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Thursday, April 05, 2012

La giornata: l'addio di Bossi e la non riforma che smaschera il Bluff-Italia

La notiziona del giorno sono senz'altro le dimissioni di Bossi (al suo posto il triumvirato Maroni-Calderoli-Dal Lago), che chiudono un'era politica, anche se quella che si apre non è detto abbia le caratteristiche del nuovo che avanza. Evito di riportare particolari che troverete su siti molto più autorevoli, e mi limito a un interrogativo e ad una considerazione. Mi e vi chiedo: come mai, se i beneficiari della truffa e dell'appropriazione indebita contestate al tesoriere della Lega Belsito sono Bossi e i suoi figli, non risultano ancora indagati? Una curiosa anomalia. La riflessione - amara - è che in Italia funziona così il ricambio delle classi dirigenti: tutti hanno scheletri negli armadi; quando è ora di sbarazzarsene, basta passare le chiavi alla magistratura. Chi sarà stato in questo caso? Ovvio che i sospetti si concentrino su Maroni, ex ministro degli interni. Nel caso di Bossi, inoltre, si ha la triste impressione che dopo la malattia qualcuno (anche in famiglia) se ne sia approfittato, ma questo sarà il processo a stabilirlo. Di certo non mi unisco allo sport nazionale: Piazzale Loreto.

Oscurati dallo tsunami in casa Lega lo spread, che torna a salire a livelli angoscianti, e le polemiche sulla riforma del lavoro. Monti non ha mai detto che la crisi è finita, ma come lui stesso ha precisato ieri in conferenza stampa, che la crisi dell'Eurozona era superata. Ecco, anche questa affermazione è stata in poche ore smentita, ma dai fatti. E' la febbre spagnola stavolta a tirare su lo spread (fino a 400), portandosi dietro Italia (369) e Francia (113). Ma non è escluso che il cedimento del governo sulla riforma del lavoro abbia potuto già influire sui mercati. Rispetto ai giorni scorsi, infatti, il differenziale tra i nostri btp e i bonos spagnoli si è ridotto da 40 a 30 punti, con minimi di giornata di 26.

Reintegro solo in casi «molto estremi e improbabili», assicura il premier sull'articolo 18. Ma è sempre stato così, non era (e non è) questo il punto. Il problema è l'incertezza, l'aumento dei ricorsi, la discrezionalità dei giudici. E a pensarlo non sono solo liberisti "selvaggi" come l'Istituto Bruno Leoni («rende solo più oneroso il lavoro flessibile, senza ridurre i costi del lavoro a tempo indeterminato») e Oscar Giannino («resta tutto il giro di vite alla flessibilità in entrata, mentre il giudice con la sua piena discrezionalità domina in ogni forma di licenziamento»), ma anche Tito Boeri («con le ultime correzioni la riforma dà ancora più poteri ai giudici. Aumenterà l'incertezza») e Linkiesta («i ricorsi ricominceranno a moltiplicarsi. E tanti saluti alla certezza e celerità del diritto, di cui investitori e lavoratori davvero avrebbero bisogno»), così come Pietro Ichino, di nuovo sconfitto nel suo partito («colpisce che il Pd abbia accettato di sacrificare gli interessi di un milione e mezzo di outsiders "collaboratori" pur di recuperare un pezzetto della job property degli insiders subordinati regolari»).

E scopriamo oggi che il ddl contiene anche una nuova stangata fiscale per finanziare la riforma (oltre 20 miliardi di euro preventivati per il periodo 2014-2021): 2 euro in più di diritti d'imbarco sugli aerei; dieci punti in più di aliquota per i proprietari di casa che non aderiscono alla cedolare secca sugli affitti; stretta sulla deducibilità delle auto aziendali.

Altro che punto d'equilibrio... l'esultanza di Bersani e dei sindacati (Cgil compresa) la dice lunga su chi sia uscito vincitore. E non illudiamoci che stampa e investitori esteri non abbiano colto il sostanziale cedimento del governo Monti alle forze della conservazione sociale. Il Financial Times già parla di «appeasement» e offre la propria homepage (in mondovisione) allo sfogo di Emma Marcegaglia. Che non più presidente di Confindustria bastona Monti non solo sulla riforma del lavoro. «Very bad», è la sua bocciatura senz'appello sul FT: «Il testo è pessimo. Non è quello che abbiamo concordato», «non è la riforma di cui il Paese ha bisogno». Le nuove norme sono giudicate così negativamente da ritenere che «sarebbe meglio che non ci fossero». Se restano così, avverte, «non solo le imprese non creano nuova occupazione, ma non rinnovano i contratti precari in essere». Giudizio negativo anche sul resto dell'operato del governo tecnico: «L'inizio è stato positivo. Eravamo così vicini all'abisso...». Ma per il resto tanta delusione: per la portata effettiva delle riforme, come le liberalizzazioni, e «sul fronte dei tagli alla spesa pubblica non abbiamo visto nulla». Poteva dirle prima queste cose, quando ancora guidava Confindustria.

Una reazione che ha quanto meno indotto Alfano a battere un colpo («sosteniamo Monti ma su lavoro e fisco serve un cambio di passo») e a impegnare il Pdl ad apportare modifiche e miglioramenti al testo in Parlamento, anche se ormai gli spazi di manovra saranno ridotti al minimo.

Tuesday, April 03, 2012

La giornata: attacco al cuore della Lega e Monti pronto su art. 18... a cedere

La giornata è senz'altro caratterizzata dalla tempesta giudiziaria che ha travolto la Lega. Tre Procure da nord a sud - Milano, Napoli, Reggio Calabria - colpiscono al cuore il movimento nella persona del tesoriere, Belsito, accusato di appropriazione indebita e truffa aggravata ai danni dello Stato, per come sono stati spesi i rimborsi elettorali. Ma anche di riciclaggio, nell'ambito del filone reggino, da cui spuntano "contatti" con la 'ndrangheta. Sembra proprio la traduzione in inchiesta giudiziaria delle accuse che tempo fa Saviano aveva lanciato alla Lega dalla trasmissione televisiva "Vieni via con me", condotta con Fazio.

