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Wednesday, October 20, 2010

Ecco perché serve la riforma. E che sia "punitiva"

Circa 10 milioni di euro, 150 persone indagate di cui solo 34 rinviate a giudizio, di cui 26 assolte. Ma quel che più conta, smontata l'ipotesi investigativa di una "spectre" di potenti, tra cui l'ex ministro della Giustizia Mastella. Sono i numeri del fiasco dell'inchiesta ("Why Not") con cui De Magistris voleva "spaccare" il mondo e invece è riuscito "solo" a minare alle fondamenta il governo Prodi e a farsi eleggere con l'Italia dei Valori (!). Grave ciò che emerge dalla sentenza del gup: in pratica, De Magistris, invece di accontentarsi di perseguire i reati facilmente addebitabili, ha puntato sempre più in alto, tentando di arrivare ai piani più alti della politica solo per ottenere la pubblicità dei media. Il risultato? Ha edificato un costosissimo (per le casse dello Stato) castello di carte che ha diffamato molti, ha destabilizzato un governo democraticamente eletto portandolo infine alla sua caduta e ha danneggiato l'inchiesta stessa.

Impietose le motivazioni del gup, che parla di «una distorta e infedele rappresentazione dall'esterno delle reali e obiettive risultanze delle fonti di prova», ma che soprattutto trasformano De Magistris da accusatore a imputato:
«Nel corso delle indagini è stato abilmente seppellito da chi aveva interesse a farlo, sotto una miriade di dichiarazioni, propalazioni, coraggiose rivelazioni volte a rappresentare la molto più avvincente, inquietante 'televisiva' realtà di associazioni segrete, logge deviate, congiure di palazzo, accordi clandestini che dapprima operavano occultamente per monopolizzare la gestione degli appalti e delle risorse e che poi, a indagine avviata, tramavano per distruggere ed annientare da un punto di vista economico e di credibilità chi aveva avuto invece il coraggio di denunciare la realtà del malaffare».
Una ipotesi investigativa che «dopo anni di lunghe e costose indagini non ha trovato alcun conforto probatorio essendo stata sconfessata già nella fase delle indagini preliminari», ed anzi «ha impedito di analizzare con la necessaria obiettività i vari e inconfutabili elementi di prova che emergevano sin da subito». Ecco perché serve una riforma della giustizia. Ed ecco perché dovrebbe essere, in un certo senso, "punitiva".

Wednesday, May 19, 2010

Gli arrampicatori di specchi

Chissà che la crisi del debito nell'Eurozona non ci darà finalmente quella spinta per fare quello che da tempo avremmo dovuto fare. D'altronde, è sempre stato così per l'Italia: prendere decisioni politicamente scomode sull'onda di un'emergenza e dietro l'alibi del "ce lo impone l'Europa". Meglio che niente. Soprattutto se il ministro Tremonti darà davvero seguito a frasi come «è ora di ridurre effettivamente il peso della mano pubblica», «una correzione non solo dei conti, ma del sistema», «non aumenteremo le tasse».

Fa piacere poi sentirgli dire qualcosa in cui abbiamo sempre creduto, e cioè che i «margini di taglio della spesa pubblica sono tanto ampi da poter intervenire senza creare effetti distorsivi», e che «l'area della spesa pubblica è talmente ampia che può essere ridotta senza produrre un effetto recessivo». Per la prima volta viene espresso così chiaramente a livelli politicamente così elevati un concetto semplice: così enorme è la spesa pubblica, circa la metà in rapporto al Pil, che è del tutto folle far credere - come è stato fatto credere in passato - che non ci siano margini per tagli incisivi e strutturali pur senza toccare il rassicurante totem del welfare che siamo abituati a conoscere. Aspettiamoci nelle prossime settimane dagli stessi giornali, commentatori e politici, che fanno degli allarmi sui conti pubblici e della denuncia dei privilegi della casta i loro cavalli di battaglia, arrivare le grida di dolore per una supposta "macelleria sociale". Ma tra lo status quo e la cosiddetta "macelleria sociale" - cioè prima di arrivare a ripensare totalmente (come qui si auspica) il ruolo dello Stato nell'erogazione dei servizi pubblici - c'è una vastissima prateria di sprechi e inefficienze su cui intervenire.

Nel frattempo, registriamo che dopo i due editoriali consecutivi di Ostellino e Panebianco, il Corriere della Sera corre ai ripari e aggiusta la rotta, con l'editoriale di oggi affidato a Maurizio Ferrera, da cui sembra di capire che il mercato «che non fa paura» è sostanzialmente un mercato incatenato da un super-Stato europeo. Ma la mente di questa operazione è Mario Monti. Siccome il mercato è «impopolare», è l'argomento al centro del suo rapporto, bisogna «ricostruire il consenso» per «l'Europa del mercato».

Come fare? Con una tale acrobazia logica che sa di imbroglio intellettuale: da una parte si sostiene di voler promuovere più «concorrenza», dall'altra in concreto la si nega laddove fa comodo ed è politicamente scorretta. Una spruzzatina di concorrenza, dunque, con severe norme Antitrust da applicare alle multinazionali (ancora meglio se americane). Mentre sarebbe «sleale» la concorrenza dell'"idraulico polacco" e «sregolata» quella fiscale tra gli Stati. Il disegno che si leva all'orizzonte è piuttosto inquietante: per conquistare il consenso dei cittadini europei all'integrazione Ue, li si dovrebbe allettare conservando, e anzi elevando a livello europeo, le rigidità del mercato del lavoro e dei servizi, e delle relazioni industriali, nei singoli stati nazionali, e addirittura armonizzando i regimi fiscali. Ovviamente omologando verso l'alto i livelli di tassazione, in modo che gli stati che amano imporre tasse alte ai propri cittadini e alle proprie imprese non debbano più preoccuparsi della concorrenza fiscale degli stati che invece con tasse più contenute cercano di attrarre capitali e investimenti, esercitando indirettamente un indispensabile ruolo di freno all'ingordigia fiscale dei primi.

Addirittura Ferrera azzarda di suo un sistema europeo di welfare, citando Lord Beveridge, «l'architetto del welfare state moderno», proprio nel momento in cui quel modello si rivela sempre meno sostenibile, alla base della crisi del debito e della crisi di non-crescita in cui si dibatte l'Europa. Di fronte a un'Europa di questo tipo, sempre più simile ad un Leviatano, diciamo no.

