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Tuesday, May 16, 2017

Chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando...

Ormai siamo al cotto-e-mangiato. Intercettazioni anche recentissime finiscono sui giornali (e persino nelle librerie). La solita infamia, che inquieta ma non sorprende. Politicamente, la lezione da trarre è che chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando... A inquietare e sorprendere è la risposta di Matteo Renzi su Facebook, che rivela come sia totalmente ostaggio della logica giustizialista, tanto da sentirsi in dovere di dare spiegazioni, riferire "i fatti", raccontare con dovizia di particolari la sua telefonata con il padre Tiziano, anziché limitarsi a denunciare la pubblicazione illegale di intercettazioni, la collusione stampa-procure, e da segretario del Pd agire politicamente perché questa schifezza contraria a qualsiasi idea di stato di diritto abbia fine.

Non solo Renzi appare ostaggio della logica giustizialista... uno crede a "Repubblica" più che al proprio padre solo se A) è un cretino; B) il proprio padre è un bugiardo seriale. Delle due l'una, non si scappa. In che mani siamo??

Wednesday, March 22, 2017

Trump e la sua squadra "sorvegliati" dall'amministrazione Obama, ma per sbaglio...

Pubblicato su L'Intraprendente

Boom! Le comunicazioni del team Trump, e presumibilmente dello stesso Trump, sono state intercettate da agenzie di intelligence durante l'amministrazione Obama. E' quanto risulta al presidente della Commissione Intelligence della Camera, Devin Nunes, che lo ha riferito alla stampa leggendo una dichiarazione. Ecco quanto risulta a Nunes.

1) Tale sorveglianza sarebbe stata "legalmente autorizzata", ma non nell'ambito dell'indagine dell'FBI sulle interferenze russe nelle elezioni, bensì sulla base di un mandato FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act) evidentemente richiesto da altre agenzie di intelligence federali. Ne avevamo parlato qui un paio di settimane fa.

2) E' "possibile" che alcune delle comunicazioni dello stesso Trump siano state intercettate.

3) Le comunicazioni sarebbero state intercettate "accidentalmente" (ma "in numerose occasioni"), nel senso che Trump e i suoi collaboratori non sarebbero stati l'oggetto del mandato di sorveglianza. Il che può accadere quando una persona comunica con un obiettivo della sorveglianza FISA. In tali casi, l'identità dei cittadini americani coinvolti dovrebbe rimanere segreta, ma può essere rivelata da funzionari di intelligence in alcune circostanze... In questo caso è stata rivelata, e comunicata alla stampa (!), anche se...

4) Le informazioni raccolte durante il monitoraggio erano secondo Nunes di scarso, o nessun valore di intelligence, ma sono state "ampiamente disseminate nella comunità di intelligence". Si tratta di "molte informazioni sul presidente eletto, il suo transition team, e su cosa stavano facendo".

5) Oltre all'ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, l'identità di altri membri del transition team intercettati è stata rivelata nei rapporti di intelligence.

Le informazioni raccolte da Nunes – pur avendo, per la carica che ricopre, una certa credibilità – andranno comunque confermate, ma tutto questo somiglia terribilmente a quanto denunciato dallo stesso Trump nei suoi tweet e a quanto avevamo ipotizzato un paio di settimane fa.

E se lo saranno, qualcuno dovrà spiegare chi ha richiesto il mandato FISA, nei confronti di quali agenti esteri, e per quali motivi. E soprattutto come è potuto accadere che le informazioni raccolte dalle comunicazioni del team Trump intercettate siano finite alla stampa anziché essere distrutte, se irrilevanti.

La cosa surreale di tutta questa vicenda, se confermata, è che si poteva in realtà desumere dalle decine di articoli pubblicati in questi mesi da NYT, WaPo e BBC, sui "contatti" tra il team Trump e la Russia. Certi "leaks" da loro riportati infatti non possono che essere il frutto di un'attività di sorveglianza. Che nelle "cuffie" delle agenzie federali guidate da Obama le comunicazioni di Trump e dei suoi collaboratori siano finite per caso, "accidentalmente", si può dubitare. Nel senso che con un po' di malizia si può sospettare che le finalità del mandato FISA siano state strumentalizzate per mettere sotto controllo il nuovo presidente e usare le informazioni raccolte per delegittimarlo, com'è poi avvenuto. Ma a questo punto poco importa, perché ammesso che tutto sia avvenuto legalmente e accidentalmente, la diffusione delle informazioni così raccolte prima all'intera comunità di intelligence e da qui alla stampa è sicuramente illegale e presenta tutti i caratteri di una cospirazione politica ai danni dell'amministrazione Trump a cui avrebbero partecipato figure di primo piano del sottogoverno di Obama.

Friday, March 10, 2017

Dal Russia-gate al Watergate di Obama

La storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali per far vincere Trump, con la sua complicità, sta evaporando. Ciò che resta sono le trame di Obama contro il suo successore

Si tratta di un caso tipico di conseguenze non intenzionali. Continuare ad alimentare, a forza di leaks, il sospetto che Trump fosse in combutta con i russi per "hackerare" le elezioni presidenziali, senza poter ancora, dopo mesi, esibire una prova, porta prima o poi a chiedersi chi, perché e come ha raccolto tutte queste informazioni, che possono, appunto, alimentare un sospetto, ma non costituire una prova.

Allora la serie di tweet di Trump di sabato mattina sembra aver avuto l'effetto di un colpo d'avvertimento: attenzione, perché se questa campagna continua, qualcuno si dovrà assumere la responsabilità di un'indagine politicamente scandalosa, che non ha prodotto alcuna prova, e di fughe di notizie illegali. E così, improvvisamente, sono gli stessi media ad aver costruito quella narrazione, corredata di indagini e intercettazioni riferite da fonti di intelligence e governative, a chiedere a Trump "le prove" di qualcosa che viene scritto da settimane nei loro stessi resoconti (a meno che non siano disposti ad ammettere che si sono inventati tutto di sana pianta).

Per mesi, infatti, i grandi media e i Democratici hanno spacciato la storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali. Una vera e propria "fake news", dal momento che il processo di voto è stato perfettamente regolare, nessuno lo ha manomesso. L'azione più rilevante attribuita al governo russo sarebbe stata l'hackeraggio degli account e-mail di alcuni esponenti del Partito democratico alcuni mesi prima del voto. All'interno di questa narrazione, è stata inserita quella secondo cui la campagna Trump era complice della Russia nell'"hackerare" le elezioni. Il tutto con l'evidente obiettivo di delegittimare l'esito del voto dell'8 novembre e bollare Trump come un usurpatore.

A sostegno di questa duplice narrazione, che oggi sta letteralmente evaporando, la presunta complicità di Trump nel presunto complotto della Russia per "truccare" le elezioni, per aiutarlo a vincere, giornali come il New York Times, con articoli come quello del 19 gennaio, hanno riportato dettagli di attività investigative di "counterintelligence" da parte dell'FBI e delle agenzie di intelligence, lasciando intendere che per il solo fatto che se ne siano occupate così intensamente ci dovessero essere serie ragioni per crederci. L'indagine, hanno riportato, è "ampia", include mandati FISA, "comunicazioni intercettate", in rapporti forniti dalla Casa Bianca. Per mesi, hanno suggestionato il loro pubblico con questa teoria cospiratoria.

Se a un certo punto, come osserva Andrew C. McCarthy su National Review, "prove convincenti di una collusione tra la campagna Trump e la Russia per rubare l'elezione non si materializzano, la questione molto più interessante diventa 'come il governo ha ottenuto tutte queste informazioni passate ai media per mettere in piedi questa storia?'. E la risposta più plausibile - osserva McCarthy - è che l'amministrazione Obama, tramite il Dipartimento di giustizia e l'FBI, stava investigando sui collaboratori del candidato alle presidenziali del partito di opposizione, e forse sul candidato stesso, durante la campagna. Come spiegare altrimenti tutti i dettagli di indagine, molti classificati, quindi diffusi illegalmente, passati alla stampa? In breve - conclude McCarthy - i media e i Democratici hanno giocato col fuoco per mesi. L'uso di risorse di sicurezza nazionale e della giustizia per condurre un'indagine sull'avversario politico durante una campagna elettorale è sempre stata una storia potenzialmente esplosiva. E a parti invertite, un'amministrazione repubblicana che avesse investigato su esponenti legati alla campagna di un candidato democratico, ci saremmo trovati nel mezzo di una copertura tipo Watergate 2.0".

Ora che la condotta dell'amministrazione Obama, e dell'ex presidente in persona, è stata chiamata in causa dai tweet del presidente Trump, pur non essendoci ragioni al momento per credere che sia stato personalmente intercettato, gli stessi media sembrano cadere dalle nuvole e battere in ritirata rispetto all'indagine che loro stessi hanno riportato a sostegno della teoria cospiratoria. Ma quale sorveglianza? Quale FISA? Quali intercettazioni? Che prove avete?

Ora che, improvvisamente, sembra quasi si voglia far credere che non ci sia stata alcuna reale indagine su Trump e la sua campagna, è ancora più evidente che non c'è alcuna reale prova di una collusione tra il neo presidente e la Russia, e che l'elezione non è stata "hackerata" dai russi. Si tratta di un'invenzione basata sul fiume di "leaks" arrivati selettivamente alla stampa dalla sorveglianza della campagna prima, e del transition team di Trump poi, da parte dell'amministrazione Obama.

La sinistra ha inventato il termine "fake news" per denunciare la propaganda e la disinformazione usate da Trump e dai populisti in generale, e ora il termine calza alla perfezione agli sforzi dei media di sinistra per delegittimare e demonizzare l'amministrazione Trump. "I media e i repubblicani anti-Trump - osserva Victor Davis Hanson su National Review - hanno denunciato come inappropriate ad un presidente le sconsiderate e puerili buffonate di Trump. Forse, ma possono aver dimenticato l'astuzia e l'istinto animale di Trump: ogni volta che Trump solleva impulsivamente questioni controverse in modo rozzo... il sistema mediatico insegue e conferma l'essenza degli allarmi altrimenti avventati di Trump. Stiamo imparando che Trump è impreciso e maldestro, ma spesso preveggente; i suoi avversari, di solito ponderati e precisi, ma in malafede".