Ma l'attacco giudiziario mira al simbolo più prezioso del leghismo, Umberto Bossi: parte dei soldi infatti sarebbero stati dirottati «per sostenere i costi della famiglia Bossi», fanno sapere gli inquirenti. Se Berlusconi corre in soccorso dell'ex alleato, dicendosi certo della sua estraneità, Maroni si scorda del garantismo usato per Boni e ne approfitta per lanciare la sua campagna di «pulizia» nel partito.

Il fatto che a condurre la perquisizione dei finanzieri nella sede leghista di Via Bellerio c'era il pm Woodcock, titolare dell'inchiesta per la procura napoletana, dovrebbe bastare a suggerire una certa precauzione nell'emettere sentenze mediatiche. Dove c'è lui c'è tanto fumo e la cosa incredibile è l'agilità con cui si è lanciato in questa nuova caccia al politico solo pochi giorni dopo il flop conclamato sul caso Papa, ormai scagionato dall'accusa più infamante, quella della fantomatica P4, che lo aveva portato in carcere.

In mattinata abbiamo assistito ad un film già visto: le solite indiscrezioni da Bruxelles, riportate dal Financial Times, secondo cui all'Italia potrebbe servire una nuova manovra per rispettare i suoi impegni di bilancio; e le solite smentite di Palazzo Chigi. In realtà, nel rapporto degli osservatori della Commissione Ue citato dal FT non si dice che l'Italia ha bisogno di una manovra correttiva ora, anzi sarebbe «ingiustificata in questa fase», ma che c'è il rischio che si riveli necessaria nei prossimi mesi a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito.

Il rapporto ci ricorda che il fiscal compact prevede uno sforzo colossale per il rientro dal debito e quindi suggerisce di procedere con privatizzazioni e dismissioni di immobili di Stato per abbatterne velocemente lo stock, cosa che il governo Monti si ostina a non prendere nemmeno in considerazione. Per il rapporto citato dal FT l'Italia è sotto esame anche sulla riforma del mercato del lavoro: ci avverte che «lo slancio riformatore dev'essere mantenuto», e che in particolare sul lavoro non possiamo permetterci compromessi al ribasso, altrimenti l'Italia violerebbe il piano di riforme concordato con i partner Ue.

Già, che ne è della riforma del lavoro. Oggi Monti ha incontrato Bersani, e già stasera o al massimo domani mattina dovrebbe tenersi un vertice Monti-ABC, forse decisivo. Sull'articolo 18 «nessuna novità concreta, ma spero ci sia presto», aveva confidato nel pomeriggio il segretario Pd, la cui linea è chiara: modello tedesco, cioè filtro giudiziale con reintegro come opzione in tutti i casi di licenziamento individuale, anche economici. Alfano, uscito dalla direzione del Pdl, invita alla cautela sul modello tedesco, sia sull'articolo 18 che sulla legge elettorale, ma la sensazione è che su entrambi i temi l'accordo si possa chiudere. Alfano si dice pronto a sposare il «punto di equilibrio» del governo, ma se si tocca sui licenziamenti, allora «anche noi abbiamo le nostre proposte» di modifica, sul versante della flessibilità in entrata. Potrebbe essere questo il terreno del compromesso.

Non ha tutti i torti, d'altra parte, Giuliano Cazzola, quando sostiene che rispetto al modello tedesco, verso il quale spingono Pd e sindacati, nella proposta «arzigogolata» del governo non è che ci sia «un maggior tasso di riformismo», dal momento che «i giudici del lavoro sarebbero bravissimi ad aggirare l'ostacolo» e «una gran parte dei licenziamenti economici si ribalterebbero in discriminatori».

Il ministro Fornero spera che il testo del ddl sia pronto «al massimo per domani mattina», «dal mio punto di vista è praticamente pronto». Ad essere "pronto" è anche Monti, peccato che sia pronto a cedere sull'articolo 18, pur cercando di salvare la faccia. Anche perché mentre faceva il Marco Polo in Asia si allargava il fronte del "no" tra i ministri del suo governo: quelli vicini al Pd (Barca e Balduzzi), quelli vicini alla Cei (Riccardi e Ornaghi), e persino Passera.

Tuesday, October 18, 2011

Maroni equilibrato e concreto

«Uno specifico reato associativo per chi esercita violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche» e «l'obbligo per gli organizzatori di una manifestazione di prestare idonee garanzie patrimoniali» per rifondere eventuali danni. Sono due delle misure ipotizzate dal ministro dell'Interno Maroni riferendo oggi al Senato sugli scontri di sabato a Roma. Ad entrambe avevo fatto riferimento nel post di questa mattina. Un intervento fermo ma equilibrato: nessuna "legge Reale", come aveva proposto quel fascista di Di Pietro, dopo aver istigato la piazza, ma «norme specifiche».

Il ministro ha spiegato infatti come sia problematico dimostrare il «vincolo associativo», che pure di tutta evidenza esisteva in piazza sabato, data «la mancanza di un'organizzazione stabile e gerarchicamente strutturata» nel movimento anarco-insurrezionalista e lo «spontaneismo» di cui si alimenta, e come sia impossibile ad oggi, nonostante si sia in possesso di «tutte le informazioni necessarie», procedere a fermi e arresti preventivi. Credo che solo in caso di «finalità di eversione e terrorismo», che pure sarebbero ipotizzabili, si potrebbero effettuare fermi preventivi.

Quindi è davvero essenziale che l'associazione per delinquere si intenda costituita anche da due o più persone che commettano delitti durante manifestazioni pubbliche, come quelle politiche e sportive. Commettere atti di violenza in gruppi anche spontanei, che si formano e si coordinano sul momento, avvalendosi in modo pienamente consapevole della forza numerica e del grado di copertura che offre muoversi in gruppo, cioè la possibilità di restare nell'anonimato, e anzi spesso facendosi scudo di una folla di innocenti, non può equivalere a commettere gli stessi atti in solitudine, assumendosi un rischio molto maggiore di essere individuati e fermati. Si potrebbero introdurre, per esempio, un art. 416-quater («Si intendono associate ai sensi dell'art 416 due o più persone che commettono delitti durante manifestazioni politiche e sportive») e un art. 306-bis («Si intendono formare una banda armata e parteciparvi ai sensi dell'art 306 due o più persone che commettono delitti durante manifestazioni politiche e sportive avvalendosi di armi improprie e materiali esplodenti atti a cagionare danneggiamenti e lesioni gravi o la morte di una o più persone»).

