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Tuesday, May 03, 2011

I molti meriti di Obama (e quelli di Bush)

Per noi che ci sentiamo così fortemente parte di una virtuale (e anche un po' reale) "generazione 11 settembre" - «l'11 settembre 2001 è una data indelebile nella biografia interiore di ciascuno di noi», scrive oggi Sechi su Il Tempo - anche la data di ieri rimarrà per sempre stampata nella nostra memoria emotiva. Ma questa volta come un momento di giubilo e non di immenso terrore. Onesto e umanissimo giubilo, come quello cantato dal poeta Alceo che esortava a ubriacarsi per la morte di Mirsilo, tiranno dell'epoca, e ripreso secoli dopo da Orazio nel famoso verso nunc est bibendum. Festeggiare si può eccome per l'uccisione di Bin Laden, perché per dirla con le parole di Ferrara questa mattina su Il Foglio, qui «non si festeggia una sparatoria», si celebra un consapevole e liberatorio «atto di giustizia». E «un momento come questo non si apprende in nessun libro di storia», fa notare una mamma americana a Maurizio Molinari (La Stampa).

Un atto di genuina giustizia come solo la cultura americana sa concepire. Nella consapevolezza che se si vogliono vedere applicati i principi pomposamente e astrattamente sanciti sulle nostre carte costituzionali non ci si può spaventare nel vederli calati dall'iperuranio delle idee alla imperfetta realtà umana. Il presidente Obama non solo si è dimostrato affidabile come comandante in capo, ma ha saputo parlare da leader bipartisan della sua nazione e da leader dell'intero mondo libero. Perché dopo dieci anni di caccia all'uomo che avrebbero piegato la forza di volontà di molti, dimostra che anche i difensori della libertà e della democrazia sanno essere spietati. Che democrazia non vuol dire debolezza, e tolleranza non equivale a fregarsene. Non credo che con questo successo Obama abbia in tasca la riconferma per il 2012, che probabilmente si deciderà sull'economia, ma certo ha sgombrato definitivamente il campo su una delle qualità presidenziali cui gli americani sono più attenti: ha dimostrato di saper essere un valido commander-in-chief, di non tentennare quando in gioco c'è la sicurezza e l'onore degli Stati Uniti.

Molti meriti di questa operazione vanno ovviamente a lui, dunque, ad Obama, molti di più di quanto si sia portati a credere. La caccia a Bin Laden non è proseguita stancamente, non è divenuta una routine, come pure sarebbe potuto capitare dopo dieci anni. Obama al contrario l'ha elevata a priorità e ha saputo trasmettere a tutta l'amministrazione il senso di questa urgenza. Il presidente stesso ha seguito in prima persona le varie fasi della "caccia", ha preso le sue decisioni con prontezza, con una freddezza al limite del cinismo, meticoloso e calcolatore in ogni dettaglio. Ma soprattutto a lui va il merito politico di aver avuto il coraggio che si richiede ad un presidente degno della sua missione: quello di rischiare. L'operazione poteva trasformarsi in un clamoroso fallimento, una nuova Baia dei Porci, un nuovo "Black Hawk Down", o come il disastroso tentativo di liberare gli ostaggi in Iran da parte del presidente Carter. Da uno smacco simile Obama non si sarebbe risollevato. Per questo ha definitivamente dimostrato di possedere la statura di leader degli Stati Uniti.

Dal punto di vista strategico Obama ha impresso una svolta, annunciata fin dalla campagna elettorale, che si è dimostrata particolarmente lungimirante. Oltre al surge in Afghanistan affidato a Petraeus, la scelta di incalzare al Qaeda anche in Pakistan: pretendendo da Islamabad un maggiore impegno nelle zone tribali di confine e costringendo i pachistani a ingoiare il rospo di una più marcata ingerenza americana. Nel frattempo, tuttavia, i motivi di diffidenza nei loro confronti aumentavano, la collaborazione appariva sempre meno leale, e sempre più spesso quindi venivano tenuti all'oscuro dei movimenti americani sul territorio pachistano. Nient'affatto intimidito dal premio Nobel per la pace e dalle vittime civili come "danni collaterali", Obama ha moltiplicato i bombardamenti con i droni e intensificato le operazioni coperte delle truppe speciali e della Cia, neanche preoccupato dell'accusa di agire nell'ombra, spesso all'insaputa delle autorità pachistane e quindi in modo del tutto unilaterale. Anzi, lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere, queste azioni sono sfuggite alla propaganda nemica e ai complessi di colpa occidentali. Un ruolo «paramilitare» della Cia sempre più marcato che in molti avrebbero denunciato e criticato se fosse stato un presidente repubblicano a ordinarlo.

Fin qui i suoi meriti, le sue intuizioni. Va però riconosciuto in Obama un continuatore dell'architettura antiterrorismo elaborata dalla presidenza Bush. A cominciare dagli uomini di cui ha scelto di circondarsi: il segretario alla Difesa Gates, il generale Petraeus, ma anche figure come John Brennan, numero due della Cia Tenet-Bush. Stessa determinazione, quasi gli stessi uomini, una strategia più efficace, per cui è stata coniata l'espressione Afpak, ma soprattutto Obama, nonostante le promesse in campagna elettorale, non ha temuto di affrontare l'impopolarità decidendo non solo di non chiudere il carcere di Guantanamo e di riprendere i processi dinanzi alle corti militari, ma di non smantellare quel controverso "metodo Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma di cui oggi tutti sembrano essersi scordati.

I detenuti di Guantanamo infatti si sono dimostrati una preziosa, addirittura insostituibile fonte di informazioni, per sventare nuovi attacchi e forse ancor più necessari per "aggirare" i depistaggi pachistani nella caccia a Bin Laden. Proprio da una coppia di questi detenuti sottoposti al waterboarding sarebbe giunto l'indizio iniziale, su un corriere usato da Osama, che anni dopo avrebbe condotto fino al compound di Abbottabad. «Le informazioni che hanno consentito di arrivare al rifugio dove si trovava Bin Laden - rivendica Paul Wolfowitz, ex vicecapo del Pentagono e volto di punta dell'amministrazione Bush intervistato su La Stampa - sono frutto degli interrogatori condotti nel carcere di Guantanamo nei confronti di più detenuti, incluso Khalid Sheik Mohammed. Questo deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantanamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell'importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi». L'unica cosa stonata dell'operazione è stato il nome in codice assegnato al bersaglio: "Geronimo". Il grande capo indiano non meritava un simile accostamento a un volgare assassino.

