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Thursday, January 22, 2015

Ecco cosa non vi è andato giù di American Sniper

Il modo in cui divide American Sniper è il segno del suo successo. Ancora una volta mission accomplished, Clint. Non sarà un film perfetto, un capolavoro dal punto di vista cinematografico, estetico, ma è un film riuscito. Non lascia indifferenti. Le reazioni prevalenti al film si dividono infatti tra quelle di chi lo liquida come una rozza propaganda militarista, e quelle di chi invece ha vissuto quelle due ore al cinema con estremo coinvolgimento, riconoscendo il dramma umano ma anche i valori in gioco. E, soprattutto, rispettando Chris Kyle e ciò che la sua storia rappresenta.

Un esempio perfetto per capire cosa intendo è il commento di Francesco Costa pubblicato proprio ieri sul Post. Sarebbe troppo rozzo per un raffinato intellettuale come Costa cadere nella trappola di accusare il film di «propaganda militarista». Quindi fa passare i motivi della sua contrarietà per pseudo-critiche cinematografiche: «Prendere la storia di Chris Kyle e raccontarla così è un torto alle storie in generale». Perché? Perché a suo avviso il film manca di complessità e sfumature.

Quella di Kyle è senza dubbio «la storia di un uomo con qualità militari formidabili e un carisma fuori dal comune», ma i tre anni passati in guerra a fare «cose dell'altro mondo» non l'hanno affatto distrutto. L'hanno messo a dura prova, l'hanno segnato, l'hanno messo in crisi e cambiato. Ma no, non distrutto, nemmeno nel senso che l'hanno portato ad essere ucciso.

Su una cosa Costa ha ragione: Kyle «non è un eroe-senza-macchia ma un essere umano». Ed è proprio questo che si vede nel film, anche grazie alla sorprendente interpretazione di Bradley Cooper. Ha drammaticamente torto, invece, quando sostiene che la sua è una di «quelle storie in cui non si capisce fino in fondo chi sono i buoni e chi sono i cattivi». E' esattamente il contrario: il film è riuscito proprio perché rispetta una storia in cui in fondo, nonostante tutto, si capisce in modo cristallino chi sono i buoni e chi i cattivi. Ed è questo che forse vi dà fastidio. E' pateticamente falso che il film manchi di complessità e sfumature: ci sono i traumi, i dubbi, anche la pura fifa di non poter rivedere la propria famiglia (altro che supereroe...). E c'è la drammaticità delle scelte, i «dilemmi morali». Solo che poi una scelta c'è, è quella giusta e Kyle non la rinnega. Nemmeno una volta tornato a casa con tutti i problemi del reduce. Che alla fine una scelta ci sia, e non venga rimessa in discussione, che si distinguano i buoni dai cattivi, non significa fare un torto alla complessità del reale.

Ovvio che il rientro è stato tremendamente difficile per Kyle e che le situazioni estreme in cui si è trovato l'hanno segnato. Nel film si vede e si capisce. Allora è una questione di quantità di pellicola: troppo ridotta la parte del film dedicata al rientro, ai problemi psicologici? Ma probabilmente Clint Eastwood ha voluto evitare che il racconto del ritorno a casa facesse cadere il film nel solito topos cinematografico, che piace tanto alla sinistra, del reduce che esce di testa, ce l'ha col suo Paese e diventa pacifista... Guardo in faccia la guerra > mamma mia che brutta > mai più guerre, sembra per alcuni l'unico schema accettabile. Volevate vedere sullo schermo ogni particolare delle sofferenze del rientro per potervi auto convincere che qualsiasi guerra non ne vale la pena? Se la vostra riflessione è stata "povero ragazzo, si è rovinato la vita a forza di maneggiare armi", è ovvio che avreste voluto vedere un altro film, un'altra storia.

Ma avevamo bisogno dell'ennesimo film sui drammi del reduce? Era questa l'essenza, la specificità della storia di Chris Kyle? Ovvio che la vita di Kyle è stata "anche" questo, ma in questo identica ai problemi di rientro che si trova ad affrontare qualunque reduce. Forse la sua eccezionalità sta invece in quello che è riuscito a fare laggiù, nelle sue «qualità militari formidabili» e nel «carisma fuori dal comune», nel sacrificio e nella sua idea di "missione" (proteggere), poi proseguita a casa. Forse a dare fastidio è che alla fine manca una condanna morale, anche implicita, della guerra in Iraq al pari di quella del Vietnam, e quindi che il film non sia un nuovo "Nato il 4 luglio".

Rispetto per tutti i reduci, qualsiasi siano le loro storie, le loro convinzioni al rientro. Ma quella di Chris Kyle è, appunto, un'altra storia, «un'altra America». Almeno questa lasciatecela, e voi tenetevi Obama...

Monday, September 08, 2014

I post della ragione

Se non vi sembra affatto "normale" l'impotenza, anzi l'ignavia con cui l'Occidente, da anni in totale assenza di guida americana, assiste alle teste mozzate, allo sfascio di un Medio Oriente e di un'Europa ormai teatri di conquista da parte degli jihadisti - territoriale del primo, culturale della seconda - e alle guerre espansionistiche russe alle porte dell'Europa... Se vi scandalizza la sensazione di "ordinaria amministrazione" con cui fingono di occuparsene da una parte i governi, nel susseguirsi di vertici inutili, riunioni fumose, comunicati copia-incolla, e dall'altra i mainstream media, con la loro fredda contabilità delle vittime tra un servizio sul gelato di Renzi e un altro sulla sinistra in camicia bianca... Se volete capire come siamo arrivati a questo punto, e soprattutto perché... E se vi sembra di essere rimasti i soli a porvi certe domande e ad esigere risposte e strategie vere, non equilibrismi e toppe mediatiche per passare la giornata, allora spulciate le oltre 700 pagine in cui Enzo Reale, ormai un anno fa, ha raccolto i post scritti per il suo blog (1972) nell'ultimo decennio.

L'ho acquistato su Amazon poche settimane dopo la sua uscita, poi l'ho lasciato lì, nella memoria del mio tablet (come faccio con molti libri), in attesa di un periodo di relativa calma per dedicargli il tempo che merita. Errore. L'ho sfogliato sull'onda dei terribili eventi degli ultimi mesi. Ma sarebbe più esatto dire che l'ho "riletto", perché dei suoi post sono stato un avido lettore fin dall'inizio, da quel lontano 2002 in cui il futuro dell'informazione sembrava ormai appartenere ai blog. Poi quella potenziale rivoluzione nel modo di "informare" sarebbe stata assorbita - almeno in Italia - dall'informazione tradizionale, con risultati spesso deludenti. Ma questa è un'altra storia...

In quei post ho ritrovato anche un pezzo della mia storia personale, sia da lettore che da osservatore, e senz'altro tutte le "nostre" ragioni. Sì, perché le mie e quelle di Enzo al 99% coincidevano/coincidono alla perfezione, oserei dire quasi telepaticamente, vista la distanza geografica. E' un libro che può essere aperto a caso e offrire commenti, analisi, punti e spunti di vista della realtà che sembrano scritti per essere letti oggi ma che non leggerete su nessun altro giornale o sito, almeno non con la stessa nitidezza e risoluzione. Che guarda dritto negli occhi, senza indulgenze, ipocrisie o compromessi, la crisi d'identità, il sonno della ragione, la coscienza sporca dell'Occidente. Resterete sorpresi dalla "banalità" della ragione, così la chiamerei, ossia da "verità" talmente evidenti da risultare scomode e, forse per questo, con troppa leggerezza ignorate.

Il mio consiglio è: acquistatelo, tenetelo lì, pronto all'uso. Leggetene qualche pagina ogni volta che avete la sensazione che l'Occidente si sia dimesso da se stesso. Vi sentirete meno soli. Se i «posti della ragione», quella "ufficiale", «erano tutti occupati» dal politicamente corretto, i post della ragione potete trovarli qui.
«Il problema che abbiamo oggi, in occidente, è che abbiamo perso la capacità di dare i nomi alle cose, di esprimere giudizi, di assegnare le colpe. Per paura, per viltà, per comodità. Ci siamo dimenticati che nonostante tutto siamo i buoni, e che esistono i cattivi. Non vediamo i nazionalismi di ritorno, ci crediamo immuni alle schermaglie che precedono i conflitti, non partecipiamo più a nessuna battaglia ideale».
PS. Ne è valsa e ne vale la pena Enzo, altroché!

Friday, October 04, 2013

Basta giornate della vergogna

Anche su L'Opinione

Mi scusi presidente Napolitano. Mi scusi signor Papa Francesco. Scusatemi signori ministri e signori direttori dei giornali più responsabili e pensosi d'Italia. Ma "vergogna" a chi? Quando si esclama "Vergogna!" è sottinteso che qualcuno debba vergognarsi, quindi sarebbe corretto precisare chi si dovrebbe vergognare. Invece non è chiaro a chi fosse rivolta la vostra indignazione, anche se una vaga idea purtroppo me la sono fatta. Ma io non mi vergogno, né come italiano né come europeo. Provo pietà, certo, per gli innocenti morti in mare a Lampedusa, ma nessun senso di colpa o responsabilità, né personale né collettivo.

E credo che noi in Italia abbiamo i media, i giornalisti, i politici, i presidenti, i papi più ipocriti di tutto il mondo, che in queste drammatiche situazioni non sanno fare altro che sfoggiare una retorica pelosa e vigliacche strumentalizzazioni, incapaci di guardare in faccia e chiamare i problemi con il loro nome.

Andrebbero bandite tutte le strumentalizzazioni, quelle di chi polemizza con gli avversari politici, ma anche di chi ne approfitta per partire all'attacco della legge Bossi-Fini, che davvero non c'entra nulla con quanto è capitato. E comunque, quanti oggi puntano l'indice contro quella legge sono gli stessi che non qualche anno fa, ma nei giorni scorsi non si sono recati a firmare il referendum per abolirla, impedendo che raggiungesse il numero di firme necessarie, dunque dovrebbero solo tacere.

Non è l'Italia, e nemmeno l'Europa a doversi vergognare, ma sono i nuovi mercanti di schiavi e i governi dell'Africa e del Medio Oriente che quando va bene condannano i loro popoli alla miseria, tra corruzione e malgoverno, quando va male calpestano i loro diritti, li violentano, li derubano e li massacrano in guerre fratricide. Su di loro ricade la vera responsabilità di questa e di altre tragedie, e del dramma dell'immigrazione in generale. E ormai da decenni non c'è più nemmeno l'alibi del colonialismo ad alleggerire le loro colpe. Quando il Papa si reca in visita nelle zone più povere della terra, oltre che abbracciare i bisognosi si ricordi di gridare "vergogna" all'indirizzo dei loro governanti.

