PdL, per un motivo o per l'altro, non sembrano ancora godere della sufficiente forza politica e mediatica, e della necessaria autorevolezza interna, per contendere a Tremonti il ruolo di "mente economica" del centrodestra. Né Brunetta, né Della Vedova, né Capezzone. L'onere della difesa del libero mercato in Italia ricade su un pugno di "volenterosi", questi e pochi altri, sulla preziosa opera dell'Istituto Bruno Leoni e di una "blogosfera liberale" frustrata da anni di indifferenza.
Non credo che Tremonti possa succedere a Berlusconi, questo no. E' sufficientemente tecnico ma non scalda i cuori. Può però riuscire a compiere una metamorfosi culturale nel centrodestra, facendo prevalere un approccio regressivo sia sui valori che in economia: tradizionalismo più statalismo. Chi avrà la forza, e il coraggio, per opporsi a una deriva che sul piano culturale, se non ancora a livello dell'azione di governo, mi pare già ben avviata?
Monday, November 24, 2008
Il j'accuse di Irene Tinagli
E' un duro e lucido j'accuse quello di Irene Tinagli, 34 anni e una cattedra a Pittsburgh, contro Walter Veltroni. La sua lettera di dimissioni dalla Direzione del Pd è stata pubblicata venerdì scorso su il Riformista e riassume quelle che sono anche le mie critiche al Pd veltroniano, una delle più gigantesche "bufale" politiche degli ultimi anni, almeno per chi si era fatto abbindolare dal discorso del Lingotto.
«Il Pd aveva un'obiettivo ambizioso al quale avevo aderito con entusiasmo e che ora faccio fatica a riconoscere in questo partito, in numerosi ambiti. Dalle posizioni ambigue su importanti temi etici e valoriali, alla gestione di processi politici locali e nazionali, ma soprattutto alle posizioni in quegli ambiti più cruciali per la crescita del Paese: istruzione, ricerca e innovazione. Era su questi temi che coltivavo le aspettative maggiori verso il Pd. Ero stata molto delusa dalle politiche del Governo Prodi, ma speravo che con il Pd si aprisse una stagione nuova, fatta di elaborazione di idee e proposte significative. Di fronte alle posizioni del Pd su questi fronti non posso che essere sconcertata. Non ho visto nessuna proposta incisiva, se non "andare contro" la Gelmini. Peraltro tra tutti gli argomenti che si potevano scegliere per incalzare il ministro sono stati scelti i più scontati e deboli. Il mantenimento dei maestri, le proteste contro i tagli, la retorica del precariato, tutte cose che perpetuano l’immagine della scuola come strumento occupazionale. È questa la linea nuova e riformista del Pd? Cavalcare l'Onda non basta. Serve una proposta davvero nuova, che ribalti le attuali logiche di funzionamento della scuola anziché difenderle. Ma non ho visto niente di tutto questo... Inneggiare al cambiamento, all'idea di una società e di una politica nuove serve a poco se manca il coraggio di intraprendere fino in fondo le azioni necessarie a realizzare queste idee».
Tuesday, November 18, 2008
Veltroni con i giorni contati
La surreale vicenda della Commissione di Vigilanza Rai e la scelta di appoggiare la candidatura di un dipietrista alla presidenza della Regione Abruzzo (dopo quanto è capitato a Del Turco) sono probabilmente gli ultimi atti della segreteria Veltroni.
Sulla prima Veltroni ha fatto una figura barbina, dimostrando di contare come un due di coppe. Non solo un minuto dopo l'elezione di Villari dava per certe - questione di ore - le sue dimissioni, che non sono arrivate, ma ha insistito per giorni con un provvedimento punitivo nei suoi confronti, l'espulsione dal partito, che non è esattamente ciò che in genere ci si aspetta da un partito che si chiama democratico. Anche perché l'unica colpa di Villari sarebbe quella di accettare un incarico istituzionale al quale non è stato nominato, ma eletto dai membri di una commissione parlamentare con i voti della maggioranza e di due del suo stesso partito. E la costituzione stabilisce che «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». L'espulsione di Villari sarebbe uno schiaffo alle istituzioni e alla Costituzione. In questi casi, se un'elezione parlamentare non va secondo gli accordi tra di loro, i partiti non possono far altro che masticare amaro.
Tra l'altro, la posizione di Villari è ineccepibile: si è detto disposto a dimettersi qualora il suo partito e la maggioranza raggiungessero un'intesa su un nuovo nome, ma perpetuare l'impasse sul nome di Orlando significa solamente impedire alla commissione di funzionare. E' discutibile, quindi, che sia Villari, e non piuttosto il Pd, a danneggiare il ruolo dell'opposizione.
Il Pd ha torto marcio in questa vicenda. E' vero che per buona prassi istituzionale le commissioni di garanzia sono presiedute da un esponente designato dall'opposizione, ma questo dev'essere gradito anche alla maggioranza, dev'essere cioè una personalità dallo spirito bipartisan. E il partito in cui milita Orlando, l'Italia dei Valori, è l'antitesi di qualsivoglia approccio bipartisan.
Il secondo atto è solo l'ultima smentita, in ordine di tempo, della vocazione maggioritaria e riformista con cui il Pd si era presentato agli italiani in campagna elettorale. Non solo con ogni probabilità la strana coppia Pd-Idv perderà l'Abruzzo, ma il Pd rischia di essere scavalcato dall'Idv e comunque di perdere con una linea non riformista. Non solo una sconfitta elettorale, ma anche una sconfessione ideale.
Ernesto Galli Della Loggia, oggi sul Corriere, spiega così quella specie di insostenibilità dell'essere riformisti che sembra colpire anche il Pd, «preso in una morsa»:
Sulla prima Veltroni ha fatto una figura barbina, dimostrando di contare come un due di coppe. Non solo un minuto dopo l'elezione di Villari dava per certe - questione di ore - le sue dimissioni, che non sono arrivate, ma ha insistito per giorni con un provvedimento punitivo nei suoi confronti, l'espulsione dal partito, che non è esattamente ciò che in genere ci si aspetta da un partito che si chiama democratico. Anche perché l'unica colpa di Villari sarebbe quella di accettare un incarico istituzionale al quale non è stato nominato, ma eletto dai membri di una commissione parlamentare con i voti della maggioranza e di due del suo stesso partito. E la costituzione stabilisce che «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». L'espulsione di Villari sarebbe uno schiaffo alle istituzioni e alla Costituzione. In questi casi, se un'elezione parlamentare non va secondo gli accordi tra di loro, i partiti non possono far altro che masticare amaro.
Tra l'altro, la posizione di Villari è ineccepibile: si è detto disposto a dimettersi qualora il suo partito e la maggioranza raggiungessero un'intesa su un nuovo nome, ma perpetuare l'impasse sul nome di Orlando significa solamente impedire alla commissione di funzionare. E' discutibile, quindi, che sia Villari, e non piuttosto il Pd, a danneggiare il ruolo dell'opposizione.
Il Pd ha torto marcio in questa vicenda. E' vero che per buona prassi istituzionale le commissioni di garanzia sono presiedute da un esponente designato dall'opposizione, ma questo dev'essere gradito anche alla maggioranza, dev'essere cioè una personalità dallo spirito bipartisan. E il partito in cui milita Orlando, l'Italia dei Valori, è l'antitesi di qualsivoglia approccio bipartisan.
