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Wednesday, November 28, 2012

Scomode verità sulla sanità pubblica

L'ultima uscita del prof Monti, sulla sanità pubblica, ha scatenato i riflessi pavloviani della sinistra.
«La sostenibilità futura dei nostri sistemi sanitari, incluso il nostro servizio sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove modalità di finanziamento e di organizzazione dei servizi e delle prestazioni».
Un'affermazione meramente descrittiva di una realtà incontestabile, persino banale. Il premier non ha accennato a "privatizzare" alcunché, probabilmente per nuove forme di finanziamento intendeva fondi integrativi, ticket per fasce di reddito e spending review. E anzi, ha detto che c'è motivo di andare «fieri» dell'attuale sistema, quindi anche della sua natura pubblica ed universalistica.

Ma tanto è bastato a suscitare la levata di scudi, all'unisono, del segretario del Pd Bersani e della segretaria della Cgil Camusso. E' allarmante la negazione, da parte di chi si candida a governare il paese, anche della più elementare e conclamata realtà: la difficoltà finanziaria in cui si troverà, in un futuro non lontano, il sistema sanitario, per l'invecchiamento della popolazione e, quindi, l'allungamento delle cure. Bersani non chiede agli italiani di piacergli, ma di essere creduto perché dirà loro soltanto la verità. Eppure, di fronte alla verità - banalissima - raccontata da Monti preferisce chiudere gli occhi. Rifiutare la realtà e biasimare chiunque la richiami, piuttosto che rinnegare l'utopia in cui si è vissuti per troppi decenni, è tipico, purtroppo, di una vecchia sinistra.

Sulla sanità pubblica c'è bisogno, invece, di un discorso di verità. Se l'obiettivo era di garantire a tutti gli italiani standard dignitosi di assistenza sanitaria, allora bisogna riconoscere che siamo di fronte a un fallimento. Già oggi la sanità pubblica non è universale né gratuita, è spaccata in due sia per territorio – a livelli europei in alcune regioni, nordafricani in altre – che per classi sociali: i ricchi possono permettersi di evitare inefficienze e lungaggini del pubblico. E già oggi, anziani a parte, la gratuità del servizio è rara. Non solo i ricchi, anche i ceti medio-bassi pagano due volte le prestazioni più comuni, come visite specialistiche ed esami diagnostici: il ticket "a consumo", più le tasse versate allo Stato. A chi non è capitato di dover sborsare cifre non lontane, anzi quasi coincidenti, a quelle chieste dai privati, dovendo poi rassegnarsi a lunghe attese e inefficienze? Che significa? Come hanno speso le tasse che in teoria, così ce l'hanno raccontata per decenni, dovevano servire a rendere "gratuito" il servizio?

Facile pontificare sulla sanità pubblica come "principio sacro", diritto inalienabile. Molti di quelli che pontificano, però, questo il guaio, non vivono sulla propria pelle inefficienze e costi diretti della sanità pubblica, o perché possono permettersi di rivolgersi ai privati, o perché iscritti a fondi negoziali, casse e mutue varie (circa 6,4 milioni di italiani, per un totale di 10 milioni di assistiti). Anche loro pagano due volte, ma non se ne accorgono.

Thursday, October 11, 2012

Legge di stabilità "politica": così Monti ribadisce di essere in campo

In modo del tutto inatteso il premier Mario Monti ha tirato fuori dal cilindro della legge di stabilità un mini-taglio delle prime due aliquote Irpef, che passano dal 23 al 22% e dal 27 al 26%. Ma il taglio delle tasse non è che un abile illusionismo, degno di un governo politico alla ricerca di consenso in piena campagna elettorale. La riduzione Irpef dal 2013, infatti, è più che compensata sia dall'aumento di un punto dell'Iva, dal 10 all'11% e dal 21 al 22%, dal prossimo luglio, che dal "riordino" delle agevolazioni fiscali e dall'introduzione dell'Irpef anche sulle pensioni di guerra e d'invalidità. Per non parlare della Tobin Tax, che se entrerà davvero in vigore non colpirà certo i grandi speculatori internazionali, quanto i normali risparmiatori.

Se tutto in Cdm fosse andato come da pronostici della vigilia, ieri mattina ci saremmo svegliati ascoltando dai giornali-radio la notizia che i temuti aumenti dell'Iva erano stati scongiurati. Invece, la notizia è stata: il governo taglia l'Irpef per i redditi più bassi. Se nella sostanza la pressione fiscale resterà invariata, e semmai rischia di salire ancora, la sensazione trasmessa all'opinione pubblica, attraverso la gran cassa mediatica di stampa e tv compiacenti, è che si è iniziato un percorso di riduzione delle tasse. Il che magari è anche nelle intenzioni del premier e del suo governo, ma ad oggi, alla vigilia del voto, non lo è nei fatti. Non l'Irpef, inoltre, ma l'elevatissimo costo del lavoro, il cuneo fiscale, impedirà la crescita anche per tutto il 2013, secondo tutte le più autorevoli organizzazioni internazionali, dall'Ocse al Fmi.

Il prestigiatore Monti però ha voluto lanciare lo stesso un chiaro messaggio: la sua "agenda" sta funzionando. E con orecchio attento ai malumori del ceto medio, ha voluto far capire di essere sempre più "in campo" per un bis a Palazzo Chigi. È stato lui stesso, in conferenza stampa, a decifrare il messaggio: «La disciplina di bilancio paga, conviene... abbiamo voluto dare il chiaro segnale che quando ci sono segni di stabilizzazione finanziaria ci si può permettere qualche sollievo». E il segnale sta, appunto, nell'«inizio della riduzione Irpef», nella speranza, ha aggiunto, che gli italiani vedano che la rotta «ha senso», che può portare a «benefici concreti». Una finanziaria elettorale, la si sarebbe definita in altri tempi, anche se bisogna riconoscere al professore di non aver agito con la stessa rozzezza dei governi passati.

Nel suo complesso la manovra, da 11,6 miliardi, appare più calibrata sui tagli alla spesa rispetto ai precedenti interventi del governo Monti, ma purtroppo ancora troppi risparmi appaiono destinati a nuove spese di dubbia utilità. E come al solito, quei pochi tagli che ci sono bisognerà difenderli dagli urlatori di professione e dai demagoghi della "macelleria sociale".
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Tuesday, August 28, 2012

Tasse da Stato (pat)etico per fare cassa

«Bevi la coca cola che ti fa bene / bevi la coca cola che ti fa digerire / con tutte quelle, tutte quelle bollicine...». Le tasse salutiste annunciate dal ministro Renato Balduzzi ci renderanno più cari i versi di questa provocatoria canzone di Vasco Rossi. L'iniziativa del ministro rivela una concezione dello stato, della fiscalità, profondamente illiberale e anti-economica, ma con le aggravanti dell'inutilità, dell'ipocrisia e della banalità. Oltre al danno di essere governati da statalisti, la beffa (o forse la fortuna?): questi signori non mostrano la minima coerenza per esserlo fino in fondo, né il coraggio di sopportare le conseguenze del loro dirigismo.

C'è qualcuno che davvero ritiene che «un aumento di tre centesimi a bottiglietta» - questo l'aggravio quantificato ieri dal ministro - possa aiutare a «far riflettere - questo lo scopo proclamato - sulla necessità di abitudini alimentari migliori, specialmente per i più giovani»? Non solo l'aggravio è contenuto nell'entità, ma anche circoscritto nei prodotti che colpisce. Perché è stata esclusa una moltitudine di cibi e bevande - anche della nostra tradizione gastronomica - senz'altro nocivi e di cui spesso abusiamo? (...) Per cambiare davvero, in senso "salutista", i consumi alimentari degli italiani sarebbe servito un aggravio molto più pesante, e anche sui prodotti nostrani, ma avrebbe causato danni enormi all'economia e sollevato resistenze ancora più forti.

Eppure, per quanto sia "mini", questo nuovo balzello su bibite analcoliche gassate e superalcolici con zuccheri aggiunti, in ragione della loro diffusione tra i ceti popolari garantirà alle casse dello stato un gettito nient'affatto trascurabile di circa 250 milioni di euro l’anno. La nuova tassa, dunque, è inutile sul piano delle abitudini alimentari e ipocrita, perché lo scopo apparentemente nobile - la salute dei cittadini - serve a dissimulare il vero obiettivo: fare cassa. Appare talmente inappropriata allo scopo dichiarato che chiamare in causa lo stato etico o il paternalismo di stato è persino troppo lusinghiero per Balduzzi.
(...)
La tutela della salute rientra invece nelle funzioni dello stato, ma la sua accezione si sta estendendo fino a minacciare le libertà individuali. Oggi il governo pretende di esercitare la sua tutela non solo nei confronti di possibili danni arrecati da terzi, ma anche di quelli che l’individuo adulto e nel pieno delle sue facoltà può autoinfliggersi. Il diritto alla salute può diventare un dovere alla salute senza ledere la libertà individuale?

Se l'obiettivo non è "etico", ma è contrastare l’aumento dei costi per il servizio sanitario nazionale legati ai comportamenti dannosi per la salute, allora forse si dovrebbe mettere in discussione il modello di sanità pubblica: invece di tassare anche chi non abusa di cibi e bevande, far pagare ai singoli i costi sanitari dei loro stili di vita dissennati.
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Friday, July 06, 2012

Tagli poco ambiziosi, ma ora vanno difesi dai pescecani della spesa

Non si tratta del taglio della spesa pubblica che servirebbe, tale (non ci stancheremo di ripeterlo) da trasformare i risparmi in meno tasse su cittadini e imprese per far ripartire l'economia; e non è certo questo il passo con cui la Germania è riuscita a tagliare le sue spese di 5-6 punti di Pil in pochi anni. Nell'ultimo decennio la nostra spesa pubblica è cresciuta di quasi 200 miliardi; la spesa primaria, come certificato dalla Corte dei Conti, di circa il 5% in media l'anno. Ebbene, se nessuno ha notato clamorosi miglioramenti nei servizi pubblici e nelle prestazioni sociali rispetto a dieci anni fa (anzi!), vuol dire che almeno 100 di quei miliardi in più spesi si potrebbero recuperare senza "macelleria sociale".

