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Sunday, September 11, 2011

10 anni dopo, l'Occidente al bivio

«In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».
Tony Blair

Oggi sono trascorsi dieci anni esatti. C'è una generazione 11 settembre che conserva con assoluta nitidezza la comprensione emotiva di quell'evento, ma nella gran parte della gente e degli uomini di potere è subentrata la «calma» di cui parla Blair nelle sue memorie, che non sempre è il risultato di analisi più razionali. Sapevamo fin dall'inizio che non si sarebbe trattato di una guerra convenzionale, con stati ed eserciti schierati l'uno contro l'altro. Non basta uccidere Hitler, devastare la Germania e il Giappone, per porre fine alle ostilità. Bin Laden è stato ucciso, al Qaeda indebolita, ma la lotta tra l'aspirazione alla libertà e la tirannia del fondamentalismo islamico è ancora in corso, perché è una guerra prima di tutto ideologica, che si combatte, certo, anche nelle nostre società (ed è vitale non abbassare la guardia e riaffermare i nostri valori), ma il cui esito dipenderà dall'evoluzione delle società islamiche. E' in corso in modo decisivo in Medio Oriente, dove i moti di questo 2011 sono stati generati da quell'aspirazione, ma rischiano di essere travolti dall'estremismo. Ne abbiamo avuta vivida dimostrazione l'altro ieri al Cairo.

I successi sul campo sono indubbi. Due dittature sanguinarie non ci sono più (in Afghanistan e in Iraq), esperimenti e primi vagiti democratici sono in corso, anche se non ancora irreversibili. Il fallimento di Bin Laden è sotto gli occhi almeno dei musulmani non del tutto accecati dal fanatismo: la presenza militare americana nei Paesi islamici è aumentata e le masse arabe si sono ribellate non agli Usa, non ai loro governanti "riformisti", ma ai loro tiranni, anche laddove tutto sembrava calmo e piatto: in Egitto, in Libia, persino in Siria e in Iran. Anche un presidente "realista" come Barack Obama si è dovuto piegare all'evidenza della storia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Come ha ricordato Christian Rocca in questi giorni, Obama non ha smantellato né in patria né all'estero l'architettura della guerra al terrorismo messa in piedi dal suo predecessore, nonostante avesse promesso di farlo in campagna elettorale, e in Medio Oriente è dovuto venire a patti con l'unica strategia che resta valida, quella elaborata all'indomani dell'11 settembre dagli odiati Bush e Blair: «Sostituire lo status quo con la promozione della democrazia». Si possono affinare i metodi e calibrare i tempi, ma quella è.

Dopo dieci anni dall'11 settembre, l'Occidente non se la passa bene, afflitto da una crisi economica e politica forse senza precedenti, ma le società che si ispirano ai principi islamici appaiono in una crisi profonda (l'unica area del mondo non occidentale a non aver agganciato il tumultuoso sviluppo di Cina, India e Brasile), e l'islamizzazione è una risposta che non sembra convincere le masse, anche se la partita è ancora aperta.

C'è la tendenza a spiegare il momento di crisi degli Stati Uniti e dell'Occidente con la reazione eccessiva e troppo costosa, militarmente ed economicamente, all'11 settembre, ma Charles Krauthammer ha brillantemente respinto queste teorie:
«Our current difficulties and gloom are almost entirely economic in origin, the bitter fruit of misguided fiscal, regulatory and monetary policies that had nothing to do with 9/11. America's current demoralization is not a result of the war on terror. On the contrary. The denigration of the war on terror is the result of our current demoralization, of retroactively reading today's malaise into the real - and successful - history of our 9/11 response».
L'unico motivo di pessimismo in questo decimo anniversario è proprio lo stato di torpore e sfiducia in se stesso in cui sembra essere piombato l'Occidente. Che non sembra più credere nei valori che lo hanno reso grande, dominante, e che si riassumono nelle sei killer application descritte da Niall Ferguson nel suo "Civilization". E' dentro di noi in quanto individui e in quanto società ciò che può farci perdere la guerra al fondamentalismo islamico e che può condannarci al declino dinanzi all'ascesa dei giganti asiatici. Abbiamo ingabbiato noi stessi la vitalità dei nostri sistemi politici ed economici, cedendo alle lusinghe dello statalismo, alle false sicurezze «dalla culla alla tomba». Chi più chi meno, in Europa e negli Stati Uniti, tutti condividiamo le stesse storture: spesa pubblica eccessiva, debiti insostenibili, politica monetaria facile, rigidità dei mercati, politici incapaci di prendere decisioni. Ciò significa un'allocazione inefficiente e distorta delle risorse umane e materiali, corruzione e sprechi, immobilismo. In questo modo non riusciamo più a sfruttare al meglio le killer apps che noi stessi abbiamo inventato.

Dieci anni dopo l'11 settembre, l'Occidente è al bivio, ma non sotto i colpi dei terroristi. O si lascia alle spalle il Novecento e riesce ad autoriformarsi, ritrovando se stesso, o è perduto.

Concludo quindi questo post-anniversario con un pensiero alle vittime, ai loro famigliari, e a tutti coloro che in questi dieci anni hanno dedicato e talvolta sacrificato le loro vite nella guerra al terrorismo, e ancora con le parole di uno di loro, Tony Blair:
«... credo che all'estero dovremo proiettare un senso di forza e determinazione, non di debolezza o esitazione; ritengo che sia arrivato il momento di attuare più riforme governative, non meno... siamo diventati troppo umili, troppo fiacchi, troppo inibiti, attanagliati da troppi dubbi, e ci mancano obiettivi chiari. Il nostro stile di vita, i valori, che ci hanno resi grandi, rimangono per noi in quanto nazioni non solo come testamento, ma come messaggeri del progresso umano; non sono i ruderi di una politica un tempo gloriosa, bensì lo spirito vitale di una visione ottimista della storia umana. Non ci resta che tornare ad applicarli alle circostanze in mutamento anziché accantonarli considerandoli ormai inutili».

Friday, March 19, 2010

Capolavoro Obama: da una gaffe una crisi

Era solo una gaffe (l'annuncio da parte di fonti del governo israeliano del via libera alle costruzioni a Gerusalemme Est proprio quando era in visita il vicepresidente Usa Biden) «ma Obama ha scelto di trasformarla in una crisi con Israele». E' quanto sostiene Charles Krauthammer, sul Washington Post. Non era un cambiamento politico, perché Gerusalemme è «fuori dall'accordo Obama-Netanyahu del 2009 sul congelamento per dieci mesi degli insediamenti in Cisgiordania».

Sotto Obama, Netanyahu ha portato il suo governo di centrodestra ad accettare numerose concessioni per riavviare il processo di pace (uno Stato plaestinese in prospettiva; sostegno all'economia della Cisgiordania, «congelamento» degli insediamenti). Perché, dunque, l'irrigidimento, solo per una banale gaffe? «Sarà forse perché Obama preferisce blandire i nemici e attaccare gli alleati - quindi Israele non dovrebbe prenderla sul personale (come sostiene Robert Kagan)? Perché Obama vuole far cadere l'attuale governo israeliano di centrodestra (come sostiene Jeffrey Goldberg)?» Oppure, ipotizza Krauthammer, sarà perché Obama «si vede come uno storico redentore il cui irresistibile carisma sanerà la frattura tra Cristianità e Islam... e ha poca pazienza verso questo seccante stato ebraico che insiste spavaldamente nel suo diritto all'esistenza?».

Friday, July 31, 2009

L'opzione militare è tornata sul tavolo di Obama?

L'obiettivo principale della visita in Israele del segretario alla Difesa Usa, Bob Gates, era di dissuadere il governo israeliano dall'agire militarmente contro gli impianti nucleari iraniani. Israele non rinuncia certo all'opzione militare, ma è disposto ad aspettare che la politica di coinvolgimento diplomatico degli Stati Uniti nei confronti di Teheran faccia il suo corso, tanto più che Gates ha ribadito a Netanyahu che l'offerta non è illimitata nel tempo e, anzi, che Obama si aspetta una risposta entro l'autunno, magari già all'apertura dell'Assemblea generale dell'Onu, verso la fine di settembre.

