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Tuesday, May 16, 2017

Chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando...

Ormai siamo al cotto-e-mangiato. Intercettazioni anche recentissime finiscono sui giornali (e persino nelle librerie). La solita infamia, che inquieta ma non sorprende. Politicamente, la lezione da trarre è che chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando... A inquietare e sorprendere è la risposta di Matteo Renzi su Facebook, che rivela come sia totalmente ostaggio della logica giustizialista, tanto da sentirsi in dovere di dare spiegazioni, riferire "i fatti", raccontare con dovizia di particolari la sua telefonata con il padre Tiziano, anziché limitarsi a denunciare la pubblicazione illegale di intercettazioni, la collusione stampa-procure, e da segretario del Pd agire politicamente perché questa schifezza contraria a qualsiasi idea di stato di diritto abbia fine.

Non solo Renzi appare ostaggio della logica giustizialista... uno crede a "Repubblica" più che al proprio padre solo se A) è un cretino; B) il proprio padre è un bugiardo seriale. Delle due l'una, non si scappa. In che mani siamo??

Friday, April 03, 2015

La Monaco di Obama: si piega alla volontà di potenza iraniana e getta benzina sul fuoco in Medio Oriente

Un giudizio obiettivo sull'accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran è quello del Washington Post (certo non di simpatie repubblicane), che ci mette un paragrafo per smontare tutto l'entusiamo che si respira dalle nostre parti. Un paragrafo che bada al sodo, al significato politico e strategico dell'accordo, senza perdersi in tecnicismi poco comprensibili.
The "key parameters" for an agreement on Iran's nuclear program released Thursday fall well short of the goals originally set by the Obama administration. None of Iran's nuclear facilities - including the Fordow center buried under a mountain - will be closed. Not one of the country's 19,000 centrifuges will be dismantled. Tehran's existing stockpile of enriched uranium will be "reduced" but not necessarily shipped out of the country. In effect, Iran's nuclear infrastructure will remain intact, though some of it will be mothballed for 10 years. When the accord lapses, the Islamic republic will instantly become a threshold nuclear state.
La realtà è che il risultato dell'accordo, se sarà confermato entro il 30 giugno, è aver guadagnato tempo. Quanto? Quanto vorrà l'Iran, presumibilmente il tempo necessario per riassestare la sua economia vicina al collasso a causa delle sanzioni (e non solo). I 2-3 mesi che secondo le stime, ad oggi, separano l'Iran dalla sua prima bomba atomica (il break-out time), con questo accordo dovrebbero diventare 12, a partire dalla cessazione naturale (10 anni più 5) o unilaterale dell'accordo. Dunque, questo accordo consente all'Iran di mantenere capacità tali da riuscire a produrre armi nucleari in 12 mesi da quando deciderà di volerlo fare. Per essere ancora più chiari: se l'Iran dovesse decidere di non rispettare l'intesa, da quel momento ci metterebbe almeno un anno, anziché gli attuali 2-3 mesi (ma si tratta sempre di stime). Se consapevoli di questo, si può anche ritenere l'aver guadagnato questi 10 mesi di tempo un successo... ma a che prezzo?

Come sintetizza il WashPost, il programma nucleare iraniano non viene smantellato, ma semplicemente "congelato" e, in un certo senso, riconosciuto. Diversamente dall'obiettivo che si era prefissato lo stesso presidente Obama, l'Iran non sospenderà il processo di arricchimento dell'uranio. Continuerà ad arricchirlo, sia pure in misura ridotta e non fino al punto necessario per usi militari, e si terrà le quantità già arricchite oltre la soglia per usi civili. Per l'Iran si tratta di un grande successo perché si vede riconosciuto da parte della comunità internazionale, dell'Occidente con in testa gli Stati Uniti, il diritto ad arricchire l'uranio e, quindi, implicitamente a diventare una potenza nucleare.

E questa dovrebbe essere la parte dell'accordo più spiacevole per gli iraniani... Quella buona per loro è che si vedranno gradualmente revocare le sanzioni. Si vedono iraniani festeggiare nelle strade di Teheran, ma si tratta evidentemente di sostenitori del regime, che si rafforza, non certo degli oppositori.

L'accordo è stato subito definito "storico", e naturalmente è subito ripartita in grancassa sui giornali italiani ed europei la santificazione di Obama. Soprattutto sui nostri media (e social media) il conformismo pro-Obama non ha limiti. In Iran è «molto presente il pluralismo e un bilanciamento dei poteri», arriva a scrivere Alberto Negri sul Sole24Ore. Tutto ciò che tocca Obama diventa oro... Che sia un accordo storico è fuor di dubbio, per molte ragioni e almeno per il fatto che si tratta del primo dalla rottura delle relazioni diplomatiche tra Usa e Iran. Ma attenzione al significato di "storico", perché indubbiamente anche l'accordo di Monaco del 1938 che spianò la strada ai piani di Hitler passò alla storia... anche se tristemente.

Il paragone ci sta tutto: se l'accordo di Monaco riconobbe come legittima, in termini territoriali, la volontà di potenza della Germania nazista, così l'accordo di Losanna, permettendo all'Iran di mantenere quasi intatti i progressi del suo programma nucleare e, anzi, di continuare ad arricchire uranio, riconosce la sua volontà di potenza regionale in Medio Oriente. Con tutto ciò che può derivarne in termini di ulteriore instabilità nella regione: corsa all'atomica di Arabia Saudita ed Egitto (alleati nonostante tutto leali che dopo questa legnata sui denti si sentiranno più insicuri), nervosismo di Israele e ulteriori attività terroristiche iraniane... L'Iran potrà tenersi la sua pistola carica e "in cambio" le sanzioni verranno gradualmente revocate. Di storico c'è anche che è il primo accordo in cui una delle parti ottiene sia la botte piena che la moglie ubriaca...

Wednesday, May 15, 2013

Tre Watergate per Obama

Anche su Rightnation.it

Tre scandali ciascuno dei quali, preso singolarmente, somiglia terribilmente ad un Watergate per il presidente Obama. A differenza di Nixon, manca (ancora) la "pistola fumante" che lo collega personalmente ai misfatti della sua amministrazione, ma politicamente ne è comunque responsabile: il "cover up" (l'insabbiamento) dell'attentato al consolato americano di Bengasi; la condotta persecutoria dell'Irs (l'agenzia delle entrate Usa) nei confronti dei suoi avversari politici; lo spionaggio ai danni dell'agenzia di stampa Ap. Ma le polemiche infuocate che oltreoceano si stanno abbattendo su Obama in Italia vengono relegate nelle ultime pagine dei giornali, o in fondo alle homepage dei siti internet, e solo accennate nei notiziari tv e radio, mentre si è letto di tutto, e viene discusso ogni singolo aspetto, della decisione di Angelina Jolie di farsi asportare i seni per "prevenire" il tumore. L'effetto è quello di una gigantesca operazione di distrazione di massa, che non sarebbe riuscita così bene se fosse stata orchestrata, mentre è solo il frutto del conformismo dei mainstream media.

SPIONAGGIO AP - Per due mesi (aprile-maggio 2012) il Dipartimento di Giustizia ha tenuto sotto controllo 20 utenze telefoniche dell'Associated Press, intercettando a loro insaputa le conversazioni di un centinaio di giornalisti, a caccia della talpa che dall'interno dell'amministrazione passava informazioni riservate all'agenzia di stampa. Un'azione così prolungata e invasiva, per altro non autorizzata dal procuratore generale in persona, Eric Holder, come da regolamento, ma dal suo vice Jim Cole, è senza precedenti. Che funzionari del governo abbiano messo sotto controllo un centinaio fra reporter, caporedattori e direzione, in pratica l'intera redazione centrale della maggiore agenzia di stampa Usa, ha il sapore del Watergate.

Se Hunt e Liddy erano i cosiddetti "plumbers" del presidente Nixon, un team ristretto incaricato di dare la caccia alle talpe interne all'amministrazione, Obama ha usato a questo scopo il Dipartimento di Giustizia, deputato a questo tipo di indagini. Peccato però che abbia fatto ricorso a metodi sporchi, a rischio di incostituzionalità, tanto da suscitare la vibrante indignazione anche del leggendario reporter del caso Watergate Carl Bernstein: «E' vergognoso, pericoloso, non ci sono scuse». Un «evento nucleare», l'ha definito Bernstein, secondo cui il vero scopo dell'indagine era intimidire chi parla con i giornalisti. Ed è irrilevante che la Casa Bianca non ne fosse al corrente, dal momento che scovare e punire le talpe è una politica centrale della presidenza Obama: ne ha perseguite penalmente già sei, più di tutti i predecessori messi insieme. Stavolta anche la stampa amica del presidente, dal Washington Post al New York Times, non ha potuto far altro che esprimere forti preoccupazioni e biasimare i metodi dell'amministrazione, che rischia di trovarsi in violazione del I emendamento (che tutela la libertà di stampa) e del IV (che garantisce i cittadini contro indebite violazioni della sfera personale). Niente di lontanamente paragonabile al caso dell'agente Valerie Plame per cui fu messo in croce Bush.

CASO IRS - E sa di Watergate anche il caso dell'Irs, l'agenzia delle entrate Usa, che ha preso intenzionalmente di mira, trattandole come sospetti evasori, associazioni di destra, del movimento anti-tasse o che proclamano di voler difendere la Costituzione, ossia i più acerrimi nemici dell'amministrazione Obama, per la sola presenza di parole come "tea party" o "patriot" nel loro nome. Le loro pratiche per l'esenzione dal pagamento delle tasse hanno subito un deliberato ostruzionismo da parte dell'Irs (ritardi e controlli non necessari). Per oltre 18 mesi dal 2010, afferma un rapporto del Dipartimento del Tesoro citato dalla Cnn, l'Irs ha sviluppato e applicato una politica scorretta per determinare se i richiedenti fossero o meno coinvolti in attività politiche.

