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Wednesday, March 09, 2011

Opposizioni attese al varco sulla giustizia

Sembra ormai acquisito che al Quirinale debbano arrivare le bozze di leggi e decreti prima che agli stessi membri del Consiglio dei ministri. Ma da quanto sembra delinearsi, almeno leggendo i giornali di oggi (in particolare la Repubblica!), la riforma della giustizia sarebbe priva di qualsiasi legge ad personam o presunta tale. Purtroppo pare che ciò comporti l'accantonamento del ripristino dell'immunità parlamentare così come della riforma della Consulta, che d'altra parte avrebbe senso solo se si mettesse mano anche alla forma di governo. Separazione delle carriere; sdoppiamento del Csm in due organismi entrambi con funzioni meramente amministrative (niente pareri sulle leggi, atti d'indirizzo, dossier e pratiche a tutela); inappellabilità delle sentenze di assoluzione; responsabilità civile dei magistrati; obbligatorietà dell'azione penale entro i limiti di legge.

Sarebbero finalmente riforme epocali e di civiltà. Aspettiamo di leggere il testo, ma se così fosse - e speriamo ardentemente che lo sia - le opposizioni sarebbero costrette a gettare la maschera. Non potrebbero più nascondersi dietro l'alibi delle leggi ad personam, né del presunto vantaggio che otterrebbe il premier nei suoi processi, dato che l'iter della riforma sarebbe quello di lungo termine previsto dalle modifiche costituzionali. Verrebbero smascherate le posizioni puramente conservatrici e corporative. Vedremo insomma quanti, tolto quest'alibi, sapranno riconoscere e scegliere una riforma liberale della giustizia. Qui si scommette che tranne eccezioni individuali nessun partito di opposizione si renderà disponibile ad un confronto vero.

Al solo annuncio il partito dei magistrati e la loro "periferica di gioco" in Parlamento, il Pd, sono subito saliti sulle barricate. Scriveva alcuni giorni fa Il Foglio:
«Un'opposizione eterodiretta, che fa da amplificatore parlamentare di agitazioni corporative, senza la capacità o la volontà di avanzare proposte alternative, distrugge anche la credibilità riformista di chi aveva cercato, anche dall'interno del Partito democratico, di smarcarsi dalla pura contrapposizione per entrare criticamente nel merito dei problemi su cui intende intervenire l'esecutivo. Le voci sempre più concitate, le contestazioni portate in piazza a ripetizione, il tono urlato dell'opposizione sono segnali di un'altrettanto grave afasia riformistica, di una condizione subalterna che impone di inseguire tutte le agitazioni per coprire l’assenza di una solida e riconoscibile politica alternativa».
E' una spiata, non si fa, ma a leggere le e-mail scaricate e riportate oggi da il Giornale dalla mailing list dei magistrati c'è da mettersi le mani nei capelli. Sembra di leggere né più né meno la mailing list o il forum di un partito. Ovviamente nel mirino c'è Berlusconi, a prescindere da qualsiasi ipotesi di reato, ma inquieta leggere che una volta fatto fuori lui andrà affrontato il problema dei suoi elettori. Non solo vi troviamo la conferma che alcuni magistrati fanno politica, ma che nelle loro funzioni, e "in qualità di", sono pronti a intralciare l'attività del potere esecutivo e legislativo. Per molto meno si è parlato di una fantomatica P4 e qualcuno è finito pure incriminato per associazione segreta e a delinquere.

