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Friday, August 20, 2010

L'unico collante dei finiani

Pienamente condivisibile il commento di Filippo Facci, oggi su Libero, sull'approccio del Pdl ai temi etici, dal biotestamento alla procreazione assistita. Personalmente, ritengo che un partito intelligente e moderno su quei temi non possa avere dubbi e debba decidere in base al criterio numero 3) e che, come osserva Facci, «non sono alcuni deputati finiani, o altri del Pdl, ad avere posizioni bislacche e personali: sono tutti gli altri» a pensarla diversamente dalla maggioranza degli elettori anche di centrodestra.

Detto questo, due soli appunti sui "finiani": dubito che siano stati i temi etici a «spingere più di un deputato» a lasciare il Pdl e a imbarcarsi nell'avventura finiana. E credo inoltre sia ragionevole aspettarsi dai finiani su questi temi una certa compattezza, mentre al contrario di quanto scrive Facci «lo stesso ragionamento» non può e non deve valere per il Pdl. Perché? Perché il Pdl è un partito dal 30-40%, mentre è anche su questi temi - tra gli altri - che Fini e i suoi hanno preso le distanze da Berlusconi e dalla maggioranza del partito. Se poi si scopre che neanche tra di loro sono d'accordo, allora viene da dubitare che quei temi fossero la reale ragione del loro malessere. Al più, nella migliore delle ipotesi, delle ragioni di contorno, o dei pretesti nella peggiore. Vale per i temi etici come per tutte le altre questioni sollevate in questi mesi da Fini.

Se fosse vero che alcune precise questioni politiche sono le reali e profonde motivazioni che hanno spinto Fini e i suoi ad allontanarsi dalle posizioni della maggioranza e a distinguersi dall'azione di governo, ne dovrebbe conseguire che tutti o quasi i finiani che alla Camera e al Senato hanno costituito gruppi autonomi la pensino, su quelle questioni, più o meno allo stesso modo. Mentre nel Pdl, un partito nazionale del 35%, è logico e anzi inevitabile, che coesistano posizioni diverse, è evidente invece che da un gruppo che giustifica il suo distinguersi dalla maggioranza e da Berlusconi su bioetica, cittadinanza e immigrazione, giustizia, federalismo, Sud, ci si aspetta su tali questioni una maggiore omogeneità di vedute. E invece sembrano anche loro, come il Pdl, divisi tra libertari e conservatori sui temi etici e la cittadinanza, tra garantisti e manettari, tra liberisti e statalisti, e persino tra federalisti e assistenzialisti.

Proprio tale eterogeneità di posizioni tra i finiani su temi che dovrebbero qualificare la loro distinzione da Berlusconi e dal Pdl sembra rafforzare il sospetto che la vera motivazione della rottura - quella che tutti condividono - sia un'altra. In effetti quelle posizioni (tranne quella "manettara", l'ultima a emergere infatti) avevano e hanno piena cittadinanza nel Pdl. Se l'unico collante tra i finiani fosse la frustrazione di Fini, e la loro, per la leadership di Berlusconi, magari alimentata da insoddisfazioni personali o semplice lealtà al loro "capo", si spiegherebbe come mai l'unico comune denominatore rischia di diventare l'antiberlusconismo e come mai la situazione non sembra più ricomponibile sul piano della politica concreta.

Thursday, September 10, 2009

Se Fini è affetto da "casinismo"

No, non condivido l'entusiamo di certi miei amici liberali per Fini, e di conseguenza le loro difese dall'attacco che ha ricevuto da Feltri. Ho letto in questi giorni molti post, commenti, l'intervista a Della Vedova. Certo, su alcuni temi mi fa piacere che Fini rappresenti posizioni che ad oggi nel Pdl sono decisamente sottorappresentate - ma che non mi sentirei di definire minoritarie (forse tra i militanti e i dirigenti, ma non certo tra gli elettori). Ma da qui a descrivere Fini come leader di una destra moderna e liberale ce ne passa. Il problema, per farla breve, è che a me pare che Fini per esistere politicamente cerchi di sfruttare ogni minima occasione per differenziarsi da Berlusconi. Se Berlusconi e il governo dicono "A", lui subito dice "B", e viceversa, a prescindere dal merito e dalle convinzioni. Mi pare insomma che stia usando il suo ruolo di presidente della Camera come fecero prima di lui - con scarsissimi risultati - sia Casini che Bertinotti.

