Girare con un pugnale sikh in vista mi sembra cosa civilissima rispetto a quello che si vede e che viene permesso nelle nostre città. Chi non si sente minacciato dal pugnale sikh?? Facciamo finta che il problema, quelli che non si integrano, siano i sikh... E poi chiudiamo gli occhi su vere e proprie "legalità" parallele di musulmani e rom.
Al di là del singolo caso, certamente marginale come "allarme sociale" e gruppo etnico coinvolto, e delle polemiche, il principio affermato dalla sentenza della Cassazione è che una diversità culturale e/o religiosa non dà diritto a un lasciapassare per non rispettare la legge.
Nel passaggio più contestato della sentenza si legge che "è essenziale l'obbligo per l'immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all'ordinamento giuridico che la disciplina".
Premesso che un altro passaggio della sentenza, altrettanto "politico" e discutibile, laddove i giudici indicano la "necessità di una società multiculturale", è sfuggito praticamente a tutti, di che valori e principi stiamo parlando? Dei principi e valori codificati nelle leggi. Far rispettare la legge vuol dire far rispettare principi e valori in essa codificati. Per esempio, l'uguaglianza tra uomini e donne, codificata nel nostro ordinamento, è senz'altro anche un "nostro valore". O no??
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Tuesday, May 16, 2017
Saturday, November 12, 2016
Lo sconfitto innominabile: Barack H. Obama
Pubblicato su L'Intraprendente
L'esito delle elezioni presidenziali americane sembra mettere in discussione una granitica certezza della "narrazione" elettorale dei mainstream media: che la presidenza Obama sia stata una specie di età dell'oro e che la sconfitta di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca sia imputabile esclusivamente alla sua debolezza. Anzi, i "sore losers", i rosikoni della sinistra sono già all'opera, accusando della sconfitta, nell'ordine, il direttore dell'FBI Comey, Putin, WikiLeaks, l'ignoranza e il sessismo degli elettori e persino Lisa Simpson...
L'esito delle elezioni presidenziali americane sembra mettere in discussione una granitica certezza della "narrazione" elettorale dei mainstream media: che la presidenza Obama sia stata una specie di età dell'oro e che la sconfitta di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca sia imputabile esclusivamente alla sua debolezza. Anzi, i "sore losers", i rosikoni della sinistra sono già all'opera, accusando della sconfitta, nell'ordine, il direttore dell'FBI Comey, Putin, WikiLeaks, l'ignoranza e il sessismo degli elettori e persino Lisa Simpson...
I media hanno raccontato queste
elezioni come un referendum su Trump, enfatizzando le divisioni
all'interno del Gop sulla sua candidatura con l'intento di
danneggiarlo. E se invece l'8 novembre un referendum si fosse tenuto,
ma su Barack Obama? "L'arma segreta di Trump? Obama", ha
scritto Kimberly Strassel sul WSJ, un presidente che "ha imposto
una legislazione impopolare e governato attraverso ordini esecutivi e
una regolazione extralegale". Non lo ammetteranno mai giornali e
tv mainstream, non solo americani, che in questi otto anni hanno
riposto in cantina il loro spirito critico pur di celebrare la
presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, sia in
campo economico che in politica estera, ma alla vittoria di Trump
potrebbe aver contribuito il ripudio da parte degli elettori
dell'operato e delle politiche del presidente uscente.
Sollevare un simile interrogativo
equivale a una lesa maestà. Eppure, la sua eredità non era forse
"nelle urne", come lo stesso Obama aveva detto a settembre?
Alla luce dei risultati, la principale eredità di Obama sembra
essere il "tracollo del Partito democratico", ha scritto
Rich Lowry sul NYPost. Alcuni dati. Il suo partito è uscito
devastato dai suoi due mandati. Nel 2009, primo anno della presidenza
Obama, i Democratici controllavano entrambi i rami del Congresso (con
una quasi-supermaggioranza al Senato), e nel 2010 60 assemblee
legislative statali su 99. Ben 29 governatori (contro 22) erano
democratici. Già nel 2010 comincia a cambiare il vento: perdono il
controllo della Camera e nel 2014 del Senato. Oggi sono solo 15 i
governatori democratici (contro 34) e controllano 30 assemblee
legislative statali. Nel 2017 i repubblicani potrebbero raggiungere
il record di 34 stati sotto il loro controllo. Non succede dal 1922,
sotto la presidenza di Warren Harding il cui slogan, guarda caso, era
"America First". Tutta colpa di Hillary Clinton? O magari
c'entra qualcosa l'inquilino della Casa Bianca?
Dopo che i suoi eccessi legislativi
sono costati al partito le maggioranze al Congresso, Obama non ha
battuto ciglio, è andato avanti per la sua strada a colpi di ordini
esecutivi, soprattutto nella regolazione ambientale e l'immigrazione.
Anche i dati economici parlano di una crescita striminzita (l'unico
presidente Usa che non ha mai centrato il 3% di crescita in almeno un
anno di mandato), di posti di lavoro insufficienti, sia per quantità
che per qualità. E ancora, il fallimento dell'ObamaCare, dai costi
insostenibili, 20 trilioni di dollari di debito pubblico, caos in
Medio Oriente, la Russia di Putin che spadroneggia in Siria e ai
confini dell'Europa, il reset con Mosca fallito, il discorso del
Cairo, le "linee rosse" non mantenute, l'accordo sul
nucleare iraniano, il sostegno al movimento "Black Lives Matter
movement"...
Secondo lo storico Victor Davis Hanson,
il Partito democratico che lascia Obama non è né un partito
centrista né di coalizione, ma un partito "di sinistra radicale
ed elite progressista". Non solo Obama ha lasciato ai
democratici "detriti ideologici e politici", ma anche una
coalizione elettorale fondata sulla sua personale carta d'identità,
"non trasferibile" ad altri candidati. Non appena, infatti,
i Democratici hanno basato la campagna elettorale sull'"agenda
Obama" senza Obama come candidato, hanno fallito. Senza il suo
carisma, senza l'appeal del primo presidente di colore, le sue
posizioni di estrema sinistra sui temi sociali, la redistribuzione,
l'immigrazione, la spesa pubblica condannano alla sconfitta qualsiasi
candidato diverso da lui. Ed è ciò che è accaduto a Hillary, che a
causa della sua impopolarità non avrebbe potuto correre sulle
posizioni centriste che fecero la fortuna di suo marito Bill -
probabilmente non avrebbe nemmeno ottenuto la nomination, pur avendo
chance maggiori di arrivare alla Casa Bianca. Non ha potuto far altro
che offrire un "terzo mandato" di Obama, ovvero il
mantenimento dello status quo.
Al suo primo test su un altro
candidato, la "coalizione Obama" (minoranze, millennials,
ceti istruiti) si è sfaldata. La politica identitaria su cui Obama
ha costruito i suoi successi, che punta a mobilitare le minoranze
sulla base dell'identità di ciascuna di esse, si è dimostrata
inutilizzabile da altri candidati. Ed era forse prevedibile che gli
elettori delle minoranze che si erano mobilitati per Obama per il
colore della sua pelle non si sarebbero così facilmente mobilitati
per un'anziana donna bianca multimilionaria. Erano così convinti i
Democratici che le tendenze demografiche gli avrebbero comunque
garantito la vittoria, che hanno ignorato, se non allontanato o
addirittura "provocato" la working-class bianca, che quindi
si è rivolta altrove. Quanto più la Clinton giocava la carta della
politica identitaria, tanto più perdeva terreno e regalava elettori
a Trump. Il multiculturalismo non è più in cima all'agenda degli
americani.
Monday, July 11, 2016
L'America lacerata di Obama: le divisioni razziali rischiano di incendiare la corsa alla Casa Bianca
Pubblicato su Ofcs Report
Dallas è ancora una volta per gli Stati Uniti crocevia della storia e insieme catalizzatore di conflitti. Con la presidenza di Barack Obama, il primo presidente nero, si riteneva chiusa per sempre la questione razziale e suggellata la riconciliazione tra bianchi e neri. D’altronde, cosa più dell’elezione di un presidente nero può rappresentare l’effettiva parità di condizioni e opportunità? Eppure, gli episodi di violenza di questi ultimi anni e di questi giorni, sembrano riaprire ferite mai davvero rimarginate. Il presidente che più di ogni altro avrebbe dovuto unire l’America, rischia di lasciarla più divisa e rancorosa che mai. Molti neri rimproverano a Obama di non difendere la “sua gente”. Molti bianchi lo accusano di alimentare il risentimento dei neri e persino di legittimarne la violenza.
Il fenomeno che emerge invece inequivocabilmente dai numeri e che riguarda tutti i cittadini americani senza distinzioni di pelle, è proprio quello degli abusi e delle uccisioni ingiustificate da parte della polizia, che secondo le statistiche potrebbero essere una su quattro.
Ma l’America non è più quella degli anni ’60: le leggi segregazioniste sono un lontano ricordo. L’uguaglianza davanti alla legge è piena e anzi è stata introdotta in molti ambiti una “discriminazione positiva“: quote, sussidi e programmi pubblici volti a favorire l’integrazione e una uguaglianza anche sostanziale. La questione razziale però sembra aver cambiato pelle. Oggi ha a che fare più con l’ideologia, i risentimenti reciproci, i fantasmi del passato.