Pur con tutte le contraddizioni e le difficoltà finanziarie al nostro interno accogliamo tutti a braccia aperte, tolleriamo culture e religioni diverse. Anche violente, e anche se non riceviamo lo stesso trattamento. Il diritto d'asilo è riconosciuto e praticato sia in Italia che in Europa. Soccorriamo ogni anno decine di migliaia di profughi, e altrettanti li aiutiamo da lontano con aiuti umanitari. Integriamo milioni di immigrati, permettendo loro di lavorare, e offrendo servizi molto costosi: sanità, istruzione, sussidi. Abbiamo le nostre regole. Migliorabili? Certo, ma umane e in linea con quelle degli altri paesi europei, reato di clandestinità compreso, e per durezza lontane anni luce da paesi civilissimi e da sempre apertissimi all'immigrazione come gli Stati Uniti. In Europa si potrebbe collaborare di più per gestire il fenomeno dell'immigrazione? E' vero, i paesi del centro e del nord Europa ci lasciano un po' troppo soli, ma nemmeno loro è la colpa della tragedia che piangiamo oggi al largo delle nostre coste.

Ne abbiamo abbastanza di queste giornate dell'ipocrisia e della vergogna. E' un'Italia, un'Europa, e un Occidente in generale in cui si cerca la pagliuzza nei nostri occhi e non si nota la trave negli occhi altrui. Ci vergogniamo di quello che siamo, di quello che facciamo, siamo sopraffatti dal senso di colpa per le fortune che ci siamo procurati con l'ingegno, la fatica e la civiltà. Questa è la causa più grande dei nostri mali di questi tempi, del nostro immobilismo. Questo è il malessere dell'anima che rischia di trascinare la civiltà occidentale sulla via del declino.

Wednesday, September 04, 2013

In gioco il diritto alla guerra "giusta"

Anche su L'Opinione

E' stato l'agire incerto e maldestro di Obama, privo di un'idea precisa sul ruolo da giocare in Medio Oriente fin dall'inizio di questa delicata fase di transizione, ad esporre gli Stati Uniti al rischio di un clamoroso smacco politico e diplomatico nella crisi siriana. Ma paradossalmente, proprio quando è apparso chiaro che in gioco non c'erano più solo la sua faccia e l'intervento in Siria, bensì la credibilità degli Stati Uniti stessi, la loro capacità di deterrenza, Obama è riuscito ad uscire dall'angolo in cui si era infilato. Chiamando in causa il Congresso, con una mossa azzardata ma a quel punto obbligata, ha reso ancor più evidente la posta in gioco e i leader repubblicani non hanno potuto far altro che venire in soccorso del presidente, se non altro per amor di patria. Sulle questioni di sicurezza e di prestigio nazionale l'America si conferma unita. L'accordo raggiunto al Senato per una risoluzione bipartisan sull'intervento consente a Obama di presentarsi con maggiore forza di fronte al G20, e di fatto riapre uno spiraglio diplomatico per tentare di costruire una qualche forma di consenso internazionale sulla necessità di sanzionare con le bombe il regime siriano.

Anche il presidente russo Putin non ha potuto escludere l'approvazione di una risoluzione Onu sulla Siria, nel caso venissero mostrate prove "inconfutabili" dell'uso di armi chimiche da parte di Assad. Ma ovviamente la sua è un'apertura destinata a restare puramente teorica, persino se fosse il dittatore siriano in persona ad ammetterlo.

La posizione di Obama quindi resta molto critica. Anche perché le incertezze e i segni di debolezza mostrati fino ad oggi, così come l'ignavia dell'Europa, non l'aiuteranno a convincere Russia e Cina, che anzi già pregustano lo smacco, e l'ulteriore indebolimento di Washington. E John McCain nel frattempo si è dissociato dall'intesa bipartisan, annunciando che voterà contro la bozza preparata al Senato, la cui approvazione quindi è tutt'altro che scontata. L'anziano senatore, e fiero avversario di Obama nella campagna del 2008, ritiene tempi e modalità dell'intervento inefficaci a provocare un cambio di regime a Damasco, obiettivo che invece sosterrebbe.

In effetti, oltre ad essere tardivo e preparato in modo approssimativo a livello diplomatico, dell'intervento delineato dalla Casa Bianca è davvero difficile scorgere logica e obiettivi politici, il disegno di lungo termine. Somiglia più ad un fallo di frustrazione dell'amministrazione Obama per coprire l'ennesimo fallimento della sua non-strategia, il cosiddetto "leading from behind". Anche in caso di caduta di Assad, Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nella gestione post-conflitto, come già in Egitto e Libia. Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, l'intervento dovrebbe puntare almeno all'uccisione di Assad, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba.

Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato. Ma non affronta le sfide, fa "spin doctoring".

Bisogna tuttavia considerare che per quanto privo di un piano e di una visione strategica, a questo punto, dopo le parole del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon («l'uso della forza è legale solo se autorizzato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu») e quelle di Papa Francesco (a proposito, perché solo ora preghiere e digiuni, dopo due anni di guerra, massacri e innocenti gasati in Siria?), l'intervento avrebbe anche il valore politico non trascurabile di riaffermare che si può – e in alcuni casi si deve – agire anche unilateralmente, senza subire veti da Russia, Cina e Iran, né il ricatto morale del pacifismo ipocrita. Di riaffermare il diritto/dovere alla guerra "giusta", oggi contestato fin nel suo principio umanitario.

Mentre Obama pretende di presentare il suo "case for war" in Siria in modo molto diverso dal caso iracheno («io ero contrario alla guerra in Iraq e non voglio certo ripeterne gli errori»), non stupisce che i suoi argomenti siano così simili a quelli usati proprio da George W. Bush dieci anni fa, a cominciare dal possesso e l'uso delle famose armi di distruzione di massa. Obama esprime rispetto per il ruolo dell'Onu e degli ispettori, ma ribadisce di fidarsi delle informazioni raccolte e si riserva il diritto di agire anche da solo nell'interesse e per la sicurezza degli Stati Uniti. Mette in guardia, poi, dai costi del non agire: «La nostra sicurezza di lungo periodo è minacciata dall'ignorare situazioni come quella siriana». Ricorda che tutte le vie diplomatiche sono state esplorate e che, alla fine, contro i "bulli" servono azioni decise. «Possiamo cercare una nuova risoluzione Onu, ma non sempre il Consiglio potrà agire, e agire si deve – osserva – è in gioco la credibilità della comunità internazionale». «Amiamo la pace, ma bisogna fare i conti con un mondo pieno di violenza e a volte anche di male, e dobbiamo assumerci le nostre responsabilità».

Un déjà vu, insomma. Davanti agli stessi dilemmi – il possesso e l'uso di armi di distruzione di massa da parte dei dittatori; la paralisi del Consiglio di Sicurezza Onu, sotto il ricatto dei veti di Russia e Cina; il pantano mediorientale; la necessità di tutelare la credibilità e il potere di deterrenza, oltre che la sicurezza, degli Usa – ecco che nelle parole di Obama si avverte l'eco dell'odiato Bush.

Wednesday, August 28, 2013

Qualche missile per coprire i suoi fallimenti

Siria: regime change sì, l'ennesimo spot di Obama no, grazie

Parafrasando Friedman sulle tasse, chi segue questo blog sa che «sono favorevole a buttare giù una dittatura in qualsiasi circostanza e con qualsiasi scusa, per qualsiasi ragione, ogni volta che è possibile». Ma di questo si tratta nel caso dell'intervento militare che sta valutando Obama in Siria? E' lecito dubitarne. E' talmente tardivo che è davvero difficile ravvisarne logica e obiettivi politici. La durata (pochi giorni) e le modalità (lancio di missili) fanno pensare ad un atto dimostrativo piuttosto che ad un intervento mirato a (e in grado di) provocare un cambio di regime. E Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nell'eventuale post-caduta del regime, come già in Egitto e Libia.

Per due anni, praticamente disinteressandocene e non schierandoci, chi illudendosi di poter convincere con le buone Mosca e Teheran ad abbandonare le proprie postazioni a Damasco, chi confidando nei sauditi, abbiamo permesso che la ribellione contro il regime di Assad in Siria si trasformasse in una guerra tra estremisti sunniti (al Qaeda) e fondamentalisti sciiti (Iran, Hezbollah). La scomoda verità è che al Qaeda è stata più svelta dell'Occidente nell'approfittare della crisi del regime siriano per tentare di assestare un colpo mortale alle aspirazioni egemoniche iraniane e russe sulla regione, al fine ovviamente di sostituirvi le proprie. E abbiamo lasciato che fosse l'Arabia Saudita ad aiutare i ribelli, con il risultato, come altrove in passato, che Assad, sostenuto da Teheran, sembra poter resistere, e che i sauditi hanno lasciato troppo spazio ai jihadisti.

Nelle fasi iniziali un aiuto occidentale diretto o indiretto avrebbe potuto garantire la leadership della ribellione alla parte migliore dell'opposizione ad Assad, quella laica, di civili ed ex militari, limitando quindi le infiltrazioni jihadiste e controllando da vicino come si sviluppava in concreto, sul terreno, l'ingerenza saudita. Ma ora che il conflitto si è trasformato in una guerra settaria tra terroristi sciiti e sunniti, è davvero arduo intervenire contro gli uni senza aiutare gli altri. Nella migliore, ma nient'affatto scontata, delle ipotesi, l'intervento favorirebbe l'Arabia Saudita, con la quale condividiamo, è vero, l'interesse a contenere gli ayatollah, ma che come sempre non è altrettanto netta e limpida nel contrastare l'integralismo e il terrorismo di matrice sunnita. Insomma, un altro fallimento del "leading from behind".

Obama ha dormito per due anni - mentre nel frattempo si concedeva la passerella contro il folcloristico Gheddafi - non s'è avvantaggiato in alcun modo della crisi siriana nei confronti di Russia e Iran (anzi!). Ora però è stata oltrepassata la "linea rossa": l'uso di armi chimiche. Quale ipocrisia! Prima di tutto, un massacro indiscriminato di civili è tale a prescindere dalle armi usate, se i macete o armi chimiche, e in quest'anno e mezzo se ne sono visti in abbondanza. Inoltre, prove dell'uso di armi chimiche sono emerse già mesi e mesi fa. Non sarà forse che ora sono aumentate le pressioni saudite, dato che senza intervento esterno Assad potrebbe addirittura prevalere?

Non c'è nulla di più vile però che nascondersi dietro l'assenza di un mandato Onu per dire no all'intervento militare in Siria. Significa infatti farsi dettare la politica estera e di sicurezza da Russia e Cina. Emma Bonino così facendo non fa certo onore alla sua storia politica, ma almeno rispetto ai suoi critici di sinistra non aderisce al doppio standard: se Bush non poteva deporre Saddam senza autorizzazione Onu Obama può attaccare Assad? Perché? Il primo violava il diritto internazionale e Obama no? Perché? Purtroppo sì, l'Occidente si sta riavvitando di nuovo sui soliti aspetti marginali, come l'uso di armi chimiche o il mandato dell'Onu, mentre la questione centrale dovrebbe essere: come agire per ottenere cosa?

Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, bisogna puntare almeno ad uccidere Assad, come suggerisce Bret Stephens, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba. Non mi pare quest'ultimo però il nostro caso.

Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, né visione o principi, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato... ma lui non affronta le sfide, fa "spin doctoring". E uno dei problemi del Medio Oriente oggi è che gli Stati Uniti non toccano palla in Medio Oriente.

Molti di sinistra in queste ore stanno rievocando l'interventismo democratico di Clinton e Blair per giustificare l'intervento contro il sanguinario Assad (definito solo pochi mesi fa un «riformatore» - non va dimenticato - dal precedente segretario di Stato di Obama), ma è un riferimento a sproposito: in quello che Obama sta per fare in Siria non c'è un'unghia di quello che fecero Clinton e Blair nei Balcani. Giuste o sbagliate che fossero, e a prescindere dagli errori commessi nella loro concreta applicazione, altri presidenti americani, da Clinton al tanto vituperato Bush, avevano una dottrina, una strategia, un'idea abbastanza definita sul nuovo ordine da favorire, nei Balcani così come in Medio Oriente. Obama mostra invece di non averne.

Wednesday, November 28, 2012

Precisione da ingegnere

E' confortante che per il nono giorno consecutivo al Cairo e in altre città egiziane ci sia ancora chi non si piega, si vede che alcuni anticorpi democratici sono rimasti dalla "primavera araba" dello scorso anno. Ma l'opposizione laica e liberale continua ad essere frammentata, a non avere una leadership e a non essere sostenuta, mentre gli Stati Uniti minimizzano il rischio di svolta autoritaria da parte del presidente Morsi. Il quale farà quanto basta per sbloccare i fondi del Fmi, ma non quanto sarebbe necessario per rendere irreversibile il processo democratico e davvero contendibile la guida del paese.

«Gli osservatori hanno costantemente sottovalutato la forza e l'ambizione dei Fratelli musulmani», di cui Morsi è espressione, scrive Bret Stephens sul Wall Street Journal, citando il già lungo elenco di menzogne e promesse disattese dal presidente e dal suo partito dal gennaio 2011. Messo il cappello all'ultimo momento utile sulla rivoluzione di piazza Tahrir, in pochi mesi la Fratellanza ha disatteso la promessa di non correre per le presidenziali; una volta eletto Morsi ha sostituito in fretta i vertici dell'esercito e tollerato un assalto all'ambasciata Usa.

L'amministrazione Obama, presidente in testa, non sembra dare molto peso a questi inequivocabili primi segnali di inaffidabilità e, anzi, avrebbe apprezzato il pragmatismo di Morsi nel risolvere la crisi di Gaza. Ma c'è il rischio, avverte Stephens, di scambiare per «moderazione» quella che è solo «flessibilità tattica». Il tempismo perfetto della sua mossa sul fronte interno, spendendo subito il capitale politico incassato a Gaza, dimostra infatti che «il suo reale obiettivo prioritario è consolidare il potere della Fratellanza musulmana, non migliorare gli standard di vita degli egiziani».

E' ingenuo pensare che la «precisione da ingegnere» che Obama avrebbe riconosciuto in Morsi non sia messa al servizio della sua ideologia islamista, e che voglia disfarsene in nome del realismo politico. Non sarà così. Resta solo da vedere quanto tempo osservatori e Casa Bianca ci metteranno per accorgersene.

Tuesday, July 31, 2012

Ori cinesi, non c'è da fidarsi

Prendetevi l'oro, ma non pensate di darcela a bere. Ye Shiwen, una ragazzina cinese di soli 16 anni, 172cm di altezza per 64kg, ha polverizzato il record mondiale dei 400 metri misti nuotando, nell'ultima vasca, più veloce di Lochte e Phelps. No, non ci crede nessuno. Di 4 minuti, 28 secondi e 43 decimi il suo tempo, inferiore di ben 1 secondo al record precedente stabilito a Pechino nel 2008. Ed è stupefacente che in un solo anno di "allenamenti" la nuotatrice cinese abbia migliorato la sua performance ai mondiali di Shangai dello scorso luglio di ben 7 secondi. Ma sono in particolare i suoi ultimi 50 metri di gara a insospettire. Dopo una serie di vasche a tempi eccezionali, ma comunque da finale olimpica, nell'ultima a stile libero è come se avesse acceso il turbo: 28" e 93, più veloce di 17 decimi rispetto all'ultima frazione di Ryan Lochte, oro nei 400 misti maschili con il secondo miglior tempo della storia, e di 8 decimi rispetto a Phelps.

Non so grazie a quale diavoleria, e i test antidoping potrebbero fallire nel rintracciarla, ma con il controllo totale esercitato dallo Stato sulla vita degli atleti in Cina, fin dalla tenerissima età, ci può stare di tutto: dal doping alla manipolazione genetica. E i laboratori cinesi sono tecnologicamente in grado di sfornare sostanze innovative, "invisibili", capaci di farsi beffa dei più scrupolosi controlli.

Insomma, c'è da sperare che Ye Shiwen abbia per difetto genetico mani e piedi palmati, sarebbe di gran lunga l'ipotesi migliore per lei. Tra l'altro, non c'è solo il suo caso. Anche in altre discipline i distacchi tra gli ori cinesi e gli atleti di tutte le altre nazioni sono un po' troppo spesso impressionanti, ma ormai ci siamo così "assuefatti" che non destano il minimo sospetto: i cinesi sono su un altro pianeta, si gareggia per l'argento.

Certo, la Cina è un continente, ha una popolazione di 1,5 miliardi di persone, quindi un bacino enorme a cui attingere per trovare fenomeni della natura e trasformarli in campioni straordinari. Ma la Cina, come altri sistemi totalitari in passato, ha anche una lunga storia di doping: 40 casi in 20 anni. E recentissima, soprattutto nel nuoto: 12 medaglie su 16 ai mondiali del 1994, ma l'anno dopo, ai giochi asiatici del 1995, 7 nuotatori cinesi risultano dopati, la squadra è decimata e ad Atlanta '96 arriva solo una medaglia d'oro. Ancora nel 2009 5 casi positivi e lo scorso marzo positiva anche la nuotatrice sedicenne Li Zhesi.

Ci sono i precedenti inquietanti della Ddr e dell'Urss, a cui per decenni è stato consentito di ingannare il mondo nonostante il trucco fosse sotto gli occhi di tutti, senza bisogno di chissà quali test. Molte atlete hanno avuto la vita segnata dalle tempeste ormonali a cui sono state sottoposte. Il sistema politico cinese è del tutto simile: vive di propaganda nazionalista, è totalmente privo di trasparenza in ogni ambito e calpesta i diritti umani elementari.

Nei Paesi occidentali non mancano casi di doping, anche clamorosi, ma lo sport si pratica spontaneamente, su iniziativa privata e individuale, può essere più o meno incentivato dalle autorità pubbliche ma è parte integrante del nostro stile di vita. E infatti ogni nazione ha i suoi sport di "eccellenza". Al contrario, in Cina l'eccellenza sportiva viene pianificata dallo Stato, migliaia di bambini vengono prelevati dalle loro famiglie, con la scusa di strapparli alla miseria, e inseriti nei programmi statali per farne un esercito di atleti. Sarebbe forse meno scandoloso del doping se, come purtroppo viene denunciato, i giovani campioni cinesi fossero il frutto di pratiche di allenamento massacranti, più simili alla tortura e allo sfruttamento di minori?

Monday, May 28, 2012

Nuova strage, vecchio scandalo: l'Onu

Dietro l'ennesima strage in Siria c'è un vecchio scandalo: l'Onu. L'Onu ormai strumento delle dittature grandi e piccole, sempre più paravento dietro cui si perpetrano i più gravi crimini contro l'umanità. E scusate, ma questo è uno dei più grandi scandali planetari, che solo il sonno ideale in cui versa l'Occidente impedisce di denunciare con la forza che meriterebbe.

Non fa neanche più notizia che il Consiglio di Sicurezza non riesca a votare una risoluzione sulla strage di Hula per i soliti veti russi e cinesi. L'Onu «condanna», si legge sui giornali e si sente in tv, ma in realtà la dichiarazione, non vincolante, della presidenza di turno del Consiglio (Azerbaigian!) è al massimo una "semi-condanna", nella quale si allude ad una possibile estraneità del regime di Assad.

Hula come Srebenica, come Sarajevo; in Siria come in Bosnia. Dove c'è Onu ci sono massacri, è matematico. Con i caschi blu che stanno a guardare, scattano foto, compilano inutili e penosi rapporti. Processi di pace e missioni diplomatiche che in realtà fanno il gioco dei dittatori, funzionali alle loro repressioni sanguinarie. Come si può pretendere di proteggere i civili praticando l'equidistanza politica tra regime e ribelli, tra aggressori e vittime?

Ritorna la domanda: ha ancora senso l'Onu? Non è giunto forse il momento di rottamare l'Onu, o almeno certa casta onusiana, di cui Kofi Annan è la massima e più rivoltante espressione? Ancora lui nonostante tutti i malaffari? Vittima ingenua dei raggiri di Assad o piuttosto complice? La Russia può facilmente nascondersi dietro il suo piano, dire di non appoggiare Assad ma di sostenere il piano Annan, ben sapendo che in realtà quest'ultimo fa proprio il gioco di Damasco.

L'altra chiave di lettura della crisi siriana è l'assenza della leadership americana. I tentennamenti, i "flip flop" dell'amministrazione Usa già visti in occasione della crisi iraniana, poi di quella egiziana e infine libica. Chi alla Casa Bianca ha avuto il coraggio e la lungimiranza di "scavalcare" l'Onu è stato dileggiato e disprezzato dai benpensanti. Oggi invece totale fiducia nel genio diplomatico e nel Nobel per la pace Obama, che procede caso per caso, senza strategia, senza visione, toppa dopo toppa. In Libia sì all'intervento - con colpevole ritardo - perché con Gheddafi si poteva vincere facile, senza boots on the ground (e nonostante questo si è rischiato lo smacco), mentre per deporre Assad bisognerebbe vedersela con Russia, Iran, Hezbollah, avversari veri insomma, non beduini. La toppa per la Siria sarebbe la cosiddetta "opzione yemenita", ovvero una transizione interna al regime favorita da una mediazione araba. Innanzitutto, nello Yemen il giudizio sull'esperimento è sospeso, non essendo ancora chiaro se sarà in grado di produrre un cambiamento pacifico ma reale, o se piuttosto permetterà nella sostanza di salvare lo status quo. Ma la Siria di tutta evidenza non è lo Yemen. Niente di più facile che la Yemenskii Variant, come guarda caso l'hanno ribattezzata a Mosca, possa apparire inizialmente un successo diplomatico americano salvo poi, nella sostanza, rivelarsi la più tipica delle normalizzazioni.

