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Tuesday, May 16, 2017

Valori, principi e pugnali

Girare con un pugnale sikh in vista mi sembra cosa civilissima rispetto a quello che si vede e che viene permesso nelle nostre città. Chi non si sente minacciato dal pugnale sikh?? Facciamo finta che il problema, quelli che non si integrano, siano i sikh... E poi chiudiamo gli occhi su vere e proprie "legalità" parallele di musulmani e rom.

Al di là del singolo caso, certamente marginale come "allarme sociale" e gruppo etnico coinvolto, e delle polemiche, il principio affermato dalla sentenza della Cassazione è che una diversità culturale e/o religiosa non dà diritto a un lasciapassare per non rispettare la legge.

Nel passaggio più contestato della sentenza si legge che "è essenziale l'obbligo per l'immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all'ordinamento giuridico che la disciplina".

Premesso che un altro passaggio della sentenza, altrettanto "politico" e discutibile, laddove i giudici indicano la "necessità di una società multiculturale", è sfuggito praticamente a tutti, di che valori e principi stiamo parlando? Dei principi e valori codificati nelle leggi. Far rispettare la legge vuol dire far rispettare principi e valori in essa codificati. Per esempio, l'uguaglianza tra uomini e donne, codificata nel nostro ordinamento, è senz'altro anche un "nostro valore". O no??

Thursday, September 23, 2010

Anche Zapatero con Sarkozy

Oltre a Berlusconi, a quanto pare anche il premier spagnolo Zapatero sostiene la politica di Sarkozy sui rom. L'aveva già fatto al Consiglio europeo, ma i nostri media l'avevano accuratamente nascosto. Ieri, al Wall Street Journal, è tornato sulla questione assicurando che i rom «non sono stati espulsi a causa della loro origine etnica». I provvedimenti sono stati adottati «nel rispetto dello stato di diritto». «I principi dell'integrazione devono funzionare - spiega - ma deve anche essere rispettato l'ordine pubblico nei campi che non hanno le condizioni sanitarie e di sicurezza necessarie». Guarda caso allineati i governi di Francia, Italia, Spagna (e Repubblica Ceca). Per ideologia, o perché condividono lo stesso problema?

Friday, September 17, 2010

Euroipocrisia

Il fossato che si è aperto tra la Commissione europea da una parte e la Francia di Sarkozy dall'altra (di cui hanno preso le difese platealmente solo Berlusconi, Zapatero e il premier ceco Necas, ma i leader che covano in silenzio la loro insofferenza verso Bruxelles sono molti di più) è totalmente il risultato dell'ipocrisia e dell'irresponsabilità politica delle istituzioni europee.

La questione, che ha scaldato gli animi dei moralisti e dei custodi del politicamente corretto, nel merito è semplice, addirittura banale. La Francia ha tutto il diritto di chiudere campi abusivi sul suo territorio. E ha tutto il diritto secondo le normative comunitarie di rimpatriare cittadini, anche comunitari, che non abbiano documenti in regola, che dopo tre mesi di permanenza non abbiano un lavoro o non possano dimostrare di avere forme legali di sostentamento e una fissa dimora. Tutto il caso nasce da uno scivolone del governo francese subito corretto, ma che ben illustra come la Commissione europea sia un'istituzione fondata sull'ipocrisia e sull'irresponsabilità politica. Una circolare del Ministero degli Interni che ordinava ai prefetti di avviare lo sgombero di campi abusivi «in priorità rom». Ecco, il riferimento ai rom non doveva esserci, si doveva parlare genericamente di campi abusivi, per evitare che la direttiva apparisse discriminatoria. Ma guardiamoci negli occhi e parliamoci onestamente: chi, oltre i rom, vive nelle nostre città in baraccopoli abusive che ospitano centinaia di famiglie, tali da costituire un problema sociale e di sicurezza?

Insomma, il Ministero francese avrebbe potuto essere più accorto, ma è del tutto evidente che non c'era alcun intento discriminatorio, bensì l'esigenza pratica, anche se politicamente inopportuna e "scorretta", di chiamare le cose con il loro nome e rendere chiaro ai prefetti il compito loro assegnato; partendo semplicemente dalla constatazione di un dato di fatto: negli accampamenti abusivi vivono i rom, non giapponesi o portoricani. Ma è ovvio che campi simili vanno smantellati, a prescindere dall'etnia da cui sono abitati. E comunque la circolare è stata immediatamente corretta.