L'uccisione di Bin Laden ha un altissimo valore simbolico ma avrà anche un impatto molto concreto, nel medio-lungo termine, soprattutto sull'appeal del jihadismo. Tuttavia, al Qaeda non è finita. E' un marchio che si diffonde in franchising. E' logistica, supporto finanziario, non è un'armata che si può mettere in rotta spezzando la catena di comando, o tagliando la testa del serpente. Ma ci tranquillizza non poco sapere che nonostante gli errori e le incertezze che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di battersi per rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Monday, May 02, 2011

Un giorno di primavera

Come spesso capita la realtà è più banale di quanto si pensi. E a dispetto delle varie leggende che in questi anni si sono moltiplicate sulla sua sorte (dato ormai per morto; nascosto dentro chissà quale grotta di chissà quale inaccessibile catena montuosa; reso ormai irriconoscibile da svariate plastiche facciali; o addirittura a godersi i suoi milioni in qualche luogo esotico), Osama Bin Laden se ne stava asserragliato in una villa superprotetta, cercando di non dare troppo nell'occhio, in una ridente cittadella militare a soli 50 chilometri da Islamabad, la capitale del Pakistan. Più o meno come uno dei boss dei casalesi. Questo almeno il suo ultimo domicilio conosciuto, perché è probabile che in questi dieci anni abbia cambiato periodicamente più nascondigli, cercando però di limitare al massimo i suoi spostamenti.

A lungo si parlerà delle complicità pachistane, data la località in cui è stato scovato e le modalità dell'operazione (condotta pare all'oscuro dell'Isi e delle autorità civili pachistane). Complicità deve averne avute eccome, e chissà quante volte sarà sfuggito grazie ai depistaggi dei suoi amici pachistani. Materia per i libri di storia ormai. Come quel paio di occasioni per andare a prendere Bin Laden perse da Clinton sul finire degli anni '90 e il ruolo ormai più che trentennale dei servizi di sicurezza pachistani, veri e propri "padrini" dei talebani e delle reti del terrore, come quella di Haqqani, operanti ai confini con l'Afghanistan.

Nunc est bibendum - Ci sono voluti dieci anni, ma alla fine giustizia è fatta. Sì, possiamo affermarlo e almeno per oggi ingenui e ipocriti si asterranno dal parlare a vanvera di diritto internazionale, di multilateralismo, di processi o di esilio. E senz'altro oggi, almeno per un giorno, si può dire anche che il mondo è un posto migliore. E giusto un pizzico più sicuro. Solo un pizzico però, perché se è vero che l'uccisione di Bin Laden non ha un valore solo strettamente simbolico e avrà anzi conseguenze pratiche, soprattutto nei termini di un minore appeal della causa jihadista, non bisogna tuttavia commettere l'errore di credere che la guerra al terrorismo, al fondamentalismo e alle altre forme di tirannia si sia conclusa oggi.

E' più che probabile che da tempo ormai Osama non svolgesse più un ruolo operativo, né bisogna dimenticare la particolare struttura asimmetrica, sfuggente e tentacolare di al Qaeda. L'ideologia jihadista si nutre di figure carismatiche, quasi mitologiche, ma averne abbattuta una, anche se quella leader, non porta con sé il suo inevitabile e automatico esaurimento.

Del successo dell'operazione va dato merito senz'altro ad Obama, per la determinazione e la prontezza dei suoi ordini in tutte le fasi, così come a tutta la catena di comando fino a quegli eroici 14 uomini che sono penetrati nel compound senza avere la certezza di uscirne, né di avere il viaggio di ritorno assicurato (uno dei due elicotteri non era in grado di ridecollare). Corretta la scelta di andare a prenderlo e di non bombardare, per avere la certezza della sua fine. Ma è stato un lavoro lungo anni, iniziato durante la presidenza di G. W. Bush, cui forse va dato il merito di aver elaborato il "metodo" che sintetizziamo nell'espressione "Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma che il Premio Nobel per la pace Obama non ha affatto smantellato, nonostante le promesse in campagna elettorale, e che forse si è rivelato una preziosa fonte di informazioni per aggirare i depistaggi pachistani.

Ci tranquillizza non poco, infine, sapere che nonostante gli errori e la mancanza di visione che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Tuesday, March 08, 2011

Obama e il fantasma di Bush

Su taccuinopolitico.it

Dalle politiche anti-terrorismo alla crisi libica, Obama rischia di seguire la strada di Bush
Il "change", almeno in politica estera, è costretto a rimangiarselo a favore di un "dietrofront". Con il discorso del Cairo, poco dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Obama aveva voluto dimostrare al mondo che l'America stava cambiando rotta: niente più regime change; basta ingerenze negli affari interni dei Paesi arabi; come interlocutori i regimi al potere e non i movimenti democratici (a quelli egiziani e iraniani furono decurtati gli aiuti). Dai leader arabi "moderati" il nuovo presidente Usa si aspettava in cambio un contributo concreto al rilancio dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi (per tutte le sinistre occidentali l'unica politica mediorientale degna di essere perseguita); dagli iraniani, che non sentendo più minacciato il loro potere si convincessero a fermare il programma nucleare.

Ha ricevuto invece uno schiaffo dietro l'altro. Il processo di pace non ha compiuto passi avanti (e come avrebbe potuto? Non essendo - almeno non più - il conflitto israelo-palestinese all'origine delle tensioni della regione, ma queste ultime ad impedirne la soluzione); Teheran ha rispedito al mittente le più generose offerte occidentali; e per di più, adesso, coloro i quali erano stati snobbati da Obama - le vere "piazze arabe" - calcano la scena da protagonisti, imponendosi come attori, o almeno fattori politici non più trascurabili in Medio Oriente, nemmeno dagli autocrati che li governano. Starebbe quindi emergendo tra gli analisti della Casa Bianca la consapevolezza che le rivolte che nessuno aveva previsto possano diventare «l'evento che segnerà l'amministrazione Obama».

Obama non vuole mancare all'appuntamento, ha capito dove spira il vento della storia e che lo status quo è inaccettabile, ma allo stesso tempo teme di dire e fare le stesse cose di George W. Bush, di venire trascinato dall'impetuosa corrente della realtà nelle stesse identiche situazioni che si trovò ad affrontare il presidente dell'11 settembre e che tanta impopolarità gli addussero. Nel caso, si tratterà di trovare i giusti espedienti retorici e comunicativi per liberarsi dall'ombra del suo predecessore, ma sarà molto, molto difficile non ammettere che per due anni ha sbagliato politica estera e che la Freedom Agenda, pur declinata con pragmatismo, è oggi la più sensata da perseguire.

L'altro ieri Obama ha firmato un decreto presidenziale per far ripartire i processi militari a Guantanamo, dopo due anni di riflessione e apportandovi modifiche solo cosmetiche, stabilendo inoltre che alcuni detenuti resteranno nel carcere a tempo indeterminato e senza processo. E' la conferma che per quanto imperfetto, l'impianto giuridico elaborato dall'amministrazione Bush resta il più ragionevole considerando che ci si trova di fronte ad un fenomeno giuridicamente inedito. «Nessuno - ha scritto beffardamente il Wall Street Journal - ha fatto di più per rinverdire la reputazione delle politiche anti-terrorismo dell'era Bush dell'amministrazione Obama». Avrete notato come sia sparita dai giornali e dai dibattiti televisivi qualsiasi preoccupazione su Guantanamo - che Obama non ha chiuso - e sullo status giuridico dei detenuti - che nella sostanza viene confermato.