Ma sapevamo che l'approccio seguito da questo governo è quello della manutenzione. Bisogna per lo meno riconoscere al premier Mario Monti di essere riuscito a non farsi spolpare il marlin appena pescato già durante la prima notte di navigazione. Al rientro in porto, però, ossia alla conversione in legge del decreto, mancano ancora parecchie notti in cui i pescecani (burocrazie, regioni ed enti locali, sindacati, partiti, demagoghi di ogni razza) ritorneranno all'assalto. E' per questo che non conviene sparare sul pianista, nonostante l’approccio poco ambizioso, il ritardo con cui il governo si è mosso (spinto solo dall'incubo spread), i dietrofront e i punti deboli.

Se non altro - dopo l'incauto rilassamento dei mesi scorsi (quando la crisi sembrava «quasi superata»), che ha contribuito al flop della riforma del lavoro - con il riacutizzarsi della tensione sul debito e la necessità di presentarsi con le carte in regola in Europa, Monti ha recuperato un certo senso di urgenza, riuscendo a superare quasi tutti i veti interni ed evitando di imbarcarsi in estenuanti trattative con sindacati ed enti territoriali, convocati solo per "comunicazioni". Non mancano, tuttavia, le retromarce: salvi i "mini-ospedali" e il fondo degli atenei, saltata la soppressione di alcuni enti, e forse anche la riduzione dei permessi sindacali e dei trasferimenti ai Caf.

Ma va detto innanzitutto che dei risparmi complessivi (4,5 miliardi nel 2012, 10,5 nel 2013 e 11 nel 2014), una parte cospicua andrà a finanziare nuove spese: nobili, come la ricostruzione nelle aree terremotate (2 miliardi), e meno nobili (altri 55 mila "esodati", che ci costeranno 4,1 miliardi nel periodo 2014-2020). E come mai, nonostante il risparmio di 10 miliardi su base annua l'aumento dell'Iva non è ancora scongiurato, ma solo ritardato di 9 mesi (luglio 2013) e ridotto dal 2014? Probabile che i brutti dati Istat sui conti pubblici nel I trimestre 2012 abbiano indotto alla cautela, ma non sarà il caso di chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato nella ricetta?

Si chiama spending review, ma solo parte dei tagli è affidata a qualcosa di somigliante ad una riforma strutturale della spesa sul modello britannico. In realtà, si fa ampio ricorso ai tagli lineari, che però qui non demonizziamo affatto.
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Thursday, July 05, 2012

Cominciano a calarsi le brache anche sui tagli?

Mentre la Bce taglia di un altro 0,25% i tassi (al minimo storico di 0,75%) - insomma, Draghi sta facendo il suo dovere, lui sì - a poche ore dal Cdm che dovrebbe varare il secondo decreto di tagli alla spesa, quello più corposo, emergono le prime nefandezze che fanno temere l'ennesimo flop montiano. I sindacati piagnoni intanto i loro interessi se li sono fatti: si sarebbero salvati dai tagli, infatti, i permessi sindacali degli statali e i finanziamenti ai Caf e ai patronati. Anche i piccoli ospedali sarebbero salvi: il taglio delle strutture con meno di 80 posti letto avverrà eventualmente in un secondo momento, dopo "attenta riflessione". Il taglio praticamente diventa un "invito" alla razionalizzazione rivolto alle regioni. Scommettiamo che la stessa sorte subirà il taglio dei tribunali e delle sezioni distaccate? E' il paradigma di come viene pretestuosamente usata l'accusa dei "tagli lineari": tagliare indiscriminatamente è da infami, ma quando il governo affonda il bisturi, ecco che spunta l'autonomia, la "potestà" di regioni ed enti locali. Rinviati al terzo decreto (semmai ci sarà) anche il taglio delle Province, la sforbiciata del 20% agli enti pubblici e il riordino dei piccoli Comuni.

Per non parlare dello scandalo della Regione Sicilia, che ha più dipendenti di Downing Street (il governo dovrebbe bloccare trasferimenti e fondi finché non li riducono), e delle pensioni d'oro intoccabili (il "tetto" sarebbe incostituzionale, ha detto ieri Giarda).

Va tenuto presente, nel giudicare cosa uscirà fuori, che sul totale dei tagli previsti dal decreto (presumibilmente 7-8 miliardi tra 2012 e 2013), solo 4,2 miliardi andrebbero considerati come vera riduzione della spesa corrente, perché gli altri 3-4 servirebbero a finanziare ulteriori spese più o meno nobili: gli aiuti ai terremotati e le risorse per "salvaguardare" gli esodati.

Mentre fuori dal palazzo proseguono le rivolte (i governatori delle regioni minacciano la "rottura", gli avvocati addirittura s'incatenano e Vendola ritira fuori il solito armamentario retorico della "macelleria sociale"), all'interno è in corso l'assedio dei ministri (su tutti, immaginiamo, Balduzzi e Patroni Griffi) a Monti e a Grilli.

Peccato che il tempo stringe. In Europa si aspettano conferme della volontà e capacità dell'Italia di proseguire nelle riforme, prima di concederci qualcosa sullo scudo anti-spread, e i conti pubblici non sono poi così in sicurezza, come dimostrano i dati Istat sul I trimestre dell'anno. Gli effetti sono per lo più ancora quelli delle manovre tremontiane e comincia a farsi sentire l'esplosione del costo del nostro debito dal luglio scorso in poi.

Ma l'aumento del fabbisogno delle pubbliche amministrazioni e il calo delle entrate, per l'acuirsi della recessione, sono i prevedibili danni (solo i primi) di un consolidamento fiscale perseguito attraverso aumenti di tasse e taglio delle spese in conto capitale, quella che Draghi ebbe modo di definire come la via politicamente più facile ma anche la più sbagliata al risanamento. Per questo è urgentissimo invertire la rotta cominciando a tagliare la spesa corrente, come suggerisce da sempre la Bce. E per rilanciare l'economia le riduzioni di spesa pubblica dovrebbero essere tali da consentire una sensibile riduzione delle tasse su impresa e lavoro, ma non sembra ancora questa la strada intrapresa dal governo Monti.

Wednesday, July 04, 2012

Monti rischia il flop anche sui tagli alla spesa

Se, dopo aver battuto i pugni sul tavolo davanti alla Merkel al Consiglio Ue, arrivando a minacciare il veto sugli altri capitoli del vertice pur di ottenere un paragrafetto sullo scudo anti-spread, non si dimostrasse in grado di portare a casa un taglio significativo della spesa, Monti perderebbe molta della credibilità così ultimativamente messa sul piatto a Bruxelles. Ma come, si chiederebbero i nostri partner più severi, l'Italia viene a chiederci di cucirle praticamente addosso un meccanismo per far calare lo spread, e intanto dimostra di non procedere con la determinazione necessaria nella riforma della propria spesa pubblica? Dunque, immediati e tangibili tagli alla spesa come vera e propria condizione non scritta in cambio del firewall finanziario a lungo invocato da Monti, ma le cui modalità operative devono ancora essere fissate e dipenderanno anche dalla serietà che dimostreremo nelle riforme.

La domanda chiave quindi ora è: Monti batterà i pugni sul tavolo anche al cospetto dei sindacati, dei partiti e, soprattutto, delle mille burocrazie centrali e locali?

In modo bipartisan governatori di regioni e sindaci lamentano il taglio ai servizi, piuttosto che agli sprechi, torna l'accusa di "tagli lineari", mentre anche l’Anm è in rivolta per i tagli alla giustizia e i sindacati minacciano lo sciopero generale contro i tagli nel pubblico impiego: chiedono "concertazione" e si aspettano l'applicazione dell’accordo con il ministro della funzione pubblica. Tra l'avvertimento e la minaccia, la Camusso suggerisce di «non mettere altra benzina sul fuoco» e paventa il rischio di «conflitto sociale». Ma attenzione a non farsi ingannare dalle vuvuzelas di sindacati e partiti. Le resistenze più insidiose per Monti sono quelle silenziose dei ministeri, delle burocrazie, quindi interne al suo stesso governo, con i ministri che - proprio in quanto tecnici - tendono a comportarsi più da rappresentanti corporativi del proprio settore che da manager.

Ma un errore strategico, di fondo, il governo l'ha già commesso: limitare l'obiettivo della spending review allo stretto necessario per evitare l'aumento dell'Iva da ottobre, per scudare gli esodati e far fronte alle spese per gli aiuti ai terremotati dell'Emilia. Per queste ultime due esigenze serve una cifra maggiore dei 4,2 miliardi preventivati, ha avvertito ieri Monti. Ma a quanto pare di capire difficilmente si raggiungerà l'1% della spesa pubblica al netto degli interessi sul debito. Lo schema nel quale si muove il governo, insomma, è quello della mera manutenzione, non del cambiamento di paradigma. Credibilità maggiore avrebbe avuto un grande piano triennale per ridurre la spesa di diversi punti di Pil (6-8%), come ha fatto la Germania, che avrebbe legato le mani anche al futuro governo, rassicurando così mercati e partner europei sulla rotta che l'Italia intende seguire nel post-Monti.
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Wednesday, April 18, 2012

Crisi finanziaria e pulizia politica a braccetto

Luigi Lusi, Francesco Belsito, Rosi Mauro, Renzo e Umberto Bossi, Davide Boni, Filippo Penati, Nichi Vendola, Roberto Formigoni e mezza giunta regionale lombarda, Valter Lavitola e ovviamente lui, Silvio Berlusconi. Appuntatevi questi nomi, solo i più citati, coinvolti a vario titolo - indagati e non - nelle numerose inchieste che in lungo e in largo nella nostra penisola stanno scuotendo le fondamenta del sistema politico. Tra qualche anno, quando il polverone si sarà diradato, sarà di una qualche utilità, per comprendere cosa stesse accadendo in questi giorni, sapere che fine avranno fatto, quale esito giudiziario sarà toccato loro in sorte. Paginate di giornali, aperture dei tg, talk show, ovunque lo tsunami di rivelazioni sembra inarrestabile, ondata dopo ondata travolge ogni cosa.

