Manifestazioni e repressione in Iran continuano lontano dagli sguardi dei media, concentrati sulla guerra civile scoppiata in Libia. Dei leader dell'opposizione Moussavi e Karroubi non si hanno notizie dal 14 febbraio e ieri un pezzo da novanta del regime, ma prezioso contrappeso interno al potere quasi assoluto di Khamenei e Ahmadinejad, l'ex presidente Rafsanjani è uscito di scena. Occupava ancora una posizione chiave: la presidenza del Consiglio degli Esperti, un organo di 86 "mujtahed", o giurisperiti, con il compito di controllare l'operato del leader supremo, nominare un suo successore in caso di morte e, in casi estremi, perfino destituirlo.
E' stato costretto dalle intimidazioni del regime a ritirare la sua candidatura per il rinnovo della carica: gli attacchi dei basiji alla figlia Faezeh; il mandato di cattura nei confronti del terzo figlio, Mehdi, esule a Londra; le pressioni che hanno indotto il figlio Mohsen Hashemi a dimettersi dalla guida della Metro di Teheran. Ahmadinejad sembra aver eliminato ogni punto di riferimento dell'opposizione "lealista" (almeno a parole) rispetto al sistema messo in piedi da Khomeini.
Gran parte di quel movimento verde che si era ribellato alla rielezione truffaldina di Ahmadinejad infatti non mirava a sovvertire la Repubblica islamica, ma a riformarla, a "democratizzarla". Ma adesso che i leader riformatori Moussavi e Karroubi sono fuori gioco, che il pragmatico Rafsanjani è stato costretto a farsi da parte, la speranza è che il venir meno per la seconda volta (dopo l'illusione Khatami) dell'opzione riformista radicalizzi il movimento di protesta, che tutti si convincano che il regime non è riformabile dall'interno e che va abbattuto.
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Wednesday, March 09, 2011
Tuesday, August 04, 2009
L'Iran da dittatura clericale a militare
L'investitura ufficiale di Ahmadinejad sembra segnare il passaggio della Repubblica islamica da una dittatura clericale a una dittatura militare. Il potere reale è sempre più nelle mani delle Guardie rivoluzionarie e degli apparati militari e di sicurezza del regime piuttosto che del clero, che però non rinuncia a lanciare la sua sfida al presidente rieletto e a chi ne ha permesso la rielezione, ossia la Guida Suprema, Ali Khamenei. Il regime iraniano cambia volto, perde la sua fonte di legittimazione religiosa, e si trasforma in una qualunque dittatura militare del Terzo mondo, che si regge solo sulla forza bruta. Il regime ha ancora il pieno controllo del Paese, ma solo grazie alle Guardie rivoluzionarie e alla milizia Bassij, non grazie al prestigio e all'autorità della Guida Suprema.
Il fatto che lunedì scorso importanti esponenti del regime, come gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, ed entrambi i candidati sconfitti alle presidenziali del 12 giugno, Moussavi e Karroubi, abbiano disertato la cerimonia di investitura rappresenta l'ennesimo gesto di sfida all'autorità della Guida Suprema, e indica che ampi settori dell'establishment clericale ritengono illegittimo il governo di Ahmadinehjad e resistono alla militarizzazione della Repubblica. La crisi politica è quindi lontana dal concludersi. Domani Ahmadinejad dovrà ricevere l'investitura anche da parte del Majlis, il Parlamento iraniano. Ratifica scontata, ma non priva di insidie.
A prescindere da come si concluderà la crisi, una cosa «è già chiara», per Amir Taheri: la dottrina del walayat faqih, «pietra angolare» del sistema khomeinista, «è morta». L'elite del regime è in uno stato di «guerra civile» e rischia di trascinare il Paese intero in un periodo di conflitto. Per 30 anni il walayat faqih – ovvero «tutela del giureconsulto», principio che attribuisce alla Guida Suprema l'ultima parola su ogni aspetto del governo della Repubblica islamica – ha rappresentato una barriera invalicabile contro qualsiasi genuina riforma. Ma ora il comportamento di Khamenei, osserva Taheri, «ha alimentato un consenso crescente» nell'establishment clericale sulla necessità che sia «tempo per l'Iran di andare oltre il khomeinismo, sia come ideologia che come sistema di governo». Da qui alla democrazia il passo è troppo lungo, e probabilmente distante dalle intenzioni dei principali protagonisti, ma ormai un segmento sempre più ristretto dell'elite si aggrappa ancora al concetto di walayat faqih e questo è «forse il vero miracolo avvenuto lo scorso mese», suggerisce Taheri.
Schierandosi apertamente dalla parte di Ahmadinejad nella disputa post-elettorale, e coprendo (se non ordinando) gli evidenti brogli, Khamenei ha compromesso l'autorità della sua figura, la Guida Suprema, su cui si regge tutto l'impianto istituzionale del sistema khomeinista. Non solo la sua autorità è stata più volte sfidata dai candidati di opposizione, da esponenti del regime dalle indubbie credenziali khomeiniste, come gli ex presidenti e ayatollah Rafsanjani e Khatami, e dalla piazza, ma persino dallo stesso Ahmadinejad, il quale, dopo aver nominato vicepresidente Rahim Mashai, per giorni ha ignorato l'ordine di tornare sui suoi passi impartito da Khamenei. Sfidando ripetutamente l'«ultima parola» della Guida Suprema, entrambi rifiutandosi di riconoscere la rielezione di Ahmadinejad e boicottando gli eventi presieduti da Khamenei, Rafsanjani e Khatami hanno dimostrato di non credere più, e comunque di non attenersi, al walayat faqih. E con essi una parte consistente del clero che conta. Khamenei appare sempre più succube dei pasdaran, la sua sorte politica legata a quella di Ahmadinejad. E il suo disagio è apparso evidente durante la cerimonia di investitura, quando ha quasi ritratto la mano mentre Ahmadinejad la cercava per baciarla.
Il principio del walayat faqih, spiega Taheri, ha sempre funzionato come il «centralismo democratico» nel leninismo. Le questioni potevano essere dibattute, discusse, all'interno del regime, ma una volta che la Guida Suprema avesse pronunciato «l'ultima parola», tutti dovevano adeguarsi ad essa rispettosamente. Così ha funzionato nei due decenni durante i quali Khamenei ha interpretato correttamente il suo ruolo di arbitro imparziale, al di sopra delle fazioni, ricorrendo in modo parsimonioso al suo diritto all'ultima parola, per chiudere i dibattiti e riunire la «ummah», la comunità di fedeli. «Ma nelle scorse settimane – osserva Taheri – è diventato chiaro che il walayat faqih non funziona più. Invece che calmare gli animi, gli interventi della Guida suprema hanno approfondito le divisioni interne». La Guida Suprema è scesa nell'agone politico.
Come mai Khamenei abbia deciso di abbandonare il suo ruolo di arbitro supremo per divenire il «sicario» di Ahmadinejad rimane un mistero. Forse perché ha la pistola delle Guardie rivoluzionarie puntata alla tempia. O forse perché terrorizzato dalla prospettiva di una «rivoluzione di velluto». In ogni caso, è evidente che «in poche settimane ha dilapidato un capitale politico accumulato in tre decenni». Nonostante rimanga un attore potente sulla scena politica iraniana, non è più al di sopra delle parti e ciò ha minato l'autorità della carica che ricopre (sia agli occhi del popolo che del clero), e con essa la legittimazione stessa del regime.
Il fatto che lunedì scorso importanti esponenti del regime, come gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, ed entrambi i candidati sconfitti alle presidenziali del 12 giugno, Moussavi e Karroubi, abbiano disertato la cerimonia di investitura rappresenta l'ennesimo gesto di sfida all'autorità della Guida Suprema, e indica che ampi settori dell'establishment clericale ritengono illegittimo il governo di Ahmadinehjad e resistono alla militarizzazione della Repubblica. La crisi politica è quindi lontana dal concludersi. Domani Ahmadinejad dovrà ricevere l'investitura anche da parte del Majlis, il Parlamento iraniano. Ratifica scontata, ma non priva di insidie.
A prescindere da come si concluderà la crisi, una cosa «è già chiara», per Amir Taheri: la dottrina del walayat faqih, «pietra angolare» del sistema khomeinista, «è morta». L'elite del regime è in uno stato di «guerra civile» e rischia di trascinare il Paese intero in un periodo di conflitto. Per 30 anni il walayat faqih – ovvero «tutela del giureconsulto», principio che attribuisce alla Guida Suprema l'ultima parola su ogni aspetto del governo della Repubblica islamica – ha rappresentato una barriera invalicabile contro qualsiasi genuina riforma. Ma ora il comportamento di Khamenei, osserva Taheri, «ha alimentato un consenso crescente» nell'establishment clericale sulla necessità che sia «tempo per l'Iran di andare oltre il khomeinismo, sia come ideologia che come sistema di governo». Da qui alla democrazia il passo è troppo lungo, e probabilmente distante dalle intenzioni dei principali protagonisti, ma ormai un segmento sempre più ristretto dell'elite si aggrappa ancora al concetto di walayat faqih e questo è «forse il vero miracolo avvenuto lo scorso mese», suggerisce Taheri.
Schierandosi apertamente dalla parte di Ahmadinejad nella disputa post-elettorale, e coprendo (se non ordinando) gli evidenti brogli, Khamenei ha compromesso l'autorità della sua figura, la Guida Suprema, su cui si regge tutto l'impianto istituzionale del sistema khomeinista. Non solo la sua autorità è stata più volte sfidata dai candidati di opposizione, da esponenti del regime dalle indubbie credenziali khomeiniste, come gli ex presidenti e ayatollah Rafsanjani e Khatami, e dalla piazza, ma persino dallo stesso Ahmadinejad, il quale, dopo aver nominato vicepresidente Rahim Mashai, per giorni ha ignorato l'ordine di tornare sui suoi passi impartito da Khamenei. Sfidando ripetutamente l'«ultima parola» della Guida Suprema, entrambi rifiutandosi di riconoscere la rielezione di Ahmadinejad e boicottando gli eventi presieduti da Khamenei, Rafsanjani e Khatami hanno dimostrato di non credere più, e comunque di non attenersi, al walayat faqih. E con essi una parte consistente del clero che conta. Khamenei appare sempre più succube dei pasdaran, la sua sorte politica legata a quella di Ahmadinejad. E il suo disagio è apparso evidente durante la cerimonia di investitura, quando ha quasi ritratto la mano mentre Ahmadinejad la cercava per baciarla.
Il principio del walayat faqih, spiega Taheri, ha sempre funzionato come il «centralismo democratico» nel leninismo. Le questioni potevano essere dibattute, discusse, all'interno del regime, ma una volta che la Guida Suprema avesse pronunciato «l'ultima parola», tutti dovevano adeguarsi ad essa rispettosamente. Così ha funzionato nei due decenni durante i quali Khamenei ha interpretato correttamente il suo ruolo di arbitro imparziale, al di sopra delle fazioni, ricorrendo in modo parsimonioso al suo diritto all'ultima parola, per chiudere i dibattiti e riunire la «ummah», la comunità di fedeli. «Ma nelle scorse settimane – osserva Taheri – è diventato chiaro che il walayat faqih non funziona più. Invece che calmare gli animi, gli interventi della Guida suprema hanno approfondito le divisioni interne». La Guida Suprema è scesa nell'agone politico.
Come mai Khamenei abbia deciso di abbandonare il suo ruolo di arbitro supremo per divenire il «sicario» di Ahmadinejad rimane un mistero. Forse perché ha la pistola delle Guardie rivoluzionarie puntata alla tempia. O forse perché terrorizzato dalla prospettiva di una «rivoluzione di velluto». In ogni caso, è evidente che «in poche settimane ha dilapidato un capitale politico accumulato in tre decenni». Nonostante rimanga un attore potente sulla scena politica iraniana, non è più al di sopra delle parti e ciò ha minato l'autorità della carica che ricopre (sia agli occhi del popolo che del clero), e con essa la legittimazione stessa del regime.
Friday, July 17, 2009
Rafsanjani rilancia la sua sfida
Devo correggermi. Il sermone pronunciato oggi all'Università di Teheran dall'ex presidente e ayatollah Rafsanjani, per la prima volta dalle contestate elezioni presidenziali, non sembra affatto suggellare un compromesso tra il fronte moderato e "riformista" e la coppia Khamenei-Ahmadinejad. Neanche una tregua. Il problema politico rimane e Rafsanjani insiste, anzi rilancia la sua sfida alla Guida suprema, la rende pubblica, anche se il suo discorso segna l'istituzionalizzazione della crisi, con la conseguente marginalizzazione del movimento popolare, e richiama l'establishment all'unità e alla fratellanza per la salvaguardia della Repubblica islamica. Ma è il massimo che ci si poteva realisticamente aspettare. A scanso di equivoci, non stiamo parlando di una rivoluzione democratica, ma di uno scontro che prosegue, all'interno del sistema khomeinista, e che ha comunque ancor di più ridotto la sua legittimazione politica agli occhi degli iraniani e che nel medio-lungo termine potrebbe evolversi fino alla caduta del regime.
Il tentativo dell'ex presidente è di riconquistare uno spazio centrale nella struttura di potere e nella politica iraniana, di porsi come mediatore e riconciliatore, senza rinunciare ad attaccare i suoi rivali. Per questo, forse, il sermone non è stato trasmesso in diretta tv, ma solo alla radio. Nel passaggio politicamente più rilevante del suo sermone Rafsanjani critica il Consiglio dei Guardiani, che «non ha usato nel miglior modo possibile» il tempo supplementare concesso dalla Guida suprema per esaminare i ricorsi presentati dai candidati sconfitti, e cita l'Imam Khomeini, quando usava ricordare le parole del Profeta Maometto al successore Alì: «Se il popolo non ti vuole, non puoi essere Wali (guida, n.d.r.)». Un monito nei confronti del governo di Ahmadinejad, ma anche di Khamenei.
Quindi, propone la sua «soluzione» a quella che definisce una vera e propria «crisi» della Repubblica. Premette di essersi «consultato» con i membri del Consiglio degli Esperti e del Consiglio per il Discernimento dell'Interesse del regime, lasciando intendere che non il Consiglio dei Guardiani, ma il Consiglio degli Esperti, di cui è presidente e sul quale può esercitare una maggiore influenza, è la sede istituzionale più qualificata a indicare la via verso la soluzione della crisi. Dopo le elezioni del 12 giugno si è creata una situazione «amara». «Un gran numero di iraniani nutre dubbi sul risultato delle elezioni», osserva Rafsanjani, sollecitando la «rimozione» di questi dubbi. «Il popolo iraniano ha perso la fiducia nel governo» e questa «fiducia» deve essere «riguadagnata», dice, elencando i suoi «suggerimenti». Innanzitutto, «dobbiamo tutti attenerci alla legge»; «dobbiamo creare le condizioni per cui ciascuno possa parlare»; «non si devono imporre vincoli ai mezzi d'informazione, entro i limiti della legge». Poi chiede di scarcerare i manifestanti arrestati durante le proteste («nella situazione attuale non è necessario avere persone in prigione, dovremmo permettere loro di tornare dalle loro famiglie») e di presentare le «condoglianze» alle famiglie che hanno sofferto delle vittime.
Rafsanjani non ci sta a lasciare campo libero a Khamenei e ad Ahmadinejad, ma i numerosi richiami al rispetto della legge, a «uscire da questa situazione solo attraverso le vie legali», e gli appelli al dialogo e all'unità indicano la sua lealtà al sistema khomeinista: «Siamo tutti membri di una famiglia e spero con questo sermone che possiamo attraversare questo periodo difficile che può essere definito una crisi». Insomma, la soluzione può e deve essere trovata secondo i principi della Repubblica islamica, non contro.
In un altro passaggio importante del suo sermone infatti si concentra sul ruolo del consenso popolare e sulle parole dell'Imam Khomeini. Per governare è «necessario» il consenso popolare, «senza di esso il governo non ha legittimità», sottolinea Rafsanjani ricordando come in Iran «il potere è in mano al popolo... tutte le istituzioni vengono elette dal popolo», per volere dell'Imam Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, che «ha sempre enfatizzato il ruolo del popolo». Facendo pesare la sua storia personale di fedeltà alla Repubblica e di protagonista della rivoluzione e della vita politica del paese al fianco di Khomeini, Rafsanjani trasforma il suo sermone in una vera e propria lezione sui fondamenti istituzionali della Repubblica islamica.
I commenti degli iraniani che si possono leggere in rete sono molto diversi tra loro. Alcuni sono molto contenti delle parole di Rafsanjani; altri sorpresi, conoscendo la sua proverbiale cautela, ma avrebbero voluto che andasse oltre; altri ancora sono rimasti delusi e credono che abbia "liquidato" il popolo. La storia politica di Rafsanjani è fatta di opportunismi e ambiguità. Ha sempre evitato di assumere posizioni che limitassero i suoi spazi di manovra e anche oggi ha tenuto fede al suo tatticismo, ma questa volta sembra intenzionato a contrastare - sia pure con i suoi metodi e credendo di salvaguardare al meglio i principi della rivoluzione khomeinista - la totale conquista del potere da parte di Khamenei, Ahmadinejad e delle Guardie rivoluzionarie.
UPDATE: Il testo in inglese del sermone (fonte: Cfr.org).
Il tentativo dell'ex presidente è di riconquistare uno spazio centrale nella struttura di potere e nella politica iraniana, di porsi come mediatore e riconciliatore, senza rinunciare ad attaccare i suoi rivali. Per questo, forse, il sermone non è stato trasmesso in diretta tv, ma solo alla radio. Nel passaggio politicamente più rilevante del suo sermone Rafsanjani critica il Consiglio dei Guardiani, che «non ha usato nel miglior modo possibile» il tempo supplementare concesso dalla Guida suprema per esaminare i ricorsi presentati dai candidati sconfitti, e cita l'Imam Khomeini, quando usava ricordare le parole del Profeta Maometto al successore Alì: «Se il popolo non ti vuole, non puoi essere Wali (guida, n.d.r.)». Un monito nei confronti del governo di Ahmadinejad, ma anche di Khamenei.
Quindi, propone la sua «soluzione» a quella che definisce una vera e propria «crisi» della Repubblica. Premette di essersi «consultato» con i membri del Consiglio degli Esperti e del Consiglio per il Discernimento dell'Interesse del regime, lasciando intendere che non il Consiglio dei Guardiani, ma il Consiglio degli Esperti, di cui è presidente e sul quale può esercitare una maggiore influenza, è la sede istituzionale più qualificata a indicare la via verso la soluzione della crisi. Dopo le elezioni del 12 giugno si è creata una situazione «amara». «Un gran numero di iraniani nutre dubbi sul risultato delle elezioni», osserva Rafsanjani, sollecitando la «rimozione» di questi dubbi. «Il popolo iraniano ha perso la fiducia nel governo» e questa «fiducia» deve essere «riguadagnata», dice, elencando i suoi «suggerimenti». Innanzitutto, «dobbiamo tutti attenerci alla legge»; «dobbiamo creare le condizioni per cui ciascuno possa parlare»; «non si devono imporre vincoli ai mezzi d'informazione, entro i limiti della legge». Poi chiede di scarcerare i manifestanti arrestati durante le proteste («nella situazione attuale non è necessario avere persone in prigione, dovremmo permettere loro di tornare dalle loro famiglie») e di presentare le «condoglianze» alle famiglie che hanno sofferto delle vittime.
Rafsanjani non ci sta a lasciare campo libero a Khamenei e ad Ahmadinejad, ma i numerosi richiami al rispetto della legge, a «uscire da questa situazione solo attraverso le vie legali», e gli appelli al dialogo e all'unità indicano la sua lealtà al sistema khomeinista: «Siamo tutti membri di una famiglia e spero con questo sermone che possiamo attraversare questo periodo difficile che può essere definito una crisi». Insomma, la soluzione può e deve essere trovata secondo i principi della Repubblica islamica, non contro.
