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Thursday, March 21, 2013

La distrazione di massa dai veri costi della politica

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Ben vengano i tagli alle retribuzioni dei presidenti delle Camere e dei parlamentari, naturalmente, e con essi il taglio agli sprechi, sperando che questa volta non si tratti solo di parole ma si passi ai fatti. Non possono che destare preoccupazione, tuttavia, i segni di una certa deriva "impiegatizia" del lavoro dei parlamentari che ci sembra di cogliere nelle parole dei neo presidenti Boldrini e Grasso, che in alcune loro uscite mostrano anche di non aver ben inquadrato la natura della loro carica istituzionale. Fin dai loro discorsi di insediamento hanno mostrato intenti "programmatici" più appropriati a un ministro che non al presidente di un'assemblea elettiva. Propositi confermati in un'intervista al settimanale L'Espresso dal presidente del Senato Grasso: «Giustizia e cambiamento sono le linee guida del mio lavoro. Corruzione, falso in bilancio, voto di scambio e nuove forme di riciclaggio: sono queste le priorità, per tutti». Anche l'intenzione proclamata dalla presidente Boldrini di «stare il più possibile fuori dal Palazzo e farmi carico dei problemi dei cittadini» non lascia presagire nulla di buono: Camera e Senato hanno bisogno non di presidenti in gita (o campagna?) permanente, non di promoter di se stessi, ma di manager il più possibile presenti, e capaci di farle funzionare.

Il solo parlare di "stipendio" è scorretto, fuorviante. Gli emolumenti di deputati e senatori, così come dei loro presidenti, sono costituiti infatti di più voci: indennità parlamentare, ma anche diaria e rimborso delle spese per l'esercizio del mandato. A cui si aggiungono varie indennità di carica e di funzione a seconda che ricoprano anche i ruoli di presidente, vicepresidente, questore, segretario d'aula, capogruppo, presidente e vicepresidente di commissioni. Dunque, quando l'altra sera, a Ballarò, Boldrini e Grasso hanno annunciato di essersi «tagliati lo stipendio» del 30%, hanno in qualche modo disinformato, se non ingannato i telespettatori. Il taglio finora deciso, infatti, riguarda le loro indennità d'ufficio, cioè una parte "accessoria" del loro "stipendio". Il taglio del 30% della sola indennità da presidenti delle Camere corrisponde infatti a circa il 7% del totale delle loro entrate mensili.

Se gli emolumenti dei parlamentari non si chiamano «stipendio» un motivo c'è. Perché il loro, piaccia o meno, non è un lavoro, com'è invece quello di un impiegato o di un operaio. La loro è una funzione. E si parla di «indennità» proprio perché si presuppone che l'esercizio di tale funzione sottragga loro del tempo per l'attività lavorativa e, quindi, dei guadagni. La loro funzione è quella di rappresentare i cittadini in Parlamento e non può essere misurata con il numero di ore lavorate, a cui corrisponde uno "stipendio". Viene valutata politicamente dagli elettori.

Un altro segno della deriva "impiegatizia" sta in un'altra uscita piuttosto demagogica dei due neo presidenti delle Camere, che hanno più volte dichiarato di voler far lavorare deputati e senatori per 5 giorni su 7. «Una più alta produttività, le ore di lavoro settimanali devono passare da 48 a 96, lavorando dal lunedì al venerdì, e si potrebbe fare anche di più», è l'impegno assunto dalla presidente Boldrini. Ma è assurdo misurare la produttività del Parlamento con il monte ore lavorate, come si farebbe per un impiegato o un operaio. Innanzitutto, Boldrini e Grasso sembrano ignorare che se il Parlamento lavora per più ore, i costi di struttura non diminuiscono, ma aumentano, anche considerevolmente. Basti pensare alle utenze e alle spese per il personale che assiste i parlamentari nel loro lavoro, dai consulenti legislativi ai commessi. Ore e ore di straordinari.

Altro che 5 giorni su 7. Il Parlamento dovrebbe lavorare/legiferare meno e meglio, laddove meglio significa innanzitutto in tempi più rapidi, che presupporrebbero modifiche costituzionali e dei regolamenti parlamentari a cui da sempre si oppongono i custodi di una concezione parlamentarista e assemblearista della democrazia rappresentativa.

Alla base di certe uscite demagogiche, purtroppo, c'è una malintesa idea, di tipo appunto "impiegatizio", dei costi della politica. E' senz'altro doveroso ridurre, riallineandoli agli standard degli altri maggiori paesi europei, gli emolumenti dei parlamentari, dimezzare il numero di deputati e senatori, così come dei membri di tutte le assemblee legislative, e magari anche sostituire il Senato con una Camera delle Regioni.

Ma i veri costi della politica, quelli rilevanti come dimensioni rispetto all'intera spesa pubblica, quelli che tarpano le ali all'economia del nostro paese, sono quelli che mantengono una casta improduttiva e parassitaria molto più ampia dei mille parlamentari, rendendo la vita quasi impossibile, ormai, ai ceti produttivi. I veri costi della politica stanno nell'incapacità delle istituzioni di prendere decisioni in tempi utili. Stanno nella sovraproduzione normativa, e in una macchina statale ipertrofica - che necessita di sempre maggiori risorse non già per funzionare, ma solo per la propria sopravvivenza - che aggravano l'oppressione burocratica e fiscale. Stanno nelle società partecipate che gestiscono i servizi pubblici locali (acqua compresa!), imbottite di politici, loro parenti, amici degli amici eccetera. Stanno nella malagestione della sanità pubblica, per cui la stessa siringa può costare in una regione dieci volte tanto che in un'altra. Stanno in tutti i fondi e sussidi elargiti dai politici alle loro clientele nelle forme più disparate, e sempre con la scusa di favorire lo sviluppo.

