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Wednesday, August 07, 2013

The Real Untouchables

Anche su Notapolitica e L'Opinione

L'intervista rilasciata dal giudice Antonio Esposito al Mattino, e l'audio che ha letteralmente e totalmente sbugiardato la sua doppia smentita, sono di una gravità inaudita. 1) Il giudice della Cassazione, presidente della Corte che ha condannato in via definitiva Berlusconi, ha mentito per due volte, nelle due smentite in cui ha negato di aver pronunciato le frasi che poi tutti abbiamo potuto ascoltare nell'audio pubblicato dal quotidiano, e probabilmente ha mentito anche al suo capo, il primo presidente della Cassazione Santacroce, rispondendo alle sue richieste di chiarimento. 2) Nella registrazione audio Esposito sembra fare riferimento proprio alle motivazioni della sentenza di condanna inflitta a Berlusconi: «Noi non andremo a dire "chillo non poteva non sapere", noi potremmo dire nella motivazione, eventualmente, "tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva"... Nunnè che tu nun putev nun sape' pecché eri u cap, pecché pur u capo potrebbe non sapere. Tu non potevi non sapere perché Tizio, Caio e Sempronio hanno ditto che te l'hanno riferito, allora è nu poco diverse».

3) Il giudice Esposito cade in contraddizione comunque, sia che si riferisse a Berlusconi sia che parlasse in generale. Se infatti si riferiva alla sentenza Mediaset, è evidente che non ha letto gli atti del processo, dal momento che nessun testimone, nessun "Tizio, Caio e Sempronio" ha mai detto di aver portato a conoscenza di Berlusconi l'elusione fiscale. Anzi, "Tizio, Caio e Sempronio" hanno sempre smentito di averlo informato. Se, invece, parlava in generale, allora la sentenza da lui pronunciata va contro il principio di diritto enunciato nell'intervista, nella quale conferma più volte che non si può condannare qualcuno sull'argomento solo logico, e non giuridico, del "non poteva non sapere", mentre la sentenza che la Cassazione era chiamata a valutare in diritto, senza entrare nel merito, si basava proprio sul "non poteva non sapere", non sul "sapeva".

Nelle sue smentite Esposito denuncia la «manipolazione» dell'intervista, ma qui l'unica manipolazione compiuta dal giornalista del Mattino è la traduzione in italiano delle parole del supremo giudice. In linea teorica, di principio, se un giudice si lascia scappare che l'imputato è stato condannato senza prove - è questo, in pratica, che emerge dall'audio di Esposito - dovrebbe essere possibile revocare anche una sentenza di Cassazione. Ma anche ammesso che l'intervista e l'audio di Esposito non siano elementi sufficienti ad inficiare la sentenza, sono evidentissimi gli estremi per un'azione disciplinare nei suoi confronti. Eppure, mentre scriviamo, a quasi 24 ore dalla pubblicazione dell'audio dell'intervista, che sbugiarda totalmente il giudice, non abbiamo notizie in tal senso, né da parte del Ministero della Giustizia né da parte del Csm. Si badi che l'iniziativa avviata dai consiglieri "laici" del Csm Zanon, Palumbo e Romano, e trasmessa alla I Commissione, è una "pratica a tutela", ben diversa da un procedimento disciplinare ai sensi del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109.

Altro che riforma della giustizia, che qualcuno ingenuamente o ipocritamente evoca come possibile, ora che con la condanna sarebbe caduto l'alibi del favore a Berlusconi. La Cancellieri come ministro della Giustizia e il presidente Napolitano in qualità anche di presidente del Csm potrebbero - quindi dovrebbero - pretendere l'avvio di un'azione disciplinare nei confronti del giudice Esposito. Eppure, né l'una né l'altro sembrano avere la forza nemmeno per chiederla su un caso così conclamato. Figuriamoci una riforma della giustizia! L'amara realtà è che i magistrati nel nostro paese fanno parte dell'unica casta davvero intoccabile, mentre in un paese normale, civile, un Esposito sarebbe stato espulso dalla magistratura e privato della pensione.

Thursday, September 20, 2012

Un'inchiesta per restituire credibilità alla giustizia italiana

Se le parole di Sollecito oggi possono apparire verosimili e non farneticazioni, è perché il teorema accusatorio, la natura puramente indiziaria del processo e le modalità della raccolta delle prove, giudicate dai periti super partes «approssimative», non conformi agli standard, hanno destato pesanti perplessità. Considerando i sospetti che fin dall'inizio gravano sulla correttezza dell'operato della pubblica accusa, e la vasta eco internazionale della vicenda, le nostre istituzioni non possono permettersi il lusso di rispondere con il silenzio alle gravi accuse esplicitate nel libro di Sollecito e, c'è da scommettere, anche in quello di Amanda. Per tutelare la credibilità e l'onorabilità della giustizia italiana dovrebbe essere fatta piena luce sulla condotta della procura durante le indagini e durante il processo. Sia il ministero della Giustizia che il Csm dovrebbero aprire un'inchiesta formale per stabilire non solo se vi siano state violazioni di legge, ma anche incompetenze e negligenze, per capire come sia stato possibile che, delle due l'una, o due innocenti sono rimasti in carcere per quattro anni, o due ragazzini hanno messo in scacco una procura.
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Tuesday, July 31, 2012

Un'altra vittima di un sistema impazzito

Piange lacrime di coccodrillo oggi chi ha contribuito ad affossare il tema delle intercettazioni

Depositato alla Consulta il ricorso del capo dello Stato per conflitto di attribuzioni sollevato contro la Procura di Palermo, in merito all'uso delle intercettazioni di conversazioni telefoniche del presidente Napolitano nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, e celebrati i funerali di un leale servitore dello Stato, il consigliere del Quirinale Loris D'Ambrosio, stroncato da un infarto giovedì scorso, appare sempre più diffusa la convinzione, anche ai vertici delle istituzioni e nell'opinione di chi "fa opinione", che la giustizia italiana sia ormai un sistema impazzito, al di fuori di qualsiasi controllo. Una realtà, se non riconosciuta, quanto meno oggi percepita più di quanto si fosse disposti ad ammettere quando al governo c'era Berlusconi. Il ricorso alle intercettazioni e la facilità con cui finiscono sui giornali, diventando armi improprie di lotta politica, l'uso distorto della carcerazione preventiva, il protagonismo mediatico di alcuni magistrati, sono solo alcune delle più evidenti anomalie.

Non qualche provocatore o agitatore liberale, ma il presidente della Repubblica, nel comunicato in cui ha reso nota la scomparsa del suo braccio destro, e il ministro della giustizia, in occasione dell'estremo saluto, hanno esplicitamente messo in relazione la morte di D'Ambrosio, l'improvviso cedimento del suo cuore, con i sospetti gettati su di lui dalle intercettazioni disposte dai pm palermitani, finite in qualche modo sui giornali, e con l'aggressiva campagna mediatica che ne è seguita. Insomma, l'atroce dubbio che il cuore di D'Ambrosio non abbia retto a causa di accuse infamanti originate dall'uso improprio del potere giudiziario e del "quarto potere" è più che fondato, e coltivato presso le più alte cariche dello Stato.
(...)
Ad essere stritolato dal meccanismo mediatico-giudiziario questa volta non è il politico di dubbia reputazione, dalle frequentazioni ambigue, magari legato alla cerchia berlusconiana, o il cosiddetto "faccendiere". Tutt'altro: un leale funzionario e un magistrato dal limpido impegno antimafia... «Un uomo che ha sempre salvaguardato l'autonomia e l'indipendenza della magistratura», lo ricorda la pm di Milano Ilda Boccassini.

Insomma, il "sistema" non ha avuto pietà nemmeno di uno dei suoi difensori. Possiamo immaginare, infatti, quale ruolo decisivo abbia avuto D'Ambrosio, insieme agli altri consiglieri giuridici del Colle, Marra e Sechi, nel bloccare o far emendare riforme e leggi in tema di giustizia sgradite alla magistratura, in ossequio al totem dell'autonomia e dell'indipendenza, e a salvaguardia di quello stesso regime delle intercettazioni che si sarebbe così accanito contro di lui. Che beffa! Proprio il presidente Napolitano, che oggi scopre la barbarie del circuito mediatico-giudiziario che si innesca, ha contribuito in misura determinante, nell'estate del 2010, ad affossare l'ultimo tentativo di riformare le intercettazioni.

Mostrando inequivocabilmente di condividere i «punti critici» mossi alla legge uscita dal Senato, e anticipando che senza «modifiche adeguate» non l'avrebbe promulgata, si avvalse allora di una sorta di veto preventivo, quando la Costituzione attribuisce al capo dello Stato il potere di rinviare le leggi alle Camere, ma solo una volta approvate. Può darsi che quella legge non fosse perfetta, che rispondesse a interessi di parte, ma se il tema a cui oggi si imputa la morte di D'Ambrosio – quello dell'uso disinvolto delle intercettazioni e della loro divulgazione come arma di lotta politica – è scomparso dall'agenda parlamentare, ciò si deve in parte anche al Quirinale, nonché probabilmente all'operato di consigliere della vittima stessa, per la quale oggi si versano lacrime di coccodrillo.

