Pubblicato su The Fielder
Il capo dell'Isis al-Baghdadi starà provando un pizzico di invidia per il presidente turco Erdogan, che sta riuscendo, lui sì, a metter su un vero Califfato, dentro la Nato e con un piede nell'Ue. Una battuta, ma non troppo... Considerando la rapidità con cui Erdogan, appena scampato al golpe, ha dato il via all'epurazione di massa cui assistiamo da giorni, è probabile che avesse pronte da tempo le liste di nomi da epurare e che i golpisti abbiano agito mossi dalla fretta e dalla disperazione, giocando il tutto per tutto nel tentativo di anticipare una purga comunque imminente.
A giochi fatti, e a denti stretti, il presidente Obama e i leader europei hanno espresso il loro sostegno al governo "democraticamente eletto", nonostante la deriva autoritaria e islamista nella Turchia di Erdogan fosse ormai chiara da anni. Si sono trincerati dietro un mero formalismo (dal momento che la democrazia non si esaurisce certo nel voto popolare), ma è stata la loro stessa incauta realpolitik a costringerli a tenersi buono (per l'accordo sui migranti e la guerra all'Isis) un partner imbarazzante e inaffidabile. La Turchia è altro, e guarda altrove, rispetto al Paese che nel dicembre 1999 il Consiglio europeo accettò come candidato all'adesione. La Turchia laica, kemalista, quasi democratica è morta e sepolta in poco più di dieci anni e proprio sotto lo sguardo benevolo dell'Europa.
Molti non se ne sono ancora accorti, o fingono di non accorgersene. La tesi continua a essere che in fondo è colpa nostra. Perché non abbiamo aperto le porte alla Turchia quando avremmo dovuto, li abbiamo "respinti", abbiamo fatto "i difficili" sui numerosi capitoli dei negoziati. Sarebbe quindi venuto meno un importante incentivo per proseguire sulla strada della democrazia e dello stato di diritto e ora rischiamo che la Turchia, delusa, rivolga altrove la propria attenzione geopolitica, alla Russia o all'Iran.
Dobbiamo smetterla con questa visione eurocentrica per cui "gli altri", Putin e adesso Erdogan, agiscono solo in reazione alla frustrazione delle loro presunte aspettative su di noi, e non secondo loro ambizioni geopolitiche. Giuste o sbagliate, agiscono indipendentemente da cosa fa e dice l'Europa.
E' questo purtroppo uno dei frutti avvelenati dell'ideologia europeista. La convinzione che l'Unione europea fosse un progetto inevitabilmente destinato a magnifiche sorti e progressive ha alimentato, a cavallo degli anni 2000, un vero e proprio delirio di onnipotenza. C'è stato, in effetti, un momento in cui il progetto europeo emanava un "soft power" tale da attrarre e indurre miglioramenti nei Paesi candidati all'adesione o all'associazione. Ma quel periodo, in cui l'Ue sembrava potesse trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse, è ampiamente alle nostre spalle. Se rientrava nella "mission" europea l'adesione dei Paesi dell'Europa orientale appena liberatisi dal giogo sovietico, per una vera riunificazione del continente, fu un clamoroso abbaglio pensare che si potesse includere anche la Turchia, sulla base dei suoi stretti legami con l'Occidente e la natura laica delle sue istituzioni.
L'ancoraggio di Ankara all'Occidente, attraverso la sua appartenenza alla Nato, si deve principalmente alle circostanze della Guerra Fredda e alla modernizzazione kemalista. Ma crollata l'Unione sovietica, venuti meno i vincoli della Guerra Fredda, era logico aspettarsi che rivolgesse altrove la sua attenzione geopolitica, non appena avesse avuto forza e consapevolezza. E in nemmeno due decenni anche la laicizzazione forzata di Ataturk si è sciolta come neve al sole, rivelandosi effimera e superficiale rispetto alla più profonda identità religiosa e culturale islamica del Paese, che ha attraversato il kemalismo come un fiume carsico per poi riemergere prepotentemente.
Dopo il crollo sovietico, come ha spiegato il prof. Alessandro Grossato, orientalista della Facoltà teologica del Triveneto, in un saggio apparso nel 2010 sulla "Rivista di Politica", l'Islam ha ripreso a manifestarsi e a diffondersi dai Balcani alla Turchia, dal Caucaso all'Asia centrale, fino alla comunità uigura nello Xinjang cinese, grazie all'opera di confraternite sufi come la Naqshbandiyya. Molto attiva in Turchia dai tempi di Ataturk, questa confraternita, praticando l'arte della dissimulazione, in arabo taqîya, ovvero tenere nascosta la propria identità islamica, ha giocato un ruolo centrale nella sopravvivenza dell'islam turco, ponendo le basi per la sua rinascita anche politica quando le circostanze lo hanno permesso. Attraverso movimenti culturali e fondazioni caritatevoli, la Naqshbandiyya ha coltivato la futura base elettorale di quelle che saranno, di lì a qualche decennio, le prime formazioni politiche dichiaratamente islamiche, nonché la classe dirigente, riuscendo persino a infiltrare, grazie alla perfetta applicazione dell'arte della dissimulazione, alcuni dei propri affiliati ai vertici dello Stato (come il due volte primo ministro ed ex presidente Turgut Özal).
Nel 1995, Necmettin Erbakan, conduce per la prima volta alla vittoria, in regolari elezioni, un partito dichiaratamente islamico, il "Partito del Benessere". Ma dimenticando le regole della taqîya Erbakan manifesta fin da subito le sue intenzioni di liquidare il kemalismo, spingendo le forze armate al golpe "morbido" del 1997. Ma ormai il processo si era messo in moto. Nel novembre del 2002, complici le cattive condizioni di salute dell'anziano primo ministro Ecevit e la grave crisi politica e sociale del Paese, i militari non possono impedire al partito di Erdogan, l'Akp, solo apparentemente più moderato del precedente di Erbakan, di partecipare alle elezioni. Le vittorie del 2002 e del 2007 sono tali da rendere impraticabile un golpe "morbido".
E qui veniamo al rapporto strumentale di Erdogan con l'Unione europea (e con la democrazia) e al secondo, drammatico sbaglio delle élite europee. Erdogan (e prima di lui Turgut Özal, che nel 1987 inoltrò la domanda formale di adesione alla Ue) ha capito che il processo di integrazione nell'Ue poteva rappresentare un mezzo per scardinare il sistema kemalista e favorire la rinascita dell'islam turco, sia sul piano religioso che su quello politico. Proprio le riforme fortemente richieste dall'Ue quale condizione preliminare per avviare il processo di adesione - libertà d'espressione, apertura democratica, fine dell'ingerenza delle forze armate nella politica - erano la migliore garanzia per i partiti e i movimenti culturali islamici contro la spada di Damocle che le forze armate e la magistratura avrebbero potuto ancora calare sulle loro teste per salvare il sistema kemalista. Sempre in un'ottica eurocentrica, agli occhi degli europei era il ruolo dei militari, non l'islam politico, ad essere incompatibile con una Turchia democratica. Che svista!
Diversa la sorte del governo islamista di Morsi in Egitto, anch'esso democraticamente eletto ma fatto fuori dal golpe del generale Al-Sisi. L'errore di Morsi è stato quello di gettare subito la maschera, procedere a un'islamizzazione a tappe forzate, tra l'altro dimostrando una totale imperizia economica. Erdogan è stato molto più abile: si è presentato come moderato (salutavamo il suo Akp come il corrispettivo islamico della democrazia cristiana, ricordate?), ha dissimulato, ha garantito anni di crescita economica sostenuta e senza precedenti. E quando il golpe è arrivato, era ormai troppo tardi perché potesse riuscire. Ci ha messo un decennio, ma ora può permettersi di abbandonare almeno in parte la pratica della dissimulazione e raccoglierne i frutti.
Erdogan si è servito della democrazia (e dell'Europa) come un tram: "Quando arrivi alla tua fermata, scendi", ebbe a dire lui stesso durante il suo mandato da sindaco di Istanbul dal 1994 al 1997. Una volta sdoganato l'islam politico, rafforzato il suo potere, liquidato il kemalismo, ora che il processo di islamizzazione delle istituzioni è compiuto non ne ha più bisogno. E anche dall'Ue ha ottenuto tutto ciò che gli serviva. Non c'è motivo per cui ora debba temere la minaccia di un "no" a un'adesione che non ha mai voluto e che rischierebbe anzi di inquinare l'identità islamica della nuova Turchia e di legargli le mani rispetto alle nuove ambizioni geopolitiche.
Sciagurato anche il recente accordo sui migranti che l'Ue, Berlino in testa, ha negoziato con Ankara, di fatto appaltando a Erdogan la sicurezza dei confini dell'Europa. Nelle sue mani il rubinetto del flusso di profughi che dalla Siria tentano di raggiungere l'Europa attraverso l'Egeo e la rotta balcanica può trasformarsi in una potente arma di ricatto.
Ma dove vuole arrivare Erdogan? All'interno, dunque, la rinascita islamica. Sul piano internazionale, un radicale riposizionamento geopolitico. Grazie all'indulgenza americana ed europea, finora l'appartenenza alla Nato e il negoziato per l'ingresso nell'Ue non hanno impedito a Erdogan di proiettare sempre più l'influenza della Turchia in tutt'altre direzioni, ma è chiaro che il nuovo ruolo di Ankara nel mondo passa per la progressiva emancipazione dall'Occidente. Il primo segnale già nel 2003, quando Erdogan rifiutò il passaggio attraverso il territorio turco della Quarta divisione di fanteria americana verso il fronte settentrionale iracheno.
L'importanza strategica della Turchia deriva dalla sua particolare collocazione geografica, crocevia tra Europa e Medio Oriente, Caucaso e Asia centrale, ma anche dalle sue identità culturali (quella islamica e quella turcofona) e dall'eredità ottomana. Tutti elementi che fino ad ora Erdogan è riuscito a combinare con un equilibrismo quasi perfetto.
Innanzitutto, l'appartenenza islamica, quindi i vicini Paesi arabi, in particolare Siria, Iraq e palestinesi, ma anche i lontani Qatar e Arabia Saudita, e persino l'Iran sciita. Il punto è che tutte le sue abili e spesso contraddittorie manovre si spiegano con l'intenzione di sfruttare qualsiasi opportunità - e la cosiddetta "primavera araba" ne ha offerte molte - per far emergere la Turchia come Paese guida e modello per il mondo sunnita al posto dei declinanti Egitto e Arabia Saudita.
La gestione della crisi siriana è emblematica delle sue doti di equilibrismo, del saper tirare al massimo la corda senza spezzarla. Fin tanto che la priorità dell'Occidente sembrava essere quella di sbarazzarsi del regime di Assad, ha permesso agli aerei russi di raggiungere la base siriana di Tartous, senza che la Nato potesse far nulla. Fino all'estate scorsa ha negato l'utilizzo della base Nato di Incirlik per bombardare l'Isis. Poi l'abbattimento del jet russo e le accuse di Mosca sul suo flirt con l'Isis in funzione anti-Assad e anti-curda. Ha ostacolato il processo politico di Ginevra, cercando di escludere i curdi e di includere gruppi islamisti. Infine, proprio nei mesi precedenti il tentato golpe, e quando Usa e Russia hanno finalmente iniziato a collaborare in funzione anti-Isis, rischiando di finire isolato si è riallineato. Un prezzo l'ha pagato: l'Isis ha punito la sua ambiguità con l'attentato all'aeroporto Ataturk di Istanbul.
Il protagonismo turco nella crisi siriana ha l'obiettivo di mostrarsi al mondo sunnita come potenza regionale in grado di contenere, e se possibile respingere l'influenza iraniana, in ascesa in tutta l'area dall'Iraq alla Siria e al Libano, e di giocare alla pari con Usa e Russia (nonché ovviamente di debellare la minaccia curda). Né va dimenticato il tentativo di giocare un ruolo sul futuro della martoriata Libia. E già da anni, l'appoggio senza precedenti di Ankara alla causa palestinese, e soprattutto a quella di Gaza (e, quindi, di Hamas), con le conseguenti tensioni con Israele, aveva garantito di per sé una forte legittimazione da parte di tutte le masse arabe.
Ma Erdogan ha saputo allo stesso tempo instaurare rapporti di buon vicinato, e di relativa collaborazione, anche con Teheran. Il presidente iraniano Rouhani ha salutato la sconfitta del golpe molto più calorosamente di Obama e dei leader europei. E oltre ai rapporti economici, nonostante si trovino su fronti contrapposti nella crisi siriana, i due Paesi collaborano su singole questioni come quella curda e sul nucleare. Ricordiamo le operazioni militari congiunte turco-iraniane contro la guerriglia curda lungo il confine tra i due Paesi. E il sostegno di Ankara a una soluzione diplomatica sul nucleare iraniano, riconoscendo a Teheran il diritto a dotarsi del nucleare civile. Chissà, un giorno potrebbe servire che Teheran ricambi il favore...
Ora Stati Uniti ed Europa non devono commettere l'ennesimo errore, non devono farsi prendere dall'ansia di corteggiare Erdogan, rafforzandolo, per paura di spingerlo nelle braccia russe o iraniane. Erdogan non vuole affatto finirci. Gioca alternativamente la carta Nato e la prospettiva europea nei confronti della Russia, e la carta Putin per dimostrare a Stati Uniti e Ue che ha un'alternativa rispetto all'alleanza occidentale. L'importante è mettersi in mezzo, sempre, giocando da imprevedibile guastatore o indispensabile alleato. Ma in realtà non vuole legarsi a nessuno. Prende ciò che può da entrambi i forni per rafforzarsi internamente e per scalare posizioni sul piano internazionale. Non vede la sua Turchia come membro dell'Ue, ma neppure dell'Unione eurasiatica (l'unione economica tra Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Armenia). Entrambe le membership sarebbero incompatibili con il ruolo di potenza egemone che intende esercitare in Medio Oriente e nel nuovo spazio eurasiatico, perché dovrebbe rispondere delle sue azioni in un caso a Bruxelles, nell'altro a Mosca.
Il riavvicinamento alla Russia non significa quindi che Erdogan voglia sposarsi a Putin, né d'altra parte Putin intende accoglierlo a braccia aperte. Primo, perché il livello di fiducia è ancora troppo basso: Putin non si fida. Non scordiamoci che Mosca ha accusato esplicitamente Ankara di fornire appoggio all'Isis, ha denunciato l'estrema permeabilità del confine turco per i terroristi, nonché gli strani commerci di petrolio che dalla Siria attraversavano tutta la Turchia fino al Mediterraneo. Per la Russia sarebbe già positivo e utile se la Turchia si emancipasse dall'Occidente, restando un elemento separato. Ma questo non significa che il Cremlino si fiderà di Ankara. Anche perché sulla questione siriana nel frattempo si è ammorbidita la posizione americana ed è partito un vero dialogo tra Washington e Mosca. Inoltre, le ambizioni di Erdogan vanno oltre il Medio Oriente, si estendono a tutta la vasta area turcofona dell'Asia centrale. Il che confligge con la sfera di influenza russa. Proprio nell'area eurasiatica i due sono destinati a confliggere molto più che incontrarsi (il che non esclude progetti comuni se e quando convengano a entrambi).
Insomma, dal mondo sunnita del Medio Oriente (dalla Libia al Golfo persico) a quello turcofono fino al Mar Caspio e al rapporto dialogico con l'Europa (non da Paese candidato all'adesione ma da pari a pari), l'area verso la quale la Turchia di Erdogan sta tentando di proiettare la sua influenza ricorda sempre più quella compresa e integrata nel Califfato ottomano.
Già nell'estate del 2011, su Newsweek lo storico Niall Ferguson segnalava tra le ambizioni di Erdogan quella di far "rivivere l'Impero ottomano", intravedendo "buone ragioni" per sospettare che sognasse di "trasformare la Turchia in modi che Solimano il Magnifico avrebbe apprezzato", cioè in un "nuovo impero musulmano in Medio Oriente". E ricordava come nel 1998 Erdogan fu imprigionato per aver recitato i versi di un poeta panturco di inizio secolo: "Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati". Emblematiche anche le sue parole dopo la vittoria alle elezioni del 2011: "Sarajevo ha vinto oggi quanto Istanbul; Beirut quanto Izmir; Damasco quanto Ankara; Ramallah, Nablus, Jenin, la Cisgiordania, Gerusalemme hanno vinto quanto Diyarbakir". "La sua ambizione, sembra chiaro - scriveva Ferguson - è tornare all'era pre-Ataturk, quando la Turchia era non solo musulmana militante, ma anche una superpotenza regionale".
Dunque, si pone eccome il tema dell'espulsione, o quanto meno della sospensione della Turchia dalla Nato e degli accordi con l'Unione europea: è in gioco la condivisione dei sistemi di difesa della Nato con un governo islamista il cui sistema di alleanze è quanto meno troppo variabile e spregiudicato. E l'Europa? Si può permettere una potenza islamista alle proprie porte? La Turchia di Erdogan, e in generale l'islam politico, è incompatibile con i valori e gli interessi occidentali? Urgono risposte coraggiose.
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Monday, July 25, 2016
Thursday, February 16, 2012
Esenzioni Imu, ambiguità rientrano dalla finestra?
Il governo ha annunciato un emendamento per chiarire, si spera una volta per tutte, l'area di esenzione dall'Imu riservata a tutti gli enti non commerciali, una questione che si tende a ridurre alle attività e ai privilegi della Chiesa ma che in realtà riguarda anche sindacati, partiti e in generale il settore no-profit. E' senz'altro un passo nella direzione giusta, che si deve anche alla disponibilità della Chiesa in un contesto economico che ha richiesto sacrifici da parte di tutti gli italiani, ma che forse dimostra anche come negli anni scorsi siano mancati interventi chiarificatori più per la sudditanza dei politici, ansiosi di accreditarsi oltretevere, che per l'intransigenza delle gerarchie ecclesiastiche nel rifiutare di affrontare il problema.
