Anno nuovo, vecchi tentennamenti alla Casa Bianca di Obama. Il fallito attentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit, le minacce crescenti che giungono dallo Yemen, il panico di ieri a Newark, richiedono che il presidente mostri il suo volto più duro all'opinione pubblica, ricorrendo a una misura controversa come il "racial profiling", che neanche Bush aveva osato adottare. Ma questo genera la collera dei progressisti e delle associazioni per le libertà civili, senza placare l'opposizione dei repubblicani, che accusano l'amministrazione di debolezza. Tuttavia, è sull'Iran che il presidente dovrà far vedere al più presto di che pasta è fatto.
Come molti tra i più autorevoli analisti avevano previsto l'estate scorsa - e non avevo mancato di segnalarlo - nella Repubblica islamica si è messo in moto un processo di cui forse non è possibile anticipare gli esiti, ma che certamente non si concluderà con il mero ritorno allo status quo ante. La Repubblica islamica non è, e non sarà più la stessa, ha cambiato natura. E qualcosa si è rotto al suo interno.
Nonostante le successive ondate di sanguinose repressioni e di arresti, il movimento di protesta di giugno non si è spento. Anzi, di settimana in settimana è cresciuto e si è trasformato. E' diventato un vero e proprio movimento di opposizione temuto dal regime. Nel quale, come sempre accade in queste situazioni, convivono diverse anime e personaggi, ciascuno dei quali gioca - o crede di giocare - la sua partita, mentre è più probabile che nessuno degli attori sia in grado di influenzare più di tanto gli eventi. Che l'esito di quanto sta accadendo in Iran sia o meno una rivoluzione democratica è impossibile prevederlo, ma certo sembrano essercene le condizioni, al di là delle intenzioni dei singoli protagonisti.
Dalla «rabbia per un'elezione rubata» a una «rivolta contro il sistema iraniano di governo islamico», ha osservato qualche giorno fa Con Coughlin sul Wall Street Journal. E nonostante la brutale repressione, «il movimento di opposizione è cresciuto sostanzialmente dai disordini del giugno scorso». Sei mesi fa, nelle strade, gli iraniani gridavano "Dov'è il mio voto?!". Da lì è partita la "Rivoluzione verde". Ma ora, secondo Coughlin, «i manifestanti non cercano più solamente elezioni democratiche, vogliono il regime change». I loro slogan sono: "Khamenei è un assassino"; "Né Gaza, né Libano, offro la mia vita solo per l'Iran" e "Independenza, Libertà e Repubblica iraniana". «In altre parole, chiedono di fermare il sostegno dell'Iran ai terroristi in Palestina, Libano e in Iraq; la separazione tra stato e religione; e considerano Khamenei il nemico pubblico numero uno».
I manifestanti ora chiedono una «Repubblica iraniana, non islamica!», notava il mese scorso anche un attento osservatore come Amir Taheri. E i presunti "leader" di questa rivoluzione? Rafsanjani rimane nell'ombra, ma è significativo che non voglia in alcun modo farsi vedere vicino o "riconciliato" con Khamenei e Ahmadinejad. Mousavi e Karroubi sembrano aver abbandonato la loro precedente idea di «realizzare il pieno potenziale della costituzione esistente». Un consigliere di Mousavi ha confidato a Taheri che ormai «hanno realizzato che la gente si è mossa più rapidamente di quanto immaginassero».
Anche Obama sembra prendere atto che il movimento di opposizione tiene e che l'instabilità interna è destinata a durare, se non ad aggravarsi. Il 28 dicembre ha commentato con toni più duri ed espliciti la recente repressione del regime contro i manifestanti, ma ci aspettiamo che nei prossimi giorni muova passi concreti in una nuova direzione. Siccome l'insabilità interna non sembra aver convinto i leader della Repubblica islamica ad accettare la mano tesa di Obama sul nucleare, è arrivato per il presidente americano il momento di dimostrare di saper mutare strategia nei confronti del regime iraniano, e di avere un "piano B" con il quale rispondere all'evidente fallimento del tentativo di engagement.
La politica di engagement di Obama era iniziata con la rinuncia al cambio di regime, riconoscendo per la prima volta esplicitamente la natura islamica della Repubblica iraniana; era proseguita con messaggi scritti e video per invitare l'establishment al dialogo; era stata accompagnata da gesti tangibili come il taglio dei finanziamenti alle organizzazioni per i diritti umani. Obama aveva evitato di sostenere le manifestazioni dell'opposizione per non irritare Ahmadinejad e Khamenei e di intromettersi nei brogli elettorali del giugno scorso. Ma soprattutto, tramite l'Aiea, ha proposto agli ayatollah un accordo molto favorevole sul nucleare. Nulla di tutto questo è bastato.
Venerdì scorso Teheran ha respinto l'ultimatum implicito degli Stati Uniti e dei loro partner, che chiedevano di accettare entro il 31 dicembre la proposta dell'Aiea per il trasferimento dell'uranio iraniano all'estero in cambio di uranio arricchito al 19,75%. Gli iraniani hanno replicato ponendo a loro volta un ultimatum all'Occidente, perché accetti entro un mese (il 31 gennaio) la loro controproposta al piano Aiea. L'oggetto del contendere è sempre la modalità dello scambio di uranio. L'Iran infatti rifiuta di trasferire in blocco le quantità richieste del suo uranio debolmente arricchito, come prevede la proposta dell'Aiea. «Se la controparte accetta il principio dello scambio progressivo, per tappe, noi potremmo discutere gli altri dettagli», fa sapere il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast.
Di fronte al gioco degli iraniani, che di tutta evidenza è quello di prendere tempo, è urgente che l'America dimostri di avere un "piano B", più chiaro e minaccioso della semplice evocazione di non meglio specificate nuove sanzioni, il cui effetto è tutto da dimostrare consideranto le perplessità dei russi e, soprattutto, dei cinesi. Altrimenti, la credibilità della sua deterrenza agli occhi degli ayatollah precipiterà sotto zero.
Ray Takeyh, che continua ad essere favorevole all'engagement, suggerisce però a Obama di seguire l'esempio di Ronald Reagan quando definì l'Urss «l'impero del male». «E' prematuro - è l'analisi di Takeyh - annunciare la morte immediata del regime teocratico. L'Iran può benissimo entrare in un prolungato periodo di caos e violenza. Tuttavia - osserva - è ovvio che la durata di vita della Repubblica islamica si è considerevolmente accorciata». «Disastrosa», secondo Takeyh, si è dimostrata la decisione del regime di rifiutare ogni compromesso con l'opposizione dopo la frode elettorale del giugno scorso. Le «modeste richieste» di figure chiave dell'establishment, come Rafsanjani, sono state respinte «con arroganza». Quindi, le posizioni si sono radicalizzate e le concessioni che potevano essere fatte allora «oggi apparirebbero come un segno di debolezza e rafforzerebbero l'opposizione».
Da qui un regime senza più «orizzonte politico». Che per uno strano scherzo del destino si trova nello stesso «dilemma» dello shah, «che fece troppo tardi concessioni per rafforzare il suo potere e ampliare la base sociale» del suo consenso. La Repubblica islamica è guidata oggi da un «politico tentennante come fu lo shah». Come lo shah, oggi anche Khamenei sembra «riluttante a ordinare una repressione di massa». Il regime ha optato per una strategia repressiva ma di «contenimento». Mentre il movimento continua a sfidare le autorità, è probabile che si radicalizzi. «Al contrario del 1979, tuttavia, al movimento di opposizione mancano la coesione e leader riconoscibili». Mousavi e Karroubi agli occhi di Takeyh sembrano «più osservatori incuriositi che le menti dei recenti eventi. Ma più a lungo il movimento sopravvive, più è probabile che produca da sé i suoi leader». E' incredibile come finora senza un'ideologia, senza leader carismatici e un network organizzato, il movimento abbia potuto dar vita a manifestazioni così imponenti.
Per dirla in breve, secondo Takeyh la Repubblica islamica «è arrivata a un punto morto: non può né riconciliarsi con l'opposizione, né cancellarla di forza dalla faccia della terra». Cosa possono fare, dunque, gli Stati Uniti di fronte a questa nuova situazione che si è creata? Innanzitutto, «farebbero bene a riconoscere i cambiamenti del contesto». «L'amministrazione Obama dovrebbe prendere esempio da Ronald Reagan e sfidare con perseveranza la legittimità dello stato teocratico, denunciando gli abusi dei diritti umani. L'idea che un linguaggio duro ostacoli un accordo sul nucleare è falsa. A questo punto - spiega Takeyh - la sola ragione per cui Teheran potrebbe accettare un accordo è per attenuare le pressioni internazionali mentre deve fare i conti con l'insurrezione al suo interno».
E anche se il regime dovesse adeguarsi alle richieste internazionali sul programma nucleare, «gli Stati Uniti dovrebbero restare fermi nel sostenere i diritti umani». Reagan, ricorda Takeyh, «non ebbe scrupoli nel denunciare l'Unione sovietica come l'"impero del male", mentre firmava con il Cremlino i trattati per il controllo degli armamenti. La Repubblica islamica, come l'Unione sovietica, è un fenomento transitorio».
«Sono fiducioso - ha dichiarato Obama riguardo la recente repressione - che la storia sarà dalla parte di coloro che cercano giustizia». Ma per William Kristol il presidente Obama ripone «troppa fiducia nel corso della storia». Il popolo iraniano invece «ha bisogno di aiuto». «La storia del XX secolo, con le sue guerre, i genocidi e il terrorismo, non insegna forse che la parte di coloro che cercano giustizia non prevale facilmente? Che la giustizia ha bisogno di tutto l'energico sostegno possibile? E che l'aiuto degli Stati Uniti è cruciale? Gli Stati Uniti non hanno ancora cominciato a fare ciò che è in loro potere - a parole e concretamente, diplomaticamente ed economicamente, pubblicamente e in segreto, multilateralmente e unilateralmente - per provare ad aiutare il popolo iraniano a cambiare il regime di paura e tirannia che nega loro giustizia. Regime change in Iran nel 2010 - ora questo sarebbe il cambiamento in cui credere».
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Tuesday, January 05, 2010
Tuesday, September 15, 2009
Ci penserà Israele
Come molti hanno in questi mesi pronosticato, alla fine a togliere le castagne dal fuoco del nucleare iraniano potrebbe essere Israele. Così la pensa anche Bret Stephens, il cui editoriale di oggi sul Wall Street Journal s'intitola: «Obama sta spingendo Israele verso la guerra».
La strategia iraniana riguardo la risposta da dare all'offerta di dialogo rinnovata dal presidente Obama e dal gruppo 5+1 sul programma nucleare si sta delineando: deciso no in pubblico, dalle più alte cariche; ni più sottovoce, presentando funzionari di medio livello a qualche incontro, elargendo qualche concessione all'Aiea. Quanto basta per illudere l'Occidente ancora per qualche mese che una porta possa aprirsi. Un andazzo che sembra avvalorare l'ipotesi di Amir Taheri, secondo cui Teheran sa che tutto sommato le conviene una qualche forma di dialogo, sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo. Un anno o due di negoziati con Obama - è il ragionamento di Taheri - sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.
E infatti, a fronte di dichiarazioni pubbliche di estrema chiusura sul nucleare da parte dei leader supremi della Repubblica islamica - il presidente Ahmadinejad e l'ayatollah Khamenei - ad un livello più basso qualcosa si sta muovendo. Il capo negoziatore Jalili ha accettato di incontrare il primo ottobre prossimo i rappresentanti del gruppo 5+1, i quali per preparare l'incontro si riuniranno a New York in occasione dell'apertura dell'Assemblea generale dell'Onu, quando tra l'altro è atteso l'intervento di Ahmadinejad. Tra squilli di tromba i mainstream media già annunciano l'inizio dei negoziati, ma le cose stanno molto diversamente e anche l'amministrazione Obama sembra cauta. L'Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza, Javier Solana, aveva chiesto a Jalili un incontro probabilmente per comprendere meglio il significato del «deludente» pacchetto di proposte inviato da Teheran, in cui non si menziona il programma nucleare. Per capire, insomma, se va intepretato come un "no".
L'incontro del primo ottobre, probabilmente in Turchia, non rappresenta quindi un inizio formale dei negoziati sul dossier nucleare iraniano. «Pensiamo di affrontare di petto la questione del mancato rispetto dei loro obblighi», ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly. Ma «non abbiamo intenzione di iniziare un intero nuovo processo; andremo a sederci e avremo l'occasione di spiegare loro direttamente qual è loro scelta». Per gli Stati Uniti a capo della delegazione ci sarà il sottosegretario agli Esteri William Burns.
Ma già si intravede il copione dei prossimi mesi: dopo qualche settimana di annusamenti per capire se davvero Teheran ha scelto il dialogo, con l'Occidente abilmente impantanato nel sondare ogni minimo spiraglio, Usa e Ue adotteranno nuove sanzioni (forse, ma è improbabile, anche sui prodotti petroliferi raffinati, come benzina e gasolio, di cui Teheran è bisognosa). Russia e Cina si opporranno e quindi l'Iran potrà tranquillamente aggirarle. Intanto, il tempo trascorrerà velocemente e arriverà il momento in cui Israele non potrà più permettersi di aspettare e attaccherà gli impianti nucleari iraniani. Forse la prossima primavera. D'altronde, il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, aveva chiesto al premier Netanyahu di aspettare l'esito della "mano tesa" di Obama e di far condurre i giochi agli Usa senza intromettersi, ma non ha negato in linea di principio il diritto di Israele a difendersi preventivamente, né il via libera dell'America.
«Più gli Usa ritarderanno ad agire duramente nei confronti di Teheran, più è probabile che Israele attacchi quanto prima», osserva Stephens. Forse Obama pensa di lasciare che sia Israele a risolvere il problema, per poi unirsi al coro di condanne internazionali per non dare l'impressione di aver avallato l'attacco? Probabile, ma secondo Stephens non è nell'interesse degli Stati Uniti che Israele sia «lo strumento del disarmo dell'Iran». Il fatto è che presumibilmente un attacco di Israele potrà solo ritardare il nucleare iraniano, non azzerarlo come forse può riuscire a fare la potenza di fuoco americana. E gli effetti sul prezzo del petrolio sarebbero imprevedibili, così come la rappresaglia iraniana, che potrebbe coinvolgere obiettivi americani, o interessi strategici americani in Iraq e nel Golfo persico. Ma soprattutto, conclude Stephens, «sarebbe come abdicare alle responsabilità di superpotenza appaltare a un altro stato, anche se stretto alleato, le questioni di guerra e di pace».
La strategia iraniana riguardo la risposta da dare all'offerta di dialogo rinnovata dal presidente Obama e dal gruppo 5+1 sul programma nucleare si sta delineando: deciso no in pubblico, dalle più alte cariche; ni più sottovoce, presentando funzionari di medio livello a qualche incontro, elargendo qualche concessione all'Aiea. Quanto basta per illudere l'Occidente ancora per qualche mese che una porta possa aprirsi. Un andazzo che sembra avvalorare l'ipotesi di Amir Taheri, secondo cui Teheran sa che tutto sommato le conviene una qualche forma di dialogo, sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo. Un anno o due di negoziati con Obama - è il ragionamento di Taheri - sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.