Più volte il presidente Napolitano, nei suoi interventi in tema di giustizia, ha stigmatizzato eccessive esposizioni mediatiche ed atteggiamenti protagonistici dei magistrati, richiamandoli ad un'immagine di imparzialità in ogni momento, anche al di fuori delle loro funzioni e nell'esercizio del diritto di critica pubblica. E raccomandato un ricorso alle intercettazioni solo nei casi di «assoluta indispensabilità» e nel rispetto della riservatezza dell'indagato o, ancor più, di soggetti estranei al giudizio. Ma nei fatti, in qualità di presidente del Csm, è stato latitante come i suoi predecessori. L'organo di autogoverno della magistratura non sanziona adeguatamente i comportamenti che il suo presidente a parole denuncia. Anzi, i magistrati che più indulgono in questi comportamenti "deviati" vengono premiati e onorati, dalla categoria e dai media.
(...)
Non c'è troppo da illudersi che il triste caso D'Ambrosio spinga davvero a intervenire sulla materia, lasciando da parte ogni tatticismo politico. Ma più che una nuova legge sulle intercettazioni – che comunque servirebbe, soprattutto per ridurne il numero ed evitare che escano dalle procure – occorrerebbe una riforma complessiva dell'ordinamento giudiziario...
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Monday, July 16, 2012

Intercettazioni, si sveglia Napolitano

Che la Procura di Palermo abbia finalmente trovato l'osso duro su cui spaccarsi i denti? Può darsi. L'iniziativa del presidente Napolitano, che ha deciso di sollevare presso la Corte costituzionale un conflitto tra poteri dello Stato riguardo alcune intercettazioni telefoniche che lo riguardano appare del tutto giustificata: «Le intercettazioni di conversazioni cui partecipa il presidente della Repubblica, ancorché indirette od occasionali, sono da considerarsi assolutamente vietate e non possono quindi essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione».

Quella che si prevede in Costituzione per il capo dello Stato (art. 90) è un'immunità quasi totale: «Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri». L'unico giudice del presidente è quindi il Parlamento, e solo «per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». E in effetti dall'art. 7 della legge di attuazione costituzionale 5 giugno 1989, n. 219, che disciplina le intercettazioni in caso di impeachment, sembrerebbe emergere una pressoché totale non intercettabilità, se non per reati "presidenziali" e nelle modalità previste.

Purtroppo però Napolitano non ha inteso difendere con la dovuta forza un'altra sua "prerogativa" ormai in disuso, quella di presidente del Csm, esercitando la quale potrebbe raddrizzare la pianta storta della magistratura, non limitandosi solo a conservare intatta la sua immunità.

Con la scusa delle intercettazioni «indirette», infatti, i magistrati hanno più volte violato anche le prerogative dei parlamentari. Sul tema l'art. 68 si esprime addirittura in modo esplicito, ma si è giocato sul carattere "indiretto", cioè su utenze telefoniche non appartenenti al parlamentare, e "occasionale" dell'intercettazione, per aggirare l'obbligo di richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza. E il Parlamento non è stato difeso, né si è difeso, quanto avrebbe dovuto.

Innanzitutto, la legge impone - per tutti - che le intercettazioni non penalmente rilevanti vengano distrutte, e non passate ai giornali. Inoltre, oggetto della garanzia costituzionale non sono semplicemente le utenze, ma le «comunicazioni» del parlamentare, su qualsiasi utenza o "media" vengano intercettate.

Il problema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell'autorità giudiziaria è stato già affrontato in due diverse sentenze (2007 e 2010) della Corte costituzionale, rimaste di fatto inascoltate. In breve, delle due l'una: o si scopre che le comunicazioni sono penalmente rilevanti, e allora l'intercettazione da quel momento non è più indiretta ma diventa "mirata", quindi va chiesta l'autorizzazione; oppure è irrilevante, quindi va distrutta senza poterne fare alcun uso. Se poi le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». In tutti i casi non va passata ai giornali.

Wednesday, October 05, 2011

Chi ignora il sistema è Vietti

Secondo il vicepresidente del Csm Michele Vietti, «parlare di errore giudiziario» di fronte alla sentenza di secondo grado che ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito, ribaltando il primo verdetto, «significa ignorare il funzionamento del nostro sistema giudiziario». Non ignoriamo affatto «il funzionamento del nostro sistema giudiziario» per quello che è oggi, ma abbiamo ben presente come dovrebbe funzionare in uno stato di diritto. Vietti e purtroppo molti magistrati sembrano invece ignorare la cosa più importante: la seconda.

Ormai l'assuefazione è totale. Ci siamo così abituati ad appelli e contrappelli, odissee giudiziarie lunghe anni, persino decenni, che nemmeno il vicepresidente del Csm sa più cosa dovrebbe essere un processo. I tre gradi di giudizio non sono i tre tempi di un'unica partita, di un unico processo. Sono tre processi diversi. Non è che il sistema ha a disposizione tre tentativi per azzeccarci. Quando una sentenza d'appello ribalta quella di primo grado assolvendo gli imputati, vuol dire che la prima sentenza era sbagliata. Che siamo di fronte ad un errore giudiziario, molto spesso aggravato dalla presenza di un innocente in carcere per anni. Le cause possono essere diverse, una semplice casualità o l'incompetenza di una delle parti, ma di errore si tratta.

E' vero che il nostro sistema «si articola in tre gradi di giudizio» (anche se quello in Cassazione non riguarda il merito, ma solo i vizi di legittimità della sentenza), ma niente e nessuno impone che non possa essere "definitivo" anche il giudizio di primo grado. Bisogna ribellarsi a questo tentativo di far passare come la normalità del sistema la sua principale anomalia, cioè che subire un processo in Italia significa in realtà subirne tre, e che in primo grado si condanna sempre, per non dispiacere ai pm, perché tanto c'è il secondo grado che rimette le cose a posto. Dalla giustizia bisogna pretendere che ci azzecchi al primo colpo. La verità è che le cose non cambieranno finché i pm potranno impugnare le sentenze di assoluzione senza rischiare nulla in termini di carriera e con una disponibilità pressoché illimitata di risorse pubbliche per inseguire le loro verità spesso immaginarie.

Thursday, September 15, 2011

Un circo grottesco e pericoloso

Anche su notapolitica.it e taccuinopolitico.it

La credibilità di Berlusconi presso i suoi elettori è in caduta libera, soprattutto per le due manovre che contraddicono 17 anni di promesse e impegni, la stessa ragion d'essere della sua discesa in campo. Ma ciò non può farci chiudere gli occhi su un circuito mediatico-giudiziario che ha ormai oltrepassato qualsiasi soglia di decenza, persino il senso del ridicolo, ma quel che è più grave ha calpestato i più elementari principi di uno stato di diritto, nell'indifferenza degli organi di controllo e di garanzia, dal Quirinale al Csm.

C'è solo l'imbarazzo della scelta, a partire dall'ultimo scoop firmato Espresso: quel «vi scagionerò tutti» con il quale il premier rassicura Lavitola al telefono. I giornali nei loro titoli la riportano come fosse la prova regina, mentre in realtà proprio quella intercettazione fa crollare l'ipotesi accusatoria nei confronti dei Tarantini e dell'editore dell'Avanti. Basta leggerla: quella dell'estorsione è un'accusa che la presunta vittima ritiene ridicola e chi meglio della presunta vittima (se ci trovassimo in un Paese normale) può «scagionare» gli imputati? Certo, si può ipotizzare che i due sapessero, o immaginassero, di essere intercettati, e quindi abbiano preparato un copione perfetto per smentire le tesi dell'accusa, ma delle due l'una: o il dialogo è sincero, e allora il senso non può essere travisato: non c'è stata alcuna estorsione; oppure Berlusconi è complice dell'estorsione ai suoi danni, quindi imputabile di favoreggiamento.

Oltre al danno, la beffa: stavolta infatti Berlusconi è la presunta vittima, eppure anche questa inchiesta, guarda un po', sembra orchestrata apposta per danneggiare la sua immagine più che per tutelarlo da chissà cosa e da chissà chi. I pm ammettono che forse la loro procura non è territorialmente competente, ma vogliono interrogarlo lo stesso. Però come testimone, persona informata dei fatti, quindi non potrà nemmeno esercitare i diritti che si riconoscono agli imputati - come la presenza del proprio avvocato. Che la trappola sia pronta a scattare è ipotesi tutt'altro che infondata. In alcune ore di interrogatorio, sottoposti a decine di domande, non è poi così difficile ritrovarsi accusati di falsa testimonianza rispetto a qualsiasi cosa i pm ritengano di avere in mano.