Osservando freddamente le statistiche, balza agli occhi un grave problema di violenza della polizia, ma non un problema di razzismo. Secondo dati del 2015 riportati dal Washington Post, il 26% delle vittime della polizia è di colore.
Essendo le persone di colore il 13% della popolazione americana, in proporzione si può dire che muoiono più neri per mano dei poliziotti, che non persone di altre etnie. Tuttavia, è anche vero che pur essendo il 13% della popolazione, i neri commettono il 24% di tutti i crimini violenti e quasi la stessa quantità di omicidi commessi dai bianchi. La presenza di agenti di colore nella polizia è del 12%, quindi perfettamente proporzionata alla popolazione afro-americana. Non si possono certo escludere uccisioni per motivi razziali da parte di qualche agente, ma vanno dimostrate singolarmente, caso per caso. Non si possono desumere dalle statistiche, né dalla compresenza di una vittima di colore e di un’uccisione ingiustificata.
Anziché “Black Lives Matter“, sembrerebbe più appropriato un movimento “All Lives Matter“. Le vite dei neri sembrano importare solo quando vengono tolte dai poliziotti, ha osservato l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, ricordando che accade 50 volte di più che una giovane vita di colore, venga spezzata da un giovane anch’esso di colore. “Quando dici le vite dei neri importano, questo è intrinsecamente razzista e anti-americano. Le vite dei neri importano. Le vite dei bianchi importano. Le vite degli asiatici importano. Le vite degli ispanici importano”.
Per otto anni Obama ha focalizzato la sua attenzione sul controllo delle armi e sulla questione razziale, sottovalutando invece il problema dell’eccessiva violenza della polizia in molti Stati. Commentando le violenze di Ferguson nel 2015, ha sposato le tesi di Blm, riconoscendo “un problema specifico che riguarda la comunità afroamericana e non le altre”, un “problema specifico” di violenza delle autorità contro i neri. Anche nel commentare gli ultimi episodi, da Varsavia, in Polonia, Obama ha, senza esitazioni, attribuito ad attitudini razziste le uccisioni in Louisiana e Minnesota (“symptomatic of a broader set of racial disparities that exist in our criminal-justice system”) senza preoccuparsi che tali fossero realmente le attitudini degli agenti coinvolti, mentre ha omesso qualsiasi riferimento al movente razzista nel caso degli agenti uccisi a Dallas, nonostante fosse dichiarato esplicitamente dall’omicida (voleva “uccidere bianchi, specialmente poliziotti bianchi”).
Un doppio standard che solleva dubbi sulla capacità di giudizio del presidente, rischia di alimentare le divisioni e allontana l’analisi dal vero problema: le uccisioni ingiustificate della polizia. Ogni volta che un afroamericano viene ucciso da un poliziotto si tratta di un caso di razzismo, mentre il tema vero di una violenza generalizzata e sempre più fuori controllo della polizia passa in secondo piano.
Difficile dire come la questione razziale impatterà sulla corsa alla Casa Bianca. Di sicuro un impatto lo avrà. Da una parte, proprio in questi giorni, il presidente Obama ha iniziato a partecipare agli eventi elettorali di Hillary Clinton, la quale ha quindi deciso di puntare forte sulla continuità. E il suo messaggio dopo i fatti di questi giorni è all’America bianca: “I bianchi devono sforzarsi di più di ascoltare quando gli afroamericani parlano delle barriere che incontrano”. Da subito Donald Trump si è presentato come il paladino dell’America bianca, interpretando la voglia di riscatto dei bianchi impoveriti che non ne possono più del “politicamente corretto”. Da decenni non si affrontavano due candidati alla Casa Bianca così agli antipodi su un tema incendiario come le divisioni razziali: una miscela esplosiva.
Dallas è ancora una volta per gli Stati Uniti crocevia della storia e insieme catalizzatore di conflitti. Con la presidenza di Barack Obama, il primo presidente nero, si riteneva chiusa per sempre la questione razziale e suggellata la riconciliazione tra bianchi e neri. D’altronde, cosa più dell’elezione di un presidente nero può rappresentare l’effettiva parità di condizioni e opportunità? Eppure, gli episodi di violenza di questi ultimi anni e di questi giorni, sembrano riaprire ferite mai davvero rimarginate. Il presidente che più di ogni altro avrebbe dovuto unire l’America, rischia di lasciarla più divisa e rancorosa che mai. Molti neri rimproverano a Obama di non difendere la “sua gente”. Molti bianchi lo accusano di alimentare il risentimento dei neri e persino di legittimarne la violenza.
Il fenomeno che emerge invece inequivocabilmente dai numeri e che riguarda tutti i cittadini americani senza distinzioni di pelle, è proprio quello degli abusi e delle uccisioni ingiustificate da parte della polizia, che secondo le statistiche potrebbero essere una su quattro.
Ma l’America non è più quella degli anni ’60: le leggi segregazioniste sono un lontano ricordo. L’uguaglianza davanti alla legge è piena e anzi è stata introdotta in molti ambiti una “discriminazione positiva“: quote, sussidi e programmi pubblici volti a favorire l’integrazione e una uguaglianza anche sostanziale. La questione razziale però sembra aver cambiato pelle. Oggi ha a che fare più con l’ideologia, i risentimenti reciproci, i fantasmi del passato.
Osservando freddamente le statistiche, balza agli occhi un grave problema di violenza della polizia, ma non un problema di razzismo. Secondo dati del 2015 riportati dal Washington Post, il 26% delle vittime della polizia è di colore.
Essendo le persone di colore il 13% della popolazione americana, in proporzione si può dire che muoiono più neri per mano dei poliziotti, che non persone di altre etnie. Tuttavia, è anche vero che pur essendo il 13% della popolazione, i neri commettono il 24% di tutti i crimini violenti e quasi la stessa quantità di omicidi commessi dai bianchi. La presenza di agenti di colore nella polizia è del 12%, quindi perfettamente proporzionata alla popolazione afro-americana. Non si possono certo escludere uccisioni per motivi razziali da parte di qualche agente, ma vanno dimostrate singolarmente, caso per caso. Non si possono desumere dalle statistiche, né dalla compresenza di una vittima di colore e di un’uccisione ingiustificata.
Anziché “Black Lives Matter“, sembrerebbe più appropriato un movimento “All Lives Matter“. Le vite dei neri sembrano importare solo quando vengono tolte dai poliziotti, ha osservato l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, ricordando che accade 50 volte di più che una giovane vita di colore, venga spezzata da un giovane anch’esso di colore. “Quando dici le vite dei neri importano, questo è intrinsecamente razzista e anti-americano. Le vite dei neri importano. Le vite dei bianchi importano. Le vite degli asiatici importano. Le vite degli ispanici importano”.
Per otto anni Obama ha focalizzato la sua attenzione sul controllo delle armi e sulla questione razziale, sottovalutando invece il problema dell’eccessiva violenza della polizia in molti Stati. Commentando le violenze di Ferguson nel 2015, ha sposato le tesi di Blm, riconoscendo “un problema specifico che riguarda la comunità afroamericana e non le altre”, un “problema specifico” di violenza delle autorità contro i neri. Anche nel commentare gli ultimi episodi, da Varsavia, in Polonia, Obama ha, senza esitazioni, attribuito ad attitudini razziste le uccisioni in Louisiana e Minnesota (“symptomatic of a broader set of racial disparities that exist in our criminal-justice system”) senza preoccuparsi che tali fossero realmente le attitudini degli agenti coinvolti, mentre ha omesso qualsiasi riferimento al movente razzista nel caso degli agenti uccisi a Dallas, nonostante fosse dichiarato esplicitamente dall’omicida (voleva “uccidere bianchi, specialmente poliziotti bianchi”).
Un doppio standard che solleva dubbi sulla capacità di giudizio del presidente, rischia di alimentare le divisioni e allontana l’analisi dal vero problema: le uccisioni ingiustificate della polizia. Ogni volta che un afroamericano viene ucciso da un poliziotto si tratta di un caso di razzismo, mentre il tema vero di una violenza generalizzata e sempre più fuori controllo della polizia passa in secondo piano.
Difficile dire come la questione razziale impatterà sulla corsa alla Casa Bianca. Di sicuro un impatto lo avrà. Da una parte, proprio in questi giorni, il presidente Obama ha iniziato a partecipare agli eventi elettorali di Hillary Clinton, la quale ha quindi deciso di puntare forte sulla continuità. E il suo messaggio dopo i fatti di questi giorni è all’America bianca: “I bianchi devono sforzarsi di più di ascoltare quando gli afroamericani parlano delle barriere che incontrano”. Da subito Donald Trump si è presentato come il paladino dell’America bianca, interpretando la voglia di riscatto dei bianchi impoveriti che non ne possono più del “politicamente corretto”. Da decenni non si affrontavano due candidati alla Casa Bianca così agli antipodi su un tema incendiario come le divisioni razziali: una miscela esplosiva.