Detto questo, siccome pare che a Monti le cose basti annunciarle e tutti le danno per fatte, mi sono chiesto: i criteri indicati consentono davvero di risolvere in modo definitivo la questione? Sarò prevenuto, ma l'ambiguità rischia solo di spostarsi dall'infelice dizione di «attività non esclusivamente commerciale» al «rapporto proporzionale» che dovrà essere individuato tra attività commerciali e non all'interno di uno stesso immobile. Il comunicato del governo specifica che «l'esenzione fa riferimento agli immobili nei quali si svolge in modo esclusivo un'attività non commerciale», dunque stabilisce «l'abrogazione di norme che prevedono l'esenzione per immobili dove l'attività non commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente». E fin qui sarebbe perfetto: l'attività non commerciale dev'essere esclusiva per godere dell'esenzione sull'immobile. Se non fosse che si introducono altri due criteri che rischiano di contraddire i primi e di far rientrare dalla finestra la suddetta ambiguità. E cioè che se nello stesso immobile si svolgono attività sia commerciali che non, l'esenzione è «limitata alla sola frazione di unità nella quale si svolga l'attività di natura non commerciale». Dunque, si rende necessario un meccanismo di «individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non commerciali esercitate all'interno di uno stesso immobile».
Poniamo il caso di un immobile di 100 mq dove si svolgano sia attività commerciali che non. Ebbene, si pagherà l'Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali. Ma come verrà calcolata, e soprattutto chi dovrà calcolarla? Mi pare che nel comunicato si parli di una «dichiarazione» del proprietario «vincolata a direttive rigorose stabilite dal Ministero dell'economia e delle finanze». Aspettiamo quindi di leggere il testo dell'emendamento.
Detto questo, siccome pare che a Monti le cose basti annunciarle e tutti le danno per fatte, mi sono chiesto: i criteri indicati consentono davvero di risolvere in modo definitivo la questione? Sarò prevenuto, ma l'ambiguità rischia solo di spostarsi dall'infelice dizione di «attività non esclusivamente commerciale» al «rapporto proporzionale» che dovrà essere individuato tra attività commerciali e non all'interno di uno stesso immobile. Il comunicato del governo specifica che «l'esenzione fa riferimento agli immobili nei quali si svolge in modo esclusivo un'attività non commerciale», dunque stabilisce «l'abrogazione di norme che prevedono l'esenzione per immobili dove l'attività non commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente». E fin qui sarebbe perfetto: l'attività non commerciale dev'essere esclusiva per godere dell'esenzione sull'immobile. Se non fosse che si introducono altri due criteri che rischiano di contraddire i primi e di far rientrare dalla finestra la suddetta ambiguità. E cioè che se nello stesso immobile si svolgono attività sia commerciali che non, l'esenzione è «limitata alla sola frazione di unità nella quale si svolga l'attività di natura non commerciale». Dunque, si rende necessario un meccanismo di «individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non commerciali esercitate all'interno di uno stesso immobile».
Poniamo il caso di un immobile di 100 mq dove si svolgano sia attività commerciali che non. Ebbene, si pagherà l'Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali. Ma come verrà calcolata, e soprattutto chi dovrà calcolarla? Mi pare che nel comunicato si parli di una «dichiarazione» del proprietario «vincolata a direttive rigorose stabilite dal Ministero dell'economia e delle finanze». Aspettiamo quindi di leggere il testo dell'emendamento.
Friday, June 10, 2011
Laici, dove siete?
Strano: questa volta non mi risulta che qualcuno abbia denunciato "ingerenze" da parte della Chiesa nella campagna referendaria. Eppure, la mobilitazione delle gerarchie ecclesiastiche a tutti i livelli, non solo delle singole diocesi, è senza precedenti, persino maggiore di quella in difesa della legge 40 nel 2005. Ogni giorno una dichiarazione, si sono espressi preti, vescovi di importanti province, cardinali, i parroci non si contano, bandiere sugli altari. Persino il Papa in persona. Eppure, dove sono finiti i laici "indignados" che nel 2005 chiedevano persino l'arresto dei preti?
A fare campagna non è solo il folcloristico padre Zanotelli, o lo sconosciuto De Capitani, parroco a Monte di Rovagnate, in provincia di Lecco, secondo cui addirittura «chi decide che l'acqua sia messa sul mercato, non è un cristiano, è un indegno, va buttato fuori dalla Chiesa». Come nel 2005 le parrocchie sono invase di volantini, ma contrariamente al 2005 la Cei ha invitato ad andare a votare, così come Avvenire e L'Osservatore Romano (organo del Vaticano). Si sono espressi esplicitamente monsignor Crociata, segretario generale della Cei; i vescovi di Reggio Emilia, Chieti, Locri, Nola e diversi altri; il cardinale vicario della diocesi del Papa, Agostino Vallini; oggi il cardinale Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, quindi un ministro dello Stato Città del Vaticano, formalmente uno Stato estero. Ma chissà perché i sedicenti "laici" non si scandalizzano più... ma potete ancora guardarvi allo specchio senza sputarvi in faccia?
A fare campagna non è solo il folcloristico padre Zanotelli, o lo sconosciuto De Capitani, parroco a Monte di Rovagnate, in provincia di Lecco, secondo cui addirittura «chi decide che l'acqua sia messa sul mercato, non è un cristiano, è un indegno, va buttato fuori dalla Chiesa». Come nel 2005 le parrocchie sono invase di volantini, ma contrariamente al 2005 la Cei ha invitato ad andare a votare, così come Avvenire e L'Osservatore Romano (organo del Vaticano). Si sono espressi esplicitamente monsignor Crociata, segretario generale della Cei; i vescovi di Reggio Emilia, Chieti, Locri, Nola e diversi altri; il cardinale vicario della diocesi del Papa, Agostino Vallini; oggi il cardinale Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, quindi un ministro dello Stato Città del Vaticano, formalmente uno Stato estero. Ma chissà perché i sedicenti "laici" non si scandalizzano più... ma potete ancora guardarvi allo specchio senza sputarvi in faccia?
Wednesday, October 06, 2010
E ora l'oblio
Già smontati l'anno scorso, dalla Consulta, i tre punti cardine (limite dei tre embrioni; obbligo di "un unico e contemporaneo impianto"; divieto di crioconservazione) della legge 40 sulla procreazione assistita, ora anche il quarto, il divieto di fecondazione eterologa, potrebbe a breve essere dichiarato incostituzionale. Va tuttavia tenuto presente che si tratta di una questione senz'altro più controversa delle altre tre norme, davvero deliranti e palesemente dannose per la salute sia della donna che del feto. Il centrodestra farebbe bene a imparare la lezione e a non perseverare su una linea incostituzionale e soprattutto largamente minoritaria nel Paese e anche tra i propri elettori.
Ma adesso tacciano anche i cosiddetti laici e i finti liberali, che vedono ovunque la necessità di legiferare (per altro ben sapendo di essere in netta minoranza in Parlamento). Non facciano l'errore di ritornare alla carica solo per protagonismo e puro puntiglio. E' l'ora del pragmatismo, di consegnare all'oblio la legge 40. Meglio, molto meglio il presunto "far west", che poi non significa altro che responsabilità dei medici e libertà dei pazienti.
Ma adesso tacciano anche i cosiddetti laici e i finti liberali, che vedono ovunque la necessità di legiferare (per altro ben sapendo di essere in netta minoranza in Parlamento). Non facciano l'errore di ritornare alla carica solo per protagonismo e puro puntiglio. E' l'ora del pragmatismo, di consegnare all'oblio la legge 40. Meglio, molto meglio il presunto "far west", che poi non significa altro che responsabilità dei medici e libertà dei pazienti.
Monday, September 13, 2010
Il paradosso turco
Quello turco è un paradosso che potrebbe rivelarsi caso di scuola. Da ieri la Turchia ha una Costituzione indubbiamente più democratica, è quindi più vicina all'Europa e all'Occidente, ma proprio questo cambiamento potrebbe spalancare le porte all'islamismo e, di conseguenza, porre le premesse, in un futuro non molto lontano, per la negazione della libertà e la distruzione di quella stessa democrazia che oggi sembra formalmente più compiuta. E per di più potrebbe essere stata l'Europa, con le sue pressanti richieste ad Ankara, ad aver assestato la spinta decisiva, fungendo da grimaldello degli islamisti.
Molto dipenderà dalle reali intenzioni di Erdogan e del suo partito, ma anche no. Nel senso che, ferma restando la loro lealtà democratica, potrebbero però aver aperto un vero e proprio vaso di Pandora le cui conseguenze potrebbero rivelarsi incapaci di controllare. Solo il tempo ci dirà se la Turchia, con le sue istituzioni e la sua società, era davvero pronta, matura, per disfarsi della salvaguardia "laicista" dell'esercito e della magistratura. Certo è che una democrazia "sotto tutela" non può durare a lungo senza sfociare nell'autoritarismo, oppure incamminarsi verso una democrazia più compiuta. E quello turco è un caso che di per sé ha già qualcosa di miracoloso per la sua durata. Miracoloso che l'esercito nei suoi numerosi interventi non abbia mai superato la soglia "di non ritorno".
Quello turco è quindi anche il paradosso della democrazia come regime. Se pone in essere meccanismi e strutture troppo stringenti a propria difesa, rischia di negare se stessa; se allenta quelle "tutele", rischia di mettersi nelle mani di chi vorrebbe sovvertirla. D'altra parte, una democrazia che si rispetti deve affidarsi alla volontà popolare, non può averne paura oltremodo. (Bush nel dirsi contrario a rinviare le elezioni palestinesi del gennaio 2005, pur non ignorando la probabile affermazione di Hamas e le sue implicazioni, osservava che «se è questo che la gente pensa, allora scopriamolo»). Questo non significa che la demorazia non debba dotarsi di strumenti di autodifesa, né che bisogna arrendersi senza combattere di fronte al processo della sua dissoluzione, ma che non si può preventivamente escludere questo esito, pena la negazione di ciò che si vuole difendere, perché in ultima analisi l'essenza della democrazia è di lasciare sempre e comunque la sua sorte nelle mani dei cittadini.
La democrazia turca è quindi nelle mani dei turchi, non resta che sperare che sappiano farne buon uso e vigilare d'ora in poi su ogni concessione all'ideologia islamista. Per tutti questi problemi è miope che l'Europa abbia condizionato l'ingresso di Ankara nell'Unione al rispetto di parametri meramente "tecnici", giuridici o economici. Ora, ottenuti i cambiamenti formali che chiedeva, l'Ue dovrebbe spingere la Turchia verso Occidente anche nella sostanza della sua vita politica e sociale.
Molto dipenderà dalle reali intenzioni di Erdogan e del suo partito, ma anche no. Nel senso che, ferma restando la loro lealtà democratica, potrebbero però aver aperto un vero e proprio vaso di Pandora le cui conseguenze potrebbero rivelarsi incapaci di controllare. Solo il tempo ci dirà se la Turchia, con le sue istituzioni e la sua società, era davvero pronta, matura, per disfarsi della salvaguardia "laicista" dell'esercito e della magistratura. Certo è che una democrazia "sotto tutela" non può durare a lungo senza sfociare nell'autoritarismo, oppure incamminarsi verso una democrazia più compiuta. E quello turco è un caso che di per sé ha già qualcosa di miracoloso per la sua durata. Miracoloso che l'esercito nei suoi numerosi interventi non abbia mai superato la soglia "di non ritorno".
Quello turco è quindi anche il paradosso della democrazia come regime. Se pone in essere meccanismi e strutture troppo stringenti a propria difesa, rischia di negare se stessa; se allenta quelle "tutele", rischia di mettersi nelle mani di chi vorrebbe sovvertirla. D'altra parte, una democrazia che si rispetti deve affidarsi alla volontà popolare, non può averne paura oltremodo. (Bush nel dirsi contrario a rinviare le elezioni palestinesi del gennaio 2005, pur non ignorando la probabile affermazione di Hamas e le sue implicazioni, osservava che «se è questo che la gente pensa, allora scopriamolo»). Questo non significa che la demorazia non debba dotarsi di strumenti di autodifesa, né che bisogna arrendersi senza combattere di fronte al processo della sua dissoluzione, ma che non si può preventivamente escludere questo esito, pena la negazione di ciò che si vuole difendere, perché in ultima analisi l'essenza della democrazia è di lasciare sempre e comunque la sua sorte nelle mani dei cittadini.
La democrazia turca è quindi nelle mani dei turchi, non resta che sperare che sappiano farne buon uso e vigilare d'ora in poi su ogni concessione all'ideologia islamista. Per tutti questi problemi è miope che l'Europa abbia condizionato l'ingresso di Ankara nell'Unione al rispetto di parametri meramente "tecnici", giuridici o economici. Ora, ottenuti i cambiamenti formali che chiedeva, l'Ue dovrebbe spingere la Turchia verso Occidente anche nella sostanza della sua vita politica e sociale.
Tuesday, August 31, 2010
Due pagliacciate: quella di Gheddafi e quella italiana
L'avevo più o meno scritto un anno fa: va bene il trattato come risarcimento per le atrocità italiane durante l'occupazione; passi per gli accordi commerciali, che fanno bene all'"azienda Italia", e per la collaborazione sull'immigrazione clandestina; e si celebri anche una giornata "dell'amicizia". Passi per tutto questo, ma basta offrire a Gheddafi - ogni anno, pare di capire che questo sia l'andazzo - un palcoscenico, una tribuna propagandistica, a danno della dignità del nostro Paese. Può darsi che basti appagare l'ego del beduino per ricavarne in cambio succulenti affari, ma ogni volta che Gheddafi mette piede e proferisce parola in Italia, il governo Berlusconi ci rimette un pezzo di immagine. Non per chissà quali considerazioni morali, religiose, o geopolitiche, ma semplicemente perché agli italiani Gheddafi è ancora antipatico e - a ragione - lo ritengono un personaggio inaffidabile, prepotente e impresentabile. Basterebbe non consentirgli show e stravaganze, limitare al minimo le sue visite, e quando sono proprio inevitabili, calibrare meglio il protocollo.
Detto questo, non saprei se è più una pagliacciata quella di Gheddafi, o quella di certe reazioni andate in scena in queste ore. Davvero troppi sono in questi giorni coloro che si scoprono nazionalisti, leghisti o ultrà cattolici senza esserlo mai stati. Lo fanno perché, com'è noto, ogni pretesto è buono per criticare Berlusconi. C'è, tra i molti che storcono il naso, chi non può permetterselo. Proprio dai settori cattolici e della sinistra che si sono sempre rifiutati di adottare l'argomento della reciprocità nei confronti dell'islam e non si sono mai allarmati per il moltiplicarsi di moschee e centri islamici sul nostro territorio - che con autorevolezza ben superiore a quella del leader libico, agli occhi degli stessi credenti musulmani, non fanno altro che propaganda ideologica - adesso rimproverano a Gheddafi di aver osato parlare di islam e fare proselitismo proprio nel cuore della Cristianità, a Roma, senza accorgersi che quella che vanno denunciando è stata una farsa, mentre nel frattempo sotto i loro occhi sta passando in Italia il peggio dell'islam radicale, ed è una cosa seria. Persino la Chiesa, sempre tollerante con la moschea o l'imam radicale di turno, aperta a qualsiasi manifestazione di religiosità islamica, che non perde occasione per bacchettare le intolleranze leghiste, adesso fa trapelare il proprio disagio per qualcosa, tra l'altro, che Gheddafi non ha detto: non ha detto che l'islam colonizzerà l'Europa, ma come riferiscono le hostess "infiltrate" da Mentana alla sua "lezione", «ha detto che visto il grande numero di musulmani che ci sono ormai in Europa e visto che loro si riproducono molto di più di noi cristiani – questi sono dati -, secondo lui nel corso della storia avverrà che i musulmani saranno in maggioranza». Un'analisi condivisa da molti studiosi anche in Occidente.
E forse non tutti ricordano il linciaggio politico-mediatico cui fu sottoposto Calderoli per aver indossato una t-shirt con una delle vignette satiriche danesi su Maometto. Nessuno parlò di dignità del nostro Paese quando Tripoli chiese e ottenne le sue dimissioni dal governo, usando l'episodio come pretesto per giustificare un'inqualificabile aggressione al consolato italiano di Bengasi.
Quelli che oggi fanno tanto i duri con Gheddafi, non lo furono quando ce ne sarebbe stato più bisogno. Troppo facile adesso, quando ormai è diventato in modo conclamato una patetica macchietta di quello che era vent'anni fa. Facile vergognarsi oggi degli accordi e delle strette di mano, ma non della politica estera italiana degli anni '70 e '80, quando da Gheddafi ci beccavamo missili e attentati senza neanche alzare la voce, e quando ci accordavamo con i terroristi palestinesi per far passare i loro esplosivi sul nostro territorio o far fuggire i loro leader dagli americani. Scusate, ma qualche provocazione verbale è niente rispetto a tutto quello che abbiamo ingoiato da Gheddafi (e dagli arabi) senza che nessuno si scandalizzasse tanto come oggi e, anzi, con certa sinistra che flirtava con il suo antiamericanismo e che ancora oggi flirta con la causa palestinese.
Nessuno, d'altronde, mi pare che oggi proponga di far cadere Gheddafi, con le buone o con le cattive, e di riportare la democrazia in Libia. Ci si preoccupa della sorte di qualche migliaia di immigrati, che servono per accusare Berlusconi e Maroni di atrocità, ma ai 6 milioni di libici chi ci pensa? Gli stessi che oggi si indignano per il trattato, gli accordi commmerciali o sui clandestini, si indignerebbero ancor di più se il governo italiano insieme ad altri cercasse di buttare giù Gheddafi. Al contrario di regimi nei confronti dei quali non mi sembra ci sia altrettanto sdegno, Gheddafi due passi li ha compiuti, anche grazie al fatto che l'Italia ha dato il suo contributo in questo processo di normalizzazione dei rapporti con l'Occidente: la Libia è uscita dal novero dei Paesi dotati di armi di distruzione di massa (Gheddafi le aveva, di tipo chimico, a differenza di quelle mai trovate di Saddam) e sostenitori del terrorismo, ammettendo le sue responsabilità, e risarcendo i parenti delle vittime, per l'attentato di Lockerbie, costato la vita a 270 persone. Come ha ricordato Oscar Giannino, oggi su Il Messaggero, «il 14 luglio scorso, giorno della festa nazionale francese, sotto l'Arco di Trionfo a fianco alle truppe francesi sono sfilati a pari dignità contingenti di molte ex colonie francofone alla presenza dei loro capi di Stato, e il più di esse veniva da Paesi controllati da regimi al cui confronto la Libia di Gheddafi è un Paese autoritario sì, ma stabile, ordinato e senza stragi etniche». Persino gli Stati Uniti hanno ristabilito relazioni diplomatiche con Tripoli, e proprio l'Italia avrebbe dovuto rinunciare ai vantaggi della normalizzazione dei rapporti di una sua ex colonia con l'Occidente, di cui tutti si sarebbero comunque avvantaggiati?