Fa sempre una certa impressione, inoltre, un sistema giudiziario in cui di fronte alla richiesta di archiviazione da parte della pubblica accusa è il gip, cioè un giudice, che improvvisamente sveste i panni dell'arbitro e veste quelli di pubblico accusatore. Nel caso dell'intercettazione della famigerata frase di Fassino «abbiamo una banca» è molto probabile che ci sia stata una violazione del segreto d'indagine. Ma non può non scatenare sospetti e illazioni il fatto che proprio Berlusconi venga ora rinviato a giudizio solo per aver ascoltato una sola intercettazione riguardante un suo avversario politico, nonostante non risulti dalle indagini che ne abbia in qualche modo istigato o favorito la rivelazione, o che abbia dato indicazioni perché fosse utilizzata a suo vantaggio.

Mentre nessuno si azzarda nemmeno a ipotizzare illeciti per le decine e centinaia di file che lo massacrano da anni, intercettazioni quasi mai lecite e quasi sempre pubblicate in modo illegale. Nonostante i giornali siano ogni settimana pieni zeppi di sue conversazioni telefoniche, non un solo pm indaga su una violazione di segreto ai suoi danni, o sul perché le intercettazioni che riguardano il premier non vengano immediatamente distrutte, come impone la legge vigente, in quanto parlamentare (per utilizzarle ci vuole l'autorizzazione della Camera di appartenenza). Così come ci sono intere redazioni di giornali in servizio permanente effettivo come buca delle lettere delle procure, eppure l'unico giornalista indagato è il direttore di Libero Belpietro. E dove sono finiti tutti quelli che invocavano la libertà di stampa contro la legge sulle intercettazioni fatta naufragare la scorsa estate?

Va detto che ormai i magistrati hanno elevato a sistema il trucco con il quale aggirano le restrizioni di legge sulla pubblicazione delle intercettazioni, facilitando la vita ai giornalisti compiacenti: basta farle avere alla difesa, o inserire le intercettazioni sputtananti, anche se non penalmente rilevanti, nelle richieste al gip, che poi le copia-incolla nelle sue ordinanze, e click... da quel momento sono pubbliche. Il gioco è fatto. Di fronte a tali trucchi non c'è legge presente o futura che possa tenere, l'unico rimedio sarebbe l'azione disciplinare del Csm, che ovviamente però si gira dall'altra parte.

Le nuove inchieste che coinvolgono Berlusconi hanno questo in comune: da Ruby a Lavitola-Tarantini, non ci sono vittime, non ci sono danneggiati. L'amara realtà è che non ci troviamo più di fronte semplicemente ad un abuso delle intercettazioni telefoniche. E' sempre più evidente che le inchieste più improbabili vengono avviate unicamente allo scopo di dare in pasto ai media le intercettazioni più sputtananti per il premier, persino quando non indagato, e pazienza se nel tritacarne finiscono persone del tutto estranee. Solo per l'inchiesta "escort" di Bari sono state effettuate centomila intercettazioni. C'è davvero da chiedersi cosa sarebbe delle mafie in Italia se la magistratura impiegasse contro di esse le stesse risorse.

La condotta di Berlusconi, anche privata (se resa nota all'opinione pubblica con mezzi leciti), può e dev'essere giudicata politicamente, dagli elettori, ma queste storie non hanno davvero nulla di cui la magistratura debba occuparsi. La sensazione è che se ne occupi solo perché dispone dei mezzi di sputtanamento, di character assassination, che i nemici politici del premier non hanno: intercettare ad libitum.

Thursday, July 21, 2011

Napolitano bacchetta le toghe

Ogni anno lo stesso vigoroso discorso, e se il capo dello Stato non ravvisasse con preoccupazione delle pesanti anomalie nei comportamenti di certi magistrati, non sentirebbe l'esigenza ogni anno di ripetere raccomandazioni così specifiche ai giovani magistrati. Nelle aperture dei loro siti internet ("Basta scontri tra politica e toghe") i giornali mainstream di fatto nascondono il monito del presidente, che è tutto rivolto all'indirizzo dei magistrati (leggere per credere). Napolitano anche oggi è stato eloquente, a parole, ma nei fatti, in qualità di presidente del Csm, è latitante. L'organo di autogoverno della magistratura non sanziona adeguatamente i comportamenti che il suo presidente a parole denuncia. Anzi, i magistrati che più indulgono in questi comportamenti "deviati" vengono premiati e onorati, dalla categoria e dai media.

Per il presidente della Repubblica «alla crisi di fiducia in atto» nel sistema-giustizia concorre «anche un offuscamento dell'immagine della magistratura, sul quale non mi stanco di sollecitare una seria riflessione critica». Esorta i giovani magistrati a «ispirare le proprie condotte a criteri di misura e riservatezza, a non cedere a fuorvianti "esposizioni mediatiche", a non sentirsi investiti di "improprie ed esorbitanti missioni", a non indulgere in atteggiamenti protagonistici e personalistici che possono mettere in discussione la imparzialità dei singoli, dell'ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale». Atteggiamenti evidentemente diffusi anche secondo il capo dello Stato, se sente il bisogno di mettere così caldamente in guardia le nuove leve della magistratura.

«L'affermazione e il riconoscimento del ruolo dei magistrati - prosegue Napolitano - non può prescindere dal rispetto dei limiti che, di per se stesso, tale ruolo impone. Il magistrato deve assicurare - in ogni momento, anche al di fuori delle sue funzioni - l'imparzialità e l'immagine di imparzialità su cui poggia la percezione che i cittadini hanno della sua indipendenza e quindi la loro fiducia». Non solo imparziali nelle loro funzioni, dunque, i magistrati devono anche apparire imparziali, è il monito di Napolitano, perché ne va della loro stessa indipendenza e credibilità.

«Vanno perciò evitate - ammonisce il capo dello Stato - condotte che comunque creino indebita confusione di ruoli e fomentino l'ormai intollerabile, sterile scontro tra politica e magistratura. Ciò accade ad esempio, quando il magistrato si propone per incarichi politici nella sede in cui svolge la sua attività oppure quando esercita il diritto di critica pubblica senza tenere in pieno conto che la sua posizione accentua i doveri di correttezza espositiva, compostezza, riserbo e sobrietà».

Ma Napolitano rileva delle anomalie e degli abusi anche nell'uso delle intercettazioni e della carcerazione preventiva, raccomandando caldamente, «nell'avvio e nella conduzione delle indagini», di «applicare scrupolosamente le norme e far uso sapiente ed equilibrato dei mezzi investigativi bilanciando le esigenze del procedimento con la piena tutela dei diritti costituzionalmente garantiti. Il discorso vale, in specie, per le intercettazioni cui non sempre si fa ricorso - come invece insegna la Corte di Cassazione - solo nei casi di "assoluta indispensabilità" per le specifiche indagini e delle quali viene poi spesso divulgato il contenuto pur quando esso è privo di rilievo processuale, ma può essere lesivo della privatezza dell'indagato o, ancor più, di soggetti estranei al giudizio». Dunque, raccomanda di «evitare l'inserimento nei provvedimenti giudiziari di riferimenti non pertinenti o chiaramente eccedenti rispetto alle finalità dei provvedimenti stessi», così come invita «a usare il massimo scrupolo nella valutazione degli elementi necessari per decidere l'apertura di un procedimento e, a maggior ragione, la richiesta o l'applicazione di misure cautelari».

Napolitano con le sue raccomandazioni e i suoi moniti traccia un identikit molto preciso, che corrisponde perfettamente a Woodcock e Ingroia. Ma viene palesemente preso per il culo, visto che ciò nonostante proprio i magistrati che più di tutti eccedono nei comportamenti che si sforza di stigmatizzare vengono premiati e onorati.

Monday, July 04, 2011

Quer pasticciaccio brutto de Rignano Flaminio

Tenetevi forte perché a proposito di "caste" questa è davvero incredibile, ma siamo così assuefatti alle follie burocratiche che rischia di passare inosservata. Il processo per i presunti abusi sessuali ai danni di alcuni bambini di una scuola materna di Rignano Flaminio - un caso che fece molto clamore e che sicuramente ricorderete - dovrà ripartire da zero. Motivo? Non ci crederete mai: uno dei giudici, Marzia Minutillo Turtur, è stato posto fuori ruolo dal Csm per consentirle di partecipare, come membro esaminatore, al concorso in magistratura. Il che rende necessario costituire un nuovo collegio giudicante, perché a quanto pare questo concorso impegnerà la giudice per due interi anni (!).

Ma non si può ripartire da dove ci si era fermati, perché le difese di due degli imputati si sono opposte - è nel loro diritto - alla richiesta di "salvare" e quindi di poter utilizzare gli atti processuali compiuti fino ad oggi. E' comprensibile: è una garanzia per gli imputati che il nuovo giudice assista di persona allo svolgimento dell'intero processo. E' il sistema che è marcio, che non funziona, perché in questo modo si mandano al macero anni e anni di processi e i relativi costi per sostenerli. E rifletteteci un attimo: è motivo di scandalo che il presidente del Consiglio sollevi il legittimo impedimento a comparire in udienza per i suoi impegni istituzionali, senza che decorrano i tempi di prescrizione, ma non che un processo possa essere azzerato perché uno dei giudici deve correre a fare l'esaminatore in un concorso. Quello sì che è un legittimo impedimento! Nel caso di Rignano siamo di fronte, nella migliore delle ipotesi, ad una follia burocratica che colpisce a caso, nell'indifferenza generale, e a danno dell'efficienza del sistema giustizia, oppure, a voler pensar male, ad un escamotage all'italiana molto mirato, per chiudere di fatto un processo scomodo.