Non c'è nemmeno il tempo di porsi qualche domanda che già sopraggiunge lo scandalo successivo, o il vecchio si arricchisce di una nuova puntata, di un particolare in più. Eppure, da Tangentopoli a Partitopoli, alcune coincidenze nell'assalto mediatico-giudiziario al sistema politico non possono non sollevare alcuni interrogativi per chi non si accontenti delle gogne per sfogare il proprio malcontento. Allora come oggi le grandi "pulizie" coincisero con una pericolosa crisi finanziaria...
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Wednesday, February 29, 2012

Un nuovo pasticcio che mortifica la libera iniziativa

Anche su Notapolitica

Siamo proprio sicuri che gli interventi governativi volti a chiarire l'area di esenzione dall'Imu per le attività cosiddette "non commerciali" sciolgano una volta per tutte le ambiguità? Il rischio, purtroppo, è che le opacità di cui soprattutto la Chiesa è accusata di approfittarsi siano soltanto trasferite da una terminologia ad un'altra, e che le polemiche siano soltanto rinviate ad una fase di più conflittuale dialettica politica rispetto alla melassa che oggi circonda il governo Monti. Sbaglia chi riduce tutto ad una questione meramente fiscale. La soluzione individuata ha a che fare con la concezione che abbiamo di servizio pubblico, con il ruolo dell'iniziativa privata e del profitto nel nostro Paese.

Ci si è accorti che l'Imu metterebbe letteralmente in ginocchio un pilastro essenziale del nostro sistema educativo e di welfare, costituito da scuole e strutture sanitarie private, principalmente cattoliche, e più in generale il terzo settore, il cosiddetto no profit, la cui rilevanza sociale è riconosciuta dalla legge. Basti pensare che le strutture sanitarie e di assistenza appartenenti a enti ecclesiastici sono 4.712, di cui 1.853 ospedali e case di cura, 136 ambulatori, 121 medi o grandi ospedali; le scuole paritarie cattoliche sono 9.371, a cui sono iscritti 740 mila alunni (dati 2010/2011). Di queste, 6.228 materne, cui vanno aggiunti 399 nidi d'infanzia. Tutti abbiamo ben presente quale sia l'offerta pubblica gestita da enti statali (i cui immobili adibiti alle medesime funzioni sono ovviamente esenti dall'imposta), e dunque comprendiamo l'importanza che sia affiancata da realtà private. L'Imu minerebbe la loro stessa esistenza, o comunque ne limiterebbe di molto l'accessibilità da parte delle famiglie, ad ulteriore danno di un fattore di sviluppo cruciale come l'occupazione femminile, ma anche di libertà costituzionali come quella educativa e di cura.

Che fare? Il principio esposto ieri dal premier Mario Monti in Commissione Industria del Senato sembra abbastanza chiaro: chi fa profitto, paga l'Imu; chi non fa profitto, non lo paga. Magari fosse così semplice. L'imbarazzo è evidente: come giustificare agli occhi dell'opinione pubblica il fatto che l'Imu sia dovuta per la prima casa, quella nella quale si abita, da cui non si ricava alcun profitto e la cui funzione sociale è eclatante, indiscutibile, mentre vengono esentati enti che richiedono rette e conti da migliaia, e in alcuni casi decine di migliaia di euro, che ricevono finanziamenti regionali, investono soldi, danno lavoro, sono governati da consigli di amministrazione e dirigenti ben retribuiti, in poche parole che funzionano come un'impresa? L'idea è che per rendere socialmente accettabile l'esenzione dall'Imu di tali meritevoli attività basti etichettarle come «concretamente non commerciali», in poche parole no profit. Il criterio base ovviamente è il riconoscimento di rilevanza sociale e che eventuali avanzi di bilancio non rappresentino in alcun modo profitto, ma ulteriore sostegno all'attività, didattica o di assistenza.

Ma questa definizione può reggere, o al contrario apre la strada a ulteriori equivoci, fraintendimenti, e quindi contenziosi giuridici? Si può, nell'ambito di una stessa imposta, tassare alcuni soggetti sulla base del mero possesso di un bene, ed esentare altri sulla base della sua non redditività (all'atto pratico solo presunta)? E siamo sicuri che la rinuncia a qualsiasi forma di profitto non si riveli, alla lunga, un danno per gli stessi privati impegnati nel "sociale"?

Molte comunissime attività economiche possono rivendicare la loro valenza "sociale". Il nostro ordinamento riconosce il beneficio, in termini di reddito, ricchezza e progresso sociale, derivante da qualsiasi attività, purché non sia contraria alla legge e alla pubblica sanità e sicurezza. E tali attività possono trovarsi in pareggio o, peggio, in perdita, quindi in no profit, per semplice incapacità imprenditoriale a stare sul mercato. Non sono forse "servizio pubblico" e non hanno rilevanza sociale una farmacia, lo studio di un avvocato, o una ditta di trasporti? E se concludessero il loro anno in pareggio, o in perdita, non dovrebbero anch'essi venire esentati dall'Imu? Giustificando con l'assenza di profitto l'esenzione da un'imposta di natura patrimoniale, cioè sul possesso di un bene, si apre una evidente contraddizione.

L'impressione è che imporre l'etichetta no profit, non commerciale, per concedere a un privato che fa servizio pubblico un'esenzione fiscale, nasconda il perpetuarsi nella nostra società, e nella nostra classe di tecnici e di politici, di un pregiudizio sfavorevole alla libera iniziativa economica e al profitto. Continuiamo a pensare che un servizio è pubblico solo se direttamente gestito dallo Stato; un privato può farlo, a patto che si organizzi come un ente statale e rinunci al profitto. La legge 62 del 2000 sulla parità scolastica fissa standard non solo formativi e qualitativi, ma anche organizzativi, col rischio di riprodurre nel privato sprechi e inefficienze statali; ora alle scuole paritarie si chiede di rinunciare al profitto se non vogliono pagare l'Imu. Se poi qualche euro di profitto ci scappa, com'è fisiologico in una gestione efficiente, lo Stato è pronto a chiudere un occhio, purché non si dica, e l'ipocrisia no profit non sia smascherata. La cultura cattolica condivide lo stesso pregiudizio negativo nei confronti del "lucro" e ciò spiega almeno in parte perché in Italia siano prevalentemente enti ecclesiastici – più inclini al compromesso e più solidi economicamente – a operare nel settore educativo e nella sanità privati.

Nel futuro prossimo, se non altro per motivi demografici, lo Stato non avrà le risorse per provvedere ad una sempre più forte domanda di eccellenza educativa, di formazione permanente, e di assistenza alla popolazione anziana. I privati devono entrare nel settore educativo e del welfare. E costringerli a scegliere tra rinuncia al profitto e più tasse non è il miglior incentivo. Il profitto deve entrarci, perché il servizio pubblico, la funzione sociale espletati traggono ancora più forza da un'organizzazione economica che prevedendo il profitto tende alla propria sostenibilità finanziaria e imprenditoriale.

Riguardo gli immobili in cui si svolgono attività promiscue, sia commerciali che non commerciali, l'emendamento del governo rischia di non mettere fine alle opacità, laddove prevede che l'esenzione sia limitata alla sola «frazione» di unità nella quale si svolga l'attività di natura non commerciale, e cioè che si pagherà l'Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali. Ma come calcolare, e soprattutto chi dovrà calcolare le frazioni? Basterà un'auto-dichiarazione del proprietario, vincolata ad un meccanismo ministeriale di individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non esercitate all'interno di uno stesso immobile. Il cui rispetto però dipenderà da controlli ex post. Le polemiche non finiranno qui.

Friday, July 01, 2011

Vince il tremontismo

Al governo per cambiare lo Stato, lo Stato ha cambiato il centrodestra

E' vero che nessuno ci ha mai chiesto il pareggio di bilancio nel 2011, ed è vero che l'entità della manovra per il 2011 e il 2012, se si sommano gli effetti dei provvedimenti assunti negli anni scorsi, è pressocché identica a quella per il 2013 e 2014, quindi l'accusa di aver scaricato sul successivo governo il peso del risanamento è falsa, posta in questi termini. Lo stesso Tremonti, come ricorda Porro su il Giornale, fece nell'estate del 2008 una manovra da quasi 40 miliardi (quella dei cosiddetti «tagli lineari») che proprio in questi anni sta dispiegando i suoi effetti. Nessuna «bomba a orologeria», dunque. E persino il presidente Napolitano, in quella che è sembrata una replica alle critiche delle opposizioni, l'altro ieri certificava che la concentrazione dei sacrifici nel 2013 e 2014 corrisponde alle richieste europee. Ma in realtà, in mancanza di altre grandi riforme "epocali" da poter vantare, un'accelerazione sarebbe stata nell'interesse proprio dell'attuale governo.

Il pareggio di bilancio nel 2013 anziché nel 2014, cioè con un anno di anticipo, avrebbe significato certo fare più di quanto la stessa Europa ci ha chiesto, certamente avrebbe comportato tagli maggiori nel 2011 e nel 2012, ma forse avremmo sorpreso positivamente i mercati, evitando di restare sul filo del rasoio per altri due anni, e sul piano politico la maggioranza uscente si sarebbe potuta presentare agli italiani con un grande, storico obiettivo centrato prima del voto. Anche la legge delega per la riforma del fisco prevede un arco temporale - tre anni - che scavalca il termine di questa legislatura. Un altro obiettivo, dunque, quello della riduzione delle tasse - ammesso che alle tre nuove aliquote corrisponderanno scaglioni di reddito tali da ridurre effettivamente il carico fiscale - che esce dall'orizzonte dell'attuale legislatura, la seconda di questo centrodestra al governo.