Ed è qui la contraddizione di fondo di movimenti come quello di Grillo: sono contro i partiti, vogliono estirpare la corruzione, la malapolitica, ma allo stesso tempo chiedono più Stato, più "pubblico", in tutti gli ambiti (acqua pubblica!), il che inevitabilmente significa più potere ai politici, ai partiti, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.

Friday, March 15, 2013

"Smacchiato" il piano di Bersani

Anche su Notapolitica

Le ripetute fumate nere per l'elezione dei presidenti di Camera e Senato hanno "smacchiato" il piano di Bersani. Come previsto, i grillini si sono rivelati non integrabili: non sono disposti ad alcun accordo sui presidenti delle Camere, figuriamoci per una maggioranza di governo. Se ne restano seduti in aula a votare i propri candidati in un esercizio di autismo politico.

La carta di riserva che il Pd avrebbe in mente di giocare sarebbe quella di un accordo con Scelta Civica per eleggere un Franceschini alla Camera e un montiano al Senato. Ma è chiaro che senza coinvolgimento del Pdl, come premessa almeno di un tentativo di formare un governo di larghe intese e di una scelta condivisa per il successore di Napolitano al Colle, nemmeno Monti avrebbe alcuna convenienza (oltre alla poltrona, che già ha). I montiani infatti vogliono scongiurare il ritorno al voto e un accordo Pd-Scelta Civica per la presidenza delle due Camere che escludesse il Pdl, e non preludesse quindi alle larghe intese, non avrebbe i numeri per evitare elezioni già a giugno.

Il guaio è che il Pd sembra persistere in uno stato confusionale o di negazione del risultato elettorale, da cui non è uscito con i numeri sufficienti per poter escludere il Pdl da tutti i giochi. Ma piuttosto che rivedere il progetto di "conventio ad excludendum" ai danni del centrodestra, Bersani preferisce il voto a giugno e nessuno dei suoi ha ancora avuto il sussulto di dignità di chiamargli un'ambulanza.

Come ampiamente previsto, alla prima verifica la linea di coinvolgimento del M5S è naufragata ed è ovvio che, permanendo la totale preclusione del Pd nei confronti del Pdl, Bersani sta di fatto scegliendo il voto a giugno, probabilmente pensando in questo modo di evitare nuove primarie ed essere ancora lui il candidato del centrosinistra. Un azzardo totale, a conferma del rischiosissimo "all-in" di cui abbiamo parlato giorni fa su Notapolitica. Gli elettori, infatti, potrebbero farsi convincere dallo stallo che si è verificato ad abbandonare Grillo e tornare a votare Pd, ma potrebbero anche, dinanzi all'ostinazione e all'arroganza di Bersani, perseverare tentati dalla spallata finale ai vecchi e rissosi partiti. Un vero e proprio salto nel buio, a cui Bersani ci condannerebbe come paese solo perché non vuole nemmeno saperne di prendere atto dei numeri veri e di mollare la "ditta" a Renzi.

Tuesday, March 06, 2012

Dalle semplificazioni al tassa-e-spendi

Il dl semplificazioni all'esame della Camera si sta lentamente ma inesorabilmente trasformando nel provvedimento omnibus della peggior specie, di quelli che servono solo ad ingrossare l'adipe della bestia statale. Con buona pace del presidente della Repubblica Napolitano, che solo pochi giorni fa, in un messaggio formale alle Camere, aveva esortato i parlamentari ad evitare emendamenti offtopic rispetto all'articolato di base. Eppure, dalle semplificazioni siamo al solito tassa-e-spendi, al carrozzone su cui i partiti cercano di far salire il favore a questa o a quella clientela.

Ecco quindi che le Commissioni Affari costituzionali e Attività produttive della Camera non solo sanciscono lo stop ai «tagli» (o presunti tali) nella scuola, ma prevedono persino l'aumento degli organici scolastici di ben 10 mila unità, da impiegare in attività di recupero e sostegno degli alunni con bisogni educativi speciali e per estendere il tempo pieno. La copertura? Nessun problema, si preleva dal bancomat del contribuente-consumatore: 100 milioni di euro in più l'anno dall'aumento delle tasse sulla «produzione e sui consumi» di «birra, prodotti alcolici intermedi e alcol etilico», e 250 milioni in più dai «giochi pubblici» e i «giochi numerici a totalizzazione nazionale».

Ma è lo stesso governo a partecipare all'assalto della sua diligenza, con un emendamento che istituisce la scuola sperimentale di dottorato internazionale "Gran Sasso Science Institute" (in inglese è più "cool"). Costo: 52 milioni in 4 anni per 130 studenti, 22 professori, tra ordinari e associati, 18 ricercatori e 6 amministrativi.

Ingrossare gli organici della scuola, l'immissione in ruolo dei presidi vincitori di concorso, o istituire nuovi corsi di dottorato non ha molto a che fare con le semplificazioni. In compenso alcune perle uscite dalle commissioni della Camera restano se non altro in tema. Potevano mancare delle "complicazioni" in un dl semplificazioni? Certamente no. Ecco, dunque, l'emendamento che esclude semplificazioni nei macchinosi controlli in materia di sicurezza sul lavoro e quello reintroduce l'obbligo di verificare i «requisiti morali» (?) di chi vende bevande nelle sagre, nelle fiere, o in occasione di altre manifestazioni o eventi pubblici.