Positive anche le altre misure cui ha accennato Maroni: prevedere aggravanti per i reati comuni commessi durante le manifestazioni; tutele giuridico-legali per le forze dell'ordine; l'estensione alle pubbliche manifestazioni dell'arresto in flagranza differita e del Daspo, o dell'Asbo inglese (introdotto da Tony Blair), che già esistono e funzionano bene contro la violenza negli stadi. E infine, sacrosanto anche prevedere l'obbligo di una fideiussione, o il versamento di una cauzione da parte degli organizzatori di una manifestazione, per ripagare gli eventuali danni. Una «garanzia» che naturalmente dovrebbe essere proporzionata al numero di partecipanti previsti e ai luoghi pubblici occupati.

Wednesday, November 17, 2010

La metamorfosi di Saviano nuovo "professionista" dell'antimafia

Roberto Saviano si sta "santorizzando" (o meglio, "travaglizzando"). Da talentuoso e apprezzato scrittore di denuncia e rappresentazione della realtà delle mafie si sta rapidamente trasformando in un tribuno e in uno dei tanti professionisti dell'antimafia. Comincia a buttarla in politica e, soprattutto, a prendere per oro colato ciò che non lo è: inchieste giudiziare neanche arrivate alla fase del dibattimento. L'aspetto più grave della sua replica alle critiche di Maroni è che rivela una profonda ignoranza: dice di essersi limitato a raccontare dei «fatti», ma evidentemente ignora che una verità è giudiziariamente accertata alla fine di un procedimento, non all'inizio.

Quando poi, in un'intervista a la Repubblica, paragona il ministro dell'Interno addirittura al boss camorrista detto Sandokan, solo perché Maroni l'ha invitato a ripetere le sue accuse alla Lega in un faccia-a-faccia, «guardandolo negli occhi», chiedendo nient'altro che un contraddittorio, come gli avrebbe chiesto anche l'avvocato del boss, dimostra la sua faziosità e capziosità. Saviano d'altronde ha già dimostrato di non essere intellettualmente onesto nella prima puntata, quando, parlando di Falcone, si era guardato bene dall'indicare per nome e per cognome i suoi nemici (tutti nella magistratura e nell'intellettualità e nella politica di sinistra). Ha imparato presto chi può permettersi di attaccare e chi no, se vuole conservare lo status di eroe civile e cantore dell'antimafia politicamente corretta.

Molto semplicemente, Saviano si è montato la testa. Ha cominciato a credere di essere investito di una missione salvifica, denunciare e ripulire il marcio della società, a cominciare, ovviamente, dal mondo dell'imprenditoria e della politica (di centrodestra e del Nord). Un conto è raccontare l'inchiesta condotta dalla Boccassini e da Pignatone sulle infiltrazioni della 'ndrangheta in Lombardia, altra cosa è alludere ad un legame, ad una «interlocuzione», tra uno dei partiti al governo, la Lega, e la mafia. Non si può escludere, è già accaduto in passato, che le mafie riescano a contattare singoli esponenti politici locali, di tutti i partiti, ma da qui a insinuare una «interlocuzione» consapevole, deliberata, ce ne passa e che abbia tirato in ballo proprio la Lega (nonostante il consigliere leghista citato non fosse nemmeno indagato) forse ha a che fare con un senso di rivalsa nei confronti del nord, quasi un goffo tentativo di coinvolgerlo in un fenomeno che certo, può infiltrarsi, ma che è nel Dna del sud. Quando parla di «silenzio» si sbaglia, evidentemente è poco informato. Sulle infiltrazioni della 'ndrangheta al nord non c'è affatto «silenzio», né sottovalutazione da parte del governo. Basta informarsi sui provvedimenti adottati, gli arresti, la storia di denuncia che può vantare in particolare la Lega. Ma a questa difesa ci penserà Maroni, se gliene sarà data l'opportunità.

Saviano dice che si limita a raccontare «storie», ma raccontare storie non è mai neutro. Quindi, dovrebbe innanzitutto essere onesto con i telespettatori circa il punto di vista ideologico della sua trasmissione. Quando, poi, si avanzano in tv ipotesi diffamatorie, bisogna dare alla controparte la possibilità di difendersi. Maroni ha diritto ad un contraddittorio con Saviano dinanzi allo stesso identico pubblico. E quando si invitano leader politici per brevi comizietti, siamo alla tribuna politica, che ha delle regole precise.

Friday, November 12, 2010

Il cerino in mano a Fini. E lo userà

Se Fini e Casini si sono spinti così in avanti verso il punto di non ritorno, allora, si ragiona in queste ore, devono avere i numeri e un premier pronti per un governo "tecnico", se non addirittua per un governo senza Berlusconi ma di centrodestra (quindi un po' meno "ribaltone"), se, come Verderami, oggi sul Corriere della Sera, attribuisce a Bocchino, un «pezzo significativo» del Pdl si staccasse dal Cav. e legittimasse la nuova fase. Un «pezzo di Pdl» o la Lega, o magari entrambi. Chiusa ogni possibilità di un Berlusconi-bis e di un rimpastone come nel 2005, i finiani guardano al '94, sperano nel "tradimento" della Lega e fanno i nomi di Tremonti e Maroni.