Friday, November 04, 2011

L'Iran vero banco di prova per Obama


Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik

Un altro pezzo della politica estera del presidente americano Barack Obama si sta sgretolando sotto i duri colpi della realtà. Il programma nucleare iraniano è tornato al centro delle agende diplomatiche e militari e si è quindi riaffacciato nelle conferenze stampa dei leader e sulle prime pagine dei giornali. Nei giorni scorsi le notizie di esercitazioni militari congiunte e un articolo del Guardian, secondo cui le forze armate britanniche stanno perfezionando i loro piani di appoggio agli Stati Uniti nel caso di un attacco contro obiettivi nucleari in Iran. Il dossier iraniano è stato al centro dell'incontro di ieri fra il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak e il ministro britannico degli Esteri William Hague. Ed è imminente (previsto per l'8 novembre) un rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), che dovrebbe contenere informazioni allarmanti come mai prima d'ora: il programma atomico e missilistico di Teheran sarebbe in uno stato molto avanzato e il regime iraniano potrebbe essere dotato di un arsenale nucleare entro la fine del 2014. L'Iran avrebbe dimostrato - in verità come molti avevano previsto - una sorprendente resistenza alle sanzioni internazionali. I sabotaggi tramite attacchi cibernetici e gli omicidi mirati degli scienziati iraniani non avrebbero sortito gli effetti sperati, o quanto meno non sarebbero riusciti a rallentare il programma nucleare secondo le aspettative.

L'amministrazione Usa per il momento si limita allo studio di nuove e più dure sanzioni, e il presidente Obama non vorrebbe prendere in considerazione un attacco prima delle prossime elezioni presidenziali. Tuttavia, secondo le fonti del Guardian un'accelerazione della Casa Bianca verso l'opzione militare non sarebbe da escludere. Molto dipenderà dal grado di allarme che susciteranno i progressi iraniani. Le obiezioni sono sempre le stesse e riguardano il rapporto costi-benefici: dubbi sulla reale efficacia dello "strike" rispetto ai rischi di rappresaglia iraniana (non va dimenticato infatti che gli Hezbollah in Libano sono pronti in qualsiasi momento a scatenare l'inferno, alla faccia della missione Unifil). Inoltre, c'è chi è convinto che un attacco possa ricompattare il regime, che invece nel tempo che ancora ci separa dall'acquisizione della bomba potrebbe essere dilaniato dalle divisioni e/o travolto da un'ondata rivoluzionaria. Ma se i dubbi si concentrano sull'efficacia dell'attacco nell'azzerare, o arrestare il programma nucleare, è anche vero che più passano i mesi più Teheran avrà il tempo di studiare e attuare le sue contromosse per limitarne i danni. Entro i prossimi 12 mesi, infatti, gli iraniani potrebbero nascondere il loro materiale e le loro armi all'interno di bunker fortificati in grado di resistere alla pur incredibile forza di penetrazione dei missili americani e israeliani. Insomma, la finestra per un attacco potrebbe chiudersi prima di quanto si creda e ciò secondo gli inglesi potrebbe indurre il presidente Obama ad anticipare l'operazione.

In ogni caso, la politica della «mano tesa» verso Teheran inaugurata all'indomani del suo insediamento alla Casa Bianca appare ormai un pallido ricordo. Una svolta che ha avuto la sua sanzione pubblica circa un mese fa, dopo la scoperta del complotto ordito dal governo iraniano che doveva portare all'uccisione dell'ambasciatore saudita a Washington. «Continueremo ad applicare contro l'Iran le più dure sanzioni, perché il Paese venga sempre più isolato», aveva assicurato Obama in quella circostanza, aggiungendo che «nessuna opzione viene esclusa» nei confronti di Teheran. Un'espressione tipica dei "falchi" della precedente amministrazione. Dunque, lo stesso Obama che nel 2009 aveva rinunciato a sostenere l'"onda verde" contro la truffaldina rielezione di Ahmadinejad, riuscendo solo dopo molte incertezze a proferire qualche timida parola contro le violenze e sui diritti del popolo iraniano, nel timore di compromettere fin da subito la sua apertura di credito agli ayatollah, oggi ha cambiato strategia nei confronti del regime iraniano, ma l'ipotesi di un attacco militare mi sembra prematura. Per il momento con Teheran sembra più una guerra di nervi.

Certo è che l'opzione è tornata prepotentemente sul tavolo di Obama, anche perché non vanno sottovalutati i rischi di un'eventuale azione unilaterale da parte israeliana, quindi i piani militari vengono tenuti aggiornati, ma l'impressione è che non si muoverà nulla prima della scadenza del suo mandato nel 2012. Scadenza che conviene aspettare anche al governo israeliano, che a gennaio 2013 potrebbe trovare alla Casa Bianca un interlocutore più sensibile. In Israele intanto il dibattito sull'opzione militare è ancora aperto, nell'opinione pubblica e tra i vertici militari. Il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Barak avrebbero ottenuto il via libera della propria maggioranza, ma le indiscrezioni di questi giorni su un attacco dato addirittura per "imminente" vengono interpretate come un'azione di boicottaggio ai danni del processo di costruzione del consenso attorno all'eventuale operazione. Israele infatti scioglierà il suo dilemma, se muoversi o meno in solitudine, solo nel momento in cui apparisse chiaro che gli Usa e i loro alleati non intendono in alcun caso agire, e comunque tempi e modi verranno concordati con Washington.

Strike o non strike, che sia imminente o meno, è degno di nota che il presidente Obama prenda in considerazione l'ipotesi di un attacco preventivo in pieno stile George W. Bush, a riprova del fatto che, contrariamente a quanto veniva spacciato in Europa durante la crisi irachena, il concetto negli Usa è da sempre bipartisan, non una diavoleria da neocon. Se guardiamo all'architettura legale e militare della guerra al terrorismo (Guantanamo e affini, per intenderci), nient'affatto smantellata; all'Iraq, con la conferma dei piani di ritiro di Bush; all'Afghanistan, con il "surge"; e ai bombardamenti con i droni in Pakistan e in altre zone del mondo, Obama si è rivelato persino tougher than Bush, deludendo le aspettative pacifiste dei liberal e smentendo quanti a destra temevano un presidente incline a disimpegni precipitosi, quindi debole su quanto di più delicato: la sicurezza nazionale.

La politica di Obama in Medio Oriente invece è stata un disastro. Da quel discorso di apertura pronunciato al Cairo e indirizzato nient'affatto ai popoli della regione, ma ai loro regimi autoritari, ai quali assicurava la non interferenza Usa, Obama ci ha messo tre anni per capire di dover quanto meno correggere la sua impostazione. Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik. E l'ha capito a suon di sberle degli eventi. C'è voluta l'"onda verde" di Teheran nel 2009, abbandonata alla brutale repressione del regime, per incrinare le sue certezze; ci sono volute le piazze arabe di questa primavera per obbligarlo a correggere il tiro, imboccando, sia pure in modo opportunistico e maldestro, la via del regime change. Adesso però è giunto il momento della verità. L'abbandono frettoloso e "obtorto collo" di Mubarak al suo destino, senza alcuna garanzia sull'esito democratico del processo politico in corso in Egitto, e il successo contro Gheddafi - della serie "ti piace vincere facile" - non si possono considerare prove sufficienti del cambio di rotta in senso pro-democracy della politica di Obama in Medio Oriente. Il vero banco di prova sono la Siria e l'Iran, i cui regimi sono ben più armati e sanguinari e dove gli interessi di Russia e Cina non rendono agevole velare di multilateralismo le proprie scelte.

Thursday, October 20, 2011

Muore Gheddafi, ma l'Occidente non si è ancora risvegliato

E così anche Gheddafi ha trovato la sua fine. Fine che, come ogni altro tiranno, si è meritato e che aveva preparato negli anni quasi con ostinazione. Al contrario di Saddam Hussein, catturato da fuggitivo, a Gheddafi va almeno reso atto di essere morto come aveva promesso alla "sua" gente, cioè da soldato, combattendo. Altro che nel deserto con i tuareg, o addirittura già fuori dal Paese, è rimasto fino all'ultimo alla guida delle truppe a lui leali, a difesa dell'ultima roccaforte, la sua città natale. «Siamo tutti sorpresi dalla tenacia delle forze fedeli a Gheddafi... E' stato davvero interessante vedere quanto fiera e determinata è stata la loro resistenza», aveva ammesso pochi giorni fa il generale Jodice al New York Times.

Al momento la ricostruzione più credibile è che il convoglio su cui viaggiava Gheddafi sia stato costretto a fermarsi da un raid di forze aeree della Nato (caccia francesi, rivendicano da Parigi), che i miliziani del Cnt che lo inseguivano abbiano raggiunto e distrutto i veicoli; che il colonnello abbia tentato di nascondersi in un cunicolo sotto la strada ma che l'abbiano catturato, gravemente ferito, e poco dopo sia stato giustiziato. Immagini tremende, quelle dell'ex raìs ancora vivo nelle mani dei suoi nemici, che fanno protendere per un'esecuzione sul posto, che potrebbe persino aver invocato lui stesso. Senza voler esprimere giudizi che sarebbero troppo facili nei confronti di chi ha sopportato un'atroce dittatura non per 20, ma per 40 anni, tuttavia qualcosa si può dire alla luce della fine che hanno fatto Bin Laden, Gheddafi, e nel frattempo molti altri terroristi ricercati "dead or alive": Obama li preferisce dead, per evitare complicati dilemmi giudiziari; Bush li preferiva alive e sotto processo, nonostante le polemiche su Guantanamo e sulla sorte di Saddam. Approviamo l'indirizzo obamiano, ma gradiremmo fosse registrato dai suoi fan "de sinistra".

Le operazioni Nato terminano così come erano iniziate: con una grande ipocrisia. Un portavoce dell'Alleanza ha confermato il bombardamento del convoglio, precisando però che «dal momento che non abbiamo alcun soldato in territorio libico, non possiamo dire nulla sull'identità delle persone uccise». La forma è salva. La risoluzione Onu 1973 autorizzava un intervento umanitario, non un regime change, né tanto meno l'uccisione di Gheddafi, che per mesi ci hanno ripetuto non essere tra gli obiettivi dei raid.

La realtà ovviamente era un'altra, per fortuna. Le forze aeree della Nato non si sono limitate a proteggere i civili. Questo forse è stato vero durante i primi giorni, quando il colonnello aveva ancora frecce al suo arco, con le quali colpiva duramente la popolazione mentre i leader occidentali tentennavano, ma subito dopo hanno svolto il ruolo di vera e propria aviazione al servizio delle forze ribelli. Insomma, dopo le incertezze e le ambiguità iniziali l'intervento, comunque colpevolmente tardivo, non poteva non mirare al regime change. Lo comprendiamo e, anzi, avremmo voluto che fosse dichiarato. Sarebbe stato demenziale soltanto immaginare il contrario, perché avrebbe portato ad una situazione di stallo. Un intervento tra i più sconclusionati, almeno nella fase iniziale, e ipocriti che si ricordino: non "umanitario", quanto meno non solo, ma certamente nemmeno "multilaterale". Era meno ambigua la risoluzione sulla base della quale nel 2003 fu attaccato l'Iraq, ma allora gli Usa tentarono la via di una seconda, più esplicita. Questa volta no e nessuno ha fiatato.