La conflittualità tra Fini e Berlusconi si sviluppa su tre piani, che per essere obiettivi occorre tenere distinti. E' comprensibile che da presidente della Camera Fini si trovi molte volte a dover difendere le prerogative del Parlamento nei confronti di certe iniziative del governo e di certe lamentele del premier sulla pletoricità dei lavori parlamentari. Su questo piano, a prescindere dal merito (l'effettiva inadeguatezza e arretratezza dell'impianto costituzionale), una certa dialettica tra governo e presidenza della Camera è fisiologica.

Riguardo alcuni temi, Fini sta cercando di rappresentare posizioni di una destra più aperta e moderna, non ho mancato di sottolinearlo in occasione del Congresso del Pdl. Sull'immigrazione, a fronte di fermezza e rigore con i clandestini e i criminali, si preoccupa giustamente dei temi dell'integrazione e della moderna cittadinanza. E lo fa correttamente, cioè non cedendo al relativismo culturale e al politically correct della sinistra salottiera, ma da destra, prendendo i valori, le leggi e la cultura nazionali come fattori unificanti (alla Sarkozy, si potrebbe dire) per chi vive, lavora, paga le tasse in Italia, a prescindere dalla religione e dal colore della pelle.

Posizioni più aperte e moderne Fini le ha espresse anche sull'omosessualità e la bioetica, ed è più volte intervenuto in difesa della laicità dello stato. Nei giorni in cui il governo decideva di varare un decreto per impedire che a Eluana Englaro venisse "staccata la spina" - decreto che però il presidente Napolitano non firmò ritenendolo non conforme alla Costituzione - Fini si espresse per il rispetto della decisione del padre di Eluana. Una posizione non solo certamente legittima, ma che interpretava i sentimenti di larga parte degli italiani e dello stesso popolo del Pdl, come indicano i sondaggi. Sui temi della bioetica c'è nel partito piena libertà di coscienza, ha ricordato lo stesso Berlusconi parlando ieri sera alla Festa Atreju, dei giovani ex di An. La sensibilità laico-liberale di Fini non è isolata all'interno del Pdl e non è estranea, anzi ha «piena cittadinanza», come ha osservato Il Foglio, nella cultura politica di «un centrodestra moderno».

Eppure, non si può non notare come non molto tempo fa su tutti questi temi Fini esprimeva posizioni diametralmente opposte. Non si tratta di mettere in discussione la svolta di Fiuggi e inchiodare Fini al suo passato post-fascista ed ex-missino. Parliamo di un'era politica molto più vicina a noi. Quando sull'immigrazione la sua posizione era sovrapponibile a quella di Bossi, tanto da firmare insieme la famosa legge Bossi-Fini ancora in vigore; quando sollevava dubbi circa l'idoneità degli omosessuali a insegnare nelle scuole; quando, soprattutto, neanche due anni fa sosteneva che Piergiorgio Welby, essendo cosciente, non poteva chiedere di morire, e che chi lo «assecondasse» doveva essere considerato «un omicida», perché «la vita non è nella disponibilità di un uomo».

Cambiare idea è legittimo, ci mancherebbe altro, anche nell'arco di soli due anni, ma quando si cambia idea dopo aver assunto posizioni così nette ed estreme, si dovrebbe in qualche modo renderne conto, spiegare cioè i motivi del ripensamento, non fare finta di non aver mai detto certe cose. Se a ciò si aggiunge che all'epoca Fini non era presidente della Camera ma era all'opposizione insieme a Berlusconi e che al governo c'era il centrosinistra di Romano Prodi, allora sulla genuinità di certi improvvisi ripensamenti è lecito nutrire qualche dubbio.

Vorrei far notare inoltre ai miei amici liberali che in economia Fini non ha avuto alcun ripensamento da "destra aperta e moderna", liberale, bensì pare perfettamente a suo agio con la politica socialdemocratica della coppia Tremonti-Sacconi.