Scegliete voi, ma a questo punto, alcune domande dovrebbero essere oggetto di un'interrogazione parlamentare o di un'inchiesta giornalistica. Quanti processi ogni anno subiscono la stessa sorte? Che costo ha per l'amministrazione della giustizia far ripartire da zero questi processi? Quanti giudici ogni anno vengono posti fuori ruolo per fare gli esaminatori ai concorsi? Come si svolge la settimana lavorativa di un giudice esaminatore e come viene retribuito? La mole di lavoro è tale da non consentirgli di svolgere le sue funzioni addirittura per due interi anni? Il sospetto, purtroppo, considerando i numeri dei concorsi in magistratura, è che i processi costretti a ripartire da zero siano centinaia e che per gli esaminatori si tratti più o meno di una aspettativa di due anni molto ben retribuita.

Thursday, June 23, 2011

Puro e semplice spionaggio

Non tanto l'assenza di una legge, ma soprattutto la totale mancanza di autogoverno - e governo - della magistratura è la causa prima di questo uso politico delle intercettazioni, che ha ormai oltrepassato i livelli di guardia. Si è materializzato, infatti, quello che in qualsiasi democrazia normale sarebbe percepito come uno dei peggiori incubi: governo, Parlamento, partiti vengono di fatto spiati e ne conseguono un condizionamento e una destabilizzazione costanti non di un "potere" sull'altro (quello giudiziario sul politico), che già sarebbe grave, ma di un singolo pm sulla vita delle istituzioni democratiche. Ormai i pm hanno perfezionato ed elevato a sistema l'escamotage usato per aggirare la legge che vieta di spiare deputati e senatori, alcuni dei quali sono anche ministri: basta individuare un personaggio con una rete di contatti di primo piano; ipotizzare nei suoi confronti un reato minore, abbastanza sfumato da poter essere sostenuto sulla base di prove puramente indiziarie; mettere sotto controllo tutte le sue utenze. Intercettazioni "a strascico", insomma, e il gioco è fatto. E se nella rete finisce un parlamentare, per il quale sarebbe necessaria l'autorizzazione della Camera di appartenenza, ops... basta fingere di non essersene accorti e continuare ad ascoltare. Le conversazioni magari non potranno essere utilizzate, ma quel che conta è che escano sui giornali. E nel caso limite in cui scatti una denuncia al Csm, la copertura da parte dei colleghi è scontata.

Bisignani è un pretesto, l'obiettivo vero è spiare, sputtanare, destabilizzare il governo. Se persino un Di Pietro ammette che stando alle carte «non sarà certo facile arrivare ad individuare dei reati, dei capi d'imputazione», per i quali anzi non vede i «presupposti», come può essere tollerabile che conversazioni penalmente irrilevanti, che per di più coinvolgono ministri e parlamentari, finiscano agli atti, e poi sui giornali, invece di essere immediatamente distrutte? Nella riservatezza di un colloquio privato abbondano battute, sfoghi, recriminazioni, giudizi tagliati con la roncola, invidie, che in politica (così come in qualsiasi "comunità", da una classe scolastica al posto di lavoro) sono all'ordine del giorno. Immaginate cosa succederebbe nel vostro ambiente se pettegolezzi e chiacchiere in libertà venissero improvvisamente estrapolate e rese pubbliche: anche il gruppo più affiatato apparirebbe in piena guerra civile.

Che autorevoli esponenti del Pdl non condividessero affatto la linea di scontro frontale di Berlusconi con Gianfranco Fini era noto, così come si possono immaginare i commenti in libertà degli stessi esponenti del Pdl sulla condotta privata del premier nei mesi del caso Ruby. Come al solito nulla di penalmente rilevante, ma l'effetto è quello di avvelenare il clima all'interno di un governo, e del partito di maggioranza. E questo è un potere pericoloso in mano ad un pm. Che un governo e un partito siano destabilizzati da ipotesi di casi di malversazione ci può stare, ma sulla base di chiacchiere politiche e millanterie da bar no, è un prezzo che il Paese non può pagare per soddisfare la sete di visibilità e magari l'ambizione politica di qualche magistrato.

Questi pm devono essere fermati. E se non lo fa il Csm, ci deve pensare la politica. Oggi tocca al governo Berlusconi e al Pdl, ma un domani potrebbe toccare ad un partito e a un governo di qualsiasi colore. Perché? Perché ormai più che "politica" - abbattere giudiziariamente l'avversario o bloccare ogni progetto di riforma della giustizia - la molla sembra una sfrenata ambizione personale. La fulminea carriera politica di molti ex pm, d'altra parte, rappresenta un potente incentivo a piegare a proprio personale vantaggio l'esercizio dell'azione penale. De Magistris e Woodcock sono dei fulgidi esempi. E il Csm, che mai è intervenuto per porre un argine alla disinvoltura con cui alcuni pm sono passati alla politica (di recente è entrato nella squadra di De Magistris a Napoli un procuratore che fino al giorno prima aveva indagato sugli avversari politici del nuovo sindaco), ne porta per intero la responsabilità.

Ecco perché più che una nuova legge sulle intercettazioni - che comunque serve, soprattutto per ridurne la mole e vietarne la pubblicazione - occorre una riforma complessiva della giustizia: che separi nettamente le carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti; che ponga i magistrati di fronte alle loro responsabilità in sede sia civile che penale; che consenta al Csm di tornare ad asssolvere la funzione per cui è stato concepito e istituito: non una sorta di "Consiglio dei guardiani" sul legislatore in materia di giustizia, né un sindacato delle toghe, ma un organo di autogoverno e una sede disciplinare.

Friday, April 15, 2011

Napolitano doppiamente fuori dal suo ruolo

"Valuterò gli effetti della legge sul processo breve quando si avvicinerà il momento della sua approvazione definitiva". Questo il senso della frase pronunciata ieri da Napolitano, scivolato questa volta doppiamente al di fuori delle sue prerogative costituzionali. Innanzitutto, perché lascia intendere un suo esame preventivo del testo, durante l'iter legislativo, interferendo dunque con il lavoro del Parlamento, mentre a lui spetta eventualmente di rinviare la legge alle Camere ma solo una volta approvata. E poi perché al capo dello Stato spetta verificare se una legge approvata presenti profili di evidente (ripeto: evidente) incostituzionalità, mentre la responsabilità degli «effetti» particolari di una legge è prettamente politica, riguarda quindi il Parlamento e la sua maggioranza, non certo il presidente della Repubblica, per la Costituzione politicamente "irresponsabile".

Quella sul processo breve è una legge che certamente si inserisce nel contesto della lotta tra Berlusconi e le procure politicizzate che tentano di sovvertire il sistema politico, e quindi in questo senso si può definire una legge ad personam, il cui scopo cioè è di difendere il premier dagli assalti dei pm. Ma nel merito non è affatto scandalosa per i cittadini. Si spera che fissare la durata massima dei processi costringa finalmente chi deve esercitare l'azione giudiziaria a fare i conti con le risorse - materiali ed umane - che ha a disposizione (sempre scarse per definizione), dando la precedenza ai processi che possono effettivamente essere portati a termine positivamente (già oggi si registrano circa 170 mila prescrizioni l'anno, delle quali almeno il 70% matura nei cassetti dei pm, prim'ancora di arrivare dinanzi a un gip). E a non perseverare, per esempio, con un processo, come quello Mills, che non ha alcuna speranza di portare ad una condanna definitiva (la prescrizione interviene all'inizio del 2012, per effetto delle norme attuali non delle nuove, e nonostante i pm l'abbiano allungata artificiosamente), solo per ottenere una condanna in primo grado da usare politicamente contro l'imputato.

Stiamo parlando comunque, nelle condizioni minime (in caso di reati minori e di incensurati), di 6 anni, che non è esattamente un tempo così «breve» come si vuol far credere, molte volte un tempo più lungo della pena prevista per il reato perseguito, considerando anche che la durata del processo va ritenuta di per sé una forma di pena.

Nel dibattito politico e mediatico sulla questione c'è poi un grosso e pericoloso equivoco. Al di là della sua legittimità ad esprimersi o meno in termini politici su leggi ancora all'esame del Parlamento, è gravissimo soprattutto nel merito quanto afferma il Csm: in nessun caso infatti è accettabile paragonare le prescrizioni, per quanto "di massa" possano essere, ad «un'amnistia». Tali paragoni dimostrano la concezione della giustizia e dello stato di diritto che hanno quanti li sostengono. Parlando di amnistia infatti si dà per scontato che gli imputati che usufruiranno delle nuove norme siano colpevoli, mentre in presenza di prescrizione non si ha alcun verdetto. Semplicemente, trascorso un determinato periodo di tempo, lo Stato decide che non ha più interesse a perseguire un certo reato. Gli imputati che si vedono prescritto il reato non sono affatto "amnistiati", è quindi incivile trattarli come dei colpevoli "graziati". Ed è doppiamente incivile - ed inquietante - che a farlo sia il supremo organo di governo della magistratura.