Condotta «inappropriata», ha ammesso il portavoce della Casa Bianca Jay Carney. «No, usare per il piatto principale la forchetta per l'insalata è inappropriato. Usare l'Irs per scopi politici è un reato», ha osservato l'editorialista del WaPost George Will, che parla di «echi di Watergate». Ecco quanto si legge, infatti, tra gli articoli per l'impeachment contro Nixon, adottati nel 1974 dalla Commissione giudiziaria della Camera. «He (Nixon, ndr) has, acting personally and through his subordinates and agents, endeavored to... cause, in violation of the constitutional rights of citizens, income tax audits or other income tax investigations to be initiated or conducted in a discriminatory manner».

BUGIE SU BENGASI - Amministrazione Obama sotto accusa anche per la gestione dell'attentato al consolato di Bengasi dell'11 settembre scorso. Dalle audizioni del Congresso sta emergendo che non solo c'è stata una vera e propria operazione di insabbiamento della natura dell'attacco e della ricostruzione degli eventi, ma che si poteva fare molto di più per salvare la vita dell'ambasciatore e delle altre tre vittime americane. La testimonianza dell'ex vice ambasciatore Gregory Hicks, secondo cui le forze speciali americane sarebbero potute intervenire ma avrebbero ricevuto l'ordine di non muoversi, contraddice quanto detto in precedenza dall'amministrazione, e in particolare dall'ex segretario di Stato Hillary Clinton. La matrice terrorista dell'attacco al consolato, inoltre, fu chiara fin dai primi momenti e a Washington ne erano perfettamente al corrente, ma giorni dopo ancora si sosteneva la versione delle proteste per un video amatoriale su Maometto.

Le e-mail scambiate durante e dopo la crisi fra Dipartimento di Stato, Cia, direttore dell'intelligente e Casa Bianca, e consegnate al Congresso, avvalorano la tesi di Hicks. L'ufficio sicurezza del Dipartimento comprese subito, ad assalto in corso, che si trattava di jihadisti. Il primo rapporto della Cia parlava di «estremisti di Al Qaeda», alcuni «legati ad Ansar al Sharia», ma queste frasi vennero fatte sparire nelle versioni successive su richiesta di una portavoce del segretario di Stato Clinton. Nell'ultima, al posto di «attacco» si parla di «violente dimostrazioni», e ogni riferimento ad Al Qaeda è sostituito da un generico «estremisti». Non solo, dunque, un insabbiamento mediatico nei giorni immediatamente successivi all'attacco e - ricordiamo - vicinissimi al voto per le presidenziali, ma anche un insabbiamento, dinanzi al Congresso, degli errori commessi dall'amministrazione.

Nessun altro presidente americano, probabilmente, ha beneficiato come Obama di una narrazione, e di conseguenza di una copertura mediatica, così positiva. Si può dire che sia addirittura diventato presidente grazie a quella narrazione così carica di passione e speranza. Ora però pesantissimi dubbi si stanno addensando sui metodi con cui Obama e la sua amministrazione "curano" la narrazione degli eventi e si occupano degli avversari politici: manipolazione, intimidazione e violazione dei diritti costituzionali.

Thursday, March 14, 2013

Omertà di casta anche tra i giornalisti?

Anche su Notapolitica e L'Opinione

I cosiddetti retroscena - un genere letterario, più che giornalistico, tipico della stampa italiana in cui si mischiano maliziosamente fatti e opinioni - ricevono smentite più o meno credibili quasi tutti i giorni. E' capitato spesso anche che il Quirinale smentisse la Repubblica, ma il caso di oggi è particolarmente esemplare e merita una riflessione. Giorgio Napolitano, infatti, ha perso la pazienza e firmato personalmente una brutale smentita dell'ennesimo editoriale/retroscena di Massimo Giannini, il vicedirettore del Repubblica, quindi non proprio l'ultimo arrivato, non l'inesperto stagista.

Nella lettera il giornalista viene accusato di aver dato «una versione arbitraria e falsa dell'incontro» tra il presidente della Repubblica e il segretario e i capigruppo uscenti del Pdl tenutosi martedì al Quirinale. E' «falso - tuona Napolitano - che mi siano stati chiesti "provvedimenti punitivi contro la magistratura": nessuna richiesta di impropri interventi nei confronti del potere giudiziario mi è stata rivolta». «Né la delegazione del Pdl - aggiunge - mi ha "annunciato" o prospettato alcun "Aventino della destra"». Con l'aggravante che un comunicato ufficiale del giorno stesso aveva già chiarito tutti questi aspetti. «Comunicato che Giannini - rincara Napolitano - ha ritenuto di poter di fatto scorrettamente smentire sulla base di non si sa quale ascolto o resoconto surrettizio».

Il capo dello Stato imputa a Giannini, in una suprema sintesi dell'essenza dell'antiberlusconismo, una «tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti egli intende colpire». E poi la chiusura della lettera, dalla quale ricaviamo l'impressione che per Napolitano i «sediziosi» di cui ha parlato il vicedirettore di Repubblica non militano solo nel campo berlusconiano ma anche in altri campi: nella magistratura, per esempio, nella stampa e nei partiti di sinistra. «Mi auguro che da parte di Giannini, anziché deplorare aggressivamente il Capo dello Stato per non avere manifestato lo "sdegno" e la "forza" che il bravo giornalista avrebbe potuto suggerirgli, ci siano in ogni occasione rigore e zelo nei confronti di tutti i sediziosi, dovunque collocati e comunque manifestatisi». Che Napolitano abbia voluto dare dei «sediziosi» anche ai "bravi" giornalisti di Repubblica è una lettura troppo maliziosa?

Nella sua controreplica Giannini ricorre al più classico rigirare la frittata: «Non dubitiamo», esordisce, che sia andata come dice il presidente, ma anziché dare spiegazioni nel merito della versione «arbitraria e falsa» da lui maliziosamente suggerita nel pezzo incriminato, risponde come se si fosse trattato di una sua semplice analisi politica sulla base di concetti «già espressi pubblicamente» dal Pdl, e che hanno fatto da «sfondo all'incontro», e di sue «impressioni» sul «comunicato dell'altroieri» del Quirinale. In realtà, come chiunque può verificare, nel suo editoriale/retroscena Giannini ha tratto il suo severo giudizio politico fondandolo su precise richieste e assicurazioni formulate tra il presidente e i vertici del Pdl durante l'incontro, da lui riportate come se ne fosse venuto a conoscenza: richieste e assicurazioni che Napolitano ha smentito di aver ricevuto e dato.

Il vicedirettore di Repubblica, colto in fallo, non può cavarsela come se le sue fossero solo deduzioni sulla base di un comunicato, mentre ha surrettiziamente lasciato intendere ai lettori una vera e propria versione dei fatti. Ora, delle due l'una: o Giannini cita una fonte, anche anonima, per confermare la sua versione, oppure bisogna concludere che si è inventato ciò che il Pdl avrebbe chiesto al presidente e ciò che questi avrebbe assicurato.

Cosa dicono i colleghi giornalisti? Se il vicedirettore di Repubblica non dà spiegazioni e resta al suo posto dopo una tale smentita da parte della più alta carica istituzionale del paese e nessuno dice niente, come si può, da quegli stessi pulpiti, fare la morale ai politici? E' così assurdo pensare che Giannini debba dimettersi? O forse inventarsi i pezzi fa parte del mestiere, tanto così fan tutti? Perché nessuno s'indigna e chiede le dimissioni di Giannini, sbugiardato niente meno che da Napolitano? Omertà tra colleghi di casta o semplice assuefazione alle peggiori pratiche della professione?

Wednesday, November 21, 2012

E' una guerra regionale, media pecoroni!

Anche su Rightnation.it

E', senza forse, uno dei più grandi tumori del nostro tempo in Italia, ma anche in Europa e nell'intero Occidente: il conformismo e il politicamente corretto nel mondo dell'informazione mainstream. Un'informazione che sempre più disinforma perché relativizza, perché in nome di una ipocrita imparzialità calpesta l'obiettività, ha perso ogni riferimento valoriale nella lettura degli eventi, il cui susseguirsi viene riportato privo di nesso causa-effetto, in un flusso di notizie accompagnato da finte analisi e pervaso di un moralismo istantaneo e superficiale, dove prevale la preoccupazione di apparire equanimi e di uniformare la realtà ai propri rassicuranti tabù politicamente corretti. Va bene, non esisteranno il bianco e il nero, ma almeno riportateci le diverse sfumature piuttosto che un unico tono di grigio.

La copertura mediatica dell'ennesima crisi di Gaza è l'ennesima, lampante dimostrazione. L'incapacità di distinguere tra un'organizzazione ferocemente terrorista e barbara come Hamas, che opera non nell'interesse dei palestinesi, ma di uno stato terrorista come l'Iran, e uno stato democratico e civile come Israele, è una vergogna insopportabile, ripugnante. Se il governo israeliano decide di agire sulla spinta dei propri cittadini che in grande maggioranza chiedono un intervento militare per far cessare il lancio di missili sul loro territorio, allora è un bieco calcolo elettorale. Pelo sullo stomaco nei confronti di Israele, però ci si beve la propaganda di Hamas come nemmeno la propaganda nazista negli anni '30.

Hamas spara centinaia di missili (1.500 in pochi giorni), e indiscriminatamente, sulle città israeliane, ma sotto processo mediatico finisce Israele per raid mirati contro obiettivi militari (depositi di armi o leader terroristi). Fa vittime civili? Sicuramente (anche se a dare i numeri, a decidere chi sono i civili e chi i militanti è la stessa Hamas e i media registrano senza verificare). Ma si dimenticano di dire che Hamas non difende minimamente la sua popolazione, anzi usa i civili come "scudi umani", come strumento di propaganda politica: più vittime, più biasimo internazionale si può aizzare contro Israele. Sotto accusa finisce Israele perché la sua reazione è "sproporzionata": la contabilità dei morti a suo favore sottintende che in fondo i razzetti di Hamas sono poco più che fuochi d'artificio. Pazienza se le limitate vittime israeliane sono il risultato degli sforzi del loro governo di proteggere la popolazione, al contrario di Hamas che la usa come "scudo umano".