Qualche misura di buon senso, a onor del vero, è stata inserita, ma si tratta più che altro di norme manifesto: l'incentivazione del cloud computing; la riduzione dei costi per l'accesso all'ingrosso alla rete fissa di telecomunicazioni, il cosiddetto "ultimo miglio"; dal 2014 comunicazioni della pubblica amministrazione «esclusivamente» tramite «canali e servizi telematici»; pagamento delle imposte di bollo per via telematica e cartelle cliniche elettroniche.

UPDATE 7 marzo, ore 12:45
Merita un approfondimento in più l'emendamento al dl semplificazioni in cui si prevedevano 10 mila nuovi posti nella scuola, da finanziare con nuove tasse, approvato ieri dalle Commissioni Affari costituzionali e Attività produttive della Camera. Ebbene, ieri sera in Commissione Bilancio il governo l'aveva fatto saltare. Stamattina però governo e relatori hanno trovato un accordo: in pratica, salta la tassa su birra e alcolici, inizialmente prevista a copertura delle nuove assunzioni, così come l'indicazione numerica (10 mila), ma resta la spesa. In attesa che il Ministero dell'Economia trovi il modo, entro sei mesi, di aumentare il prelievo sui giochi per reperire sufficienti risorse, «a garanzia» di eventuali aumenti di organico nella scuola, per poter ottenere l'ok della Commissione Bilancio, si mette un fondo del Miur già esistente.

Peccato che il fondo in questione sia quello sul merito, deriso quando era stato introdotto dalla Gelmini, ma che oggi scopriamo essere «corposo». Comunque vada, dunque, si tratta di una cattiva scelta politica. Si ingrossano le file del pubblico impiego o semplicemente aumentando le tasse, o sottraendo risorse agli insegnanti meritevoli, quindi contraddicendo gli sforzi per premiare il merito.

Thursday, March 31, 2011

Circo Italia

Il "presidio democratico" incoraggiato dal Pd, cui si sono uniti i forcaioli dell'Idv e del partito del presidente della Camera, si trasforma in un'aggressione squadrista proprio all'istituzione presieduta da Fini e ai suoi membri, in quel "popolo delle monetine" che quasi vent'anni fa rappresentò la pagina più brutta, incivile e insieme inquietante - perché non del tutto spontanea - del pur giustificato disgusto popolare per la corruzione imperante nella Prima Repubblica. E sono gli stessi: ex Pci, ma anche forcaioli di destra, dell'ex An, oggi divisi tra Idv e futuristi.

Nei Paesi seri il ministro della Difesa quasi non si sente e non si vede. Già le escandescenze televisive di La Russa risultano poco compatibili con il suo incarico, figuriamoci il "vaffa" di ieri all'indirizzo del presidente della Camera. Anche se interpreta l'umore di molti, non è certo un comportamento da ministro, né da coordinatore del primo partito italiano. Così come Fini che tenta di impedire a La Russa di denunciare in aula ciò che sta avvenendo a un metro dall'ingresso di Montecitorio (ancora una volta la rete di protezione di uno dei rami del Parlamento ha fatto cilecca), e che dà del «cocainomane» al ministro della Difesa, dimostra che non può essere presidente della Camera uno che nei confronti di Berlusconi e del Pdl ha gli stessi occhi iniettati di sangue dei manifestanti là fuori.

Che dire poi del Pd, che agita la piazza senza neanche rendersi conto di esserne in realtà prigioniero? Guardare sotto la voce "nullità". Ciò che è in gioco, oggetto dello scontro, come sintetizza efficacemente un titolo su Il Foglio di questa mattina, è il «diritto dei giudici ad abbattere Berlusconi». Un diritto che va negato con una riforma della giustizia rigorosa e senza compromessi che riporti la magistratura sotto controllo. Sì, sotto controllo, come ogni altro potere e ordine dello Stato. Sempre Il Foglio fa notare come la Repubblica inganni i suoi lettori. Nei suoi retroscena attribuisce al presidente Napolitano pensieri e interventi che sembrano delegittimare l'azione del governo e della maggioranza, ma si tratta spesso di pure invenzioni. Peccato che il quotidiano non abbia neanche l'onestà professionale di pubblicare le forti smentite del Quirinale.

Tutto questo mentre la crisi libica, con tutto ciò che comporta per il nostro Paese - interessi, ruolo in Europa e nel mondo, emergenza immigrazione - dovrebbe richiamare la nostra classe politica a ben altre priorità e sfide che non ad una rissa continua e sterile.

Già, la Libia. La defezione del ministro degli Esteri di Gheddafi, ed ex capo dell'intelligence del regime, Koussa è un'ottima notizia per Obama, Sarkozy e Cameron, un risultato delle loro pressioni politiche e militari, ma un po' meno per Roma. L'uomo che avrebbe dovuto tessere la trama negoziale per l'esilio del raìs pensa alla propria pelle e fugge. D'altra parte, tuttavia, l'ipotesi di armare i ribelli, che si sta facendo sempre più strada a Washington, a Parigi, così come a Londra, dimostra l'insufficienza della "strategia" adottata finora ed è la conferma che al di là delle ipocrisie l'obiettivo discriminante per il successo o meno della missione non è solo la protezione dei civili, ma la cacciata di Gheddafi. Se oggi di fatto si va verso un'escalation, è perché sì è agito con colpevole ritardo, in ossequio al ruolo dell'Onu (per ottenere una risoluzione ambigua esattamente come quella che portò alla guerra in Iraq) e al multilateralismo (se così si può chiamare una coalizione di 15 Paesi, mentre sarebbe "unilateralismo" quella di 40 per l'Iraq, ironizza Rumsfeld).