In un altro passaggio importante del suo sermone infatti si concentra sul ruolo del consenso popolare e sulle parole dell'Imam Khomeini. Per governare è «necessario» il consenso popolare, «senza di esso il governo non ha legittimità», sottolinea Rafsanjani ricordando come in Iran «il potere è in mano al popolo... tutte le istituzioni vengono elette dal popolo», per volere dell'Imam Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, che «ha sempre enfatizzato il ruolo del popolo». Facendo pesare la sua storia personale di fedeltà alla Repubblica e di protagonista della rivoluzione e della vita politica del paese al fianco di Khomeini, Rafsanjani trasforma il suo sermone in una vera e propria lezione sui fondamenti istituzionali della Repubblica islamica.
«Abbiamo organizzato lo Stato prendendo come punto di riferimento la volontà del popolo. Ecco perché è il popolo che elegge l'Assemblea degli Esperti, che a sua volta elegge la Guida, così come il popolo elegge il Parlamento ed è il popolo che deve scegliere il presidente... Se l'elemento islamico e quello repubblicano della rivoluzione non sono preservati, ciò significa che abbiamo dimenticato i principi della rivoluzione».Ovviamente Rafsanjani non ci convincerà mai che l'Iran degli ayatollah è una democrazia, ma è chiaro - ed è ciò che qui ci interessa - chi tra le righe sta accusando di tradire la rivoluzione.
I commenti degli iraniani che si possono leggere in rete sono molto diversi tra loro. Alcuni sono molto contenti delle parole di Rafsanjani; altri sorpresi, conoscendo la sua proverbiale cautela, ma avrebbero voluto che andasse oltre; altri ancora sono rimasti delusi e credono che abbia "liquidato" il popolo. La storia politica di Rafsanjani è fatta di opportunismi e ambiguità. Ha sempre evitato di assumere posizioni che limitassero i suoi spazi di manovra e anche oggi ha tenuto fede al suo tatticismo, ma questa volta sembra intenzionato a contrastare - sia pure con i suoi metodi e credendo di salvaguardare al meglio i principi della rivoluzione khomeinista - la totale conquista del potere da parte di Khamenei, Ahmadinejad e delle Guardie rivoluzionarie.
UPDATE: Il testo in inglese del sermone (fonte: Cfr.org).
Thursday, July 16, 2009
Il sermone del compromesso
Mousavi ha confermato la sua presenza alla preghiera del venerdì all'università di Teheran, che sarà condotta, per la prima volta dalle contestate presidenziali, da Rafsanjani, l'ex presidente che molto si è dato da fare dietro le quinte per portare il clero di Qom su posizioni ostili alla coppia Khamenei-Ahmadinejad. Il suo sermone di domani dovrebbe sancire però il definitivo compromesso, o per lo meno una tregua duratura, tra le due fazioni del regime. Ai segnali di cui parlavamo due giorni fa, si aggiungono oggi i retroscena - non saprei dire quanto attendibili - di alcuni media arabi di proprietà saudita. Secondo fonti iraniane "ufficiali" citate dal quotidiano al Sharq al Awsat e dalla tv satellitare al Arabiya, subito dopo la preghiera sarebbe stato autorizzato un corteo guidato da Rafsanjani, Mousavi e dall'ex presidente Khatami.
Mi sembra ipotesi al quanto improbabile, ma secondo le stesse fonti suggellerebbe il compromesso che si sta profilando a Teheran: verrebbe autorizzata la formazione di un largo "Fronte d'opposizione moderata" guidato dal candidato sconfitto, Mousavi, e sostenuto dai due ex presidenti, Rafsanjani e Khatami, «in modo da garantire un ombrello politico [leale al regime, n.d.r.] per tutte le forme di dissenso». In cambio, il Fronte dovrebbe riconoscere «la legittimità del governo di Ahamdinejad». Su sollecitazione degli ayatollah di Qom verrebbero inoltre rilasciate «tutte le persone arrestate» durante gli scontri e verrebbe aperta «un'indagine su larga scala per punire i responsabili della repressione» - cose ancor più improbabili. Anzi, secondo una fonte "governativa" citata sempre da al Sharq al Awsat, sarà lo stesso Rafsanjani nel suo sermone a chiedere di «punire i responsabili delle repressioni avvenute durante le manifestazioni di protesta e di aprire una inchiesta su larga scala» e a insistere perché «non si ripeta mai più la brutalità» contro i manifestanti.
Il fratello di Rafsanjani, Mohammed Hashimi, citato dal quotidiano arabo, avrebbe spiegato che «le condizioni politiche e sociali per la formazione di un Fronte sono ormai mature perché coloro che hanno votato per Mousavi rappresentano una forza enorme» tra «le elite universitarie e gli studenti». Il quotidiano conservatore Sarmaya, citato dalla tv al Arabiya, scrive che «se Mousavi riconosce la legittimità del governo e chiede l'autorizzazione per formare un suo partito, sarà un passo positivo che accoglieremo». Staremo a vedere.
Intanto, da Washington giunge una conferma della linea dell'amministrazione Obama (condanna della repressione, ma mano tesa a Teheran), anche se il trascorrere del tempo senza risposte sembra rendere più ultimativi i toni dell'offerta da parte americana. Ieri, parlando al Council on Foreign Relations, Hillary Clinton ha ammonito l'Iran e gli altri avversari degli Stati Uniti di «non interpretate la volontà americana di dialogare come un segno di debolezza». E se il segretario di Stato ha sentito l'esigenza di chiarirlo esplicitamente, vuol dire che il rischio concreto che le aperture vengano intepretate come debolezza esiste davvero. Dopo aver definito «inaccettabile» la repressione, la Clinton ha spiegato anche che la scelta che ha di fronte l'Iran «è chiara»: «Noi rimaniamo pronti a negoziare con l'Iran, ma il momento di agire è questo». Negli ultimi tempi l'amministrazione Obama sta enfatizzando sempre di più il fatto che «l'opportunità non rimarrà aperta all'infinito».
La Clinton ha anche voluto chiarire che pur avendo scelto di aprire un momento della diplomazia, l'amministrazione rimane pronta a usare la forza: «Non esiteremo a difendere i nostri amici e noi stessi vigorosamente quando necessario, con l'esercito più forte del mondo. Non è un'opzione che cerchiamo, né una minaccia, ma una promessa al popolo americano». Un altro messaggio all'indirizzo di Teheran.
«A parte il fatto che con questo regime non ci si può fidare di negoziare nulla - commenta oggi il Wall Street Journal - più immediatamente evidente è che milioni di iraniani si rifiutano di accettare i "leader" della "Repubblica islamica" (parole della Clinton) che l'amministrazione così ansiosamente mira a coinvolgere... Perché Washington ha fretta di conferire il riconoscimento americano e internazionale a un regime che non gode della legittimazione del suo stesso popolo?». Anche il WSJ volge «occhi e orecchie» al sermone di venerdì: Rafsanjani «si opporrà apertamente al regime, o cercherà di porre fine alla faida interna?». Penso che ormai rimangano pochi dubbi: la seconda.
Mi sembra ipotesi al quanto improbabile, ma secondo le stesse fonti suggellerebbe il compromesso che si sta profilando a Teheran: verrebbe autorizzata la formazione di un largo "Fronte d'opposizione moderata" guidato dal candidato sconfitto, Mousavi, e sostenuto dai due ex presidenti, Rafsanjani e Khatami, «in modo da garantire un ombrello politico [leale al regime, n.d.r.] per tutte le forme di dissenso». In cambio, il Fronte dovrebbe riconoscere «la legittimità del governo di Ahamdinejad». Su sollecitazione degli ayatollah di Qom verrebbero inoltre rilasciate «tutte le persone arrestate» durante gli scontri e verrebbe aperta «un'indagine su larga scala per punire i responsabili della repressione» - cose ancor più improbabili. Anzi, secondo una fonte "governativa" citata sempre da al Sharq al Awsat, sarà lo stesso Rafsanjani nel suo sermone a chiedere di «punire i responsabili delle repressioni avvenute durante le manifestazioni di protesta e di aprire una inchiesta su larga scala» e a insistere perché «non si ripeta mai più la brutalità» contro i manifestanti.
Il fratello di Rafsanjani, Mohammed Hashimi, citato dal quotidiano arabo, avrebbe spiegato che «le condizioni politiche e sociali per la formazione di un Fronte sono ormai mature perché coloro che hanno votato per Mousavi rappresentano una forza enorme» tra «le elite universitarie e gli studenti». Il quotidiano conservatore Sarmaya, citato dalla tv al Arabiya, scrive che «se Mousavi riconosce la legittimità del governo e chiede l'autorizzazione per formare un suo partito, sarà un passo positivo che accoglieremo». Staremo a vedere.
Intanto, da Washington giunge una conferma della linea dell'amministrazione Obama (condanna della repressione, ma mano tesa a Teheran), anche se il trascorrere del tempo senza risposte sembra rendere più ultimativi i toni dell'offerta da parte americana. Ieri, parlando al Council on Foreign Relations, Hillary Clinton ha ammonito l'Iran e gli altri avversari degli Stati Uniti di «non interpretate la volontà americana di dialogare come un segno di debolezza». E se il segretario di Stato ha sentito l'esigenza di chiarirlo esplicitamente, vuol dire che il rischio concreto che le aperture vengano intepretate come debolezza esiste davvero. Dopo aver definito «inaccettabile» la repressione, la Clinton ha spiegato anche che la scelta che ha di fronte l'Iran «è chiara»: «Noi rimaniamo pronti a negoziare con l'Iran, ma il momento di agire è questo». Negli ultimi tempi l'amministrazione Obama sta enfatizzando sempre di più il fatto che «l'opportunità non rimarrà aperta all'infinito».
La Clinton ha anche voluto chiarire che pur avendo scelto di aprire un momento della diplomazia, l'amministrazione rimane pronta a usare la forza: «Non esiteremo a difendere i nostri amici e noi stessi vigorosamente quando necessario, con l'esercito più forte del mondo. Non è un'opzione che cerchiamo, né una minaccia, ma una promessa al popolo americano». Un altro messaggio all'indirizzo di Teheran.
«A parte il fatto che con questo regime non ci si può fidare di negoziare nulla - commenta oggi il Wall Street Journal - più immediatamente evidente è che milioni di iraniani si rifiutano di accettare i "leader" della "Repubblica islamica" (parole della Clinton) che l'amministrazione così ansiosamente mira a coinvolgere... Perché Washington ha fretta di conferire il riconoscimento americano e internazionale a un regime che non gode della legittimazione del suo stesso popolo?». Anche il WSJ volge «occhi e orecchie» al sermone di venerdì: Rafsanjani «si opporrà apertamente al regime, o cercherà di porre fine alla faida interna?». Penso che ormai rimangano pochi dubbi: la seconda.
Tuesday, July 14, 2009
Attesa per il sermone di Rafsanjani: vietato illudersi
Durante tutta la crisi post-elettorale in Iran l'ex presidente "pragmatico" e ayatollah Rafsanjani si è mosso con discrezione dietro le quinte del regime per portare dalla sua parte - quindi contro Khamenei e Ahmadinejad - la maggioranza del clero che conta nella città santa di Qom. Rafsanjani presiede quel Consiglio degli Esperti che ha il potere di rimuovere la Guida Suprema. L'ex presidente non si è ancora complimentato con il presidente rieletto e ha disertato il sermone dell'ayatollah Khamenei. Ma quando per la prima volta ha finalmente rotto il suo silenzio le sue parole sono sembrate in sintonia con quelle di Khamenei, tanto da far pensare che il suo tentativo di fronda interna fosse fallito e che stesse per accettare un compromesso. Elogiando la decisione della Guida Suprema di prolungare i termini dell'indagine del Consiglio dei Guardiani sulle irregolarità del voto, Rafsanjani auspicava che le contestazioni fossero esaminate con accuratezza, onestà e correttezza, invitando però i candidati sconfitti a «rimuovere gli ostacoli per superare le divergenze», avvertendoli che «un atteggiamento sbagliato potrebbe portare a ulteriore odio e divisione tra i cittadini».
Questa settimana spetterà proprio a Rafsanjani condurre la preghiera del venerdì presso l'Università di Teheran, la stessa da dove, il 19 giugno scorso, Khamenei ha dato la sua benedizione alla rielezione di Ahmadinejad, ordinando la fine delle manifestazioni. Cresce quindi l'attesa per il sermone di colui che sarebbe (o sarebbe stato) il principale sponsor politico di Mousavi, e che ora ha l'occasione di chiarire la sua posizione pubblicamente. Gli attivisti dell'Onda verde sperano e già circolano su internet volantini nei quali si convoca il movimento per la preghiera di venerdì all'Università. Lo stesso Mousavi, l'altro candidato sconfitto Karroubi e l'ex presidente Khatami dovrebbero presenziare al sermone, anche se non ci sono ancora comunicazioni ufficiali. E' probabile che i tre non scioglieranno le proprie riserve prima di aver avuto dallo stesso Rafsanjani anticipazioni sul suo sermone.
Rilancerà, questa volta in pubblico, la sua sfida a Khamenei e ad Ahmadinejad, o sancirà la sua personale tregua? Niente illusioni. A giudicare dall'ultima, e unica finora, dichiarazione di Rafsanjani, e dalle parole usate dal sito di cui il figlio è direttore, Ayandeh News, che parla del sermone come di «un'occasione per la riappacificazione tra gli insoddisfatti e il sistema politico», i militanti dell'Onda verde rischiano di rimanere molto delusi. Piuttosto che rilanciare, è più probabile che Rafsanjani punti a ribadire l'adesione sua personale, e dei settori moderati e pragmatici a lui vicini, ai principi e ai valori della Repubblica islamica e a lanciare un appello alla riconciliazione, offrendo anche agli oppositori Mousavi e Karroubi un'occasione per rientrare nei ranghi. Difficile dire quanto possa essere duraturo il compromesso tra Rafsanjani e Khamenei che ispirerebbe un simile discorso.
E intanto, se Obama pensava di barattare con Mosca la disponibilità Usa sul nuovo trattato Start e sullo scudo anti-missile con il sostegno russo a nuove sanzioni contro Teheran, dovrà ricredersi. Mosca - fa sapere una fonte del Ministero degli Esteri russo attraverso l'agenzia Interfax - non intende accettare scambi. Non accetterà di sostenere nuove e più dure sanzioni contro Teheran in cambio di un nuovo trattato per la limitazione delle testate nucleari da siglare entro il prossimo mese di dicembre, quando scadrà il Trattato Start-1 del 1991. «Il legame tra le due cose è senza fondamento. Non si accettano negoziati su questi due temi così diversi per sostanza e forma». Una chiusura così totale che non può che avvalorare le voci sulla proposta di scambio tentata da Washington e a quanto pare già rispedita al mittente.
Questa settimana spetterà proprio a Rafsanjani condurre la preghiera del venerdì presso l'Università di Teheran, la stessa da dove, il 19 giugno scorso, Khamenei ha dato la sua benedizione alla rielezione di Ahmadinejad, ordinando la fine delle manifestazioni. Cresce quindi l'attesa per il sermone di colui che sarebbe (o sarebbe stato) il principale sponsor politico di Mousavi, e che ora ha l'occasione di chiarire la sua posizione pubblicamente. Gli attivisti dell'Onda verde sperano e già circolano su internet volantini nei quali si convoca il movimento per la preghiera di venerdì all'Università. Lo stesso Mousavi, l'altro candidato sconfitto Karroubi e l'ex presidente Khatami dovrebbero presenziare al sermone, anche se non ci sono ancora comunicazioni ufficiali. E' probabile che i tre non scioglieranno le proprie riserve prima di aver avuto dallo stesso Rafsanjani anticipazioni sul suo sermone.
Rilancerà, questa volta in pubblico, la sua sfida a Khamenei e ad Ahmadinejad, o sancirà la sua personale tregua? Niente illusioni. A giudicare dall'ultima, e unica finora, dichiarazione di Rafsanjani, e dalle parole usate dal sito di cui il figlio è direttore, Ayandeh News, che parla del sermone come di «un'occasione per la riappacificazione tra gli insoddisfatti e il sistema politico», i militanti dell'Onda verde rischiano di rimanere molto delusi. Piuttosto che rilanciare, è più probabile che Rafsanjani punti a ribadire l'adesione sua personale, e dei settori moderati e pragmatici a lui vicini, ai principi e ai valori della Repubblica islamica e a lanciare un appello alla riconciliazione, offrendo anche agli oppositori Mousavi e Karroubi un'occasione per rientrare nei ranghi. Difficile dire quanto possa essere duraturo il compromesso tra Rafsanjani e Khamenei che ispirerebbe un simile discorso.
E intanto, se Obama pensava di barattare con Mosca la disponibilità Usa sul nuovo trattato Start e sullo scudo anti-missile con il sostegno russo a nuove sanzioni contro Teheran, dovrà ricredersi. Mosca - fa sapere una fonte del Ministero degli Esteri russo attraverso l'agenzia Interfax - non intende accettare scambi. Non accetterà di sostenere nuove e più dure sanzioni contro Teheran in cambio di un nuovo trattato per la limitazione delle testate nucleari da siglare entro il prossimo mese di dicembre, quando scadrà il Trattato Start-1 del 1991. «Il legame tra le due cose è senza fondamento. Non si accettano negoziati su questi due temi così diversi per sostanza e forma». Una chiusura così totale che non può che avvalorare le voci sulla proposta di scambio tentata da Washington e a quanto pare già rispedita al mittente.
Friday, July 10, 2009
Iran, quello che si è capito
Si è capito che Mousavi non è un cuor di leone, e che ha sciupato l'occasione di mettersi alla testa di un vero movimento democratico, rimanendo in un limbo pericoloso per lui e per il popolo iraniano, sicuramente inutile. Si è capito che Rafsanjani ha tramato fin quando è stato possibile contro Khamenei, ma quando ha capito che la partita era persa ha mollato dietro rassicurazioni sulla posizione della sua famiglia. Si è capito però che nonostante sappiano di andare incontro a morte quasi certa in molti a Teheran hanno ancora il coraggio di manifestare. Si è capito, insomma, che si è messo in moto un processo - sia tra la popolazione che all'interno dell'establishment - che è difficile dire esattamente dove porterà (e in quanto tempo), ma che è altrettanto difficile arrestare. Si è capito che il clero rimane più che mai diviso e che la base di legittimità del regime si è notevolmente ristretta, così come i gruppi che condividono il potere reale. Si è capito che agli occhi degli iraniani la Repubblica è sempre meno "islamica", che la religione è un velo d'ipocrisia che nascone gli interessi ben più "prosaici" della cricca al potere.
Tuesday, July 07, 2009
L'accorato appello di Shirin Ebadi
Chiara e netta la richiesta di aiuto lanciata oggi dal premio Nobel Shirin Ebadi: se il governo iraniano non vi ascolta, richiamate il vostro ambasciatore. Durante la sua audizione dinanzi alla Commissione diritti umani del Senato, ha più volte pregato l'Italia, e i Paesi dell'Unione europea, di intervenire in modo più incisivo: «Chiedete al regime iraniano di fermare le violenze e di liberare gli arrestati». E «se il governo continua - ha proseguito la Ebadi - vi prego di richiamare il vostro ambasciatore e di abbassare - non di interrompere, ma solo di abbassare - il livello delle relazioni diplomatiche con l'Iran». Solo allora, ha spiegato, «il regime capirà che state protestando veramente» e non solo a parole. Il premio Nobel si è detta a favore di «sanzioni politiche» contro il regime, non economiche, e in astratto a favore del dialogo, facendo però notare che il regime «usa il dialogo solo per perdere tempo».
Il fatto che gli iraniani siano andati a votare in massa, ha spiegato ai membri della Commissione, non significa che le elezioni siano regolari. Le elezioni in Iran «non sono libere, perché l'idoneità dei candidati dev'essere approvata dal Consiglio dei Guardiani». Le manifestazioni contro i brogli elettorali sono state «assolutamente pacifiche, nemmeno un vetro è stato rotto», ha raccontato la Ebadi. Ha confermato che si è trattato di manifestazioni realmente di massa, con un milione di persone a Teheran, e che le proteste hanno interessato anche «altre grandi città», coinvolgendo - fatto raro - anche le minoranze come i curdi, gli azeri e i baluci. La violenza della repressione è «talmente feroce che alcuni esponenti importanti del clero hanno protestato, dicendo che il regime ha perso la sua legittimità e incoraggiando il popolo alla resistenza». Shirin Ebadi ha anche riferito che ora le manifestazioni si sono fermate a causa di questa «ferocia», ma che «la gente alle 10 di sera si affaccia dalle proprie finestre» e intona il grido "Allah è grande" in segno di protesta. "Allah è grande", ha spiegato, perché è uno slogan meno pericoloso di "Morte al dittatore".