Tuesday, June 21, 2016
Trump e Brexit: ribellione contro il politicamente corretto
Una rabbia cieca verso l'establishment politico e una paura irrazionale dell'immigrazione. Sarebbero questi, secondo la maggior parte degli osservatori, i due fattori che più alimentano fenomeni definiti populistici come la candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca, al di là dell'Atlantico, e al di qua l'ampio consenso all'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea, su cui i cittadini britannici decideranno il prossimo 23 giugno.
Prima dell'assassinio della deputata laburista Jo Cox i sondaggi registravano una maggioranza di favorevoli alla cosiddetta Brexit, con vantaggi anche superiori ai 7 punti percentuali, ma anche oggi il consenso è ampio tanto da rendere l'esito del referendum ancora incerto. Il 41% degli intervistati indica l'immigrazione tra i temi più importanti per la sua decisione di voto e circa la metà ritiene che il problema sarebbe gestito meglio dalla Gran Bretagna fuori dall'Ue. Fondati o meno, gli argomenti allarmistici della campagna pro Ue potrebbero aver sortito l'effetto opposto. Qualche giorno fa il presidente dell'Eurogruppo, e ministro delle finanze olandese Dijsselbloem metteva in guardia: "In Olanda di referendum sull'Ue ne abbiamo avuti due, e la mia esperienza è che una cosa che sicuramente non funziona è quella di minacciare gli elettori con conseguenze terribili: non è un buon approccio".
Ma c'è qualcos'altro, oltre la paura? L'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall ha cercato di indagare il meccanismo psicologico alla base del risentimento che sembra animare i sostenitori di Trump, giungendo alla conclusione che è in atto una vera e propria ribellione nei confronti delle norme del politicamente corretto - che si tratti di immigrazione e minoranze, di parità di genere, religioni, o di qualsiasi altro tema.
In molti elettori bianchi, osserva Edsall, è radicata la convinzione che il multiculturalismo imposto per legge, quella rete di leggi e direttive antidiscriminatorie a livello statale, locale e federale, e altri atti regolatori volti a implementare politiche di discriminazione positiva, siano stati progettati "per portare gli americani alla sottomissione", e che il politicamente corretto sia un mezzo censorio e coercitivo per silenziare la loro opposizione, per esempio all'immigrazione legale e illegale. E il rifiuto dei Democratici e in generale della sinistra americana di ascoltare, di concedere una qualche legittimità al malcontento dell'America bianca per la perdita di potere e status a vantaggio di minoranze e ondate di immigrati da tutto il mondo non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco.
Per comprendere questa rivolta di ampi settori dell'opinione pubblica contro tutto ciò che suona politicamente corretto, Jonathan Haidt, professore presso la New York University, suggerisce di ricorrere al concetto di "reattanza psicologica", descritta come "la sensazione che si prova quando cercano di impedirti di fare qualcosa che hai sempre fatto, e percepisci che non hanno alcun diritto o giustificazione per fermarti. Così raddoppi i tuoi sforzi e lo fai ancora di più, solo per dimostrare che non accetti il loro dominio. E gli uomini, in particolare, sono preoccupati di dimostrare che non accettano il dominio". "Questa reazione - scriveva nel 1966 Jack W. Brehm, il primo a sviluppare questa teoria - è particolarmente comune quando gli individui si sentono obbligati ad adottare una particolare opinione o ad impegnarsi in un comportamento specifico. In particolare, una diminuzione percepita nella libertà accende uno stato emotivo, chiamato reattanza psicologica, che suscita comportamenti volti a ripristinare questa autonomia".
Tradotto al fenomeno Trump, secondo Jonathan Haidt "decenni di politicamente corretto, teso a rappresentare gli uomini bianchi eterosessuali come cattivi e oppressori, ha causato un certo grado di reattanza in molti, forse nella maggior parte di loro". Sia nei luoghi di lavoro che nel mondo accademico, Haidt sostiene che l'approccio accusatorio e vendicativo di molti attivisti per la giustizia sociale e sostenitori del multiculturalismo potrebbe in realtà aver accresciuto in molti il desiderio e la volontà di dire e fare cose non politicamente corrette. Da una ricerca di Simon Hedlin e Cass Sunstein, emerge che alcune persone respingono una politica o un'azione, anche se chiaramente nel loro vantaggio, quando si sentono spinte o costrette a prendere la decisione "giusta".
Trump, che prende a pugni il politicamente corretto, e per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi avversari e dai media, rappresenta un riscatto per quanti non ne possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene" pensare, parlare o comportarsi, e quindi si immedesimano in lui. Non si tratta di condividere questa o quella sua proposta, o l'intero suo programma. In politica non c'è legame più difficile da spezzare dell'immedesimazione, dell'empatia, tra un leader e i suoi elettori. La dichiarazione del presidente Obama sulla strage a Orlando, in Florida, epurata da ogni riferimento alla matrice islamista dell'attacco, è il tipico esempio del politicamente corretto contro il quale si ribellano Trump e suoi sostenitori.
Tornando al di qua dell'Atlantico, sul consenso alla Brexit, e in generale sul successo dei movimenti euroscettici, non c'è solo la paura. Anche l'europeismo negli anni è diventato un tabù del politicamente corretto, tanto da suscitare repulsione viscerale in un numero sempre maggiore di cittadini europei, a prescindere dai singoli problemi e Paesi. Emblematiche dell'atteggiamento miope delle elite europeiste sono le parole di Mario Monti, che bolla il referendum britannico come "abuso di democrazia".
La sensazione di perdita di identità, culturale e socio-economica, di fronte a grandi cambiamenti sia demografici che economici alimenta, anche in modo esagerato, paure e insicurezze dei ceti medi e medio-bassi. Ma bisogna chiedersi senza pregiudizi se sono totalmente ingiustificate, irrazionali, o se invece trovano un qualche riscontro nella realtà. E se c'è dell'altro, oltre la paura, ossia una legittima resistenza culturale e politica, sebbene istintiva. Si tratta di fantasmi, oppure è in corso da decenni una ridefinizione, da parte delle elite dominanti, di linguaggi e comportamenti, un processo di imposizione di narrazioni, agende, legislazioni, sostenute ricorrendo al politicamente corretto, sempre più spesso anche a dispetto di qualsiasi dato di realtà?
Conquistata la piena eguaglianza formale di fronte alla legge, estirpando odiose discriminazioni di genere e razziali, è iniziata sia al di là dell'Atlantico, sia al di qua (sebbene con qualche ritardo), una lunga fase di politiche risarcitorie, di discriminazione positiva, volte a garantire un'eguaglianza anche sostanziale. Una legislazione di favore sostenuta facendo leva sul politicamente corretto e sui sensi di colpa del resto della popolazione. Che si tratti di minoranze o di parità di genere, il sistema delle quote protette in tutti gli ambiti, dai posti nelle scuole alle liste elettorali, fino ai cda delle aziende, ne è il tipico esempio.
Poi c'è il fenomeno della nuova immigrazione che, sempre per "correttezza politica", viene gestito nel mito del multiculturalismo, dell'apertura delle frontiere e dell'accoglienza umanitaria come assoluto morale, nell'illusione che un salario o un sussidio, un permesso di soggiorno o un facile accesso alla cittadinanza, magari chiudendo un occhio su qualche "intemperanza" da tollerare in nome del relativismo culturale, possano bastare a raggiungere una piena e vera integrazione.
Queste politiche sono o fallite, o ritenute ormai ingiustificate e ingiuste da un numero sempre crescente di cittadini. Vengono viste come una forzatura delle "regole del gioco", dei favoritismi o, peggio, come un tentativo di ristrutturare dall'alto la società.
Nel gioco di tutele e risarcimenti da concedere alle varie minoranze a colpi di politicamente corretto, risentimenti e rivendicazioni reciproche si sono amplificate, anziché placarsi, innescando un processo di destrutturazione delle nostre società, che rischiano di non essere più comunità di individui portatori di uguali diritti e doveri, ma un insieme di gruppi e minoranze non solo "disintegrati", ma in competizione tra loro per ricevere privilegi e sussidi dal potere pubblico. Talmente tanti gruppi e minoranze a cui è stato riconosciuto un trattamento di favore, o di cui si sono tollerate forme di illegalità, anche gravi, che chi è rimasto fuori dal giro dei "favoristismi" si sente a sua volta una minoranza, e come tale nutre il suo risentimento. Uomini, bianchi, cristiani ed eterosessuali fanno parte di questa nuova "minoranza", che non ha bisogno di particolari protezioni, ma essendo da decenni additata come responsabile delle peggiori discriminazioni, è ora alla ricerca di riscatto, innanzitutto ribellandosi al politicamente corretto sotto qualsiasi forma si presenti.
Oltre a bollare come populistici certi fenomeni, e liquidarli come figli di una paura irrazionale, dovremmo interrogarci sui danni arrecati dai professionisti del politicamente corretto e dalla pigrizia intellettuale della classe politica e del mondo mediatico.