Monday, May 17, 2010

Oltre i privilegi, oltre gli sprechi

La crisi del debito è allo stesso tempo crisi di non-crescita e crisi dello Stato sociale europeo

Stupisce chi si stupisce per la continua discesa dell'Euro: la crisi del debito ha messo in luce (poiché ne è la conseguenza) le difficoltà di crescita dei Paesi che fanno parte della moneta unica (e non solo quelli del Sud) e con un piano da 1 trilione non si può, al di là degli escamotage formali, far finta di non aver generato inflazione. Più moneta in circolo, è ovvio che valga di meno. Se non altro, al di là delle battute demagogiche contro gli speculatori, che servono ai politici per nascondere le proprie gravi responsabilità nella gestione finanziaria degli Stati, sembra che i governi europei abbiano compreso la causa e la natura della crisi e siano decisi a intervenire con cospicui piani di tagli alla spesa pubblica. Tuttavia, c'è modo e modo di tagliare. E da come si apprestano a farlo non sembra affatto che venga messo in discussione ciò che da anni, da ben prima della crisi economica, si sta rivelando sia la causa diretta del debito crescente, sia un ostacolo indiretto alla crescita: il modello di welfare europeo, il più costoso del pianeta, che non è più sostenibile così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi.

Bisogna tagliare, e anche l'Italia comincia a pensarci sul serio. Si parla di 25 miliardi in due anni. Sono tanti, forse ne servirebbero di più. Se è vero - come è vero - che un taglio del 5% degli stipendi dei parlamentari e degli alti dirigenti pubblici (gli «alti papaveri») sarebbe una «briciola», allora Rizzo e Stella, sarcastici su Calderoli il «tagliatore», dovranno riconoscere che altrettanto demagogica è la loro inchiesta sui costi della casta. «Briciole» sarebbero i risparmi derivanti dalla proposta Calderoli, così come «briciole» sono i costi della casta da loro denunciati nel "mare magnum" della spesa pubblica. Come scrissi già all'epoca dell'uscita del loro libro, infatti, per quanto quei costi siano emblematici di una vasta realtà di spreco e di privilegi certamente da abbattere, restano poco rilevanti se inseriti negli ordini di grandezza della spesa pubblica.

Occorre dunque distinguere le due questioni: da una parte gli eccessivi privilegi della politica, dall'altra il tema dell'eccessiva spesa pubblica. Non è tagliando i costi della casta che si risolve il problema della spesa, ma ha comunque un significato simbolico che la classe politica faccia per prima uno sforzo (aggiungerei un taglio del 5% ai "rimborsi" elettorali ai partiti). In questo senso va intesa la proposta di Calderoli, identica a quella di Cameron in Gran Bretagna: nessuno dei due si illude che basti questo a risolvere il problema del deficit. «Il costo globale del ceto politico, anche inteso nella sua accezione più ampia (incluse le consulenze) - ricorda Luca Ricolfi su La Stampa - non supera i 4 miliardi di euro all'anno, il che significa che un taglio del 5% frutterebbe 200 milioni di euro... in 2 anni circa 0,5 miliardi di euro, ossia il 2%» dei 25 miliardi che servirebbero. La proposta Calderoli, come osserva giustamente Ricolfi, «dovrebbe essere sostenuta e semmai rafforzata, ma non per il suo impatto sui conti pubblici», bensì «per il suo significato simbolico, come un (minimo) segnale di serietà che la classe politica lancia al Paese».

«I veri costi della politica non sono quelli diretti, ossia l'ammontare degli stipendi della casta, ma i suoi costi indiretti, ossia lo spreco di risorse pubbliche che corruzione e malgoverno infliggono ogni anno al Paese», quella «incapacità di spendere oculatamente il denaro pubblico» che Ricolfi calcola in «80 miliardi». Abbiamo dunque i privilegi da tagliare; abbiamo gli sprechi da tagliare. Ma tutto questo non basta, e a ben vedere non è neanche fattibile, se prima non si mette in discussione qualcos'altro, che sta alla base ed è il presupposto sia dei privilegi che degli sprechi. La crisi del debito è allo stesso tempo crisi di non-crescita e crisi dello Stato sociale.

L'unico a sollevare il tema è Piero Ostellino, sul Corriere della Sera:
«Da tempo, le poche voci liberali che ancora compaiono sui giornali dicevano ciò che adesso scrive il Washington Post: "L'eccezione europea, il modello sociale più generoso del pianeta, ha i giorni contati". Ma nessuno ha dato loro retta e capito i prodromi della crisi dell'Euro. Eppure, essa è l'epifenomeno della crisi dello Stato sociale moderno. Se ciò che dà (col welfare) è più di quanto potrebbe, c'è squilibrio di bilancio che porta alla crisi finanziaria; se ciò che toglie (con le tasse) è più di quanto dovrebbe, la crescita del Paese si arresta. Lo Stato sociale moderno è oggetto di statolatria... L'alibi "sociale" ha giustificato l'ipertrofia e l'autoreferenzialità burocratiche dello Stato moderno, il quale produce "plusvalore politico" per chi ne detiene il potere con l'eccesso di spesa pubblica e di tassazione».
Nonostante l'esplosione della crisi del debito, anziché mettere in discussione lo Stato sociale, riducendo quindi le sue dimensioni, i governi preferiscono «divorare i loro cittadini per sopravvivere». Ed ecco, dunque, che lo Stato sociale mostra il suo vero volto tirannico, in nome di un malinteso senso di giustizia minaccia libertà e democrazia:
«I rappresentanti del popolo non esercitano il potere in nome, e al servizio, del popolo, ma è il popolo a essere al loro servizio al solo scopo di far funzionare la macchina pubblica dalla quale essi, quale ne sia il colore, hanno una "rendita politica"... In una società corporativa, il potere politico fa da mediatore fra le corporazioni in conflitto e, in una condizione di recessione economica, distribuisce le scarse risorse disponibili non secondo criteri di giustizia, ma in funzione della propria perpetuazione. A uscirne massacrati sono il singolo individuo, non protetto da una qualche corporazione, e le aziende che operano sul mercato. Le riforme si allontanano. I media, invece di guardare dentro la macchina dello Stato moderno e denunciarne costi e pericoli - in definitiva, invece di fare il loro mestiere hanno taciuto e ancora tacciono; vuoi per conformismo, vuoi per riflesso degli interessi extra editoriali dei loro editori, finendo col farsi dettare l'agenda dagli stessi responsabili della crisi».