Il ritardo, infatti, ha reso insufficiente la formula della no-fly zone e dei raid aerei. E' probabile che le armi stiano già affluendo ai ribelli da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, magari via Egitto, sicuramente non dalla Nato, e non si possono escludere anche operazioni di appoggio (Obama avrebbe autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in Libia). Come al solito la nostra diplomazia non capisce al volo e si attarda in uno controcanto sterile («non è la soluzione migliore», o «è l'estrema ratio»), dal momento che sarà costretta ad accodarsi alle decisioni altrui tra pochi giorni.

Ma le difficoltà della missione voluta da Usa, Francia e Gran Bretagna, e l'escalation delle armi ai ribelli che sono costretti a valutare, non dovrebbero essere motivi di rivalsa a Roma. Confermano infatti che lo stallo militare sul terreno, con la Tripolitania saldamente nelle mani di Gheddafi e la Cirenaica ai ribelli, è una vittoria per il Colonnello, che può sperare così di sabotare i cingoli della missione internazionale e resistere indefinitamente, e una sciagura innanzitutto per l'Italia. Alla Farnesina continuano a non capire che uno stallo esclude che Gheddafi si rassegni a trattare il suo esilio, anzi sarà lui a chiedere a Obama, Sarkozy e a Berlusconi di andarsene. Non so se armare i ribelli sia l'opzione migliore (è ancora fresco il ricordo dei famosi stinger che gli Usa hanno dovuto ricomprare uno ad uno dai mujaheddin afghani), ma di certo se vuole avere un ruolo con questa carta velleitaria dell'esilio l'Italia deve augurarsi che l'intervento armato riesca a mettere Gheddafi con le spalle al muro, quindi non ha senso non bombardare oppure ostacolare soluzioni per aumentare l'efficacia dell'intervento alleato.

Thursday, November 18, 2010

Doccia gelata sui bollenti spiriti

La giornata è all'insegna del raffreddamento degli ardenti spiriti dei finiani, che oggi, meno sicuri dei loro numeri, cominciano a temere di aver compiuto il classico passo più lungo della gamba. Giorni fa lasciavano intendere di non essere disponibili ad un reincarico del premier, oggi parlano di un Berlusconi-bis; oggi, nel suo videomessaggio, un confuso Fini non rinnova la richiesta di dimissioni, ma dice che Berlusconi ha il dovere - «l'onore e l'onere» - di governare (ma non doveva dimettersi?). Allo stato attuale la "maggioranza" che sostiene il governo Berlusconi potrebbe contare alla Camera su 309-310 seggi, al netto dei 36 finiani: ancora -6 dalla maggioranza assoluta, dunque. Francamente, ritengo ancora improbabile che il governo riesca a ottenere la fiducia anche alla Camera (mentre al Senato è molto probabile). E non è scontato che sia auspicabile, visto che comunque sarebbe troppo fragile per sostenere riforme di rilievo e durare fino alla fine della legislatura.

I numeri, però, contano rispetto agli scenari futuri. E con questi numeri alla Camera, e quanto più Berlusconi si avvicina a quota 316 (considerando che il Senato dovrebbe riconfermargli la fiducia), ogni ipotesi di governi ribaltonisti, "tecnici" o di transizione, sarebbe da escludere. Ed è ciò che più allarma i finiani, insieme all'atteggiamento del presidente Napolitano, che certo non ha offerto sponde nell'incontro dell'altro giorno al Quirinale sulla calendarizzazione dei lavori delle camere e dei dibattiti sulla fiducia. L'uscita dal governo non sembra aver provocato quel cedimento strutturale che forse qualcuno si aspettava.

E' passato quasi inosservato questo comunicato di ieri di Pannella, ripreso oggi solo dal Sole 24 Ore, che si è spinto a titolare "Premier a caccia di nove deputati. Pannella tratta: da noi sei voti". Sei sono i seggi che mancano a Berlusconi e proprio sei sono i deputati radicali. Il Sole corre troppo, ma cosa ha dichiarato il leader radicale? Questa volta il suo rimprovero a Berlusconi (per essersi azzardato a ribadire "o fiducia, o voto"), è in forma di «dialogo», non di «sterile polemica», ha premesso, in conclusione ribadendo che «quando ci si riconosce carattere e dignità di interlocutore politico, che sia Bersani, Berlusconi, Bossi o Di Pietro, noi lo riteniamo non solamente utile ma anche necessario. Che si tratti di capi o vice-capi della maggioranza o dell'opposizione».

Un segnale di disponibilità al dialogo, insomma. E che tra i leader citati manchino Fini e Casini (il cosiddetto Terzo polo) non sembra affatto una dimenticanza. Troppo presto per capire se ci troviamo di fronte ad una nuova "pannellata". Al momento, sembra più un segnale di avvertimento rivolto al Pd. Due giorni fa i gruppi parlamentari del Pd si sono riuniti con Bersani a Montecitorio e i radicali avevano chiesto che fosse invitato Pannella. Il niet dei democratici è stato vissuto come un nuovo schiaffo in un lungo record di indifferenza. E' dalle elezioni regionali che i vertici Democrat stanno scientemente ignorando i radicali, a cui in caso di elezioni anticpate non potrebbero certo assicurare 9 posti in lista sicuri (6 alla Camera e 3 al Senato).

Politicamente per i radicali (o meglio, i radicali di una volta) ci sarebbe una prateria. Basti pensare ai temi economici, alla grande questione della crisi dell'eurodebito e, in particolare, del debito italiano, o alla giustizia. Il problema è che ormai il loro encefalogramma politico è piatto. Da anni hanno puntato tutto sulla bioetica, sull'immigrazione (a porte spalancate, barconi compresi), sulle carceri, su Tarek Aziz e sulla montatura dell'esilio di Saddam, sulle battaglie pseudo-legali contro le liste di centrodestra, assumendo sempre più i toni e gli slogan dell'antiberlusconismo e i contenuti di una sinistra antagonista piuttosto che blairiana. Se prima la critica a Berlusconi e alla deriva clericale era riequilibrata da una sintonia di fondo con gli elettori del centrodestra, ormai la distanza è a livello antropologico, e c'è l'orgoglio di rimarcarlo, di vantarsene, come d'altronde il resto della sinistra.