Detto questo, c'è il problema dell'euroburocrazia irresponsabile di Bruxelles, che non dovendo dar conto ai cittadini europei si abbandona al politicamente corretto, scansando sdegnosamente o affrontando in modo retorico problemi molto avvertiti dalle popolazioni. E' frustrante per i cittadini che l'Europa non riesca ad affrontare i loro problemi e, anzi, si comporti sempre più spesso come se non esistessero. Per di più, su alcune questioni delicate, come in questo caso, ricorrendo al ricatto morale del razzismo, e spesso senza prima aver valutato attentamente quali sono le effettive politiche dei governi.

C'è molto dilettantismo nella maggior parte dei commissari, che sono diventati il fulcro di un meccanismo perverso e dannoso per l'immagine dell'Europa agli occhi dei cittadini europei. Sembra che vengano attirati su un problema solo dal clamore mediatico e quando intervengono criticamente sull'operato dei governi, si ha l'impressione che siano animati da un eccesso di protagonismo. Pressocché sconosciuti alle opinioni pubbliche, i commissari cercano di affermare la loro identità politica in contrapposizione ai governi, di apparire indipendenti - alcuni, alla guida di uffici inutili, sono bisognosi di giustificare persino la loro esistenza. Ansiosi di "esserci" e di ottenere visibilità, alzano i toni, provoncando vere e proprie tempeste in bicchieri d'acqua. E' comprensibile che la cosa non sia ben digerita da quanti invece devono rispondere ai cittadini che li hanno votati.

«I governi nazionali sono scelti dall'elettorato. I commissari di Bruxelles no. Non affrontano un'elezione e questo fa una grande differenza», spiega Ernesto Galli della Loggia su Il Foglio: «E' la differenza che passa tra la politica e la burocrazia, anche l'altissima burocrazia», per di più una burocrazia «totalmente autoreferenziale». «La sensibilità dell'elettorato è molto diversa dall'ideologia dei diritti e del politicamente corretto che è l'ideologia dell'Ue», spiega il professore, «le culture esistono, ma l'Ue ha deciso che le diversità culturali non esistono». Al fondo c'è un problema di legittimità democratica della Commissione Ue: «In una democrazia ha sempre ragione l'elettorato. Se si ammette che l'elettorato si possa sbagliare si apre un baratro: chi al posto dell'elettorato? Non c'è risposta». Anzi, dice Galli della Loggia, «le risposte rischiano di essere peggio. Se le decisioni sono prese contro il sentire comune, nascono partiti xenofobi e razzisti. Non è un caso se in molti Paesi europei il panorama politico è sconvolto da partiti schierati contro l'ideologia di Bruxelles».

Friday, August 20, 2010

Ma Sarkozy è ancora il modello di Fini?

Ma Sarkozy non era il modello della destra moderna ed europea che ha in mente Fini? Se è ancora così, allora il presidente della Camera condividerà di certo il rimpatrio in massa dei rom (qui ricordiamo piuttosto la sua denuncia sulla dignità umana degli immigrati calpestata in Italia dal governo Berlusconi) e il divieto del burqa (su cui se non sbaglio Fini tempo fa disse che non ce n'era bisogno). A meno che la destra moderna ed europea (da Sarkozy a Cameron), e aggiungerei anche alcune sinistre europee, non siano in realtà molto, ma molto diverse da qualsiasi cosa avesse (e abbia) in mente Fini.

Friday, September 05, 2008

Nessuna discriminazione sui rom, l'opposizione perde la faccia

E così, alla fine, ha avuto ragione Maroni. La Commissione europea ha accertato che il censimento dei campi nomadi abusivi e le altre misure nei confronti dei rom contenute nel pacchetto sicurezza non sono discriminatorie e sono conformi al diritto comunitario.

Come tutte le persone di buon senso e non in malafede in questo paese avevano fin da subito compreso, la raccolta delle impronte digitali «viene fatta solo al fine di identificare persone che non è possibile identificare in altro modo». E, in particolare, proprio a tutela di migliaia di minori-fantasmi costretti ogni giorno ai furti e/o all'accattonaggio.