Detto questo, non saprei se è più una pagliacciata quella di Gheddafi, o quella di certe reazioni andate in scena in queste ore. Davvero troppi sono in questi giorni coloro che si scoprono nazionalisti, leghisti o ultrà cattolici senza esserlo mai stati. Lo fanno perché, com'è noto, ogni pretesto è buono per criticare Berlusconi. C'è, tra i molti che storcono il naso, chi non può permetterselo. Proprio dai settori cattolici e della sinistra che si sono sempre rifiutati di adottare l'argomento della reciprocità nei confronti dell'islam e non si sono mai allarmati per il moltiplicarsi di moschee e centri islamici sul nostro territorio - che con autorevolezza ben superiore a quella del leader libico, agli occhi degli stessi credenti musulmani, non fanno altro che propaganda ideologica - adesso rimproverano a Gheddafi di aver osato parlare di islam e fare proselitismo proprio nel cuore della Cristianità, a Roma, senza accorgersi che quella che vanno denunciando è stata una farsa, mentre nel frattempo sotto i loro occhi sta passando in Italia il peggio dell'islam radicale, ed è una cosa seria. Persino la Chiesa, sempre tollerante con la moschea o l'imam radicale di turno, aperta a qualsiasi manifestazione di religiosità islamica, che non perde occasione per bacchettare le intolleranze leghiste, adesso fa trapelare il proprio disagio per qualcosa, tra l'altro, che Gheddafi non ha detto: non ha detto che l'islam colonizzerà l'Europa, ma come riferiscono le hostess "infiltrate" da Mentana alla sua "lezione", «ha detto che visto il grande numero di musulmani che ci sono ormai in Europa e visto che loro si riproducono molto di più di noi cristiani – questi sono dati -, secondo lui nel corso della storia avverrà che i musulmani saranno in maggioranza». Un'analisi condivisa da molti studiosi anche in Occidente.
E forse non tutti ricordano il linciaggio politico-mediatico cui fu sottoposto Calderoli per aver indossato una t-shirt con una delle vignette satiriche danesi su Maometto. Nessuno parlò di dignità del nostro Paese quando Tripoli chiese e ottenne le sue dimissioni dal governo, usando l'episodio come pretesto per giustificare un'inqualificabile aggressione al consolato italiano di Bengasi.
Quelli che oggi fanno tanto i duri con Gheddafi, non lo furono quando ce ne sarebbe stato più bisogno. Troppo facile adesso, quando ormai è diventato in modo conclamato una patetica macchietta di quello che era vent'anni fa. Facile vergognarsi oggi degli accordi e delle strette di mano, ma non della politica estera italiana degli anni '70 e '80, quando da Gheddafi ci beccavamo missili e attentati senza neanche alzare la voce, e quando ci accordavamo con i terroristi palestinesi per far passare i loro esplosivi sul nostro territorio o far fuggire i loro leader dagli americani. Scusate, ma qualche provocazione verbale è niente rispetto a tutto quello che abbiamo ingoiato da Gheddafi (e dagli arabi) senza che nessuno si scandalizzasse tanto come oggi e, anzi, con certa sinistra che flirtava con il suo antiamericanismo e che ancora oggi flirta con la causa palestinese.
Nessuno, d'altronde, mi pare che oggi proponga di far cadere Gheddafi, con le buone o con le cattive, e di riportare la democrazia in Libia. Ci si preoccupa della sorte di qualche migliaia di immigrati, che servono per accusare Berlusconi e Maroni di atrocità, ma ai 6 milioni di libici chi ci pensa? Gli stessi che oggi si indignano per il trattato, gli accordi commmerciali o sui clandestini, si indignerebbero ancor di più se il governo italiano insieme ad altri cercasse di buttare giù Gheddafi. Al contrario di regimi nei confronti dei quali non mi sembra ci sia altrettanto sdegno, Gheddafi due passi li ha compiuti, anche grazie al fatto che l'Italia ha dato il suo contributo in questo processo di normalizzazione dei rapporti con l'Occidente: la Libia è uscita dal novero dei Paesi dotati di armi di distruzione di massa (Gheddafi le aveva, di tipo chimico, a differenza di quelle mai trovate di Saddam) e sostenitori del terrorismo, ammettendo le sue responsabilità, e risarcendo i parenti delle vittime, per l'attentato di Lockerbie, costato la vita a 270 persone. Come ha ricordato Oscar Giannino, oggi su Il Messaggero, «il 14 luglio scorso, giorno della festa nazionale francese, sotto l'Arco di Trionfo a fianco alle truppe francesi sono sfilati a pari dignità contingenti di molte ex colonie francofone alla presenza dei loro capi di Stato, e il più di esse veniva da Paesi controllati da regimi al cui confronto la Libia di Gheddafi è un Paese autoritario sì, ma stabile, ordinato e senza stragi etniche». Persino gli Stati Uniti hanno ristabilito relazioni diplomatiche con Tripoli, e proprio l'Italia avrebbe dovuto rinunciare ai vantaggi della normalizzazione dei rapporti di una sua ex colonia con l'Occidente, di cui tutti si sarebbero comunque avvantaggiati?
Wednesday, August 25, 2010
Cattolici "spaccati" da sempre
A certe tesi, come quella di Famiglia Cristiana su Berlusconi che sarebbe colpevole di aver «spaccato» il mondo cattolico, bisognerebbe rispondere con una sonora risata, anziché attribuirgli il valore di chissà quale analisi politologica. E' evidente infatti che si tratta semplicemente di una stupidaggine, una totale scemenza che rivela l'ignoranza di chi l'ha scritta. Il mondo cattolico è «spaccato» da sempre, altrimenti non si spiega come mai la Dc non avesse il 60 o l'80%. La realtà è che i cattolici sono da sempre divisi politicamente, e non sono pochi quelli che hanno votato e votano comunista. E anche se fosse, non mi pare un'accusa grave quella di aver «spaccato» i cattolici. E' un bene che siano politicamente divisi e la pensino diversamente, non facendosi tra l'altro condizionare più di tanto - comunque molto meno di quanto credano i nostri politici - da ciò che dicono le gerarchie ecclesiastiche.
Com'è altrettanto evidente, l'ha sottolineato oggi monsignor Rino Fisichella a beneficio anche di qualche strumentalizzatore di sinistra, che «un'editoriale di Famiglia Cristiana o anche su un'analisi formulata da una sottocommissione preparatoria della Settimana Sociale» non interpretano il pensiero del mondo cattolico né la Chiesa. E tra l'altro, Fisichella definisce quello di don Sciortino su Berlusconi un giudizio «del tutto tendenzioso», ricordando anch'egli come «in altri momenti storici - ad esempio quando Moro e Fanfani fecero il centrosinistra - ci fu una divisione dei cattolici».
Com'è altrettanto evidente, l'ha sottolineato oggi monsignor Rino Fisichella a beneficio anche di qualche strumentalizzatore di sinistra, che «un'editoriale di Famiglia Cristiana o anche su un'analisi formulata da una sottocommissione preparatoria della Settimana Sociale» non interpretano il pensiero del mondo cattolico né la Chiesa. E tra l'altro, Fisichella definisce quello di don Sciortino su Berlusconi un giudizio «del tutto tendenzioso», ricordando anch'egli come «in altri momenti storici - ad esempio quando Moro e Fanfani fecero il centrosinistra - ci fu una divisione dei cattolici».
Friday, April 23, 2010
Appunti da oltremanica
Dal secondo dibattito tra i candidati premier in Gran Bretagna che si è tenuto ieri sera i nostri politici dovrebbero solo che prendere appunti. E riflettere silenziosamente. Interessante, infatti, l'approccio, condiviso e pragmatico, sulla base del quale si è svolta la discussione in particolare su due temi. Sull'immigrazione (caro Fini...) l'impianto da cui le posizioni dei tre non si discostano di molto sembra una variante spinta del leghismo nostrano. Il premier uscente laburista Gordon Brown si vanta di aver ridotto il numero degli ingressi e boccia senz'appello la proposta del liberal-democratico Nick Clegg di regolarizzare i clandestini: «Avviare un'amnistia per gli immigrati irregolari sarebbe un errore perché incoraggerebbe la gente a venire in questo Paese pensando che a un certo punto ne legalizzeremmo la presenza. Non costituirebbe un deterrente e farebbe sì che sempre più gente venga illegalmente nel nostro Paese».
Ma non è tutto qui. Il premier ha rivendicato il successo del «sistema a punti» avviato dal suo governo, che secondo le statistiche ha invertito il trend relativo all'ingresso degli immigrati: «La nostra politica mira a controllare e gestire l'immigrazione. Per farlo abbiamo istituito un sistema a punti. **Nessun lavoratore non specializzato proveniente da fuori l'Unione europea può entrare nel nostro Paese. E stiamo gradualmente riducendo il numero di specializzazioni per le quali abbiamo bisogno di persone che vengono da fuori, così che cuochi o operatori sociali in futuro non verranno dall'estero ma saranno addestrati in Gran Bretagna**».
Qui da noi il governo «a trazione» dei cattivi leghisti si limita a chiedere che chi entra nel nostro Paese abbia un lavoro. In Gran Bretagna fanno entrare solo chi ha le specifiche professionalità indicate dal governo. E comunque, ci sarà un giro di vite, in modo da tornare ad avere cittadini di Sua Maestà come operatori sociali e cuochi (da quest'ultimi God Save Us!). Naturalmente anche il leader tory David Cameron è contro la sanatoria e per di più rispetto a Brown, pur premettendo che i lavoratori stranieri «sono una risorsa, per cui vanno accolti e assistiti», lui addirittura chiede di porre un «tetto» prefissato al numero di immigrati da accogliere, a prescindere dalla loro specializzazione. Oltre alla sanatoria Clegg propone di "trasferire" gli immigrati verso le aree del Paese che hanno più bisogno di forza lavoro.
E riguardo un recente emendamento presentato dalla leghista Silvana Comaroli al dl incentivi all'esame del Parlamento («Le regioni, nell'esercizio della potestà normativa in materia di disciplina delle attività economiche, possono stabilire che l'autorizzazione dell'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente, qualora sia un cittadino extracomunitario, di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati»), un'analoga proposta è contenuta nel programma elettorale dei laburisti inglesi, secondo cui a dover sostenere l'esame d'inglese sarebbero non solo coloro che intendono aprire un'attività commerciale, ma anche badanti, insegnanti, operatori sociali, personale dei call center e chiunque svolga una professione che lo metta in contatto diretto con il pubblico.
Sui temi etici i tre (compreso il conservatore Cameron) sono unanimi: sì aborto, sì ricerca scientifica, sì unioni omosessuali. E sì anche alla visita di Papa Benedetto XVI - nonostante lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, su cui però tutti e tre chiedono con forza alla Chiesa di fare chiarezza - perché nella tollerante Inghilterra c'è sempre posto per la fede e per il contributo delle diverse religioni.
Tornando sull'immigrazione, facciamo un salto in Germania. Lakeside Capital ci offre questo contributo, tratto da qui:
Ma non è tutto qui. Il premier ha rivendicato il successo del «sistema a punti» avviato dal suo governo, che secondo le statistiche ha invertito il trend relativo all'ingresso degli immigrati: «La nostra politica mira a controllare e gestire l'immigrazione. Per farlo abbiamo istituito un sistema a punti. **Nessun lavoratore non specializzato proveniente da fuori l'Unione europea può entrare nel nostro Paese. E stiamo gradualmente riducendo il numero di specializzazioni per le quali abbiamo bisogno di persone che vengono da fuori, così che cuochi o operatori sociali in futuro non verranno dall'estero ma saranno addestrati in Gran Bretagna**».
Qui da noi il governo «a trazione» dei cattivi leghisti si limita a chiedere che chi entra nel nostro Paese abbia un lavoro. In Gran Bretagna fanno entrare solo chi ha le specifiche professionalità indicate dal governo. E comunque, ci sarà un giro di vite, in modo da tornare ad avere cittadini di Sua Maestà come operatori sociali e cuochi (da quest'ultimi God Save Us!). Naturalmente anche il leader tory David Cameron è contro la sanatoria e per di più rispetto a Brown, pur premettendo che i lavoratori stranieri «sono una risorsa, per cui vanno accolti e assistiti», lui addirittura chiede di porre un «tetto» prefissato al numero di immigrati da accogliere, a prescindere dalla loro specializzazione. Oltre alla sanatoria Clegg propone di "trasferire" gli immigrati verso le aree del Paese che hanno più bisogno di forza lavoro.
E riguardo un recente emendamento presentato dalla leghista Silvana Comaroli al dl incentivi all'esame del Parlamento («Le regioni, nell'esercizio della potestà normativa in materia di disciplina delle attività economiche, possono stabilire che l'autorizzazione dell'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente, qualora sia un cittadino extracomunitario, di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati»), un'analoga proposta è contenuta nel programma elettorale dei laburisti inglesi, secondo cui a dover sostenere l'esame d'inglese sarebbero non solo coloro che intendono aprire un'attività commerciale, ma anche badanti, insegnanti, operatori sociali, personale dei call center e chiunque svolga una professione che lo metta in contatto diretto con il pubblico.
Sui temi etici i tre (compreso il conservatore Cameron) sono unanimi: sì aborto, sì ricerca scientifica, sì unioni omosessuali. E sì anche alla visita di Papa Benedetto XVI - nonostante lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, su cui però tutti e tre chiedono con forza alla Chiesa di fare chiarezza - perché nella tollerante Inghilterra c'è sempre posto per la fede e per il contributo delle diverse religioni.
Tornando sull'immigrazione, facciamo un salto in Germania. Lakeside Capital ci offre questo contributo, tratto da qui:
Despite illegal immigrants’ rights to health care, these services are infrequently used. The problem lies in two clauses of the German immigration law which makes it mandatory for public institutions such as hospitals to pass on information about illegal immigrants to social affairs offices and in turn to the Ministry of the Interior (i.e. § 87 AufenthG, chapter 3.2.2; Article 76 of the AuslG). Therefore, doctors who help undocumented people access basic health services may be penalized for not reporting them.Qualcuno ieri intervenendo alla direzione del Pdl ha detto che queste cose sono «incompatibili con il Ppe».
Wednesday, April 14, 2010
La Chiesa non può ignorare la giustizia degli uomini
Avranno imparato la lezione?
Il bubbone pedofilia, che da anni si stava gonfiando, è finalmente scoppiato e la Chiesa corre ai giusti ripari, segno che al di là di smentite e difese d'ufficio, sa bene d'avere torto e di aver sbagliato, e che non si tratta di un oscuro complotto mediatico anti-cattolico organizzato dai massoni, come tenta di far credere ai suoi fedeli. Meglio tardi che mai, si direbbe. Tra incredibili gaffe e errori comunicativi praticamente ogni giorno (il parallelo con la Shoah e l'equiparazione omosessuale-pedofilo), arriva infatti, sull'onda e per effetto degli scandali, e nel panico totale di una gerarchia che sembra non sapere più che pesci pigliare, la nuova direttiva: nei casi di abusi sessuali su minori da parte dei preti "si deve sempre seguire la legge civile per quanto riguarda la denuncia dei crimini alle appropriate autorità".
E' quanto recita la "guida" della Congregazione per la dottrina della Fede pubblicata sul sito della Santa Sede. Nei casi più gravi e accertati, continua il documento, il Papa potrà direttamente ridurre il colpevole allo stato laicale, senza passare per un processo canonico. Per la prima volta si fa riferimento esplicito alla denuncia alle autorità civili, quando fino ad oggi le direttive suggerivano (neanche troppo velatamente) - se non intimavano fino alla scomunica - il silenzio e la discrezione.
Anche nei confronti della Chiesa, come ricorda oggi Ostellino, va applicata «la distinzione kantiana, e liberale, fra peccato e reato». Ma la Chiesa non si è limitata a condannare il peccato e a perdonare il peccatore pentito. Distinguere non significa nascondere, insabbiare.
Con la nuova direttiva - di tutta evidenza non "motu proprio" ma "obtorto collo" - la Chiesa mostra di aver compreso che ciò che ha più scandalizzato, irritato, sconcertato l'opinione pubblica, anche cattolica, non è tanto l'enorme quantità di abusi sessuali di membri del clero sui minori, quanto piuttosto l'anacronistica e criminale pretesa della Chiesa cattolica di considerare la propria giurisdizione al di sopra di quella civile, sostitutiva rispetto ad essa, e quindi di sottrarre i suoi appartenenti alla legge, rivelando così la sua propensione a riprendersi piccoli spazi del suo perduto potere temporale. Mi spiego: se anche fosse stata severissima al suo interno con i preti che si sono macchiati di abusi, non avrebbe dovuto dar luogo a comportamenti reticenti e a coperture che sanno di favoreggiamento. Mi sembra di vederli lo sbigottimento e l'incredulità negli occhi del Papa e dei cardinali: crolla oggi una pretesa superiorità della loro giurisdizione in cui hanno davvero creduto. Non riescono proprio a capacitarsi delle bizzarre pretese della "giustizia degli uomini". Sarà un altro "peccato" di cui scusarsi tra qualche decennio.
