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Wednesday, September 12, 2012

Il 12 settembre di Obama: la resa ideologica

Ciò che è accaduto ieri al Cairo e a Bengasi, e stamattina a Washington, è emblematico. Nulla avrebbe potuto spiegare meglio il significato del mio post di ieri sulla sensazione di un disarmo ideologico dell'Occidente di fronte alla minaccia terrorista islamica.

In mattinata viene diffusa dalle tv arabe la notizia (e subito dopo le drammatiche immagini) dell'uccisione dell'ambasciatore americano in Libia, di un altro funzionario e due marine, nell'attacco della notte al consolato Usa di Bengasi. Già ieri l'ambasciata Usa al Cairo era stata oggetto di una violenta manifestazione di protesta a causa di un film anti-islamico amatoriale, prodotto da cristiani copti espatriati in America. Bandiera strappata, violazione dell'ambasciata, qualche colpo in aria. Ma a Bengasi si è trattato di qualcosa di diverso dalla sassaiola di una folla spontanea: un assalto militare in piena regola, con armi pesanti, evidentemente pianificato (forse in coincidenza con l'11 settembre). Il consolato è dato alle fiamme, c'è almeno una vittima.

Poi si verrà a sapere che le vittime sono quattro, incluso l'ambasciatore. Ciò che più sconcerta - oltre alla sensazione che l'attacco sia stato sottovalutato e il consolato letteralmente abbandonato al suo destino da parte di Washington - è la reazione timida, cerchiobottista, di vera e propria sudditanza e resa ideologica da parte dell'amministrazione Obama.

Innanzitutto, il delirante comunicato e i tweet in cui l'ambasciata al Cairo chiede praticamente scusa per il film anti-islamico. Che sia stato diffuso prima o dopo i fatti di Bengasi poco importa a questo punto, conta il contenuto: si condannano «i continui sforzi da parte di individui fuorviati di ferire i sentimenti religiosi dei musulmani» e si rigettano «con forza gli abusi del diritto universale alla libertà d'espressione per offendere il credo religioso altrui». In pratica ci si scusa per i propri principi, e per un'offesa di cui gli Stati Uniti non hanno colpa, e che in ogni caso non avrebbe mai potuto giustificare la violenza. Un comunicato da cui solo sei ore più tardi la Casa Bianca si sarebbe dissociata («non l'abbiamo approvato»).

Poi nella notte viene ammazzato un ambasciatore statunitense e per ore la Casa Bianca tace. Sembra di rivedere lo sketch di Clint Eastwood che alla convention repubblicana parla con una sedia vuota dove dovrebbe essere seduto Obama. Un presidente assente, o dormiente. Arriverà presto un comunicato di scuse per il disagio causato ai musulmani?

Inizia a serpeggiare l'idea che Bengasi 2012 possa trasformarsi per Obama in ciò che rappresentò Teheran 1979 per Carter. Qualcuno comincia a rimpiangere Gheddafi e Mubarak. No, qui bisogna rimpiangere l'America, quella che non sapeva nemmeno cosa volesse dire abdicare ai suoi principi.

Finalmente, dopo ore, arriva una nota scritta del presidente Obama, nella quale «condanna fermamente l'ignobile attacco», ma in cui di nuovo traspare questa preoccupazione di scusarsi con i musulmani per le offese del film. Hanno appena ucciso un suo ambasciatore, ma Obama riesce a ricordare che gli Usa «respingono i tentativi di denigrare le religioni altrui», nella stessa frase in cui dichiara di «opporsi inequivocabilmente alla violenza senza senso». Il link è fatto, in qualche modo i due eventi - film offensivo e attacco - vengono accostati. Una condanna con "ma anche": Obama si oppone alla «violenza senza senso» dell'attacco, ma anche ai «tentativi di denigrare le religioni altrui».

Più convincente e presidenziale nel tono la dichiarazione successiva di Hillary Clinton rispetto a quella di Obama il patetico. Tanto che si rende necessaria una comparsata del presidente (con Hillary al suo fianco) per rafforzare il fiacco e cerchiobottista comunicato scritto qualche ora prima. Una dichiarazione di cinque minuti ben più tosta nella quale, senza rispondere a domande, il presidente ripete più volte che non può esservi alcuna giustificazione alla violenza, e promette che «sarà fatta giustizia», che «le autorità americane e quelle libiche lavoreranno per individuare e assicurare alla giustizia gli assassini».

Quello che più ripugna di questa triste storia è che molti, anche ai vertici dell'amministrazione Usa, si bevono ancora la cazzata che queste cose nascono da un film o da qualche vignetta offensiva. Certo, qualche fanatico che riesce ad aizzare una folla di suoi simili può esserci. Ma a Bengasi è accaduto qualcosa di diverso: un attacco militare, non una protesta. Secondo quanto riporta su twitter Daniele Raineri, inviato del Foglio, «c'è stata un'operazione militare di 'rescue' andata male, un aereo americano è arrivato ieri notte a Bengasi per salvare lo staff. Gli americani si erano rifugiati in una 'safe house' segreta, ma gli aggressori sapevano dov'era. E' seguito un conflitto a fuoco: due americani sono morti in questo secondo scontro, dopo la morte dell'ambasciatore». Una versione confermata da fonti Usa alla Cnn. Dunque, «un'operazione di 'rescue' andata male, spiega il ritardo nelle notizie e forse cambia anche il significato politico della storia».

Già, lo aggrava per Obama, diventa più simile a Teheran 1979: e se si è trattato di un puro e semplice attentato, e la protesta per il film amatoriale su Maometto era solo un diversivo, perché parlare ancora dei «tentativi di denigrare le religioni altrui»? Non è un problema di libertà d'espressione che ferisce i sentimenti dei musulmani, ma di terrorismo da una parte e mancanza di leadership dall'altra.

Il governo Usa conta come il due di picche al Cairo e a Tripoli (il presidente egiziano non ha ancora espresso una condanna per la violazione dell'ambasciata americana). Obama non ha affatto «guidato da dietro le quinte» le transizioni della primavera araba, le ha subite da sotto il tavolo. Leading from behind è stato solo uno slogan efficace per nascondere i suoi ritardi nella comprensione degli eventi e il suo vacillare nelle decisioni strategiche. In Libia è intervenuto per fare bella figura, perché si trattava di cacciare col minimo sforzo un pagliaccio, geopoliticamente ormai innocuo e indifeso, mentre con Assad, che ha dietro Iran e Russia, se la fa sotto, assiste immobile ad un massacro anche peggiore e al riarmo iraniano.

Friday, October 21, 2011

Excusatio non petita...

Piccola ma significativa stilettata dalla Russia sul ruolo della Nato nella cattura e uccisione di Gheddafi.
«La Nato al momento dell'attacco ignorava che il colonnello Gheddafi si trovasse nel convoglio bombardato. La politica della Nato non è quella di puntare individui. L'intervento della Nato è stato condotto allo scopo di ridurre la minaccia contro la popolazione civile come prescritto del mandato delle Nazioni Unite. Abbiamo saputo successivamente, da fonti di intelligence aperte ed alleate, che Gheddafi si trovava nel convoglio e che il raid probabilmente ha contribuito alla sua cattura».
E' quanto recita un comunicato Nato di oggi, il secondo in due giorni sull'argomento. A noi non ce la raccontate, sembrano rispondere i russi. Il convoglio sul quale viaggiava Gheddafi «non minacciava nessuno» quando è stato attaccato dalla Nato, replica il ministro degli Esteri Lavrov.
«Non c'è alcuna relazione tra no-fly zone e un attacco mirato contro un obiettivo a terra, tanto più contro questo convoglio che non rappresentava in nessun modo una minaccia per i civili visto che non soltanto non attaccava nessuno, si può anche dire che fosse in fuga».

Thursday, October 20, 2011

Muore Gheddafi, ma l'Occidente non si è ancora risvegliato

E così anche Gheddafi ha trovato la sua fine. Fine che, come ogni altro tiranno, si è meritato e che aveva preparato negli anni quasi con ostinazione. Al contrario di Saddam Hussein, catturato da fuggitivo, a Gheddafi va almeno reso atto di essere morto come aveva promesso alla "sua" gente, cioè da soldato, combattendo. Altro che nel deserto con i tuareg, o addirittura già fuori dal Paese, è rimasto fino all'ultimo alla guida delle truppe a lui leali, a difesa dell'ultima roccaforte, la sua città natale. «Siamo tutti sorpresi dalla tenacia delle forze fedeli a Gheddafi... E' stato davvero interessante vedere quanto fiera e determinata è stata la loro resistenza», aveva ammesso pochi giorni fa il generale Jodice al New York Times.

Al momento la ricostruzione più credibile è che il convoglio su cui viaggiava Gheddafi sia stato costretto a fermarsi da un raid di forze aeree della Nato (caccia francesi, rivendicano da Parigi), che i miliziani del Cnt che lo inseguivano abbiano raggiunto e distrutto i veicoli; che il colonnello abbia tentato di nascondersi in un cunicolo sotto la strada ma che l'abbiano catturato, gravemente ferito, e poco dopo sia stato giustiziato. Immagini tremende, quelle dell'ex raìs ancora vivo nelle mani dei suoi nemici, che fanno protendere per un'esecuzione sul posto, che potrebbe persino aver invocato lui stesso. Senza voler esprimere giudizi che sarebbero troppo facili nei confronti di chi ha sopportato un'atroce dittatura non per 20, ma per 40 anni, tuttavia qualcosa si può dire alla luce della fine che hanno fatto Bin Laden, Gheddafi, e nel frattempo molti altri terroristi ricercati "dead or alive": Obama li preferisce dead, per evitare complicati dilemmi giudiziari; Bush li preferiva alive e sotto processo, nonostante le polemiche su Guantanamo e sulla sorte di Saddam. Approviamo l'indirizzo obamiano, ma gradiremmo fosse registrato dai suoi fan "de sinistra".

Le operazioni Nato terminano così come erano iniziate: con una grande ipocrisia. Un portavoce dell'Alleanza ha confermato il bombardamento del convoglio, precisando però che «dal momento che non abbiamo alcun soldato in territorio libico, non possiamo dire nulla sull'identità delle persone uccise». La forma è salva. La risoluzione Onu 1973 autorizzava un intervento umanitario, non un regime change, né tanto meno l'uccisione di Gheddafi, che per mesi ci hanno ripetuto non essere tra gli obiettivi dei raid.

La realtà ovviamente era un'altra, per fortuna. Le forze aeree della Nato non si sono limitate a proteggere i civili. Questo forse è stato vero durante i primi giorni, quando il colonnello aveva ancora frecce al suo arco, con le quali colpiva duramente la popolazione mentre i leader occidentali tentennavano, ma subito dopo hanno svolto il ruolo di vera e propria aviazione al servizio delle forze ribelli. Insomma, dopo le incertezze e le ambiguità iniziali l'intervento, comunque colpevolmente tardivo, non poteva non mirare al regime change. Lo comprendiamo e, anzi, avremmo voluto che fosse dichiarato. Sarebbe stato demenziale soltanto immaginare il contrario, perché avrebbe portato ad una situazione di stallo. Un intervento tra i più sconclusionati, almeno nella fase iniziale, e ipocriti che si ricordino: non "umanitario", quanto meno non solo, ma certamente nemmeno "multilaterale". Era meno ambigua la risoluzione sulla base della quale nel 2003 fu attaccato l'Iraq, ma allora gli Usa tentarono la via di una seconda, più esplicita. Questa volta no e nessuno ha fiatato.

