Non sono la laicità e i temi della bioetica i principali motivi di contraddizione di un terzo polo Fini-Casini. Per due motivi. Primo, perché Fini è una banderuola, non ha problemi a "cambiare idea", e tra i suoi i liberali sono al massimo un paio; secondo, perché si può sempre dire che su quei temi c'è "libertà di coscienza" e a ben vedere è ormai da parecchio tempo che lo stesso Fini sembra averli accantonati. No, la contraddizione strategica è sull'assetto del sistema politico e sul posizionamento in esso, ed è su questa che quattro finiani hanno scelto di non votare la sfiducia.
Fli nasce bipolarista - lo ricordano oggi gli "intellettuali" finiani della prima ora Campi e Ventura - si vorrebbe proporre come "vero" e nuovo centrodestra, alternativo alla sinistra. Casini e l'Udc, invece, vogliono un "grande centro", perno del sistema e quindi pronto a governare sia con la destra (senza Lega) che con la sinistra (senza Di Pietro e i neocomunisti). Si tratta di visioni strategiche alternative e Fini non può pensare di costituire un terzo polo con Casini, anche solo tatticamente, senza dare l'idea di aver abbandonato la logica bipolare in favore di quella centrista. E' su questo, e non sui temi cari alla Chiesa, che rischia non solo di perdere parlamentari, come è accaduto il 14, ma soprattutto consensi. Ed è anche per questo che a mio avviso Fini in un terzo polo avrebbe minore capacità attrattiva sugli elettori del Pdl, per non parlare del fatto che quasi certamente non ne sarebbe il leader. La sensazione è che lo schema qualsiasi alleato, qualsiasi manovra, anche se solo tattica, pur di abbattere Berlusconi non incontri l'approvazione neanche degli elettori di centrodestra più stufi del premier. A Casini che importa? Fini rafforza le chance centriste ma si danneggia personalmente. Meglio di così...
I poveri seguaci di Fini, per lo più per debito personale, hanno visto in pochi mesi trasformarsi il progetto. All'inizio doveva essere una corrente - e nei gruppi autonomi l'hanno seguito in più di trenta. Poi si è andati verso un movimento e si faceva fatica a parlare esplicitamente di partito. Quindi la richiesta di un "nuovo patto di legislatura" in qualità di "terza gamba" nel centrodestra, che però sarebbe rimasta leale al governo e mai - si giurava - avrebbe negato la fiducia. Fin qui Fini non ha avuto problemi a tenere compatti i suoi. Dopo, con la richiesta di dimissioni del premier prima, la presentazione della sfiducia poi, mentre nel frattempo l'atteggiamento di Berlusconi e del Pdl si era fatto più dialogante, è apparso evidente che il progetto stava mutando: Fli avrebbe sommato i propri voti a quelli dell'Udc e della sinistra, rendendo inevitabile, dall'indomani, l'annuncio di terzo polo. E non ha torto Berlusconi nel denunciare, dal suo punto di vista, il terzo polo come spalla della sinistra, dal momento che nell'auspicio centrista di un sistema di fatto tripolare non si esclude affatto un'alleanza col Pd.
Altro che "calciomercato", Fini deve prendersela con la sua ambiguità, le sue sbandate e i suoi colpi di testa, che hanno portato le sue truppe molto lontano dal percorso cui inizialmente molti avevano dato il loro assenso. Non vi verrebbe qualche dubbio se avendo concordato una gita a Napoli, dopo due-tre giri sul Raccordo l'autista imbocca l'autostrada Roma-Firenze? Dopo la rottura di aprile ad ogni passo successivo Fini non ha fatto altro che confermare le peggiori accuse e i sospetti sul suo disegno politico sollevati dai suoi avversari e detrattori, da Berlusconi a Feltri.
E ora, anche se tardivamente rispetto a chi la denuncia da aprile, l'incompatibilità del suo ruolo politico di oppositore aggressivo con quello istituzionale e "terzo" viene riconosciuta da tutti i commentatori, anche i non e gli anti berlusconiani, persino gli "intellettuali" finiani, che chiedono le sue dimissioni da presidente della Camera. Su questo si legga l'editoriale di Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio, certo non pregiudizialmente ostile a Fini.
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Friday, December 17, 2010
Tuesday, December 14, 2010
O Berlusconi o il voto
Vince la linea più comprensibile, più trasparente rispetto alla volontà degli elettori: o Berlusconi o il voto. E' del tutto evidente, infatti - non ci sarebbe neanche bisogno di ricordarlo - che con questi numeri (intendo quelli della Camera) non si governa. Ma il voto di oggi non per questo era senza significato. E' stata una prova di forza tra Berlusconi e la Lega da una parte e Fini e il terzo polo dall'altra. Berlusconi è riuscito a dimostrare che non ci sono i numeri in Parlamento, in nessuna delle due Camere, per governi diversi da quello uscito legittimato dalle urne, ma questo non significa che la crisi sia conclusa. Da oggi o questo governo avrà la capacità di rafforzarsi numericamente (convincendo l'Udc e/o spaccando ulteriormente Fli), oppure si tornerà al voto (probabilmente già a metà marzo). Questi sono i due scenari più probabili dopo il voto di oggi, da cui Fini esce sconfitto (probabilmente grazie allo sciagurato intervento "dipietrista" di Bocchino).
Con tre soli voti alla Camera non si va lontano, ma adesso dovrebbe essere più chiaro a tutti che l'unica alternativa a Berlusconi sono le urne, e ciò potrebbe convincere più di qualcuno a rompere gli indugi e a (ri)entrare nella maggioranza, anche se resta un esito piuttosto improbabile. E' legittimo cambiare idea e togliere la propria fiducia al governo, ma in questo caso il comportamento più lineare è rimettersi al giudizio degli elettori, per quanto essi non abbiano alcuna voglia di essere richiamati al voto e siano esausti di fronte allo spettacolo raccapricciante della politica italiana. Per questi motivi, Berlusconi, dopo il voto di oggi, non deve commettere l'errore di trascinare troppo a lungo questa fase di incertezza e ambiguità: o riesce davvero a rafforzare l'esecutivo, a renderlo pienamente operativo (e non bastano tre voti alla Camera), o si dimette. Ma il tutto in tempi stra-brevi. Potrebbe tentare di riportare nella maggioranza altri finiani, ma imbarcare Casini (è improbabile, ma Pier potrebbe essere tentato di tirare questo brutto scherzo a Fini), nonostante il via libera della Lega, significherebbe semplicemente cambiare il nome del logorante, e trascorrere un altro anno così prima di accorgersene. Gli italiani non lo perdonerebbero.
Non passi inosservato il grave comportamento, ancora una volta del presidente della Camera, che con il voto congiunto delle due mozioni di sfiducia (Pd-Idv e Fli-Udc-Api-Mpa) evitando ai firmatari l'imbarazzo di esplicite dichiarazioni di condivisione, ha sì massimizzato i voti contro il governo ma ha violato il regolamento, rischiando l'approvazione di due mozioni dall'identico esito - la sfiducia al governo - ma dalle motivazioni molto diverse tra di loro, il che avrebbe impedito una corretta valutazione delle reali intenzioni dell'assemblea.
Con tre soli voti alla Camera non si va lontano, ma adesso dovrebbe essere più chiaro a tutti che l'unica alternativa a Berlusconi sono le urne, e ciò potrebbe convincere più di qualcuno a rompere gli indugi e a (ri)entrare nella maggioranza, anche se resta un esito piuttosto improbabile. E' legittimo cambiare idea e togliere la propria fiducia al governo, ma in questo caso il comportamento più lineare è rimettersi al giudizio degli elettori, per quanto essi non abbiano alcuna voglia di essere richiamati al voto e siano esausti di fronte allo spettacolo raccapricciante della politica italiana. Per questi motivi, Berlusconi, dopo il voto di oggi, non deve commettere l'errore di trascinare troppo a lungo questa fase di incertezza e ambiguità: o riesce davvero a rafforzare l'esecutivo, a renderlo pienamente operativo (e non bastano tre voti alla Camera), o si dimette. Ma il tutto in tempi stra-brevi. Potrebbe tentare di riportare nella maggioranza altri finiani, ma imbarcare Casini (è improbabile, ma Pier potrebbe essere tentato di tirare questo brutto scherzo a Fini), nonostante il via libera della Lega, significherebbe semplicemente cambiare il nome del logorante, e trascorrere un altro anno così prima di accorgersene. Gli italiani non lo perdonerebbero.
Non passi inosservato il grave comportamento, ancora una volta del presidente della Camera, che con il voto congiunto delle due mozioni di sfiducia (Pd-Idv e Fli-Udc-Api-Mpa) evitando ai firmatari l'imbarazzo di esplicite dichiarazioni di condivisione, ha sì massimizzato i voti contro il governo ma ha violato il regolamento, rischiando l'approvazione di due mozioni dall'identico esito - la sfiducia al governo - ma dalle motivazioni molto diverse tra di loro, il che avrebbe impedito una corretta valutazione delle reali intenzioni dell'assemblea.
Monday, December 13, 2010
Le colombe volano?
Berlusconi nel suo discorso rilancia quel «patto di legislatura» su cui ottenne la fiducia il 29 settembre scorso, accogliendo quella che era stata la richiesta originaria di Fini, a Mirabello, prima del passo ulteriore a Bastia Umbria, la richiesta di dimissioni. Fa appello ai «moderati», dicendosi disponibile a «rinnovare cosa c'è da rinnovare nel programma e nella compagine del governo», richiamando esplicitamente la possibilità di «ricomporre l'alleanza di tutte le forze moderate che oggi ritroviamo, oltre che nella Lega, nel Fli e nell'Udc», citate esplicitamente. Solo su un punto è irremovibile: dimissioni e crisi al buio. Disponibilità anche alla modifica della legge elettorale (di questa legge che proprio Fini e Casini - è bene ricordarlo - avevano imposto nel 2005 come condizione per ripresentarsi alle elezioni alleati con Berlusconi), ma con un solo e condivisibile «limite invalicabile: la difesa del bipolarismo». Perché il cittadino sappia chi è il leader, quali le alleanze di governo e i programmi prima di votare e non dopo aver votato.
Ieri, intanto, la tracotanza ha giocato un brutto scherzo a Fini, le cui uscite "bocchiniane" (e ancora una volta sprezzanti del suo ruolo istituzionale) a "In mezz'ora", la trasmissione di Lucia Annunziata, hanno indotto i moderati del suo gruppo a prendere le distanze.
Tempo fa aveva promesso che si sarebbe dimesso, se il "cognato" fosse risultato il vero proprietario della casa di Montecarlo. Pare essere rimasto solo lui a non essersene accorto, mentre è ancora in attesa che venga accolta la richiesta di archiviazione dell'inchiesta che lo vede ancora indagato per truffa (archiviazione ad orologeria?). Ora promette di dimettersi se alla Camera Berlusconi riconquisterà la fiducia con dieci voti di scarto. Annotiamo.
Ma quel che più conta è che Fini ha rotto gli indugi e annunciato chiaro e tondo che comunque vada a finire il voto del 14, Fli dal giorno dopo sarà all'opposizione (in compagnia di Casini, Bersani, Di Pietro e Vendola); si lascia andare ad un attacco al premier sulle vicende giudiziarie degno di Di Pietro e Bersani (resta a Palazzo Chigi solo per usufruire del legittimo impedimento) e si esprime in anticipo sulla volontà dell'aula che presiede (prevedendo la sfiducia al governo).
Se al Senato Berlusconi otterrà senza problemi la fiducia, alla Camera i numeri continuano ad essere incerti, seppure pare sia di poco in vantaggio. Se una fiducia risicata non basta certo a governare, il suo significato politico non è tuttavia trascurabile: non ci sono i numeri per altre maggioranze diverse da quella uscita dalle elezioni del 2008, come vorrebbero Fini e Casini. Quindi, o l'attuale governo riesce a rafforzarsi numericamente dopo il 14 (improbabile); o si torna alle urne (molto probabile). E anche secondo gli osservatori non certo berlusconiani le alternative paiono francamente «incredibili». Condivisibile quasi al 100% il solito Luca Ricolfi, che su La Stampa punta il dito laddove «l'opposizione rivela tutta la sua inconsistenza».
In queste ore sembra Fini nelle condizioni di dover recuperare qualche voto e dal suo studio di Montecitorio continua imperterrito nella campagna acquisti. Considerando l'astensione certa dei due deputati dell'Svp Brugger e Zeller, e quella dello stesso Fini (a meno che non osi l'ennesimo strappo istituzionale), nonché le assenze giustificate delle tre deputate in gravidanza Bongiorno, Cosenza (Fli) e Mogherini (Pd), i votanti dovrebbero essere 624. E quindi l'asticella minima per la fiducia a 313. Attualmente Berlusconi dovrebbe poter contare, oltre che su Pdl e Lega (294), su Noi Sud (12) e su altri 7 voti (Nucara, Pionati, Grassano, Calearo, Cesario, Scilipoti e Catone), arrivando proprio a 313. Incerti però sono Guzzanti e 2-3 di Fli, sulle posizioni di Moffa (stasera il summit decisivo dei finiani). I radicali, pur con tutti i distinguo e le manfrine pannelliane, credo che alla fine voteranno compatti la sfiducia. Così come faranno disciplinatamente i deputati Pd, seppure con la tremarella e levando sottovoce il coro "Sil-vio! Sil-vio! Sil-vio!".
Ieri, intanto, la tracotanza ha giocato un brutto scherzo a Fini, le cui uscite "bocchiniane" (e ancora una volta sprezzanti del suo ruolo istituzionale) a "In mezz'ora", la trasmissione di Lucia Annunziata, hanno indotto i moderati del suo gruppo a prendere le distanze.
Tempo fa aveva promesso che si sarebbe dimesso, se il "cognato" fosse risultato il vero proprietario della casa di Montecarlo. Pare essere rimasto solo lui a non essersene accorto, mentre è ancora in attesa che venga accolta la richiesta di archiviazione dell'inchiesta che lo vede ancora indagato per truffa (archiviazione ad orologeria?). Ora promette di dimettersi se alla Camera Berlusconi riconquisterà la fiducia con dieci voti di scarto. Annotiamo.