Ma c'è anche un terzo piano, nella conflittualità tra Fini e Berlusconi, ed è quello che Feltri ha rimproverato a Fini. Il direttore de il Giornale infatti non ha contestato al presidente della Camera le sue prese di posizione in difesa delle prerogative parlamentari, o le sue idee sul caso Englaro (che per altro Feltri condivide), ma il suo assordante silenzio per tutti i mesi in cui il premier ha ricevuto attacchi sulla sua vita privata. Il fatto che Fini abbia deciso di spendere le sue preziose parole solo sul caso Boffo, parlando di "killeraggio", ha fatto giustamente "incacchiare" Feltri. Ecco, questo è l'unico atteggiamento di Fini - di fregarsi le mani dinanzi ai tentativi di demolizione dell'immagine del premier - controproducente.

Intendiamoci, nel Pdl manca un dibattito di idee libero da pregiudizi e condizionamenti. Ciò si deve in parte alla forte leadership di Berlusconi, ma anche all'esperienza di governo in corso e alla campagna di attacchi - sulla vita privata e come al solito sulle vicende giudiziarie (adesso si apre addirittura il fronte sulle stragi di mafia) - da parte della stampa di sinistra e di un'opposizione dedita solo all'antiberlusconismo, che costringono per riflesso il Pdl a "fare quadrato" su tutte le decisioni, anche su quelle che richiederebbero maggiore riflessione e dibattito interno. Ben venga, dunque, un sano confronto tra idee anche molto diverse tra di loro - magari anche sulla politica economica! - che non solo arricchiscano il partito ma tolgano spazi politici all'opposizione, come a volte sembra che avvenga grazie alla disputa Lega-Fini.

Fini fa benissimo a cercare di costruirsi un profilo e un'identità politica che vada oltre i confini di An, e se possibile finanche oltre i confini attuali del Pdl, che da partito maggioritario, che ambisce a superare il 40% dei consensi, deve mirare a rappresentare tutte o quasi le istanze della società. Tuttavia, Fini dovrebbe tenere conto di alcuni fatti: che 1) la leadership di Berlusconi è incontendibile, lo è de facto prima ancora che per volontà del Cav., nel senso che gli elettori del centrodestra con approverebbero una leadership costruita in contrapposizione e in ostilità a Berlusconi, tanto più se significa impegnarsi in un'opera di estenuante logoramento dell'efficacia dell'azione di governo; e che 2) il successo del governo conviene allo stesso Fini, dal momento che in caso di fallimento, forse riuscirebbe a succedere a Berlusconi nella leadeship del Pdl, ma non alla guida del Paese. Un successo pieno di questa esperienza di governo conviene a chiunque voglia succedere a Berlusconi nel centrodestra. Solo in quel caso infatti un leader inevitabilmente più fragile del Cav. potrebbe realisticamente ambire al governo del Paese oltre che al vertice del partito.

Friday, February 27, 2009

Quelli che volevano a tutti i costi una legge

Trovo francamente ridicolo che tra coloro che adesso chiedono una "moratoria" sul testamento biologico, una pausa di riflessione, proponendo di rinviare la discussione e il voto sul ddl a dopo le europee, ci sia chi negli ultimi anni e fino a ieri ha fatto di questa legge la priorità della sua azione politica e parlamentare, subordinando ad essa e ai temi della bioetica tutte le altre questioni. E a tratti persino in modo morboso, continuando ad alzare i toni dello scontro anche quando le sentenze riaffermavano un diritto già esistente e pienamente esercitabile al rifiuto delle cure.

"Volevamo una legge, è vero, ma non questa qui", risponderebbero i Marino del Pd e i radicali. Ma possibile che solo ora che la legge sta per essere approvata si siano accorti di non avere la maggioranza e che quindi, inevitabilmente, non verrebbe fuori la legge che piace a loro? E' davvero sconcertante, perché vuol dire che fino ad oggi sono andati avanti con gli occhi bendati, animati da furore ideologico - seppure volto alle migliori intenzioni - senza minimamente chiedersi quali sarebbero stati in questo contesto gli effetti concreti della loro cocciutaggine. Quest'ultima iniziativa denota tutta la loro confusione mentale e strategica.

E' triste, ma per far naufragare il ddl ormai non rimane che sperare nell'estremismo di Mantovano.

Thursday, December 18, 2008

Nullo e ignobile l'atto di Sacconi

Ecco il testo integrale dell'atto di indirizzo sulla nutrizione e l'idratazione delle persone in stato vegetativo persistente con il quale il ministro Sacconi ha per lo più tentato di intimidire le strutture sanitarie pubbliche e private.