Thursday, May 13, 2010

Chi tira la carretta e chi si fa tirare

Cinque regioni tirano la carretta in questo Paese, tutte le altre arrancano, si fanno tirare. E' quanto emerge dall'ennesima analisi della Cgia di Mestre. Solo cinque regioni infatti presentano "residui fiscali" attivi, cioè danno molto di più alle amministrazioni pubbliche - con imposte, tasse e contributi - di quanto ricevono sotto forma di trasferimenti e di servizi pubblici. Solo Lombardia, Veneto e Piemonte contribuiscono per oltre 50 miliardi di euro. La Lombardia risulta da sola in credito di 42,574 miliardi, il Veneto di 6,882 miliardi e il Piemonte di 1,219 miliardi. Contribuiscono in larga misura anche Emilia Romagna (+5,587 miliardi) e Lazio (+8,720 miliardi), grazie soprattutto a Roma.

A guadagnarci non sono solo le regioni del Sud, ma anche quelle a Statuto speciale del Nord. Se la Toscana presenta un deficit del residuo fiscale di 776 milioni e la Liguria di 3,304 miliardi, non sono da meno realtà a Statuto speciale come Trentino Alto Adige (-2,177 miliardi), Friuli Venezia Giulia (-2,104 miliardi) e Valle d'Aosta (-617 milioni). Il divario sale drasticamente in alcune Regioni del Sud, capitanate dalla Sicilia - dove il residuo fiscale è pari a -21,713 miliardi - seguita da Campania (-17,290 miliardi) e Puglia (-13,668 miliardi). La Lombardia da sola "mantiene" Sicilia e Campania.

Ma il dato più sorprendente è che negli ultimi anni, dal 2002 al 2007, nonostante le lagnanze meridionaliste, il flusso da Nord a Sud è addirittura aumentato. In Lombardia, ad esempio, l'attivo è aumentato del 47 per cento, in Piemonte del 33 per cento e in Veneto del 32 per cento. I cittadini di queste tre regioni probabilmente se ne sono accorti, mentre a Roma e nel Centrosud del Paese l'opinione prevalente è che non si faccia abbastanza per il Sud, che qualche "cattivone" abbia chiuso i rubinetti. Sarebbe ora, ma non è così. Per il Sud non si fa certamente abbastanza in termini di politiche, ma si va molto oltre la decenza in finanziamenti.

Proprio stamattina il governo ha giustamente negato l'utilizzo dei fondi per le aree sottoutilizzate (Fas) a Lazio, Campania, Molise e Calabria. Quei fondi devono servire per programmi di sviluppo regionale, e non per coprire il deficit del settore sanitario. Dunque, niente Fas senza piani di rientro adeguati e prima del raggiungimento degli obiettivi previsti. Naturalmente i governatori piangono, e qualcuno (il molisano Iorio e il campano Caldoro) sostiene che il governo gli avrebbe chiesto di alzare le tasse, mentre Scopelliti ha evocato il «rischio» di nuovi tributi. Non ci provate, la scelta di ripianare il deficit sanitario con più tasse è solo vostra. Al governo interessa che ci siano i piani di rientro e che siano rispettati. Se con tagli agli sprechi e alla spesa, o con nuove tasse, è una scelta politica che spetta ai governatori.

Friday, November 07, 2008

I blocchi che vorrei

Volevano bloccare la stazione della metro Piramide (Roma), impedendo così a qualche incolpevole lavoratore di scendere alla propria fermata per tornare a casa dopo una giornata (e una settimana) di lavoro. Non gli è stato permesso, per fortuna. «Caricati», accusano i manifestanti, anche se dalle foto sembra piuttosto un assedio ai cancelli della stazione.

Avrei preferito invece che fossero bloccati i concorsi già banditi per 7 mila nuovi posti (2 mila da ricercatore, 4 mila di professore ordinario e associato, e a breve altri mille da ricercatore), contati sul Corriere di alcuni giorni fa da Franceso Giavazzi, che chiedeva al governo di intervenire. Ma sarebbe scoppiata una rivoluzione.

Sono soprattutto i 4 mila posti da professore i più odiosi, perché «semplicemente promozioni di persone che sono dentro l'università», svolti «secondo le vecchie regole, cioè con concorsi finti», perché «di ciascun concorso già si conosce il vincitore». Tutto questo gli studenti che tentano di bloccare le stazioni lo ignorano. Non capiscono, o non vogliono capire, «l'importanza di meccanismi di selezione rigorosi, in assenza dei quali le università che frequentano vendono favole». I professori, ovviamente, se ne stanno zitti e ci lucrano su.

Il ministro che ha ereditato questi concorsi «non pare aver la forza per cambiarli», scriveva Giavazzi. Invece, il ministro qualcosa ha fatto, facendo approvare il decreto che invocava il professore. Non il blocco, purtroppo, ma neanche il solito rinvio. Piuttosto, un segnale di discontinuità. Cambierà, infatti, il meccanismo per la composizione delle commissioni di valutazione: sorteggio.

Io li abolirei del tutto i concorsi, perché in un sistema in cui la sopravvivenza delle università e il posto di ciascun docente dipendessero solo dai risultati, la chiamata diretta sarebbe il metodo di selezione più efficiente. Ma almeno il decreto Gelmini cerca di "disturbare" i piani dei truccatori di concorsi.

Il decreto contiene anche una «deroga» al blocco del turn-over previsto dalla legge 133. «Per favorire il ricambio generazionale» il blocco passa dal 20 al 50%, ma con un vincolo di spesa: il 60% dei fondi dovranno essere usati per assumere giovani ricercatori. Praticamente, mi pare di aver capito, ogni due docenti che andranno in pensione le università potranno sostituirne uno, ma il 60% delle sostituzioni dovrannno riguardare giovani ricercatori. E tenete presente che uno stipendio da professore ne vale due, o anche tre, da ricercatore.

Nel decreto anche 135 milioni di euro per 180 mila borse di studio ai ragazzi più meritevoli e 500 milioni di euro alle università più meritevoli, sulla base della qualità scientifica della ricerca prodotta. Ma anche le «linee guida» per quattro riforme dell'università: reclutamento dei docenti, dottorato di ricerca, sistema di valutazione e governance.

Uno degli argomenti più usati contro i tagli alle università è che non dovrebbero essere generalizzati, a pioggia, ma colpire chirurgicamente gli sprechi e le inefficienze. D'accordo, ragionevole. Ma pochi sanno, e tra questi pochi dicono, che il governo non può farlo, non si può fare dall'alto. In ragione dell'autonomia delle università, infatti, cose come razionalizzazione dei corsi di laurea, eliminazione di quelli inutili, diminuzione di cattedre e chiusura di sedi decentrate, spettano agli organi di governo degli atenei: rettore e senato accademico. E' contro questi organi che dovrebbero indirizzarsi le proteste per come vengono spese le risorse.