Il paradosso da cui non si scappa è che le agenzie di intelligence e l'FBI dell'amministrazione Obama hanno indagato su Trump, i suoi collaboratori, il transition team, per i legami con la Russia, ricorrendo anche a intercettazioni, per motivi di sicurezza nazionale, senza trovare "evidence" di una collusione, mentre hanno deciso di non incriminare la candidata "amica" Hillary Clinton, pur essendoci prova di un comportamento illecito che ha messo certamente a rischio proprio la sicurezza nazionale, con probabilità altissima di hackeraggio di migliaia di email contenenti anche conversazioni e informazioni classificate, da parte di potenze straniere (Russia inclusa). E nonostante le "no evidence" del complotto Trump-Russia, i giornali hanno perseverato con la loro campagna proprio grazie allo stesso tipo di leaks che qui da noi condanniamo perché illegali (e perché oggi colpiscono Renzi e non più Berlusconi...).

Un altro paradosso riguarda i rapporti con la Russia. Per le sue aperture nei confronti di Mosca, per una normalizzazione dei rapporti, Trump è stato accusato di essere una marionetta di Putin. Bizzarro, dal momento che proprio Hillary Clinton per conto di Obama è andata a Mosca per premere il pulsante di "reset" nei rapporti fra le due potenze. Per non parlare dell'accantonamento dello scudo antimissile in Europa Orientale, del fuori-onda di Obama in cui raccomanda all'allora presidente russo Medvedev di riferire a "Vladimir" che dopo la rielezione del 2012 sarebbe stato ancora più "flessibile". E' lo stesso Obama che in campagna elettorale ridicolizzava gli avversari repubblicani, prima McCain poi Romney, perché consideravano la Russia il principale avversario degli Stati Uniti. Ed è durante gli otto anni di Obama che gli Stati Uniti non hanno praticamente reagito all'annessione della Crimea da parte russa e alla guerra per procura in Ucraina orientale. E ancora, che Mosca sta ottenendo successi militari e geopolitici impensabili in Medio Oriente, dalla Siria alla Libia. Al contrario, Trump ha in programma di incrementare la produzione petrolifera interna, aumentare la spesa militare e rinnovare l'arsenale nucleare, non esattamente dei "favori" alla Russia... Come ha osservato Walter Russell Mead, "se Trump è davvero una marionetta di Putin, la sua politica estera comincerà a somigliare molto più a quella di Obama".

Monday, March 06, 2017

Tutte le impronte di Obama sulla campagna di sabotaggio (e spionaggio?) ai danni dell'amministrazione Trump

Versione ridotta pubblicata su L'Intraprendente

Un caso politico gigantesco le cui prove sono fornite da settimane non dai tweet di Trump, ma dagli stessi grandi media che cavalcano il Russia-gate

Una premessa di contesto è d'obbligo per i lettori italiani: di inaudito e senza precedenti nelle prime settimane di presidenza Trump non sono i tweet del tycoon, o i contatti di alcuni membri del suo team con l'ambasciatore russo a Washington (a cosa dovrebbe servire un ambasciatore accreditato se non a tenere contatti politici in una capitale straniera?), ma gli sforzi del sottogoverno di Obama, e probabilmente dell'ex presidente in persona, per minare il cammino della nuova amministrazione e tentare addirittura di precostituire le basi legali per un eventuale impeachment del neo presidente. L'ultimo caso, che ha coinvolto l'Attorney General appena nominato Jeff Sessions, dimostra che contro l'amministrazione Trump è in corso una pura caccia alle streghe pianificata da uomini del sottogoverno di Obama, di sponda con la stampa amica, con metodi che a parti invertite si sarebbero definiti maccartisti. Che poi, se uno deve organizzarsi con il governo russo per influenzare le elezioni americane, incontrare nel proprio ufficio al Senato l'ambasciatore non è proprio una gran furbata per non essere scoperti...

Ma sono sempre più evidenti le impronte lasciate da Obama nei tentativi di vero e proprio sabotaggio e, forse, anche di spionaggio, ai danni di Trump. Solo sette giorni prima di andarsene, come riportato da Usa Today, l'allora presidente ha modificato la linea di successione al Dipartimento di giustizia in modo che un suo uomo si trovasse a supervisionare l'indagine sui legami Trump-Russia nel caso l'Attorney General Sessions fosse stato costretto a ricusarsi (come poi è avvenuto). E come riportato dal New York Times, solo 14 giorni prima di lasciare, Obama ha esteso i poteri della NSA per consentirle di condividere le "comunicazioni personali intercettate" con altre 16 agenzie federali prima di applicare le restrizioni previste dalla tutela della privacy, in modo che funzionari a lui fedeli ovunque nell'amministrazione potessero più facilmente avere accesso e passare alla stampa amica passaggi attentamente selezionati. Lo stesso NYT ha riportato che negli ultimissimi giorni di presidenza Obama alcuni funzionari della Casa Bianca si sono fatti in quattro per assicurarsi che le informazioni di intelligence sui legami Trump-Russia fossero preservate e diffuse il più possibile tra le agenzie governative, ad uso e consumo di eventuali ulteriori indagini e della stampa.

Ed è sempre il NYT a riportare, il giorno prima dell'insediamento di Trump, che FBI, CIA, NSA e unità crimini finanziari del Dipartimento del Tesoro stavano esaminando "comunicazioni intercettate e transazioni finanziarie nell'ambito di un'ampia indagine sui possibili legami" tra il team Trump e la Russia, pur "non avendo trovato alcuna prova conclusiva di illeciti". E attenzione, aggiungendo: "Un funzionario riferisce che i report dell'intelligence basati su alcune delle comunicazioni intercettate sono stati forniti dalla Casa Bianca". Boom! E' il NYT a scriverlo, non Trump nei suoi tweet. Quindi, o giornali come New York Times, Washington Post e Guardian in queste settimane hanno inventato bufale al solo scopo di infangare l'amministrazione Trump, oppure l'amministrazione Obama ha effettivamente spiato un avversario politico (la campagna Trump, il transition team, alcuni suoi collaboratori, o anche Trump in persona?) durante la campagna presidenziale e la Casa Bianca ne era a conoscenza.

Questa sì, è una condotta senza precedenti. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se nel 2009 l'uscente George W. Bush avesse cercato di mettere i bastoni tra le ruote a Barack Obama. E avrebbe avuto qualche pretesto, visto che con lo stesso metro di giudizio usato oggi nei confronti di Trump, allora Obama avrebbe potuto essere accusato di connivenze con Mosca e Teheran per le sue dichiarate politiche di appeasement. Trump ha cercato fino all'ultimo di non polemizzare con il suo predecessore a cui, nonostante tutti i siluri provenienti da funzionari obamiani, ha sempre riservato parole di apprezzamento. Fino alla serie di tweet di sabato mattina, in cui ha denunciato che l'amministrazione Obama ha fatto mettere sotto controllo i suoi telefoni nel pieno della campagna elettorale, evocando un nuovo maccartisimo e un nuovo Watergate ai suoi danni.

Un'accusa "semplicemente falsa", ha replicato in una nota il portavoce di Obama Kevin Lewis: "Una regola ferrea dell'amministrazione Obama era che nessun funzionario della Casa Bianca interferisse con alcuna indagine indipendente condotta dal Dipartimento di giustizia. Come conseguenza di tale prassi, né il presidente Obama né alcun funzionario della Casa Bianca hanno mai ordinato intercettazioni su alcun cittadino americano". Una smentita che non smentisce la questione centrale. Qui il tema non è se Obama ha "ordinato" le intercettazioni, dal momento che non ne avrebbe avuto il potere, ma se il Dipartimento di giustizia di Obama, nell'ambito di una sua indagine, ha chiesto e ottenuto di poter intercettare Trump e/o membri del suo team nel pieno della campagna presidenziale e se il presidente o qualcuno del suo staff alla Casa Bianca sapeva e approvava. Possibile che un'iniziativa di tale gravità, fondata sul sospetto che un candidato alla presidenza e i suoi collaboratori fossero agenti russi, sia stata presa senza una consultazione tra Dipartimento di giustizia e Casa Bianca?

Anche la smentita dell'ex direttore dell'intelligence nazionale James Clapper si riferisce solo alla lettera dei tweet del presidente Trump. Ma se, per esempio, le comunicazioni di tre suoi stretti collaboratori fossero state intercettate sulla base di un mandato FISA, sia l'accusa di Trump sia le smentite sarebbero "vere" - la prima nella sostanza, le seconde nella forma. Tecnicamente le utenze personali di Trump non sarebbero state messe sotto controllo, tuttavia ore e ore di sue conversazioni con i suoi principali collaboratori nel pieno della campagna, dunque politicamente rilevanti, sarebbero finite "accidentalmente" nella rete delle intercettazioni, quindi nella disponibilità del Dipartimento di giustizia del governo Obama guidato da Loretta Lynch, che a causa di un imprudente incontro con Bill Clinton è stata costretta a ricusarsi dall'inchiesta sull'emailgate che ha coinvolto Hillary durante tutto il 2016. Insomma, chiedendo e ottenendo un tale mandato il Dipartimento di giustizia di Obama avrebbe messo nel conto di intercettare massivamente anche il candidato alle presidenziali Trump (senza che il presidente fosse almeno avvertito?). Non sarebbe emerso nulla di illegale, ma sempre "accidentalmente", guarda caso, solo alcune settimane dopo queste intercettazioni hanno generato una gran quantità di fughe di notizie che stanno alimentando la campagna giornalistica contro il presidente Trump basata sul sospetto che sia una marionetta di Putin.

A questo punto, come è stato fatto per l'emailgate di Hillary Clinton prima del voto, l'FBI dovrebbe chiarire se queste intercettazioni esistono, chi le ha chieste e autorizzate, nei confronti di chi e se, e quando, il presidente Obama o qualcuno nello staff della Casa Bianca ne è venuto a conoscenza. Se l'esistenza di queste intercettazioni venisse confermata, resterebbe comunque improbabile che il presidente Obama abbia agito illegalmente, ma si aprirebbe un caso politico gigantesco. Un'amministrazione uscente che in piena campagna elettorale fa spiare un avversario politico in corsa per la presidenza e il suo team sulla base dell'azzardato sospetto dell'esistenza di un complotto per influenzare le elezioni con l'aiuto di una potenza straniera, la Russia, la cui azione più rilevante sarebbe stata l'hackeraggio delle e-mail del Comitato elettorale democratico. Una connivenza Trump-Mosca su cui tra l'altro mesi di indagine non hanno prodotto lo straccio di una prova (è lo stesso NYT a dover concludere: "No evidence of such cooperation"), se non qualche innocente, e forse inopportuno contatto con l'ambasciatore russo a Washington per instaurare migliori relazioni con la Russia in futuro.