Ieri sera Hamas ha annunciato un accordo che di fatto non c'era, le trattative erano ancora in pieno svolgimento. Ma era strumentale ad alimentare le aspettative di una tregua imminente, così da far titolare i giornali, l'indomani, sull'accordo sfumato facendo ricadere la colpa su Israele. I media ovviamente hanno abboccato in pieno, nonostante il fatto stesso che Hillary Clinton dovesse ancora giungere nella regione avrebbe dovuto far presagire che l'accordo era ancora lungi dall'essere raggiunto.

Nonostante l'Iran non faccia mistero (anzi, lo rivendica ufficialmente) di aiutare militarmente sia il regime di Assad contro i ribelli, sia Hamas fornendogli missili di gittata sempre maggiore, che mi risulti nessuna delle assennate analisi apparse sui mainstream media si è azzardata ad interpretare quanto sta accadendo come un diversivo iraniano per alleggerire la pressione internazionale su Assad, impegnato in una durissima repressione interna. Ma non lo capite, stupidi, che non c'entrano più le rivendicazioni dei palestinesi, che la "questione palestinese" è morta e sepolta, e che Siria, Gaza, Assad, Hamas, tutto quanto sta accadendo, è parte di un'unica guerra regionale il cui attore, anzi burattinaio principale è l'Iran?

Ebbene, Hamas, che appartiene alla Fratellanza musulmana, lo stesso movimento che esprime il presidente egiziano Morsi, è a un bivio: deve scegliere se affidarsi alla mediazione dei suoi "fratelli" egiziani, se farsi "normalizzare" e moderare dall'Egitto, o se invece giurare fedeltà a Teheran, che gli fornisce i preziosi missili con i quali può ricattare Israele e proseguire la sua guerra. Egitto o Iran, insomma? Sotto esame è anche il nuovo Egitto in mano ai Fratelli musulmani: gli Stati Uniti, ma anche Israele, vogliono capire se è o no un attore di stabilità e se la sua "parentela" con Hamas è d'aiuto o un'ulteriore complicazione.

E invece niente di tutto questo, sui media, siti internet e social network compresi, prosegue lo stucchevole rito - il "terzismo" - di politici e giornalisti tweetstar: condannare la guerra sporca e cattiva, che non serve a nessuno, e mettere sullo stesso piano Hamas e Israele (semmai facendo le pulci a quest'ultimo, colpevole di accanirsi su innocenti e indifesi palestinesi). Facile starsene comodomente seduti davanti al pc in redazione o sul divano di casa e pontificare sull'inutilità della guerra. E' una posa comoda e da persone perbene, che garantisce bella figura a buon mercato, esentati dalla fatica intellettuale e anche dalla responsabilità morale e professionale di distinguere tra aggressore e vittima, di distribuire torti e ragioni.

Wednesday, October 24, 2012

La Commissione grandi fiaschi/2

«Contrary to the majority of the news coverage this decision is getting and the gnashing of teeth in the scientific community, the trial was not about science, not about seismology, not about the ability or inability of scientists to predict earthquakes». Qualcuno, anche nel mondo scientifico oltreoceano, comincia ad arrivarci. La reazione incredula e sdegnata del mondo scientifico internazionale si deve al sensazionalismo con cui i media hanno riportato la notizia della sentenza dell'Aquila. Il boccone era ghiotto, perché in un paese così screditato in tutte le sue istituzioni come l'Italia, e la magistratura tra le prime, che si possa venire processati, e condannati, per non aver previsto un terremoto suona persino verosimile.

Il reato contestato, e quindi la pena, come ho già scritto, mi sembrano assurdi, ma almeno cerchiamo di metterci d'accordo sull'accusa rivolta ai sismologi e agli altri esperti della Commissione grandi rischi: togliamoci una volta per tutte dalla testa che sono stati condannati per non aver previsto il terremoto. E', semmai, l'esatto contrario: proprio perché i terremoti sono scientificamente imprevedibili, i commissari sono stati accusati di essersi spinti troppo imprudentemente nella previsione opposta - ma sempre di previsione si tratta - e cioè che fosse «improbabile» una forte scossa. Se non si può prevedere che un terremoto ci sarà, non si può prevedere nemmeno che non ci sarà, come invece suggerirono gli esperti. Quindi, l'accusa è di aver fornito «informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, le cause, la pericolosità e i futuri sviluppi dell'attività sismica», dopo una riunione tecnica (45 minuti per valutare il rischio comportato da 400 scosse in quattro mesi di sciame sismico) definita «approssimativa, generica e inefficace».

Il pm parla di «monumentale negligenza» che portò ad un «difetto di analisi del rischio». Ciò che si contesta, insomma, è un tipo di responsabilità con cui ha a che fare qualsiasi professionista. Il giudice può aver valutato male, la sentenza potrà rivelarsi sbagliata, si vedrà dopo il secondo grado di giudizio, ciò che è uscito da quella riunione forse non corrisponde ai pareri effettivamente espressi dagli scienziati, qualcun altro è responsabile di un'errata comunicazione agli aquilani. Tutto si può sostenere a discolpa degli esperti condannati, e per criticare la sentenza, ma non si può mistificare la natura dell'accusa.

Leggendo il verbale della fatidica riunione del 31 marzo (colpevolmente redatto solo dopo il terremoto del 6 aprile, quindi a forte rischio "inquinamento") si ha effettivamente l'impressione di una discussione approssimativa, generica e confusa, persino sui concetti di previsione e di valutazione del rischio. Quando si parla di «valutazione del rischio», ciò che era chiamata ad effettuare la Commissione, non s'intende affatto la mera previsione che si verifichi o meno l'evento pericoloso, o almeno non si esaurisce in un esercizio probabilistico. Si tratta di un concetto ben più complesso, che in quella riunione sembra fosse ignorato, e che comprende sì la probabilità del verificarsi dell'evento, in questo caso il terremoto, ma ponderata con la vulnerabilità dei soggetti esposti al pericolo e con il loro valore (in termini umani e materiali). All'Aquila in quei giorni poteva anche risultare bassa la probabilità, ma la vulnerabilità e il valore dei soggetti esposti erano evidentemente ai massimi livelli e avrebbero richiesto, è quanto sembra concludere la sentenza, maggiori cautele. Erano chiamati ad effettuare una valutazione del rischio, si sono limitati a fare una previsione. Sbagliandola.

Se poi il fatto che i terremoti siano imprevedibili rende automaticamente non fattibile una valutazione del rischio, allora la convocazione stessa di una Commissione grandi rischi per questo tipo di eventi non ha senso, quindi se i sismologi si dimettono da essa ce ne faremo una ragione.

Tuesday, October 16, 2012

I più intoccabili degli intoccabili

E' stata la rassegnazione più che l'indignazione la reazione della grande stampa – anche dei giornalisti da anni impegnati nella battaglia contro la "casta", intesa come ceto politico – alla sentenza con cui i giudici della Corte costituzionale hanno "salvato" gli stipendi d'oro dei magistrati, loro colleghi, e degli alti burocrati dello stato dal "contributo di solidarietà" introdotto nel 2010 dal governo Berlusconi (il 5% per la parte di stipendio compresa fra 90 e 150mila euro, e il 10% oltre i 150 mila euro), mentre anche il tetto fissato da Monti agli stipendi degli alti dirigenti pubblici (294 mila euro, non proprio bruscolini) sta incontrando resistenze formidabili, tanto che dopo oltre 6 mesi dalla sua introduzione formale, nel marzo scorso, è ancora ampiamente disapplicato.

Pur con tutte le resistenze e gli imperdonabili ritardi, la casta politica sta pagando per i propri abusi, legali o meno, di denaro pubblico: con inchieste, scandali, gogne mediatiche e, infine, taglio dei costi. Ma a quanto pare in Italia si trova sempre qualcuno più intoccabile degli intoccabili: i magistrati e gli alti burocrati, i cui stipendi sono incomparabilmente più alti di quelli dei loro colleghi di altri Paesi industrializzati, le pensioni idem, e le cui carriere procedono verso l'alto per automatismi piuttosto che per merito. Se il presidente della Corte Suprema americana guadagna 223 mila dollari (171 mila euro), e il direttore dell'FBI 141 mila dollari (110.000 mila euro), da noi il capo della Polizia Antonio Manganelli si porta via 621 mila euro e il primo presidente di Cassazione 294 mila, per fare solo alcuni esempi.

Configurandosi come tributo, osservano i giudici della Consulta, il cosiddetto "contributo di solidarietà" vìola l'articolo 3 della Costituzione, perché produce un «irragionevole effetto discriminatorio» sia rispetto agli altri dipendenti che guadagnano meno della soglia prevista, sia rispetto ai dipendenti privati, ai quali non si applica. Limitarlo ai dipendenti pubblici vìola il principio della parità di prelievo a parità di capacità contributiva. Per quanto riguarda i magistrati, inoltre, è incostituzionale anche solo il blocco degli incrementi automatici triennali dello stipendio, in quanto secondo la Corte lede la loro autonomia e indipendenza.

Per quanto la sentenza possa apparire ineccepibile tecnicamente, dal punto di vista giuridico, più che in punta di diritto verrebbe da dire in punta di cavillo, la Consulta offre il fianco all'accusa di difesa "corporativa". Impossibile non notare infatti come i giudici, dichiarando incostituzionale il tributo, abbiano difeso anche la propria busta paga. Avranno giudicato in scienza e coscienza, ma il conflitto di interessi è lampante. Più di qualche sospetto grava anche sui veri "tecnici", coloro che negli uffici di Palazzo Chigi e nei gabinetti dei ministeri aiutano a scrivere in concreto i provvedimenti, o li scrivono direttamente, e che li accompagnano lungo l'iter parlamentare. Sono gli stessi i cui stipendi sarebbero stati decurtati dal "contributo di solidarietà" (il capo di gabinetto del Ministero dell'economia prende 536 mila euro) e sorge il dubbio che non si siano impegnati più di tanto a rendere la legge inattaccabile da eventuali ricorsi e profili di incostituzionalità.
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Friday, September 28, 2012

Il caso Sallusti, il prezzo della libertà di stampa e l'anomalia italiana

Anche su L'Opinione

La diffamazione è una brutta bestia. Ma lo è anche il carcere. Come la mettiamo? Il tema è di quelli centrali per le società aperte e democratiche, per uno stato di diritto. La bilancia delle reazioni al "caso Sallusti" pende per la libertà di stampa. Ma sull'altro piatto non c'è un valore trascurabile in un ordinamento che vorremmo poter definire liberale: l'integrità della reputazione, della propria onorabilità, è sacra quanto l'integrità fisica. E' per questo che in talune gravi circostanze il nostro codice considera la diffamazione alla stregua di un delitto. Si esercita violenza nei confronti di una persona anche attentando alla sua reputazione, diffamandola, distorcendone l'immagine, manipolandone storia e idee personali. La nostra reputazione, il nostro "record" personale, fanno parte della nostra identità. Che la "damnatio memoriae", o la "character assassination", siano tra le prime armi dei regimi contro i loro nemici interni dovrebbe suonarci come campanello d’allarme. Si parla di "quarto potere" non a caso. La libertà di stampa è un potere capace di schiacciare l'individuo almeno quanto gli altri tre poteri. E quanto più ci addentriamo nell'epoca dei new media, tanto più si può affermare che una calunnia è per sempre. Nel senso che mentre una diffamazione a mezzo stampa, o via etere, un tempo si perdeva nel flusso continuo delle rotative, delle onde radio o delle immagini, tendeva a sbiadire nella memoria collettiva e poteva sì essere recuperata, ma non in modo così semplice, oggi nell’era digitale è sempre disponibile, accessibile a chiunque con un paio di click, in eterno, come un indelebile marchio d'infamia.