«Capolavoro» di Obama, dunque, che è riuscito a deporre un dittatore laddove Bush non ha potuto evitare di suscitare proteste in mezzo mondo occidentale, spaccare l'Europa ed inimicarsi la Russia? Non direi. Obama in Libia si è trovato di fronte a una situazione enormemente meno complicata di quella irachena nel 2003, sotto molti punti di vista. Politico-militare, perché da tempo ormai Gheddafi non costituiva più una minaccia, anzi aveva da poco normalizzato i suoi rapporti con la comunità internazionale, era indebolito da una vasta ribellione e da numerose defezioni, nonché isolato nel mondo arabo. Diplomatico, perché all'Eliseo non c'era più l'antiamericano Chirac e a Berlino non più Schroeder, ma soprattutto Francia e Germania, come la Russia, hanno in Libia molti meno interessi di quanti ne avessero in Iraq. E infine mediatico, perché il primo presidente americano nero della storia, nonché icona della sinistra mondiale, e già premio Nobel per la pace, doveva per forza mantenere l'aura di santino pacifista che i media e le èlite politiche e intellettuali d'occidente gli avevano cucito addosso.

A suo favore hanno giocato quindi una stampa e un'opinione pubblica acquiescenti (in Italia complice il fatto che l'ex raìs fosse "amico" dell'odiato Berlusconi), quasi distratte rispetto a quanto stava accadendo in Libia, per esempio sulla contabilità dei morti sotto i bombardamenti Nato. Ma il timbro - rivelatosi falso - di guerra "umanitaria" e "multilaterale" serviva a tutti i costi, per allontanare gli spettri di Bush e Blair, evitare di dire e fare le stesse cose, mentre nei fatti si era costretti "obtorto collo" a riabilitare la loro Freedom Agenda e a cercare di proseguire alla meno peggio il lavoro da loro iniziato, inseguendo in fretta e furia le piazze arabe e persino ribelli del tutto privi di credenziali democratiche.

Il tanto decantato «leading from behind» non è una politica, una visione strategica, ma al più un pragmatico adattamento, con scarsa convinzione, alle nuove circostanze, se non un mero espediente retorico e comunicativo: fare buon viso a cattivo gioco, far credere che se la situazione in Medio Oriente appare sfuggita di mano, al di fuori del proprio controllo, è perché in realtà si è bravi a indirizzarla da dietro le quinte. Ma che senso avrebbe stare dalla parte giusta della storia senza farsi vedere? Viene il dubbio che semplicemente non ci si creda. Forse in Tunisia e in Libia le cose volgeranno al meglio rispetto ai regimi precedenti, ma in Egitto, nodo cruciale per gli equilibri dell'intera regione, si stanno mettendo male - la normalizzazione dell'esercito da una parte, che rischia di tradire lo spirito di Piazza Tahrir, e la deriva islamista dall'altra - e il presidente Obama non sembra in grado di influenzare più di tanto gli eventi.

Si è fatto cogliere alla sprovvista dalla cosiddetta "primavera araba", nel bel mezzo della sua strategia di ritorno al realismo, che in questi giorni sta naufragando anche sull'Iran. Ha saputo cavalcare l'onda anomala con pragmatismo e opportunismo, ma subendo gli eventi piuttosto che condizionandoli. Ha dovuto contaminare le proprie politiche realiste con germi di promozione della democrazia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Oggi scompare dalla faccia della terra un altro tiranno e questa di per sé è una notizia da festeggiare. Per il popolo libico si apre comunque una preziosa, e fino a pochi mesi fa inimmaginabile, finestra di opportunità. Ma il futuro resta più che mai incerto. E' presto per parlare di rivoluzione. I moti arabi di quest'anno sono forse l'avvio di un processo di democratizzazione, che sarà lungo e che sembra tutt'altro che irreversibile. Sarà decisivo che l'Occidente sia consapevole del suo ruolo.

Sunday, September 11, 2011

10 anni dopo, l'Occidente al bivio

«In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».
Tony Blair

Oggi sono trascorsi dieci anni esatti. C'è una generazione 11 settembre che conserva con assoluta nitidezza la comprensione emotiva di quell'evento, ma nella gran parte della gente e degli uomini di potere è subentrata la «calma» di cui parla Blair nelle sue memorie, che non sempre è il risultato di analisi più razionali. Sapevamo fin dall'inizio che non si sarebbe trattato di una guerra convenzionale, con stati ed eserciti schierati l'uno contro l'altro. Non basta uccidere Hitler, devastare la Germania e il Giappone, per porre fine alle ostilità. Bin Laden è stato ucciso, al Qaeda indebolita, ma la lotta tra l'aspirazione alla libertà e la tirannia del fondamentalismo islamico è ancora in corso, perché è una guerra prima di tutto ideologica, che si combatte, certo, anche nelle nostre società (ed è vitale non abbassare la guardia e riaffermare i nostri valori), ma il cui esito dipenderà dall'evoluzione delle società islamiche. E' in corso in modo decisivo in Medio Oriente, dove i moti di questo 2011 sono stati generati da quell'aspirazione, ma rischiano di essere travolti dall'estremismo. Ne abbiamo avuta vivida dimostrazione l'altro ieri al Cairo.

I successi sul campo sono indubbi. Due dittature sanguinarie non ci sono più (in Afghanistan e in Iraq), esperimenti e primi vagiti democratici sono in corso, anche se non ancora irreversibili. Il fallimento di Bin Laden è sotto gli occhi almeno dei musulmani non del tutto accecati dal fanatismo: la presenza militare americana nei Paesi islamici è aumentata e le masse arabe si sono ribellate non agli Usa, non ai loro governanti "riformisti", ma ai loro tiranni, anche laddove tutto sembrava calmo e piatto: in Egitto, in Libia, persino in Siria e in Iran. Anche un presidente "realista" come Barack Obama si è dovuto piegare all'evidenza della storia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Come ha ricordato Christian Rocca in questi giorni, Obama non ha smantellato né in patria né all'estero l'architettura della guerra al terrorismo messa in piedi dal suo predecessore, nonostante avesse promesso di farlo in campagna elettorale, e in Medio Oriente è dovuto venire a patti con l'unica strategia che resta valida, quella elaborata all'indomani dell'11 settembre dagli odiati Bush e Blair: «Sostituire lo status quo con la promozione della democrazia». Si possono affinare i metodi e calibrare i tempi, ma quella è.

Dopo dieci anni dall'11 settembre, l'Occidente non se la passa bene, afflitto da una crisi economica e politica forse senza precedenti, ma le società che si ispirano ai principi islamici appaiono in una crisi profonda (l'unica area del mondo non occidentale a non aver agganciato il tumultuoso sviluppo di Cina, India e Brasile), e l'islamizzazione è una risposta che non sembra convincere le masse, anche se la partita è ancora aperta.

C'è la tendenza a spiegare il momento di crisi degli Stati Uniti e dell'Occidente con la reazione eccessiva e troppo costosa, militarmente ed economicamente, all'11 settembre, ma Charles Krauthammer ha brillantemente respinto queste teorie:
«Our current difficulties and gloom are almost entirely economic in origin, the bitter fruit of misguided fiscal, regulatory and monetary policies that had nothing to do with 9/11. America's current demoralization is not a result of the war on terror. On the contrary. The denigration of the war on terror is the result of our current demoralization, of retroactively reading today's malaise into the real - and successful - history of our 9/11 response».
L'unico motivo di pessimismo in questo decimo anniversario è proprio lo stato di torpore e sfiducia in se stesso in cui sembra essere piombato l'Occidente. Che non sembra più credere nei valori che lo hanno reso grande, dominante, e che si riassumono nelle sei killer application descritte da Niall Ferguson nel suo "Civilization". E' dentro di noi in quanto individui e in quanto società ciò che può farci perdere la guerra al fondamentalismo islamico e che può condannarci al declino dinanzi all'ascesa dei giganti asiatici. Abbiamo ingabbiato noi stessi la vitalità dei nostri sistemi politici ed economici, cedendo alle lusinghe dello statalismo, alle false sicurezze «dalla culla alla tomba». Chi più chi meno, in Europa e negli Stati Uniti, tutti condividiamo le stesse storture: spesa pubblica eccessiva, debiti insostenibili, politica monetaria facile, rigidità dei mercati, politici incapaci di prendere decisioni. Ciò significa un'allocazione inefficiente e distorta delle risorse umane e materiali, corruzione e sprechi, immobilismo. In questo modo non riusciamo più a sfruttare al meglio le killer apps che noi stessi abbiamo inventato.

Dieci anni dopo l'11 settembre, l'Occidente è al bivio, ma non sotto i colpi dei terroristi. O si lascia alle spalle il Novecento e riesce ad autoriformarsi, ritrovando se stesso, o è perduto.

Concludo quindi questo post-anniversario con un pensiero alle vittime, ai loro famigliari, e a tutti coloro che in questi dieci anni hanno dedicato e talvolta sacrificato le loro vite nella guerra al terrorismo, e ancora con le parole di uno di loro, Tony Blair:
«... credo che all'estero dovremo proiettare un senso di forza e determinazione, non di debolezza o esitazione; ritengo che sia arrivato il momento di attuare più riforme governative, non meno... siamo diventati troppo umili, troppo fiacchi, troppo inibiti, attanagliati da troppi dubbi, e ci mancano obiettivi chiari. Il nostro stile di vita, i valori, che ci hanno resi grandi, rimangono per noi in quanto nazioni non solo come testamento, ma come messaggeri del progresso umano; non sono i ruderi di una politica un tempo gloriosa, bensì lo spirito vitale di una visione ottimista della storia umana. Non ci resta che tornare ad applicarli alle circostanze in mutamento anziché accantonarli considerandoli ormai inutili».

Friday, May 20, 2011

Quello che non vi dicono sul discorso di Obama

Spesso sottolineo le cantonate e le deformazioni ideologiche della nostra stampa mainstream, ma quelle di stamattina sul discorso di Obama di ieri le superano se non tutte, parecchie. Un discorso ridotto ad una specie di reprimenda nei confronti di Israele che si ostinerebbe a non accettare i confini del 1967. Tutti i titoli, e la gran parte degli articoli, con la sola eccezione di Molinari su La Stampa (anche lui però sfregiato dal titolista), lanciano il medesimo messaggio: Obama che rompe il tabù dei confini del '67, e tutti a celebrare il presidente di sinistra che finalmente gliene dice quattro a Israele. Innanzitutto, questa lettura ignora il cuore del discorso: la svolta di politica estera annunciata da Obama ieri non riguarda il negoziato tra israeliani e palestinesi, che anzi ha riconosciuto essere in uno stallo e dipendere dalle due parti, ma il ritorno all'agenda pro democracy da parte del presidente, che l'aveva accantonata appena entrato alla Casa Bianca, nel tentativo di sintonizzarsi con le "piazze arabe", quelle vere, che si ribellano ai loro tiranni, e non quelle immaginate nelle stanze del Dipartimento di Stato o in qualche think tank "realista". Evidentemente è più "politicamente corretto" porre l'accento su Obama che striglia Israele, piuttosto che dover ammettere che torna sui passi di Bush, anche se si tratta di promozione della democrazia.