«Capolavoro» di Obama, dunque, che è riuscito a deporre un dittatore laddove Bush non ha potuto evitare di suscitare proteste in mezzo mondo occidentale, spaccare l'Europa ed inimicarsi la Russia? Non direi. Obama in Libia si è trovato di fronte a una situazione enormemente meno complicata di quella irachena nel 2003, sotto molti punti di vista. Politico-militare, perché da tempo ormai Gheddafi non costituiva più una minaccia, anzi aveva da poco normalizzato i suoi rapporti con la comunità internazionale, era indebolito da una vasta ribellione e da numerose defezioni, nonché isolato nel mondo arabo. Diplomatico, perché all'Eliseo non c'era più l'antiamericano Chirac e a Berlino non più Schroeder, ma soprattutto Francia e Germania, come la Russia, hanno in Libia molti meno interessi di quanti ne avessero in Iraq. E infine mediatico, perché il primo presidente americano nero della storia, nonché icona della sinistra mondiale, e già premio Nobel per la pace, doveva per forza mantenere l'aura di santino pacifista che i media e le èlite politiche e intellettuali d'occidente gli avevano cucito addosso.

A suo favore hanno giocato quindi una stampa e un'opinione pubblica acquiescenti (in Italia complice il fatto che l'ex raìs fosse "amico" dell'odiato Berlusconi), quasi distratte rispetto a quanto stava accadendo in Libia, per esempio sulla contabilità dei morti sotto i bombardamenti Nato. Ma il timbro - rivelatosi falso - di guerra "umanitaria" e "multilaterale" serviva a tutti i costi, per allontanare gli spettri di Bush e Blair, evitare di dire e fare le stesse cose, mentre nei fatti si era costretti "obtorto collo" a riabilitare la loro Freedom Agenda e a cercare di proseguire alla meno peggio il lavoro da loro iniziato, inseguendo in fretta e furia le piazze arabe e persino ribelli del tutto privi di credenziali democratiche.

Il tanto decantato «leading from behind» non è una politica, una visione strategica, ma al più un pragmatico adattamento, con scarsa convinzione, alle nuove circostanze, se non un mero espediente retorico e comunicativo: fare buon viso a cattivo gioco, far credere che se la situazione in Medio Oriente appare sfuggita di mano, al di fuori del proprio controllo, è perché in realtà si è bravi a indirizzarla da dietro le quinte. Ma che senso avrebbe stare dalla parte giusta della storia senza farsi vedere? Viene il dubbio che semplicemente non ci si creda. Forse in Tunisia e in Libia le cose volgeranno al meglio rispetto ai regimi precedenti, ma in Egitto, nodo cruciale per gli equilibri dell'intera regione, si stanno mettendo male - la normalizzazione dell'esercito da una parte, che rischia di tradire lo spirito di Piazza Tahrir, e la deriva islamista dall'altra - e il presidente Obama non sembra in grado di influenzare più di tanto gli eventi.

Si è fatto cogliere alla sprovvista dalla cosiddetta "primavera araba", nel bel mezzo della sua strategia di ritorno al realismo, che in questi giorni sta naufragando anche sull'Iran. Ha saputo cavalcare l'onda anomala con pragmatismo e opportunismo, ma subendo gli eventi piuttosto che condizionandoli. Ha dovuto contaminare le proprie politiche realiste con germi di promozione della democrazia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Oggi scompare dalla faccia della terra un altro tiranno e questa di per sé è una notizia da festeggiare. Per il popolo libico si apre comunque una preziosa, e fino a pochi mesi fa inimmaginabile, finestra di opportunità. Ma il futuro resta più che mai incerto. E' presto per parlare di rivoluzione. I moti arabi di quest'anno sono forse l'avvio di un processo di democratizzazione, che sarà lungo e che sembra tutt'altro che irreversibile. Sarà decisivo che l'Occidente sia consapevole del suo ruolo.

Tuesday, June 21, 2011

Il nodo Tremonti al pettine

La polemica sull'ipotesi di trasferimento di alcuni ministeri al nord riattizzata a Pontida da Bossi e a Roma da Alemanno e Polverini, ad uso personale, e quella sul ritiro dalla missione libica rischiano di distrarre di nuovo l'attenzione da uno dei temi che più interessa all'elettorato di centrodestra, che alle amministrative ha lanciato un forte segnale di insoddisfazione, e che quindi alla maggioranza converrebbe mantenere al centro dell'agenda di governo nei prossimi dodici mesi: la questione fiscale. Che era ritornata in primo piano da alcuni giorni ed era stata al centro del discorso di Bossi a Pontida. Ministeri e ritiro dalla Libia specchietti per le allodole, insomma, mentre il dato politico più rilevante del raduno annuale leghista sono state le frecciatine al ministro Tremonti, che deve «ingegnarsi» a trovare i soldi per la riforma fiscale e a porre fine alle misure "vessatorie" di Equitalia («una cosa vergognosa che neanche la sinistra aveva fatto», ha ammonito Bossi). Sembrano lontani i tempi del "Tremonti non si tocca", si sono aggiunti alcuni "se" e alcuni "ma". Sarà compito del premier, nell'intervento alle Camere di oggi e domani, correggere il tiro, ricentrare l'agenda della maggioranza sulle riforme che interessano ai cittadini, e magari - in privato - richiamare all'ordine ministri, sindaci e governatori smaniosi di visibilità personale.

Della telenovela sui ministeri ho scritto ieri. Riguardo la Libia, è vero che è una guerra nata male, proseguita peggio: i ritardi e i tentennamenti della Casa Bianca; il protagonismo elettoralistico di Sarkozy; il solito atteggiamento ondivago italiano. E l'ipocrisia umanitaria ha fatto il resto: da una parte rendendo inefficace l'azione militare, al punto che ad alcuni mesi dall'inizio dei bombardamenti non si riesce ancora ad avere ragione di un indomito Gheddafi; dall'altro, dando vita al paradosso di una delle guerre più unilaterali e meno autorizzate dall'Onu che si siano mai viste negli anni recenti, che sta proseguendo bomba dopo bomba, non senza vittime civili, questa volta lontano dagli sguardi delle telecamere e dalle penne degli accigliati editorialisti occidentali. Alla faccia di quanti ci spiegavano che ormai bisogna fare i conti con la guerra-in-diretta-tv, e quindi con le opinioni pubbliche interne. E' falso: è triste, ma i media e le opinioni pubbliche si "attivano" o meno se c'è un obiettivo di politica interna su cui riversare il biasimo per la guerra. E così l'Iraq era su tutti gli schermi per processare Bush e Blair; mentre la Libia, il Pakistan, lo Yemen, a nessuno interessano. A condurre, o ad aver avviato quelle guerre (senza nemmeno l'autorizzazione del suo Congresso) è il Nobel per la Pace Obama. Tutti contenti e sollevati.

La risoluzione Onu che autorizza l'uso della forza contro Gheddafi è molto meno ambigua rispetto a quella che autorizzava l'intervento militare contro Saddam Hussein. Quest'ultima minacciava «serie conseguenze», ma il regime iracheno da anni stava violando le condizioni dell'armistizio che pose fine alla prima guerra del Golfo. Dunque, violato l'armistizio, era legittimo riprendere esattamente da dove si era interrotto il lavoro oltre dieci anni prima: da Baghdad. La risoluzione sulla Libia invece limita esplicitamente l'intervento alla protezione dei civili, ma l'obiettivo manifesto della missione, esattamente come per l'Iraq, è il regime change, e la Nato in questi giorni ha dovuto ammettere di aver colpito dei civili. Eppure, i media hanno chiuso un occhio, anzi anche entrambi. Probabilmente perché non c'è un Bush o un Blair da biasimare, si preferisce fingere di credere all'alibi della guerra umanitaria.

Detto tutto questo, sarebbe semplicemente ridicolo ritirarci, come vorrebbe Maroni, perché non possiamo permetterci qualche migliaio di profughi, il cui flusso sulle nostre coste comunque non cesserebbe fermando gli aerei Nato, semmai aumenterebbe a causa della repressione di Gheddafi. E' di interesse vitale per l'Italia essere in prima fila in Libia, per influenzare a nostro favore il corso degli eventi in un Paese che bene o male è nel nostro "cortile di casa". Tra l'altro, la richiesta leghista di ridurre i nostri contingenti militari all'estero per tagliare le spese può essere soddisfatta su altre missioni: quella del Kosovo sta finalmente per concludersi per scadenza naturale; il ritiro dall'Afghanistan, da parte degli stessi americani, subirà probabilmente un'accelerazione; dal Libano si può andar via anche subito. Sarebbe un errore, tuttavia, ritirarci unilateralmente: avremmo dilapidato in un solo istante il capitale di credibilità internazionale costato tanti sacrifici ai nostri militari.

La questione fiscale al centro dell'azione di governo è dunque nell'interesse sia del Pdl che della Lega. Ed è emblematico che da Confindustria a Montezemolo, passando per Della Valle, quanti ieri criticavano la politica economica del governo - di cui Tremonti è riconosciuto "dominus" - perché carente sul lato della crescita, e in particolare del fisco, oggi che Berlusconi e Bossi sono in pressing sul ministro dell'Economia si ergono a strenui difensori del rigore tremontiano. Dal momento che appare ormai evidente a tutti o quasi che una riforma fiscale *non* in deficit, che punti primariamente ad una concreta semplificazione e sburocratizzazione, con un programma graduale ma certo di riduzione delle aliquote, si può fare, la questione è del tutto politica. Le chiavi della cassaforte infatti le ha Tremonti e bisognerà vedere se nel ministro alberga la volontà di fare questo "regalo" a Berlusconi e a Bossi, in modo che possano intestarsi parte dei meriti della riforma, così da poter andare di fronte ai propri elettori rivendicando "abbiamo abbassato le tasse", oppure se intende tenersela nel cassetto finché i due anziani leader non saranno bolliti a puntino.

Da questo ormai dipende non solo la legislatura, ma il futuro del centrodestra. Se infatti nel 2013 il centrodestra potrà presentarsi ai propri elettori dicendo "abbiamo tenuto i conti in ordine durante la crisi e siamo riusciti anche a riformare il fisco, iniziando a ridurre le imposte", allora avrà ancora qualche chance di rivincere le elezioni, con Berlusconi o qualcun altro candidato premier. Altrimenti il crollo, chiunque sia il leader, non sarebbe solo elettorale, ma anche culturale. Senza atti di governo concreti e politicamente qualificanti in cui identificarsi, il centrodestra rischierebbe di disintegrarsi come coalizione, nel Palazzo, così come nel Paese.

Thursday, May 12, 2011

Assad non è Gheddafi. E' peggio

Anche su taccuinopolitico.it

Perché non si può agire con Damasco come con Tripoli ma non per questo bisogna rinunciare a sostenere apertamente il regime change

La domanda sorge spontanea, come avrebbe detto Lubrano: che differenza c'è tra la repressione scatenata da Gheddafi in Libia, che ha provocato l'intervento militare della Nato, e quella scatenata da Assad in Siria, che invece ha avuto come reazione solo le timide sanzioni da parte dell'Ue e degli Usa? Se lo chiedono in molti, e sempre di più, in questi giorni.