Wednesday, February 02, 2011

Il regime è qui e veste una toga rossa

Seviziata. Non c'è altro termine per descrivere l'abuso di potere esercitato dai pm nei confronti di Anna Maria Greco (qui il suo agghiacciante racconto). Già è a dir poco anormale che si possano perquisire redazione e abitazione privata di un giornalista, per altro non accusato di alcunché, a caccia di una sua fonte, che (è un principio basilare della libertà di stampa) dovrebbe avere il diritto di non rivelare, se non in casi di sicurezza nazionale. Ma non si era mai visto che si potesse arrivare addirittura a prequisizioni CORPORALI. Che di tutta evidenza a nulla servono lo scopo di scoprire la fonte, ma solo a punire e a umiliare il malcapitato. Inaudito, una rappresaglia da vero e proprio regime. Dubito che sia una procedura legale perquisire corporalmente qualcuno senza un'accusa nei suoi confronti. E se lo fosse, dovrebbe essere vietato. Siamo arrivati all'abc, al fondamento dello Stato di diritto. Questo è ciò che ci aspetta se i magistrati di Milano vinceranno la loro battaglia golpista. In altri Paesi c'è l'esercito, in Italia la magistratura a tenere in ostaggio la vita democratica del Paese.

Tuesday, February 01, 2011

Il "perfetto" strabismo delle Procure

Gli articoli brutti, offensivi e diffamatori sui nostri giornali non si contano. Ma suonano come intimidazioni, hanno un sapore vagamente - questo sì - "egiziano", le perquisizioni nelle redazioni di alcuni - solo di alcuni - giornali e persino nelle abitazioni private di alcuni - solo alcuni - giornalisti. Soltanto quando escono carte a loro sgradite, come quelle sulla Boccassini, anche se si riferiscono a fatti ormai di decenni fa, i magistrati scatenano la caccia al colpevole della fuga di notizie. Ma MAI - nonostante tutta l'obbligatorietà dell'azione penale - mai una volta che scatenino una simile caccia all'uomo per capire come mai e grazie a chi Corriere, Repubblica e tutti gli altri giornali e fattacci quotidiani pubblicano centinaia di pagine di verbali, intercettazioni e atti coperti da segreto istruttorio che riguardano indagini ancora in corso e spesso non arrivate nemmeno davanti a un gip. Come mai - rimanendo su notizie di giornata - non vengono perquisite le redazioni dei giornali che questa mattina hanno pubblicato i virgolettati dell'interrogatorio alla Minetti? C'è da fidarsi che siano questi magistrati, con questi metodi, ad abbattere Berlusconi?

Friday, October 08, 2010

"Secondo te chi c'è dietro Fini?"

Si tratta di alcuni passaggi estratti dall'audio di una conversazione telefonica tra Nicola Porro e il portavoce della Marcegaglia, Rinaldo Arpisella, pubblicato sul sito del Fatto quotidiano. Non è la trascrizione integrale della telefonata (che dura più di 12 minuti), e nulla di penalmente rilevante ovviamente, un normale scambio di vedute, un po' dietrologico e cifrato, tra un giornalista e un portavoce, ma alcuni spunti mi sembravano curiosi. Lascio a voi trarre eventuali conclusioni.

Rinaldo Arpisella: "Sono incazzati con voi che se potessero impalarvi... Sono molto incazzati (a Mediaset? ndr), anche quello in alto (Berlusconi? ndr)".
Nicola Porro: "In effetti, siamo molto preoccupati".

NP: "Ma dimmi una cosa. E' una cosa intelligente far chiamare Feltri da Confalonieri? Tu non conosci Feltri..."
RA: "Sì, ma mettiti nei panni di un Confalonieri o di un Berlusconi".
NP: "Vedi i casini che gli sta facendo ora sulla questione di Fini, secondo te... quello lì... si diverte dieci volte di più..."
RA: "Ci sono sovrastrutture che ci pisciano in testa, che non ci considerano... Non hai capito una cosa. Se c'è un gioco di sponda, e credo che tu l'abbia capito, su tutta questa vicenda politica, 'il governo deve andare avanti', è chiaro che è un gioco di sponda concordato".
NP: "Lui è il padrone del suo giornale, finché non lo cacciano... cosa che non è esclusa... lo possono anche cacciare".

