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Tuesday, July 31, 2012

Un'altra vittima di un sistema impazzito

Piange lacrime di coccodrillo oggi chi ha contribuito ad affossare il tema delle intercettazioni

Depositato alla Consulta il ricorso del capo dello Stato per conflitto di attribuzioni sollevato contro la Procura di Palermo, in merito all'uso delle intercettazioni di conversazioni telefoniche del presidente Napolitano nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, e celebrati i funerali di un leale servitore dello Stato, il consigliere del Quirinale Loris D'Ambrosio, stroncato da un infarto giovedì scorso, appare sempre più diffusa la convinzione, anche ai vertici delle istituzioni e nell'opinione di chi "fa opinione", che la giustizia italiana sia ormai un sistema impazzito, al di fuori di qualsiasi controllo. Una realtà, se non riconosciuta, quanto meno oggi percepita più di quanto si fosse disposti ad ammettere quando al governo c'era Berlusconi. Il ricorso alle intercettazioni e la facilità con cui finiscono sui giornali, diventando armi improprie di lotta politica, l'uso distorto della carcerazione preventiva, il protagonismo mediatico di alcuni magistrati, sono solo alcune delle più evidenti anomalie.

Non qualche provocatore o agitatore liberale, ma il presidente della Repubblica, nel comunicato in cui ha reso nota la scomparsa del suo braccio destro, e il ministro della giustizia, in occasione dell'estremo saluto, hanno esplicitamente messo in relazione la morte di D'Ambrosio, l'improvviso cedimento del suo cuore, con i sospetti gettati su di lui dalle intercettazioni disposte dai pm palermitani, finite in qualche modo sui giornali, e con l'aggressiva campagna mediatica che ne è seguita. Insomma, l'atroce dubbio che il cuore di D'Ambrosio non abbia retto a causa di accuse infamanti originate dall'uso improprio del potere giudiziario e del "quarto potere" è più che fondato, e coltivato presso le più alte cariche dello Stato.
(...)
Ad essere stritolato dal meccanismo mediatico-giudiziario questa volta non è il politico di dubbia reputazione, dalle frequentazioni ambigue, magari legato alla cerchia berlusconiana, o il cosiddetto "faccendiere". Tutt'altro: un leale funzionario e un magistrato dal limpido impegno antimafia... «Un uomo che ha sempre salvaguardato l'autonomia e l'indipendenza della magistratura», lo ricorda la pm di Milano Ilda Boccassini.

Insomma, il "sistema" non ha avuto pietà nemmeno di uno dei suoi difensori. Possiamo immaginare, infatti, quale ruolo decisivo abbia avuto D'Ambrosio, insieme agli altri consiglieri giuridici del Colle, Marra e Sechi, nel bloccare o far emendare riforme e leggi in tema di giustizia sgradite alla magistratura, in ossequio al totem dell'autonomia e dell'indipendenza, e a salvaguardia di quello stesso regime delle intercettazioni che si sarebbe così accanito contro di lui. Che beffa! Proprio il presidente Napolitano, che oggi scopre la barbarie del circuito mediatico-giudiziario che si innesca, ha contribuito in misura determinante, nell'estate del 2010, ad affossare l'ultimo tentativo di riformare le intercettazioni.

Mostrando inequivocabilmente di condividere i «punti critici» mossi alla legge uscita dal Senato, e anticipando che senza «modifiche adeguate» non l'avrebbe promulgata, si avvalse allora di una sorta di veto preventivo, quando la Costituzione attribuisce al capo dello Stato il potere di rinviare le leggi alle Camere, ma solo una volta approvate. Può darsi che quella legge non fosse perfetta, che rispondesse a interessi di parte, ma se il tema a cui oggi si imputa la morte di D'Ambrosio – quello dell'uso disinvolto delle intercettazioni e della loro divulgazione come arma di lotta politica – è scomparso dall'agenda parlamentare, ciò si deve in parte anche al Quirinale, nonché probabilmente all'operato di consigliere della vittima stessa, per la quale oggi si versano lacrime di coccodrillo.