In queste ore, con la crisi libica, Obama rischia di ripercorrere gli stessi passi di Bush anche sull'uso dell'hard power americano, anche se non sentirete nessuno rimproverarglielo. Ad un presidente di colore, alto, giovane e soprattutto progressista questo ed altro è concesso. Le analogie si moltiplicano con il passare dei giorni: anche oggi come allora lo status quo è inaccettabile. Gheddafi come Saddam è uno sterminatore del suo popolo e un pericolo per gli altri; i costi umanitari, economici e strategici dello stallo rendono urgente un intervento. Anche se certamente va ben ponderato e calibrato, con un occhio più che vigile a quanto accade nel frattempo nello strategico Bahrein e, quindi, ai riflessi sulla stabilità dell'Arabia saudita. Per la Libia, la Nato sta studiando «una vasta gamma di opzioni, tra cui eventuali opzioni militari». Francia e Regno Unito, con l'appoggio Usa, si preparano a chiedere alle Nazioni Unite una risoluzione che autorizzi l'istituzione di una no-fly zone, o comunque un qualche intervento militare in grado di rompere l'equilibrio di forze a favore dei ribelli. Obama rischia di entrare, dunque, in un nuovo calvario al Palazzo di vetro come ogni presidente americano che si rispetti. Anche oggi come allora si cerca una «seconda risoluzione» che autorizzi l'uso della forza. Anche oggi come allora qualcuno a Washington ritiene che già la prima risoluzione - la 1970, votata all'unanimità - sia sufficiente, sulla base del riferimento al capitolo VII che prevede l'adozione di misure per «restaurare pace e sicurezza».

Certo, Obama potrebbe essere più bravo e fortunato di Bush. Incontrerà le resistenze di russi e cinesi, ma almeno l'Europa è compatta (anche se bisognerà verificarne la tenuta se l'intervento non dovesse ottenere il via libera dell'Onu) e questa volta sarebbe sostenuto dalla Lega araba e dall'Unione africana. All'Eliseo non c'è più Chirac e a Berlino non c'è Schroeder, e soprattutto Francia e Germania hanno in Libia molti meno interessi di quanti ne avessero in Iraq; Saddam era (o sembrava) saldamente al potere, mentre Gheddafi sta combattendo un'incerta guerra civile. Insomma, in questo contesto non è da escludere che anche Russia e Cina si convincano.

In questo caso, Obama avrà salvato capra e cavoli: libertà da una parte e multilateralismo dall'altra, che non sempre - anzi quasi mai - vanno a braccetto. Ma se, come probabile, Russia e Cina si opporranno, e quindi un mandato dell'Onu non ci sarà, allora Obama dovrà scegliere tra il multilateralismo e l'intervento e si vedrà se è davvero cambiata la sua politica estera, o se si è fermato alle buone intenzioni. Se dovesse optare per il primo, avrà concesso a Russia e Cina, e potenzialmente anche all'Europa, un potere di veto su ciò che Washington ritiene giusto e opportuno fare, e avrà mandato un segnale di debolezza ai nemici dell'America. Se deciderà per l'intervento, "Anakin Obama" si sarà trasformato in "Darth Vader". Sarebbe infatti di nuovo una «coalizione di volenterosi». Forse più ampia di quella che riuscì a mettere in piedi Bush jr. contro Saddam, ma pur sempre "illegale" e odiosamente "unilaterale" secondo i parametri infausti dei fautori dell'Onu. Il fatto è che il "multilateralismo", lungi dall'essere un metodo per risolvere le crisi - il più possibile consensualmente ma risolverle - è diventato l'alibi dietro cui potenze al tramonto, o emergenti, con i loro "niet" cercano di accrescere il proprio status sulla scena internazionale a spese soprattutto degli Stati Uniti.

E l'Italia? C'è da sperare che il governo stia studiando e ponderando attentamente il da farsi, ma certo le parole del ministro Frattini destano preoccupazione. L’alibi secondo cui il nostro passato coloniale ci sconsiglierebbe di partecipare ad operazioni militari in Libia, è una clamorosa e infondata banalità da contrastare. Il ministro esclude che gli aerei italiani possano prendere parte all'istituzione di una no-fly zone o ad eventuali altre operazioni. L'Italia, spiega, offrirà «basi e supporto logistico», ma solo in presenza di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che ci imporrebbe quel «rispetto della legalità internazionale» cui fa riferimento l'articolo 4 del Trattato di amicizia italo-libico, e che ci esonererebbe dal divieto previsto nello stesso comma, cioè di usare o far usare contro la Libia basi esistenti sul nostro territorio. Ma se, come probabile, non ci sarà alcun mandato Onu, e gli alleati decideranno di agire comunque, e se nel frattempo non avremo revocato ufficialmente il trattato firmato con Gheddafi, accontentandoci di tenerlo in sospeso, non potremo offrire neanche le basi aeree per la no-fly zone. Certo non una bella figura.

P.S. Ieri Veltroni, intervistato dal Sole 24 Ore, si chiedeva dove siano finiti i pacifisti: sparito Bush, spariti anche loro. E noi ci chiediamo dove fosse lui durante la prima e la seconda guerra del Golfo, che ha liberato gli iracheni da un massacratore ancor più efferato: Saddam Hussein. Il passato è passato, non importa più che grandi Paesi europei ci abbiano fatto affari, che Stati Uniti e Gran Bretagna l'abbiano sdoganato, in politica se non si è in grado di avere una visione lungimirante, bisogna almeno - almeno - essere dotati della lucidità e della prontezza d'animo necessari ad adattarsi al nuovo corso degli eventi. Per questo, ha ragione Veltroni quando si chiede: «A questo punto, che interesse ha l'occidente a essere così timido e impacciato?»

Friday, May 29, 2009

Tra Usa e Russia, l'Italia rischia la spaccata/2

L'ipotesi di un «complotto internazionale» contro Berlusconi, evocata oggi su Libero da Fausto Carioti, riprendendo il solito confuso editoriale di Lucia Annunziata, a me pare ridicola, per usare un eufemismo. Se ne parlerà pure tra i «fedelissimi» del premier, ma ai miei occhi resta tale. Un «complotto» che nascerebbe negli Usa, e comunque nel mondo anglosassone in generale.

Che alcune nostre politiche, e alcune recenti mosse avventate, infastidiscano i nostri alleati americani è fuor di dubbio. La ricostruzione di Carioti sul fastidio che a Washington provocano le intese tra Eni e Gazprom, l'ultima sul gasdotto South Stream, è ineccepibile. Tuttavia, mi chiedo: la politica dell'Eni sarebbe diversa senza Berlusconi al governo, o addirittura con un governo di centrosinistra? Era forse diversa durante il governo Prodi? A quanto mi risulta, che «l'intesa con la Russia non fosse solo economica, ma - per ammissione dei protagonisti - politica», era evidente anche con il governo di centrosinistra, quando altri «protagonisti», Prodi e D'Alema, parlavano esplicitamente di «partnership strategica» con Mosca.

Non inganni l'ostentata amicizia tra Berlusconi e Putin. E' reale, ma dietro di essa ci sono politiche rigorosamente bipartisan. Non è "l'Eni di Berlusconi" ad accordarsi con Gazprom, ma è "l'Eni italiana" punto. Nei confronti della Russia (come della Cina), al di là del "feeling" tra Berlusconi e Putin esiste una continuità sufficientemente bipartisan della politica italiana da non giustificare da parte di Washington complotti contro Berlusconi.