Non è Trump, ma Obama, che prima della sua rielezione nel 2012 ha sussurrato all'orecchio dell'allora presidente russo Medvedev "tell Vladimir (Putin, ndr) that after the election I'll have more flexibility". E se il dimissionario consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, ha avuto colloqui con l'ambasciatore russo Kislyak prima dell'insediamento, durante la campagna per le presidenziali del 2008 Obama ha addirittura spedito un ambasciatore, William G. Miller, a Teheran per discutere con i leader iraniani della sua prossima apertura diplomatica.

Trump non ha rivelato la fonte delle sue accuse o citato prove, ha chiesto alle commissioni intelligence del Congresso di indagare se ci sia stato un abuso dei poteri dell'esecutivo nel 2016, ma vediamo cosa sarebbe potuto accadere secondo la ricostruzione di alcuni siti e le fughe di notizie riportate dagli stessi grandi media che da mesi stanno alimentando la campagna anti-Trump. Prima di giugno 2016 il Dipartimento di giustizia di Obama e l'FBI stavano considerando un'indagine penale nei confronti di collaboratori di Trump, e forse dello stesso Trump, basata sul sospetto di collegamenti illeciti con due banche russe. Anche se nulla di illegale o sospetto sarebbe emerso rispetto alla violazione di norme finanziarie, il Dipartimento di giustizia e l'FBI potrebbero aver deciso di continuare comunque a indagare, e di chiedere il permesso a intercettare, per motivi di sicurezza nazionale, in base al Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) del 1978, che consente al governo, se ottiene l'autorizzazione di una corte ad hoc, di mettere sotto sorveglianza le comunicazioni di quelli che ritiene essere "agenti di una potenza straniera" (un altro Paese o anche un'organizzazione terroristica). Come spiegato da Andrew C. McCarthy su National Review, un'intercettazione tradizionale in ambito penale richiede prove tali da ritenere fondata la commissione di un crimine, mentre in base al FISA solo la prova che l'oggetto dell'intercettazione sia un agente di una potenza straniera. Il procedimento per ottenere un mandato FISA è più complicato, passando per una catena di comando "più remota". In linea teorica, sarebbe più facile "fabbricare" la prova di un crimine per soddisfare il criterio del fondato motivo per una intercettazione tradizionale che la prova di una minaccia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato FISA.

L'amministrazione Obama avrebbe quindi avanzato una prima richiesta, a giugno, di mandato FISA nella quale veniva fatto il nome di Trump, ma sarebbe stata respinta (evento molto raro). A ottobre il governo avrebbe presentato sempre alla corte FISA una nuova, più circoscritta richiesta, senza riferimenti a Trump ma ad alcuni suoi collaboratori, che stavolta sarebbe stata accolta, secondo quanto riportato anche dalla BBC. Se così fosse, il governo Obama avrebbe in modo pretestuoso usato i suoi poteri in materia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato a monitorare le comunicazioni di Trump e dei suoi più stretti collaboratori dall'ultimo mese di campagna elettorale, traendo in qualche modo in inganno la corte FISA. L'esatto corso degli eventi ed eventuali responsabilità dovranno essere appurati da un'indagine, ma sarebbe uno scandalo politico enorme, tipo Watergate, se un'amministrazione uscente avesse cercato, e ottenuto, di mettere sotto sorveglianza per motivi di sicurezza nazionale un candidato alla presidenza del partito avversario (a meno che non fossero emerse prove evidenti che tale candidato fosse effettivamente al servizio di una potenza straniera). E per di più mentre il Dipartimento di giustizia della stessa amministrazione archiviava senza accuse il caso dell'emailgate a carico della candidata "amica" Hillary Clinton, nonostante prove significative di una condotta illecita che ha posto una seria minaccia proprio alla sicurezza nazionale.

Thursday, February 16, 2017

Chi ha ucciso il soldato Flynn

Pubblicato su L'Intraprendente

A Washington un gruppo di burocrati della sicurezza nazionale e di ex funzionari dell'amministrazione Obama sta passando alla stampa informazioni altamente sensibili per danneggiare il governo eletto. Non è una buona notizia per gli uomini liberi...

Tutto nasce dalla condotta senza precedenti dell'ex presidente Obama, che a pochissimi giorni dalla sua uscita dalla Casa Bianca e nell'indifferenza dei media plaudenti, piazza una serie di mine diplomatiche pronte a esplodere sul cammino della nuova amministrazione. E' tentando di disinnescare una di queste mine che il soldato Mike Flynn ha messo un piede in fallo ed è saltato in aria.

Con la scusa dell'hackeraggio del Comitato elettorale democratico durante la campagna elettorale, ad opera di hacker russi i cui collegamenti con il governo di Mosca somigliano tuttora a speculazioni, l'FBI e le agenzie di intelligence ancora controllate dal presidente Obama hanno cominciato ad indagare e a intercettare gli uomini della squadra di Trump a caccia delle prove di una presunta cospirazione per truccare le elezioni a suo vantaggio. Paranoia, o più probabilmente un'"arma di distrazione" dalle responsabilità, di Hillary Clinton e dello stesso Obama, nella bruciante sconfitta elettorale. Ma un'indagine ci poteva anche stare. Ancora oggi il New York Times, apprendendo dalle solite fonti di intelligence di "contatti" tra collaboratori di Trump e membri dell'intelligence russa, è costretto a riferire anche che in tutte le indagini non è emersa finora "alcuna prova di cooperazione" tra la campagna Trump e la Russia per influenzare le elezioni. Stop, dunque? No. Non trovando alcuna prova della combutta, si sono tenuti le trascrizioni per passarle selettivamente, e illegalmente, alla stampa ogni qual volta fosse possibile danneggiare l'amministrazione Trump, far fuori i suoi uomini e alimentare comunque il sospetto che la Russia lo abbia aiutato a "rubare" l'elezione alla Clinton.

Ed è quanto accaduto al consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn.

L'espulsione di 35 diplomatici russi decisa da Obama solo una ventina di giorni prima di lasciare la Casa Bianca, come ritorsione per l'hackeraggio del Comitato elettorale democratico, apre l'ennesimo fronte di tensione con Mosca che nei colloqui telefonici con l'ambasciatore russo a Washington Kislyak il prossimo consigliere per la sicurezza nazionale tenta - con successo, pare - di raffreddare. La sua colpa infatti sarebbe di aver convinto Putin a non reagire, coprendo così di ridicolo le misure di Obama. Cos'altro avrebbe dovuto fare? Lasciare che la frustrazione del presidente uscente minasse i tentativi della nuova amministrazione di migliorare i rapporti con Mosca? Ed è credibile che nessun esponente di nessuna amministrazione entrante abbia mai parlato con funzionari stranieri prima dell'insediamento, prefigurando la politica del nuovo corso? Flynn non ha commesso nulla di illegale. Le stesse fonti citate dai giornaloni Usa ammettono che sarebbe arduo intentare una causa contro Flynn, dal momento che in oltre due secoli nessuno è stato perseguito per la violazione del "Logan Act", la legge che vieta ai normali cittadini di interferire nei rapporti diplomatici.

Avrebbe discusso delle sanzioni, ma i termini in cui ne avrebbe discusso con l'ambasciatore russo sono ancora oscuri.
Flynn potrebbe essersi limitato a far notare a Kislyak che l'amministrazione Trump si sarebbe insediata di lì a poche settimane e avrebbe riesaminato la politica nei confronti della Russia, sanzioni comprese. Il che non sarebbe nulla di illegale né improprio, e spiegherebbe perché, essendo un'affermazione così ovvia, non abbia ritenuto di parlarne al vicepresidente. Ma la sola presenza del termine "sanzioni" nella trascrizione della telefonata avrebbe fornito il pretesto per la fuga di notizie ai suoi danni.

Cosa sta succedendo quindi a Washington? Che "un gruppo di burocrati della sicurezza nazionale e di ex funzionari del governo Obama - riassume Eli Lake su Bloomberg News - sta selettivamente passando alla stampa informazioni altamente sensibili per danneggiare il governo eletto". E "divulgare selettivamente dettagli di conversazioni private intercettate da FBI o NSA dà il potere di distruggere reputazioni sotto la copertura dell'anonimato. E' ciò che fanno gli stati di polizia". Ma evidentemente uno stato di polizia sembra a molti perfettamente accettabile, se serve ad abbattere Trump.

Se si trattava di un caso di intelligence, osserva sul NYPost John Podhoretz (tutt'altro che un fan di Trump, tanto meno di Flynn), "la fuga di notizie ha rivelato qualcosa ai russi che non dovremmo voler rivelare - ovvero che li stavamo ascoltando e in modo efficace". Se invece si trattava di un'indagine dell'FBI, allora "un principio cardine dell'applicazione della legge - che le prove acquisite nel corso di un'indagine devono essere tenute segrete per tutelare i diritti dei cittadini sotto indagine - è stato passato al tritatutto". E, aggiunge Podhoretz, se queste fughe di notizie non sono motivate da questioni di principio, ma dall'intenzione dei funzionari di queste agenzie di "far fuori un potenziale avversario", si tratterebbe di "un enorme abuso di potere".

Dunque, a prescindere dalla sua imprudenza, Flynn è stato vittima di un vero e proprio assassinio politico orchestrato da anonimi burocrati della comunità di intelligence. Il che dovrebbe far tremare chiunque abbia a cuore le sorti della democrazia americana. Che un'amministrazione sia oggetto di dossieraggio e fughe di notizie da parte delle sue stesse agenzie di intelligence è inquietante. Anche perché, per mero calcolo politico, non si esita a gettare benzina sul fuoco sui già difficili rapporti tra Stati Uniti (e loro alleati) e Russia.

"L'idea - osserva ancora Eli Lake - che funzionari Usa a cui sono affidati i nostri segreti più sensibili li rivelerebbero selettivamente pur di danneggiare la Casa Bianca dovrebbe allarmare tutti coloro che sono preoccupati per uno strisciante autoritarismo. Immaginate se intercettazioni di una chiamata tra il consigliere per la sicurezza nazionale entrante di Obama e il ministro degli affari esteri iraniano fossero trapelate alla stampa prima che avessero inizio i negoziati sul nucleare... Le grida di indignazione sarebbero assordanti".