Per Frattini la differenza è che «diciamolo francamente, Assad non è Gheddafi» e «la comunità internazionale ritiene che ci sia ancora un piccolissimo margine per aprire ad un programma di riforme». Quando parla il ministro degli Esteri o è una gaffe, oppure, per tenersi "coperto", copia letteralmente le frasi del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, che però a sua volta non è infallibile. Meglio la seconda ed è questo il caso. Dopo aver definito Mubarak «uno di famiglia» e il suo regime «solido» durante le prime manifestazioni del Cairo, fino ad una settimana fa la Clinton spiegava che «la Siria può ancora varare riforme, nessuno invece credeva che Gheddafi lo avrebbe fatto», e che c'è quindi «un percorso ancora possibile con la Siria, per questo continuiamo insieme ai nostri alleati a fare pressioni». Né il presidente Obama ha mai intimato ad Assad di andarsene, come ha fatto con Mubarak e Gheddafi.

Il presunto "riformismo" degli Assad è un marchio di fabbrica dei Democratici Usa rispetto alla chiusura totale dell'amministrazione Bush nei confronti di Damasco, inserita a suo tempo nell'Asse del Male. Nonostante gli eventi degli ultimi mesi e giorni sembrino dar ragione all'ex presidente, pare che alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato sulla Siria non intendano proprio voler cambiare idea, nell'illusione che battendo sul tasto di un ipotetico "riformismo" siriano si possa alla fine incrinare l'asse tra Damasco e Teheran. Nulla di più improbabile.

Assad non è Gheddafi, su questo Frattini ha ragione, ma non nel senso che intendeva. Assad infatti è molto peggio di Gheddafi, sia per la durezza della repressione, sia per l'influenza geopolitica negativa della Siria sull'intera regione rispetto alla Libia del Colonnello.

La repressione è altrettanto brutale, ma più metodica. Meno ostentata, ma più efficace perché i metodi sono quelli iraniani, sperimentati con successo nel soffocare le manifestazioni del 2009. Anche Assad si avvale di carri armati e cecchini, bombarda le città degli insorti, rastrella casa per casa, tortura i feriti per ottenere le liste degli oppositori. Dall'nizio delle rivolte si calcola che siano stati uccisi dal regime 7-800 siriani, in migliaia imprigionati, di cui di alcune centinaia non si hanno notizie.

Qualcuno penserà al petrolio, ma oltre all'efficacia della repressione è piuttosto il contesto geopolitico ad essere del tutto differente. La Siria è legata all'Iran da un patto d'acciaio e anche se gli Assad volessero (ma non vogliono) aprire alle riforme, al loro popolo, Teheran non lo permetterebbe. Tra i due Paesi esistono strettissimi legami economici e militari, tanto che agenti iraniani stanno aiutando il regime di Damasco nella repressione.

La Siria degli Assad è infatti per l'Iran una pedina fondamentale per portare avanti la sua agenda, la sua scommessa egemonica, in Medio Oriente. A Damasco risiedono il cervello e le casse di tutti i più pericolosi gruppi terroristici anti-israeliani appoggiati da Teheran; è la base operativa da cui i pasdaran iraniani conducono le loro azioni clandestine all'estero; attraverso la Siria passano le armi per Hamas e Hezbollah; ed è grazie a Damasco che gli iraniani riescono ad aggirare le sanzioni dell'Onu sul programma nucleare.

Dunque, agire nei confronti di Damasco come si sta facendo con Tripoli non è possibile, perché significherebbe dover affrontare direttamente o indirettamente l'Iran. La prima conseguenza sarebbe l'ulteriore destabilizzazione del Libano, poi una nuova guerra di Hezbollah (e Hamas) contro Israele, fino a possibili attacchi contro le truppe americane in Iraq. Persino gli israeliani, preoccupati per una possibile deriva islamista in Egitto, guardano con timore ad un simile scenario e si limitano a sperare nella fine degli Assad senza interventi esterni.

Ciò non significa però che bisogna continuare ad illudersi sul "riformismo" degli Assad e che sia opportuno non sostenere apertamente il regime change in Siria, colpendo il regime con sanzioni più dure e sostenendo moralmente e materialmente le opposizioni.

Friday, April 29, 2011

L'errore commesso all'inizio

Si poteva evitare l'ennesima crisetta della maggioranza sulla Libia. Ma l'errore è stato commesso a monte più che a valle. A valle, d'accordo, soprattutto mancando di consultare l'alleato sulla «svolta»: «Con Umberto ho sbagliato, ho commesso un errore, avrei dovuto avvertirlo prima...», avrebbe ammesso Berlusconi. Le spiegazioni postume al fatto compiuto risultano sempre molto meno convincenti. Ma la «svolta», appunto, non avrebbe dovuto essere tale. Perché come qui si è scritto fin dall'inizio della crisi libica, era (ed è) interesse dell'Italia esserci, partecipare alla missione senza ambiguità, nel pieno dell'operatività. E come volevasi dimostrare... Questo interesse era tanto pressante da essersi alla fine imposto su tutto, superando la ritrosia di Berlusconi e della Lega, nonché il nostro orgoglio ferito da Sarkozy.

Raramente è stato (ed è) in gioco il nostro interesse nazionale in modo così lampante, direi eclatante. Il che rendeva inevitabile, obbligatoria, la nostra piena partecipazione, in prima linea, alla missione militare, per quanto appaia la più sconclusionata e mal preparata che si ricordi, almeno in tempi recenti. L'errore è stato metterci così tanto tempo per capirlo. Decidere subito di essere in prima linea in Libia avrebbe probabilmente risparmiato al governo le tribolazioni interne di questi giorni e certamente le piccole angherie dei francesi. Probabilmente Berlusconi e Frattini non hanno avuto un grande aiuto dai nostri servizi segreti e dal mondo imprenditoriale presente in Libia, che nonostante quanto stesse accandendo a Tunisi e al Cairo hanno continuato a illudersi della solidità di Gheddafi, ma il ritardo "impolitico" con il quale ci siamo adeguati alla realtà delle cose è stato l'errore causa di tutti i successivi mali.

Al vertice con la Francia Berlusconi non si è "calato le braghe", ma certo la difficoltà della nostra posizione era più che evidente. Se ci siamo dovuti sorbire le lezioncine di Sarkozy in queste settimane è sempre per quel dannato errore di valutazione iniziale. E né la Lega, né i giornali vicini al centrodestra (tranne Il Tempo) possono lamentarsi e dare lezioni, visto che se fosse stato per loro ce ne staremmo ancora ai margini, mentre le altre potenze europee fanno e disfano nel nostro cortile di casa. Colpa anche loro, infatti, se per giorni si è discusso della crisi libica solo in chiave immigrazione e non alla luce dei nostri ingenti interessi in Libia - quelli stringenti di ordine economico ed energetico, e quello più di lungo termine per una vera "stabilità" nel vicinissimo Oriente, se possibile appena un pizzico "democratica". Eppure, dovrebbe essere persino ovvio che non è la missione Nato a provocare o ad alimentare i flussi migratori, bensì il profondo rivolgimento in atto nei regimi nordafricani. Esserci, partecipare, semmai, ci metterà nelle condizioni migliori un domani per governarli.

Va poi considerato che per la stragrande maggioranza i 25 mila immigrati giunti fino ad oggi sulle nostre coste sono tunisini e - temo - molti galeotti fuoriusciti dalle carceri nei giorni della caduta di Ben Alì. Non si tratta di profughi della guerra civile libica, né di africani dall'"Africa nera", quindi non c'entrano nulla i raid sulla Libia, è una vera e propria ca...ta che «se butti bombe e missili gli immigrati aumentano». L'aver trasformato la crisi libica in una gigantesca emergenza immigrazione, ben oltre la realtà dei fatti, è stato un altro errore. Si sapeva dell'ondata, certo eccezionale ma non un esodo biblico, ma ci si è fatti lo stesso trovare impreparati. Le immagini di Lampedusa invasa non sono state un bel manifesto di efficienza, né sono servite a "commuovere" l'Unione europea, mentre l'accordo con le Regioni per la distribuzione degli immigrati poteva essere raggiunto in anticipo per evitare l'impatto mediatico degli accampamenti.

Anche sulla vicenda clandestini, è tutto vero: l'Europa è assente e ipocrita, i francesi arroganti, ma Parigi sta applicando ciò che fino a ieri noi stessi rivendicavamo di poter fare: espellere, secondo le norme di Schengen, quanti nonostante muniti di documenti in regola (se un permesso di soggiorno "emergianziale" è da considerarsi tale) non abbiano risorse per l'autosostentamento, un lavoro o denaro a sufficienza. La non belligeranza della Germania, poi, dimostra solo la miopia di chi la chiama in causa per sostenere che potevamo comportarci diversamente e restarne fuori, essendo fin troppo evidente che al contrario di noi italiani i tedeschi non hanno interessi neanche per un granello di sabbia in Libia.

Quanto al vertice con la Francia, il sostegno di Parigi (e ora anche tedesco, pare) a Draghi per la Bce era nell'aria. Ma l'annuncio di Sarkozy è stato senz'altro un punto a favore. Il maggiore impegno in Libia è un sì all'America e alla Nato, piuttosto che a Parigi. E il via libera all'Opa di Lactalis su Parmalat un utile esercizio di pragmatismo. I nostri industriali e le nostre banche non sembrano avere la volontà, né probabilmente i soldi, ma nulla vieta loro di rilanciare se tengono tanto a che resti italiana. Se c'è una cordata si faccia avanti, ma senza usare i soldi dei contribuenti per favore, neanche si trattasse di un settore delicato come la sicurezza e la difesa. Sullo shopping francese in Italia e altrove, e sul perché i nostri non abbiano il "grano" sufficiente, si potrebbe aprire una lunga parentesi. Come mai, per esempio, nonostante la nostra tradizione e cultura alimentare, riconosciuta in tutti gli angoli del pianeta, fino all'Antartide e alla Polinesia, è una grande catena di distribuzione francese, la Carrefour, a dominare i mercati - persino il nostro - imponendo ovviamente i prodotti francesi? Qualcuno - primi fra tutti i nostri imprenditori - dovrebbe farsi un esame di coscienza. Ma è un altro discorso ed ha a che fare, a mio modestissimo parere, anche con la difficoltà enorme che c'è in Italia di formare il capitale, e quindi di far crescere le dimensioni delle nostre imprese, per cui quelli che possono permettersi certe operazioni sono sempre gli stessi - per lo più banche - e non sempre sono interessati.

Insomma, paradossalmente la padanissima Lega sa essere anche la più "nazionalista", ma di un nazionalismo miope e rancoroso, mentre proprio per uno spirito di "sano nazionalismo" dovremmo recitare un ruolo da protagonisti nel palcoscenico del Mediterraneo.