Prima dell'assassinio della deputata laburista Jo Cox i sondaggi registravano una maggioranza di favorevoli alla cosiddetta Brexit, con vantaggi anche superiori ai 7 punti percentuali, ma anche oggi il consenso è ampio tanto da rendere l'esito del referendum ancora incerto. Il 41% degli intervistati indica l'immigrazione tra i temi più importanti per la sua decisione di voto e circa la metà ritiene che il problema sarebbe gestito meglio dalla Gran Bretagna fuori dall'Ue. Fondati o meno, gli argomenti allarmistici della campagna pro Ue potrebbero aver sortito l'effetto opposto. Qualche giorno fa il presidente dell'Eurogruppo, e ministro delle finanze olandese Dijsselbloem metteva in guardia: "In Olanda di referendum sull'Ue ne abbiamo avuti due, e la mia esperienza è che una cosa che sicuramente non funziona è quella di minacciare gli elettori con conseguenze terribili: non è un buon approccio".
Ma c'è qualcos'altro, oltre la paura? L'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall ha cercato di indagare il meccanismo psicologico alla base del risentimento che sembra animare i sostenitori di Trump, giungendo alla conclusione che è in atto una vera e propria ribellione nei confronti delle norme del politicamente corretto - che si tratti di immigrazione e minoranze, di parità di genere, religioni, o di qualsiasi altro tema.
In molti elettori bianchi, osserva Edsall, è radicata la convinzione che il multiculturalismo imposto per legge, quella rete di leggi e direttive antidiscriminatorie a livello statale, locale e federale, e altri atti regolatori volti a implementare politiche di discriminazione positiva, siano stati progettati "per portare gli americani alla sottomissione", e che il politicamente corretto sia un mezzo censorio e coercitivo per silenziare la loro opposizione, per esempio all'immigrazione legale e illegale. E il rifiuto dei Democratici e in generale della sinistra americana di ascoltare, di concedere una qualche legittimità al malcontento dell'America bianca per la perdita di potere e status a vantaggio di minoranze e ondate di immigrati da tutto il mondo non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco.
Per comprendere questa rivolta di ampi settori dell'opinione pubblica contro tutto ciò che suona politicamente corretto, Jonathan Haidt, professore presso la New York University, suggerisce di ricorrere al concetto di "reattanza psicologica", descritta come "la sensazione che si prova quando cercano di impedirti di fare qualcosa che hai sempre fatto, e percepisci che non hanno alcun diritto o giustificazione per fermarti. Così raddoppi i tuoi sforzi e lo fai ancora di più, solo per dimostrare che non accetti il loro dominio. E gli uomini, in particolare, sono preoccupati di dimostrare che non accettano il dominio". "Questa reazione - scriveva nel 1966 Jack W. Brehm, il primo a sviluppare questa teoria - è particolarmente comune quando gli individui si sentono obbligati ad adottare una particolare opinione o ad impegnarsi in un comportamento specifico. In particolare, una diminuzione percepita nella libertà accende uno stato emotivo, chiamato reattanza psicologica, che suscita comportamenti volti a ripristinare questa autonomia".
Tradotto al fenomeno Trump, secondo Jonathan Haidt "decenni di politicamente corretto, teso a rappresentare gli uomini bianchi eterosessuali come cattivi e oppressori, ha causato un certo grado di reattanza in molti, forse nella maggior parte di loro". Sia nei luoghi di lavoro che nel mondo accademico, Haidt sostiene che l'approccio accusatorio e vendicativo di molti attivisti per la giustizia sociale e sostenitori del multiculturalismo potrebbe in realtà aver accresciuto in molti il desiderio e la volontà di dire e fare cose non politicamente corrette. Da una ricerca di Simon Hedlin e Cass Sunstein, emerge che alcune persone respingono una politica o un'azione, anche se chiaramente nel loro vantaggio, quando si sentono spinte o costrette a prendere la decisione "giusta".
Trump, che prende a pugni il politicamente corretto, e per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi avversari e dai media, rappresenta un riscatto per quanti non ne possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene" pensare, parlare o comportarsi, e quindi si immedesimano in lui. Non si tratta di condividere questa o quella sua proposta, o l'intero suo programma. In politica non c'è legame più difficile da spezzare dell'immedesimazione, dell'empatia, tra un leader e i suoi elettori. La dichiarazione del presidente Obama sulla strage a Orlando, in Florida, epurata da ogni riferimento alla matrice islamista dell'attacco, è il tipico esempio del politicamente corretto contro il quale si ribellano Trump e suoi sostenitori.
Tornando al di qua dell'Atlantico, sul consenso alla Brexit, e in generale sul successo dei movimenti euroscettici, non c'è solo la paura. Anche l'europeismo negli anni è diventato un tabù del politicamente corretto, tanto da suscitare repulsione viscerale in un numero sempre maggiore di cittadini europei, a prescindere dai singoli problemi e Paesi. Emblematiche dell'atteggiamento miope delle elite europeiste sono le parole di Mario Monti, che bolla il referendum britannico come "abuso di democrazia".
La sensazione di perdita di identità, culturale e socio-economica, di fronte a grandi cambiamenti sia demografici che economici alimenta, anche in modo esagerato, paure e insicurezze dei ceti medi e medio-bassi. Ma bisogna chiedersi senza pregiudizi se sono totalmente ingiustificate, irrazionali, o se invece trovano un qualche riscontro nella realtà. E se c'è dell'altro, oltre la paura, ossia una legittima resistenza culturale e politica, sebbene istintiva. Si tratta di fantasmi, oppure è in corso da decenni una ridefinizione, da parte delle elite dominanti, di linguaggi e comportamenti, un processo di imposizione di narrazioni, agende, legislazioni, sostenute ricorrendo al politicamente corretto, sempre più spesso anche a dispetto di qualsiasi dato di realtà?
Conquistata la piena eguaglianza formale di fronte alla legge, estirpando odiose discriminazioni di genere e razziali, è iniziata sia al di là dell'Atlantico, sia al di qua (sebbene con qualche ritardo), una lunga fase di politiche risarcitorie, di discriminazione positiva, volte a garantire un'eguaglianza anche sostanziale. Una legislazione di favore sostenuta facendo leva sul politicamente corretto e sui sensi di colpa del resto della popolazione. Che si tratti di minoranze o di parità di genere, il sistema delle quote protette in tutti gli ambiti, dai posti nelle scuole alle liste elettorali, fino ai cda delle aziende, ne è il tipico esempio.
Poi c'è il fenomeno della nuova immigrazione che, sempre per "correttezza politica", viene gestito nel mito del multiculturalismo, dell'apertura delle frontiere e dell'accoglienza umanitaria come assoluto morale, nell'illusione che un salario o un sussidio, un permesso di soggiorno o un facile accesso alla cittadinanza, magari chiudendo un occhio su qualche "intemperanza" da tollerare in nome del relativismo culturale, possano bastare a raggiungere una piena e vera integrazione.
Queste politiche sono o fallite, o ritenute ormai ingiustificate e ingiuste da un numero sempre crescente di cittadini. Vengono viste come una forzatura delle "regole del gioco", dei favoritismi o, peggio, come un tentativo di ristrutturare dall'alto la società.
Nel gioco di tutele e risarcimenti da concedere alle varie minoranze a colpi di politicamente corretto, risentimenti e rivendicazioni reciproche si sono amplificate, anziché placarsi, innescando un processo di destrutturazione delle nostre società, che rischiano di non essere più comunità di individui portatori di uguali diritti e doveri, ma un insieme di gruppi e minoranze non solo "disintegrati", ma in competizione tra loro per ricevere privilegi e sussidi dal potere pubblico. Talmente tanti gruppi e minoranze a cui è stato riconosciuto un trattamento di favore, o di cui si sono tollerate forme di illegalità, anche gravi, che chi è rimasto fuori dal giro dei "favoristismi" si sente a sua volta una minoranza, e come tale nutre il suo risentimento. Uomini, bianchi, cristiani ed eterosessuali fanno parte di questa nuova "minoranza", che non ha bisogno di particolari protezioni, ma essendo da decenni additata come responsabile delle peggiori discriminazioni, è ora alla ricerca di riscatto, innanzitutto ribellandosi al politicamente corretto sotto qualsiasi forma si presenti.
Oltre a bollare come populistici certi fenomeni, e liquidarli come figli di una paura irrazionale, dovremmo interrogarci sui danni arrecati dai professionisti del politicamente corretto e dalla pigrizia intellettuale della classe politica e del mondo mediatico.
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Friday, January 09, 2015
Processo all’islam e al multiculturalismo
Dopo fiumi, inondazioni di inchiostro e di retorica a buon a mercato, resterà stavolta una vera consapevolezza della minaccia islamica? Ricordate la brutale uccisione del regista Theo Van Gogh? Era il 2004, 10 (dieci!) anni fa. E l'ondata di violenza scatenata, nel 2005, dalle vignette su Maometto pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten? E quanti attentati e sgozzamenti da allora? Il rischio è che riempirsi la bocca, e riempire piazze - reali e virtuali - di "je suis", "siamo tutti" e slogan simili, serva solo a sollevare la propria coscienza, e agli ipocriti per mascherarsi, ma vera consapevolezza zero. E la strage di Boko Haram in Nigeria? "Siamo tutti nigeriani", naturalmente... Arriveremo al punto in cui non ci basterà uno slogan al giorno.