Più volte il presidente Napolitano, nei suoi interventi in tema di giustizia, ha stigmatizzato eccessive esposizioni mediatiche ed atteggiamenti protagonistici dei magistrati, richiamandoli ad un'immagine di imparzialità in ogni momento, anche al di fuori delle loro funzioni e nell'esercizio del diritto di critica pubblica. E raccomandato un ricorso alle intercettazioni solo nei casi di «assoluta indispensabilità» e nel rispetto della riservatezza dell'indagato o, ancor più, di soggetti estranei al giudizio. Ma nei fatti, in qualità di presidente del Csm, è stato latitante come i suoi predecessori. L'organo di autogoverno della magistratura non sanziona adeguatamente i comportamenti che il suo presidente a parole denuncia. Anzi, i magistrati che più indulgono in questi comportamenti "deviati" vengono premiati e onorati, dalla categoria e dai media.
(...)
Non c'è troppo da illudersi che il triste caso D'Ambrosio spinga davvero a intervenire sulla materia, lasciando da parte ogni tatticismo politico. Ma più che una nuova legge sulle intercettazioni – che comunque servirebbe, soprattutto per ridurne il numero ed evitare che escano dalle procure – occorrerebbe una riforma complessiva dell'ordinamento giudiziario...
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Sunday, September 30, 2007

La retorica cattolica ci lavora ai fianchi

«Il capitalismo non va considerato come l'unico modello valido di organizzazione economica»

Abbiamo già commentato le univoche, a nostro avviso, parole di Benedetto XVI sul capitalismo, ma probabilmente Emanuele Severino si spiega meglio.
Il capitalismo è un agire complesso che però, in ogni sua intrapresa, ha come scopo il profitto, non l'amore del prossimo. Da tempo la Chiesa, pur riconoscendo che «il profitto è naturalmente legittimo», lo condanna quando e in quanto esso voglia essere lo scopo della organizzazione economica. Il profitto è «legittimo» se si mantiene «nella giusta misura»: non come scopo di tale organizzazione ma come mezzo con cui questa realizza lo scopo legittimo, ossia il «bene comune». Un mezzo per realizzare la carità cristiana, l'amore del prossimo.
Ma «giusta misura» e «bene comune» sono quei concetti ragionevoli con i quali la retorica cattolica mina alla base qualsiasi attività umana che non voglia essere subordinata alla sua dottrina. Il capitalismo realizza e diffonde il benessere nelle società umane proprio perché lo scopo di tale organizzazione economica non è il «bene comune», ma il profitto indidividuale.
Prescrivendo al capitalismo di avere come scopo il «bene comune» cristianamente inteso, la Chiesa gli prescrive di assumere uno scopo diverso da quello che costituisce l`essenza stessa del capitalismo, ossia di diventare qualcosa di diverso da ciò che esso è... Se il capitalismo nella «giusta misura» assume come scopo non più il profitto ma il «bene comune», allora il capitalismo, dice il pontefice, «è necessario allo sviluppo economico» ma è anche diventato un diverso «modello di organizzazione», che, chiosiamo, del capitalismo e del profitto conserva soltanto il nome.
Prescrivendo al capitalismo di avere come scopo il «bene comune», la Chiesa gli prescrive di non essere più capitalismo. E infatti, il Papa aggiunge che «il capitalismo non va considerato come l'unico modello valido di organizzazione economica». A quale altro capitalismo «valido» si riferisce Papa Ratzinger, si chiede quindi Severino, quando afferma che «il capitalismo non va considerato come l'unico modello valido»?

Ma Benedetto XVI, e la Chiesa cattolica, ragionano in questo modo su tutto: è legittimo ciò che si subordina volentieri alla verità rivelata, e per di più a quella versione specifica tramandata dal cattolicesimo.
Anche riguardo alla democrazia il pontefice potrebbe infatti dire che la libertà «è naturalmente legittima nella giusta misura» ed «è necessaria allo sviluppo» politico (dove però la giusta misura è data da una libertà non separata dalla verità cristianamente intesa). Sì che l'unico modello valido di organizzazione politica è la democrazia che non assume come scopo la libertà senza la verità cristiana ma quella il cui scopo è l'unione di libertà e di tale verità (dove il profitto non avente come scopo il «bene comune» sta alla libertà senza verità, così come il profitto avente quello scopo sta alla libertà unita alla verità).
Dunque, fate attenzione, quando sentite il Papa o le autorità ecclesiastiche parlare di «giusta misura» e «bene comune». Sembrano ragionevoli, ma sotto c'è la sòla. Il tentativo non tanto di abolire il liberalismo o il capitalismo, ma di sottometterli alla propria autorità morale. Che in effetti è operazione ancor più subdola (e comoda) del contestarne direttamente ed esplicitamente la validità.