Ma secondo alcune fonti di intelligence e militari israeliane, sarebbe anche un'altra l'assicurazione data da Gates agli israeliani: che il piano americano per fronteggiare la minaccia nucleare iraniana contempla anche il ricorso a un'azione militare unilaterale da parte degli Usa, sia pure come ultima risorsa. Gates quindi non avrebbe solo chiesto agli israeliani di aspettare ad attaccare l'Iran, per non intralciare il tentativo di dialogo della Casa Bianca, ma gli avrebbe chiesto di astenersi del tutto dall'attacco, assicurando che nel caso in cui la via diplomatica fallisse e neanche sanzioni più dure convincessero Teheran a fermarsi, ci penserebbero gli Stati Uniti a usare la forza, mentre nel frattempo Israele dovrebbe limitarsi a minacciare l'attacco per tenere gli iraniani sotto pressione, ma nulla di più.

L'azione militare unilaterale quindi rientrerebbe ancora nell'orizzonte delle opzioni che l'amministrazione Obama prende in considerazione per impedire all'Iran di dotarsi della bomba atomica e da qui forse «l'identità di vedute» celebrata con enfasi dal premier israeliano al termine dell'incontro con Gates. Tuttavia, possibili tensioni potrebbero sorgere sui tempi. Chiedendogli di lasciare che siano gli Usa a occuparsi della questione nucleare iraniana, Gates sta chiedendo a Israele di accettare la tempistica di Washington, e in particolare le stime dell'intelligence Usa sui tempi in cui l'Iran riuscirà a dotarsi di testate nucleari. Stime che differiscono da quelle israeliane, e che potrebbero rivelarsi in contrasto con le esigenze di sicurezza di Israele.

Dal messaggio che quindi Gates avrebbe recapitato ai leader israeliani non si direbbe che l'amministrazione Obama si sia rassegnata ad avere a che fare con un Iran nucleare, come invece aveva fatto temere giorni fa l'infelice uscita del segretario di Stato Hillary Clinton in Asia, quando aveva parlato di un «ombrello difensivo» americano a protezione dei paesi del Medio Oriente e del Golfo minacciati dall'atomica iraniana. A molti era comprensibilmente sembrato l'annuncio di una nuova politica - poiché era la prima volta che un membro di primo piano dell'amministrazione Usa contemplava pubblicamente l'opzione del contenimento e della deterrenza nei confronti di Teheran - e in ogni caso di un messaggio sbagliato all'indirizzo degli iraniani.

Nei giorni scorsi, al talk show Meet the press, della Nbc, la Clinton ha cercato di rimediare: «Il nostro messaggio a chi prende le decisioni in Iran è questo: se pensate di ottenere l'arma atomica per intimidire e proiettare la vostra potenza non ve lo lasceremo fare. Riteniamo inaccettabile che Teheran abbia l'atomica e non lo permetteremo, a qualunque costo», ha chiarito la Clinton a scanso di equivoci.

Solo una gaffe, quindi, non una nuova politica. Una gaffe anche secondo Charles Krauthammer, che ha ricordato come il 16 aprile del 2008, in piena corsa per le primarie democratiche, durante un dibattito con Obama la Clinton rispose molto più duramente del suo avversario sull'Iran, dicendo che se attaccasse Israele con armi nucleari, gli Stati Uniti dovrebbero rispondere «with nukes» ed estendere un «ombrello difensivo su Israele e - aggiunse - sugli altri stati nella regione». La Clinton ha ripetuto qualche altra volta quel concetto durante la campagna, per dimostrare quanto fosse determinata sull'Iran, e Krauthammer pensa che in Tailandia non abbia fatto altro che ripeterlo «inavvertitamente», senza considerare che un conto è dirlo da candidata per apparire "tosta", tutt'altra cosa da segretario di Stato, dando l'impressione, che infatti tutti hanno avuto, che gli Stati Uniti si preparassero ad accettare la realtà di un Iran nucleare e, di conseguenza, al contenimento e alla deterrenza, come con i sovietici durante la Guerra Fredda.

Friday, June 26, 2009

Mousavi come Lech Walesa o come Boris Yeltsin?

Quello che si è cercato di dire in questi giorni è che certo Khamenei e Ahmadinejad hanno il potere di reprimere spietatamente la piazza e forse anche di respingere le offensive dietro le quinte di Rafsanjani, ma che comunque la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. O perché avranno successo le manovre degli oppositori (tuttora improbabile), o perché il regime avrà perso la sua principale fonte di legittimazione, quella clericale, diventando una volgare dittatura militare che si regge solo sulla forza. E ciò a lungo andare non mancherebbe di produrre delle conseguenze.

La frattura tra «la vecchia guardia khomeinista e la generazione post-rivoluzionaria», che Molinari descrive bene oggi su La Stampa, appare insanabile anche perché nel medio e lungo periodo c'è «in palio ciò che più conta: la successione a Khamenei». La rielezione di Ahmadinejad sarebbe solo una fase intermedia dell'evoluzione del sistema khomeinista, che iniziata dalla sua prima vittoria nel 2005 verrebbe portata a compimento dalla Guida Suprema indicando come suo successore il figlio prediletto Mojtaba.
«La vecchia guarda khomenista nel 2005 perse lo scontro presidenziale con la fazione dei Khamenei quando Rafsanjani venne sconfitto a sorpresa dal quasi sconosciuto Ahmadinejad. Anche allora si parlò di brogli, con le voci su 8 milioni di schede a favore di Ahmadinejad fatte arrivare dall'estero proprio dai seguaci di Mojtaba, ma a prevalere fu poi una tregua che si è rotta quando il 12 giugno il khomeinista Mousavi si è visto strappare il risultato ancora una volta da Ahmadinejad».
La nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema, ottenuta scavalcando il Consiglio degli Esperti o imponendola - quindi al prezzo di minare la valenza e la credibilità religiosa dell'autorità posta al vertice della Repubblica - segnerebbe la definitiva «trasformazione dell'Iran in un sistema nepotista sul modello della Nord Corea - dove Kim Il Sung designò Kim Jong Il che ora indica il figlio 26enne Kim Jong Un». Un esito che naturalmente «non piace ai custodi del khomeinismo che, costituzione iraniana alla mano, ritengono che a designare il nuovo Leader Supremo debbano essere gli 86 esponenti del clero che siedono nel Consiglio degli Esperti».

Insomma, la Repubblica non sarà più la stessa anche, e soprattutto, se Khamenei dovesse trionfare e schiacciare l'opposizione interna al regime. Si trasformerebbe infatti in un sistema monocratico e nepotista, sul modello della Corea del Nord, sostenuto dalle forze di sicurezza e dalla generazione dei pasdaran, ancora più fanatica e millenarista degli ayatollah, mentre il clero di Qom verrebbe esautorato e relegato di fatto ad un ruolo essenzialmente cerimoniale, di legittimazione simbolico-religiosa, a conferma di ciò che dicevamo fin dalle prime ore della crisi: in gioco c'è la natura stessa della dittatura, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare.

Semplificando al massimo si potrebbe affermare che in questa situazione i veri "rivoluzionari" sono Khamenei e Ahmadinejad, mentre i loro oppositori, da Mousavi a Rafsanjani, sono i "conservatori", che vogliono salvare il sistema khomeinista riformandolo. Un ruolo che li avvicina, come ha suggerito più di un analista (da Luttwak a R. D. Kaplan, fino a Gerecht), a quello svolto negli anni '80, suo malgrado, da Gorbacev, le cui riforme «molto caute, pensate per perpetuare il regime comunista, finirono per distruggerlo in meno di cinque anni». Che vincano i "rivoluzionari" o i "conservatori", dunque, la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa e nonostante nelle intenzioni di entrambe le fazioni non ci sia un futuro democratico, non è detto che proprio la democrazia non sarà l'esito finale dei loro sforzi.

Mentre nelle strade va in scena la repressione, i tre principali leader del movimento di protesta (Mousavi, Karrubi e Rafsanjani) sono impegnati dietro le quinte in un dibattito su quale strategia perseguire per opporsi al disegno di Khamenei. Amir Taheri, sul New York Post, spiega che Mousavi «ha adottato un approccio minimalista», che somiglia alla strategia del leader sindacale polacco Lech Walesa negli anni '80 e che consiste nell'avanzare «una singola richiesta, all'interno dell'ordinamento, che se accolta potrebbe cambiare le regole del gioco».