La manovra sì, sembra soddisfare le richieste europee e mettere in sicurezza i conti. Contiene anche buone misure, accanto ad altre dal deciso sapore anti mercato. Ma se dal punto di vista contabile è probabile che raggiunga il suo scopo (il pareggio di bilancio nel 2014) - spero che nessuno sotto sotto, per fare dispetto a Berlusconi e a "Voltremont", auspichi per l'Italia la fine della Grecia - dal punto di vista politico sancisce il tramonto della leadership di Berlusconi (che le cronache riportano letteralmente assopito) e l'apice dell'influenza di Tremonti, il quale però sbaglierebbe ad illudersi di aver cambiato paradigma al Paese, come pure crediamo che nel suo intimo si prefiggesse.

Dopo all'incirca otto anni di gestione del Tesoro ciò che il ministro Tremonti è stato capace di presentare agli italiani è una manutenzione, saggia ma da ragioniere, dell'esistente, mentre era lecito aspettarsi, e ce ne sarebbe stato tutto il tempo in questi ultimi tre anni, una rivoluzione copernicana, in senso liberale, dello Stato. Questa manovra invece non rivoluziona la macchina statale, non dice agli italiani la verità su un modello statalista ormai insostenibile, né libera dalla spesa pubblica risorse sufficienti, in modo da rendere possibile, o da prefigurare un nuovo e diverso paradigma economico e sociale. Quel paradigma che a nostro avviso dovrebbe costituire le fondamenta politiche di una coalizione di centrodestra - e cioè che per spendere occorre produrre, per produrre occorre lavorare e non imboscarsi, e che la ricchezza si produce con meno Stato (leggi meno politica), meno tasse e più mercato.

PENSIONI - L'agganciamento automatico dell'età di pensionamento alle speranze di vita poteva partire già dal 2012, mentre è ridicolo il rinvio di due decenni - non al 2014 ma addirittura al 2032 - dell'equiparazione tra l'età pensionabile degli uomini e quella delle donne. Nel 2032 anche nel settore privato le donne dovranno andare in pensione a 65 anni, come gli uomini, ma è altamente probabile che per quella data dovremo tutti andare in pensione a 70 anni. Gran parte della manovra per fortuna graverà sui bilanci di ministeri ed enti locali (giusto che ai Comuni "virtuosi" sia consentito di spendere), ma non mancano misure da Prima Repubblica per fare cassa, come superbolli e ticket sanitario. Nemmeno sfiorato il capitolo province. Abolirle del tutto non si poteva? Tagliarne qualcuna - per esempio quelle che fanno capo alle grandi metropoli - forse sì, e con qualche risparmio non trascurabile.

COSTI DELLA POLITICA - Potevano rappresentare un cambio di paradigma anche i tagli ai costi della politica, ma il rinvio negli anni rende incerto anche questo capitolo. Se il livellamento delle remunerazioni di tutti gli incarichi politici ai corrispondenti europei (dei sei grandi Paesi dell'area Euro), può rappresentare una piccola rivoluzione dal valore non solo simbolico, bisognerà però aspettare la conclusione dei lavori di una commissione ad hoc, con tutte le incognite del caso. Incoraggiante la stretta su auto e aerei blu, e l'ulteriore decurtazione del 10% del finanziamento ai partiti, così come l'accorpamento delle tornate elettorali (esclusi i referendum), ma sugli stipendi dei parlamentari bisognerà fare i conti con le competenze esclusive di Camera e Senato. E questo non lascia ben sperare.

SVILUPPO, SANITA', STATALI - Certo, non mancano buone misure per favorire lo sviluppo, ma anche su questo fronte manca un cambio di paradigma. Le liberalizzazioni, per esempio, si riducono agli orari di apertura dei negozi (solo in alcune città) e ai servizi di collocamento, mentre il capitolo professioni e ordini rimane blindato, tranne rare eccezioni che scommettiamo il Parlamento renderà non più tali. Molto positiva la tassazione di vantaggio (aliquota del 5% per 5 anni) per le imprese create dai giovani fino a 35 anni e per il nuovo modello contrattuale concordato da sindacati e Confindustria, per incentivare contrattazione decentralizzata e premi di produttività; bene la reintroduzione dei ticket circoscritta agli esami specialistici e ai codici bianchi in pronto soccorso, per responsabilizzare un minimo gli utenti, e la proroga del blocco delle assunzioni e degli aumenti contrattuali nel pubblico impiego, così come la stretta sulle assenze, con la "visita fiscale" che potrà scattare fin dal primo giorno della dichiarata malattia.

FISCO - Se pare accantonata la tassa del 35% sulle operazioni finanziarie delle banche, così come il balzello dello 0,15 per cento sulle transazioni finanziarie, viene però aumentata l'Irap a carico di banche, assicurazioni e società finanziarie, e viene aumentato il bollo sul "dossier titoli", misure il cui peso si trasferirà ovviamente sui clienti e che inspiegabilmente vanno a "punire" chi investe nella crescita del Paese. Passa anche il superbollo per le auto di grossa cilindrata (potenza superiore a 225 kw), mentre su questa follia dei Suv giganteschi vedrei con maggiore favore restrizioni e disincentivi a livello comunale, per occupazione di suolo pubblico. La delega sul fisco è una scatola vuota. Le tre aliquote Irpef ok, ma tutto dipenderà dagli scaglioni di reddito che verranno associati ad esse e da quante risorse per finanziare la riforma verranno dalla spesa pubblica corrente. Probabili l'aumento dell'Iva e la cosiddetta «armonizzazione» della tassazione sulle cosiddette "rendite" finanziarie. Unica aliquota fino al 20%, esclusi i titoli di Stato: saliranno le tasse sulle obbligazioni e scenderanno quelle sui depositi bancari, oggi al 27. Ai piani di risparmio, ai fondi pensione e alle forme di assistenza socio-sanitaria complementare si promettono aliquote inferiori al tetto del 20. A parte il fatto che il risparmio investito è già stato abbondantemente tassato alla fonte, sul reddito, l'orientamento sembra quello di "punire" gli investimenti più rischiosi, il finanziamento delle imprese tramite la Borsa, e premiare il semplice deposito o quelli più "conservativi". Demenziale, ben sapendo della cronica difficoltà delle nostre imprese nell'accesso al credito e nell'attrarre investimenti in Borsa.

Thursday, June 30, 2011

No, non ci siamo proprio

A poche ore dal varo della manovra in Consiglio dei ministri le anticipazioni e le voci che circolano sui giornali di oggi sono a dir poco deprimenti. Non solo rispetto alle nuove entrate i tagli strutturali previsti non sembrano assumere la forma necessaria di una vera e propria "aggressione" alla spesa pubblica e sono troppo diluiti nel tempo, non solo non s'intravedono all'orizzonte né una riduzione, sia pur minima, della pressione fiscale, né vere "frustate" liberalizzatrici, ma spuntano tasse e balzelli di ogni tipo che rivelano un approccio anti mercato col quale sarà difficile portarci oltre l'1% annuo di crescita. E senza crescita, è a rischio persino l'obiettivo minimo di questa manovra: il pareggio di bilancio nel 2014.

Al di là di alcune misure condivisibili, si prosegue con una logica da Prima Repubblica, cioè con una caccia grossa a coloro che hanno ancora qualche spicciolo da parte. Il saccheggio dei granai, insomma, mentre l'obiettivo dovrebbe essere quello di farli riempire i granai e di ampliare la platea di quanti producono ricchezza. Manca solo la rapina notte tempo sui conti corrente messa a segno da Amato nel '92, e poi siamo ad una manovra da Prima Repubblica. L'impressione che se ne ricava è che piuttosto che spendere meno, i politici se ne inventino una in più di Dracula per succhiare altro sangue. Una buona metà degli italiani si chiederanno a questo punto che cosa hanno votato a fare il centrodestra nel 2008. Di un centrodestra del genere l'Italia non ha bisogno, non ha alcun senso.

L'adeguamento dell'età di pensionamento delle donne a quella degli uomini, a 65 anni, è una barzelletta: avverrà in modo graduale a partire dal 2020 concludendosi nel 2030! Si rinuncia ad una misura impopolare ma strutturale, per una altrettanto impopolare ma certo non virtuosa: il superbollo sui Suv e le auto di grossa cilindrata (quale la prossima "riforma strutturale", l'aumento delle imposte sulle sigarette?). Attenzione: avrebbe un qualche senso far pagare ai fumatori le spese sanitarie che lo Stato dovrà sostenere per curare le loro malattie, e ha un qualche senso "punire" questa mania dei Suv giganteschi, che nel contesto urbano delle nostre città sono una follia. E la reintroduzione del ticket sanitario avrà l'effetto di responsabilizzare un minimo i cittadini nel ricorso ad esami specialistici e al pronto soccorso. Ma è la mentalità che rivelano queste misure ad essere preoccupante: raccontano di un governo che anziché concentrarsi unicamente nel tagliare la spesa, cerca spasmodicamente nuove entrate.

Ci sono poi misure che rivelano un istinto anti mercato e che rischiano di avere un impatto persino depressivo sull'economia. Tassare le transazioni finanziarie e accanirsi sulla gestione delle attività finanziarie da parte delle banche è una roba "comunista". Punto. Si punisce chi decide di investire i propri risparmi (da una fonte di reddito già tassata) nel finanziamento di attività produttive, pur sapendo della cronica difficoltà delle nostre imprese di ottenere credito dalle banche e finanziamenti in Borsa. Tra l'altro, come ricorda Nicola Porro su Il Giornale, «se una banca o una società devono pagare un euro in più di imposte, è molto probabile che facciano di tutto per traslarle sul proprio cliente. Il quale, a sua volta, se è in grado, le fa pagare al suo di cliente. La sintesi finale è la regressività dell'imposta».