Poi la fatidica domanda: meglio l'isolamento, o continuare ad avere relazioni con l'Iran pur esercitando pressioni? A questa domanda rivolta da uno dei senatori, Shirin Ebadi ha risposto dicendosi in teoria «d'accordo con il dialogo», ma «per quanti anni - ha chiesto - volete continuare a negoziare mentre nel frattempo la gente viene uccisa? D'accordo con il dialogo, ma fino a quando? Loro vengono, voi li ospitate e quando tornano ammazzano le persone. Che utilità ha tutto questo?» ha chiesto. Adesso, ha detto il premio Nobel, «dovete chiedere di fermare violenze, ma se non cessano dovete imporre sanzioni politiche». E a proposito di dialogo, quello che sembra un messaggio alla strategia di engagement perseguita nonostante tutto dall'amministrazione Obama: il regime, ha detto, «ha dimostrato che con il dialogo sta facendo solo perdere tempo».
Shirin Ebadi si è poi soffermata in particolare sul movimento delle donne in Iran, che «è molto forte, il più forte movimento femminista del Medio Oriente», anche perché le donne iraniane sono «le più istruite» e svolgono lavori e professioni importanti in tutti i settori. Per questo «non accettano leggi discriminatorie» ed è dall'inizio della rivoluzione che sono «in lotta per i loro diritti». Le donne hanno avuto un «ruolo molto importante» anche nelle proteste dei giorni scorsi contro i brogli elettorali e nell'attacco al dormitorio dell'università di Teheran, dove dei cinque studenti uccisi due erano ragazze.
Intanto, riguardo il fronte della protesta in Iran, secondo quanto riporta il Los Angeles Times, il movimento politico Kargozaran, che fa riferimento all'ayatollah Rafsanjani, che presiede il Consiglio degli Esperti, non riconosce i risultati elettorali ufficiali che hanno sancito la rielezione di Ahmadinejad: «Dichiariamo il risultato inaccettabile a causa delle condizioni inopportune in cui si è svolto il processo elettorale, per gli evidenti brogli e per la parzialità della maggior parte dei membri del Consiglio dei Guardiani che sostenevano uno specifico candidato», si legge nella nota diffusa di Kargozaran e riportata dal LAT.
Il fatto che gli iraniani siano andati a votare in massa, ha spiegato ai membri della Commissione, non significa che le elezioni siano regolari. Le elezioni in Iran «non sono libere, perché l'idoneità dei candidati dev'essere approvata dal Consiglio dei Guardiani». Le manifestazioni contro i brogli elettorali sono state «assolutamente pacifiche, nemmeno un vetro è stato rotto», ha raccontato la Ebadi. Ha confermato che si è trattato di manifestazioni realmente di massa, con un milione di persone a Teheran, e che le proteste hanno interessato anche «altre grandi città», coinvolgendo - fatto raro - anche le minoranze come i curdi, gli azeri e i baluci. La violenza della repressione è «talmente feroce che alcuni esponenti importanti del clero hanno protestato, dicendo che il regime ha perso la sua legittimità e incoraggiando il popolo alla resistenza». Shirin Ebadi ha anche riferito che ora le manifestazioni si sono fermate a causa di questa «ferocia», ma che «la gente alle 10 di sera si affaccia dalle proprie finestre» e intona il grido "Allah è grande" in segno di protesta. "Allah è grande", ha spiegato, perché è uno slogan meno pericoloso di "Morte al dittatore".
Poi la fatidica domanda: meglio l'isolamento, o continuare ad avere relazioni con l'Iran pur esercitando pressioni? A questa domanda rivolta da uno dei senatori, Shirin Ebadi ha risposto dicendosi in teoria «d'accordo con il dialogo», ma «per quanti anni - ha chiesto - volete continuare a negoziare mentre nel frattempo la gente viene uccisa? D'accordo con il dialogo, ma fino a quando? Loro vengono, voi li ospitate e quando tornano ammazzano le persone. Che utilità ha tutto questo?» ha chiesto. Adesso, ha detto il premio Nobel, «dovete chiedere di fermare violenze, ma se non cessano dovete imporre sanzioni politiche». E a proposito di dialogo, quello che sembra un messaggio alla strategia di engagement perseguita nonostante tutto dall'amministrazione Obama: il regime, ha detto, «ha dimostrato che con il dialogo sta facendo solo perdere tempo».
Shirin Ebadi si è poi soffermata in particolare sul movimento delle donne in Iran, che «è molto forte, il più forte movimento femminista del Medio Oriente», anche perché le donne iraniane sono «le più istruite» e svolgono lavori e professioni importanti in tutti i settori. Per questo «non accettano leggi discriminatorie» ed è dall'inizio della rivoluzione che sono «in lotta per i loro diritti». Le donne hanno avuto un «ruolo molto importante» anche nelle proteste dei giorni scorsi contro i brogli elettorali e nell'attacco al dormitorio dell'università di Teheran, dove dei cinque studenti uccisi due erano ragazze.
Intanto, riguardo il fronte della protesta in Iran, secondo quanto riporta il Los Angeles Times, il movimento politico Kargozaran, che fa riferimento all'ayatollah Rafsanjani, che presiede il Consiglio degli Esperti, non riconosce i risultati elettorali ufficiali che hanno sancito la rielezione di Ahmadinejad: «Dichiariamo il risultato inaccettabile a causa delle condizioni inopportune in cui si è svolto il processo elettorale, per gli evidenti brogli e per la parzialità della maggior parte dei membri del Consiglio dei Guardiani che sostenevano uno specifico candidato», si legge nella nota diffusa di Kargozaran e riportata dal LAT.
Tuesday, June 30, 2009
La repressione funziona, ma l'Iran non sarà mai più come prima
Solo chi si aspettava come esito della crisi post-elettorale in Iran una "rivoluzione di velluto" (impossibile in regimi le cui forze armate e di sicurezza sono disposte a sparare e a massacrare il proprio popolo), o comunque da un giorno all'altro il rovesciamento del regime, può sorprendersi della cruda e amara realtà che sta emergendo in queste ore e che ben conosce chi non per la prima volta si interessa di regime change e di promozione della democrazia: le repressioni funzionano.
E la repressione attuata dal regime iraniano nei giorni scorsi è andata ben oltre il sangue versato in grandi quantità sulle strade, che nonostante le censure è arrivato sotto i nostri sguardi. Ci sono gli arresti, le detenzioni segrete, le violenze fino dentro le case private, l'intimidazione dei già timidi oppositori "leali" alla rivoluzione islamica. Insomma, in una parola, un terrore generalizzato che non lascia via di scampo. Decisiva è stata la capacità delle forze di polizia, dei pasdaran e dei bassiji, di impedire ai manifestanti di occupare in massa una piazza, ergendola a simbolo della protesta, come fecero gli studenti cinesi a Tienanmen o gli ucraini della rivoluzione "arancione".
Il sequestro dei nove dipendenti iraniani dell'ambasciata britannica e l'appello a «giustiziare i rivoltosi» lanciato dall'ayatollah Khatami (da non confondere con il Khatami "riformista", che ha confermato il suo appoggio a Mousavi) preludono a un secondo atto della repressione. Domata la piazza "riformista", la lotta potrebbe spostarsi dietro le quinte, oppure potrebbe essere la volta dell'epurazione interna all'establishment per blindare il nuovo assetto di potere voluto da Khamenei, che si poggia più sulla casta dei militari, sulla coercizione e sul nazionalismo, che sulla casta clericale e sulla religione.
Una purga che potrebbe non lasciare alcuno scampo ai Mousavi e ai Rafsanjani, i quali in queste ore dovranno decidere una volta per tutte la loro posizione. Rafsanjani sembra aver perso (almeno per ora) la partita per portare dalla sua parte - e contro Khamenei - la maggioranza del clero che conta nella città santa di Qom e nella sua prima uscita pubblica dall'inizio della crisi sembra aver afferrato la mano tesa di Khamenei. Venerdì scorso, rispetto al suo discorso del venerdì precedente, Khamenei ha ammorbidito i toni, «invitando entrambe le parti a non fomentare gli animi dei giovani e a trattanersi dal mettere gli iraniani gli uni contro gli altri. Questa nazione unita non deve essere divisa e i gruppi non devono essere spinti a muoversi l'uno contro l'altro. Ci sono vie legali per risolvere i problemi». Ieri Rafsanjani ha finalmente rotto il suo silenzio e le sue parole sono sembrate fin troppo in sintonia con quelle di Khamenei. Elogiando la decisione della Guida Suprema di prolungare i termini dell'indagine del Consiglio dei Guardiani sulle irregolarità del voto, ha auspicato che le contestazioni siano esaminate con accuratezza, onestà e correttezza, invitando però i candidati sconfitti a «rimuovere gli ostacoli per superare le divergenze», avvertendoli che «un atteggiamento sbagliato potrebbe portare a ulteriore odio e divisione tra i cittadini».
Un invito che Mousavi e Karroubi sembrano non intenzionati a raccogliere, ma che lascia intendere che la fronda interna tentata da Rafsanjani è fallita (per ora). Bisognerà vedere ora se Rafsanjani raggiungerà un compromesso stabile e soddisfacente con Khamenei, o se la sua è solo una ritirata tattica per giocare al meglio le sue carte in un altro momento, in una seconda occasione che però potrebbe anche non arrivare mai.
L'impressione è che comunque, nonostante il successo della repressione, nulla sarà più come prima. Sia perché il regime ha cambiato natura; sia perché potrebbe comunque essersi messo in moto un processo a suo modo rivoluzionario. La frattura interna è difficilmente ricomponibile e il potere accentrato nelle mani di un gruppo ancora più ristretto di ayatollah e militari, non lasciando agli altri che le briciole o la strada della cospirazione.
Secondo Reza Aslan, «la trasparente brutalità della repressione ha polarizzato la politica iraniana a tutti i livelli, obbligando le elite politiche e religiose a prendere posizione», e «la sorte dell'Iran dipende da che parte si schiera l'establishment clericale». Se si convinceranno che l'ascesa delle Guardie rivoluzionarie rappresenta una minaccia al loro ruolo di custodi e amministratori della Repubblica islamica, «allora si schiereranno dalla parte dei "riformisti" al fianco di Rafsanjani e Mousavi», se non altro per contare di più. In questo caso, l'Iran potrebbe intraprendere una strada simile a quella della Cina, di riforme interne e apertura alla comunità internazionale. Se invece il clero si schiera con Khamenei, «che ogni giorno che passa sembra sempre di più un vecchio idiota delle Guardie rivoluzionarie», allora diventerà probabilmente una dittatura militare «simile alla Corea del Nord o al Myanmar».
Anche per Amir Taheri l'elite dominante è divisa e «la frattura riguarda tutti i settori che costituiscono l'establishment khomeinista»: il clero sciita politicamente attivo, con Montazeri e altri mullah dalla parte dell'opposizione, e Yazdi e Ahmad Khatami con Khamenei, ma anche le forze armate e i tecnocrati. Sarà «interessante» vedere cosa accadrà quando si riuniranno gli «organi chiave del regime», come l'Alto Consiglio per la Difesa nazionale, «di cui sia Ahmadinejad che Mousavi sono membri d'ufficio, insieme agli ex presidenti Rafsanjani e Khatami. Metà potrebbe schierarsi con Mousavi e l'altra con Ahmadinejad». Poi c'è il Consiglio per il Discernimento dell'Interesse supremo del regime, «del quale Rafsanjani è a capo, con Rezai, uno dei tre candidati alla presidenza sconfitti, segretario generale. Ma almeno metà dei suoi membri ha espresso sostegno ad Ahmadinejad». «Simile» la situazione nel Consiglio degli Esperti. «Rafsanjani presiede l'assemblea, ma (almeno per ora) non ha la maggioranza dei due terzi necessaria per rimuovere Khamenei». La divisione in Parlamento è «ancor più evidente». Secondo alcune stime, un terzo tenderebbe verso Mousavi, un altro terzo verso Ahmadinejad, e il rimanente terzo sarebbe incline a orientarsi verso il vincitore.
«La frattura - conclude Amir Taheri - potrebbe portare a una sanguinosa resa dei conti, al termine della quale il vincitore lancerebbe una massiccia purga». Secondo Taheri, infatti, «nel sistema khomeinista non c'è spazio per il compromesso, sia all'interno che in politica estera». Che la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa è convinzione anche di analisti molto cauti e "realisti". Come Fareed Zakaria, secondo cui «per ora il regime sarà probabilmente in grado di usare armi e denaro per consolidare il suo potere», ma la sua «legittimità», osserva, è «compromessa», una «ferita fatale nel lungo termine».
Pepe Escobar, su Asia Times, scrive che «il muro di Teheran non è caduto» e che «il mondo, e in particolare l'Occidente, dovranno ancora convivere e avere a che fare con Khamenei, Ahmadinejad e l'ala dura delle Guardie rivoluzionarie per gli anni futuri». Questi vogliono liquidare la vecchia generazione dei leader della rivoluzione, come l'ex presidente Rafsanjani. «In tutto questo - osserva Escobar - ci sono degli echi dell'ex Unione sovietica, ma ciò che è accaduto nelle strade somiglia più a una Praga 1968» che al 1989. Eppure, anche per l'analista di Asia Times la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. Schierandosi con Ahmadinejad, Khamenei si è trasformato da arbitro a capo-fazione. «Il contratto sociale tra milioni di iraniani e la rivoluzione si è rotto. Nel lungo termine, ci sarà del sangue, certo, e resistenza. Quella iraniana è una società molto complessa. Non può esserci alcuna marcia indietro. Ma sarà una strada lunga e tortuosa».
Nonostante abbia indurito i toni della sua condanna nei confronti della repressione e abbia schierato l'America dalla parte dei manifestanti, il presidente Obama è rimasto inamovibile nella sua politica di engagement con il regime iraniano, chiunque ne sia nominalmente la Guida. Eppure, alla luce di quanto accaduto e dei pochi punti fermi che abbiamo individuato, quella politica appare oggi superata e poco "realistica". Il colpo di mano autorizzato da Khamenei ha minato alle fondamenta l'autorità della Guida Suprema, che da arbitro e supremo garante di un sistema teocratico è diventato il capo-fazione di una dittatura militare; le leve del comando reale si stanno sempre più spostando dalla casta clericale (con o senza il consenso di tutto il clero sciita non ha importanza) alla casta militare. Ciò significa che il fattore religioso è destinato ad assumere un ruolo di mera legittimazione simbolica, e che il regime si regge sui pilastri del militarismo e del nazionalismo; e che, quindi, l'antiamericanismo e il ricorso alla paranoia del nemico esterno saranno d'ora in avanti ancor più indispensabili come collante ideologico per giustificare la repressione della piazza e l'epurazione tra le file dell'establishment.
Ancor più di prima, dotarsi dell'atomica e non giungere ad alcun compromesso con il "Grande Satana" saranno elementi irrinunciabili per conservare il potere. Per questo le già esigue possibilità di successo della strategia del dialogo sul nucleare perseguita da Obama appaiono oggi prossime allo zero. Non potendo sperare né in un completo isolamento internazionale, né in un embargo efficace sulle esportazioni delle risorse energetiche - essendo note le posizioni di Russia e Cina in merito - gli unici punti deboli del regime sono la sua impopolarità e la frattura che si è creata al suo interno. L'unica speranza, oltre a tentare la rischiosa "opzione Osirak", e a prepararsi a una costosa e fragile deterrenza, è il regime change.
E la repressione attuata dal regime iraniano nei giorni scorsi è andata ben oltre il sangue versato in grandi quantità sulle strade, che nonostante le censure è arrivato sotto i nostri sguardi. Ci sono gli arresti, le detenzioni segrete, le violenze fino dentro le case private, l'intimidazione dei già timidi oppositori "leali" alla rivoluzione islamica. Insomma, in una parola, un terrore generalizzato che non lascia via di scampo. Decisiva è stata la capacità delle forze di polizia, dei pasdaran e dei bassiji, di impedire ai manifestanti di occupare in massa una piazza, ergendola a simbolo della protesta, come fecero gli studenti cinesi a Tienanmen o gli ucraini della rivoluzione "arancione".
Il sequestro dei nove dipendenti iraniani dell'ambasciata britannica e l'appello a «giustiziare i rivoltosi» lanciato dall'ayatollah Khatami (da non confondere con il Khatami "riformista", che ha confermato il suo appoggio a Mousavi) preludono a un secondo atto della repressione. Domata la piazza "riformista", la lotta potrebbe spostarsi dietro le quinte, oppure potrebbe essere la volta dell'epurazione interna all'establishment per blindare il nuovo assetto di potere voluto da Khamenei, che si poggia più sulla casta dei militari, sulla coercizione e sul nazionalismo, che sulla casta clericale e sulla religione.
Una purga che potrebbe non lasciare alcuno scampo ai Mousavi e ai Rafsanjani, i quali in queste ore dovranno decidere una volta per tutte la loro posizione. Rafsanjani sembra aver perso (almeno per ora) la partita per portare dalla sua parte - e contro Khamenei - la maggioranza del clero che conta nella città santa di Qom e nella sua prima uscita pubblica dall'inizio della crisi sembra aver afferrato la mano tesa di Khamenei. Venerdì scorso, rispetto al suo discorso del venerdì precedente, Khamenei ha ammorbidito i toni, «invitando entrambe le parti a non fomentare gli animi dei giovani e a trattanersi dal mettere gli iraniani gli uni contro gli altri. Questa nazione unita non deve essere divisa e i gruppi non devono essere spinti a muoversi l'uno contro l'altro. Ci sono vie legali per risolvere i problemi». Ieri Rafsanjani ha finalmente rotto il suo silenzio e le sue parole sono sembrate fin troppo in sintonia con quelle di Khamenei. Elogiando la decisione della Guida Suprema di prolungare i termini dell'indagine del Consiglio dei Guardiani sulle irregolarità del voto, ha auspicato che le contestazioni siano esaminate con accuratezza, onestà e correttezza, invitando però i candidati sconfitti a «rimuovere gli ostacoli per superare le divergenze», avvertendoli che «un atteggiamento sbagliato potrebbe portare a ulteriore odio e divisione tra i cittadini».
Un invito che Mousavi e Karroubi sembrano non intenzionati a raccogliere, ma che lascia intendere che la fronda interna tentata da Rafsanjani è fallita (per ora). Bisognerà vedere ora se Rafsanjani raggiungerà un compromesso stabile e soddisfacente con Khamenei, o se la sua è solo una ritirata tattica per giocare al meglio le sue carte in un altro momento, in una seconda occasione che però potrebbe anche non arrivare mai.
L'impressione è che comunque, nonostante il successo della repressione, nulla sarà più come prima. Sia perché il regime ha cambiato natura; sia perché potrebbe comunque essersi messo in moto un processo a suo modo rivoluzionario. La frattura interna è difficilmente ricomponibile e il potere accentrato nelle mani di un gruppo ancora più ristretto di ayatollah e militari, non lasciando agli altri che le briciole o la strada della cospirazione.
Secondo Reza Aslan, «la trasparente brutalità della repressione ha polarizzato la politica iraniana a tutti i livelli, obbligando le elite politiche e religiose a prendere posizione», e «la sorte dell'Iran dipende da che parte si schiera l'establishment clericale». Se si convinceranno che l'ascesa delle Guardie rivoluzionarie rappresenta una minaccia al loro ruolo di custodi e amministratori della Repubblica islamica, «allora si schiereranno dalla parte dei "riformisti" al fianco di Rafsanjani e Mousavi», se non altro per contare di più. In questo caso, l'Iran potrebbe intraprendere una strada simile a quella della Cina, di riforme interne e apertura alla comunità internazionale. Se invece il clero si schiera con Khamenei, «che ogni giorno che passa sembra sempre di più un vecchio idiota delle Guardie rivoluzionarie», allora diventerà probabilmente una dittatura militare «simile alla Corea del Nord o al Myanmar».