Mousavi chiede nuove elezioni e questa chiara, semplice richiesta ha il pregio di non essere di per sé sovversiva e di raccogliere il più vasto consenso possibile lungo l'intero spettro politico. E' «importante», però, perché questa strategia abbia qualche chance di successo, «che le principali potenze straniere rifiutino di legittimare un secondo mandato di Ahmadinejad. La prospettiva di un maggiore isolamento internazionale potrebbe persuadere più personaggi dell'establishment ad unirsi alla richiesta di nuove elezioni». E qui già la comunità internazionale si dividerebbe, visto che Russia e Cina non avrebbero problemi a riconoscere la rielezione di Ahmadinejad.

Secondo Karrubi invece l'opposizione dovrebbe avanzare «un'agenda più ampia». Karrubi, spiega Taheri, «ha rotto forse il più grosso tabù politico del sistema khomeinista mettendo in discussione la nomina di Khamenei a Guida Suprema». Non vuole solo nuove elezioni, ma anche la «revisione» delle procedure di nomina di Khamenei, una «maggiore autonomia per le minoranze etniche», limitare l'intervento delle forze armate in politica, e altre modifiche costituzionali «per enfatizzare l'aspetto repubblicano del regime rispetto a quello religioso».

Rafsanjani, riferisce Amir Taheri, è «pazzo di rabbia contro Ahmadinejad e sta lavorando duramente per impedire al presidente rieletto di completare il suo secondo mandato di quattro anni». Rafsanjani e Mousavi sono stati «acerrimi nemici politici» negli anni '80. «Nel 1989, Rafsanjani, alleandosi con Khamenei, elaborò modifiche costituzionali che abolirono la carica di primo ministro, spedendo Mousavi in esilio politico per vent'anni. Ora si dice che siano amici per la pelle, determinati a ritornare al potere. Tuttavia, Rafsanjani crede che la strategia minimalista di Mousavi condurrà ad un impasse: il regime può ondeggiare da una parte all'altra, come ha fatto per dieci giorni, finché non riprende il controllo».

La strategia di Rafsanjani invece, spiega Taheri, «mira a formare un'autorità ad interim appoggiata dai grandi ayatollah di Qom. Una volta posta in essere, il Consiglio degli Esperti, che ha il potere di rimuovere la Guida Suprema, potrebbe essere usato come una minaccia per Khamenei, costringendolo a cooperare con il rischio di perdere il posto». Sarebbero 50 finora le figure religiose di spicco (tra Marja Taqlid e Ayatollah) della città santa di Qom ad aver assunto una posizione di forte critica nei confronti di Khamenei, e ad essersi schierati, quindi, con Rafsanjani, almeno secondo quanto riporta il giornale kuwaitiano al-Watan. «Rafsanjani - spiega una fonte iraniana al giornale arabo - è impegnato da diversi giorni in una visita a Qom e ha lavorato in tutto questo tempo per convincere i religiosi locali a dare vita a un nuovo organismo che sostituisca l'istituzione della Guida Suprema. La riforma chiesta da Rafsanjani trasformerebbe il cosiddetto Wali Faqih in un osservatore del regime e non più capo supremo».

«In breve - conclude Amir Taheri - Mousavi mira ad un accordo di condivisione del potere nel quale Khamenei e suoi rimarrebbero la parte maggioritaria nell'elite al potere. Karrubi e Rafsanjani ritengono invece che per conquistare il potere Khamenei debba essere marginalizzato o cacciato. Imprevedibile è l'atteggiamento del popolo iraniano. Nessuno sa quali di queste strategie siano in grado di mobilitare le sue energie, sempre che ce ne sia una».

Se Taheri ha paragonato Mousavi al leader sindacale polacco Lech Walesa, secondo Charles Krauthammer «la rivoluzione iraniana è alla ricerca del suo Yeltsin». «Senza leadership, i manifestanti scenderanno in strada per prendersi gas lacrimogeno, bastonate e pallottole. Hanno bisogno di un leader come Boris Yeltsin: una ex figura dell'establishment con nuove credenziali e legittimità rivoluzionarie, che salga su un carro armato e che indichi la direzione chiedendo l'impensabile - l'abolizione del vecchio ordine politico». Krauthammer vede ormai il movimento «sulla difensiva, in ritirata». «Per riprendersi, ha bisogno della massa, perché ogni dittatura teme il momento in cui dà l'ordine ai suoi uomini armati di sparare sulla folla. Se lo fanno (Tienanmen), il regime sopravvive; se non lo fanno (la Romania di Ceausescu), i dittatori muoiono come cani. L'opposizione ha anche bisogno di uno sciopero generale e di grandi cortei nelle città principali - ma stavolta con qualcuno che si alzi in piedi e che indichi la via da percorrere».

Ora c'è da chiedersi se Mousavi possa diventare lo Yeltsin iraniano. «Finché Mousavi rimane in sospeso tra Gorbacev e Yeltsin, tra il riformatore e il rivoluzionario, tra la figura simbolo e il leader, la rivoluzione è in bilico... Ma ora deve scegliere, e velocemente. Questo è il suo momento, e svanirà presto. Se Mousavi non lo coglie, o qualcun altro non lo coglie al suo posto, la rivolta democratica in Iran finirà non come in Russia nel 1991, ma come in Cina nel 1989», conclude Krauthammer.

Friday, June 19, 2009

Ritorno al regime change

Il commento di oggi di David Brooks, sul New York Times, merita di essere citato, non solo per la sua solita lucidità ma stavolta anche per quella che mi sembra una contraddizione. Ci sono alcuni momenti - pochi - nella storia, in cui il potere non risiede solo nei vertici, ma è «radicalmente disperso», scrive Brooks. «La vera trama si dipana nelle strade» e «il corso futuro degli eventi è al massimo grado di incertezza», tanto da poter essere determinato da semplici «sguardi» in un senso o nell'altro:
The fate of nations is determined by glances and chance encounters: by the looks policemen give one another as a protesting crowd approaches down a boulevard; by the presence of a spontaneous leader who sets off a chant or a song and with it an emotional contagion; by a captain who either decides to kill his countrymen or not; by a shy woman who emerges from a throng to throw herself on the thugs who are pummeling a kid prone on the sidewalk.
«I cambiamenti più importanti avvengono in modo invisibile nelle teste delle persone... piccoli gesti uniscono una folla e simboleggiano un futuro diverso, come il momento in cui Mousavi teneva le mani di sua moglie in pubblico». In momenti come questi, osserva Brooks, «i politici e i consiglieri nel governo degli Stati Uniti quasi sempre si ritirano nella passività e nella cautela», in parte per prudenza giustificata dall'incertezza, in parte per deformazione professionale. Agli analisti sfugge l'irrazionalità del momento e, quindi, quanto rapido e inaspettato può risultare un cambiamento: «A posteriori, tutte le rivoluzioni sembrano inevitabili. Prima, tutte sembrano impossibili» (Michael McFaul).

Detto questo, David Brooks approva il comportamento dell'amministrazione Obama, la quale sembra aver capito che «la lezione principale di questi eventi è che il regime iraniano è fragile... Gli iraniani nelle strade lo sanno. Il mondo lo sa». «D'ora in poi - continua Brooks - la questione centrale delle relazioni Iran-Occidente non sarà il programma nucleare. Il regime è più fragile del programma. E' più probabile che cada prima del programma. Il tema centrale sarà la sopravvivenza stessa del regime». I paesi occidentali dovranno quindi elaborare «politiche a più piste non solo per affrontare l'Iran su temi specifici, ma anche per provare a minare la sopravvivenza stessa del regime». Lo stesso approccio di Reagan nei confronti dell'Unione sovietica, che «non significa non parlare con il regime; Reagan parlava ai sovietici». Le elezioni iraniane «hanno azionato un vortice che porterà, un giorno, al collasso del regime. Avvicinare quel giorno è ora l'obiettivo centrale».

La stranezza dell'argomentazione di Brooks è che se davvero adesso, come lui dice, non è più il nucleare ma la caduta del regime, l'obiettivo su cui dovrebbero concentrarsi gli sforzi politici dell'Occidente, a maggior ragione l'amministrazione Obama appare fuori strada, più preoccupata com'è di non interferire per non compromettere la tenue speranza del dialogo sul nucleare.

Il problema è che, come Charles Krauthammer, sono personalmente convinto che ci siano «zero possibilità» (o quasi) di impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari con i negoziati e che «la sola speranza per risolvere la questione del nucleare è il regime change, che potrebbe porre fine al programma o renderlo gestibile e non minaccioso». Dato che il bombardamento sarebbe un mezzo probabilmente inefficace per neutralizzare il programma nucleare, e il regime change usando la forza non è praticabile, che cosa ci resta come arma se non il popolo iraniano?