Ma passate poche ore dal massacro di Charlie Hebdo, e mentre a Parigi l'incubo continua, già è partita la corsa ai distinguo, sono partiti gli appelli alla tolleranza e al dialogo con l'islam "moderato" (quasi un ossimoro, o una figura mitologica), i richiami alla "liberté" che vince sull'odio e alle risate che "seppelliranno" i terroristi (sigh). E' già ripartita la giostra del politicamente corretto e del buonismo, e si vedono persino forme di autocensura. Né mancano complottismi vari (ma qui entriamo nel campo della psichiatria). Libertà, democrazia, diritto rischiano di diventare parole vuote se ad esse non corrispondono fatti, politiche, misure concrete per difenderle, per contrastare un'ideologia ben precisa e le sue braccia armate...
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Ma passate poche ore dal massacro di Charlie Hebdo, e mentre a Parigi l'incubo continua, già è partita la corsa ai distinguo, sono partiti gli appelli alla tolleranza e al dialogo con l'islam "moderato" (quasi un ossimoro, o una figura mitologica), i richiami alla "liberté" che vince sull'odio e alle risate che "seppelliranno" i terroristi (sigh). E' già ripartita la giostra del politicamente corretto e del buonismo, e si vedono persino forme di autocensura. Né mancano complottismi vari (ma qui entriamo nel campo della psichiatria). Libertà, democrazia, diritto rischiano di diventare parole vuote se ad esse non corrispondono fatti, politiche, misure concrete per difenderle, per contrastare un'ideologia ben precisa e le sue braccia armate...
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Friday, March 23, 2012
Danni collaterali del multiculturalismo
Tre bambini e un genitore ebrei, uccisi davanti a una scuola elementare, e tre militari di origini maghrebine hanno pagato con la vita la sconcertante sottovalutazione da parte delle autorità francesi della jihad combattuta nel cuore dell'Europa. Il loro assassino, Mohamed Merah, si era addestrato nei campi di al Qaeda ai confini tra Pakistan e Afghanistan, dove si era recato anche l'anno scorso, facendo ritorno in Francia ad ottobre come se niente fosse, come se avesse trascorso le vacanze in una colonia estiva. Aveva scelto la jihad insomma, e i servizi segreti lo conoscevano. Era stato persino arrestato in Afghanistan - non chissà quanti anni fa, ma nel 2010 - e da quel momento era stato inserito nella no fly list americana. Eppure, i servizi francesi non hanno dato peso a tutto questo. Il premier Fillon si è giustificato dicendo che «non c'era alcun elemento» per fermarlo prima che entrasse in azione: «Non abbiamo il diritto in un Paese come il nostro di sorvegliare in modo permanente, senza una decisione giudiziaria, qualcuno che non ha commesso un delitto. Viviamo in uno stato di diritto».
Giusto e sacrosanto, ma dopo i tre omicidi di Mountauban non c'erano tutti gli elementi per sospettare di Merah e impedire la strage di Tolosa? E siamo proprio sicuri che un elemento come Merah non sia il tipico affare da servizi segreti? A che servono, se non ad occuparsi di minacce alla sicurezza extra-giudiziali, cioè che non possono essere affrontate con i normali mezzi investigativi e giudiziari? E siamo proprio sicuri che andarsi ad addestrare nei campi di al Qaeda non sia da considerarsi un reato per le nostre leggi?
Le 7 vittime innocenti di Mountauban e Tolosa sono i danni collaterali della superficialità delle autorità francesi e del politically correct multiculturale. Precisiamo che qui non s'intende mettere in discussione il modello aperto e tollerante delle società occidentali, quel modello grazie al quale persone di razze, culture, religioni e idee diverse possono convivere in modo pacifico e civile. Per multiculturalismo intendiamo quell'ideologia buonista che ci impedisce di riconoscere minacce terroristiche che covano nel seno delle nostre società; per cui culture diverse possono tranquillamente convivere fianco a fianco anche senza integrarsi, senza condividere nemmeno alcuni valori basilari; che vede nell'"Altro", nel diverso culturalmente, sempre e inevitabilmente qualcuno da cui imparare, qualcuno migliore di noi, e mai, in nessun caso, qualcuno che ci odia, che ci considera nemici da massacrare. C'è una cultura diffusa che rifiuta a priori persino di ipotizzare che nell'"Altro" possa annidarsi una minaccia, salvo puntualmente venire smentita dai fatti. Ma guai a pensare il contrario, guai, si finisce per essere tacciati di razzismo.
Quella di Merah «non è una storia di degrado e povertà, il suo non era odio sociale ma ideologico, intriso di propaganda qaedista. Si era addestrato in campi all'estero, aveva scelto la strada della jihad». Parole dell'ex ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, intervistato dal Corriere. Cercavano il nazista, e il nazista era Merah, un ragazzo maghrebino, nero, di religione islamica.
Giusto e sacrosanto, ma dopo i tre omicidi di Mountauban non c'erano tutti gli elementi per sospettare di Merah e impedire la strage di Tolosa? E siamo proprio sicuri che un elemento come Merah non sia il tipico affare da servizi segreti? A che servono, se non ad occuparsi di minacce alla sicurezza extra-giudiziali, cioè che non possono essere affrontate con i normali mezzi investigativi e giudiziari? E siamo proprio sicuri che andarsi ad addestrare nei campi di al Qaeda non sia da considerarsi un reato per le nostre leggi?
Le 7 vittime innocenti di Mountauban e Tolosa sono i danni collaterali della superficialità delle autorità francesi e del politically correct multiculturale. Precisiamo che qui non s'intende mettere in discussione il modello aperto e tollerante delle società occidentali, quel modello grazie al quale persone di razze, culture, religioni e idee diverse possono convivere in modo pacifico e civile. Per multiculturalismo intendiamo quell'ideologia buonista che ci impedisce di riconoscere minacce terroristiche che covano nel seno delle nostre società; per cui culture diverse possono tranquillamente convivere fianco a fianco anche senza integrarsi, senza condividere nemmeno alcuni valori basilari; che vede nell'"Altro", nel diverso culturalmente, sempre e inevitabilmente qualcuno da cui imparare, qualcuno migliore di noi, e mai, in nessun caso, qualcuno che ci odia, che ci considera nemici da massacrare. C'è una cultura diffusa che rifiuta a priori persino di ipotizzare che nell'"Altro" possa annidarsi una minaccia, salvo puntualmente venire smentita dai fatti. Ma guai a pensare il contrario, guai, si finisce per essere tacciati di razzismo.
Quella di Merah «non è una storia di degrado e povertà, il suo non era odio sociale ma ideologico, intriso di propaganda qaedista. Si era addestrato in campi all'estero, aveva scelto la strada della jihad». Parole dell'ex ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, intervistato dal Corriere. Cercavano il nazista, e il nazista era Merah, un ragazzo maghrebino, nero, di religione islamica.
Wednesday, February 09, 2011
L'epoca del liberalismo muscolare
Su taccuinopolitico.it e rightnation.it
Il multiculturalismo è morto e Cameron lo seppellisce
Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda. In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni.
A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po' sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.
«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle...».
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Così Douglas Murray, sul Wall Street Journal di oggi, sgombra il campo da pesanti equivoci sul multiculturalismo:
Il multiculturalismo è morto e Cameron lo seppellisce
Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda. In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni.
A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po' sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.
«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle...».
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Così Douglas Murray, sul Wall Street Journal di oggi, sgombra il campo da pesanti equivoci sul multiculturalismo:
People were led to believe that "multiculturalism" meant multiracialism, or pluralism. It did not. Nevertheless, for years anybody who criticized multiculturalism was immediately decried as a "racist". But the true character and effects of the policy could not be permanently hidden. State-sponsored multiculturalism treated European countries like hostelries. It judged that the state should not "impose" rules and values on newcomers. Rather, it should bend over backwards to accommodate the demands of immigrants. The resultant policy was that states treated and judged people by the criteria of whatever "community" they found themselves born into.
Wednesday, May 13, 2009
Immigrazione, quanti pulpiti con le carte poco in regola
Come al solito è stata una settimana di gran confusione e gigantesche demagogie sul tema dell'immigrazione. Innanzitutto, cominciamo col dire che la politica dei cosiddetti "respingimenti" è autorizzata dall'Ue e da anni praticata dai paesi membri. Ce lo ricorda Maria Giovanna Maglie, oggi su il Giornale:
L'Ue. Bisogna ammettere che ad alimentare la confusione ha contribuito anche la Commissione Ue, che ha reagito tardivamente e timidamente alle accuse piovute sul governo italiano. Ma alla fine il commissario Ue alla Giustizia, Jacques Barrot, ha spiegato che i respingimenti sono «fatti usuali». Certo è che in questo frangente, pur non facendo altro che applicare politiche europee, l'Italia si è ritrovata sola. Un po' per il disinteresse degli altri governi europei che non vivono con la stessa drammaticità e frequenza il problema degli sbarchi clandestini, anche se l'immigrazione è di tutta evidenza una questione che riguarda tutta l'Europa; un po' per l'imbarazzo di dover polemizzare con istituzioni che godono di un alto prestigio morale - anche se spesso immeritato - presso le opinioni pubbliche europee, come l'Onu e la Chiesa.