Sarà anche vero che a livello europeo si voleva tenere in gioco l'Ucraina e che, almeno a parole, si punta sul gasdotto Nabucco che esclude i russi, ma poi mi pare che tranne Gran Bretagna e Francia (meno dipendenti degli altri dal gas russo), gli altri paesi europei trattino con Mosca come fa l'Italia, ciascuno avendo a cuore il proprio particolare.

Mi sembra inoltre esagerato parlare di «appoggio dato da Berlusconi all'operazione militare russa in Georgia». E' vero che nelle prime ore la reazione del governo italiano apparve fin troppo comprensiva nei confronti di Mosca, ma subito dopo il tiro fu corretto. In questo genere di crisi, e in generale quando si creano tensioni tra Washington e Mosca, Berlusconi è sempre andato alla ricerca di visiblità internazionale, vantando un ruolo di mediazione forse sopravvalutato, forse velleitario, ma appunto di mediazione. Durante la crisi georgiana la nostra posizione inizialmente troppo filorussa e la nostra iniziativa di mediazione furono sfumate e riassorbite nell'alveo di un'iniziativa a livello europeo a guida francese.

Infine, sull'Iran, esclusi dal 5+1, vedo nelle mosse italiane maldestri tentativi per recuperare un posto in prima fila nei negoziati, più che una tentazione "doppiogiochista". Nei confronti dell'Iran, di Hezbollah e su tutta la politica mediorientale, il governo Prodi-D'Alema si è mosso in modo molto più ambiguo e tale da suscitare, quello sì, l'irritazione della Casa Bianca.

Vedremo ora quale sarà l'atteggiamento italiano nei confronti del trasferimento di detenuti di Guantanamo in Europa, un altro tema spinoso. Insomma, c'è senz'altro più d'un motivo di tensione e di freddezza nei rapporti tra Italia e Stati Uniti, ma non vedo aria di «complotti». Tra l'altro, è poco verosimile che a Washington si siano mossi per rimuovere "l'ostacolo Berlusconi" senza prima individuare una valida e praticabile alternativa, cioè un altro leader politico italiano - di centrodestra o di centrosinistra - in grado sia di ottenere il consenso degli italiani sia di ribaltare la politica dell'Eni. E' difficile in Italia trovare un politico fino a tal punto filo-americano. Fini? Tremonti? D'Alema? Non ne vedo.

Sarei invece più portato a pensare che nei rapporti freddi con la nuova amministrazione Usa Berlusconi paghi semmai l'amicizia con George W. Bush, altrettanto solida e ostentata di quella con Putin. E' più verosimile, a mio avviso, che l'amicizia tra Berlusconi e Bush, cementata dalla posizione italiana durante la crisi irachena, abbia supplito in questi anni alla scarsa rilevanza internazionale di fondo del nostro paese, illudendoci di essere alleati preziosi per Washington, addirittura necessari, mentre oggi, con Obama, siamo tornati a contare poco o nulla, è tornata l'Italia «che più di tanto non ha da dare agli Stati Uniti».

Un'analisi perfetta è quella di Daniele Raineri oggi su Il Foglio. I rapporti tra Usa e Russia stanno peggiorando su tutti i fronti (nonostante il bottone di reset offerto da Obama e H. Clinton ai russi): su tutti Iran (i russi si stanno impegnando a minare la credibilità della deterrenza di un raid aereo contro gli impianti nucleari di Teheran, neanche un succoso do-ut-des li ha indotti a desistere) e Afghanistan (Mosca sogna la disfatta Usa e Nato per recuperare influenza sulla regione). Quindi, con Usa e Russia che si allontanano, come ebbi modo di scrivere mesi fa, l'Italia rischia la spaccata: «Il nostro tradizionale ruolo di cerniera, il Cav. con lo Stetson da cowboy e il Cav. con il colbacco in testa, non è più possibile. O da questa o da quella parte. In attesa di capire che cosa faremo, la Casa Bianca non si fa sentire», conclude Raineri.

Ma purtroppo Berlusconi è sentimentalmente legato allo spirito del vertice Nato-Russia di Pratica di Mare, un'era politica ormai lontana anni luce. L'errore di Berlusconi (e di Frattini) è stato non comprenderlo mesi fa, quando cambiare linea gli sarebbe valso qualche bella figura sulla democrazia e i diritti umani e qualche punto "simpatia" con qualsiasi amministrazione Usa, sia che avesse vinto Obama che avesse vinto McCain. Invece, mi sembra che tuttora il Cav. non si sia accorto che tra Washington e Mosca è cambiata aria.

In tutto questo, però, i complotti lasciamoli ai no global e occupiamoci di politica.

Monday, May 25, 2009

L'antiterrorismo di Obama/3 Le politiche di Bush ma infiocchettate meglio

Secondo David Brooks, del New York Times, Obama e Cheney sono stati «complici nell'alimentare un mito». E' solo un «mito», infatti, «che abbiamo vissuto un periodo di otto anni delle politiche anti-terrorismo Bush-Cheney e che ora siamo entrati nel periodo totalmente diverso della politica anti-terrorismo Obama-Biden». Si tratta di «una completa distorsione della realtà». La realtà è che dopo l'11 settembre «siamo entrati in un periodo di due o tre anni che si può chiamare Bush-Cheney». Il paese è stato «colto alle spalle». L'intelligence «non sapeva quasi nulla delle minacce rivolte contro di noi». L'amministrazione Bush «ha tentato di tutto per scoprire e prevenire le minacce». I funzionari «credevano di operare nella legalità, ma hanno fatto cose che ora molti di noi trovano moralmente inaccettabili e controproducenti».