All'attuale Papa non si può affatto riconoscere «il merito di aver fatto opera di trasparenza», come sostiene Ostellino, in quanto lui stesso uno dei maggiori responsabili, da capo della Congregazione per la dottrina della Fede per un ventennio, di quel sistema di "copertura" e insabbiamento del fenomeno degli abusi concepito e posto in essere dal Vaticano, qui a Roma. Se oggi si muove nella direzione opposta, distinguendo gli ambiti del diritto canonico da quelli del codice penale, si può legittimamente ritenere che agisca così perché vi è stato costretto dall'incalzare degli eventi e dal montare dello scandalo, e forse alla fine anche per convinzione - almeno speriamo - ma certo fuori tempo massimo.
Rischia giustamente, quindi a mio avviso, di «passare come il Papa che ha coperto la pedofilia dei sacerdoti». Semmai, a parziale attenuante, si può dire che la giusta critica nei confronti della Chiesa cattolica non si riduca alla demonizzazione dell'attuale Papa solo perché "antipatico", quando di tutta evidenza si tratta di un sistema e di una mentalità omertosa che coinvolge le gerarchie ecclesiastiche nel loro complesso, e che vede tra i responsabili anche i Papi precedenti. Insomma, non si può crocifiggere Ratzinger e salvare Wojtyla, solo perché più simpatico, sarei il primo a rifiutare questa logica.
Il bubbone pedofilia, che da anni si stava gonfiando, è finalmente scoppiato e la Chiesa corre ai giusti ripari, segno che al di là di smentite e difese d'ufficio, sa bene d'avere torto e di aver sbagliato, e che non si tratta di un oscuro complotto mediatico anti-cattolico organizzato dai massoni, come tenta di far credere ai suoi fedeli. Meglio tardi che mai, si direbbe. Tra incredibili gaffe e errori comunicativi praticamente ogni giorno (il parallelo con la Shoah e l'equiparazione omosessuale-pedofilo), arriva infatti, sull'onda e per effetto degli scandali, e nel panico totale di una gerarchia che sembra non sapere più che pesci pigliare, la nuova direttiva: nei casi di abusi sessuali su minori da parte dei preti "si deve sempre seguire la legge civile per quanto riguarda la denuncia dei crimini alle appropriate autorità".
E' quanto recita la "guida" della Congregazione per la dottrina della Fede pubblicata sul sito della Santa Sede. Nei casi più gravi e accertati, continua il documento, il Papa potrà direttamente ridurre il colpevole allo stato laicale, senza passare per un processo canonico. Per la prima volta si fa riferimento esplicito alla denuncia alle autorità civili, quando fino ad oggi le direttive suggerivano (neanche troppo velatamente) - se non intimavano fino alla scomunica - il silenzio e la discrezione.
Anche nei confronti della Chiesa, come ricorda oggi Ostellino, va applicata «la distinzione kantiana, e liberale, fra peccato e reato». Ma la Chiesa non si è limitata a condannare il peccato e a perdonare il peccatore pentito. Distinguere non significa nascondere, insabbiare.
Con la nuova direttiva - di tutta evidenza non "motu proprio" ma "obtorto collo" - la Chiesa mostra di aver compreso che ciò che ha più scandalizzato, irritato, sconcertato l'opinione pubblica, anche cattolica, non è tanto l'enorme quantità di abusi sessuali di membri del clero sui minori, quanto piuttosto l'anacronistica e criminale pretesa della Chiesa cattolica di considerare la propria giurisdizione al di sopra di quella civile, sostitutiva rispetto ad essa, e quindi di sottrarre i suoi appartenenti alla legge, rivelando così la sua propensione a riprendersi piccoli spazi del suo perduto potere temporale. Mi spiego: se anche fosse stata severissima al suo interno con i preti che si sono macchiati di abusi, non avrebbe dovuto dar luogo a comportamenti reticenti e a coperture che sanno di favoreggiamento. Mi sembra di vederli lo sbigottimento e l'incredulità negli occhi del Papa e dei cardinali: crolla oggi una pretesa superiorità della loro giurisdizione in cui hanno davvero creduto. Non riescono proprio a capacitarsi delle bizzarre pretese della "giustizia degli uomini". Sarà un altro "peccato" di cui scusarsi tra qualche decennio.
All'attuale Papa non si può affatto riconoscere «il merito di aver fatto opera di trasparenza», come sostiene Ostellino, in quanto lui stesso uno dei maggiori responsabili, da capo della Congregazione per la dottrina della Fede per un ventennio, di quel sistema di "copertura" e insabbiamento del fenomeno degli abusi concepito e posto in essere dal Vaticano, qui a Roma. Se oggi si muove nella direzione opposta, distinguendo gli ambiti del diritto canonico da quelli del codice penale, si può legittimamente ritenere che agisca così perché vi è stato costretto dall'incalzare degli eventi e dal montare dello scandalo, e forse alla fine anche per convinzione - almeno speriamo - ma certo fuori tempo massimo.
Rischia giustamente, quindi a mio avviso, di «passare come il Papa che ha coperto la pedofilia dei sacerdoti». Semmai, a parziale attenuante, si può dire che la giusta critica nei confronti della Chiesa cattolica non si riduca alla demonizzazione dell'attuale Papa solo perché "antipatico", quando di tutta evidenza si tratta di un sistema e di una mentalità omertosa che coinvolge le gerarchie ecclesiastiche nel loro complesso, e che vede tra i responsabili anche i Papi precedenti. Insomma, non si può crocifiggere Ratzinger e salvare Wojtyla, solo perché più simpatico, sarei il primo a rifiutare questa logica.
Thursday, March 25, 2010
Un boomerang le intimazioni vaticane
Se il voto del 28 e 29 marzo si caratterizza, come si sta sforzando di caratterizzarlo Berlusconi, non solo come voto per scegliere i governi regionali ma anche per dare «nuova forza e supporto al mio governo per operare nella direzione delle riforme» (il premier, ormai non sappiamo con quale credibilità, è tornato a parlare di «rivoluzione liberale», dal presidenzialismo alla riforma della giustizia e del fisco), allora c'è qualche possibilità che i candidati di centrodestra riescano a strappare la vittoria al foto-finish in Piemonte e Lazio. Ma se si caratterizza come voto "religioso" contro i candidati "laicisti" le possibilità a mio avviso diminuiscono.
Il tentativo di mobilitazione in cui si sta spendendo in quest'ultima settimana Berlusconi contro il pericolo dell'astensionismo, toccando i tasti giusti (voto utile, scelta di campo, promessa di riforme, carattere nazionale del voto), può riuscire, ma rischia di essere indebolito, e non rafforzato dalla mobilitazione del voto cattolico tentata dal cardinale Bagnasco con l'intervento a gamba tesa dell'altro giorno. Se la Polverini appare voler resistere alla tentazione, giornali e politici di centrodestra sembrano voler ricorrere nuovamente, come all'inizio della campagna, all'arma religiosa, non avvedendosi che il bacino elettorale cui possono rivolgersi i candidati di centrodestra è ben più ampio di quello delimitato da quegli elettori disposti a rispondere presente fin dentro le urne ad un richiamo integralista alla dottrina etica e sociale della Chiesa. Sono ben pochi, e a mio avviso comunque meno di quanti sarebbero allontanati da quella vera e propria intimazione.
L'intervista del Mons. Fisichella a il Giornale rischia di peggiorare le cose: non solo si chiede ormai esplicitamente ai cattolici di non votare la Bonino nel Lazio e la Bresso in Piemonte («il richiamo alla libertà di coscienza è sacrosanto, ma... il cattolico non può con il proprio voto favorire leggi o programmi che non sono conformi ai principi non negoziabili»), ma si intima anche a quei politici di non chiederlo neanche, il voto ai cattolici («i candidati i quali hanno impegnato tutta la loro attività politica nel perseguire programmi che contrastano apertamente con alcuni fondamentali valori a noi cari, sarebbe opportuno che per coerenza essi stessi chiedessero ai cattolici di non essere votati»).
Un intervento, quello di Bagnasco, che Il Secolo XIX definisce «uno scivolone di prim'ordine» per lo stesso segretario della Cei («aver affidato a un pugno di voti le sorti della Chiesa italiana, è apparso, nei sacri palazzi, come un passo a dir poco improvvido. Anche perché il colpo assestato da Bagnasco è arrivato troppo tardi, a pochi giorni dal voto»). E perché potrebbe mobilitare l'elettorato di sinistra a sostegno della Bonino più di quanto sia in grado di mobilitare contro di lei quello moderato e gli indecisi.
Il tentativo di mobilitazione in cui si sta spendendo in quest'ultima settimana Berlusconi contro il pericolo dell'astensionismo, toccando i tasti giusti (voto utile, scelta di campo, promessa di riforme, carattere nazionale del voto), può riuscire, ma rischia di essere indebolito, e non rafforzato dalla mobilitazione del voto cattolico tentata dal cardinale Bagnasco con l'intervento a gamba tesa dell'altro giorno. Se la Polverini appare voler resistere alla tentazione, giornali e politici di centrodestra sembrano voler ricorrere nuovamente, come all'inizio della campagna, all'arma religiosa, non avvedendosi che il bacino elettorale cui possono rivolgersi i candidati di centrodestra è ben più ampio di quello delimitato da quegli elettori disposti a rispondere presente fin dentro le urne ad un richiamo integralista alla dottrina etica e sociale della Chiesa. Sono ben pochi, e a mio avviso comunque meno di quanti sarebbero allontanati da quella vera e propria intimazione.
L'intervista del Mons. Fisichella a il Giornale rischia di peggiorare le cose: non solo si chiede ormai esplicitamente ai cattolici di non votare la Bonino nel Lazio e la Bresso in Piemonte («il richiamo alla libertà di coscienza è sacrosanto, ma... il cattolico non può con il proprio voto favorire leggi o programmi che non sono conformi ai principi non negoziabili»), ma si intima anche a quei politici di non chiederlo neanche, il voto ai cattolici («i candidati i quali hanno impegnato tutta la loro attività politica nel perseguire programmi che contrastano apertamente con alcuni fondamentali valori a noi cari, sarebbe opportuno che per coerenza essi stessi chiedessero ai cattolici di non essere votati»).
Un intervento, quello di Bagnasco, che Il Secolo XIX definisce «uno scivolone di prim'ordine» per lo stesso segretario della Cei («aver affidato a un pugno di voti le sorti della Chiesa italiana, è apparso, nei sacri palazzi, come un passo a dir poco improvvido. Anche perché il colpo assestato da Bagnasco è arrivato troppo tardi, a pochi giorni dal voto»). E perché potrebbe mobilitare l'elettorato di sinistra a sostegno della Bonino più di quanto sia in grado di mobilitare contro di lei quello moderato e gli indecisi.
Tuesday, March 23, 2010
L'effetto "B" sulla campagna nel Lazio
Mi pare che ormai in dieci delle 13 regioni in cui si vota i rapporti di forza tra i candidati si siano abbastanza consolidati: al centrosinistra dovrebbero andarne sei (Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Puglia e Basilicata) e al centrodestra quattro (Lombardia, Veneto, Campania, Calabria). Ciò significa che a decretare la vittoria dell'uno o dell'altro schieramento sarà il responso delle urne nelle tre regioni rimanenti. Oltre che in Liguria (dov'è leggermente in vantaggio il centrosinistra), soprattutto nelle due più pesanti e in bilico, Lazio e Piemonte. Considerando che il centrodestra, pur perdendo in tutte e tre queste regioni, passerebbe comunque da due a quattro regioni governate, ma che il centrosinistra parte da una base di consensi fortemente ridotta rispetto alle ultime regionali nel 2005 (e che pochi mesi fa la prospettiva del sorpasso - 7 a 6 o addirittura 8 a 5 - sembrava alla portata del centrodestra), bisognerebbe parlare di pareggio nel caso in cui il Lazio andasse agli uni e il Piemonte agli altri, o viceversa, mentre se in entrambe le regioni si affermasse una sola coalizione, allora avremmo una vittoria piena.
Di elementi anomali in questa campagna elettorale ce ne sono stati tali e tanti che prevedere l'impatto che avranno sulle intenzioni di voto dei cittadini in una regione come il Lazio, dov'è testa-a-testa tra Polverini e Bonino, è impossibile. Ieri si è aggiunta anche la variabile vaticana, con l'intervento a gamba tesa del segretario della Cei Bagnasco, che ha voluto richiamare i cattolici disorientati a «inquadrare» il proprio voto, in qualsiasi competizione elettorale, anche locale e regionale, nell'ottica di quei «valori non negoziabili» che sono in gioco su temi quali l'aborto e la famiglia. Tradotto: non votate per la Bonino o per la Bresso.
Un richiamo così esplicito e a così pochi giorni dal voto significa che le gerarchie ecclesiastiche ritengono realistica - e temibile - la vittoria di Emma Bonino nel Lazio e ciò che più temono non è certo la sorte dei «valori non negoziabili», su cui i governatori possono ben poco, ma quella di ben altri "valori", le «strutture sanitarie di ispirazione cristiana», che però non hanno altrettanto presa sugli elettori.
La reazione delle due candidate è stata composta e saggia dal punto di vista di entrambe. Né la Polverini ha strumentalizzato le parole di Bagnasco (al contrario di quanto stanno tentando di fare le forze politiche che la sostengono, Pdl e Udc), né la Bonino è caduta nella trappola di una reazione anticlericale come in passato. Non ha certo bisogno di ispessire il suo profilo "laicista", correndo il pericolo di alienarsi davvero qualche voto cattolico, mentre la Polverini è consapevole che il bacino elettorale del centrodestra, quello a cui può rivolgersi, è ben più ampio di quello delimitato dalle posizioni del Vaticano.
Difficile valutare l'effetto di questo intervento. Apparentemente, e nelle intenzioni della Cei, dovrebbe avvantaggiare la Polverini, ma non mi stupirei se avesse l'effetto opposto, anche considerando la crisi di credibilità morale della Chiesa in questo periodo di scandali sulla pedofilia. Come ho già avuto modo di scrivere, non credo che il problema della Bonino sia mai stato il cosiddetto "voto cattolico". Piuttosto, è in generale la mobilitazione di tutto l'elettorato Pd e a sinistra del Pd. E per i cattolici che solitamente votano centrosinistra, esattamente come per gli altri, è l'esame di antiberlusconismo quello che conta per capire se possono fidarsi di un candidato e mobilitarsi per esso. La Bonino questo esame mi pare averlo superato brillantemente. Il resto, viene dopo. Piuttosto, la forte personalizzazione della campagna ancora una volta su Berlusconi rischia di dividere gli elettori nei soliti blocchi, impedendo alla Bonino di attrarre voti da destra e alla Polverini di attrarne da sinistra, come i loro profili autorizzavano a ritenere possibile.
Di elementi anomali in questa campagna elettorale ce ne sono stati tali e tanti che prevedere l'impatto che avranno sulle intenzioni di voto dei cittadini in una regione come il Lazio, dov'è testa-a-testa tra Polverini e Bonino, è impossibile. Ieri si è aggiunta anche la variabile vaticana, con l'intervento a gamba tesa del segretario della Cei Bagnasco, che ha voluto richiamare i cattolici disorientati a «inquadrare» il proprio voto, in qualsiasi competizione elettorale, anche locale e regionale, nell'ottica di quei «valori non negoziabili» che sono in gioco su temi quali l'aborto e la famiglia. Tradotto: non votate per la Bonino o per la Bresso.
Un richiamo così esplicito e a così pochi giorni dal voto significa che le gerarchie ecclesiastiche ritengono realistica - e temibile - la vittoria di Emma Bonino nel Lazio e ciò che più temono non è certo la sorte dei «valori non negoziabili», su cui i governatori possono ben poco, ma quella di ben altri "valori", le «strutture sanitarie di ispirazione cristiana», che però non hanno altrettanto presa sugli elettori.
La reazione delle due candidate è stata composta e saggia dal punto di vista di entrambe. Né la Polverini ha strumentalizzato le parole di Bagnasco (al contrario di quanto stanno tentando di fare le forze politiche che la sostengono, Pdl e Udc), né la Bonino è caduta nella trappola di una reazione anticlericale come in passato. Non ha certo bisogno di ispessire il suo profilo "laicista", correndo il pericolo di alienarsi davvero qualche voto cattolico, mentre la Polverini è consapevole che il bacino elettorale del centrodestra, quello a cui può rivolgersi, è ben più ampio di quello delimitato dalle posizioni del Vaticano.
Difficile valutare l'effetto di questo intervento. Apparentemente, e nelle intenzioni della Cei, dovrebbe avvantaggiare la Polverini, ma non mi stupirei se avesse l'effetto opposto, anche considerando la crisi di credibilità morale della Chiesa in questo periodo di scandali sulla pedofilia. Come ho già avuto modo di scrivere, non credo che il problema della Bonino sia mai stato il cosiddetto "voto cattolico". Piuttosto, è in generale la mobilitazione di tutto l'elettorato Pd e a sinistra del Pd. E per i cattolici che solitamente votano centrosinistra, esattamente come per gli altri, è l'esame di antiberlusconismo quello che conta per capire se possono fidarsi di un candidato e mobilitarsi per esso. La Bonino questo esame mi pare averlo superato brillantemente. Il resto, viene dopo. Piuttosto, la forte personalizzazione della campagna ancora una volta su Berlusconi rischia di dividere gli elettori nei soliti blocchi, impedendo alla Bonino di attrarre voti da destra e alla Polverini di attrarne da sinistra, come i loro profili autorizzavano a ritenere possibile.