NP: "La questione è che vorrei che tu capissi una roba. Se, ti faccio un esempio, Riotta ha deciso di rompere con la Marcegalia, ti faccio un'ipotesi dell'assurdo, e di rompere, al contrario di quanto sta facendo Riotta, non perdendo 50 mila copie ma nel momento in cui ne ha guadagnate 60 (70? ndr) mila, in maniera tale da farsi liquidare e uscire...".
RA: "E' il suo disegno".
NP: "Eeeeh allora, Rinaldo, di che cazzo stiamo parlando...".
NP: "Ti stavo raccontando un ragionamento ampio, ti stavo dicendo che un certo piano con lui (Feltri, ndr) non serve, non perché gli editori non debbano svolgere il loro ruolo, ma perché lui sta in una fase diversa".

NP: "Devo dire che c'è un punto francamente di sottovalutazione di Confindustria nei nostri confronti che a me personalmente un po è seccato".
RA: "Ma, senti, se a un certo punto ci dicono tutti che siamo sdraiati su questo governo, ragiona, tu che cosa vai fare, vai a fare anche le interviste sul Giornale, dài, ragiona, mettiti nei nostri panni".

RA: "Tu non sai che cazzo c'è altro in giro. Secondo me, davvero scusami, ma ti parlo da amico, è un ottica corta. Allora il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre... ci sono logiche che non riguardano i Fini, i Casini, i Buttiglione, questo o quell'altro, sono altri..."
NP: "Non so cosa tu voglia dire... non capisco".
RA: "Secondo te, chi c'è dietro Fini?"
NP: "Tu lo sai? Io no".
RA: "Ci sono quelli che c'eran dietro la D'Addario, dài su...".

Thursday, October 07, 2010

La solita inchiesta del Woodcock

Oltre 200 innocenti accusati senza fondamento in 14 anni di carriera, tra cui gli arrestati e poi prosciolti Corona e Vittorio Emanuele e l'accusato e poi prosciolto Sottile. Veri e propri casi da licenziamento, ma ovviamente la "cricca" dei magistrati l'ha sempre difeso. E' questo l'imbarazzante "record" del pm Woodcock, definito nel 2006 da Gianfranco Fini un pm «fantasioso», «un signore che in un Paese normale avrebbe già cambiato mestiere», e che invece ora ci riprova e si lancia in una spedizione punitiva contro il Giornale. Perquizioni, sequestri e iscrizione nel registro degli indagati di Sallusti e Porro.

E viene il sospetto che piuttosto che la Marcegaglia, Woodcock stia in realtà "tutelando" se stesso. Guarda caso proprio due settimane fa, dopo l'ennesimo proscioglimento eccellente dalle sue accuse, quello di Vittorio Emanuele di Savoia, il Giornale pubblicava questo documentato articolo sui fallimenti del pm Woodcock . La rappresaglia, a quanto pare, non si è fatta attendere.

Vediamo ora quanti e quali paladini della libertà di stampa grideranno la loro indignazione per questo vile attacco, per quella che a tutti gli effetti, grazie alla solita interpretazione cavillosa del codice e al solito uso "a strascico" delle intercettazioni, assume tutte le sembianze di una censura preventiva, di una intimidazione. Il Giornale stesso l'aveva anticipato alcuni giorni fa ("Ci intercettano") ed è davvero intollerabile in una democrazia che la stampa venga "spiata". Le conversazioni e gli sms dei due giornalisti, infatti, sono finiti all'attenzione degli inquirenti nell'ambito di intercettazioni disposte dall'autorità giudiziaria per tutt'altra inchiesta. Ma ormai si sa, è fin troppo evidente, che le inchieste vengono aperte sulla base di quali personaggi influenti puoi arrivare ad intercettare (e intanto il ddl intercettazioni è stato annacquato e poi affossato, tante grazie presidente della Camera!).