Una cosa che poteva fare il governo l'ha fatta. Ci sono atenei che spendono in stipendi più del 90% del fondo ordinario. Un'impresa con un bilancio del genere non potrebbe andare avanti. Basta un semplice ragionamento: con quali soldi tutte queste persone possono fare ricerca? E' evidente che la scelta effettuata dalle università è garantire a più docenti possibili uno stipendio non da poco, senza preoccuparsi del fatto che poi quegli stessi - anche i più preparati e volenterosi - non hanno fondi sufficienti per produrre risultati. Il decreto prevede il blocco totale del reclutamento di ricercatori, associati e ordinari nelle università in cui più del 90% del fondo statale se ne va in stipendi. Una soglia che dovrebbe essere portata progressivamente al 60%. Meno docenti, migliori, ma con i soldi per fare ricerca, invece di un baraccone che mantiene assistiti di lusso.

Friday, December 28, 2007

I limiti del "partito del rigore"

Mentre il presidente del Consiglio con un tono di voce da oltretomba fallisce negli ultimi illusionismi di fine anno, Panebianco e Ricolfi tornano a denunciare il declino italiano indicandone lucidamente le cause. Angelo Panebianco, sul Magazine del Corriere, se la prende con la cultura catto-comunista che ancora prevale nella politica e nella società italiana.

Si continua a proclamare la necessità di «riforme», ma in pochi spiegano quali, per fare cosa. «Politici e commentatori parlano poco di sviluppo perché temono di urtare la sensibilità di quelli che pensano che lo sviluppo sia una cosa, al tempo stesso, sporca (inquinante) e peccaminosa, immorale. E' più facile sentire omelie contro il denaro e il consumismo (e quindi, implicitamente, contro la crescita economica) che convinti discorsi a favore dello sviluppo». Semmai, abbondano discorsi a favore della «ridistribuzione senza crescita», che sembrano «ispirati a ideali di comunismo primitivo». Ma se in breve tempo non saremo in grado di sviluppare un tasso di crescita superiore al 3/4% annuo andremo incontro a un «impoverimento collettivo», e i greci, oltre che gli spagnoli, ci sorpasseranno.

E' «difficile immaginare un esecutivo ancora più dannoso e scomposto di quello che ci ha governati in questa legislatura», ma per Luca Ricolfi è anche «improbabile che un nuovo governo affronti i problemi che più stanno a cuore alla gente comune». E non solo perché «i nostri politici si sono autoconvinti che se non riescono a decidere non è colpa loro, ma delle istituzioni».

Anche perché quel "partito del rigore" che potrebbe subentrare, scalzando Rifondazione e i sindacati per tentare di realizzare «quel che Prodi e Padoa-Schioppa hanno sempre promesso nei loro Dpef, senza però mai mantenere l'impegno a causa dell'opposizione della sinistra estrema», punterebbe a «risanare i conti tenendo alta la pressione fiscale e tagliando la spesa corrente». Sarebbe ragionevole, si chiede Ricolfi, una simile politica, a prescindere dalle sue possibilità di successo?

No, perché non terrebbe conto di due questioni fondamentali: il drammatico calo del potere di acquisto e lo stato sociale «sprecone» e «incompleto». Non basta, insomma, «liberarci dal partito della spesa», se poi finiamo nelle mani di quello «dei banchieri». Ricolfi indica «tre impegni fondamentali»: una «vera riduzione delle imposte»; finanziare lo stato sociale eliminando gli sprechi: se «il ministro X vuole spendere 100 per un nuovo servizio, il governo gli concede 30 ma solo dopo che il ministro ha già raccolto 70 eliminando sprechi in un servizio preesistente (secondo valutazioni prudenti, gli sprechi eliminabili senza ridurre i servizi erogati superano ampiamente i 50 miliardi di euro all'anno)»; un «piano oculato di dismissioni e privatizzazioni».

Monday, December 17, 2007

Le presunte gite di Speciale aggravanti per Padoa-Schioppa e il Governo

Se il filmato, diffuso da la Repubblica, che sembrerebbe ritrarre il generale Speciale in gita domenicale al Passo Rolle con moglie e amici al seguito utilizzando i mezzi della Guardia di Finanza - un elicottero e un aereo da trasporto Atr 42 - dovesse essere rappresentativo dell'uso che il comandante ha fatto delle risorse pubbliche, sarà un Tribunale militare a stabilirlo.

Ci sembra evidente che Bonini e la Repubblica cerchino in qualche modo di dimostrare che l'allontanamento del generale Speciale dal comando fosse giustificato dal suo discutibile operato. Per la scarsa considerazione che abbiamo per gli apparati dello Stato nella gestione delle risorse pubbliche, ai massimi livelli di sprechi e privilegi, non ci stupiremmo, anzi, avremmo solo delle conferme, se venisse accertata una condotta davvero biasimevole da parte di Speciale. Non sarebbe il primo e non sarà, purtroppo, nemmeno l'ultimo, ad approfittare con disinvoltura e arroganza disarmanti dei potenti mezzi a disposizione per uso personale. E sui troppi "occhi chiusi" dai finanzieri, o dai vigili urbani, le voci sono molte e non del tutto infondate.

Tuttavia, queste circostanze non alleggeriscono, semmai aggravano, la posizione del Governo e del ministro Padoa-Schioppa. Ne sanciscono definitivamente l'incapacità. Per loro, infatti, parla l'atto di revoca di Speciale su cui si è espressa la Corte dei Conti: non solo non era motivata, e prefigura un «eccesso di potere», ma pensavano persino di promuoverlo alla Corte dei Conti. Insomma, agli atti non risulta che la decisione di rimuoverlo fosse minimamente dovuta ai disdicevoli comportamenti che oggi sembrano venire alla luce.

Dunque, se quella condotta era nota al ministro, non averne fatto riferimento esplicito come giustificazione della revoca delinea una comprensione ai limiti di un comportamento omertoso. Se invece non ne era a conoscenza, allora sarebbe dimostrata la sua incapacità nel gestire la macchina amministrativa.