La notizia non sembra aver scosso quanti solo un paio di mesi fa accusavano di «razzismo» e di «xenofobia» il governo e la maggioranza, né quegli organi di stampa cattolici che paventavano addirittura un ritorno al «fascismo». Forse per pudore oggi tacciono, sperando che nessuno si ricordi delle bufale da loro dette e scritte, del tempo perso a litigare sul nulla.

Maroni aveva assicurato che tutte le misure sarebbero rientrate nei confini della normativa europea (e così è stato), ma l'opposizione, con in testa il suo svagato leader, insistevano nel dire che invece dall'Ue sarebbe giunta una bocciatura, forti del loro gioco di sponda con qualche voce falsa e tendenziosa uscita anzitempo dai palazzi di Bruxelles. Si attendeva la "sentenza" dell'Ue come un giudizio di costituzionalità, sicuri che avrebbe bollato come razzista il governo Berlusconi.

Ebbene, sul pacchetto sicurezza e i rom Maroni vince la palma del ministro più europeista, capace di lavorare in stretta collaborazione con Bruxelles per varare un provvedimento inattaccabile (cosa che il governo Prodi non ha saputo fare), mentre l'opposizione e Veltroni hanno perso definitivamente la faccia.

Oggi un giudizio impietoso ma lucido sul Partito democratico lo dà Biagio de Giovanni su il Riformista:
«... il centrosinistra italiano non sembra essersi reso conto non dico dell'entità della sconfitta subita, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano... Dinanzi a questo terremoto culturale e politico... sul fronte opposto dominano scarsa consapevolezza, poco coraggio di interrogare l'Italia e se stessi, e ci si divide tra un fragile gioco di rimessa e una persistente analisi paragiudiziaria del berlusconismo, visto o come una clamorosa e provvisoria (!) eccezione, o come causa ed effetto di una mucillagine sociale - che Berlusconi ha magari contribuito a produrre e che lo riproduce moltiplicato per mille - dentro la quale si vanno disperdendo i "valori" di una comunità nazionale ed emerge la "vitalità" dell'Italia peggiore».
Il problema è innazitutto «culturale», perché «nella "melassa conflittuale" del Partito democratico non gira una idea».
«La raffinata sinistra perde il confronto proprio sulle idee, dopo aver dominato in lungo e in largo, attraverso di esse, l'Italia repubblicana... Il centrosinistra è senza idee, è come lo stanco erede di se stesso, disunito e conflittuale non sulle idee ma sulle microlotte di potere al proprio interno. Il centrodestra sembra invece avere una visione dell'Italia, e a modo suo la porta avanti».

Monday, July 07, 2008

Fatti curiosi/Leghisti si scoprono un po' laicisti e laicisti tacciono

Parole grosse quelle di monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano: «Solo un regime fascista o populista arriverebbe a tali metodi dittatoriali. Oso sperare che non siamo caduti così in basso».

Nel merito della vicenda della moschea di Viale Jenner non ne so molto, ma dubito fortemente che, come dice monsignor Bottoni, qualcuno voglia «proibire un diritto costituzionale come la libertà religiosa e di culto».

Avevamo sentito omelie contro la «dittatura del relativismo», ma mai un governo era stato finora definito «fascista» da un membro della Curia. E i "professionisti della laicità", guarda un po', tacciono, quando non applaudono. Siccome ultimamente nel merito condividono le durissime critiche che provengono da alcuni ambienti e organi di stampa del mondo cattolico nei confronti del governo, allora è improvvisamente scomparso l'attacco clericale alla sovranità dello Stato che sono così pronti a denunciare quando si parla di aborto o unioni di fatto.

Su questo blog siamo affezionati al nostro discorso innanzitutto di metodo. Finché la Chiesa cattolica continuerà ad essere organizzata in una forma statuale, e a percepire in modo opaco dallo Stato miliardi di euro in 8 per mille e altri privilegi concordatari, dovrebbe esserci un limite all'intervento dei suoi vertici nella politica italiana.