Flynn ha pagato probabilmente anche le sue dure critiche alla comunità di intelligence, di cui sostiene una profonda riforma di sistema. Alla guida della Defense Intelligence Agency di Obama, rimosso perché sosteneva che non si combattesse abbastanza il terrorismo islamico, ha prodotto un rapporto che avvertiva come il caos in Siria avrebbe favorito la nascita dell'Isis, e denunciato incompetenze e fallimenti dell'intelligence. Elementi più che sufficienti per un movente... Probabile anche che più di qualcuno a Washington temesse le sue posizioni intransigenti sull'Iran e la sua totale contrarietà all'accordo con Teheran sul nucleare (che nasconde ancora non pochi lati oscuri...).

Con la sua uscita viene a mancare una delle poche figure con una visione strategica chiara. Viene scambiata per vicinanza, o addirittura complicità con Mosca l'ipotesi, tutta da verificare, dei russi come preziosi alleati nella guerra contro quelle che ritiene essere le principali minacce agli Stati Uniti e all'Occidente: il radicalismo islamico e l'Iran. Ma per Flynn, e lo ha scritto nero su bianco, la Russia di Putin resta un avversario strategico, che vede nell'Occidente, nella Nato e negli Stati Uniti bersagli da colpire o comunque da indebolire.

Wednesday, November 20, 2013

Una non difesa del ministro Cancellieri

Anche su Notapolitica

Mai e poi mai associarsi alle campagne giustizialiste di Repubblica e il Fatto quotidiano. Dunque non chiedo, né auspico le dimissioni del ministro Cancellieri per le sue "inopportune" telefonate con la famiglia Ligresti e per il suo intervento "umanitario" a favore di Giulia. Tra l'altro, il caso sembra confezionato appositamente per offrire a tutti i candidati alla segreteria del Pd, Renzi in primis, l'occasione di conseguire il diploma di moralità pubblica rilasciato dalle varie gazzette delle procure e indispensabile, pare, per essere legittimati a guidare la sinistra italiana. E non se la sono lasciata sfuggire: è una gara a chi si mostra più intransigente nel chiedere le dimissioni del ministro, a prescindere dal danno che si rischia di provocare ad un governo pur sempre a guida Pd, e dallo sgarbo al presidente Napolitano. Pare che se non offrano sacrifici umani al dio del giustizialismo ogni volta se ne presenti l'occasione, sotto lo sguardo accigliato dei sacerdoti e della sacerdotesse di Repubblica e Fatto quotidiano, i vecchi e nuovi leader del Pd si sentano come smarriti, senz'anima. Così si sono ridotti: non hanno un giornale di riferimento, è il Pd ad essere il partito di riferimento di Repubblica.

Detto questo, avendo ben presenti le ragioni che ci tengono a distanza di sicurezza da qualsiasi richiesta di dimissioni, dovremmo però avere ben presenti anche le ragioni per le quali reputare la Cancellieri un cattivo ministro. Né più né meno dei suoi colleghi politici di professione. L'ennesima prova, cioè, che il "caso Italia", quell'intricato insieme di tutte le anomalie italiane, chiama in causa non solo la classe politica ma anche quella dei cosiddetti "servitori dello Stato".

Il comportamento del ministro Cancellieri nel preoccuparsi della detenuta Giulia Ligresti, ma anche di un centinaio di casi di comuni cittadini che avrebbe personalmente segnalato al Dap, è emblematico di una realtà non da Stato di diritto. Avrà anche dimostrato grande umanità con i suoi interventi, non lo mettiamo in dubbio, ma ha soprattutto mostrato come in Italia l'unico rapporto possibile con il potere, con l'Autorità, sia da sudditi e non da cittadini, attraverso canali informali più che formali. E' un caso di scuola di come in Italia si possa sperare di veder riconosciuti i propri diritti costituzionali solo come privilegi, per "grazia ricevuta" dal potente di turno. In ogni ambito, dalla giustizia al fisco, passando per tutti gli uffici della pubblica amministrazione, niente ci è dovuto, ma tutto può esserci concesso in ragione della grazia o dell'amicizia del sovrano.

Per quanto a fin di bene non dovremmo accontentarci di una segnalazione privata, o di una nota a margine quasi casuale, confidando nella sua generosità e nella buona sorte. Da un ministro dovremmo pretendere interventi pubblici, alla luce del sole, e soprattutto erga omnes, cioè che valgano per tutti. Se i diritti dei detenuti sono calpestati, se molti di loro non dovrebbero nemmeno starci in carcere in ragione delle loro precarie condizioni di salute, o per l'insussistenza dei presupposti di legge per la carcerazione preventiva, allora, oltre a telefonare e "segnalare", il ministro Cancellieri avrebbe dovuto mandare i suoi ispettori a verificare il corretto operato di procure e magistrati di sorveglianza, interpellare il Csm e le altre istituzioni di garanzia della Repubbblica, coinvolgere il Parlamento. Ha mai posto politicamente e pubblicamente tali questioni, o ha piuttosto cercato di limitare i danni muovendosi "all'italiana"?

Non una parola ci risulta pervenuta dal ministro e dai suoi autorevoli difensori d'ufficio, non un atto politico degno di nota, nemmeno di denuncia dell'abuso della custodia cautelare e delle intercettazioni, e contro certe campagne giustizialiste, quando ad esserne colpiti sono stati ministri e leader di diversa estrazione politica e culturale. Ecco perché ci appare davvero poco difendibile il comportamento del ministro, e insopportabile il doppio standard in cui si esercitano molti di coloro che la difendono.

UPDATE ore 12:20
Su un punto la difesa del ministro Cancellieri, oggi in aula alla Camera, non regge. Se nel caso di Giulia Ligresti, e negli altri 100 casi che dichiara di aver "segnalato" per motivi umanitari, non c'è stato alcun "favoritismo", se quindi Giulia e altre 100 persone erano detenute "ingiustamente" rispetto alle loro condizioni, allora avrebbe dovuto chiamare in causa i magistrati responsabili e porre la questione pubblicamente. Invece oggi si difende rivendicando come un merito proprio il non avere "mai delegittimato l'operato dei magistrati". Già, il punto è che avrebbe dovuto farlo. Se Giulia era detenuta ingiustamente, allora qualche magistrato ha sbagliato. Un "favoritismo" dunque c'è stato: o nei confronti di Giulia o nei confronti di quel magistrato.

Wednesday, May 15, 2013

Tre Watergate per Obama

Anche su Rightnation.it

Tre scandali ciascuno dei quali, preso singolarmente, somiglia terribilmente ad un Watergate per il presidente Obama. A differenza di Nixon, manca (ancora) la "pistola fumante" che lo collega personalmente ai misfatti della sua amministrazione, ma politicamente ne è comunque responsabile: il "cover up" (l'insabbiamento) dell'attentato al consolato americano di Bengasi; la condotta persecutoria dell'Irs (l'agenzia delle entrate Usa) nei confronti dei suoi avversari politici; lo spionaggio ai danni dell'agenzia di stampa Ap. Ma le polemiche infuocate che oltreoceano si stanno abbattendo su Obama in Italia vengono relegate nelle ultime pagine dei giornali, o in fondo alle homepage dei siti internet, e solo accennate nei notiziari tv e radio, mentre si è letto di tutto, e viene discusso ogni singolo aspetto, della decisione di Angelina Jolie di farsi asportare i seni per "prevenire" il tumore. L'effetto è quello di una gigantesca operazione di distrazione di massa, che non sarebbe riuscita così bene se fosse stata orchestrata, mentre è solo il frutto del conformismo dei mainstream media.

SPIONAGGIO AP - Per due mesi (aprile-maggio 2012) il Dipartimento di Giustizia ha tenuto sotto controllo 20 utenze telefoniche dell'Associated Press, intercettando a loro insaputa le conversazioni di un centinaio di giornalisti, a caccia della talpa che dall'interno dell'amministrazione passava informazioni riservate all'agenzia di stampa. Un'azione così prolungata e invasiva, per altro non autorizzata dal procuratore generale in persona, Eric Holder, come da regolamento, ma dal suo vice Jim Cole, è senza precedenti. Che funzionari del governo abbiano messo sotto controllo un centinaio fra reporter, caporedattori e direzione, in pratica l'intera redazione centrale della maggiore agenzia di stampa Usa, ha il sapore del Watergate.

Se Hunt e Liddy erano i cosiddetti "plumbers" del presidente Nixon, un team ristretto incaricato di dare la caccia alle talpe interne all'amministrazione, Obama ha usato a questo scopo il Dipartimento di Giustizia, deputato a questo tipo di indagini. Peccato però che abbia fatto ricorso a metodi sporchi, a rischio di incostituzionalità, tanto da suscitare la vibrante indignazione anche del leggendario reporter del caso Watergate Carl Bernstein: «E' vergognoso, pericoloso, non ci sono scuse». Un «evento nucleare», l'ha definito Bernstein, secondo cui il vero scopo dell'indagine era intimidire chi parla con i giornalisti. Ed è irrilevante che la Casa Bianca non ne fosse al corrente, dal momento che scovare e punire le talpe è una politica centrale della presidenza Obama: ne ha perseguite penalmente già sei, più di tutti i predecessori messi insieme. Stavolta anche la stampa amica del presidente, dal Washington Post al New York Times, non ha potuto far altro che esprimere forti preoccupazioni e biasimare i metodi dell'amministrazione, che rischia di trovarsi in violazione del I emendamento (che tutela la libertà di stampa) e del IV (che garantisce i cittadini contro indebite violazioni della sfera personale). Niente di lontanamente paragonabile al caso dell'agente Valerie Plame per cui fu messo in croce Bush.

CASO IRS - E sa di Watergate anche il caso dell'Irs, l'agenzia delle entrate Usa, che ha preso intenzionalmente di mira, trattandole come sospetti evasori, associazioni di destra, del movimento anti-tasse o che proclamano di voler difendere la Costituzione, ossia i più acerrimi nemici dell'amministrazione Obama, per la sola presenza di parole come "tea party" o "patriot" nel loro nome. Le loro pratiche per l'esenzione dal pagamento delle tasse hanno subito un deliberato ostruzionismo da parte dell'Irs (ritardi e controlli non necessari). Per oltre 18 mesi dal 2010, afferma un rapporto del Dipartimento del Tesoro citato dalla Cnn, l'Irs ha sviluppato e applicato una politica scorretta per determinare se i richiedenti fossero o meno coinvolti in attività politiche.