Ma quel che più conta è che Fini ha rotto gli indugi e annunciato chiaro e tondo che comunque vada a finire il voto del 14, Fli dal giorno dopo sarà all'opposizione (in compagnia di Casini, Bersani, Di Pietro e Vendola); si lascia andare ad un attacco al premier sulle vicende giudiziarie degno di Di Pietro e Bersani (resta a Palazzo Chigi solo per usufruire del legittimo impedimento) e si esprime in anticipo sulla volontà dell'aula che presiede (prevedendo la sfiducia al governo).
Se al Senato Berlusconi otterrà senza problemi la fiducia, alla Camera i numeri continuano ad essere incerti, seppure pare sia di poco in vantaggio. Se una fiducia risicata non basta certo a governare, il suo significato politico non è tuttavia trascurabile: non ci sono i numeri per altre maggioranze diverse da quella uscita dalle elezioni del 2008, come vorrebbero Fini e Casini. Quindi, o l'attuale governo riesce a rafforzarsi numericamente dopo il 14 (improbabile); o si torna alle urne (molto probabile). E anche secondo gli osservatori non certo berlusconiani le alternative paiono francamente «incredibili». Condivisibile quasi al 100% il solito Luca Ricolfi, che su La Stampa punta il dito laddove «l'opposizione rivela tutta la sua inconsistenza».
In queste ore sembra Fini nelle condizioni di dover recuperare qualche voto e dal suo studio di Montecitorio continua imperterrito nella campagna acquisti. Considerando l'astensione certa dei due deputati dell'Svp Brugger e Zeller, e quella dello stesso Fini (a meno che non osi l'ennesimo strappo istituzionale), nonché le assenze giustificate delle tre deputate in gravidanza Bongiorno, Cosenza (Fli) e Mogherini (Pd), i votanti dovrebbero essere 624. E quindi l'asticella minima per la fiducia a 313. Attualmente Berlusconi dovrebbe poter contare, oltre che su Pdl e Lega (294), su Noi Sud (12) e su altri 7 voti (Nucara, Pionati, Grassano, Calearo, Cesario, Scilipoti e Catone), arrivando proprio a 313. Incerti però sono Guzzanti e 2-3 di Fli, sulle posizioni di Moffa (stasera il summit decisivo dei finiani). I radicali, pur con tutti i distinguo e le manfrine pannelliane, credo che alla fine voteranno compatti la sfiducia. Così come faranno disciplinatamente i deputati Pd, seppure con la tremarella e levando sottovoce il coro "Sil-vio! Sil-vio! Sil-vio!".
Thursday, December 09, 2010
La paura fa 14
A dimostrazione che più passano le ore più cresce tra i finiani l'incertezza sui propri numeri per sfiduciare il governo alla Camera, ecco il loro ultimo tentativo di evitare il voto del 14: chiedono a Berlusconi di dimettersi prima, assicurandogli un reincarico «entro 72 ore», ma allo stesso tempo - dandogli un motivo per non fidarsi - intimano dimissioni "al buio" (si discute solo dopo) o sfiducia. Ora: ciò che la gente proprio non capisce, è perché sia così indispensabile che Berlusconi si dimetta per dar vita a quel nuovo patto di legislatura che il premier, accogliendo la richiesta di Fini a Mirabello, aveva avanzato, ottenendo la fiducia (dei finiani compresi) a settembre, cioè neanche tre mesi fa. A rigor di logica si chiedono le dimissioni di qualcuno se questo qualcuno non lo si vuole più, mentre se si cerca davvero un accordo politico - sull'agenda economica dell'esecutivo, o sulla legge elettorale - lo si può ottenere (dal momento che l'interlocutore su questo piano sembra ben disposto) senza esporre il Paese ad una pericolosa fase di instabilità.
E' per questo che l'insistenza nel chiedere le dimissioni fa pensare alla trappola. Di certo per i finiani sono indispensabili per potersi giocare la partita per un nuovo governo - con o senza Berlusconi - da una posizione di forza. Posizione di forza che però non possono pretendere di ottenere per gentile concessione altrui, ma solo attraverso un voto parlamentare. Voto da cui Berlusconi, dal canto suo, cerca anch'egli una posizione di forza da cui ripartire all'indomani del 14, ragion per cui non li salverà mai dal vicolo cieco in cui si sono messi.
A questo punto, comunque vada il tanto atteso voto del 14, per Fli rischia di rivelarsi una Caporetto. Se il Cav. ottiene la fiducia, sia pure striminzita, anche alla Camera, potrà negoziare il rafforzamento dell'esecutivo da una posizione di forza, e sarebbe a rischio la tenuta stessa del nuovo partito di Fini; non dovesse riuscirvi, la doppia fiducia (alla Camera oltre che al Senato) avrebbe comunque spazzato via ogni ipotesi di governi "tecnici", aprendo la strada alle elezioni anticipate, ipotesi ugualmente drammatica per Fli. Ma anche se la mozione di sfiducia dovesse passare, nel giorno della "vittoria" i finiani si troverebbero insieme a Bersani e a Di Pietro, oltre che con Casini e Rutelli, in una inedita foto di famiglia che temono - giustamente - come la prova dinanzi agli elettori non solo del "tradimento" ai danni del Cav. (e passi), ma soprattutto dell'allontanamento dal centrodestra. Senza neanche avere grandi possibilità di evitare il ritorno alle urne, dal momento che al Senato Berlusconi avrà quasi sicuramente ottenuto la fiducia. In ogni caso, dunque, non ci fanno una bella figura: o un rimpastone (tutto questo casino per qualche poltrona in più?), o il ribaltone (alleati con Casini e la sinistra per sostenere un governo senza Pdl e Lega); o elezioni anticipate.
Ecco, quindi, che le crepe sono sempre più visibili tra i finiani, se il moderato Moffa considera «non indispensabile che Berlusconi si dimetta» per dar vita a «un patto che porti l'Italia fuori dalla crisi»; se spiega di aver firmato la mozione di sfiducia solo come «strumento di pressione negoziale per arrivare a un accordo prima del voto»; e se dice apertamente di interpretare «il sentimento di molti» nel gruppo.
E' per questo che l'insistenza nel chiedere le dimissioni fa pensare alla trappola. Di certo per i finiani sono indispensabili per potersi giocare la partita per un nuovo governo - con o senza Berlusconi - da una posizione di forza. Posizione di forza che però non possono pretendere di ottenere per gentile concessione altrui, ma solo attraverso un voto parlamentare. Voto da cui Berlusconi, dal canto suo, cerca anch'egli una posizione di forza da cui ripartire all'indomani del 14, ragion per cui non li salverà mai dal vicolo cieco in cui si sono messi.
A questo punto, comunque vada il tanto atteso voto del 14, per Fli rischia di rivelarsi una Caporetto. Se il Cav. ottiene la fiducia, sia pure striminzita, anche alla Camera, potrà negoziare il rafforzamento dell'esecutivo da una posizione di forza, e sarebbe a rischio la tenuta stessa del nuovo partito di Fini; non dovesse riuscirvi, la doppia fiducia (alla Camera oltre che al Senato) avrebbe comunque spazzato via ogni ipotesi di governi "tecnici", aprendo la strada alle elezioni anticipate, ipotesi ugualmente drammatica per Fli. Ma anche se la mozione di sfiducia dovesse passare, nel giorno della "vittoria" i finiani si troverebbero insieme a Bersani e a Di Pietro, oltre che con Casini e Rutelli, in una inedita foto di famiglia che temono - giustamente - come la prova dinanzi agli elettori non solo del "tradimento" ai danni del Cav. (e passi), ma soprattutto dell'allontanamento dal centrodestra. Senza neanche avere grandi possibilità di evitare il ritorno alle urne, dal momento che al Senato Berlusconi avrà quasi sicuramente ottenuto la fiducia. In ogni caso, dunque, non ci fanno una bella figura: o un rimpastone (tutto questo casino per qualche poltrona in più?), o il ribaltone (alleati con Casini e la sinistra per sostenere un governo senza Pdl e Lega); o elezioni anticipate.
Ecco, quindi, che le crepe sono sempre più visibili tra i finiani, se il moderato Moffa considera «non indispensabile che Berlusconi si dimetta» per dar vita a «un patto che porti l'Italia fuori dalla crisi»; se spiega di aver firmato la mozione di sfiducia solo come «strumento di pressione negoziale per arrivare a un accordo prima del voto»; e se dice apertamente di interpretare «il sentimento di molti» nel gruppo.
Friday, December 03, 2010
Rissa al buio
Altro che «responsabilità», «piena operatività», governo «solido e sicuro», «evitare il declino», è la più classica delle crisi al buio quella cui ci precipita Fini. Ed è una rissa al buio quella cui stiamo assistendo, nel senso che tutti tirano fendenti per colpire Berlusconi ma molti in realtà non sanno cosa riescono a colpire. Ed è comprensibile che, in questa situazione di estrema incertezza, ci sia spazio per il grottesco e il ridicolo.
Nessuno sa cosa accadrà dopo il 14. Al contrario di quanto affermano, neanche Fini e Casini sono del tutto certi dei propri numeri, né hanno bell'e pronte le chiavi per un nuovo governo come dicono di volerlo. Con le 85 firme mostrano i muscoli, certo, sperando ancora di convincere Berlusconi a farsi da parte, così da non essere costretti a votare la sfiducia insieme alla sinistra. Ma poiché quella che presentano sembra quasi una mozione di sfiducia "costruttiva", in cui cioè si fa riferimento ad un governo di «responsabilità nazionale», il 14 non basterà avere i numeri per sfiduciare il premier, sarà bene che già da quel voto emergano i numeri di una maggioranza alternativa, e ciò resta improbabile. Rimango convinto che il governo cadrà - di poco - alla Camera, ma otterrà la fiducia al Senato. Quindi Berlusconi si recherà al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni. Napolitano vorrebbe evitare lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate, ma non è neanche disposto a legittimare ribaltoni. Cercherà quindi una soluzione in grado per lo meno di salvare le apparenze.
Le uniche possibilità per evitare le urne sono le seguenti: Berlusconi si rassegna e indica, come nel '95 con Dini, qualcuno a lui vicino per sostituirlo, acconsentendo a che Pdl e Lega sostengano un nuovo governo di centrodestra allargato a Fli, Udc, Mpa e Api (o accetti di guidare un Berlusconi-bis "commissariato" da Fini e Casini); la Lega, o un pezzo importante del Pdl, o entrambi, all'ultimo momento si smarcano da Berlusconi e danno vita a un governo con Fli, Udc, Mpa e Api, operazione condotta in porto da qualche personalità vicina al premier, oppure come estrema ratio guidato da una figura esterna ma eminente e "tecnica". Ovvio che più si riducono i pezzi dell'attuale maggioranza disponibili, più si renderebbe necessaria numericamente la partecipazione del Pd e dell'Idv, più precario sarebbe l'equilibrio politico del nuovo governo.
Capite bene che tutto ciò è improbabile, seppure rimane vero che nella politica italiana la caduta di un governo rappresenta un "tana libera tutti" e chi fino ad un minuto prima si era mostrato leale e compatto, un minuto dopo può essere pronto a giocare nella nuova partita con totale spregiudicatezza. A ciò si aggrappano Fini e Casini, ma la dice lunga su quanto responsabile sia questa operazione: letteralmente un salto nel buio. In generale, i due sono convinti che prima o poi - prima o dopo il 14, o eventualmente dopo il voto (non ottenendo la maggioranza al Senato per via delle legge elettorale) - Berlusconi o il suo partito saranno costretti a prendere atto che senza di loro non può esserci un governo di centrodestra. Il vero collante di questa «nuova fase» sarebbe una legge elettorale senza premio di maggioranza (con l'ironia della sorte che l'attuale legge fu praticamente imposta a Berlusconi da Casini e Fini nel 2005), mentre è letteralmente una presa per il culo far credere che l'eventuale nuova maggioranza, così eterogenea, in una situazione così avvelenata, riesca a reggere il tempo necessario, e a trovare al suo interno la coesione, per avviare un «risanamento strutturale della finanza pubblica».
Nel frattempo, lo stillicidio di rivelazioni da Wikileaks sull'Italia, sulla politica energetica dell'Eni e su Berlusconi conferma una straordinaria capacità selettiva, se pensiamo che da oltre 2 milioni di file si sia passati a oltre 250 mila, poi a qualche centinaio, da cui emergono dispacci risalenti a un periodo molto ristretto e riguardanti sempre gli stessi personaggi, mentre, per esempio, mancano tutti i pareri e le analisi dell'ambasciata Usa a Roma risalenti agli anni 2006-2008. Altro che libertà d'informazione e trasparenza totale, è lecito supporre che sui file di cui è entrato in possesso Assange si sia aperto un vero e proprio mercato, in cui si sono buttati a capofitto gruppi editoriali ed economici per far propri pacchetti di documenti molto ben selezionati utili ai loro scopi.
Sorprende che anche il Corriere della Sera abbia deciso di giocare con il fuoco. Non è credibile, infatti, anzi è ridicolo, che il quotidiano di Via Solferino, e Massimo Mucchetti, con tutte le loro fonti e i loro preziosi agganci, abbiano avuto bisogno di Wikileaks per porsi certe domande sugli affari dell'Eni in Russia, a dimostrazione della strumentalità dello stupore con cui viene accolto quanto di già arcinoto esce ogni giorno dai cables. Così come è grottesco che circolino sempre di più nel Pdl, e nel giornalismo vicino al centrodestra, teorie del complotto amerikano. Mentre guardiamo attoniti una classe dirigente - in tutte le sue componenti: politica, economica, giornalistica - che sembra impazzita, e mentre di lui dicono peste e corna, lo accusano di governare calpestando le opposizioni, gli rinfacciano persino le battute, può anche capitare che Berlusconi in privato con l'ambasciatore Usa vada a parlar bene di Bersani e D'Alema e gli confidi di voler riformare insieme a loro la giustizia. L'unica certezza al momento sembra essere solo che il Cav. c'è, non ci fa.