E anche se Pannella volesse tornare a stupire, anche se avesse intuito uno spazio di manovra, i suoi non glielo consentirebbero - Bonino in primis («non c'è alcuna apertura di credito» in particolare a Berlusconi, e l'appello è in primo luogo a Bersani, ha subito corretto il tiro). Quindi, credo sia ancora una volta solo manfrina. Ottenere un po' di visibilità, un po' di titoli di giornali, per farsi ricevere da Bersani. Certo, resta il fatto che nessuno come loro teme le elezioni, e non essendo per nulla interessati a operazioni terzopoliste o ribaltoniste, arrivato il fatidico 14 dicembre potrebbe astenersi. Ma che il loro malessere nei confronti del Pd, e il loro interesse a che la legislatura prosegua, prenda le forme di un dialogo politico con Berlusconi e il centrodestra (sui temi e non sui posti, s'intende), ci credo poco.

Friday, October 15, 2010

A carte sempre più scoperte/3

Dopo aver definito «ineccepibile» sotto il profilo istituzionale la risposta in cui Schifani conferma l'assegnazione in prima battuta al Senato della discussione sulla legge elettorale, gli basta un secondo et voilà, Fini sveste i panni di terza carica dello Stato per vestire quelli di capofazione, aggiungendo che «è altrettanto evidente che c'è una questione politica perché risulta difficile pensare che il Senato manderà avanti davvero la riforma elettorale». Ecco quello che si intende per incompatibilità del doppio ruolo di Fini. Un presidente della Camera dovrebbe fermarsi all'aspetto istituzionale «ineccepibile» e sulla «questione politica» far esprimere, semmai, qualcuno dei suoi.

Che la discussione sulle modifiche alla legge elettorale possa procedere speditamente, e procedere nella direzione gradita a Fli, Udc e Pd (il che al momento è numericamente possibile solo a Montecitorio), rappresenta per Fini il grimaldello da usare, in caso di crisi, per evitare un voto anticipato. E' ovvio, infatti, che trarrebbe un palese vantaggio, quanto meno in termini di potere di ricatto se non nel merito delle modifiche da apportare, dal profilarsi alla Camera di una maggioranza sulla legge elettorale diversa da quella che sostiene il governo, anche se poi non è affatto detto che si manifesti anche al Senato. Ma basta alla Camera per mettere sotto pressione Berlusconi. Che da presidente della Camera Fini spinga così tanto sfacciatamente in questa direzione, arrivando persino ad accusare il Senato (e la seconda carica dello Stato) di voler insabbiare l'iter parlamentare, dimostra il totale spregio per la terzietà e la neutralità politica della carica che ricopre.

Una manovra squisitamente politica, di bassa politica per altro, alla quale piega il corretto esercizio delle sue funzioni, disposto persino allo scontro non più solo con Berlusconi ma anche con Schifani. Non si spiega altrimenti questo accanimento, visto che se fosse il merito della riforma a stargli a cuore, la diatriba sarebbe del tutto senza senso, perché è ovvio che la proposta di riforma dovrà passare prima o poi sia per la Camera che per il Senato. Non si può non concordare con Bechis:
«È bene a tenersi a mente questo spettacolino teatrale messo in scena dalla terza istituzione della Repubblica, perché si ripeterà non una, ma mille volte nei prossimi mesi. Fini vuole restare incollato saldamente alla sua poltrona, perché quella gli assicura una statura e una dimensione politica che altrimenti non avrebbe alla guida di un piccolo manipolo di parlamentari. Ma rispetto per quella carica e per i suoi doveri non ne ha più. Come nel caso della legge elettorale ha esposto l'istituzione a una figuraccia (sapeva di chiedere quel che non si poteva chiedere) pur di piegarla ai piccoli interessi del suo gruppetto politico. Uno stile che fa apparire dei giganti delle istituzioni i suoi predecessori, anche quelli immediati come Fausto Bertinotti e Pierferdinando Casini. Ma è questione di uomini».
Sconcerto per questa condotta lo fa trasparire anche Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, non certo un berlusconiano, il quale ricostruisce così la manovra:
«Il grosso dell'opposizione auspica la riforma della legge elettorale, ma intende quasi sempre riferirsi a un nuovo governo che, non potendo nascere da un patto politico e programmatico, si farebbe scudo della riforma per darsi un'impronta "tecnica". Tutti sanno che si tratta di uno scenario irrealistico e che il Capo dello Stato non favorirebbe mai una manovra ambigua. Tuttavia si continua a parlarne. Nella speranza che prima o poi il gruppo di "Futuro e Libertà", determinante a Montecitorio, si decida a provocare la caduta di Berlusconi. Ma è evidente che questa prospettiva, allo stato delle cose, è aleatoria. Forse prenderà forma più avanti, ma solo quando gli amici del presidente della Camera saranno sicuri di ottenere proprio quella nuova legge elettorale di cui essi hanno assoluto bisogno per rendere credibile la prospettiva dell'"altra destra" prima delle elezioni. Una sicurezza che al momento davvero non c'è. Per cui si resta nel circolo vizioso. Lo screzio istituzionale tra Fini e il suo collega del Senato, Schifani, suona conferma dell'intreccio. A Palazzo Madama, dove il centrodestra ha ancora una chiara maggioranza senza bisogno dei voti dei finiani, il dibattito sulla riforma elettorale rischia di esaurirsi in un nulla di fatto. Quindi Fini avrebbe voluto trasferirlo a Montecitorio, dove gli equilibri sono diversi. Avendo ricevuto un rifiuto ("formalmente ineccepibile") da Schifani, ha accusato il Senato di volontà insabbiatrice. Il che costituisce una novità senza precedenti».
Per Folli, «il progetto di un esecutivo dedicato solo alla riforma elettorale è mera utopia», e anche se fosse realistico, non ci sarebbe accordo, neanche all'interno del Pd, sul sistema da adottare, perché dipende «da quale politica delle alleanze si vuole seguire». Ciò non toglie che ognuno appaia «autorizzato a inseguire il proprio tornaconto», anche se «senza molto costrutto», ma ciò che è grave è che lo insegua Fini smaccatamente avvalendosi delle proprie funzioni istituzionali.