Il secondo atto è solo l'ultima smentita, in ordine di tempo, della vocazione maggioritaria e riformista con cui il Pd si era presentato agli italiani in campagna elettorale. Non solo con ogni probabilità la strana coppia Pd-Idv perderà l'Abruzzo, ma il Pd rischia di essere scavalcato dall'Idv e comunque di perdere con una linea non riformista. Non solo una sconfitta elettorale, ma anche una sconfessione ideale.
Ernesto Galli Della Loggia, oggi sul Corriere, spiega così quella specie di insostenibilità dell'essere riformisti che sembra colpire anche il Pd, «preso in una morsa»:
«Se vuole essere riformista si trova di fatto ad avere, anche stando all'opposizione, dei nemici a sinistra che il suo riformismo stesso gli impedisce però di considerare "fascisti"; ma non essendo ideologicamente riformista abbastanza, non riesce ad accettare di essere combattuto e di combattere tali nemici, rinunciando all'idea di farseli in qualche modo alleati. Nasce da qui, alla prima occasione, il ricorrente miraggio dell'unità delle sinistre, altra faccia obbligata del "niente nemici a sinistra": una linea che è sempre stata la pietra tombale di ogni riformismo».
Monday, November 17, 2008
Opponendosi a Brunetta e Gelmini il Pd smentisce se stesso
Come ha osservato Angelo Panebianco, sabato scorso sul Corriere, Brunetta e Gelmini sono ministri che «un po' di riformismo tentano di praticarlo», aggredendo «due bubboni malati (pubblica amministrazione, istruzione)» del nostro stato, «disastrati, soffocati da una ragnatela di rendite, piccoli privilegi, cattive abitudini, sprechi, inefficienze». Eppure, proprio questi due ministri sono i più contestati dal partito che del "riformismo" fa la sua bandiera.
L'opposizione del Pd a Brunetta e Gelmini - dalla cui opera, come ho spesso scritto, molto dipenderà del successo, o dell'insuccesso, di questo governo - la dice lunga su «quali residue chance siano rimaste a quel progetto di "forza politica riformista" da cui nacque il Partito democratico», «sul suo insediamento sociale, sulle domande dei ceti che ad esso fanno riferimento».
Ha ragione anche Ichino ad evidenziare i contributi in senso riformista degli esponenti più raziocinanti del Pd, ma purtroppo non c'è niente da fare, rimangono mosche bianche. E' evidente che non è la loro la cifra culturale e politica cui la leadership e i vertici del Pd stanno informando l'azione di opposizione in Parlamento e nel Paese, visto che quelle poche iniziative riformiste sono quasi nascoste e clandestine.
L'opposizione del Pd a Brunetta e Gelmini - dalla cui opera, come ho spesso scritto, molto dipenderà del successo, o dell'insuccesso, di questo governo - la dice lunga su «quali residue chance siano rimaste a quel progetto di "forza politica riformista" da cui nacque il Partito democratico», «sul suo insediamento sociale, sulle domande dei ceti che ad esso fanno riferimento».
«La ragione per cui Brunetta e Gelmini sono oggi le bestie nere della sinistra è che essi stanno operando nel suo "territorio di caccia", nel cuore stesso della sua constituency elettorale: impiego pubblico e scuola. I dati sulla geografia sociale del voto sono inequivocabili: insieme ai pensionati, i dipendenti pubblici (in generale) e gli insegnanti rappresentano una parte preponderante del bacino elettorale della sinistra, del Partito democratico in primo luogo. Purtroppo per il Partito democratico e le sue aspirazioni riformiste, molti appartenenti a questi ceti (anche se non tutti) non chiedono riforme modernizzatrici ma una difesa dello status quo».Ne consegue che il Pd oggi è «in trappola». «Da un lato, come qualunque altro partito, deve tener conto delle domande dei propri elettori»; «dall'altro lato, se si appiattisce su quelle domande, finisce per togliere ogni residua credibilità alla piattaforma modernizzatrice con cui si presentò alle elezioni». In queste situazioni, osserva Panebianco, «solo la leadership può fare la differenza, smarcandosi dal fronte conservatore... con il fine, in prospettiva, di conquistare nuovi "territori di caccia", di agganciare elettori interessati alla modernizzazione». Ma non è il caso del Pd, con un Veltroni che dal discorso del Lingotto in poi ha sbagliato tutto ciò che c'era da sbagliare.
Ha ragione anche Ichino ad evidenziare i contributi in senso riformista degli esponenti più raziocinanti del Pd, ma purtroppo non c'è niente da fare, rimangono mosche bianche. E' evidente che non è la loro la cifra culturale e politica cui la leadership e i vertici del Pd stanno informando l'azione di opposizione in Parlamento e nel Paese, visto che quelle poche iniziative riformiste sono quasi nascoste e clandestine.
Monday, October 27, 2008
In piazza i numeri non sono tutto
Sinistra, destra, sindacati, dovrebbero tutti finirla con questa insopportabile gara a chi le spara più grosse. Che i mainstream media per troppo tempo hanno tollerato, fingendo di credere a cifre gonfiate senza pudore, dandole a bere ai loro lettori e telespettatori, invece di prendere carta e penna e calcolare la capienza reale delle piazze. Altro che 2 milioni e mezzo. Sabato i partecipanti alla manifestazione del Pd occupavano 2/3 del Circo Massimo. Confrontando le foto aeree, non c'è paragone con l'adunata cofferatiana del 2002 in difesa dell'articolo 18 o con la festa per lo scudetto della Roma nel 2001.Certo, 200 mila persone in piazza (ma secondo me non più di 150 mila) rimangono comunque tante. Tuttavia, l'ampia partecipazione è condizione necessaria, ma di per sé non sufficiente, per il successo di una manifestazione. Ciò che conta è anche l'efficacia del messaggio politico e quello uscito sabato dal Circo Massimo è un messaggio di debolezza, confusione e disperazione.
Una manifestazione convocata da mesi senza uno straccio di proposta, contro un governo da poche settimane in carica, solo come generico "rosicamento" per la batosta elettorale. La vignetta quotidiana di Giannelli, sul Corriere, è emblematica: in piena crisi strategica e di leadership, per Veltroni "cavalcare la protesta è sempre il numero di maggior successo". Il bagnetto di folla può essere servito a scaldare gli animi dei propri sostenitori, ma gli italiani vedono un Pd senza proposte, capace solo di sbraitare contro tagli alla spesa che sa bene essere necessari e fiancheggiare quelle poche e insignificanti occupazioni, e interruzioni di pubblico servizio, di cui si rendono responsabili un pugno di studenti e docenti ideologizzati.