Inoltre, ciò che riportano i nostri giornali è anche sbagliato nel merito. O meglio, si limitano a enfatizzare i risvolti politici, ma non approfondiscono quel tanto che sarebbe necessario per capire se davvero, come ci dicono, ci troviamo dinanzi ad una svolta americana sui fondamenti dei negoziati tra israeliani e palestinesi. La posizione di Obama sui confini del '67 rappresenta davvero una svolta rispetto ai suoi predecessori su questo specifico tema? "Tecnicamente" la risposta non può che essere un "no". Allora perché il premier israeliano Netanyahu se la sarebbe presa così tanto? E' ovvio, perché politicamente e mediaticamente l'enfasi è caduta su quella parte del discorso di Obama dove si citano testualmente i confini del '67, offrendo un assist retorico al presidente palestinese Abbas e suonando come uno schiaffo a lui, in visita a Washington. Probabilmente, una furbata del presidente Usa per accattivarsi l'opinione pubblica araba, nel momento in cui pronuncia un delicato discorso, rivolto anche ad essa, sulla necessità di una coraggiosa transizione democratica in Medio Oriente.

Ma dal punto di vista diplomatico, la posizione Usa non cambia di una virgola. Questo il passaggio letterale:
«We believe the borders of Israel and Palestine should be based on the 1967 lines with mutually agreed swaps».
Il diavolo si nasconde nei dettagli, cioè in quei «mutually agreed swaps» di territorio che non sono altro, come ricostruisce in modo egregio Jackson Diehl sul Washington Post, che tutti gli aggiustamenti territoriali che si sono sempre ipotizzati, durante i negoziati guidati dagli Usa (da Clinton a Bush jr), sulla base dei confini del '67. Insomma: i confini del '67 sono stati sempre per gli Stati Uniti la base di partenza dei negoziati tra israeliani e palestinesi. Con gli opportuni accorgimenti condivisi tra le parti, tuttavia, perché quando Netanyahu fa notare che con i vecchi confini il governo israeliano non sarebbe in grado di garantire la sicurezza dei propri cittadini, dice qualcosa di ovvio, riferendosi agli insediamenti israeliani. Al contrario dei profughi palestinesi, infatti, la cui vita si è fermata al '49 perché strumentalizzati dai gruppi terroristici o dai regimi arabi, per i coloni israeliani la vita è andata avanti e non si può disconoscere il loro diritto alla sicurezza.

Tanto che anche gli accordi che si avvicinarono di più alla pace, quelli di Camp David nel 2000, prevedevano come base i confini del 1967, ma anche un sostanzioso scambio di terra: il 5% del West Bank agli israeliani, per includere la gran parte degli insediamenti ebraici; e il 3,5% di territorio israeliano ai palestinesi, più un corridodio per la Striscia di Gaza, come compensazione. Se Arafat avesse accettato, uno Stato palestinese sarebbe già oggi realtà. Ed è su queste stesse basi che proseguì, invano, anche l'amministrazione Bush. E' implicito, dunque, nella formula degli «swaps» usata da Obama, che non si chiede a Israele di ritornare ai vecchi confini sic et simpliciter, ma di accettarli come base di partenza, come gli Usa hanno sempre chiesto.

Oscurata sui nostri giornali la parte più dirompente del discorso di Obama. Qui la notizia è che Obama torna - certo con la sua sensibilità di democratico - alla Freedom Agenda di George W. Bush, la cui eco è chiaramente percepibile nelle sue parole:
«Sarà la politica degli Stati Uniti promuovere le riforme nella regione, e sostenere le transizioni verso la democrazia... E il nostro sostegno a questi principi non è un interesse secondario. Oggi voglio dire chiaramente che è una massima priorità che dev'essere tradotta in azioni concrete, e sostenuta da tutti gli strumenti, diplomatici, economici e strategici a nostra disposizione».
Sui giornali americani, al contrario dei nostri, è qui che viene posto l'accento. Così oggi anche per Obama «lo status quo» nella regione «non è più sostenibile», «non conta solo la stabilità delle nazioni ma anche l'autodeterminazione degli individui», e «l'America deve usare la sua influenza per incoraggiare le riforme, politiche ed economiche, che vadano incontro alle aspirazioni legittime dei popoli». Ed è anzi pronta a sostenere concretamente, finanziariamente, lo sforzo di tutti coloro che avviano la transizione, a cominciare da Tunisia ed Egitto: «Se vi assumete i rischi del cambiamento democratico avrete il supporto degli Stati Uniti».

Gli Stati Uniti, ha ricordato, «sostengono una serie di principi universali, tra cui la libertà di parola, il diritto di scegliere i propri leader, si viva a Sana'a o a Teheran», e naturalmente la libertà di culto e i diritti delle donne, cui Obama ha espressamente dedicato un passaggio molto concreto: il potenziale (anche economico) della regione non sarà sviluppato se non sarà liberato quello delle donne. Ha severamente ammonito i regimi che usano la violenza e la repressione per tentare di bloccare il cambiamento, si è rivolto non solo a Gheddafi e al siriano Assad («conduca la transizione o lasci il potere»), ma anche agli storici alleati di Washington, Yemen e Bahrein. Ha denunciato «l'ipocrisia» del regime iraniano, che appoggia le rivolte all'estero e poi sopprime il dissenso al suo interno. Fra le novità positive Obama ha sottolineato anche la «multietnica democrazia irachena», spiegando che «ha un ruolo da giocare» nel cambiamento in atto, un passaggio che come ha notato il solo Molinari, su La Stampa, di fatto «rivaluta a posteriori» le controverse scelte dell'amministrazione Bush a Baghdad.
Naturalmente Obama sottolinea la continuità con il suo discorso del Cairo del 2009, ma la svolta se non a 180 gradi, è evidente. Se le proteste degli iraniani contro la rielezione di Ahmadinejad non riuscirono a scuotere il presidente Usa da posizioni appena enunciate, le rivolte di questi mesi in Medio Oriente e nel Nord Africa hanno dato una spallata definitiva, oltre che ad alcuni autocrati, anche alla realpolitik di ritorno obamiana.

Ha capito che gli eventi in corso rappresentano «un'opportunità storica di dimostrare che i valori americani sono gli stessi dei manifestanti» in Medio Oriente. E ha quindi abilmente fatto notare alla sua audience musulmana che le manifestazioni nonviolente «sono riuscite a ottenere più cambiamenti in sei mesi che il terrorismo in anni di stragi». Tenta così di rivolgersi e intercettare la «nuova generazione» che sta emergendo come protagonista in Medio Oriente, e i cui ideali e le cui aspirazioni non sono poi così diversi da quelli che ispirarono i coloni americani o gli attivisti per i diritti dei neri. Non solo per idealismo, ma anche perché ha capito che "conviene", rappresenta un'opportunità imperdibile anche per una più solida influenza americana nella regione, il cui vuoto verrebbe comunque riempito dai nemici dell'America, e quindi per perseguire al meglio anche interessi più materiali come quelli economici, la sicurezza energetica, la lotta al terrorismo. Questi interessi «continueremo a perseguirli, ma una strategia basata solo su questi interessi non sfama le popolazioni della regione, non dà libertà di parola, e alimenta il sospetto che i nostri interessi siano antitetici ai loro».

Wednesday, March 09, 2011

In Iran cancellata l'opzione riformista

Manifestazioni e repressione in Iran continuano lontano dagli sguardi dei media, concentrati sulla guerra civile scoppiata in Libia. Dei leader dell'opposizione Moussavi e Karroubi non si hanno notizie dal 14 febbraio e ieri un pezzo da novanta del regime, ma prezioso contrappeso interno al potere quasi assoluto di Khamenei e Ahmadinejad, l'ex presidente Rafsanjani è uscito di scena. Occupava ancora una posizione chiave: la presidenza del Consiglio degli Esperti, un organo di 86 "mujtahed", o giurisperiti, con il compito di controllare l'operato del leader supremo, nominare un suo successore in caso di morte e, in casi estremi, perfino destituirlo.

E' stato costretto dalle intimidazioni del regime a ritirare la sua candidatura per il rinnovo della carica: gli attacchi dei basiji alla figlia Faezeh; il mandato di cattura nei confronti del terzo figlio, Mehdi, esule a Londra; le pressioni che hanno indotto il figlio Mohsen Hashemi a dimettersi dalla guida della Metro di Teheran. Ahmadinejad sembra aver eliminato ogni punto di riferimento dell'opposizione "lealista" (almeno a parole) rispetto al sistema messo in piedi da Khomeini.

Gran parte di quel movimento verde che si era ribellato alla rielezione truffaldina di Ahmadinejad infatti non mirava a sovvertire la Repubblica islamica, ma a riformarla, a "democratizzarla". Ma adesso che i leader riformatori Moussavi e Karroubi sono fuori gioco, che il pragmatico Rafsanjani è stato costretto a farsi da parte, la speranza è che il venir meno per la seconda volta (dopo l'illusione Khatami) dell'opzione riformista radicalizzi il movimento di protesta, che tutti si convincano che il regime non è riformabile dall'interno e che va abbattuto.

Tuesday, March 08, 2011

Obama e il fantasma di Bush

Su taccuinopolitico.it

Dalle politiche anti-terrorismo alla crisi libica, Obama rischia di seguire la strada di Bush
Il "change", almeno in politica estera, è costretto a rimangiarselo a favore di un "dietrofront". Con il discorso del Cairo, poco dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Obama aveva voluto dimostrare al mondo che l'America stava cambiando rotta: niente più regime change; basta ingerenze negli affari interni dei Paesi arabi; come interlocutori i regimi al potere e non i movimenti democratici (a quelli egiziani e iraniani furono decurtati gli aiuti). Dai leader arabi "moderati" il nuovo presidente Usa si aspettava in cambio un contributo concreto al rilancio dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi (per tutte le sinistre occidentali l'unica politica mediorientale degna di essere perseguita); dagli iraniani, che non sentendo più minacciato il loro potere si convincessero a fermare il programma nucleare.

Ha ricevuto invece uno schiaffo dietro l'altro. Il processo di pace non ha compiuto passi avanti (e come avrebbe potuto? Non essendo - almeno non più - il conflitto israelo-palestinese all'origine delle tensioni della regione, ma queste ultime ad impedirne la soluzione); Teheran ha rispedito al mittente le più generose offerte occidentali; e per di più, adesso, coloro i quali erano stati snobbati da Obama - le vere "piazze arabe" - calcano la scena da protagonisti, imponendosi come attori, o almeno fattori politici non più trascurabili in Medio Oriente, nemmeno dagli autocrati che li governano. Starebbe quindi emergendo tra gli analisti della Casa Bianca la consapevolezza che le rivolte che nessuno aveva previsto possano diventare «l'evento che segnerà l'amministrazione Obama».