Ogni volta che la Chiesa mette il becco - tramite membri del clero o i suoi organi di stampa - negli affari politici, a me viene naturale storcere la bocca, al di là del merito, perché lo avverto come un potere di condizionamento indebito – paragonabile, per esempio, a quello che spesso esercitano anche i Sindacati – sul Parlamento e i governi democraticamente eletti, e per di più da parte di uno stato estero. Una volta superato il particolare status istituzionale e finanziario di cui gode la Chiesa in Italia, allora le sue opinioni, e persino una sua eventuale "militanza politica", potranno sempre essere accolte o contrastate nel merito all'interno del libero confronto democratico tra le idee, ma da esse sparirà il sospetto di un'indebita ingerenza.

Dall'altra parte avviene il processo inverso. Qualche leghista comincia ad essere infastidito da qualche ingerenza di troppo della Chiesa nell'azione di governo, e forse a riscoprire il valore della separazione tra Stato e Chiesa. Non mancavano, tra l'altro, nella Lega delle origini, venature anti-clericali nella polemica contro «Roma ladrona». Prima Borghezio, dopo gli attacchi di Famiglia cristiana, escogita un felice slogan: «Famiglia padana non legge Famiglia Cristiana». Ora il ministro Maroni risponde a tono a monsignor Bottoni: «Solo insulti, dovrebbe preoccuparsi della negazione dei diritti dei cittadini milanesi». Non contrattaccando, ma spiegando, come ha fatto per rispondere alle polemiche sull'identificazione dei minori rom, bambini che semplicemente non esistono per nessuno, se non per i loro sfruttatori che si fanno forti proprio della loro non-identità.

Anche questa volta, oltre alla malafede di qualcuno, ci sarebbe «un problema di scarsa informazione». Il governo vuole solo che siano «rispettate le norme igienico-sanitarie, urbanistiche, e i regolamenti comunali». Sarebbe un paradosso se, come dice Maroni, addirittura il direttore del centro islamico avesse davvero «già dichiarato la propria disponibilità al trasferimento». D'altra parte, pare che anche i fedeli musulmani si trovino un po' strettini in quella zona.

Tuesday, May 20, 2008

L'anti-berlusconismo resiste in Spagna e all'Europarlamento

Il Riformista, Massimo Franco nella sua "nota" sul Corriere, e altri si sono accorti del filo che lega certi attacchi preventivi al governo Berlusconi partiti dalla Spagna, con le accuse alle nuove politiche definite «razziste e xenofobe», e dal Parlamento europeo, con il dibattito-processo nei confronti dell'Italia sul caso dei rom. Massimo Franco parla persino di «un'offensiva a tavolino» da parte dei ministri spagnoli, con l'«avallo di fatto» del premier Zapatero.

Ma se in Italia il vento dell'anti-berlusconismo sta svanendo, grazie alle scelte del leader del Pd Veltroni e all'assenza dal Parlamento dei partiti della sinistra massimalista e comunista, nel Parlamento europeo troviamo ancora maggioritaria una sorta di versione europea dell'Unione prodiana (Pse, Sinistra, Verdi, Liberaldemocratici), che alimentata per anni a tonnellate di anti-berlusconismo viscerale dalla sinistra italiana non se ne può certo liberare in poche settimane solo perché in Italia, al Loft, il vento è cambiato.

Un'offensiva capeggiata, tra l'altro, da quella macchietta di Martin Schulz (il "capò", ve lo ricordate?), che a Berlusconi l'ha giurata quando ancora dall'Italia il Cav. veniva descritto come Belzebù. Sta ora a Veltroni e al Pd far capire ai colleghi europei che la musica è cambiata e che possono riporre la gran cassa, oppure alle imminenti elezioni europee gli italiani si faranno sentire con i partiti che criminalizzano e ostacolano da Strasburgo le politiche per la sicurezza.

Monday, May 19, 2008

Rappresentare più che educare

Filippi Penati (Pd), presidente della Provincia di Milano:

«Non ci devono più essere campi rom nell'area metropolitana; non l'ho detto per essere più leghista della Lega, ma perché essere di sinistra significa difendere i più deboli, non fare della demagogia. A chi mi dice "ma i rom sono europei", rispondo che in Europa i padri hanno l'obbligo di mandare i figli a scuola, non a rubare. Se si vuole essere europei bisogna esserlo in tutto, nei diritti e nei doveri. Invece tollerare sitazioni di degrado, insicurezza, illegalità va a danno innanzitutto delle persone più deboli: italiani, immigrati o rom che siano... Chi non è qui per lavorare, non ci può stare. Questi sono i diritti europei, non sono "la destra"».