Wednesday, April 20, 2011

Al loro cospetto Gheddafi è un gigante

Una falsa neutralità che viene ogni giorno di più contraddetta nei fatti, un intervento definito «umanitario» che sta sconfinando in una guerra vera e propria e se non lo fa, rischia di essere vano. Capi di governo, ministri degli Esteri, e una stampa addomesticata, quasi distratta (ben diversa da quella che inseguiva con il forcone Bush e Blair, riportando avidamente la conta dei morti) continuano a parlare e a scrivere dell'intervento occidentale in Libia con un'ipocrisia giunta ormai a livelli insopportabili di disgusto. E tutto questo per che cosa? Per negare la scelta eminentemente politica di favorire un regime change in Libia, quando è divenuto palese che sono i libici a chiederlo; per poter rivendicare di aver agito in modo «multilaterale», in ossequio al mandato ricevuto dalle Nazioni Unite.

E allora ecco che le bombe diventano «umanitarie», non colpiscono i civili (ma di fatto neanche le forze di Gheddafi sufficientemente); che si agisce nel rispetto della risoluzione dell'Onu, mentre in realtà né più né meno di quanto si fece nei confronti dell'Iraq di Saddam; si ripete ossessivamente che ci si limita a proteggere i civili, mentre in realtà si fornisce un'incoerente e improvvisata copertura aerea ai ribelli, si mandano armi e consiglieri militari ad una delle due parti in conflitto. Non curandosi del fatto che per far sembrare tutto nei limiti si sta rendendo inefficace l'intervento, persino la mera protezione dei civili: i bombardamenti occidentali - tardivi e troppo "umanitari" - non faranno cadere Gheddafi ma non stanno neanche evitando che Misurata possa trasformarsi in una nuova Sarajevo. E alla fine la beffa è che non si riescono nemmeno a salvare le apparenze. In sostanza, un'ipocrisia, che porta con sé un'inefficacia militare sul campo, dettata dall'interesse meramente politico dei leader coinvolti a non apparire in patria come Bush e Blair, a non riabilitarne con le loro azioni le controverse scelte.

Be', se questa è la preoccupazione, possono dormire sonni tranquilli. Ben altra tempra e ben altra visione, ben altro coraggio politico avevano Bush e Blair. Pur con tutti i loro errori, dopo neanche un mese dall'inizio della guerra Saddam era caduto. Certo, hanno sottovalutato ciò che sarebbe avvenuto dopo, ma non si sono fatti prendere per il naso dal dittatore ed è stata una guerra di liberazione voluta e rivendicata, senza attribuire pelosamente all'Onu una moralità superiore, che è lungi dall'appartenergli, a scapito dell'efficacia dell'azione.

Sono stato un interventista della prima, anzi primissima ora, quando forse la no-fly zone e alcuni bombardamenti ben mirati sarebbero bastati a far cadere Gheddafi. Ma si sarebbe dovuto agire subito, senza l'Onu, in modo «unilaterale». Quasi una bestemmia per alcuni. E' come se il "diplomaticamente corretto", e non la giustezza e l'efficacia, sia il principale parametro di giudizio di una decisione e di un'azione politica. Per quanto tutti si sforzino, non è e non sarà mai così e le contraddizioni stanno venendo a galla. L'unica differenza con l'Iraq è l'acquiescenza dei media, ma anche in Libia una risoluzione dell'Onu volutamente e inevitabilmente ambigua viene utilizzata per giustificare un intervento militare il cui scopo - taciuto ma manifesto - è il regime change. Con l'aggravante però che quest'ultimo sta fallendo, rischia di fallire, sotto il peso delle ipocrisie, o di costare molto di più.

L'America di Obama spicca per l'assenza di leadership, si è sfilata ed è venuto meno circa il 75% della potenza di fuoco alleata, quindi dell'unica pressione che Gheddafi mostra di comprendere, quella della forza. L'Europa si conferma un nano politico e militare. La notizia dell'invio - adesso ufficiale - di consiglieri militari ad aiutare i ribelli induce a pensare ad una escalation. E ciò che era evitabile se si fosse agito subito - un intervento di terra - sembra sempre più inevitabile se non si vuole andare incontro ad una bruciante sconfitta e ad una vera e propria umiliazione. Adesso anche chi appoggiò la guerra irachena, pur di criticare questa insinua il paragone con il Vietnam. E' una tentazione cui bisogna sfuggire, per non cadere nella stessa strumentalità dei "pacifinti" di allora.

Per quanto mi spaventi e mi addolori, il pensiero che al cospetto dei leader che abbiamo in sorte Gheddafi sia un gigante - politico e militare - si rafforza, fin quasi all'ammirazione. Questo però non mi impedisce di pregare per una sua rapida sconfitta e di dire basta ai paragoni col Vietnam, che suonano come una iettatura.

Monday, April 11, 2011

Europa cialtrona

Al confronto con i leader europei (e con Obama), spiace dirlo ma Gheddafi sembra un gigante di astuzia e coraggio

Il fallimento politico dell'Europa è sotto gli occhi di tutti, e la mancanza di una politica comune sull'immigrazione - persino di fronte ad una emergenza conclamata come quella di queste settimane a causa di rivolgimenti epocali in Nord Africa - ne è solo una delle tante prove lampanti. Detto questo, però, sorprende che il governo italiano abbia potuto pensare di cavarsela con il trucchetto dei permessi temporanei come forma di pressione su Parigi e Berlino. L'effetto è stato quello di irrigidire le posizioni. Il paradosso è un totale ribaltamento degli approcci. Roma, quella dei respingimenti in mare, pretenderebbe che un permesso di soggiorno, addirittura temporaneo, concesso da un solo stato membro, valesse come lasciapassare per gli immigrati in tutta Europa. E' ovvio invece - e l'Italia dovrebbe essere la prima a ricordarlo e ad applicarlo - che senza documento d'identità e mezzi di sostentamento, com'è scritto sul trattato di Schengen, non si ha diritto ad andare da nessuna parte. Proprio noi ne avevamo fatto - a mio avviso giustamente - un pilastro su cui poggiare la legittimità delle espulsioni dei rom, anche quelli con cittadinanza di Paesi Ue. Mentre, improvvisamente, a Bruxelles chi aveva criticato la nostra politica dei respingimenti e le espulsioni dei rom adesso fa il muso duro.

Paradossi di una politica europea che si è "italianizzata" nel senso deteriore del termine, dove cioè demagogia, ipocrisie e calcoli elettoralistici sembrano sempre più essere gli istinti guida. E' altrettanto palese che la stragrande maggioranza degli immigrati (pochi sono profughi) che approdano sulle nostre coste, per lo più tunisini, sono diretti proprio in Francia e in Germania, dove hanno già pezzi delle loro famiglie. Ma se questi Paesi sono pronti a procedere con i respingimenti, a maggior ragione dobbiamo farlo noi, anche se sarà più difficile a causa della conformazione dei nostri confini. I campi di concentramento sono un'indecenza. O abbiamo la forza di riportare subito indietro chi sbarca, nell'arco di poche ore; oppure, si mette loro in mano un bell'assegno purché attraversino la frontiera diretti in Francia e Germania; oppure, accettiamo di tenerceli, ma a questo punto i campi non hanno senso, meglio distribuirli subito tra le regioni e lasciare che vengano assorbiti dal tessuto socio-economico come in questi due decenni ne sono stati assorbiti a milioni.

La proposta di Calderoli di ritirarci dal Libano per impiegare i nostri militari e maggiori risorse al controllo delle frontiere non è del tutto infondata, soprattutto perché quella missione - bisogna ammetterlo - non ha alcun senso. La missione Unifil offre un'illusione di stabilizzazione dell'area di confine tra Libano e Israele mentre in realtà tutti sanno che prosegue sotto traccia il riarmo di Hezbollah foraggiato dall'Iran. Che almeno cessi la copertura internazionale a questa ipocrisia. L'Afghanistan, il Kosovo, persino l'Iraq, sono per noi un'altra cosa, così come di tutta evidenza la Libia.

Già, la Libia, altro capolavoro di casinismo dell'Occidente. Grazie ai raid Nato i ribelli ieri hanno vinto la battaglia per Ajdabiya, ma è inutile negare che sul terreno è stallo. Gli insorti, è ormai evidente, non possono farcela ad arrivare a Tripoli e a far cadere Gheddafi e l'intervento occidentale (dal quale gli Usa si sono tirati indietro) è inadeguato a tale scopo, l'unico per cui sarebbe valso la pena. Gheddafi quindi può tenersi saldamente stretto la Tripolitania e pensare di trattare da una posizione di forza. Adesso pare che l'Unione africana abbia ottenuto il sì del raìs ad un cessate-il-fuoco, ma è davvero difficile credere che accetterà un processo di transizione che escluda lui e i suoi figli dal potere in Libia. Il rischio è che si consolidi di fatto una situazione che di settimana in settimana renderà chiaro che Gheddafi ha resistito e vinto la sua battaglia sia contro i ribelli sia contro l'"aggressione neocolonialista" dell'Occidente. La Libia ne uscirà spaccata in due, Gheddafi addirittura rafforzato e gli interessi dell'Italia martoriati. Chi bisogna ringraziare se nella totale assenza di leadership da parte americana si è inserito l'inconcludente bullismo francese? Al confronto con i leader europei (e con Obama), spiace dirlo ma il Colonnello sembra un gigante di astuzia e coraggio. Il paradosso, che tuttavia non sorprende, è che un intervento militare, pur tardivo, sconclusionato e inefficace, piace purché appaia "politicamente corretto".

Tra l'altro, nello scenario che si va delineando nel mondo arabo e islamico l'Occidente si mostra incapace di sostenere le rivoluzioni popolari laddove avrebbe maggiore interesse a che abbiano successo (vedi Siria e Iran), mentre con sconcertante superficialità ha assestato l'ultima spallata a regimi almeno non ostili in Paesi (vedi l'Egitto), dove già s'intravedono sulle macerie del passato lo strapotere dell'esercito e derive islamiste nonché filo-iraniane.

Berlusconi è bollito? Be', si può certamente osservare che la parabola è per forza di inerzia discendente, ma anche che il danno più grave inferto dall'attacco mediatico-giudiziario partito dalla Procura di Milano è stato probabilmente quello di aver distratto il capo del governo dalle crisi che nel frattempo stavano emergendo e che bisognava prendere di petto tempestivamente, abilità nella quale bisogna riconoscere che di solito il Cav. eccelle. E invece questa volta si è fatto cogliere impreparato dalla crisi libica e dal protagonismo di Sarkozy, ci ha abbiamo messo un mese per trovare una linea; nella gestione dell'emergenza immigrazione, che non è iniziata con la crisi libica, ma molto prima, dai rivolgimenti che hanno riguardato tutto il Nord Africa e soprattutto la Tunisia, stiamo contraddicendo noi stessi. E via proseguendo con la riforma della giustizia e la «frustata» all'economia che ancora non si vedono.

Tuesday, April 05, 2011

Speriamo non sia troppo tardi

Alla fine, come ampiamente previsto, anche l'Italia ha dovuto riconoscere il Consiglio nazionale di transizione «come l'unico interlocutore politico legittimo per rappresentare la Libia», sebbene ancora non sia stato compiuto quel passo fino a ieri ritenuto necessario, cioè un accordo tra i 27 Paesi dell'Ue (ma allora, perché non farlo prima?). Arriviamo quasi un mese dopo i francesi, che l'hanno riconosciuto il 10 marzo. Forse sarebbe stato saggio farlo già una settimana dopo, contestualmente all'annuncio della nostra partecipazione ai raid contro le forze di Gheddafi. Non solo il riconoscimento, dall'incontro con Frattini il rappresentante del Cnt libico si porta a casa un altro importante risultato. C'è voluta quasi una settimana per cambiare atteggiamento anche riguardo l'ipotesi di armare i ribelli. Resta, certo, l'«estrema ratio» per la Farnesina, ma i toni sono mutati: dal «non è detto che sia la cosa giusta» al «non può essere esclusa».