Mentre i retroscenisti si divertono ad alimentare il sospetto di imminenti tradimenti per far salire la febbre nella maggioranza, non si accorgono di rivelare in questo modo l'operazione di Fini per quella che è agli occhi di quanti lo hanno fin qui seguito dando credito alle sue ragioni politiche piuttosto che personali. Sarebbe a dir poco incomprensibile che una polemica aperta con Berlusconi e il Pdl sull'accusa di un'eccessiva subalternità alla Lega e sull'inadeguatezza della politica tremontiana per lo sviluppo, si concludesse aprendo la porta di Palazzo Chigi proprio al criticato Tremonti (di cui Fini e Casini pretesero le dimissioni nel 2004), o addirittura al primo premier leghista della storia italiana! Apparirebbe chiaro a quanti ancora non se ne fossero accorti che di politico c'era ben poco, e che il reale obiettivo era fin dall'inizio solo uno: la testa di Berlusconi.

Siamo comunque entrati in una fase diversa, il cerino non passa più di mano in mano, i finiani sembrano aver deciso di usarlo loro. Bocchino annuncia che Fli non parteciperà al voto di fiducia sulla finanziaria e, una volta approvata, se Berlusconi non si dimetterà «a quel punto è chiaro che lo sfiduceremo». Cercheranno di dar vita ad un altro governo, ma è ovvio che a questo punto sono pronti a rischiare che la crisi porti ad un voto anticipato, convinti come sono che pur andando al voto, Berlusconi non avrebbe la maggioranza al Senato e sarebbe comunque costretto al passo indietro.

Una volta sfiduciato il premier, la Lega e un pezzo consistente del Pdl legittimerebbero un nuovo governo di centrodestra? E' l'unico esito che il Cav. deve temere. Ma gli interessati di cui si sussurra hanno davvero interesse a un disegno del genere? Vediamo, cercando di usare un po' di logica, anche se - come dimostra il caso Fini - spesso logica e politici fanno a pugni. Bossi si sentirebbe più garantito sul varo del federalismo da un governo senza Berlusconi, con Fini, Casini e pezzi di Pdl, al di là delle rassicurazioni che senz'altro riceverebbe (e in parte sta già ricevendo)? O forse non gli converrebbe in ogni caso, anche se Berlusconi ormai fosse fuori dai giochi, incassare prima una sonante vittoria elettorale e poi trattare con Fini e Casini da una posizione di maggiore forza? E Tremonti? Potrebbe mettersi alla guida di un simile governo, magari durare un anno, varare il federalismo, ma poi? Farebbe la fine di Dini, ci sono pochi dubbi, mentre tra non molto potrebbe ereditare l'intero blocco di consenso leghista e berlusconiano. Quanto all'ipotesi di elezioni anticipate, in effetti Berlusconi rischierebbe di non vincerle al Senato (anche se non lo darei per scontato, i finiani sono troppo ottimisti su questo), ma di certo non le vincerebbero i suoi avversari.

P.S.: Oggi Giuliano Ferrara insiste con la sua lettura: con la «cacciata brutale» di luglio e la campagna di «denigrazione» di Feltri, Berlusconi ha trasformato Fini da «successore» a «competitor», ad «avversario mortale», invece di «integrarlo con compromessi politici». A me sembra sia andato in scena un altro film. Fini si trova esattamente dove aveva immaginato e pianificato di trovarsi fin da quando, caduto il governo Prodi, ha a malincuore accettato di entrare nel Pdl e presentarsi con Berlusconi. Può essere stato un errore la presunta "cacciata" di fine luglio, ma chi pensa davvero che Fini non avrebbe trovato comunque un pretesto o un incidente per costituire gruppi autonomi e poi un partito tutto suo? D'altronde, la minaccia di gruppi autonomi piovve a ciel sereno già ad aprile, dopo la vittoria elettorale e prima della fatidica direzione del "che fai, mi cacci?", nonché ben quattro mesi prima della "cacciata". E ricordiamoci che Generazione Italia nacque il primo aprile. Davvero qualcuno ancora pensa che Fini si sarebbe accontentato di fare teoria politica ai convegni e fremere nelle riunioni di partito? Suvvia!

Wednesday, December 16, 2009

Caro Maroni, su Internet ti sbagli

La Rete è innocente, nel senso che il flusso d'odio che vi scorre non è la causa, ma il sintomo del clima che ha portato all'aggressione a Berlusconi e i cui artefici e promotori sono altrove, come ho provato a spiegare. Quel flusso e questo clima sono i frutti avvelenati di anni di indottrinamento da parte di Repubblica e dei Santoro. Calunniare via Internet non mette al riparo dalle querele, così come usare Internet per incitare alla violenza è già perseguibile con le leggi attuali, non ne servono altre. Occorre applicare il codice che c'è. E' impensabile quindi una corsa all'oscuramento di siti e pagine. Ne chiudi uno, ne nascono dieci. Prima che sbagliato sarebbe inutile, uno spreco di forze e risorse. E oltre che inutile, persino dannoso. Internet infatti, e soprattutto proprio i social network come Facebook, o forum come Indymedia, offrono alle forze dell'ordine uno straordinario strumento di controllo e di indagine, una finestra aperta su ambienti, umori e persone che altrimenti si muoverebbero protetti da una totale oscurità.

Importante, caro ministro Maroni, non è la possibilità di oscurare i siti (per questo basta segnalare agli amministratori, si tratti di Facebook o di Yahoo, e questi si renderanno più che disponibili a cancellare, come già fanno), ma la tracciabilità, in modo che sia sempre eventualmente possibile agli amministratori risalire alla postazione da cui è stato aperto quel sito o quella pagina, o inviato quel commento, che istigano alla violenza. Negli Stati Uniti non c'è la minima censura di Internet, ma se sul tuo sito scrivi "uccidete il presidente", è probabile che ti veda arrivare l'FBI a casa il giorno dopo. Il problema è il numero? Non si riescono a perseguire tutti quelli che attraverso Facebook fanno apologia di delitto o istigazione a delinquere? Per lo più si tratta di vigliacchi che si sentono protetti dal senso di impunità che si percepisce oggi. Basterebbe perseguirne seriamente uno, con nome e cognome, dimostrare che si va in galera o si passano guai anche a commettere reati via web, e la voglia passerebbe a molti.