Monday, May 25, 2009

L'antiterrorismo di Obama/3 Le politiche di Bush ma infiocchettate meglio

Secondo David Brooks, del New York Times, Obama e Cheney sono stati «complici nell'alimentare un mito». E' solo un «mito», infatti, «che abbiamo vissuto un periodo di otto anni delle politiche anti-terrorismo Bush-Cheney e che ora siamo entrati nel periodo totalmente diverso della politica anti-terrorismo Obama-Biden». Si tratta di «una completa distorsione della realtà». La realtà è che dopo l'11 settembre «siamo entrati in un periodo di due o tre anni che si può chiamare Bush-Cheney». Il paese è stato «colto alle spalle». L'intelligence «non sapeva quasi nulla delle minacce rivolte contro di noi». L'amministrazione Bush «ha tentato di tutto per scoprire e prevenire le minacce». I funzionari «credevano di operare nella legalità, ma hanno fatto cose che ora molti di noi trovano moralmente inaccettabili e controproducenti».

Se tutto questo è vero, tuttavia il periodo Bush-Cheney «durò forse tre anni». Dal 2005 circa è cominciato il «periodo Bush-Rice-Hadley. Gradualmente, alcuni funzionari dell'amministrazione tentarono di fermare gli eccessi del periodo Bush-Cheney. Non l'hanno sempre spuntata, sono stati spronati dalle decisioni dei tribunali e dalla pubblica indignazione, ma la graduale evoluzione della politica è stata evidente», sottolinea Brooks.
«Durante il secondo mandato di Bush, i funzionari stavano cercando di chiudere Guantanamo, implorando i governi stranieri di prendersi alcuni prigionieri, supplicando i senatori di permettere il trasferimento di alcuni su territorio americano. Ma non potevano annunciare la chiusura di Guantanamo prima di capire cosa fare con i prigionieri».
Cheney e Obama «possono far finta del contrario, ma non è stata la presidenza Obama a fermare il waterboarding». Sono stati i direttori della CIA che si sono succeduti dal marzo 2003, persino prima di un «devastante» rapporto dell'ispettorato generale nel 2004.
«Quando Cheney denuncia il cambiamento nella politica di sicurezza, in realtà non sta attaccando Obama, ma la seconda amministrazione Bush. Nel suo discorso pubblico all'AEI ha ripetuto molti degli argomenti usati alla Casa Bianca mentre le politiche dell'amministrazione stavano prendendo un'altra piega. L'insediamento di Obama non ha segnato uno spostamento nella sostanza della politica anti-terrorismo, ma un cambiamento nella credibilità pubblica di quella politica».
Una conferma di questa lettura viene da Jack Goldsmith, ex consulente legale dell'amministrazione Bush, nell'articolo su The New Republic intitolato "The Cheney Fallacy". Goldsmith elenca una serie di politiche - Guantanamo, la sospensione dell'habeas corpus, le commissioni militari, le cosiddette rendition, gli interrogatori e così via - mostrando come nella maggior parte dei casi, la politica di Obama sia in continuità o rappresenti una graduale evoluzione rispetto alla politica dell'ultimo Bush.
«La differenza fondamentale tra le amministrazioni Obama e Bush riguarda non la sostanza della politica anti-terrorismo, quanto piuttosto la sua presentazione. L'amministrazione Bush si è data a lungo la zappa sui piedi, a detrimento della legittimazione e dell'efficacia delle sue politiche, disinteressandosi delle procedure e della presentazione. L'amministrazione Obama, al contrario, è seriamente concentrata su di esse».
Obama, conclude quindi David Brooks, «ha ripreso molto delle politiche che lo stesso Bush aveva abbandonato, le ha rese credibili agli occhi del paese e del mondo. Le ha mantenute e riformate in modo intelligente. Le ha inserite in un contesto più convincente. Facendo ciò non ci ha resi meno sicuri, ma più sicuri. Nel suo discorso Obama ha spiegato le sue decisioni in modo dettagliato e coerente. Ha ammesso che alcuni problemi sono difficili e non sono di facile soluzione. Ha trattato gli americani da adulti, e ha avuto il loro rispetto». Certo, ammette Brooks, magari sarebbe potuto essere più riconoscente e onesto con i funzionari dell'amministrazione Bush delle cui politiche si sta ancora avvalendo.

Anche secondo Charles Krauthammer nella sostanza Obama sta adottando le tanto vituperate politiche di Bush, ma a differenza di Brooks e di Goldsmith, per Krauthammer ciò ha a che fare con l'ipocrisia di Obama mentre i meriti sono di Bush.
«Se l'ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù, allora le inversioni di rotta su misure anti-terrorismo in passato denunciate sono il tributo che Obama paga a George W. Bush. In 125 giorni Obama ha adottato con modifiche solo marginali un'ampia parte dell'intero programma di Bush accusato di essere illegale».
L'ultima "inversione di rotta" è la riesumazione delle commissioni militari. Obama le aveva sospese dopo il suo giuramento, ma ora sono tornate. Naturalmente, non ammetterà mai a parole ciò che ha fatto nella realtà. Lo schema è quello solito, in tre mosse:
«(a) condannare la politica di Bush, (b) annunciare ostentatamente cambiamenti solo cosmetici, (c) infine, adottare la politica di Bush».
Su Guantanamo, sono i «compagni democratici di Obama che hanno ben presto scoperto la sensatezza della scelta di Bush». I senatori democratici non sono in linea di principio contrari, ma si oppongono alla chiusura «finché il presidente non chiarisce dove intende mettere i detenuti». Secondo alcuni, in ogni caso non sul suolo americano. E ciò non lascia aperte molte altre possibilità.
«I paesi di origine non li vogliono. Gli europei sono recalcitranti. L'isola di Sant'Elena dovrebbe essere rimessa a posto. L'Elba non ha funzionato molto bene la prima volta. E "l'isola del diavolo" ora è una meta turistica. Guantanamo sta ricominciando a sembrare una buona scelta».
«Osservatori di tutte le parti politiche sono sbalorditi da quanta parte della politica di sicurezza nazionale di Bush sta per essere adottata da questo nuovo governo democratico». Victor Davis Hanson (su National Review) fa un elenco parziale: il Patriot Act, le intercettazioni telefoniche e di e-mail, le commissioni militari, gli attacchi dei droni, Iraq e Afghanistan, e ora Guantanamo. Jack Goldsmith (su The New Republic) aggiunge: le cosiddette rendition; il segreto di stato; la sospensione dell'habeas corpus - e la prigione di Bagram, in Afghanistan, «non è diversa dal punto di vista concettuale e morale da Guantanamo».

«Cosa dimostra tutto ciò?», si chiede Krauthammer.
«La demagogia e l'ipocrisia dei democratici? Certo, ma a Washington, l'opportunismo e il cinismo non fanno notizia. C'è qualcosa di più grande in gioco - un innegabile, irresistibile, interesse nazionale che, alla fine, al di là della cattiva politica, si afferma da sé. La genialità della democrazia è che l'alternanza al potere obbliga l'opposizione a diventare responsabile quando va al governo. Quando i "nuovi ragazzi", portati al potere dalla volontà popolare, adottano le politiche dei "vecchi ragazzi", si creano un nuovo consenso nazionale e una nuova legittimazione. E' ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi. Le politiche di Bush nella guerra al terrore non dovranno aspettare gli storici per ottenere giustizia. Obama la sta già facendo giorno dopo giorno».
Le sue smentite «non significano nulla». Contano i fatti.

Obama sta «correggendo qui e là le politiche dell'amministrazione Bush e sta cercando di fornire ad esse un più solido fondamento legale», osserva anche Clive Crook, oggi sul Financial Times. «Questa ricalibratura è significativa e saggia, ma in nessun modo si tratta dell'approccio interamente nuovo» che tutti si aspettavano. Secondo Crook, Obama «è nel giusto, ma deve ai suoi sostenitori delle scuse per averli fuorviati. E deve delle scuse anche a George W. Bush per aver detto che l'approccio della precedente amministrazione era un'offesa ai valori americani, mentre le sue politiche sarebbero state del tutto consonanti con essi». Una volta entrato in carica, Obama «ha scoperto che il problema è molto più complicato». Che il terrorismo «non è un'ordinaria impresa criminale» e sconfiggerlo richiede «misure straordinarie». «Di fatto - conclude Crook - Obama ha ammesso che su questo l'amministrazione Bush aveva ragione».