Cambiamenti significativi anche riguardo la necessità di un «cessate-il-fuoco», che non è più la richiesta ambigua ad «entrambe le parti» come condizione per avviare una «riconciliazione nazionale» tra vittime e carnefice, ma un qualcosa - adesso lo si dice apertamente, com'è logico che sia - che va «imposto» a Gheddafi. Insomma, dopo un mese di tentennamenti la posizione italiana diventa più limpida e, inevitabilmente, si avvicina a quella di Francia e Gran Bretagna, rendendo a posteriori evidente che la soluzione politica concertata in asse con Berlino e l'ipotesi esilio di Gheddafi di cui si vaneggiava non erano che bluff diplomatici per reagire al protagonismo di Parigi e coprire i nostri colpevoli ritardi nel comprendere la nuova situazione. Speriamo solo che non sia troppo tardi.

Intanto, dopo aver avviato tardi e male l'intervento, Obama si defila. Il clamoroso disimpegno americano, che sembra compiersi guarda caso proprio mentre Obama annuncia la sua ricandidatura per il 2012, pone in serio pericolo la riuscita della missione e rischia di determinare uno stallo che vedrebbe la Libia di fatto spaccata in due. Una mossa che conferma quanto sia un presidente estremamente cinico e calcolatore quando si tratta della sua ambizione politica. Mi rendo conto che non abbiamo alcuna chance di poter convincere Obama a cambiare idea, ma una cosa che Frattini dovrebbe andare a dire a Hillary domani è "finite il lavoro".

Delle operazioni militari quindi si occuperebbero principalmente Francia e Gran Bretagna, mentre gli Usa resteranno più che altro con «funzioni di appoggio». Ma va tenuto presente che i mezzi impiegati da francesi e inglesi messi insieme non arrivano a quelli degli Usa: «Il 76 per cento delle operazioni belliche - calcola Il Foglio - sono state fatte dagli americani». Senza la potenza di fuoco Usa, dunque, le capacità della Nato in Libia rischiano di crollare vertiginosamente, mettendo a rischio anche il semplice rispetto della no-fly zone.

Thursday, March 31, 2011

Circo Italia

Il "presidio democratico" incoraggiato dal Pd, cui si sono uniti i forcaioli dell'Idv e del partito del presidente della Camera, si trasforma in un'aggressione squadrista proprio all'istituzione presieduta da Fini e ai suoi membri, in quel "popolo delle monetine" che quasi vent'anni fa rappresentò la pagina più brutta, incivile e insieme inquietante - perché non del tutto spontanea - del pur giustificato disgusto popolare per la corruzione imperante nella Prima Repubblica. E sono gli stessi: ex Pci, ma anche forcaioli di destra, dell'ex An, oggi divisi tra Idv e futuristi.

Nei Paesi seri il ministro della Difesa quasi non si sente e non si vede. Già le escandescenze televisive di La Russa risultano poco compatibili con il suo incarico, figuriamoci il "vaffa" di ieri all'indirizzo del presidente della Camera. Anche se interpreta l'umore di molti, non è certo un comportamento da ministro, né da coordinatore del primo partito italiano. Così come Fini che tenta di impedire a La Russa di denunciare in aula ciò che sta avvenendo a un metro dall'ingresso di Montecitorio (ancora una volta la rete di protezione di uno dei rami del Parlamento ha fatto cilecca), e che dà del «cocainomane» al ministro della Difesa, dimostra che non può essere presidente della Camera uno che nei confronti di Berlusconi e del Pdl ha gli stessi occhi iniettati di sangue dei manifestanti là fuori.

Che dire poi del Pd, che agita la piazza senza neanche rendersi conto di esserne in realtà prigioniero? Guardare sotto la voce "nullità". Ciò che è in gioco, oggetto dello scontro, come sintetizza efficacemente un titolo su Il Foglio di questa mattina, è il «diritto dei giudici ad abbattere Berlusconi». Un diritto che va negato con una riforma della giustizia rigorosa e senza compromessi che riporti la magistratura sotto controllo. Sì, sotto controllo, come ogni altro potere e ordine dello Stato. Sempre Il Foglio fa notare come la Repubblica inganni i suoi lettori. Nei suoi retroscena attribuisce al presidente Napolitano pensieri e interventi che sembrano delegittimare l'azione del governo e della maggioranza, ma si tratta spesso di pure invenzioni. Peccato che il quotidiano non abbia neanche l'onestà professionale di pubblicare le forti smentite del Quirinale.

Tutto questo mentre la crisi libica, con tutto ciò che comporta per il nostro Paese - interessi, ruolo in Europa e nel mondo, emergenza immigrazione - dovrebbe richiamare la nostra classe politica a ben altre priorità e sfide che non ad una rissa continua e sterile.

Già, la Libia. La defezione del ministro degli Esteri di Gheddafi, ed ex capo dell'intelligence del regime, Koussa è un'ottima notizia per Obama, Sarkozy e Cameron, un risultato delle loro pressioni politiche e militari, ma un po' meno per Roma. L'uomo che avrebbe dovuto tessere la trama negoziale per l'esilio del raìs pensa alla propria pelle e fugge. D'altra parte, tuttavia, l'ipotesi di armare i ribelli, che si sta facendo sempre più strada a Washington, a Parigi, così come a Londra, dimostra l'insufficienza della "strategia" adottata finora ed è la conferma che al di là delle ipocrisie l'obiettivo discriminante per il successo o meno della missione non è solo la protezione dei civili, ma la cacciata di Gheddafi. Se oggi di fatto si va verso un'escalation, è perché sì è agito con colpevole ritardo, in ossequio al ruolo dell'Onu (per ottenere una risoluzione ambigua esattamente come quella che portò alla guerra in Iraq) e al multilateralismo (se così si può chiamare una coalizione di 15 Paesi, mentre sarebbe "unilateralismo" quella di 40 per l'Iraq, ironizza Rumsfeld).

Il ritardo, infatti, ha reso insufficiente la formula della no-fly zone e dei raid aerei. E' probabile che le armi stiano già affluendo ai ribelli da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, magari via Egitto, sicuramente non dalla Nato, e non si possono escludere anche operazioni di appoggio (Obama avrebbe autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in Libia). Come al solito la nostra diplomazia non capisce al volo e si attarda in uno controcanto sterile («non è la soluzione migliore», o «è l'estrema ratio»), dal momento che sarà costretta ad accodarsi alle decisioni altrui tra pochi giorni.

Ma le difficoltà della missione voluta da Usa, Francia e Gran Bretagna, e l'escalation delle armi ai ribelli che sono costretti a valutare, non dovrebbero essere motivi di rivalsa a Roma. Confermano infatti che lo stallo militare sul terreno, con la Tripolitania saldamente nelle mani di Gheddafi e la Cirenaica ai ribelli, è una vittoria per il Colonnello, che può sperare così di sabotare i cingoli della missione internazionale e resistere indefinitamente, e una sciagura innanzitutto per l'Italia. Alla Farnesina continuano a non capire che uno stallo esclude che Gheddafi si rassegni a trattare il suo esilio, anzi sarà lui a chiedere a Obama, Sarkozy e a Berlusconi di andarsene. Non so se armare i ribelli sia l'opzione migliore (è ancora fresco il ricordo dei famosi stinger che gli Usa hanno dovuto ricomprare uno ad uno dai mujaheddin afghani), ma di certo se vuole avere un ruolo con questa carta velleitaria dell'esilio l'Italia deve augurarsi che l'intervento armato riesca a mettere Gheddafi con le spalle al muro, quindi non ha senso non bombardare oppure ostacolare soluzioni per aumentare l'efficacia dell'intervento alleato.

Wednesday, March 30, 2011

Condannati a rincorrere

Mentre Obama dichiara di non escludere di armare i ribelli, le parole nemmeno del ministro, ma di un portavoce della Farnesina che evidentemente non ha letto la rassegna stampa («non è la soluzione ideale... sarebbe una misura controversa, estrema e certamente dividerebbe la comunità internazionale») suonano esattamente come quel controcanto, quell'ambiguità che giustificano una certa freddezza nei confronti dell'Italia da parte del Consiglio nazionale di transizione libico, sempre più riconosciuto nel ruolo di guida del processo che porterà ad una nuova Libia. Freddezza emersa anche ieri al summit di Londra.

Più passano i giorni e più sembra evidente che Parigi riconoscendo il Cnt ha solo fatto prima degli altri, assicurandosi tutti i vantaggi che in prospettiva comporta, ciò che prima o poi anche gli altri Paesi saranno indotti dagli eventi a fare. E mentre un ambasciatore francese è già a Bengasi, e gli Stati Uniti inviano un loro rappresentante, Frattini ieri è solo riuscito ad ammettere che be', sì, la credibilità del Cnt si rafforza. Nel frattempo però, mentre apriamo lentamente gli occhi, l'Italia si vede scavalcata anche da Ankara. L'esercito turco già assicura il funzionamento del porto e dell'aeroporto di Bengasi; anche Erdogan tratta con Gheddafi per raggiungere un cessate-il-fuoco, mentre il suo ministro degli Esteri parla direttamente con Jibril, il capo del Cnt. Mi chiedo quanto ci vorrà perché alla Farnesina capiscano che è ora di riconoscere anche noi il Cnt ed instaurare rapporti formali.

Solo chiacchiere al summit di ieri a Londra, come si legge sui giornali? Da una parte sì: tutti hanno ripetuto che Gheddafi se ne deve andare, senza avere le idee chiare sul come. Nessuna decisione, dunque, anche se una piccola indicazione sulla piega che sta per prendere l'intervento alleato in realtà c'è: l'ipotesi di armare gli insorti sembra farsi strada. Detto questo, politicamente qualcosa è senz'altro accaduto. Esce rafforzata la credibilità del Cnt, e insieme ad essa il ruolo di chi li ha riconosciuti per primo. Essendo ancora in alto mare ogni ipotesi di esilio, su cui l'Italia sta puntando tutte le sue forze per recuperare un ruolo di primo piano nella crisi libica, esce accentuato anche il protagonismo di Londra e Parigi. Tra l'altro, siccome l'idea di un «esilio dorato macchiato di sangue» non piace molto ai ribelli, Frattini ha dovuto anche specificare che esilio non significa impunità, un altro macigno che grava sulla fattibilità della soluzione. Chi riuscirà ad aiutare il popolo libico a liberarsi di Gheddafi? Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna a forza di bombe, e forse fornendo armi agli insorti, o l'Italia con l'esilio? Se le ambiguità e i limiti imposti alla missione militare non rendono scontato il successo dei primi, ancor più improbabile che riesca la soluzione all'italiana. Soprattutto perché quante più difficoltà incontra la soluzione militare, tanto più diminuiscono le chance che Gheddafi si senta alle corde.