E' per lo meno curioso che in un primo momento l'Italia sia stata accusata di razzismo, o per lo meno di violare basilari principi umanitari, mentre ben presto lasciando da parte i clandestini le critiche si sono concentrate sul rispetto del diritto d'asilo, l'unico argomento a cui gli accusatori del governo italiano possono - sia pure capziosamente - appellarsi. Qualsiasi persona dotata di intelligenza o buona fede può rendersi conto da sola che è impossibile accertare al largo del Mediterraneo, a bordo di un barcone, se ci sono persone che chiedono asilo politico e se ne hanno effettivamente diritto, quando il più delle volte si tratta di pratiche che richiedono mesi.
Né possiamo spalancare le nostre coste ai barconi, di fatto incoraggiando gli "scafisti", sotto il ricatto morale dell'eventualità che su un centinaio di clandestini un paio abbiano diritto all'asilo politico. Non si capisce poi perché chi ha le carte in regola per ottenere asilo politico nel nostro paese dovrebbe affrontare un viaggio così costoso e rischioso sui barconi dei trafficanti di clandestini? E' ragionevole presumere che siano casi isolatissimi. E tra l'altro in Italia da anni aumentano in maniera consistente le accettazioni delle richieste d'asilo.
L'Onu. Ma vediamo se i pulpiti da cui sono venute le prediche hanno tutti le carte in regola per poter dare lezioni. Forse chi ha meno titoli per parlare è l'agenzia Onu per i rifugiati, dal momento che l'Onu è un'organizzazione ormai del tutto screditata per quanto riguarda la difesa dei diritti umani (con il Consiglio preposto monopolizzato e spesso presieduto dagli stati responsabili delle più gravi violazioni di diritti umani) e che l'Unhcr muove poco le chiappe - come ha dimostrato Davide Giacalone - per adempiere alla sua missione.
Il Consiglio d'Europa, che dovrebbe promuovere la democrazia, i diritti umani e l'identità culturale europea, si sente poco parlare e quando parla o lo fa a sproposito, come in questo caso senza neanche conoscere le deliberazioni del Consiglio dell'Ue, o troppo timidamente, quando ci sarebbe bisogno di una difesa a voce alta della democrazia e dei diritti umani (per esempio in Russia e Turchia). Tra l'altro, trovo che i media abbiano giocato un po' sulla confusione tra il Consiglio d'Europa e la selva di istituzioni europee dal nome simile. Magari qualcuno si sarà convinto che il governo italiano sia stato redarguito dall'Unione europea, mentre il Consiglio d'Europa è un'organizzazione esterna alle istituzioni Ue.
La Chiesa. L'entrata "a gamba tesa" della Chiesa contro il governo Berlusconi per la politica sull'immigrazione è paragonabile alle tante sui temi bioetici che ogni volta suscitano giustamente reazioni sdegnate. Accusando una legge democraticamente approvata, o in corso di approvazione, di violare i diritti umani, la Chiesa tenta di condizionare la legislazione italiana. Eppure, oggi, nessuno del Pd, della sinistra, e nessuno dei sedicenti "laici e liberali" si alza per denunciare l'ingerenza della Chiesa negli affari dello stato italiano. Evidentemente l'ingerenza della Chiesa preoccupa a intermittenza, a seconda del merito delle posizioni che esprime. Se per la Chiesa la distinzione tra immigrato e clandestino non ha alcuna rilevanza, così non è, e non potrà mai essere, per le leggi dello stato italiano. Peccato che nessun "laico" lo abbia fatto presente e che nessuno abbia difeso l'autonomia del Parlamento e del Governo italiani.
Il Pd. Altrettanto non titolato a scandalizzarsi è il Pd, che dovrebbe ricordare che l'accordo di collaborazione Italia-Libia ricalca il protocollo D'Alema-Amato del 2007, che oltre ai pattugliamenti nel Canale di Sicilia prevedeva il blocco dei barconi «alla partenza».
Il multiculturalismo. Infine, il "no" di Berlusconi a un'Italia «multietnica», che ha suscitato così tanto scandalo. L'opposizione anche questa volta ha voluto giocare con le parole. Nessuno - certo non Berlusconi ma neanche i leader della Lega - è contrario all'arrivo e alla permanenza nel nostro paese di immigrati regolari, che tra l'altro contribuiscono in misura consistente alla ricchezza nazionale. Treviso è senz'altro una delle città più "multietniche" d'Italia, dove si può dire che l'integrazione sia una realtà di successo. In questo senso l'Italia è certamente "multietnica" e nessuno si permette di metterlo in dubbio.
Ma "multietnicità", "multiculturalismo", così come "relativismo culturale", sono concetti che hanno anche un'altra accezione, soprattutto per le sinistre, che The Mote in God's Eye spiega bene in un suo post: un «mosaico di sette e gruppi tribali che condividono lo stesso territorio, ma ognuno rinchiudendo l'individuo nella propria ristretta visione del mondo». Spesso, in nome di una malintesa tolleranza, abbiamo accolto chiunque e chiuso un occhio su usanze e comportamenti contrari al nostro diritto basato sul rispetto della persona e dei diritti individuali. E accusando di "razzismo" chi chiedeva rispetto della legalità e maggiori controlli, abbiamo sacrificato sull'altare del relativismo la possibilità di una vera integrazione fondata su principi di convivenza civile condivisi.
Etnie diverse possono convivere sullo stesso territorio purché accettino di aderire al sistema di valori politici condivisi, alle leggi, all'identità civile della nazione che li ospita. Altrimenti il rischio è quello di trovarci di fronte a società tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il vittimismo, il risentimento, l'ideologia politica. In una parola, la "balcanizzazione".
«Dal 2005 al 2008 l'Unione europea ha mandato indietro centocinquantamila immigrati clandestini... Molti altri sono stati rimpatriati a forza in operazioni di difesa delle frontiere decise a Bruxelles e concordate da singoli Paesi, in prima fila le richieste della Spagna del socialista Zapatero... Nella sola estate 2006, le forze di polizia italiana hanno partecipato con quelle di Spagna, Malta, Francia, Belgio, Grecia a quindici operazioni, come la Poseidon, Amazon, Hera I ed Hera II, Hera III e Nautilus. Nel 2007 il flusso di immigrati bloccati, respinti o rimpatriati di forza sotto l'egida dell'Unione europea è cresciuto sostanzialmente, e così nel 2008».La novità è che per la prima volta questa politica viene attuata con la Libia, perché finalmente c'è un accordo di collaborazione a lungo cercato, e in modo bipartisan, tra Roma e Tripoli, nonché fortemente sostenuto dal Frontex, l'agenzia europea per la difesa delle frontiere.
L'Ue. Bisogna ammettere che ad alimentare la confusione ha contribuito anche la Commissione Ue, che ha reagito tardivamente e timidamente alle accuse piovute sul governo italiano. Ma alla fine il commissario Ue alla Giustizia, Jacques Barrot, ha spiegato che i respingimenti sono «fatti usuali». Certo è che in questo frangente, pur non facendo altro che applicare politiche europee, l'Italia si è ritrovata sola. Un po' per il disinteresse degli altri governi europei che non vivono con la stessa drammaticità e frequenza il problema degli sbarchi clandestini, anche se l'immigrazione è di tutta evidenza una questione che riguarda tutta l'Europa; un po' per l'imbarazzo di dover polemizzare con istituzioni che godono di un alto prestigio morale - anche se spesso immeritato - presso le opinioni pubbliche europee, come l'Onu e la Chiesa.
E' per lo meno curioso che in un primo momento l'Italia sia stata accusata di razzismo, o per lo meno di violare basilari principi umanitari, mentre ben presto lasciando da parte i clandestini le critiche si sono concentrate sul rispetto del diritto d'asilo, l'unico argomento a cui gli accusatori del governo italiano possono - sia pure capziosamente - appellarsi. Qualsiasi persona dotata di intelligenza o buona fede può rendersi conto da sola che è impossibile accertare al largo del Mediterraneo, a bordo di un barcone, se ci sono persone che chiedono asilo politico e se ne hanno effettivamente diritto, quando il più delle volte si tratta di pratiche che richiedono mesi.
Né possiamo spalancare le nostre coste ai barconi, di fatto incoraggiando gli "scafisti", sotto il ricatto morale dell'eventualità che su un centinaio di clandestini un paio abbiano diritto all'asilo politico. Non si capisce poi perché chi ha le carte in regola per ottenere asilo politico nel nostro paese dovrebbe affrontare un viaggio così costoso e rischioso sui barconi dei trafficanti di clandestini? E' ragionevole presumere che siano casi isolatissimi. E tra l'altro in Italia da anni aumentano in maniera consistente le accettazioni delle richieste d'asilo.