E' positiva la conferma della riforma del Patto di stabilità per i Comuni, per cui chi rispetta gli obiettivi di bilancio e ha soldi in avanzo potrà spendere, a differenza di quanto avviene oggi, così come è rassicurante l'allentamento delle "ganasce fiscali", con il raddoppio dei termini oltre i quali scattano i pignoramenti (da 120 a 240 giorni). Il Foglio si accontenta della liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura degli esercizi commerciali (ma solo nei comuni di interesse turistico e nelle città d’arte), ed è certamente un'ottima misura «sviluppista», ma il segno generale della manovra è a dir poco conservativo dell'esistente. Il pressing su Tremonti sembra non aver prodotto un sussulto di riforme liberali, sia sulla spesa che sulle tasse, bensì una diluizione nel tempo e un ammorbidimento (soprattutto, sembra, su previdenza e costi della politica) dei tagli. Ciascuno è impegnato a salvare dalla sforbiciata il proprio portafoglio ministeriale, non a offrire al Paese un approccio nuovo alla riduzione della spesa pubblica. Manca un ripensamento generale dello Stato e delle sue funzioni, mentre siamo di fronte ad una manutenzione, sia pure "responsabile" ma semplicemente ragionieristica dell'esistente. E non è detto che basti. Il giudizio sulla manovra lo daranno Moody's e le altre agenzie di rating, ma potrebbe essere senza appello.

Dove tagliare? I conti che fa Oscar Giannino sono impietosi nella loro semplicità. Basta avere la volontà politica di tagliare. Basta guardare i numeri e chiunque può comprendere all'istante come difendendo la spesa pubblica i politici difendono in realtà se stessi, mentre fanno credere ai cittadini di difendere i servizi - scadenti - che ricevono dallo Stato.

Thursday, May 13, 2010

Chi tira la carretta e chi si fa tirare

Cinque regioni tirano la carretta in questo Paese, tutte le altre arrancano, si fanno tirare. E' quanto emerge dall'ennesima analisi della Cgia di Mestre. Solo cinque regioni infatti presentano "residui fiscali" attivi, cioè danno molto di più alle amministrazioni pubbliche - con imposte, tasse e contributi - di quanto ricevono sotto forma di trasferimenti e di servizi pubblici. Solo Lombardia, Veneto e Piemonte contribuiscono per oltre 50 miliardi di euro. La Lombardia risulta da sola in credito di 42,574 miliardi, il Veneto di 6,882 miliardi e il Piemonte di 1,219 miliardi. Contribuiscono in larga misura anche Emilia Romagna (+5,587 miliardi) e Lazio (+8,720 miliardi), grazie soprattutto a Roma.

A guadagnarci non sono solo le regioni del Sud, ma anche quelle a Statuto speciale del Nord. Se la Toscana presenta un deficit del residuo fiscale di 776 milioni e la Liguria di 3,304 miliardi, non sono da meno realtà a Statuto speciale come Trentino Alto Adige (-2,177 miliardi), Friuli Venezia Giulia (-2,104 miliardi) e Valle d'Aosta (-617 milioni). Il divario sale drasticamente in alcune Regioni del Sud, capitanate dalla Sicilia - dove il residuo fiscale è pari a -21,713 miliardi - seguita da Campania (-17,290 miliardi) e Puglia (-13,668 miliardi). La Lombardia da sola "mantiene" Sicilia e Campania.

Ma il dato più sorprendente è che negli ultimi anni, dal 2002 al 2007, nonostante le lagnanze meridionaliste, il flusso da Nord a Sud è addirittura aumentato. In Lombardia, ad esempio, l'attivo è aumentato del 47 per cento, in Piemonte del 33 per cento e in Veneto del 32 per cento. I cittadini di queste tre regioni probabilmente se ne sono accorti, mentre a Roma e nel Centrosud del Paese l'opinione prevalente è che non si faccia abbastanza per il Sud, che qualche "cattivone" abbia chiuso i rubinetti. Sarebbe ora, ma non è così. Per il Sud non si fa certamente abbastanza in termini di politiche, ma si va molto oltre la decenza in finanziamenti.

Proprio stamattina il governo ha giustamente negato l'utilizzo dei fondi per le aree sottoutilizzate (Fas) a Lazio, Campania, Molise e Calabria. Quei fondi devono servire per programmi di sviluppo regionale, e non per coprire il deficit del settore sanitario. Dunque, niente Fas senza piani di rientro adeguati e prima del raggiungimento degli obiettivi previsti. Naturalmente i governatori piangono, e qualcuno (il molisano Iorio e il campano Caldoro) sostiene che il governo gli avrebbe chiesto di alzare le tasse, mentre Scopelliti ha evocato il «rischio» di nuovi tributi. Non ci provate, la scelta di ripianare il deficit sanitario con più tasse è solo vostra. Al governo interessa che ci siano i piani di rientro e che siano rispettati. Se con tagli agli sprechi e alla spesa, o con nuove tasse, è una scelta politica che spetta ai governatori.

Wednesday, March 17, 2010

Comunque vada, alle mid-term saranno guai

Che la riforma sanitaria rappresenti o meno il "momento" che definirà la presidenza Obama, come ogni presidenza Usa ha avuto il suo, è certo che questa settimana importanti nodi sia di politica interna che estera stanno venendo al pettine. La Casa Bianca e la speaker della Camera, Nancy Pelosi, confidano di ottenere il via libera definitivo al testo di riforma già approvato dal Senato, ma è ancora aperta (e incerta) la caccia ai 216 voti necessari e a ben vedere neanche un esito positivo è del tutto privo di rischi per il presidente e i Democratici.

Se passa e diventa legge, potranno sì vantare un successo che sarà celebrato come una pietra miliare nella politica progressista americana. Tuttavia, la riforma non incontra il favore dell'opinione pubblica conservatrice e moderata, mentre l'ala liberal, più di sinistra, del partito e dell'elettorato, è comunque delusa per il sacrificio, in nome del pragmatismo, della public option, l'elemento più innovativo, cioè il "pilastro" assicurativo pubblico da affiancare alle assicurazioni private.

Peggio ancora se la riforma dovesse naufragare, perché sia la presidenza che la maggioranza democratica al Congresso, oltre che deludere le aspettative di riforma del proprio elettorato, e trovarsi di fronte alle accuse di "tradimento" dell'ala liberal, darebbero prova di incapacità di governo. Insomma, in entrambi i casi le elezioni di mid-term del prossimo novembre rimangono a rischio e Obama potrebbe ritrovarsi azzoppato nei prossimi anni fino alla corsa per un secondo mandato.

Il principale ostacolo è costituito dai deputati democratici, molto più preoccupati della loro rielezione che delle sorti politiche del presidente. Votando a favore, infatti, temono di perdere consensi nei loro collegi in vista del voto di novembre. C'è la ritrosia da parte di alcuni a finanziare l'aborto con soldi pubblici, sia pure indirettamente, ma soprattutto pesano gli enormi costi - stimati in 875 miliardi di dollari - della riforma, che graveranno su un debito pubblico già insopportabilmente alto per gli standard Usa e richiederanno probabilmente, come paventano i Repubblicani, nuove tasse.

Sarebbero loro, i deputati che avranno votato sì, i primi ad essere sanzionati dall'elettorato. I sondaggi mostrano che nei collegi in bilico circa il 60% degli elettori voterà per un candidato contrario alla riforma. Per questo si affaccia l'ipotesi di far passare la riforma senza un vero e proprio voto formale. Nancy Pelosi pensa a un pacchetto di "aggiustamenti" non sostanziali, che in base ai regolamenti in vigore alla Camera può valere come un sì automatico al testo del Senato, risparmiando così ai singoli deputati l'imbarazzo di un voto esplicito.

Thursday, January 28, 2010

Obama ripropone la stessa minestra riscaldata

Barack Obama «mantiene la rotta», persevera con la «stessa agenda», anche se «in una veste più umile». Questa la lettura che dà il Wall Street Journal del primo discorso sullo stato dell'Unione pronunciato ieri notte dal presidente americano, che ha «per lo più riconfezionato la sua agenda del primo anno in un pacchetto politicamente più modesto». In pratica, la stessa minestra riscaldata. «Se il presidente Obama ha tratto una lezione dalla recente disfatta del suo partito in Massachusetts, e dal suo calo nei sondaggi, sembra essere quella di continuare a fare cosa stava facendo, solo con un po' più di umiltà, e un tocco più bipartisan».

Nel suo discorso, prosegue il WSJ, Obama ha mostrato l'intezione di coinvolgere i Repubblicani «più di quanto lui o il suo partito abbiano dimostrato durante l'anno scorso». «Ma se questa apertura è qualcosa di più che mera retorica, dipenderà dal cambiamento delle sue politiche». E su questo piano, «abbiamo ascoltato per lo più ciò che i Democratici dicevano di George W. Bush e della sua politica in Iraq: Stay the course». «Ciò è vero soprattutto - osserva il Wall Street Journal - riguardo due importanti temi di politica interna della sua Presidenza - la riforma sanitaria e l'economia». Riguardo la prima, quello di Obama al Congresso è stato un «soliloquio sui suoi sforzi di un anno», «senza mostrare una particolare disponibilità al compromesso». Il presidente, prosegue il WSJ, «ci ha dato l'impressione di sperare ancora che i Democratici troveranno un modo per insinuare tale mostruosità nella legislazione nonostante la sua impopolarità».

Riguardo l'economia, Obama si è prodigato «in una calorosa difesa del pacchetto di stimolo, sebbene il tasso di disoccupazione sia ora al 10 per cento, e ha promesso per quest'anno dosi maggiori della stessa ricetta». Ha confermato l'intenzione di imporre nuove tasse alle grandi banche e alle multinazionali che «spostano all'estero posti di lavoro». Obama, ammonisce il WSJ, «crede di poter ottenere posti di lavoro e un'espansione duratura dal settore privato facendo guerra ai suoi animal spirits. Non può farcela». Ma il problema è «più ampio», osserva il quotidiano, è «la sua convinzione che la crescita economica scaturisca principalmente dal genio del governo». Obama, conclude quindi il Wall Street Journal, «si trova oggi ad un bivio e non sa davvero cosa fare - eccetto che rimanere sulla stessa strada che lo ha messo in difficoltà. Questo potrebbe essere un lungo anno».