E' comunque questo - chi farà di più per cacciare Gheddafi -, comprensibilmente, uno dei metri di giudizio per le future relazioni che instaurerà con i Paesi occidentali la nuova leadership libica che sta prendendo forma in queste settimane. A Londra erano tre i rappresentanti del Cnt: Mahmoud Jibril, Guma El-Gamaty e Mahmoud Shammam. Hanno parlato con tutti, ma non c'era bisogno di essere presenti per capire che i rapporti privilegiati sono con Parigi («Sarkozy a Bengasi è ormai un eroe»), Washington e Londra. Le parole di Shammam sull'Italia, riportate dal Corriere della Sera, sono emblematiche e confermano le mie previsioni: «Distinguiamo fra italiani e governo italiano. Gli italiani sappiamo che ci appoggiano e saranno i benvenuti. Quanto al governo di Roma devo ammettere che c'è un grosso problema». Perché? «Il vostro premier ha avuto rapporti personali troppo stretti con Gheddafi e la sua famiglia, indubbiamente questo è un ostacolo al ruolo che l'Italia potrà svolgere». E Sarkozy no? «Ma adesso ci ha difeso». Chiedete che anche l'Italia vi riconosca? «No, il nostro obiettivo non è il riconoscimento, è semmai quello di cacciare subito Gheddafi e di avviare il processo politico per la ricostruzione della Libia. Poi decideremo e valuteremo le relazioni mediterranee». Più chiaro di così... Esattamente come scrissi giorni fa, fin dall'inizio della crisi, non sarà il passato a contare nelle relazioni con la nuova Libia - chi ha fatto più o meno affari con Gheddafi, chi era più o meno "amico" - ma il presente, chi cioè si impegna di più a cacciarlo. Ed è comprensibile che sia così. Quindi c'era tutto lo spazio per una conversione immediata a 180 gradi, esattamente come quella di Obama con Mubarak e di Sarkozy proprio con Gheddafi, e non ci saremmo trovati a rincorrere gli altri sventolando un piano "pannelliano" per Gheddafi.

Alla luce delle mosse che sta compiendo il governo italiano, il rischio non dico di essere tagliati fuori, ma di restare in secondo piano nel processo che porterà alla nuova Libia, Paese nel quale abbiamo rilevantissimi interessi strategici e commerciali, stanno aumentando o diminuendo? Scampato il pericolo iniziale di un isolamento totale, a me pare che restiamo nelle seconde file, se non in balconata, costretti a rincorrere le mosse altrui senza mai anticiparle.

Tuesday, March 29, 2011

Qual è il piano? Un colpo di fortuna

C'è da sperare che il presidente degli Stati Uniti sia un ipocrita e non un incapace. Nel suo discorso al Paese sulla Libia ha ribadito che favorire l'avanzata degli insorti non rientra nel mandato Onu che ha autorizzato l'intervento e che «ampliare la missione in modo da includere il regime change sarebbe un errore», ma ha spiegato che la caduta di Gheddafi è un obiettivo, solo che va perseguito «con mezzi non militari». Pressioni e isolamento.

E' evidente anche ad un bambino che questa strategia, se fosse applicata alla lettera, non porterebbe mai alla caduta di Gheddafi, il quale ha il vantaggio di poter considerare una vittoria anche solo una situazione di stallo dal punto di vista militare che lo veda controllare la Tripolitania. A parole la strategia di Obama è più vicina alla posizione italiana che a quella francese, ma nei fatti - fortunatamente - dai bersagli centrati, dalle armi e dai mezzi aerei (come gli AC-130 e gli A-10) impiegati dagli Usa, le cose sembrerebbero stare molto diversamente. A parole Obama assicura di non voler dare appoggio aereo ai ribelli né di perseguire militarmente la caduta di Gheddafi, ma nei fatti è esattamente ciò che le sue forze aero-navali stanno cercando di fare - pur senza dare troppo nell'occhio, quindi a scapito dell'efficacia dell'azione. A Washington d'altra parte sanno bene che le chance di successo delle pressioni non militari tanto care a Obama sono direttamente proporzionali al grado di minaccia bellica.

Tuttavia, l'ambiguità su un obiettivo militare che non si può dichiarare apertamente, e dunque sembra venire perseguito troppo debolmente, resta, ed è ciò che anche il Washington Post rimprovera al presidente, in sostanza di non avere «una strategia che non faccia affidamento su un colpo di fortuna - un golpe improvviso, una inaspettata avanzata ribelle, o un improbabile accordo con Gheddafi per il suo esilio... Il rischio - conclude il quotidiano della capitale Usa - è che l'ansia del presidente nel circoscrivere il coinvolgimento americano alla fine ostacoli il cambiamento che a parole sostiene». Se secondo voi "prova a farlo col minimo sforzo e senza dirlo" rappresenta una «dottrina» politica...

Un piano sostanzialmente affidato al colpo di fortuna - addirittura tre, cioè che Gheddafi accetti di fermare le armi, di dialogare con gli insorti e, infine, di andarsene - è anche quello elaborato alla Farnesina per ritagliare finalmente all'Italia un ruolo da protagonista: cessate-il-fuoco; dialogo di riconciliazione nazionale; iniziativa dell'Unione africana per convincere Gheddafi all'esilio. Tutto bello e buono, ma perché dovrebbe funzionare? Per di più in Italia, diversamente dagli americani, sembriamo ignorare la centralità del fattore militare. Ci illudiamo anzi che da uno stallo sul terreno possano scaturire le condizioni per una «fase di mediazione», mentre è vero il contrario, perché uno stallo è una vittoria di Gheddafi e il raìs non tratterà mai quando ai suoi occhi è convinto di poter vincere.

Ecco perché l'Italia dovrebbe continuare pure a elaborare quanti piani vuole ma intanto partecipare ai bombardamenti. Per fugare gli ultimi residui dubbi sulla sua amicizia (ex?) con la famiglia Gheddafi, e perché solo i successi militari possono accelerare la caduta del raìs con mezzi non militari. Per mediare c'è sempre tempo, ma prima bisogna mettere il dittatore dinanzi alla prospettiva di una sconfitta e/o morte praticamente certa. Il che con i dittatori non è mai facile, perché il loro fanatismo li induce a sopravvalutare leggermente le loro forze. Ma posta una pistola alla tempia di Gheddafi, il più sarebbe fatto e parlare di esilio non avrebbe senso se non per salvargli la vita.

Smascherati e umiliati

L'Italia smarrita alla ricerca di un copione

Ieri, con un uno-due che solo l'arroganza francese avrebbe potuto concepire, Sarkozy ha smascherato il bluff diplomatico italiano sulla Libia. Prima la dichiarazione congiunta Parigi-Londra a prefigurare per il vertice di oggi una «soluzione politica» della crisi libica fondata su un dialogo nazionale e un processo democratico di cui il Consiglio nazionale di transizione - già riconosciuto da Parigi - dovrebbe essere il motore. Niente di concreto, tutti auspici più che ovvii e condivisibili, ma nelle stesse ore da Roma e Berlino non usciva alcun comunicato, il che evidenziava come la sponda tedesca vantata da Frattini in questi giorni in contrapposizione all'asse anglofrancese fosse solo un gioco di specchi; poi, la videoconferenza pre-vertice convocata da Sarkozy con Cameron, Obama e la Merkel, ad evocare una guida politica "a quattro" della crisi libica che incredibilmente includeva la Germania, astenuta sulla risoluzione dell'Onu e del tutto assente dalle operazioni, ed escludeva l'Italia, che con le sue basi e il comando dell'embargo navale Nato svolge comunque un ruolo di primo livello. Uno schiaffo tremendo, che oltretutto certificava come non esistesse alcun asse diplomatico Roma-Berlino.

Un'umiliazione che andrà restituita a Parigi con gli interessi alla prima occasione utile, ma che non è decisiva, come spiega Vittorio Emanuele Parsi su La Stampa, e, anzi, è anche lo specchio delle «debolezze» francesi e tedesche:
«La partita vera si gioca oggi a Londra. E per quel che riguarda il ruolo dell'Italia, il comando delle forze impegnate nel blocco navale, l'inclusione nel Gruppo di contatto e la partecipazione attiva a una coalizione sotto la guida della Nato pesano molto di più che l'esclusione, pur immeritata e sgarbata, da una teleconferenza organizzata all'ultimo momento per lenire l'orgoglio ferito di Sarkozy».
In questi casi, quindi, sdrammatizzare sul momento è d'obbligo, per non accentuare ulteriormente l'accaduto. Epperò, alla luce dell'appuntamento di oggi a Londra, e anche considerando l'ondata di clandestini che sta approdando sulle nostre coste nell'indifferenza dell'Ue, faremmo comunque bene a cogliere quest'occasione per fare un po' di sana autocritica sui limiti, direi l'inconsistenza della posizione dell'Italia, che dalle operazioni in Libia resta con un piede dentro e uno fuori aspettando un Godot che le restituisca magicamente il "posto al sole" perduto.

All'inizio Gheddafi non andava «disturbato»; seguono giorni di imbarazzato silenzio, poi sì all'intervento, ci siamo anche noi ma anche no, «i nostri aerei non spareranno»; l'idea di aspettare che maturino le condizioni per una «fase di mediazione» viene abbandonata per una «soluzione politica» basata sul dialogo nazionale fra le tribù; intanto, Berlusconi che si dice «addolorato» per il raìs; adesso si farebbe di nuovo strada l'ipotesi dell'esilio. Tutto e il contrario di tutto, insomma, fuor ché l'unica scelta che ci avrebbe fatto recuperare il terreno perduto: partecipare ai raid sulle forze del regime.

Puntare sull'esilio di Gheddafi per ritagliarsi un ruolo è più che velleitario, è come sperare che ti entri una scala reale con una carta sola ancora da scoprire. Può capitare un colpo di fortuna, certo, ma non è saggio impostarci il tuo gioco. In questo momento dovremmo puntare sulle bombe come gli altri (cioè a far cadere Gheddafi prima possibile), e intanto approfondire i contatti con il Cnt, semi-riconoscerlo anche, poi si vedrà. Tanto il ruolo di mediatori, nel caso di ripensamenti da parte del raìs, non ce lo toglie nessuno.

Un errore di valutazione madornale invece, che probabilmente si commette in queste ore alla Farnesina e che si legge sui giornali, è dare per scontato che una situazione di stallo militare possa favorire le condizioni per quella fase di mediazione per cui ci stiamo preparando, mentre è vero piuttosto il contrario, chiuderebbe ogni chance: Gheddafi non accetterà mai l'idea di lasciare, ma tanto più se sarà riuscito a resistere ai raid e all'avanzata dei ribelli. Lo stallo per lui è come una vittoria. Basta che resista in Tripolitania, tanto da evocare lo spettro di una Libia divisa in due. A quel punto spera di costringere la comunità internazionale a trattare con lui o a dividersi sul da farsi. Se c'è una minima possibilità che accetti l'esilio, è messo di fronte ad una situazione disperata, ma a quel punto potrebbe essere troppo tardi, sarebbero i ribelli a non volerlo concedere.

Piuttosto, uno scenario leggermente più probabile che dovremmo prepararci fin d'ora ad affrontare è che di fronte ad uno stallo la Francia decida di inviare truppe di terra. Questa volta sarebbe il caso di riflettere in anticipo su come comportarci.