Detto questo, l'odio per Berlusconi nasce prima di Internet, e trova le sue radici nella scarsa cultura democratica e liberale di questo Paese, nella presunzione di molti di essere moralmente e antropologicamente superiori e per ciò stesso gli unici destinati e legittimati, a priori, a governare e, di conseguenza, nella frustrazione che nutrono per qualsiasi "usurpatore". La caduta del Muro, quindi la fine della "conventio ad excludendum", e la personalità di Berlusconi, i valori che rappresentano lui e le sue tv, non hanno fatto altro che elevare all'ennesima potenza pulsioni che già esistevano, sarebbero comunque state presenti, e che esisteranno in futuro, anche con leader diversi.

UPDATE ore 14,44: forse Maroni ha compreso.

Tuesday, November 11, 2008

Il governo ricordi Reagan nel 1981

Ciò che sta accadendo nei principali aeroporti italiani è qualcosa di indegno in un paese civile, e il governo finora non è riuscito ad andare oltre a qualche ferma presa di posizione, dei ministri Matteoli (Trasporti) e Maroni (Interni).

Qualche decina di estremisti, senza alcuna legittimazione, né sindacale né democratica, stanno tenendo in ostaggio migliaia di viaggiatori. A nulla sembra essere servita la precettazione decisa ieri, dopo 24 ore di sciopero senza preavviso da parte di gruppi autonomi di assistenti di volo e piloti. «il governo non consentirà...» (Matteoli); «quello che è avvenuto ieri... non potrà più avvenire... perché è una violazione della legge»; si tratta di «comportamenti illegali che noi intendiamo contrastare» (Maroni). Ma intanto gli aerei sono ancora a terra.

Un'inchiesta è stata aperta per interruzione di pubblico servizio e inosservanza del provvedimento di precettazione, ma il governo rimane fin troppo esitante. Le parole, sebbene dure, non bastano. Occorrono fatti concreti.

In caso di scioperi illegali nel pubblico impiego o nei serivizi pubblici, il datore di lavoro dovrebbe essere autorizzato a sostituire gli scioperanti con personale anche esterno all'azienda. E l'adesione a uno sciopero illegale, che sia oggetto di precettazione, dovrebbe divenire giusta causa di licenziamento. Per fare ciò occorre porre mano a una riforma da molti ritenuta urgente: quella dello statuto dei lavoratori.

Ricordiamo cosa accadde negli Stati Uniti nell'agosto del 1981. Circa 13 mila dei 17 mila e cinquecento membri del sindacato dei controllori di volo decisero di scioperare, violando una precisa clausola contrattuale che impediva loro di esercitare il diritto di sciopero in quanto impiegati federali. Il presidente Reagan intimò al sindacato di revocare lo sciopero e ai controllori di ritornare al lavoro entro due giorni, pena il licenziamento. Solo 1.500 su 13 mila obbedirono e il 5 agosto Reagan comunicò alla nazione di aver appena firmato il decreto di licenziamento per coloro che non erano ritornati al lavoro, stabilendo che non potessero mai più venire assunti nei servizi federali.

Per ristabilire la normalità del traffico aereo, furono intensificati i corsi per diventare controllori di volo e i militari dell'aeronautica coprirono i buchi rimasti. Alcuni mesi dopo, la magistratura rinviò a giudizio 75 leader della protesta selvaggia e comminò multe per due milioni di dollari.

Fermo restando il diritto di sciopero anche nei servizi pubblici, almeno in caso di adesione a scioperi illegali già oggetto di precettazione, cioè senza preavviso e senza rispettare i termini di legge, anche in Italia dovrebbe essere previsto il licenziamento e il risarcimento dei danni materiali, sia al datore di lavoro (lo stato), sia agli utenti (i singoli cittadini).

Wednesday, September 24, 2008

Tra Stato e camorra guerra o convivenza

Anche se non ha ancora compiuto il passetto decisivo, sono d'accordo più con Maroni che con La Russa. E' comprensibile il timore del ministro La Russa: parlando di «guerra civile» si concede un'«importanza extracriminale» alla camorra, quasi le si riconosce lo status di "controparte" rispetto allo Stato, quello status che le stesse Br agognavano.

Non è un problema di potenza della camorra, ma di inefficienza e mancanza di volontà da parte dello Stato. Nel senso che per mettere una pietra definitiva sopra al fenomeno mafioso in Italia ci vorrebbe un bel po' di risoluto uso della forza, più che dei tribunali. Il guaio è che la violenza ha un alto prezzo politico, anche se usata per stroncare un fenomeno criminale che mina alla base ogni sforzo di sviluppo di mezza Italia.

Anche se avrei usato più l'espressione "guerra insurrezionale" che «guerra civile», mi pare che Maroni abbia capito che è lo Stato ad essere minacciato dalla camorra, che non è semplice criminalità. La «guerra tra bande» di cui parla La Russa costituisce in realtà un attacco all'autorità dello Stato, il cui esito finale non sta solo nella conquista da parte di una delle bande del «monopolio della criminalità sul territorio», ma anche nell'instaurazione, o nella riaffermazione, della "legalità" camorristica al posto di quella dello Stato.

Insomma, non è una «guerra civile», ma Maroni ha capito che ad uscirne sconfitto è lo Stato, non questa o quella banda. Non solo l'eccidio di Castel Volturno è stato un «atto di terrorismo», le mafie compiono di continuo atti di terrorismo volti a far comprendere alla popolazione nella quale operano chi è che comanda e chi esercita il potere sul territorio. Per la sfida diretta che la "legalità" camorristica porta alla legalità delle istituzioni democratiche, alla sovranità stessa dello Stato sul territorio, le cosche mafiose andrebbero affrontate con lo stesso spirito e con gli stessi metodi usati contro i gruppi insurrezionali e terroristici in Iraq - sebbene non così feroci (?) e mosse non da un'ideologia politico-religiosa.

Possiamo decidere di non volere che lo Stato raggiunga tali livelli di uso della forza, ma allora dobbiamo abituarci a convivere con le mafie.