Obama non vuole mancare all'appuntamento, ha capito dove spira il vento della storia e che lo status quo è inaccettabile, ma allo stesso tempo teme di dire e fare le stesse cose di George W. Bush, di venire trascinato dall'impetuosa corrente della realtà nelle stesse identiche situazioni che si trovò ad affrontare il presidente dell'11 settembre e che tanta impopolarità gli addussero. Nel caso, si tratterà di trovare i giusti espedienti retorici e comunicativi per liberarsi dall'ombra del suo predecessore, ma sarà molto, molto difficile non ammettere che per due anni ha sbagliato politica estera e che la Freedom Agenda, pur declinata con pragmatismo, è oggi la più sensata da perseguire.

L'altro ieri Obama ha firmato un decreto presidenziale per far ripartire i processi militari a Guantanamo, dopo due anni di riflessione e apportandovi modifiche solo cosmetiche, stabilendo inoltre che alcuni detenuti resteranno nel carcere a tempo indeterminato e senza processo. E' la conferma che per quanto imperfetto, l'impianto giuridico elaborato dall'amministrazione Bush resta il più ragionevole considerando che ci si trova di fronte ad un fenomeno giuridicamente inedito. «Nessuno - ha scritto beffardamente il Wall Street Journal - ha fatto di più per rinverdire la reputazione delle politiche anti-terrorismo dell'era Bush dell'amministrazione Obama». Avrete notato come sia sparita dai giornali e dai dibattiti televisivi qualsiasi preoccupazione su Guantanamo - che Obama non ha chiuso - e sullo status giuridico dei detenuti - che nella sostanza viene confermato.

In queste ore, con la crisi libica, Obama rischia di ripercorrere gli stessi passi di Bush anche sull'uso dell'hard power americano, anche se non sentirete nessuno rimproverarglielo. Ad un presidente di colore, alto, giovane e soprattutto progressista questo ed altro è concesso. Le analogie si moltiplicano con il passare dei giorni: anche oggi come allora lo status quo è inaccettabile. Gheddafi come Saddam è uno sterminatore del suo popolo e un pericolo per gli altri; i costi umanitari, economici e strategici dello stallo rendono urgente un intervento. Anche se certamente va ben ponderato e calibrato, con un occhio più che vigile a quanto accade nel frattempo nello strategico Bahrein e, quindi, ai riflessi sulla stabilità dell'Arabia saudita. Per la Libia, la Nato sta studiando «una vasta gamma di opzioni, tra cui eventuali opzioni militari». Francia e Regno Unito, con l'appoggio Usa, si preparano a chiedere alle Nazioni Unite una risoluzione che autorizzi l'istituzione di una no-fly zone, o comunque un qualche intervento militare in grado di rompere l'equilibrio di forze a favore dei ribelli. Obama rischia di entrare, dunque, in un nuovo calvario al Palazzo di vetro come ogni presidente americano che si rispetti. Anche oggi come allora si cerca una «seconda risoluzione» che autorizzi l'uso della forza. Anche oggi come allora qualcuno a Washington ritiene che già la prima risoluzione - la 1970, votata all'unanimità - sia sufficiente, sulla base del riferimento al capitolo VII che prevede l'adozione di misure per «restaurare pace e sicurezza».

Certo, Obama potrebbe essere più bravo e fortunato di Bush. Incontrerà le resistenze di russi e cinesi, ma almeno l'Europa è compatta (anche se bisognerà verificarne la tenuta se l'intervento non dovesse ottenere il via libera dell'Onu) e questa volta sarebbe sostenuto dalla Lega araba e dall'Unione africana. All'Eliseo non c'è più Chirac e a Berlino non c'è Schroeder, e soprattutto Francia e Germania hanno in Libia molti meno interessi di quanti ne avessero in Iraq; Saddam era (o sembrava) saldamente al potere, mentre Gheddafi sta combattendo un'incerta guerra civile. Insomma, in questo contesto non è da escludere che anche Russia e Cina si convincano.

In questo caso, Obama avrà salvato capra e cavoli: libertà da una parte e multilateralismo dall'altra, che non sempre - anzi quasi mai - vanno a braccetto. Ma se, come probabile, Russia e Cina si opporranno, e quindi un mandato dell'Onu non ci sarà, allora Obama dovrà scegliere tra il multilateralismo e l'intervento e si vedrà se è davvero cambiata la sua politica estera, o se si è fermato alle buone intenzioni. Se dovesse optare per il primo, avrà concesso a Russia e Cina, e potenzialmente anche all'Europa, un potere di veto su ciò che Washington ritiene giusto e opportuno fare, e avrà mandato un segnale di debolezza ai nemici dell'America. Se deciderà per l'intervento, "Anakin Obama" si sarà trasformato in "Darth Vader". Sarebbe infatti di nuovo una «coalizione di volenterosi». Forse più ampia di quella che riuscì a mettere in piedi Bush jr. contro Saddam, ma pur sempre "illegale" e odiosamente "unilaterale" secondo i parametri infausti dei fautori dell'Onu. Il fatto è che il "multilateralismo", lungi dall'essere un metodo per risolvere le crisi - il più possibile consensualmente ma risolverle - è diventato l'alibi dietro cui potenze al tramonto, o emergenti, con i loro "niet" cercano di accrescere il proprio status sulla scena internazionale a spese soprattutto degli Stati Uniti.

E l'Italia? C'è da sperare che il governo stia studiando e ponderando attentamente il da farsi, ma certo le parole del ministro Frattini destano preoccupazione. L’alibi secondo cui il nostro passato coloniale ci sconsiglierebbe di partecipare ad operazioni militari in Libia, è una clamorosa e infondata banalità da contrastare. Il ministro esclude che gli aerei italiani possano prendere parte all'istituzione di una no-fly zone o ad eventuali altre operazioni. L'Italia, spiega, offrirà «basi e supporto logistico», ma solo in presenza di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che ci imporrebbe quel «rispetto della legalità internazionale» cui fa riferimento l'articolo 4 del Trattato di amicizia italo-libico, e che ci esonererebbe dal divieto previsto nello stesso comma, cioè di usare o far usare contro la Libia basi esistenti sul nostro territorio. Ma se, come probabile, non ci sarà alcun mandato Onu, e gli alleati decideranno di agire comunque, e se nel frattempo non avremo revocato ufficialmente il trattato firmato con Gheddafi, accontentandoci di tenerlo in sospeso, non potremo offrire neanche le basi aeree per la no-fly zone. Certo non una bella figura.

P.S. Ieri Veltroni, intervistato dal Sole 24 Ore, si chiedeva dove siano finiti i pacifisti: sparito Bush, spariti anche loro. E noi ci chiediamo dove fosse lui durante la prima e la seconda guerra del Golfo, che ha liberato gli iracheni da un massacratore ancor più efferato: Saddam Hussein. Il passato è passato, non importa più che grandi Paesi europei ci abbiano fatto affari, che Stati Uniti e Gran Bretagna l'abbiano sdoganato, in politica se non si è in grado di avere una visione lungimirante, bisogna almeno - almeno - essere dotati della lucidità e della prontezza d'animo necessari ad adattarsi al nuovo corso degli eventi. Per questo, ha ragione Veltroni quando si chiede: «A questo punto, che interesse ha l'occidente a essere così timido e impacciato?»

Friday, March 04, 2011

L'America c'è. E noi?

«Gheddafi deve andarsene subito», perché «non si può correre il rischio di uno stallo». Nonostante i tentennamenti - suoi e di altri esponenti dell'amministrazione - Obama sembra averlo capito e annuncia di avere dato ordine al Dipartimento della Difesa e al Dipartimento di Stato di «esaminare con urgenza tutte le opzioni oltre agli interventi umanitari», inclusa la no-fly zone, lanciando a ciò che è rimasto del regime di Gheddafi un messaggio chiaro, quando parla di «una totale capacità di intervento rapido» da parte americana. «Avete una scelta davanti a voi», ammonisce rivolgendosi direttamente a «coloro che sono intorno al Colonnello e lo sostengono nel perpetrare violenze contro la popolazione». Prospettando loro da una parte l'incriminazione davanti al Tribunale penale internazionale, dall'altra «l'esempio dei militari egiziani».

Obama ieri ha enunciato la sua «dottrina» sulle rivolte nel mondo arabo e suona in modo molto simile a quella Bush: «L'America deve stare dalla parte della libertà e della democrazia». Se nella prima parte del mandato non c'era discorso in cui non fosse attento a distanziarsi quanto più possibile, anche nella retorica, dalla linea Bush-Blair, oggi quella distanza si è ridotta ad una foglia di fico, laddove Obama rivendica che se in Egitto «non abbiamo visto nascere sentimenti antiamericani» è perché gli egiziani «non hanno avuto l'impressione che cercassimo di manovrare la situazione».

Nelle parole di Obama c'è il tentativo di tenere insieme la "Freedom Agenda" in Medio Oriente, disseppellita di recente, con il multilateralismo: «Faremo attenzione a stare dalla parte giusta della Storia, ma anche a starci come membri della comunità internazionale». Libertà e democrazia da una parte e multilateralismo dall'altra, non sempre - anzi quasi mai - le due cose sono andate a braccetto. Si vedrà, se e quando verrà il momento di scegliere - cioè quando la situazione in Libia richiederà un intervento ma Russia, Cina e forse anche Francia si opporranno, e l'Europa si spaccherà di nuovo - per quale propenderà Obama. Per ora, il presidente Usa non si espone troppo. Parla di «consultazione» sia con gli alleati della Nato che con tutta la comunità internazionale. Laddove «consultazione» è ben diverso da "nessun intervento senza un mandato Onu", cioè dall'attribuire a Russia e Cina, ma anche all'Europa, un potere di veto su ciò che Washington riterrà giusto e opportuno fare.

Adesso che è chiaro che l'America di Obama c'è, che è pronta a intervenire e minaccia di farlo, proprio perché la speranza è che la pressione militare basti a far cadere Gheddafi, senza sparare un colpo, è importante non commettere gli stessi errori compiuti con Saddam. I governi occidentali che fossero scettici rispetto ad un'operazione militare dovrebbero evitare di dissociarsi platealmente in questo momento. Ciò infatti rivelerebbe la precisa volontà di minare la credibilità del deterrente militare che Obama sta cercando di mettere in piedi nei confronti di Gheddafi, esattamente come Bush e Blair nei confronti di Saddam. Ricordiamo che se il dittatore iracheno e il suo regime erano così certi di potercela fare, è perché Russia e Francia li convinsero che avrebbero impedito ad americani e inglesi di attaccare.

Cercare sì il più ampio consenso internazionale, ma in fretta, e se in Consiglio di sicurezza russi e cinesi si oppongono, non sia un alibi. Come scrive Il Foglio, si proceda con una «coalizione di volenterosi». L'Occidente recuperi la consapevolezza di se stesso, dei suoi principi, dei suoi interessi, della sua forza, e si scrolli di dosso timidezza e sensi di colpa.