Un'aggravante, dicevamo, perché con la loro epurazione politica il Governo e Padoa-Schioppa hanno creato le condizioni tali per cui, se davvero il generale Speciale si fosse macchiato della condotta che gli viene attribuita, un cattivo funzionario pubblico se ne potrebbe tranquillamente andare a spasso con la patente del martire politico, in barba ai contribuenti che gli avrebbero pagato le gite domenicali.

Un'incapacità simile a quella dei magistrati che perseguono un imputato senza avere prove sufficienti per ottenerne la condanna. Nel caso in cui quello stesso imputato fosse davvero colpevole, il danno sarebbe doppio: non solo si perde il processo, ma si regala a quell'imputato l'aureola del martire.

Wednesday, December 05, 2007

La vera radice degli sprechi

Sono in pochi a condurre la battaglia contro gli sprechi e i privilegi della "casta" con approccio non moralistico ma pragmatico e liberale. Uno di questi è Nicola Porro, che su il Giornale spiega con il dono della chiarezza come il problema non sia «moralizzare» la politica, separare i "buoni" dai "cattivi". E' invece l'enorme massa di denaro pubblico che la politica si trova a gestire che genera inevitabilmente sprechi, che alimenta per inerzia la partitocrazia lungo l'asse tasse-spesa pubblica.

«Davanti a noi ci sono due strade: la prima è pretendere con passione illuminista che chi ci governa sia un fenomeno della legalità e della buona amministrazione. Il secondo è affidare a chi ci amministra meno risorse possibili, limitandone l'ambito di intervento... non basta, come taluni dicono, "riqualificare la spesa". Non è sufficiente avere "amministratori parsimoniosi" e moraleggiare su eroi del risparmio. No, la soluzione è meno letteraria. Lo Stato si deve occupare di meno cose e magari spendere di più su ciò per cui deve la sua esistenza: giustizia, ordine pubblico, sanità e istruzione».

L'espansione dei compiti che lo Stato si attribuisce, e per i quali chiede ulteriori risorse, lo rende poi incapace di assolvere al meglio i compiti essenziali che giustificano la sua esistenza. L'espansione dei compiti dello Stato non è dovuta a reali esigenze dei cittadini, ma al bisogno della classe politica di controllare e gestire sempre più servizi, perché tramite quel controllo e quella gestione crea rapporti di clientela e ricava consensi per rimanere al potere.

Porro riduce a quattro le aree di intervento dello Stato. E' già qualcosa. Noi avremmo qualche dubbio su sanità e istruzione, inserendo invece difesa e reti: infrastrutture, energia, acqua.

Tuttavia, crediamo sbagliato parlare di settori di intervento pubblico. Lo Stato dovrebbe arrivare solo laddove per un'impresa privata sarebbe anti-economico investire, cioè solo per il completamento di reti e servizi. Raggiungere alcune località sperdute e scarsamente popolate, per esempio. Del completamento delle reti e dei servizi a livello periferico si dovrebbe occupare lo Stato direttamente o indirettamente. Se solo di questo si trattasse potrebbe farlo anche in perdita.

Friday, November 30, 2007

Un generale troppo "Speciale"

Se ciò che la Procura militare di Roma dice di aver accertato, e che Carlo Bonini riporta su la Repubblica di oggi, dovesse essere confermato da un giudice, ci troveremmo di fronte al caso di un generale un po' troppo "speciale". Si tratta, ve lo ricorderete, del generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale, destituito da Padoa-Schioppa dopo il "caso Visco".

A suo carico un «ponte aereo di spigole destinate alla cambusa della baita di Passo Rolle» e una «gita a scrocco sulle nevi con signore a bordo dell'Atr-42 della Finanza». Non due "ragazzate", ma la regola. La Procura militare di Roma avrebbe accertato che «l'ex comandante generale, indagato per peculato, ha utilizzato uno dei due Atr42 in dotazione al Corpo in occasione di almeno 45 fine settimana. E mai da solo, come sarebbero in grado di documentare i piani di volo. Che quell'aereo, ufficialmente destinato a compiti di trasporto e sorveglianza, era stato, per suo ordine e a spese del Corpo, "riconfigurato" negli hangar dell'aeroporto militare di Pratica di Mare, con un allestimento interno che, modificando la parte anteriore della carlinga, consentisse condizioni di volo e poltrone "business" ad almeno otto passeggeri». Di fatto, ha riferito un testimone oculare delle modifiche disposte sull'aereo, «l'Atr42 MP era diventato un "personal jet", oggettivamente inibito a incarichi operativi in senso proprio, che, al di là delle occasioni istituzionali, partiva il venerdì o il sabato, per fare rientro la domenica con i graditi ospiti».

Ma se tutto ciò trovasse riscontro, l'enormità di questo peculato dovrebbe indurci a un paio di riflessioni. Innanzitutto, il fatto che tali comportamenti si tengano così spudoratamente alla luce del sole e reiterati ci fanno sospettare che siano elevati a "sistema" all'interno della Finanza, e forse non solo. E tanti saluti alla residua credibilità del Corpo nella lotta all'evasione fiscale. Gli sprechi a beneficio personale di chi è ha il compito per conto dello Stato di esigere dai comuni cittadini il pagamento delle imposte sarebbero l'ulteriore conferma della legittimità morale dell'evasione fiscale.

Inoltre, se il generale Speciale è stato sollevato dal comando, come sembra evidente, per ragioni politiche, ma chi lo ha sostituito non è stato in grado di accennare a simili episodi e di esibire contro di lui le prove di questa grave condotta, allora delle due l'una: o i nostri ministri non hanno alcun controllo della pubblica amministrazione, oppure degli sprechi sono complici, tranne poi battere cassa in tempo di Finanziaria.

Sunday, August 12, 2007

Il partito della responsabilità e del merito

L'argomento principe di tutte le ipotesi di rifare la Dc - sogno che da sempre inseguono l'Udc di Casini, l'Udeur di Mastella e altre schegge del mondo cattolico, è il «postulato secondo cui più si è moderati e più si è riformisti, meno si è moderati e più si è ostili alle riforme». Peccato che sia un'affermazione falsa, spiega oggi Luca Ricolfi su La Stampa.

L'immobilismo della politica italiana, che non riesce a dare al paese le risposte che servono in termini di riforme, è senz'altro dovuto ai diversi fattori di blocco rappresentati all'interno di ciascuna delle due coalizioni da partiti estremisti che esercitano un forte potere di ricatto. Tuttavia, la soluzione non va cercata in un partito moderato di centro che faccia da ago della bilancia, cioè restringendo nelle mani di un solo partito tutto il potere di ricatto.