Se tutto questo è vero, tuttavia il periodo Bush-Cheney «durò forse tre anni». Dal 2005 circa è cominciato il «periodo Bush-Rice-Hadley. Gradualmente, alcuni funzionari dell'amministrazione tentarono di fermare gli eccessi del periodo Bush-Cheney. Non l'hanno sempre spuntata, sono stati spronati dalle decisioni dei tribunali e dalla pubblica indignazione, ma la graduale evoluzione della politica è stata evidente», sottolinea Brooks.
«Durante il secondo mandato di Bush, i funzionari stavano cercando di chiudere Guantanamo, implorando i governi stranieri di prendersi alcuni prigionieri, supplicando i senatori di permettere il trasferimento di alcuni su territorio americano. Ma non potevano annunciare la chiusura di Guantanamo prima di capire cosa fare con i prigionieri».
Cheney e Obama «possono far finta del contrario, ma non è stata la presidenza Obama a fermare il waterboarding». Sono stati i direttori della CIA che si sono succeduti dal marzo 2003, persino prima di un «devastante» rapporto dell'ispettorato generale nel 2004.
«Quando Cheney denuncia il cambiamento nella politica di sicurezza, in realtà non sta attaccando Obama, ma la seconda amministrazione Bush. Nel suo discorso pubblico all'AEI ha ripetuto molti degli argomenti usati alla Casa Bianca mentre le politiche dell'amministrazione stavano prendendo un'altra piega. L'insediamento di Obama non ha segnato uno spostamento nella sostanza della politica anti-terrorismo, ma un cambiamento nella credibilità pubblica di quella politica».
Una conferma di questa lettura viene da Jack Goldsmith, ex consulente legale dell'amministrazione Bush, nell'articolo su The New Republic intitolato "The Cheney Fallacy". Goldsmith elenca una serie di politiche - Guantanamo, la sospensione dell'habeas corpus, le commissioni militari, le cosiddette rendition, gli interrogatori e così via - mostrando come nella maggior parte dei casi, la politica di Obama sia in continuità o rappresenti una graduale evoluzione rispetto alla politica dell'ultimo Bush.
«La differenza fondamentale tra le amministrazioni Obama e Bush riguarda non la sostanza della politica anti-terrorismo, quanto piuttosto la sua presentazione. L'amministrazione Bush si è data a lungo la zappa sui piedi, a detrimento della legittimazione e dell'efficacia delle sue politiche, disinteressandosi delle procedure e della presentazione. L'amministrazione Obama, al contrario, è seriamente concentrata su di esse».
Obama, conclude quindi David Brooks, «ha ripreso molto delle politiche che lo stesso Bush aveva abbandonato, le ha rese credibili agli occhi del paese e del mondo. Le ha mantenute e riformate in modo intelligente. Le ha inserite in un contesto più convincente. Facendo ciò non ci ha resi meno sicuri, ma più sicuri. Nel suo discorso Obama ha spiegato le sue decisioni in modo dettagliato e coerente. Ha ammesso che alcuni problemi sono difficili e non sono di facile soluzione. Ha trattato gli americani da adulti, e ha avuto il loro rispetto». Certo, ammette Brooks, magari sarebbe potuto essere più riconoscente e onesto con i funzionari dell'amministrazione Bush delle cui politiche si sta ancora avvalendo.

Anche secondo Charles Krauthammer nella sostanza Obama sta adottando le tanto vituperate politiche di Bush, ma a differenza di Brooks e di Goldsmith, per Krauthammer ciò ha a che fare con l'ipocrisia di Obama mentre i meriti sono di Bush.
«Se l'ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù, allora le inversioni di rotta su misure anti-terrorismo in passato denunciate sono il tributo che Obama paga a George W. Bush. In 125 giorni Obama ha adottato con modifiche solo marginali un'ampia parte dell'intero programma di Bush accusato di essere illegale».
L'ultima "inversione di rotta" è la riesumazione delle commissioni militari. Obama le aveva sospese dopo il suo giuramento, ma ora sono tornate. Naturalmente, non ammetterà mai a parole ciò che ha fatto nella realtà. Lo schema è quello solito, in tre mosse:
«(a) condannare la politica di Bush, (b) annunciare ostentatamente cambiamenti solo cosmetici, (c) infine, adottare la politica di Bush».
Su Guantanamo, sono i «compagni democratici di Obama che hanno ben presto scoperto la sensatezza della scelta di Bush». I senatori democratici non sono in linea di principio contrari, ma si oppongono alla chiusura «finché il presidente non chiarisce dove intende mettere i detenuti». Secondo alcuni, in ogni caso non sul suolo americano. E ciò non lascia aperte molte altre possibilità.
«I paesi di origine non li vogliono. Gli europei sono recalcitranti. L'isola di Sant'Elena dovrebbe essere rimessa a posto. L'Elba non ha funzionato molto bene la prima volta. E "l'isola del diavolo" ora è una meta turistica. Guantanamo sta ricominciando a sembrare una buona scelta».
«Osservatori di tutte le parti politiche sono sbalorditi da quanta parte della politica di sicurezza nazionale di Bush sta per essere adottata da questo nuovo governo democratico». Victor Davis Hanson (su National Review) fa un elenco parziale: il Patriot Act, le intercettazioni telefoniche e di e-mail, le commissioni militari, gli attacchi dei droni, Iraq e Afghanistan, e ora Guantanamo. Jack Goldsmith (su The New Republic) aggiunge: le cosiddette rendition; il segreto di stato; la sospensione dell'habeas corpus - e la prigione di Bagram, in Afghanistan, «non è diversa dal punto di vista concettuale e morale da Guantanamo».

«Cosa dimostra tutto ciò?», si chiede Krauthammer.
«La demagogia e l'ipocrisia dei democratici? Certo, ma a Washington, l'opportunismo e il cinismo non fanno notizia. C'è qualcosa di più grande in gioco - un innegabile, irresistibile, interesse nazionale che, alla fine, al di là della cattiva politica, si afferma da sé. La genialità della democrazia è che l'alternanza al potere obbliga l'opposizione a diventare responsabile quando va al governo. Quando i "nuovi ragazzi", portati al potere dalla volontà popolare, adottano le politiche dei "vecchi ragazzi", si creano un nuovo consenso nazionale e una nuova legittimazione. E' ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi. Le politiche di Bush nella guerra al terrore non dovranno aspettare gli storici per ottenere giustizia. Obama la sta già facendo giorno dopo giorno».
Le sue smentite «non significano nulla». Contano i fatti.

Obama sta «correggendo qui e là le politiche dell'amministrazione Bush e sta cercando di fornire ad esse un più solido fondamento legale», osserva anche Clive Crook, oggi sul Financial Times. «Questa ricalibratura è significativa e saggia, ma in nessun modo si tratta dell'approccio interamente nuovo» che tutti si aspettavano. Secondo Crook, Obama «è nel giusto, ma deve ai suoi sostenitori delle scuse per averli fuorviati. E deve delle scuse anche a George W. Bush per aver detto che l'approccio della precedente amministrazione era un'offesa ai valori americani, mentre le sue politiche sarebbero state del tutto consonanti con essi». Una volta entrato in carica, Obama «ha scoperto che il problema è molto più complicato». Che il terrorismo «non è un'ordinaria impresa criminale» e sconfiggerlo richiede «misure straordinarie». «Di fatto - conclude Crook - Obama ha ammesso che su questo l'amministrazione Bush aveva ragione».

Probabilmente tra un anno il presidente Obama riuscirà a mantenere la promessa di chiudere Guantanamo, ma il fatto che per i 241 terroristi ancora detenuti abbia annunciato le stesse soluzioni giuridiche già individuate e tutte praticate dall'amministrazione Bush è la dimostrazione che comunque la si pensi non ci sono i "torturatori" da una parte e i "buoni" dall'altra; e che lo status e la detenzione dei terroristi è un problema di natura squisitamente giuridica di grande complessità, che andrebbe affrontato senza demagogie e strumentalizzazioni, in modo bipartisan, e magari trovando una soluzione il più possibile uniforme tra le democrazie.