Anche per Amir Taheri l'elite dominante è divisa e «la frattura riguarda tutti i settori che costituiscono l'establishment khomeinista»: il clero sciita politicamente attivo, con Montazeri e altri mullah dalla parte dell'opposizione, e Yazdi e Ahmad Khatami con Khamenei, ma anche le forze armate e i tecnocrati. Sarà «interessante» vedere cosa accadrà quando si riuniranno gli «organi chiave del regime», come l'Alto Consiglio per la Difesa nazionale, «di cui sia Ahmadinejad che Mousavi sono membri d'ufficio, insieme agli ex presidenti Rafsanjani e Khatami. Metà potrebbe schierarsi con Mousavi e l'altra con Ahmadinejad». Poi c'è il Consiglio per il Discernimento dell'Interesse supremo del regime, «del quale Rafsanjani è a capo, con Rezai, uno dei tre candidati alla presidenza sconfitti, segretario generale. Ma almeno metà dei suoi membri ha espresso sostegno ad Ahmadinejad». «Simile» la situazione nel Consiglio degli Esperti. «Rafsanjani presiede l'assemblea, ma (almeno per ora) non ha la maggioranza dei due terzi necessaria per rimuovere Khamenei». La divisione in Parlamento è «ancor più evidente». Secondo alcune stime, un terzo tenderebbe verso Mousavi, un altro terzo verso Ahmadinejad, e il rimanente terzo sarebbe incline a orientarsi verso il vincitore.
«La frattura - conclude Amir Taheri - potrebbe portare a una sanguinosa resa dei conti, al termine della quale il vincitore lancerebbe una massiccia purga». Secondo Taheri, infatti, «nel sistema khomeinista non c'è spazio per il compromesso, sia all'interno che in politica estera». Che la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa è convinzione anche di analisti molto cauti e "realisti". Come Fareed Zakaria, secondo cui «per ora il regime sarà probabilmente in grado di usare armi e denaro per consolidare il suo potere», ma la sua «legittimità», osserva, è «compromessa», una «ferita fatale nel lungo termine».
Pepe Escobar, su Asia Times, scrive che «il muro di Teheran non è caduto» e che «il mondo, e in particolare l'Occidente, dovranno ancora convivere e avere a che fare con Khamenei, Ahmadinejad e l'ala dura delle Guardie rivoluzionarie per gli anni futuri». Questi vogliono liquidare la vecchia generazione dei leader della rivoluzione, come l'ex presidente Rafsanjani. «In tutto questo - osserva Escobar - ci sono degli echi dell'ex Unione sovietica, ma ciò che è accaduto nelle strade somiglia più a una Praga 1968» che al 1989. Eppure, anche per l'analista di Asia Times la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. Schierandosi con Ahmadinejad, Khamenei si è trasformato da arbitro a capo-fazione. «Il contratto sociale tra milioni di iraniani e la rivoluzione si è rotto. Nel lungo termine, ci sarà del sangue, certo, e resistenza. Quella iraniana è una società molto complessa. Non può esserci alcuna marcia indietro. Ma sarà una strada lunga e tortuosa».
Nonostante abbia indurito i toni della sua condanna nei confronti della repressione e abbia schierato l'America dalla parte dei manifestanti, il presidente Obama è rimasto inamovibile nella sua politica di engagement con il regime iraniano, chiunque ne sia nominalmente la Guida. Eppure, alla luce di quanto accaduto e dei pochi punti fermi che abbiamo individuato, quella politica appare oggi superata e poco "realistica". Il colpo di mano autorizzato da Khamenei ha minato alle fondamenta l'autorità della Guida Suprema, che da arbitro e supremo garante di un sistema teocratico è diventato il capo-fazione di una dittatura militare; le leve del comando reale si stanno sempre più spostando dalla casta clericale (con o senza il consenso di tutto il clero sciita non ha importanza) alla casta militare. Ciò significa che il fattore religioso è destinato ad assumere un ruolo di mera legittimazione simbolica, e che il regime si regge sui pilastri del militarismo e del nazionalismo; e che, quindi, l'antiamericanismo e il ricorso alla paranoia del nemico esterno saranno d'ora in avanti ancor più indispensabili come collante ideologico per giustificare la repressione della piazza e l'epurazione tra le file dell'establishment.
Ancor più di prima, dotarsi dell'atomica e non giungere ad alcun compromesso con il "Grande Satana" saranno elementi irrinunciabili per conservare il potere. Per questo le già esigue possibilità di successo della strategia del dialogo sul nucleare perseguita da Obama appaiono oggi prossime allo zero. Non potendo sperare né in un completo isolamento internazionale, né in un embargo efficace sulle esportazioni delle risorse energetiche - essendo note le posizioni di Russia e Cina in merito - gli unici punti deboli del regime sono la sua impopolarità e la frattura che si è creata al suo interno. L'unica speranza, oltre a tentare la rischiosa "opzione Osirak", e a prepararsi a una costosa e fragile deterrenza, è il regime change.
Friday, June 26, 2009
Mousavi come Lech Walesa o come Boris Yeltsin?
Quello che si è cercato di dire in questi giorni è che certo Khamenei e Ahmadinejad hanno il potere di reprimere spietatamente la piazza e forse anche di respingere le offensive dietro le quinte di Rafsanjani, ma che comunque la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. O perché avranno successo le manovre degli oppositori (tuttora improbabile), o perché il regime avrà perso la sua principale fonte di legittimazione, quella clericale, diventando una volgare dittatura militare che si regge solo sulla forza. E ciò a lungo andare non mancherebbe di produrre delle conseguenze.
La frattura tra «la vecchia guardia khomeinista e la generazione post-rivoluzionaria», che Molinari descrive bene oggi su La Stampa, appare insanabile anche perché nel medio e lungo periodo c'è «in palio ciò che più conta: la successione a Khamenei». La rielezione di Ahmadinejad sarebbe solo una fase intermedia dell'evoluzione del sistema khomeinista, che iniziata dalla sua prima vittoria nel 2005 verrebbe portata a compimento dalla Guida Suprema indicando come suo successore il figlio prediletto Mojtaba.
Insomma, la Repubblica non sarà più la stessa anche, e soprattutto, se Khamenei dovesse trionfare e schiacciare l'opposizione interna al regime. Si trasformerebbe infatti in un sistema monocratico e nepotista, sul modello della Corea del Nord, sostenuto dalle forze di sicurezza e dalla generazione dei pasdaran, ancora più fanatica e millenarista degli ayatollah, mentre il clero di Qom verrebbe esautorato e relegato di fatto ad un ruolo essenzialmente cerimoniale, di legittimazione simbolico-religiosa, a conferma di ciò che dicevamo fin dalle prime ore della crisi: in gioco c'è la natura stessa della dittatura, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare.
Semplificando al massimo si potrebbe affermare che in questa situazione i veri "rivoluzionari" sono Khamenei e Ahmadinejad, mentre i loro oppositori, da Mousavi a Rafsanjani, sono i "conservatori", che vogliono salvare il sistema khomeinista riformandolo. Un ruolo che li avvicina, come ha suggerito più di un analista (da Luttwak a R. D. Kaplan, fino a Gerecht), a quello svolto negli anni '80, suo malgrado, da Gorbacev, le cui riforme «molto caute, pensate per perpetuare il regime comunista, finirono per distruggerlo in meno di cinque anni». Che vincano i "rivoluzionari" o i "conservatori", dunque, la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa e nonostante nelle intenzioni di entrambe le fazioni non ci sia un futuro democratico, non è detto che proprio la democrazia non sarà l'esito finale dei loro sforzi.
Mentre nelle strade va in scena la repressione, i tre principali leader del movimento di protesta (Mousavi, Karrubi e Rafsanjani) sono impegnati dietro le quinte in un dibattito su quale strategia perseguire per opporsi al disegno di Khamenei. Amir Taheri, sul New York Post, spiega che Mousavi «ha adottato un approccio minimalista», che somiglia alla strategia del leader sindacale polacco Lech Walesa negli anni '80 e che consiste nell'avanzare «una singola richiesta, all'interno dell'ordinamento, che se accolta potrebbe cambiare le regole del gioco».
Mousavi chiede nuove elezioni e questa chiara, semplice richiesta ha il pregio di non essere di per sé sovversiva e di raccogliere il più vasto consenso possibile lungo l'intero spettro politico. E' «importante», però, perché questa strategia abbia qualche chance di successo, «che le principali potenze straniere rifiutino di legittimare un secondo mandato di Ahmadinejad. La prospettiva di un maggiore isolamento internazionale potrebbe persuadere più personaggi dell'establishment ad unirsi alla richiesta di nuove elezioni». E qui già la comunità internazionale si dividerebbe, visto che Russia e Cina non avrebbero problemi a riconoscere la rielezione di Ahmadinejad.
Secondo Karrubi invece l'opposizione dovrebbe avanzare «un'agenda più ampia». Karrubi, spiega Taheri, «ha rotto forse il più grosso tabù politico del sistema khomeinista mettendo in discussione la nomina di Khamenei a Guida Suprema». Non vuole solo nuove elezioni, ma anche la «revisione» delle procedure di nomina di Khamenei, una «maggiore autonomia per le minoranze etniche», limitare l'intervento delle forze armate in politica, e altre modifiche costituzionali «per enfatizzare l'aspetto repubblicano del regime rispetto a quello religioso».
Rafsanjani, riferisce Amir Taheri, è «pazzo di rabbia contro Ahmadinejad e sta lavorando duramente per impedire al presidente rieletto di completare il suo secondo mandato di quattro anni». Rafsanjani e Mousavi sono stati «acerrimi nemici politici» negli anni '80. «Nel 1989, Rafsanjani, alleandosi con Khamenei, elaborò modifiche costituzionali che abolirono la carica di primo ministro, spedendo Mousavi in esilio politico per vent'anni. Ora si dice che siano amici per la pelle, determinati a ritornare al potere. Tuttavia, Rafsanjani crede che la strategia minimalista di Mousavi condurrà ad un impasse: il regime può ondeggiare da una parte all'altra, come ha fatto per dieci giorni, finché non riprende il controllo».
La strategia di Rafsanjani invece, spiega Taheri, «mira a formare un'autorità ad interim appoggiata dai grandi ayatollah di Qom. Una volta posta in essere, il Consiglio degli Esperti, che ha il potere di rimuovere la Guida Suprema, potrebbe essere usato come una minaccia per Khamenei, costringendolo a cooperare con il rischio di perdere il posto». Sarebbero 50 finora le figure religiose di spicco (tra Marja Taqlid e Ayatollah) della città santa di Qom ad aver assunto una posizione di forte critica nei confronti di Khamenei, e ad essersi schierati, quindi, con Rafsanjani, almeno secondo quanto riporta il giornale kuwaitiano al-Watan. «Rafsanjani - spiega una fonte iraniana al giornale arabo - è impegnato da diversi giorni in una visita a Qom e ha lavorato in tutto questo tempo per convincere i religiosi locali a dare vita a un nuovo organismo che sostituisca l'istituzione della Guida Suprema. La riforma chiesta da Rafsanjani trasformerebbe il cosiddetto Wali Faqih in un osservatore del regime e non più capo supremo».
«In breve - conclude Amir Taheri - Mousavi mira ad un accordo di condivisione del potere nel quale Khamenei e suoi rimarrebbero la parte maggioritaria nell'elite al potere. Karrubi e Rafsanjani ritengono invece che per conquistare il potere Khamenei debba essere marginalizzato o cacciato. Imprevedibile è l'atteggiamento del popolo iraniano. Nessuno sa quali di queste strategie siano in grado di mobilitare le sue energie, sempre che ce ne sia una».
Se Taheri ha paragonato Mousavi al leader sindacale polacco Lech Walesa, secondo Charles Krauthammer «la rivoluzione iraniana è alla ricerca del suo Yeltsin». «Senza leadership, i manifestanti scenderanno in strada per prendersi gas lacrimogeno, bastonate e pallottole. Hanno bisogno di un leader come Boris Yeltsin: una ex figura dell'establishment con nuove credenziali e legittimità rivoluzionarie, che salga su un carro armato e che indichi la direzione chiedendo l'impensabile - l'abolizione del vecchio ordine politico». Krauthammer vede ormai il movimento «sulla difensiva, in ritirata». «Per riprendersi, ha bisogno della massa, perché ogni dittatura teme il momento in cui dà l'ordine ai suoi uomini armati di sparare sulla folla. Se lo fanno (Tienanmen), il regime sopravvive; se non lo fanno (la Romania di Ceausescu), i dittatori muoiono come cani. L'opposizione ha anche bisogno di uno sciopero generale e di grandi cortei nelle città principali - ma stavolta con qualcuno che si alzi in piedi e che indichi la via da percorrere».
Ora c'è da chiedersi se Mousavi possa diventare lo Yeltsin iraniano. «Finché Mousavi rimane in sospeso tra Gorbacev e Yeltsin, tra il riformatore e il rivoluzionario, tra la figura simbolo e il leader, la rivoluzione è in bilico... Ma ora deve scegliere, e velocemente. Questo è il suo momento, e svanirà presto. Se Mousavi non lo coglie, o qualcun altro non lo coglie al suo posto, la rivolta democratica in Iran finirà non come in Russia nel 1991, ma come in Cina nel 1989», conclude Krauthammer.
La frattura tra «la vecchia guardia khomeinista e la generazione post-rivoluzionaria», che Molinari descrive bene oggi su La Stampa, appare insanabile anche perché nel medio e lungo periodo c'è «in palio ciò che più conta: la successione a Khamenei». La rielezione di Ahmadinejad sarebbe solo una fase intermedia dell'evoluzione del sistema khomeinista, che iniziata dalla sua prima vittoria nel 2005 verrebbe portata a compimento dalla Guida Suprema indicando come suo successore il figlio prediletto Mojtaba.
«La vecchia guarda khomenista nel 2005 perse lo scontro presidenziale con la fazione dei Khamenei quando Rafsanjani venne sconfitto a sorpresa dal quasi sconosciuto Ahmadinejad. Anche allora si parlò di brogli, con le voci su 8 milioni di schede a favore di Ahmadinejad fatte arrivare dall'estero proprio dai seguaci di Mojtaba, ma a prevalere fu poi una tregua che si è rotta quando il 12 giugno il khomeinista Mousavi si è visto strappare il risultato ancora una volta da Ahmadinejad».La nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema, ottenuta scavalcando il Consiglio degli Esperti o imponendola - quindi al prezzo di minare la valenza e la credibilità religiosa dell'autorità posta al vertice della Repubblica - segnerebbe la definitiva «trasformazione dell'Iran in un sistema nepotista sul modello della Nord Corea - dove Kim Il Sung designò Kim Jong Il che ora indica il figlio 26enne Kim Jong Un». Un esito che naturalmente «non piace ai custodi del khomeinismo che, costituzione iraniana alla mano, ritengono che a designare il nuovo Leader Supremo debbano essere gli 86 esponenti del clero che siedono nel Consiglio degli Esperti».
Insomma, la Repubblica non sarà più la stessa anche, e soprattutto, se Khamenei dovesse trionfare e schiacciare l'opposizione interna al regime. Si trasformerebbe infatti in un sistema monocratico e nepotista, sul modello della Corea del Nord, sostenuto dalle forze di sicurezza e dalla generazione dei pasdaran, ancora più fanatica e millenarista degli ayatollah, mentre il clero di Qom verrebbe esautorato e relegato di fatto ad un ruolo essenzialmente cerimoniale, di legittimazione simbolico-religiosa, a conferma di ciò che dicevamo fin dalle prime ore della crisi: in gioco c'è la natura stessa della dittatura, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare.
Semplificando al massimo si potrebbe affermare che in questa situazione i veri "rivoluzionari" sono Khamenei e Ahmadinejad, mentre i loro oppositori, da Mousavi a Rafsanjani, sono i "conservatori", che vogliono salvare il sistema khomeinista riformandolo. Un ruolo che li avvicina, come ha suggerito più di un analista (da Luttwak a R. D. Kaplan, fino a Gerecht), a quello svolto negli anni '80, suo malgrado, da Gorbacev, le cui riforme «molto caute, pensate per perpetuare il regime comunista, finirono per distruggerlo in meno di cinque anni». Che vincano i "rivoluzionari" o i "conservatori", dunque, la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa e nonostante nelle intenzioni di entrambe le fazioni non ci sia un futuro democratico, non è detto che proprio la democrazia non sarà l'esito finale dei loro sforzi.
Mentre nelle strade va in scena la repressione, i tre principali leader del movimento di protesta (Mousavi, Karrubi e Rafsanjani) sono impegnati dietro le quinte in un dibattito su quale strategia perseguire per opporsi al disegno di Khamenei. Amir Taheri, sul New York Post, spiega che Mousavi «ha adottato un approccio minimalista», che somiglia alla strategia del leader sindacale polacco Lech Walesa negli anni '80 e che consiste nell'avanzare «una singola richiesta, all'interno dell'ordinamento, che se accolta potrebbe cambiare le regole del gioco».
Mousavi chiede nuove elezioni e questa chiara, semplice richiesta ha il pregio di non essere di per sé sovversiva e di raccogliere il più vasto consenso possibile lungo l'intero spettro politico. E' «importante», però, perché questa strategia abbia qualche chance di successo, «che le principali potenze straniere rifiutino di legittimare un secondo mandato di Ahmadinejad. La prospettiva di un maggiore isolamento internazionale potrebbe persuadere più personaggi dell'establishment ad unirsi alla richiesta di nuove elezioni». E qui già la comunità internazionale si dividerebbe, visto che Russia e Cina non avrebbero problemi a riconoscere la rielezione di Ahmadinejad.
Secondo Karrubi invece l'opposizione dovrebbe avanzare «un'agenda più ampia». Karrubi, spiega Taheri, «ha rotto forse il più grosso tabù politico del sistema khomeinista mettendo in discussione la nomina di Khamenei a Guida Suprema». Non vuole solo nuove elezioni, ma anche la «revisione» delle procedure di nomina di Khamenei, una «maggiore autonomia per le minoranze etniche», limitare l'intervento delle forze armate in politica, e altre modifiche costituzionali «per enfatizzare l'aspetto repubblicano del regime rispetto a quello religioso».
Rafsanjani, riferisce Amir Taheri, è «pazzo di rabbia contro Ahmadinejad e sta lavorando duramente per impedire al presidente rieletto di completare il suo secondo mandato di quattro anni». Rafsanjani e Mousavi sono stati «acerrimi nemici politici» negli anni '80. «Nel 1989, Rafsanjani, alleandosi con Khamenei, elaborò modifiche costituzionali che abolirono la carica di primo ministro, spedendo Mousavi in esilio politico per vent'anni. Ora si dice che siano amici per la pelle, determinati a ritornare al potere. Tuttavia, Rafsanjani crede che la strategia minimalista di Mousavi condurrà ad un impasse: il regime può ondeggiare da una parte all'altra, come ha fatto per dieci giorni, finché non riprende il controllo».
La strategia di Rafsanjani invece, spiega Taheri, «mira a formare un'autorità ad interim appoggiata dai grandi ayatollah di Qom. Una volta posta in essere, il Consiglio degli Esperti, che ha il potere di rimuovere la Guida Suprema, potrebbe essere usato come una minaccia per Khamenei, costringendolo a cooperare con il rischio di perdere il posto». Sarebbero 50 finora le figure religiose di spicco (tra Marja Taqlid e Ayatollah) della città santa di Qom ad aver assunto una posizione di forte critica nei confronti di Khamenei, e ad essersi schierati, quindi, con Rafsanjani, almeno secondo quanto riporta il giornale kuwaitiano al-Watan. «Rafsanjani - spiega una fonte iraniana al giornale arabo - è impegnato da diversi giorni in una visita a Qom e ha lavorato in tutto questo tempo per convincere i religiosi locali a dare vita a un nuovo organismo che sostituisca l'istituzione della Guida Suprema. La riforma chiesta da Rafsanjani trasformerebbe il cosiddetto Wali Faqih in un osservatore del regime e non più capo supremo».