Wednesday, January 20, 2010

Obama anno I, risultati zero

Un anno fa il presidente Obama entrava ufficialmente in carica ed il destino ha voluto che lo scoccare di un anno esatto di presidenza coincidesse con l'elezione di un repubblicano, Scott Brown, al seggio senatoriale lasciato libero dalla morte di Ted Kennedy. Una vittoria dal forte valore simbolico ma anche politico. Simbolico perché quel seggio era stato di Ted Kennedy per 47 anni ininterrotti dal 1962 (e della famiglia Kennedy per 57 anni, dal 1952), e perché il Massachusetts è uno degli stati più di sinistra d'America. L'ultima volta che ha eletto un repubblicano al Senato è stato nel 1972. Politico, perché con l'elezione di Brown ora i repubblicani possono contare su 41 seggi al Senato e quindi ai democratici sfugge quella maggioranza di 60 senatori che per effetto dei regolamenti mette al riparo dall'ostruzionismo dell'opposizione.

Ma a parte l'incauta apparizione di Obama a Boston due giorni prima del voto per sostenere la candidata sconfitta, si tratta del più classico dei campanelli d'allarme per il presidente e il suo partito. Perdere inaspettatamente in uno dei propri feudi più inespugnabili è un segnale inequivocabile a meno di un anno dalle elezioni di medio termine. Ancor di più se si considera che Brown ha focalizzato la sua campagna sulla promessa di essere proprio quel 41esimo senatore che può opporsi alla "ObamaCare". E il paradosso è che in Massachusetts vige un prototipo della riforma Obama approvato nel 2006. I primi in America ad avere avuto quel tipo di sistema sanitario sono stati anche i primi a pronunciarsi contro la sua estensione a livello nazionale.

E' crisi per Obama? Troppo presto per dirlo ma certamente la fiducia che gli americani hanno concesso a Obama, principalmente per la forte promessa di cambiamento e per i tratti altamente simbolici ed evocativi nella sua carta d'identità, non sono disposti a concederla al suo partito, che rischia a novembre prossimo di andare incontro ad una sonora sconfitta. E' comunque tempo di bilanci per Obama ad un anno dal suo ingresso alla Casa Bianca. Sul fronte interno l'impressione è che la crisi stia facendo il suo corso e che il suo interventismo finora abbia prodotto solo nuove spese e ulteriore deficit. Sulla riforma sanitaria va in scena il solito psicodramma degli americani. Il sogno di un sistema sanitario universale esercita una grande attrazione ben oltre i confini di consenso del partito democratico. Per questo prima delle elezioni presidenziali sembra sempre che quasi tutti gli americani vogliano una riforma sanitaria che garantisca loro una copertura universale; quando si accorgono, dopo le elezioni, quanto costa, e come procede il Congresso, quella maggioranza nel Paese si rompe.

Per quanto riguarda la politica estera, l'unica decisione giusta che ha preso è quella di mandare nuove truppe in Afghanistan e di avallare la strategia di contro-insurrezione del generale McChrystal. Solo che ci ha messo quasi quattro mesi di troppo. Come prevedibile, l'apertura all'Iran non sta funzionando e l'ultimatum implicito del 31 dicembre è trascorso da 20 giorni senza cambiamenti sensibili nell'approccio Usa. Il dibattito su nuove sanzioni con interlocutori difficili come Mosca e Pechino non ci pare nemmeno partito. La porta è ancora aperta, la mano è ancora tesa, al prezzo del mancato appoggio al movimento di opposizione iraniano e con grande rischio di indebolire la credibilità della deterrenza Usa agli occhi degli iraniani.

A prescindere dai diritti umani, che da anni nei rapporti con la Cina sono stati messi in secondo piano, al di là della pur importante retorica ufficiale, l'impressione è che l'amministrazione Obama stia sopravvalutando Pechino (equivocandone intenzioni e obiettivi di lungo termine) come secondo pilastro di una governance globale il cui vertice sia ristretto a due sole superpotenze, e mettendo troppo presto da parte i suoi alleati europei e nel sudest asiatico. Ricordiamo inoltre la sbandata iniziale, poi parzialmente corretta, sulla crisi in Honduras, ma a parte questo non ci pare che gli Stati Uniti abbiano recuperato il terreno perso in America Latina e in Africa. Se l'ondata rossa e antiamericana nel "cortile davanti casa" sembra essersi arrestata lo devono a Micheletti e a Pinera in Cile. In generale, si può dire che tutte le aperture e disponibilità di Obama ad avversari o a nemici dichiarati dell'America non abbiano finora prodotto risultati di rilievo.

Un anno è troppo poco? Può darsi. Siamo qui. Ma se le difficoltà e le ostilità con le quali gli Usa si sono scontrati negli ultimi anni in più parti del mondo non fossero dipese da un loro atteggiamento troppo aggressivo e "imperialistico", e al contrario questo si fosse reso necessario per rispondere alle sfide?

Tuesday, January 19, 2010

Contro Vendola l'ultima arma rimasta: quella giudiziaria

Nel giorno della commemorazione ufficiale di Craxi nel decimo anniversario della morte, le lancette della giustizia ad orologeria italiana non sembrano essersi fermate. Non può che destare sospetti, infatti, la tempistica della presunta iscrizione nel registro degli indagati di Nichi Vendola, a soli cinque giorni dallo svolgimento delle primarie del centrosinistra in Puglia, fortemente volute proprio dal governatore uscente, anzi quasi imposte ai vertici del Pd. In tutti i modi infatti Vendola ha messo i bastoni tra le ruote del Pd, i cui vertici avrebbero preferito saltare il passaggio elettorale candidando direttamente Boccia, sostenuto da una coalizione nuova di zecca con dentro l'Udc.

Vendola è l'ultimo ostacolo all'avvio, almeno in Puglia, di quell'esperimento da tempo nei piani di D'Alema (e quindi di Bersani): un centro-sinistra col trattino fondato sul Pd come pilastro di sinistra e sul partito di Casini come pilastro di centro. La Puglia dovrebbe essere il "laboratorio" di questa nuova alleanza, ma per partire Casini ha imposto al Pd di scaricare Vendola e la sinistra, che però non si sono fatti da parte e hanno strappato le primarie per rientrare in gioco.

E puntuale arriva l'iniziativa dei magistrati. Che l'iscrizione di Vendola tra gli indagati si riveli o meno fondata, la soffiata giornalistica costringerà comunque Vendola a correre con l'handicap alle primarie. Ancora una volta - un puro caso? - l'ultima arma nei confronti di qualcuno che si è messo di traverso rispetto ai progetti del Pd si rivela essere quella giudiziaria.

Ma il caso Vendola mi dà modo di tornare anche su un altro aspetto. Il governatore della Puglia sarebbe accusato di aver favorito la nomina come primario di Neurologia in un ospedale barese di un certo professor Logroscino, che tra l'altro secondo Vendola sarebbe uno «scienziato di fama mondiale, associato all'Università di Harvard». Ora, fermo restando che da liberale e libertario non approvo certo il nostro modello di sanità pubblica, riconosco tuttavia che se scegliamo che sia pubblica, è la politica che deve farsene carico.

Se la sanità è pubblica, chi se non la politica se ne dovrebbe occupare per conto dei cittadini? E se la sua gestione è affidata alle regioni, chi se non i governatori democraticamente eletti sarebbe legittimato ad assumersi la responsabilità delle nomine e del suo funzionamento? Sono loro, i governatori, che ne rispondono politicamente di fronte ai cittadini, a loro dunque spettano le scelte. L'influenza dei partiti nel campo della sanità è una conseguenza logica e inevitabile della scelta a favore di un sistema sanitario statale. Se fossi governatore, sceglierei io personalmente, sebbene dietro attenta valutazione, tutti i primari e i direttori delle Asl. Il criterio della scelta è un fatto politico e non giudiziario.

Friday, December 04, 2009

Pulpiti inattendibili

Fa una certa rabbia leggere una lettera come quella che il direttore della Luiss, Pier Luigi Celli, ha scritto al figlio laureando, suggerendogli di fuggire dall'Italia: «Figlio mio, lascia questo Paese». «Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio... Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi». Fa rabbia perché nel complesso non si può dargli torto, se l'avesse scritta un padre qualsiasi, ma il pulpito da cui viene la predica non è di quelli più credibili, essendo corresponsabile del male che denuncia, e il destinatario - con tutto il rispetto per un ragazzo che magari ha tutte le carte in regola e non gli occorrono raccomandazioni - non credo tuttavia sia tra coloro che più possa soffrire della situazione denunciata dal padre.

Non ho seguito il dibattito che ne è scaturito e non so chi si sia espresso a favore o contro. Dico solo che accanto ad alcuni argomenti fondati, nella lettera si leggono tante sparate demagogiche, e nessuna indicazione sulla via da intraprendere per uscire da questo stato di cose. «Senso di giustizia», «voglia di arrivare ai risultati», «l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro», tutto questo, dice il padre al figlio, «ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica». Celli continua additando i compensi dei portaborse, di veline e tronisti, di quel manager che ha alle spalle «fallimenti che non pagherà mai». Un Paese, continua Celli nella sua lettera, «in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico». Per questo, conclude, «il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati».

La mancanza di meritocrazia, il "familismo", le raccomandazioni, certo, come dargli torto. Ma Celli se la prende anche con l'individualismo e il capitalismo, cita il caso Alitalia - e come non vedere che in qualche modo, così pare trapelare dal testo, c'è l'"era berlusconiana" sul banco degli imputati - ma neanche una parola su uno degli ambienti meno meritocratici e più familisti del Paese, quell'università e quell'accademia da cui Celli proviene. Intollerabile, ma a conferma dei nostri dubbi sul pulpito, il fatto che Celli assolva il sistema educativo italiano, le università, in cui ha avuto e ha egli stesso un ruolo di primissimo piano. Ospite di Rainews24 per parlare della sua lettera, infatti, ha l'ardire di sostenere che «l'università italiana, e in particolare la Luiss dove lavoro, che è l'Ateneo di Confindustria, ritengo che assicuri un buon livello di preparazione dei nostri giovani». Il problema sarebbe dopo, nel «precariato». Peccato che nelle più autorevoli graduatorie internazionali nessuna università italiana compaia tra le prime cento.