P.S.: Sia detto per inciso (ma mica tanto): non solo Fini e Casini questa legge elettorale l'hanno votata, ma l'hanno persino imposta a Berlusconi come condizione per tenere in vita l'alleanza per le elezioni del 2006.

Thursday, October 14, 2010

Promotional tour di Fini (con i soldi della Camera)

Il Pdl ha tenuto fede all'impegno preso sui rinnovi delle presidenze delle commissioni, accettando la conferma della Bongiorno nella delicatissima postazione alla guida della Commissione Giustizia della Camera e, di fatto, accettando il ruolo di Fli come "terza gamba" della coalizione. Adesso Fli garantirà un rispetto altrettanto leale, e integrale, del programma di governo? Sulla giustizia, i punti della riforma sono noti e al di là dell'annoso problema dell'eccessiva durata dei processi, di recente ricordato dal presidente Napolitano, sia il rafforzamento della distinzione tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, in attuazione dei principi del giusto processo, sia il rafforzamento della responsabilità penale, civile e disciplinare dei magistrati, e persino la limitazione dell'uso e il divieto di pubblicazione delle intercettazioni, fanno parte del programma del Pdl presentato agli elettori nel 2008. Dunque, «punitivo» o no nei confronti delle toghe, niente storie! I finiani hanno sempre giurato di voler tener fede a quel programma.

Eppure, che sia tacita o meno, l'alleanza tra Fini e le toghe per far fuori il governo Berlusconi, o comunque per impedirgli di toccare alcunché dei privilegi e del potere politico della casta, mi sembra emergere chiaramente dalle sue parole e dai suoi comportamenti, nonché dallo scarso zelo, se non dall'attenzione nulla dedicata dai magistrati a vicende poco trasparenti che lo riguardano. Tra qualche mese, alla luce del comportamento di Fli sulle riforme, ne avremo conferma o smentita. Permangono quindi forti dubbi sulle reali intenzioni di Fini, che evoca il tema della giustizia come causa di una possibile crisi di governo; che usa le sue prerogative di presidente della Camera per spingere in avanti, in parallelo, la discussione sulle modifiche alla legge elettorale, con la minaccia appena velata di dar vita a governi "tecnici" con una maggioranza diversa; e che ora annuncia ai suoi la politica delle «mani libere», delle «alleanze variabili», alle prossime amministrative, esattamente come l'Udc di Casini.

Il 20 ottobre, inoltre, sarà a Londra per una visita ufficiale, prima tappa di un tour nelle principali capitali europee. Poi sarà la volta di Berlino e Parigi. Almeno è quanto anticipano, senza smentite finora, alcuni quotidiani. Formalmente in veste di presidente della Camera, ma non sfugge come in realtà - con i soldi della Camera dei deputati, e soprattutto sfruttando il prestigio della carica che ricopre e le numerose occasioni di udienza che garantisce - per Gianfranco Fini si tratterà di accreditarsi all'estero come leader di un centrodestra diverso e alternativo rispetto a quello berlusconiano, di presentarsi come avversario, se non nemico, di Berlusconi, di spiegare le sue intenzioni. Insomma, di farsi pubblicità. L'accreditamento internazionale - ancora una volta sfruttando a fini personali risorse e rilievo istituzionale garantiti dal podio di Montecitorio - come parte della strategia comunicativa per il lancio del suo movimento.

P.S.: Intanto, Fini e i suoi brindano perché le autorità di Montecarlo giudicano il valore catastale (catastale!) dell'appartamento del cognato dichiarato nel 1999 (1999!), cioè all'atto del passaggio di proprietà dalla defunta contessa Colleoni all'ex An, "congruo" per l'epoca (1999, non 2008, dunque). Valore, tra l'altro, ai soli fini catastali, e non di mercato. E tutti gli italiani sanno bene cosa significhi. Può ben darsi che la Procura di Roma archivi tutto (e d'altronde ha dimostrato già uno scarsissimo zelo sulla vicenda, non ritenendo neanche di ascoltare il cognato), ma Fini non riuscirà a convincere nessuno che sia "congruo" anche il prezzo di vendita nel 2008, solo del 10% superiore al valore catastale dichiarato ben nove anni prima e a sei anni trascorsi dal passaggio all'euro, che tutti sappiamo bene cosa abbia significato per i prezzi degli immobili. A ben vedere, le carte arrivate da Montecarlo dimostrano esattamente il contrario: e cioè che vendere a 300 mila euro un immobile il cui valore catastale nove anni prima (e tre anni prima del passaggio all'euro!) era di 270 mila euro è semplicemente ridicolo, un regalo.