L'antiterrorismo di Obama/2 Mezze misure, mezza sicurezza

La Brookings Institution cerca di spiegare in cosa si differenzia l'approccio di Obama sia da quello dell'amministrazione precedente che dalle richieste più radicali della sinistra e delle organizzazioni per i diritti umani:
«L'amministrazione precedente ha deciso che poteva scrivere le regole per la detenzione preventiva da sola, evitando il coinvolgimento del Congresso e cercando di marginalizzare i tribunali. La sinistra e la comunità dei diritti umani, al contrario, pretendono che la detenzione preventiva sia illegittima e che il governo non dovrebbe in alcun caso detenere qualcuno che non possa essere processato».
Quella intrapresa da Obama sarebbe quindi una saggia via di mezzo. Ma una via di mezzo sulla sicurezza, secondo l'ex vicepresidente Cheney, non sarebbe possibile. Cheney nel suo discorso all'AEI ha innanzitutto difeso i metodi di interrogatorio autorizzati sotto Bush: erano «giusti, legittimi ed efficaci»; usati solo in casi estremi, su pochi terroristi, hanno sventato una serie di attacchi. Ha tenuto a distinguere tra i metodi di interrogatorio della CIA e ciò che è accaduto ad Abu Ghraib, dove «un pugno di carcerieri sadici ha abusato dei detenuti in volazione della legge americana, delle regole militari e del semplice senso della decenza».

Ma è «intellettualmente disonesto equiparare la vergogna di Abu Ghraib al lavoro legale, professionale, e del tutto onorevole, del personale della CIA addestrato a trattare con pochi uomini malvagi». Tra l'altro, «in numerose occasioni, autorevoli membri del Congresso, compresa l'attuale speaker della Camera, sono stati informati del programma e dei metodi». Alcuni «li hanno sostenuti in privato, ma si sono dileguati al primo segnale di controversia».

Cheney inoltre ha criticato Obama per aver rivelato come venivano condotti gli interrogatori ai terroristi. Ora però, gli chiede, «usi il suo potere di desecretazione in modo che il popolo americano possa rendersi conto delle informazioni di intelligence che abbiamo ottenuto, delle cose che abbiamo imparato, e delle conseguenze per la sicurezza nazionale». «Nella mia lunga esperienza a Washington - si sfoga Cheney - poche questioni hanno sollevato un'indignazione e un moraleggiare così ipocrita come i metodi di interrogatorio praticati su pochi terroristi. Chi ha costantemente distorto la verità in questo modo - ha concluso Cheney - non è nella posizione di impartire lezioni sui valori».

Per Gerald Seib, Obama e Cheney hanno pronunciato in realtà quattro discorsi diversi. Uno l'ha pronunciato Cheney, «un feroce attacco a coloro che hanno criticato i metodi di interrogatorio e di detenzione dei terroristi autorizzati dall'amministrazione Bush. Ha messo in dubbio la loro integrità e la loro saggezza, incluso l'attuale presidente, che avrebbe revocato le politiche che hanno mantenuto al sicuro l'America per oltre sette anni dall'11 settembre». Obama ha pronunciato «tre discorsi intrecciati in uno». Il primo, per rispondere alle critiche da destra, secondo cui è diventato «morbido» nei confronti del terrorismo e la chiusura di Guantanamo porterà pericolosi estremisti sul suolo americano. Il secondo, per rispondere alle critiche da sinistra, secondo cui è rimasto troppo vicino alle politiche di Bush, come dimostrano la decisione di mantenere i tribunali militari per alcuni sospetti, il rifiuto a pubblicare le immagini sul trattamento dei detenuti, e il suo annuncio di voler continuare a detenere a tempo indefinito alcuni sospetti senza processarli.

Il terzo discorso era rivolto «agli americani nel mezzo», ai quali Obama ha assicurato che «sta cercando un sensato punto d'equilibrio che tenga fuori gioco i sospetti terroristi pur continuando ad onorare i valori americani». La «fondamentale differenza» tra i discorsi di Obama e Cheney, osserva Seib, riguarda «la possibilità stessa che esista una via di mezzo nella lotta contro gli islamisti radicali». Obama «ha descritto la ricerca di una strategia appropriata come un dibattito tra chi a sinistra non fa sconti riguardo le sfide uniche poste dal terrorismo e chi a destra sostiene che qualsiasi cosa va fatta per combatterlo». E secondo Obama «entrambe le parti sono in buona fede dal loro punto di vista, ma nessuna delle due ha ragione».

Per Cheney, Obama e i democratici «possono essere confortati dalle critiche che provengono da entrambe le estremità dello spettro politico. Se a sinistra sono scontenti di alcune decisioni, e i conservatori di altre, può sembrar loro di essere sulla via di un compromesso appropriato. Ma nella lotta contro il terrorismo, non c'è via di mezzo, e le mezze misure equivalgono a una mezza sicurezza. La triangolazione è una strategia politica, non una strategia di sicurezza nazionale».

L'antiterrorismo di Obama/1 La riabilitazione dei sette anni di Bush

In America si è riacceso il dibattito su Guantanamo, sulla detenzione dei terroristi e sui metodi di interrogatorio della Cia, e in generale sulle politiche anti-terrorismo e la sicurezza nazionale. La settimana scorsa il Senato Usa ha negato a Obama i fondi richiesti per chiudere Guantanamo e trasferire alcuni dei più pericolosi detenuti in prigioni americane. In un discorso pronunciato giovedì scorso il presidente ha cercato di spiegare cosa intende fare. Dopo pochi minuti, intervenendo a un incontro promosso dal think tank neoconservatore American Enterprise Institute, l'ex vicepresidente Dick Cheney ha replicato, difendendo l'operato dell'amministrazione Bush e attaccando le scelte di Obama sulla sicurezza nazionale. Praticamente i due si sono confrontati in diretta tv, sia pure indirettamente, uno dietro l'altro.

Obama ha spiegato di voler mantenere la sua promessa di chiudere Guantanamo, anche se rimane aperto il problema di dove trasferire i 241 terroristi ancora detenuti. Quelli che hanno organizzato o partecipato ad attentati, saranno giudicati da tribunali federali e detenuti in penitenziari di massima sicurezza. Gli altri saranno divisi in diverse categorie: alcuni verranno processati da tribunali militari «perché hanno violato le leggi di guerra»; alcuni saranno rilasciati; e una cinquantina «saranno consegnati ad altri paesi».

Ci sono poi i casi più difficili da risolvere, come ha ammesso Obama, di coloro che non possono essere perseguiti ma pongono una «chiara minaccia alla nazione». Il presidente ha assicurato che non verranno rilasciati, aggiungendo solo che l'amministrazione lavorerà con il Congresso per elaborare un appropriato regime legale. Nei confronti di essi si prospetta comunque una detenzione a tempo indeterminato senza processo, cioè uno status per lo meno molto simile a quello vigente a Guantanamo.

Ma tutti questi diversi sbocchi giuridici per le varie tipologie di detenuti sono gli stessi già individuati e praticati dall'amministrazione Bush. E' la dimostrazione che comunque la si pensi non ci sono i "torturatori" da una parte e i "buoni" dall'altra, che lo status e la detenzione dei terroristi è un problema di natura squisitamente giuridica di grande complessità, che andrebbe affrontato senza demagogie e strumentalizzazioni, in modo bipartisan e trovando una soluzione il più possibile uniforme tra le democrazie.

Se Obama ha rivendicato una «nuova direzione rispetto agli otto anni precedenti», e se c'è chi lo accusa, come Cheney, di mettere in pericolo la nazione, c'è anche chi, invece, dice che nella sostanza le sue politiche non sono molto diverse da quelle di Bush.