Per quanto riguarda l'Italia, è chiaro, per gli enormi interessi che dobbiamo tutelare in Libia, che non possiamo farci scavalcare da altri Paesi europei nella considerazione della nuova leadership libica. Per questo non dovremmo pensarci nemmeno due volte: i nostri aerei devono partecipare alle operazioni per l'istituzione di una no-fly zone. Ben vengano missioni umanitarie, ma non dovremmo tirarci indietro da nessun'altra eventuale operazione. E l'alibi che si sente/si legge in queste ore - e purtroppo lo ha evocato anche il ministro Frattini - e cioè che il nostro passato coloniale ci sconsiglierebbe di partecipare ad operazioni militari in Libia, è una clamorosa banalità e una grossa bugia da contrastare.

Tra l'altro, se non revochiamo ufficialmente il Trattato di amicizia firmato con Gheddafi, accontentandoci di tenerlo in sospeso di fatto, e se, come probabile, non ci sarà alcuna risoluzione dell'Onu ad autorizzare un intervento, non potremo offrire neanche le basi aeree per la no-fly zone, la soluzione verso cui sempre più velocemente ci stiamo avvicinando. Il che verrebbe letto come l'ennesima nostra ambiguità, e probabilmente interpretato dai libici come l'estremo aiuto all'"amico" Gheddafi. E addio Libia per l'Italia, benvenuti a Total e British Petroleum.

Wednesday, March 02, 2011

Gheddafi si rafforza e riecco il partito del non intervento

Se la paura di non farcela si impadronisce di nuovo dei libici, allora Gheddafi può davvero prolungare la vita del suo regime. Per questo, più tempo si concede al raìs, più aumentano i suoi spazi di manovra. Sia dal punto di vista militare, sia nel recuperare il sostegno delle tribù e dei clan. La tv araba al Jazeera e la stampa italiana hanno diffuso notizie avventate, esagerate, non controllate, illudendoci che la fine fosse imminente. Sono state annunciate persino inesistenti marce su Tripoli, ma la realtà pare essere meno entusiasmante. Gheddafi ancora controllerebbe saldamente la capitale e Sirte, e nonostante le importanti defezioni ha la forza per bombardare ed assediare, anche nella parte orientale, i centri strategici del Paese caduti in mano ai ribelli. Ciascuno dei due scenari, sia che Gheddafi riprenda il pieno controllo, sia che la situazione si cristallizzi, con la divisione della Libia in due entità politiche, sono inaccettabili per l'Occidente perché gravide di conseguenze negative per i suoi interessi e la sua sicurezza.

Ma più Gheddafi dimostrerà di poter resistere, e più sarà chiaro che non ci sarà alcun intervento dall'esterno, più le tribù e le popolazioni ribelli si convinceranno a mollare, perché comprate dal Colonnello o semplicemente per paura. Per questo, oltre alle sanzioni è urgente un'azione militare dall'esterno. Non solo, quindi, una missione umanitaria. Già una no-fly zone e raid aerei su obiettivi militari del regime sarebbero di grande aiuto. Questo tipo di aiuto - ma non un'operazione di terra - è ciò che gli stessi insorti chiedono esplicitamente, come riporta oggi il Washington Post.

Ma ecco che puntuale torna il partito del non intervento. Guidato, come ai tempi di Saddam, da Russia e Francia. Si nasconde dietro l'espressione «nessun intervento senza un chiaro mandato delle Nazioni Unite», che tanto - tutti lo sanno - non potrà mai esserci. E così Obama rischia di trovarsi ben presto di fronte alla medesima situazione che dovette affrontare nel 2003 l'amministrazione Bush, decidendo per un intervento unilaterale - o meglio multilaterale, ma senza il tanto venerato mandato Onu. Un passo che difficilmente il "multilaterale" Obama sarà in grado di compiere, perché sarebbe come smentire il suo credo di politica estera.

Va sottolineato che a prescindere dall'opportunità o meno di un intervento armato, sono comunque irresponsabili le dichiarazioni di alcuni ministri degli Esteri che tendono ad escluderlo, perché in questo modo minano gli sforzi per mantenere alta e credibile la pressione internazionale su Gheddafi e, anzi, gli regalano quel tipo di sicurezza di cui ha bisogno e gettano nello sconforto quanti stanno combattendo il regime sul campo, diffondendo tra loro la pericolosa sensazione di poter sì resistere, ma non vincere contro le forze del Colonnello. Le premesse per il fallimento della rivoluzione.

L'altra scusa accampata dal partito del non intervento è che un'azione della Nato sarebbe «il miglior regalo a Gheddafi», sarebbe cioè controproducente perché ricompatterebbe il Paese attorno al raìs per spirito nazionalistico, e alimenterebbe risentimenti antioccidentali in tutto il Medio Oriente. La verità è un'altra: ed è che la retorica dei dittatori che si presentano come vittime di un'aggressione occidentale volta a rapinare le risorse che appartengono al loro popolo è qualcosa che neanche gli arabi si bevono più. Sanno benissimo ormai che i primi rapinatori sono i loro oppressori e che l'Occidente, semmai, è sinonimo di sfruttamento più efficiente e redditizio delle risorse. Ciò che ancora si stenta a credere è che gli arabi che si sono mobilitati in queste settimane e che si impongono sempre più nei loro Paesi come nuovo soggetto politico con cui d'ora in poi i governi dovranno fare i conti rimproverano ai Paesi occidentali non gli interventi militari in Medio Oriente, ma la loro connivenza con i dittatori che da decenni li opprimono.

Per quanto riguarda l'Italia, la decisione unilaterale di far partire subito una missione umanitaria è senz'altro positiva e segna una svolta interventista che mira a recuperare consensi tra i libici anti-regime, ma non può bastare a tutelare i nostri interessi e la nostra sicurezza nell'area. Dobbiamo tenerci pronti ad un eventuale intervento armato, si tratti anche solo di una no-fly zone. E a questo proposito è fondamentale revocare ufficialmente il Trattato di amicizia siglato con Gheddafi, perché altrimenti non potremmo concedere le nostre basi aeree se non in presenza di un'alquanto improbabile risoluzione Onu.

Tuesday, March 01, 2011

Forse Obama ha capito che non c'è tempo da perdere

Ci hanno messo una settimana e hanno partorito il tipico "topolino", ma meglio tardi che mai. Il pacchetto di sanzioni varate dall'Onu e dall'Ue contro Gheddafi sono davvero il minimo sindacale per quanto sta avvenendo: blocco della vendita di armi ed espulsione della Libia dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (e ci mancherebbe altro); blocco di visti e beni; denuncia alla Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità. Ma di concreto? Da una parte, si continua a parlare con troppa timidezza di una "no-fly zone", mentre sarebbe vitale, e urgente, perché le incursioni aeree del regime indeboliscono, quasi annullano, gli sforzi dei ribelli su Tripoli, dando tempo al Colonnello di riorganizzarsi. Dall'altra, l'accenno alla strada dell'«esilio» per Gheddafi, e il contemporaneo, ed esibito, «riposizionamento» di forze navali e aeree americane vicino alle coste libiche, suonano come un ultimatum da parte degli Stati Uniti: se lasci adesso, ti lasciamo andare. Altrimenti, nemmeno l'opzione militare (nonostante le opportune smentite per non fomentare allarmismi e nazionalismi) è da scartare.

In effetti, nessuno può permettersi di rischiare uno stallo della situazione in Libia. Perché più passano i giorni, più Gheddafi può sperare di restare al potere causando altre carneficine; è improbabile, ma se poi dovesse davvero recuperare il controllo del Paese, allora cambierebbe la sua musica nei rapporti con l'Occidente; più passano i giorni, più l'instabilità rischia di avere effetti seri sull'economia mondiale; più passano i giorni, più aumentano le possibilità di danni gravi e permanenti alle infrastrutture petrolifere e di gas, nonché di derive islamiste. Laddove noi italiani siamo ancora come paralizzati dall'imbarazzo per la nostra "amicizia" interessata con il raìs, a Washington sono più smaliziati e cinici. Non importa quale fosse la politica estera di Obama appena ieri; oggi le parole della Clinton sono emblematiche: «Noi dobbiamo sostenere la transizione nel mondo arabo: questo deve essere il nostro imperativo». Hanno capito di non potersi sottrarre a questa missione, perché è troppo vitale per i nostri interessi e la nostra sicurezza; e perché non c'è nessun altro che può guidarla se non l'America.

Dunque, è ora anche per noi italiani di conquistare consensi tra i libici che cercano la libertà e con i quali probabilmente in un futuro prossimo dovremo avere a che fare. La questione dei profughi (la temuta ondata verso l'Italia per ora non si è verificata) non può essere affrontata come un'invasione da respingere, ma come un'emergenza umanitaria; finalmente si parla di «contatti» con i leader della rivolta, ma l'Italia dovrebbe sbrigarsi a denunciare formalmente il trattato di amicizia firmato con Gheddafi dichiarandosi disponibile a siglarne uno identico con un governo legittimo.

Riguardo l'eventualità di un intervento armato l'Occidente è ancora in soggezione. Se non fosse "multilaterale", autorizzato dall'Onu e sostenuto da truppe di Paesi africani e musulmani - si teme - provocherebbe, in Libia e nel resto del mondo arabo, risentimenti antioccidentali, ricompatterebbe i regimi al potere. Ciò che ancora si stenta a credere è che invece è più vero il contrario: gli arabi che si sono mobilitati in queste settimane e che si impongono sempre più nei loro Paesi come nuovo soggetto politico con cui d'ora in poi i governi dovranno fare i conti rimproverano all'Occidente la sua amicizia con i dittatori che da decenni li opprimono. Certo, quei dittatori e gli islamisti sarebbero pronti a denunciare un intervento Nato in Libia come un'aggressione, ma la verità è che una spallata definitiva al regime di Gheddafi sarebbe il segno più tangibile (anche se tardivo) che l'Occidente è passato dalla parte dei popoli.

Gheddafi prova a resistere e il tempo gioca tutto a suo favore, per questo occorre agire in fretta. Cerca di riconquistare il sostegno delle tribù che gli hanno voltato le spalle, e in particolare di quelle che possono assicurargli il controllo delle risorse energetiche; e dovrebbe dirci più di qualcosa il tentativo del Colonnello di coinvolgere l'Onu. La sua richiesta di «una missione in Libia per verificare la situazione» (no, vi prego, gli "ispettori" no!) non fa che confermare come l'Onu sia ormai lo strumento preferito di dittatori in difficoltà per prendere tempo. Anche Gheddafi cerca di impantanare l'Occidente nei riti burocratici del Palazzo di vetro. Insomma, un Gheddafi che riprende il dialogo con le tribù e apre all'Onu mette a dura prova la determinazione occidentale e rischia di bloccare sul nascere il tentativo di Obama di tenere unita contro di lui la comunità internazionale.