C'è un altro aspetto dei tempi di prescrizione che non si prende in considerazione. Si confonde la possibilità per lo Stato di perseguire un reato anche se viene scoperto molti anni dopo (possibilità limitata dalla prescrizione, appunto) con l'estensione temporale indefinita del processo. In altre parole, una cosa è che sia possibile perseguire un reato e il presunto colpevole pur avendoli scoperti solo dopo 10 anni dall'epoca dei fatti; tutt'altra cosa è che scoperto subito un reato ci si mettano 10 anni o anche più per condannare o assolvere i presunti colpevoli. Nel primo caso, si possono stabilire tempi anche molto lunghi a seconda della gravità del reato; nel secondo, i tempi lungi sono semplicemente inaccettabili per qualsiasi reato. La ratio dei tempi di prescrizione non è quella allungare la durata del processo (tanto abbiamo tempo, possiamo prendercela con calma!). Per un motivo semplicissimo. Prendiamo, per esempio, il processo sulla strage di Viareggio, di cui si è molto parlato proprio per gli effetti che avrebbe su di esso il processo breve. Ebbene, le nuove norme ridurrebbero i tempi di prescrizione di poco più di un anno: da 25 a 23 e quattro mesi. Prescrizione prevista, quindi, nel 2032 (!). Ma stiamo parlando di un reato eventualmente commesso nel 2009 e scoperto immediatamente. Ora, se in 23 anni non si riesce ad arrivare ad una sentenza definitiva, o si deve accettare il fatto che gli imputati non sono poi così colpevoli come si crede, oppure che la pubblica accusa è stata incapace e dunque è con essa, non con i tempi di prescrizione, che i parenti delle vittime dovrebbero prendersela.

Friday, April 08, 2011

Il Csm grida al lupo ma abbassa le stime

Come al solito, il Csm si comporta da organo politico emettendo un giudizio, o meglio una sentenza preventiva su una legge ancora in discussione in Parlamento. Non è la prima volta, né sarà l'ultima se la riforma della giustizia non diventerà legge in questa legislatura. Già nel dicembre del 2009 il Csm interveniva bollando come «incostituzionale», «un'amnistia» il ddl sul cosiddetto "processo breve" (ormai ribattezzato con malizia da tutti i mainstream media "prescrizione breve", come se 6 anni di processo fossero "brevi"). Stessi toni, persino gli stessi termini apocalittici, ma non le stesse cifre. Il Csm ha infatti abbassato di molto le stime dei processi che verrebbero meno per effetto delle nuove norme. Di «oltre 100 mila» parlava l'Anm; tra il 10 e il 40 per cento dei processi penali, erano le stime dello stesso Csm un anno e mezzo fa. Ora a finire al macero sarebbero "solo" 15 mila processi, ammette il Csm (circa 3.900 - tra tutti quelli pendenti, anche quelli che comunque cadranno in prescrizione - era la stima del ministro Alfano).

Basta prendere le statistiche ufficiali del Ministero della Giustizia e si scopre che ogni anno le prescrizioni si aggirano tra le 150 e le 170 mila e di queste quasi 120 mila (circa il 75 per cento) maturano nella fase delle indagini preliminari, e alla fine vengono adottate con decreto di archiviazione o con una sentenza di non luogo a procedere da parte del gip, dunque senza alcun esercizio dell'azione penale da parte dei pubblici ministeri. Ciò significa che si tratta di prescrizioni per i tre quarti nate e cresciute negli uffici dei pm, senza che cominciasse alcun processo, quindi non causate da un presunto eccesso di garantismo delle norme processuali, né dalla furbizia di imputati e avvocati. Insomma, l'"amnistia" di massa è già praticata, non dal Parlamento ma negli uffici dei pm.

Nel frattempo, un colpettino il capo dello Stato deve averlo battuto, se finalmente abbiamo notizia non dico della prima inchiesta, ma almeno dei primi «accertamenti» da parte del Csm sull'uso delle intercettazioni da parte di una procura. Il procuratore generale della Corte di Cassazione, infatti, titolare dell'azione disciplinare nei confronti dei magistrati, ha disposto «accertamenti conoscitivi» sulla vicenda delle quattro intercettazioni di Berlusconi trascritte e depositate (e finite immancabilmente sui giornali), invece di essere distrutte perché senza autorizzazione della Camera. Non potevano essere in alcun modo utilizzate, nemmeno trascritte, e nel caso subito distrutte, secondo la legge vigente e non quella che la maggioranza avrebbe voluto approvare l'estate scorsa se Fini non fosse riuscito a impedirlo.

E' vero, la Procura non le ha inserite tra gli elementi di prova a carico del premier, ma le ha solo depositate agli atti della difesa (guarda caso di Berlusconi e non della titolare dell'utenza intercettata, anche lei imputata, Nicole Minetti). Per stessa ammissione di Edmondo Bruti Liberati, tuttavia, sono state utilizzate eccome: per chiedere al gip una proroga delle intercettazioni del telefono della Minetti, alcune delle quali, queste sì, saranno utilizzate contro Berlusconi. Siccome la forma è sostanza, non dovrebbero essere utilizzate nemmeno queste ultime - rese possibili dalla proroga ottenuta anche grazie alle intercettazioni che invece di essere distrutte sono state trascritte e inserite negli atti trasmessi al gip. Vedremo come andrà a finire, ma è altamente improbabile che il procuratore generale della Cassazione deciderà di sanzionare la procura di Milano, è più probabile che si sia mosso solo per gentilezza nei confronti di Napolitano.

Wednesday, March 09, 2011

Opposizioni attese al varco sulla giustizia

Sembra ormai acquisito che al Quirinale debbano arrivare le bozze di leggi e decreti prima che agli stessi membri del Consiglio dei ministri. Ma da quanto sembra delinearsi, almeno leggendo i giornali di oggi (in particolare la Repubblica!), la riforma della giustizia sarebbe priva di qualsiasi legge ad personam o presunta tale. Purtroppo pare che ciò comporti l'accantonamento del ripristino dell'immunità parlamentare così come della riforma della Consulta, che d'altra parte avrebbe senso solo se si mettesse mano anche alla forma di governo. Separazione delle carriere; sdoppiamento del Csm in due organismi entrambi con funzioni meramente amministrative (niente pareri sulle leggi, atti d'indirizzo, dossier e pratiche a tutela); inappellabilità delle sentenze di assoluzione; responsabilità civile dei magistrati; obbligatorietà dell'azione penale entro i limiti di legge.

Sarebbero finalmente riforme epocali e di civiltà. Aspettiamo di leggere il testo, ma se così fosse - e speriamo ardentemente che lo sia - le opposizioni sarebbero costrette a gettare la maschera. Non potrebbero più nascondersi dietro l'alibi delle leggi ad personam, né del presunto vantaggio che otterrebbe il premier nei suoi processi, dato che l'iter della riforma sarebbe quello di lungo termine previsto dalle modifiche costituzionali. Verrebbero smascherate le posizioni puramente conservatrici e corporative. Vedremo insomma quanti, tolto quest'alibi, sapranno riconoscere e scegliere una riforma liberale della giustizia. Qui si scommette che tranne eccezioni individuali nessun partito di opposizione si renderà disponibile ad un confronto vero.

Al solo annuncio il partito dei magistrati e la loro "periferica di gioco" in Parlamento, il Pd, sono subito saliti sulle barricate. Scriveva alcuni giorni fa Il Foglio:
«Un'opposizione eterodiretta, che fa da amplificatore parlamentare di agitazioni corporative, senza la capacità o la volontà di avanzare proposte alternative, distrugge anche la credibilità riformista di chi aveva cercato, anche dall'interno del Partito democratico, di smarcarsi dalla pura contrapposizione per entrare criticamente nel merito dei problemi su cui intende intervenire l'esecutivo. Le voci sempre più concitate, le contestazioni portate in piazza a ripetizione, il tono urlato dell'opposizione sono segnali di un'altrettanto grave afasia riformistica, di una condizione subalterna che impone di inseguire tutte le agitazioni per coprire l’assenza di una solida e riconoscibile politica alternativa».
E' una spiata, non si fa, ma a leggere le e-mail scaricate e riportate oggi da il Giornale dalla mailing list dei magistrati c'è da mettersi le mani nei capelli. Sembra di leggere né più né meno la mailing list o il forum di un partito. Ovviamente nel mirino c'è Berlusconi, a prescindere da qualsiasi ipotesi di reato, ma inquieta leggere che una volta fatto fuori lui andrà affrontato il problema dei suoi elettori. Non solo vi troviamo la conferma che alcuni magistrati fanno politica, ma che nelle loro funzioni, e "in qualità di", sono pronti a intralciare l'attività del potere esecutivo e legislativo. Per molto meno si è parlato di una fantomatica P4 e qualcuno è finito pure incriminato per associazione segreta e a delinquere.