Wednesday, October 13, 2010

A carte sempre più scoperte/2

Senza pudore, Fini si aggrappa ad argomenti insulsi per convincere Schifani che la Camera e non il Senato (che ha già iniziato l'iter) si deve occupare per prima della legge elettorale. Ma non sarà per caso perché alla Camera il suo gruppo è numericamente determinante e può dar vita ad una maggioranza ad hoc sulla legge elettorale senza Pdl e Lega, mettendo questi ultimi sotto pressione? Tutto tranne che imparziale e rispettoso del suo ruolo, è la dimostrazione lampante che Fini esercita le sue funzioni e determina le sue scelte da presidente della Camera in base all'agenda politica del suo movimento.
«Appare opportuno che, alla luce del significativo carico di lavoro che grava attualmente sulla commissiona Affari costituzionali del Senato e coerentemente con lo spirito dell'intesa già assunta all'inizio della legislatura, la priorità della trattazione della materia elettorale, non limitata alla sola legge per l'elezione del Parlamento europeo, ma comprensiva anche delle iniziative riferite alla legge elettorale nazionale, possa essere riservata alla Camera».
A dispetto di chi dice che nonostante il suo ruolo politico il comportamento di Fini è corretto nell'esercizio delle sue funzioni di presidente della Camera, ecco l'ennesimo smaccato uso della sua carica per perseguire il suo personale disegno politico. Vale la pena di ricordare i casi più clamorosi, che hanno riguardato la calendarizzazione del ddl intercettazioni, della mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario Caliendo, della riforma dell'università, e non ultima la decisione di sollecitare, come richiesto da Udc e Pd, il presidente della Commissione Affari costituzionali di Montecitorio ad incardinare il dibattito sulla legge elettorale. La medesima Commissione del Senato ha giocato d'anticipo, ma Fini non ci sta.

Il tutto mentre Bocchino vaneggia di un «vero centrodestra» che dovrebbe prendere vita da un'alleanza tra Fini, Casini e Lombardo, guidati da Montezemolo come leader. Queste sono le manovre al cui altare potrebbero essere sacrificate la legislatura e la maggioranza votata dagli italiani nel 2008. Al cospetto di Fli le vecchie correnti Dc erano educande.

Monday, October 04, 2010

Le "mediazioni" di Fini

Oggi, sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco denuncia il «probabile affossamento della riforma universitaria», perché nonostante fosse fissato l'avvio dell'esame alla Camera per il 4 ottobre, la conferenza dei capigruppo l'ha rinviata al 14 ottobre. Peccato che «il 15 ottobre comincia la sessione di bilancio e la discussione dovrà essere subito sospesa per almeno un mese». Per non parlare delle eventuali elezioni anticipate a marzo, che rimanderebbero il tutto alla prossima legislatura. E' vero, come osserva Panebianco, che «varare una così importante riforma significherebbe dire al Paese: è vero, siamo immersi in risse continue, ma sappiamo anche, su questioni concrete come il destino dell'istruzione superiore, portare a termine i nostri progetti». Ma è anche vero che è azzardato imputare la responsabilità dello slittamento ai capigruppo della maggioranza. Anzi, proprio quello della riforma universitaria è un caso esemplare degli enormi poteri del presidente della Camera e dell'uso politico che ne fa Fini, per ritardare e intralciare la realizzazione del programma di governo.

Sarà che in molti credono che sia la maggioranza a stabilire il calendario dei lavori - com'è ragionevole che sia - ma non è così. Prevede il regolamento della Camera, infatti, che il calendario sia approvato «con il consenso dei presidenti di gruppi la cui consistenza numerica sia complessivamente pari almeno ai tre quarti dei componenti». Cosa succede se - come quasi sempre accade, visto che i gruppi di maggioranza raggiungono al massimo il 55% e non il 75 - non c'è l'accordo dei tre quarti? Decide il presidente. Ed è proprio quello che ha fatto Fini sulla riforma dell'università: tra la richiesta di Pdl-Lega (avviare subito l'esame della riforma) e quella di Pd-Idv-Udc (rinviare a dopo la sessione di bilancio), ha ritenuto di "mediare", fissando l'esame per il 14 ottobre. Peccato che di fatto sia come averla rinviata a dopo la sessione di bilancio (dal momento che inizia il 15 ottobre), cioè come volevano le opposizioni. Insomma, l'impressione è che nel rinvio ci sia più che uno zampino di Fini e ciò dimostra che alla luce del ruolo politico attivo che ha deciso di giocare, le sue decisioni sollevano sospetti più che legittimi.

Friday, September 10, 2010

Non si risolve con un'alzata di spalle

L'intenzione di Berlusconi e Bossi di coinvolgere il Quirinale sul caso Fini è stata banalmente ridotta dai commentatori e dai costituzionalisti ad una improbabile pretesa di ottenere dal presidente Napolitano le dimissioni del presidente della Camera, facendo passare ovviamente i due per «analfabeti». Ad esporre correttamente i termini del problema che il premier e il leader della Lega faranno eventualmente presente a Napolitano è Calderoli: «Quello di cui deve preoccuparsi Napolitano è il corretto funzionamento di un ramo del Parlamento: non ha competenze rispetto a dimissioni o ruoli politici - è consapevole il ministro leghista - ma ce l'ha rispetto al corretto funzionamento di un ramo del Parlamento, al punto che la Costituzione prevede che non solo abbia la possibilità di sciogliere le Camere, ma possa scioglierne anche soltanto una». Una possibilità, aggiunge, «non legata a una maggioranza o a una posizione politica, ma ad una oggettiva possibilità di funzionamento della Camera» stessa.