Temevo di peggio, perché l'atto in sé dimostra che non esiste alcuna legge dalla quale si possa anche lontanamente desumere qualche impedimento etico e normativo all'esecuzione delle volontà di Eluana Englaro e dei pazienti nella sua stessa situazione.

Già nella premessa il ministro sembra mettere le mani avanti, chiarendo che l'atto intende «richiamare principi di carattere generale, al fine di garantire uniformità di trattamenti di base su tutto il territorio nazionale e di rendere omogenee le pratiche in campo sanitario con riferimento a profili essenziali come la nutrizione e l'alimentazione nei confronti delle persone in Stato Vegetativo Persistente (SVP)». Principi generali, dunque. E «si fa rinvio» al «parere» del Comitato nazionale di Bioetica «per un orientamento rispetto al necessario esercizio della responsabilità secondo scienza e coscienza della funzione medica».

Insomma, si vede lo sforzo del ministro di non sconfinare nell'illegalità. Se sia o no legittimo quest'atto, e se il ministro sia passibile di incriminazione, lascio stabilirlo ai più esperti di me in diritto. Di sicuro è carta straccia rispetto all'esecutività della sentenza sul caso Englaro. Certo, ciò non toglie la gravità di un atto che porta con sé tutto il peso di una sgradevole minaccia nei confronti delle strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate e che ha soprattutto il valore di manifesto politico-ideologico del Ministero, che come potere esecutivo dovrebbe limitarsi a far eseguire la legge e non pareri di organi consultivi.

Sui corpi dei cittadini, e su quello di Eluana in particolare, un ministro e i suoi sottosegretari tutelano se stessi e rivendicano la loro posizione politica agli occhi delle gerarchie vaticane. A dispetto della legge, della Costituzione, e di una sentenza inappellabile che ad esse si richiama.

Quanto, poi, al riferimento alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, mi pare del tutto fuori luogo. Laddove si stabilisce che «gli Stati Parti riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità» e, in particolare, che devono «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità», mi sembra che venga detto qualcosa di ovvio per la nostra coscienza nazionale. La sospensione della nutrizione e dell'alimentazione nel caso Englaro non sarebbe certo un «rifiuto discriminatorio di assistenza», ma l'assecondare la volontà del "disabile". Qui la convenzione sembra piuttosto rivolgersi a quelle nazioni totalitarie o culturalmente arretrate in cui i disabili vengono addirittura soppressi o la loro cura viene considerata uno spreco.

Non solo il passaggio della Convenzione Onu sui disabili citato da Sacconi ci ricorda un principio per noi italiani ovvio, ma può persino essere interpretato a sostegno della sospensione della nutrizione e dell'idratazione artificiali ad Eluana. E' ovvio, infatti, che sia fatto «divieto di discriminare la persona in stato vegetativo rispetto alla persona non in stato vegetativo», ma proprio per questo, come qualsiasi persona «non in stato vegetativo», anche il paziente «in stato vegetativo» ha il diritto di rifiutare o di far cessare i trattamenti medici sul suo corpo. E non può essere discriminato solo per il fatto di essere "disabile" e quindi di non poter comunicare di persona la propria volontà. a Convenzione Onu sui disabili verrebbe violata dalle strutture sanitarie a cui si rivolge Sacconi nel momento in cui la volontà di Eluana non venisse rispettata in quanto disabile.

La richiesta indirizzata alle strutture sanitarie pubbliche e private perché «si uniformino ai principi sopra esposti» - essendo quei principi ricavati in un caso dal «parere» di un organo consultivo del governo, nell'altro da una convenzione internazionale - non toglie l'obbligo delle strutture medesime a dar seguito alla sentenza della Cassazione sul caso Englaro.

Wednesday, July 16, 2008

Serve proprio una legge, che rischia di non essere "buona"?