E pensare che durante la campagna elettorale, per non parlare del discorso del Lingotto, lo stesso Veltroni aveva parlato con un linguaggio del tutto diverso, avvertendo responsabilmente la necessità di tagliare la spesa pubblica e di garantire il rispetto della legalità anche nelle situazioni minori. Dopo averla tanto demonizzata in campagna elettorale, Veltroni è tornato ad abbracciare l'"Italia dei no". «Giù le mani dalla scuola», si limita a gridare in aula Anna Finocchiaro. Un abbraccio che forse potrà tornargli utile per vivacchiare nella lotta che si è scatenata all'interno del partito, ma che si rivelerà politicamente mortale. Ormai Veltroni è un Di Pietro dallo spirito meno bollente e più bollito. Scomparsa la sinistra radicale, anziché approfittarne per imprimere al Pd una reale svolta riformista e moderna, Veltroni sta occupando lo spazio politico di Bertinotti, alla faccia del riformismo.
Da sottoscrivere quanto dice la Gelmini nell'intervista al Corriere di oggi:
«Quando Veltroni è diventato leader del Pd, ci ho creduto anche io: ho sperato che questo Paese potesse cambiare veramente con un progetto bipartisan. Che potesse essere riformato, abbandonando le vecchie posizioni ideologiche e sindacali responsabili del declino dell'Italia. Speravo che Veltroni si ispirasse alla lezione di Tony Blair. Purtroppo, oggi parla come un rappresentante dei Cobas».Come già accaduto nel periodo 2001-2006, quando si trova all'opposizione la sinistra sedicente "riformista" dimostra l'insopprimibile tendenza a consolarsi con gli istinti peggiori della propria base, ad alimentare le pulsioni più retrograde, ma ciò non le servirà per apparire finalmente credibile come forza di governo agli occhi degli italiani.
Fantasie da berlusconiani? Pare di no. Qualcuno a sinistra la vede come me. Per esempio, Peppino Caldarola, ospitato da il Giornale, non da Il "nuovo" Riformista (che era più nuovo da "vecchio"):
«Il discorso del capo del Pd è stato un tuffo nel passato... La chiave del suo ragionamento è stata fondata sulla estraneità della destra rispetto al Paese. La diversità comunista era un dato ideologico e morale. La diversità veltroniana diventa oggi un connotato antropologico... Veltroni ha scelto la strada impervia della genetica superiorità morale della sinistra sulla destra. Non siamo tornati indietro. Siamo tornati alle palafitte e alla politica con la clava. L'ultimo Veltroni seppellisce il Veltroni blairiano e dialogante dell'esordio... Al Circo Massimo si concluse, nel momento del bagno di folla, la carriera politica di Cofferati e forse al Circo Massimo è morto ieri il Veltroni riformista. È nato il capo di un partito radicale di massa, che resterà a lungo all'opposizione. Veltroni ha detto in buon italiano quello che Di Pietro avrebbe detto violentando sintassi e grammatica».
Thursday, July 31, 2008
Sacconi difende la strategia del governo con i sindacati
C'è chi parla di «cedimento» e di «braghe calate», come Paragone su Libero, e chi invece, come Il Foglio, di un'iniziativa dell'esecutivo che «salva l'essenziale» dei due discussi emendamenti parlamentari sull'assunzione dei "precari" per via giudiziaria e sul taglio degli assegni sociali. In entrambi i casi il merito, o la colpa, dell'intervento governativo va attribuito al ministro Sacconi.In entrambi i casi la maggioranza parlamentare aveva combinato dei pasticci. Per colpire il dispendioso malcostume delle pensioni "facili" erogate agli immigrati più furbi si finiva con il tagliare gli assegni sociali in modo indiscriminato, quindi anche a casalinghe e indigenti. Nell'altro caso si è trattato in realtà solo di un mezzo pasticcio. Per non far pagare ai contribuenti gli stipendi di migliaia di postini inutili, l'emendamento stabiliva il diritto all'indennizzo invece che all'assunzione a tempo indeterminato per tutti i lavoratori "precari" che avessero vinto la causa contro la loro azienda. Al Senato la norma è stata circoscritta ai soli contenziosi in corso nel momento di approvazione della legge (circa 44 mila), cioè per lo più quelli che coinvolgono Poste italiane, facendo salva la disciplina ordinaria dei contratti a termine.
Il provvedimento si basava su un principio di fondo - indennizzo al posto di assunzione/reintegro - condivisibile, ma aveva il difetto di limitare questa "riforma" - l'abolizione di fatto dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori - ai soli precari. Soprattutto però, come hanno osservato Oscar Giannino e Il Foglio, si scontrava con la strategia scelta dal governo per portare avanti la sua agenda economico-sociale, che in questa fase prevede il dialogo tra e con le parti sociali, quindi con il sindacato, evitando, o dilazionando il più possibile, occasioni di scontro, e preparando i presupposti perché Cisl e Uil possano rimanere al tavolo quando la Cgil deciderà di strappare. L'obiettivo cui tiene di più Sacconi, per esempio, è la riforma della contrattazione collettiva ed è pronto a fare qualsiasi cosa in questo momento pur favorire, o non ostacolare, l'accordo tra le parti sociali.
Una strategia che non mi pare la più adeguata, perché storicamente non ha prodotto le riforme incisive che all'Italia servirebbero, e della quale in ogni caso i parlamentari della maggioranza andrebbero messi al corrente, perché non si ripetano simili iniziative di "disturbo" che costringano il governo a penosi dietrofront.
Malvino mi chiama in causa per i miei giudizi sul ministro Sacconi, che sarebbero contraddetti dall'intervista al ministro su Il Foglio di ieri. Ammetto di non ricordare bene, ma non credo di aver scritto molto su Sacconi prima di oggi. Di certo per salutare come nota positiva il suo ingresso al governo come ministro del Lavoro, ma poco altro.
Quello di Sacconi è un ministero chiave, strategico per lo sviluppo economico e per la finanza pubblica (pensioni e sanità sono due tra le maggiori voci di spesa). Così come lo sono i settori in cui operano la Gelmini e Brunetta, che hanno iniziato bene. Se il suo «abrogare il '68» significa flessibilità, riforma del diritto del lavoro e della contrattazione collettiva, un nuovo welfare fondato sulla responsabilità individuale, superando l'attuale assistenzialismo, età di pensionamento più alta, allora mi trova d'accordo. Questi gli obiettivi - condivisibili, mi sembra - che si è posto. Vedremo se riuscirà a realizzarli.
L'antropologia e le etichette m'interessano meno. E' un «liberale»? Non saprei. Non so neanche se lui stesso si definisca tale. Parla di «economia sociale di mercato» e più probabilmente ama definirsi riformista. Per quanto mi riguarda, sul governo e su Sacconi valgono le considerazioni affidate a questo post. Ex socialisti, craxiani, guidano i ministeri economici (e non solo) del governo Berlusconi. Tranne Brunetta, forse, non possono dirsi liberali e liberisti. Dunque, Sacconi non è liberale, ma potrebbe realizzare delle riforme liberali. Non è liberale, ma i suoi predecessori forse lo erano? Non è liberale, ma qualcuno avrebbe l'ardire di paragonarlo al controriformista Damiano, rispetto al quale ha certamente una visione più realistica e meno ideologica dei problemi del lavoro e del welfare?