Così la pensa, per esempio, il Wall Street Journal:
«Nella retorica, il suo discorso si sforzava di dichiarare una direzione morale nettamente nuova. Nella sostanza, tuttavia, insieme agli altri eventi della settimana, è sembrato più una riabilitazione dei sette anni trascorsi».
Riguardo i detenuti che dovrebbero essere trasferiti negli Usa, il WSJ ricorda che lo stesso direttore dell'FBI, Mueller, ha riferito al Congresso che trasferire dei detenuti in prigioni americane «solleva serie preoccupazioni», di natura finanziaria ma anche legate all'eventualità di potenziali attacchi di singoli individui negli Stati Uniti. Per altri detenuti, osserva il WSJ, il presidente «rimane fermo alle commissioni militari del suo predecessore, sia pure aggiungendo alcuni abbellimenti procedurali come copertura politica per giustificare la sua opposizione in passato». Ma in pratica, riconoscendo che è «difficile processarli davanti a tribunali civili, perché molte delle prove contro di loro o sono segretate per motivi di sicurezza nazionale o non sono state prese all'epoca sui campi di battaglia».

Riguardo i 50 da trasferire in altri paesi (un decimo di quanti ne trasferì Bush), «gli europei che hanno contrastato così veementemente Guantanamo negli anni di Bush si sono improvvisamente accorti che questi detenuti sono pericolosi. Altri paesi non sono in grado di impedire ai terroristi di tornare sui campi di battaglia». Rimangono coloro che non possono essere perseguiti ma pongono una «chiara minaccia alla nazione». Sono i casi «più difficili che abbiamo di fronte», ha ammesso Obama, non dicendo però come intende risolverli. Ha assicurato solo che non verranno rilasciati e che sarà studiata una soluzione legale.

«Il che - conclude il WSJ - ci riporta a Guantanamo. E' un fatto - sottolinea il quotidiano - che negli oltre sette anni in cui è stata operativa, il territorio americano non è stato attaccato». E secondo un rapporto del Pentagono, citato dal New York Times, «non meno di un settimo dei detenuti rilasciati da Guantanamo sono tornati alla jihad». Il «vero caos» non è quello che Obama dice di aver ereditato, ma quello creato da lui, annunciando la chiusura di Guantanamo «senza avere un piano su cosa fare dei detenuti più pericolosi, e dove metterli».
«Ora ha scoperto che i suoi alleati della prima ora al Congresso e gli europei non vogliono avere nulla a che fare con essi. Ci spieghi ancora perché Guantanamo dovrebbe essere chiusa?»

Tuesday, February 03, 2009

Da non perdere

Christian Rocca torna a trattare la complessa questione giuridica stato di diritto-sicurezza nazionale. L'aveva già fatto, ma è sempre utile tornarci, per i pochi - ahimé - interessati a capire e a non accontentarsi delle banalità che si sentono e si leggono sui mainstream media.

Il problema della detenzione dei terroristi non nasce con l'11 settembre, né per la cattiveria di Bush, anche se dopo l'11 settembre e con Bush ha assunto una enorme visibilità. E' un problema giuridico complesso, perché ai terroristi è difficilmente applicabile lo status di belligeranti secondo la Convenzione di Ginevra. Una «convenzione» sulla quale - come dice il nome stesso - tutte le parti in conflitto (gli stati) devono convenire.

Enzo Reale torna su Charta 08, l'appello per le riforme democratiche in Cina sottoscritto da migliaia di cittadini cinesi, sia famosi dissidenti che gente comune.
«Non è tanto la diffusione del testo tra la popolazione quanto la coerenza e la novità dei principi esposti a rappresentare un punto di rottura destinato a produrre conseguenze, lentamente ma inesorabilmente... per i nemici o gli scettici della democrazia, c'è sempre una scusa per ritardare la fine dell'autoritarismo: o perché le cose vanno troppo bene e vuoi mica toccarle, o perché vanno male e allora perché infierire, o perché ci pensa il Partito a riformarsi e siamo ancora tutti qui ad aspettare».
E il regime studia le tattiche migliori per reprimere il fenomeno sul nascere. Ne è un esempio il comunicato appeso nella bacheca dell'Università di Legge di Pechino. Su 1972.

Monday, January 26, 2009

Primi passi di Obama, in attesa di una sua "dottrina"

Con i suoi primi ordini esecutivi Barack Obama ha mantenuto le sue promesse elettorali. Il nuovo presidente ha deciso di chiudere entro un anno il carcere di Guantanamo e le prigioni segrete della Cia; ha sospeso i processi in corso dinanzi alle corti militari istituite da Bush; e ha vietato i metodi di interrogatorio non espressamente autorizzati nei manuali del Pentagono. Tuttavia, ha anche deciso di formare due "task force" che in sostanza, nei prossimi sei mesi, dovranno valutare se e quali eccezioni tollerare per esigenze di sicurezza nazionale.

Una mossa abile, perché da una parte Obama lancia un segnale di rottura rispetto a Bush; dall'altra, si tiene comunque aperte tutte (o quasi) le opzioni, in attesa di elaborare una sua dottrina antiterrorismo, una volta acquisiti tutti gli elementi di conoscenza necessari. Se dall'Unione europea giunge la disponibilità a collaborare, anche se non c'è accordo sul trattamento da riservare ai terroristi che verrebbero trasferiti nel Vecchio Continente, il New York Times riferisce che decine degli oltre 500 detenuti di Guantanamo rimessi in libertà da Bush sono già tornati a combattere.

Interpretati come un definitivo cambio di rotta rispetto alla normativa e alla strategia antiterrorismo della precedente amministrazione, e salutati con entusiasmo dagli attivisti per i diritti umani e dai più critici della presidenza Bush, in realtà i provvedimenti di Obama – spiega in una lunga analisi Benjamin Wittes, del think tank clintoniano Brookings Institution – sono molto diversi nelle loro conseguenze.

L'ordine di chiusura di Guantanamo è molto meno significativo di quanto si creda. Non risolve nessuno dei nodi giuridici riguardanti la detenzione dei terroristi. Semplicemente si limita ad avviare un processo che durerà un anno e si concluderà con la chiusura della prigione sull'isola di Cuba. Ma non stabilisce cosa accadrà ai 242 detenuti ancora nella struttura.

L'ordine è «attento a tenere aperte tutte le opzioni per ciascun detenuto», spiega Wittes: «Non prevede il trasferimento o il rilascio di alcuno. Né che i detenuti vengano proccessati. Né preclude l'eventuale utilizzo di corti militari, o di qualche altra sede di giudizio alternativa. E, soprattutto, non preclude il proseguimento della detenzione di certi – forse molti – detenuti». Una sola cosa è chiara (che era stata promessa anche dal concorrente di Obama per la presidenza, John McCain): la chiusura del campo di prigionia a Guantanamo. Ma le detenzioni potrebbero continuare.