Friday, January 22, 2010
Polverini vs Bonino, duello atipico
Non c'è troppo da sorprendersi della campagna di Libero contro la Bonino, come neanche dell'inversione a U del Riformista, con al volante uno spericolato Caldarola che dopo aver definito la candidatura della radicale una «opportunità» e una lieta «novità», oggi invece la attacca duramente prendendo spunto dalla campagna di Libero. E' ovvio che qui i valori che contano non sono quelli etici, ma sono i valori degli Angelucci, editori di entrambi i giornali, ma non ci scandalizziamo. La politica è anche rappresentanza di interessi. Lo sa bene Ruini, sceso in campo per assicurarsi che Pdl e Udc non mettano a repentaglio per beghe tra partiti i preziosi interessi della Chiesa nel Lazio. Piuttosto, come fa notare Filippo Facci, non mi pare un grande scoop. Altro che scheletro nell'armadio (e le tessere false della Polverini?) Tutti sanno che la Bonino si è battuta per la legalizzazione dell'aborto e una foto di oltre trent'anni fa (35!), per quanto cruda, può far rabbrividire ancor di più chi - ma sono pochi - considera l'aborto un omicidio e la Bonino un'«assassina», ma non basta a macchiare la sua immagine di paladina dei diritti civili e di donna di governo seria e competente.Ma soprattutto, non saprei quanto convenga al centrodestra buttarla sull'aborto, sui diritti civili, sulla contrapposizione della Bonino e dei radicali all'ingerenza del Vaticano. La situazione è complessa, infatti, visto che i profili di entrambe la candidate presentano differenze vistose rispetto all'elettorato di base delle coalizioni che le sostengono. Per molti versi, infatti, la Polverini ha tutte le carte in regola per attrarre molti voti di sinistra. Lei ex sindacalista, nella Roma dei ministeri, amica delle coop ed essendo la sanità pubblica il principale dossier sul tavolo di qualsiasi presidente di regione, in particolare nel Lazio, dove il buco si è approfondito sia con Storace che con Marrazzo. L'elettore di sinistra, magari sindacalizzato, magari dipendente pubblico, o magari radical-chic, non teme la Polverini, nonostante sia del centrodestra, anche perché la associa molto più a Fini che a Berlusconi.
Specularmente, l'incognita della Bonino è molto più la mobilitazione dei voti del Pd e dei partiti di sinistra che non dei cattolici. Incendiare la campagna su temi quali l'aborto, la laicità, la Chiesa, rischia di facilitare questo compito alla Bonino. La maggior parte dei voti cattolici, come dimostra anche un'esemplare inchiesta su Il Foglio di oggi, si spostano molto più su concetti come solidarietà e lavoro che sull'aborto. Il voto dei cattolici, della grandissima parte di essi, non si polarizza sui temi etici (men che meno l'aborto, questione chiusa con la legge 194), ma come il resto dell'elettorato su quelli economico-sociali. Non bisogna farsi ingannare dai politici, "cattolici" e non, cui interessa accreditarsi agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche. Al contrario, l'elettore di sinistra o di estrema sinistra sfiduciato, che per i motivi citati prima non teme la Polverini tanto da precipitarsi a votare la "liberale" Bonino, e che forse dalla caduta di Prodi non va neanche più a votare, potrebbe trovare nuove motivazioni per tornare alle urne da un acceso scontro sulla laicità da cui sulla figura della Polverini si stagliasse il profilo del Vaticano.
Con questo non voglio dire che alla Bonino convenga buttarla sui diritti civili e la laicità. Lei non ha bisogno di parlarne, perché è il suo "brand" d'origine. Se lo facesse, invece, verrebbe fuori quella "diversità radicale" che le alienerebbe sia i voti moderati che quelli di sinistra. Ma non credo che commetterà questo errore. Per raccogliere tutti i voti del Pd dovrà innanzitutto lavorare molto sotto traccia, sulla "pancia" di un partito deluso e confuso. Il no al nucleare può essere un buon tema su cui mettere in difficoltà la sua avversaria e mobilitare energie da sinistra. Ma per vincere dovrà anche presentarsi come una manager ben informata, pragmatica e competente, darsi un tono istituzionale e "bipartisan", evitare faziosità antiberlusconiane alla Franceschini o alla Bersani, per convincere indecisi e liberali del Pdl. E sperare che la Polverini - per il momento ancora meno nota di lei e non inquadrata partiticamente - riveli qualche fragilità e commetta l'errore di spostarsi troppo a destra.
Insomma, ci vuole un miracolo, proprio perché a meno di regali inaspettati, il popolo della sinistra, già sfiduciato, non ha motivi per temere la Polverini. E perché i settori più liberali del centrodestra, che come me mugugnano per la Polverini e l'alleanza con l'Udc, nel Lazio sono una minoranza non significativa e hanno smesso di credere alla favola della Bonino e dei radicali come "liberali".
Emma Bonino è una zelig. La sua metamorfosi ha seguito di pari passo - e, anzi, trainato - quella dei radicali, gli ultimi giapponesi di Romano Prodi. Da una vittoria della Bonino non ci sarebbe dunque da aspettarsi alcuna "rivoluzione liberale". Sarebbe ingenuo pensare che la Bonino sia la stessa del '99, quando alle Europee prese l'8,5%. Alla Polverini fa gioco, per cercare di alienarle i voti più di sinistra, ricordare le sue battaglie antisindacali, contro l'art. 18, il "liberismo", ma la Bonino e i radicali non sono più quelli di allora. Sono bastati due anni al governo con Prodi per trasformarli e ormai sono più a sinistra del Pd.
Tuesday, November 03, 2009
Altro che crocefisso, smascherato l'inganno della scuola statale
Levata di scudi praticamente unanime da parte del mondo politico per la sentenza della Corte europea dei diritti umani contro il crocefisso nelle aule. Della sentenza non mi scandalizza il merito, che anzi per lo più condivido: è ovvio che dal momento che la scuola è pubblica, l'ambiente educativo dovrebbe essere il più possibile neutro dal punto di vista della religione, come della razza, del sesso, eccetera. D'altra parte, c'è piena libertà di scegliere una scuola non neutra dal punto di vista religioso, optando per una scuola privata cattolica. L'equivoco quindi nasce dalla proprietà statale delle scuole, ma il discorso, più che per il crocefisso (il cui significato sembra davvero a cavallo tra il religioso e il nazional-popolare) dovrebbe valere per l'ora di religione, che al massimo dovrebbe essere storia delle religioni o religioni comparate.
Fin qui rimaniamo nell'ambito della discriminazione religiosa. Ma la sentenza, così come riportata dai siti d'informazione, non mi convince laddove cita il «pluralismo educativo» e «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni». Qui si apre un vero e proprio vaso di pandora, che ha ancora una volta a che fare con la proprietà e la natura statale della scuola. C'è davvero «pluralismo educativo» nelle nostre scuole statali, o è solo un mito che raccontiamo a noi stessi (o che ci viene inculcato), mentre in realtà viene esercitato un "monopolio educativo" da parte dell'insegnante che ti capita in sorte e che nessuna famiglia ha scelto? I genitori hanno certamente il diritto a educare i figli secondo le proprie convinzioni, ma dal momento che li affidano a una istituzione, in qualche modo accettano di porre dei limiti a quel diritto. Nel caso di una scuola privata, scelgono effettivamente secondo le proprie convinzioni. Nel caso di una scuola statale, vengono illusi dal mito del «pluralismo educativo». Perché - se la mettiamo su questo piano - io genitore dovrei accettare che mio figlio debba studiare storia sul Villari (che dovrei pure comprare con i miei soldi)?
Infine, sono rimasto non poco sorpreso dalla nazionalità dei sette giudici autori della sentenza: un belga, un italiano, ma anche un portoghese, un lituano, un ungherese, un serbo e un turco (!). Un turco che giudica sul crocefisso in Italia sembra un paradosso! E qui si apre una problematica ancora più ampia, quella della legittimazione della giurisdizione delle corti internazionali. Quanto è sopportabile, da un punto di vista liberale, che una simile giurisdizione sia fondata su dei trattati internazionali? Per altro, già la nostra Corte costituzionale si era espressa sul medesimo caso. Posso capire che se un ordinamento non vuole o non può esprimersi a tutela dei diritti dei cittadini (ciò che accade spesso nelle dittature), possa intervenire una corte sovranazionale. Ma rimango convinto che all'interno di un Paese democratico i cittadini debbano essere giudicati, e le controversie risolte, da giudici che derivano la loro autorità dalla comunità cui appartengono. La giurisdizione è una cosa delicata, non basta un trattato internazionale a legittimare un tribunale.
Fin qui rimaniamo nell'ambito della discriminazione religiosa. Ma la sentenza, così come riportata dai siti d'informazione, non mi convince laddove cita il «pluralismo educativo» e «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni». Qui si apre un vero e proprio vaso di pandora, che ha ancora una volta a che fare con la proprietà e la natura statale della scuola. C'è davvero «pluralismo educativo» nelle nostre scuole statali, o è solo un mito che raccontiamo a noi stessi (o che ci viene inculcato), mentre in realtà viene esercitato un "monopolio educativo" da parte dell'insegnante che ti capita in sorte e che nessuna famiglia ha scelto? I genitori hanno certamente il diritto a educare i figli secondo le proprie convinzioni, ma dal momento che li affidano a una istituzione, in qualche modo accettano di porre dei limiti a quel diritto. Nel caso di una scuola privata, scelgono effettivamente secondo le proprie convinzioni. Nel caso di una scuola statale, vengono illusi dal mito del «pluralismo educativo». Perché - se la mettiamo su questo piano - io genitore dovrei accettare che mio figlio debba studiare storia sul Villari (che dovrei pure comprare con i miei soldi)?
Infine, sono rimasto non poco sorpreso dalla nazionalità dei sette giudici autori della sentenza: un belga, un italiano, ma anche un portoghese, un lituano, un ungherese, un serbo e un turco (!). Un turco che giudica sul crocefisso in Italia sembra un paradosso! E qui si apre una problematica ancora più ampia, quella della legittimazione della giurisdizione delle corti internazionali. Quanto è sopportabile, da un punto di vista liberale, che una simile giurisdizione sia fondata su dei trattati internazionali? Per altro, già la nostra Corte costituzionale si era espressa sul medesimo caso. Posso capire che se un ordinamento non vuole o non può esprimersi a tutela dei diritti dei cittadini (ciò che accade spesso nelle dittature), possa intervenire una corte sovranazionale. Ma rimango convinto che all'interno di un Paese democratico i cittadini debbano essere giudicati, e le controversie risolte, da giudici che derivano la loro autorità dalla comunità cui appartengono. La giurisdizione è una cosa delicata, non basta un trattato internazionale a legittimare un tribunale.
Thursday, September 10, 2009
Se Fini è affetto da "casinismo"
No, non condivido l'entusiamo di certi miei amici liberali per Fini, e di conseguenza le loro difese dall'attacco che ha ricevuto da Feltri. Ho letto in questi giorni molti post, commenti, l'intervista a Della Vedova. Certo, su alcuni temi mi fa piacere che Fini rappresenti posizioni che ad oggi nel Pdl sono decisamente sottorappresentate - ma che non mi sentirei di definire minoritarie (forse tra i militanti e i dirigenti, ma non certo tra gli elettori). Ma da qui a descrivere Fini come leader di una destra moderna e liberale ce ne passa. Il problema, per farla breve, è che a me pare che Fini per esistere politicamente cerchi di sfruttare ogni minima occasione per differenziarsi da Berlusconi. Se Berlusconi e il governo dicono "A", lui subito dice "B", e viceversa, a prescindere dal merito e dalle convinzioni. Mi pare insomma che stia usando il suo ruolo di presidente della Camera come fecero prima di lui - con scarsissimi risultati - sia Casini che Bertinotti.La conflittualità tra Fini e Berlusconi si sviluppa su tre piani, che per essere obiettivi occorre tenere distinti. E' comprensibile che da presidente della Camera Fini si trovi molte volte a dover difendere le prerogative del Parlamento nei confronti di certe iniziative del governo e di certe lamentele del premier sulla pletoricità dei lavori parlamentari. Su questo piano, a prescindere dal merito (l'effettiva inadeguatezza e arretratezza dell'impianto costituzionale), una certa dialettica tra governo e presidenza della Camera è fisiologica.
Riguardo alcuni temi, Fini sta cercando di rappresentare posizioni di una destra più aperta e moderna, non ho mancato di sottolinearlo in occasione del Congresso del Pdl. Sull'immigrazione, a fronte di fermezza e rigore con i clandestini e i criminali, si preoccupa giustamente dei temi dell'integrazione e della moderna cittadinanza. E lo fa correttamente, cioè non cedendo al relativismo culturale e al politically correct della sinistra salottiera, ma da destra, prendendo i valori, le leggi e la cultura nazionali come fattori unificanti (alla Sarkozy, si potrebbe dire) per chi vive, lavora, paga le tasse in Italia, a prescindere dalla religione e dal colore della pelle.
Posizioni più aperte e moderne Fini le ha espresse anche sull'omosessualità e la bioetica, ed è più volte intervenuto in difesa della laicità dello stato. Nei giorni in cui il governo decideva di varare un decreto per impedire che a Eluana Englaro venisse "staccata la spina" - decreto che però il presidente Napolitano non firmò ritenendolo non conforme alla Costituzione - Fini si espresse per il rispetto della decisione del padre di Eluana. Una posizione non solo certamente legittima, ma che interpretava i sentimenti di larga parte degli italiani e dello stesso popolo del Pdl, come indicano i sondaggi. Sui temi della bioetica c'è nel partito piena libertà di coscienza, ha ricordato lo stesso Berlusconi parlando ieri sera alla Festa Atreju, dei giovani ex di An. La sensibilità laico-liberale di Fini non è isolata all'interno del Pdl e non è estranea, anzi ha «piena cittadinanza», come ha osservato Il Foglio, nella cultura politica di «un centrodestra moderno».
Eppure, non si può non notare come non molto tempo fa su tutti questi temi Fini esprimeva posizioni diametralmente opposte. Non si tratta di mettere in discussione la svolta di Fiuggi e inchiodare Fini al suo passato post-fascista ed ex-missino. Parliamo di un'era politica molto più vicina a noi. Quando sull'immigrazione la sua posizione era sovrapponibile a quella di Bossi, tanto da firmare insieme la famosa legge Bossi-Fini ancora in vigore; quando sollevava dubbi circa l'idoneità degli omosessuali a insegnare nelle scuole; quando, soprattutto, neanche due anni fa sosteneva che Piergiorgio Welby, essendo cosciente, non poteva chiedere di morire, e che chi lo «assecondasse» doveva essere considerato «un omicida», perché «la vita non è nella disponibilità di un uomo».
Cambiare idea è legittimo, ci mancherebbe altro, anche nell'arco di soli due anni, ma quando si cambia idea dopo aver assunto posizioni così nette ed estreme, si dovrebbe in qualche modo renderne conto, spiegare cioè i motivi del ripensamento, non fare finta di non aver mai detto certe cose. Se a ciò si aggiunge che all'epoca Fini non era presidente della Camera ma era all'opposizione insieme a Berlusconi e che al governo c'era il centrosinistra di Romano Prodi, allora sulla genuinità di certi improvvisi ripensamenti è lecito nutrire qualche dubbio.
Vorrei far notare inoltre ai miei amici liberali che in economia Fini non ha avuto alcun ripensamento da "destra aperta e moderna", liberale, bensì pare perfettamente a suo agio con la politica socialdemocratica della coppia Tremonti-Sacconi.
Ma c'è anche un terzo piano, nella conflittualità tra Fini e Berlusconi, ed è quello che Feltri ha rimproverato a Fini. Il direttore de il Giornale infatti non ha contestato al presidente della Camera le sue prese di posizione in difesa delle prerogative parlamentari, o le sue idee sul caso Englaro (che per altro Feltri condivide), ma il suo assordante silenzio per tutti i mesi in cui il premier ha ricevuto attacchi sulla sua vita privata. Il fatto che Fini abbia deciso di spendere le sue preziose parole solo sul caso Boffo, parlando di "killeraggio", ha fatto giustamente "incacchiare" Feltri. Ecco, questo è l'unico atteggiamento di Fini - di fregarsi le mani dinanzi ai tentativi di demolizione dell'immagine del premier - controproducente.
Intendiamoci, nel Pdl manca un dibattito di idee libero da pregiudizi e condizionamenti. Ciò si deve in parte alla forte leadership di Berlusconi, ma anche all'esperienza di governo in corso e alla campagna di attacchi - sulla vita privata e come al solito sulle vicende giudiziarie (adesso si apre addirittura il fronte sulle stragi di mafia) - da parte della stampa di sinistra e di un'opposizione dedita solo all'antiberlusconismo, che costringono per riflesso il Pdl a "fare quadrato" su tutte le decisioni, anche su quelle che richiederebbero maggiore riflessione e dibattito interno. Ben venga, dunque, un sano confronto tra idee anche molto diverse tra di loro - magari anche sulla politica economica! - che non solo arricchiscano il partito ma tolgano spazi politici all'opposizione, come a volte sembra che avvenga grazie alla disputa Lega-Fini.
Fini fa benissimo a cercare di costruirsi un profilo e un'identità politica che vada oltre i confini di An, e se possibile finanche oltre i confini attuali del Pdl, che da partito maggioritario, che ambisce a superare il 40% dei consensi, deve mirare a rappresentare tutte o quasi le istanze della società. Tuttavia, Fini dovrebbe tenere conto di alcuni fatti: che 1) la leadership di Berlusconi è incontendibile, lo è de facto prima ancora che per volontà del Cav., nel senso che gli elettori del centrodestra con approverebbero una leadership costruita in contrapposizione e in ostilità a Berlusconi, tanto più se significa impegnarsi in un'opera di estenuante logoramento dell'efficacia dell'azione di governo; e che 2) il successo del governo conviene allo stesso Fini, dal momento che in caso di fallimento, forse riuscirebbe a succedere a Berlusconi nella leadeship del Pdl, ma non alla guida del Paese. Un successo pieno di questa esperienza di governo conviene a chiunque voglia succedere a Berlusconi nel centrodestra. Solo in quel caso infatti un leader inevitabilmente più fragile del Cav. potrebbe realisticamente ambire al governo del Paese oltre che al vertice del partito.