L'Onu. Ma vediamo se i pulpiti da cui sono venute le prediche hanno tutti le carte in regola per poter dare lezioni. Forse chi ha meno titoli per parlare è l'agenzia Onu per i rifugiati, dal momento che l'Onu è un'organizzazione ormai del tutto screditata per quanto riguarda la difesa dei diritti umani (con il Consiglio preposto monopolizzato e spesso presieduto dagli stati responsabili delle più gravi violazioni di diritti umani) e che l'Unhcr muove poco le chiappe - come ha dimostrato Davide Giacalone - per adempiere alla sua missione.
Il Consiglio d'Europa, che dovrebbe promuovere la democrazia, i diritti umani e l'identità culturale europea, si sente poco parlare e quando parla o lo fa a sproposito, come in questo caso senza neanche conoscere le deliberazioni del Consiglio dell'Ue, o troppo timidamente, quando ci sarebbe bisogno di una difesa a voce alta della democrazia e dei diritti umani (per esempio in Russia e Turchia). Tra l'altro, trovo che i media abbiano giocato un po' sulla confusione tra il Consiglio d'Europa e la selva di istituzioni europee dal nome simile. Magari qualcuno si sarà convinto che il governo italiano sia stato redarguito dall'Unione europea, mentre il Consiglio d'Europa è un'organizzazione esterna alle istituzioni Ue.
La Chiesa. L'entrata "a gamba tesa" della Chiesa contro il governo Berlusconi per la politica sull'immigrazione è paragonabile alle tante sui temi bioetici che ogni volta suscitano giustamente reazioni sdegnate. Accusando una legge democraticamente approvata, o in corso di approvazione, di violare i diritti umani, la Chiesa tenta di condizionare la legislazione italiana. Eppure, oggi, nessuno del Pd, della sinistra, e nessuno dei sedicenti "laici e liberali" si alza per denunciare l'ingerenza della Chiesa negli affari dello stato italiano. Evidentemente l'ingerenza della Chiesa preoccupa a intermittenza, a seconda del merito delle posizioni che esprime. Se per la Chiesa la distinzione tra immigrato e clandestino non ha alcuna rilevanza, così non è, e non potrà mai essere, per le leggi dello stato italiano. Peccato che nessun "laico" lo abbia fatto presente e che nessuno abbia difeso l'autonomia del Parlamento e del Governo italiani.
Il Pd. Altrettanto non titolato a scandalizzarsi è il Pd, che dovrebbe ricordare che l'accordo di collaborazione Italia-Libia ricalca il protocollo D'Alema-Amato del 2007, che oltre ai pattugliamenti nel Canale di Sicilia prevedeva il blocco dei barconi «alla partenza».
Il multiculturalismo. Infine, il "no" di Berlusconi a un'Italia «multietnica», che ha suscitato così tanto scandalo. L'opposizione anche questa volta ha voluto giocare con le parole. Nessuno - certo non Berlusconi ma neanche i leader della Lega - è contrario all'arrivo e alla permanenza nel nostro paese di immigrati regolari, che tra l'altro contribuiscono in misura consistente alla ricchezza nazionale. Treviso è senz'altro una delle città più "multietniche" d'Italia, dove si può dire che l'integrazione sia una realtà di successo. In questo senso l'Italia è certamente "multietnica" e nessuno si permette di metterlo in dubbio.
Ma "multietnicità", "multiculturalismo", così come "relativismo culturale", sono concetti che hanno anche un'altra accezione, soprattutto per le sinistre, che The Mote in God's Eye spiega bene in un suo post: un «mosaico di sette e gruppi tribali che condividono lo stesso territorio, ma ognuno rinchiudendo l'individuo nella propria ristretta visione del mondo». Spesso, in nome di una malintesa tolleranza, abbiamo accolto chiunque e chiuso un occhio su usanze e comportamenti contrari al nostro diritto basato sul rispetto della persona e dei diritti individuali. E accusando di "razzismo" chi chiedeva rispetto della legalità e maggiori controlli, abbiamo sacrificato sull'altare del relativismo la possibilità di una vera integrazione fondata su principi di convivenza civile condivisi.
Etnie diverse possono convivere sullo stesso territorio purché accettino di aderire al sistema di valori politici condivisi, alle leggi, all'identità civile della nazione che li ospita. Altrimenti il rischio è quello di trovarci di fronte a società tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il vittimismo, il risentimento, l'ideologia politica. In una parola, la "balcanizzazione".
Monday, October 22, 2007
Critica del multiculturalismo
«Il velo islamico non è un semplice velo che una bimba di otto anni decide liberamente di mettersi sul capo perché le piace o perché giudica più comodo tenere i capelli nascosti piuttosto di metterli in mostra. E' il simbolo d'una religione nella quale la discriminazione della donna è ancora, disgraziatamente, più forte che in nessun'altra: una tradizionale tara dell'umanità dalla quale la cultura della libertà è stata capace di liberarci in grande misura, seppure non totalmente, grazie a un lungo processo di lotte politiche, ideologiche e istituzionali che sono riuscite a cambiare mentalità e comportamenti e a fissare leggi destinate a porle un freno. Tra queste importanti conquiste c'è il laicismo, uno dei pilastri su quali poggia la democrazia. Lo Stato laico non è ostile alla religione. Al contrario garantisce a tutti i cittadini il diritto di credere e praticare la propria religione senza subire interferenze, sempre che queste pratiche non infrangano le leggi poste a garanzia della libertà, dell'uguaglianza e degli altri diritti umani che sono la ragione dell'esistenza dello stato di diritto.
Il velo islamico nelle scuole pubbliche è una testa di ponte grazie alla quale i nemici del laicismo, dell'uguaglianza fra uomo e donna, della libertà religiosa e dei diritti umani pretendono di ritagliarsi spazi d'autentica extraterritorialità legale e morale all'interno delle democrazie: qualcosa che, se queste l'accettassero, potrebbe condurle al suicidio».
(Mario Vargas Llosa, El Paìs)
Lo scrittore sudamericano va fino in fondo nel suo attacco al multiculturalismo, che si fonda su un «presupposto falso che bisogna respingere, senza prestarsi a equivoci: che, cioè, tutte le culture, per il fatto stesso di esistere, siano equivalenti e degne di rispetto. Non è vero». I paladini del multiculturalismo e del comunitarismo hanno «un'idea statica delle culture, smentita dalla storia».
«Le culture si evolvono: i progressi della scienza e gli interscambi, sempre più frequenti nel mondo moderno, di idee e di conoscenze... trasformano convinzioni, pratiche, credenze, superstizioni, valori e pregiudizi». Un musulmano relativamente «moderno», libanese o egiziano, per esempio, osserva Vargas Llosa, «ha ben poco a che spartire con i musulmani integralisti», che in Darfur, per esempio, «radono al suolo villaggi e bruciano intere famiglie perché le giudicano pagane: applicare loro la stessa etichetta culturale è assurdo».
«Se i paesi democratici vogliono, in qualche modo, offrire il proprio aiuto affinché la religione musulmana sperimenti lo stesso processo di secolarizzazione che ha permesso alla Chiesa cattolica di adeguarsi alla cultura democratica [piuttosto, ci pare l'abbia obbligata], il comportamento peggiore che potrebbero tenere sarebbe rinunciare a conquiste così importanti come il laicismo e l'uguaglianza, per non apparire etnocentrici e portatori di pregiudizi».
Il velo islamico nelle scuole pubbliche è una testa di ponte grazie alla quale i nemici del laicismo, dell'uguaglianza fra uomo e donna, della libertà religiosa e dei diritti umani pretendono di ritagliarsi spazi d'autentica extraterritorialità legale e morale all'interno delle democrazie: qualcosa che, se queste l'accettassero, potrebbe condurle al suicidio».
(Mario Vargas Llosa, El Paìs)
Lo scrittore sudamericano va fino in fondo nel suo attacco al multiculturalismo, che si fonda su un «presupposto falso che bisogna respingere, senza prestarsi a equivoci: che, cioè, tutte le culture, per il fatto stesso di esistere, siano equivalenti e degne di rispetto. Non è vero». I paladini del multiculturalismo e del comunitarismo hanno «un'idea statica delle culture, smentita dalla storia».
«Le culture si evolvono: i progressi della scienza e gli interscambi, sempre più frequenti nel mondo moderno, di idee e di conoscenze... trasformano convinzioni, pratiche, credenze, superstizioni, valori e pregiudizi». Un musulmano relativamente «moderno», libanese o egiziano, per esempio, osserva Vargas Llosa, «ha ben poco a che spartire con i musulmani integralisti», che in Darfur, per esempio, «radono al suolo villaggi e bruciano intere famiglie perché le giudicano pagane: applicare loro la stessa etichetta culturale è assurdo».
«Se i paesi democratici vogliono, in qualche modo, offrire il proprio aiuto affinché la religione musulmana sperimenti lo stesso processo di secolarizzazione che ha permesso alla Chiesa cattolica di adeguarsi alla cultura democratica [piuttosto, ci pare l'abbia obbligata], il comportamento peggiore che potrebbero tenere sarebbe rinunciare a conquiste così importanti come il laicismo e l'uguaglianza, per non apparire etnocentrici e portatori di pregiudizi».