Monday, March 28, 2011

Ipocriti!

La coalizione internazionale guidata dalla Nato in Libia non prende posizione per nessuna delle due parti in lotta, avrebbe assicurato poche ore fa alla Bbc il segretario generale dell'Alleanza Anders Fogh Rasmussen dopo le critiche da parte russa (secondo Mosca l'intervento in atto non sarebbe autorizzato dalla risoluzione dell'Onu). Bando alle ipocrisie, com'era ovvio, e auspicabile, l'intervento militare alleato non si è limitato a proteggere i civili dalle bombe di Gheddafi. Interpretando il mandato Onu in modo più esteso, l'intervento di fatto ha offerto, nonostante le numerose e ripetute smentite, una vera e propria copertura aerea agli insorti, che hanno così potuto rompere l'assedio di Bengasi e riprendere ad avanzare.

Un intervento, quindi, che oltre a proteggere i civili ha di fatto ribaltato, appena in tempo utile, le sorti del conflitto a favore dei ribelli. Un esito inevitabile e ragionevole. Con loro e non con Gheddafi ci siamo schierati, sarebbe onesto dirlo - e rivendicarlo - anziché nascondersi dietro l'alibi dell'intervento "umanitario". Non furono "umanitari" i bombardamenti contro la Serbia di Milosevic. Non lo sono quelli di oggi contro le forze di Gheddafi. Nonostante l'espressione «cambio di regime» venga ancora ipocritamente respinta per allontanare lo spettro di Bush, prima demonizzato poi riabilitato nei fatti, è innegabile che questo - e giustamente - sia l'obiettivo ultimo dell'intervento: cacciare Gheddafi. Diverse le circostanze politiche, molto diversa la Libia dall'Iraq, diverso l'impiego della forza, diversa (peggiore) l'organizzazione della coalizione, ma di questo si tratta. Nonostante a sinistra - siccome adesso alla Casa Bianca c'è Obama - molti si affaticano a spiegare perché in Libia sì può mentre in Iraq non si doveva (Libia vs. Iraq instruction for dummies), e a destra - solo perché Berlusconi con Gheddafi ha concluso molti affari e anche un trattato di amicizia, e perché in Libia l'Italia ha (aveva?) cospicui interessi - molti adottano le stesse infantili argomentazioni della sinistra contro la guerra in Iraq. Ipocriti!

P.S.
E tra l'altro mi chiedo: perché Pannella e i radicali non danno vita ad una bella iniziativa per l'esilio di Gheddafi, quindi a sostegno dei tentativi di Berlusconi, ostacolati evidentemente da quei "criminali" di Obama, Sarkozy e Cameron che vogliono la guerra a tutti i costi?!

Panorama deprimente

E' stato un weekend di pura follia quello che si è appena concluso. Con Frattini che se ne esce con l'idea malsana di un bonus in denaro per convincere i clandestini a rimpatriare, che di tutta evidenza non farebbe altro che alimentare il commercio di essere umani su cui prosperano le organizzazioni criminali; il centrodestra al governo e i giornali ad esso vicini (con l'eccezione del Tempo di Mario Sechi) che continuano a trattare la crisi libica come un'emergenza immigrazione e poco più (quando a tutt'oggi i grandi esodi paventati non si sono visti) e, ancor più patetico, ad esercitarsi in complottismi e vittimismi, quando è evidente che Parigi e Londra, ciniche quanto si vuole, stanno solo perseguendo il loro interesse nazionale; e in ultimo le opposizioni, che immancabilmente si dimostrano capaci solo di strumentalizzazioni sull'orizzonte ristrettissimo della politica interna.

Con rarissime eccezioni, insomma, un panorama politico e giornalistico davvero deprimente, mentre Gheddafi sta per cadere (i ribelli starebbero marciando verso Sirte, sua città natale), e Francia e Gran Bretagna giocano all'attacco la loro partita per l'influenza nel Mediterraneo, per riempire cioè quel nuovo promettente spazio geopolitico apertosi con le rivoluzioni del Nord Africa. Dovremmo chiederci perché noi non solo non riusciamo ad agire con la stessa determinazione ed efficacia, sembriamo ancora intontiti dalla tempesta che ha spazzato via il nostro comodo "posto al sole" in Libia, ma neanche discutiamo di come riprendercelo, quasi ce ne vergognassimo. Eppure, basterebbe partecipare attivamente, quanto francesi e inglesi, alle operazioni militari (abbiamo le forze e le capacità operative per farlo) e sfruttare al meglio qualcosa che loro invece non hanno: i nostri contatti, la nostra conoscenza sul campo, la nostra buona immagine.

Invece, stiamo lì a rimuginare, a piangerci addosso, ad aspettare un'improbabile «fase di mediazione» che dovrebbe farci tornare protagonisti, sottolineando in questo modo noi stessi il ruolo di secondo piano dell'Italia. Se chiedere «l'immediato cessate il fuoco» quando Gheddafi sembrava stesse per sferrare l'attacco finale su Bengasi aveva un qualche senso, è ridicolo farlo oggi, quando può essere scambiato per un modo di correre in aiuto del Colonnello stretto in una morsa (ribelli e raid) che sembra inesorabile, anche se lenta. Il nostro governo vaneggia di «mediazioni», «dialogo», «riconciliazione nazionale», mentre il raìs sta ancora combattendo ed è chiaro a tutti che venderà cara la pelle, altro che esilio... Certo, prima o poi occorrerà avviare un dialogo fra le tribù, un lavoro di riconciliazione, ma solo dopo che sarà caduto Gheddafi. Affannarsi tanto ora ricopre di un alone di ambiguità le nostre intenzioni, si potrebbe pensare che pretendiamo o che crediamo possibile «riconciliare» i ribelli con il tiranno e viceversa.

Siamo riusciti, è vero, a togliere a Sarkozy il monopolio del palcoscenico, ma ormai gli effetti che l'intervento alleato doveva determinare sul campo si sono verificati. Insomma, la Nato sembra intervenire se non a cose fatte, di certo molto ben avviate, e i ribelli sanno bene chi è intervenuto per primo e in modo decisivo in loro soccorso, nell'ora più drammatica. Pensare che ci lasceranno condurre le danze del dopo-Gheddafi, dopo che siamo rimasti in secondo piano negli sforzi per cacciarlo, è pura utopia consolatoria. Tant'è che alla nostra vera o presunta «soluzione diplomatica» avanzata da Frattini (di sponda, pare, con Germania, Russia e Turchia) già se ne contrappone un'altra, vera o presunta anche questa, elaborata da Parigi e Londra (almeno così dice il ministro degli Esteri francese Juppé). Sarà dura recuperare sulla nuova Libia l'influenza che avevamo, ma quand'è che iniziamo a giocare da duri?

Friday, March 25, 2011

La missione spezzatino

Ormai più che ad un'Alleanza la Nato somiglia ad un supermercato, dove ciascuno va e compra ciò che gli pare; e la missione uno spezzatino, divisa in tre tronconi per non scontentare nessuno. Quella di Bruxelles sembra di fatto una non scelta, che consente a ciascun alleato di scegliersi il livello di impegno che preferisce in Libia (e di coltivare quindi il proprio obiettivo). In realtà, non sono ancora ben chiari i contenuti dell'accordo raggiunto ieri: secondo il Corriere della Sera, che riporta le parole del segretario Rasmussen, la Nato ha già assunto il comando dell'embargo navale e assumerà a breve anche quello per il rispetto della no-fly zone, mentre, pare di capire, alla coalizione dei volenterosi, e in particolare ai singoli Paesi che lo vorranno, rimarranno gli attacchi mirati ai bersagli militari del regime di Gheddafi. Secondo la Repubblica, invece, l'Alleanza assumerà il comando sia della normale no-fly zone (già da domenica), sia di una cosiddetta no-fly zone plus (entro martedì), che comprenderebbe i raid contro le forze del Colonnello. Sul modello di quanto già avviene per l'Isaf in Afghanistan, la direzione politica sarà esercitata dal Consiglio atlantico, allargato ai rappresentanti dei Paesi non Nato che fanno parte della coalizione, come Qatar ed Emirati.

Il comando sarà unico su tutte le operazioni militari, non ci sarà più la "coalizione dei volenterosi" separata dalla Nato, confermano fonti dell'Alleanza. Sì, ma di fatto per tre diverse missioni: embargo, no-fly zone e bombardamenti. La Turchia si limiterà al primo, l'Italia alla seconda (non sia mai che i nostri aerei sparino un colpo), mentre Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti faranno il lavoro sporco, con gli inevitabili oneri ma anche, al momento opportuno, onori e benefici.

Secondo la versione di Repubblica, per Sarkozy sarebbe una resa totale. Salverebbe la faccia solo dicendo che sarà la conferenza di Londra di martedì prossimo tra i ministri degli Esteri della coalizione a fornire «l'ombrello politico-strategico» sotto cui agirà la Nato. Il ruolo francese viene comunque ridimensionato perché il comando (soprattutto se anche della versione "plus" della missione) passa alla Nato, ma solo sulla carta, perché c'è da scommettere che Parigi saprà ritagliarsi il ruolo di leader sul campo, nelle operazioni militari, e quindi anche nella direzione politica della crisi. Noi italiani possiamo da una parte ritenerci soddisfatti perché da "amici" del raìs, inizialmente un po' isolati, siamo riusciti a rientrare in partita, ma pur avendo voce in capitolo, rinunciando a partecipare alla parte "plus" della missione rischiamo di restare comunque in secondo piano.

Anziché partecipando ai bombardamenti, è puntando tutto su una improbabile futura «mediazione» con il regime di Gheddafi che Berlusconi spera di tornare protagonista. E' una scommessa ardita, perché come anche lui ben sa il suo vecchio "amico" non si arrenderà mai, piuttosto è capace di una carneficina, e il rischio è che il suo tentativo passi solo per l'ultima patetica ciambella di salvataggio all'amico dittatore. Se è vero che Berlusconi si sente trascinato "obtorto collo" nella missione, allora bisogna riconoscere il merito di aver evitato al nostro Paese un drammatico isolamento a Frattini, Letta e a La Russa (ma anche al presidente Napolitano e alla Clinton).

E' in queste occasioni che l'aspetto positivo della politica estera berlusconiana della "pacca sulla spalla" mostra tutti i suoi limiti. I rapporti umani con i leader aiutano senz'altro la diplomazia e gli affari, ma non bisogna rimanerne prigionieri, come è capitato al premier con Putin e Gheddafi. Il guaio per l'Italia in questa crisi è che Berlusconi è rimasto sentimentalmente, emotivamente legato ai bei tempi andati con il Colonnello, quando il leader libico sembrava aver rimesso la testa a posto. A causa del suo coinvolgimento personale non ha avuto quel guizzo, quel coraggio politico - o cinismo, se preferite - di un cambio di rotta a 180 gradi quando lo scenario geopolitico nell'intero Nord Africa è radicalmente mutato. Recriminare contro il protagonismo francese è solo un'infantile pratica autoassolutoria e raccontarsi che prima o poi si aprirà una «fase di mediazione» che ci vedrà protagonisti un fatuo esercizio consolatorio.