«Se per riforme non intendiamo, semplicemente, senso delle istituzioni e rispetto dell'avversario, ma il coraggio di fare scelte difficili, talora impopolari, in materia di spesa pubblica, mercato del lavoro, grandi opere, federalismo fiscale, liberalizzazioni, pari opportunità, legalità, meritocrazia - insomma tutto quel che serve per rendere il nostro Paese più moderno e più giusto - non possiamo non vedere che questa attitudine politica nulla ha a che fare con l'essere di destra o di sinistra, ma nemmeno con l'essere centristi o estremisti, moderati o radicali. Il nemico numero uno delle riforme scongelatrici del sistema non è il radicalismo in quanto tale ma - semmai - il "partito della spesa" che teme il mercato, detesta il merito e crede che il compito centrale dell'azione politica non sia di far funzionare le istituzioni, eliminare gli sprechi, lasciare l'ossigeno ai produttori di ricchezza ma, tutto al contrario, sia quello di far affluire "risorse" ai propri protetti».

Infatti, non è che l'Udc o l'Udeur si siano particolarmente distinti per coraggio riformatore, su Alitalia, o quando gli statali pretendono più soldi e i forestali della Calabria il posto fisso, o quando le proprie clientele reclamano "risorse". Adesso pare che dopo averle ostacolate per un quinquennio di governo, l'Udc sia favorevole alle liberalizzazioni. Eppure, Ricolfi cita un'inchiesta di Franco Bechis secondo la quale a due terzi della legislatura scorsa, le proposte di legge dell'Udc, se approvate, «sarebbero costate alle casse pubbliche la bellezza di 58 miliardi di euro». Eppure, il federalismo fiscale e le liberalizzazioni (la cosiddetta agenda Giavazzi), osserva, «sono difese innanzitutto da partiti tutt'altro che moderati, come la Lega e i Radicali».

Purtroppo «l'attitudine a sperperare denaro pubblico e la connessa disattenzione per i ceti produttivi» accomuna post-comunisti, ex fascisti e neo-democristiani. «Se di qualcosa di nuovo ha bisogno l'Italia, non è di una nuova Dc, ma nemmeno di operazioni (per ora) puramente cosmetiche come il nascente Partito democratico (Ds più Margherita) o la probabile "risposta" del nascituro Partito della libertà (Forza Italia più An). Il primo guaio dell'Italia non è il potere di veto dei partiti estremisti, ma è la mancanza di chiarezza e di coraggio dei grandi partiti che hanno la responsabilità di guidare il Paese», ma che «non hanno voluto prendersi i propri rischi».

Il guaio è che in Italia siamo convinti che l'identità di un partito sia determinata dal suo nome, dalla tradizione politico-culturale cui si richiama (spesso abusivamente), da concetti astratti come autorità, libertà, giustizia o solidarietà, e più ne ha di altisonanti più ne metta.

Quindi, definire un partito di "centro", "moderato", e richiamarsi ai valori "cattolici", sembra sufficiente per poter attrarre i voti al centro dell'elettorato. Ma quando si dice che le elezioni ormai, nelle democrazie post-ideologiche, si vincono "al centro", non s'intende un luogo, un posizionamento fisico tra due coalizioni, tra due ali estreme, o tra tutti i partiti, per cui le forze politiche fanno a spallatte, fanno esercizi di equilibrismo per farsi vedere posizionati più al centro degli altri, nel senso di "in mezzo".

L'identità di un partito si definisce per le cose che propone di fare al governo del paese. Questo i promotori del Partito democratico, e chi li critica in nome di un non meglio precisato socialismo, come Macaluso e gli autoconvocati di Bertinoro, sembrano ancora non averlo capito, o gli fa comodo fingere per coprire il loro vuoto culturale e progettuale.

Le elezioni si vincono "al centro", ma possono vincerle anche partiti posizionati a destra o a sinistra lungo lo spettro delle forze rappresentate in Parlamento. A patto che si dimostrino capaci di riconoscere il valore sociale della responsabilità individuale e della ricerca del successo personale come migliori strumenti del successo collettivo della nazione, e di decidere e governare rispondendo alle esigenze dei ceti medi e produttivi, di quel centro pragmatico dell'elettorato per il quale non importa definire se una politica sia "di destra" o "di sinistra", basta che funzioni, che generi benessere e dinamismo. Blair, da sinistra, è stato in grado di farlo senza appoggiarsi a partiti di centro, e poco importa sapere se sia socialista o meno. Di certo non è stato moderato.

Il nostro problema, conclude Ricolfi, è che «sia a destra che a sinistra il partito della spesa è più forte del partito del mercato, sia a destra che a sinistra il merito e la responsabilità individuale non contano, sia a destra che a sinistra l'imperativo categorico non è fare le riforme ma impedire agli altri di governare, o di tornare al governo. Come molti italiani, neanch'io credo che il nostro Paese abbia bisogno di un ennesimo partito. Ma se c'è un partito che manca, nel firmamento della politica italiana, non è il partito dei moderati ma, semmai, il partito della responsabilità e del merito. Un partito che non c'è, che probabilmente non ci sarà mai, ma che - se ci fosse - sarebbe radicale. Molto radicale».

Friday, June 01, 2007

Sì, ma non basta potare i rami

Bene hanno fatto i radicali a passare ai fatti, dopo le parole, e a presentare sia alla Camera che al Senato, insieme al senatore Cesare Salvi (Sinistra democratica), proposte di legge per ridurre gli sprechi e i costi della politica.

Si tratta in tutto di 3-4 miliardi di euro l'anno, denuncia Sergio D'Elia: «Non sono spese per sostenere la democrazia, semmai per alimentare l'antipolitica». Enormi quantità di soldi dei contribuenti «finiscono nelle tasche di consulenti, componenti di commissioni, amministratori di enti inutili. Questo fiume di soldi non arriva nelle tasche dei destinatari per le loro capacità professionali, ma solo grazie agli amici e agli sponsor politici. E' una rete clientelare che ha le dimensioni di un esercito nemico dello stato di diritto e delle libertà economiche».

Un enorme, diffuso conflitto di interessi, denuncia Cesare Salvi: «Ritenere che questo conflitto esista solo per la persona di Silvio Berlusconi è fare un torto alla verità». Salvi ha chiesto a Prodi di ridurre il numero dei componenti del suo governo (102 tra ministri, viceministri e sottosegretari) e indicato gli obiettivi di ridurre a 400 il numero dei deputati e a 200 quello dei senatori.