Se la diffamazione è un attacco al cuore delle libertà individuali, il carcere lo è per la libertà di stampa, architrave della democrazia. Quest'ultima ha però una rilevanza pubblica, riguarda tutti gli individui, nel senso che libertà e pluralismo nell'informazione permettono ai cittadini di "conoscere per deliberare". Insomma, non c'è democrazia senza libertà di stampa. Per questo nelle democrazie liberali la sua tutela è prevalente rispetto alla tutela del singolo dalla diffamazione. Il "quarto potere" è così essenziale per difenderci dagli altri tre che preferiamo rischiare di esserne schiacciati come singoli piuttosto che imbavagliarlo. La possibilità di essere diffamati, di vedere distorte o manipolate la nostra storia e le nostre idee nel pubblico dibattito, è il prezzo da pagare per vivere in una società aperta, libera, democratica. Un prezzo che può, e deve essere attenutato, "calmierato", con il diritto alla rettifica e pene pecuniarie anche severe, ma non "azzerato" con il carcere.

Purtroppo, come spesso capita in Italia, siamo riusciti nel paradosso di non tutelare né il diritto alla reputazione né la libertà di stampa. Il caso dal quale abbiamo preso spunto dimostra infatti il nostro fallimento sotto ogni punto di vista - giornalistico, legislativo, e infine giudiziario. Un giornale che senza abiurare alle proprie opinioni avrebbe potuto riconoscere l’errore, ma non l'ha fatto, in questo modo prefigurando quell’«incauto disprezzo» della verità che rende la diffamazione un reato anche negli Stati Uniti; un codice che prevede ancora il carcere, in contrasto con le legislazioni delle altre democrazie occidentali e con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, ma al tempo stesso inefficace nell'imporre vere rettifiche, adeguate nella visibilità e nella durata, pene pecuniarie e professionali rapportate davvero alla recidiva e alla gravità, cioè le uniche sanzioni in grado di riparare il danno. E infine, una condanna che considerando i pochi precedenti è apparsa a molti "politica": se il querelante non fosse stato un magistrato, e il giornalista di destra, forse non staremmo parlando di carcere.

Thursday, August 30, 2012

La peste delle intercettazioni e le colpe del Colle

A questo punto tanto vale pubblicarle, tutte, maledette e subito. Anzi, le stampi direttamente la procura di Palermo le intercettazioni che riguardano il Capo dello stato. Di abuso in abuso, siamo giunti al culmine di questo vero e proprio bubbone che infetta le istituzioni e la politica. E accanto a pezzi di magistratura che agiscono come "servizi deviati", cioè deviando e sconfinando dai limiti che la Costituzione assegna al proprio ufficio per giocare un ruolo politico, si aggiunge una casta giornalistica che trasuda ipocrisia da tutti i pori (o quasi).

Oltre al danno dell'abuso, la beffa: è evidente, infatti, che queste intercettazioni girano, sono di dominio pubblico nelle redazioni dei più "autorevoli" quotidiani, nei cosiddetti ambienti "bene informati". Le conversazioni del presidente non dovevano essere ascoltate. E se ascoltate casualmente, non dovevano essere conservate, ma immediatamente distrutte. Questo sarà la Consulta a stabilirlo. Appurato che esistono, il latte è versato, ma è ancora peggio che da mesi se ne parli, che ci vengano costruite sopra campagne di stampa e difese d'ufficio, e che un centinaio di privilegiati – i quali evidentemente ne conoscono il contenuto – ne facciano l'uso che fa loro comodo, mentre gli italiani sono costretti a brancolare tra i sospetti incrociati. Anche nel dubbio che siano state acquisite, conservate e diffuse illegalmente, ci sarebbe qualcosa di nobile per un giornale nel pubblicarle integralmente, per mettere al corrente i suoi lettori e tutta l'opinione pubblica. Ma evocarle strumentalmente, usare ciò che si conosce non per informare, bensì per alimentare allusioni, sospetti, veleni, non si addice alla professione giornalistica. E' sciacallaggio sulla pelle delle istituzioni e alle spalle degli italiani.
(...)
Ha avuto ragione il presidente Napolitano ad investire del problema la Consulta, ma il suo intervento è tardivo rispetto alla gravità delle anomalie e limitato alla difesa delle prerogative della sua carica, mentre in questi anni altre istituzioni – Parlamento e governo – avrebbero meritato maggiore tutela dagli attacchi, spesso impropri e con mezzi illegittimi, da parte di alcune procure. Si può rimproverare a Napolitano di aver deliberatamente contribuito ad affossare un disegno di legge sulle intercettazioni e di non aver intrapreso – pur essendo al vertice dell'ordinamento giudiziario, come presidente del Csm – iniziative ben più incisive per vigilare sulla corretta applicazione della legge e sul corretto svolgimento delle loro funzioni da parte di alcuni settori della magistratura. Insomma, è spiacevole la sensazione che Napolitano si sia svegliato solo quando si è trovato lui stesso coinvolto nel circolo mediatico-giudiziario.

E ancor più grave sarebbe scoprire che confidava agli amici, in privato, di essere consapevole del ruolo indebitamente politico svolto da alcune procure e pm, senza però fare nulla, nell'ambito dei suoi poteri naturalmente, per porre fine a tali anomalie. È arrivato il momento per il presidente Napolitano di fare il presidente del Csm e di dar seguito con atti pubblici, formali, alle convinzioni espresse in privato.

La condizione di "ricatto" in cui si trova, d'altra parte, è nei fatti. Non una "ricattabilità" in senso stretto, ovviamente, ma certo l'esistenza stessa delle intercettazioni, e il fatto ormai appurato che in decine, se non in centinaia, ne conoscono seppure sommariamente il contenuto, espongono l'istituzione al rischio destabilizzazione e obiettivamente tolgono al presidente margini di manovra e serenità, dunque piena libertà, nell'esercizio delle sue funzioni. Si potrebbe pensare, per esempio, che non agisca – per quanto è nei suoi poteri – nei confronti delle anomalie che egli stesso vede nell'operato di parte della magistratura, per timore di subire altri attacchi. Va tenuto presente, comunque, che il problema delle intercettazioni non è solo legislativo, ma soprattutto disciplinare e di politica giudiziaria. Può essere in vigore la migliore legge, ma se non c'è alcun contrappeso istituzionale all'arbitrio dei magistrati nell'interpretarla a loro comodo, non servirà a nulla.
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Thursday, December 29, 2011

Un Berlusconi in loden

Autocompiacimento, supponenza e tanto tanto fumo

Anche su Notapolitica

La conferenza stampa di fine anno del premier Mario Monti non può aver deluso chi, non curandosi del clima di grande attesa alimentato dai giornali, si aspettava una lezione professorale piuttosto che impegni concreti. Così è stato. La lectio magistralis ha preso fin dalle prime battute il sopravvento sulla conferenza stampa, con i soliti momenti soporiferi e le preoccupanti amnesie su quel documento che non si trova ("dov'è quella cosa della Fornero?"). Recessivi erano persino l'abito grigio scelto da Monti e la scenografia marrone alle sue spalle, che nei primi piani ricordava lo sfondo di un ascensore ("A che piano scende?" - "Al meno uno, grazie").

Giornali e commentatori vari dovrebbero avere l'onestà intellettuale di ammetterlo: al netto della sobrietà accademica e dei toni british, è stata una conferenza stampa molto berlusconiana. Se il Cavaliere si affidava all'iperbole, il professore fa largo uso di understatement per dare sfogo ad un sarcasmo forse non colto pienamente ma davvero acido nei confronti dei giornalisti. Ha difeso con una supponenza ai limiti del disprezzo il proprio operato; si è arrampicato sugli spread per sostenere che il suo ingresso a Palazzo Chigi ha tranquillizzato i mercati; ha ripetuto noiosamente le cose fatte ed elencato genericamente i temi ancora da affrontare; ha recriminato che «nei fondamentali della nostra economia non c'è nulla che giustifichi uno spread così alto» e che «l'Europa e il mondo hanno pregiudizi sbagliati verso di noi»; ha accusato i giornalisti di inventarsi le cose e lamentato di essere incompreso dai suoi perfidi colleghi economisti, ma meno male che almeno i cittadini comprendono ciò che il governo sta facendo. Insomma, un Berlusconi in loden.