Nessuno sa cosa accadrà dopo il 14. Al contrario di quanto affermano, neanche Fini e Casini sono del tutto certi dei propri numeri, né hanno bell'e pronte le chiavi per un nuovo governo come dicono di volerlo. Con le 85 firme mostrano i muscoli, certo, sperando ancora di convincere Berlusconi a farsi da parte, così da non essere costretti a votare la sfiducia insieme alla sinistra. Ma poiché quella che presentano sembra quasi una mozione di sfiducia "costruttiva", in cui cioè si fa riferimento ad un governo di «responsabilità nazionale», il 14 non basterà avere i numeri per sfiduciare il premier, sarà bene che già da quel voto emergano i numeri di una maggioranza alternativa, e ciò resta improbabile. Rimango convinto che il governo cadrà - di poco - alla Camera, ma otterrà la fiducia al Senato. Quindi Berlusconi si recherà al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni. Napolitano vorrebbe evitare lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate, ma non è neanche disposto a legittimare ribaltoni. Cercherà quindi una soluzione in grado per lo meno di salvare le apparenze.
Le uniche possibilità per evitare le urne sono le seguenti: Berlusconi si rassegna e indica, come nel '95 con Dini, qualcuno a lui vicino per sostituirlo, acconsentendo a che Pdl e Lega sostengano un nuovo governo di centrodestra allargato a Fli, Udc, Mpa e Api (o accetti di guidare un Berlusconi-bis "commissariato" da Fini e Casini); la Lega, o un pezzo importante del Pdl, o entrambi, all'ultimo momento si smarcano da Berlusconi e danno vita a un governo con Fli, Udc, Mpa e Api, operazione condotta in porto da qualche personalità vicina al premier, oppure come estrema ratio guidato da una figura esterna ma eminente e "tecnica". Ovvio che più si riducono i pezzi dell'attuale maggioranza disponibili, più si renderebbe necessaria numericamente la partecipazione del Pd e dell'Idv, più precario sarebbe l'equilibrio politico del nuovo governo.
Capite bene che tutto ciò è improbabile, seppure rimane vero che nella politica italiana la caduta di un governo rappresenta un "tana libera tutti" e chi fino ad un minuto prima si era mostrato leale e compatto, un minuto dopo può essere pronto a giocare nella nuova partita con totale spregiudicatezza. A ciò si aggrappano Fini e Casini, ma la dice lunga su quanto responsabile sia questa operazione: letteralmente un salto nel buio. In generale, i due sono convinti che prima o poi - prima o dopo il 14, o eventualmente dopo il voto (non ottenendo la maggioranza al Senato per via delle legge elettorale) - Berlusconi o il suo partito saranno costretti a prendere atto che senza di loro non può esserci un governo di centrodestra. Il vero collante di questa «nuova fase» sarebbe una legge elettorale senza premio di maggioranza (con l'ironia della sorte che l'attuale legge fu praticamente imposta a Berlusconi da Casini e Fini nel 2005), mentre è letteralmente una presa per il culo far credere che l'eventuale nuova maggioranza, così eterogenea, in una situazione così avvelenata, riesca a reggere il tempo necessario, e a trovare al suo interno la coesione, per avviare un «risanamento strutturale della finanza pubblica».
Nel frattempo, lo stillicidio di rivelazioni da Wikileaks sull'Italia, sulla politica energetica dell'Eni e su Berlusconi conferma una straordinaria capacità selettiva, se pensiamo che da oltre 2 milioni di file si sia passati a oltre 250 mila, poi a qualche centinaio, da cui emergono dispacci risalenti a un periodo molto ristretto e riguardanti sempre gli stessi personaggi, mentre, per esempio, mancano tutti i pareri e le analisi dell'ambasciata Usa a Roma risalenti agli anni 2006-2008. Altro che libertà d'informazione e trasparenza totale, è lecito supporre che sui file di cui è entrato in possesso Assange si sia aperto un vero e proprio mercato, in cui si sono buttati a capofitto gruppi editoriali ed economici per far propri pacchetti di documenti molto ben selezionati utili ai loro scopi.
Sorprende che anche il Corriere della Sera abbia deciso di giocare con il fuoco. Non è credibile, infatti, anzi è ridicolo, che il quotidiano di Via Solferino, e Massimo Mucchetti, con tutte le loro fonti e i loro preziosi agganci, abbiano avuto bisogno di Wikileaks per porsi certe domande sugli affari dell'Eni in Russia, a dimostrazione della strumentalità dello stupore con cui viene accolto quanto di già arcinoto esce ogni giorno dai cables. Così come è grottesco che circolino sempre di più nel Pdl, e nel giornalismo vicino al centrodestra, teorie del complotto amerikano. Mentre guardiamo attoniti una classe dirigente - in tutte le sue componenti: politica, economica, giornalistica - che sembra impazzita, e mentre di lui dicono peste e corna, lo accusano di governare calpestando le opposizioni, gli rinfacciano persino le battute, può anche capitare che Berlusconi in privato con l'ambasciatore Usa vada a parlar bene di Bersani e D'Alema e gli confidi di voler riformare insieme a loro la giustizia. L'unica certezza al momento sembra essere solo che il Cav. c'è, non ci fa.
Thursday, December 02, 2010
Dalla presidenza della Camera attacco al Governo e al Senato
Uno scontro istituzionale senza precedenti, con il presidente della Camera che convoca nel suo ufficio a Montecitorio, che ha a disposizione in ragione della sua carica, i leader di altri tre partiti (Udc, Api e Mpa) per concordare una mozione di sfiducia contro il governo, spiegando che «l'assetto governativo che c'è adesso è un lusso che l'Italia non può permettersi». Una mozione di sfiducia che letteralmente parte dall'ufficio del presidente della Camera. Con lo stesso presidente della Camera che riceve, sempre nel suo ufficio istituzionale, membri del Senato (il 17 novembre il senatore Massidda, oggi persino il presidente della Commissione Antimafia Pisanu) per spingerli, pur non riuscendovi (per ora), a cambiare casacca per ribaltare la maggioranza nell'altro ramo del Parlamento così da condizionarne le votazioni ed avere i numeri per un altro governo.
Non più solo l'ingerenza di una carica istituzionale, che dovrebbe mostrarsi, oltre che essere, neutrale e imparziale nel gioco dei partiti, ma persino un'ingerenza del presidente di una Camera nei confronti dell'altra. Senza nemmeno preoccuparsi di salvare le apparenze, manovrando direttamente dal suo ufficio a Montecitorio. Siamo allo sconfinamento totale, al vero e proprio turbamento della vita di organi costituzionali. E' ora che Napolitano batta un colpo o sarà complice di uno strappo, di uno scempio costituzionale che costituirà un precedente pericolosissimo, se si accetta che dall'ufficio della presidenza di una Camera si possa tramare per destabilizzare il governo e l'altra Camera.
Non più solo l'ingerenza di una carica istituzionale, che dovrebbe mostrarsi, oltre che essere, neutrale e imparziale nel gioco dei partiti, ma persino un'ingerenza del presidente di una Camera nei confronti dell'altra. Senza nemmeno preoccuparsi di salvare le apparenze, manovrando direttamente dal suo ufficio a Montecitorio. Siamo allo sconfinamento totale, al vero e proprio turbamento della vita di organi costituzionali. E' ora che Napolitano batta un colpo o sarà complice di uno strappo, di uno scempio costituzionale che costituirà un precedente pericolosissimo, se si accetta che dall'ufficio della presidenza di una Camera si possa tramare per destabilizzare il governo e l'altra Camera.
Monday, November 29, 2010
Sindrome da accerchiamento
Sbaglia il governo a dare l'impressione di denunciare l'esistenza di un complotto internazionale contro l'Italia, e infatti nel comunicato uscito venerdì da Palazzo Chigi si parla al plurale di «strategie». Se non ci sono elementi tali da giustificare l'evocare di una cospirazione, è tuttavia comprensibile il senso di accerchiamento che si respira per l'azione convergente di attori, per lo più interni ma non solo, che ansiosi di abbattere Berlusconi inevitabilmente finiscono con il danneggiare l'immagine e non solo del nostro Paese.
L'azione della magistratura, le cui inchieste ad orologeria raramente, svolta la loro funzione mediatica, portano a delle condanne (ora l'attacco a Finmeccanica); l'azione di gruppi editoriali dediti alla mistificazione e al fango mediatico-giudiziario; trasmissioni tv faziose che procedono per allusioni e si avvalgono delle dichiarazioni di mafiosi inattendibili per screditare i partiti al governo. Né in tutto questo può sfuggire la linea del tg di Sky, sempre più antiberlusconiano e di proprietà di Murdoch. E certo non fa bene al Paese quando una legittima opposizione antepone la guerriglia parlamentare per fiaccare Berlusconi ai contenuti di una riforma ritenuta importante.
Non certo di un complotto contro l'Italia si tratta, ma di una straordinaria - nel senso di estremamente estesa - congiunzione di poteri e interessi il cui unico fine - l'abbattimento di Berlusconi - viene perseguito a qualsiasi costo ("tanto peggio tanto meglio"), che sia anche l'immagine, l'interesse o la stabilità finanziaria del nostro Paese. E quanto più sentono l'odore del sangue, tanto più si scatenano. Da ultimo Wikileaks, che si inserisce in un quadro più generale di delegittimazione - non saprei quanto premeditata o frutto di una malintesa idea della trasparenza e del diritto all'informazione - delle democrazie occidentali e tra esse della più compiuta e potente, gli Stati Uniti, ma questo merita un post a sé.
L'azione della magistratura, le cui inchieste ad orologeria raramente, svolta la loro funzione mediatica, portano a delle condanne (ora l'attacco a Finmeccanica); l'azione di gruppi editoriali dediti alla mistificazione e al fango mediatico-giudiziario; trasmissioni tv faziose che procedono per allusioni e si avvalgono delle dichiarazioni di mafiosi inattendibili per screditare i partiti al governo. Né in tutto questo può sfuggire la linea del tg di Sky, sempre più antiberlusconiano e di proprietà di Murdoch. E certo non fa bene al Paese quando una legittima opposizione antepone la guerriglia parlamentare per fiaccare Berlusconi ai contenuti di una riforma ritenuta importante.
Non certo di un complotto contro l'Italia si tratta, ma di una straordinaria - nel senso di estremamente estesa - congiunzione di poteri e interessi il cui unico fine - l'abbattimento di Berlusconi - viene perseguito a qualsiasi costo ("tanto peggio tanto meglio"), che sia anche l'immagine, l'interesse o la stabilità finanziaria del nostro Paese. E quanto più sentono l'odore del sangue, tanto più si scatenano. Da ultimo Wikileaks, che si inserisce in un quadro più generale di delegittimazione - non saprei quanto premeditata o frutto di una malintesa idea della trasparenza e del diritto all'informazione - delle democrazie occidentali e tra esse della più compiuta e potente, gli Stati Uniti, ma questo merita un post a sé.
Friday, November 26, 2010
Una morte onorevole
Invece di dar vita ad una pretestuosa e stucchevole guerriglia quotidiana sulla pelle di provvedimenti importanti per il Paese, che nulla ha a che fare per altro con il loro merito (l'emendamento approvato ieri è di natura solo lessicale), sarebbe più onesto e dignitoso da parte dei finiani aspettare serenamente il 14 dicembre e votare compatti la sfiducia. Tuttavia, sembra che l'ultima tentazione di Fli, Udc e Pd - dal momento che hanno capito di non farcela a fare il ribaltone al Senato - sia fare in modo che il governo ottenga una striminzita fiducia anche alla Camera. In questo modo, sarebbe più complicato per il capo dello Stato accogliere la richiesta di scioglimento delle Camere che quasi sicuramente, non avendo comunque numeri sufficienti a garantire la piena governabilità, avanzerebbero Pdl e Lega; Berlusconi, dopo essersi dimesso, riceverebbe un nuovo mandato e i finiani (insieme all'Udc?) potrebbero continuare a logorarlo per qualche altro mese, cercando così di evitare le temute elezioni nel 2011. Tanto ormai si è capito che della governabilità e delle riforme non gl'importa nulla, ciò che conta, al solito, è far fuori Berlusconi.
Così stando le cose, mi chiedo se al governo non convenga giocarsi il tutto per tutto sulla riforma universitaria, ponendo la fiducia su un testo che rigetti in blocco tutti gli emendamenti di Fli. Se dovesse cadere, sarebbe una morte onorevole e costringerebbe ad uscire allo scoperto quanti sono disposti a sacrificare una buona riforma pur di abbattere Berlusconi. Insomma, la strategia dovrebbe essere, su qualsiasi provvedimento, considerare gli emendamenti di Fli emendamenti di opposizione, e quindi non trattare ma respingerli e porre la fiducia sul testo originario, costringendo ogni volta i finiani ad un aut aut. La legge di stabilità è un falso problema: si può approvare anche in ordinaria amministrazione, è già impostata e nessun gruppo si azzarderebbe a metterne in discussione i saldi.
Così stando le cose, mi chiedo se al governo non convenga giocarsi il tutto per tutto sulla riforma universitaria, ponendo la fiducia su un testo che rigetti in blocco tutti gli emendamenti di Fli. Se dovesse cadere, sarebbe una morte onorevole e costringerebbe ad uscire allo scoperto quanti sono disposti a sacrificare una buona riforma pur di abbattere Berlusconi. Insomma, la strategia dovrebbe essere, su qualsiasi provvedimento, considerare gli emendamenti di Fli emendamenti di opposizione, e quindi non trattare ma respingerli e porre la fiducia sul testo originario, costringendo ogni volta i finiani ad un aut aut. La legge di stabilità è un falso problema: si può approvare anche in ordinaria amministrazione, è già impostata e nessun gruppo si azzarderebbe a metterne in discussione i saldi.
Thursday, November 25, 2010
Tutti sul tetto
Non solo Bersani, che divulgando i suoi 30 e lode dimostra plasticamente quanto l'università italiana abbia bisogno di una profonda riforma. Anche i deputati di Fli Della Vedova, Granata, Moroni e Perina sono saliti sul tetto della Facoltà di Architettura a La Sapienza, accogliendo un invito del cantautore Antonello Venditti (quello di «Valle Giulia ancoraaaaa... quiiiii, architetturaaaaa, albe cinesi di seta indiana...»). E pensare che qualcuno si è sforzato di venderci Fli come la nuova terra promessa del liberalismo...