Tuesday, May 13, 2008
Il dialogo è virtù dei forti
Più di metodo che di merito, ma per questo sommamente politico, è stato il discorso di Berlusconi stamattina alla Camera nel dibattito per la fiducia. Ha indicato solo in modo generico, invece, le priorità su cui si concentrerà l'azione di governo, che d'altronde tutti hanno ben chiare.Mai come oggi il clima politico sembra propizio per un dialogo produttivo tra maggioranza e opposizione. Da una parte, la vittoria netta nelle urne, l'ampia e più coesa maggioranza parlamentare, il preciso mandato ricevuto dagli elettori, attribuiscono a Berlusconi la tranquillità necessaria, la tipica posizione di forza dalla quale nulla c'è da temere dal tendere la mano all'avversario. E' il dialogo un lusso che solo chi non teme di perdere il potere può permettersi, per ricoprire di autorevolezza la propria autorità e far procedere in modo più spedito la sua azione.
Dall'altra, la disfatta del prodismo, o dell'utopia prodiana, sembra aver definitivamente aperto gli occhi ai riformisti, oggi consapevoli della necessità di disfarsi una volta per tutte dell'ideologia dell'antiberlusconismo e della conseguente strategia "frontista", per cui qualsiasi partito al di fuori del berlusconismo, anche i più incompatibili tra di loro, dovevano far fronte unico contro l'"uomo nero", a costo di sacrificare governabilità e identità riformista.
Sono rimasti il "travaglismo", il "grillismo", il giustizialismo "dipietrista", certo, ma il modo in cui gli esponenti del Pd hanno recepito il messaggio lanciato oggi dal premier alla Camera e in cui, nei giorni scorsi, hanno reagito all'ennesimo atto di teppismo televisivo dagli schermi Rai, stavolta contro il presidente del Senato Schifani, induce a ritenere che lo schema del "frontismo" e l'epoca della delegittimazione reciproca siano ormai alle spalle.
Il ragionamento del nuovo premier in aula ha preso le mosse dal significato del voto degli italiani, che il 13 e 14 aprile si sono espressi in modo chiaro: chiedendo alla politica di decidere e approvando la tendenza bipartitica avviata con la nascita di Pd e PdL, rispondendo positivamente da una parte e dall'altra agli appelli per il "voto utile" e bocciando clamorosamente e senz'appello le velleità terziste di Casini, le forze politiche anti-moderne e il partito del "No". I due partiti principali, PdL e Pd, sembrano ora intenzionati a consolidare questo risultato.
L'apertura di Berlusconi al dialogo si sviluppa in tre direzioni: verso le istituzioni (Parlamento e Quirinale); verso l'opposizione (il Pd); verso le forze sociali (diretti e inequivocabili i messaggi a sindacati e confindustria). Dialogo che dovrà riguardare innanzitutto le riforme istituzionali e la legge elettorale (anche per le europee). Berlusconi e Veltroni potrebbero riprendere il filo da quel quasi-accordo rimasto congelato dalla caduta del governo Prodi, e quindi dal precipitare verso elezioni anticipate, e minato dalle divisioni interne ai gruppi dell'Ulivo in Parlamento, nei quali allora prevalevano dalemiani e mariniani. Ma i contatti tra i leader di maggioranza e opposizione riguarderanno anche le riforme di cui il Paese ha urgente bisogno in vari settori: spesa pubblica, pubblica amministrazione, lavoro, redditi, sicurezza.
Berlusconi ha gettato le basi per una legislatura all'insegna del dialogo e delle riforme: ha riconosciuto il ruolo parlamentare dell'opposizione, mostrandosi disponibile a prendere in considerazione persino l'idea di istituzionalizzare lo "shadow cabinet" di cui si è dotato il Pd. Sarebbe un modo per salvaguardare la leadership veltroniana e il Pd, quindi l'assetto tendenzialmente bipartitico uscito dalle urne, contro la tattica neo-frontista riproposta - non è chiaro quanto strumentalmente in funzione anti-veltroniana - da D'Alema, che vorrebbe ritessere i rapporti con la sinistra radicale e con l'Udc.
Questa concertazione a tre livelli (istituzioni, opposizione, forze sociali), a cui Berlusconi sembra voler ispirare l'azione del suo governo, presenta però non pochi rischi: quando verrà il momento di entrare nel merito delle questioni, le riforme potrebbero venire annacquate dal metodo concertativo e risultare troppo timide. Al momento opportuno, governo e maggioranza dovranno dimostrarsi capaci di far pagare a opposizione e sindacati i costi politici del loro eventuale ruolo di freno e di interdizione. Denunciandolo di fronte ai cittadini, che si aspettano decisioni, riforme e cambiamento. Chiunque vi si oppone - ormai lo si è capito - va incontro a una pesante delegittimazione popolare.
Tuesday, February 12, 2008
Primi vagiti dei programmi: poco coraggio
Tirando le somme dal primo confronto tra i due programmi economici di Pd e PdL, nelle interviste a Rossi e a Brunetta ieri su la Repubblica, c'è di che rimanere preoccupati.
Renato Brunetta scommette su un tesoretto la cui esistenza è sempre più incerta. L'altro giorno Il Sole 24 Ore ha addirittura dedicato un'intera pagina a un probabile buco di 7 miliardi di euro e la Corte dei Conti giorni fa denunciava una spesa corrente «fuori controllo».
L'obiettivo di ridurre dell'1% sia la spesa pubblica che la pressione fiscale nel 2008 va nella direzione giusta, ma non mi sembra poi così coraggioso e adeguato alle urgenze che sta soffrendo il nostro Paese. E inoltre appaiono obiettivi alla portata anche di Veltroni.
Ancor meno coraggiosi gli impegni sulla riduzione fiscale. Non si parla, per ora, di veri e propri tagli delle aliquote, ma di interventi sulla cosiddetta «contrattazione di secondo livello»: detassazione degli aumenti salariali legati ai risultati e degli staordinari. Una mancia che, se non proprio impercettibile rischia comunque di non modificare in modo apprezzabile le buste paga. Forse capace di provocare un breve sussulto alla produttività, ma certo non di produrre effetti rilevabili sul potere d'acquisto.
Escluso, per ora, un intervento sulle pensioni. Ciò significa che i giovani, precari e non, continueranno a pagare di tasca propria pensionati neanche sessantenni, a non vedere uno straccio di riforma per rendere universali gli ammortizzatori sociali né all'orizzonte la loro futura pensione.
Gli unici impegni forti anticipati da Brunetta sono l'abolizione dell'Ici e il pareggio di bilancio già nel 2009, che darebbe fiato alla nostra economia. Riguardo le liberalizzazioni, Brunetta sostiene che «il clima è cambiato anche nel centrodestra: decideremo favorendo i consumatori, senza riguardi». Promette che non verrà adottato il metodo Bersani, che «concertava con gli amici e decretava sui nemici». Sarà, ma intanto sembra contraddirsi nella stessa intervista, invocando «spazio al mercato nelle utilities locali» e tacendo, guarda un po', sulle professioni, avvocati e notai.
Anche Nicola Rossi, economista di sinistra liberale chiamato da Veltroni a elaborare il suo programma economico, cita come area di un primo intervento la «contrattazione di secondo livello»: detassazioni «strutturali» legate alla produttività.
E la sorpresa è che, pur senza impegno, almeno Rossi a differenza di Brunetta cita le aliquote, «una diversa struttura» da finanziare con gli extragettiti o con tagli alla spesa. E aggiunge liberalizzazioni a palate, ma pare nessun taglio dell'Ici.