Friday, October 15, 2010

La riforma che aspettiamo

Finalmente non più le tanto e a lungo contestate leggi "ad personam" (divenute un mantra senza più alcun senso). Il governo, secondo le indiscrezioni, avrebbe ormai pronte le linee guida di una riforma complessiva della giustizia e si preparerebbe a varare, in un Consiglio dei ministri che si terrà probabilmente entro la prossima settimana, i primi provvedimenti. Ieri il ministro guardasigilli Alfano le ha illustrate oralmente al presidente della Repubblica Napolitano. Separazione più netta tra magistrati inquirenti e giudicanti, con il conseguente sdoppiamento del Csm in due organismi, nei quali i magistrati non saranno più la maggioranza dei consiglieri ma solo un terzo; divieto per il Csm di esprimere pareri su questioni politiche; riforma, con attenuazione e rimodulazione, dell'obbligatorietà dell'azione penale; rafforzamento della responsabilità penale, civile e disciplinare dei magistrati; inappellabilità delle sentenze di assoluzione, che verrebbe questa volta introdotta nella Costituzione, dopo la bocciatura della legge Pecorella nella scorsa legislatura; maggiore autonomia della polizia giudiziaria dai pubblici ministeri. Novità allo studio anche per la Corte costituzionale, che non potrà più dichiarare l'incostituzionalità di una legge a maggioranza semplice, ma con il voto dei 2/3 dei suoi componenti.

Si tratta di punti che fanno tutti - o quasi - parte del programma del centrodestra sulla giustizia praticamente dalla sua nascita, nel 1994. Quindi poche storie dai finiani, che hanno sempre ribadito di voler mantenere fede al programma, guai a chi si mette di traverso.

Friday, August 27, 2010

Primo preoccupante lapsus di Vietti

Ecco chi Berlusconi, con i voti determinanti della sua maggioranza, ha mandato al Csm, come vicepresidente. Michele Vietti (Udc) parla per la prima volta nella sua nuova veste istituzionale e sbanda già pericolosamente, dimostrando o di non conoscere la Costituzione, o di essere stato colto da un lapsus preoccupante. In un'intervista a la Repubblica, riguardo i rapporti tesi tra politica e giustizia si dice «convinto sostenitore della separazione dei poteri, il che vuol dire che ciascuno deve poter esercitare il suo», e parla esplicitamente di «potere giudiziario». Ebbene, la magistratura non ha alcun «potere» da esercitare. Non è un «potere», ma un «ordine», come recita l'art. 104 della Costituzione e come emerge anche da tutta la sezione I del titolo IV. Insomma, Vietti parte con il piede sbagliato, se pensa di parlare a nome di un «potere» dello Stato, e la maggioranza si rivela ancora una volta intimidita, "complessata", non essendo riuscita a esprimere una figura propria per il Csm.

Friday, May 21, 2010

Una legge che (purtroppo) non servirà

Ad un'anomalia tutta italiana, quella delle intercettazioni fuori misura, e più in generale di una magistratura tecnicamente irresponsabile, si risponde all'italiana, con una legge, il ddl al cui esame sta procedendo la Commissione Giustizia del Senato, inevitabilmente anomala. Una legge che per quanto uscirà ammorbidita, il governo pagherà a caro prezzo (le accuse di censura) e che, è la mia personale previsione, non servirà a molto. Magistrati e giornalisti troveranno mille modi per aggirarla, modi su cui però non mi interessa dilungarmi.

Due sono i problemi: il numero abnorme delle intercettazioni e il loro utilizzo "a strascico"; la pubblicazione di atti e intercettazioni coperti da segreto istruttorio. Il paradosso, come sempre, è che le leggi per impedire tutto ciò già ci sono. Ma nel primo caso i magistrati le aggirano, con l'aiuto dei "colleghi" giudici; nel secondo, stranamente, nonostante la tanto difesa obbligatorietà dell'azione penale, non si è mai avuta notizia di un'indagine su una fuga di notizie.

Il ddl irrigidisce i limiti temporali, sfiorando l'irragionevolezza; inasprisce le sanzioni, ai limiti del liberticida; colpisce a valle (giornalisti ed editori) anziché a monte (le Procure), perché a monte sono più potenti. Ma certo, è pesante la disinformazione, la mistificazione di chi si straccia le vesti. Nei paragoni con l'estero, per esempio. Non so - davvero non lo so - se negli altri Paesi europei o negli Stati Uniti sia usuale la pubblicazione sui giornali di atti e intercettazioni telefoniche già durante le indagini preliminari, a volte prim'ancora che un tale sia iscritto nel registro degli indagati. E non so, se capita, cosa succeda ai giornalisti. Ma di questo stiamo parlando, di questo il ddl si occupa: della violazione del segreto istruttorio, quando ancora l'unica versione è quella dell'accusa, e non della pubblicazione degli atti processuali. Su questo evitiamo di fare confusione. Forse in America e altrove i giornalisti non sono comunque punibili, ma i responsabili della fuga di notizie?

Ma questo ddl non va, non può andare, al nocciolo del problema: nessuna legge può funzionare se chi è chiamato ad applicarla bara. E' la storia di questi 16 anni in cui Berlusconi ha cercato di arginare l'attivismo politico delle procure e il barbaro circuito mediatico-giudiziario: leggi ad hoc invece di una grande riforma di sistema dell'ordinamento giudiziario, perché il cancro è lì. In parte per colpa sua, perché ha comprensibilmente guardato al "primum vivere", cioè a difendersi dalle inchieste; ma in gran parte anche per colpa di tutti quei poteri che ogni qual volta si parla di certe riforme (separazione delle carriere, Csm, obbligatorità dell'azione penale, e via dicendo) si oppongono con tutta la loro forza ciascuno con i propri strumenti: magistratura, Consulta, Quirinale, opposizione, giornali, alcuni settori della stessa maggioranza.

Personalmente ritengo deprecabili la pubblicazione delle intercettazioni e i processi mediatici, ma mi sforzo di considerare la libertà di stampa un valore da tutelare in modo preminente, a costo di ingoiare qualche rospo e rimanere schifati. Il punto vero è l'irresponsabilità di cui godono in Italia i magistrati. E' lì la radice di ogni problema, dalla politicizzazione a tutto il resto, intercettazioni comprese. Se fossimo dotati di un sistema in cui chi sbaglia, paga in prima persona; se alla terza inchiesta che fallisci, vai a casa con disonore; se al terzo abuso, vai casa e ti becchi una denuncia penale e civile, allora forse non vedremmo più tanti magistrati ansiosi di dare in pasto ai media l'inchiesta del secolo, che puntualmente dopo qualche mese si sgonfia, ma che importa, tanto il risultato politico l'ha raggiunto... Loro non rischiano nulla, neanche un rimbrotto, e se gli va bene vincono una carriera politica.

Anche la carcerazione preventiva, poco se ne parla ma è un vero scandalo. La legge è chiarissima. Eppure, guardate come la applicano i magistrati. Scaglia, in carcere da tre mesi senza alcuno dei tre elementi che giustificano la carcerazione preventiva (lui stesso è tornato dall'estero, si è dimesso da tutto e le perquisizioni che dovevano fare, a questo punto, dovrebbero averle fatte). Oppure, l'architetto Zampolini, scarcerato perché ha iniziato a collaborare, è la candida ammissione della procura. La carcerazione preventiva come una tortura per estorcere la collaborazione dell'indagato, se non la confessione (vedi l'arresto di Stasi). La verità è che queste custodie cautelari si giustificano in un solo modo: i magistrati non hanno elementi e sperano che a fornirglieli siano gli indagati stessi. Di fronte a questi abusi, quando le legge è inequivocabile, c'è solo lo strumento disciplinare. Ma il Csm? E' una presa per il culo. E' un sindacato, niente di più. E non si è mai visto, giustamente, un sindacato che punisce i suoi iscritti.

E intanto c'è qualcuno che pensa che il garantismo è "di sinistra" e le manette sono "di destra", e auspica che le cose tornino al più presto al loro posto. Purtroppo, per ora (almeno finché ci sarà Berlusconi) la sinistra resta giustizialista, mentre il rischio è che la destra (ri)diventi "manettara". Basta legge il Giornale e Libero in questi giorni, le uscite "legalitarie" dei "finiani" e dello stesso Fini, quello che sperava nella "bomba" Spatuzza.

Tuesday, April 27, 2010

Napolitano affonda il dito nella piaga

Monito severo e rigoroso quello del presidente Napolitano alla magistratura, che attraversa oggi una «crisi di fiducia» nel Paese che, avverte, non deriva solo dal cattivo funzionamento della giustizia, ma anche dall'«incrinarsi della sua immagine e del suo prestigio». «Per recuperare l'apprezzamento e il sostegno dei cittadini» deve fare «autocritica», sarà un «percorso non facile, al quale può darsi positivo inizio se si stemperano le esasperazioni e le contrapposizioni polemiche che da anni caratterizzano il nodo, delicato e critico, dei rapporti tra politica e giustizia».