«In breve - conclude Amir Taheri - Mousavi mira ad un accordo di condivisione del potere nel quale Khamenei e suoi rimarrebbero la parte maggioritaria nell'elite al potere. Karrubi e Rafsanjani ritengono invece che per conquistare il potere Khamenei debba essere marginalizzato o cacciato. Imprevedibile è l'atteggiamento del popolo iraniano. Nessuno sa quali di queste strategie siano in grado di mobilitare le sue energie, sempre che ce ne sia una».
Se Taheri ha paragonato Mousavi al leader sindacale polacco Lech Walesa, secondo Charles Krauthammer «la rivoluzione iraniana è alla ricerca del suo Yeltsin». «Senza leadership, i manifestanti scenderanno in strada per prendersi gas lacrimogeno, bastonate e pallottole. Hanno bisogno di un leader come Boris Yeltsin: una ex figura dell'establishment con nuove credenziali e legittimità rivoluzionarie, che salga su un carro armato e che indichi la direzione chiedendo l'impensabile - l'abolizione del vecchio ordine politico». Krauthammer vede ormai il movimento «sulla difensiva, in ritirata». «Per riprendersi, ha bisogno della massa, perché ogni dittatura teme il momento in cui dà l'ordine ai suoi uomini armati di sparare sulla folla. Se lo fanno (Tienanmen), il regime sopravvive; se non lo fanno (la Romania di Ceausescu), i dittatori muoiono come cani. L'opposizione ha anche bisogno di uno sciopero generale e di grandi cortei nelle città principali - ma stavolta con qualcuno che si alzi in piedi e che indichi la via da percorrere».
Ora c'è da chiedersi se Mousavi possa diventare lo Yeltsin iraniano. «Finché Mousavi rimane in sospeso tra Gorbacev e Yeltsin, tra il riformatore e il rivoluzionario, tra la figura simbolo e il leader, la rivoluzione è in bilico... Ma ora deve scegliere, e velocemente. Questo è il suo momento, e svanirà presto. Se Mousavi non lo coglie, o qualcun altro non lo coglie al suo posto, la rivolta democratica in Iran finirà non come in Russia nel 1991, ma come in Cina nel 1989», conclude Krauthammer.
Thursday, June 25, 2009
Il massacro di Piazza Baharestan e il ritorno di Mousavi
Ieri il massacro (le testimonianze, raccapriccianti, su PajamasTV, la Repubblica e il Giornale). Khamenei, come dicevo ieri, sembra aver tolto qualsiasi freno alle milizie, che si sono scatenate. Un brutto segno, perché può significare che si sente sicuro del suo potere, che l'offensiva dietro le quinte di Rafsanjani è stata per ora respinta, e che il regime ha al suo interno l'unità e la compattezza per permettersi di usare la violenza senza limiti. Oppure, che il numero dei manifestanti in strada è sceso a poche centinaia, tale da rendere fattibile una repressione più brutale.
Oggi sappiamo qualcosa di più sulla situazione di Mousavi. Secondo alcuni blog e il sito riformista Nasimfarda, sarebbe agli arresti domiciliari e tutti i suoi collaboratori sarebbero stati arrestati: «Il governo sta cercando di isolarlo completamente dal popolo riformista che sta manifestando». Due giorni fa è stato chiuso il quotidiano da lui diretto e i 25 giornalisti che vi lavoravano sono stati arrestati. Anche 70 professori universitari sono stati arrestati, dopo aver partecipato a un incontro con Mousavi.
Ma è lo stesso Mousavi finalmente a farsi sentire e a denunciare, in una dichiarazione apparsa sul suo sito ufficiale - e riportata dall'AP - che il suo «accesso alla popolazione è stato completamente limitato» dalle autorità e che i suoi due siti internet hanno «molti problemi». Mousavi denuncia inoltre di aver subito «pressioni», per indurlo a ritirare la richiesta di annullamento delle elezioni e spiega che a causa del crescente isolamento, gli attacchi verbali contro di lui sono aumentati, comprese le accuse di essere in combutta con potenze straniere. Ma nella sua dichiarazione Mousavi assicura di non voler mollare: «Non mi fermerò nella mia battaglia per i diritti del popolo iraniano, né per interessi personali, né per la paura delle minacce».
«Non posso cambiare il nero in bianco e il bianco in nero... Non è la soluzione aspettarsi da me che dica qualcosa in cui non credo». E, aggiunge, «insisto sul fatto che protestare contro i risultati delle elezioni presidenziali è un diritto stabilito dalla Costituzione». «Chi è dietro ai brogli elettorali è responsabile del bagno di sangue», accusa Mousavi. Anche Karroubi, l'altro candidato di opposizione, ha dichiarato che non accetta i risultati elettorali e che quindi considera «illegittimo» il nuovo governo, insistendo che «a causa delle irregolarità il voto dovrebbe essere annullato».
Ma intanto, all'interno del regime, la frattura non sembra ancora essersi ricomposta. Secondo alcuni giornali iraniani, sarebbero addirittura 185 su 290 (i due terzi) i parlamentari che hanno deciso di non partecipare alle celebrazioni per la vittoria di Ahmadinejad, mentre l'ayatollah Montazeri si è espresso a favore dei manifestanti: «Se il popolo iraniano non può rivendicare i suoi diritti legittimi in manifestazioni pacifiche e viene represso, la crescita della frustrazione potrebbe arrivare a distruggere le fondamenta di qualsiasi governo, non importa quanto forte», è la dichiarazione inviata via fax all'AFP, in cui si rivolge anche alle autorità: «Tornate a ragionare e non allontanate il popolo dallo Stato e dalla religione islamica. Sicuramente la vostra condotta non giova all'Islam e macchia la nostra religione. Saranno tante le persone che, osservando il vostro operato, sotto il nome dell'Islam, si allontaneranno dalla religione. Riflettete prima che sia troppo tardi».
Un'altra figura religiosa di spicco della città santa di Qom, l'ayatollah Tabrizi, vicino a Rafsanjani, sfida l'autorità del Consiglio dei Guardiani, dicendo che «non è un organo indipendente e neutrale per potersi permettere di verificare l'esistenza di possibili brogli elettorali», e sostenendo la proposta di Mousavi di formare «un comitato saggio e neutrale, capace di verificare la regolarità delle elezioni, garantendo così il diritto di rappresentanza dei cittadini».
Oggi sappiamo qualcosa di più sulla situazione di Mousavi. Secondo alcuni blog e il sito riformista Nasimfarda, sarebbe agli arresti domiciliari e tutti i suoi collaboratori sarebbero stati arrestati: «Il governo sta cercando di isolarlo completamente dal popolo riformista che sta manifestando». Due giorni fa è stato chiuso il quotidiano da lui diretto e i 25 giornalisti che vi lavoravano sono stati arrestati. Anche 70 professori universitari sono stati arrestati, dopo aver partecipato a un incontro con Mousavi.
Ma è lo stesso Mousavi finalmente a farsi sentire e a denunciare, in una dichiarazione apparsa sul suo sito ufficiale - e riportata dall'AP - che il suo «accesso alla popolazione è stato completamente limitato» dalle autorità e che i suoi due siti internet hanno «molti problemi». Mousavi denuncia inoltre di aver subito «pressioni», per indurlo a ritirare la richiesta di annullamento delle elezioni e spiega che a causa del crescente isolamento, gli attacchi verbali contro di lui sono aumentati, comprese le accuse di essere in combutta con potenze straniere. Ma nella sua dichiarazione Mousavi assicura di non voler mollare: «Non mi fermerò nella mia battaglia per i diritti del popolo iraniano, né per interessi personali, né per la paura delle minacce».
«Non posso cambiare il nero in bianco e il bianco in nero... Non è la soluzione aspettarsi da me che dica qualcosa in cui non credo». E, aggiunge, «insisto sul fatto che protestare contro i risultati delle elezioni presidenziali è un diritto stabilito dalla Costituzione». «Chi è dietro ai brogli elettorali è responsabile del bagno di sangue», accusa Mousavi. Anche Karroubi, l'altro candidato di opposizione, ha dichiarato che non accetta i risultati elettorali e che quindi considera «illegittimo» il nuovo governo, insistendo che «a causa delle irregolarità il voto dovrebbe essere annullato».
Ma intanto, all'interno del regime, la frattura non sembra ancora essersi ricomposta. Secondo alcuni giornali iraniani, sarebbero addirittura 185 su 290 (i due terzi) i parlamentari che hanno deciso di non partecipare alle celebrazioni per la vittoria di Ahmadinejad, mentre l'ayatollah Montazeri si è espresso a favore dei manifestanti: «Se il popolo iraniano non può rivendicare i suoi diritti legittimi in manifestazioni pacifiche e viene represso, la crescita della frustrazione potrebbe arrivare a distruggere le fondamenta di qualsiasi governo, non importa quanto forte», è la dichiarazione inviata via fax all'AFP, in cui si rivolge anche alle autorità: «Tornate a ragionare e non allontanate il popolo dallo Stato e dalla religione islamica. Sicuramente la vostra condotta non giova all'Islam e macchia la nostra religione. Saranno tante le persone che, osservando il vostro operato, sotto il nome dell'Islam, si allontaneranno dalla religione. Riflettete prima che sia troppo tardi».
Un'altra figura religiosa di spicco della città santa di Qom, l'ayatollah Tabrizi, vicino a Rafsanjani, sfida l'autorità del Consiglio dei Guardiani, dicendo che «non è un organo indipendente e neutrale per potersi permettere di verificare l'esistenza di possibili brogli elettorali», e sostenendo la proposta di Mousavi di formare «un comitato saggio e neutrale, capace di verificare la regolarità delle elezioni, garantendo così il diritto di rappresentanza dei cittadini».
Wednesday, June 24, 2009
Tolti i freni alla repressione
Il via libera ad una repressione brutale, senza più freni, che in queste ore - secondo quanto riferisce la Cnn (i racconti dei testimoni sono terrificanti) - sarebbe in corso a Teheran, è un brutto segno. Significa che Khamenei si sente sicuro del suo potere, che non teme congiure o insidie dall'interno dell'establishment clericale. E quindi, farebbe pensare che l'offensiva di Rafsanjani per ora sia stata respinta. Speriamo si sbagli, ma se la repressione prende la piega di una Tienanmen, può significare che il regime ha al suo interno l'unità e la compattezza per permetterselo. Oppure, che il numero dei manifestanti in strada è sceso a poche centinaia, tale da rendere fattibile l'uso di una violenza spropositata sui pochi malcapitati.
Da parecchie ore, intanto, Mousavi è in silenzio. Potrebbe essere agli arresti o comunque non in grado di comunicare liberamente.
UPDATE ore 18:51
Crescono le voci di arresti domiciliari per Mousavi, Karroubi, e anche Khatami. "Se mi arrestano, scioperate", disse alcuni giorni fa Mousavi temendo di non riuscire più a comunicare con il movimento.
Da parecchie ore, intanto, Mousavi è in silenzio. Potrebbe essere agli arresti o comunque non in grado di comunicare liberamente.
UPDATE ore 18:51
Crescono le voci di arresti domiciliari per Mousavi, Karroubi, e anche Khatami. "Se mi arrestano, scioperate", disse alcuni giorni fa Mousavi temendo di non riuscire più a comunicare con il movimento.
Tuesday, June 23, 2009
La mano di Obama è ancora tesa
Dall'attesa conferenza stampa di oggi del presidente Obama nessuna novità di rilievo sull'Iran. Aveva già corretto la sua linea alcuni giorni fa, in un'intervista alla CBS e con un comunicato, ribadendo la non intromissione e l'offerta di dialogo, ma chiarendo finalmente che l'America è al fianco di chi reclama diritti «universali». E per ora il presidente Usa è fermo a quella linea. Però ha indurito i toni, la sua condanna dell'uso della violenza sui manifestanti, e si è espresso in modo meno distaccato, mostrando più indignazione e maggiore vicinanza («deploriamo la violenza contro civili innocenti ovunque questo accada»; «siamo sbigottiti e oltraggiati dalle minacce, dai pestaggi e dagli arresti» le cui immagini si vedono in tv e ci giungono sui computer). Ha citato anche la tragica fine di Neda («una donna che moriva dissanguata in mezzo alla strada») per rafforzare il suo sdegno.Obama ha respinto con forza le accuse di aver istigato la rivolta («clamorosamente false e assurde») lanciate da Ahmadinejad, Khamenei e dal Consiglio dei Guardiani, all'indirizzo degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali, smascherando efficacemente l'abusata propaganda del regime: si tratta di «un ovvio tentativo di distrarre la gente da ciò che sta realmente accadendo entro i confini iraniani. Questa stanca strategia di usare vecchie tensioni per fare di altri Paesi i capri espiatori non funziona più in Iran. In ballo adesso non vi sono gli Stati Uniti o l'Occidente. Ma gli iraniani e il futuro che loro, solo loro, sceglieranno».
Ha ribadito quindi che gli Stati Uniti sono solo «testimoni» («rispettano la sovranità della Repubblica islamica dell'Iran e non intendono intromettersi negli affari interni del Paese»), ma non ha nascosto che il cuore dell'America batte per i manifestanti: «Chi chiede giustizia è dalla parte giusta della storia». Eppure, la testa continua a suggerire non intromissione e «strada ancora aperta» al dialogo: «Quello che abbiamo visto negli ultimi giorni, nelle ultime settimane, non è ovviamente incoraggiante», ma «continuiamo ad aspettare».
Certo è che la strada del dialogo si fa sempre più impervia anche per Obama e non è escluso che la strategia dell'engagement debba prima o poi essere rivista, o persino essere riposta in un cassetto già nelle prossime settimane. La mia impressione è che la strategia del dialogo sul nucleare con l'attuale leadership iraniana sia ormai stata spazzata via dagli eventi e che all'amministrazione non resti che prenderne atto prima possibile. Non solo e non tanto perché sedersi al tavolo con Khamenei e Ahmadinejad sia deplorevole dal punto di vista morale, ma perché le condizioni, anche da un punto di vista "realista", sono mutate.
Quella strategia si basa necessariamente sul riconoscimento della legittimità del regime, ma ora per uno strano scherzo del destino questa legittimità viene negata al regime dallo stesso popolo iraniano. Ed è un problema non facilmente trascurabile per l'amministrazione Usa. Inoltre, se il passato da hard-liner di Mousavi autorizza a nutrire forti dubbi sulle sue reali intenzioni, tuttavia metterlo sullo stesso piano di Ahmadinejad è un errore, come è stato un errore non considerare affatto il popolo iraniano come un potenziale attore politico.
Obama e i suoi consiglieri hanno creduto che Mousavi e i manifestanti non avessero alcuna chance contro Ahmadinejad e Khamenei e che quindi fosse inutile esporsi dalla loro parte, per poi ritrovarsi a dover dialogare con interlocutori indeboliti, innervositi e delegittimati. La cautela iniziale non è stata dettata dal timore che un appoggio esplicito dell'America potesse danneggiare l'opposizione, ma come ha osservato Robert Kagan, dal timore che appoggiando l'opposizione in qualsiasi modo Obama potesse apparire ostile al regime con il quale avrebbe dovuto dialogare.
Tuttavia, con il passare dei giorni è emerso in modo sempre più evidente che non si trattava di un fuoco di paglia. Gli iraniani continuano a scendere in strada nonostante la repressione, ma soprattutto l'alleanza Mousavi-Rafsanjani-Khatami non si è sciolta come neve al sole dopo il discorso di Khamenei di venerdì scorso, ma ha sfidato apertamente l'autorità della Guida Suprema e sono in corso delle manovre - il cui esito non è ancora scontato - per portare la maggioranza del clero della città santa di Qom contro Khamenei e Ahmadinejad. E se il clero si sposta, pezzi delle forze militari e di sicurezza potrebbero seguirlo. Ma è tutto da vedere, i segnali che giungono dai vari Consigli (dei Guardiani e degli Esperti) sono contrastanti.
Insomma, la sfida di Mousavi e Rafsanjani alle parole, e agli ordini, di Khamenei ha colto molti di sorpresa anche nell'amministrazione Usa, e infatti da quel venerdì in poi Obama ha corretto la sua linea. A Washington si sono accorti che all'interno del regime la spaccatura è seria e profonda, che potrebbe durare ancora settimane o mesi, che l'autorità posta a fondamento stesso della Repubblica islamica è messa in discussione e che un cambiamento ai vertici, nonché nelle strutture di potere, non è da escludere. Almeno finché Mousavi e Rafsanjani tengono duro, come sembrano fino a questo momento intenzionati a fare.
Come ha fatto giustamente notare Reuel Marc Gerecht, se Ahmadinejad e Khamenei dovessero trionfare, non cederanno di un centimetro sul nucleare perché a quel punto per loro, e per le Guardie rivoluzionarie dietro di loro, le armi nucleari sarebbero la migliore garanzia di restare al potere, dal momento che non potrebbero più sperare di restarci con il consenso del loro popolo. Per questo, ma anche per la sua sorprendente reazione di sfida a Khamenei, ammesso che Mousavi sia mai stato uguale ad Ahmadinejad, sicuramente non lo è più adesso.
Dunque, se prima delle elezioni iraniane le chance di successo del dialogo sul nucleare con Ahmadinejad e Khamenei erano prossime allo zero, alla luce degli eventi di questi giorni sono sensibilmente diminuite e non sono molte di più di quelle di una loro rimozione. Insomma, quella del dialogo sul nucleare è una strategia che va abbandonata, se al potere rimangono Ahmadinejad e Khamenei, non solo per motivi morali, ma anche perché dopo questa crisi le loro paranoie sui complotti americani volti a rovesciare il regime non potranno che aumentare, rendendo ai loro occhi le armi nucleari ancora più irrinunciabili per restare al potere. A fronte di ciò, perseguire ancora il dialogo significherebbe probabilmente non ottenere alcun risultato se non quello di offrire al regime una legittimità che il popolo iraniano gli ha appena tolto.
La Repubblica islamica non sarà mai più la stessa
Le analisi di Amir Taheri e Reuel Marc Gerecht convergono nell'individuare negli ultimi sviluppi della crisi in Iran un salto di qualità tale da poter parlare di una vera «rivoluzione» in corso. Comunque andrà a finire, e qualsiasi siano le reali intenzioni di Mousavi e del cartello che lo sostiene, l'autorità della Guida Suprema, che è a fondamento dell'intero sistema khomeinista, è entrata in crisi, forse irreversibilmente. Gli iraniani, ma per la prima volta anche pezzi importanti dell'establishment come lo stesso Mousavi, sfidando la parola e gli ordini di Khamenei, hanno messo in dubbio la validità del principio del velayat-e faqih, su cui si fonda la Repubblica islamica. Hanno messo in dubbio, in definitiva, la natura divina della legittimazione del potere della Guida Suprema.
«Poco prima di mezzogiorno di venerdì 19 - scrive Amir Taheri - la Repubblica islamica è morta» e l'Iran si è «trasformato da una Repubblica islamica a un emirato islamico guidato da Khamenei». La sua decisione di «uccidere» la Repubblica islamica «può condurre l'Iran in acque inesplorate». L'establishment è «diviso come mai prima. Tutte le figure autorevoli dell'"opposizione leale", compresi gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, hanno boicottato il sermone di venerdì. Quasi metà dei membri del Parlamento, insieme alla maggior parte del Consiglio degli Esperti, erano assenti». Se Khamenei sperava di «intimidire» i manifestanti, ha dovuto presto ricredersi. «Ha cercato di dividere l'opposizione offrendo rassicurazioni a Rafsanjani», ma non c'è riuscito: Rafsanjani «ancora rifiuta di appoggiare la rielezione di Ahmadinejad». E Mousavi, nonostante l'aut-aut della Guida Suprema, e «virtualmente agli arresti domiciliari», continua a sostenere le proteste.
Khamenei ha ridotto a carta straccia l'autorità di cui è investito, posta dalla rivoluzione islamica al vertice del sistema. «Oggi ci sono due Iran», conclude Taheri:
«Che lo volesse o meno, Mousavi ha probabilmente dato inizio al conto alla rovescia finale» per la Repubblica islamica e ciò pone al presidente americano Obama una serie di «complicati problemi», di cui «dovrebbe prendere nota»: «All'interno dell'Iran, la questione nucleare non è ciò per cui la gente sta lottando. Sta lottando per la libertà. Anche se l'ayatollah Khamenei dovesse vincere questo round, il presidente dovrebbe mettersi dalla parte giusta della storia. Non ha nulla da perdere: la Guida Suprema non concederà mai nulla sul nucleare. E più il regime clericale diventerà impresentabile al suo interno, più diventerà impresentabile all'estero. Mousavi è la sola speranza di Obama», conclude Gerecht.