Friday, September 04, 2009
La lezione del caso Boffo/2 - poi basta
E' finita come non poteva non finire: con le dimissioni. Quella di Boffo è la fine di ogni "moralizzatore" e non merita che si straccino tutte le vesti che vengono stracciate in queste ore. Il suo piccolo e veniale infortunio giudiziario (mica tanto, poi, dopo l'approvazione della legge sullo stalking), non lo avrebbe costretto alle dimissioni se non avesse preteso di giudicare la vita privata altrui e se il giornale che dirigeva non sostenesse le posizioni che sostiene sull'omosessualità.
L'unica "intimidazione" in questa vicenda è aver ricordato a chi pretende di fare la morale agli altri, che deve aspettarsi che qualcun altro prima o poi si prenda la briga di farla a lui. Tutto qui, come torna a spiegare oggi Feltri su il Giornale: «Ci premeva soltanto dimostrare che le sue prediche erano in contrasto con il suo stile di vita privata; e che, poiché certe critiche mosse dal quotidiano dei vescovi concernevano il comportamento (vero o presunto) pure privato del premier, il pulpito da cui provenivano non era idoneo».
Quella di Feltri è stata una campagna non contro la persona di Boffo o contro chiunque critichi Berlusconi, né tanto meno anti-gay, ma una meritoria e assolutamente necessaria campagna contro il doppiopesismo di certa stampa. Non si può francamente pretendere che solo certa stampa - quella di sinistra e antiberlusconiana per intenderci - abbia il diritto di assestare colpi bassi, e che invece quella vicina al centrodestra rimanga impassibile. Chiunque assesta colpi bassi, si aspetti di riceverne. Su Boffo è venuto fuori quel che è venuto fuori (e, per dirla tutta, è davvero strano che sia l'unico procedimento in Italia i cui atti rimangono segreti), ma anche il direttore de la Repubblica, Ezio Mauro, ha avuto il suo, con la dimostrata evasione-elusione fiscale. Si è ficcato il naso sotto le lenzuola di Berlusconi, ma là fuori - tra i suoi avversari - è pieno di storie piccanti e compromettenti. Molti ne sono a conoscenza e se non esce niente è per quel briciolo di pudore che evidentemente da qualche parte ancora esiste.
Protagonista di questa vicenda però è stato senz'altro il Vaticano. C'è da ritenere che sia partita dal suo interno la controversa informativa su Boffo, di cui da tempo, almeno tre mesi, centinaia di vescovi erano a conoscenza. Il ministro Maroni in persona ha assicurato a Bagnasco che quell'informativa non esiste e pare quindi credibile l'ipotesi che a ottenerla possa essere stata la gendarmeria vaticana. Può la gendarmeria vaticana, al pari di una qualunque questura, chiedere e ottenere un documento del genere? Non saprei, ma mi sembra verosimile. Quanto, poi, al foglio che l'accompagna, l'espressione "riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza", il goffo tentativo di utilizzare un lessico burocratico e i diversi errori fanno presumere che non sia stato redatto da funzionari di polizia o giudiziari, ma da qualcuno che non ha molta dimestichezza con la lingua italiana, e forse persino di origine straniera.
Fatto sta che l'iniziativa di Feltri ha dato modo alla segreteria di Stato vaticana, da sempre in concorrenza con l'episcopato italiano nella gestione dei rapporti con il governo, di assestare un bel colpo ai danni della Cei e in particolare di Bagnasco. Il fronte a difesa di Boffo infatti non è stato affatto compatto come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. Lo ripeto: questa vicenda dimostra che più la Chiesa - direttamente e con i suoi giornali - pretenderà di gettarsi nella mischia politica, più si troverà divisa al suo interno su questioni ben poco dottrinali e ben più immanenti, al minimo attacco che la riguardi esposta a pericolosi sbandamenti.
L'unica "intimidazione" in questa vicenda è aver ricordato a chi pretende di fare la morale agli altri, che deve aspettarsi che qualcun altro prima o poi si prenda la briga di farla a lui. Tutto qui, come torna a spiegare oggi Feltri su il Giornale: «Ci premeva soltanto dimostrare che le sue prediche erano in contrasto con il suo stile di vita privata; e che, poiché certe critiche mosse dal quotidiano dei vescovi concernevano il comportamento (vero o presunto) pure privato del premier, il pulpito da cui provenivano non era idoneo».
Quella di Feltri è stata una campagna non contro la persona di Boffo o contro chiunque critichi Berlusconi, né tanto meno anti-gay, ma una meritoria e assolutamente necessaria campagna contro il doppiopesismo di certa stampa. Non si può francamente pretendere che solo certa stampa - quella di sinistra e antiberlusconiana per intenderci - abbia il diritto di assestare colpi bassi, e che invece quella vicina al centrodestra rimanga impassibile. Chiunque assesta colpi bassi, si aspetti di riceverne. Su Boffo è venuto fuori quel che è venuto fuori (e, per dirla tutta, è davvero strano che sia l'unico procedimento in Italia i cui atti rimangono segreti), ma anche il direttore de la Repubblica, Ezio Mauro, ha avuto il suo, con la dimostrata evasione-elusione fiscale. Si è ficcato il naso sotto le lenzuola di Berlusconi, ma là fuori - tra i suoi avversari - è pieno di storie piccanti e compromettenti. Molti ne sono a conoscenza e se non esce niente è per quel briciolo di pudore che evidentemente da qualche parte ancora esiste.
Protagonista di questa vicenda però è stato senz'altro il Vaticano. C'è da ritenere che sia partita dal suo interno la controversa informativa su Boffo, di cui da tempo, almeno tre mesi, centinaia di vescovi erano a conoscenza. Il ministro Maroni in persona ha assicurato a Bagnasco che quell'informativa non esiste e pare quindi credibile l'ipotesi che a ottenerla possa essere stata la gendarmeria vaticana. Può la gendarmeria vaticana, al pari di una qualunque questura, chiedere e ottenere un documento del genere? Non saprei, ma mi sembra verosimile. Quanto, poi, al foglio che l'accompagna, l'espressione "riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza", il goffo tentativo di utilizzare un lessico burocratico e i diversi errori fanno presumere che non sia stato redatto da funzionari di polizia o giudiziari, ma da qualcuno che non ha molta dimestichezza con la lingua italiana, e forse persino di origine straniera.
Fatto sta che l'iniziativa di Feltri ha dato modo alla segreteria di Stato vaticana, da sempre in concorrenza con l'episcopato italiano nella gestione dei rapporti con il governo, di assestare un bel colpo ai danni della Cei e in particolare di Bagnasco. Il fronte a difesa di Boffo infatti non è stato affatto compatto come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. Lo ripeto: questa vicenda dimostra che più la Chiesa - direttamente e con i suoi giornali - pretenderà di gettarsi nella mischia politica, più si troverà divisa al suo interno su questioni ben poco dottrinali e ben più immanenti, al minimo attacco che la riguardi esposta a pericolosi sbandamenti.
Monday, August 31, 2009
La lezione del caso Boffo
Chi di moralismo ferisce, di moralismo perisce. Così sembra che Dino Boffo lascerà la direzione di Avvenire, impallinato a dovere da Vittorio Feltri. La "patacca" non è affatto tale, soprattutto per chi sulle "patacche" ha costruito campagne moralistiche, ai cui animatori, si sa, si richiede una condotta irreprensibile e un armadio privo di scheletri. Non era il caso di Boffo, che nonostante tutto in questi mesi ha alzato il ditino rimproverando a Berlusconi i suoi "festini", condannando la politica del governo sull'immigrazione con paragoni - come quello tra il naufragio degli eritrei e la Shoah - impropri quanto mistificanti e offensivi nei confronti delle vittime del nazismo.
Non sorprende più di tanto la faccia tosta di certi esponenti del Pd e di certi giornali, come la Repubblica, ma anche altri, che dopo aver alimentato e cavalcato la campagna scandalistica su Berlusconi, solo adesso si scandalizzano per l'"imbarbarimento" dell'informazione, la "vendetta mediatica", per il "killeraggio" nei confronti di Boffo, che tuttavia - questo bisogna ammetterlo - oggi fa un po' da capro espiatorio per tutti quelli che fanno i moralisti ma che non potrebbero permetterselo. E sono in tanti, la maggior parte. Feltri, che è un garantista vero, ne ha colpito uno per educarne cento, per lanciare un messaggio preciso: guardate che se la mettiamo su questo piano, in pochi hanno le carte perfettamente in regola e nulla da nascondere o far dimenticare. Era ora che qualcuno li ripagasse con la loro stessa moneta. Chi meglio di Feltri?
Ma questa vicenda ci ricorda anche altro: che quando la Chiesa, o settori di essa, scendono nell'agone politico conducendo campagne contro questo o quel governo, questo o quel leader, non sono immuni a loro volta da attacchi politici, anche da parti inaspettate. E, come ha mirabilmente spiegato due secoli fa Alexis de Tocqueville, quando la Chiesa fa politica non solo rischia di venire identificata come un nemico politico, perdendo la sua autorevolezza nel campo religioso, ma inevitabilmente finisce per dividersi essa stessa in correnti politicizzate al suo interno, come dimostra oggi l'intervista al Corriere del direttore dell'Osservatore romano, Gian Maria Vian, che in esplicita polemica con Avvenire rivendica di non aver scritto neanche «una riga» sulle vicende private del premier, definisce «imprudente» il paragone tra il naufragio degli eritrei e la Shoah, riconoscendo anzi al governo italiano di essere «quello che ha soccorso più immigrati», e assicura che i rapporti tra Palazzo Chigi e Santa Sede rimangono «eccellenti». Il direttore Boffo ha voluto trasformare Avvenire in una sorta di "la Repubblica dei vescovi" e così oggi, dietro il suo editore «disgustato», il presidente della Cei Bagnasco, non trova certo la Chiesa compatta in sua difesa. Tutt'altro.
Che dire, infine, dei sedicenti "laici", quelli a corrente alternata, che gridano all'ingerenza quando la Chiesa interviene sui temi della bioetica, ma poi invocano il suo intervento quando si tratta di condannare moralmente la condotta privata degli avversari politici, plaudendo quando sia pure velatamente arriva? Povera laicità.
Non sorprende più di tanto la faccia tosta di certi esponenti del Pd e di certi giornali, come la Repubblica, ma anche altri, che dopo aver alimentato e cavalcato la campagna scandalistica su Berlusconi, solo adesso si scandalizzano per l'"imbarbarimento" dell'informazione, la "vendetta mediatica", per il "killeraggio" nei confronti di Boffo, che tuttavia - questo bisogna ammetterlo - oggi fa un po' da capro espiatorio per tutti quelli che fanno i moralisti ma che non potrebbero permetterselo. E sono in tanti, la maggior parte. Feltri, che è un garantista vero, ne ha colpito uno per educarne cento, per lanciare un messaggio preciso: guardate che se la mettiamo su questo piano, in pochi hanno le carte perfettamente in regola e nulla da nascondere o far dimenticare. Era ora che qualcuno li ripagasse con la loro stessa moneta. Chi meglio di Feltri?
Ma questa vicenda ci ricorda anche altro: che quando la Chiesa, o settori di essa, scendono nell'agone politico conducendo campagne contro questo o quel governo, questo o quel leader, non sono immuni a loro volta da attacchi politici, anche da parti inaspettate. E, come ha mirabilmente spiegato due secoli fa Alexis de Tocqueville, quando la Chiesa fa politica non solo rischia di venire identificata come un nemico politico, perdendo la sua autorevolezza nel campo religioso, ma inevitabilmente finisce per dividersi essa stessa in correnti politicizzate al suo interno, come dimostra oggi l'intervista al Corriere del direttore dell'Osservatore romano, Gian Maria Vian, che in esplicita polemica con Avvenire rivendica di non aver scritto neanche «una riga» sulle vicende private del premier, definisce «imprudente» il paragone tra il naufragio degli eritrei e la Shoah, riconoscendo anzi al governo italiano di essere «quello che ha soccorso più immigrati», e assicura che i rapporti tra Palazzo Chigi e Santa Sede rimangono «eccellenti». Il direttore Boffo ha voluto trasformare Avvenire in una sorta di "la Repubblica dei vescovi" e così oggi, dietro il suo editore «disgustato», il presidente della Cei Bagnasco, non trova certo la Chiesa compatta in sua difesa. Tutt'altro.
Che dire, infine, dei sedicenti "laici", quelli a corrente alternata, che gridano all'ingerenza quando la Chiesa interviene sui temi della bioetica, ma poi invocano il suo intervento quando si tratta di condannare moralmente la condotta privata degli avversari politici, plaudendo quando sia pure velatamente arriva? Povera laicità.
Tuesday, May 26, 2009
Giornata in breve/1
1) Continuo a notare che per alcune forze politiche e per alcuni giornali l'ingerenza della Chiesa preoccupa a intermittenza, a seconda del merito delle posizioni che esprime. E, soprattutto, a seconda che possano o meno essere interpretate come critiche all'operato del governo Berlusconi. Se la Chiesa si esprime per un'accoglienza indiscriminata degli immigrati clandestini, allora va bene; se è accanto ai lavoratori e ai disoccupati, esprimendosi in modi tali da far sembrare che il governo non stia facendo nulla per loro, va benissimo. Nessuna ingerenza, anzi, si dà ampia risonanza ai moniti dei vescovi. Addirittura, oggi l'Unità pare delusa dal presidente della Cei Bagnasco, reo di essere stato «Tiepido sulla morale» parlando ai suoi vescovi. L'Unità avrebbe desiderato una tirata moralista contro quelle presunte "libertà sessuali" che ogni tanto mettono nei guai il premier. Si vuole che la Chiesa usi la sua autorità morale e religiosa per attaccare l'avversario politico. Poi, però, si pretende che taccia sull'embrione.
2) Sempre più socialdemocratico Tremonti. Oggi ha dichiarato che «il sistema delle pensioni italiano è ottimo e sta in piedi bene». Come dire che le tasse sono «bellissime». «Eventuali modifiche - ha aggiunto - vanno fatte non per fare soldi ma in una logica di pensioni su pensioni, di generazioni padri-figli» (!?). Un discorso da fare, eventualmente, con i sindacati. Un modo per dire "a babbo morto". «Le pensioni non sono come l'Rc auto, sono una cosa seria, non si fanno le finanziarie sulle pensioni, vale a dire sulla pelle della gente». Applausi scroscianti dalla Cgil. Tremonti «conferma quello che il sindacato ha sempre detto e che i Soloni continuano a contestare», ha esultato Epifani. Qualche sirena dovrebbe cominciare a suonare nel PdL. O no?
3) Vittorio Feltri non ha resistito a mettere nero su bianco quello che a molti di noi è passato nella mente negli ultimi giorni e oggi ha dedicato un editoriale al presunto bigottismo di Emma Bonino sul "caso Noemi". Il direttore si è confermato comunque un gentiluomo, non attaccando sul personale l'ex commissaria europea. Va precisato però che la Bonino non ha mai proposto una commissione d'inchiesta. Alla trasmissione In Mezz'ora, a precisa domanda di Lucia Annunziata - «Lei proporrebbe, oggi, una Commissione d'inchiesta?» - la Bonino risponde: «No». Vero è che poco prima, la stessa Bonino, aveva ricordato che negli Stati Uniti una commissione aveva indagato sulle menzogne di Bill Clinton. La commissione era quella per l'impeachment e l'oggetto dell'indagine era un presunto abuso di potere del presidente per aver tentato di ostacolare un'inchiesta federale. Non proprio la stessa cosa. Già domenica pomeriggio le agenzie di stampa titolavano: "Noemi: Bonino, Berlusconi in Parlamento o commissione d'indagine". Ma la Bonino ha smentito solo oggi, dopo aver letto l'editoriale di Feltri. Incontestabile, comunque, dalle sue ultime dichiarazioni e partecipazioni televisive (su tutte, quella ad Annozero di qualche puntata fa), la deriva bigotta, moralista e snob della Bonino su veline e "caso Noemi".
4) Profetico davvero John Bolton, che pochi giorni fa aveva messo in guardia dall'imminente secondo test nucleare nordcoreano.
2) Sempre più socialdemocratico Tremonti. Oggi ha dichiarato che «il sistema delle pensioni italiano è ottimo e sta in piedi bene». Come dire che le tasse sono «bellissime». «Eventuali modifiche - ha aggiunto - vanno fatte non per fare soldi ma in una logica di pensioni su pensioni, di generazioni padri-figli» (!?). Un discorso da fare, eventualmente, con i sindacati. Un modo per dire "a babbo morto". «Le pensioni non sono come l'Rc auto, sono una cosa seria, non si fanno le finanziarie sulle pensioni, vale a dire sulla pelle della gente». Applausi scroscianti dalla Cgil. Tremonti «conferma quello che il sindacato ha sempre detto e che i Soloni continuano a contestare», ha esultato Epifani. Qualche sirena dovrebbe cominciare a suonare nel PdL. O no?
3) Vittorio Feltri non ha resistito a mettere nero su bianco quello che a molti di noi è passato nella mente negli ultimi giorni e oggi ha dedicato un editoriale al presunto bigottismo di Emma Bonino sul "caso Noemi". Il direttore si è confermato comunque un gentiluomo, non attaccando sul personale l'ex commissaria europea. Va precisato però che la Bonino non ha mai proposto una commissione d'inchiesta. Alla trasmissione In Mezz'ora, a precisa domanda di Lucia Annunziata - «Lei proporrebbe, oggi, una Commissione d'inchiesta?» - la Bonino risponde: «No». Vero è che poco prima, la stessa Bonino, aveva ricordato che negli Stati Uniti una commissione aveva indagato sulle menzogne di Bill Clinton. La commissione era quella per l'impeachment e l'oggetto dell'indagine era un presunto abuso di potere del presidente per aver tentato di ostacolare un'inchiesta federale. Non proprio la stessa cosa. Già domenica pomeriggio le agenzie di stampa titolavano: "Noemi: Bonino, Berlusconi in Parlamento o commissione d'indagine". Ma la Bonino ha smentito solo oggi, dopo aver letto l'editoriale di Feltri. Incontestabile, comunque, dalle sue ultime dichiarazioni e partecipazioni televisive (su tutte, quella ad Annozero di qualche puntata fa), la deriva bigotta, moralista e snob della Bonino su veline e "caso Noemi".