Friday, September 05, 2008

Nessuna discriminazione sui rom, l'opposizione perde la faccia

E così, alla fine, ha avuto ragione Maroni. La Commissione europea ha accertato che il censimento dei campi nomadi abusivi e le altre misure nei confronti dei rom contenute nel pacchetto sicurezza non sono discriminatorie e sono conformi al diritto comunitario.

Come tutte le persone di buon senso e non in malafede in questo paese avevano fin da subito compreso, la raccolta delle impronte digitali «viene fatta solo al fine di identificare persone che non è possibile identificare in altro modo». E, in particolare, proprio a tutela di migliaia di minori-fantasmi costretti ogni giorno ai furti e/o all'accattonaggio.

La notizia non sembra aver scosso quanti solo un paio di mesi fa accusavano di «razzismo» e di «xenofobia» il governo e la maggioranza, né quegli organi di stampa cattolici che paventavano addirittura un ritorno al «fascismo». Forse per pudore oggi tacciono, sperando che nessuno si ricordi delle bufale da loro dette e scritte, del tempo perso a litigare sul nulla.

Maroni aveva assicurato che tutte le misure sarebbero rientrate nei confini della normativa europea (e così è stato), ma l'opposizione, con in testa il suo svagato leader, insistevano nel dire che invece dall'Ue sarebbe giunta una bocciatura, forti del loro gioco di sponda con qualche voce falsa e tendenziosa uscita anzitempo dai palazzi di Bruxelles. Si attendeva la "sentenza" dell'Ue come un giudizio di costituzionalità, sicuri che avrebbe bollato come razzista il governo Berlusconi.

Ebbene, sul pacchetto sicurezza e i rom Maroni vince la palma del ministro più europeista, capace di lavorare in stretta collaborazione con Bruxelles per varare un provvedimento inattaccabile (cosa che il governo Prodi non ha saputo fare), mentre l'opposizione e Veltroni hanno perso definitivamente la faccia.

Oggi un giudizio impietoso ma lucido sul Partito democratico lo dà Biagio de Giovanni su il Riformista:
«... il centrosinistra italiano non sembra essersi reso conto non dico dell'entità della sconfitta subita, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano... Dinanzi a questo terremoto culturale e politico... sul fronte opposto dominano scarsa consapevolezza, poco coraggio di interrogare l'Italia e se stessi, e ci si divide tra un fragile gioco di rimessa e una persistente analisi paragiudiziaria del berlusconismo, visto o come una clamorosa e provvisoria (!) eccezione, o come causa ed effetto di una mucillagine sociale - che Berlusconi ha magari contribuito a produrre e che lo riproduce moltiplicato per mille - dentro la quale si vanno disperdendo i "valori" di una comunità nazionale ed emerge la "vitalità" dell'Italia peggiore».
Il problema è innazitutto «culturale», perché «nella "melassa conflittuale" del Partito democratico non gira una idea».
«La raffinata sinistra perde il confronto proprio sulle idee, dopo aver dominato in lungo e in largo, attraverso di esse, l'Italia repubblicana... Il centrosinistra è senza idee, è come lo stanco erede di se stesso, disunito e conflittuale non sulle idee ma sulle microlotte di potere al proprio interno. Il centrodestra sembra invece avere una visione dell'Italia, e a modo suo la porta avanti».

Monday, July 07, 2008

Fatti curiosi/Leghisti si scoprono un po' laicisti e laicisti tacciono

Parole grosse quelle di monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano: «Solo un regime fascista o populista arriverebbe a tali metodi dittatoriali. Oso sperare che non siamo caduti così in basso».

Nel merito della vicenda della moschea di Viale Jenner non ne so molto, ma dubito fortemente che, come dice monsignor Bottoni, qualcuno voglia «proibire un diritto costituzionale come la libertà religiosa e di culto».

Avevamo sentito omelie contro la «dittatura del relativismo», ma mai un governo era stato finora definito «fascista» da un membro della Curia. E i "professionisti della laicità", guarda un po', tacciono, quando non applaudono. Siccome ultimamente nel merito condividono le durissime critiche che provengono da alcuni ambienti e organi di stampa del mondo cattolico nei confronti del governo, allora è improvvisamente scomparso l'attacco clericale alla sovranità dello Stato che sono così pronti a denunciare quando si parla di aborto o unioni di fatto.

Su questo blog siamo affezionati al nostro discorso innanzitutto di metodo. Finché la Chiesa cattolica continuerà ad essere organizzata in una forma statuale, e a percepire in modo opaco dallo Stato miliardi di euro in 8 per mille e altri privilegi concordatari, dovrebbe esserci un limite all'intervento dei suoi vertici nella politica italiana.

Ogni volta che la Chiesa mette il becco - tramite membri del clero o i suoi organi di stampa - negli affari politici, a me viene naturale storcere la bocca, al di là del merito, perché lo avverto come un potere di condizionamento indebito – paragonabile, per esempio, a quello che spesso esercitano anche i Sindacati – sul Parlamento e i governi democraticamente eletti, e per di più da parte di uno stato estero. Una volta superato il particolare status istituzionale e finanziario di cui gode la Chiesa in Italia, allora le sue opinioni, e persino una sua eventuale "militanza politica", potranno sempre essere accolte o contrastate nel merito all'interno del libero confronto democratico tra le idee, ma da esse sparirà il sospetto di un'indebita ingerenza.

Dall'altra parte avviene il processo inverso. Qualche leghista comincia ad essere infastidito da qualche ingerenza di troppo della Chiesa nell'azione di governo, e forse a riscoprire il valore della separazione tra Stato e Chiesa. Non mancavano, tra l'altro, nella Lega delle origini, venature anti-clericali nella polemica contro «Roma ladrona». Prima Borghezio, dopo gli attacchi di Famiglia cristiana, escogita un felice slogan: «Famiglia padana non legge Famiglia Cristiana». Ora il ministro Maroni risponde a tono a monsignor Bottoni: «Solo insulti, dovrebbe preoccuparsi della negazione dei diritti dei cittadini milanesi». Non contrattaccando, ma spiegando, come ha fatto per rispondere alle polemiche sull'identificazione dei minori rom, bambini che semplicemente non esistono per nessuno, se non per i loro sfruttatori che si fanno forti proprio della loro non-identità.