E infatti, a fronte di dichiarazioni pubbliche di estrema chiusura sul nucleare da parte dei leader supremi della Repubblica islamica - il presidente Ahmadinejad e l'ayatollah Khamenei - ad un livello più basso qualcosa si sta muovendo. Il capo negoziatore Jalili ha accettato di incontrare il primo ottobre prossimo i rappresentanti del gruppo 5+1, i quali per preparare l'incontro si riuniranno a New York in occasione dell'apertura dell'Assemblea generale dell'Onu, quando tra l'altro è atteso l'intervento di Ahmadinejad. Tra squilli di tromba i mainstream media già annunciano l'inizio dei negoziati, ma le cose stanno molto diversamente e anche l'amministrazione Obama sembra cauta. L'Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza, Javier Solana, aveva chiesto a Jalili un incontro probabilmente per comprendere meglio il significato del «deludente» pacchetto di proposte inviato da Teheran, in cui non si menziona il programma nucleare. Per capire, insomma, se va intepretato come un "no".
L'incontro del primo ottobre, probabilmente in Turchia, non rappresenta quindi un inizio formale dei negoziati sul dossier nucleare iraniano. «Pensiamo di affrontare di petto la questione del mancato rispetto dei loro obblighi», ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly. Ma «non abbiamo intenzione di iniziare un intero nuovo processo; andremo a sederci e avremo l'occasione di spiegare loro direttamente qual è loro scelta». Per gli Stati Uniti a capo della delegazione ci sarà il sottosegretario agli Esteri William Burns.
Ma già si intravede il copione dei prossimi mesi: dopo qualche settimana di annusamenti per capire se davvero Teheran ha scelto il dialogo, con l'Occidente abilmente impantanato nel sondare ogni minimo spiraglio, Usa e Ue adotteranno nuove sanzioni (forse, ma è improbabile, anche sui prodotti petroliferi raffinati, come benzina e gasolio, di cui Teheran è bisognosa). Russia e Cina si opporranno e quindi l'Iran potrà tranquillamente aggirarle. Intanto, il tempo trascorrerà velocemente e arriverà il momento in cui Israele non potrà più permettersi di aspettare e attaccherà gli impianti nucleari iraniani. Forse la prossima primavera. D'altronde, il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, aveva chiesto al premier Netanyahu di aspettare l'esito della "mano tesa" di Obama e di far condurre i giochi agli Usa senza intromettersi, ma non ha negato in linea di principio il diritto di Israele a difendersi preventivamente, né il via libera dell'America.
«Più gli Usa ritarderanno ad agire duramente nei confronti di Teheran, più è probabile che Israele attacchi quanto prima», osserva Stephens. Forse Obama pensa di lasciare che sia Israele a risolvere il problema, per poi unirsi al coro di condanne internazionali per non dare l'impressione di aver avallato l'attacco? Probabile, ma secondo Stephens non è nell'interesse degli Stati Uniti che Israele sia «lo strumento del disarmo dell'Iran». Il fatto è che presumibilmente un attacco di Israele potrà solo ritardare il nucleare iraniano, non azzerarlo come forse può riuscire a fare la potenza di fuoco americana. E gli effetti sul prezzo del petrolio sarebbero imprevedibili, così come la rappresaglia iraniana, che potrebbe coinvolgere obiettivi americani, o interessi strategici americani in Iraq e nel Golfo persico. Ma soprattutto, conclude Stephens, «sarebbe come abdicare alle responsabilità di superpotenza appaltare a un altro stato, anche se stretto alleato, le questioni di guerra e di pace».
Friday, September 11, 2009
Teheran non risponde, Usa e Ue pensano a sanzioni unilaterali
Il giudizio di Stati Uniti e Unione europea sul pacchetto di proposte presentato mercoledì dall'Iran al gruppo 5+1 è «negativo» e prende quota, quindi, l'ipotesi di sanzioni unilaterali Usa-Ue, non in ambito Onu, perché Russia e Cina rimangono contrarie. Il documento presentato da Teheran, infatti, sia per Washington che per Bruxelles «non risponde alle questioni chiave». L'Iran si offre di discutere di tutto, tranne di ciò che all'amministrazione Obama, e alla comunità internazionale, sta veramente a cuore: il suo programma nucleare.
Gli iraniani propongono addirittura un piano globale per il disarmo nucleare e la nonproliferazione, forme di cooperazione sull'Afghanistan, sull'energia e sul commercio, sulla lotta al terrorismo, al traffico di droghe, all'immigrazione illegale e al crimine organizzato. Su tutto, insomma, sono pronti a «negoziati onnicomprensivi e costruttivi». Ma il documento, intitolato "Cooperazione per la pace, la giustizia e il progresso", di cui il sito web ProPublica ha diffuso una copia, non contiene alcuna novità rispetto alle argomentazioni con le quali Teheran risponde da anni alle preoccupazioni della comunità internazionale circa il suo programma nucleare.
D'altra parte, non si può certo dire che i leader iraniani non l'avessero già fatto capire in precedenza. Il documento sembra rispecchiare alla perfezione la posizione ribadita solo pochi giorni fa dal presidente Ahmadinejad, che dichiarava «chiusa» la questione del nucleare iraniano e che rilanciava, invece, il dialogo su tutte le principali «sfide globali che sono di fronte all'umanità». Un evidente tentativo da parte di Teheran di essere accettata nel consesso delle grandi potenze, per vedersi a sua volta legittimata come grande potenza. E oggi è intervenuta anche la Guida Suprema, l'ayatollah Khamenei, facendo del "no" a qualsiasi cedimento sul nucleare una questione di sopravvivenza stessa del regime. «Bisogna restare fermi sulle posizioni per difendere il diritto al nucleare. Qualsiasi compromesso sui diritti della nazione, che riguardi il nucleare o altro, equivarrebbe al declino politico».
Eppure, Amir Taheri, sul New York Post, ancora non esclude la possibilità di una risposta positiva - sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo - da parte di Teheran alla mano tesa di Obama. In fondo, è il suo ragionamento, un anno o due di negoziati con Obama sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.
Per adesso, in attesa del discorso di Ahmadinejad all'apertura della nuova sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, c'è il documento fatto pervenire da Teheran alle potenze del 5+1. Ed è «inadeguato» secondo la Casa Bianca, perché «non risponde veramente alla nostra preoccupazione centrale, che riguarda le ambizioni nucleari iraniane», spiegava ieri un portavoce del Dipartimento di Stato Usa. Ma anche quello giunto oggi dall'Europa è un «giudizio molto negativo». Il documento «non contiene nulla di nuovo», mentre «l'Iran sta intensamente progredendo con il suo programma nucleare», osservano fonti diplomatiche europee.
A questo punto, rivelano le stesse fonti, l'Ue dovrà considerare come sostenere l'azione degli Usa, tenendo conto che Russia e Cina non sembrano propense ad adottare nuove sanzioni. Tradotto, vuol dire che l'Europa sarebbe pronta ad adottare nuove e più dure sanzioni nei confronti di Teheran, anche se in accordo solo con gli Stati Uniti e non in ambito Onu, dove permane il "no" di Russia e Cina, membri del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto. Sembra improbabile, comunque, visti gli enormi interessi energetici ed economici coinvolti, che tra i 27 emerga un consenso per un embargo sulle esportazioni in Iran di prodotti raffinati come benzina e gasolio, come invece si ipotizza a Washington.
Il documento iraniano dev'essere ritenuto debole anche da Mosca, se oggi il presidente russo Putin è intervenuto - oltre che per ribadire il "no" della Russia a nuove sanzioni e l'inaccettabilità di un eventuale attacco militare contro l'Iran - per esortare gli iraniani a collaborare. L'Iran, ha spiegato Putin, ha diritto al nucleare civile, ma «deve capire in quale regione del mondo» si trova, e quindi «deve dimostrarsi responsabile e tenere conto delle preoccupazioni di Israele. Intendo dire - ha precisato Putin - che sul programma nucleare deve dare prova di contenimento».
Gli iraniani propongono addirittura un piano globale per il disarmo nucleare e la nonproliferazione, forme di cooperazione sull'Afghanistan, sull'energia e sul commercio, sulla lotta al terrorismo, al traffico di droghe, all'immigrazione illegale e al crimine organizzato. Su tutto, insomma, sono pronti a «negoziati onnicomprensivi e costruttivi». Ma il documento, intitolato "Cooperazione per la pace, la giustizia e il progresso", di cui il sito web ProPublica ha diffuso una copia, non contiene alcuna novità rispetto alle argomentazioni con le quali Teheran risponde da anni alle preoccupazioni della comunità internazionale circa il suo programma nucleare.
D'altra parte, non si può certo dire che i leader iraniani non l'avessero già fatto capire in precedenza. Il documento sembra rispecchiare alla perfezione la posizione ribadita solo pochi giorni fa dal presidente Ahmadinejad, che dichiarava «chiusa» la questione del nucleare iraniano e che rilanciava, invece, il dialogo su tutte le principali «sfide globali che sono di fronte all'umanità». Un evidente tentativo da parte di Teheran di essere accettata nel consesso delle grandi potenze, per vedersi a sua volta legittimata come grande potenza. E oggi è intervenuta anche la Guida Suprema, l'ayatollah Khamenei, facendo del "no" a qualsiasi cedimento sul nucleare una questione di sopravvivenza stessa del regime. «Bisogna restare fermi sulle posizioni per difendere il diritto al nucleare. Qualsiasi compromesso sui diritti della nazione, che riguardi il nucleare o altro, equivarrebbe al declino politico».
Eppure, Amir Taheri, sul New York Post, ancora non esclude la possibilità di una risposta positiva - sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo - da parte di Teheran alla mano tesa di Obama. In fondo, è il suo ragionamento, un anno o due di negoziati con Obama sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.
Per adesso, in attesa del discorso di Ahmadinejad all'apertura della nuova sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, c'è il documento fatto pervenire da Teheran alle potenze del 5+1. Ed è «inadeguato» secondo la Casa Bianca, perché «non risponde veramente alla nostra preoccupazione centrale, che riguarda le ambizioni nucleari iraniane», spiegava ieri un portavoce del Dipartimento di Stato Usa. Ma anche quello giunto oggi dall'Europa è un «giudizio molto negativo». Il documento «non contiene nulla di nuovo», mentre «l'Iran sta intensamente progredendo con il suo programma nucleare», osservano fonti diplomatiche europee.
A questo punto, rivelano le stesse fonti, l'Ue dovrà considerare come sostenere l'azione degli Usa, tenendo conto che Russia e Cina non sembrano propense ad adottare nuove sanzioni. Tradotto, vuol dire che l'Europa sarebbe pronta ad adottare nuove e più dure sanzioni nei confronti di Teheran, anche se in accordo solo con gli Stati Uniti e non in ambito Onu, dove permane il "no" di Russia e Cina, membri del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto. Sembra improbabile, comunque, visti gli enormi interessi energetici ed economici coinvolti, che tra i 27 emerga un consenso per un embargo sulle esportazioni in Iran di prodotti raffinati come benzina e gasolio, come invece si ipotizza a Washington.
Il documento iraniano dev'essere ritenuto debole anche da Mosca, se oggi il presidente russo Putin è intervenuto - oltre che per ribadire il "no" della Russia a nuove sanzioni e l'inaccettabilità di un eventuale attacco militare contro l'Iran - per esortare gli iraniani a collaborare. L'Iran, ha spiegato Putin, ha diritto al nucleare civile, ma «deve capire in quale regione del mondo» si trova, e quindi «deve dimostrarsi responsabile e tenere conto delle preoccupazioni di Israele. Intendo dire - ha precisato Putin - che sul programma nucleare deve dare prova di contenimento».
Friday, August 07, 2009
Usa-Iran, come sta cambiando la politica di Obama
Dopo le "carote", settembre potrebbe essere il mese del "bastone"
La principale svolta di Obama nella politica estera americana, l'apertura al dialogo con l'Iran, è stata travolta dagli eventi in soli sei mesi. La crisi politica scoppiata dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad - lungi dall'essere superata - rende prossime allo zero le già esigue possibilità di risposta positiva da parte di Teheran. Ancor più di prima, infatti, la paranoia del nemico esterno, la corsa all'atomica e la chiusura verso qualsiasi compromesso con il "Grande Satana", saranno per Khamenei e Ahmadinejad strumenti irrinunciabili per ricompattare il regime e rinsaldare il loro potere. A meno che Ahmadinejad non sia tentato dal calcolo ipotizzato qualche giorno fa da Amir Taheri.
A Washington sono consapevoli della mutata situazione. Tra l'altro, ad una lettera personale che secondo il Washington Times il presidente Obama avrebbe segretamente inviato ad Ali Khamenei agli inizi di maggio, la Guida Suprema, rivela il New York Times, avrebbe risposto in modo «deludente». Ufficialmente le porte rimangono aperte, ma Obama si aspetta una risposta entro la fine dell'anno e sono allo studio i passi successivi nel caso di una mancata, o negativa, risposta da parte di Teheran. Il piano "B", nel caso in cui la diplomazia fallisse, non prevede solo nuove sanzioni, ma anche l'opzione militare.
La mattina del 3 agosto il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha presieduto una videoconferenza con 20 funzionari del Dipartimento di Stato in servizio in sei località del mondo elette «punti di osservazione» privilegiati sull'Iran. Gli «occhi e le orecchie» dell'America sulla Repubblica islamica. Tra i funzionari è emerso un ampio consenso nel ritenere che la crisi in corso indurrà Teheran a concentrarsi sulla politica interna piuttosto che sulle sue relazioni bi e multilaterali. La Clinton ha ribadito la volontà americana di aprire con gli iraniani un «canale bilaterale», ma ha tenuto a sottolineare di aver «più volte ripetuto che in assenza di una risposta positiva da parte del governo iraniano la comunità internazionale si consulterà sui prossimi passi, e certamente i prossimi passi possono includere sanzioni».
Ma non è l'unico segnale che l'amministrazione Obama ritiene che si siano affievolite, se non del tutto azzerate, le possibilità di una risposta in tempi brevi da parte iraniana alla sua offerta di "engagement". Durante la sua visita in Israele della settimana scorsa, il segretario alla Difesa Gates ha delineato la tempistica Usa: l'Iran ha più o meno fino all'Assemblea generale Onu di metà settembre per rispondere positivamente all'offerta di negoziati bilaterali o multilaterali sul suo programma nucleare, dopo di che scatterà il tentativo di imporre sanzioni più dure, compreso un possibile embargo sull'esportazione in Iran di prodotti petroliferi raffinati, inclusi carburanti come benzina e gasolio. E' improbabile che Russia e Cina saranno d'accordo, ma gli Usa sembrano intenzionati a ottenere un regime più aggressivo di sanzioni, per aumentare la pressione e spingere l'Iran a rispondere all'offerta di dialogo, nonché per dissuadere Israele dall'agire unilateralmente.