Insomma, da queste due interviste si scorgono impostazioni molto, troppo simili. Entrambe poco coraggiose, rivelano che i loro autori sembrano non aver ancora preso le misure alla crisi italiana. Un approccio timidamente riformista del PdL, invece che nettamente liberale, in campagna elettorale potrebbe favorire il Pd. Che sia stato Rossi, e non Brunetta, a parlare di aliquote dovrebbe allarmare i liberisti del PdL. Se a ciò aggiungiamo il solito Tremonti, che con i venti di recessione economica vorrà proteggere l'Italia dai mercati e non nei mercati, per ora appare ben poco - troppo poco - di liberale e liberista nell'offerta del PdL.
Renato Brunetta scommette su un tesoretto la cui esistenza è sempre più incerta. L'altro giorno Il Sole 24 Ore ha addirittura dedicato un'intera pagina a un probabile buco di 7 miliardi di euro e la Corte dei Conti giorni fa denunciava una spesa corrente «fuori controllo».
L'obiettivo di ridurre dell'1% sia la spesa pubblica che la pressione fiscale nel 2008 va nella direzione giusta, ma non mi sembra poi così coraggioso e adeguato alle urgenze che sta soffrendo il nostro Paese. E inoltre appaiono obiettivi alla portata anche di Veltroni.
Ancor meno coraggiosi gli impegni sulla riduzione fiscale. Non si parla, per ora, di veri e propri tagli delle aliquote, ma di interventi sulla cosiddetta «contrattazione di secondo livello»: detassazione degli aumenti salariali legati ai risultati e degli staordinari. Una mancia che, se non proprio impercettibile rischia comunque di non modificare in modo apprezzabile le buste paga. Forse capace di provocare un breve sussulto alla produttività, ma certo non di produrre effetti rilevabili sul potere d'acquisto.
Escluso, per ora, un intervento sulle pensioni. Ciò significa che i giovani, precari e non, continueranno a pagare di tasca propria pensionati neanche sessantenni, a non vedere uno straccio di riforma per rendere universali gli ammortizzatori sociali né all'orizzonte la loro futura pensione.
Gli unici impegni forti anticipati da Brunetta sono l'abolizione dell'Ici e il pareggio di bilancio già nel 2009, che darebbe fiato alla nostra economia. Riguardo le liberalizzazioni, Brunetta sostiene che «il clima è cambiato anche nel centrodestra: decideremo favorendo i consumatori, senza riguardi». Promette che non verrà adottato il metodo Bersani, che «concertava con gli amici e decretava sui nemici». Sarà, ma intanto sembra contraddirsi nella stessa intervista, invocando «spazio al mercato nelle utilities locali» e tacendo, guarda un po', sulle professioni, avvocati e notai.
Anche Nicola Rossi, economista di sinistra liberale chiamato da Veltroni a elaborare il suo programma economico, cita come area di un primo intervento la «contrattazione di secondo livello»: detassazioni «strutturali» legate alla produttività.
E la sorpresa è che, pur senza impegno, almeno Rossi a differenza di Brunetta cita le aliquote, «una diversa struttura» da finanziare con gli extragettiti o con tagli alla spesa. E aggiunge liberalizzazioni a palate, ma pare nessun taglio dell'Ici.
Insomma, da queste due interviste si scorgono impostazioni molto, troppo simili. Entrambe poco coraggiose, rivelano che i loro autori sembrano non aver ancora preso le misure alla crisi italiana. Un approccio timidamente riformista del PdL, invece che nettamente liberale, in campagna elettorale potrebbe favorire il Pd. Che sia stato Rossi, e non Brunetta, a parlare di aliquote dovrebbe allarmare i liberisti del PdL. Se a ciò aggiungiamo il solito Tremonti, che con i venti di recessione economica vorrà proteggere l'Italia dai mercati e non nei mercati, per ora appare ben poco - troppo poco - di liberale e liberista nell'offerta del PdL.
Wednesday, October 03, 2007
Prodi, brutto schiaffo ai riformisti e alla Bonino
«Quando si firma un protocollo, poi si deve andare avanti con coerenza. Lo porterò il 12 al prossimo Cdm. Avremo, io credo, una approvazione al Cdm, poi è chiaro che il Parlamento farà le sue modifiche. Ma non c'è nulla di particolare in questa procedura». Romano Prodi, ieri sera, rispondendo a un'intervista al Tg1.
Non so come la vedete voi, ma a me pare di capire sostanzialmente la stessa cosa che hanno detto, forse in tono comprensibilmente un po' più battagliero, il presidente della Camera Bertinotti («sul welfare la partita è aperta») e il ministro per la Solidarietà sociale Ferrero («il protocollo non si può blindare, va migliorato»): Prodi non blinda il protocollo.
Così parrebbe di capire, ma non è così semplice. Come si comporterà il sottosegretario di turno quando in Parlamento dovrà dare il parere del Governo sugli emendamenti alle norme attuative del protocollo? Se infatti il parere fosse contrario ma l'emendamento fosse approvato, il Governo si troverebbe in minoranza. Questo Prodi non lo spiega.
Se, come pare di capire, Prodi avesse inteso, con le sue parole al Tg1, aprire a eventuali modifiche in Parlamento, sarebbe un evidente schiaffo ai riformisti e alla Bonino, la quale ci aveva fatto sapere - forse convinta che per Prodi il protocollo fosse "blindato" - che solo per spirito di coalizione (lei e i radicali vorrebbero addirittura l'innalzamento dell'età pensionabile) aveva accettato il compromesso sul pacchetto welfare/pensioni, purché, però, non si fosse cercato di modificarlo in Parlamento. Par di capire invece, che per Prodi, quello cui spetta la «sintesi», una volta licenziato dal Cdm il provvedimento possa essere modificato eccome. Non lo considera affatto un punto fermo per la permanenza in carica del suo governo?
Dunque, se così fosse, bisognerà concludere che chi ha accettato quel protocollo per spirito di coalizione si sia fatto fregare: ha semplicemente accettato di arretrare fino ad una posizione che si trova oggi a dover rinegoziare. Eppure, gli avvertimenti non sono certo mancati. Era chiaro a molti, infatti, compreso il sottoscritto, che l'accordo di luglio non segnava che un primo step, che la sinistra massimalista e comunista avrebbe ottenuto di poter ridiscutere a ottobre.
Ma Emma Bonino aveva avvertito: «Se qualcuno vorrà mettere mano al protocollo sappia che noi ci riterremo liberi di agire in Parlamento di proporre o sostenere modifiche, specie in materia di innalzamento dell'età pensionabile o del mantenimento, così com'è, della legge Maroni». Alla luce delle parole di Prodi comincerei a scriverli quegli emendamenti. I Radicali li scriveranno davvero?
Non so come la vedete voi, ma a me pare di capire sostanzialmente la stessa cosa che hanno detto, forse in tono comprensibilmente un po' più battagliero, il presidente della Camera Bertinotti («sul welfare la partita è aperta») e il ministro per la Solidarietà sociale Ferrero («il protocollo non si può blindare, va migliorato»): Prodi non blinda il protocollo.