Chiunque lamenti la mancanza di meritocrazia, il "familismo" e la politicizzazione esasperata per spiegare il declino italiano, l'inefficienza dei servizi e la chiusura ai giovani, è poi chiamato anche a indicare la ricetta giusta: meno Stato, più mercato; meno assistenzialismo, più competizione. A cominciare dalle università, proseguendo con il mercato del lavoro e la sanità. Riforma dell'assetto proprietario degli atenei e del fondo ordinario statale; professori che non producono, a casa. Celli è d'accordo? Altrimenti non si capisce di cosa parliamo.

Tuesday, July 28, 2009

Il Nord continua a pagare e il Sud a sprecare

Al di là degli stucchevoli personalismi e delle pretese dei singoli che cercano di far carriera cavalcando facili slogan per il Mezzogiorno, l'unico modo giusto di inquadrare il solito piagnisteo meridionale sugli aiuti pubblici è quello di Alberto Bisin, oggi su La Stampa, dall'emblematico titolo: "E il Nord continua a pagare". E infatti tutti i dati, come aveva già ricordato ieri Nicola Porro su il Giornale, indicano che il Nord continua a pagare e il Sud a sprecare.

Il reddito pro capite della Lombardia (dati Eurostat 2005) è da 60 anni circa il doppio di quello della Campania, della Calabria o della Sicilia, osserva Bisin. Dai dati del Ministero delle Finanze (elaborazione Centro Studi Sintesi, 2005) risulta che «l'eccesso di spesa pubblica sui tributi raccolti da Stato e Regioni (disavanzo pubblico totale per Regione) è pari a quasi duemila euro pro capite in Campania, a oltre tremila in Calabria, a tremila e cinquecento euro in Sicilia. I contribuenti lombardi invece versano allo Stato cinquemila euro pro capite in eccesso di quanto ricevano; e duemila i piemontesi».

E accanto a questi trasferimenti "ufficiali", c'è un trasferimento "sommerso", occulto. Nelle regioni meridionali l'evasione fiscale risulta maggiore che in quelle del Nord (dati Agenzia delle Entrate, medie 1998-2002): la Calabria, secondo queste stime, avrebbe un rapporto evaso/dichiarato del 93,89 per cento, la Sicilia del 65,89 per cento, la Puglia del 60,65 per cento, la Campania del 60,55 per cento, la Sardegna 54,71 per cento e il Molise del 54,61 per cento. Mentre le regioni più virtuose sono risultate la Lombardia, con un rapporto evaso/dichiarato del 13,04 per cento, l'Emilia Romagna con il 22,05 per cento, il Veneto con il 22,26 per cento e il Lazio con il 26,05 per cento.

Insomma, il flusso dal Nord al Sud, dalle regioni ricche a quelle povere, non si è mai interrotto. Giusto che sia così, ma se nel corso dei decenni nulla cambia vuol dire che qualcos'altro non va. Il problema, conclude correttamente Bisin, è che «la spesa pubblica nel Sud ha un forte carattere clientelare e ha alimentato una classe di politici e amministratori locali tra le peggiori d'Europa. La gestione della questione rifiuti in Campania, della spesa sanitaria in Calabria, Puglia, e ancora Campania sono casi eclatanti ma niente affatto anomali. Per quanto l'intero Paese sia caratterizzato da un sistema pubblico enormemente inefficiente, la situazione al Sud è addirittura indegna di un Paese sviluppato».

«Proprio nelle Regioni in cui la spesa sanitaria è maggiormente fuori controllo - nota l'economista - i servizi sanitari sono carenti e i malati sono costretti a curarsi altrove». E la situazione è del tutto simile nell'istruzione, come dimostrano la classifica degli atenei stilata dal ministro Gelmini e i test Pisa (Ocse, 2006). Più spesa, meno qualità. Non è una questione di reddito né di soldi pubblici. «La verità è che la spesa pubblica è gestita al Sud in modo spaventosamente clientelare e quindi inefficiente».
«Tali squilibri - conclude Bisin - sono insostenibili nel medio periodo, specie in un Paese gravato da un debito pubblico enorme e da un fisco tanto asfissiante quanto inefficiente. In questa situazione, il governo irrigidisce giustamente i cordoni della spesa e la classe politica che rappresenta il Sud fa quello che è stata eletta per fare: chiede finanziamenti, sussidi, e posizioni di governo da cui poter elargire finanziamenti e sussidi. Per questo la rigidità finanziaria del ministro Tremonti è tanto impopolare quanto importante. Data la situazione in cui versa l'amministrazione locale nel Mezzogiorno, il governo fa bene nel breve periodo ad accentrare i centri di spesa per investimenti al Sud. Ma una riproposizione della Cassa del Mezzogiorno sarebbe un grave errore. Nel medio periodo è necessario che gli elettori siano, in ogni parte del Paese, responsabili fiscalmente della spesa dei propri amministratori. Solo allora gli amministratori locali e i governatori regionali saranno eletti sulla base della loro capacità di favorire lo sviluppo e non di produrre sussidi. Ne guadagnerà il Nord, ma soprattutto il Sud».
Questa volta stiamo con il ministro Tremonti: si tenga stretti i soldi e li conceda solo per progetti concreti e verificabili, non per gonfiare la spesa corrente.

Riforma sanitaria trappola politica per Obama

Il problema politico è che molti americani vogliono la copertura sanitaria universale, ma quando un concreto progetto di riforma si avvicina all'esame del Congresso, una parte importante di coloro che la vogliono (e che magari per averla hanno eletto un presidente democratico di colore) si spaventano dei costi. Non sanno più di cosa avere più paura, se di non avere in alcuni momenti della loro vita una copertura sanitaria, o delle tasse che dovranno sborsare per pagarla a tutti. Così si ha il paradosso che il presidente eletto per fare una riforma sanitaria che garantisca una copertura universale perde consensi nei sondaggi proprio quando si appresta a presentarla al Congresso.

Il suo partito, che deve votarla, si spaventa, perché dopo un anno ci sono le elezioni di medio termine e rischia di perdere la maggioranza al Congresso. Per un verso, quindi, Obama rischia sia di non riuscire a far passare la sua riforma al Congresso, sia di causare in ogni caso una sconfitta per il suo partito alle elezioni di medio termine del 2010, come accadde già a Clinton prima di lui. Per un altro verso, l'approvazione della sua riforma rischia di dare «il colpo di grazia», come osserva Alberto Alesina, oggi sul Sole 24 Ore, alla finanza pubblica americana, «già sotto enorme stress a causa della crisi».
Che il sistema sanitario americano vada riformato non c'è dubbio. I costi della sanità sono altissimi e circa 45 milioni di americani non sono assicurati. Chi sono? Non sono i più poveri, i quali sono protetti da un sistema pubblico che si chiama Medicaid. Non sono gli anziani, ricchi o poveri che siano, che sono ben protetti (perfino troppo, perché sono un gruppo di elettori cruciali) da un altro sistema pubblico, Medicare, una vera emorragia di risorse. I non assicurati sono coloro che non sono abbastanza anziani per Medicare, non sono abbastanza poveri per Medicaid, e lavorano in imprese che non offrono l'assicurazione sanitaria e scelgono di non assicurarsi da soli, dati i costi. Le imprese che non offrono l'assicurazione sanitaria sono in genere quelle piccole. E poi vi sono i lavoratori autonomi. Particolarmente problematico diventa quindi perdere il posto di lavoro perché in molti casi con esso se ne va l'assicurazione sanitaria.
Le possibili soluzioni sono di due tipi, indica Alesina. Una è quella adottata dal Massachusetts, di «lasciare i cardini del sistema immutati ma di dare sussidi a quella parte dei 45 milioni di americani che non si può permettere l'assicurazione sanitaria privata, rendendola invece obbligatoria». Copertura sanitaria fornita ancora dalle assicurazioni private, quindi, ma obbligatoria. Un po' come da noi l'Rc auto. Il secondo tipo di riforma è quello di «passare essenzialmente a un sistema di assicurazione pubblica stile europeo ed è quello che propone Obama».

Sarebbe un disastro. Causerebbe il fallimento di molte società di assicurazione privata, che non potrebbero competere con quella pubblica, e comporterebbe costi enormi per lo Stato, anche se Obama naturalmente sostiene che il suo piano farebbe risparmiare. Ma passare a un sistema sanitario stile europeo comporta anche altri svantaggi, oltre ai costi per lo Stato: minore qualità ed efficienza del servizio, e minore accessibilità alle cure (tempi di attesa estremamente lunghi). Obama insomma vuole rovinare il sistema sanitario che "produce" i Dottor House.

Alesina riferisce che Doug Elmendorf, nuovo giovane direttore del Congressional Budget Office, un organo indipendente e bipartisan, «ha testimoniato al Congresso che secondo lui non vi sarebbero risparmi con il piano Obama, anzi i costi per lo Stato si moltiplicherebbero». Elmendorf, spiega Alesina, è tra l'altro «ex collaboratore di Larry Summers, il consigliere economico di Obama, ed è di simpatie democratiche, quindi non è affatto un "nemico giurato" dell'amministrazione, anzi». Anche in base alle ipotesi più ottimistiche, il deficit americano potrebbe essere ancora del 7% del Pil nel 2020. Per finanziare la sua riforma Obama vorrebbe alzare le tasse ai più abbienti, ma rischiando di ostacolare la ripresa. Il Partito democratico è comprensibilmente scettico e preferirebbe un approccio più realistico, del primo tipo. Invece Obama spinge a testa bassa per l'approvazione in tempi brevi.
«Obama fa benissimo - conclude Alesina - a cogliere il momento della crisi per sfruttare energie politiche che potrebbero sostenere riforme importanti, una lezione che il nostro governo dovrebbe recepire. Ma il presidente americano sbaglia a buttarsi a testa bassa cocciutamente su una riforma che parte con il piede sbagliato. E infatti sta scontrandosi con una forte opposizione anche all'interno del suo partito».
Contrarissimi ai piani di Obama per la sanità i liberisti del Cato Institute.