Monday, August 20, 2007
Il Califfato di Oakland
L'incredibile storia del «fornaio della Sharia» (Oakland, California), narrata da Christopher Hitchens, mostra come il politically correct, un malinteso spirito di tolleranza verso le minoranze e le comunità di immigrati, e un incondizionato rispetto per ogni organizzazione di «ispirazione religiosa», finiscano per farci chiudere un occhio davanti ai più conclamati ed efferati criminali. Una vera e propria «licenza di crimine» concessa da un'autorità intimidita, più preoccupata di non passare per "razzista" che di far rispettare le legge.
Monday, July 02, 2007
Battesimo del fuoco per Gordon Brown
Per Scotland Yard, i tre attacchi facevano parte di un unico disegno, ma erano diverse i piani degli esecutori: le bombe di Londra dovevano essere innescate dallo squillo di telefonini nelle auto, mentre i terroristi di Glasgow erano disposti a morire.
Tra gli arrestati, nei giorni scorsi – sette in tutto, di origine mediorientale – anche un chirurgo palestinese con passaporto giordano, Mohammed Jamil Abdelkader Asha, laureato ad Amman e dipendente presso un ospedale di Glasgow. Sarebbe lui "Mr. Big", la mente del gruppo. Un altro medico arrestato, iracheno, sarebbe il secondo attentatore del fallito attacco all'aeroporto di Glasgow, ma prosegue la caccia ad altri terroristi.
Le reazioni contraddittorie dell'anti-terrorismo britannico dimostrano che il paese non è del tutto preparato ad affrontare la minaccia, osserva la rivista conservatrice americana Frontpage. Dagli attacchi di due anni fa le autorità sembrano ancora non aver individuato con precisione il nemico. La classe politica preferisce evitare di stabilire qualsiasi riferimento alle motivazioni ideologiche e religiose dei terroristi, per non esacerbare le tensioni con le comunità islamiche. I falliti attentati rappresentano quindi una prova del fuoco anche per Brown, la cui prima reazione è stata di fermezza: «L'Inghilterra non cederà al male». Nel paese permane lo stato di massima allerta. Tuttavia, il nuovo premier laburista dovrà dimostrare personalità e doti di leadership all'altezza del suo predecessore per confermare che cultura della sicurezza, della difesa, e dell'uso della forza sono ormai assimilate nella sinistra di governo britannica e non solo caratteri effimeri.
Il fatto che due medici siano coinvolti negli attentati fa tornare la paura per i "terroristi della porta accanto": difficile individuarli, ma anche meno preparati militarmente e quindi spesso approssimativi nelle loro azioni. Una nuova conferma alle conclusioni degli studi più dettagliati, che indicano tra i sostenitori e gli appartenenti alla rete di al-Qaeda una maggioranza di musulmani all'apparenza perfettamente integrati, di istruzione universitaria occidentale e status socio-economico medio-alto. Altro che scuole coraniche e madrasse, che solo successivamente diventano mete di indottrinamento. Smentito ancora una volta, quindi, il pregiudizio secondo cui il terrorismo islamista troverebbe nei diseredati e negli emarginati del pianeta la propria manovalanza.
Dai primi identikit dei terroristi arrestati traspare l'immagine di quell'integrazione fiore all'occhiello della british way of life. Il multiculturalismo britannico, ma non solo, rischia di finire di nuovo sotto processo.
L'idea che avremmo dovuto aspirare a un'identità comune e a una serie di valori condivisa è stata erosa in nome di una visione ideologica del multiculturalismo. Un problema di cittadinanza, non strettamente di integrazione. Una cittadinanza britannica, ma ciò vale anche per altri paesi europei, della quale non sembrano far parte, non vengono percepiti, accettati, assimilati, i valori politici su cui essa si fonda.
Questo fraintendimento sul significato dell'integrazione fra culture e comunità religiose diverse viene aggravato dallo spirito "concordatario" che anima i nostri Stati. Anziché integrare individui, cerchiamo di integrare comunità; invece di assicurare l'esercizio di libertà e diritti a quei singoli individui, all'interno delle nostre città concediamo autonomie etnico-confessionali, se non veri e propri rapporti privilegiati con lo Stato, a etnie e gruppi religiosi in quanto comunità. Esse, e non il singolo individuo, divengono così i naturali soggetti di diritto, portatrici di istanze meritevoli di attenzione e destinatarie dei benefici.
Occorre recuperare la dimensione dell'individuo come soggetto di diritti, dando minore spazio a politiche pubbliche incentrate sul riconoscimento identitario di questo o quel gruppo. Altrimenti il rischio è quello di trovarci di fronte a società apparentemente integrate ma tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il vittimismo, il risentimento, l'ideologia politica.
Monday, April 02, 2007
Il fascismo islamico in casa
Storie di donne picchiate e segregate dai mariti, di imam che in moschee di fortuna incitano alla guerra contro gli occidentali e alla sottomissione delle donne.
Uno spaccato che corrisponde in pieno al ritratto dell'islam in Italia che veniva fuori da un film di qualche tempo fa, "Il mercante di pietre" (2005), di Renzo Martinelli. Dobbiamo ammetterlo, seppure a nostro avviso il film fosse piuttosto scadente come prodotto cinematografico. Le telecamere nascoste di Santoro hanno ripreso inquietanti scene di predicazione praticamente identiche, nella scenografia e nei contenuti, a quelle mostrate da Martinelli.
Nonostante ciò, è come se gli immigrati islamici nelle nostre città fossero trasparenti. Non li vediamo, non ci accorgiamo della loro presenza, ma ci sono. Per lo più lavorano, hanno mogli e figli, qualcuno delinque (magari fosse questo il problema), vanno in moschea, pregano, sviluppano delle idee, una concezione di se stessi e del paese in cui vivono. Tutto questo vissuto rischia di cadere sotto il controllo idelogico di imam integralisti, di restare per anni in ebollizione, come in una pentola a pressione, in "enclave" di cui ignoreremo l'esistenza finché da esse non nascerà chi un giorno si farà saltare in un vagone della metropolitana.
E' in corso sotto i nostri occhi, e sotto quelli delle autorità, una incessante erosione di fette di legalità. Troppo spesso infatti, la convivenza con le comunità islamiche all'interno delle nostre società è divenuta connivenza con una legalità, parallela a quella statuale, che impone violenze, brutalità, sottomissione.
E' sul corpo delle donne, ripete Adriano Sofri, che si sta combattendo. Nella loro condizione è la differenza «essenziale fra società islamiche e occidente». La libertà delle donne «non riguarda solo il loro destino, ma la condizione del genere umano». I nemici dell'occidente lo sanno bene, «gli occidentali se ne accorgono meno». Lo sa Souad Sbai, la combattiva presidente dell'Associazione donne marocchine, la Hirsi Ali italiana: «In Marocco le donne conoscono la nuova legge della famiglia ma le donne marocchine in Italia non la conoscono, non conoscono i loro diritti... Il maschilismo impera. Per queste donne qualcosa bisogna fare subito».
Non solo in Europa, le cronache ci dicono che anche in Italia vigono fatwe e sharia. La legge coranica è de facto tollerata come fonte di diritto e il clero islamico come referente giuridico di ciò che i musulmani possono fare o meno, regalando loro un potere che abbraccia la sfera della rappresentatività religiosa e politica che giustamente rifiutiamo alla Chiesa cattolica, contestando con solerzia ogni suo sconfinamento.
Abbiamo il fascismo islamico in casa. E permettere ai fascisti islamici di fare propaganda, istigazione all'odio razziale e religioso, fare proseliti, non ha nulla a che fare con la libertà d'espressione. Occorre esserne consapevoli e muoversi. Senza allarmismi, ma senza voltarsi dall'altra parte. Senza misure repressive, né cedimenti multiculturali, ma garantendo agli individui, singolarmente presi, e soprattutto alle donne e alle bambine musulmane, i loro diritti, anche e soprattutto a dispetto della propria cultura di provenienza. A partire dalla proibizione del velo nei luoghi pubblici e soprattutto nelle scuole.
Anziché integrare individui abbiamo finora cercato di integrare comunità, chiudendo un occhio su legalità parallele alla nostra che venivano creandosi al loro interno e concedendo loro, di fatto, forme di extra-territorialità. Occorre recuperare la dimensione dell'individuo come soggetto di diritti, dando minore spazio a politiche pubbliche incentrate sul riconoscimento identitario di questo o quel gruppo. Altrimenti il rischio è quello di trovarci di fronte a società tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il vittimismo, il risentimento, l'ideologia politica.
Una questione, davvero cruciale del nostro tempo, su cui il silenzio dei radicali è assordante. Perché è una questione italiana e allo stesso tempo europea ed occidentale, è una questione sociale e di diritto, di sicurezza e di integrazione, di politica interna ed estera, di legalità democratica e di laicità da far valere e rispettare anche nei confronti dell'islam, in modo altrettanto rigoroso di quanto siamo stati disposti e siamo disposti ancora a fare con la Chiesa cattolica.
P.S. Scusate, se per me le discriminazioni che subiscono alcune razze di cani in Italia vengono dopo, molto dopo tutto questo.
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