L'amministrazione Obama in ogni caso non sembrerebbe affatto essersi rassegnata a un Iran nucleare, come aveva fatto credere l'incauta uscita di Hillary Clinton sull'«ombrello difensivo» da offrire ai Paesi arabi e del Golfo, che ha indotto molti a pensare che Obama non considerasse più inaccettabile l'atomica iraniana e che si preparasse al contenimento e alla deterrenza - linea dei realisti Scowcroft e Brzezinski, secondo cui l'Iran può essere contenuto come si è fatto con l'Urss. Una delle opzioni è quella definita dall'analista della Brookings Institution, Kenneth Pollack, «Leave it to Bibi», cioè lasciare che sia Israele ad attaccare gli impianti nucleari iraniani. Ma il messaggio recapitato da Gates ai leader israeliani sembra essere esattamente il contrario.
Secondo fonti militari e di intelligence israeliane, infatti, il segretario alla Difesa Usa avrebbe assicurato a Israele che, oltre a nuove e più dure sanzioni, l'amministrazione Obama è tornata a considerare, sia pure come ultima risorsa, l'opzione militare unilaterale contro l'Iran. Ma gli Usa avrebbero anche chiesto allo stato ebraico di lasciare che siano loro ad occuparsene. Ad avvalorare il ritorno dell'opzione militare sul tavolo, la notizia che il Pentagono sta cercando di ottenere dal Congresso i fondi necessari per accelerare il programma di costruzione della Massive Ordnance Penetrator. Una bomba da 13,6 tonnellate, che trasportata dai bombardieri invisibili ai radar B-2 sarebbe in grado di distruggere i bunker sotterranei penetrando a una profondità di 60 metri prima di esplodere.
Oggi, sul Wall Street Journal, il generale Chuck Wald ha contestato le convinzioni diffuse secondo cui le forze armate Usa sarebbero troppo «stressate», che non disporrebbero di un'adeguata intelligence per individuare i siti nucleari iraniani, né di armi in grado di distruggere i bunker sotterranei. «Se le pressioni diplomatiche ed economiche falliscono - assicura - quella militare è un’opzione tecnicamente fattibile e credibile».
La principale svolta di Obama nella politica estera americana, l'apertura al dialogo con l'Iran, è stata travolta dagli eventi in soli sei mesi. La crisi politica scoppiata dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad - lungi dall'essere superata - rende prossime allo zero le già esigue possibilità di risposta positiva da parte di Teheran. Ancor più di prima, infatti, la paranoia del nemico esterno, la corsa all'atomica e la chiusura verso qualsiasi compromesso con il "Grande Satana", saranno per Khamenei e Ahmadinejad strumenti irrinunciabili per ricompattare il regime e rinsaldare il loro potere. A meno che Ahmadinejad non sia tentato dal calcolo ipotizzato qualche giorno fa da Amir Taheri.
A Washington sono consapevoli della mutata situazione. Tra l'altro, ad una lettera personale che secondo il Washington Times il presidente Obama avrebbe segretamente inviato ad Ali Khamenei agli inizi di maggio, la Guida Suprema, rivela il New York Times, avrebbe risposto in modo «deludente». Ufficialmente le porte rimangono aperte, ma Obama si aspetta una risposta entro la fine dell'anno e sono allo studio i passi successivi nel caso di una mancata, o negativa, risposta da parte di Teheran. Il piano "B", nel caso in cui la diplomazia fallisse, non prevede solo nuove sanzioni, ma anche l'opzione militare.
La mattina del 3 agosto il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha presieduto una videoconferenza con 20 funzionari del Dipartimento di Stato in servizio in sei località del mondo elette «punti di osservazione» privilegiati sull'Iran. Gli «occhi e le orecchie» dell'America sulla Repubblica islamica. Tra i funzionari è emerso un ampio consenso nel ritenere che la crisi in corso indurrà Teheran a concentrarsi sulla politica interna piuttosto che sulle sue relazioni bi e multilaterali. La Clinton ha ribadito la volontà americana di aprire con gli iraniani un «canale bilaterale», ma ha tenuto a sottolineare di aver «più volte ripetuto che in assenza di una risposta positiva da parte del governo iraniano la comunità internazionale si consulterà sui prossimi passi, e certamente i prossimi passi possono includere sanzioni».
Ma non è l'unico segnale che l'amministrazione Obama ritiene che si siano affievolite, se non del tutto azzerate, le possibilità di una risposta in tempi brevi da parte iraniana alla sua offerta di "engagement". Durante la sua visita in Israele della settimana scorsa, il segretario alla Difesa Gates ha delineato la tempistica Usa: l'Iran ha più o meno fino all'Assemblea generale Onu di metà settembre per rispondere positivamente all'offerta di negoziati bilaterali o multilaterali sul suo programma nucleare, dopo di che scatterà il tentativo di imporre sanzioni più dure, compreso un possibile embargo sull'esportazione in Iran di prodotti petroliferi raffinati, inclusi carburanti come benzina e gasolio. E' improbabile che Russia e Cina saranno d'accordo, ma gli Usa sembrano intenzionati a ottenere un regime più aggressivo di sanzioni, per aumentare la pressione e spingere l'Iran a rispondere all'offerta di dialogo, nonché per dissuadere Israele dall'agire unilateralmente.
L'amministrazione Obama in ogni caso non sembrerebbe affatto essersi rassegnata a un Iran nucleare, come aveva fatto credere l'incauta uscita di Hillary Clinton sull'«ombrello difensivo» da offrire ai Paesi arabi e del Golfo, che ha indotto molti a pensare che Obama non considerasse più inaccettabile l'atomica iraniana e che si preparasse al contenimento e alla deterrenza - linea dei realisti Scowcroft e Brzezinski, secondo cui l'Iran può essere contenuto come si è fatto con l'Urss. Una delle opzioni è quella definita dall'analista della Brookings Institution, Kenneth Pollack, «Leave it to Bibi», cioè lasciare che sia Israele ad attaccare gli impianti nucleari iraniani. Ma il messaggio recapitato da Gates ai leader israeliani sembra essere esattamente il contrario.
Secondo fonti militari e di intelligence israeliane, infatti, il segretario alla Difesa Usa avrebbe assicurato a Israele che, oltre a nuove e più dure sanzioni, l'amministrazione Obama è tornata a considerare, sia pure come ultima risorsa, l'opzione militare unilaterale contro l'Iran. Ma gli Usa avrebbero anche chiesto allo stato ebraico di lasciare che siano loro ad occuparsene. Ad avvalorare il ritorno dell'opzione militare sul tavolo, la notizia che il Pentagono sta cercando di ottenere dal Congresso i fondi necessari per accelerare il programma di costruzione della Massive Ordnance Penetrator. Una bomba da 13,6 tonnellate, che trasportata dai bombardieri invisibili ai radar B-2 sarebbe in grado di distruggere i bunker sotterranei penetrando a una profondità di 60 metri prima di esplodere.
Oggi, sul Wall Street Journal, il generale Chuck Wald ha contestato le convinzioni diffuse secondo cui le forze armate Usa sarebbero troppo «stressate», che non disporrebbero di un'adeguata intelligence per individuare i siti nucleari iraniani, né di armi in grado di distruggere i bunker sotterranei. «Se le pressioni diplomatiche ed economiche falliscono - assicura - quella militare è un’opzione tecnicamente fattibile e credibile».
Tuesday, August 04, 2009
L'Iran da dittatura clericale a militare
L'investitura ufficiale di Ahmadinejad sembra segnare il passaggio della Repubblica islamica da una dittatura clericale a una dittatura militare. Il potere reale è sempre più nelle mani delle Guardie rivoluzionarie e degli apparati militari e di sicurezza del regime piuttosto che del clero, che però non rinuncia a lanciare la sua sfida al presidente rieletto e a chi ne ha permesso la rielezione, ossia la Guida Suprema, Ali Khamenei. Il regime iraniano cambia volto, perde la sua fonte di legittimazione religiosa, e si trasforma in una qualunque dittatura militare del Terzo mondo, che si regge solo sulla forza bruta. Il regime ha ancora il pieno controllo del Paese, ma solo grazie alle Guardie rivoluzionarie e alla milizia Bassij, non grazie al prestigio e all'autorità della Guida Suprema.
Il fatto che lunedì scorso importanti esponenti del regime, come gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, ed entrambi i candidati sconfitti alle presidenziali del 12 giugno, Moussavi e Karroubi, abbiano disertato la cerimonia di investitura rappresenta l'ennesimo gesto di sfida all'autorità della Guida Suprema, e indica che ampi settori dell'establishment clericale ritengono illegittimo il governo di Ahmadinehjad e resistono alla militarizzazione della Repubblica. La crisi politica è quindi lontana dal concludersi. Domani Ahmadinejad dovrà ricevere l'investitura anche da parte del Majlis, il Parlamento iraniano. Ratifica scontata, ma non priva di insidie.
A prescindere da come si concluderà la crisi, una cosa «è già chiara», per Amir Taheri: la dottrina del walayat faqih, «pietra angolare» del sistema khomeinista, «è morta». L'elite del regime è in uno stato di «guerra civile» e rischia di trascinare il Paese intero in un periodo di conflitto. Per 30 anni il walayat faqih – ovvero «tutela del giureconsulto», principio che attribuisce alla Guida Suprema l'ultima parola su ogni aspetto del governo della Repubblica islamica – ha rappresentato una barriera invalicabile contro qualsiasi genuina riforma. Ma ora il comportamento di Khamenei, osserva Taheri, «ha alimentato un consenso crescente» nell'establishment clericale sulla necessità che sia «tempo per l'Iran di andare oltre il khomeinismo, sia come ideologia che come sistema di governo». Da qui alla democrazia il passo è troppo lungo, e probabilmente distante dalle intenzioni dei principali protagonisti, ma ormai un segmento sempre più ristretto dell'elite si aggrappa ancora al concetto di walayat faqih e questo è «forse il vero miracolo avvenuto lo scorso mese», suggerisce Taheri.
Schierandosi apertamente dalla parte di Ahmadinejad nella disputa post-elettorale, e coprendo (se non ordinando) gli evidenti brogli, Khamenei ha compromesso l'autorità della sua figura, la Guida Suprema, su cui si regge tutto l'impianto istituzionale del sistema khomeinista. Non solo la sua autorità è stata più volte sfidata dai candidati di opposizione, da esponenti del regime dalle indubbie credenziali khomeiniste, come gli ex presidenti e ayatollah Rafsanjani e Khatami, e dalla piazza, ma persino dallo stesso Ahmadinejad, il quale, dopo aver nominato vicepresidente Rahim Mashai, per giorni ha ignorato l'ordine di tornare sui suoi passi impartito da Khamenei. Sfidando ripetutamente l'«ultima parola» della Guida Suprema, entrambi rifiutandosi di riconoscere la rielezione di Ahmadinejad e boicottando gli eventi presieduti da Khamenei, Rafsanjani e Khatami hanno dimostrato di non credere più, e comunque di non attenersi, al walayat faqih. E con essi una parte consistente del clero che conta. Khamenei appare sempre più succube dei pasdaran, la sua sorte politica legata a quella di Ahmadinejad. E il suo disagio è apparso evidente durante la cerimonia di investitura, quando ha quasi ritratto la mano mentre Ahmadinejad la cercava per baciarla.
Il principio del walayat faqih, spiega Taheri, ha sempre funzionato come il «centralismo democratico» nel leninismo. Le questioni potevano essere dibattute, discusse, all'interno del regime, ma una volta che la Guida Suprema avesse pronunciato «l'ultima parola», tutti dovevano adeguarsi ad essa rispettosamente. Così ha funzionato nei due decenni durante i quali Khamenei ha interpretato correttamente il suo ruolo di arbitro imparziale, al di sopra delle fazioni, ricorrendo in modo parsimonioso al suo diritto all'ultima parola, per chiudere i dibattiti e riunire la «ummah», la comunità di fedeli. «Ma nelle scorse settimane – osserva Taheri – è diventato chiaro che il walayat faqih non funziona più. Invece che calmare gli animi, gli interventi della Guida suprema hanno approfondito le divisioni interne». La Guida Suprema è scesa nell'agone politico.
Come mai Khamenei abbia deciso di abbandonare il suo ruolo di arbitro supremo per divenire il «sicario» di Ahmadinejad rimane un mistero. Forse perché ha la pistola delle Guardie rivoluzionarie puntata alla tempia. O forse perché terrorizzato dalla prospettiva di una «rivoluzione di velluto». In ogni caso, è evidente che «in poche settimane ha dilapidato un capitale politico accumulato in tre decenni». Nonostante rimanga un attore potente sulla scena politica iraniana, non è più al di sopra delle parti e ciò ha minato l'autorità della carica che ricopre (sia agli occhi del popolo che del clero), e con essa la legittimazione stessa del regime.
Il fatto che lunedì scorso importanti esponenti del regime, come gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, ed entrambi i candidati sconfitti alle presidenziali del 12 giugno, Moussavi e Karroubi, abbiano disertato la cerimonia di investitura rappresenta l'ennesimo gesto di sfida all'autorità della Guida Suprema, e indica che ampi settori dell'establishment clericale ritengono illegittimo il governo di Ahmadinehjad e resistono alla militarizzazione della Repubblica. La crisi politica è quindi lontana dal concludersi. Domani Ahmadinejad dovrà ricevere l'investitura anche da parte del Majlis, il Parlamento iraniano. Ratifica scontata, ma non priva di insidie.
A prescindere da come si concluderà la crisi, una cosa «è già chiara», per Amir Taheri: la dottrina del walayat faqih, «pietra angolare» del sistema khomeinista, «è morta». L'elite del regime è in uno stato di «guerra civile» e rischia di trascinare il Paese intero in un periodo di conflitto. Per 30 anni il walayat faqih – ovvero «tutela del giureconsulto», principio che attribuisce alla Guida Suprema l'ultima parola su ogni aspetto del governo della Repubblica islamica – ha rappresentato una barriera invalicabile contro qualsiasi genuina riforma. Ma ora il comportamento di Khamenei, osserva Taheri, «ha alimentato un consenso crescente» nell'establishment clericale sulla necessità che sia «tempo per l'Iran di andare oltre il khomeinismo, sia come ideologia che come sistema di governo». Da qui alla democrazia il passo è troppo lungo, e probabilmente distante dalle intenzioni dei principali protagonisti, ma ormai un segmento sempre più ristretto dell'elite si aggrappa ancora al concetto di walayat faqih e questo è «forse il vero miracolo avvenuto lo scorso mese», suggerisce Taheri.
Schierandosi apertamente dalla parte di Ahmadinejad nella disputa post-elettorale, e coprendo (se non ordinando) gli evidenti brogli, Khamenei ha compromesso l'autorità della sua figura, la Guida Suprema, su cui si regge tutto l'impianto istituzionale del sistema khomeinista. Non solo la sua autorità è stata più volte sfidata dai candidati di opposizione, da esponenti del regime dalle indubbie credenziali khomeiniste, come gli ex presidenti e ayatollah Rafsanjani e Khatami, e dalla piazza, ma persino dallo stesso Ahmadinejad, il quale, dopo aver nominato vicepresidente Rahim Mashai, per giorni ha ignorato l'ordine di tornare sui suoi passi impartito da Khamenei. Sfidando ripetutamente l'«ultima parola» della Guida Suprema, entrambi rifiutandosi di riconoscere la rielezione di Ahmadinejad e boicottando gli eventi presieduti da Khamenei, Rafsanjani e Khatami hanno dimostrato di non credere più, e comunque di non attenersi, al walayat faqih. E con essi una parte consistente del clero che conta. Khamenei appare sempre più succube dei pasdaran, la sua sorte politica legata a quella di Ahmadinejad. E il suo disagio è apparso evidente durante la cerimonia di investitura, quando ha quasi ritratto la mano mentre Ahmadinejad la cercava per baciarla.