Sul Weekly Standard, lo stesso Gerecht approfondisce il tema: «Ci si è sempre chiesti se l'istituto del velayat-e faqih sarebbe sopravvissuto a Khamenei. Egli stesso ora ha dato abbastanza garanzie che non sopravviverà». «Non importa cosa accade - è convinto Gerecht - la Repubblica islamica come l'abbiamo conosciuta probabilmente è finita». Tutti i regimi, spiega, «hanno bisogno di una qualche legittimazione per sopravvivere, e la Repubblica islamica si reggeva su due pilastri»: la convinzione che gli iraniani continuassero a sostenere la rivoluzione islamica e le basi essenziali del suo sistema politico; l'adozione del clero come strumento di legittimazione della Repubblica. «Se nelle prossime settimane - prevede Gerecht - Khamenei commette l'errore di dare luce verde al massacro dei giovani iraniani nelle strade, probabilmente perderà il sostegno del clero, tutto tranne il più retrogrado, che però non è rappresentativo dell'establishment. Un golpe da parte delle Guardie della Rivoluzione verrebbe visto come un assoluto disastro dalla maggior parte dei mullah, che hanno gelosamente custodito la loro posizione preminente nella società».
E allora, «il più importante esperimento di ideologia islamista dalla nascita della Fratellanza musulmana si rivelerà - agli occhi del suo stesso popolo, dei guardiani della fede, e del mondo intero - un fallimento». A meno che Mousavi non si ritiri e non riporti la calma tra i suoi sostenitori, la rivoluzione islamica, «che fu uno shock per il mondo musulmano 30 anni fa, diventerà o un vero laboratorio di democrazia, o una brutale e violenta dittatura paragonabile per la sua ferocia ai regimi baathisti in Iraq e in Siria». In entrambi i casi non sarà mai più la stessa e, soprattutto, perderà la sua legittimazione religiosa.
Ma perché ci sia «qualche possibilità» che l'Iran «desista» dal nucleare, avverte Gerecht, «Mousavi deve vincere questa battaglia. Se Ahmadinejad e Khamenei trionfano, non cederanno. Per loro, e per le Guardie rivoluzionarie dietro di loro, le armi nucleari sono il mezzo per diventare attori globali e la migliore garanzia di restare al potere», non potendo più sperare di restarci con il consenso del loro popolo. «Anche se Mousavi non è nostro amico - e si rivelasse essere in molti casi nostro nemico - dovremmo tutti augurarci che vinca» e Obama «farebbe bene ad essere più determinato nel difendere la democrazia per un popolo che si è guadagnato il suo rispetto. Gli iraniani - è convinto Gerecht - perdoneranno al presidente l'intromissione».
«Poco prima di mezzogiorno di venerdì 19 - scrive Amir Taheri - la Repubblica islamica è morta» e l'Iran si è «trasformato da una Repubblica islamica a un emirato islamico guidato da Khamenei». La sua decisione di «uccidere» la Repubblica islamica «può condurre l'Iran in acque inesplorate». L'establishment è «diviso come mai prima. Tutte le figure autorevoli dell'"opposizione leale", compresi gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, hanno boicottato il sermone di venerdì. Quasi metà dei membri del Parlamento, insieme alla maggior parte del Consiglio degli Esperti, erano assenti». Se Khamenei sperava di «intimidire» i manifestanti, ha dovuto presto ricredersi. «Ha cercato di dividere l'opposizione offrendo rassicurazioni a Rafsanjani», ma non c'è riuscito: Rafsanjani «ancora rifiuta di appoggiare la rielezione di Ahmadinejad». E Mousavi, nonostante l'aut-aut della Guida Suprema, e «virtualmente agli arresti domiciliari», continua a sostenere le proteste.
Khamenei ha ridotto a carta straccia l'autorità di cui è investito, posta dalla rivoluzione islamica al vertice del sistema. «Oggi ci sono due Iran», conclude Taheri:
«Uno pronto a sostenere il tentativo di Khamenei di trasformare la Repubblica in un emirato al servizio della causa islamica. Poi c'è un secondo Iran, desideroso di cessare di essere una causa e che aspira ad essere una nazione normale. Questo Iran non ha ancora trovato i suoi leader definitivi. Per ora, è pronto a scommettere su Mousavi. La lotta per il futuro dell'Iran è solo all'inizio».Per Reuel Marc Gerecht «una cosa è chiara: siamo testimoni non solo di un'appassionante lotta di potere tra uomini che si sono frequentati intimimamente per 30 anni, ma anche del disfarsi della concezione religiosa che ha dato forma alla crescita del moderno fondamentalismo islamico... la volontà di Dio e la volontà popolare non sono più compatibili». Inoltre, aggiunge, «siamo testimoni» del «collasso delle fondamenta strutturali dell'intero approccio islamico» alla gestione del potere negli stati moderni.
«Dopo 9 anni da quando fu stroncato, il movimento riformista che sosteneva Khatami è diventato solo più forte. Ha portato tra le sue file Mousavi, una volta discepolo prediletto dell'ayatollah Khomeini, che oggi di tutta evidenza non ha alcun riguardo per Ahmadinejad, né per la Guida Suprema. Ciò che può sembrare più sorprendente è che così tanti preminenti rivoluzionari della prima ora si siano schierati con Mousavi. Ci sono molte ragioni, ma tra le principali c'è la crescente consapevolezza che la Repubblica islamica e la rivoluzione sono spacciate a meno che l'Iran non diventi più democratico. Può essere una speranza ingenua (come sembrava ai suoi inizi la glasnost), ma è una potente motivazione per coloro che hanno dato l'anima per rovesciare lo shah».«Non è chiaro - ammette Gerecht - ciò che Mousavi pensa della democrazia, ma ci sono buone probabilità che voglia affidare al popolo più potere di quanto avesse intenzione Khatami, che malgrado alcune differenze non potrebbe né rompere davvero con i suoi confratelli del clero, né liberarsi della vecchia convinzione islamica secondo cui il fedele ha bisogno della supervisione da parte del clero. E anche se Mousavi non è il tipo ideale di riformatore, è circondato dai migliori e più brillanti iraniani... e anche presso il clero, le migliori menti, come il grande ayatollah Montazeri, hanno preso le distanze da Khamenei». Secondo Gerecht infatti, l'esperienza diretta della teocrazia ha convinto «brillanti chierici» della necessità della «separazione tra chiesa e stato come strumento per salvare la fede dal potere corruttore della politica».
«Che lo volesse o meno, Mousavi ha probabilmente dato inizio al conto alla rovescia finale» per la Repubblica islamica e ciò pone al presidente americano Obama una serie di «complicati problemi», di cui «dovrebbe prendere nota»: «All'interno dell'Iran, la questione nucleare non è ciò per cui la gente sta lottando. Sta lottando per la libertà. Anche se l'ayatollah Khamenei dovesse vincere questo round, il presidente dovrebbe mettersi dalla parte giusta della storia. Non ha nulla da perdere: la Guida Suprema non concederà mai nulla sul nucleare. E più il regime clericale diventerà impresentabile al suo interno, più diventerà impresentabile all'estero. Mousavi è la sola speranza di Obama», conclude Gerecht.
Sul Weekly Standard, lo stesso Gerecht approfondisce il tema: «Ci si è sempre chiesti se l'istituto del velayat-e faqih sarebbe sopravvissuto a Khamenei. Egli stesso ora ha dato abbastanza garanzie che non sopravviverà». «Non importa cosa accade - è convinto Gerecht - la Repubblica islamica come l'abbiamo conosciuta probabilmente è finita». Tutti i regimi, spiega, «hanno bisogno di una qualche legittimazione per sopravvivere, e la Repubblica islamica si reggeva su due pilastri»: la convinzione che gli iraniani continuassero a sostenere la rivoluzione islamica e le basi essenziali del suo sistema politico; l'adozione del clero come strumento di legittimazione della Repubblica. «Se nelle prossime settimane - prevede Gerecht - Khamenei commette l'errore di dare luce verde al massacro dei giovani iraniani nelle strade, probabilmente perderà il sostegno del clero, tutto tranne il più retrogrado, che però non è rappresentativo dell'establishment. Un golpe da parte delle Guardie della Rivoluzione verrebbe visto come un assoluto disastro dalla maggior parte dei mullah, che hanno gelosamente custodito la loro posizione preminente nella società».
E allora, «il più importante esperimento di ideologia islamista dalla nascita della Fratellanza musulmana si rivelerà - agli occhi del suo stesso popolo, dei guardiani della fede, e del mondo intero - un fallimento». A meno che Mousavi non si ritiri e non riporti la calma tra i suoi sostenitori, la rivoluzione islamica, «che fu uno shock per il mondo musulmano 30 anni fa, diventerà o un vero laboratorio di democrazia, o una brutale e violenta dittatura paragonabile per la sua ferocia ai regimi baathisti in Iraq e in Siria». In entrambi i casi non sarà mai più la stessa e, soprattutto, perderà la sua legittimazione religiosa.
Ma perché ci sia «qualche possibilità» che l'Iran «desista» dal nucleare, avverte Gerecht, «Mousavi deve vincere questa battaglia. Se Ahmadinejad e Khamenei trionfano, non cederanno. Per loro, e per le Guardie rivoluzionarie dietro di loro, le armi nucleari sono il mezzo per diventare attori globali e la migliore garanzia di restare al potere», non potendo più sperare di restarci con il consenso del loro popolo. «Anche se Mousavi non è nostro amico - e si rivelasse essere in molti casi nostro nemico - dovremmo tutti augurarci che vinca» e Obama «farebbe bene ad essere più determinato nel difendere la democrazia per un popolo che si è guadagnato il suo rispetto. Gli iraniani - è convinto Gerecht - perdoneranno al presidente l'intromissione».
Monday, June 22, 2009
Mousavi e Ahmadinejad un po' meno uguali
La scorsa settimana ho cercato di capire qualcosa di più su quanto sta avvenendo ed è in gioco in Iran soffermandomi sui «dilemmi» di tre personaggi (Khamenei, Obama, Mousavi). Tutti e tre negli ultimi giorni hanno mosso dei passi in una delle direzioni che indicavo, con alcune sorprese: Khamenei ha deciso di appoggiare Ahmadinejad e di appoggiarsi all'ala dura e militarista del regime; Mousavi, sorprendendoci, ha deciso di non piegarsi e di sfidare l'autorità della Guida Suprema; Obama di schierare esplicitamente l'America «al fianco di chi reclama giustizia in modo pacifico» (intervista alla CBS).
Il dato politico che mi pare emergere da questi ultimi due giorni di manifestazioni e scontri (è ragionevole sospettare che i morti siano dieci volte tanti quelli denunciati dal regime, quindi un centinaio), è che - contrariamente a quanto temevo dopo il discorso di Khamenei venerdì scorso - Mousavi oggi è un po' meno uguale ad Ahmadinejad, e che Obama sembra essersene accorto. La differenza tra Ahmadinejad e Mousavi, che pochi giorni fa il presidente Usa definiva «non tanto grande come appare», si va ingrandendo di giorno in giorno. Come ha ben spiegato Angelo Panebianco nel suo editoriale di domenica sul Corriere della Sera, l'equiparazione tra i due con la quale Obama ha inizialmente giustificato la sua cautela è superata dagli ultimi eventi: «Se, come allo stato degli atti sembra probabile... il regolamento di conti in atto mettesse completamente fuori gioco le componenti più moderate del regime, la politica estera iraniana diventerebbe ancora più pericolosa di come oggi è». Se una vittoria (ad oggi improbabile) di Mousavi non significherebbe automaticamente democrazia e abbandono del programma nucleare iraniano, il dominio assoluto di Khamenei e Ahmadinejad, in un contesto di instabilità interna e condanna internazionale, significherebbe quasi certamente una politica estera ancor più minacciosa ed aggressiva.
Ammesso che Ahmadinejad e Mousavi siano mai stati uguali, ciò non è più vero dopo le ultime prese di posizione di quest'ultimo. Sia pure mantenendo i piedi per terra, Mousavi mi ha sorpreso. Credevo che dopo il discorso di Khamenei di venerdì si preparasse a rientrare nei ranghi. E invece ha sfidato apertamente l'autorità della Guida Suprema, non accogliendo l'invito, o meglio l'ordine, impartito nel discorso di venerdì, di non appoggiare le manifestazioni; ha addirittura incoraggiato la popolazione a manifestare ed è sceso in piazza con i manifestanti; si è dichiarato «pronto al martirio» e ha continuato a chiedere l'annullamento delle elezioni, denunciando che «i brogli erano pianificati da mesi». L'arresto della figlia e di quattro suoi parenti farebbe pensare che neanche l'ex presidente Rafsanjani abbia raggiunto un compromesso con Khamenei, voltando le spalle a Mousavi, come temevo venerdì scorso.
La notizia è che nonostante tutto il peso dell'autorità di Khamenei, l'alleanza Mousavi-Rafsanjani-Khatami sembra ancora in piedi e intenzionata a lottare fino al punto di correre il rischio di assestare una ferita mortale alla legittimità dell'intero sistema. Non importa se la loro intenzione è quella di governare, e non rovesciare, la Repubblica islamica. Di fatto, insieme ai manifestanti, la stanno picconando.
Pur con tutti i dubbi sul suo passato da "duro" del regime, non si possono sottovalutare gli enormi, inaspettati e irreversibili passi compiuti da Mousavi negli ultimi giorni. Anche se da una sua eventuale (e ancora improbabile) vittoria nella prova di forza contro Khamenei e Ahmadinejad non possiamo certo aspettarci una rivoluzione democratica, sarebbe comunque realistico aspettarci l'apertura di una breccia consistente all'interno del sistema khomeinista, paragonabile alle brecce aperte da Gorbacev, che in pochi anni portarono alla caduta del Muro e alla fine dell'Urss anche al di là e contro le sue intenzioni.
Il presidente Obama sembra averlo intuito e pur sottolineando il ruolo da meri "osservatori" degli Stati Uniti e della comunità internazionale («the world is watching»; «we are bearing witness... and we will continue to bear witness»), è stato però esplicito nell'indicare da che parte sta l'America: «I diritti universali a riunirsi e la libertà d'espressione devono essere rispettati e gli Stati Uniti stanno al fianco di tutti coloro i quali cercano di esercitare questi diritti». Come prevedevamo, infatti, le pretese cautele di Obama (se davvero la preoccupazione del presidente era quella di non danneggiare le opposizioni) sono state ininfluenti. Nel senso che da giorni il regime fa ricorso al complotto internazionale per delegittimare le proteste, ma ciò non è servito a placare gli animi e a ricompattare l'establishment. L'ala "riformista" del regime, che conosce bene l'uso propagandistico del nemico esterno, non si è fatta irretire.
Il dato politico che mi pare emergere da questi ultimi due giorni di manifestazioni e scontri (è ragionevole sospettare che i morti siano dieci volte tanti quelli denunciati dal regime, quindi un centinaio), è che - contrariamente a quanto temevo dopo il discorso di Khamenei venerdì scorso - Mousavi oggi è un po' meno uguale ad Ahmadinejad, e che Obama sembra essersene accorto. La differenza tra Ahmadinejad e Mousavi, che pochi giorni fa il presidente Usa definiva «non tanto grande come appare», si va ingrandendo di giorno in giorno. Come ha ben spiegato Angelo Panebianco nel suo editoriale di domenica sul Corriere della Sera, l'equiparazione tra i due con la quale Obama ha inizialmente giustificato la sua cautela è superata dagli ultimi eventi: «Se, come allo stato degli atti sembra probabile... il regolamento di conti in atto mettesse completamente fuori gioco le componenti più moderate del regime, la politica estera iraniana diventerebbe ancora più pericolosa di come oggi è». Se una vittoria (ad oggi improbabile) di Mousavi non significherebbe automaticamente democrazia e abbandono del programma nucleare iraniano, il dominio assoluto di Khamenei e Ahmadinejad, in un contesto di instabilità interna e condanna internazionale, significherebbe quasi certamente una politica estera ancor più minacciosa ed aggressiva.
Ammesso che Ahmadinejad e Mousavi siano mai stati uguali, ciò non è più vero dopo le ultime prese di posizione di quest'ultimo. Sia pure mantenendo i piedi per terra, Mousavi mi ha sorpreso. Credevo che dopo il discorso di Khamenei di venerdì si preparasse a rientrare nei ranghi. E invece ha sfidato apertamente l'autorità della Guida Suprema, non accogliendo l'invito, o meglio l'ordine, impartito nel discorso di venerdì, di non appoggiare le manifestazioni; ha addirittura incoraggiato la popolazione a manifestare ed è sceso in piazza con i manifestanti; si è dichiarato «pronto al martirio» e ha continuato a chiedere l'annullamento delle elezioni, denunciando che «i brogli erano pianificati da mesi». L'arresto della figlia e di quattro suoi parenti farebbe pensare che neanche l'ex presidente Rafsanjani abbia raggiunto un compromesso con Khamenei, voltando le spalle a Mousavi, come temevo venerdì scorso.
La notizia è che nonostante tutto il peso dell'autorità di Khamenei, l'alleanza Mousavi-Rafsanjani-Khatami sembra ancora in piedi e intenzionata a lottare fino al punto di correre il rischio di assestare una ferita mortale alla legittimità dell'intero sistema. Non importa se la loro intenzione è quella di governare, e non rovesciare, la Repubblica islamica. Di fatto, insieme ai manifestanti, la stanno picconando.
Pur con tutti i dubbi sul suo passato da "duro" del regime, non si possono sottovalutare gli enormi, inaspettati e irreversibili passi compiuti da Mousavi negli ultimi giorni. Anche se da una sua eventuale (e ancora improbabile) vittoria nella prova di forza contro Khamenei e Ahmadinejad non possiamo certo aspettarci una rivoluzione democratica, sarebbe comunque realistico aspettarci l'apertura di una breccia consistente all'interno del sistema khomeinista, paragonabile alle brecce aperte da Gorbacev, che in pochi anni portarono alla caduta del Muro e alla fine dell'Urss anche al di là e contro le sue intenzioni.
Il presidente Obama sembra averlo intuito e pur sottolineando il ruolo da meri "osservatori" degli Stati Uniti e della comunità internazionale («the world is watching»; «we are bearing witness... and we will continue to bear witness»), è stato però esplicito nell'indicare da che parte sta l'America: «I diritti universali a riunirsi e la libertà d'espressione devono essere rispettati e gli Stati Uniti stanno al fianco di tutti coloro i quali cercano di esercitare questi diritti». Come prevedevamo, infatti, le pretese cautele di Obama (se davvero la preoccupazione del presidente era quella di non danneggiare le opposizioni) sono state ininfluenti. Nel senso che da giorni il regime fa ricorso al complotto internazionale per delegittimare le proteste, ma ciò non è servito a placare gli animi e a ricompattare l'establishment. L'ala "riformista" del regime, che conosce bene l'uso propagandistico del nemico esterno, non si è fatta irretire.
Friday, June 19, 2009
Il dilemma di Mousavi
Nel suo discorso di oggi - e c'è da ritenere anche in conversazioni private - Khamenei ha ultimativamente chiesto a Mousavi di abbandonare la piazza ed è molto difficile pensare che a questo punto Mousavi decida di sfidare l'ordine esplicito della Guida Suprema, che lo porrebbe al di fuori del sistema, tra i "nemici" della Repubblica islamica. A breve dovrebbe prendere una decisione sulla manifestazione di domani, per la quale le autorità hanno già negato l'autorizzazione.Pare che con Mousavi, privatamente, Khamenei abbia toccato il tasto del suo passato, per convincerlo a non unirsi a Rafsanjani contro di lui, suggerendogli che Rafsanjani e i suoi ambienti lo stanno semplicemente usando. Gli avrebbe ricordato i suoi anni da primo ministro (1981-89), quando era uno dei più radicali, un po' come Ahmadinejad oggi, e quando Rafsanjani, da presidente del Parlamento, lo boicottava sistematicamente, finché eletto presidente lo fece del tutto fuori dalla vita politica del paese.