Dopo i quotidiani dispettucci finiani alla Camera, solo per il gusto di veder andare sotto la maggioranza (l'emendamento passato all'articolo 16, comma 3, lettera f, non fa che riportare il testo a quello uscito dal Senato sostituendo le parole «nuovi o maggiori oneri» con le parole «oneri aggiuntivi»), il voto finale sulla riforma Gelmini è slittato ancora (al 30 novembre). Tempo che Fli sfrutterà per blandire la piazza rivendicando chissà quali meriti sul testo finale, mentre magazine e fondazioni d'area strizzano l'occhio alla protesta di un'«intera generazione», perché non è un Paese civile quello che «mena» i suoi studenti. Evidentemente lo è quello in cui si bloccano strade e treni, si occupano università e si tenta persino di dare l'assalto al Senato, in una scena che in altri Paesi caratterizza i momenti culminanti di un golpe.
Emblematico che tra i libri-scudo dei reazionari che manifestano contro la riforma dell'università spunti il "Che fare" di Lenin. Giocano a fare i rivoluzionari di professione ma nemmeno si rendono conto che è come sfilare con il "Mein Kampf" sottobraccio. Tra i pochi a dire le cose come stanno, Antonio Martino: «La sinistra difende l'università degli asini... L'università insegna cose che non servono a nessuno e, in più, inculca nelle loro menti l'idea bizzarra che lo Stato debba dar loro un'occupazione degna del titolo di studio».
Dopo i quotidiani dispettucci finiani alla Camera, solo per il gusto di veder andare sotto la maggioranza (l'emendamento passato all'articolo 16, comma 3, lettera f, non fa che riportare il testo a quello uscito dal Senato sostituendo le parole «nuovi o maggiori oneri» con le parole «oneri aggiuntivi»), il voto finale sulla riforma Gelmini è slittato ancora (al 30 novembre). Tempo che Fli sfrutterà per blandire la piazza rivendicando chissà quali meriti sul testo finale, mentre magazine e fondazioni d'area strizzano l'occhio alla protesta di un'«intera generazione», perché non è un Paese civile quello che «mena» i suoi studenti. Evidentemente lo è quello in cui si bloccano strade e treni, si occupano università e si tenta persino di dare l'assalto al Senato, in una scena che in altri Paesi caratterizza i momenti culminanti di un golpe.
Emblematico che tra i libri-scudo dei reazionari che manifestano contro la riforma dell'università spunti il "Che fare" di Lenin. Giocano a fare i rivoluzionari di professione ma nemmeno si rendono conto che è come sfilare con il "Mein Kampf" sottobraccio. Tra i pochi a dire le cose come stanno, Antonio Martino: «La sinistra difende l'università degli asini... L'università insegna cose che non servono a nessuno e, in più, inculca nelle loro menti l'idea bizzarra che lo Stato debba dar loro un'occupazione degna del titolo di studio».
Wednesday, November 24, 2010
Assalto al Senato, Montezemolo esce dal recinto
Mentre va in scena un assalto squadrista al Senato, con il contorno di un giochetto disgustoso dei finiani alla Camera sulla riforma Gelmini, una delle poche cose appena decenti fatte da questo governo, e mentre Berlusconi, Bossi e l'Udc riempiono con i loro tatticismi i giorni che ci separano dalla verifica del 14, per la prima volta Montezemolo non risponde con un "no" secco a chi gli chiede se ha intenzione di entrare in politica e le sue parole suonano come la tanto attesa discesa in campo. Che si sia deciso? Che sia finalmente l'alba di questo Terzo polo? «Ho il dovere di fare qualcosa per il mio Paese», dichiara Luchino chiudendo un convegno di ItaliaFutura sui giovani, è ora di «uscire dal proprio particolare recinto per contribuire al bene comune», ma «il periodo dell'one man show è finito», avverte. E precisa di non riferirsi a Berlusconi o a qualcuno in particolare, ma anche a se stesso: «Anche quando chiedono a me di entrare in politica... entrare in politica da soli non vuol dire assolutamente niente, ci vuole una squadra».
E lui è fortunato, perché una squadra che lo aspetta già ce l'ha: Fini, Casini, Rutelli... Sai che squadra... Spero solo che non sia chiedere troppo che si presentino agli elettori e non cerchino improbabili ribaltoni. Vedremo, poi, come si comporteranno i media con il conflitto di interessi di Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore che dal prossimo anno farà concorrenza a Trenitalia nel trasporto viaggiatori ad alta velocità.
Mentre Fini minimizza l'assalto squadrista al Senato («solo provocatori isolati» che non c'entrano con la «legittima protesta»), i suoi ragazzi alla Camera questo pomeriggio sono stati tentati di affossare la riforma dell'università, che avevano ripetuto di apprezzare e assicurato di sostenere. L'impressione è che per qualche ora siano stati sfiorati dall'idea di blandire i manifestanti (studenti e ricercatori) ed impedire al governo di portare a casa un prezioso risultato. Avevano chiesto che la riforma tornasse in Commissione perché, parole di Granata (Fli), priva delle risorse per «gli scatti meritocratici di anzianità» (?) di ricercatori e associati. Un miliardo evidentamente non basta, quando semmai la riforma andava fatta a costo zero, e possibilmente risparmiando qualcosa. Sono dell'idea che non un cent in più andrebbe versato all'università se prima non si riesce a dare una raddrizzata strutturale al sistema. L'ostacolo sembra superato, almeno per ora.
Nel frattempo, il premier chiede l'appoggio esterno dell'Udc, persino con il via libera di Bossi («sarebbe positivo»), ma Casini rifiuta senza pensarci due volte (ogni ipotesi è rimandata a dopo la caduta del Cav., passaggio inevitabile, agli occhi dei centristi, per aprire una nuova fase). Prospettiva inquietante sia per l'oggi che per il domani (in vista di elezioni anticipate) quella di sostituire i finiani con l'Udc, perché da un Berlusconi con logoramento di Fini, si passerebbe a un Berlusconi con logoramento di Casini. Ma probabilmente si tratta solo di tatticismi da una parte e dall'altra per riempire la scena nei giorni che ci separano dalla verifica del 14.
Eventuali piccoli spostamenti di voti alla Camera a favore del governo (a questi, e a blindare il Senato, probabilmente mirava Berlusconi con il suo appello all'Udc) non impediranno il ritorno alle urne. Anche se l'aggravarsi della crisi dell'eurodebito rischia di trasformarsi in un nuovo argomento per quanti sarebbero disposti a fare carte false pur di far fuori Berlusconi senza sottoporsi subito dopo al giudizio degli elettori. Già si leggono e si sentono gli appelli alla responsabilità di quanti, dopo aver contribuito irresponsabilmente a destabilizzare l'unico governo democraticamente legittimato, sosterrebbero un bel governo "tecnico" per non lasciare l'Italia senza guida in mesi cruciali per le sorti dell'euro e del patto di stabilità. Di fatto un commissariamento del nostro Paese.
E lui è fortunato, perché una squadra che lo aspetta già ce l'ha: Fini, Casini, Rutelli... Sai che squadra... Spero solo che non sia chiedere troppo che si presentino agli elettori e non cerchino improbabili ribaltoni. Vedremo, poi, come si comporteranno i media con il conflitto di interessi di Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore che dal prossimo anno farà concorrenza a Trenitalia nel trasporto viaggiatori ad alta velocità.
Mentre Fini minimizza l'assalto squadrista al Senato («solo provocatori isolati» che non c'entrano con la «legittima protesta»), i suoi ragazzi alla Camera questo pomeriggio sono stati tentati di affossare la riforma dell'università, che avevano ripetuto di apprezzare e assicurato di sostenere. L'impressione è che per qualche ora siano stati sfiorati dall'idea di blandire i manifestanti (studenti e ricercatori) ed impedire al governo di portare a casa un prezioso risultato. Avevano chiesto che la riforma tornasse in Commissione perché, parole di Granata (Fli), priva delle risorse per «gli scatti meritocratici di anzianità» (?) di ricercatori e associati. Un miliardo evidentamente non basta, quando semmai la riforma andava fatta a costo zero, e possibilmente risparmiando qualcosa. Sono dell'idea che non un cent in più andrebbe versato all'università se prima non si riesce a dare una raddrizzata strutturale al sistema. L'ostacolo sembra superato, almeno per ora.
Nel frattempo, il premier chiede l'appoggio esterno dell'Udc, persino con il via libera di Bossi («sarebbe positivo»), ma Casini rifiuta senza pensarci due volte (ogni ipotesi è rimandata a dopo la caduta del Cav., passaggio inevitabile, agli occhi dei centristi, per aprire una nuova fase). Prospettiva inquietante sia per l'oggi che per il domani (in vista di elezioni anticipate) quella di sostituire i finiani con l'Udc, perché da un Berlusconi con logoramento di Fini, si passerebbe a un Berlusconi con logoramento di Casini. Ma probabilmente si tratta solo di tatticismi da una parte e dall'altra per riempire la scena nei giorni che ci separano dalla verifica del 14.
Eventuali piccoli spostamenti di voti alla Camera a favore del governo (a questi, e a blindare il Senato, probabilmente mirava Berlusconi con il suo appello all'Udc) non impediranno il ritorno alle urne. Anche se l'aggravarsi della crisi dell'eurodebito rischia di trasformarsi in un nuovo argomento per quanti sarebbero disposti a fare carte false pur di far fuori Berlusconi senza sottoporsi subito dopo al giudizio degli elettori. Già si leggono e si sentono gli appelli alla responsabilità di quanti, dopo aver contribuito irresponsabilmente a destabilizzare l'unico governo democraticamente legittimato, sosterrebbero un bel governo "tecnico" per non lasciare l'Italia senza guida in mesi cruciali per le sorti dell'euro e del patto di stabilità. Di fatto un commissariamento del nostro Paese.
Monday, November 22, 2010
Confusi e storditi
Non ne sentivamo il bisogno, ma alle già numerose formule astruse della politica italiana, da buon democristiano Casini ne ha aggiunta un'altra, proponendo a Berlusconi un «governo di armistizio», con «le forze migliori di destra e di sinistra» (il solito pastrocchio, insomma). «Non ci fidiamo del premier e non ci piace l'egemonia della Lega» non sembrano parole da «armistizio» e le condizioni poste suonano come lievemente irricevibili (per avere l'Udc, Fli e le non meglio precisate «migliori forze di sinistra» nel governo, Berlusconi dovrebbe rinunciare alla Lega!), ma probabilmente la nuova boutade serve al leader Udc solo per recuperare un po' di scena su Fini.
L'escalation finiana, infatti - con richiesta di dimissioni di Berlusconi per aprire una crisi extraparlamentare al buio e conseguente uscita dal governo - non ha prodotto i risultati sperati e, anzi, sembra aver restituito l'iniziativa al premier e cacciato Fli e centristi in un vicolo cieco, mentre Montezemolo si gode il «cinepanettone» dalla finestra e tutto fa pensare che alla finestra ha intenzione di restare ancora per un bel po'. Consapevoli che con questi numeri, in Senato ma anche alla Camera, non c'è spazio alcuno per governi "ribaltone", dunque non c'è possibilità di far fuori Berlusconi senza venire trascinati dritti alle urne, Fli e Udc si agitano nella speranza che chissà quali manovre o sviste altrui li aiutino ad uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciati. Assistiamo quindi in questi giorni ad una congerie di uscite scomposte e tra di loro contraddittorie, una cortina fumogena di chiacchiere da cui emerge una sola certezza: la modesta statura di Fini e Casini, due teatranti della vecchia politica capaci solo di piccolo cabotaggio e del tutto privi, al contrario di quanto vorrebbero far credere, del minimo barlume di serietà e senso di responsabilità.
Dai finiani i soliti segnali contrastanti. Da una parte, i più miti consigli di un Della Vedova, che dopo il mal celato tentativo di dare il benservito a Berlusconi, riapre ad un Berlusconi-bis con una maggioranza più ampia, allargata all'Udc, e un nullaosta al Cav. ancora premier. Ma per quale strano miracolo questo preteso «nuovo» centrodestra, in realtà identico al vecchio del 2001-2006, dovrebbe «rafforzare» il governo stentiamo ad afferrarlo. Dall'altra resta Bocchino, che oggi torna a gettare benzina sul fuoco aprendo una sterile querelle su nome e simbolo del Pdl. Fumo, nient'altro che fumo.
L'escalation finiana, infatti - con richiesta di dimissioni di Berlusconi per aprire una crisi extraparlamentare al buio e conseguente uscita dal governo - non ha prodotto i risultati sperati e, anzi, sembra aver restituito l'iniziativa al premier e cacciato Fli e centristi in un vicolo cieco, mentre Montezemolo si gode il «cinepanettone» dalla finestra e tutto fa pensare che alla finestra ha intenzione di restare ancora per un bel po'. Consapevoli che con questi numeri, in Senato ma anche alla Camera, non c'è spazio alcuno per governi "ribaltone", dunque non c'è possibilità di far fuori Berlusconi senza venire trascinati dritti alle urne, Fli e Udc si agitano nella speranza che chissà quali manovre o sviste altrui li aiutino ad uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciati. Assistiamo quindi in questi giorni ad una congerie di uscite scomposte e tra di loro contraddittorie, una cortina fumogena di chiacchiere da cui emerge una sola certezza: la modesta statura di Fini e Casini, due teatranti della vecchia politica capaci solo di piccolo cabotaggio e del tutto privi, al contrario di quanto vorrebbero far credere, del minimo barlume di serietà e senso di responsabilità.
Dai finiani i soliti segnali contrastanti. Da una parte, i più miti consigli di un Della Vedova, che dopo il mal celato tentativo di dare il benservito a Berlusconi, riapre ad un Berlusconi-bis con una maggioranza più ampia, allargata all'Udc, e un nullaosta al Cav. ancora premier. Ma per quale strano miracolo questo preteso «nuovo» centrodestra, in realtà identico al vecchio del 2001-2006, dovrebbe «rafforzare» il governo stentiamo ad afferrarlo. Dall'altra resta Bocchino, che oggi torna a gettare benzina sul fuoco aprendo una sterile querelle su nome e simbolo del Pdl. Fumo, nient'altro che fumo.