Tuttavia, il rischio di queste iniziative è di ridurre tutto a un'effimera campagna di moralizzazione, senza proporre soluzioni "di sistema". Spesso i promotori non si rendono conto che è il sistema, non la moralità dei singoli e della classe dirigente, a produrre le caste. Una volta potati, ammesso che si riesca a passare per quella via, i rami torneranno presto a crescere, se non verrà ridotta alla radice la quantità di ricchezza prodotta dalla nazione in mano ai politici e se non verranno introdotte le riforme istituzionali di modello anglosassone. Ancora una volta la soluzione è la Riforma.

Facevo notare in un post di qualche giorno fa, che per quanto si tratti di una vasta realtà di sprechi e privilegi che vanno certamente colpiti, quelli relativi all'abuso di autoblu, agli stipendi d'oro e alle indennità, o al numero dei dipendenti del Quirinale e all'esercito dei consulenti, sono poco rilevanti se inseriti negli ordini di grandezza della spesa pubblica che alimenta caste e clientele della politica. Sono le pensioni dei cinquantenni a pesare, la spesa sanitaria, i milioni di dipendenti pubblici, le velleità redistributive, i mille rivoli dei programmi assistenzialisti, le regalie alle corporazioni sindacali e confindustriali. Per ridurre la spesa pubblica non si può partire dai tagli sulle varie voci di spesa, perché quando ci si siede a tavolino tutto sembra indispensabile ai governi che non vogliono scontentare nessuno per non perdere quote di consenso. Si deve partire "affamando la bestia". Tagliando radicalmente le aliquote fiscali.

Thursday, May 24, 2007

Politica spazzatura

Montagne di immondizia in CampaniaNon tanto che Visco abbia fatto quel che più d'un generale della Guardia di Finanzia lo accusa di aver fatto - cioè di aver imposto con la minaccia la rimozione dei comandanti della GdF in Lombardia che avevano osato indagare sulla scalata a Bnl di una società, Unipol, legata al suo partito - ma che una volta beccato sia ancora lì, tranquillo al suo posto, con governo e coalizione al completo a fargli da scudo; l'emergenza rifiuti, il degrado e la criminalità a Napoli, che non hanno impedito a Rosa Russo Iervolino e ad Antonio Bassolino - che da sindaco prima, da governatore poi, ha avuto nelle mani un potere pressoché assoluto per vent'anni - di entrare a far parte del Comitato dei 45 per il Partito democratico; e gli allarmanti dati Istat sull'aumento della povertà in Italia. Sono tutti segni dell'inarrestabile decadimento del nostro ceto politico.

Puzza di politica l'immondizia partenopea, come ha ben detto Gian Antonio Stella, come puzza di partitocrazia l'arroganza del viceministro Visco, che abusa della carica pubblica che ricopre per punire chi nello svolgimento del suo dovere si trova a "intralciare" i disegni finanziari del suo partito.

«Visco mi ha impartito l'ordine di avvicendare gli ufficiali (...) senza indicarne le motivazioni (...). Visco mi disse che se non avessi ottemperato a queste direttive erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro. Alla mia obiezione che sarebbe stato opportuno informare l'autorità giudiziaria di Milano, Visco mi ha risposto categoricamente che non avrebbe costituito alcun problema il non avvertirla o farlo successivamente... Poi incontrai il procuratore Minale che mi disse di essere quanto mai sorpreso e allarmato... e mi annunciò l'invio di una sua missiva per chiedere delucidazioni. Il 17 luglio il viceministro mi disse di non aver rispettato alcuna regola deontologica per non aver dato esecuzione istantanea a quanto mi era stato da lui ordinato».

Parole del Generale Roberto Speciale, che risultano da un atto giudiziario. Non è possibile prendersela con un quotidiano di opposizione che ha fatto il suo mestiere. Dunque, o Visco è in grado di smentire le dichiarazioni del generale, o dovrebbe dimettersi. In ogni caso, il Giornale ha portato alla luce comportamenti scorretti da parte di almeno uno tra due alti rappresentanti delle istituzioni.

Il fatto che non siano emersi elementi di reato a carico di Visco - e d'altra parte, come ha ricordato il Procuratore Blandini, l'indagine preliminare serviva a stabilire se avviare un procedimento disciplinare, che poi non fu mai avviato, nei confronti dei finanzieri rimossi, e non del viceministro - non significa che il suo comportamento dal punto di vista politico e istituzionale non sia tale da chiederne le dimissioni. Le dichiarazioni rese dal Generale Speciale non vengono smentite dal procuratore, il quale si limita a chiarire che non contengono elementi penalmente rilevanti. Politicamente sì, invece.

Mentre Rutelli riflette sul fatto che la liquidazione di un banchiere valga come gli stipendi del Senato - se non che la prima la pagano gli azionisti, cioè dei privati, e non i contribuenti - le conclusioni che i più traggono dalle inchieste sugli sprechi e i privilegi della «casta» politica appaiono pericolosamente ovvie e riduttive: «Dove ci sono privilegi assurdi, vanno rimossi. Dove c'è corruzione, va spazzata via». Semplice, no?

Fanno orecchie da mercanti i politicanti, se Mario Monti oggi è dovuto reintervenire per chiarire ciò che a una lettura attenta o non interessata del suo articolo del 22 maggio, appariva già chiaro: proponeva «l'esatto contrario» del governi dei "tecnici", spiegando come ciò che il nostro ceto politico pretende di definire "politica" non lo sia affatto, ma sia solo tecnicismo politicante.

Non solo quella politica, ne esistono tante di «caste» nella società italiana. Per liberarcene occorrono soluzioni strutturali, «il disarmo reciproco dei privilegi corporativi e delle chiusure verso gli esclusi», e altri principi su cui fondare la nostra organizzazione politica, economica e sociale, come il merito e la concorrenza.

Insomma, lo sforzo è quello di evitare che tutte le periodiche denunce della «casta» politica, e delle molte altre «caste» che per mantenere i propri privilegi impongono ai cittadini costi iniqui, si riducano a un'effimera campagna di moralizzazione e di trovare soluzioni "di sistema". Come quelle indicate da Monti, e quel «nuovo contratto sociale tra le generazioni» di cui parla Giuliano Amato, che però, essendo al governo, è chiamato a darsi una mossa in Consiglio dei ministri, piuttosto che a pubblicare saggi su riviste prestigiose.