Wednesday, March 04, 2009

Allarme europeizzazione in America

Se qualche conservatore come Christopher Buckley, figlio di William, e David Brooks, editorialista del NYT, si è già pentito di aver sostenuto Obama, figuriamoci i conservatori che l'hanno sempre temuto. I mercati hanno bocciato il piano anti-crisi di Obama e il dubbio che «serpeggia» - anche tra i commentatori e nelle redazioni di autorevoli organi di stampa, anche di preferenze politiche diverse, come Wall Street Journal e The Economist, è che il nuovo presidente possa rivelarsi non all'altezza.

Si teme addirittura che con l'enorme espansione della spesa pubblica e dei programmi federali previsti nella prima legge di bilancio di Obama gli Stati Uniti si stiano incamminando verso una strada che renderà il loro sistema economico-sociale più simile a quello europeo. Quello di Obama è «il più audace manifesto social-democratico mai intrapreso da un presidente americano», ha osservato Charles Krauthammer.

Obama ha chiarito che intende essere un «trasformatore quanto Reagan». Il suo obiettivo non è solo rilanciare l'economia, ma realizzare ambiziosi progetti come un sistema sanitario universale, un'istruzione universale, energia "verde" finanziata e regolata dal governo. E ha deciso di non aspettare la fine della crisi. Già, perché al contrario che in Italia, dove il governo si limita, sia pure in modo pragmatico, a gestire l'esistente e a controllare il deficit aspettando che la crisi passi, Obama vede nell'attuale crisi «un'opportunità». L'ha detto esplicitamente.

«Come la Grande Depressione negli anni '30 - ha spiegato Krauthammer - pose le condizioni politiche e psicologiche che permisero a Roosevelt di trasformare l'America dal laissez-faire delle origini al welfare state, l'attuale crisi apre ad Obama lo spazio politico per spingere l'ancora (relativamente) modesto welfare state americano verso una socialdemocrazia di tipo europeo». Nei paesi dell'Unione europea la spesa pubblica è scesa leggermente, dal 48 al 47% del PIL, negli ultimi 10 anni. Negli stessi anni negli Stati Uniti è salita dal 34 al 40%. La differenza tra Europa e America nella quota di PIL che dipende dal governo si è già ridotta dal 14 al 7%. «Due mandati di Obama e quella differenza sarà azzerata», è il timore di Krauthammer.

Obama sembra scommettere che il paese - spaventato dalla crisi economica e vedendo i fallimenti della presidenza Bush e dei repubblicani - sia ormai pronto per una sterzata a sinistra. Eppure, da una certa retorica "sulla difensiva" nei discorsi di Obama, sembra emergere al contrario la consapevolezza che gli americani restano per la maggior parte istintivamente conservatori e che i suoi piani rischiano di suscitare una crisi di rigetto. Ed è così che ripetutamente Obama si è difeso ponendo l'accento su cosa lui e i suoi programmi non sono. Mentre presentava un piano che prevede il più grande aumento di spesa pubblica dal secondo dopoguerra, giurava di non credere nel big government: «Non perché io creda nel big government – io non ci credo. Non perché non m'importi dell'enorme debito che abbiamo ereditato – mi importa», assicurava al Congresso.

In realtà, quello di Obama, denuncia il Wall Street Journal, «non è un tentativo congiunturale di sostenere l'economia» in una fase di crisi, ma un progetto che mira ad «espandere in modo permanente la spesa pubblica», ponendo lo Stato «in una posizione così dominante» nell'economia che difficilmente si potrà farlo retrocedere.

Lo dimostra la grandezza assoluta della spesa federale proposta, che si avvicinerà nel 2009 ai 4 mila miliardi di dollari, il 27,7% del PIL. La più alta dal 1945, quando il paese era ancora mobilitato per la Seconda Guerra mondiale. E anche quando l'economia ripartirà, si prevede nel 2010, la spesa rimarrà più alta del 22% per l'intero prossimo decennio. «Ci concentriamo sulla spesa, piuttosto che sul deficit - spiega il WSJ - perché Milton Friedman ci ha insegnato che rappresenta il reale carico futuro sui contribuenti». Ma «la più grande illusione» di questa legge di bilancio sta proprio nelle ottimistiche previsioni di crescita: dopo aver perso quest'anno "solo" l'1,2%, secondo Obama il prossimo anno l'economia crescerà del 3,2%. «La realtà - conclude il WSJ - è che i Democratici vogliono sbrigarsi a trasformare tutto questo in legge adesso che Obama è nella sua lune di miele con gli elettori e che possono accusare Bush della recessione».

Anche in casa democratica c'è preoccupazione. Il think tank clintoniano Brookings Institution ha pubblicato un allarmante studio dal quale emerge che anche secondo le previsioni più ottimistiche - se l'economia tornasse alla piena occupazione in due anni facendo decadere il pacchetto di stimolo - il deficit raggiungerà una media di almeno mille miliardi l'anno per i dieci anni successivi al 2009. Per l'economista Isabel Sawhill, è necessario riportare sotto controllo la spesa sanitaria. «Ma al momento nessuno sa come», ammette sollevando delle perplessità sul piano di Obama per l'assistenza sanitaria universale: «Tutti vorremmo offrire una copertura ai non assicurati, ma questo costerà di più, non di meno, del sistema attuale».

Anche negli Stati Uniti si pone il problema dell'aumento dell'età di pensionamento per la tenuta del sistema previdenziale. «La spesa in altri settori potrebbe essere ridotta, ma il vero problema sono le pensioni e la sanità». Se non si affrontano questi nodi, i tagli rischiano di far risparmiare spiccioli, non dollari. Nel frattempo - conclude Isabel Sawhill - stiamo lasciando un enorme debito sulle spalle delle prossime generazioni e incrociamo le dita che gli investitori stranieri continueranno a prestarci soldi a condizioni ragionevoli. Il problema non è la mancanza di risorse, ma di volontà politica».

Thursday, December 18, 2008

Nullo e ignobile l'atto di Sacconi

Ecco il testo integrale dell'atto di indirizzo sulla nutrizione e l'idratazione delle persone in stato vegetativo persistente con il quale il ministro Sacconi ha per lo più tentato di intimidire le strutture sanitarie pubbliche e private.

Temevo di peggio, perché l'atto in sé dimostra che non esiste alcuna legge dalla quale si possa anche lontanamente desumere qualche impedimento etico e normativo all'esecuzione delle volontà di Eluana Englaro e dei pazienti nella sua stessa situazione.

Già nella premessa il ministro sembra mettere le mani avanti, chiarendo che l'atto intende «richiamare principi di carattere generale, al fine di garantire uniformità di trattamenti di base su tutto il territorio nazionale e di rendere omogenee le pratiche in campo sanitario con riferimento a profili essenziali come la nutrizione e l'alimentazione nei confronti delle persone in Stato Vegetativo Persistente (SVP)». Principi generali, dunque. E «si fa rinvio» al «parere» del Comitato nazionale di Bioetica «per un orientamento rispetto al necessario esercizio della responsabilità secondo scienza e coscienza della funzione medica».

Insomma, si vede lo sforzo del ministro di non sconfinare nell'illegalità. Se sia o no legittimo quest'atto, e se il ministro sia passibile di incriminazione, lascio stabilirlo ai più esperti di me in diritto. Di sicuro è carta straccia rispetto all'esecutività della sentenza sul caso Englaro. Certo, ciò non toglie la gravità di un atto che porta con sé tutto il peso di una sgradevole minaccia nei confronti delle strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate e che ha soprattutto il valore di manifesto politico-ideologico del Ministero, che come potere esecutivo dovrebbe limitarsi a far eseguire la legge e non pareri di organi consultivi.

Sui corpi dei cittadini, e su quello di Eluana in particolare, un ministro e i suoi sottosegretari tutelano se stessi e rivendicano la loro posizione politica agli occhi delle gerarchie vaticane. A dispetto della legge, della Costituzione, e di una sentenza inappellabile che ad esse si richiama.

Quanto, poi, al riferimento alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, mi pare del tutto fuori luogo. Laddove si stabilisce che «gli Stati Parti riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità» e, in particolare, che devono «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità», mi sembra che venga detto qualcosa di ovvio per la nostra coscienza nazionale. La sospensione della nutrizione e dell'alimentazione nel caso Englaro non sarebbe certo un «rifiuto discriminatorio di assistenza», ma l'assecondare la volontà del "disabile". Qui la convenzione sembra piuttosto rivolgersi a quelle nazioni totalitarie o culturalmente arretrate in cui i disabili vengono addirittura soppressi o la loro cura viene considerata uno spreco.

Non solo il passaggio della Convenzione Onu sui disabili citato da Sacconi ci ricorda un principio per noi italiani ovvio, ma può persino essere interpretato a sostegno della sospensione della nutrizione e dell'idratazione artificiali ad Eluana. E' ovvio, infatti, che sia fatto «divieto di discriminare la persona in stato vegetativo rispetto alla persona non in stato vegetativo», ma proprio per questo, come qualsiasi persona «non in stato vegetativo», anche il paziente «in stato vegetativo» ha il diritto di rifiutare o di far cessare i trattamenti medici sul suo corpo. E non può essere discriminato solo per il fatto di essere "disabile" e quindi di non poter comunicare di persona la propria volontà. a Convenzione Onu sui disabili verrebbe violata dalle strutture sanitarie a cui si rivolge Sacconi nel momento in cui la volontà di Eluana non venisse rispettata in quanto disabile.

La richiesta indirizzata alle strutture sanitarie pubbliche e private perché «si uniformino ai principi sopra esposti» - essendo quei principi ricavati in un caso dal «parere» di un organo consultivo del governo, nell'altro da una convenzione internazionale - non toglie l'obbligo delle strutture medesime a dar seguito alla sentenza della Cassazione sul caso Englaro.