Thursday, November 18, 2010
Doccia gelata sui bollenti spiriti
La giornata è all'insegna del raffreddamento degli ardenti spiriti dei finiani, che oggi, meno sicuri dei loro numeri, cominciano a temere di aver compiuto il classico passo più lungo della gamba. Giorni fa lasciavano intendere di non essere disponibili ad un reincarico del premier, oggi parlano di un Berlusconi-bis; oggi, nel suo videomessaggio, un confuso Fini non rinnova la richiesta di dimissioni, ma dice che Berlusconi ha il dovere - «l'onore e l'onere» - di governare (ma non doveva dimettersi?). Allo stato attuale la "maggioranza" che sostiene il governo Berlusconi potrebbe contare alla Camera su 309-310 seggi, al netto dei 36 finiani: ancora -6 dalla maggioranza assoluta, dunque. Francamente, ritengo ancora improbabile che il governo riesca a ottenere la fiducia anche alla Camera (mentre al Senato è molto probabile). E non è scontato che sia auspicabile, visto che comunque sarebbe troppo fragile per sostenere riforme di rilievo e durare fino alla fine della legislatura.
I numeri, però, contano rispetto agli scenari futuri. E con questi numeri alla Camera, e quanto più Berlusconi si avvicina a quota 316 (considerando che il Senato dovrebbe riconfermargli la fiducia), ogni ipotesi di governi ribaltonisti, "tecnici" o di transizione, sarebbe da escludere. Ed è ciò che più allarma i finiani, insieme all'atteggiamento del presidente Napolitano, che certo non ha offerto sponde nell'incontro dell'altro giorno al Quirinale sulla calendarizzazione dei lavori delle camere e dei dibattiti sulla fiducia. L'uscita dal governo non sembra aver provocato quel cedimento strutturale che forse qualcuno si aspettava.
E' passato quasi inosservato questo comunicato di ieri di Pannella, ripreso oggi solo dal Sole 24 Ore, che si è spinto a titolare "Premier a caccia di nove deputati. Pannella tratta: da noi sei voti". Sei sono i seggi che mancano a Berlusconi e proprio sei sono i deputati radicali. Il Sole corre troppo, ma cosa ha dichiarato il leader radicale? Questa volta il suo rimprovero a Berlusconi (per essersi azzardato a ribadire "o fiducia, o voto"), è in forma di «dialogo», non di «sterile polemica», ha premesso, in conclusione ribadendo che «quando ci si riconosce carattere e dignità di interlocutore politico, che sia Bersani, Berlusconi, Bossi o Di Pietro, noi lo riteniamo non solamente utile ma anche necessario. Che si tratti di capi o vice-capi della maggioranza o dell'opposizione».
Un segnale di disponibilità al dialogo, insomma. E che tra i leader citati manchino Fini e Casini (il cosiddetto Terzo polo) non sembra affatto una dimenticanza. Troppo presto per capire se ci troviamo di fronte ad una nuova "pannellata". Al momento, sembra più un segnale di avvertimento rivolto al Pd. Due giorni fa i gruppi parlamentari del Pd si sono riuniti con Bersani a Montecitorio e i radicali avevano chiesto che fosse invitato Pannella. Il niet dei democratici è stato vissuto come un nuovo schiaffo in un lungo record di indifferenza. E' dalle elezioni regionali che i vertici Democrat stanno scientemente ignorando i radicali, a cui in caso di elezioni anticpate non potrebbero certo assicurare 9 posti in lista sicuri (6 alla Camera e 3 al Senato).
Politicamente per i radicali (o meglio, i radicali di una volta) ci sarebbe una prateria. Basti pensare ai temi economici, alla grande questione della crisi dell'eurodebito e, in particolare, del debito italiano, o alla giustizia. Il problema è che ormai il loro encefalogramma politico è piatto. Da anni hanno puntato tutto sulla bioetica, sull'immigrazione (a porte spalancate, barconi compresi), sulle carceri, su Tarek Aziz e sulla montatura dell'esilio di Saddam, sulle battaglie pseudo-legali contro le liste di centrodestra, assumendo sempre più i toni e gli slogan dell'antiberlusconismo e i contenuti di una sinistra antagonista piuttosto che blairiana. Se prima la critica a Berlusconi e alla deriva clericale era riequilibrata da una sintonia di fondo con gli elettori del centrodestra, ormai la distanza è a livello antropologico, e c'è l'orgoglio di rimarcarlo, di vantarsene, come d'altronde il resto della sinistra.
E anche se Pannella volesse tornare a stupire, anche se avesse intuito uno spazio di manovra, i suoi non glielo consentirebbero - Bonino in primis («non c'è alcuna apertura di credito» in particolare a Berlusconi, e l'appello è in primo luogo a Bersani, ha subito corretto il tiro). Quindi, credo sia ancora una volta solo manfrina. Ottenere un po' di visibilità, un po' di titoli di giornali, per farsi ricevere da Bersani. Certo, resta il fatto che nessuno come loro teme le elezioni, e non essendo per nulla interessati a operazioni terzopoliste o ribaltoniste, arrivato il fatidico 14 dicembre potrebbe astenersi. Ma che il loro malessere nei confronti del Pd, e il loro interesse a che la legislatura prosegua, prenda le forme di un dialogo politico con Berlusconi e il centrodestra (sui temi e non sui posti, s'intende), ci credo poco.
I numeri, però, contano rispetto agli scenari futuri. E con questi numeri alla Camera, e quanto più Berlusconi si avvicina a quota 316 (considerando che il Senato dovrebbe riconfermargli la fiducia), ogni ipotesi di governi ribaltonisti, "tecnici" o di transizione, sarebbe da escludere. Ed è ciò che più allarma i finiani, insieme all'atteggiamento del presidente Napolitano, che certo non ha offerto sponde nell'incontro dell'altro giorno al Quirinale sulla calendarizzazione dei lavori delle camere e dei dibattiti sulla fiducia. L'uscita dal governo non sembra aver provocato quel cedimento strutturale che forse qualcuno si aspettava.
E' passato quasi inosservato questo comunicato di ieri di Pannella, ripreso oggi solo dal Sole 24 Ore, che si è spinto a titolare "Premier a caccia di nove deputati. Pannella tratta: da noi sei voti". Sei sono i seggi che mancano a Berlusconi e proprio sei sono i deputati radicali. Il Sole corre troppo, ma cosa ha dichiarato il leader radicale? Questa volta il suo rimprovero a Berlusconi (per essersi azzardato a ribadire "o fiducia, o voto"), è in forma di «dialogo», non di «sterile polemica», ha premesso, in conclusione ribadendo che «quando ci si riconosce carattere e dignità di interlocutore politico, che sia Bersani, Berlusconi, Bossi o Di Pietro, noi lo riteniamo non solamente utile ma anche necessario. Che si tratti di capi o vice-capi della maggioranza o dell'opposizione».
Un segnale di disponibilità al dialogo, insomma. E che tra i leader citati manchino Fini e Casini (il cosiddetto Terzo polo) non sembra affatto una dimenticanza. Troppo presto per capire se ci troviamo di fronte ad una nuova "pannellata". Al momento, sembra più un segnale di avvertimento rivolto al Pd. Due giorni fa i gruppi parlamentari del Pd si sono riuniti con Bersani a Montecitorio e i radicali avevano chiesto che fosse invitato Pannella. Il niet dei democratici è stato vissuto come un nuovo schiaffo in un lungo record di indifferenza. E' dalle elezioni regionali che i vertici Democrat stanno scientemente ignorando i radicali, a cui in caso di elezioni anticpate non potrebbero certo assicurare 9 posti in lista sicuri (6 alla Camera e 3 al Senato).
Politicamente per i radicali (o meglio, i radicali di una volta) ci sarebbe una prateria. Basti pensare ai temi economici, alla grande questione della crisi dell'eurodebito e, in particolare, del debito italiano, o alla giustizia. Il problema è che ormai il loro encefalogramma politico è piatto. Da anni hanno puntato tutto sulla bioetica, sull'immigrazione (a porte spalancate, barconi compresi), sulle carceri, su Tarek Aziz e sulla montatura dell'esilio di Saddam, sulle battaglie pseudo-legali contro le liste di centrodestra, assumendo sempre più i toni e gli slogan dell'antiberlusconismo e i contenuti di una sinistra antagonista piuttosto che blairiana. Se prima la critica a Berlusconi e alla deriva clericale era riequilibrata da una sintonia di fondo con gli elettori del centrodestra, ormai la distanza è a livello antropologico, e c'è l'orgoglio di rimarcarlo, di vantarsene, come d'altronde il resto della sinistra.
E anche se Pannella volesse tornare a stupire, anche se avesse intuito uno spazio di manovra, i suoi non glielo consentirebbero - Bonino in primis («non c'è alcuna apertura di credito» in particolare a Berlusconi, e l'appello è in primo luogo a Bersani, ha subito corretto il tiro). Quindi, credo sia ancora una volta solo manfrina. Ottenere un po' di visibilità, un po' di titoli di giornali, per farsi ricevere da Bersani. Certo, resta il fatto che nessuno come loro teme le elezioni, e non essendo per nulla interessati a operazioni terzopoliste o ribaltoniste, arrivato il fatidico 14 dicembre potrebbe astenersi. Ma che il loro malessere nei confronti del Pd, e il loro interesse a che la legislatura prosegua, prenda le forme di un dialogo politico con Berlusconi e il centrodestra (sui temi e non sui posti, s'intende), ci credo poco.
Monday, November 15, 2010
La strettoia in cui sta cacciando Fini
Solo poco più di un mese fa avevano rinnovato la fiducia al governo sui cinque punti programmatici esposti dal premier in aula e nei prossimi giorni faranno passare uno degli atti più squisitamente politici di qualsiasi governo: la legge finanziaria. Eppure, ritirano ministro e sottosegretari e sono pronti a votare la sfiducia un minuto dopo la sessione di bilancio. Perché ormai non c'è più niente di "politico" che possa bastargli e le eventuali buone ragioni hanno lasciato il posto ad un unico reale obiettivo: far fuori Berlusconi. Domani sul Colle vedremo salire Fini non si sa bene in che veste, se da presidente della Camera o da leader di Fli. E comunque la si voglia pensare, difficilmente si può ignorare l'anomalia di un presidente della Camera che si presenta dal capo dello Stato a ragionare della crisi che lui stesso ha provocato. Le sue non saranno valutazioni da presidente della Camera. Punto.
L'impressione è che l'ipotesi avanzata da Berlusconi, di sciogliere solo la Camera, sia una mossa volta a serrare le fila dei suoi al Senato e quindi ad allontanare lo spettro di un governo "tecnico" (leggasi ribaltone) e ottenere il voto anticipato. E' vero, infatti, che l'artico 88 della Costituzione prevede che «il presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Ma ciò appare superato da quando, dagli anni '50, i mandati di Camera e Senato non sono più sfalzati (cinque e sei anni) come inizialmente previsto dai costituenti. Allora perché, si potrebbe obiettare, anche dopo l'allineamento dei mandati delle due camere il legislatore ha ritenuto di mantenere la facoltà in capo al presidente della Repubblica di scioglierne una sola?
Insomma, se dal punto di vista giuridico la questione è quanto meno controversa, è irrealistico aspettarsi che Napolitano decida di sciogliere solo la Camera. Credo che neanche Berlusconi ci creda davvero, piuttosto prova a mettere la pulce nell'orecchio dei senatori. Da quali saranno i numeri con cui verrà sfiduciato, infatti, dipenderanno le chance di un ipotetico nuovo governo. Se, come pare probabile, Berlusconi otterrà la fiducia, anche striminzita, del Senato, Napolitano si vedrà costretto a sciogliere le camere, ed è anche possibile che prima lo incarichi di tentare un Berlusconi-bis. Per ora appare quasi impossibile che riesca a strappare la fiducia anche alla Camera dividendo i finiani, ma in ogni caso quanto più ci arriva vicino tanto più si allontanano ipotesi diverse dal voto.
Credevo che in caso di elezioni Fini sarebbe andato da solo, massimizzando la sua figura di leader, la coerenza programmatica del suo nuovo partito e la sua rivendicata identità di destra (moderna ed europea, s'intende). Pare invece intenzionato ad imbarcarsi in un'impresa terzopolista (con Udc, Api, e con l'Mpa dell'inquisito Lombardo!), che nonostante la pretesa di rappresentare un nuovo centrodestra, apparirà un'operazione centrista, centralista e meridionalista. Dovrà dividersi con Casini la leadership; dovrà spiegare ai propri simpatizzanti che l'agenda laica è rinviata a data da destinarsi; spiegare molto bene agli italiani cosa lo unisce oggi all'ex arci-nemico Rutelli; e infine spiegare come mai, dopo tutto questo casino, non sarà neanche questa volta lui (probabilmente) il candidato premier di questo Terzo polo.
Come se non bastasse, stando alle parole di Bocchino - che fino ad oggi si è rivelato il migliore interprete, persino anticipatore, della linea e degli umori del suo capo - non è da escludere una sorta di "unità nazionale" con il Pd, talmente disperato da rivolgersi anche a Fini per non rimanere isolato dai giochi terzopolisti (il duetto Fini-Bersani di stasera a Vieni via con me potrebbe rivelarsi un boomerang se apparisse quasi impossibile distinguere tra valori di destra e di sinistra). Un Cln antiberlusconiano avrebbe chance di vittoria in misura direttamente proporzionale alla sensazione di pericolo per la democrazia che avvertono gli italiani con Berlusconi, quindi piuttosto basse. A occhio e croce, è più probabile che gli elettori respingano una simile santa alleanza per quello che è: un inaccettabile e indecente guazzabuglio.
Ad un'attenta analisi, inoltre, le possibilità di Berlusconi di conquistare la maggioranza anche nel prossimo Senato con l'attuale legge elettorale sono molto maggiori di quanto si creda. E' vero, se la rischia più che alla Camera, ma perché si ritrovi con meno dei 161 seggi di cui dispone oggi senza i finiani, Fini e i centristi dovrebbe compiere un'autentica impresa. E' possibile, ma molto molto difficile. Che ne siano o meno consapevoli, è ovvio che Fli, Udc e Pd non chiederebbero di meglio che un governo 'ribaltonista' per cambiare la legge elettorale, contando nel frattempo sui soliti aiutini della Corte costituzionale e della magistratura. Un sistema senza premio di maggioranza, con soglie di sbarramento più generose, metà proporzionale metà uninominale, pure che mantenga l'indicazione del premier, permetterebbe a tutti di arrivare in Parlamento e mettersi insieme solo dopo il voto, escludendo Berlusconi. Su Di Pietro (che teme la concorrenza di tanto antiberlusconismo a destra), oltre che su Napolitano, può contare il Cav. affinché la via scelta sia quella delle urne.