Probabilmente tra un anno il presidente Obama riuscirà a mantenere la promessa di chiudere Guantanamo, ma il fatto che per i 241 terroristi ancora detenuti abbia annunciato le stesse soluzioni giuridiche già individuate e tutte praticate dall'amministrazione Bush è la dimostrazione che comunque la si pensi non ci sono i "torturatori" da una parte e i "buoni" dall'altra; e che lo status e la detenzione dei terroristi è un problema di natura squisitamente giuridica di grande complessità, che andrebbe affrontato senza demagogie e strumentalizzazioni, in modo bipartisan, e magari trovando una soluzione il più possibile uniforme tra le democrazie.

Wednesday, March 04, 2009

Allarme europeizzazione in America

Se qualche conservatore come Christopher Buckley, figlio di William, e David Brooks, editorialista del NYT, si è già pentito di aver sostenuto Obama, figuriamoci i conservatori che l'hanno sempre temuto. I mercati hanno bocciato il piano anti-crisi di Obama e il dubbio che «serpeggia» - anche tra i commentatori e nelle redazioni di autorevoli organi di stampa, anche di preferenze politiche diverse, come Wall Street Journal e The Economist, è che il nuovo presidente possa rivelarsi non all'altezza.

Si teme addirittura che con l'enorme espansione della spesa pubblica e dei programmi federali previsti nella prima legge di bilancio di Obama gli Stati Uniti si stiano incamminando verso una strada che renderà il loro sistema economico-sociale più simile a quello europeo. Quello di Obama è «il più audace manifesto social-democratico mai intrapreso da un presidente americano», ha osservato Charles Krauthammer.

Obama ha chiarito che intende essere un «trasformatore quanto Reagan». Il suo obiettivo non è solo rilanciare l'economia, ma realizzare ambiziosi progetti come un sistema sanitario universale, un'istruzione universale, energia "verde" finanziata e regolata dal governo. E ha deciso di non aspettare la fine della crisi. Già, perché al contrario che in Italia, dove il governo si limita, sia pure in modo pragmatico, a gestire l'esistente e a controllare il deficit aspettando che la crisi passi, Obama vede nell'attuale crisi «un'opportunità». L'ha detto esplicitamente.

«Come la Grande Depressione negli anni '30 - ha spiegato Krauthammer - pose le condizioni politiche e psicologiche che permisero a Roosevelt di trasformare l'America dal laissez-faire delle origini al welfare state, l'attuale crisi apre ad Obama lo spazio politico per spingere l'ancora (relativamente) modesto welfare state americano verso una socialdemocrazia di tipo europeo». Nei paesi dell'Unione europea la spesa pubblica è scesa leggermente, dal 48 al 47% del PIL, negli ultimi 10 anni. Negli stessi anni negli Stati Uniti è salita dal 34 al 40%. La differenza tra Europa e America nella quota di PIL che dipende dal governo si è già ridotta dal 14 al 7%. «Due mandati di Obama e quella differenza sarà azzerata», è il timore di Krauthammer.

Obama sembra scommettere che il paese - spaventato dalla crisi economica e vedendo i fallimenti della presidenza Bush e dei repubblicani - sia ormai pronto per una sterzata a sinistra. Eppure, da una certa retorica "sulla difensiva" nei discorsi di Obama, sembra emergere al contrario la consapevolezza che gli americani restano per la maggior parte istintivamente conservatori e che i suoi piani rischiano di suscitare una crisi di rigetto. Ed è così che ripetutamente Obama si è difeso ponendo l'accento su cosa lui e i suoi programmi non sono. Mentre presentava un piano che prevede il più grande aumento di spesa pubblica dal secondo dopoguerra, giurava di non credere nel big government: «Non perché io creda nel big government – io non ci credo. Non perché non m'importi dell'enorme debito che abbiamo ereditato – mi importa», assicurava al Congresso.

In realtà, quello di Obama, denuncia il Wall Street Journal, «non è un tentativo congiunturale di sostenere l'economia» in una fase di crisi, ma un progetto che mira ad «espandere in modo permanente la spesa pubblica», ponendo lo Stato «in una posizione così dominante» nell'economia che difficilmente si potrà farlo retrocedere.

Lo dimostra la grandezza assoluta della spesa federale proposta, che si avvicinerà nel 2009 ai 4 mila miliardi di dollari, il 27,7% del PIL. La più alta dal 1945, quando il paese era ancora mobilitato per la Seconda Guerra mondiale. E anche quando l'economia ripartirà, si prevede nel 2010, la spesa rimarrà più alta del 22% per l'intero prossimo decennio. «Ci concentriamo sulla spesa, piuttosto che sul deficit - spiega il WSJ - perché Milton Friedman ci ha insegnato che rappresenta il reale carico futuro sui contribuenti». Ma «la più grande illusione» di questa legge di bilancio sta proprio nelle ottimistiche previsioni di crescita: dopo aver perso quest'anno "solo" l'1,2%, secondo Obama il prossimo anno l'economia crescerà del 3,2%. «La realtà - conclude il WSJ - è che i Democratici vogliono sbrigarsi a trasformare tutto questo in legge adesso che Obama è nella sua lune di miele con gli elettori e che possono accusare Bush della recessione».

Anche in casa democratica c'è preoccupazione. Il think tank clintoniano Brookings Institution ha pubblicato un allarmante studio dal quale emerge che anche secondo le previsioni più ottimistiche - se l'economia tornasse alla piena occupazione in due anni facendo decadere il pacchetto di stimolo - il deficit raggiungerà una media di almeno mille miliardi l'anno per i dieci anni successivi al 2009. Per l'economista Isabel Sawhill, è necessario riportare sotto controllo la spesa sanitaria. «Ma al momento nessuno sa come», ammette sollevando delle perplessità sul piano di Obama per l'assistenza sanitaria universale: «Tutti vorremmo offrire una copertura ai non assicurati, ma questo costerà di più, non di meno, del sistema attuale».

Anche negli Stati Uniti si pone il problema dell'aumento dell'età di pensionamento per la tenuta del sistema previdenziale. «La spesa in altri settori potrebbe essere ridotta, ma il vero problema sono le pensioni e la sanità». Se non si affrontano questi nodi, i tagli rischiano di far risparmiare spiccioli, non dollari. Nel frattempo - conclude Isabel Sawhill - stiamo lasciando un enorme debito sulle spalle delle prossime generazioni e incrociamo le dita che gli investitori stranieri continueranno a prestarci soldi a condizioni ragionevoli. Il problema non è la mancanza di risorse, ma di volontà politica».

Monday, January 26, 2009

Nuova era, vecchi principi e un futuro post-razziale

E' interessante vedere come alcuni conservatori hanno accolto le prime parole di Obama. Davvero una «nuova Era?», si è chiesto sul Weekly Standard Fred Barnes, secondo cui quello d'insediamento «non è stato il miglior discorso che Obama abbia mai pronunciato». E come discorso inaugurale, «non sarà menzionato tra quelli del presidente Lincoln, o di Franklin Roosevelt, di Kennedy o di Reagan». Mentre annunciava una «nuova era» in America e nel mondo, Obama ricorreva a principi e valori del passato, sia in economia che in politica estera.

Barnes ha ammesso di essersi sentito «abbastanza tranquillizzato, sebbene forse solo momentaneamente», dalle parole di Obama sul libero mercato, che indicano che il nuovo presidente ne comprende l'importanza. Così come, osserva, sulla guerra al terrorismo «ha pronunciato le parole che qualsiasi presidente entrante avrebbe usato». E' stato «churchilliano» - «anzi, ad essere onesti, un finto churchilliano».

Poi Barnes ha osservato che «come molti politici, anche Obama è innamorato della parola "nuovo"». Ma davvero ci aspetta una "nuova era"? In realtà, il modo in cui ha descritto questa epoca alle porte è sembrato «piuttosto vecchio». Fare appello ad una «nuova era di responsabilità», secondo Barnes colloca Obama «tra i tradizionalisti, non tra i progressisti». D'altra parte, tra le cose cruciali nella nuova era Obama ha messo «duro lavoro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo». Tutte cose, come ha ammesso lo stesso Obama, «vecchie ma vere». Questa la contraddizione notata da Fred Barnes tra «nuova era» e valori vecchi. Insomma, conclude, «da un punto di vista conservatore, il discorso di Obama sarebbe potuto essere molto peggiore».