Thursday, March 24, 2011

Esserci ma anche no

Nonostante l'annunciato «ruolo chiave» della Nato nella missione in Libia, un accordo sul comando vero e proprio ancora non è stato raggiunto, quindi l'Italia la sua piccola rivincita non l'ha ancora ottenuta e inoltre non partecipando ai raid e vaneggiando di «mediazioni» continuiamo a lasciare a francesi e inglesi la prima fila.

All'inizio si era tenuta in disparte l'opzione Nato per favorire l'adesione di Paesi arabi alla coalizione. Paesi arabi che però finora non si sono visti. Quindi Obama pare si sia deciso per il comando Nato, ma i francesi insistono per una cabina di regia politica esterna all'Alleanza. Sembrerebbe che la maggior parte dei Paesi condivida la posizione italiana, eppure la situazione non si sblocca. Come'è possibile? Perché a Washington non premono con la dovuta convinzione? O perché in fondo non ne hanno la volontà, e quello con Parigi è solo un gioco delle parti? Sia come sia, l'assenza di leadership da parte americana lascia basiti. Obama è sì riuscito ad ottenere un mandato dell'Onu, grazie all'astensione della Russia, ma a quasi una settimana dall'inizio delle operazioni occidentali - e dopo oltre un mese di tentennamenti - non è ancora riuscito ad organizzare e definire ciò che più conta quando si va in guerra: la coalizione non ha ancora preso una forma definitiva (deve ancora convincere i Paesi arabi a partecipare); non è ancora chiaro a chi spetti il comando (deve convincere turchi e francesi ad accettare il comando Nato); e non sono chiari gli obiettivi ultimi (tra chi si accontenta di attuare la no-fly zone per proteggere i civili, e chi continua a bombardare per far cadere Gheddafi).

Obama in questi giorni viene aspramente criticato da commentatori e analisti di qualsiasi orientamento: «capo del cerimoniale del Pianeta», «metà Amleto, metà Macbeth», «brilla per prudenza, ma non ha mai un guizzo di coraggio politico», sono alcune delle espressioni nei suoi confronti. Stiamo assistendo al declino dell'America da molti atteso (e da qualcuno auspicato) o più semplicemente alla ratifica dell'inconsistenza della sua attuale leadership? Nonostante certamente la crisi economica, il debito, e i numerosi impegni militari limitino le capacità americane, propendo decisamente per la seconda.

Su una cosa non si può dar torto a francesi e inglesi: la no-fly zone di per sé non basta. Per far cadere il raìs bisogna bombardare e decimare le sue forze. D'altra parte, può anche non essere scritto esplicitamente sulla risoluzione Onu, ma non prendiamoci in giro: la missione ha successo se Gheddafi cade in breve tempo, altrimenti il rischio è un pantano che non coinviene a nessuno.

E l'Italia come sta giocando la sua partita? Male. Non abbiamo compreso il nuovo scenario che si sta aprendo in Nord Africa e la nuova sfida geopolitica che implica, mentre Sarkozy è stato lesto ad approfittarne. Anziché riconoscere il nostro errore e sgomitare per riguadagnare le posizioni perdute, ci nascondiamo dietro un infantile vittimismo anti-francese e un'ipocrita non-belligeranza («in dieci missioni i nostri aerei non hanno mai sparato», si vanta La Russa), nella speranza che prima o poi si apra una finestra diplomatica tra Gheddafi e la comunità internazionale. Nel frattempo però, l'impasse sul comando Nato, l'assenza di leadership americana, e il nostro esserci e non esserci («non siamo in guerra e non ci entreremo», ripete il governo), ci stanno relegando in una posizione sempre più vistosamente di secondo piano rispetto a francesi e inglesi. Berlusconi punta tutto sulla questione del comando Nato e su una improbabile «fase di mediazione», che dovrebbe seguire un vero cessate-il-fuoco, per riguadagnare spazio rispetto al protagonismo francese. Certo, se riuscisse a convincere Gheddafi all'esilio ne uscirebbe come il grande trionfatore, ma stavolta il suo sembra davvero un sogno ad occhi aperti.

Ripeto: l'Italia non deve utilizzare la questione del comando per mettere i bastoni tra le ruote alle operazioni, disquisendo se sia o non sia all'interno del mandato Onu bombardare i tank di Gheddafi. Certo che lo è. Punto. E anzi deve fare la sua parte come gli altri. Perché anche a noi interessa ormai che Gheddafi cada prima possibile e che si passi al dopo. Certo, dovremo contenderci con i francesi l'influenza sulla nuova Libia, ma semplicemente ritardare o peggio ostacolare questo esito non è un opzione percorribile, perché i bei tempi andati non torneranno più, a meno di non accettare il nuovo scenario e rimboccarsi le maniche. Insomma, una volta superato per sempre uno status quo che ci avvantaggiava, giocare sulla confusione degli obiettivi finali della missione per far dispetto ai francesi è una magra consolazione e, in realtà, faremmo dispetto a noi stessi. Anche perché l'interpretazione restrittiva del mandato Onu (la protezione della popolazione civile) è quella che più rischia di determinare una situazione di stallo, e alla lunga un esito per noi deleterio come la spartizione della Libia, con un governo dei ribelli in Cirenaica, ma a quel punto decisamente filo-francese, e uno in Tripolitania imprevedibile e vendicativo nei nostri confronti, e comunque sotto embargo e sanzioni.

Tuesday, March 22, 2011

Arginiamo Parigi, ma cacciamo Gheddafi

Sono le misere gelosie tra i Paesi europei a stagliarsi sulle ceneri della leadership americana. L'Italia ha ragione nel pretendere un comando Nato della missione, ha torto nel porre limiti alle operazioni, ma in questo sembra in linea con le ambiguità del presidente americano Obama.

Se si tratta di arginare il protagonismo francese - che ha tutta l'aria di essere dettato non da un afflato umanitario, ma dalla volontà di sostituire la propria influenza a quella italiana in Libia e dall'ambizione personale di Sarkozy, che cerca di rianimare la sua immagine nell'imminente corsa alla rielezione - ok; se è un modo per tornare su una posizione "neutralista" e prolungare surrettiziamente il regime di Gheddafi, decisamente no, perché ciò non risponde più ai nostri stessi interessi e prima ce ne convinciamo, meglio è. Invece, nel centrodestra stanno confondendo la legittima reazione al protagonismo francese con le sorti del raìs. E' certamente vero che siamo di fronte ad un intervento per lo più di carattere "neocoloniale" da parte di francesi e inglesi, che mirano a sostituire la loro influenza alla nostra in Libia, ma la soluzione non è piangerci addosso e addolorarci per Gheddafi. Il punto è un altro: che il Colonnello cada, e il prima possibile, è ormai anche nel nostro interesse, dal momento che il ritorno a qualcosa che somigli anche lontanamente allo status quo ante è impensabile e quindi il nostro comodo "posto al sole" in Libia è perduto. Dobbiamo riconquistarlo non prolungando l'agonia di Gheddafi, bensì non lasciando il comando delle operazioni - belliche e politiche - ai francesi. Questa è la sfida, rispetto alla quale l'alternativa è ritrarsi, rinunciando però in partenza a riguadagnare le preziose posizioni perdute in Libia.

Ad aver lasciato campo libero ai francesi purtroppo siamo stati noi stessi, paralizzati - a quanto pare ancora oggi - dall'imbarazzo per la nostra (ex?) amicizia con Gheddafi. Guardiamo agli Stati Uniti di Obama, a quanto velocemente hanno scaricato il loro miglior "amico" in Medio Oriente, Mubarak, quando si sono accorti che lo scenario era cambiato per sempre. Dobbiamo riconoscere, come fa non da oggi Mario Sechi su Il Tempo, che Sarkozy «è stato svelto nello scavalcarci perché ha capito qual era lo scenario»: in breve, che le rivoluzioni in Tunisia, Egitto e Libia stavano aprendo lo «spazio geopolitico» del Mediterraneo a chi fosse stato più rapido nel riempire quel vuoto; e che gli Stati Uniti sarebbero stati refrattari a svolgere un ruolo da protagonisti nella crisi libica. In questo spazio avremmo dovuto infilarci noi, invece Sarkozy ci ha preceduti. Ora non possiamo far altro che rincorrere, non negare la situazione.

Di fronte a quanto stava accadendo, e alla Francia che puntava chiaramente a sostituire l'Italia nei rapporti con la nuova Libia, due erano le possibilità per il nostro governo: o sostenere dichiaratamente il Colonnello, con tutto quello che avrebbe comportato, e senza nasconderci che comunque il suo destino sarebbe stato segnato nel medio termine; oppure, contendere ai francesi il dopo-Gheddafi, ma puntando decisamente a favorire il "dopo". Tertium non datur. Per questo è giusto sollevare un problema di comando, ma sarebbe sbagliato restare nell'ambiguità sull'obiettivo ultimo: cacciare Gheddafi prima possibile.

Questa guerra è cominciata tardi e male essenzialmente per responsabilità americane, per la debolezza della leadership di Obama. La confusione sull'obiettivo ultimo della missione infatti è innanzitutto la sua. Da una parte ripete ogni giorno che nessuna risoluzione dell'Onu autorizza a cacciare il raìs, quindi che l'obiettivo della missione non è rovesciare il regime, dall'altra aggiunge che il dittatore «se ne deve andare», non si capisce bene come. Indica una sottilissima «distinzione» fra l'intervento militare autorizzato dall'Onu e la politica del suo governo. La risoluzione 1973 richiede la protezione dei civili dalle violenze di Gheddafi, dunque l'obiettivo della coalizione non è il «cambio di regime», ma ciò non toglie che la Casa Bianca ritenga che «Gheddafi deve abbandonare il potere». Eh sì, sono lontani i tempi della chiarezza cristallina di George W. Bush. Solo con le lenti dell'ipocrisia si può fingere di non vedere che laddove la risoluzione autorizza «ogni mezzo necessario» a proteggere la popolazione civile, de facto autorizza - se necessario - anche la rimozione di Gheddafi dal potere. Ma secondo Obama l'intervento armato si dovrebbe limitare a proteggere i civili, mentre le sanzioni dovrebbero bastare a far cadere il regime. Questo per lasciare almeno all'apparenza nelle mani dei libici il loro destino, come in Egitto nel caso di Mubarak, evitando di impegnare gli Usa in un vero e proprio "regime change", che ricorderebbe troppo Bush. Se è lecito dubitare che una no-fly zone possa provocare da sola la caduta di Gheddafi, figuriamoci le sanzioni. O si tratta di ipocrisia liberal allo stato puro - e a questo punto c'è da augurarselo - oppure c'è da dubitare delle doti politiche del presidente Usa.

Stupiscono infine certe obiezioni sollevate nel campo del centrodestra, che somigliano in modo sospetto a quelle sollevate dalla sinistra ad ogni guerra americana: perché in Libia sì e in altre parti del mondo no? Il fatto che di dittature anche più minacciose e di genocidi sia pieno, purtroppo, il mondo non significa che bisogna rimanere con le mani in mano anche quando c'è la possibilità di intervenire. E' il solito trucco dialettico: siccome si dovrebbe intervenire ovunque, o comunque "ben altre" sarebbero le situazioni che richiederebbero un intervento, allora non si interviene mai.