Ma il momento più berlusconiano – che probabilmente giornali e tv ignoreranno – è quando Monti ha citato esplicitamente Berlusconi, in particolare il passaggio conclusivo della conferenza stampa di fine anno dell'anno scorso, quando disse che serviva «un bagno di ottimismo, perché nella crisi il fattore psicologico è importantissimo», e invitò quindi i giornali «a non riportare solo le cose negative». Monti si è associato alle parole dell'ex premier proprio su uno degli aspetti più criticati della sua comunicazione. Berlusconi veniva accusato di voler occultare la realtà, negare la crisi, mettere il bavaglio ai giornali, prendere in giro i cittadini, ma ecco che anche Monti sottolinea l'importanza del «fattore psicologico» per uscire dalla crisi e invita la stampa ad un «moderato ottimismo» e a non farsi megafono di disfattismo con un eccesso di notizie negative. Ed esattamente come il suo predecessore alla fine del 2010, Monti ha negato che nel prossimo anno sarà necessaria un'altra manovra correttiva. Quel genere di «moderato ottimismo» che finora non ci ha portato molta fortuna.

Non sono mancate le contraddizioni tra le pieghe del suo argomentare. Per esempio, ha spiegato che la differenza di spread tra Italia e Spagna, e il principale motivo di esposizione del nostro Paese sui mercati, è dovuto allo stock di debito pubblico, il 120% rispetto al Pil, piuttosto che ad altri parametri macroeconomici su cui siamo messi meglio degli altri, ma poco dopo che la priorità è agire sui flussi di cassa, facendo intendere che l'abbattimento dello stock di debito verrà preso in esame, semmai, in un secondo momento.

La fase 2, che ha definito "Crescitalia", sarà focalizzata sulle liberalizzazioni e sulla riforma del mercato del lavoro, ma anche sulle infrastrutture e la ricerca. Monti si è autocensurato invece sul tema del fisco, in realtà centrale per la ripresa economica. E quando ha cercato di tranquillizzare i cittadini preoccupati per l'elevata pressione fiscale confidando che «il nostro sforzo è di rendere più omogenea la preoccupazione effettiva», in molti devono aver sentito un brivido correre lungo la schiena: "Ok, panico".

E' comprensibile che Monti appaia piuttosto reticente e non voglia anticipare nel concreto le misure in via di elaborazione, restando sul generico quando parla di liberalizzazioni e mercato del lavoro. Teme di pestare i piedi e di suscitare conflitti con le parti sociali e le corporazioni, come accaduto nei giorni scorsi sull'art. 18, prim'ancora di chiamarle al tavolo della concertazione. Purtroppo però è proprio evitando di chiamare le cose con il loro nome, e cercando di evitare a tutti i costi il conflitto, che rischia di farsi impantanare come ogni governo.

Wednesday, November 16, 2011

Dopo la casta, il mito statalista

Anche su Notapolitica e taccuinopolitico

Si apre nel 2007, con la pubblicazione del best seller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, la meritoria campagna del Corriere della Sera contro "la casta". E nel corso degli anni, in un crescendo fino alla crisi di leadership di Berlusconi, diventa martellante, facendo da cornice perfetta a inchieste giudiziarie e scandaletti sessuofobici. Non era il primo successo editoriale sui costi della politica. Prima di loro arrivarono l'ex ministro Raffaele Costa, con "L'Italia degli sprechi" (1999) e "L'Italia dei privilegi" (2002), e il duo Salvi-Villone con "Il costo della democrazia" (2005). Ma Stella e Rizzo avevano dalla loro le bocche di fuoco di Via Solferino e dell'establishment culturale, economico e finanziario di cui il quotidiano è solo una delle voci.

Da quando poi la Confindustria ha perso ogni fiducia nella capacità del governo, e della politica in generale, di affrontare la crisi con efficaci misure di rilancio dell'economia, alla campagna contro la casta si sono associati i media degli industriali. Il Sole24Ore e, in modo veemente, quotidiano, Radio24, con le sue trasmissioni di punta del mattino e "La Zanzara". Alla fine la campagna ha successo: l'opinione pubblica è disgustata ed esasperata, i politici sono costretti a umilianti atti di contrizione, ad ogni livello di governo si dimenano in diversivi per salvare il salvabile dei loro privilegi, ma la bufera finanziaria che si abbatte sui titoli di Stato italiani è la classica goccia che fa traboccare il vaso, o in questo caso l'ondata, e li manda ko. Insieme a Berlusconi tutti i partiti fanno volentieri un passo indietro, lasciando in piena curva il volante a un governo di soli tecnici guidato da Mario Monti, esito che probabilmente il Corriere – e i poteri più o meno deboli di cui è espressione – si auguravano/prefiggevano fin dall'inizio del loro attacco alla casta. Bene, bravi, bis.

I nostri politici se la sono cercata e si sono rivelati miopi e inetti. Tuttavia, ora che abbiamo vivisezionato e denunciato tutti i privilegi della casta, e ora che la politica si è dovuta accomodare sul sedile posteriore, sarebbe il momento di lanciare una campagna altrettanto spietata sui tanti privilegi della gente comune, altrimenti non ci salviamo. Gli italiani s'illudono infatti che la casta sia solo quella dei politici, che un bel taglio alle loro parcelle basti a salvare il Paese. Un'illusione pericolosa, perché quando il mondo ti avverte che non ti farà più credito a buon mercato, e ti intima di cambiare comportamenti, nessuno è disposto non dico a fare sacrifici, ma a mollare un'unghia delle proprie costose abitudini: è colpa dei nostri politici, paghino loro, o al massimo "piangano anche i ricchi". Ora che siamo sull'orlo del baratro, e che non c'è più l'alibi di Berlusconi, è forse il momento di un'operazione verità: le caste, a cominciare dai giornalisti e dal mondo dell'editoria, abbondano nel nostro Paese e tutte – nessuna esclusa – hanno contribuito al dissesto finanziario, produttivo e culturale. La cultura statalista e corporativa dominante, a partire dalle scuole fino ai mass media, ha semplicemente inculcato nella testa degli italiani l'idea che ad ogni cosa ci debba pensare lo Stato, sottintendendo la gratuità dei suoi servizi e delle sue opere.

Ebbene, oggi che l'evidenza empirica dimostra l'insostenibilità non solo del socialismo reale, ma anche dello stato sociale europeo del '900, sarebbe ora che i grandi giornali italiani si occupassero di rimediare a questo grande inganno culturale con la stessa intensità con la quale hanno combattuto la casta dei politici. Perché se gli italiani non si risvegliano dal profondo sonno statalista in cui sono precipitati, il governo dei tecnici potrebbe non avere il sostegno necessario a riparare le falle della nostra barca.

Sotto esame, dunque, insieme al nuovo esecutivo Monti, c'è tutto quel mondo editoriale, accademico, intellettuale, che da anni sui giornali bacchetta la politica – a ragione – per la sua improduttività e i suoi privilegi. Ora alcuni dei più illustri rappresentanti di quel mondo avranno la possibilità di dimostrare le loro capacità di governo (e se governare non fosse poi così facile come scrivere editoriali?), ma ancor più decisiva e urgente è l'operazione culturale contro il mito statalista. Non ci sono alternative. State certi che tutti i privilegi che la gente comune ha (e non si rende neanche conto di averli), e che non esistono in altri Paesi, verranno spazzati via uno ad uno. Da uno statista (improbabile), o da un branco di famelici creditori (ad oggi più probabile).

Wednesday, September 28, 2011

Blog, rettifica non è censura

Anche su notapolitica.it e taccuinopolitico.it

Da titolare di un blog politico da quasi dieci anni, praticamente dall'alba della "generazione blogger", questa rivolta dell'immaginario "popolo del web", questo gridare alla censura per quella norma del ddl intercettazioni all'esame della Camera che obbligherebbe i siti internet, blog compresi, alla rettifica, non mi convince affatto. Alle mie orecchie suona come il tipico riflesso conformista internettiano. "Bavaglio", "ammazza-blog", attentato alla "libbbertà della Rete" (doverosamente con la maiuscola). Siccome gli assoluti mi insospettiscono, ci ho ragionato un po' su. Premetto che qui non s'intende difendere l'emendamento in questione, che può, e quindi deve, essere migliorato per corrispondere in modo equo alle diverse situazioni e responsabilità in campo, bensì il principio. Coloro che respingono in linea di principio l'idea che persino un blog debba garantire il diritto alla rettifica non conoscono la rete, non hanno ben compreso le sue enormi potenzialità – anche se in suo nome e in ragione di esse pretendono di alzare la voce – oppure le hanno comprese ma fanno i furbi.

L'obbligo di rettifica non può valere anche per i siti internet, si obietta, perché «esiste una differenza abissale tra un blog, magari gestito da un ragazzo, un giornale e una televisione». «Differenza abissale»? Ma come? Non cerchiamo quotidianamente, noi blogger, di dimostrare che la grande rivoluzione di internet è proprio quella di aver annullato, almeno potenzialmente, questa differenza? Non crediamo più a questa rivoluzione? Grazie a internet anche l'autore più anonimo può essere letto potenzialmente da milioni di persone in tutto il pianeta; twitter può essere più potente di un'agenzia di stampa; il blog più inutile e sconosciuto può diventare in un paio d'ore una star mediatica, un imprescindibile "opinion leader", passando da una decina di lettori a decine di migliaia di contatti. E' già capitato, capita ogni giorno, è storia. E allora, se queste sono le enormi potenzialità di internet, un luogo virtuale dove un piccolo blogger può davvero competere con i mainstream media, fino a condizionare il dibattito pubblico, perché negare che ad esse corrispondano delle responsabilità? Così facendo non rischiamo forse di negare noi stessi le potenzialità della rete?

Non si può, a mio avviso, pretendere di sfruttare tali potenzialità senza riconoscere le responsabilità che implicano. E una delle responsabilità, quando si trasmette, si comunica qualcosa ad un'agorà mediatica potenzialmente illimitata, è legata al rispetto degli altri. Sostenere che solo le testate regolarmente registrate dovrebbero rispondere di ciò che scrivono e dicono, che siti e blog non dovrebbero essere soggetti a tale responsabilità solo perché compilati a livello amatoriale, perché non fanno parte della corporazione dei giornalisti, significa piegarsi ad una logica, corporativa appunto, che contraddice tutto ciò che internet rappresenta nel mondo di oggi. E sorprende che persino alcuni blogger liberali siano scivolati su questo terreno. Preferite forse l'obbligo di registrazione presso i tribunali, con tanto di ordini, contratti e sindacati? All'obbligo di rettifica dovrebbe attenersi chiunque comunichi ad un pubblico vasto, a prescindere dal media utilizzato e dalla sua inquadratura professionale.