Interessante, come ha segnalato 1972, il punto di vista di Charles Krauthammer, che ha messo in evidenza un'altra particolarità del discorso inaugurale di Obama. Discorso certo «affascinante», ma sorprendentemente «contenuto», «piatto dal punto di vista retorico, privo di ritmo e cadenza». E c'è da credere che sia stata una scelta consapevole. «Meglio non stupire nel giorno dell'insediamento. Altrimenti, si aspetteranno magie per tutto il resto del mandato», deve aver calcolato Obama.

Originale la lettura che Krauthammer dà del nuovo presidente, uno che «dà ciò che deve dare per perseguire i suoi obiettivi, i suoi programmi, le sue ambizioni. Ma non di più. Non ne ha bisogno». Ne è uscito fuori un discorso inaugurale che «mancava di lirismo. Nessuna traiettoria narrativa... nessuna idea centrale, come fu la libertà universale per Bush». Krauthammer si spiega questa «mediocrità» inaugurale con il fatto che avendo «promesso la luna» da candidato, ora Obama cerca di «abbassare le aspettative» e raffreddare quel senso di attesa quasi messianica che farebbe tremare i polsi anche a uno come George Washington.

Avendo descritto «un mondo devastato da Bush, un mondo che da presidente avrebbe redento», ora che è presidente «il redentore Obama si trattiene, il tono è nuovamente sobrio, persino cupo e austero. Il mondo è ancora tra le rovine bushiane, segnato da "paura... conflitto... discordia... meschine lamentele e false promesse... recriminazioni e logori dogmi". Ma non c'è più la prospettiva di una magica restaurazione. Obama non ha offerto solo sangue, sudore e lacrime, ma anche responsabilità, lavoro, sacrificio e spirito di servizio... Da qui il suo monito a non contare "sull'abilità o sulla visione di coloro che occupano gli alti uffici", ma su "Noi stessi, il Popolo"».

Ma a Krauthammer Obama è piaciuto per come ha affrontato il tema della razza, «persino più trattenuto, e in modo ammirevole». Perché «ha capito che la sua sola presenza era già sufficiente per rimarcare la storicità del momento. Le parole sarebbero state superflue. Collegando se stesso a Washington piuttosto che a Lincoln, Obama ha legittimato l'intero corso della storia americana, senza annotazioni o riserve mentali. Se mai avremo un futuro post-razziale, questo momento segnerà il suo inizio. Un uomo complicato, questo nuovo presidente. Opaco, contradditorio, e sottile. E siamo solo al primo giorno», conclude Krauthammer.

Friday, October 24, 2008

Controcorrente

E' arrivato l'atteso e previsto endorsement del New York Times per Obama. Un lungo articolo per argomentare punto per punto la scelta. Tutte opinioni rispettabili, ma sostenere che McCain abbia sostituito la sua proverbiale indipendenza con «a zealous embrace of those same win-at-all-costs tactics and tacticians» suona un tantino azzardato.

In quanto a tatticismo e cinismo la campagna di Obama non è stata seconda a nessuna negli ultimi tempi. Con questo non voglio togliere meriti a Obama. Le campagne elettorali sono roba tosta e saper giocare duro con astuzia è uno dei meriti. Chi invece tende a condannare moralisticamente certe condotte, non dovrebbe poi usare un doppio standard nei suoi giudizi, chiudendo entrambi gli occhi sulle spregiudicatezze del proprio favorito. Obama è stato un candidato estremamente tattico nella calibratura delle sue posizioni a seconda del tipo di uditorio che si trovava ad affrontare e non ha risparmiato negative ads contro McCain, pur riuscendo a far credere che ne subisse di più.

Orgogliosamente controcorrente va Charles Krauthammer. Controcorrente, ci tiene a precisare, soprattutto rispetto ai tanti illustri conservatori saltati sul carro di Obama «before they're left out in the cold without a single state dinner for the next four years». «Affonderò con McCain. Perderò un'elezione, piuttosto che le mie convinzioni».

Anche Krauthammer osserva, citando un paio di esempi, come sia stato usato un doppio standard di giudizio da parte dei media nel bollare quella di McCain come una "campagna sporca".

Ma l'argomento centrale per Krauthammer è la famosa telefonata delle 3 del mattino. A questo proposito il candidato vice di Obama, Joe Biden, giorni fa ha fatto una gaffe colossale, lasciando intendere che la giovane età e l'inesperienza di Obama susciterebbero una crisi internazionale, generata proprio con l'intenzione di metterlo alla prova. Vale la pena far fare esperienza a Obama sulla pelle degli Stati Uniti?

Da quando è in Senato Obama ha dovuto affrontare solo due test significativi in politica estera. Sul "surge" iracheno «ha fallito in modo spettacolare. Non solo opponendosi, ma provando a denigrarlo, fermarlo e, alla fine, negando i suoi successi». Nel secondo test, la crisi tra Russia e Georgia, è stato equidistante, mentre «McCain non ha dovuto consultare i suoi consiglieri per individuare subito l'aggressore».

«Obama sembra un vincitore, ma non è ancora finita», ammonisce Peggy Noonan. A prescindere dall'esito del voto del 4 novembre, è innegabile che Obama sia ancora una incognita dal punto di vista politico. Troppo breve il suo record senatoriale, e finora nella sua carriera non ha dato particolari prove di approccio bipartisan. Se sarà eletto presidente, si rivelerà il più radicale dei liberal o il più moderato dei democrat, un po' come Clinton? Questo ancora non è dato saperlo, ma non c'è dubbio che molti che oggi in Italia lo sostengono in modo fanatico troveranno qualche motivo per contestarlo.

Monday, September 08, 2008

Il fenomeno Sarah Palin. Mossa astuta ma non saggia?

Nella puntata di oggi di Think Global (qui in mp3), la mia rubrica su Velino Radio, mi sono occupato del fenomeno Palin. Una personalità forte che fa già discutere, radicalmente conservatrice ma in modo anticonformista, lontana da Washington non solo geograficamente. E' lei il personaggio di questi giorni. Dalla quantità di attacchi che riceve - spesso basati su delle vere e proprie balle - si direbbe che McCain abbia visto giusto a volerla come sua vice. I democratici sono in allarme e i sondaggi per la prima volta attribuiscono a McCain un vantaggio così consistente su Obama. Secondo Usa Today/Gallup di 4 punti percentuali (50% a 46%). Ma come leggerete qui di seguito anche tra i conservatori c'è chi non è affatto entusiasta della scelta Palin.

Sulle parole esperienza e cambiamento si gioca la campagna dei due candidati. Obama ha scelto come vice l'esperto Joe Biden per rispondere alle accuse di inesperienza; McCain ha voluto al suo fianco il volto nuovo della Palin, per mostrare di saper interpretare il cambiamento quanto Obama. La governatrice è famosa per essersi battuta con successo contro l'establishment corrotto del suo partito in Alaska e contro le compagnie petrolifere. Il dibattito sull'effetto Palin è più che mai aperto e nei commenti ho ritrovato gli stessi dubbi che avevo manifestato nel post di venerdì scorso.

Da sinistra rimproverano alla Palin le sue posizioni pro-life. Jacob Weisberg, su Slate, parla di «assolutismo anti-abortista», che «politicamente non ha mai avuto molto senso». Settori significativi del GOP – libertari, liberisti, pragmatici – non auspicano la revisione della sentenza Roe v. Wade. E a dispetto di quanto scrive oggi Giuliano Ferrara, su Il Foglio, sempre meno americani dichiarano di scegliere il proprio candidato in base a come la pensa sull'aborto. I repubblicani pragmatici stanno provando a rendere il loro partito una «grande tenda» che possa ospitare posizioni sia pro-life che pro-choice.

A quanto pare è difficile, anche per i commentatori Usa, stabilire quali potranno essere gli effetti della sua candidatura sull'elettorato, cioè se si limiterà ad eccitare gli animi della base repubblicana o se invece sarà in grado anche di allargare la base dei consensi. Perché è difficile capire se agli occhi del pubblico Sarah Palin rappresenti più le posizioni pro-life e vicine alla destra cristiana o se non sia divenuta piuttosto l'icona della lotta alla corruzione dell'establishment repubblicano, di richiamo per una sorta di anti-politica in versione Usa.