Su il Riformista di oggi:

Caro direttore, secondo Cappato il legislatore deve intervenire. Un politico come lui non dovrebbe ignorare le ultime sentenze che non solo hanno riconosciuto il diritto dei pazienti consapevoli, com'era Welby, ma hanno anche indicato le condizioni alle quali una volontà espressa nel passato da pazienti in stato di incoscienza debba ritenersi accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Non "innovando" il diritto, ma richiamandosi a principi già esistenti nell'ordinamento. Ci sono voluti anni, ma la giustizia sembra arrivata prima della politica, ammettendo de facto testamenti biologici scritti e verbali. Chiedo a Cappato: e se Welby o il papà di Eluana avessero già ottenuto, certo con enormi sacrifici, risultati oltre i quali il Parlamento non saprebbe spingersi? E se addirittura limitasse gli spazi di libertà che si sono aperti in sede giudiziaria? Non dovrebbe far riflettere il fatto che improvvisamente ad invocare il legislatore è Mons. Fisichella? Una legge, per essere buona oltre che nuova, non potrebbe che limitarsi a tutelare la volontà del paziente, qualunque essa sia. Il mio dubbio è che invece, come spesso capita in Italia, la politica abbia la presunzione di imprigionare in uno o più schemi fissi una casistica dalla irriducibile varietà, perdendo di vista i principi generali. Un esempio: la politica si ostina a voler definire se la nutrizione artificiale sia un intervento ordinario o straordinario. Con un "compromesso" legislativo secondo cui fosse da ritenersi ordinario, tutte le Eluane sarebbero condannate a prescindere dalle loro volontà. Certo, il nostro sistema giudiziario è quanto di più incerto. Ma è lecito aspettarsi che le recenti sentenze costituiscano dei precedenti. E' probabile che un nuovo Welby non dovrà aspettare mesi, e una nuova Eluana anni, e che da oggi sempre più medici si farebbero avanti. L'impressione è che il vissuto quotidiano, le singole scelte degli italiani, possano arrivare prima e meglio della politica, risparmiandoci la "toppa" del legislatore, quasi sempre peggiore del "buco".

Monday, July 14, 2008

Starne alla larga, un segno di maturità della politica

Ritrovo nell'editoriale di oggi di Antonio Polito l'eco di una mia lettera pubblicata da il Riformista sul numero di sabato, che voleva essere la versione sintetica di questo post.

Anch'io, come Polito, «non concordo con Pierluigi Battista, che sul Corriere si è lamentato del progressivo affievolirsi della battaglia politica sui valori. Al contrario: lo trovo un segno di maturità. Quasi una salutare confessione di impotenza, un soprassalto di pudore. Io lascerei le cose come stanno. Lascerei ai malati, ai loro familiari, ai medici, ai giudici quando sono chiamati a esprimersi, l'onere di decidere con prudenza e conoscenza, caso per caso. Loro non devono cercare voti, né vendere giornali. Sono più liberi... L'Italia non è pronta per una norma che imponga ad Eluana di continuare a vivere, o ai medici del signor Melazzini di consigliargli la morte. C'è un limite ai poteri di una maggioranza parlamentare, qualsiasi essa sia».

Con il passare degli anni e delle sentenze sono sempre più scettico sulla necessità di un intervento del legislatore. Nel nostro ordinamento sembrano esistere già principi e leggi applicabili che garantiscono il diritto individuale a decidere della propria vita, malattia e morte. E se il legislatore addirittura limitasse quegli spazi di libertà? Alcune sentenze hanno riconosciuto l'ammissibilità di testamenti biologici spontanei come prove valide della volontà del paziente. Se posso disporre dei miei beni, serve una legge a dirmi che posso disporre anche del mio corpo? Forse è meglio che la politica se ne stia alla larga.

Che i temi della bioetica saranno sempre più al centro del dibattito politico sta cominciando a rivelarsi previsione un po' scontata e al tempo stesso azzardata, quasi un luogo comune, perché la si sente ripetere da troppo tempo sempre più spesso senza che si realizzi. Certo, è già stato fatto notare come i progressi della medicina pongano sempre maggiori problemi di scelta nella malattia e nella morte. Problemi che spesso invadono le prime pagine dei giornali e infiammano la dialettica politica. Eppure, dopo qualche anno che se ne parla, a me pare che siano i temi economici a conservare una preponderante centralità. Dei temi della bioetica si parla, ma occasionalmente, sull'onda emotiva di qualche caso singolo. E ho l'impressione che il vissuto quotidiano, le singole scelte degli italiani, possano arrivare prima e meglio della politica a risolvere questi problemi, risparmiandoci la "toppa" del legislatore, quasi sempre peggiore del "buco" (vedi Legge 40 e Dico).

Tuesday, March 04, 2008

Temi, liste e "rose" di cui non frega niente a nessuno

A mio modesto avviso un bravo politico non dovrebbe né farsi trascinare dai sondaggi dicendo alla gente ciò che la gente vorrebbe sentirsi dire, né intestardirsi nel voler imporre una propria agenda che non trova alcuna corrispondenza nelle preoccupazioni dei cittadini.