Ogni detenuto – si legge nell'ordine – «dovrà essere reimpatriato, rilasciato, trasferito in un paese terzo, o in un'altro centro di detenzione degli Stati Uniti in modo conforme alle leggi, alle esigenze di sicurezza nazionale e agli interessi degli Stati Uniti». Da ciò emerge chiaramente che il reimpatrio, il trasferimento a un paese terzo, il rilascio, o il processo non sono le uniche opzioni, perché si riconosce che in alcuni casi potrebbero non essere compatibili con le esigenze di sicurezza nazionale. Se le detenzioni continueranno – e in che in forma – dipenderà dalle valutazioni di una task force che in sei mesi dovrà rivedere la posizione di ciascun detenuto. Per quei detenuti per i quali non si potrà provvedere al processo, al rilascio, o al trasferimento, la task force «dovrà individuare mezzi legali, conformi alle esigenze di sicurezza nazionale e agli interessi degli Stati Uniti».

Ciò significa che alcuni o molti dei 242 detenuti potrebbero rimanere sotto la custodia americana, senza processo, anche dopo la chiusura di Guantanamo, forse in nuovi centri di detenzione su territorio americano. In questo caso la politica di Obama si differenzierebbe da quella di Bush solo per il luogo fisico della detenzione. Ma è anche possibile che Obama chieda l'appoggio del Congresso per protrarre la detenzione in presenza di talune particolari circostanze. Insomma, «l'ordine non decide nulla che non fosse già stato deciso molto tempo fa. Semplicemente dà avvio al processo di chiusura di Guantanamo, ma cautamente tiene tutte le opzioni sul tavolo e dà alla nuova amministrazione ampio margine di manovra», conclude Wittes.

Al contrario, l'ordine presidenziale sui centri di detenzione e i metodi di interrogatorio della CIA fa molto di più. Revoca gran parte dell'architettura legale messa in piedi da Bush, vietando alla Cia metodi di interrogatorio non espressamente autorizzati dal Manuale di battaglia delle Forze armate e ordinando all'agenzia di «chiudere il più velocemente possibile ogni centro di detenzione attualmente operativo». La CIA dovrà attenersi ad un insieme specifico di tecniche di interrogatorio approvate, alle quali le forze armate sono già tenute per legge. «Non solo, quindi, l'ordine toglie alla CIA la possibilità di condurre interrogatori con metodi altamente coercitivi», vicini alla tortura, ma «vieta anche di usare tecniche che, pur essendo indubitabilmente legali, non siano previste dal Manuale dell'esercito». Tuttavia, se l'ordine di Obama è «inflessibile» nella sua opposizione ai metodi coercitivi di interrogatorio, accenna alla possibilità che la CIA abbia bisogno di ricorrere a tecniche a cui le Forze armate non sono autorizzate. Anche in questo caso, sarà una «task force» speciale a definire le eccezioni.

Thursday, February 15, 2007

L'Europa del "lasciateci in pace"

CiaE' l'Europa del "lasciateci in pace, siamo anti-americani", quella che ieri, al Parlamento europeo, ha approvato a larga maggioranza il rapporto Fava sulle "extraordinary renditions" e in generale sull'attività anti-terrorismo della Cia nei paesi dell'Ue. Cantor sulla questione ci segnala la testimonianza di Jas Gawronsky, che racconta su La Stampa la sua esperienza all'interno della commissione parlamentare europea che per un anno ha indagato sull'«uso dei paesi europei da parte della Cia per il trasporto e la detenzione illegale di prigionieri». Ieri, inoltre, Gawronsky è stato anche intervistato da Radio Radicale.

Si parla di voli e prigioni segreti della Cia in Europa. Ci auguriamo che il rapporto steso dalla Commissione indichi con precisione quando, dove e come questi voli hanno avuto luogo e l'esatta ubicazione di queste prigioni. E, inoltre, che sia in grado di provare che questi voli e prigioni segreti non rientrino in accordi bilaterali di collaborazione nella lotta al terrorismo che i governi europei abbiano ritenuto di sottoscrivere con gli Stati Uniti e di "coprire" per motivi di sicurezza nazionale secondo le loro legittime prerogative.

Se il rapporto non risponde con precisione a tali quesiti, di che cosa stiamo parlando? Di un manifesto ideologico? Di un'operazione politica per indicare negli Stati Uniti i principali violatori dei diritti umani?

«Quando i terroristi sono ricercati per la violazione di leggi Usa e si trovano all'estero, il loro rientro dovrà essere una materia prioritaria e l'argomento centrale nelle relazioni bilaterali con qualsiasi paese che li ospiti o li assista: nel caso in cui stessimo richiedendo l'estradizione di un terrorista e lo stato che lo ospita non fornisse un adeguato supporto, allora adotteremo le misure più appropriate per ottenere la collaborazione necessaria. In ogni caso il rientro forzato dei sospetti può essere effettuato senza la cooperazione del governo che li ospita applicando le procedure previste dal National Security Directive n.77 che rimangono in vigore».
Firmato George W. Bush? No, Bill J. Clinton, il 21 giugno 1995. Il «rientro forzato dei sospetti» è regolato dalla Direttiva 77, emanata da George Bush padre nel gennaio 1993.

Altro che legislazione emergenzialista post-11 settembre. Una misura bipartisan diretta conseguenza del primo attacco del terrorismo islamico sul suolo americano: l'esplosione di una bomba nei sotterranei del WTC, che avrebbe potuto provocare il crollo dei due grattacieli con otto anni di anticipo.

Il dispositivo legale delle "extraordinary renditions" fu fornito dal Procuratore generale degli Stati Uniti fin dal 1989, su richiesta dell'Fbi. Il parere, che ha valore normativo, conferisce all'Fbi il compito «di indagare e arrestare soggetti che abbiano violato le leggi statunitensi anche se le azioni condotte dall'Fbi dovessero risultare in contrasto con le leggi internazionali. Le attività da condurre all'estero, qualora debitamente autorizzate dalle leggi nazionali statunitensi, non possono essere bloccate nel caso violino trattati non ratificati o già in vigore come l'articolo 2 della Carta delle Nazioni unite. Un arresto effettuato in contrasto con la legge internazionale o di un paese estero non viola il quarto emendamento» (della Costituzione Usa).

Se si citano le pronunce della Corte suprema Usa, occorrerà notare che non hanno come oggetto la chiusura o meno delle cosiddette prigioni segrete, né di Guantanamo, ma lo status giuridico del prigioniero, vero rompicapo giuridico da risolvere in una guerra senza divise e senza stati ma su cui gli europei preferiscono chiudere gli occhi: più comodo emettere proclami di moralistico sdegno, e per i governi più pratico combattere il terrorismo con l'intelligence ma quasi vergognandosene.

Ben più del rapporto Fava, quindi, per comprendere esattamente di cosa si sta parlando, bisogna guardare all'inchiesta sulla "extraordinary rendition" italiana, quella sul caso Abu Omar. Il Governo ha accusato la Procura di Milano di aver violato il segreto di stato su una questione di sicurezza. Lo ha spiegato al Parlamento non Berlusconi, ma il vicepresidente del Consiglio Rutelli, rendendo noto che nei confronti di questa violazione il governo ha aperto un conflitto di con la procura milanese presso la Corte costituzionale.

Spetta alla Consulta adesso stabilire se sia prevalente l'interesse alla sicurezza nazionale tutelato dal lavoro "in copertura" dei servizi segreti, sotto la responsabilità dei governi, o all'accertamento di ipotesi di reato.