Il principio del walayat faqih, spiega Taheri, ha sempre funzionato come il «centralismo democratico» nel leninismo. Le questioni potevano essere dibattute, discusse, all'interno del regime, ma una volta che la Guida Suprema avesse pronunciato «l'ultima parola», tutti dovevano adeguarsi ad essa rispettosamente. Così ha funzionato nei due decenni durante i quali Khamenei ha interpretato correttamente il suo ruolo di arbitro imparziale, al di sopra delle fazioni, ricorrendo in modo parsimonioso al suo diritto all'ultima parola, per chiudere i dibattiti e riunire la «ummah», la comunità di fedeli. «Ma nelle scorse settimane – osserva Taheri – è diventato chiaro che il walayat faqih non funziona più. Invece che calmare gli animi, gli interventi della Guida suprema hanno approfondito le divisioni interne». La Guida Suprema è scesa nell'agone politico.
Come mai Khamenei abbia deciso di abbandonare il suo ruolo di arbitro supremo per divenire il «sicario» di Ahmadinejad rimane un mistero. Forse perché ha la pistola delle Guardie rivoluzionarie puntata alla tempia. O forse perché terrorizzato dalla prospettiva di una «rivoluzione di velluto». In ogni caso, è evidente che «in poche settimane ha dilapidato un capitale politico accumulato in tre decenni». Nonostante rimanga un attore potente sulla scena politica iraniana, non è più al di sopra delle parti e ciò ha minato l'autorità della carica che ricopre (sia agli occhi del popolo che del clero), e con essa la legittimazione stessa del regime.
Thursday, July 23, 2009
Se fosse Obama ad aiutare Ahmadinejad
Su Il Velino:
«Il presidente Obama aiuterà il regime khomeinista a riguadagnare un po' della legittimazione persa» a causa dei brogli elettorali e delle repressioni dell'ultimo mese? E' la domanda che si sarebbe posto in pubblico l'ex presidente Khatami, incontrando le famiglie di alcuni dei 5 mila oppositori arrestati durante le proteste. A riferirlo, sul New York Post di ieri, è Amir Taheri, secondo cui la strategia di Ahmadinejad per puntellare il suo potere in questo momento di crisi politica interna passa per la ricerca della legittimazione internazionale. La sua debolezza interna potrebbe spingerlo ad aperture strumentali che potrebbero trarre in inganno il presidente Obama.
CONTINUA
«Il presidente Obama aiuterà il regime khomeinista a riguadagnare un po' della legittimazione persa» a causa dei brogli elettorali e delle repressioni dell'ultimo mese? E' la domanda che si sarebbe posto in pubblico l'ex presidente Khatami, incontrando le famiglie di alcuni dei 5 mila oppositori arrestati durante le proteste. A riferirlo, sul New York Post di ieri, è Amir Taheri, secondo cui la strategia di Ahmadinejad per puntellare il suo potere in questo momento di crisi politica interna passa per la ricerca della legittimazione internazionale. La sua debolezza interna potrebbe spingerlo ad aperture strumentali che potrebbero trarre in inganno il presidente Obama.
CONTINUA
Tuesday, June 30, 2009
La repressione funziona, ma l'Iran non sarà mai più come prima
Solo chi si aspettava come esito della crisi post-elettorale in Iran una "rivoluzione di velluto" (impossibile in regimi le cui forze armate e di sicurezza sono disposte a sparare e a massacrare il proprio popolo), o comunque da un giorno all'altro il rovesciamento del regime, può sorprendersi della cruda e amara realtà che sta emergendo in queste ore e che ben conosce chi non per la prima volta si interessa di regime change e di promozione della democrazia: le repressioni funzionano.
E la repressione attuata dal regime iraniano nei giorni scorsi è andata ben oltre il sangue versato in grandi quantità sulle strade, che nonostante le censure è arrivato sotto i nostri sguardi. Ci sono gli arresti, le detenzioni segrete, le violenze fino dentro le case private, l'intimidazione dei già timidi oppositori "leali" alla rivoluzione islamica. Insomma, in una parola, un terrore generalizzato che non lascia via di scampo. Decisiva è stata la capacità delle forze di polizia, dei pasdaran e dei bassiji, di impedire ai manifestanti di occupare in massa una piazza, ergendola a simbolo della protesta, come fecero gli studenti cinesi a Tienanmen o gli ucraini della rivoluzione "arancione".
Il sequestro dei nove dipendenti iraniani dell'ambasciata britannica e l'appello a «giustiziare i rivoltosi» lanciato dall'ayatollah Khatami (da non confondere con il Khatami "riformista", che ha confermato il suo appoggio a Mousavi) preludono a un secondo atto della repressione. Domata la piazza "riformista", la lotta potrebbe spostarsi dietro le quinte, oppure potrebbe essere la volta dell'epurazione interna all'establishment per blindare il nuovo assetto di potere voluto da Khamenei, che si poggia più sulla casta dei militari, sulla coercizione e sul nazionalismo, che sulla casta clericale e sulla religione.
Una purga che potrebbe non lasciare alcuno scampo ai Mousavi e ai Rafsanjani, i quali in queste ore dovranno decidere una volta per tutte la loro posizione. Rafsanjani sembra aver perso (almeno per ora) la partita per portare dalla sua parte - e contro Khamenei - la maggioranza del clero che conta nella città santa di Qom e nella sua prima uscita pubblica dall'inizio della crisi sembra aver afferrato la mano tesa di Khamenei. Venerdì scorso, rispetto al suo discorso del venerdì precedente, Khamenei ha ammorbidito i toni, «invitando entrambe le parti a non fomentare gli animi dei giovani e a trattanersi dal mettere gli iraniani gli uni contro gli altri. Questa nazione unita non deve essere divisa e i gruppi non devono essere spinti a muoversi l'uno contro l'altro. Ci sono vie legali per risolvere i problemi». Ieri Rafsanjani ha finalmente rotto il suo silenzio e le sue parole sono sembrate fin troppo in sintonia con quelle di Khamenei. Elogiando la decisione della Guida Suprema di prolungare i termini dell'indagine del Consiglio dei Guardiani sulle irregolarità del voto, ha auspicato che le contestazioni siano esaminate con accuratezza, onestà e correttezza, invitando però i candidati sconfitti a «rimuovere gli ostacoli per superare le divergenze», avvertendoli che «un atteggiamento sbagliato potrebbe portare a ulteriore odio e divisione tra i cittadini».
Un invito che Mousavi e Karroubi sembrano non intenzionati a raccogliere, ma che lascia intendere che la fronda interna tentata da Rafsanjani è fallita (per ora). Bisognerà vedere ora se Rafsanjani raggiungerà un compromesso stabile e soddisfacente con Khamenei, o se la sua è solo una ritirata tattica per giocare al meglio le sue carte in un altro momento, in una seconda occasione che però potrebbe anche non arrivare mai.
L'impressione è che comunque, nonostante il successo della repressione, nulla sarà più come prima. Sia perché il regime ha cambiato natura; sia perché potrebbe comunque essersi messo in moto un processo a suo modo rivoluzionario. La frattura interna è difficilmente ricomponibile e il potere accentrato nelle mani di un gruppo ancora più ristretto di ayatollah e militari, non lasciando agli altri che le briciole o la strada della cospirazione.
Secondo Reza Aslan, «la trasparente brutalità della repressione ha polarizzato la politica iraniana a tutti i livelli, obbligando le elite politiche e religiose a prendere posizione», e «la sorte dell'Iran dipende da che parte si schiera l'establishment clericale». Se si convinceranno che l'ascesa delle Guardie rivoluzionarie rappresenta una minaccia al loro ruolo di custodi e amministratori della Repubblica islamica, «allora si schiereranno dalla parte dei "riformisti" al fianco di Rafsanjani e Mousavi», se non altro per contare di più. In questo caso, l'Iran potrebbe intraprendere una strada simile a quella della Cina, di riforme interne e apertura alla comunità internazionale. Se invece il clero si schiera con Khamenei, «che ogni giorno che passa sembra sempre di più un vecchio idiota delle Guardie rivoluzionarie», allora diventerà probabilmente una dittatura militare «simile alla Corea del Nord o al Myanmar».
Anche per Amir Taheri l'elite dominante è divisa e «la frattura riguarda tutti i settori che costituiscono l'establishment khomeinista»: il clero sciita politicamente attivo, con Montazeri e altri mullah dalla parte dell'opposizione, e Yazdi e Ahmad Khatami con Khamenei, ma anche le forze armate e i tecnocrati. Sarà «interessante» vedere cosa accadrà quando si riuniranno gli «organi chiave del regime», come l'Alto Consiglio per la Difesa nazionale, «di cui sia Ahmadinejad che Mousavi sono membri d'ufficio, insieme agli ex presidenti Rafsanjani e Khatami. Metà potrebbe schierarsi con Mousavi e l'altra con Ahmadinejad». Poi c'è il Consiglio per il Discernimento dell'Interesse supremo del regime, «del quale Rafsanjani è a capo, con Rezai, uno dei tre candidati alla presidenza sconfitti, segretario generale. Ma almeno metà dei suoi membri ha espresso sostegno ad Ahmadinejad». «Simile» la situazione nel Consiglio degli Esperti. «Rafsanjani presiede l'assemblea, ma (almeno per ora) non ha la maggioranza dei due terzi necessaria per rimuovere Khamenei». La divisione in Parlamento è «ancor più evidente». Secondo alcune stime, un terzo tenderebbe verso Mousavi, un altro terzo verso Ahmadinejad, e il rimanente terzo sarebbe incline a orientarsi verso il vincitore.
«La frattura - conclude Amir Taheri - potrebbe portare a una sanguinosa resa dei conti, al termine della quale il vincitore lancerebbe una massiccia purga». Secondo Taheri, infatti, «nel sistema khomeinista non c'è spazio per il compromesso, sia all'interno che in politica estera». Che la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa è convinzione anche di analisti molto cauti e "realisti". Come Fareed Zakaria, secondo cui «per ora il regime sarà probabilmente in grado di usare armi e denaro per consolidare il suo potere», ma la sua «legittimità», osserva, è «compromessa», una «ferita fatale nel lungo termine».
Pepe Escobar, su Asia Times, scrive che «il muro di Teheran non è caduto» e che «il mondo, e in particolare l'Occidente, dovranno ancora convivere e avere a che fare con Khamenei, Ahmadinejad e l'ala dura delle Guardie rivoluzionarie per gli anni futuri». Questi vogliono liquidare la vecchia generazione dei leader della rivoluzione, come l'ex presidente Rafsanjani. «In tutto questo - osserva Escobar - ci sono degli echi dell'ex Unione sovietica, ma ciò che è accaduto nelle strade somiglia più a una Praga 1968» che al 1989. Eppure, anche per l'analista di Asia Times la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. Schierandosi con Ahmadinejad, Khamenei si è trasformato da arbitro a capo-fazione. «Il contratto sociale tra milioni di iraniani e la rivoluzione si è rotto. Nel lungo termine, ci sarà del sangue, certo, e resistenza. Quella iraniana è una società molto complessa. Non può esserci alcuna marcia indietro. Ma sarà una strada lunga e tortuosa».
Nonostante abbia indurito i toni della sua condanna nei confronti della repressione e abbia schierato l'America dalla parte dei manifestanti, il presidente Obama è rimasto inamovibile nella sua politica di engagement con il regime iraniano, chiunque ne sia nominalmente la Guida. Eppure, alla luce di quanto accaduto e dei pochi punti fermi che abbiamo individuato, quella politica appare oggi superata e poco "realistica". Il colpo di mano autorizzato da Khamenei ha minato alle fondamenta l'autorità della Guida Suprema, che da arbitro e supremo garante di un sistema teocratico è diventato il capo-fazione di una dittatura militare; le leve del comando reale si stanno sempre più spostando dalla casta clericale (con o senza il consenso di tutto il clero sciita non ha importanza) alla casta militare. Ciò significa che il fattore religioso è destinato ad assumere un ruolo di mera legittimazione simbolica, e che il regime si regge sui pilastri del militarismo e del nazionalismo; e che, quindi, l'antiamericanismo e il ricorso alla paranoia del nemico esterno saranno d'ora in avanti ancor più indispensabili come collante ideologico per giustificare la repressione della piazza e l'epurazione tra le file dell'establishment.
Ancor più di prima, dotarsi dell'atomica e non giungere ad alcun compromesso con il "Grande Satana" saranno elementi irrinunciabili per conservare il potere. Per questo le già esigue possibilità di successo della strategia del dialogo sul nucleare perseguita da Obama appaiono oggi prossime allo zero. Non potendo sperare né in un completo isolamento internazionale, né in un embargo efficace sulle esportazioni delle risorse energetiche - essendo note le posizioni di Russia e Cina in merito - gli unici punti deboli del regime sono la sua impopolarità e la frattura che si è creata al suo interno. L'unica speranza, oltre a tentare la rischiosa "opzione Osirak", e a prepararsi a una costosa e fragile deterrenza, è il regime change.
E la repressione attuata dal regime iraniano nei giorni scorsi è andata ben oltre il sangue versato in grandi quantità sulle strade, che nonostante le censure è arrivato sotto i nostri sguardi. Ci sono gli arresti, le detenzioni segrete, le violenze fino dentro le case private, l'intimidazione dei già timidi oppositori "leali" alla rivoluzione islamica. Insomma, in una parola, un terrore generalizzato che non lascia via di scampo. Decisiva è stata la capacità delle forze di polizia, dei pasdaran e dei bassiji, di impedire ai manifestanti di occupare in massa una piazza, ergendola a simbolo della protesta, come fecero gli studenti cinesi a Tienanmen o gli ucraini della rivoluzione "arancione".
Il sequestro dei nove dipendenti iraniani dell'ambasciata britannica e l'appello a «giustiziare i rivoltosi» lanciato dall'ayatollah Khatami (da non confondere con il Khatami "riformista", che ha confermato il suo appoggio a Mousavi) preludono a un secondo atto della repressione. Domata la piazza "riformista", la lotta potrebbe spostarsi dietro le quinte, oppure potrebbe essere la volta dell'epurazione interna all'establishment per blindare il nuovo assetto di potere voluto da Khamenei, che si poggia più sulla casta dei militari, sulla coercizione e sul nazionalismo, che sulla casta clericale e sulla religione.