«Se la sinistra vuole recuperare un legame con l'opinione pubblica e con la realtà sociale, allora su tutti questi temi, l'immigrazione clandestina, i campi rom, l'illegalità, la sicurezza bisogna essere chiari e decisi. E abbandonare i tentennamenti e le divisioni che abbiamo avuto nel passato e che ora non possiamo più permetterci di avere».

(Il Foglio, 16 maggio)

«Una cosa è certa: non possiamo più accettare 23mila persone e 200 campi nomadi nella sola area di Milano. È una questione fisica: non possiamo. Il rischio è quello di reazioni che nessuno vuole. Non si tratta di razzismo: è responsabilità... Espulsione o carcere per i delinquenti, accompagnamento alla frontiera per chi in Italia non ha mezzi di sussistenza».

«Guardi che qui non è che stiamo parlando dei festival in Camargue o dei Gipsy Kings. È nobile tradizione vivere tra sacchi di rifiuti e auto rubate? È un'opinione che ci sia una strettissima correlazione tra certi insediamenti e l'impennarsi dei reati in una certa zona? Io non credo che tutto sia tollerabile in nome della diversità culturale».

I manifesti anti-rom del Pd di Ponticelli, a Napoli:
«È importante non cadere nell'errore di generalizzare e assecondare la pancia, ma è altrettanto vero che lì era accaduto un fatto molto grave. E sui manifesti, in realtà, non si parla di un'etnia ma di una ben individuata comunità. Che di certo, non poteva più restare dove era».

«È finito il relativismo per cui se qualcuno delinque, la colpa è sempre della società. Diciamo che in molti ora hanno scoperto la responsabilità individuale. Anche se alcuni con qualche ritardo di troppo... Ha detto bene Veltroni: tra chi compie un torto e chi lo subisce, sto con chi lo subisce. Io credo che il Pd, diversamente dai partiti storici che lo hanno preceduto, debba rappresentare più che educare. Il che non significa appiattirsi sul senso comune, resto convinto che un partito debba svolgere anche una funzione, per così dire, pedagogica. Ma non possiamo più essere soltanto quello. Non possiamo più, di fronte a certe evidenze, dire aristocraticamente: voi dovete pensarla così».

(Corriere della Sera, 17 maggio)

Friday, May 16, 2008

Rom: questione di legalità, oltre le ipocrisie e i falsi miti

La situazione a Napoli è indubbiamente degenerata, ma se la prima pulsione dei giornali e dei politici fosse quella di comprendere, prima di giudicare, sarebbe loro evidente che la camorra si è sostituita con successo allo stato laddove questo ha fallito, in uno di quei pochi compiti che ne giustificano l'esistenza. In soli due giorni, certo con i suoi metodi "sbrigativi" che uno stato di diritto non può condividere né tollerare, ha liberato Ponticelli dai campi rom. E' ciò che la popolazione chiedeva da anni. Perché se qualcuno ti entra in casa e cerca di portarti via i tuoi i figli, allora è ragionevole che l'esasperazione prevalga.

Ciò che voglio dire è che se osserviamo laicamente la realtà delle cose, il cittadino di Ponticelli, che non è un ideologo e non ha dello stato una concezione idealistica, riporrà la sua lealtà e le sue risorse economiche nell'organizzazione - non importa se privata o statale - più capace di garantire la sua sicurezza. E in questo caso serve a poco scandalizzarsi, la camorra è stata più efficiente dello stato. Chi lo guida dovrebbe cominciare a non darlo per scontato. Anche lo stato, se non vuole che organizzazioni di privati cittadini più o meno raccomandabili gli contendano il territorio a loro modo, deve guadagnarsi la propria autorità e la propria legittimità sul campo, giorno per giorno.