Mi pare uno di quei casi in cui la virtù sta nel mezzo. Un bravo politico dovrebbe innanzitutto saper indicare delle priorità che rispondano alle esigenze più sentite da coloro che si candida a rappresentare; dovrebbe saper intercettare le tendenze che agitano l'opinione pubblica, non subendone gli umori ma dando forma e sostanza politicamente definita a istinti e istanze espressi in modo disordinato. Assumendosi anche i rischi di apparire impopolare per non essere anti-popolare. Se, per esempio, i cittadini avvertono mancanza di merito e mobilità sociale, dovrebbe saper indicare, e motivare, azioni di governo coerenti con l'obiettivo di introdurre più merito e più mobilità sociale nella vita economica e sociale della società, anche se quando si viene al dunque le riforme spaventano sempre grosse fette di popolazione, che godano o meno di una rendita di posizione.

Individuare le priorità, dunque, e su di esse attrarre consensi. Per questo dico che i temi della bioetica, come l'aborto, l'eutanasia o la fecondazione assistita, e i nuovi istituti giuridici come i pacs, seppure importanti, certamente da non accantonare, mi sembrano ad oggi percepiti come secondari dalla generalità dei cittadini rispetto ad altri temi avvertiti invece come prioritari e urgenti, come reddito, lavoro, tasse, spesa pubblica.

Tuttavia, nei salotti televisivi e nelle redazioni dei giornali spesso trovano uno spazio eccessivo discussioni oziose che pretendono di imporsi all'attenzione del pubblico come grandi dibattiti culturali. Seppure non del tutto privi di interesse, trovano poco o nessun riscontro nelle priorità dei cittadini e a volte sembrano anche poco attinenti con quella che dovrebbe essere una prassi di governo liberale.

Il direttore di Europa, Stefano Menechini, mi pare che abbia colto nel segno con un suo editoriale di qualche giorno fa: «Devono essere ciechi. I nostri giornali, i nostri partiti, e anche i portavoce dei nostri vescovi. Il 95% del dibattito pubblico, delle polemiche giornalistiche, degli interventi ecclesiali, delle dichiarazioni politiche riguarda temi che – stabilmente, da anni – sono in fondo a ogni interesse della Nazione. Neanche il 3% di tutti gli italiani considera l'aborto un tema rilevante per sé, soprattutto ai fini della decisione elettorale. E lo è per appena il 7% degli italiani cattolici: fonte, Famiglia cristiana, cioè uno dei giornali che si è lanciato sulla pista dello scandalo di Veronesi e dei radicali nel Pd. Viviamo e lavoriamo in un circuito politico-mediatico che s'era eccitato per la laicissima Rosa nel Pugno facendo prevedere chissà quali risultati: 2,6%. L'80% disertarono le urne sulla fecondazione assistita, e ben pochi di loro perché l'avesse chiesto Ruini. Oggi, anche grazie all'amico Corriere, la lista di Giuliano Ferrara è considerata un evento: nei sondaggi va dallo 0,1 allo 0,5%. Insomma, per essere brutali: non gliene frega niente a nessuno. Biopolitica, bioetica, difesa della famiglia tradizionale, aborto».

Dunque, i partiti che a questi temi dedicano la maggior parte delle loro risorse, umane e materiali, e che non riescono ad elaborare una proposta generale, sono condannati (soprattutto in un sistema che tende sempre più verso il bipartitismo) ad una funzione di mera testimonianza, e a rappresentare settori molto minoritari di opinione pubblica, per lo più quelli che si sentono al sicuro dalle intemperie economiche.

Un'analisi corretta, quella di Menichini, che descrive lo scollamento non solo della politica dai cittadini, ma anche del mondo dell'informazione e dell'"alta opinione" dalla realtà.

Qui siamo pronti a "inchiodare" Ferrara al suo 0,2%, o anche al suo miracoloso 2%, come lui nel 2005 inchiodò i referendari al loro 25%. La sua iniziativa si rivelerà un autogol, esattamente come si rivelò tale quel referendum. Per questo anche la Chiesa guarda con scetticismo, se non con fastidio, la lista di Ferrara. Quella insignificante percentuale fungerà da recinto per i revisionisti della legge 194, una sorta di autocertificazione del loro essere ultra-minoritari nel Paese. L'aborto, per gli italiani, rimane una questione delicata e anche sofferta, ma già affrontata dal punto di vista legislativo in modo equilibrato e pragmatico anni fa, ed oggi è in fondo alle loro preoccupazioni politico-elettorali.