Una purga che potrebbe non lasciare alcuno scampo ai Mousavi e ai Rafsanjani, i quali in queste ore dovranno decidere una volta per tutte la loro posizione. Rafsanjani sembra aver perso (almeno per ora) la partita per portare dalla sua parte - e contro Khamenei - la maggioranza del clero che conta nella città santa di Qom e nella sua prima uscita pubblica dall'inizio della crisi sembra aver afferrato la mano tesa di Khamenei. Venerdì scorso, rispetto al suo discorso del venerdì precedente, Khamenei ha ammorbidito i toni, «invitando entrambe le parti a non fomentare gli animi dei giovani e a trattanersi dal mettere gli iraniani gli uni contro gli altri. Questa nazione unita non deve essere divisa e i gruppi non devono essere spinti a muoversi l'uno contro l'altro. Ci sono vie legali per risolvere i problemi». Ieri Rafsanjani ha finalmente rotto il suo silenzio e le sue parole sono sembrate fin troppo in sintonia con quelle di Khamenei. Elogiando la decisione della Guida Suprema di prolungare i termini dell'indagine del Consiglio dei Guardiani sulle irregolarità del voto, ha auspicato che le contestazioni siano esaminate con accuratezza, onestà e correttezza, invitando però i candidati sconfitti a «rimuovere gli ostacoli per superare le divergenze», avvertendoli che «un atteggiamento sbagliato potrebbe portare a ulteriore odio e divisione tra i cittadini».
Un invito che Mousavi e Karroubi sembrano non intenzionati a raccogliere, ma che lascia intendere che la fronda interna tentata da Rafsanjani è fallita (per ora). Bisognerà vedere ora se Rafsanjani raggiungerà un compromesso stabile e soddisfacente con Khamenei, o se la sua è solo una ritirata tattica per giocare al meglio le sue carte in un altro momento, in una seconda occasione che però potrebbe anche non arrivare mai.
L'impressione è che comunque, nonostante il successo della repressione, nulla sarà più come prima. Sia perché il regime ha cambiato natura; sia perché potrebbe comunque essersi messo in moto un processo a suo modo rivoluzionario. La frattura interna è difficilmente ricomponibile e il potere accentrato nelle mani di un gruppo ancora più ristretto di ayatollah e militari, non lasciando agli altri che le briciole o la strada della cospirazione.
Secondo Reza Aslan, «la trasparente brutalità della repressione ha polarizzato la politica iraniana a tutti i livelli, obbligando le elite politiche e religiose a prendere posizione», e «la sorte dell'Iran dipende da che parte si schiera l'establishment clericale». Se si convinceranno che l'ascesa delle Guardie rivoluzionarie rappresenta una minaccia al loro ruolo di custodi e amministratori della Repubblica islamica, «allora si schiereranno dalla parte dei "riformisti" al fianco di Rafsanjani e Mousavi», se non altro per contare di più. In questo caso, l'Iran potrebbe intraprendere una strada simile a quella della Cina, di riforme interne e apertura alla comunità internazionale. Se invece il clero si schiera con Khamenei, «che ogni giorno che passa sembra sempre di più un vecchio idiota delle Guardie rivoluzionarie», allora diventerà probabilmente una dittatura militare «simile alla Corea del Nord o al Myanmar».
Anche per Amir Taheri l'elite dominante è divisa e «la frattura riguarda tutti i settori che costituiscono l'establishment khomeinista»: il clero sciita politicamente attivo, con Montazeri e altri mullah dalla parte dell'opposizione, e Yazdi e Ahmad Khatami con Khamenei, ma anche le forze armate e i tecnocrati. Sarà «interessante» vedere cosa accadrà quando si riuniranno gli «organi chiave del regime», come l'Alto Consiglio per la Difesa nazionale, «di cui sia Ahmadinejad che Mousavi sono membri d'ufficio, insieme agli ex presidenti Rafsanjani e Khatami. Metà potrebbe schierarsi con Mousavi e l'altra con Ahmadinejad». Poi c'è il Consiglio per il Discernimento dell'Interesse supremo del regime, «del quale Rafsanjani è a capo, con Rezai, uno dei tre candidati alla presidenza sconfitti, segretario generale. Ma almeno metà dei suoi membri ha espresso sostegno ad Ahmadinejad». «Simile» la situazione nel Consiglio degli Esperti. «Rafsanjani presiede l'assemblea, ma (almeno per ora) non ha la maggioranza dei due terzi necessaria per rimuovere Khamenei». La divisione in Parlamento è «ancor più evidente». Secondo alcune stime, un terzo tenderebbe verso Mousavi, un altro terzo verso Ahmadinejad, e il rimanente terzo sarebbe incline a orientarsi verso il vincitore.
«La frattura - conclude Amir Taheri - potrebbe portare a una sanguinosa resa dei conti, al termine della quale il vincitore lancerebbe una massiccia purga». Secondo Taheri, infatti, «nel sistema khomeinista non c'è spazio per il compromesso, sia all'interno che in politica estera». Che la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa è convinzione anche di analisti molto cauti e "realisti". Come Fareed Zakaria, secondo cui «per ora il regime sarà probabilmente in grado di usare armi e denaro per consolidare il suo potere», ma la sua «legittimità», osserva, è «compromessa», una «ferita fatale nel lungo termine».
Pepe Escobar, su Asia Times, scrive che «il muro di Teheran non è caduto» e che «il mondo, e in particolare l'Occidente, dovranno ancora convivere e avere a che fare con Khamenei, Ahmadinejad e l'ala dura delle Guardie rivoluzionarie per gli anni futuri». Questi vogliono liquidare la vecchia generazione dei leader della rivoluzione, come l'ex presidente Rafsanjani. «In tutto questo - osserva Escobar - ci sono degli echi dell'ex Unione sovietica, ma ciò che è accaduto nelle strade somiglia più a una Praga 1968» che al 1989. Eppure, anche per l'analista di Asia Times la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. Schierandosi con Ahmadinejad, Khamenei si è trasformato da arbitro a capo-fazione. «Il contratto sociale tra milioni di iraniani e la rivoluzione si è rotto. Nel lungo termine, ci sarà del sangue, certo, e resistenza. Quella iraniana è una società molto complessa. Non può esserci alcuna marcia indietro. Ma sarà una strada lunga e tortuosa».
Nonostante abbia indurito i toni della sua condanna nei confronti della repressione e abbia schierato l'America dalla parte dei manifestanti, il presidente Obama è rimasto inamovibile nella sua politica di engagement con il regime iraniano, chiunque ne sia nominalmente la Guida. Eppure, alla luce di quanto accaduto e dei pochi punti fermi che abbiamo individuato, quella politica appare oggi superata e poco "realistica". Il colpo di mano autorizzato da Khamenei ha minato alle fondamenta l'autorità della Guida Suprema, che da arbitro e supremo garante di un sistema teocratico è diventato il capo-fazione di una dittatura militare; le leve del comando reale si stanno sempre più spostando dalla casta clericale (con o senza il consenso di tutto il clero sciita non ha importanza) alla casta militare. Ciò significa che il fattore religioso è destinato ad assumere un ruolo di mera legittimazione simbolica, e che il regime si regge sui pilastri del militarismo e del nazionalismo; e che, quindi, l'antiamericanismo e il ricorso alla paranoia del nemico esterno saranno d'ora in avanti ancor più indispensabili come collante ideologico per giustificare la repressione della piazza e l'epurazione tra le file dell'establishment.
Ancor più di prima, dotarsi dell'atomica e non giungere ad alcun compromesso con il "Grande Satana" saranno elementi irrinunciabili per conservare il potere. Per questo le già esigue possibilità di successo della strategia del dialogo sul nucleare perseguita da Obama appaiono oggi prossime allo zero. Non potendo sperare né in un completo isolamento internazionale, né in un embargo efficace sulle esportazioni delle risorse energetiche - essendo note le posizioni di Russia e Cina in merito - gli unici punti deboli del regime sono la sua impopolarità e la frattura che si è creata al suo interno. L'unica speranza, oltre a tentare la rischiosa "opzione Osirak", e a prepararsi a una costosa e fragile deterrenza, è il regime change.
Friday, June 26, 2009
Mousavi come Lech Walesa o come Boris Yeltsin?
Quello che si è cercato di dire in questi giorni è che certo Khamenei e Ahmadinejad hanno il potere di reprimere spietatamente la piazza e forse anche di respingere le offensive dietro le quinte di Rafsanjani, ma che comunque la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. O perché avranno successo le manovre degli oppositori (tuttora improbabile), o perché il regime avrà perso la sua principale fonte di legittimazione, quella clericale, diventando una volgare dittatura militare che si regge solo sulla forza. E ciò a lungo andare non mancherebbe di produrre delle conseguenze.
La frattura tra «la vecchia guardia khomeinista e la generazione post-rivoluzionaria», che Molinari descrive bene oggi su La Stampa, appare insanabile anche perché nel medio e lungo periodo c'è «in palio ciò che più conta: la successione a Khamenei». La rielezione di Ahmadinejad sarebbe solo una fase intermedia dell'evoluzione del sistema khomeinista, che iniziata dalla sua prima vittoria nel 2005 verrebbe portata a compimento dalla Guida Suprema indicando come suo successore il figlio prediletto Mojtaba.
Insomma, la Repubblica non sarà più la stessa anche, e soprattutto, se Khamenei dovesse trionfare e schiacciare l'opposizione interna al regime. Si trasformerebbe infatti in un sistema monocratico e nepotista, sul modello della Corea del Nord, sostenuto dalle forze di sicurezza e dalla generazione dei pasdaran, ancora più fanatica e millenarista degli ayatollah, mentre il clero di Qom verrebbe esautorato e relegato di fatto ad un ruolo essenzialmente cerimoniale, di legittimazione simbolico-religiosa, a conferma di ciò che dicevamo fin dalle prime ore della crisi: in gioco c'è la natura stessa della dittatura, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare.
Semplificando al massimo si potrebbe affermare che in questa situazione i veri "rivoluzionari" sono Khamenei e Ahmadinejad, mentre i loro oppositori, da Mousavi a Rafsanjani, sono i "conservatori", che vogliono salvare il sistema khomeinista riformandolo. Un ruolo che li avvicina, come ha suggerito più di un analista (da Luttwak a R. D. Kaplan, fino a Gerecht), a quello svolto negli anni '80, suo malgrado, da Gorbacev, le cui riforme «molto caute, pensate per perpetuare il regime comunista, finirono per distruggerlo in meno di cinque anni». Che vincano i "rivoluzionari" o i "conservatori", dunque, la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa e nonostante nelle intenzioni di entrambe le fazioni non ci sia un futuro democratico, non è detto che proprio la democrazia non sarà l'esito finale dei loro sforzi.
Mentre nelle strade va in scena la repressione, i tre principali leader del movimento di protesta (Mousavi, Karrubi e Rafsanjani) sono impegnati dietro le quinte in un dibattito su quale strategia perseguire per opporsi al disegno di Khamenei. Amir Taheri, sul New York Post, spiega che Mousavi «ha adottato un approccio minimalista», che somiglia alla strategia del leader sindacale polacco Lech Walesa negli anni '80 e che consiste nell'avanzare «una singola richiesta, all'interno dell'ordinamento, che se accolta potrebbe cambiare le regole del gioco».
Mousavi chiede nuove elezioni e questa chiara, semplice richiesta ha il pregio di non essere di per sé sovversiva e di raccogliere il più vasto consenso possibile lungo l'intero spettro politico. E' «importante», però, perché questa strategia abbia qualche chance di successo, «che le principali potenze straniere rifiutino di legittimare un secondo mandato di Ahmadinejad. La prospettiva di un maggiore isolamento internazionale potrebbe persuadere più personaggi dell'establishment ad unirsi alla richiesta di nuove elezioni». E qui già la comunità internazionale si dividerebbe, visto che Russia e Cina non avrebbero problemi a riconoscere la rielezione di Ahmadinejad.
Secondo Karrubi invece l'opposizione dovrebbe avanzare «un'agenda più ampia». Karrubi, spiega Taheri, «ha rotto forse il più grosso tabù politico del sistema khomeinista mettendo in discussione la nomina di Khamenei a Guida Suprema». Non vuole solo nuove elezioni, ma anche la «revisione» delle procedure di nomina di Khamenei, una «maggiore autonomia per le minoranze etniche», limitare l'intervento delle forze armate in politica, e altre modifiche costituzionali «per enfatizzare l'aspetto repubblicano del regime rispetto a quello religioso».
Rafsanjani, riferisce Amir Taheri, è «pazzo di rabbia contro Ahmadinejad e sta lavorando duramente per impedire al presidente rieletto di completare il suo secondo mandato di quattro anni». Rafsanjani e Mousavi sono stati «acerrimi nemici politici» negli anni '80. «Nel 1989, Rafsanjani, alleandosi con Khamenei, elaborò modifiche costituzionali che abolirono la carica di primo ministro, spedendo Mousavi in esilio politico per vent'anni. Ora si dice che siano amici per la pelle, determinati a ritornare al potere. Tuttavia, Rafsanjani crede che la strategia minimalista di Mousavi condurrà ad un impasse: il regime può ondeggiare da una parte all'altra, come ha fatto per dieci giorni, finché non riprende il controllo».
La strategia di Rafsanjani invece, spiega Taheri, «mira a formare un'autorità ad interim appoggiata dai grandi ayatollah di Qom. Una volta posta in essere, il Consiglio degli Esperti, che ha il potere di rimuovere la Guida Suprema, potrebbe essere usato come una minaccia per Khamenei, costringendolo a cooperare con il rischio di perdere il posto». Sarebbero 50 finora le figure religiose di spicco (tra Marja Taqlid e Ayatollah) della città santa di Qom ad aver assunto una posizione di forte critica nei confronti di Khamenei, e ad essersi schierati, quindi, con Rafsanjani, almeno secondo quanto riporta il giornale kuwaitiano al-Watan. «Rafsanjani - spiega una fonte iraniana al giornale arabo - è impegnato da diversi giorni in una visita a Qom e ha lavorato in tutto questo tempo per convincere i religiosi locali a dare vita a un nuovo organismo che sostituisca l'istituzione della Guida Suprema. La riforma chiesta da Rafsanjani trasformerebbe il cosiddetto Wali Faqih in un osservatore del regime e non più capo supremo».
«In breve - conclude Amir Taheri - Mousavi mira ad un accordo di condivisione del potere nel quale Khamenei e suoi rimarrebbero la parte maggioritaria nell'elite al potere. Karrubi e Rafsanjani ritengono invece che per conquistare il potere Khamenei debba essere marginalizzato o cacciato. Imprevedibile è l'atteggiamento del popolo iraniano. Nessuno sa quali di queste strategie siano in grado di mobilitare le sue energie, sempre che ce ne sia una».
Se Taheri ha paragonato Mousavi al leader sindacale polacco Lech Walesa, secondo Charles Krauthammer «la rivoluzione iraniana è alla ricerca del suo Yeltsin». «Senza leadership, i manifestanti scenderanno in strada per prendersi gas lacrimogeno, bastonate e pallottole. Hanno bisogno di un leader come Boris Yeltsin: una ex figura dell'establishment con nuove credenziali e legittimità rivoluzionarie, che salga su un carro armato e che indichi la direzione chiedendo l'impensabile - l'abolizione del vecchio ordine politico». Krauthammer vede ormai il movimento «sulla difensiva, in ritirata». «Per riprendersi, ha bisogno della massa, perché ogni dittatura teme il momento in cui dà l'ordine ai suoi uomini armati di sparare sulla folla. Se lo fanno (Tienanmen), il regime sopravvive; se non lo fanno (la Romania di Ceausescu), i dittatori muoiono come cani. L'opposizione ha anche bisogno di uno sciopero generale e di grandi cortei nelle città principali - ma stavolta con qualcuno che si alzi in piedi e che indichi la via da percorrere».