Evidentemente molti credono che le funzioni del presidente della Camera si esauriscano nelle quattro banalità citate da Fini nella sua intervista da Mentana. In realtà, non si tratta di dare la parola e moderare il dibattito, il ruolo è delicatissimo ed estremamente "politico". Non tutti sanno, forse, che il calendario dei lavori viene deciso «con il consenso dei presidenti di Gruppi la cui consistenza numerica sia complessivamente pari almeno ai tre quarti dei componenti della Camera». In caso contrario, decide il presidente. A breve, tra l'altro, è previsto il rinnovo delle Commissioni. La loro composizione dev'essere proporzionale a quella dell'aula, ma essendo i loro membri in un numero molto inferiore ad essa, ci sono dei resti che vengono attribuiti ai vari gruppi a discrezione del presidente. In base all'assegnazione di questi resti, nelle commissioni può venir fuori una maggioranza di un tipo o di un altro. Essendo sorto un nuovo gruppo, costituito proprio da Fini, è fondato da parte di Pdl e Lega dubitare che sia in grado di adempiere questo passaggio con equilibrio e disinteresse.

Tra l'altro, si dimentica che essendo la maggioranza solida al Senato a prescindere dai voti finiani (almeno per ora), e se è vero che il sistema elettorale non dà la certezza che da ipotetiche elezioni anticipate emerga una maggioranza, nel caso in cui alla Camera venisse meno la fiducia al governo, in teoria nulla impedirebbe a Napolitano di sciogliere solo l'assemblea di Montecitorio.

Nella sua rubrica per Panorama, Giuliano Ferrara, che certo in questi mesi non ha mostrato antipatia nei confronti di Fini e, anzi, si è fatto promotore di ipotesi di ricomposizione e coesistenza, pone però una domanda ai «molti guru della Costituzione che offrono lezioni di alfabeto istituzionale a Berlusconi e a Bossi»:
«E' decente che un presidente di assemblea faccia politica attiva, costituisca un suo gruppo parlamentare a nome del quale parla, si faccia portavoce del progetto di fondazione di un partito e intraprenda un negoziato politico sulle sorti della legislatura con la maggioranza di centrodestra, con l'area di centro e con la minoranza di centrosinistra? Dico decente in senso non morale, ma politico. Fa bene questo quadretto alle istituzioni, alla loro credibilità civile, alla loro saldezza nello spirito pubblico?».
Il direttore del Foglio ha evidentemente il problema di riconoscere di essersi sbagliato sulle reali intenzioni di Fini. Il suo «piano originario», scrive, «anche in considerazione del ruolo che era andato a ricoprire, era diverso». Aveva suscitato il suo «interesse» perché «voleva o diceva di voler mettere in circolazione nuove idee di una destra diversa da quella di questi anni, sperimentare pluralismo e dissenso dentro il partitone unificato che aveva vinto le elezioni, e giocava la partita in solitario, come si conveniva a chi doveva funzionare da garante super partes. Questo era compatibile con la presidenza della Camera». Fin qui nulla di male. Anzi, avrebbe potuto dare un contributo positivo al partito con le sue distinzioni su temi quali la bioetica, l'immigrazione, la cittadinanza, persino il Sud e il federalismo. Conoscendo il percorso e gli errori politici di Fini (e l'uso fatto della presidenza di Montecitorio dai suoi predecessori) personalmente mi appariva chiaro, come a molti altri, dove voleva andare a parare. Ma, come detto, il dissenso poteva essere ancora gestito politicamente. Poi però Fini, coerentemente con le sue reali intenzioni, ha varcato la linea rossa, che in tempi non sospetti avevo individuato nella giustizia. Si è fatto sempre più chiaro l'obiettivo di sfidare la leadership di Berlusconi - non nelle urne, ma per logoramento nei Palazzi - non rinunciando a offrire sponde verbali e non solo agli attacchi mediatico-giudiziari.

«In parte per sua responsabilità, in parte per l'orgogliosa reazione politica e caratteriale di Berlusconi e del suo giro - ricostruisce Ferrara - tutto è precipitato verso un confronto correntizio, prima, e una deflagrazione scismatica piena di rancori e accuse personali poi». Ma pur avendo difeso Fini, Ferrara non transige sul ruolo di presidente della Camera:
«Fini non ha tutti i torti quando dice che è stato buttato fuori senza tanti complimenti, e attaccato pesantemente con notevole rozzezza, ma non è nel suo buon diritto quando aggiunge che può stare seduto dove sta, fino al compimento della legislatura, senza troppi problemi. È appena ovvio che non si può attribuire a Giorgio Napolitano il compito, come ha detto Bossi con formula esilarante, di "spostare Fini da un'altra parte". Ma i poteri di garanzia, invocati su Repubblica da Stefano Rodotà con puntigliosa e protocollare ipocrisia come poteri inattaccabili, hanno un protocollo deontologico che sta in stretta connessione con la loro inviolabilità virtuale: devono comportarsi in un certo modo. Ricordo gli strali di Rodotà contro i giudici costituzionali che accettarono un invito a cena del presidente del Consiglio: bisogna essere e parere inattaccabili, quando si maneggiano le garanzie. E, nonostante la privacy, forse non aveva torto. Nel caso di Fini, che tiene comizi alle feste del neonato suo partito, proclama l'inesistenza del partito di provenienza o Pdl, si tratta di ben più di un invito a cena privato (con sospetto delitto), forse inopportuno: si tratta di una performance da teatro politico, di una sortita in campo aperto che non fa essere il presidente, né certo lo fa parere, super partes ovvero capace di obiettività nella gestione dei lavori di assemblea. Le forme sono sostanza, ci insegnano su questo sempre i vati del costituzionalismo progressista, i profeti dell'establishment politicamente connotato. La questione formale di come si possano dirigere i lavori della Camera facendo attivamente politica, e conflittualmente esposti sulla scena dei rancori e delle polemiche, non si può risolvere con un'alzata di spalle».