Le inchieste scomode - ammesso che fosse effettivamente in corso un'inchiesta sulla Marcegaglia da parte della redazione del Giornale - su personaggi anche solo un pizzico critici con il governo, diventano "dossieraggio". Berlusconi è l'unico "toccabile" dalla stampa, chi si schiera contro di lui o lo critica diventa immediatamente "intoccabile", gode di coperture mediatiche e giudiziarie altrimenti inimmaginabili (come dimostra il caso Montecarlo) e se qualcuno si dovesse azzardare, ecco che lo si fa diventare un martire del "dossieraggio".

Monday, August 09, 2010

Una Repubblica fondata sul doppiopesismo

Non più solo i giornali di centrodestra. Ormai l'inchiesta del Giornale sulla casa di Montecarlo lasciata in eredità ad An e in cui ora abita in affitto il "cognato" di Fini, dopo essere stata ceduta ad una società offshore con sede ai caraibi, viene rilanciata da tutti i media, dopo giorni di riluttanza (in altri casi viene adottata ben altra solerzia). Dopo la richiesta di spiegazioni da parte del Corriere, Fini - che non sentiva affatto di doverne dare - si è dovuto piegare, ma la sua nota in 8 punti non ha convinto nessuno. Anzi, appare a tratti "suicida". Fini fornisce una stima del valore dell'appartamento (450 milioni di lire) che risale a prima dell'adozione dell'euro, mentre è stato venduto nel 2008 e tutti sanno che i prezzi nel frattempo sono più che raddoppiati. Vorrebbe convincerci che 70mila euro in più rispetto a una valutazione in lire di 8 anni prima sono un affare? A Fini non risultano «proposte formali di acquisto». Forse formali no, ma tutti sanno che la proposta formale, cioè con tanto di anticipo, arriva di fatto a trattativa conclusa. Ancora più sospetto il ruolo di Giancarlo Tulliani che emerge dai chiarimenti di Fini: fa da "mediatore" per la vendita della casa di cui poi diventerà l'inquilino. «In 41 giorni - riassume dunque il Giornale - la Printemps (o chi vi si nasconde dietro) nasce ai Caraibi, si interessa dell'appartamento di Montecarlo, individua chissà come Giancarlo Tulliani come "mediatore", e quest'ultimo a sua volta informa Fini della proposta, che immaginiamo "formale"». Per non parlare dell'ultimo punto, l'affitto al "cognato" a sua insaputa, degno del miglior Scajola.

Non si tratterà di «soldi o beni pubblici», come si premura di precisare Fini nella sua nota, ma in questo modo dimostra di avere del partito un'idea "privatistica", piuttosto simile a quella che rimprovera a Berlusconi. L'aspetto più discutibile della vicenda non sta nell'aver favorito il "cognato". Stiamo parlando della vendita di un immobile a una società offshore a rischio riciclaggio e di almeno un milione di euro che manca rispetto al suo valore. Denaro che presumibilmente qualcuno, in qualche forma, evadendo il fisco, ha intascato, o fatto sparire nelle varie transazioni. Inoltre, Fini parte all'attacco: «Non ho l'abitudine di strillare contro i magistrati comunisti». Una manifesta falsità. Non li avrà definiti «comunisti», ma ricordiamo bene la sua reazione quando non più di quattro anni fa il suo ex portavoce, Salvo Sottile, fu coinvolto dell'inchiesta "Vallettopoli": gridò al complotto contro An e se la prese con i magistrati «fantasiosi», che «in un Paese normale avrebbero già cambiato mestiere», denunciando tra l'altro il «linciaggio mediatico» a mezzo intercettazioni.