Ora c'è da chiedersi se Mousavi possa diventare lo Yeltsin iraniano. «Finché Mousavi rimane in sospeso tra Gorbacev e Yeltsin, tra il riformatore e il rivoluzionario, tra la figura simbolo e il leader, la rivoluzione è in bilico... Ma ora deve scegliere, e velocemente. Questo è il suo momento, e svanirà presto. Se Mousavi non lo coglie, o qualcun altro non lo coglie al suo posto, la rivolta democratica in Iran finirà non come in Russia nel 1991, ma come in Cina nel 1989», conclude Krauthammer.
La frattura tra «la vecchia guardia khomeinista e la generazione post-rivoluzionaria», che Molinari descrive bene oggi su La Stampa, appare insanabile anche perché nel medio e lungo periodo c'è «in palio ciò che più conta: la successione a Khamenei». La rielezione di Ahmadinejad sarebbe solo una fase intermedia dell'evoluzione del sistema khomeinista, che iniziata dalla sua prima vittoria nel 2005 verrebbe portata a compimento dalla Guida Suprema indicando come suo successore il figlio prediletto Mojtaba.
«La vecchia guarda khomenista nel 2005 perse lo scontro presidenziale con la fazione dei Khamenei quando Rafsanjani venne sconfitto a sorpresa dal quasi sconosciuto Ahmadinejad. Anche allora si parlò di brogli, con le voci su 8 milioni di schede a favore di Ahmadinejad fatte arrivare dall'estero proprio dai seguaci di Mojtaba, ma a prevalere fu poi una tregua che si è rotta quando il 12 giugno il khomeinista Mousavi si è visto strappare il risultato ancora una volta da Ahmadinejad».La nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema, ottenuta scavalcando il Consiglio degli Esperti o imponendola - quindi al prezzo di minare la valenza e la credibilità religiosa dell'autorità posta al vertice della Repubblica - segnerebbe la definitiva «trasformazione dell'Iran in un sistema nepotista sul modello della Nord Corea - dove Kim Il Sung designò Kim Jong Il che ora indica il figlio 26enne Kim Jong Un». Un esito che naturalmente «non piace ai custodi del khomeinismo che, costituzione iraniana alla mano, ritengono che a designare il nuovo Leader Supremo debbano essere gli 86 esponenti del clero che siedono nel Consiglio degli Esperti».
Insomma, la Repubblica non sarà più la stessa anche, e soprattutto, se Khamenei dovesse trionfare e schiacciare l'opposizione interna al regime. Si trasformerebbe infatti in un sistema monocratico e nepotista, sul modello della Corea del Nord, sostenuto dalle forze di sicurezza e dalla generazione dei pasdaran, ancora più fanatica e millenarista degli ayatollah, mentre il clero di Qom verrebbe esautorato e relegato di fatto ad un ruolo essenzialmente cerimoniale, di legittimazione simbolico-religiosa, a conferma di ciò che dicevamo fin dalle prime ore della crisi: in gioco c'è la natura stessa della dittatura, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare.
Semplificando al massimo si potrebbe affermare che in questa situazione i veri "rivoluzionari" sono Khamenei e Ahmadinejad, mentre i loro oppositori, da Mousavi a Rafsanjani, sono i "conservatori", che vogliono salvare il sistema khomeinista riformandolo. Un ruolo che li avvicina, come ha suggerito più di un analista (da Luttwak a R. D. Kaplan, fino a Gerecht), a quello svolto negli anni '80, suo malgrado, da Gorbacev, le cui riforme «molto caute, pensate per perpetuare il regime comunista, finirono per distruggerlo in meno di cinque anni». Che vincano i "rivoluzionari" o i "conservatori", dunque, la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa e nonostante nelle intenzioni di entrambe le fazioni non ci sia un futuro democratico, non è detto che proprio la democrazia non sarà l'esito finale dei loro sforzi.
Mentre nelle strade va in scena la repressione, i tre principali leader del movimento di protesta (Mousavi, Karrubi e Rafsanjani) sono impegnati dietro le quinte in un dibattito su quale strategia perseguire per opporsi al disegno di Khamenei. Amir Taheri, sul New York Post, spiega che Mousavi «ha adottato un approccio minimalista», che somiglia alla strategia del leader sindacale polacco Lech Walesa negli anni '80 e che consiste nell'avanzare «una singola richiesta, all'interno dell'ordinamento, che se accolta potrebbe cambiare le regole del gioco».
Mousavi chiede nuove elezioni e questa chiara, semplice richiesta ha il pregio di non essere di per sé sovversiva e di raccogliere il più vasto consenso possibile lungo l'intero spettro politico. E' «importante», però, perché questa strategia abbia qualche chance di successo, «che le principali potenze straniere rifiutino di legittimare un secondo mandato di Ahmadinejad. La prospettiva di un maggiore isolamento internazionale potrebbe persuadere più personaggi dell'establishment ad unirsi alla richiesta di nuove elezioni». E qui già la comunità internazionale si dividerebbe, visto che Russia e Cina non avrebbero problemi a riconoscere la rielezione di Ahmadinejad.
Secondo Karrubi invece l'opposizione dovrebbe avanzare «un'agenda più ampia». Karrubi, spiega Taheri, «ha rotto forse il più grosso tabù politico del sistema khomeinista mettendo in discussione la nomina di Khamenei a Guida Suprema». Non vuole solo nuove elezioni, ma anche la «revisione» delle procedure di nomina di Khamenei, una «maggiore autonomia per le minoranze etniche», limitare l'intervento delle forze armate in politica, e altre modifiche costituzionali «per enfatizzare l'aspetto repubblicano del regime rispetto a quello religioso».
Rafsanjani, riferisce Amir Taheri, è «pazzo di rabbia contro Ahmadinejad e sta lavorando duramente per impedire al presidente rieletto di completare il suo secondo mandato di quattro anni». Rafsanjani e Mousavi sono stati «acerrimi nemici politici» negli anni '80. «Nel 1989, Rafsanjani, alleandosi con Khamenei, elaborò modifiche costituzionali che abolirono la carica di primo ministro, spedendo Mousavi in esilio politico per vent'anni. Ora si dice che siano amici per la pelle, determinati a ritornare al potere. Tuttavia, Rafsanjani crede che la strategia minimalista di Mousavi condurrà ad un impasse: il regime può ondeggiare da una parte all'altra, come ha fatto per dieci giorni, finché non riprende il controllo».
La strategia di Rafsanjani invece, spiega Taheri, «mira a formare un'autorità ad interim appoggiata dai grandi ayatollah di Qom. Una volta posta in essere, il Consiglio degli Esperti, che ha il potere di rimuovere la Guida Suprema, potrebbe essere usato come una minaccia per Khamenei, costringendolo a cooperare con il rischio di perdere il posto». Sarebbero 50 finora le figure religiose di spicco (tra Marja Taqlid e Ayatollah) della città santa di Qom ad aver assunto una posizione di forte critica nei confronti di Khamenei, e ad essersi schierati, quindi, con Rafsanjani, almeno secondo quanto riporta il giornale kuwaitiano al-Watan. «Rafsanjani - spiega una fonte iraniana al giornale arabo - è impegnato da diversi giorni in una visita a Qom e ha lavorato in tutto questo tempo per convincere i religiosi locali a dare vita a un nuovo organismo che sostituisca l'istituzione della Guida Suprema. La riforma chiesta da Rafsanjani trasformerebbe il cosiddetto Wali Faqih in un osservatore del regime e non più capo supremo».
«In breve - conclude Amir Taheri - Mousavi mira ad un accordo di condivisione del potere nel quale Khamenei e suoi rimarrebbero la parte maggioritaria nell'elite al potere. Karrubi e Rafsanjani ritengono invece che per conquistare il potere Khamenei debba essere marginalizzato o cacciato. Imprevedibile è l'atteggiamento del popolo iraniano. Nessuno sa quali di queste strategie siano in grado di mobilitare le sue energie, sempre che ce ne sia una».
Se Taheri ha paragonato Mousavi al leader sindacale polacco Lech Walesa, secondo Charles Krauthammer «la rivoluzione iraniana è alla ricerca del suo Yeltsin». «Senza leadership, i manifestanti scenderanno in strada per prendersi gas lacrimogeno, bastonate e pallottole. Hanno bisogno di un leader come Boris Yeltsin: una ex figura dell'establishment con nuove credenziali e legittimità rivoluzionarie, che salga su un carro armato e che indichi la direzione chiedendo l'impensabile - l'abolizione del vecchio ordine politico». Krauthammer vede ormai il movimento «sulla difensiva, in ritirata». «Per riprendersi, ha bisogno della massa, perché ogni dittatura teme il momento in cui dà l'ordine ai suoi uomini armati di sparare sulla folla. Se lo fanno (Tienanmen), il regime sopravvive; se non lo fanno (la Romania di Ceausescu), i dittatori muoiono come cani. L'opposizione ha anche bisogno di uno sciopero generale e di grandi cortei nelle città principali - ma stavolta con qualcuno che si alzi in piedi e che indichi la via da percorrere».
Ora c'è da chiedersi se Mousavi possa diventare lo Yeltsin iraniano. «Finché Mousavi rimane in sospeso tra Gorbacev e Yeltsin, tra il riformatore e il rivoluzionario, tra la figura simbolo e il leader, la rivoluzione è in bilico... Ma ora deve scegliere, e velocemente. Questo è il suo momento, e svanirà presto. Se Mousavi non lo coglie, o qualcun altro non lo coglie al suo posto, la rivolta democratica in Iran finirà non come in Russia nel 1991, ma come in Cina nel 1989», conclude Krauthammer.
Tuesday, June 23, 2009
La Repubblica islamica non sarà mai più la stessa
Le analisi di Amir Taheri e Reuel Marc Gerecht convergono nell'individuare negli ultimi sviluppi della crisi in Iran un salto di qualità tale da poter parlare di una vera «rivoluzione» in corso. Comunque andrà a finire, e qualsiasi siano le reali intenzioni di Mousavi e del cartello che lo sostiene, l'autorità della Guida Suprema, che è a fondamento dell'intero sistema khomeinista, è entrata in crisi, forse irreversibilmente. Gli iraniani, ma per la prima volta anche pezzi importanti dell'establishment come lo stesso Mousavi, sfidando la parola e gli ordini di Khamenei, hanno messo in dubbio la validità del principio del velayat-e faqih, su cui si fonda la Repubblica islamica. Hanno messo in dubbio, in definitiva, la natura divina della legittimazione del potere della Guida Suprema.
«Poco prima di mezzogiorno di venerdì 19 - scrive Amir Taheri - la Repubblica islamica è morta» e l'Iran si è «trasformato da una Repubblica islamica a un emirato islamico guidato da Khamenei». La sua decisione di «uccidere» la Repubblica islamica «può condurre l'Iran in acque inesplorate». L'establishment è «diviso come mai prima. Tutte le figure autorevoli dell'"opposizione leale", compresi gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, hanno boicottato il sermone di venerdì. Quasi metà dei membri del Parlamento, insieme alla maggior parte del Consiglio degli Esperti, erano assenti». Se Khamenei sperava di «intimidire» i manifestanti, ha dovuto presto ricredersi. «Ha cercato di dividere l'opposizione offrendo rassicurazioni a Rafsanjani», ma non c'è riuscito: Rafsanjani «ancora rifiuta di appoggiare la rielezione di Ahmadinejad». E Mousavi, nonostante l'aut-aut della Guida Suprema, e «virtualmente agli arresti domiciliari», continua a sostenere le proteste.
Khamenei ha ridotto a carta straccia l'autorità di cui è investito, posta dalla rivoluzione islamica al vertice del sistema. «Oggi ci sono due Iran», conclude Taheri:
«Che lo volesse o meno, Mousavi ha probabilmente dato inizio al conto alla rovescia finale» per la Repubblica islamica e ciò pone al presidente americano Obama una serie di «complicati problemi», di cui «dovrebbe prendere nota»: «All'interno dell'Iran, la questione nucleare non è ciò per cui la gente sta lottando. Sta lottando per la libertà. Anche se l'ayatollah Khamenei dovesse vincere questo round, il presidente dovrebbe mettersi dalla parte giusta della storia. Non ha nulla da perdere: la Guida Suprema non concederà mai nulla sul nucleare. E più il regime clericale diventerà impresentabile al suo interno, più diventerà impresentabile all'estero. Mousavi è la sola speranza di Obama», conclude Gerecht.
Sul Weekly Standard, lo stesso Gerecht approfondisce il tema: «Ci si è sempre chiesti se l'istituto del velayat-e faqih sarebbe sopravvissuto a Khamenei. Egli stesso ora ha dato abbastanza garanzie che non sopravviverà». «Non importa cosa accade - è convinto Gerecht - la Repubblica islamica come l'abbiamo conosciuta probabilmente è finita». Tutti i regimi, spiega, «hanno bisogno di una qualche legittimazione per sopravvivere, e la Repubblica islamica si reggeva su due pilastri»: la convinzione che gli iraniani continuassero a sostenere la rivoluzione islamica e le basi essenziali del suo sistema politico; l'adozione del clero come strumento di legittimazione della Repubblica. «Se nelle prossime settimane - prevede Gerecht - Khamenei commette l'errore di dare luce verde al massacro dei giovani iraniani nelle strade, probabilmente perderà il sostegno del clero, tutto tranne il più retrogrado, che però non è rappresentativo dell'establishment. Un golpe da parte delle Guardie della Rivoluzione verrebbe visto come un assoluto disastro dalla maggior parte dei mullah, che hanno gelosamente custodito la loro posizione preminente nella società».
E allora, «il più importante esperimento di ideologia islamista dalla nascita della Fratellanza musulmana si rivelerà - agli occhi del suo stesso popolo, dei guardiani della fede, e del mondo intero - un fallimento». A meno che Mousavi non si ritiri e non riporti la calma tra i suoi sostenitori, la rivoluzione islamica, «che fu uno shock per il mondo musulmano 30 anni fa, diventerà o un vero laboratorio di democrazia, o una brutale e violenta dittatura paragonabile per la sua ferocia ai regimi baathisti in Iraq e in Siria». In entrambi i casi non sarà mai più la stessa e, soprattutto, perderà la sua legittimazione religiosa.
Ma perché ci sia «qualche possibilità» che l'Iran «desista» dal nucleare, avverte Gerecht, «Mousavi deve vincere questa battaglia. Se Ahmadinejad e Khamenei trionfano, non cederanno. Per loro, e per le Guardie rivoluzionarie dietro di loro, le armi nucleari sono il mezzo per diventare attori globali e la migliore garanzia di restare al potere», non potendo più sperare di restarci con il consenso del loro popolo. «Anche se Mousavi non è nostro amico - e si rivelasse essere in molti casi nostro nemico - dovremmo tutti augurarci che vinca» e Obama «farebbe bene ad essere più determinato nel difendere la democrazia per un popolo che si è guadagnato il suo rispetto. Gli iraniani - è convinto Gerecht - perdoneranno al presidente l'intromissione».