Condotta «inappropriata», ha ammesso il portavoce della Casa Bianca Jay Carney. «No, usare per il piatto principale la forchetta per l'insalata è inappropriato. Usare l'Irs per scopi politici è un reato», ha osservato l'editorialista del WaPost George Will, che parla di «echi di Watergate». Ecco quanto si legge, infatti, tra gli articoli per l'impeachment contro Nixon, adottati nel 1974 dalla Commissione giudiziaria della Camera. «He (Nixon, ndr) has, acting personally and through his subordinates and agents, endeavored to... cause, in violation of the constitutional rights of citizens, income tax audits or other income tax investigations to be initiated or conducted in a discriminatory manner».

BUGIE SU BENGASI - Amministrazione Obama sotto accusa anche per la gestione dell'attentato al consolato di Bengasi dell'11 settembre scorso. Dalle audizioni del Congresso sta emergendo che non solo c'è stata una vera e propria operazione di insabbiamento della natura dell'attacco e della ricostruzione degli eventi, ma che si poteva fare molto di più per salvare la vita dell'ambasciatore e delle altre tre vittime americane. La testimonianza dell'ex vice ambasciatore Gregory Hicks, secondo cui le forze speciali americane sarebbero potute intervenire ma avrebbero ricevuto l'ordine di non muoversi, contraddice quanto detto in precedenza dall'amministrazione, e in particolare dall'ex segretario di Stato Hillary Clinton. La matrice terrorista dell'attacco al consolato, inoltre, fu chiara fin dai primi momenti e a Washington ne erano perfettamente al corrente, ma giorni dopo ancora si sosteneva la versione delle proteste per un video amatoriale su Maometto.

Le e-mail scambiate durante e dopo la crisi fra Dipartimento di Stato, Cia, direttore dell'intelligente e Casa Bianca, e consegnate al Congresso, avvalorano la tesi di Hicks. L'ufficio sicurezza del Dipartimento comprese subito, ad assalto in corso, che si trattava di jihadisti. Il primo rapporto della Cia parlava di «estremisti di Al Qaeda», alcuni «legati ad Ansar al Sharia», ma queste frasi vennero fatte sparire nelle versioni successive su richiesta di una portavoce del segretario di Stato Clinton. Nell'ultima, al posto di «attacco» si parla di «violente dimostrazioni», e ogni riferimento ad Al Qaeda è sostituito da un generico «estremisti». Non solo, dunque, un insabbiamento mediatico nei giorni immediatamente successivi all'attacco e - ricordiamo - vicinissimi al voto per le presidenziali, ma anche un insabbiamento, dinanzi al Congresso, degli errori commessi dall'amministrazione.

Nessun altro presidente americano, probabilmente, ha beneficiato come Obama di una narrazione, e di conseguenza di una copertura mediatica, così positiva. Si può dire che sia addirittura diventato presidente grazie a quella narrazione così carica di passione e speranza. Ora però pesantissimi dubbi si stanno addensando sui metodi con cui Obama e la sua amministrazione "curano" la narrazione degli eventi e si occupano degli avversari politici: manipolazione, intimidazione e violazione dei diritti costituzionali.

Thursday, August 30, 2012

La peste delle intercettazioni e le colpe del Colle

A questo punto tanto vale pubblicarle, tutte, maledette e subito. Anzi, le stampi direttamente la procura di Palermo le intercettazioni che riguardano il Capo dello stato. Di abuso in abuso, siamo giunti al culmine di questo vero e proprio bubbone che infetta le istituzioni e la politica. E accanto a pezzi di magistratura che agiscono come "servizi deviati", cioè deviando e sconfinando dai limiti che la Costituzione assegna al proprio ufficio per giocare un ruolo politico, si aggiunge una casta giornalistica che trasuda ipocrisia da tutti i pori (o quasi).

Oltre al danno dell'abuso, la beffa: è evidente, infatti, che queste intercettazioni girano, sono di dominio pubblico nelle redazioni dei più "autorevoli" quotidiani, nei cosiddetti ambienti "bene informati". Le conversazioni del presidente non dovevano essere ascoltate. E se ascoltate casualmente, non dovevano essere conservate, ma immediatamente distrutte. Questo sarà la Consulta a stabilirlo. Appurato che esistono, il latte è versato, ma è ancora peggio che da mesi se ne parli, che ci vengano costruite sopra campagne di stampa e difese d'ufficio, e che un centinaio di privilegiati – i quali evidentemente ne conoscono il contenuto – ne facciano l'uso che fa loro comodo, mentre gli italiani sono costretti a brancolare tra i sospetti incrociati. Anche nel dubbio che siano state acquisite, conservate e diffuse illegalmente, ci sarebbe qualcosa di nobile per un giornale nel pubblicarle integralmente, per mettere al corrente i suoi lettori e tutta l'opinione pubblica. Ma evocarle strumentalmente, usare ciò che si conosce non per informare, bensì per alimentare allusioni, sospetti, veleni, non si addice alla professione giornalistica. E' sciacallaggio sulla pelle delle istituzioni e alle spalle degli italiani.
(...)
Ha avuto ragione il presidente Napolitano ad investire del problema la Consulta, ma il suo intervento è tardivo rispetto alla gravità delle anomalie e limitato alla difesa delle prerogative della sua carica, mentre in questi anni altre istituzioni – Parlamento e governo – avrebbero meritato maggiore tutela dagli attacchi, spesso impropri e con mezzi illegittimi, da parte di alcune procure. Si può rimproverare a Napolitano di aver deliberatamente contribuito ad affossare un disegno di legge sulle intercettazioni e di non aver intrapreso – pur essendo al vertice dell'ordinamento giudiziario, come presidente del Csm – iniziative ben più incisive per vigilare sulla corretta applicazione della legge e sul corretto svolgimento delle loro funzioni da parte di alcuni settori della magistratura. Insomma, è spiacevole la sensazione che Napolitano si sia svegliato solo quando si è trovato lui stesso coinvolto nel circolo mediatico-giudiziario.

E ancor più grave sarebbe scoprire che confidava agli amici, in privato, di essere consapevole del ruolo indebitamente politico svolto da alcune procure e pm, senza però fare nulla, nell'ambito dei suoi poteri naturalmente, per porre fine a tali anomalie. È arrivato il momento per il presidente Napolitano di fare il presidente del Csm e di dar seguito con atti pubblici, formali, alle convinzioni espresse in privato.

La condizione di "ricatto" in cui si trova, d'altra parte, è nei fatti. Non una "ricattabilità" in senso stretto, ovviamente, ma certo l'esistenza stessa delle intercettazioni, e il fatto ormai appurato che in decine, se non in centinaia, ne conoscono seppure sommariamente il contenuto, espongono l'istituzione al rischio destabilizzazione e obiettivamente tolgono al presidente margini di manovra e serenità, dunque piena libertà, nell'esercizio delle sue funzioni. Si potrebbe pensare, per esempio, che non agisca – per quanto è nei suoi poteri – nei confronti delle anomalie che egli stesso vede nell'operato di parte della magistratura, per timore di subire altri attacchi. Va tenuto presente, comunque, che il problema delle intercettazioni non è solo legislativo, ma soprattutto disciplinare e di politica giudiziaria. Può essere in vigore la migliore legge, ma se non c'è alcun contrappeso istituzionale all'arbitrio dei magistrati nell'interpretarla a loro comodo, non servirà a nulla.
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Tuesday, July 31, 2012

Un'altra vittima di un sistema impazzito

Piange lacrime di coccodrillo oggi chi ha contribuito ad affossare il tema delle intercettazioni

Depositato alla Consulta il ricorso del capo dello Stato per conflitto di attribuzioni sollevato contro la Procura di Palermo, in merito all'uso delle intercettazioni di conversazioni telefoniche del presidente Napolitano nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, e celebrati i funerali di un leale servitore dello Stato, il consigliere del Quirinale Loris D'Ambrosio, stroncato da un infarto giovedì scorso, appare sempre più diffusa la convinzione, anche ai vertici delle istituzioni e nell'opinione di chi "fa opinione", che la giustizia italiana sia ormai un sistema impazzito, al di fuori di qualsiasi controllo. Una realtà, se non riconosciuta, quanto meno oggi percepita più di quanto si fosse disposti ad ammettere quando al governo c'era Berlusconi. Il ricorso alle intercettazioni e la facilità con cui finiscono sui giornali, diventando armi improprie di lotta politica, l'uso distorto della carcerazione preventiva, il protagonismo mediatico di alcuni magistrati, sono solo alcune delle più evidenti anomalie.

Non qualche provocatore o agitatore liberale, ma il presidente della Repubblica, nel comunicato in cui ha reso nota la scomparsa del suo braccio destro, e il ministro della giustizia, in occasione dell'estremo saluto, hanno esplicitamente messo in relazione la morte di D'Ambrosio, l'improvviso cedimento del suo cuore, con i sospetti gettati su di lui dalle intercettazioni disposte dai pm palermitani, finite in qualche modo sui giornali, e con l'aggressiva campagna mediatica che ne è seguita. Insomma, l'atroce dubbio che il cuore di D'Ambrosio non abbia retto a causa di accuse infamanti originate dall'uso improprio del potere giudiziario e del "quarto potere" è più che fondato, e coltivato presso le più alte cariche dello Stato.
(...)
Ad essere stritolato dal meccanismo mediatico-giudiziario questa volta non è il politico di dubbia reputazione, dalle frequentazioni ambigue, magari legato alla cerchia berlusconiana, o il cosiddetto "faccendiere". Tutt'altro: un leale funzionario e un magistrato dal limpido impegno antimafia... «Un uomo che ha sempre salvaguardato l'autonomia e l'indipendenza della magistratura», lo ricorda la pm di Milano Ilda Boccassini.

Insomma, il "sistema" non ha avuto pietà nemmeno di uno dei suoi difensori. Possiamo immaginare, infatti, quale ruolo decisivo abbia avuto D'Ambrosio, insieme agli altri consiglieri giuridici del Colle, Marra e Sechi, nel bloccare o far emendare riforme e leggi in tema di giustizia sgradite alla magistratura, in ossequio al totem dell'autonomia e dell'indipendenza, e a salvaguardia di quello stesso regime delle intercettazioni che si sarebbe così accanito contro di lui. Che beffa! Proprio il presidente Napolitano, che oggi scopre la barbarie del circuito mediatico-giudiziario che si innesca, ha contribuito in misura determinante, nell'estate del 2010, ad affossare l'ultimo tentativo di riformare le intercettazioni.