La differenza tra un blogger – magari ragazzino – e un giornalista, una redazione, o un editore, è «abissale» nelle modalità operative (forse), non nelle responsabilità legate all'atto comunicativo. Nel momento in cui apro un blog e comincio a scrivere non sto scambiando quattro chiacchiere in salotto o al bar con i miei amici, sto esercitando la mia legittima fetta di "quarto potere", indipendentemente dall'ordine professionale cui sono iscritto. Ed è un potere che va esercitato responsabilmente, perché ha a che fare con le vite delle persone. Di più. Se le sorti professionali e imprenditoriali di giornalisti ed editori di professione dipendono dalla loro autorevolezza, quindi hanno – in teoria – tutto l'interesse a non divulgare notizie false, un blogger amatoriale può infischiarsene, causare lo stesso danno ma per lui a costo zero.

Per numero di contatti un sito internet può ormai competere con le tirature di un quotidiano. Una diffamazione via web si diffonde in modo molto più virale rispetto agli altri media, non è stampata sull'edizione di un solo giorno, né scorre via nel flusso radiotelevisivo, ma ad ogni ricerca su Google riaffiora, come un marchio potenzialmente indelebile. L'esempio ce l'abbiamo sotto gli occhi: il blog che la settimana scorsa ha pubblicato un'arbitraria lista di politici omofobi epppure omosessuali. Ebbene, l'insulto sta ovviamente nell'essere indicati come omofobi, non come omosessuali, ma perché ai diretti interessati non dovrebbe essere riconosciuto il diritto ad una rettifica, visto che del loro orientamento sessuale si parla?

La rete non è un mondo totalmente avulso dalla realtà. Internet è uno strumento di libertà, di informazione dal basso, ma è un luogo – chiunque lo frequenti lo sa benissimo – che pullula di diffamatori di professione, di odiatori seriali e persino di istigatori alla violenza, che spesso approfittano dell'anonimato. Non stiamo parlando di censure preventive, registrazioni, iscrizioni ad albi, ma di una semplice rettifica. Ed è chiaro che la rettifica non si riferisce ad un'opinione espressa, quindi non introduce una sorta di obbligo a dare spazio sul proprio sito al o ai punti di vista che si vogliono criticare, ma ad una notizia riportata o ad un giudizio su una persona. E' vero che il singolo blogger probabilmente non ha risorse e competenze giuridiche tali da potersi opporre a richieste di rettifica infondate, avanzate solo come forma di intimidazione, ma è pur vero che minore è il seguito del blog, minori saranno le probabilità di subire pressioni. E' vero che esistono già strumenti per punire eventuali illeciti – come la querela – ma richiedono la via giudiziaria e tempi lunghi, quando molto spesso chi si sente diffamato o danneggiato ha solo interesse a poter replicare sullo stesso media in tempi brevi. Tra l'altro, gli attuali strumenti di tutela sono già utilizzati nei confronti dei blog come forme di intimidazione, e ben più pesanti di un'ammenda di 12 mila euro. E' già capitato ad alcuni di vedersi recapitare minacce di denunce, alcune delle quali hanno addirittura avuto un seguito in tribunale (si veda il caso Morini-Moncalvo, conclusosi con l'assoluzione del blogger). Certo, ai siti amatoriali si potrebbero applicare norme meno stringenti. Ragionevoli in proposito le modifiche suggerite dal deputato Pdl Roberto Cassinelli, per esempio allungare i termini entro cui la rettifica dev'essere pubblicata e ridurre le sanzioni.

Thursday, September 15, 2011

Un circo grottesco e pericoloso

Anche su notapolitica.it e taccuinopolitico.it

La credibilità di Berlusconi presso i suoi elettori è in caduta libera, soprattutto per le due manovre che contraddicono 17 anni di promesse e impegni, la stessa ragion d'essere della sua discesa in campo. Ma ciò non può farci chiudere gli occhi su un circuito mediatico-giudiziario che ha ormai oltrepassato qualsiasi soglia di decenza, persino il senso del ridicolo, ma quel che è più grave ha calpestato i più elementari principi di uno stato di diritto, nell'indifferenza degli organi di controllo e di garanzia, dal Quirinale al Csm.

C'è solo l'imbarazzo della scelta, a partire dall'ultimo scoop firmato Espresso: quel «vi scagionerò tutti» con il quale il premier rassicura Lavitola al telefono. I giornali nei loro titoli la riportano come fosse la prova regina, mentre in realtà proprio quella intercettazione fa crollare l'ipotesi accusatoria nei confronti dei Tarantini e dell'editore dell'Avanti. Basta leggerla: quella dell'estorsione è un'accusa che la presunta vittima ritiene ridicola e chi meglio della presunta vittima (se ci trovassimo in un Paese normale) può «scagionare» gli imputati? Certo, si può ipotizzare che i due sapessero, o immaginassero, di essere intercettati, e quindi abbiano preparato un copione perfetto per smentire le tesi dell'accusa, ma delle due l'una: o il dialogo è sincero, e allora il senso non può essere travisato: non c'è stata alcuna estorsione; oppure Berlusconi è complice dell'estorsione ai suoi danni, quindi imputabile di favoreggiamento.

Oltre al danno, la beffa: stavolta infatti Berlusconi è la presunta vittima, eppure anche questa inchiesta, guarda un po', sembra orchestrata apposta per danneggiare la sua immagine più che per tutelarlo da chissà cosa e da chissà chi. I pm ammettono che forse la loro procura non è territorialmente competente, ma vogliono interrogarlo lo stesso. Però come testimone, persona informata dei fatti, quindi non potrà nemmeno esercitare i diritti che si riconoscono agli imputati - come la presenza del proprio avvocato. Che la trappola sia pronta a scattare è ipotesi tutt'altro che infondata. In alcune ore di interrogatorio, sottoposti a decine di domande, non è poi così difficile ritrovarsi accusati di falsa testimonianza rispetto a qualsiasi cosa i pm ritengano di avere in mano.

Fa sempre una certa impressione, inoltre, un sistema giudiziario in cui di fronte alla richiesta di archiviazione da parte della pubblica accusa è il gip, cioè un giudice, che improvvisamente sveste i panni dell'arbitro e veste quelli di pubblico accusatore. Nel caso dell'intercettazione della famigerata frase di Fassino «abbiamo una banca» è molto probabile che ci sia stata una violazione del segreto d'indagine. Ma non può non scatenare sospetti e illazioni il fatto che proprio Berlusconi venga ora rinviato a giudizio solo per aver ascoltato una sola intercettazione riguardante un suo avversario politico, nonostante non risulti dalle indagini che ne abbia in qualche modo istigato o favorito la rivelazione, o che abbia dato indicazioni perché fosse utilizzata a suo vantaggio.

Mentre nessuno si azzarda nemmeno a ipotizzare illeciti per le decine e centinaia di file che lo massacrano da anni, intercettazioni quasi mai lecite e quasi sempre pubblicate in modo illegale. Nonostante i giornali siano ogni settimana pieni zeppi di sue conversazioni telefoniche, non un solo pm indaga su una violazione di segreto ai suoi danni, o sul perché le intercettazioni che riguardano il premier non vengano immediatamente distrutte, come impone la legge vigente, in quanto parlamentare (per utilizzarle ci vuole l'autorizzazione della Camera di appartenenza). Così come ci sono intere redazioni di giornali in servizio permanente effettivo come buca delle lettere delle procure, eppure l'unico giornalista indagato è il direttore di Libero Belpietro. E dove sono finiti tutti quelli che invocavano la libertà di stampa contro la legge sulle intercettazioni fatta naufragare la scorsa estate?

Va detto che ormai i magistrati hanno elevato a sistema il trucco con il quale aggirano le restrizioni di legge sulla pubblicazione delle intercettazioni, facilitando la vita ai giornalisti compiacenti: basta farle avere alla difesa, o inserire le intercettazioni sputtananti, anche se non penalmente rilevanti, nelle richieste al gip, che poi le copia-incolla nelle sue ordinanze, e click... da quel momento sono pubbliche. Il gioco è fatto. Di fronte a tali trucchi non c'è legge presente o futura che possa tenere, l'unico rimedio sarebbe l'azione disciplinare del Csm, che ovviamente però si gira dall'altra parte.

Le nuove inchieste che coinvolgono Berlusconi hanno questo in comune: da Ruby a Lavitola-Tarantini, non ci sono vittime, non ci sono danneggiati. L'amara realtà è che non ci troviamo più di fronte semplicemente ad un abuso delle intercettazioni telefoniche. E' sempre più evidente che le inchieste più improbabili vengono avviate unicamente allo scopo di dare in pasto ai media le intercettazioni più sputtananti per il premier, persino quando non indagato, e pazienza se nel tritacarne finiscono persone del tutto estranee. Solo per l'inchiesta "escort" di Bari sono state effettuate centomila intercettazioni. C'è davvero da chiedersi cosa sarebbe delle mafie in Italia se la magistratura impiegasse contro di esse le stesse risorse.

La condotta di Berlusconi, anche privata (se resa nota all'opinione pubblica con mezzi leciti), può e dev'essere giudicata politicamente, dagli elettori, ma queste storie non hanno davvero nulla di cui la magistratura debba occuparsi. La sensazione è che se ne occupi solo perché dispone dei mezzi di sputtanamento, di character assassination, che i nemici politici del premier non hanno: intercettare ad libitum.

Wednesday, June 08, 2011

Barbarie e ipocrisia

E' una barbarie, non colpisce solo Berlusconi, ed è la prova che mettere mano alle norme sulle intercettazioni è un imperativo di civiltà. I giornali mettono alla gogna società di calcio e calciatori che non solo non sono indagati. Ma di cui chiacchierano, solo per sentito dire, gli indagati quelli veri nelle telefonate intercettate. E tutti possiamo immaginare che interesse abbiano costoro, oggi, a sparare in alto, e quale spinta ci fosse nel giro delle scommesse a millantare con i propri interlocutori telefonici chissà quali "informazioni". I pm sono i primi ad avvertire che mancano riscontri, che si tratta di voci «indirette». «Il sospetto è che possa trattarsi di una millanteria», ammette persino la giornalista, gran sacerdotessa di intercettazioni telefoniche al Corriere. E viene fuori che così scarso è il valore che a quelle chiacchiere attribuiscono gli inquirenti, che le telefonate in questione non sono nemmeno state trascritte, ma riportate in "brogliacci" di polizia. Eppure i giornali non si fanno scrupoli: nomi e cognomi (prima De Rossi, adesso Totti) in prima pagina, tanto per sputtanare, infangare, vendere qualche copia in più calpestando la dignità delle persone. Una vergogna. Una vergogna che ormai quello d'indagine sia un segreto di Pulcinella; una vergogna la totale mancanza di deontologia professionale nei giornalisti.