L'impressione è che l'ipotesi avanzata da Berlusconi, di sciogliere solo la Camera, sia una mossa volta a serrare le fila dei suoi al Senato e quindi ad allontanare lo spettro di un governo "tecnico" (leggasi ribaltone) e ottenere il voto anticipato. E' vero, infatti, che l'artico 88 della Costituzione prevede che «il presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Ma ciò appare superato da quando, dagli anni '50, i mandati di Camera e Senato non sono più sfalzati (cinque e sei anni) come inizialmente previsto dai costituenti. Allora perché, si potrebbe obiettare, anche dopo l'allineamento dei mandati delle due camere il legislatore ha ritenuto di mantenere la facoltà in capo al presidente della Repubblica di scioglierne una sola?
Insomma, se dal punto di vista giuridico la questione è quanto meno controversa, è irrealistico aspettarsi che Napolitano decida di sciogliere solo la Camera. Credo che neanche Berlusconi ci creda davvero, piuttosto prova a mettere la pulce nell'orecchio dei senatori. Da quali saranno i numeri con cui verrà sfiduciato, infatti, dipenderanno le chance di un ipotetico nuovo governo. Se, come pare probabile, Berlusconi otterrà la fiducia, anche striminzita, del Senato, Napolitano si vedrà costretto a sciogliere le camere, ed è anche possibile che prima lo incarichi di tentare un Berlusconi-bis. Per ora appare quasi impossibile che riesca a strappare la fiducia anche alla Camera dividendo i finiani, ma in ogni caso quanto più ci arriva vicino tanto più si allontanano ipotesi diverse dal voto.
Credevo che in caso di elezioni Fini sarebbe andato da solo, massimizzando la sua figura di leader, la coerenza programmatica del suo nuovo partito e la sua rivendicata identità di destra (moderna ed europea, s'intende). Pare invece intenzionato ad imbarcarsi in un'impresa terzopolista (con Udc, Api, e con l'Mpa dell'inquisito Lombardo!), che nonostante la pretesa di rappresentare un nuovo centrodestra, apparirà un'operazione centrista, centralista e meridionalista. Dovrà dividersi con Casini la leadership; dovrà spiegare ai propri simpatizzanti che l'agenda laica è rinviata a data da destinarsi; spiegare molto bene agli italiani cosa lo unisce oggi all'ex arci-nemico Rutelli; e infine spiegare come mai, dopo tutto questo casino, non sarà neanche questa volta lui (probabilmente) il candidato premier di questo Terzo polo.
Come se non bastasse, stando alle parole di Bocchino - che fino ad oggi si è rivelato il migliore interprete, persino anticipatore, della linea e degli umori del suo capo - non è da escludere una sorta di "unità nazionale" con il Pd, talmente disperato da rivolgersi anche a Fini per non rimanere isolato dai giochi terzopolisti (il duetto Fini-Bersani di stasera a Vieni via con me potrebbe rivelarsi un boomerang se apparisse quasi impossibile distinguere tra valori di destra e di sinistra). Un Cln antiberlusconiano avrebbe chance di vittoria in misura direttamente proporzionale alla sensazione di pericolo per la democrazia che avvertono gli italiani con Berlusconi, quindi piuttosto basse. A occhio e croce, è più probabile che gli elettori respingano una simile santa alleanza per quello che è: un inaccettabile e indecente guazzabuglio.
Ad un'attenta analisi, inoltre, le possibilità di Berlusconi di conquistare la maggioranza anche nel prossimo Senato con l'attuale legge elettorale sono molto maggiori di quanto si creda. E' vero, se la rischia più che alla Camera, ma perché si ritrovi con meno dei 161 seggi di cui dispone oggi senza i finiani, Fini e i centristi dovrebbe compiere un'autentica impresa. E' possibile, ma molto molto difficile. Che ne siano o meno consapevoli, è ovvio che Fli, Udc e Pd non chiederebbero di meglio che un governo 'ribaltonista' per cambiare la legge elettorale, contando nel frattempo sui soliti aiutini della Corte costituzionale e della magistratura. Un sistema senza premio di maggioranza, con soglie di sbarramento più generose, metà proporzionale metà uninominale, pure che mantenga l'indicazione del premier, permetterebbe a tutti di arrivare in Parlamento e mettersi insieme solo dopo il voto, escludendo Berlusconi. Su Di Pietro (che teme la concorrenza di tanto antiberlusconismo a destra), oltre che su Napolitano, può contare il Cav. affinché la via scelta sia quella delle urne.
Friday, November 12, 2010
Il partito della spesa (e del proporzionale) dietro la crisi
Non c'è analisi più lucida della situazione, e delle motivazioni della crisi, di quella di Oscar Giannino ieri sera a Porta a Porta. Qui il video, guardatelo tutto, ma vale la pena di riportare i passaggi cruciali:
«Per me quella tra Fini e Berlusconi oramai è una storia di incompatibilità personale... l'incompatibilità personale e il sottile calcolo che sia la giustizia a eliminare Berlusconi entro pochi mesi mi spiega quello che succede».Già, la certezza è che lo pagheremo tutto noi, e caro, il conto di questa crisi. Grazie Gianfranco: futuro in libertà per te; futuro indebitato per noi.
(...)
«Ma se l'effetto di tutto questo... è una situazione di caos che fa ripartire sui titoli del debito pubblico italiano, com'è assolutamente probabile, pressocché certo con quello che succede sui mercati... se si riaccende il sospetto sui titoli del debito pubblico italiano, qualunque soluzione politica, qualunque confusione, per cui nessuno è in grado di sapere che cosa succede, di sicuro porta a più oneri di interessi sul debito pubblico, più deficit pubblico, e questo significa, per quanto pesa la spesa pubblica in Italia, più disoccupati, meno crescita, meno roba per le imprese...»
(...)
«Quello che vedo io è che la voglia di far ripartire la spesa pubblica è la vera benzina di qualunque ipotesi che c'è oggi sul campo. Lo vediamo sulla legge di stabilità, sulle esercitazioni di voto in Parlamento per far capire al governo che deve andare a casa, lo vediamo nelle critiche a Giulio Tremonti... lo vedo persino nella nota del capo dello Stato, le cui parole "è ingiusto tagliare di tutto, bisogna fare delle scelte", da una parte è vero, potrebbero essere lette come "tagliamo di più da una parte e allochiamo meglio le risorse", ma dall'altra, con l'aria che c'è in politica, nel Parlamento, nella protesta da parte di tutte le opposizioni, significano più spesa pubblica».
(...)
«Noi eravamo impegnati in uno sforzo - che [rivolto ai finiani, ndr] vi ha visti condividere questo sforzo nel centrodestra - di fermare il deficit. Abbiamo avuto il deficit più basso insieme ai tedeschi. E' stato il merito, ciò che ha impedito all'Italia di essere sospettata sui mercati nella grande crisi. Adesso si dice "più spesa", "Tremonti sbaglia tutto", "a casa Tremonti", "a casa Berlusconi", ma l'effetto di tutto questo è buttare a mare quello che invece ha fatto, per la prima volta in decenni, fare una figura decorosa al nostro Paese, ma soprattutto [ha fatto] pagare di meno ai contribuenti e ai disoccupati».
(...)
«Se la politica dimentica che i mercati sono spietati e che in molti hanno interesse a che l'Italia riprenda a fare deficit e a pagare più debito pubblico, commette un errore grave, perché ciascun italiano se lo ricorderà quando presto o tardi si va a votare... E questo riguarda sia chi nel centrodestra dice "nessuna formula che ci ha visto accomunati di fronte agli elettori vale più" e sia chi, rispetto alla posizione che aveva di alleanze nel centrosinistra eccetera torna a dire "mani libere", perché poi quello che si vede è... "facciamo saltare il premio di maggioranza", perché tutti dicono "mani libere". Vogliamo tornare a un'Italia iperproporzionale? Più spesa pubblica, più deficit, più debito? Poveri contribuenti italiani».
Il cerino in mano a Fini. E lo userà
Se Fini e Casini si sono spinti così in avanti verso il punto di non ritorno, allora, si ragiona in queste ore, devono avere i numeri e un premier pronti per un governo "tecnico", se non addirittua per un governo senza Berlusconi ma di centrodestra (quindi un po' meno "ribaltone"), se, come Verderami, oggi sul Corriere della Sera, attribuisce a Bocchino, un «pezzo significativo» del Pdl si staccasse dal Cav. e legittimasse la nuova fase. Un «pezzo di Pdl» o la Lega, o magari entrambi. Chiusa ogni possibilità di un Berlusconi-bis e di un rimpastone come nel 2005, i finiani guardano al '94, sperano nel "tradimento" della Lega e fanno i nomi di Tremonti e Maroni.
Mentre i retroscenisti si divertono ad alimentare il sospetto di imminenti tradimenti per far salire la febbre nella maggioranza, non si accorgono di rivelare in questo modo l'operazione di Fini per quella che è agli occhi di quanti lo hanno fin qui seguito dando credito alle sue ragioni politiche piuttosto che personali. Sarebbe a dir poco incomprensibile che una polemica aperta con Berlusconi e il Pdl sull'accusa di un'eccessiva subalternità alla Lega e sull'inadeguatezza della politica tremontiana per lo sviluppo, si concludesse aprendo la porta di Palazzo Chigi proprio al criticato Tremonti (di cui Fini e Casini pretesero le dimissioni nel 2004), o addirittura al primo premier leghista della storia italiana! Apparirebbe chiaro a quanti ancora non se ne fossero accorti che di politico c'era ben poco, e che il reale obiettivo era fin dall'inizio solo uno: la testa di Berlusconi.
Siamo comunque entrati in una fase diversa, il cerino non passa più di mano in mano, i finiani sembrano aver deciso di usarlo loro. Bocchino annuncia che Fli non parteciperà al voto di fiducia sulla finanziaria e, una volta approvata, se Berlusconi non si dimetterà «a quel punto è chiaro che lo sfiduceremo». Cercheranno di dar vita ad un altro governo, ma è ovvio che a questo punto sono pronti a rischiare che la crisi porti ad un voto anticipato, convinti come sono che pur andando al voto, Berlusconi non avrebbe la maggioranza al Senato e sarebbe comunque costretto al passo indietro.
Una volta sfiduciato il premier, la Lega e un pezzo consistente del Pdl legittimerebbero un nuovo governo di centrodestra? E' l'unico esito che il Cav. deve temere. Ma gli interessati di cui si sussurra hanno davvero interesse a un disegno del genere? Vediamo, cercando di usare un po' di logica, anche se - come dimostra il caso Fini - spesso logica e politici fanno a pugni. Bossi si sentirebbe più garantito sul varo del federalismo da un governo senza Berlusconi, con Fini, Casini e pezzi di Pdl, al di là delle rassicurazioni che senz'altro riceverebbe (e in parte sta già ricevendo)? O forse non gli converrebbe in ogni caso, anche se Berlusconi ormai fosse fuori dai giochi, incassare prima una sonante vittoria elettorale e poi trattare con Fini e Casini da una posizione di maggiore forza? E Tremonti? Potrebbe mettersi alla guida di un simile governo, magari durare un anno, varare il federalismo, ma poi? Farebbe la fine di Dini, ci sono pochi dubbi, mentre tra non molto potrebbe ereditare l'intero blocco di consenso leghista e berlusconiano. Quanto all'ipotesi di elezioni anticipate, in effetti Berlusconi rischierebbe di non vincerle al Senato (anche se non lo darei per scontato, i finiani sono troppo ottimisti su questo), ma di certo non le vincerebbero i suoi avversari.
P.S.: Oggi Giuliano Ferrara insiste con la sua lettura: con la «cacciata brutale» di luglio e la campagna di «denigrazione» di Feltri, Berlusconi ha trasformato Fini da «successore» a «competitor», ad «avversario mortale», invece di «integrarlo con compromessi politici». A me sembra sia andato in scena un altro film. Fini si trova esattamente dove aveva immaginato e pianificato di trovarsi fin da quando, caduto il governo Prodi, ha a malincuore accettato di entrare nel Pdl e presentarsi con Berlusconi. Può essere stato un errore la presunta "cacciata" di fine luglio, ma chi pensa davvero che Fini non avrebbe trovato comunque un pretesto o un incidente per costituire gruppi autonomi e poi un partito tutto suo? D'altronde, la minaccia di gruppi autonomi piovve a ciel sereno già ad aprile, dopo la vittoria elettorale e prima della fatidica direzione del "che fai, mi cacci?", nonché ben quattro mesi prima della "cacciata". E ricordiamoci che Generazione Italia nacque il primo aprile. Davvero qualcuno ancora pensa che Fini si sarebbe accontentato di fare teoria politica ai convegni e fremere nelle riunioni di partito? Suvvia!
Mentre i retroscenisti si divertono ad alimentare il sospetto di imminenti tradimenti per far salire la febbre nella maggioranza, non si accorgono di rivelare in questo modo l'operazione di Fini per quella che è agli occhi di quanti lo hanno fin qui seguito dando credito alle sue ragioni politiche piuttosto che personali. Sarebbe a dir poco incomprensibile che una polemica aperta con Berlusconi e il Pdl sull'accusa di un'eccessiva subalternità alla Lega e sull'inadeguatezza della politica tremontiana per lo sviluppo, si concludesse aprendo la porta di Palazzo Chigi proprio al criticato Tremonti (di cui Fini e Casini pretesero le dimissioni nel 2004), o addirittura al primo premier leghista della storia italiana! Apparirebbe chiaro a quanti ancora non se ne fossero accorti che di politico c'era ben poco, e che il reale obiettivo era fin dall'inizio solo uno: la testa di Berlusconi.
Siamo comunque entrati in una fase diversa, il cerino non passa più di mano in mano, i finiani sembrano aver deciso di usarlo loro. Bocchino annuncia che Fli non parteciperà al voto di fiducia sulla finanziaria e, una volta approvata, se Berlusconi non si dimetterà «a quel punto è chiaro che lo sfiduceremo». Cercheranno di dar vita ad un altro governo, ma è ovvio che a questo punto sono pronti a rischiare che la crisi porti ad un voto anticipato, convinti come sono che pur andando al voto, Berlusconi non avrebbe la maggioranza al Senato e sarebbe comunque costretto al passo indietro.