Se a ciò si aggiunge che la Guida Suprema nel suo discorso ha lanciato un chiaro messaggio di pace a Rafsanjani, in sostanza rassicurandolo che nessuno intende toccare lui o la sua famiglia - l'unico passaggio in cui ha contraddetto Ahmadinejad («Non accetto le accuse di corruzione lanciate a Hashemi Rafsanjani. Rafsanjani è un'alta personalità che ha dato il suo sostegno alla Rivoluzione e non si può parlare male di lui») - potrebbe essere davvero riuscito a rompere il cartello dei suoi oppositori (Mousavi-Rafsanjani-Khatami).
Da pragmatico quale è, infatti, è probabile che Rafsanjani recepisca il messaggio e si ritiri nell'ombra, aspettando la prossima occasione, se ce ne sarà, e nel frattempo continuando a tessere i suoi rapporti negli apparati clericali per contenere Khamenei o giungere ad un compromesso. Senza troppi problemi potrebbe quindi voltare le spalle a Mousavi e all'ex presidente Khatami, con i quali dopo tutto aveva stretto un'alleanza tattica.
Mousavi a questo punto deve compiere la sua scelta. Se piegherà la testa, tradirà le aspettative di cambiamento di milioni di iraniani come già in precedenza Khatami; se sfiderà l'autorità di Khamenei guidando la manifestazione di domani, va incontro alla repressione, ma nonostante il suo passato oscuro sarà accaduto in Iran qualcosa di veramente nuovo: le istanze di libertà avranno finalmente trovato un leader anti-sistema e a quel punto a Washington e in Europa ho l'impressione che qualche strategia dovrà essere riconsiderata.
E' senz'altro vero che Mousavi, almeno fino ad oggi (e se domani non ci sorprende), non è un leader democratico da cui ci si possa aspettare un regime change, e che rappresenta un cartello tutt'altro che anti-sistema, come ho cercato di spiegare in tutti i post precedenti su questa crisi. Ma è pur vero che non si possono liquidare allo stesso modo le manifestazioni oceaniche viste da lunedì a ieri (per la prima volta dal 1979). Ed è quello, finora, l'unico fatto nuovo, che dovrebbe essere maggiormente considerato. Non mi sembra verosimile che i milioni di iraniani che hanno votato per Mousavi dopo quella campagna elettorale, in cui centrale è stata la figura della moglie, e il milione di persone scese nelle strade per giorni nella sola Teheran, possano considerarsi alla stregua di un esercito personale di una figura per altro semi-sconosciuta perché assente dalla scena da vent'anni.
Quelli non sono numeri da scontro tra fazioni e dignitari del regime, ma da "rivoluzione". E' probabile che quei milioni di iraniani domani mattina si ritroveranno di nuovo senza un leader, ma non c'è dubbio che le elezioni e i brogli hanno fornito lo spazio politico, il pretesto, per l'eruzione di istanze e sentimenti repressi che vanno ben oltre l'elezione di Mousavi e le sue stesse intenzioni. Sono istanze di libertà e sentimenti anti-regime, che vanno oltre il programma e il passato politico di Mousavi, che per ora è solo un accidente, un pretesto. E' una crisi che investe per la prima volta l'autorità della Guida Suprema, la legittimità del regime, e quindi la sua tenuta. Indipendentemente da come andrà a finire, oggi sappiamo che per davvero gli iraniani detestano il regime, che tra la società iraniana e la sua leadership c'è ormai una distanza incolmabile, che il fondamento stesso dell'autorità è in crisi profonda. Queste sono cose sulle quali fino a ieri forse solo Ledeen scommetteva. Forse davvero non bisogna chiedersi se, ma quando.
Aut-aut a Mousavi e ai suoi
Khamenei ha deciso: sta con Ahmadinejad, ordina di porre fine alle manifestazioni, ma non dichiara i candidati dell'opposizione (almeno per ora) nemici della Repubblica islamica. E forse, in questo senso, nelle sue intenzioni si tratta di un'offerta di riconciliazione, di parole a loro modo pacificatrici, per calmare gli animi e dire: in fondo siamo tutti fedeli alla rivoluzione. Tutti i candidati «sono figli ed elementi di questo sistema», dice, la competizione è stata interna, «non tra la Rivoluzione e i nemici ma tra componenti dello stesso sistema». Ma ha anche fatto capire che la sua pazienza sta per finire. Ha infatti ordinato di «porre fine» alle manifestazioni e minacciato i manifestanti che se continueranno «saranno puniti», chiedendo ai candidati dell'opposizione di «assumersi la responsabilità di fermare questo comportamento, che non è giusto e dà origine a caos».
«Forse c'è stata qualche irregolarità», ha concesso la Guida Suprema, ma «il margine della vittoria è stato ampissimo», «non è falsificabile», e comunque, se ci sono dubbi, questi vanno sciolti «seguendo la legge». «Non accettiamo azioni al di fuori della legge», ha aggiunto riferendosi evidentemente all'uso della piazza. Ha quindi, nella sostanza e nel loro esito, difeso la regolarità delle elezioni, assicurando che la Repubblica islamica «non tradisce il voto del popolo» e che «il sistema di voto in questo paese non consente i brogli». Affermazioni che credo agli iraniani appareranno ridicole, come questa volta non si berranno le accuse rivolte ai «nemici stranieri» - l'Occidente, l'America, la Gran Bretagna e gli europei sono stati direttamente chiamati in causa - che «si erano preparati» a mettere in dubbio la regolarità del voto «per arrecare danno al sistema vigente», per incrinare «la fiducia del popolo nella Repubblica».
Ma «il popolo ha scelto chi voleva» come presidente dell'Iran, ha detto Khamenei, facendo così intendere che in nessun modo dal riconteggio parziale uscirà un ballottaggio. Ha difeso Ahmadinejad («sono da respingere le false accuse immoralmente avanzate contro il presidente») e l'unica concessione ai suoi oppositori (con un occhio di riguardo al clero di Qom) è stata la difesa di Rafsanjani dalle accuse ricevute da Ahmadinejad in campagna elettorale: «Non accetto le accuse di corruzione lanciate a Hashemi Rafsanjani. Rafsanjani è un'alta personalità che ha dato il suo sostegno alla Rivoluzione e non si può parlare male di lui». Rafsanjani si acconteterà di queste parole?
Evidentemente Khamenei ha ancora fiducia nel suo potere, spende tutta la sua autorità a garanzia della regolarità del voto, e crede di avere la forza per far rientrare pacificamente nei ranghi Mousavi e gli altri oppositori. Vedremo dalla loro reazione se dietro il discorso di oggi c'è già un possibile compromesso, o se si è trattato di un azzardo della Guida Suprema. In ogni caso, è un aut-aut per Mousavi: fuori o dentro. Se continua a sostenere le manifestazioni, si pone al di fuori, tra i nemici della Repubblica islamica.
«Forse c'è stata qualche irregolarità», ha concesso la Guida Suprema, ma «il margine della vittoria è stato ampissimo», «non è falsificabile», e comunque, se ci sono dubbi, questi vanno sciolti «seguendo la legge». «Non accettiamo azioni al di fuori della legge», ha aggiunto riferendosi evidentemente all'uso della piazza. Ha quindi, nella sostanza e nel loro esito, difeso la regolarità delle elezioni, assicurando che la Repubblica islamica «non tradisce il voto del popolo» e che «il sistema di voto in questo paese non consente i brogli». Affermazioni che credo agli iraniani appareranno ridicole, come questa volta non si berranno le accuse rivolte ai «nemici stranieri» - l'Occidente, l'America, la Gran Bretagna e gli europei sono stati direttamente chiamati in causa - che «si erano preparati» a mettere in dubbio la regolarità del voto «per arrecare danno al sistema vigente», per incrinare «la fiducia del popolo nella Repubblica».
Ma «il popolo ha scelto chi voleva» come presidente dell'Iran, ha detto Khamenei, facendo così intendere che in nessun modo dal riconteggio parziale uscirà un ballottaggio. Ha difeso Ahmadinejad («sono da respingere le false accuse immoralmente avanzate contro il presidente») e l'unica concessione ai suoi oppositori (con un occhio di riguardo al clero di Qom) è stata la difesa di Rafsanjani dalle accuse ricevute da Ahmadinejad in campagna elettorale: «Non accetto le accuse di corruzione lanciate a Hashemi Rafsanjani. Rafsanjani è un'alta personalità che ha dato il suo sostegno alla Rivoluzione e non si può parlare male di lui». Rafsanjani si acconteterà di queste parole?
Evidentemente Khamenei ha ancora fiducia nel suo potere, spende tutta la sua autorità a garanzia della regolarità del voto, e crede di avere la forza per far rientrare pacificamente nei ranghi Mousavi e gli altri oppositori. Vedremo dalla loro reazione se dietro il discorso di oggi c'è già un possibile compromesso, o se si è trattato di un azzardo della Guida Suprema. In ogni caso, è un aut-aut per Mousavi: fuori o dentro. Se continua a sostenere le manifestazioni, si pone al di fuori, tra i nemici della Repubblica islamica.
Thursday, June 18, 2009
Il dilemma di Khamenei
Non sembra ancora arrivata l'ora della repressione più brutale ma indubbiamente pasdaran e altre milizie stanno preparando il contesto migliore. Arresti a centinaia tra gli oppositori e gli esponenti riformisti; violenze e intimidazioni soprattutto nelle città lontane dallo sguardo dei media; blocco delle comunicazioni; censura dei siti internet. Pare persino che la polizia sia passata di quartiere in quartiere per abbattere le antenne paraboliche. I corrispondenti stranieri fanno sempre più fatica a lavorare e a riprendere immagini della protesta. Le autorità hanno già fatto sapere che non rinnoveranno i visti, che sono ormai prossimi alla scadenza. L'impressione è che quando l'ultimo giornalista straniero sarà partito (sperando che qualcuno rimanga anche "clandestinamente"), calerà il buio su Teheran e le altre città iraniane, come in Tibet, e da allora in poi ogni momento sarà propizio per la repressione.Nulla comunque dovrebbe accadere prima del riconteggio parziale dei voti, ma la presa di posizione del Consiglio dei Guardiani della rivoluzione («I nemici dell'Iran cercano di creare disordine perché sono arrabbiati per la grande partecipazione del popolo alle elezioni»), cui spetta l'ultima parola, non fa presagire nulla di buono.
E' impossibile prevedere l'esito di questa crisi. La Guida Suprema Khamenei si è ficcato con le sue mani in un vicolo cieco, sottovalutando la reazione di Mousavi ma soprattutto il seguito popolare che avrebbe avuto. Tutte le possibili vie d'uscita presentano per lui enormi costi politici. Se ordinerà la repressione, che dati i numeri sarebbe in stile Tienanmen, legherebbe irreversibilmente le sue sorti a quelle di Ahmadinejad e delle forze militari e di sicurezza del regime, cui dovrebbe concedere ulteriore potere nel governo del paese, rischiando di perdere il sostegno di gran parte del clero sciita e di veder ridotto il suo stesso potere. Il che sancirebbe il passaggio definitivo della Repubblica islamica da dittatura teocratica a una dittatura militare.
Una soluzione di compromesso con l'opposizione, cercando quindi di riacquistare una ormai poco credibile posizione di "terzietà" tra Mousavi (e Rafsanjani) e Ahmadinejad, minerebbe la sua autorità sia agli occhi dei suoi avversari che dei suoi alleati, ma soprattutto agli occhi del popolo iraniano, e non lo metterebbe comunque al riparo dalle trame dei settori del clero (da Rafsanjani a Khatami) di cui Mousavi è espressione. La sua autorità è già stata sfidata da migliaia di iraniani che sono scesi in strada disobbedendo ai suoi ordini; e la sua infallibilità come guida religiosa messa in dubbio da lui stesso, quando autorizzando il riconteggio parziale ha ammesso indirettamente che l'esito delle elezioni - solo poche ore prima definito un miracolo del disegno divino - potrebbe essere stato falsato.
Appare improbabile, ma non da escludere del tutto, che Khamenei decida di rimangiarsi la sua frettolosa proclamazione del vincitore e concedere il ballottaggio tra Mousavi e Ahmadinejad. Sarebbe un colpo devastante, forse letale, alla sua autorità. Più probabile che il compromesso passi per l'offerta a Mousavi, e alla cordata di chierici che lo sostiene, di qualche posto nel nuovo governo di Ahmadinejad. A questo punto, starebbe a Mousavi e a Rafsanjani decidere se accettare o no sulla base della forza che sentono di avere. In caso accettassero, la resa dei conti sarebbe solo rimandata ma il movimento "verde" si sentirebbe tradito ancora una volta.
Sia che decida di uscire dalla crisi dando più potere ai pasdaran e alle milizie, oppure all'opposizione clericale, Khamenei sarà costretto a giocarsi la sua supremazia. Molto dipenderà dalle manovre sia di Rafsanjani che di Khamenei presso l'establishment clericale che ha sede nella città santa di Qom, e in particolare in seno a quel Consiglio degli Esperti, composto da 86 membri, che avrebbe il potere legale di rimuovere la Guida Suprema. Consiglio che in un comunicato diffuso proprio oggi si congratula solo per l'affluenza, non menzionando la contestata rielezione. Dai rapporti di forza che usciranno nelle prossime ore a Qom dipenderà probabilmente anche la sorte delle centinaia di migliaia di iraniani che riempiono le strade, accomunati dall'odio nei confronti di Ahmadienjad e Khamenei, ma probabilmente divisi sul tipo di cambiamento che chiedono.
Wednesday, June 17, 2009
Iran, la lotta tra caste e l'ultima sfida Rafsanjani-Khamenei
Sempre più analisi confermano la tesi dello scontro tra elite all'interno del regime di cui ho già parlato in precedenti post. Nonostante indubitabilmente le manifestazioni oceaniche a Teheran e in altre città (si parla di un milione di persone, quantità "rivoluzionarie", mai così dal 1979) sono anche il segno evidente di quanto siano diffuse nella società iraniana le richieste di cambiamento e le istanze di maggiore libertà, probabilmente in gioco non c'è la democrazia. In queste ore nelle strade di Teheran l'anima più rivoluzionaria della protesta - fatta di migliaia di cittadini, donne e giovani iraniani che detestano il regime e possono sfogare i loro sentimenti sostenendo l'unica candidatura che il regime ha messo loro a disposizione - si confonde (ma non è detto che al dunque si saldi) con l'anima "riformista", pezzi importanti, i più pragmatici e moderati, dell'establishment clericale sciita (quali Mousavi, Rafsanjani, Khatami), convinti che il regime khomeinista sia riformabile dall'interno e soprattutto timorosi di perdere i propri privilegi e le proprie ricchezze, e persino di venire epurati.Quello in atto dunque sarebbe uno scontro di potere tra due caste, quella dei sacerdoti e quella dei militari, ed in gioco ci sarebbe la natura stessa della dittatura, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare. Da una parte, la strana alleanza tra il pragmatico Rafsanjani e il "riformista" Khatami, di cui Mousavi sarebbe espressione; dall'altra, la Guida Suprema Khamenei, che avrebbe deciso di servirsi di Ahmadinejad e delle forze militari e di sicurezza a lui fedeli, per esautorare di fatto, o persino per liquidare, i suoi avversari all'interno del clero sciita. Bisognerà vedere se le due parti riusciranno a trovare un compromesso e, in questo caso, se Rafsanjani e Mousavi tradiranno le aspettative "rivoluzionarie" di milioni di persone, o se decideranno di tenere duro e passare dall'altra parte della barricata, diventando a tutti gli effetti dissidenti.
Danielle Pletka e Ali Alfoneh, sul New Yok Times, scrivono che «la vera rivoluzione è passata inosservata... Nel più drammatico cambiamento dalla rivoluzione del 1979, l'Iran si è trasformato da stato teocratico a dittatura militare». Una rivoluzione i cui «semi sono stati piantati quattro anni fa con la prima elezione di Ahmadinejad». Nonostante abbia deluso l'opinione pubblica iraniana, con una disastrosa performance economica, le forze a lui fedeli ora controllano il paese. C'è da chiedersi perché la Guida Suprema, Ali Khamenei, abbia «deliberatamente liquidato il clero a cui egli stesso appartiene. Per sopravvivenza», è la risposta. L'ayatollah Khamenei, che non aveva i titoli religiosi per succedere a Khomeini nell'89, «ha ripetutamente dimostrato di voler liquidare l'attributo "islamica" dalla rivoluzione islamica». Nel fare ciò, concludono Pletka e Alfoneh, «si è messo in un angolo, in un'alleanza permanente con Ahmadinejad e le Guardie rivoluzionarie. E questa frode elettorale li avvicinerà ancora di più».
Robert Baer, per vent'anni agente operativo della CIA, spiega sul suo blog su The New Republic, che l'Iran «non è una teocrazia. E' una dittatura militare guidata da Khamenei con la consulenza di una consorteria di generali della Guardia rivoluzionaria e dell'esercito, nonché dell'ala dura della polizia segreta. Ahmadinejad è poco più che un portavoce di questo gruppo di potere. Può avere voce in capitolo nella gestione corrente dell'economia di altri settori dell'amministrazione iraniana - ma tutte le decisioni importanti, in particolare quelle riguardanti la sicurezza nazionale, inclusi i brogli alle elezioni presidenziali, sono prese da Khamenei».
Tuttavia, «un segnale certo della debolezza politica di Khamenei è emerso quando Ahmadinejad ha accusato l'ex presidente Rafsanjani di corruzione durante la campagna elettorale. Rafsanjani è, ed è sempre stato, una minaccia per la legittimità di Khamenei. E' presidente del Consiglio degli Esperti, che ha il potere di rimuovere Khamenei e nominare una nuova Guida Suprema. Khamenei quindi vede in Rafsanjani una minaccia permanente al suo potere. Si dice che Rafsanjani si sia recato nella città santa di Qom, dove ha sede il Consiglio, per complottare contro Khamenei, per verificare di avere sufficienti voti in seno al Consiglio, che ha 86 membri, per rimuovere Khamenei», il quale quindi all'ultimo momento avrebbe dato via libera ad Ahmadinejad autorizzando il ribaltamento dell'esito delle elezioni.
In Italia questa lettura degli eventi è sostenuta da Tatiana Boutourline, che su Il Foglio ha parlato di «resa dei conti tra due volti del regime» (Rafsanjani e Khamenei): «Se dietro alla "dolce vittoria" di Ahmadinejad c'è la mano di Khamenei, dietro all'insubordinazione di Mir Hossein Moussavi c'è la regia di Rafsanjani». «L'obiettivo visibile è quello di tornare alle urne e liberarsi di Ahmadinejad», ma dietro c'è un «disegno ben più ambizioso», come dimostrano le «febbrili consultazioni» di Rafsanjani con gli ayatollah di Qom e i membri del Consiglio degli esperti: eliminare Khamenei, sostituire la Guida Suprema «con un consiglio costituito da 3-5 leader religiosi». Una riforma costituzionale della Repubblica islamica, nel tentativo di «riequilibrare i rapporti di forza tra i turbanti e i fucili». Rafsanjani è convinto che l'«evoluzione del regime khomeinista sia possibile» e caldeggia una «riforma dottrinale» per «portare lo sciismo nell'era moderna», spiega Boutourline. Il che indebolirebbe la figura della Guida Suprema e le forze militari e di sicurezza fedeli ad Ahmadinejad e oggi al governo.