Così parrebbe di capire, ma non è così semplice. Come si comporterà il sottosegretario di turno quando in Parlamento dovrà dare il parere del Governo sugli emendamenti alle norme attuative del protocollo? Se infatti il parere fosse contrario ma l'emendamento fosse approvato, il Governo si troverebbe in minoranza. Questo Prodi non lo spiega.
Se, come pare di capire, Prodi avesse inteso, con le sue parole al Tg1, aprire a eventuali modifiche in Parlamento, sarebbe un evidente schiaffo ai riformisti e alla Bonino, la quale ci aveva fatto sapere - forse convinta che per Prodi il protocollo fosse "blindato" - che solo per spirito di coalizione (lei e i radicali vorrebbero addirittura l'innalzamento dell'età pensionabile) aveva accettato il compromesso sul pacchetto welfare/pensioni, purché, però, non si fosse cercato di modificarlo in Parlamento. Par di capire invece, che per Prodi, quello cui spetta la «sintesi», una volta licenziato dal Cdm il provvedimento possa essere modificato eccome. Non lo considera affatto un punto fermo per la permanenza in carica del suo governo?
Dunque, se così fosse, bisognerà concludere che chi ha accettato quel protocollo per spirito di coalizione si sia fatto fregare: ha semplicemente accettato di arretrare fino ad una posizione che si trova oggi a dover rinegoziare. Eppure, gli avvertimenti non sono certo mancati. Era chiaro a molti, infatti, compreso il sottoscritto, che l'accordo di luglio non segnava che un primo step, che la sinistra massimalista e comunista avrebbe ottenuto di poter ridiscutere a ottobre.
Ma Emma Bonino aveva avvertito: «Se qualcuno vorrà mettere mano al protocollo sappia che noi ci riterremo liberi di agire in Parlamento di proporre o sostenere modifiche, specie in materia di innalzamento dell'età pensionabile o del mantenimento, così com'è, della legge Maroni». Alla luce delle parole di Prodi comincerei a scriverli quegli emendamenti. I Radicali li scriveranno davvero?
Sunday, September 30, 2007
Errore rosso di Ferrero, errore blu della Bonino
Come appariva già chiaro mesi fa, il pacchetto su welfare e pensioni su cui il governo ha chiuso l'accordo con i sindacati non era che un cedimento in attesa dello sfondamento che avrebbe preparato la sinistra massimalista e comunista a ottobre, sotto l'approvazione di una Legge Finanziaria su cui è già calata la condivisibile bocciatura di Mario Monti.
Errore, ancora una volta, dei presunti riformisti e dei pochi sedicenti liberali del centrosinistra, che abbarbicati a quell'accordo come a un salvagente stanno sulla difensiva e non porteranno a casa neanche quello. Se pure riusciranno a resistere agli attacchi della sinistra comunista, si renderanno responsabili di una controriforma che mette a rischio le pensioni future delle giovani generazioni e le impoverisce già oggi togliendo dalle buste paga dei lavoratori flessibili i soldi necessari a mandare in pensione i 58enni.
«Sul welfare la partita è aperta», minaccia Bertinotti, mentre Emma Bonino si scontra con il ministro della Solidarietà sociale, Ferrero: «Il protocollo non si può blindare, va migliorato». Dichiarazioni bollate come «irricevibili» dalla Bonino. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Prodi, che si è assunto l'onere di trovare la «sintesi».
«Se qualcuno vorrà mettere mano al protocollo sappia che noi ci riterremo liberi di agire in Parlamento di proporre o sostenere modifiche, specie in materia di innalzamento dell'età pensionabile o del mantenimento, così com'è, della legge Maroni». La Bonino e i radicali (tranne Capezzone) difendono la controriforma delle pensioni che mantiene a 58 anni l'età pensionabile, che dal 2008 doveva passare a 60 anni, difendendo così unicamente il Governo Prodi.
Come ho già scritto, per riequilibrare una bilancia che pende da un lato, quello della sinistra massimalista e comunista, bisogna mettersi sul piatto opposto, non accomodarsi in mezzo.
Presentassero subito emendamenti per alzare ulteriormente l'età pensionabile o per mantenere così com'è la legge Maroni. Se il Governo dovesse andare sotto, o cadere, e quindi la riforma Maroni rimanesse in piedi, tutti saremmo grati alla Bonino, ai radicali e ai riformisti, che dimostrerebbero di tenere più alle proprie convinzioni che alle proprie poltrone. Ma sospettiamo che sia il contrario.
Errore, ancora una volta, dei presunti riformisti e dei pochi sedicenti liberali del centrosinistra, che abbarbicati a quell'accordo come a un salvagente stanno sulla difensiva e non porteranno a casa neanche quello. Se pure riusciranno a resistere agli attacchi della sinistra comunista, si renderanno responsabili di una controriforma che mette a rischio le pensioni future delle giovani generazioni e le impoverisce già oggi togliendo dalle buste paga dei lavoratori flessibili i soldi necessari a mandare in pensione i 58enni.
«Sul welfare la partita è aperta», minaccia Bertinotti, mentre Emma Bonino si scontra con il ministro della Solidarietà sociale, Ferrero: «Il protocollo non si può blindare, va migliorato». Dichiarazioni bollate come «irricevibili» dalla Bonino. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Prodi, che si è assunto l'onere di trovare la «sintesi».
«Se qualcuno vorrà mettere mano al protocollo sappia che noi ci riterremo liberi di agire in Parlamento di proporre o sostenere modifiche, specie in materia di innalzamento dell'età pensionabile o del mantenimento, così com'è, della legge Maroni». La Bonino e i radicali (tranne Capezzone) difendono la controriforma delle pensioni che mantiene a 58 anni l'età pensionabile, che dal 2008 doveva passare a 60 anni, difendendo così unicamente il Governo Prodi.
Come ho già scritto, per riequilibrare una bilancia che pende da un lato, quello della sinistra massimalista e comunista, bisogna mettersi sul piatto opposto, non accomodarsi in mezzo.
Presentassero subito emendamenti per alzare ulteriormente l'età pensionabile o per mantenere così com'è la legge Maroni. Se il Governo dovesse andare sotto, o cadere, e quindi la riforma Maroni rimanesse in piedi, tutti saremmo grati alla Bonino, ai radicali e ai riformisti, che dimostrerebbero di tenere più alle proprie convinzioni che alle proprie poltrone. Ma sospettiamo che sia il contrario.
Sunday, August 12, 2007
Il partito della responsabilità e del merito
L'argomento principe di tutte le ipotesi di rifare la Dc - sogno che da sempre inseguono l'Udc di Casini, l'Udeur di Mastella e altre schegge del mondo cattolico, è il «postulato secondo cui più si è moderati e più si è riformisti, meno si è moderati e più si è ostili alle riforme». Peccato che sia un'affermazione falsa, spiega oggi Luca Ricolfi su La Stampa.
L'immobilismo della politica italiana, che non riesce a dare al paese le risposte che servono in termini di riforme, è senz'altro dovuto ai diversi fattori di blocco rappresentati all'interno di ciascuna delle due coalizioni da partiti estremisti che esercitano un forte potere di ricatto. Tuttavia, la soluzione non va cercata in un partito moderato di centro che faccia da ago della bilancia, cioè restringendo nelle mani di un solo partito tutto il potere di ricatto.