Registriamo dunque che si chiama libertà di stampa, "bellezza", se oggetto degli attacchi dei giornali è Berlusconi, o qualcuno dei suoi ministri e sottosegretari, raggiunti a colpi di veline giudiziarie, verbali, intercettazioni, gossip, pentiti e teoremi vari; si chiama "dossieraggio", squadrismo, o «fabbrica del fango», se sono gli avversari del Cav. a incappare in qualche campagna di stampa negativa. E condivisibile o meno, la campagna del Giornale non è in combutta con qualche Procura, da cui certi quotidiani si fanno volentieri usare. Come fa notare oggi Feltri, «purtroppo ogni notizia dobbiamo sudarcela, perché a noi la magistratura non fa confidenze né ci regala verbali più o meno piccanti. Quel poco che abbiamo, di solito, lo procurano lavorando sodo e bene i nostri cronisti specializzati». Berlusconi è stato messo alla gogna per una telefonata con Saccà, mentre Fini non ha neanche dovuto smentire l'articolo di Bechis sulle sue pressioni sul dirigente Rai (quota An) Paglia per favorire Tulliani.

Per uno che si erge - dopo essere stato alleato del plurinquisito e rinviato a giudizio Berlusconi per 15 anni - a campione della legalità, della "questione morale", e secondo cui né Cesare né la moglie di Cesare dovrebbero essere nemmeno sfiorati da un sospetto, ce ne sarebbe di che riflettere. Ma non saremo certo noi a chiedere le dimissioni del presidente Fini per quelle che fino ad ora sono solo illazioni della stampa "nemica". Sappiamo di non poterci aspettare un comportamento coerente con l'intransigenza e gli standard "etici" che applica agli altri (basti ricordare il trattamento riservato, solo pochi giorni fa, dal suo neonato gruppo parlamentare al sottosegretario Caliendo, coinvolto nell'inchiesta più farlocca della storia su una fantomatica "P3").

Le dimissioni le chiederemmo piuttosto per il modo oltraggioso e anticostituzionale in cui Fini sta interpretando la sua carica. Mai nessun presidente della Camera aveva dato vita a propri gruppi parlamentari con lo scopo conclamato di "guerreggiare" contro il presidente del Consiglio. Non contento, Fini non si è limitato a promuovere il suo gruppo. Detta la linea da tenere sulle votazioni e le dichiarazioni da rilasciare, persino durante le sedute; indica i suoi capigruppo alla Camera e al Senato; contro la volontà dei gruppi di maggioranza dà il via libera a ordini del giorno funzionali al suo disegno politico. Non può essere sfiduciato, è vero, ma se i gruppi di maggioranza non si sentono più garantiti - a ragione, visto che cominciano a subire calendarizzazioni "di minoranza" - un problema politico esiste e dovrebbe essere sua sensibilità istituzionale prenderne atto. Provate un istante a immaginare cosa sarebbe accaduto se la presidente Iotti, o Napolitano, avessero costituito propri gruppi parlamentari distinti da quello del Pci-Pds. Inimmaginabile, non è vero?

Ma i custodi della Costituzione tacciono. Tutto è lecito quando si tratta di buttar giù Berlusconi e hanno trovato in Fini un promettente arnese, la Kerkaporta del Pdl, riprendendo una felice metafora di Giampaolo Rossi:
«In questi lunghi mesi di assedio alla cittadella berlusconiana, bombardata dai poteri forti, assaltata dalle macchinose torri d'assedio giudiziarie, aggredita dalle urla mediatiche dei mercenari dell'informazione, Gianfranco Fini è stato la Kerkaporta del Pdl: il varco attraverso il quale un esercito attaccante ormai demotivato, infiacchito dalla inaspettata resistenza degli assediati e ormai pronto a levare le tende, ha sperato improvvisamente di penetrare nel cuore della città. Fini ha rischiato di rappresentare la piccola tessera di casualità che spesso completa il mosaico della storia. Zweig racconta lo stupore del piccolo drappello di giannizzeri nel trovare la porta aperta che conduceva al centro di Bisanzio. Lo stesso stupore che ha accompagnato il tifo da stadio che l'intellighenzia progressista ha fatto in questi mesi per Gianfranco Fini e la sua improbabile armata di politici senza voti e intellettuali senza idee. In nessun paese normale un leader che si definisce di destra è così coccolato, corteggiato e adulato dalla sinistra, e solo questo dovrebbe far riflettere chi ha continuato, da destra, a pensare che la Kerkaporta finiana non esistesse. Il danno che Fini ha prodotto nel centrodestra in questi mesi è incalcolabile...»