Detto questo, qualche considerazione sull'inchiesta in corso si può azzardare. Che la cricca pizzicata con le mani nella marmellata fosse in grado con quegli spiccioli di condizionare gare di serie A è altamente improbabile e gli inquirenti se ne stanno convincendo. Riuscivano a combinare gare delle serie inferiori e per la A a venire in possesso di notizie, vere o presunte, che circolavano nell'ambiente. Che però, molte partite di A siano sospette di "combine" tra le società di calcio, non per le scommesse, ma per reciproche convenienze di classifica, è più che un sospetto. Non solo per gli inquirenti - consapevoli, pare, che questo filone travalichi l'inchiesta penale in corso, anche perché si entra nel campo dell'indimostrabile - ma per chiunque segua il calcio domenica dopo domenica. Di partite che "puzzano" se ne sono viste tante anche in questa stagione: pareggiotti di convenienza; l'improvvisa caduta in casa della provinciale che stava andando forte; ma soprattutto, quante squadre che si sciolgono come neve al sole davanti alle "grandi"? Ci sono grandi squadre del nord che contro alcune provinciali sembrano abbonate alla vittoria facile. Nell'ambiente, anche del giornalismo sportivo, se ne parla con disinvoltura, magari con ironia, ma guai a porre pubblicamente qualche domanda.

D'altra parte, dopo Lazio-Inter dello scorso anno, a poche giornate dalla fine del campionato, resta da chiedersi a che cosa bisogna assistere prima che la giustizia, quella sportiva, si attivi; che soglia di indecenza bisogna superare prima di far scattare le sanzioni previste per la violazione dell'art. 1 sulla lealtà sportiva.

UPDATE ORE 13:06
«Nessun riferimento alla Roma e quindi a Francesco Totti. È possibile che si parlasse semplicemente di una squadra delle serie minori». «Per quanto riguarda la serie A, Erodiani ha già escluso nel corso dell'interrogatorio di garanzia ogni collegamento». Così uno dei legali di Erodiani. Complimenti ancora una volta al Corriere della Sera e a La Repubblica per il loro rigoroso "giornalismo". Rigorosamente fango.

Tuesday, February 01, 2011

Il "perfetto" strabismo delle Procure

Gli articoli brutti, offensivi e diffamatori sui nostri giornali non si contano. Ma suonano come intimidazioni, hanno un sapore vagamente - questo sì - "egiziano", le perquisizioni nelle redazioni di alcuni - solo di alcuni - giornali e persino nelle abitazioni private di alcuni - solo alcuni - giornalisti. Soltanto quando escono carte a loro sgradite, come quelle sulla Boccassini, anche se si riferiscono a fatti ormai di decenni fa, i magistrati scatenano la caccia al colpevole della fuga di notizie. Ma MAI - nonostante tutta l'obbligatorietà dell'azione penale - mai una volta che scatenino una simile caccia all'uomo per capire come mai e grazie a chi Corriere, Repubblica e tutti gli altri giornali e fattacci quotidiani pubblicano centinaia di pagine di verbali, intercettazioni e atti coperti da segreto istruttorio che riguardano indagini ancora in corso e spesso non arrivate nemmeno davanti a un gip. Come mai - rimanendo su notizie di giornata - non vengono perquisite le redazioni dei giornali che questa mattina hanno pubblicato i virgolettati dell'interrogatorio alla Minetti? C'è da fidarsi che siano questi magistrati, con questi metodi, ad abbattere Berlusconi?

Monday, December 20, 2010

Chiuso per lutto

Scusate, sono letteralmente sfiancato di dolore e rabbia per questa ennesima crudele perdita. Questa mattina se n'è andato improvvisamente l'amico e il collega con cui ho pranzato quasi ogni giorno nell'ultimo anno. Un liberale e un giornalista impermeabile ai conformismi e agli odiosi tic dei mainstream media. Addio Maurizio, negli ultimi mesi eri stato sottoposto a stress insopportabili, più di quanto potessimo immaginare, ma che stavi affrontando con la tua grande passione di sempre e con il tuo stoico e "bresciano" senso del dovere. E' stato un onore e un piacere lavorare con te, una delle poche persone leali che ho incontrato in questo ambiente, che sapeva riconoscere e apprezzare il valore altrui. Sempre cari mi saranno il tuo esempio e le nostre discussioni.

Thursday, December 02, 2010

Tony, ci manchi/9 - Elogio della riservatezza governativa

Nell'epoca di Wikileaks, ecco perché è ancora importante che i governi operino in un contesto di ragionevole riservatezza, dove gli scambi di vedute siano il più possibile schietti e i processi decisionali non condizionati da logiche esterne, tatticismi e inibizioni:
«Freedom of Information, libertà d'informazione. Tre parole innocue. Le guardo mentre le scrivo, e mi viene voglia di scrollare la testa finché mi si stacca dal collo. Idiota. Ingenuo, sciocco e irresponsabile. Non esiste una definizione di stupidità che, per quanto vivida, sia adeguata. Il solo pensiero mi fa fremere di rabbia... Avevamo approvato quella legge subito dopo aver preso il potere. Una volta compresa l'enormità dell'errore, cominciai a dire a ogni funzionario pubblico: come avete potuto, sapendo quel che sapevate, permetterci di fare una cosa così dannosa per un governo assennato? Forse alcuni lo troveranno scioccante. Penserete che io sia un altro dei "soliti" politici che vuole un governo segreto, vuole nascondere i riprovevoli misfatti dei politici e privare il "popolo" del diritto di sapere cosa viene fatto in suo nome. La verità è che il Freedom of Information Act non viene invocato quasi mai dal "popolo", bensì dai giornalisti. Per i leader politici è come dire a un tizio che ti prende a bastonate in testa: "Ehi, prova con questa", e porgergli una mazza. Le informazioni vengono cercate non perché il giornalista sia curioso di appurare i fatti e divulgarli per mettere al corrente il "popolo". Vengono usate come armi. Un'altra ragione, assai più importante, per cui si tratta di una legge pericolosa è il fatto che i governi, come qualsiasi altra organizzazione, devono essere in grado di ponderare, discutere e decidere con un livello ragionevole di riservatezza. Non è un aspetto secondario. E' fondamentale. Senza riservatezza, le persone si sentono inibite e l'esame delle opzioni è così limitato da impedire un efficace processo decisionale. In ogni sistema che ha imboccato questa strada, accade che le persone diventino molto caute quando scrivono e che parlino senza mettere nulla nero su bianco. E' un modo pessimo di analizzare le questioni complesse».
Tony Blair ("A Journey")

Wednesday, September 08, 2010

Anomalia non trascurabile

Come un sol uomo la stampa mainstream e gli esponenti del conformismo costituzionale, con il ditino alzato ricordano che non è possibile "sfiduciare" il presidente della Camera, né il presidente della Repubblica può costringerlo a dimettersi. Da un lato si tende a distorcere ciò che si contesta a Fini e ciò che Berlusconi e Bossi si aspettano dal Colle, dall'altro a deviare l'attenzione dall'oggetto della contesa (l'incompatibilità di Fini) all'«irritualità», o «analfabetismo», della loro richiesta.

Tutti sanno - compresi B&B - che Napolitano non può costringere alle dimissioni Fini e che non può esserci un voto di sfiducia nei suoi confronti. Eppure, le solite truppe cammellate di costituzionalisti - sempre gli stessi - vengono arruolate dai giornali per ricordarcelo e ridicolizzare la richiesta di Pdl e Lega. Come recitava testualmente la nota di lunedì, si tratta di «rappresentare» a Napolitano la «grave situazione». Semplificando, non si potrà costringerlo a dimettersi, ma almeno chiedere sarà ancora lecito. O no? Chiedere direttamente a Fini; e chiedere a Napolitano di chiedere a sua volta. Rispondere, come si dice, è cortesia. D'altra parte, anche Villari non voleva dimettersi dalla presidenza della Commissione di Vigilanza Rai e nessuno poteva costringerlo, neanche il presidente del Senato, ma alla fine si è dovuto dimettere... e in quel caso era il centrosinistra che ne chiedeva le dimissioni. Alla fine, si dovette arrivare al boicotaggio dei lavori della Commissione per fargli capire che non era più gradito. Ma all'epoca venne trattato più o meno come un usurpatore, e non aveva neanche assunto nei confronti del suo partito - il Pd - le posizioni che Fini sta assumento nei confronti del Pdl e del governo.

La questione dell'incompatibilità di Fini non poteva non essere sollevata (ovviamente per chi è convinto che esista). E non solo non è ridicolo o anticostituzionale, ma è persino doveroso coinvolgere il Quirinale, proprio in quanto garante dei corretti rapporti tra le istituzioni e del corretto funzionamento delle stesse. Qui bisogna capire se ce n'è una - la presidenza della Camera - che interferisce indebitamente sulla stabilità del governo. E' «irrituale» rivolgersi al capo dello Stato? Sì, come lo è nella storia repubblicana il doppio ruolo assunto da Fini. Con i suoi comportamenti destabilizza la governabilità del Paese, un valore che spetta anche al presidente Napolitano tutelare. Legittimo che Fini la "minacci" da leader politico, ma non da presidente della Camera.