Thursday, September 06, 2007

Scienziati di fede tornano alla carica

Alla notizia dell'autorizzazione concessa dall'autorità britannica per la fertilizzazione e l'embriologia (Hfea) alla creazione a scopo di ricerca di embrioni "chimera", contenenti materiale genetico sia umano che animale, per produrre cellule staminali utili per lo studio di malattie come il Parkinson e l'Alzheimer, hanno subito imbracciato i fucili da guerra gli scienziati che furono in prima fila nel sostenere a livello mediatico la campagna di Scienza e Vita e del Vaticano contro il referendum sulla fecondazione assistita.

Vi ricordate, quelli che erano meglio le staminali adulte e che oggi ancora non ci spiegano come mai ricercatori tra migliori al mondo, come quelli britannici, spingono così tanto, sfidando l'impopolarità, per avere le embrionali.

Oggi sui giornali sembra una gara alla dichiarazione più esagerata. Ma se quella delle embrionali è la strada sbagliata, perché allarmarsi così se i colleghi concorrenti la seguono. Se falliscono, i "nostri" hanno solo da guadagnarci.

L'opinione pubblica è stata «vittima di una manipolazione», denuncia Francesco D'Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale di Bioetica. «Esperimento raccapricciante... Si creano mostri senza avere esiti scientifici», tuona Bruno Dalla Piccola, che si dice «certo che non produrranno nessun tipo di terapia utile...». Ostante sicurezza anche Angelo Vescovi: «Un'aberrazione che non darà risultati»; «Macché chimera, una vera bufala». Eppure, sulle potenzialità del procedimento sono entrambi smentiti con tre esempi reali da Elena Cattaneo e Giuseppe Testa.

Anche Giuseppe Novelli, professore di Genetica all'Università Tor Vergata di Roma, è favorevole: «Non verrebbero creati mostri, mezzi uomini e mezzi animali, perché non si darebbe vita ad alcun embrione... Nessuno vuole usare questi embrioni per produrre bambini chimera. Obiettivo degli scienziati inglesi è solo prendere le cellule staminali, metterle sotto al microscopio e studiare finalmente malattie come Alzheimer, il Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica».

Eugenia Roccella, su Avvenire, semplicemente parla d'altro, come obnubilata dal film horror visto la sera prima, mentre troviamo il direttore di Libero, Vittorio Feltri, esprimere una posizione in controtendenza con l'area di centrodestra: «Non vedo mostri all'orizzonte Sto con la scienza». Dopo aver premesso che «l'esperienza suggerisce di non vedere catastrofi imminenti in ogni novità e neppure di considerare ogni novità portatrice di benefici», chiarisce un paio di questioni:

«Anzitutto gli embrioni in questione non saranno inseriti nell'utero della donna (il divieto è specifico) quindi non esiste il rischio di creare in laboratorio dei mostri, e chi pensa questo ha visto troppi film di fantascienza. Inoltre, il fatto che certi esperimenti ai limiti dell'immaginazione si svolgano - sotto rigoroso controllo - in Inghilterra, ossia il Paese più avanzato e civile al mondo, è garanzia di serietà. Non è proprio il caso di pensare che le stanze asettiche adibite alla ricerca negli istituti londinesi si trasformino in gabinetti di tipo nazista, frequentati da scienziati pazzi. Sarebbe una forzatura priva di riscontri logici nella realtà di oggi. Qui si tratta semplicemente di proseguire negli studi rispettando le regole a tutela di princìpi etici condivisi. Tutto il resto è fantasia disturbata da bigottismi e non ha titoli per essere un impedimento a scoprire rimedi a malattie finora incurabili».

E ricordiamoci poi che «spesso quanto avviene nei laboratori ci sembra orribile e spaventa, ma tutti desideriamo vivere meglio (sani) e più a lungo, e quando siamo colpiti da una grave malattia, all'improvviso, ciò che spaventava alimenta la speranza di poter guarire. E ci affidiamo alla scienza come bambini alla mamma».