4) Profetico davvero John Bolton, che pochi giorni fa aveva messo in guardia dall'imminente secondo test nucleare nordcoreano.
Wednesday, May 13, 2009
Immigrazione, quanti pulpiti con le carte poco in regola
Come al solito è stata una settimana di gran confusione e gigantesche demagogie sul tema dell'immigrazione. Innanzitutto, cominciamo col dire che la politica dei cosiddetti "respingimenti" è autorizzata dall'Ue e da anni praticata dai paesi membri. Ce lo ricorda Maria Giovanna Maglie, oggi su il Giornale:
L'Ue. Bisogna ammettere che ad alimentare la confusione ha contribuito anche la Commissione Ue, che ha reagito tardivamente e timidamente alle accuse piovute sul governo italiano. Ma alla fine il commissario Ue alla Giustizia, Jacques Barrot, ha spiegato che i respingimenti sono «fatti usuali». Certo è che in questo frangente, pur non facendo altro che applicare politiche europee, l'Italia si è ritrovata sola. Un po' per il disinteresse degli altri governi europei che non vivono con la stessa drammaticità e frequenza il problema degli sbarchi clandestini, anche se l'immigrazione è di tutta evidenza una questione che riguarda tutta l'Europa; un po' per l'imbarazzo di dover polemizzare con istituzioni che godono di un alto prestigio morale - anche se spesso immeritato - presso le opinioni pubbliche europee, come l'Onu e la Chiesa.
E' per lo meno curioso che in un primo momento l'Italia sia stata accusata di razzismo, o per lo meno di violare basilari principi umanitari, mentre ben presto lasciando da parte i clandestini le critiche si sono concentrate sul rispetto del diritto d'asilo, l'unico argomento a cui gli accusatori del governo italiano possono - sia pure capziosamente - appellarsi. Qualsiasi persona dotata di intelligenza o buona fede può rendersi conto da sola che è impossibile accertare al largo del Mediterraneo, a bordo di un barcone, se ci sono persone che chiedono asilo politico e se ne hanno effettivamente diritto, quando il più delle volte si tratta di pratiche che richiedono mesi.
Né possiamo spalancare le nostre coste ai barconi, di fatto incoraggiando gli "scafisti", sotto il ricatto morale dell'eventualità che su un centinaio di clandestini un paio abbiano diritto all'asilo politico. Non si capisce poi perché chi ha le carte in regola per ottenere asilo politico nel nostro paese dovrebbe affrontare un viaggio così costoso e rischioso sui barconi dei trafficanti di clandestini? E' ragionevole presumere che siano casi isolatissimi. E tra l'altro in Italia da anni aumentano in maniera consistente le accettazioni delle richieste d'asilo.
L'Onu. Ma vediamo se i pulpiti da cui sono venute le prediche hanno tutti le carte in regola per poter dare lezioni. Forse chi ha meno titoli per parlare è l'agenzia Onu per i rifugiati, dal momento che l'Onu è un'organizzazione ormai del tutto screditata per quanto riguarda la difesa dei diritti umani (con il Consiglio preposto monopolizzato e spesso presieduto dagli stati responsabili delle più gravi violazioni di diritti umani) e che l'Unhcr muove poco le chiappe - come ha dimostrato Davide Giacalone - per adempiere alla sua missione.
Il Consiglio d'Europa, che dovrebbe promuovere la democrazia, i diritti umani e l'identità culturale europea, si sente poco parlare e quando parla o lo fa a sproposito, come in questo caso senza neanche conoscere le deliberazioni del Consiglio dell'Ue, o troppo timidamente, quando ci sarebbe bisogno di una difesa a voce alta della democrazia e dei diritti umani (per esempio in Russia e Turchia). Tra l'altro, trovo che i media abbiano giocato un po' sulla confusione tra il Consiglio d'Europa e la selva di istituzioni europee dal nome simile. Magari qualcuno si sarà convinto che il governo italiano sia stato redarguito dall'Unione europea, mentre il Consiglio d'Europa è un'organizzazione esterna alle istituzioni Ue.
La Chiesa. L'entrata "a gamba tesa" della Chiesa contro il governo Berlusconi per la politica sull'immigrazione è paragonabile alle tante sui temi bioetici che ogni volta suscitano giustamente reazioni sdegnate. Accusando una legge democraticamente approvata, o in corso di approvazione, di violare i diritti umani, la Chiesa tenta di condizionare la legislazione italiana. Eppure, oggi, nessuno del Pd, della sinistra, e nessuno dei sedicenti "laici e liberali" si alza per denunciare l'ingerenza della Chiesa negli affari dello stato italiano. Evidentemente l'ingerenza della Chiesa preoccupa a intermittenza, a seconda del merito delle posizioni che esprime. Se per la Chiesa la distinzione tra immigrato e clandestino non ha alcuna rilevanza, così non è, e non potrà mai essere, per le leggi dello stato italiano. Peccato che nessun "laico" lo abbia fatto presente e che nessuno abbia difeso l'autonomia del Parlamento e del Governo italiani.
Il Pd. Altrettanto non titolato a scandalizzarsi è il Pd, che dovrebbe ricordare che l'accordo di collaborazione Italia-Libia ricalca il protocollo D'Alema-Amato del 2007, che oltre ai pattugliamenti nel Canale di Sicilia prevedeva il blocco dei barconi «alla partenza».
Il multiculturalismo. Infine, il "no" di Berlusconi a un'Italia «multietnica», che ha suscitato così tanto scandalo. L'opposizione anche questa volta ha voluto giocare con le parole. Nessuno - certo non Berlusconi ma neanche i leader della Lega - è contrario all'arrivo e alla permanenza nel nostro paese di immigrati regolari, che tra l'altro contribuiscono in misura consistente alla ricchezza nazionale. Treviso è senz'altro una delle città più "multietniche" d'Italia, dove si può dire che l'integrazione sia una realtà di successo. In questo senso l'Italia è certamente "multietnica" e nessuno si permette di metterlo in dubbio.
Ma "multietnicità", "multiculturalismo", così come "relativismo culturale", sono concetti che hanno anche un'altra accezione, soprattutto per le sinistre, che The Mote in God's Eye spiega bene in un suo post: un «mosaico di sette e gruppi tribali che condividono lo stesso territorio, ma ognuno rinchiudendo l'individuo nella propria ristretta visione del mondo». Spesso, in nome di una malintesa tolleranza, abbiamo accolto chiunque e chiuso un occhio su usanze e comportamenti contrari al nostro diritto basato sul rispetto della persona e dei diritti individuali. E accusando di "razzismo" chi chiedeva rispetto della legalità e maggiori controlli, abbiamo sacrificato sull'altare del relativismo la possibilità di una vera integrazione fondata su principi di convivenza civile condivisi.
Etnie diverse possono convivere sullo stesso territorio purché accettino di aderire al sistema di valori politici condivisi, alle leggi, all'identità civile della nazione che li ospita. Altrimenti il rischio è quello di trovarci di fronte a società tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il vittimismo, il risentimento, l'ideologia politica. In una parola, la "balcanizzazione".
«Dal 2005 al 2008 l'Unione europea ha mandato indietro centocinquantamila immigrati clandestini... Molti altri sono stati rimpatriati a forza in operazioni di difesa delle frontiere decise a Bruxelles e concordate da singoli Paesi, in prima fila le richieste della Spagna del socialista Zapatero... Nella sola estate 2006, le forze di polizia italiana hanno partecipato con quelle di Spagna, Malta, Francia, Belgio, Grecia a quindici operazioni, come la Poseidon, Amazon, Hera I ed Hera II, Hera III e Nautilus. Nel 2007 il flusso di immigrati bloccati, respinti o rimpatriati di forza sotto l'egida dell'Unione europea è cresciuto sostanzialmente, e così nel 2008».La novità è che per la prima volta questa politica viene attuata con la Libia, perché finalmente c'è un accordo di collaborazione a lungo cercato, e in modo bipartisan, tra Roma e Tripoli, nonché fortemente sostenuto dal Frontex, l'agenzia europea per la difesa delle frontiere.
L'Ue. Bisogna ammettere che ad alimentare la confusione ha contribuito anche la Commissione Ue, che ha reagito tardivamente e timidamente alle accuse piovute sul governo italiano. Ma alla fine il commissario Ue alla Giustizia, Jacques Barrot, ha spiegato che i respingimenti sono «fatti usuali». Certo è che in questo frangente, pur non facendo altro che applicare politiche europee, l'Italia si è ritrovata sola. Un po' per il disinteresse degli altri governi europei che non vivono con la stessa drammaticità e frequenza il problema degli sbarchi clandestini, anche se l'immigrazione è di tutta evidenza una questione che riguarda tutta l'Europa; un po' per l'imbarazzo di dover polemizzare con istituzioni che godono di un alto prestigio morale - anche se spesso immeritato - presso le opinioni pubbliche europee, come l'Onu e la Chiesa.
E' per lo meno curioso che in un primo momento l'Italia sia stata accusata di razzismo, o per lo meno di violare basilari principi umanitari, mentre ben presto lasciando da parte i clandestini le critiche si sono concentrate sul rispetto del diritto d'asilo, l'unico argomento a cui gli accusatori del governo italiano possono - sia pure capziosamente - appellarsi. Qualsiasi persona dotata di intelligenza o buona fede può rendersi conto da sola che è impossibile accertare al largo del Mediterraneo, a bordo di un barcone, se ci sono persone che chiedono asilo politico e se ne hanno effettivamente diritto, quando il più delle volte si tratta di pratiche che richiedono mesi.
Né possiamo spalancare le nostre coste ai barconi, di fatto incoraggiando gli "scafisti", sotto il ricatto morale dell'eventualità che su un centinaio di clandestini un paio abbiano diritto all'asilo politico. Non si capisce poi perché chi ha le carte in regola per ottenere asilo politico nel nostro paese dovrebbe affrontare un viaggio così costoso e rischioso sui barconi dei trafficanti di clandestini? E' ragionevole presumere che siano casi isolatissimi. E tra l'altro in Italia da anni aumentano in maniera consistente le accettazioni delle richieste d'asilo.
L'Onu. Ma vediamo se i pulpiti da cui sono venute le prediche hanno tutti le carte in regola per poter dare lezioni. Forse chi ha meno titoli per parlare è l'agenzia Onu per i rifugiati, dal momento che l'Onu è un'organizzazione ormai del tutto screditata per quanto riguarda la difesa dei diritti umani (con il Consiglio preposto monopolizzato e spesso presieduto dagli stati responsabili delle più gravi violazioni di diritti umani) e che l'Unhcr muove poco le chiappe - come ha dimostrato Davide Giacalone - per adempiere alla sua missione.
Il Consiglio d'Europa, che dovrebbe promuovere la democrazia, i diritti umani e l'identità culturale europea, si sente poco parlare e quando parla o lo fa a sproposito, come in questo caso senza neanche conoscere le deliberazioni del Consiglio dell'Ue, o troppo timidamente, quando ci sarebbe bisogno di una difesa a voce alta della democrazia e dei diritti umani (per esempio in Russia e Turchia). Tra l'altro, trovo che i media abbiano giocato un po' sulla confusione tra il Consiglio d'Europa e la selva di istituzioni europee dal nome simile. Magari qualcuno si sarà convinto che il governo italiano sia stato redarguito dall'Unione europea, mentre il Consiglio d'Europa è un'organizzazione esterna alle istituzioni Ue.
La Chiesa. L'entrata "a gamba tesa" della Chiesa contro il governo Berlusconi per la politica sull'immigrazione è paragonabile alle tante sui temi bioetici che ogni volta suscitano giustamente reazioni sdegnate. Accusando una legge democraticamente approvata, o in corso di approvazione, di violare i diritti umani, la Chiesa tenta di condizionare la legislazione italiana. Eppure, oggi, nessuno del Pd, della sinistra, e nessuno dei sedicenti "laici e liberali" si alza per denunciare l'ingerenza della Chiesa negli affari dello stato italiano. Evidentemente l'ingerenza della Chiesa preoccupa a intermittenza, a seconda del merito delle posizioni che esprime. Se per la Chiesa la distinzione tra immigrato e clandestino non ha alcuna rilevanza, così non è, e non potrà mai essere, per le leggi dello stato italiano. Peccato che nessun "laico" lo abbia fatto presente e che nessuno abbia difeso l'autonomia del Parlamento e del Governo italiani.
Il Pd. Altrettanto non titolato a scandalizzarsi è il Pd, che dovrebbe ricordare che l'accordo di collaborazione Italia-Libia ricalca il protocollo D'Alema-Amato del 2007, che oltre ai pattugliamenti nel Canale di Sicilia prevedeva il blocco dei barconi «alla partenza».
Il multiculturalismo. Infine, il "no" di Berlusconi a un'Italia «multietnica», che ha suscitato così tanto scandalo. L'opposizione anche questa volta ha voluto giocare con le parole. Nessuno - certo non Berlusconi ma neanche i leader della Lega - è contrario all'arrivo e alla permanenza nel nostro paese di immigrati regolari, che tra l'altro contribuiscono in misura consistente alla ricchezza nazionale. Treviso è senz'altro una delle città più "multietniche" d'Italia, dove si può dire che l'integrazione sia una realtà di successo. In questo senso l'Italia è certamente "multietnica" e nessuno si permette di metterlo in dubbio.
Ma "multietnicità", "multiculturalismo", così come "relativismo culturale", sono concetti che hanno anche un'altra accezione, soprattutto per le sinistre, che The Mote in God's Eye spiega bene in un suo post: un «mosaico di sette e gruppi tribali che condividono lo stesso territorio, ma ognuno rinchiudendo l'individuo nella propria ristretta visione del mondo». Spesso, in nome di una malintesa tolleranza, abbiamo accolto chiunque e chiuso un occhio su usanze e comportamenti contrari al nostro diritto basato sul rispetto della persona e dei diritti individuali. E accusando di "razzismo" chi chiedeva rispetto della legalità e maggiori controlli, abbiamo sacrificato sull'altare del relativismo la possibilità di una vera integrazione fondata su principi di convivenza civile condivisi.
Etnie diverse possono convivere sullo stesso territorio purché accettino di aderire al sistema di valori politici condivisi, alle leggi, all'identità civile della nazione che li ospita. Altrimenti il rischio è quello di trovarci di fronte a società tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il vittimismo, il risentimento, l'ideologia politica. In una parola, la "balcanizzazione".
Thursday, April 02, 2009
Legge 40, imparate la lezione
Avete sostenuto, difeso, fatto campagna per una legge incostituzionale. La Chiesa cattolica, è bene sottolinearlo, ha sostenuto e difeso una legge incostituzionale. Contro i valori su cui è fondata la nostra democrazia, in particolare quelli sanciti dagli articoli 2, 3 e 32 della Carta costituzionale. E si badi bene, al di là del diritto alla salute (art. 32), non si tratta di articoli retorici o tecnici, ma davvero dei principi fondamentali del liberalismo: i «diritti inviolabili dell'uomo» (art. 2); la dignità, la libertà e l'eguaglianza dei cittadini (art. 3). Se fossi in voi - in tutti quanti hanno sostenuto, difeso, fatto campagna per quella legge, al fianco della Cei - proverei un po' di vergogna quanto meno a definirmi liberale.
La "vittoria" di Pirro del referendum - ottenuta sfruttando oltre il 50% di astensione fisiologica - non è bastata a rendere la Legge 40 migliore di quella che era. Ora la Corte costituzionale dichiara illegittimo il comma 2 dell'art. 14, il limite dei tre embrioni, il cuore stesso della legge, e il comma 3 del medesimo articolo, «nella parte in cui non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, come previsto in tale norma, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna», di fatto aprendo alla crioconservazione degli embrioni in vista di eventuali impianti successivi.
E' bene anche ricordare che bocciatura «parziale» non si significa che il resto della legge è costituzionale. La Corte non ha dichiarato costituzionali le altre parti della legge rimaste in piedi, semplicemente perché non ha esaminato la legge nel suo complesso, ma solo due norme. Ed entrambe sono cadute. La bocciatura quindi è totale, perché la Corte ha dichiarato incostituzionali tutte le norme su cui ha ritenuto di potersi esprimere.
La Corte infatti può esprimersi solo su questioni di legittimità strettamente riguardanti i giudizi da cui hanno avuto origine i ricorsi. Nel dichiarare inammissibili le questioni di legittimità sugli articoli 6, comma 3, e 14, commi 1 e 4 (la crioconservazione degli embrioni e la riduzione embrionaria), la Corte non li ha affatto dichiarati costituzionali, ma ha semplicemente rifiutato di esprimersi per «difetto di rilevanza nei giudizi principali». Poiché, in parole povere, ha ritenuto che quegli articoli non c'entrassero niente con i procedimenti giudiziari da cui erano partiti i ricorsi alla Consulta.
Particolarmente opportuno il commento di Fini: «Quando una legge si basa su dogmi di tipo etico-religioso, è sempre suscettibile di censure di costituzionalità, in ragione della laicità delle nostre istituzioni». Ed è esattamente questo ciò che si sta ripetendo sul testamento biologico.
Chi ha preso questa bella mazzata dalla Corte già sulla procreazione assistita farebbe bene a imparare la lezione e a non commettere lo stesso errore con quella porcheria incostituzionale sul testamento biologico. Sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico. C'è ancora tempo per non esporsi ad una seconda figuraccia. Pensateci bene.
La "vittoria" di Pirro del referendum - ottenuta sfruttando oltre il 50% di astensione fisiologica - non è bastata a rendere la Legge 40 migliore di quella che era. Ora la Corte costituzionale dichiara illegittimo il comma 2 dell'art. 14, il limite dei tre embrioni, il cuore stesso della legge, e il comma 3 del medesimo articolo, «nella parte in cui non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, come previsto in tale norma, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna», di fatto aprendo alla crioconservazione degli embrioni in vista di eventuali impianti successivi.