Cosa si contesta quindi esattamente a Fini? Non la sua appartenenza politica o partitica, né l'essere un leader politico, né la partecipazione a manifestazioni di partito. Altri presidenti prima di lui lo erano e non hanno rinunciato all'attività politica, ma hanno saputo tenere distinti i due ruoli, cosa che lui non ha saputo e voluto fare. Né si pretende che risponda alla maggioranza che lo ha eletto. Ma non dovrebbe neanche ritagliarsi un ruolo da oppositore e usare la sua carica come un palco da comizi. Dovrebbe essere - e mostrarsi - super partes, garante dei ruoli di tutti i gruppi presenti nell'assemblea che presiede. E alla luce delle posizioni che ha assunto, è lecito dubitare che possa farlo serenamente.

A Mirabello è arrivato addirittura a disconoscere l'esistenza del maggiore partito rappresentato alla Camera, e a definire «sudditi» quasi la metà dei deputati, dimostrando palesemente di svolgere ormai un ruolo di parte, del tutto incompatibile con quello di garante. L'ho scritto più volte: cosa sarebbe accaduto se Fanfani, Nilde Jotti, o Luciano Violante, avessero costituito loro gruppi autonomi in dissenso col loro partito, e avessero negato persino la sua esistenza? Nel '69, in seguito alla scissione del PSU, il presidente della Camera Pertini, nonostante non ne fosse minimamente il protagonista, si dimise. La Camera lo rielesse, ma lui dimostrò almeno la correttezza di rimettere il mandato.

Dunque, presidenti della Camera al tempo stesso leader politici si sono visti. Mai nessuno però ha costituito "suoi" gruppi parlamentari e, di fatto, un nuovo partito; mai nessuno ha utilizzato la carica per condurre la sua personale lotta politica all'interno del partito e per affermare la sua leadership in modo ostile alla maggioranza; mai nessuno (neanche Casini e Bertinotti in tale misura) ha rivolto continue critiche e attacchi al governo e personalmente al presidente del Consiglio; ed è certamente scorretto per un presidente della Camera esprimersi nel merito di provvedimenti ancora all'esame del Parlamento, come ha fatto Fini numerose volte, sia presiedendo l'assemblea sia durante conferenze ed incontri organizzati dalla Camera stessa. E anche nella proposta di «nuovo patto di legislatura» che Berlusconi e Bossi dovrebbero negoziare con lui, Fini reclama un ruolo non suo. Non si è mai visto. Mai un presidente della Camera si era permesso di rivendicare per sé un ruolo di vero e proprio indirizzo politico nell'azione di governo.

Con la riforma dei regolamenti parlamentari, tra l'altro, il presidente della Camera ha poteri rilevantissimi sull'agenda dei lavori, e quindi sull'attuazione del programma di governo. Se i due gruppi di maggioranza alla Camera non si sentono più garantiti dal presidente dell'assemblea e se ciò minaccia il corretto funzionamento del potere legislativo, come fa Napolitano a ignorare la situazione? Insomma, ci troviamo di fronte ad una conclamata e inedita anomalia istituzionale, di cui ben rende l'idea una semplice domanda: in che veste, in caso di crisi di governo e quindi di consultazioni al Quirinale, Gianfranco Fini esprimerebbe il suo parere al presidente della Repubblica? Riuscirebbe a essere neutrale, come la carica che riveste gli imporrebbe, o a parlare sarebbe il Fini di Mirabello? Tutti problemi che guarda caso i custodi della Costituzione preferiscono non porsi, finché di mezzo ci sarà Berlusconi.

Thursday, September 02, 2010

Berlusconi "piace" anche a Blair, ma va detto sottovoce

Ci viene giustamente spiegato con dovizia di particolari perché Berlusconi piace a Putin e a Gheddafi - e non è certo titolo di merito. Correttezza professionale imporrebbe però ai giornalisti di spiegarci perché Berlusconi piace a Tony Blair, visto che il suo libro di Memorie è uscito ieri ma pare che in pochi abbiano ritenuto di riportare perché l'ex premier britannico «ammira» Silvio. Per qualcuno "piacere" a Tony Blair non sarà titolo di merito - e non mi dilungo a spiegare perché invece per me lo è - esattamente come non lo è piacere a Putin e a Gheddafi, ma intanto riportiamolo con una certa evidenza, per favore. Quella evidenza che certamente la stampa e i siti internet avrebbero dato se Blair avesse scritto male di Berlusconi. M'immagino le prime pagine: "Silvio? Uno che non mantiene le promesse".

A prescindere dal giudizio di ciascuno su Berlusconi (che certamente le promesse chiave fatte agli italiani finora non le ha mantenute), quello di Blair è stato nascosto dai siti e dalla stampa in molti modi, ieri e ancora oggi. C'è chi ha completamente ignorato la notizia, e c'è chi l'ha riportata con un titolo sotto tono, spiegando come Berlusconi sia stato decisivo per l'assegnazione delle Olimpiadi del 2012 a Londra, o titolando invece sul giudizio di Blair su Brown, o sull'Iraq (cercando tra l'altro di accreditare l'immagine distorta di un Blair che in qualche modo si scusa).

Invece, il giudizio di Blair su Berlusconi è interessante perché sembra sfidare due luoghi comuni. Primo, viene descritto non come il politico delle "promesse" ma del "fare". L'ex premier britannico riferisce dell'aiuto offerto da Berlusconi a sostegno della candidatura di Londra ad ospitare le Olimpiadi del 2012: «C'è un'ultima persona - ricorda Blair a pagina 650 - senza la quale non avremmo potuto vincere: Silvio Berlusconi. Nell'agosto precedente (2004) gli avevo fatto visita nella sua casa in Sardegna - racconta - per chiedergli aiuto sulla candidatura. L'Italia era uno dei protagonisti fondamentali. Mi aveva domandato fino a che punto fosse importante per noi ottenere le Olimpiadi. "Molto", gli avevo risposto. "Molto?". "Molto". "Sei mio amico", aveva detto Berlusconi, "Non ti prometto niente, ma vedrò cosa posso fare". Questo comportamento è tipico di Silvio ed è per questo che lo ammiro. Quasi tutti i politici promettono, ma poi non combinano nulla. Lui non aveva promesso, aveva agito».

Secondo, la politica berlusconiana definita sprezzantemente in Italia "del cucù", pare funzionare, a detta di Blair, che approfitta dell'aneddoto per spiegare ai lettori quanto, nella politica internazionale, le relazioni personali tra i leader contino più di chissà quali calcoli. «I rapporti personali contano, questo è ovvio - scrive Blair - ma chi pensa siano elaborati stratagemmi e calcoli matematici a determinare le negoziazioni e i compromessi, sembra ignorarlo. A tutti i livelli, ma soprattutto ai vertici, la politica ruota intorno alle persone. Se un leader ti piace - spiega l'ex premier britannico - cerchi di aiutarlo anche se ciò può andare contro i tuoi interessi. Se non ti piace, non lo aiuti. Se prendi le distanze per motivi politici - per esempio perché, come nel caso di Silvio, c'è più di una controversia sul suo conto - va benissimo, ma non illuderti: a perdere è il tuo Paese. Quel leader non è stupido e sa che non sei disposto a pagare un prezzo per avvicinarti a lui. Credi che non ti serbi rancore? Non so come abbiano votato gli italiani, però...».

Berlusconi viene citato anche a pagina 415, tra i pochi leader europei che sentì al telefono subito dopo gli attentati dell'11 settembre e la cui solidarietà agli Stati Uniti fu «totale», e a pagina 417, laddove Blair ricorda di aver contattato nei giorni successivi gli stessi leader, trovandone alcuni, soprattutto il presidente francese Chirac, più «cauti» rispetto alle reazioni da mettere in atto dopo gli attacchi, mentre Berlusconi si mostrava «determinato come sempre nel suo appoggio agli Stati Uniti». A pagina 429 Blair ricorda le polemiche suscitate dal fatto che per descrivere la lotta contro il terrorismo e per la democrazia, sia Bush che Berlusconi avevano usato la parola «crociata». «Era assolutamente ovvio - scrive Blair - che la stessero usando in senso generico, come ci si potrebbe riferire a una crociata contro le droghe o contro il crimine; ed è un termine di uso comune in politica; ma fu travisato per insinuare che la usassero in riferimento alle antiche Crociate». Gli unici altri due leader politici italiani che ad una prima occhiata ho trovato citati sono Romano Prodi, maltrattato a pagina 626, e Massimo D'Alema, che mi sarei aspettato più citato nel capitolo sul Kosovo, e che invece viene piuttosto snobbato nelle due citazioni alle pagine 271 e 282. Anche queste, ovviamente, del tutto ignorate dalla stampa.

Man mano che vado avanti con la lettura del libro di Blair vi riferirò i passaggi più interessanti.

Wednesday, June 16, 2010

Involontaria conferma dell'Anm: spiati in 6-7 milioni

Preso dalla foga di smentire, Palamara si copre di ridicolo: 150mila intercettati per Berlusconi; 132mila per l'Anm. Siamo lì, l'ordine di grandezza è quello e la frettolosa smentita di Palamara in realtà non fa che confermare. E considerando 50 interlocutori per utenza (stima prudente per quanto tempo oggi i magistrati possono far durare l'intercettazione), arriviamo a un numero impressionante di italiani "ascoltati": tra i 6 e i 7 milioni.

Intanto, la prima indagine di cui si abbia notizia su una fuga di notizie da una procura non trova molto spazio sui giornali. Ricordate le intercettazioni della Procura di Trani che riguardavano il premier, il direttore del Tg1 Minzolini e un membro dell'Agcom, e che finirono sui giornali? Ebbene, la procura di Bari sta indagando su come ci siano finite. Un colonnello della Guardia di Finanza è stato già accusato di rivelazione del segreto d'ufficio per aver passato informazioni a una giornalista del Corriere. Ma nella fuga di notizie sarebbero coinvolti anche ben quattro magistrati, i cui nomi (come quelli dei giornalisti) sono ancora coperti dal segreto.

A valutare la correttezza del loro comportamento sarà eventualmente il Csm, mentre per quanto riguarda i profili penali, è competente la Procura di Lecce. Ma dall'indagine sembra trovare conferma quella connivenza criminale (sì, criminale, perché in violazione del segreto istruttorio) tra magistrati e giornalisti che sospettiamo essere dietro le paginate di intercettazioni ed elementi di indagini in corso che finiscono sui giornali.