Anche questa volta, oltre alla malafede di qualcuno, ci sarebbe «un problema di scarsa informazione». Il governo vuole solo che siano «rispettate le norme igienico-sanitarie, urbanistiche, e i regolamenti comunali». Sarebbe un paradosso se, come dice Maroni, addirittura il direttore del centro islamico avesse davvero «già dichiarato la propria disponibilità al trasferimento». D'altra parte, pare che anche i fedeli musulmani si trovino un po' strettini in quella zona.

Monday, May 26, 2008

Non cedere alle prime barricate

Di fronte alle prime barricate, i primi segni di cedimento. Del governo, con Maroni pronto ad assicurare che no, l'esercito non verrà utilizzato; con le trattative opache di Bertolaso, che riceve delegazioni di dubbia, se non malfamata composizione, quando dietro le proteste ci sono piccole e grandi illegalità che non possono essere più tollerate. Certe frange e certe contiguità, non importa quanto inserite in contesti di facciata istituzionali, andrebbero isolate, non legittimate, perché prima o poi se ne paga il prezzo.

Ma di fronte ai primi, inevitabili e previsti scontri, viene messa alla prova anche la tenuta dell'opposizione, del Pd, la sincerità del suo appoggio a parole alle misure e alla determinazione del nuovo governo sulla questione rifiuti. E invece Veltroni interviene a sproposito, cercando come solo lui sa fare di conciliare l'inconciliabile. Tanto solo di parole si tratta: «Le leggi vanno rispettate ma bisogna evitare l'uso della forza». La legalità ma anche la pace non sempre è possibile.

No all'utilizzo dell'esercito «per funzioni di ordine pubblico», dichiara Maroni, dicendosi certo che «Polizia e forze dell'ordine sono in grado di garantire l'ordine pubblico». Ne sono certo anch'io, ma mi sono chiesto: se centinaia, forse migliaia tra poliziottti e carabinieri verranno impiegati per far lavorare le discariche e respingere le folle, chi sarà in strada a combattere la camorra? I sabotatori delle discariche dovrebbero vedersela con un corpo di polizia militare, mentre polizia e carabinieri affrontano il loro corpo-a-corpo quotidiano con la camorra. Comuni ed enti che non collaborano dovrebbero essere immediatamente sciolti a tempo indefinito.

Rimangono, poi, alcuni interrogativi ai quali in questi mesi non ho sentito risposte. Ma come mai, nell'emergenza rifiuti, nessuna autorità pubblica, né locale né centrale, da quanto mi risulta ha mai ordinato alla cittadinanza partenopea, a reti tv e radio unificate, di tenersi per il momento in casa carta, plastica e vetro, per diminuire almeno la dimensione, se non la puzza, dei rifiuti destinati alla strada ed avviare un principio di raccolta differenziata?

Il secondo interrogativo l'ha lanciato Giuliano Ferrara oggi su Il Foglio:
«... ma c'è a buon bisogno un napoletano di grido, uno straccio di scrittore, di professionista, dì magistrato, di accademico, un capopopolo, un filosofo, un armatore, un poliziotto, un magistrato, un calciatore, un bandito, un giornale, un ex prefetto, una lega di donne, un sindacato, una comunità religiosa, un prete, un cristiano come tanti che sappia prendere in mano, non la città, certo, che è fuori controllo da secoli, ma almeno il discorso sulla città? C'è qualcuno che sia in grado di dare un qualunque significato a quello che succede? Questo è l'impudico disastro di Napoli, inquietante e osceno, non il fatto che non si risolvano i problemi, bensì il fatto che la città ha perso la voce, non fa più nemmeno rumore, trasmette l'onda piatta e decerebrata della morte urbana, della fine della fantasia, pure quella in discarica come tutto... Cercasi napoletano o gruppo napoletano in grado di spiegare come mai quella è l'unica area urbana al mondo in cui non si riesce a smaltire la spazzatura. Accettasi ogni tipo di spiegazione, anche irridente, surreale, provocatoria, purché si interrompa un lungo e sinistro silenzio. Non tollerasi che tutto finisca con grevi scazzottate con la polizia di don Silvio Berlusconi intorno a dei buchi dove ricoverare le deiezioni della città. Napoli si faccia viva, sennò è molto morta».

Thursday, February 28, 2008

PdL, allarme programma "fanfaniano"

Di segnali preoccupanti ne abbiamo registrati parecchi: dall'evocazione dei dazi sulle importazioni extracomunitarie al piano fanfaniano di edilizia popolare. E certo il trittico Tremonti-Alemanno-Maroni all'Officina per il programma del PdL non è di quelli rassicuranti. Forse sono i tre nomi più riconducibili di tutto il centrodestra a politiche protezioniste e socialdemocratiche. Domani il programma dovrebbe essere noto e giudicheremo.

Intanto, oggi, un altro brutto segnale. Se persino il direttore del Giornale, Mario Giordano, è intervenuto con un suo editoriale, in modo così netto chiedendo un programma liberista, evidentemente i segnali che giungono dall'Officina non devono essere incoraggianti: «Sognavamo la rivoluzione liberale, non possiamo finire a Fanfani. Lo diciamo con un po' di preoccupazione... che sia un programma liberista. L'Italia sta ancora aspettando le riforme della Thatcher, di Reagan, o almeno di Aznar. Adesso sentiamo che in alcuni ambienti del centrodestra si pone come modello Fanfani».

Fanfani fu l'uomo del cedimento, della sconfitta culturale della prima Dc degasperiana, liberale, al catto-comunismo che in economia (e non solo) si poneva in continuità con il fascismo riproponendo come modello prevalente quello assistenziale e corporativo.