Mostrando inequivocabilmente di condividere i «punti critici» mossi alla legge uscita dal Senato, e anticipando che senza «modifiche adeguate» non l'avrebbe promulgata, si avvalse allora di una sorta di veto preventivo, quando la Costituzione attribuisce al capo dello Stato il potere di rinviare le leggi alle Camere, ma solo una volta approvate. Può darsi che quella legge non fosse perfetta, che rispondesse a interessi di parte, ma se il tema a cui oggi si imputa la morte di D'Ambrosio – quello dell'uso disinvolto delle intercettazioni e della loro divulgazione come arma di lotta politica – è scomparso dall'agenda parlamentare, ciò si deve in parte anche al Quirinale, nonché probabilmente all'operato di consigliere della vittima stessa, per la quale oggi si versano lacrime di coccodrillo.

Più volte il presidente Napolitano, nei suoi interventi in tema di giustizia, ha stigmatizzato eccessive esposizioni mediatiche ed atteggiamenti protagonistici dei magistrati, richiamandoli ad un'immagine di imparzialità in ogni momento, anche al di fuori delle loro funzioni e nell'esercizio del diritto di critica pubblica. E raccomandato un ricorso alle intercettazioni solo nei casi di «assoluta indispensabilità» e nel rispetto della riservatezza dell'indagato o, ancor più, di soggetti estranei al giudizio. Ma nei fatti, in qualità di presidente del Csm, è stato latitante come i suoi predecessori. L'organo di autogoverno della magistratura non sanziona adeguatamente i comportamenti che il suo presidente a parole denuncia. Anzi, i magistrati che più indulgono in questi comportamenti "deviati" vengono premiati e onorati, dalla categoria e dai media.
(...)
Non c'è troppo da illudersi che il triste caso D'Ambrosio spinga davvero a intervenire sulla materia, lasciando da parte ogni tatticismo politico. Ma più che una nuova legge sulle intercettazioni – che comunque servirebbe, soprattutto per ridurne il numero ed evitare che escano dalle procure – occorrerebbe una riforma complessiva dell'ordinamento giudiziario...
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Wednesday, July 18, 2012

Una Repubblica fondata sulle intercettazioni e sul cinismo

La legge sembra dare ragione al presidente e torto ai magistrati di Palermo. (...) Tuttavia, uno scivoloso margine di ambiguità rende non del tutto privo di insidie, per il presidente, il ricorso alla Consulta. Le intercettazioni che lo riguardano sono casuali e non penalmente rilevanti, quindi il dissidio è procedurale: i pm avrebbero dovuto chiederne immediatamente la distruzione al gup, come sostiene il Quirinale, oppure la loro irrilevanza dev'essere comunque valutata dalle parti in udienza (il che rappresenterebbe già una forma di utilizzo), e solo dopo, eventualmente, dev'esserne deliberata dal gup la distruzione? L'appiglio, evidentemente, è al diritto della difesa di venire a conoscenza di materiale che potrebbe essere utile a scagionare l'imputato.

Ma la questione è soprattutto politica: l'uso anche questa volta strumentale delle intercettazioni "indirette". Dalle dichiarazioni dei pm palermitani, e dagli articoli del Fatto Quotidiano, si ha la sensazione che restino nel cassetto, quindi potenzialmente agli atti, per tenere sulle spine il presidente, per alimentare una campagna di stampa volta a delegittimarlo, introducendo nell'opinione pubblica il sospetto che il Quirinale abbia in qualche modo esercitato pressioni sui magistrati impegnati nell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia.

Strumentale però è anche la levata di scudi da parte dei grandi giornali (Corriere e la Repubblica). Per il presidente Napolitano vale il principio per cui è inaccettabile l'impoverimento delle prerogative dell'istituzione, mentre quando lo stesso uso delle intercettazioni "indirette" ha colpito i parlamentari, fino al capo del governo non solo è apparso accettabile l'attacco alle prerogative dell’istituzione – il Parlamento – ma quegli stessi giornali se ne sono cinicamente resi strumento e megafono. Allora c'era da abbattere Berlusconi e la sua maggioranza; oggi non sfugge che le intercettazioni nei cassetti dei pm di Palermo rischiano di indebolire il presidente Napolitano, e con lui l'operazione politica che ha portato Monti a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un Monti-bis.

Più volte sono state platealmente violate anche le prerogative dei parlamentari con l'escamotage delle intercettazioni "indirette", per aggirare l'obbligo di richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza (art. 68 Cost.), ma il Parlamento non è stato difeso (nemmeno dal presidente Napolitano oggi così solerte), né si è saputo difendere, quanto avrebbe dovuto.

Eppure, in due diverse sentenze della Consulta (2007 e 2010), rimaste di fatto inascoltate, si affronta proprio il tema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell’autorità giudiziaria, quando «attraverso la sottoposizione ad intercettazione di utenze telefoniche o luoghi appartenenti formalmente a terzi – ma che possono presumersi frequentati dal parlamentare – si intendano captare, in realtà, le comunicazioni di quest'ultimo». Se le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché – come è capitato – si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». Insomma, le leggi e le sentenze parlano chiaro. Il problema è che vengono aggirate dai magistrati e il sistema giudiziario non è in grado di sanzionare debitamente gli abusi.

E' in gioco la questione se la nostra debba essere una Repubblica fondata sulle intercettazioni e sul sospetto. "Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere" dai metodi di indagine anche i più invasivi è il ricatto che ogni dittatura pone a giustificazione del suo regime poliziesco. Ed è l'argomento che sentiamo ripetere a difesa dell'uso delle intercettazioni.
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Monday, July 16, 2012

Intercettazioni, si sveglia Napolitano

Che la Procura di Palermo abbia finalmente trovato l'osso duro su cui spaccarsi i denti? Può darsi. L'iniziativa del presidente Napolitano, che ha deciso di sollevare presso la Corte costituzionale un conflitto tra poteri dello Stato riguardo alcune intercettazioni telefoniche che lo riguardano appare del tutto giustificata: «Le intercettazioni di conversazioni cui partecipa il presidente della Repubblica, ancorché indirette od occasionali, sono da considerarsi assolutamente vietate e non possono quindi essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione».

Quella che si prevede in Costituzione per il capo dello Stato (art. 90) è un'immunità quasi totale: «Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri». L'unico giudice del presidente è quindi il Parlamento, e solo «per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». E in effetti dall'art. 7 della legge di attuazione costituzionale 5 giugno 1989, n. 219, che disciplina le intercettazioni in caso di impeachment, sembrerebbe emergere una pressoché totale non intercettabilità, se non per reati "presidenziali" e nelle modalità previste.

Purtroppo però Napolitano non ha inteso difendere con la dovuta forza un'altra sua "prerogativa" ormai in disuso, quella di presidente del Csm, esercitando la quale potrebbe raddrizzare la pianta storta della magistratura, non limitandosi solo a conservare intatta la sua immunità.

Con la scusa delle intercettazioni «indirette», infatti, i magistrati hanno più volte violato anche le prerogative dei parlamentari. Sul tema l'art. 68 si esprime addirittura in modo esplicito, ma si è giocato sul carattere "indiretto", cioè su utenze telefoniche non appartenenti al parlamentare, e "occasionale" dell'intercettazione, per aggirare l'obbligo di richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza. E il Parlamento non è stato difeso, né si è difeso, quanto avrebbe dovuto.

Innanzitutto, la legge impone - per tutti - che le intercettazioni non penalmente rilevanti vengano distrutte, e non passate ai giornali. Inoltre, oggetto della garanzia costituzionale non sono semplicemente le utenze, ma le «comunicazioni» del parlamentare, su qualsiasi utenza o "media" vengano intercettate.

Il problema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell'autorità giudiziaria è stato già affrontato in due diverse sentenze (2007 e 2010) della Corte costituzionale, rimaste di fatto inascoltate. In breve, delle due l'una: o si scopre che le comunicazioni sono penalmente rilevanti, e allora l'intercettazione da quel momento non è più indiretta ma diventa "mirata", quindi va chiesta l'autorizzazione; oppure è irrilevante, quindi va distrutta senza poterne fare alcun uso. Se poi le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». In tutti i casi non va passata ai giornali.

Wednesday, September 28, 2011

Blog, rettifica non è censura

Anche su notapolitica.it e taccuinopolitico.it

Da titolare di un blog politico da quasi dieci anni, praticamente dall'alba della "generazione blogger", questa rivolta dell'immaginario "popolo del web", questo gridare alla censura per quella norma del ddl intercettazioni all'esame della Camera che obbligherebbe i siti internet, blog compresi, alla rettifica, non mi convince affatto. Alle mie orecchie suona come il tipico riflesso conformista internettiano. "Bavaglio", "ammazza-blog", attentato alla "libbbertà della Rete" (doverosamente con la maiuscola). Siccome gli assoluti mi insospettiscono, ci ho ragionato un po' su. Premetto che qui non s'intende difendere l'emendamento in questione, che può, e quindi deve, essere migliorato per corrispondere in modo equo alle diverse situazioni e responsabilità in campo, bensì il principio. Coloro che respingono in linea di principio l'idea che persino un blog debba garantire il diritto alla rettifica non conoscono la rete, non hanno ben compreso le sue enormi potenzialità – anche se in suo nome e in ragione di esse pretendono di alzare la voce – oppure le hanno comprese ma fanno i furbi.

L'obbligo di rettifica non può valere anche per i siti internet, si obietta, perché «esiste una differenza abissale tra un blog, magari gestito da un ragazzo, un giornale e una televisione». «Differenza abissale»? Ma come? Non cerchiamo quotidianamente, noi blogger, di dimostrare che la grande rivoluzione di internet è proprio quella di aver annullato, almeno potenzialmente, questa differenza? Non crediamo più a questa rivoluzione? Grazie a internet anche l'autore più anonimo può essere letto potenzialmente da milioni di persone in tutto il pianeta; twitter può essere più potente di un'agenzia di stampa; il blog più inutile e sconosciuto può diventare in un paio d'ore una star mediatica, un imprescindibile "opinion leader", passando da una decina di lettori a decine di migliaia di contatti. E' già capitato, capita ogni giorno, è storia. E allora, se queste sono le enormi potenzialità di internet, un luogo virtuale dove un piccolo blogger può davvero competere con i mainstream media, fino a condizionare il dibattito pubblico, perché negare che ad esse corrispondano delle responsabilità? Così facendo non rischiamo forse di negare noi stessi le potenzialità della rete?