E' bene anche ricordare che bocciatura «parziale» non si significa che il resto della legge è costituzionale. La Corte non ha dichiarato costituzionali le altre parti della legge rimaste in piedi, semplicemente perché non ha esaminato la legge nel suo complesso, ma solo due norme. Ed entrambe sono cadute. La bocciatura quindi è totale, perché la Corte ha dichiarato incostituzionali tutte le norme su cui ha ritenuto di potersi esprimere.
La Corte infatti può esprimersi solo su questioni di legittimità strettamente riguardanti i giudizi da cui hanno avuto origine i ricorsi. Nel dichiarare inammissibili le questioni di legittimità sugli articoli 6, comma 3, e 14, commi 1 e 4 (la crioconservazione degli embrioni e la riduzione embrionaria), la Corte non li ha affatto dichiarati costituzionali, ma ha semplicemente rifiutato di esprimersi per «difetto di rilevanza nei giudizi principali». Poiché, in parole povere, ha ritenuto che quegli articoli non c'entrassero niente con i procedimenti giudiziari da cui erano partiti i ricorsi alla Consulta.
Particolarmente opportuno il commento di Fini: «Quando una legge si basa su dogmi di tipo etico-religioso, è sempre suscettibile di censure di costituzionalità, in ragione della laicità delle nostre istituzioni». Ed è esattamente questo ciò che si sta ripetendo sul testamento biologico.
Chi ha preso questa bella mazzata dalla Corte già sulla procreazione assistita farebbe bene a imparare la lezione e a non commettere lo stesso errore con quella porcheria incostituzionale sul testamento biologico. Sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico. C'è ancora tempo per non esporsi ad una seconda figuraccia. Pensateci bene.
Sunday, March 29, 2009
Oggi al PdL basta l'attore, domani ci vorrà anche il copione
La nascita ufficiale del PdL è stato un evento di per sé importante e positivo, sia per il centrodestra che per il sistema politico. E' innegabile. Dico "ufficiale", perché bisogna riconoscere che il PdL è nato già da molto tempo nelle urne. Gli apparati di FI e An non hanno fatto altro che registrare una situazione in cui distinguere i loro elettorati stava diventando sempre più difficile. E' anche per questo, e per la presenza di un leader indiscusso, che la fusione è riuscita meglio ai partiti del centrodestra che al Pd. Perché prima del partito era già nato, forse già dal 1994, un "popolo" di elettori che avevano in comune più denominatori.
Ma onestamente, al di là di questo, che noia, ragazzi! Capisco l'entusiasmo dei presenti alla Fiera di Roma per la "storicità" del momento, in questo nostro paese politicamente così avaro di emozioni. Però, chi ha potuto ascoltare i discorsi di Berlusconi a mente fredda, non può non aver percepito un qualcosa di inevitabilmente stantio e persino una minore verve retorica. E' ovvio che molti giovani non se ne sono potuti accorgere, ma molti dei concetti espressi, delle formule usate, a volte addirittura intere frasi - sono sicuro che lo riconosceranno anche i più entusiasti - sono sempre gli stessi da anni. Nei suoi due interventi Berlusconi si è sforzato di inquadrare una prospettiva di lungo periodo, ma senza riuscirvi. Nessuna filosofia politica dominante (ma una spolverata di tutto purché non riconducibile alla sinistra ex Pci), nessuna originale idea di partito, nessuna nuova visione a guidare l'azione di governo. Solo vecchi slogan e tanta, troppa, contingenza governativa. Al di là del ricorso a parole fin troppo abusate come "futuro" e "giovani", hanno prevalso le preoccupazioni del giorno per giorno. Insomma, i due discorsi di Berlusconi sono stati nel complesso deludenti e ripetitivi.
Rimane il fatto che Berlusconi ha innovato la politica, il linguaggio e il sistema politico, e io credo in senso positivo. Questo non potrà mai toglierlelo nessuno. Ma non ha saputo cambiare lo stato e l'Italia. E dubito che riuscirà a farlo ora, anche se non solo per colpa sua. Poteva esserci risparmiata, per esempio, la parola d'ordine - riesumata solo per questi megalo-eventi - della "rivoluzione liberale". Un abito che, come ha osservato Alberto Mingardi, su il Riformista, Berlusconi non ha mai davvero indossato.
Liberale un cazzo! Lo ha praticamente scritto un insospettabile come Vittorio Feltri, su Libero, riferendosi al «superilliberale Testamento biologico in cui è condensato il pensiero cupo dei cattolici d'ala fondamentalista; una straordinaria dimostrazione di intolleranza verso le opinioni dei laici sul cosiddetto fine-vita; un capolavoro di arroganza confessionale che si regge su questo concetto: noi credenti vogliamo morire fra atroci tormenti e pretendiamo che voi non credenti facciate altrettanto. Se il provvedimento, dopo l'esame della Camera, diventerà legge, l'Italia potrà vantare uno Stato etico più rigido di quelli islamici. Bella rivoluzione liberale». Ma il discorso si potrebbe allargare alle questioni di politica economica.
In Italia sono urgenti una riforma del governo e una della rappresentanza. Berlusconi ha sostenuto con forza la necessità di rafforzare i poteri del premier ma è stato vago sulla strada da intraprendere per rendere politicamente fattibile questo auspicabile risultato. Su questo è stato più concreto Fini, richiamando il premier alle sue responsabilità, cioè a percorrere la via delle riforme costituzionali anziché la scorciatoia dello scontro con le altre istituzioni, come la presidenza della Repubblica e il Parlamento. Ma nessuno è stato chiaro abbastanza nel merito. Per rafforzare sia il governo che il Parlamento, serve una vera separazione dei poteri, bisogna abbandonare l'istituto della fiducia e passare all'elezione diretta del premier o del presidente; per quanto riguarda la rappresentanza, però - tema che neanche Fini ha toccato - è urgente una legge elettorale al 100% uninominale. Ormai deputati e senatori riconoscono come unico loro referente colui, il partito o il leader, che li ha candidati e non coloro - i cittadini - che li hanno eletti. Siamo in una situazione di totale vincolo di mandato partitico e il referendum di giugno, sul quale Fini ha invitato il PdL a esprimersi, non risolverebbe questo specifico problema.
Fini ha lanciato la sua sfida anche sulla laicità, sostenendo la necessità di modificare alla Camera la legge sul testamento biologico appena passata al Senato. E dalle cronache pare che Berlusconi si sia espresso pubblicamente, dicendosi persino su questo tema d'accordo con Fini. Come già al Congresso di scioglimento di An, Fini ha pronunciato un discorso da leader di una destra moderna ed europea, pragmatica, sicuramente post-ideologica, per forza di cose moderata. Privo di populismi, il suo è stato un discorso da popolare e non da conservatore. Come spiegavo la settimana scorsa, ha finalmente capito che il PdL è per lui una grande, irripetibile, opportunità per emanciparsi da una storia politica troppo minoritaria per permettergli di puntare in alto. Nonostante divergenze politiche, di carattere, e vecchie ruggini, non remerà contro Berlusconi e lavorerà per il successo di questo partito così importante per le sue ambizioni. E questa è una grossa differenza rispetto al Pd, dove le seconde file lavorano costantemente contro il leader del momento.
Eppure, nemmeno Fini ha offerto nulla di particolarmente nuovo sul piano delle idee. Sì, certo, da liberale mi ha fatto piacere la sua presa di posizione sul testamento biologico e la laicità; così come la sua spinta per le riforme istituzionali. Ma c'è da stendere un velo pietoso, per esempio, sul consenso che è emerso un po' da tutti gli oratori - anche e soprattutto da Fini - sulla cosiddetta "economia sociale di mercato". Un concetto francamente troppo ambiguo, dove colpi di liberismo e colpi di dirigismo si alternano e si intrecciano, non si sa quanto per pragmatismo e quanto per opportunismo, per non dispiacere alle proprie clientele e, quando è il caso, colpire quelle degli avversari politici, o per nascondere le proprie debolezze e incompetenze. Fini è già proiettato nella lunghissima rincorsa alla leadership post-berlusconiana, ma francamente non è detto che gli basteranno questi suoi bei discorsi moderati e di buon senso, perché l'impressione - o la speranza - è che nella successione si possa saltare una generazione.
Oggi è inutile cercare di capire quale sia la cultura politica del PdL: è Berlusconi. Lui fa e disfa e in un certo senso è logico che sia così, perché bisogna riconoscere che giusto o sbagliato, i voti li ha sempre presi lui per tutti. Credo che nonostante la natura carismatica della sua leadership, il PdL ha buone possibilità di sopravvivergli. Ma dopo Berlusconi, il PdL dovrà camminare con le sue idee. E allora sì, avrà più importanza di quanta ne ha oggi la cultura politica con la quale si presenterà agli elettori. Nel frattempo, sono questi gli anni in cui i giovani leader dovranno seminare, perché tra qualche anno il nuovo non sia il già vecchio dei Bersani e dei Franceschini del PdL.
Ad oggi, però, ha ragione Luca Ricolfi: Pd e PdL «sono entrambi partiti conservatori di massa, che si differenziano fra loro essenzialmente per gli interessi verso cui hanno un occhio di riguardo».
Ma onestamente, al di là di questo, che noia, ragazzi! Capisco l'entusiasmo dei presenti alla Fiera di Roma per la "storicità" del momento, in questo nostro paese politicamente così avaro di emozioni. Però, chi ha potuto ascoltare i discorsi di Berlusconi a mente fredda, non può non aver percepito un qualcosa di inevitabilmente stantio e persino una minore verve retorica. E' ovvio che molti giovani non se ne sono potuti accorgere, ma molti dei concetti espressi, delle formule usate, a volte addirittura intere frasi - sono sicuro che lo riconosceranno anche i più entusiasti - sono sempre gli stessi da anni. Nei suoi due interventi Berlusconi si è sforzato di inquadrare una prospettiva di lungo periodo, ma senza riuscirvi. Nessuna filosofia politica dominante (ma una spolverata di tutto purché non riconducibile alla sinistra ex Pci), nessuna originale idea di partito, nessuna nuova visione a guidare l'azione di governo. Solo vecchi slogan e tanta, troppa, contingenza governativa. Al di là del ricorso a parole fin troppo abusate come "futuro" e "giovani", hanno prevalso le preoccupazioni del giorno per giorno. Insomma, i due discorsi di Berlusconi sono stati nel complesso deludenti e ripetitivi.
Rimane il fatto che Berlusconi ha innovato la politica, il linguaggio e il sistema politico, e io credo in senso positivo. Questo non potrà mai toglierlelo nessuno. Ma non ha saputo cambiare lo stato e l'Italia. E dubito che riuscirà a farlo ora, anche se non solo per colpa sua. Poteva esserci risparmiata, per esempio, la parola d'ordine - riesumata solo per questi megalo-eventi - della "rivoluzione liberale". Un abito che, come ha osservato Alberto Mingardi, su il Riformista, Berlusconi non ha mai davvero indossato.
Liberale un cazzo! Lo ha praticamente scritto un insospettabile come Vittorio Feltri, su Libero, riferendosi al «superilliberale Testamento biologico in cui è condensato il pensiero cupo dei cattolici d'ala fondamentalista; una straordinaria dimostrazione di intolleranza verso le opinioni dei laici sul cosiddetto fine-vita; un capolavoro di arroganza confessionale che si regge su questo concetto: noi credenti vogliamo morire fra atroci tormenti e pretendiamo che voi non credenti facciate altrettanto. Se il provvedimento, dopo l'esame della Camera, diventerà legge, l'Italia potrà vantare uno Stato etico più rigido di quelli islamici. Bella rivoluzione liberale». Ma il discorso si potrebbe allargare alle questioni di politica economica.
In Italia sono urgenti una riforma del governo e una della rappresentanza. Berlusconi ha sostenuto con forza la necessità di rafforzare i poteri del premier ma è stato vago sulla strada da intraprendere per rendere politicamente fattibile questo auspicabile risultato. Su questo è stato più concreto Fini, richiamando il premier alle sue responsabilità, cioè a percorrere la via delle riforme costituzionali anziché la scorciatoia dello scontro con le altre istituzioni, come la presidenza della Repubblica e il Parlamento. Ma nessuno è stato chiaro abbastanza nel merito. Per rafforzare sia il governo che il Parlamento, serve una vera separazione dei poteri, bisogna abbandonare l'istituto della fiducia e passare all'elezione diretta del premier o del presidente; per quanto riguarda la rappresentanza, però - tema che neanche Fini ha toccato - è urgente una legge elettorale al 100% uninominale. Ormai deputati e senatori riconoscono come unico loro referente colui, il partito o il leader, che li ha candidati e non coloro - i cittadini - che li hanno eletti. Siamo in una situazione di totale vincolo di mandato partitico e il referendum di giugno, sul quale Fini ha invitato il PdL a esprimersi, non risolverebbe questo specifico problema.
Fini ha lanciato la sua sfida anche sulla laicità, sostenendo la necessità di modificare alla Camera la legge sul testamento biologico appena passata al Senato. E dalle cronache pare che Berlusconi si sia espresso pubblicamente, dicendosi persino su questo tema d'accordo con Fini. Come già al Congresso di scioglimento di An, Fini ha pronunciato un discorso da leader di una destra moderna ed europea, pragmatica, sicuramente post-ideologica, per forza di cose moderata. Privo di populismi, il suo è stato un discorso da popolare e non da conservatore. Come spiegavo la settimana scorsa, ha finalmente capito che il PdL è per lui una grande, irripetibile, opportunità per emanciparsi da una storia politica troppo minoritaria per permettergli di puntare in alto. Nonostante divergenze politiche, di carattere, e vecchie ruggini, non remerà contro Berlusconi e lavorerà per il successo di questo partito così importante per le sue ambizioni. E questa è una grossa differenza rispetto al Pd, dove le seconde file lavorano costantemente contro il leader del momento.
Eppure, nemmeno Fini ha offerto nulla di particolarmente nuovo sul piano delle idee. Sì, certo, da liberale mi ha fatto piacere la sua presa di posizione sul testamento biologico e la laicità; così come la sua spinta per le riforme istituzionali. Ma c'è da stendere un velo pietoso, per esempio, sul consenso che è emerso un po' da tutti gli oratori - anche e soprattutto da Fini - sulla cosiddetta "economia sociale di mercato". Un concetto francamente troppo ambiguo, dove colpi di liberismo e colpi di dirigismo si alternano e si intrecciano, non si sa quanto per pragmatismo e quanto per opportunismo, per non dispiacere alle proprie clientele e, quando è il caso, colpire quelle degli avversari politici, o per nascondere le proprie debolezze e incompetenze. Fini è già proiettato nella lunghissima rincorsa alla leadership post-berlusconiana, ma francamente non è detto che gli basteranno questi suoi bei discorsi moderati e di buon senso, perché l'impressione - o la speranza - è che nella successione si possa saltare una generazione.
Oggi è inutile cercare di capire quale sia la cultura politica del PdL: è Berlusconi. Lui fa e disfa e in un certo senso è logico che sia così, perché bisogna riconoscere che giusto o sbagliato, i voti li ha sempre presi lui per tutti. Credo che nonostante la natura carismatica della sua leadership, il PdL ha buone possibilità di sopravvivergli. Ma dopo Berlusconi, il PdL dovrà camminare con le sue idee. E allora sì, avrà più importanza di quanta ne ha oggi la cultura politica con la quale si presenterà agli elettori. Nel frattempo, sono questi gli anni in cui i giovani leader dovranno seminare, perché tra qualche anno il nuovo non sia il già vecchio dei Bersani e dei Franceschini del PdL.
Ad oggi, però, ha ragione Luca Ricolfi: Pd e PdL «sono entrambi partiti conservatori di massa, che si differenziano fra loro essenzialmente per gli interessi verso cui hanno un occhio di riguardo».
Possiamo pensare che sia un male, perché l'Italia avrebbe bisogno d'innovazione più che di conservazione dell'esistente. Si può pensare anche, tuttavia, che la comune ispirazione conservatrice della destra e della sinistra non sia altro, in fondo, che l'espressione politica di quel che noi stessi siamo. Un popolo in cui l'aspirazione al cambiamento si manifesta a ondate improvvise, come ribellismo anarcoide, su un sottofondo costante, duraturo, pietroso fatto di particolarismo, di tenace attaccamento ai nostri interessi immediati, individuali e di gruppo. Se questo è ciò che siamo, non deve stupire che da noi le forze del cambiamento siano minoranza sia a destra sia a sinistra, e che alla fine della storia, dopo un quindicennio di seconda Repubblica, la competizione politica fondamentale sia diventata una sfida fra due conservatorismi. Diversi soltanto per le cose che vogliono conservare. Così, chi vuole un vero cambiamento non sa chi votare, e chi vuole votare non può aspettarsi un vero cambiamento.Nella morsa di due statalismi, scrivevo qualche settimana fa. Berlusconi almeno parla di cambiamento, anche se non lo pratica, ma la sua fortuna è che non conta se e quanto lo pratichi davvero, perché tanto gli altri si arroccano a difesa dell'esistente. Oggi ci tiriamo su il morale dicendoci che tutto sommato l'Italia sta meno peggio di altri. Magra consolazione, e soprattutto tesi discutibile, ma quando la crisi finirà e gli altri ricominceranno a correre e a superarci, rimpiangeremo il tempo e le occasioni perdute oggi.
La nostra cultura politica resta, nonostante ogni velleità modernizzatrice, fondamentalmente figlia delle tre grandi ideologie del secolo scorso, il comunismo, il fascismo, il cattolicesimo. Oggi la patina ideologica si è ritirata quasi completamente, come un ghiacciaio sciolto dall'effetto serra, ma la scorza più dura - fatta di statalismo, dirigismo, paternalismo è ben in vista, e si sta anzi irrobustendo: la crisi economica aumenta la domanda di protezione e di tutela, mentre la libertà individuale sta diventando una sorta di bene di lusso, che viene dopo la sicurezza economica e personale.Ebbene, chi rinuncia alla libertà economica e individuale per la sicurezza e la protezione sociale, non avrà né la prima né le seconde.
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