In due articoli il Wall Street Journal ha cercato di raccontare proprio questo aspetto: «Se avete letto qualcosa di Sarah Palin, è probabile che abbiate letto parecchio sulle sue convinzioni religiose e i suoi problemi famigliari. Ma se volete sapere cosa guida la politica della Palin, e cosa ha intrigato l'America, allora dovete sapere come ha battuto» il malaffare tra l'establishment repubblicano e le compagnie petrolifere in Alaska. «Sebbene molti nei media sostengano che sia stata scelta per fare appello alla destra cristiana del partito, la Palin non ha ancora sollevato il tema dell'aborto». Se non altro perché non ha bisogno di farlo esplicitamente, visto che l'aver deciso di tenere il suo ultimo figlio, affetto da sindrome di Down, è una «prova sufficiente delle sue convinzioni pro-life». In un partito colpito negli ultimi tempi da molti casi di corruzione, sono le lotte contro il potere in Alaska che hanno reso la Palin famosa e popolare. Per questo è stata scelta, secondo il WSJ.

Bill Kristol, il direttore della rivista neocon Weekly Standard, approva la scelta di McCain, che scegliendo Sarah Palin ha dimostrato «fegato» e un «acuto senso strategico». Ha capito che correre solo con la sua esperienza l'avrebbe portato al più ad una «rispettabile sconfitta». Ha compreso le implicazioni della vittoria di Obama su Hillary... «e che il conservatorismo anti-establishment della Palin, il suo femminismo pro-family e il suo determinato riformismo aggiungono qualcosa di importante alla sua campagna».

Eppure, la scelta della Palin non convince tutti i commentatori conservatori. Charles Krauthammer si chiede se il «Palin Power» funzionerà. «Ci sono domande che non dovremo mai porci con McCain: chi è quest'uomo e se possiamo fidarci di lui per la presidenza». Parole di Fred Thompson, citate da Krauthammer per spiegare il motivo più efficace dell'intera convention repubblicana: una risonante affermazione dell'autenticità di McCain e la denuncia dell'inconsistenza di Obama. «Cosa rimane di questa linea – si chiede Krauthammer – dopo che McCain ha scelto Sarah Palin come sua vice presidente?»

Certo, è una donna «stimabile e formidabile», «ha galvanizzato la base repubblicana e unito il partito dietro McCain». Ma la strategia di McCain era di fare delle elezioni un «referendum su Obama, certamente il meno esperto, il meno qualificato candidato alla Casa Bianca che si ricordi a memoria d'uomo». La Palin «mina questa strategia di attacco». La costituzione prevede che il vicepresidente subentri al presidente in certi casi. «Come Obama, la Palin non è pronta. Con la Palin l'accusa di inesperienza nei confronti di Obama evapora». Inoltre, tentare di rubare l'immagine del cambiamento a Obama è «una manovra azzardata, temeraria e difficile». Il problema è nell'«intrinseca contraddizione di un partito in carica che corre per il cambiamento. Chi ha governato nell'ultimo decennio?»

Ancora più critico un altro esponente dei neoconservatori - e columnist del Foglio - che sul National Post arriva a definire la scelta Palin «irresponsabile». David Frum spiega che McCain ha due problemi. 1) La base degli elettori repubblicani, cioè quanti nel corpo elettorale si definiscono «repubblicani», si riduce. La percentuale è la più bassa negli ultimi 28 anni. «Il solo modo in cui McCain può vincere è fare appello agli indipendenti e al centro». Il maverick – l'anti-conformista – McCain poteva sembrare il «candidato perfetto per questo compito». Si è distinto dall'ortodossia repubblicana su temi come le tasse e il cambiamento climatico, e i suoi rapporti con Bush sono stati spesso difficili.

Ma qui sorge il secondo problema: McCain non ha il sostegno di tutto il partito. Serviva quindi «un vice gradito alla destra». Secondo Frum, Tom Ridge sarebbe stato l'ideale, soprattutto guardando al fatto che la Pennsylvania sarà uno stato chiave. Attribuisce 21 dei 270 collegi elettorali necessari per la vittoria finale, è uno stato che di solito vota democratico, ma molto inospitale per un candidato come Obama. Ridge, esperto, cattolico e di origini europee, è molto popolare in Pennsylvania, di cui è stato due volte governatore. Ma Ridge è pro-choice, osserva Frum, quindi la scelta è caduta su Sarah Palin. «Ma in politica, come nella vita, non si può avere tutto. L'inesperienza della Palin rende Obama in confronto un George Marshall. Ha zero esperienza in politica estera e di sicurezza nazionale».

Comunque vada a finire a novembre, Sarah Palin si troverà in pole position per la corsa del 2012. «Così questo è il futuro del partito repubblicano che vi aspetta», conclude Frum con rammarico e preoccupazione: «Un futuro nel quale la sicurezza nazionale sarà retrocessa nella lista delle priorità dietro temi come l'aborto, le differenze di genere e le politiche energetiche. Sarah Palin è una scelta forte, e forse astuta. Non è detto che sia stata una scelta responsabile, o saggia».

Più ottimista sul futuro del partito repubblicano è David Brooks. «Di solito i partiti – ha scritto sul New York Times – si riformano nel deserto. Patiscono qualche bruciante sconfitta, la vecchia guardia ne esce screditata» e si dà il via al turnover e al cambiamento. McCain «sta tentando di riformare il Partito repubblicano prima di una sconfitta presidenziale, con la vecchia guardia ancora intorno, e con una base che non ha ancora accettato la necessità della trasformazione». Secondo alcuni suoi consiglieri avrebbe dovuto «rompere con il passato con un colpo netto»: nominando l'ex democratico Joe Lieberman come vice, promettendo di non ricandidarsi per un secondo mandato e di adottare uno stile bipartisan alla Casa Bianca. «Un passo forse troppo lungo».

Sarah Palin come vice, secondo Brooks, è la scelta «di freschezza e di rottura di cui aveva bisogno, ma le forze del passato hanno tirato McCain indietro». Il risalto dato dai media alle scelte famigliari della Palin ha fatto riemergere le «vecchie guerre culturali» sull'aborto e la procreazione e ognuno ha rivestito i panni tradizionali. Tutto è rientrato nel clichè dei «rossi contro i blu», del «presunto conflitto tra le donne delle grandi città con un figlio e favorevoli all'aborto e le donne con 5 figli e anti-abortiste delle zone rurali». La Palin nei 40 minuti del suo discorso di accettazione, ha osservato Brooks, si è «lasciata alle spalle la maggior parte della retorica repubblicana e ha glissato sull'aborto e i temi sociali, il suo linguaggio è stato più da supermarket che da pulpito di una chiesa. Almeno per una volta le forze riformatrici hanno preso il controllo del partito».

Dunque, secondo l'editorialista conservatore del NYT, McCain ha scelto come vice la Palin più per il suo volto nuovo e fresco, in una campagna in cui il senso del cambiamento giocherà un ruolo determinante, che per mettere al centro della sua agenda i temi cari alla destra religiosa.

La vede in modo opposto il settimanale britannico The Economist, che ha bocciato la scelta di McCain. «Il principale problema di McCain non è galvanizzare la sua base: gode di maggior supporto tra i repubblicani di quanto Obama ne goda tra i democratici. Il suo problema è ottenere voti dagli indecisi e dagli indipendenti in un momento in cui il numero di quanti si dichiarano repubblicani è di dieci punti inferiore del numero di quanti si definiscono democratici. McCain ha bisogno di attrarre circa il 55% degli indipendenti e il 15% di democratici per vincere. Ma è difficile che possa aiutarlo una donna che sostiene l'insegnamento del creazionismo piuttosto che la contraccezione». Per la verità, a noi risulta che la Palin si sia dichiarata favorevole alla contraccezione: «I'm pro-contraception, and I think kids who may not hear about it at home should hear about it in other avenues».

Secondo un sondaggio Rasmussen, la Palin «ha reso meno propensi a votare McCain il 31% degli indecisi e più propensi solo il 6%». Per non parlare della sua mancanza di esperienza. Non solo «vanifica il più convincente argomento di McCain contro Obama, ma fa sorgere serie domande circa il modo in cui prende decisioni», osserva l'Economist. La sua scelta è «ancora una volta la dimostrazione di come il tema dell'aborto distorca la politica americana, a destra come a sinistra». Ma i repubblicani sembrano essere «andati oltre nel subordinare considerazioni di competenza e merito alla purezza pro-life». Uno dei più grandi problemi dell'amministrazione Bush è stato proprio la nomina di incompetenti sulla base della loro posizione riguardo la sentenza Roe v. Wade. La scelta della Palin suggerisce che invece di rompere col passato, McCain «sta ripetendo i suoi errori».