«Poco prima di mezzogiorno di venerdì 19 - scrive Amir Taheri - la Repubblica islamica è morta» e l'Iran si è «trasformato da una Repubblica islamica a un emirato islamico guidato da Khamenei». La sua decisione di «uccidere» la Repubblica islamica «può condurre l'Iran in acque inesplorate». L'establishment è «diviso come mai prima. Tutte le figure autorevoli dell'"opposizione leale", compresi gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, hanno boicottato il sermone di venerdì. Quasi metà dei membri del Parlamento, insieme alla maggior parte del Consiglio degli Esperti, erano assenti». Se Khamenei sperava di «intimidire» i manifestanti, ha dovuto presto ricredersi. «Ha cercato di dividere l'opposizione offrendo rassicurazioni a Rafsanjani», ma non c'è riuscito: Rafsanjani «ancora rifiuta di appoggiare la rielezione di Ahmadinejad». E Mousavi, nonostante l'aut-aut della Guida Suprema, e «virtualmente agli arresti domiciliari», continua a sostenere le proteste.
Khamenei ha ridotto a carta straccia l'autorità di cui è investito, posta dalla rivoluzione islamica al vertice del sistema. «Oggi ci sono due Iran», conclude Taheri:
«Uno pronto a sostenere il tentativo di Khamenei di trasformare la Repubblica in un emirato al servizio della causa islamica. Poi c'è un secondo Iran, desideroso di cessare di essere una causa e che aspira ad essere una nazione normale. Questo Iran non ha ancora trovato i suoi leader definitivi. Per ora, è pronto a scommettere su Mousavi. La lotta per il futuro dell'Iran è solo all'inizio».Per Reuel Marc Gerecht «una cosa è chiara: siamo testimoni non solo di un'appassionante lotta di potere tra uomini che si sono frequentati intimimamente per 30 anni, ma anche del disfarsi della concezione religiosa che ha dato forma alla crescita del moderno fondamentalismo islamico... la volontà di Dio e la volontà popolare non sono più compatibili». Inoltre, aggiunge, «siamo testimoni» del «collasso delle fondamenta strutturali dell'intero approccio islamico» alla gestione del potere negli stati moderni.
«Dopo 9 anni da quando fu stroncato, il movimento riformista che sosteneva Khatami è diventato solo più forte. Ha portato tra le sue file Mousavi, una volta discepolo prediletto dell'ayatollah Khomeini, che oggi di tutta evidenza non ha alcun riguardo per Ahmadinejad, né per la Guida Suprema. Ciò che può sembrare più sorprendente è che così tanti preminenti rivoluzionari della prima ora si siano schierati con Mousavi. Ci sono molte ragioni, ma tra le principali c'è la crescente consapevolezza che la Repubblica islamica e la rivoluzione sono spacciate a meno che l'Iran non diventi più democratico. Può essere una speranza ingenua (come sembrava ai suoi inizi la glasnost), ma è una potente motivazione per coloro che hanno dato l'anima per rovesciare lo shah».«Non è chiaro - ammette Gerecht - ciò che Mousavi pensa della democrazia, ma ci sono buone probabilità che voglia affidare al popolo più potere di quanto avesse intenzione Khatami, che malgrado alcune differenze non potrebbe né rompere davvero con i suoi confratelli del clero, né liberarsi della vecchia convinzione islamica secondo cui il fedele ha bisogno della supervisione da parte del clero. E anche se Mousavi non è il tipo ideale di riformatore, è circondato dai migliori e più brillanti iraniani... e anche presso il clero, le migliori menti, come il grande ayatollah Montazeri, hanno preso le distanze da Khamenei». Secondo Gerecht infatti, l'esperienza diretta della teocrazia ha convinto «brillanti chierici» della necessità della «separazione tra chiesa e stato come strumento per salvare la fede dal potere corruttore della politica».
«Che lo volesse o meno, Mousavi ha probabilmente dato inizio al conto alla rovescia finale» per la Repubblica islamica e ciò pone al presidente americano Obama una serie di «complicati problemi», di cui «dovrebbe prendere nota»: «All'interno dell'Iran, la questione nucleare non è ciò per cui la gente sta lottando. Sta lottando per la libertà. Anche se l'ayatollah Khamenei dovesse vincere questo round, il presidente dovrebbe mettersi dalla parte giusta della storia. Non ha nulla da perdere: la Guida Suprema non concederà mai nulla sul nucleare. E più il regime clericale diventerà impresentabile al suo interno, più diventerà impresentabile all'estero. Mousavi è la sola speranza di Obama», conclude Gerecht.
Sul Weekly Standard, lo stesso Gerecht approfondisce il tema: «Ci si è sempre chiesti se l'istituto del velayat-e faqih sarebbe sopravvissuto a Khamenei. Egli stesso ora ha dato abbastanza garanzie che non sopravviverà». «Non importa cosa accade - è convinto Gerecht - la Repubblica islamica come l'abbiamo conosciuta probabilmente è finita». Tutti i regimi, spiega, «hanno bisogno di una qualche legittimazione per sopravvivere, e la Repubblica islamica si reggeva su due pilastri»: la convinzione che gli iraniani continuassero a sostenere la rivoluzione islamica e le basi essenziali del suo sistema politico; l'adozione del clero come strumento di legittimazione della Repubblica. «Se nelle prossime settimane - prevede Gerecht - Khamenei commette l'errore di dare luce verde al massacro dei giovani iraniani nelle strade, probabilmente perderà il sostegno del clero, tutto tranne il più retrogrado, che però non è rappresentativo dell'establishment. Un golpe da parte delle Guardie della Rivoluzione verrebbe visto come un assoluto disastro dalla maggior parte dei mullah, che hanno gelosamente custodito la loro posizione preminente nella società».
E allora, «il più importante esperimento di ideologia islamista dalla nascita della Fratellanza musulmana si rivelerà - agli occhi del suo stesso popolo, dei guardiani della fede, e del mondo intero - un fallimento». A meno che Mousavi non si ritiri e non riporti la calma tra i suoi sostenitori, la rivoluzione islamica, «che fu uno shock per il mondo musulmano 30 anni fa, diventerà o un vero laboratorio di democrazia, o una brutale e violenta dittatura paragonabile per la sua ferocia ai regimi baathisti in Iraq e in Siria». In entrambi i casi non sarà mai più la stessa e, soprattutto, perderà la sua legittimazione religiosa.
Ma perché ci sia «qualche possibilità» che l'Iran «desista» dal nucleare, avverte Gerecht, «Mousavi deve vincere questa battaglia. Se Ahmadinejad e Khamenei trionfano, non cederanno. Per loro, e per le Guardie rivoluzionarie dietro di loro, le armi nucleari sono il mezzo per diventare attori globali e la migliore garanzia di restare al potere», non potendo più sperare di restarci con il consenso del loro popolo. «Anche se Mousavi non è nostro amico - e si rivelasse essere in molti casi nostro nemico - dovremmo tutti augurarci che vinca» e Obama «farebbe bene ad essere più determinato nel difendere la democrazia per un popolo che si è guadagnato il suo rispetto. Gli iraniani - è convinto Gerecht - perdoneranno al presidente l'intromissione».
Monday, June 15, 2009
Iran, rivolta democratica o scontro tra elite?
Lotta tra caste: dittatura clericale o militare?
Qualcosa di inedito e di imprevisto sta accadendo a Teheran, se insieme a centinaia di migliaia di dimostranti, sfidando i divieti e una sanguinosa repressione, sono scesi in strada anche pezzi importanti della cosiddetta "opposizione leale" alla Repubblica islamica: l'ex premier sotto Khomeini, Mousavi, candidato alle presidenziali approvato dalla Guida Suprema; un altro candidato, membro del clero, come Mehdi Karroubi, una figura ambigua, fedele alla rivoluzione e a Khamenei ma critico nei confronti dei Guardiani e di Ahmadinejad; e persino l'ex presidente Khatami.
Nonostante le migliori aspirazioni e intenzioni di migliaia di cittadini, donne e giovani iraniani, probabilmente in gioco non c'è un futuro di democrazia, e c'è ben più che un'elezione alla presidenza di uno stato teocratico. Forse c'è in gioco il carattere, la natura dominante, della dittatura stessa, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare. Uno scontro di potere tra due caste interne al regime, quella dei sacerdoti e quella dei militari, i cui segnali in pochi hanno saputo intravedere. Sono evidenti un colpevole difetto d'analisi da parte dell'Occidente e la sua totale assenza di iniziativa politica in un contesto nel quale forse avrebbe potuto giocare un ruolo.
Lo scenario di fronte al quale potremmo essere è quello di un golpe con il quale Ahmadinejad e le forze militari e di sicurezza a lui fedeli hanno conquistato il potere non contro il "riformista" Mousavi, non derubando il popolo iraniano di un presunto cambiamento democratico, ma contro l'establishment clericale sciita, o quanto meno i suoi settori più pragmatici e moderati, per relegarlo a un ruolo meno operativo, quasi simbolico.
La Repubblica islamica, fino a quattro anni fa governata dal clero sciita e protetta dalle Guardie rivoluzionarie, sotto Ahmadinejad si sta trasformando in un regime militare, non solo protetto ma anche governato dai militari. Forse al compimento di questo processo si stanno opponendo oggi Mousavi e Khatami.
Il blocco degli sms e delle e-mail, di facebook, twitter e di altri siti internet, e delle tv straniere, l'espulsione di alcuni giornalisti, così come le barriere a protezione del Ministero degli Interni, danno il senso di un qualcosa di pianificato. Ahmadinejad e i suoi, la generazione dei giovani rivoluzionari del 1979, oggi sui 50 anni, hanno fatto carriera all'interno delle Guardie della rivoluzione e degli apparati di sicurezza, assumendone l'assoluto controllo, ma non fanno parte della leadership clericale nelle cui mani risiede il potere vero della Repubblica islamica. Ora questa generazione potrebbe aver deciso di relegare il clero a un ruolo essenzialmente cerimoniale, di legittimazione ideologico-religiosa, e non di guida esecutiva del paese. In questo scenario la Guida Suprema verrebbe mantenuta come figura simbolica, carismatica, ma di fatto le strutture di potere del clero verrebbero svuotate a vantaggio dei ministeri della sicurezza.
E' questo uno degli elementi anche dell'analisi di Amir Taheri, giornalista nato in Iran ed esperto di vicende iraniane, autore del libro "The Persian Night: Iran under the Khomeinist Revolution", sulle colonne del Wall Street Journal.
Con il golpe da parte delle forze militari e di sicurezza fedeli ad Ahmadinejad contro la supremazia del clero sciita si spiegherebbero alcune anomalie di queste elezioni, fatti inediti anche per il record ben poco democratico della Repubblica islamica. Le autorità sarebbero state capaci di contare milioni di voti nell'arco di poche ore dalla chiusura dei seggi; le percentuali dei voti identiche in tutte le province, impossibile soprattutto in un paese come l'Iran; l'agenzia di stampa del regime non ha nemmeno aspettato che fossero resi noti i primi dati dal Ministero degli Interni per dichiarare Ahmadinejad vincitore. Bisogna considerare che l'intero processo elettorale è «rigidamente controllato» dal Ministero degli Interni fedele alle Guardie rivoluzionarie e ad Ahmadinejad. Non esiste commissione elettorale indipendente, il voto non è segreto, nessun osservatore a controllare lo scrutinio, e nessun meccanismo di verifica. E' «impossibile sapere quante persone hanno votato e per chi».
Un'altra anomalia riguarda il comportamento della Guida Suprema nelle prime ore dopo l'autoproclamazione della vittoria da parte di Ahmadinejad. Khamenei si è congratulato per la «storica vittoria» del presidente uscente senza aspettare, come aveva sempre fatto dal 1989, da quando cioè è la Guida Suprema, né la pubblicazione dei risultati ufficiali né la ratifica da parte del Consiglio dei Guardiani. Inoltre, uno studio dettagliato sul testo del discorso di Khamenei, insolitamente lungo, rivelerebbe un certo numero di anomalie, tali da far sospettare che non sia lui il vero autore.
Oltre ad annunciare di non avere alcuna intenzione di negoziare sul programma nucleare («Quella questione è chiusa, per sempre»), nel suo discorso della vittoria Ahmadinejad ha promesso di «smantellare la rete di corruzione» e di portare di fronte alla giustizia i «padrini della corruzione». Parole che a molti sono sembrate l'annuncio di una «purga di massa all'interno dell'elite al potere», che potrebbe coinvolgere persino gli ex presidenti moderati Rafsanjani e Khatami. Ahmadinejad ha intenzione infatti di «confiscare i beni di centinaia di mullah e dei loro soci in affari per redistribuirli ai poveri».
Rafsanjani, Khatami e altri mullah, spiega Amir Taheri, possono ancora esercitare le loro pressioni per «impedire una completa conquista del potere da parte della cricca di Ahmadinejad, che sembra determinata a sostituire il clero sciita alla guida della nazione». In tutto questo ancora «non è chiaro se la Guida Suprema intende stare a guardare mentre il suo potere e quello del clero viene eroso da un'elite emergente di radicali». Alcuni analisti a Teheran citati da Taheri ipotizzano che «questa elite di forze di sicurezza e militari, che ora controlla l'intera macchina statale iraniana, potrebbe aver persuaso lo stesso Khamenei a compiere passi senza precedenti».
Secondo Taheri, in ogni caso, le elezioni di venerdì scorso sono per molti versi «chiarificatrici». Innanzitutto, «dovrebbero porre fine all'illusione che il regime khomeinista sia capace di una evoluzione interna verso la moderazione». «Ahmadinejad - aggiunge - vede l'Iran come un veicolo per una rivoluzione globale messianica». La sua vittoria ha quindi «il merito di chiarire la situazione all'interno della Repubblica islamica. La scelta ora è tra un regime repressivo basato su un'ideologia bizzarra e oscurantista e la prospettiva di un reale cambiamento e di una democratizzazione. Non c'è spazio per una via di mezzo». Queste elezioni «eliminano gli elementi interni al regime che hanno inseguito l'idea di mantenere intatta la teocrazia dandole una verniciatura democratica». Ora questa «opposizione leale» alla rivoluzione islamica «avrebbe da riconsiderare la sua lealtà». «La stessa chiarezza - aggiunge Taheri - può essere applicata alla politica estera. Credendo di aver già sconfitto gli Stati Uniti, Ahmadinejad non sarà in vena di alcun compromesso».
Qualcosa di inedito e di imprevisto sta accadendo a Teheran, se insieme a centinaia di migliaia di dimostranti, sfidando i divieti e una sanguinosa repressione, sono scesi in strada anche pezzi importanti della cosiddetta "opposizione leale" alla Repubblica islamica: l'ex premier sotto Khomeini, Mousavi, candidato alle presidenziali approvato dalla Guida Suprema; un altro candidato, membro del clero, come Mehdi Karroubi, una figura ambigua, fedele alla rivoluzione e a Khamenei ma critico nei confronti dei Guardiani e di Ahmadinejad; e persino l'ex presidente Khatami.
Nonostante le migliori aspirazioni e intenzioni di migliaia di cittadini, donne e giovani iraniani, probabilmente in gioco non c'è un futuro di democrazia, e c'è ben più che un'elezione alla presidenza di uno stato teocratico. Forse c'è in gioco il carattere, la natura dominante, della dittatura stessa, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare. Uno scontro di potere tra due caste interne al regime, quella dei sacerdoti e quella dei militari, i cui segnali in pochi hanno saputo intravedere. Sono evidenti un colpevole difetto d'analisi da parte dell'Occidente e la sua totale assenza di iniziativa politica in un contesto nel quale forse avrebbe potuto giocare un ruolo.