Friday, September 04, 2009

La lezione del caso Boffo/2 - poi basta

E' finita come non poteva non finire: con le dimissioni. Quella di Boffo è la fine di ogni "moralizzatore" e non merita che si straccino tutte le vesti che vengono stracciate in queste ore. Il suo piccolo e veniale infortunio giudiziario (mica tanto, poi, dopo l'approvazione della legge sullo stalking), non lo avrebbe costretto alle dimissioni se non avesse preteso di giudicare la vita privata altrui e se il giornale che dirigeva non sostenesse le posizioni che sostiene sull'omosessualità.

L'unica "intimidazione" in questa vicenda è aver ricordato a chi pretende di fare la morale agli altri, che deve aspettarsi che qualcun altro prima o poi si prenda la briga di farla a lui. Tutto qui, come torna a spiegare oggi Feltri su il Giornale: «Ci premeva soltanto dimostrare che le sue prediche erano in contrasto con il suo stile di vita privata; e che, poiché certe critiche mosse dal quotidiano dei vescovi concernevano il comportamento (vero o presunto) pure privato del premier, il pulpito da cui provenivano non era idoneo».

Quella di Feltri è stata una campagna non contro la persona di Boffo o contro chiunque critichi Berlusconi, né tanto meno anti-gay, ma una meritoria e assolutamente necessaria campagna contro il doppiopesismo di certa stampa. Non si può francamente pretendere che solo certa stampa - quella di sinistra e antiberlusconiana per intenderci - abbia il diritto di assestare colpi bassi, e che invece quella vicina al centrodestra rimanga impassibile. Chiunque assesta colpi bassi, si aspetti di riceverne. Su Boffo è venuto fuori quel che è venuto fuori (e, per dirla tutta, è davvero strano che sia l'unico procedimento in Italia i cui atti rimangono segreti), ma anche il direttore de la Repubblica, Ezio Mauro, ha avuto il suo, con la dimostrata evasione-elusione fiscale. Si è ficcato il naso sotto le lenzuola di Berlusconi, ma là fuori - tra i suoi avversari - è pieno di storie piccanti e compromettenti. Molti ne sono a conoscenza e se non esce niente è per quel briciolo di pudore che evidentemente da qualche parte ancora esiste.

Protagonista di questa vicenda però è stato senz'altro il Vaticano. C'è da ritenere che sia partita dal suo interno la controversa informativa su Boffo, di cui da tempo, almeno tre mesi, centinaia di vescovi erano a conoscenza. Il ministro Maroni in persona ha assicurato a Bagnasco che quell'informativa non esiste e pare quindi credibile l'ipotesi che a ottenerla possa essere stata la gendarmeria vaticana. Può la gendarmeria vaticana, al pari di una qualunque questura, chiedere e ottenere un documento del genere? Non saprei, ma mi sembra verosimile. Quanto, poi, al foglio che l'accompagna, l'espressione "riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza", il goffo tentativo di utilizzare un lessico burocratico e i diversi errori fanno presumere che non sia stato redatto da funzionari di polizia o giudiziari, ma da qualcuno che non ha molta dimestichezza con la lingua italiana, e forse persino di origine straniera.

Fatto sta che l'iniziativa di Feltri ha dato modo alla segreteria di Stato vaticana, da sempre in concorrenza con l'episcopato italiano nella gestione dei rapporti con il governo, di assestare un bel colpo ai danni della Cei e in particolare di Bagnasco. Il fronte a difesa di Boffo infatti non è stato affatto compatto come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. Lo ripeto: questa vicenda dimostra che più la Chiesa - direttamente e con i suoi giornali - pretenderà di gettarsi nella mischia politica, più si troverà divisa al suo interno su questioni ben poco dottrinali e ben più immanenti, al minimo attacco che la riguardi esposta a pericolosi sbandamenti.