Non si può, a mio avviso, pretendere di sfruttare tali potenzialità senza riconoscere le responsabilità che implicano. E una delle responsabilità, quando si trasmette, si comunica qualcosa ad un'agorà mediatica potenzialmente illimitata, è legata al rispetto degli altri. Sostenere che solo le testate regolarmente registrate dovrebbero rispondere di ciò che scrivono e dicono, che siti e blog non dovrebbero essere soggetti a tale responsabilità solo perché compilati a livello amatoriale, perché non fanno parte della corporazione dei giornalisti, significa piegarsi ad una logica, corporativa appunto, che contraddice tutto ciò che internet rappresenta nel mondo di oggi. E sorprende che persino alcuni blogger liberali siano scivolati su questo terreno. Preferite forse l'obbligo di registrazione presso i tribunali, con tanto di ordini, contratti e sindacati? All'obbligo di rettifica dovrebbe attenersi chiunque comunichi ad un pubblico vasto, a prescindere dal media utilizzato e dalla sua inquadratura professionale.

La differenza tra un blogger – magari ragazzino – e un giornalista, una redazione, o un editore, è «abissale» nelle modalità operative (forse), non nelle responsabilità legate all'atto comunicativo. Nel momento in cui apro un blog e comincio a scrivere non sto scambiando quattro chiacchiere in salotto o al bar con i miei amici, sto esercitando la mia legittima fetta di "quarto potere", indipendentemente dall'ordine professionale cui sono iscritto. Ed è un potere che va esercitato responsabilmente, perché ha a che fare con le vite delle persone. Di più. Se le sorti professionali e imprenditoriali di giornalisti ed editori di professione dipendono dalla loro autorevolezza, quindi hanno – in teoria – tutto l'interesse a non divulgare notizie false, un blogger amatoriale può infischiarsene, causare lo stesso danno ma per lui a costo zero.

Per numero di contatti un sito internet può ormai competere con le tirature di un quotidiano. Una diffamazione via web si diffonde in modo molto più virale rispetto agli altri media, non è stampata sull'edizione di un solo giorno, né scorre via nel flusso radiotelevisivo, ma ad ogni ricerca su Google riaffiora, come un marchio potenzialmente indelebile. L'esempio ce l'abbiamo sotto gli occhi: il blog che la settimana scorsa ha pubblicato un'arbitraria lista di politici omofobi epppure omosessuali. Ebbene, l'insulto sta ovviamente nell'essere indicati come omofobi, non come omosessuali, ma perché ai diretti interessati non dovrebbe essere riconosciuto il diritto ad una rettifica, visto che del loro orientamento sessuale si parla?

La rete non è un mondo totalmente avulso dalla realtà. Internet è uno strumento di libertà, di informazione dal basso, ma è un luogo – chiunque lo frequenti lo sa benissimo – che pullula di diffamatori di professione, di odiatori seriali e persino di istigatori alla violenza, che spesso approfittano dell'anonimato. Non stiamo parlando di censure preventive, registrazioni, iscrizioni ad albi, ma di una semplice rettifica. Ed è chiaro che la rettifica non si riferisce ad un'opinione espressa, quindi non introduce una sorta di obbligo a dare spazio sul proprio sito al o ai punti di vista che si vogliono criticare, ma ad una notizia riportata o ad un giudizio su una persona. E' vero che il singolo blogger probabilmente non ha risorse e competenze giuridiche tali da potersi opporre a richieste di rettifica infondate, avanzate solo come forma di intimidazione, ma è pur vero che minore è il seguito del blog, minori saranno le probabilità di subire pressioni. E' vero che esistono già strumenti per punire eventuali illeciti – come la querela – ma richiedono la via giudiziaria e tempi lunghi, quando molto spesso chi si sente diffamato o danneggiato ha solo interesse a poter replicare sullo stesso media in tempi brevi. Tra l'altro, gli attuali strumenti di tutela sono già utilizzati nei confronti dei blog come forme di intimidazione, e ben più pesanti di un'ammenda di 12 mila euro. E' già capitato ad alcuni di vedersi recapitare minacce di denunce, alcune delle quali hanno addirittura avuto un seguito in tribunale (si veda il caso Morini-Moncalvo, conclusosi con l'assoluzione del blogger). Certo, ai siti amatoriali si potrebbero applicare norme meno stringenti. Ragionevoli in proposito le modifiche suggerite dal deputato Pdl Roberto Cassinelli, per esempio allungare i termini entro cui la rettifica dev'essere pubblicata e ridurre le sanzioni.

Tuesday, September 27, 2011

Almeno su questo non ci piove: era una trappola

Col senno di poi, avevano o no ragione i legali del premier nel ritenere una «trappola» la richiesta, da parte dei magistrati di Napoli, di ascoltarlo in veste di «persona informata dei fatti», quindi di testimone? Sì, avevano visto giusto. I pm volevano interrogarlo da testimone, quindi in assenza dei suoi avvocati, ma già avevano in mente di indagarlo. Appena dichiarata dal gip la non competenza della procura partenopea sul caso, e una volta chiaro che Berlusconi non si sarebbe presentato spontaneamente, i pm napoletani che solo un minuto prima parlavano di Berlusconi come «parte lesa» nella loro inchiesta hanno gettato la maschera preannunciando di volerlo indagare: se non c'è stata estorsione, come lui stesso afferma, allora la "ex vittima" deve aver indotto Tarantini, imputato a Bari, a rendere false dichiarazioni.

La decisione del tribunale del riesame di Napoli di scarcerare i coniugi Tarantini, facendo cadere l'accusa di estorsione nei loro confronti, accoglie supinamente questa tesi ma sposta la competenza a Bari. A questo punto, almeno su questo non ci piove: era una «trappola». Il comportamento dei pm napoletani è stato quanto meno scorretto dal punto di vista della deontologia professionale: hanno tentato di interrogare una persona senza i suoi avvocati con l'inganno, facendole credere che non la volessero indagare mentre era vero il contrario, tendendole di fatto una «trappola».

Adesso rischiano di essere ben tre le procure a litigarsi un'inchiesta nella quale in pochi giorni il premier è passato da presunta vittima a potenziale indagato: Napoli, Bari e Roma, la quale ha ricevuto le carte dal gip di Napoli solo la scorsa settimana. E il colmo sarebbe se si finisse per tenere in piedi entrambe le accuse, per far contente un po' tutte le procure (o per continuare a tenere sotto pressione i Tarantini?): che si indaghi cioè sia per estorsione, sia per l'induzione alla falsa testimonianza. Ma essendo ormai chiaro che anche in questa inchiesta il premier ci è entrato da indagato, perché questo era l'obiettivo ultimo dell'autorità giudiziaria com'è emerso dai passi degli ultimi giorni, ancora di più appaiono come illegali e non utilizzabili tutte le intercettazioni "indirette" che lo riguardano.

Monday, September 19, 2011

Perché quelle intercettazioni sono illegali

Anche su notapolitica.it e taccuinopolitico.it

Come ho già scritto nei precedenti post, la credibilità politica di Berlusconi presso i suoi stessi elettori è in caduta libera, soprattutto per le due manovre che contraddicono 17 anni di promesse e impegni, e la stessa ragion d'essere della sua discesa in campo. E la sua condotta, anche privata, può e deve essere giudicata politicamente, dagli elettori. Tuttavia, che si tratti di un'inchiesta giornalistica o di un atto di indagine giudiziaria, i metodi (prevalentemente intercettazioni telefoniche) con i quali questa condotta viene resa nota all'opinione pubblica devono essere legali. Leggi e sentenze della Corte costituzionale alla mano, c'è il sospetto più che fondato che, invece, non lo siano. Sotto un duplice profilo.

La rilevanza penale di molte delle telefonate che leggiamo sui giornali è più che dubbia. La legge impone che quelle non penalmente rilevanti vengano distrutte. Sta alla discrezione del gip decidere se le intercettazioni incluse agli atti dalla pubblica accusa abbiano o meno rilevanza penale, ma stentiamo davvero a rintracciarla, nei confronti del premier o di altri indagati, in telefonate come quella tra Berlusconi e Belen, o come quella da cui si apprende che i due non hanno fatto sesso perché lei era fidanzata con Borriello, all'epoca calciatore del Milan. Per fare solo due esempi.

Ancor meno appare lecito l'utilizzo delle intercettazioni che riguardano il premier da parte della procura di Milano per il caso Ruby, e nelle inchieste delle procure di Napoli e Bari, dove Berlusconi non è neppure indagato. Trattandosi di intercettazioni "indirette", cioè di utenze telefoniche non appartenenti al presidente del Consiglio, i pm non ritengono che occorresse l'autorizzazione della Camera prima di eseguirle ed utilizzarle.

La legge n. 140 del 2003, di attuazione dell'art. 68 della Costituzione, individua due tipologie di autorizzazione all'ascolto delle conversazioni di un parlamentare: una in via preventiva, quando occorre eseguire un'intercettazione diretta nei confronti di un parlamentare; e una in via successiva, per poter utilizzare intercettazioni eseguite nei confronti di terzi e in cui solo "casualmente" (o "indirettamente") siano state intercettate le conversazioni anche di un parlamentare. Nella sentenza n. 390 del 2007 la Corte costituzionale fornisce però un'interpretazione restrittiva delle intercettazioni "indirette". I giudici della Consulta osservano che l'autorizzazione prevista dall'art. 68 Cost. è solo preventiva, non un controllo parlamentare a posteriori, ma non affermano che l'autorizzazione successiva sia incostituzionale.

In quella sentenza la Corte stabilisce che non è necessaria l'autorizzazione del Parlamento se le intercettazioni in questione devono essere utilizzate solo nei confronti di terzi; se invece devono essere utilizzate nei confronti sia di terzi che del parlamentare intercettato, allora l'autorizzazione è necessaria, ma l'eventuale diniego da parte della Camera di appartenenza non comporta l'inutilizzo della documentazione nei confronti di terzi. E' in questo spiraglio che si inseriscono i pm delle procure di Milano, Napoli e Bari.