«Probabilmente - ipotizza Vittorio Emanuele Parsi su La Stampa - proprio l'ultima grande manifestazione pre-elettorale, così affollata di giovani festosi e colmi di speranza, come non se ne vedevano dai tempi dell'elezione di Khatami, ha convinto il titubante Khamenei a rompere gli indugi e a sottoscrivere la nuova alleanza tra i conservatori, i cui interessi egli rappresenta, e i radicali (armati) di Ahmadinejad». Tuttavia, «accettando di avallare brogli elettorali probabilmente giganteschi, Khamenei ha sancito la fine del regime inventato da Khomeini». Dopo due tentativi "riformisti" falliti, potrebbe riuscire un tentativo reazionario di Ahmadinejad, che «non ha mai fatto mistero della sua insofferenza per il ruolo dell'alto clero. Il paradosso è che l'operazione gli potrebbe riuscire, proprio grazie all'aiuto del supremo garante di quell'ordine che lui vuole radicalmente trasformare. Se Ahmadinejad prevarrà, se riuscirà a reprimere una rivolta che sembra sempre più una "quasi rivoluzione", il regime che sorgerà sarà cosa sostanzialmente diversa da quello fin qui conosciuto».
Quanto tempo passerà, e soprattutto quali rassicurazioni dovrà dare l'ayatollah Khamenei in persona ai settori del clero rappresentati da Mousavi e Rafsanjani, perché rientrino le proteste? Per ora Mousavi continua a ripetere che le proteste proseguiranno fino a quando non ci saranno nuove elezioni: «Noi protestiamo pacificamente contro la frode elettorale e tutto quello che vogliamo è l'annullamento del voto e nuove elezioni senza brogli». E, particolare importante, respinge con forza l'accusa di manipolazioni dall'esterno: «La protesta dell'Onda verde è solo il riflesso di una richiesta interna e indipendente... legare l'Onda verde a forze esterne è assurdo».
Tuesday, June 16, 2009
Il dilemma iraniano primo vero test per l'amministrazione Obama
L'amministrazione Usa era preparata all'eventualità, considerata la più probabile, della rielezione del presidente uscente, e quindi di dover tentare la stretta via del dialogo sul nucleare confrontandosi con Ahmadinejad e il suo gruppo di potere. Ciò che a Washington non si aspettavano era di trovarsi di fronte a una crisi di difficile lettura. In queste ore, infatti, nelle strade di Teheran le aspirazioni alla libertà di migliaia di cittadini, donne e giovani iraniani, sembrano confondersi (e saldarsi?) con i timori di pezzi importanti dell'establishment clericale, la cosiddetta "opposizione leale" alla Repubblica islamica (Mousavi, Karroubi e l'ex presidente Khatami). Secondo molti analisti, stiamo assistendo a uno scontro di potere tra elite interne al regime. Da una parte, la strana alleanza tra il pragmatico Rafsanjani e il "riformista" Khatami, di cui Mousavi sarebbe espressione; dall'altra, la Guida Suprema Khamenei, che avrebbe deciso di servirsi di Ahmadinejad e delle forze militari e di sicurezza a lui fedeli, per esautorare di fatto, o persino per liquidare, i suoi avversari all'interno del clero sciita. Per i primi la rielezione fraudolenta di Ahmadinejad rappresenta il compimento di questo processo.
La Casa Bianca ha risposto agli eventi in corso con due giorni di imbarazzato silenzio, stretta tra due esigenze difficilmente componibili: non compromettere il tentativo di dialogo con dichiarazioni ostili alla leadership Khamenei-Ahmadinejad, ma al tempo stesso non tradire i valori democratici in cui l'America crede, per altro difesi di recente da Obama nel suo discorso al Cairo. Tra un semplice «stiamo monitorando» la situazione di sabato scorso, e i «dubbi» sulla regolarità delle elezioni espressi dal vicepresidente Biden domenica, solo lunedì il portavoce del Dipartimento di Stato ha ammesso che gli Usa sono «profondamente preoccupati». «Non ho usato la parola "condanna"», precisava, perché «dobbiamo prima vedere come si evolve la situazione». Emblematico però lo scambio di battute con un cronista di Fox News: «Avete bisogno di vedere più teste spaccate in mezzo alla strada?». «Abbiamo bisogno di un esame più approfondito di quanto sta accadendo», rispondeva il portavoce rivelando il dilemma dell'amministrazione: «Dobbiamo guardare anche al nostro interesse nazionale – la non proliferazione è una nostra priorità».
Nella conferenza stampa di ieri al termine dell'incontro con Berlusconi un riluttante Obama si è finalmente pronunciato, esprimendo una cauta e generica simpatia per i dimostranti:
Esprimendosi a favore dell'opposizione nella contesa elettorale, sostengono gli analisti vicini all'amministrazione, Obama si esporrebbe al rischio di offrire ad Ahmadinejad e a Khamenei il pretesto per derubricare le proteste di massa contro i brogli a un complotto ordito dai nemici della Repubblica islamica, giustificando così una repressione ancor più violenta. Sarebbero ben felici di «dipingere l'opposizione come il burattino dell'imperialismo americano», spiega Bruce Riedel, analista della Brookings Institution. «Possiamo condannare tutto ciò che vogliamo, ma questo non farà sentire gli iraniani molto meglio».
Cosa dovrebbe fare quindi Obama? Semplice per Kenneth M. Pollack, altro analista della Brookings Institution: «Niente». Intromettendosi Obama potrebbe solo «peggiorare la situazione» degli iraniani. «Niente di ciò che possiamo dire aiuterebbe la gente che vogliamo aiutare. E per di più, non sappiamo la verità – il governo Usa non può dire con certezza che le elezioni sono state truccate... Sarebbe un disastro se gli iraniani dovessero ratificare la vittoria di Ahmadinejad solo per dimostrare di resistere alle pressioni americane. L'unica cosa sensata da fare è aspettare».
Sono molte, invece, secondo il neoconservatore Bill Kristol, direttore del Weekly Standard, le cose che Obama potrebbe (e dovrebbe) fare. Per esempio, «dovrebbe sostenere i dimostranti, dire che rubare le elezioni è inaccettabile, che uccidere i manifestanti nelle strade di Teheran è inaccettabile. Potrebbe lavorare con gli europei per dire "mandiamo osservatori internazionali a controllare se sono state elezioni corrette. E se non lo sono state, pensiamo a nuove elezioni". Ci sono un milione di cose che gli Stati Uniti potrebbero fare simbolicamente per provare a rafforzare coloro che vogliono impedire alle Guardie rivoluzionarie e ad Ahmadinejad di conquistare completamente il potere nel paese». Jonah Goldberg, sul Los Angeles Times, ha definito quella di Obama una «non scelta». «Presidente, la prego. Prenda le parti della democrazia», ha supplicato. «Non dovremmo bombardare l'Iran, o invaderlo...», Goldberg si accontenterebbe se Obama «sollevasse almeno un dito per la democrazia».
«Anche elezioni-farsa possono a volte produrre risultati reali», osservava ieri il Wall Street Journal. «Hanno infatti rivelato la vera natura del potere dei mullah - sia agli iraniani che hanno votato nella speranza di contare, che al mondo che ha visto andare in pezzi le sue illusioni sulla democrazia in Iran». I manifestanti quindi «meritano il sostegno occidentale, non solo quello dei media». «Il minimo che dobbiamo ai dimostranti è non guardare altrove» e questo «obbligo morale», per il WSJ, «riguarda soprattutto l'amministrazione Obama». La vittoria di Ahmadinejad «dovrebbe spingere Obama a riconsiderare la ricerca di un grande accordo con l'Iran». Obama, sottolinea il WSJ, «ha l'occasione di offrire ai dimostranti iraniani il considerevole peso del sostegno morale degli Stati Uniti e di dimostrare al regime che ci sono delle conseguenze se si truccano le elezioni».
Anche a sinistra, pur ritenendo opportuna la cautela di Obama, tuttavia alcuni vorrebbero che dimostrasse una simpatia più esplicita per il popolo iraniano, se non per i leader dell'opposizione. Tra questi il senatore democratico Joe Lieberman, da sempre un "falco" sulle questioni di sicurezza nazionale, ma anche George Packer, del New Yorker, che avverte: «Il realismo non dovrebbe essere un feticcio ideologico sotto Obama più di quanto lo è stata la "libertà" sotto Bush».
L'amministrazione è stata colta di sorpresa, è impreparata, confusa, non sa con certezza cosa sta realmente accadendo a Teheran. Ed è un problema grave. Non si aspettava che emergesse una tale frattura all'interno del regime iraniano, che in qualche modo conferma le tesi di quanti - come Michael Ledeen - da tempo sostengono inascoltati la sua fragilità, la pressoché totale disaffezione, e voglia di libertà, degli iraniani, nonché la stanchezza di una parte consistente del clero stesso per la militarizzazione progressiva della Repubblica islamica.
A complicare la situazione, proprio mentre l'amministrazione fatica ad elaborare una linea sulla crisi post-elettorale in Iran, le voci del passaggio di Dennis Ross, il consigliere per la politica iraniana, dal Dipartimento di Stato alla Casa Bianca, al Consiglio per la sicurezza nazionale. Secondo fonti interne all'amministrazione, perché nei prossimi mesi la Casa Bianca assumerà sempre più la funzione di vera e propria cabina di regia nel dialogo con l'Iran ed è lì che più torneranno utili le competenze di Ross. Oppure, Dennis Ross sta (o stava, alla luce di quanto accaduto a Teheran) per essere messo da parte in quanto fa parte di coloro che sostengono il dialogo con l'Iran senza illusioni, ma contando sul fatto che è comunque in grado di creare un contesto favorevole all'uso della forza nel caso in cui dovesse fallire. C'è chi, come il direttore di The New Republic, Martin Peretz, si è convinto che ormai l'amministrazione sia disposta a rassegnarsi all'Iran nucleare e già pensa a una dottrina di deterrenza e contenimento.
Tendere la mano, ha scritto Ross sul suo ultimo libro, «non vuol dire escludere l'uso della forza, ma metterci in una posizione migliore per usarla se avremo mostrato di aver esaurito prima tutte le opzioni alternative».
Mousavi sarebbe stato il tipo di "moderato" ideale con il quale convolare felicemente a un dialogo senza scadenze, che probabilmente non avrebbe portato a nulla se non l'Iran a guadagnare tempo prezioso per dotarsi dell'atomica. Adesso invece per Obama sarà più difficile far digerire il negoziato con Ahmadinejad, soprattutto dopo che queste elezioni-farsa e le manifestazioni di massa hanno definitivamente raso al suolo la sua credibilità e delegittimato il regime degli ayatollah, dimostrando al mondo intero che gli iraniani lo detestano e vorrebbero liberarsene. Obama tenterà comunque, ma la pazienza che gli sarà concesso di avere dall'opinione pubblica americana e da Israele sarà molto minore. A prescindere da come andrà a finire a Teheran, da oggi è per chiunque (persino per Obama) più difficile negare il vero volto e la minaccia del regime iraniano.
La Casa Bianca ha risposto agli eventi in corso con due giorni di imbarazzato silenzio, stretta tra due esigenze difficilmente componibili: non compromettere il tentativo di dialogo con dichiarazioni ostili alla leadership Khamenei-Ahmadinejad, ma al tempo stesso non tradire i valori democratici in cui l'America crede, per altro difesi di recente da Obama nel suo discorso al Cairo. Tra un semplice «stiamo monitorando» la situazione di sabato scorso, e i «dubbi» sulla regolarità delle elezioni espressi dal vicepresidente Biden domenica, solo lunedì il portavoce del Dipartimento di Stato ha ammesso che gli Usa sono «profondamente preoccupati». «Non ho usato la parola "condanna"», precisava, perché «dobbiamo prima vedere come si evolve la situazione». Emblematico però lo scambio di battute con un cronista di Fox News: «Avete bisogno di vedere più teste spaccate in mezzo alla strada?». «Abbiamo bisogno di un esame più approfondito di quanto sta accadendo», rispondeva il portavoce rivelando il dilemma dell'amministrazione: «Dobbiamo guardare anche al nostro interesse nazionale – la non proliferazione è una nostra priorità».
Nella conferenza stampa di ieri al termine dell'incontro con Berlusconi un riluttante Obama si è finalmente pronunciato, esprimendo una cauta e generica simpatia per i dimostranti:
«Sono profondamente preoccupato per la violenza che sto vedendo in tv. Il processo democratico, la libertà d'espressione, la possibilità della gente di dissentire pacificamente, sono tutti valori universali e devono essere rispettati. Ogni volta che vedo usare violenza su persone che dissentono pacificamente, e ogni volta la vedono gli americani, siamo preoccupati. E' importante che qualsiasi indagine abbia luogo non provochi spargimento di sangue, non si concluda con una repressione della gente che esprime le sue opinioni. Voglio dire loro – ha aggiunto Obama rivolgendosi al popolo iraniano – che il mondo sta guardando ed è ispirato dalla loro partecipazione, a prescindere dall'esito finale delle elezioni».Ma Obama ha anche precisato di non voler dare l'impressione che gli Stati Uniti si stanno intromettendo negli affari interni iraniani («Rispettiamo la sovranità iraniana e vogliamo evitare che gli Stati Uniti diventino oggetto di dibattito all'interno dell'Iran») e ha ribadito di voler perseguire una «diplomazia pragmatica» con qualsiasi tipo di regime iraniano. Da queste prime reazioni è evidente che Obama teme che se appoggia i dimostranti e i leader dell'opposizione, ma il regime non cade, diminuiranno le possibilità del dialogo. Non vale la pena quindi spendere l'appoggio morale dell'America, se sarà comunque con Ahmadinejad e Khamanei che dovrà avere a che fare.
Esprimendosi a favore dell'opposizione nella contesa elettorale, sostengono gli analisti vicini all'amministrazione, Obama si esporrebbe al rischio di offrire ad Ahmadinejad e a Khamenei il pretesto per derubricare le proteste di massa contro i brogli a un complotto ordito dai nemici della Repubblica islamica, giustificando così una repressione ancor più violenta. Sarebbero ben felici di «dipingere l'opposizione come il burattino dell'imperialismo americano», spiega Bruce Riedel, analista della Brookings Institution. «Possiamo condannare tutto ciò che vogliamo, ma questo non farà sentire gli iraniani molto meglio».
Cosa dovrebbe fare quindi Obama? Semplice per Kenneth M. Pollack, altro analista della Brookings Institution: «Niente». Intromettendosi Obama potrebbe solo «peggiorare la situazione» degli iraniani. «Niente di ciò che possiamo dire aiuterebbe la gente che vogliamo aiutare. E per di più, non sappiamo la verità – il governo Usa non può dire con certezza che le elezioni sono state truccate... Sarebbe un disastro se gli iraniani dovessero ratificare la vittoria di Ahmadinejad solo per dimostrare di resistere alle pressioni americane. L'unica cosa sensata da fare è aspettare».
Sono molte, invece, secondo il neoconservatore Bill Kristol, direttore del Weekly Standard, le cose che Obama potrebbe (e dovrebbe) fare. Per esempio, «dovrebbe sostenere i dimostranti, dire che rubare le elezioni è inaccettabile, che uccidere i manifestanti nelle strade di Teheran è inaccettabile. Potrebbe lavorare con gli europei per dire "mandiamo osservatori internazionali a controllare se sono state elezioni corrette. E se non lo sono state, pensiamo a nuove elezioni". Ci sono un milione di cose che gli Stati Uniti potrebbero fare simbolicamente per provare a rafforzare coloro che vogliono impedire alle Guardie rivoluzionarie e ad Ahmadinejad di conquistare completamente il potere nel paese». Jonah Goldberg, sul Los Angeles Times, ha definito quella di Obama una «non scelta». «Presidente, la prego. Prenda le parti della democrazia», ha supplicato. «Non dovremmo bombardare l'Iran, o invaderlo...», Goldberg si accontenterebbe se Obama «sollevasse almeno un dito per la democrazia».
«Anche elezioni-farsa possono a volte produrre risultati reali», osservava ieri il Wall Street Journal. «Hanno infatti rivelato la vera natura del potere dei mullah - sia agli iraniani che hanno votato nella speranza di contare, che al mondo che ha visto andare in pezzi le sue illusioni sulla democrazia in Iran». I manifestanti quindi «meritano il sostegno occidentale, non solo quello dei media». «Il minimo che dobbiamo ai dimostranti è non guardare altrove» e questo «obbligo morale», per il WSJ, «riguarda soprattutto l'amministrazione Obama». La vittoria di Ahmadinejad «dovrebbe spingere Obama a riconsiderare la ricerca di un grande accordo con l'Iran». Obama, sottolinea il WSJ, «ha l'occasione di offrire ai dimostranti iraniani il considerevole peso del sostegno morale degli Stati Uniti e di dimostrare al regime che ci sono delle conseguenze se si truccano le elezioni».
Anche a sinistra, pur ritenendo opportuna la cautela di Obama, tuttavia alcuni vorrebbero che dimostrasse una simpatia più esplicita per il popolo iraniano, se non per i leader dell'opposizione. Tra questi il senatore democratico Joe Lieberman, da sempre un "falco" sulle questioni di sicurezza nazionale, ma anche George Packer, del New Yorker, che avverte: «Il realismo non dovrebbe essere un feticcio ideologico sotto Obama più di quanto lo è stata la "libertà" sotto Bush».
L'amministrazione è stata colta di sorpresa, è impreparata, confusa, non sa con certezza cosa sta realmente accadendo a Teheran. Ed è un problema grave. Non si aspettava che emergesse una tale frattura all'interno del regime iraniano, che in qualche modo conferma le tesi di quanti - come Michael Ledeen - da tempo sostengono inascoltati la sua fragilità, la pressoché totale disaffezione, e voglia di libertà, degli iraniani, nonché la stanchezza di una parte consistente del clero stesso per la militarizzazione progressiva della Repubblica islamica.
A complicare la situazione, proprio mentre l'amministrazione fatica ad elaborare una linea sulla crisi post-elettorale in Iran, le voci del passaggio di Dennis Ross, il consigliere per la politica iraniana, dal Dipartimento di Stato alla Casa Bianca, al Consiglio per la sicurezza nazionale. Secondo fonti interne all'amministrazione, perché nei prossimi mesi la Casa Bianca assumerà sempre più la funzione di vera e propria cabina di regia nel dialogo con l'Iran ed è lì che più torneranno utili le competenze di Ross. Oppure, Dennis Ross sta (o stava, alla luce di quanto accaduto a Teheran) per essere messo da parte in quanto fa parte di coloro che sostengono il dialogo con l'Iran senza illusioni, ma contando sul fatto che è comunque in grado di creare un contesto favorevole all'uso della forza nel caso in cui dovesse fallire. C'è chi, come il direttore di The New Republic, Martin Peretz, si è convinto che ormai l'amministrazione sia disposta a rassegnarsi all'Iran nucleare e già pensa a una dottrina di deterrenza e contenimento.
Tendere la mano, ha scritto Ross sul suo ultimo libro, «non vuol dire escludere l'uso della forza, ma metterci in una posizione migliore per usarla se avremo mostrato di aver esaurito prima tutte le opzioni alternative».
«Le politiche più dure - sia militari sia di contenimento intelligente - saranno più facili da vendere internazionalmente e internamente se avremo provato di risolvere diplomaticamente le nostre differenze con l'Iran in un modo serio e credibile».Obama sta affrontando la sua prima crisi ufficiale di politica estera, che sta mettendo in luce tutti i limiti, le ambiguità e le contraddizioni della sua politica nei confronti dell'Iran in particolare, e del Medio Oriente in generale. Una politica che pretende di tenere insieme realismo e difesa dei valori democratici, finendo puntualmente per sacrificare i secondi e, in definitiva, per legare le mani agli Usa di fronte a crisi come questa.
Mousavi sarebbe stato il tipo di "moderato" ideale con il quale convolare felicemente a un dialogo senza scadenze, che probabilmente non avrebbe portato a nulla se non l'Iran a guadagnare tempo prezioso per dotarsi dell'atomica. Adesso invece per Obama sarà più difficile far digerire il negoziato con Ahmadinejad, soprattutto dopo che queste elezioni-farsa e le manifestazioni di massa hanno definitivamente raso al suolo la sua credibilità e delegittimato il regime degli ayatollah, dimostrando al mondo intero che gli iraniani lo detestano e vorrebbero liberarsene. Obama tenterà comunque, ma la pazienza che gli sarà concesso di avere dall'opinione pubblica americana e da Israele sarà molto minore. A prescindere da come andrà a finire a Teheran, da oggi è per chiunque (persino per Obama) più difficile negare il vero volto e la minaccia del regime iraniano.
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