«Se per riforme non intendiamo, semplicemente, senso delle istituzioni e rispetto dell'avversario, ma il coraggio di fare scelte difficili, talora impopolari, in materia di spesa pubblica, mercato del lavoro, grandi opere, federalismo fiscale, liberalizzazioni, pari opportunità, legalità, meritocrazia - insomma tutto quel che serve per rendere il nostro Paese più moderno e più giusto - non possiamo non vedere che questa attitudine politica nulla ha a che fare con l'essere di destra o di sinistra, ma nemmeno con l'essere centristi o estremisti, moderati o radicali. Il nemico numero uno delle riforme scongelatrici del sistema non è il radicalismo in quanto tale ma - semmai - il "partito della spesa" che teme il mercato, detesta il merito e crede che il compito centrale dell'azione politica non sia di far funzionare le istituzioni, eliminare gli sprechi, lasciare l'ossigeno ai produttori di ricchezza ma, tutto al contrario, sia quello di far affluire "risorse" ai propri protetti».
Infatti, non è che l'Udc o l'Udeur si siano particolarmente distinti per coraggio riformatore, su Alitalia, o quando gli statali pretendono più soldi e i forestali della Calabria il posto fisso, o quando le proprie clientele reclamano "risorse". Adesso pare che dopo averle ostacolate per un quinquennio di governo, l'Udc sia favorevole alle liberalizzazioni. Eppure, Ricolfi cita un'inchiesta di Franco Bechis secondo la quale a due terzi della legislatura scorsa, le proposte di legge dell'Udc, se approvate, «sarebbero costate alle casse pubbliche la bellezza di 58 miliardi di euro». Eppure, il federalismo fiscale e le liberalizzazioni (la cosiddetta agenda Giavazzi), osserva, «sono difese innanzitutto da partiti tutt'altro che moderati, come la Lega e i Radicali».
Purtroppo «l'attitudine a sperperare denaro pubblico e la connessa disattenzione per i ceti produttivi» accomuna post-comunisti, ex fascisti e neo-democristiani. «Se di qualcosa di nuovo ha bisogno l'Italia, non è di una nuova Dc, ma nemmeno di operazioni (per ora) puramente cosmetiche come il nascente Partito democratico (Ds più Margherita) o la probabile "risposta" del nascituro Partito della libertà (Forza Italia più An). Il primo guaio dell'Italia non è il potere di veto dei partiti estremisti, ma è la mancanza di chiarezza e di coraggio dei grandi partiti che hanno la responsabilità di guidare il Paese», ma che «non hanno voluto prendersi i propri rischi».
Il guaio è che in Italia siamo convinti che l'identità di un partito sia determinata dal suo nome, dalla tradizione politico-culturale cui si richiama (spesso abusivamente), da concetti astratti come autorità, libertà, giustizia o solidarietà, e più ne ha di altisonanti più ne metta.
Quindi, definire un partito di "centro", "moderato", e richiamarsi ai valori "cattolici", sembra sufficiente per poter attrarre i voti al centro dell'elettorato. Ma quando si dice che le elezioni ormai, nelle democrazie post-ideologiche, si vincono "al centro", non s'intende un luogo, un posizionamento fisico tra due coalizioni, tra due ali estreme, o tra tutti i partiti, per cui le forze politiche fanno a spallatte, fanno esercizi di equilibrismo per farsi vedere posizionati più al centro degli altri, nel senso di "in mezzo".
L'identità di un partito si definisce per le cose che propone di fare al governo del paese. Questo i promotori del Partito democratico, e chi li critica in nome di un non meglio precisato socialismo, come Macaluso e gli autoconvocati di Bertinoro, sembrano ancora non averlo capito, o gli fa comodo fingere per coprire il loro vuoto culturale e progettuale.
Le elezioni si vincono "al centro", ma possono vincerle anche partiti posizionati a destra o a sinistra lungo lo spettro delle forze rappresentate in Parlamento. A patto che si dimostrino capaci di riconoscere il valore sociale della responsabilità individuale e della ricerca del successo personale come migliori strumenti del successo collettivo della nazione, e di decidere e governare rispondendo alle esigenze dei ceti medi e produttivi, di quel centro pragmatico dell'elettorato per il quale non importa definire se una politica sia "di destra" o "di sinistra", basta che funzioni, che generi benessere e dinamismo. Blair, da sinistra, è stato in grado di farlo senza appoggiarsi a partiti di centro, e poco importa sapere se sia socialista o meno. Di certo non è stato moderato.
Il nostro problema, conclude Ricolfi, è che «sia a destra che a sinistra il partito della spesa è più forte del partito del mercato, sia a destra che a sinistra il merito e la responsabilità individuale non contano, sia a destra che a sinistra l'imperativo categorico non è fare le riforme ma impedire agli altri di governare, o di tornare al governo. Come molti italiani, neanch'io credo che il nostro Paese abbia bisogno di un ennesimo partito. Ma se c'è un partito che manca, nel firmamento della politica italiana, non è il partito dei moderati ma, semmai, il partito della responsabilità e del merito. Un partito che non c'è, che probabilmente non ci sarà mai, ma che - se ci fosse - sarebbe radicale. Molto radicale».
L'immobilismo della politica italiana, che non riesce a dare al paese le risposte che servono in termini di riforme, è senz'altro dovuto ai diversi fattori di blocco rappresentati all'interno di ciascuna delle due coalizioni da partiti estremisti che esercitano un forte potere di ricatto. Tuttavia, la soluzione non va cercata in un partito moderato di centro che faccia da ago della bilancia, cioè restringendo nelle mani di un solo partito tutto il potere di ricatto.
«Se per riforme non intendiamo, semplicemente, senso delle istituzioni e rispetto dell'avversario, ma il coraggio di fare scelte difficili, talora impopolari, in materia di spesa pubblica, mercato del lavoro, grandi opere, federalismo fiscale, liberalizzazioni, pari opportunità, legalità, meritocrazia - insomma tutto quel che serve per rendere il nostro Paese più moderno e più giusto - non possiamo non vedere che questa attitudine politica nulla ha a che fare con l'essere di destra o di sinistra, ma nemmeno con l'essere centristi o estremisti, moderati o radicali. Il nemico numero uno delle riforme scongelatrici del sistema non è il radicalismo in quanto tale ma - semmai - il "partito della spesa" che teme il mercato, detesta il merito e crede che il compito centrale dell'azione politica non sia di far funzionare le istituzioni, eliminare gli sprechi, lasciare l'ossigeno ai produttori di ricchezza ma, tutto al contrario, sia quello di far affluire "risorse" ai propri protetti».
Infatti, non è che l'Udc o l'Udeur si siano particolarmente distinti per coraggio riformatore, su Alitalia, o quando gli statali pretendono più soldi e i forestali della Calabria il posto fisso, o quando le proprie clientele reclamano "risorse". Adesso pare che dopo averle ostacolate per un quinquennio di governo, l'Udc sia favorevole alle liberalizzazioni. Eppure, Ricolfi cita un'inchiesta di Franco Bechis secondo la quale a due terzi della legislatura scorsa, le proposte di legge dell'Udc, se approvate, «sarebbero costate alle casse pubbliche la bellezza di 58 miliardi di euro». Eppure, il federalismo fiscale e le liberalizzazioni (la cosiddetta agenda Giavazzi), osserva, «sono difese innanzitutto da partiti tutt'altro che moderati, come la Lega e i Radicali».