Napolitano parlava ai giovani magistrati che iniziano oggi il loro tirocinio, ai quali ha voluto quindi offrire i suoi consigli e le sue riflessioni. Ma sono messaggi diretti più che altro ai loro colleghi più anziani: «Fate attenzione a non cedere a esposizioni mediatiche o a sentirvi investiti, come ho detto più volte in questi anni, di missioni improprie e esorbitanti, oppure ancora a indulgere ad atteggiamenti impropriamente protagonistici e personalistici che possono offuscare e mettere in discussione l'imparzialità dei singoli magistrati, dell'ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale. Quella del magistrato - ha ricordato - è una funzione che esige equilibrio, serenità e sobrietà di comportamenti». Perfetto, non c'è da aggiungere altro: esposizioni mediatiche, personalismi e missioni improprie ledono l'imparzialità dei singoli e dell'ordine intero.

Autonomia e indipendenza della magistratura «si difendono tutelando i magistrati dai comportamenti che creano nei loro confronti un clima di ingiusta delegittimazione ma anche adottando risoluzioni consapevoli», come quella - che sarà definita domani dal Csm - in cui si prende atto «dell'oggettiva confusione dei ruoli che può discendere dalla circostanza che il magistrato si proponga per incarichi politici nella sede in cui ha esercitato le sue funzioni». Né, ha aggunto Napolitano, «vanno assecondate chiusure corporative, dissimulate insufficienze professionali, tollerati casi gravi di inerzia o cattiva conduzione degli uffici». Si crea a volte un clima di «ingiusta delegittimazione» della magistratura, ma causato, ha voluto dire il capo dello Stato, da comportamenti di alcuni magistrati da cui tutti gli altri vanno tutelati.

Wednesday, March 17, 2010

Napolitano richiama all'ordine il Csm

Nessuna "pratica a tutela" da parte del Csm contro il ministro della Giustizia Alfano per le ispezioni disposte nei confronti della Procura di Trani. Un'iniziativa che stava assumendo i contorni di una vera e propria intimidazione preventiva da parte dell'organo di autogoverno dei magistrati contro Alfano, reo semplicemente di aver esercitato un suo potere, quello di inviare ispettori quando ne ravvisi i pressupposti. L'intervento del capo dello Stato è stato ancora una volta determinante nel riportare il Csm "all'ordine", nell'alveo cioè del suo ruolo costituzionale.

"Tale richiesta - ha infatti rilevato il Quirinale - non poteva discutersi, mancandone i presupposti, come apertura di una 'pratica a tutela'... ed è stata perciò correttamente assegnata alla VI Commissione". Se le ispezioni "non possono interferire nell'attività di indagine di qualsiasi Procura", ricorda Napolitano, il Csm "non può pronunciarsi preventivamente sullo svolgimento" delle ispezioni, ma solo esprimersi sulle "relazioni conclusive". Il Csm, spiega il presidente, "può solo richiamare gli orientamenti generali già indicati da ultimo con deliberazione del 24 luglio 2003 circa i 'rapporti fra segreto di indagine e poteri dell'Ispettorato'", che tra l'altro, osserva, sono già "ben chiari a chi svolge attività ispettiva per conto del Ministero della Giustizia e a chi dirige la Procura di Trani". "Vanno in sostanza rispettate l'autonomia delle indagini e l'autonomia degli interventi ispettivi disposti dal Ministro della Giustizia nei limiti dei suoi poteri".

Di fatto, come sempre con grande equilibrio, il presidente ha "stoppato" la pratica "preventiva" contro le ispezioni disposte da Alfano che il Csm voleva avviare probabilmente per intimidirlo e creare un nuovo caso di contrapposizione ai massimi livelli istituzionali tra magistratura e governo. La decisione del Csm (del comitato di presidenza, per la precisione) che il presidente Napolitano, come sostiene Mancino, ha "condiviso", è quella di aver assegnato alla VI Commissione la pratica sulle ispezioni alla Procura di Trani, non certo l'iniziativa di aprire una "pratica a tutela". Constatando che sono state "rimesse le questioni al loro posto", e quindi il governo dovrebbe "evitare drammatizzazioni e contrapposizioni", Mancino stesso ammette implicitamente che le questioni, prima dell'intervento del presidente, non erano affato "al loro posto", e che ci andavano "rimesse".

UPDATE 18 marzo, ore 10,28:
Il Csm conferma la marcia indietro e si adegua alle osservazioni espresse ieri dal capo dello Stato in una nota e recepite dal suo stesso comitato di presidenza con la decisione di assegnare la pratica, non più "a tutela", sull'ispezione presso la Procura di Trani alla Sesta commissione - cui non spetta di tutelare i magistrati da eventuali invasioni di campo, ma che si occupa di problemi ordinamentali - e non alla Prima come inizialmente richiesto. Nessuna istruttoria del Csm sull'ispezione disposta dal ministro della Giustizia Alfano, dunque, ma solo una risoluzione che si limiterà a ribadire i principi generali alla base dei "rapporti fra segreto di indagine e poteri dell'Ispettorato", come aveva spiegato ieri nella sua nota il presidente Napolitano.

Friday, November 27, 2009

Napolitano argina la magistratura

Inutile girarci attorno. Per quanto i siti di Corriere e Repubblica (e domani vedremo anche sui giornali) cerchino di addolcire la pillola, evidenziando la parte generica dell'appello di Napolitano, laddove parla di fermare le tensioni tra istituzioni, il cuore politico del suo intervento è il fermo richiamo rivolto ai magistrati ad attenersi «rigorosamente» allo svolgimento delle loro funzioni. Evidente l'imbarazzo del segretario del Pd e della capogruppo al Senato, leader di un partito (lo stesso cui, per la sua storia personale, fa riferimento il presidente) che ieri, ancora una volta, ha aggredito il premier per le sue dichiarazioni offrendo una sponda politica agli sconfinamenti dei magistrati.

Bersani ha letto nelle dichiarazioni del capo dello Stato un richiamo alla «centralità del Parlamento», «sede nella quale deve condursi un confronto trasparente e leggibile dai cittadini tra le diverse posizioni politiche sia in termini di riforme sia per quel che riguarda le grandi scelte economiche e sociali», mentre la Finocchiaro alla «responsabilità della politica». Entrambi nei loro commenti hanno volutamente evitato di prendere atto del richiamo ai magistrati. Ma il senso politico del messaggio del presidente è chiaro e inequivocabile. Non ha richiamato il governo, o la politica, a rispettare il lavoro dei magistrati. Al contrario, chiedendo a «tutte le parti», com'è naturale, uno «sforzo di autocontrollo», si è rivolto direttamente a «quanti appartengono alla istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione», perché «si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione».

E non a caso il termine che ha usato è «funzione», a sottolineare che quella esercitata dalla magistratura è per la nostra Costituzione una «funzione» e non un potere. Ha difeso con forza dagli sconfinamenti di certi magistrati il governo che gode della fiducia della maggioranza del Parlamento («nulla può abbatterlo») e le prerogative delle Camere in una democrazia parlamentare (a loro spetta «definire i corretti equilibri tra politica e giustizia»). E il fatto che abbia citato non solo la fiducia del Parlamento al governo, ma anche la «coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare», può significare che in caso di crisi il capo dello Stato intende tenere in massima considerazione il legame tra il governo e la coalizione uscita vincitrice dalle urne, in funzione anti-ribaltone.

Non si può ignorare che il tutto rappresenti un argine forte nei confronti della pretesa, da parte di alcuni settori della magistratura, di farsi "potere" anziché ordine dello Stato. L'ultima palese dimostrazione di tale tentazione si è avuta ieri sera, quando a caldo, dopo che le agenzie avevano da poco battuto alcune parti dell'intervento di Berlusconi alla direzione del Pdl, un consigliere togato del Consiglio superiore della magistratura in quota ad una corrente di sinistra, Mario Fresa, ha annunciato che avrebbe chiesto alla prima commissione del Csm di «acquisire» le ultime dichiarazioni del premier, «anche riportate attraverso gli organi di stampa», nell'ambito di una «pratica a tutela» dei pm di Milano e di Palermo già aperta. Dev'essere stata l'ultima goccia che ha indotto il presidente Napolitano a intervenire così energicamente.

Come ha spiegato Michele Saponara, infatti, consigliere laico del Csm, «minacciare a nome del Csm di "acquisire" le dichiarazioni, vere o presunte, fatte da un politico, da uno qualsiasi (e ancora peggio se fatte dal presidente del Consiglio e capo di una forza politica), in una sede di partito, significa far saltare ogni regola democratica. Significa mettere sotto "tutela giudiziaria" il bene più sacro di una nazione che è quello del dibattito politico, anche del più acceso». Le parole di Fresa sono «la plastica conferma che alcuni settori della magistratura sono fuori da ogni regola costituzionale» e che da ordine quale sono tentano invece di «farsi "potere" e contestare ogni giorno il potere assegnato dalla Costituzione alla politica».