L'esplosione di intolleranza nei confronti dei rom è il risultato di almeno un decennio di totale indifferenza delle autorità politiche locali e nazionali e delle forze dell'ordine. Da oltre un decennio è mutato il tipo di microcriminalità che suscita maggiore allarme sociale nei cittadini: non è più lo scippo del tossicodipendente, per fare un esempio, come negli anni '80 e all'inizio dei '90, ma sono le rapine in strada e in abitazione, le aggressioni spesso particolarmente brutali, ad opera di individui che appartengono ad alcune specifiche comunità straniere.

E anche qui assistiamo a una fiera di ipocrisie e luoghi comuni sociologici. Bisognerebbe riflettere bene prima di gridare al razzismo o alla xenofobia. I cittadini, intellettualmente più onesti delle istituzioni pur con minori strumenti, avvertono che il pericolo non viene dai miti filippini, ma dai rumeni e dai rom oggi, come dagli albanesi ieri. Non viene dalle donne rumene, badanti in molte famiglie italiane, ma dagli uomini. Discriminazione razziale? Sessuale? No, semplicemente la realtà che i cittadini hanno di fronte agli occhi tutti i giorni.

Chi non passeggia per le grandi città circondato da 5-6 uomini di scorta, chi non viaggia su un'auto blu, chi non sta rinchiuso nelle comode sedi delle istituzioni, dei partiti, o delle redazioni, chi magari vive in periferia e prende la metropolitana, sa benissimo, perché fa parte del suo vissuto quotidiano, che i rom si sostentano quasi esclusivamente con il furto e l'accattonaggio minorile e vivono nella totale illegalità, a cominciare da baracche abusive e auto senza targa e senza assicurazione, per continuare con maltrattamenti e condizioni di semi-schiavitù che riguardano donne e bambini. Si tratta di un sistema di sostentamento generalizzato, che smentisce quanti meccanicamente ogni volta ammoniscono di non fare di tutta l'erba un fascio. Entrino nei campi rom e verifichino di persona quanti hanno un regolare lavoro e quanti i documenti in regola.

I campi rom sono enclave dove la legalità dello stato non entra, ma si dà il caso che da quei campi ogni mattina escono migliaia di uomini, donne e bambini pronti a derubare le classi medie e più umili della nostra società di ciò che si sono guadagnati con il sudore della fronte. Storici, antropologi e professori vari indaghino pure la cosiddetta "cultura rom", altra vulgata che va per la maggiore, se credono che i rom nelle nostre città ne siano i legittimi rappresentanti, ma in tutto questo non c'è nulla che valga la pena di essere preservato e tutelato. Se ne facciano una ragione: violini e pentole di rame non sanno più nemmeno cosa siano. I cittadini non ne possono più di dover sopportare l'illegalità altrui in nome di una pretesa "cultura" che nella loro realtà quotidiana si caratterizza per furto e violenza.

La maggioranza di governo farebbe bene a ricordarlo al presidente Napolitano: dialogo e rispetto delle istituzioni non significano potere d'interdizione da parte del Quirinale. Ci si mettono anche preti, vescovi e cardinali a predicare la carità cristiana a spese dei cittadini. Perché non aprono loro per primi, dando il buon esempio, le loro residenze vescovili e le porte delle basiliche?

Dubito, d'altra parte, che siano necessarie ulteriori risorse finanziarie, o l'assunzione di più uomini per le forze dell'ordine, altro ritornello buono per tutte le stagioni. A ben vedere non ne siamo più sprovvisti degli altri grandi Paesi europei. Né servono nuove e più severe leggi, semmai magistrati che lavorino scrupolosamente e una diversa gestione delle forze dell'ordine, che dovrebbero scontrarsi fisicamente con l'illegalità diffusa sul territorio e non limitarsi a prendere atto dei reati quando ormai sono compiuti.

Una testimonianza apparsa giorni fa sul Corriere mostra tutti limiti della legge Bossi-Fini. E' impensabile che lo stato sia in grado a tavolino di pianificare, nel cosiddetto "decreto flussi", il numero di permessi da rilasciare. Non dovrebbe esserci alcun tetto. Chi dimostra di avere un lavoro, ha un permesso di soggiorno. Altrimenti, finisce che a rimetterci sono onesti lavoratori, come nel caso riportato di Irina.