Purtroppo «l'attitudine a sperperare denaro pubblico e la connessa disattenzione per i ceti produttivi» accomuna post-comunisti, ex fascisti e neo-democristiani. «Se di qualcosa di nuovo ha bisogno l'Italia, non è di una nuova Dc, ma nemmeno di operazioni (per ora) puramente cosmetiche come il nascente Partito democratico (Ds più Margherita) o la probabile "risposta" del nascituro Partito della libertà (Forza Italia più An). Il primo guaio dell'Italia non è il potere di veto dei partiti estremisti, ma è la mancanza di chiarezza e di coraggio dei grandi partiti che hanno la responsabilità di guidare il Paese», ma che «non hanno voluto prendersi i propri rischi».
Il guaio è che in Italia siamo convinti che l'identità di un partito sia determinata dal suo nome, dalla tradizione politico-culturale cui si richiama (spesso abusivamente), da concetti astratti come autorità, libertà, giustizia o solidarietà, e più ne ha di altisonanti più ne metta.
Quindi, definire un partito di "centro", "moderato", e richiamarsi ai valori "cattolici", sembra sufficiente per poter attrarre i voti al centro dell'elettorato. Ma quando si dice che le elezioni ormai, nelle democrazie post-ideologiche, si vincono "al centro", non s'intende un luogo, un posizionamento fisico tra due coalizioni, tra due ali estreme, o tra tutti i partiti, per cui le forze politiche fanno a spallatte, fanno esercizi di equilibrismo per farsi vedere posizionati più al centro degli altri, nel senso di "in mezzo".
L'identità di un partito si definisce per le cose che propone di fare al governo del paese. Questo i promotori del Partito democratico, e chi li critica in nome di un non meglio precisato socialismo, come Macaluso e gli autoconvocati di Bertinoro, sembrano ancora non averlo capito, o gli fa comodo fingere per coprire il loro vuoto culturale e progettuale.
Le elezioni si vincono "al centro", ma possono vincerle anche partiti posizionati a destra o a sinistra lungo lo spettro delle forze rappresentate in Parlamento. A patto che si dimostrino capaci di riconoscere il valore sociale della responsabilità individuale e della ricerca del successo personale come migliori strumenti del successo collettivo della nazione, e di decidere e governare rispondendo alle esigenze dei ceti medi e produttivi, di quel centro pragmatico dell'elettorato per il quale non importa definire se una politica sia "di destra" o "di sinistra", basta che funzioni, che generi benessere e dinamismo. Blair, da sinistra, è stato in grado di farlo senza appoggiarsi a partiti di centro, e poco importa sapere se sia socialista o meno. Di certo non è stato moderato.
Il nostro problema, conclude Ricolfi, è che «sia a destra che a sinistra il partito della spesa è più forte del partito del mercato, sia a destra che a sinistra il merito e la responsabilità individuale non contano, sia a destra che a sinistra l'imperativo categorico non è fare le riforme ma impedire agli altri di governare, o di tornare al governo. Come molti italiani, neanch'io credo che il nostro Paese abbia bisogno di un ennesimo partito. Ma se c'è un partito che manca, nel firmamento della politica italiana, non è il partito dei moderati ma, semmai, il partito della responsabilità e del merito. Un partito che non c'è, che probabilmente non ci sarà mai, ma che - se ci fosse - sarebbe radicale. Molto radicale».
Saturday, March 03, 2007
La sinistra di mezzo
La crisi è della sinistra riformista, che si ostina a voler governare con chi si oppone alle riforme in nome del tabù dell'"unità". Ne è convinto anche Luca Ricolfi, che da questa crisi distingue "tre sinistre".
Quella estremista, massimalista, ma che lui preferisce chiamare radcon, ossia "radicalmente conservatrice", anti-americana e anti-moderna; la sinistra liberale, modernizzatrice, per un "radicale cambiamento" fatto di "liberalizzazioni, concorrenza, meritocrazia, competitività, abbassamento delle aliquote, federalismo fiscale, flessibilità, ammortizzatori sociali, riforma del Welfare". Questa sinistra "è uscita piuttosto malconcia dalla crisi del governo Prodi, non ha ottenuto alcuna garanzia di un'inversione di tendenza né nei mesi scorsi né nell'ultima crisi di governo. Di questa sconfitta, finora, hanno preso pubblicamente atto solo Nicola Rossi (che si è dimesso dai Ds intorno a Capodanno) e Daniele Capezzone (che ieri si è rifiutato di votare la fiducia al nuovo governo Prodi)".
In mezzo c'è la "terza sinistra", la sinistra cosiddetta "sinistra riformista": "Qual è la cifra della terza sinistra, della sinistra che conta? A me pare... che alla lunga la sinistra riformista si sia data un'unica e fatale missione: tenere unito lo schieramento di sinistra, a qualsiasi costo. E che in questo titanico sforzo abbia smarrito la sua via, il senso delle cose da fare, la percezione del tempo che passa. La sinistra riformista, assennata, prudente, democratica, parla come la sinistra modernizzatrice e agisce come quella conservatrice. Vorrebbe cambiare l'Italia, ma pensa di poterlo fare solo assieme a chi ha paura del cambiamento. È per questo che i suoi discorsi, le sue formule astratte, i suoi sofismi verbali suonano velleitari, o irrimediabilmente insinceri".
Quella estremista, massimalista, ma che lui preferisce chiamare radcon, ossia "radicalmente conservatrice", anti-americana e anti-moderna; la sinistra liberale, modernizzatrice, per un "radicale cambiamento" fatto di "liberalizzazioni, concorrenza, meritocrazia, competitività, abbassamento delle aliquote, federalismo fiscale, flessibilità, ammortizzatori sociali, riforma del Welfare". Questa sinistra "è uscita piuttosto malconcia dalla crisi del governo Prodi, non ha ottenuto alcuna garanzia di un'inversione di tendenza né nei mesi scorsi né nell'ultima crisi di governo. Di questa sconfitta, finora, hanno preso pubblicamente atto solo Nicola Rossi (che si è dimesso dai Ds intorno a Capodanno) e Daniele Capezzone (che ieri si è rifiutato di votare la fiducia al nuovo governo Prodi)".
In mezzo c'è la "terza sinistra", la sinistra cosiddetta "sinistra riformista": "Qual è la cifra della terza sinistra, della sinistra che conta? A me pare... che alla lunga la sinistra riformista si sia data un'unica e fatale missione: tenere unito lo schieramento di sinistra, a qualsiasi costo. E che in questo titanico sforzo abbia smarrito la sua via, il senso delle cose da fare, la percezione del tempo che passa. La sinistra riformista, assennata, prudente, democratica, parla come la sinistra modernizzatrice e agisce come quella conservatrice. Vorrebbe cambiare l'Italia, ma pensa di poterlo fare solo assieme a chi ha paura del cambiamento. È per questo che i suoi discorsi, le sue formule astratte, i suoi sofismi verbali suonano velleitari, o irrimediabilmente insinceri".
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