Wednesday, October 14, 2009

Avvocato dell'accusa no, ma che almeno sia separazione vera

Separazione delle carriere sì, pm sottoposti «ad altri poteri (leggi: l'Esecutivo) se non a quello dell'ordine giudiziario», no. Quella del presidente della Camera Fini sembra però una preoccupazione infondata. Come infatti fa notare Gaetano Pecorella, «non c'è e non c'è mai stato nel programma del Pdl, e prima in quello di Forza Italia e An, una proposta di legge per mettere il pm sotto il controllo dell'Esecutivo». Ha ragione Pecorella. Purtroppo, aggiungo io, perché non avremo mai l'"avvocato dell'accusa" di cui spesso parla Berlusconi. Ci sono due modi di intendere la separazione delle carriere, infatti. I pm funzionari, "avvocati" dello Stato, che dipendono direttamente dall'Esecutivo, com'è in molti Paesi democratici, anche in ordinamenti di civil law; oppure, i pm distinti dai giudici nelle funzioni, inseriti gerarchicamente in una propria struttura, ma sempre interna all'ordine giudiziario.

Separare le carriere in ogni caso non può significare solo formazione, concorsi, professionalità diverse, e diversi avanzamenti di carriera, o più rigidi compartimenti stagno tra l'una e l'altra funzione. Nonostante nei progetti del Pdl non sia previsto il controllo dell'Esecutivo, il problema del controllo, e del governo, è un tema che bisognerà prima o poi affrontare senza ipocrisia. Fini chiede il rispetto dell'"indipendenza assoluta di tutti i magistrati". Ma lo sono oggi? O forse sono dipendenti dalle loro ideologie e dalle correnti cui appartengono? Quell'"indipendenza assoluta" non si è forse rivelata puro arbitrio? E l'obbligatorietà dell'azione penale un mito, o piuttosto una farsa, che lascia spazio ad una discrezionalità che facilmente diventa politica?

Inutile girarci intorno: indipendenza e imparzialità sono intrinsecamente in contraddizione con il ruolo di accusatore. Il processo accusatorio, al contrario di quello inquisitorio, lo riconosce. E per questo si preoccupa della terzietà del giudice e dei poteri della difesa, piuttosto che della ricerca della "verità", a cui anche la pubblica accusa in teoria dovrebbe contribuire.

La separazione delle carriere, e l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, sono il necessario completamento del processo accusatorio già introdotto nella nostra Costituzione, ma richiedono un apparato organizzativo autonomo della pubblica accusa rispetto a quello dei giudici, anche se interno alla magistratura, con a capo un procuratore nazionale (nominato da chi?) e un organo di autogoverno tutto nuovo. Quindi, si tratterà inevitabilmente di sdoppiare il Csm. Insomma, tra il pm indipendente com'è oggi o sotto le dirette dipendenze dell'Esecutivo, ci sono una serie di varianti che risolvono in modo più sfumato il problema del controllo sui pm. Fini è disposto a far passare una di esse, al di là del sì formale alla separazione delle carriere, oppure è intenzionato ad affossarla come nella legislatura 2001-2006?

Friday, July 04, 2008

Possibili effetti del Sexgate all'italiana

E' stato un errore da parte di Berlusconi rinunciare all'intervista televisiva a Matrix. Non so dire se sia stata un'idea sua o se abbia accettato il consiglio di Letta o di qualcuno dei suoi alleati, forse di Fini. A me pare che l'unico rischio che corre il Cav. in questo nuovo scontro con la magistratura sia che gli italiani non comprendano, che molti rimangano confusi dal chiacchiericcio dei giornali e dei tg.


«Non mi pare opportuno e producente intervenire sui temi proposti da Matrix (giustizia e intercettazioni) che farebbero passare in secondo piano le tante cose realizzate dal Governo per cedere il passo ad argomenti e gossip negativi che inquinano ed ammorbano il dibattito politico e parapolitico di questi giorni, deviando l'attenzione del Paese dai problemi concreti e dai risultati dell'azione di Governo».
Così il premier ha spiegato la sua decisione. Ma il dibattito politico è già ora «ammorbato» dal gossip generato dalle intercettazioni. I tentativi del governo di difendere il suo mandato elettorale dagli attacchi delle procure di Milano e Napoli sono già oggi al centro delle polemiche politiche; e già oggi l'attenzione dell'opinione pubblica è deviata lontano «dai problemi concreti e dai risultati dell'azione di Governo». Non per il disegno oscuro di qualcuno, ma perché è ovvio che i media accendano i riflettori laddove la polemica s'infiamma.

Dunque, intervenendo stasera a Matrix Berlusconi avrebbe certo dovuto rispondere a domande su «giustizia e intercettazioni», ma avrebbe comunque avuto l'occasione di parlare dei problemi del Paese di cui il governo si sta effettivamente occupando, riequilibrando così l'"agenda setting", ridimensionando i primi temi rispetto ai secondi; e avrebbe potuto spiegare agli italiani cosa sta accadendo con il processo Mills e le intercettazioni, per quali gravi ed eccezionali motivi il governo si è visto costretto a varare norme così discutibili ed estemporanee.

Quando Berlusconi va a spiegarsi in tv, se i fatti gli danno ragione, gli italiani comprendono e si schierano dalla sua parte. Ma se rinuncia a spiegarsi, i fatti da soli possono non essere sufficienti, prima di tutto perché potrebbero rimanere per lo più sconosciuti. Molti italiani gli hanno voltato le spalle nel 2006 perché delusi dalla performance economica del suo governo, perché sono rimaste deluse le aspettative di riforma liberale, non certo per il conflitto di interessi o le sue vicende giudiziarie, che ormai la maggior parte ha derubricato come "persecuzione politica".

A mio parere Berlusconi fa bene a restare all'offensiva contro la magistratura politicizzata e anche ad usare toni aggressivi. Dovrebbe anzi affondare, mettendo in cantiere riforme organiche della giustizia (separazione della carriere; abolizione dell'obbligatorietà; responsabilità civile; csm). Proprio la pubblicazione delle ultime intercettazioni, che in totale violazione del segreto istruttorio (se non addirittura frutto di un autentico spionaggio) coinvolgono decine di persone neanche indagate su fatti di nessuna rilevanza penale, provano la necessità e l'urgenza di un decreto legge. Eppure, in questo caso, sarebbe opportuno evitare, più che altro per non stressare i rapporti con il Quirinale, come suggeriscono Letta e gli alleati, sia Fini che Bossi. In questa fase, infatti, Napolitano si sta ben comportando. Le sue prese di posizione, accogliendo il Lodo Schifani-Alfano e con la lettera al Csm, ha davvero difeso il potere politico dagli abusi dell'ordine giudiziario, mettendo in difficoltà lo stesso Veltroni e il Pd, che in questo momento faticano a non appiattirsi sulle posizioni di Di Pietro.

Ebbene, se Berlusconi non lo metterà troppo in imbarazzo, troverà Napolitano dalla sua parte. Un'alleanza con il Colle val bene qualche telefonata osé sui giornali. E qui veniamo alla tempesta che si starebbe per scatenare su Berlusconi. Telefonate piccanti con soubrette poi divenute ministro? Prestazioni sessuali non indimenticabili? Prima osservazione: le procure hanno ormai raschiato il fondo del barile. Dopo 15 anni di processi che hanno portato ad assoluzioni o prescrizioni, tranne il ridicolo processo Mills (l'origine dei 600 mila dollari è stata da tempo accertata dal fisco britannico), non sono più in grado di inventarsi più nulla di penale. E dal penale si passa allo scandalismo.

Seconda osservazione. La penso come Rotondi: «... credono di illuminare con le intercettazioni le miserie di Berlusconi e, invece, per la gente saranno grandezze». Sia che vengano fuori fellatio di clintoniana memoria, sia che venga messa in discussione la virilità del premier, la maggior parte degli italiani proverà nel primo caso ammirazione, nel secondo tenerezza. In ogni caso apparirà un po' più "vero" dei sepolcri imbiancati dei suoi avversari. Nel primo caso sarebbe un danno all'immagine del premier all'estero, dove sono più bacchettoni. Tra l'altro, quanti oggi strillano di censura e rivendicano il diritto di cronaca, se fosse per un pompino e un pelo di f... perderebbero ogni credibilità di fronte all'opinione pubblica.

Terza osservazione. Attenzione ai paralleli con Clinton - come incautamente e dimostrando la propria ignoranza ha fatto Scalfari la settimana scorsa. Perché in America il presidente viene inquisito da un procuratore speciale nominato dal ministro della Giustizia e poi decide a maggioranza qualificata il Senato. Quindi è falso che negli Usa il presidente possa venire perseguito da qualsiasi pm o condannato da qualsiasi giudice.

P.S.: Mi sembrava inelegante tirare in ballo i defunti, ma visto che il tabù è stato infranto, chiedo: come pensate che Nilde Iotti sia diventata presidente della Camera, per quali particolare doti? Certo, rispetto alla Carfagna, la Iotti rispondeva ai canoni estetici del realismo socialista.