Tuttavia, già nella sentenza del 2007 la Corte si pone eccome, in termini molto concreti e superando ogni formalismo, il problema della «surrettizia elusione», da parte dell'autorità giudiziaria, della «garanzia dell'autorizzazione preventiva». Osserva la Corte:
«Elusione che si realizzerebbe allorché, attraverso la sottoposizione ad intercettazione di utenze telefoniche o luoghi appartenenti formalmente a terzi – ma che possono presumersi frequentati dal parlamentare – si intendano captare, in realtà, le comunicazioni di quest'ultimo. Al riguardo, va infatti osservato che la norma costituzionale vieta di sottoporre ad intercettazione, senza autorizzazione, non le utenze del parlamentare, ma le sue comunicazioni: quello che conta – ai fini dell'operatività del regime dell'autorizzazione preventiva stabilito dall'art. 68, terzo comma, Cost. – non è la titolarità o la disponibilità dell'utenza captata, ma la direzione dell'atto d'indagine. Se quest'ultimo è volto, in concreto, ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi... Dall'ambito della garanzia prevista dall'art. 68, terzo comma, Cost. non esulano, dunque, le intercettazioni "indirette", intese come captazioni delle conversazioni del membro del Parlamento effettuate ponendo sotto controllo le utenze dei suoi interlocutori abituali; ma, più propriamente, le intercettazioni "casuali" o "fortuite", rispetto alle quali – proprio per il carattere imprevisto dell'interlocuzione del parlamentare – l'autorità giudiziaria non potrebbe, neanche volendo, munirsi preventivamente del placet della Camera di appartenenza... La disciplina dell'autorizzazione preventiva, dettata dall'art. 4, deve ritenersi destinata, cioè, a trovare applicazione tutte le volte in cui il parlamentare sia individuato in anticipo quale destinatario dell'attività di captazione, ancorché questa abbia luogo monitorando utenze di diversi soggetti».
La Corte sembra riconoscere, nella sostanza, un pericolo di «elusione surrettizia» della garanzia costituzionale, nel caso di intercettazioni che solo formalmente si presentano come "indirette". Il fatto stesso che siano sotto controllo un gran numero di utenze appartenenti a persone "vicine" al parlamentare esclude la "casualità", che non richiederebbe autorizzazioni a procedere, e prefigura anzi l'intenzione di tendere una vera e propria rete nella quale farlo cadere. Nella sentenza n. 113 del 2010, la Corte, basandosi sulla decisione n. 390 del 2007, precisa i termini della possibile «elusione»:
«Ove, nel corso dell'attività di intercettazione emergano, non soltanto rapporti di interlocuzione abituale tra il soggetto intercettato e il parlamentare, ma anche indizi di reità nei confronti di quest'ultimo, non si può trascurare l'eventualità che intervenga, nell'autorità giudiziaria, un mutamento di obbiettivi: nel senso che – in ragione anche dell'obbligo di perseguire gli autori dei reati – le ulteriori intercettazioni potrebbero risultare finalizzate, nelle strategie investigative dell'organo inquirente, a captare non più (soltanto) le comunicazioni del terzo titolare dell'utenza, ma (anche) quelle del suo interlocutore parlamentare, per accertarne le responsabilità penali. Quando ciò accadesse, ogni "casualità" verrebbe evidentemente meno: le successive captazioni delle comunicazioni del membro del Parlamento, lungi dal restare fortuite, diventerebbero "mirate" (e, con ciò, "indirette"), esigendo quindi l'autorizzazione preventiva della Camera, ai sensi dell'art. 4».
Certo, il concetto di «interlocutore abituale» non è univoco, ma nel caso Ruby è di un'evidenza clamorosa che tutte le utenze intercettate - da Emilio Fede a Lele Mora, dalla Minetti a tutte le ragazze invitate alle feste di Arcore - e persino le celle telefoniche monitorate, ricadano in quella fattispecie. E per di più Berlusconi risulta anche indagato, ragione per cui cade del tutto qualsiasi elemento di casualità e accidentalità dell'intercettazione del parlamentare. Non importa che le procure di Napoli e Bari abbiano fatto, e facciano, di tutto per non inserire anche Berlusconi nel registro degli indagati, così da non dover chiedere l'autorizzazione del Parlamento per usare le loro intercettazioni. Che Tarantini e Lavitola siano anch'essi «interlocutori abituali» del premier, e che dalle telefonate affiorino sia pure flebili indizi di reità nei suoi confronti, è innegabile, icto oculi, emerge dalle intercettazioni stesse, e dunque per usarle ci vuole eccome l'autorizzazione del Parlamento.

Nel decidere, dunque, se l'autorizzazione delle Camere è necessaria o meno nei casi di intercettazioni "indirette", ciò che importa è il loro carattere imprevisto e del tutto occasionale. Alla terza o quarta volta che il parlamentare è intercettato in conversazione con il titolare dell'utenza, e ancor più nel caso in cui sia anch'egli indagato, o che emergano indizi di reato a suo carico, i due caratteri vengono meno e torna l'esigenza di autorizzazione da parte della Camera di competenza. Ciò che emerge è che sembra non interessare neanche più a certe procure mettere sotto inchiesta Berlusconi, il che richiederebbe di chiedere l'autorizzazione del Parlamento per l'utilizzo delle intercettazioni che lo riguardano, ma solo poter divulgare le sue conversazioni più scabrose. E per far questo è sufficiente mettere sotto controllo le utenze delle persone a lui vicine.

Thursday, September 15, 2011

Un circo grottesco e pericoloso

Anche su notapolitica.it e taccuinopolitico.it

La credibilità di Berlusconi presso i suoi elettori è in caduta libera, soprattutto per le due manovre che contraddicono 17 anni di promesse e impegni, la stessa ragion d'essere della sua discesa in campo. Ma ciò non può farci chiudere gli occhi su un circuito mediatico-giudiziario che ha ormai oltrepassato qualsiasi soglia di decenza, persino il senso del ridicolo, ma quel che è più grave ha calpestato i più elementari principi di uno stato di diritto, nell'indifferenza degli organi di controllo e di garanzia, dal Quirinale al Csm.

C'è solo l'imbarazzo della scelta, a partire dall'ultimo scoop firmato Espresso: quel «vi scagionerò tutti» con il quale il premier rassicura Lavitola al telefono. I giornali nei loro titoli la riportano come fosse la prova regina, mentre in realtà proprio quella intercettazione fa crollare l'ipotesi accusatoria nei confronti dei Tarantini e dell'editore dell'Avanti. Basta leggerla: quella dell'estorsione è un'accusa che la presunta vittima ritiene ridicola e chi meglio della presunta vittima (se ci trovassimo in un Paese normale) può «scagionare» gli imputati? Certo, si può ipotizzare che i due sapessero, o immaginassero, di essere intercettati, e quindi abbiano preparato un copione perfetto per smentire le tesi dell'accusa, ma delle due l'una: o il dialogo è sincero, e allora il senso non può essere travisato: non c'è stata alcuna estorsione; oppure Berlusconi è complice dell'estorsione ai suoi danni, quindi imputabile di favoreggiamento.

Oltre al danno, la beffa: stavolta infatti Berlusconi è la presunta vittima, eppure anche questa inchiesta, guarda un po', sembra orchestrata apposta per danneggiare la sua immagine più che per tutelarlo da chissà cosa e da chissà chi. I pm ammettono che forse la loro procura non è territorialmente competente, ma vogliono interrogarlo lo stesso. Però come testimone, persona informata dei fatti, quindi non potrà nemmeno esercitare i diritti che si riconoscono agli imputati - come la presenza del proprio avvocato. Che la trappola sia pronta a scattare è ipotesi tutt'altro che infondata. In alcune ore di interrogatorio, sottoposti a decine di domande, non è poi così difficile ritrovarsi accusati di falsa testimonianza rispetto a qualsiasi cosa i pm ritengano di avere in mano.

Fa sempre una certa impressione, inoltre, un sistema giudiziario in cui di fronte alla richiesta di archiviazione da parte della pubblica accusa è il gip, cioè un giudice, che improvvisamente sveste i panni dell'arbitro e veste quelli di pubblico accusatore. Nel caso dell'intercettazione della famigerata frase di Fassino «abbiamo una banca» è molto probabile che ci sia stata una violazione del segreto d'indagine. Ma non può non scatenare sospetti e illazioni il fatto che proprio Berlusconi venga ora rinviato a giudizio solo per aver ascoltato una sola intercettazione riguardante un suo avversario politico, nonostante non risulti dalle indagini che ne abbia in qualche modo istigato o favorito la rivelazione, o che abbia dato indicazioni perché fosse utilizzata a suo vantaggio.

Mentre nessuno si azzarda nemmeno a ipotizzare illeciti per le decine e centinaia di file che lo massacrano da anni, intercettazioni quasi mai lecite e quasi sempre pubblicate in modo illegale. Nonostante i giornali siano ogni settimana pieni zeppi di sue conversazioni telefoniche, non un solo pm indaga su una violazione di segreto ai suoi danni, o sul perché le intercettazioni che riguardano il premier non vengano immediatamente distrutte, come impone la legge vigente, in quanto parlamentare (per utilizzarle ci vuole l'autorizzazione della Camera di appartenenza). Così come ci sono intere redazioni di giornali in servizio permanente effettivo come buca delle lettere delle procure, eppure l'unico giornalista indagato è il direttore di Libero Belpietro. E dove sono finiti tutti quelli che invocavano la libertà di stampa contro la legge sulle intercettazioni fatta naufragare la scorsa estate?

Va detto che ormai i magistrati hanno elevato a sistema il trucco con il quale aggirano le restrizioni di legge sulla pubblicazione delle intercettazioni, facilitando la vita ai giornalisti compiacenti: basta farle avere alla difesa, o inserire le intercettazioni sputtananti, anche se non penalmente rilevanti, nelle richieste al gip, che poi le copia-incolla nelle sue ordinanze, e click... da quel momento sono pubbliche. Il gioco è fatto. Di fronte a tali trucchi non c'è legge presente o futura che possa tenere, l'unico rimedio sarebbe l'azione disciplinare del Csm, che ovviamente però si gira dall'altra parte.

Le nuove inchieste che coinvolgono Berlusconi hanno questo in comune: da Ruby a Lavitola-Tarantini, non ci sono vittime, non ci sono danneggiati. L'amara realtà è che non ci troviamo più di fronte semplicemente ad un abuso delle intercettazioni telefoniche. E' sempre più evidente che le inchieste più improbabili vengono avviate unicamente allo scopo di dare in pasto ai media le intercettazioni più sputtananti per il premier, persino quando non indagato, e pazienza se nel tritacarne finiscono persone del tutto estranee. Solo per l'inchiesta "escort" di Bari sono state effettuate centomila intercettazioni. C'è davvero da chiedersi cosa sarebbe delle mafie in Italia se la magistratura impiegasse contro di esse le stesse risorse.

La condotta di Berlusconi, anche privata (se resa nota all'opinione pubblica con mezzi leciti), può e dev'essere giudicata politicamente, dagli elettori, ma queste storie non hanno davvero nulla di cui la magistratura debba occuparsi. La sensazione è che se ne occupi solo perché dispone dei mezzi di sputtanamento, di character assassination, che i nemici politici del premier non hanno: intercettare ad libitum.