Ancora una volta vengono sottolineate le posizioni pro-life e vicine alla destra cristiana di Sarah Palin, ma è probabile che agli occhi dell'opinione pubblica americana prevalga piuttosto l'immagine da eroina della lotta alla corruzione dell'establishment.

Monday, August 18, 2008

La zampata russa coglie l'Occidente in letargo

Sconfitta che sfiora l'umiliazione per la Nato e gli Stati Uniti, mentre l'Europa ha ancora una volta dimostrato al suo vicino gigante russo di non esistere, di non saper nemmeno alzare la voce in difesa di suoi evidenti interessi.

Vedremo se, come promesso, i russi cominceranno oggi a ritirarsi dalla Georgia. Ieri il ministro della Difesa rendeva noto che la questione doveva essere ancora valutata e la decisione sarebbe stata presa solo «quando la situazione nella regione si sarà stabilizzata». Ma il presidente Medvedev, nel corso di un colloquio telefonico con Sarkozy, presidente di turno della Ue, aveva assicurato che il ritiro sarebbe iniziato oggi a mezzogiorno. Sarkozy non poteva far altro che prenderne atto chiarendo che in caso contrario la Russia sarebbe andata incontro a «gravi conseguenze»: «Questo ritiro deve essere messo in atto senza rinvii. A mio parere ciò non è negoziabile... Riguarda tutte le forze entrate dal 7 agosto scorso. Se questa clausola dell'accordo non sarà applicata rapidamente e totalmente, convocherò un Consiglio Europeo straordinario per decidere le conseguenze da trarre».

Per oltre una settimana i russi hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Georgia, prendendosi gioco del piano Ue fatto sottoscrivere dal presidente Sarkozy ad entrambe le parti. Truppe e blindati russi sono rimasti posizionati ben oltre i tempi previsti dall'accordo a circa 45 chilometri da Tbilisi e nella città di Gori, tagliando in due il Paese e impedendo l'accesso ai porti del Mar Nero.

Ha quindi ragione Angelo Panebianco a parlare di Europa «irrisa e sbeffeggiata», «complice, più o meno riluttante», del «disegno russo». Ciò che i russi chiamano «misure aggiuntive di sicurezza» non è che la distruzione delle strutture militari georgiane, e qualche volta delle infrastrutture civili, così da rendere la Georgia ancor più indifesa e soggetta alla prepotenza russa. E oggi leggendo il New York Times si apprende che i russi, un giorno prima che il presidente Medvedev firmasse l'accordo di tregua proposto da Sarkozy, di fatto carta straccia, hanno schierato in Ossezia del Sud basi di lancio per missili a corto raggio SS-21, in grado di raggiungere la maggior parte del territorio georgiano, compresa la capitale Tbilisi.

Ciò che gli europei hanno definito «mediazione» e ruolo dell'Europa è in realtà una presa di distanze dagli Stati Uniti che ha indebolito la risposta dell'Occidente, confermando ai russi di poter sfruttare le divisioni occidentali. Inoltre, come osserva oggi Panebianco, l'Unione europea ha dimostrato di ignorare i fondati motivi di preoccupazione per la loro sicurezza dei suoi membri dell'Est.

Si dice che «non possiamo isolare la Russia». Una ovvietà. «Ci serve il suo gas, ci serve il suo appoggio nella crisi iraniana, ci serve che essa svolga un ruolo internazionale di cooperazione. Ma non possiamo permettere che essa usi il bastone e la carota con noi senza fare la stessa cosa nei suoi confronti». Tener conto sì delle "ragioni" della Russia, «ma non al punto di andare contro i nostri interessi vitali».

Dagli Stati Uniti invece sono giunti severi moniti nei confronti di Mosca ma a Washington i tempi di reazione sono apparsi comunque troppo lenti e timidi. E, soprattutto, l'amministrazione Bush si è fatta cogliere di sorpresa e nei mesi e anni scorsi ha sottovalutato i piani di Mosca.

La reputazione della Russia «è a brandelli» e pagherà le conseguenze delle sue azioni, avverte ora il segretario di Stato Condoleeza Rice. Azioni che «sollevano seri interrogativi sul suo ruolo e le sue intenzioni in Europa nel ventunesimo secolo», dichiara il presidente Bush: «Negli ultimi anni la Russia ha cercato di integrarsi nelle strutture diplomatiche, politiche, economiche e di sicurezza dell'occidente e gli Stati Uniti hanno appoggiato questi sforzi. Ora la Russia ha messo le sue aspirazioni a rischio intraprendendo azioni che fanno a pugni con i principi di queste istituzioni».

Un'altra risposta all'imperialismo russo è giunta da Varsavia. Il premier polacco Donald Tusk ha annunciato che Polonia e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo preliminare per l'installazione dello scudo antimissile. Pronta la reazione da parte russa, per voce del generale Nogovizin, numero due dello Stato maggiore di Mosca. L'accordo non resterà «impunito», ha minacciato: «La Polonia si espone a un attacco, al cento per cento». Solo nelle dittature i generali si prendono la libertà di rilasciare dichiarazioni di tale gravità. Nell'offensiva in Georgia c'è di mezzo anche l'onore e l'orgoglio ferito delle forze armate russe. Sarà fantapolitica, ma quando al Cremlino i vertici politici danno il via a un'operazione militare, l'impressione è che non sappiano esattamente quando riusciranno a fermarla e fino a che punto i generali si spingeranno.

Che sia stato o no il presidente georgiano Saakashvili a sparare il primo colpo è a questo punto irrilevante, perché questa è una guerra che Mosca sta cercando di provocare da parecchio tempo, con forme di embargo e ripetute provocazioni militari. Se Saakashvili è caduto nella trappola russa, offrendo a Putin l'occasione che stava da tempo aspettando per dare una lezione alla piccola e filo-occidentale Georgia, l'Occidente sta perdendo la sua occasione per dare una lezione all'ambiziosa e ancora relativamente debole Russia. E gli iraniani, in silenzio, osservano...

«The man who once called the collapse of the Soviet Union "the greatest geopolitical catastrophe of the [20th] century" has reestablished a virtual czarist rule in Russia and is trying to restore the country to its once-dominant role in Eurasia and the world. Armed with wealth from oil and gas; holding a near-monopoly over the energy supply to Europe; with a million soldiers, thousands of nuclear warheads and the world's third-largest military budget... His war against Georgia is part of this grand strategy. Putin cares no more about a few thousand South Ossetians than he does about Kosovo's Serbs. Claims of pan-Slavic sympathy are pretexts designed to fan Russian great-power nationalism at home and to expand Russia's power abroad», ha scritto Robert Kagan sul Washington Post.

Il conflitto georgiano e la prepotenza russa confermano la tesi del suo ultimo libro, come lui stesso osserva in un recente articolo sul Weekly Standard. «La Storia è tornata», le autocrazie sono «ambiziose» e le democrazie «esitanti». Con l'invasione della Georgia cadono le illusioni coltivate con la fine della Guerra Fredda. L'imperialismo anima la politica estera russa fin dai tempi dello Zar, è stato carattere costitutivo della politica estera sovietica e non c'è ragione perché nella Russia autocratica di Putin venga abbandonato.

I conflitti tra grandi potenze e i nazionalismi ritornano, mentre il commercio internazionale e la crescita economica non hanno condotto al liberalismo politico in Cina e in Russia. Lo faranno nel lungo periodo? Ma quanto è lungo questo "lungo periodo", si chiede Kagan. La crescita economica e l'autocrazia si sono dimostrate compatibili, come lo furono in Germania e in Giappone tra la fine dell'800 e l'inizio del '900. Anzi, gli autocrati stanno imparando sempre di più come aprire alle attività economiche continuando a sopprimere le attività politiche. L'interdipendenza economica non ha sostituito il confronto geopolitico né ha diminuito l'importanza della forza militare.

L'Occidente è diviso e lento nel reagire ma ha ancora delle «carte da giocare» e Charles Krauthammer ha indicato quattro mosse per fermare Putin, o quanto meno per fargli capire che le sue azioni possono provocare gravi conseguenze per la Russia nei rapporti con l'Occidente. Neocon, si dirà, ma non differisce di molto l'analisi di un "realista" come Zbigniev Brzezinski, che paragona l'attacco alla Georgia a quanto fece l'Unione sovietica di Stalin alla Finlandia nel 1939.