Né è valido il giochetto smascherato da Piero Ignazi, sul Sole 24 Ore, per cui i nostri politici si difendono confondendo la sfiducia dell'opinione pubblica nel sistema dei partiti con pericolosi atteggiamenti anti-politici o, addirittura, di rigetto della democrazia. E' la partitocrazia anti-politica e anti-democratica, e per ciò va abbattuta.

Saturday, May 19, 2007

Lotta dura agli sprechi e alle cause degli sprechi

La Camera dei DeputatiIl libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, "La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili", appartiene senz'altro alla categoria dei libri utili. Raccoglie le loro inchieste per il Corriere della Sera sull'espansione incontrollabile dei costi delle istituzioni. Quirinale, Camera e Senato, Corte costituzionale, regioni, province, comuni e municipi, e migliaia di enti inutili eppure costosissimi. Finanziamenti pubblici ai partiti quadruplicati rispetto a quando furono aboliti dal referendum e "rimborsi" elettorali 180 volte più alti delle spese sostenute. Organici che si moltiplicano, spese di rappresentanza, indennità, autoblu. Una «oligarchia insaziabile» e «intoccabile». Un dossier ricchissimo di dati e impressionante sui costi della politica o, meglio, della non-democrazia.

Tuttavia, queste inchieste, queste denunce, lasciano spesso perplessi per l'incapacità che gli autori dimostrano a compiere il passettino in più, quello di una consapevolezza più politica. Se si vogliono davvero eliminare gli sprechi, i clientelismi, la "casta" dei politici che spremono il paese, allora non bisogna limitarsi a inseguire i furbi - praticamente tutti - a sperare che rinsaviscano, o che arrivi il salvatore della patria a porre limiti, argini o tetti, ma occorre avere il coraggio di individuare il nodo del problema. La soluzione non è mai moralistica, ma di sistema.

Non c'è il politico "buono" e quello "cattivo", c'è un sistema che genera certe pratiche di malaffare. Se il politico ha in mano molti soldi è fisiologico che li spenda per consolidare il proprio potere, per servire le clientele grazie alle quali è stato eletto, per circondarsi di comodità e privilegi. Se manca la trasparenza, se la responsabilità dei singoli non è individuabile, se la competizione elettorale è priva di rischi per gli insider, allora diventa difficile per gli elettori sanzionare i comportamenti più scorretti.

Ci si lamenta che la Rai è lottizzata dai partiti? E' persino ragionevole che lo sia, se la proprietà continua ad essere dello Stato. Ci si lamenta che i consigli di amministrazione di enti e aziende di Stato sono occupati da funzionari di partito riciclati? Ci si lamenta che i politici trombati ricompaiono nei posti di sottogoverno? Invece di aspettare i "moralizzatori", i politici migliori e più "buoni" che metteranno le cose a posto, cominciamo a chiederci se è il sistema che produce gli sprechi.

Privatizziamo la Rai; lo Stato si ritiri dall'economia; i Comuni privatizzino le municipalizzate; adottiamo una legge elettorale uninominale, in cui chi perde non ha modo di essere ripescato o riciclato; fissiamo l'incompatibilità tra Esecutivo e Legislativo, in modo che chi si candida alle elezioni politiche, e perde, non lo vedremo entrare al governo da sottosegretario.

L'errore di Stella è anche il limite di Ichino. Non ci si può limitare a individuare e scartare le mele marce. Se è l'albero che le produce bisogna sradicare il vecchio e piantarne uno nuovo. I "fannulloni" nel pubblico impiego sono tali perché il sistema glielo permette, sanno che non vanno incontro ad alcuna sanzione. Invece di perdere tempo a dargli la caccia, basterebbe che la gestione del personale fosse più elastica, ammettendo licenziamenti a seconda delle necessità delle strutture e delle valutazioni dei responsabili (a loro volta passibili di licenziamento se non garantissero adeguati standard di efficienza e produttività), per vedere da un giorno all'altro dimezzato il numero dei furbi.

In generale, se riscontriamo sprechi e privilegi abnormi nell'amministrazione pubblica e nelle istituzioni, negli enti locali, dalle regioni ai municipi, nelle università, smettiamola di prendere sul serio chi piange per i tagli in Finanziaria.

Bisogna cambiare mentalità. Smettere di credere che lo Stato sappia spendere più oculatamente dei cittadini i soldi dei cittadini stessi. Mano a mano lo Stato tende ad espandere le sue competenze, aumentano gli sprechi e diminuisce l'efficienza. Perché lo Stato non è un ente animato da una moralità superiore, è gestito da gruppi di persone con i loro interessi, primo fra tutti quello di sopravvivere al potere. E' fisiologico, quindi, che pretendano di gestire sempre maggiori somme di denaro per consolidare la propria influenza. Finisce che per voler occuparsi di tutto, lo Stato vampirizza la società e si occupa poco e male delle cose di cui solo lui può occuparsi: la sicurezza, la giustizia, la difesa, l'amministrazione, al limite la sanità, l'istruzione e il welfare.

Persino negli Stati Uniti, dove c'è la massima attenzione su come il denaro dei contribuenti viene speso, studi autorevoli hanno dimostrato che dopo otto anni consecutivi in cui il Congresso è nelle mani della stessa maggioranza la spesa pubblica tende a impennarsi, chi è al potere prende confidenza con l'interventismo governativo ed emergono espisodi di corruzione.

Per quanto siano dati emblematici di una vasta realtà di spreco e privilegi, quelli relativi all'abuso di autoblu, agli stipendi d'oro e alle indennità, o il numero dei dipendenti del Quirinale, doppio rispetto a quello dell'Eliseo o di Buckingham Palace, eccetera, sono poco rilevanti se inseriti negli ordini di grandezza della spesa pubblica. Sono le pensioni dei cinquantenni a pesare, la spesa sanitaria, i milioni di dipendenti pubblici, le velleità redistributive, i mille rivoli dei programmi assistenzialisti, le regalie alle corporazioni sindacali e confindustriali. Ma per ridurre la spesa pubblica non si può partire dai tagli sulle varie voci di spesa, perché quando ci si siede a tavolino tutto sembra indispensabile ai governi che non vogliono scontentare nessuno per non perdere quote di consenso. Si deve partire "affamando la bestia". Tagliando radicalmente le aliquote fiscali.

Dunque, se da queste inchieste non si trae la semplice conclusione di ridurre il peso dello Stato riducendo la quantità di ricchezza prodotta dalla nazione in mano ai politici, allora si scade nel moralistico indicare questo o quello come capro espiatorio di un sistema che alimenta se stesso indipendentemente o quasi dalla moralità dei singoli.