Cosa aspettarsi, dunque, da un programma con un simile riferimento? Partecipazioni statali, Cassa del Mezzogiorno, edilizia popolare? Ci spaventano, scrive Giordano, «così come ci spaventano il ritorno del protezionismo e tutto quel parlare di dazi, lo scarso entusiasmo sulle liberalizzazioni e i toni timidi sul fronte della riduzione dello Stato. Se si crede al libero mercato (e noi ci crediamo), non si può smettere proprio adesso. Anche davanti alla crisi. Anche coi cinesi alle porte, la recessione che incombe e i disastri di Prodi da rimediare. Anzi, forse proprio per quello. L'unica via per risollevarsi è un programma liberale. E non si può, su questi temi, lasciare campo aperto al centrosinistra, che fa di tutto per sembrare, con una riverniciatura, due prof e alcuni slogan copiati, il vero garante del liberalismo...».

Thursday, February 07, 2008

Il rischio della CdL di presentarsi decrepita

Da non perdere il solito esilerante Daw in "Tutto Prodi in 10 minuti". E vi segnalo anche questo articolo in cui Alessio Vinci (Cnn) racconta agli americani - forse nell'unico modo possibile - l'ultima fase da operetta della politica italiana.

Detto questo, sembra sempre più evidente che la scelta di Veltroni di far correre da solo il Pd - vedremo se il segretario saprà resistere alla tentazione di opache desistenze e rimanere coerente - è destinata ad aumentare le fibrillazioni nella CdL, se non a destabilizzarla.

Visto e sentito Veltroni ieri a Matrix, Berlusconi è rimasto di nuovo folgorato dall'idea di correre da solo. E in effetti se entrambi decidessero di correre da soli produrrebbero più o meno l'effetto maggioritario e bipartitico della legge che sarebbe uscita dal referendum.

Ma Berlusconi difficilmente potrà strappare di nuovo con gli alleati, a pochi giorni dalle elezioni, addossandosi stavolta la responsabilità della rottura. Quanto meno, però, vorrebbe che i partiti della CdL si presentassero in una lista unica, per dare almeno il segnale di voler intraprendere la via di un partito unitario del centrodestra. La Lega è contraria all'ingresso dell'Udeur di Mastella nella coalizione che, dice Maroni, dovrà essere composta unicamente dai quattro soci fondatori. Anche Fini lascia intendere di non gradire altri ospiti: «Spero che la coalizione sia quanto di più semplificato possibile». Tradotto: i quattro soci fondatori.

La CdL è in ogni caso chiamata a dare un segnale non scontato di novità e compattezza rispetto al 2006, se non vuole esporsi agli attacchi di Veltroni, che tenterà di giocare la carta del nuovo (il Pd da solo) contro il vecchio (Berlusconi con i soliti noti). Certo, d'accordo, sappiamo tutti che Veltroni non è il "nuovo" ma bisogna riconoscere che il Pd che corre da solo sarà l'unica novità politica delle prossime elezioni e gli elettori sono alla disperata ricerca di una boccata d'aria fresca, di qualcosa di inedito anche solo in termini di sfida e coraggio politico.

L'errore che vedo all'orizzonte, in cui Berlusconi potrebbe essere indotto anche dalla necessità di accontentare gli alleati, è pretendere di presentare la CdL, con in tasca il largo vantaggio che i sondaggi gli attribuiscono, tale e quale al 2006, come se nulla fosse accaduto, seguendo la logica per cui Prodi non ha mai veramente vinto e quindi resta valida la proposta, sia in termini di coalizione che di programma, della CdL di allora. E già vedo Tremonti che con i venti di recessione economica vorrà proteggere l'Italia dai mercati e non nei mercati.

Sarebbe buona, invece, l'idea di Capezzone, non solo di un programma di pochi punti per i "primi 100 giorni", ma anche di un programma per le "prime 100 ore", attraverso decreti legge da emanare in 100 ore e far approvare dal Parlamento entro 60 giorni.

Sunday, September 30, 2007

Errore rosso di Ferrero, errore blu della Bonino

Come appariva già chiaro mesi fa, il pacchetto su welfare e pensioni su cui il governo ha chiuso l'accordo con i sindacati non era che un cedimento in attesa dello sfondamento che avrebbe preparato la sinistra massimalista e comunista a ottobre, sotto l'approvazione di una Legge Finanziaria su cui è già calata la condivisibile bocciatura di Mario Monti.

Errore, ancora una volta, dei presunti riformisti e dei pochi sedicenti liberali del centrosinistra, che abbarbicati a quell'accordo come a un salvagente stanno sulla difensiva e non porteranno a casa neanche quello. Se pure riusciranno a resistere agli attacchi della sinistra comunista, si renderanno responsabili di una controriforma che mette a rischio le pensioni future delle giovani generazioni e le impoverisce già oggi togliendo dalle buste paga dei lavoratori flessibili i soldi necessari a mandare in pensione i 58enni.

«Sul welfare la partita è aperta», minaccia Bertinotti, mentre Emma Bonino si scontra con il ministro della Solidarietà sociale, Ferrero: «Il protocollo non si può blindare, va migliorato». Dichiarazioni bollate come «irricevibili» dalla Bonino. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Prodi, che si è assunto l'onere di trovare la «sintesi».

«Se qualcuno vorrà mettere mano al protocollo sappia che noi ci riterremo liberi di agire in Parlamento di proporre o sostenere modifiche, specie in materia di innalzamento dell'età pensionabile o del mantenimento, così com'è, della legge Maroni». La Bonino e i radicali (tranne Capezzone) difendono la controriforma delle pensioni che mantiene a 58 anni l'età pensionabile, che dal 2008 doveva passare a 60 anni, difendendo così unicamente il Governo Prodi.

Come ho già scritto, per riequilibrare una bilancia che pende da un lato, quello della sinistra massimalista e comunista, bisogna mettersi sul piatto opposto, non accomodarsi in mezzo.

Presentassero subito emendamenti per alzare ulteriormente l'età pensionabile o per mantenere così com'è la legge Maroni. Se il Governo dovesse andare sotto, o cadere, e quindi la riforma Maroni rimanesse in piedi, tutti saremmo grati alla Bonino, ai radicali e ai riformisti, che dimostrerebbero di tenere più alle proprie convinzioni che alle proprie poltrone. Ma sospettiamo che sia il contrario.