Thursday, July 30, 2009

Feltri torna al Giornale

Dal 24 agosto il Giornale esce in edicola con Vittorio Feltri direttore. Lo aveva già diretto dal '94 fino alla fine del '97, dopo Montanelli. Prova «una punta di dolore lancinante a lasciare Libero, che ho fondato e portato in questi nove anni a conquistarsi un posto di assoluta autorevolezza nel panorama editoriale», confida a il Velino. E' facile immaginare quanti lettori di Libero adesso emigreranno verso il Giornale. Sarà dura per Libero senza Feltri. Ci auguriamo che invece con Feltri il Giornale riesca a fare un salto di qualità e di autorevolezza. Il centrodestra avrebbe tanto bisogno di un giornale intelligente, di grande diffusione e autorevole, capace sì di sostenere, ma anche di informare, criticare quando ci vuole, e soprattutto di provocare dibattiti di idee e di stimolare la corteccia cerebrale del ceto dirigente pdellino.

Monday, October 06, 2008

Raffreddamento globale

Brillante e spassoso questo articolo su il Giornale di sabato scorso. Certo, sarebbe paradossale, direi tragicomico, se dopo anni di martellamenti sulle imminenti catastrofi dovute al surriscaldamento globale, venisse fuori che ciò che davvero rischiamo è una nuova "piccola", qualche secolo, era glaciale.
La rivista Nature per esempio intorno a maggio ci ha spiegato che dal 2010 al 2020 vedremo una drastica riduzione della temperatura terrestre per colpa del raffreddamento dell'oceano Atlantico; il mese scorso uno studio norvegese ci ha rivelato che se è vero (o forse no) che al Polo nord i ghiacci si assottigliano, al Polo sud invece aumentano di spessore e che comunque è una cosa normale che succede nei secoli dei secoli; e l'ultima novità, che arriva dalla Nasa, non più tardi di ieri l'altro, spiega che il sole non è mai stato così povero di macchie solari, che il vento solare si è misteriosamente indebolito, e la sensazionale conclusione è che forse «sarebbe il caso di aspettarsi una piccola era glaciale», inverni che più gelidi non si può. Raccontano che l'ultima volta che il sole è stato così inerte, la «piccola era glaciale» durò più o meno cinque secoli, fino nel 1850... Nord America, Siberia e Cina per esempio lo scorso inverno, non hanno mai visto tanta neve così, il 2008, che non è ancora finito, è stato battezzato dagli astronomi l'anno più bianco dell'era spaziale.
A questo punto, non rimane che fare una puntata dai bookmakers. Io mi gioco l'era glaciale, e voi?

Friday, October 19, 2007

Corso di Porta Vigentina 15/A

I radicali riescono ad avere torto anche quando hanno ragione. Non c'entrano nulla le meritorie attività svolte nella storica sede di Milano, che molti cittadini potrebbero ritenere non tali, anzi dannose, sulla base di convinzioni diverse. Né lo stato fatiscente dello stabile e l'assenza della toilette.

Il punto da approfondire è che non si tratta di un canone d'affitto. Stando a quanto sono venuto a sapere facendo qualche domanda in queste ore, i radicali sono sotto sfratto, ma sono rimasti perché il Comune non ha i soldi, o non vuole spenderli, per avviare i lavori di ristrutturazione. Insomma, tecnicamente sarebbe più corretto parlare di una sorta di "occupazione" tollerata dietro un pagamento di un corrispettivo certo irrisorio, in attesa che il Comune si decida, ma senza le garanzie che un canone assicura a un inquilino. Obiettivamente un casino e il solito spreco di risorse pubbliche, ma non per colpa dei radicali, che hanno solo la sfortuna di difendersi con gli argomenti sbagliati. E, come spiega Camillo, quello del Giornale più che a uno scoop somiglia a un granchio.