Una volta sfiduciato il premier, la Lega e un pezzo consistente del Pdl legittimerebbero un nuovo governo di centrodestra? E' l'unico esito che il Cav. deve temere. Ma gli interessati di cui si sussurra hanno davvero interesse a un disegno del genere? Vediamo, cercando di usare un po' di logica, anche se - come dimostra il caso Fini - spesso logica e politici fanno a pugni. Bossi si sentirebbe più garantito sul varo del federalismo da un governo senza Berlusconi, con Fini, Casini e pezzi di Pdl, al di là delle rassicurazioni che senz'altro riceverebbe (e in parte sta già ricevendo)? O forse non gli converrebbe in ogni caso, anche se Berlusconi ormai fosse fuori dai giochi, incassare prima una sonante vittoria elettorale e poi trattare con Fini e Casini da una posizione di maggiore forza? E Tremonti? Potrebbe mettersi alla guida di un simile governo, magari durare un anno, varare il federalismo, ma poi? Farebbe la fine di Dini, ci sono pochi dubbi, mentre tra non molto potrebbe ereditare l'intero blocco di consenso leghista e berlusconiano. Quanto all'ipotesi di elezioni anticipate, in effetti Berlusconi rischierebbe di non vincerle al Senato (anche se non lo darei per scontato, i finiani sono troppo ottimisti su questo), ma di certo non le vincerebbero i suoi avversari.
P.S.: Oggi Giuliano Ferrara insiste con la sua lettura: con la «cacciata brutale» di luglio e la campagna di «denigrazione» di Feltri, Berlusconi ha trasformato Fini da «successore» a «competitor», ad «avversario mortale», invece di «integrarlo con compromessi politici». A me sembra sia andato in scena un altro film. Fini si trova esattamente dove aveva immaginato e pianificato di trovarsi fin da quando, caduto il governo Prodi, ha a malincuore accettato di entrare nel Pdl e presentarsi con Berlusconi. Può essere stato un errore la presunta "cacciata" di fine luglio, ma chi pensa davvero che Fini non avrebbe trovato comunque un pretesto o un incidente per costituire gruppi autonomi e poi un partito tutto suo? D'altronde, la minaccia di gruppi autonomi piovve a ciel sereno già ad aprile, dopo la vittoria elettorale e prima della fatidica direzione del "che fai, mi cacci?", nonché ben quattro mesi prima della "cacciata". E ricordiamoci che Generazione Italia nacque il primo aprile. Davvero qualcuno ancora pensa che Fini si sarebbe accontentato di fare teoria politica ai convegni e fremere nelle riunioni di partito? Suvvia!
Thursday, November 11, 2010
Attenzione alle sabbie mobili
E' un'escalation in piena regola. Da un nuovo patto di legislatura, invocato a settembre, in soli due mesi siamo arrivati alla richiesta di dimissioni, dei primi di novembre. Fino a ieri, a detta di Fini e Casini, il problema non era Berlusconi in sé, si sarebbe potuto dar vita a un governo di responsabilità nazionale, allargato ai moderati, anche guidato dallo stesso Berlusconi. Adesso che il premier starebbe considerando anche l'ipotesi di una crisi "pilotata", i finiani restano nell'ambiguità sul reincarico («prima le dimissioni, poi si vedrà»), alimentando deliberatamente il sospetto di una trappola, mentre Cesa dice chiaro e tondo che serve «un nuovo presidente del Consiglio». Andando avanti in questo modo, Berlusconi si troverà di fronte ad una proposta Fini-Casini-Pannella per l'esilio ad Antigua.
Mi auguro che nessuno pensi davvero che un Berlusconi-bis, passando per lo snodo dimissioni-reincarico, con qualche poltrona in più a Fli e l'ingresso dell'Udc, possa davvero far riprendere slancio all'azione di governo (2001-2006 docet) e far cessare il logoramento a cui è sottoposto. Semplicemente, raddoppierebbe la capacità di fuoco dei logoratori. Pur ipotizzando che con questa manovra Fini e Casini non vogliano far fuori Berlusconi ora (anche se la sensazione è proprio questa), è chiarissimo che tornare allo schema Cdl significherebbe per loro - così sperano - poterlo logorare di più e meglio, escluderlo in modo meno traumatico (senza esporsi a imbarazzanti voti di sfiducia e ribaltoni insieme alla sinistra), distruggere completamente il Pdl (dal momento che in una coalizione di quattro partiti quello che doveva essere, era nato per essere, il partito unico del centrodestra, perderebbe la sua ragion d'essere), e magari riuscire anche a scucire i soldi a Tremonti proprio nel momento in cui i pochi che ci sono bisognerebbe investirli in qualche riforma strutturale.
Stritolato tra Fli-Udc (e Lega), Berlusconi verrebbe cotto a puntino, e probabilmente neanche finirebbe la legislatura a Palazzo Chigi, perché la prossima volta pretenderebbero un passo indietro definitivo. Il rischio, infatti, è che dopo un altro anno di paralisi pressoché totale (denunciano il «galleggiamento», ma a questo l'hanno ridotto loro da dopo le regionali - vinte), maturino davvero le condizioni per far fuori il Cav. senza "ribaltone", magari spaccando il Pdl, o con l'aiuto di Tremonti o della Lega. E magari, nel frattempo, avranno ottenuto anche le opportune modifiche alla legge elettorale. Sanno che fuori dal centrodestra le loro chance di leadership sono praticamente nulle. Quindi, il loro problema è restare dentro (o rientrare), e tentare di ergersi sulle macerie del berlusconismo.
Un Berlusconi-bis avrebbe senso solo se rimanesse comunque precluso all'Udc, e se Fini accettasse di dimettersi dalla presidenza della Camera per entrare al governo. Senza questo passo - Fini che accetta di condividere la responsabilità delle scelte di governo - non si potrebbe nemmeno sperare nella sua buona fede. Che la crisi porti a elezioni anticipate o ad un governo cosiddetto "tecnico" senza Pdl e Lega, a questo punto Berlusconi non ha nulla da temere (quasi meglio la seconda ipotesi). Deve solo costringere Fini a scoprire le sue carte, senza sconti (se vuole sfiduciarlo vada in Parlamento) e provando a governare davvero (portare a casa federalismo e riforma dell'università). L'unica cosa che deve temere sono i pastrocchi.
Mi auguro che nessuno pensi davvero che un Berlusconi-bis, passando per lo snodo dimissioni-reincarico, con qualche poltrona in più a Fli e l'ingresso dell'Udc, possa davvero far riprendere slancio all'azione di governo (2001-2006 docet) e far cessare il logoramento a cui è sottoposto. Semplicemente, raddoppierebbe la capacità di fuoco dei logoratori. Pur ipotizzando che con questa manovra Fini e Casini non vogliano far fuori Berlusconi ora (anche se la sensazione è proprio questa), è chiarissimo che tornare allo schema Cdl significherebbe per loro - così sperano - poterlo logorare di più e meglio, escluderlo in modo meno traumatico (senza esporsi a imbarazzanti voti di sfiducia e ribaltoni insieme alla sinistra), distruggere completamente il Pdl (dal momento che in una coalizione di quattro partiti quello che doveva essere, era nato per essere, il partito unico del centrodestra, perderebbe la sua ragion d'essere), e magari riuscire anche a scucire i soldi a Tremonti proprio nel momento in cui i pochi che ci sono bisognerebbe investirli in qualche riforma strutturale.
Stritolato tra Fli-Udc (e Lega), Berlusconi verrebbe cotto a puntino, e probabilmente neanche finirebbe la legislatura a Palazzo Chigi, perché la prossima volta pretenderebbero un passo indietro definitivo. Il rischio, infatti, è che dopo un altro anno di paralisi pressoché totale (denunciano il «galleggiamento», ma a questo l'hanno ridotto loro da dopo le regionali - vinte), maturino davvero le condizioni per far fuori il Cav. senza "ribaltone", magari spaccando il Pdl, o con l'aiuto di Tremonti o della Lega. E magari, nel frattempo, avranno ottenuto anche le opportune modifiche alla legge elettorale. Sanno che fuori dal centrodestra le loro chance di leadership sono praticamente nulle. Quindi, il loro problema è restare dentro (o rientrare), e tentare di ergersi sulle macerie del berlusconismo.
Un Berlusconi-bis avrebbe senso solo se rimanesse comunque precluso all'Udc, e se Fini accettasse di dimettersi dalla presidenza della Camera per entrare al governo. Senza questo passo - Fini che accetta di condividere la responsabilità delle scelte di governo - non si potrebbe nemmeno sperare nella sua buona fede. Che la crisi porti a elezioni anticipate o ad un governo cosiddetto "tecnico" senza Pdl e Lega, a questo punto Berlusconi non ha nulla da temere (quasi meglio la seconda ipotesi). Deve solo costringere Fini a scoprire le sue carte, senza sconti (se vuole sfiduciarlo vada in Parlamento) e provando a governare davvero (portare a casa federalismo e riforma dell'università). L'unica cosa che deve temere sono i pastrocchi.
Wednesday, November 10, 2010
Tutto questo un giorno sarà mio
Tutto come previsto, è guerriglia, e ieri ha centrato una delle roccaforti di successo del programma di governo: la politica dei respingimenti. Nonostante il premier abbia accettato anche esplicitamente l'idea di un nuovo patto di legislatura e riconosciuto Fli come terza forza autonoma del centrodestra, non chiudendo ad una presente e futura alleanza, e nonostante sia cessata la campagna sulla casa di Montecarlo (anche se Fini risulta ancora indagato, dal momento che il gip tarda ad accogliere la richiesta di archiviazione), non basta più. Il logoramento - ne eravamo certi - non è cessato e i finiani alzano sempre più il tiro nella speranza di costringere Berlusconi alla resa senza l'imbarazzo di dover votare insieme alla sinistra una sfiducia palese in Parlamento.
Da tempi non sospetti lo ripeto su questo blog: il sogno di Fini è tornare allo schema della Cdl, ripristinare la rendita di posizione e il potere di interdizione di cui, da leader di partito, godeva allora, insieme all'Udc di Casini, ma inevitabilmente sfumati con la nascita del partito unico, a cui ha aderito non per convinzione ma per necessità politiche contingenti. Chi ritiene ragionevole la prospettiva di un ritorno a quel centrodestra, passando per le dimissioni di Berlusconi, nell'illusione di salvare il governo e arrivare al 2013, dovrebbe ricordarsi quanto il «colpo d'ala» di questi giorni somigli alla «discontinuità» di allora. Il rimpastone di allora, con la cacciata e la goffa richiamata di Tremonti, rilanciò l'azione di governo o la paralizzò del tutto sotto i veti incrociati degli alleati, che puntavano né più né meno a cuocere Berlusconi a fuoco lento? Allora come oggi si pretese una nuova legge elettorale, con gli esiti che tutti conosciamo. E qualcuno ha persino il coraggio di imbellettare questo ritorno alla vecchia Cdl con la necessità di «aggiornare culturalmente il centrodestra».
E' solo all'interno di questo schema, alla guida di un partito tutto suo fortemente condizionante, che Fini ritiene di avere qualche chance di conquistare la leadership del centrodestra. Dietro la richiesta di crisi "pilotata" (ennesima anomalia di un presidente della Camera che crede così poco nella centralità del Parlamento da proporre una crisi extraparlamentare), di rimpastone (con allargamento all'Udc) e di revisione dell'agenda di governo in nome del "bene" del Paese, c'è l'unica cosa che interessi davvero a Gianfranco Fini: avere la garanzia di essere il candidato premier del centrodestra nel 2013. Non vuole giocarsi apertamente la successione, vuole averla garantita come un'eredità, e in data certa. Quando ha aperto il fuoco, lo scorso aprile, lo ha fatto perché si sentiva - non a torto - retrocesso nelle seconde e terze linee per la successione.
Ma Fini candidato premier, ed eventualmente Berlusconi al Quirinale, è un accordo che nessuno dei due può garantire all'altro. Semplicemente perché non è così che funziona, anche se Fini, da residuo della Prima Repubblica, sembra non averlo ancora capito: checché se ne dica, non siamo in una monarchia o in dittatura, altri possono ambire legittimamente alla leadership del centrodestra e un'eventuale successione designata dallo stesso Berlusconi potrebbe funzionare solo se politicamente fondata, il che equivale a dire che il premier non può garantirla a prescindere dai rapporti di forza e dagli equilibri politici. E ammesso che a Berlusconi interessi il Quirinale, non potrebbe comunque fidarsi di Fini per arrivarci. Detto questo, se fosse conclamato che nel 2013 Berlusconi lascia a favore di Fini, il Cav. perderebbe immediatamente, un minuto dopo, ogni autorevolezza presso i suoi stessi ministri, i suoi parlamentari, le parti sociali, perché nessuno di questi soggetti metterebbe le sue sorti e i suoi obiettivi politici nelle mani di un premier a scadenza. E' un principio "fisico" della politica valido ad ogni latitudine. Se annunci la data del passaggio di consegne, di fatto perdi il potere dal giorno dopo l'annuncio. E' sacrosanto che la leadership sia contendibile, ma in modo trasparente e passando per il giudizio degli elettori, non con manovre di palazzo.
Come si vede, dunque, l'obiettivo di Fini è in un modo o nell'altro l'abbattimento di Berlusconi evitando le urne, ma c'è ancora chi, come Giuliano Ferrara, per non ammettere di aver visto male finge di credere che con «un po' di cinismo, con l'aggiunta di un'anticchia di professionismo politico» da parte di Berlusconi e dei suoi consiglieri le escandescenze finiane si sarebbero potute ridimensionare a normale «dialettica interna» al Pdl. Le pretese di Fini di questi giorni dimostrano il contrario. La presunta "cacciata" non fu che un pretesto generosamente concesso, l'uscita dal Pdl e la nascita di una formazione tutta sua erano passi irrinunciabili e pianificati da tempo. Non dobbiamo dimenticarci quando è iniziata la resa dei conti. Nonostante l'approccio sostanzialmente immobilista del governo riguardo le riforme strutturali durante la crisi, paradossalmente è dalle elezioni regionali di quest'anno, vinte in modo schiacciante ma del tutto inatteso da Berlusconi, che ci troviamo in uno stato di paralisi totale in Parlamento. Eppure, il Berlusconi che usciva vincitore da quella prova elettorale sembrava consapevole del suo "momentum" favorevole per dare una spinta all'azione di governo. Ma proprio in quel momento Fini, che - ancora una volta sbagliando i suoi conti - aveva puntato sulla sconfitta del centrodestra, dà inizio alla sua escalation, convinto di essere all'ultima spiaggia. Non perché fosse in crisi la politica del Pdl e del governo, promossa per tre volte in tre anni dagli elettori, ma perché a rischio le sue ambizioni personali.
Da tempi non sospetti lo ripeto su questo blog: il sogno di Fini è tornare allo schema della Cdl, ripristinare la rendita di posizione e il potere di interdizione di cui, da leader di partito, godeva allora, insieme all'Udc di Casini, ma inevitabilmente sfumati con la nascita del partito unico, a cui ha aderito non per convinzione ma per necessità politiche contingenti. Chi ritiene ragionevole la prospettiva di un ritorno a quel centrodestra, passando per le dimissioni di Berlusconi, nell'illusione di salvare il governo e arrivare al 2013, dovrebbe ricordarsi quanto il «colpo d'ala» di questi giorni somigli alla «discontinuità» di allora. Il rimpastone di allora, con la cacciata e la goffa richiamata di Tremonti, rilanciò l'azione di governo o la paralizzò del tutto sotto i veti incrociati degli alleati, che puntavano né più né meno a cuocere Berlusconi a fuoco lento? Allora come oggi si pretese una nuova legge elettorale, con gli esiti che tutti conosciamo. E qualcuno ha persino il coraggio di imbellettare questo ritorno alla vecchia Cdl con la necessità di «aggiornare culturalmente il centrodestra».
E' solo all'interno di questo schema, alla guida di un partito tutto suo fortemente condizionante, che Fini ritiene di avere qualche chance di conquistare la leadership del centrodestra. Dietro la richiesta di crisi "pilotata" (ennesima anomalia di un presidente della Camera che crede così poco nella centralità del Parlamento da proporre una crisi extraparlamentare), di rimpastone (con allargamento all'Udc) e di revisione dell'agenda di governo in nome del "bene" del Paese, c'è l'unica cosa che interessi davvero a Gianfranco Fini: avere la garanzia di essere il candidato premier del centrodestra nel 2013. Non vuole giocarsi apertamente la successione, vuole averla garantita come un'eredità, e in data certa. Quando ha aperto il fuoco, lo scorso aprile, lo ha fatto perché si sentiva - non a torto - retrocesso nelle seconde e terze linee per la successione.
Ma Fini candidato premier, ed eventualmente Berlusconi al Quirinale, è un accordo che nessuno dei due può garantire all'altro. Semplicemente perché non è così che funziona, anche se Fini, da residuo della Prima Repubblica, sembra non averlo ancora capito: checché se ne dica, non siamo in una monarchia o in dittatura, altri possono ambire legittimamente alla leadership del centrodestra e un'eventuale successione designata dallo stesso Berlusconi potrebbe funzionare solo se politicamente fondata, il che equivale a dire che il premier non può garantirla a prescindere dai rapporti di forza e dagli equilibri politici. E ammesso che a Berlusconi interessi il Quirinale, non potrebbe comunque fidarsi di Fini per arrivarci. Detto questo, se fosse conclamato che nel 2013 Berlusconi lascia a favore di Fini, il Cav. perderebbe immediatamente, un minuto dopo, ogni autorevolezza presso i suoi stessi ministri, i suoi parlamentari, le parti sociali, perché nessuno di questi soggetti metterebbe le sue sorti e i suoi obiettivi politici nelle mani di un premier a scadenza. E' un principio "fisico" della politica valido ad ogni latitudine. Se annunci la data del passaggio di consegne, di fatto perdi il potere dal giorno dopo l'annuncio. E' sacrosanto che la leadership sia contendibile, ma in modo trasparente e passando per il giudizio degli elettori, non con manovre di palazzo.
Come si vede, dunque, l'obiettivo di Fini è in un modo o nell'altro l'abbattimento di Berlusconi evitando le urne, ma c'è ancora chi, come Giuliano Ferrara, per non ammettere di aver visto male finge di credere che con «un po' di cinismo, con l'aggiunta di un'anticchia di professionismo politico» da parte di Berlusconi e dei suoi consiglieri le escandescenze finiane si sarebbero potute ridimensionare a normale «dialettica interna» al Pdl. Le pretese di Fini di questi giorni dimostrano il contrario. La presunta "cacciata" non fu che un pretesto generosamente concesso, l'uscita dal Pdl e la nascita di una formazione tutta sua erano passi irrinunciabili e pianificati da tempo. Non dobbiamo dimenticarci quando è iniziata la resa dei conti. Nonostante l'approccio sostanzialmente immobilista del governo riguardo le riforme strutturali durante la crisi, paradossalmente è dalle elezioni regionali di quest'anno, vinte in modo schiacciante ma del tutto inatteso da Berlusconi, che ci troviamo in uno stato di paralisi totale in Parlamento. Eppure, il Berlusconi che usciva vincitore da quella prova elettorale sembrava consapevole del suo "momentum" favorevole per dare una spinta all'azione di governo. Ma proprio in quel momento Fini, che - ancora una volta sbagliando i suoi conti - aveva puntato sulla sconfitta del centrodestra, dà inizio alla sua escalation, convinto di essere all'ultima spiaggia. Non perché fosse in crisi la politica del Pdl e del governo, promossa per tre volte in tre anni dagli elettori, ma perché a rischio le sue ambizioni personali.
Monday, November 08, 2010
Saltati tutti gli schemi
Mai era accaduto nella storia della Repubblica che un presidente della Camera chiedesse le dimissioni di un presidente del Consiglio; mai che dei ministri rimettessero il loro mandato nelle mani di un presidente della Camera e non del presidente del Consiglio (politicamente) e della Repubblica (formalmente). Dello strappo di Fini a Perugia insisto nel sottolineare innanzitutto lo strappo istituzionale e costituzionale, che solo l'ossessione antiberlusconiana impedisce al presidente Napolitano, ai commentatori e ai costituzionalisti di vedere e denunciare come tale. La crisi è alle porte e una semplice e inquietante domanda è sempre più incalzante: in quale veste, da presidente della Camera o da leader di partito, Fini salirà sul Colle per le consultazioni di rito? Le sue valutazioni sulla crisi e sull'ipotesi di scioglimento delle Camere non saranno forse influenzate (per usare un eufemismo) dal tornaconto della sua nuova formazione politica? E' istituzionalmente corretto, dunque, che salga da Napolitano da presidente della Camera e non, piuttosto, "solo" da capogruppo?
Come si vede, i nodi dell'incompatibilità del ruolo politico di Fini con la carica che ricopre - che da sempre ho considerato rispetto alla casa di Montecarlo un motivo più serio per cui chiederne le dimissioni - vengono prepotentemente al pettine e disconoscerli significa essere in malafede. E ha così a cuore Fini la centralità del Parlamento, che di fatto chiede l'apertura di una crisi "al buio": pretende che Berlusconi si dimetta perché lo ha chiesto lui da un comizio, quando decoro istituzionale e decenza politica vorrebbero che si "parlamentarizzasse" la crisi assumendosi ciascuno la responsabilità di un voto nelle aule parlamentari. Ma certo, comprendiamo l'imbarazzo di Fini nel votare formalmente la sfiducia al governo insieme alla sinistra.
Nel merito, quella di Fini è semplicemente una proposta indecente: il più prosaico dei rimpasti di governo, che guarda caso implicherebbe più poltrone per Fli. Cosa è cambiato dal 29 settembre, quando la fiducia al governo fu rinnovata in Parlamento anche da Fli? Nulla, se non che Berlusconi nel frattempo ha accettato l'idea di un nuovo patto di legislatura e riconosciuto Fli come terza forza del centrodestra. Ma non basta più, adesso ci vuole il rimpasto, ovviamente senza alcuna garanzia che ottenute le poltrone cessi il logoramento. Una richiesta che smaschera una volta per tutte il desiderio inconfessabile di Fini: ripristinare, allargando anche all'Udc, i rapporti di forza della legislatura 2001-2006 (peccato che quelli erano legittimati dalle urne) e "ingabbiare" il ministro dell'Economia Tremonti, perché in politica - si sa - conti se puoi spendere. E in questi mesi Fini non è riuscito a far percepire nient'altro che la voglia di contare di più e la sua personale acrimonia nei confronti di Berlusconi. Se non gli riesce, ha fatto capire di non avere alcuno scrupolo rispetto all'ipotesi di un bel governo "tecnico" con la sinistra per cambiare la legge elettorale (che oggi lo scandalizza tanto ma che lui e Casini imposero al Cav. nel 2005 come condizione per rimanere alleati).
Come si vede, i nodi dell'incompatibilità del ruolo politico di Fini con la carica che ricopre - che da sempre ho considerato rispetto alla casa di Montecarlo un motivo più serio per cui chiederne le dimissioni - vengono prepotentemente al pettine e disconoscerli significa essere in malafede. E ha così a cuore Fini la centralità del Parlamento, che di fatto chiede l'apertura di una crisi "al buio": pretende che Berlusconi si dimetta perché lo ha chiesto lui da un comizio, quando decoro istituzionale e decenza politica vorrebbero che si "parlamentarizzasse" la crisi assumendosi ciascuno la responsabilità di un voto nelle aule parlamentari. Ma certo, comprendiamo l'imbarazzo di Fini nel votare formalmente la sfiducia al governo insieme alla sinistra.
Nel merito, quella di Fini è semplicemente una proposta indecente: il più prosaico dei rimpasti di governo, che guarda caso implicherebbe più poltrone per Fli. Cosa è cambiato dal 29 settembre, quando la fiducia al governo fu rinnovata in Parlamento anche da Fli? Nulla, se non che Berlusconi nel frattempo ha accettato l'idea di un nuovo patto di legislatura e riconosciuto Fli come terza forza del centrodestra. Ma non basta più, adesso ci vuole il rimpasto, ovviamente senza alcuna garanzia che ottenute le poltrone cessi il logoramento. Una richiesta che smaschera una volta per tutte il desiderio inconfessabile di Fini: ripristinare, allargando anche all'Udc, i rapporti di forza della legislatura 2001-2006 (peccato che quelli erano legittimati dalle urne) e "ingabbiare" il ministro dell'Economia Tremonti, perché in politica - si sa - conti se puoi spendere. E in questi mesi Fini non è riuscito a far percepire nient'altro che la voglia di contare di più e la sua personale acrimonia nei confronti di Berlusconi. Se non gli riesce, ha fatto capire di non avere alcuno scrupolo rispetto all'ipotesi di un bel governo "tecnico" con la sinistra per cambiare la legge elettorale (che oggi lo scandalizza tanto ma che lui e Casini imposero al Cav. nel 2005 come condizione per rimanere alleati).
Friday, November 05, 2010
Adesso non basta più
Adesso «non basta più» un patto di legislatura, «non basta più» prendere atto che esiste una nuova forza nel centrodestra. Anche se Menia e Moffa riconoscono che ciò che ha offerto ieri il Cav. «corrisponde a quanto avevamo chiesto da tempo», secondo Adolfo Urso invece «non basta più». Perché non basta più? Semplice: «La nostra presenza al governo - recrimina Urso a Omnibus, su La7 - è quella del ministro Andrea Ronchi, che è un ministro senza portafoglio su 24 componenti il Consiglio dei ministri, 13 con ministeri e 9 senza portafoglio più Berlusconi e Letta. Su 24, Fli oggi ha una presenza significativa di un ministro senza portafoglio [altri due sono sottosegretari, ma non siedono in Cdm, ndr]. Il che cosa significa? Che loro ci considerano esterni alla maggioranza, loro ci considerano... questo non è un comportamento che si può avere nei confronti di una forza e di un leader come Gianfranco Fini che tutti sanno essere di fatto il terzo soggetto della maggioranza, un leader storico e una forza storica ["storico" il leader, ma non la forza, ndr] del centrodestra». Insomma, riconosciuta da Berlusconi come terza forza del centrodestra, ora bisogna sostanziare questo riconoscimento con i posti al governo. E meno male che non era una corrente; meno male che non era un'operazione da Prima Repubblica.
Thursday, November 04, 2010
Berlusconi tende la mano
«Se c'è la volontà di andare avanti con il nostro governo e dimostrare lealtà ai nostri elettori siamo pronti a realizzare un patto di legislatura e a proporre un rinnovamento del sistema di alleanze dentro il centrodestra» (il che in soldoni vuol dire riesumare la vecchia Cdl), «a prendere atto dell'esistenza di una diversa offerta politica nell'ambito del centrodestra». Questo il passaggio centrale dell'intervento di Berlusconi alla direzione del Pdl. E' deciso ad esperire fino in fondo la linea della trattativa, ad andare a "vedere" il gioco di Fini, riconoscendo - come fin dall'inizio gli consigliavano le "colombe", tra cui Il Foglio di Giuliano Ferrara - il ruolo competitivo di Fini nel centrodestra. Si direbbe, dunque, che i finiani vengono accontentati su tutta la linea. Nessun alibi, rilancio sul programma e mano tesa in risposta agli interventi a gamba tesa di Fli. Cesserà a questo punto il logoramento finiano? Io scommetto di no. Ma almeno capiremo, finalmente, se l'obiettivo di Fini era davvero quello di condizionare in modo costruttivo l'azione di governo, e vedersi riconosciuto un ruolo di primo piano nel centrodestra, o soltanto di logorare logorare logorare.
Il problema di Fini, temo, è che se viene meno la sua funzione di grimaldello per abbattere Berlusconi, o quanto meno logorarlo, la sinistra, le procure e i giornaloni lo mollano, e non può permetterselo.
Il problema di Fini, temo, è che se viene meno la sua funzione di grimaldello per abbattere Berlusconi, o quanto meno logorarlo, la sinistra, le procure e i giornaloni lo mollano, e non può permetterselo.
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