Lo scenario di fronte al quale potremmo essere è quello di un golpe con il quale Ahmadinejad e le forze militari e di sicurezza a lui fedeli hanno conquistato il potere non contro il "riformista" Mousavi, non derubando il popolo iraniano di un presunto cambiamento democratico, ma contro l'establishment clericale sciita, o quanto meno i suoi settori più pragmatici e moderati, per relegarlo a un ruolo meno operativo, quasi simbolico.
La Repubblica islamica, fino a quattro anni fa governata dal clero sciita e protetta dalle Guardie rivoluzionarie, sotto Ahmadinejad si sta trasformando in un regime militare, non solo protetto ma anche governato dai militari. Forse al compimento di questo processo si stanno opponendo oggi Mousavi e Khatami.
Il blocco degli sms e delle e-mail, di facebook, twitter e di altri siti internet, e delle tv straniere, l'espulsione di alcuni giornalisti, così come le barriere a protezione del Ministero degli Interni, danno il senso di un qualcosa di pianificato. Ahmadinejad e i suoi, la generazione dei giovani rivoluzionari del 1979, oggi sui 50 anni, hanno fatto carriera all'interno delle Guardie della rivoluzione e degli apparati di sicurezza, assumendone l'assoluto controllo, ma non fanno parte della leadership clericale nelle cui mani risiede il potere vero della Repubblica islamica. Ora questa generazione potrebbe aver deciso di relegare il clero a un ruolo essenzialmente cerimoniale, di legittimazione ideologico-religiosa, e non di guida esecutiva del paese. In questo scenario la Guida Suprema verrebbe mantenuta come figura simbolica, carismatica, ma di fatto le strutture di potere del clero verrebbero svuotate a vantaggio dei ministeri della sicurezza.
E' questo uno degli elementi anche dell'analisi di Amir Taheri, giornalista nato in Iran ed esperto di vicende iraniane, autore del libro "The Persian Night: Iran under the Khomeinist Revolution", sulle colonne del Wall Street Journal.
Con il golpe da parte delle forze militari e di sicurezza fedeli ad Ahmadinejad contro la supremazia del clero sciita si spiegherebbero alcune anomalie di queste elezioni, fatti inediti anche per il record ben poco democratico della Repubblica islamica. Le autorità sarebbero state capaci di contare milioni di voti nell'arco di poche ore dalla chiusura dei seggi; le percentuali dei voti identiche in tutte le province, impossibile soprattutto in un paese come l'Iran; l'agenzia di stampa del regime non ha nemmeno aspettato che fossero resi noti i primi dati dal Ministero degli Interni per dichiarare Ahmadinejad vincitore. Bisogna considerare che l'intero processo elettorale è «rigidamente controllato» dal Ministero degli Interni fedele alle Guardie rivoluzionarie e ad Ahmadinejad. Non esiste commissione elettorale indipendente, il voto non è segreto, nessun osservatore a controllare lo scrutinio, e nessun meccanismo di verifica. E' «impossibile sapere quante persone hanno votato e per chi».
Un'altra anomalia riguarda il comportamento della Guida Suprema nelle prime ore dopo l'autoproclamazione della vittoria da parte di Ahmadinejad. Khamenei si è congratulato per la «storica vittoria» del presidente uscente senza aspettare, come aveva sempre fatto dal 1989, da quando cioè è la Guida Suprema, né la pubblicazione dei risultati ufficiali né la ratifica da parte del Consiglio dei Guardiani. Inoltre, uno studio dettagliato sul testo del discorso di Khamenei, insolitamente lungo, rivelerebbe un certo numero di anomalie, tali da far sospettare che non sia lui il vero autore.
Oltre ad annunciare di non avere alcuna intenzione di negoziare sul programma nucleare («Quella questione è chiusa, per sempre»), nel suo discorso della vittoria Ahmadinejad ha promesso di «smantellare la rete di corruzione» e di portare di fronte alla giustizia i «padrini della corruzione». Parole che a molti sono sembrate l'annuncio di una «purga di massa all'interno dell'elite al potere», che potrebbe coinvolgere persino gli ex presidenti moderati Rafsanjani e Khatami. Ahmadinejad ha intenzione infatti di «confiscare i beni di centinaia di mullah e dei loro soci in affari per redistribuirli ai poveri».
Rafsanjani, Khatami e altri mullah, spiega Amir Taheri, possono ancora esercitare le loro pressioni per «impedire una completa conquista del potere da parte della cricca di Ahmadinejad, che sembra determinata a sostituire il clero sciita alla guida della nazione». In tutto questo ancora «non è chiaro se la Guida Suprema intende stare a guardare mentre il suo potere e quello del clero viene eroso da un'elite emergente di radicali». Alcuni analisti a Teheran citati da Taheri ipotizzano che «questa elite di forze di sicurezza e militari, che ora controlla l'intera macchina statale iraniana, potrebbe aver persuaso lo stesso Khamenei a compiere passi senza precedenti».
Secondo Taheri, in ogni caso, le elezioni di venerdì scorso sono per molti versi «chiarificatrici». Innanzitutto, «dovrebbero porre fine all'illusione che il regime khomeinista sia capace di una evoluzione interna verso la moderazione». «Ahmadinejad - aggiunge - vede l'Iran come un veicolo per una rivoluzione globale messianica». La sua vittoria ha quindi «il merito di chiarire la situazione all'interno della Repubblica islamica. La scelta ora è tra un regime repressivo basato su un'ideologia bizzarra e oscurantista e la prospettiva di un reale cambiamento e di una democratizzazione. Non c'è spazio per una via di mezzo». Queste elezioni «eliminano gli elementi interni al regime che hanno inseguito l'idea di mantenere intatta la teocrazia dandole una verniciatura democratica». Ora questa «opposizione leale» alla rivoluzione islamica «avrebbe da riconsiderare la sua lealtà». «La stessa chiarezza - aggiunge Taheri - può essere applicata alla politica estera. Credendo di aver già sconfitto gli Stati Uniti, Ahmadinejad non sarà in vena di alcun compromesso».
Monday, March 23, 2009
Il dibattito dopo l'apertura di Obama all'Iran
Uno dei più critici dell'apertura di Obama all'Iran è il neoconservatore William Kristol, direttore del Weekly Standard. Se molte volte il presidente Bush ha manifestato il «rispetto» degli Stati Uniti per il popolo dell'Iran, anche in occasione del Nowruz (la festività iraniana per l'inizio del nuovo anno), Obama oggi si distingue per aver esteso quel rispetto alla dittatura clericale, agli aguzzini del giovane blogger iraniano, Omid Mir Sayafi, morto nella famigerata prigione di Evin. «Libertà» non è una parola che troverete nel videomessaggio del presidente, pieno di attenzioni verso i leader iraniani. Obama auspica «rispetto reciproco», ma gli iraniani «sentono odore di debolezza».
Ha abbandonato il regime change sia come obiettivo che come speranza di libertà per gli iraniani. Ha accantonato l'opzione militare. Ha seppellito la cosiddetta politica del bastone e della carota. Obama si è rivolto per ben due volte alla «Repubblica islamica dell'Iran», una formula a lungo evitata, auspicando che riprenda «il posto che merita nella comunità delle nazioni». L'America accetta quindi la rivoluzione islamica del 1979, si impegna a non minacciare l'esistenza del regime che ne è scaturito, e offre a quel regime un dialogo senza precondizioni, neanche la sospensione del programma nucleare, sulla «totalità dei problemi» tra Usa e Iran.
A festeggiare la svolta di Obama è Roger Cohen, secondo cui «la retorica provocatoria del regime di Teheran nasconde un sostanziale pragmatismo». Il «modo migliore» per aiutare la giovane popolazione iraniana, alla ricerca di stabilità e riforme, è proprio il «coinvolgimento», il dialogo. D'altra parte, con gli introiti del petrolio e del gas in calo, e l'economia in crisi, Khamenei – la cui missione è preservare la rivoluzione – «può essere radicale solo fino ad un certo punto». L'apertura all'Iran, secondo Cohen, determinerà un «doloroso, ma necessario», raffredamento dei rapporti tra Stati Uniti e Israele.
«Il presidente Obama ci presenta l'intenzione di sedere e parlare con i mullah come se fosse un drastico cambiamento rispetto al passato, ma l'amministrazione Bush – ricorda Michael Ledeen – ha negoziato ampiamente con Teheran», sebbene i suoi critici la accusassero di una totale chiusura al dialogo. Nell'autunno del 2006 a Washington si erano convinti che un accordo fosse stato raggiunto, e stavano preparando il testo per un annuncio pubblico, rivela Ledeen. «Si stavano illudendo, e chiunque pensi che l'Iran desideri davvero buone relazioni con gli Stati Uniti dovrebbe studiare attentamente come andarono le cose allora». L'annuncio pubblico avrebbe dovuto tenersi all'Assemblea generale dell'Onu di settembre. Larijani sarebbe venuto a New York e avrebbe annunciato la sospensione dell'arricchimento dell'uranio, e Condoleezza Rice che l'America avrebbe tolto le sanzioni all'Iran.
Ma il «lieto evento» non ebbe mai luogo. Larijani e la sua delegazione non vennero mai a New York e il presidente Ahmadinejad pronunciò il suo solito attacco contro gli Usa. Una replica del «grande accordo» fallito negli anni di Clinton. «Non c'è nulla di nuovo nella richiesta di Obama di negoziare con i mullah. Entrambi i suoi predecessori ci hanno provato, entrambi credevano di aver raggiunto un accordo, ed entrambi si accorsero del contrario. Che motivi ci sono per ritenere che oggi le cose andrebbero in modo diverso?»
Secondo John Bolton, dell'American Enterprise Institute, è possibile che l'Iran risponda positivamente. «E perché non dovrebbe? In fondo, il dialogo – avverte Bolton – permetterebbe all'Iran di nascondere le sue reali intenzioni e attività sotto la finzione dei negoziati. Inoltre, l'Iran avrebbe una conferma della debolezza americana e la prova che le sue politiche stanno dando dei frutti». In effetti l'Iran, come la Corea del Nord, sembra aver imparato che un finto interesse nella diplomazia è modo eccellente per guadagnare tempo e mietere concessioni senza concedere nulla di fondamentale.
Già prima dell'apertura di Obama, Michael Gerson, del Council on Foreign Relations, spiegava sul Washington Post come la politica dell'amministrazione nei confronti dell'Iran fosse un misto di cautela e confusione, non in grado né di persuadere, né di intimidire il regime iraniano. Nel frattempo, le forze al-Quds iraniane continuano a guidare, addestrare e armare i terroristi sciiti all'interno dell'Iraq. Non va dimenticato, ricorda Walid Phares, che il 31 agosto del 2010 è la data fissata per il piano di ritiro dall'Iraq e che Iran e Siria potrebbero decidere di approfittarne per destabilizzare la giovane democrazia irachena, trasformando il ritiro in sconfitta.
In una recente audizione, il direttore dell'Intelligence Dennis Blair ha informato la Commissione esteri del Senato che «alcuni funzionari iraniani, come il comandante in capo delle Guardie della Rivoluzione, hanno fatto capire che ci sarebbe la mano iraniana dietro attacchi contro gli interessi americani in luoghi anche molto distanti, suggerendo che l'Iran ha pronti piani terroristici e di guerra non convenzionale contro gli Usa e i loro alleati».
Amir Taheri, infine, osserva che l'incapacità dell'occidente di fermare i piani iraniani ha già innescato in Medio Oriente una corsa al nucleare. Negli ultimi cinque anni, 25 paesi – 10 arabi – hanno per la prima volta annunciato di voler avviare i loro programmi. Nel 2008 l'Arabia Saudita ha aperto negoziati con gli Stati Uniti per ottenere una «capacità nucleare», ufficialmente per «scopi pacifici». L'Egitto ha firmato un accordo di cooperazione con la Francia, così come gli Emirati Arabi Uniti. Non c'è dubbio che l'attuale corsa al nucleare in Medio Oriente sia dovuta al timore che l'Iran usi il suo arsenale nucleare per imporre la sua egemonia nella regione. Ma l'Iran stesso sta giocando un ruolo attivo nella proliferazione, fornendo aiuto a Siria e Sudan, ma anche ai regimi antiamericani del Sud America, come Venezuela, Bolivia, Nicaragua and Ecuador.
Ha abbandonato il regime change sia come obiettivo che come speranza di libertà per gli iraniani. Ha accantonato l'opzione militare. Ha seppellito la cosiddetta politica del bastone e della carota. Obama si è rivolto per ben due volte alla «Repubblica islamica dell'Iran», una formula a lungo evitata, auspicando che riprenda «il posto che merita nella comunità delle nazioni». L'America accetta quindi la rivoluzione islamica del 1979, si impegna a non minacciare l'esistenza del regime che ne è scaturito, e offre a quel regime un dialogo senza precondizioni, neanche la sospensione del programma nucleare, sulla «totalità dei problemi» tra Usa e Iran.
A festeggiare la svolta di Obama è Roger Cohen, secondo cui «la retorica provocatoria del regime di Teheran nasconde un sostanziale pragmatismo». Il «modo migliore» per aiutare la giovane popolazione iraniana, alla ricerca di stabilità e riforme, è proprio il «coinvolgimento», il dialogo. D'altra parte, con gli introiti del petrolio e del gas in calo, e l'economia in crisi, Khamenei – la cui missione è preservare la rivoluzione – «può essere radicale solo fino ad un certo punto». L'apertura all'Iran, secondo Cohen, determinerà un «doloroso, ma necessario», raffredamento dei rapporti tra Stati Uniti e Israele.
«Il presidente Obama ci presenta l'intenzione di sedere e parlare con i mullah come se fosse un drastico cambiamento rispetto al passato, ma l'amministrazione Bush – ricorda Michael Ledeen – ha negoziato ampiamente con Teheran», sebbene i suoi critici la accusassero di una totale chiusura al dialogo. Nell'autunno del 2006 a Washington si erano convinti che un accordo fosse stato raggiunto, e stavano preparando il testo per un annuncio pubblico, rivela Ledeen. «Si stavano illudendo, e chiunque pensi che l'Iran desideri davvero buone relazioni con gli Stati Uniti dovrebbe studiare attentamente come andarono le cose allora». L'annuncio pubblico avrebbe dovuto tenersi all'Assemblea generale dell'Onu di settembre. Larijani sarebbe venuto a New York e avrebbe annunciato la sospensione dell'arricchimento dell'uranio, e Condoleezza Rice che l'America avrebbe tolto le sanzioni all'Iran.
Ma il «lieto evento» non ebbe mai luogo. Larijani e la sua delegazione non vennero mai a New York e il presidente Ahmadinejad pronunciò il suo solito attacco contro gli Usa. Una replica del «grande accordo» fallito negli anni di Clinton. «Non c'è nulla di nuovo nella richiesta di Obama di negoziare con i mullah. Entrambi i suoi predecessori ci hanno provato, entrambi credevano di aver raggiunto un accordo, ed entrambi si accorsero del contrario. Che motivi ci sono per ritenere che oggi le cose andrebbero in modo diverso?»
Secondo John Bolton, dell'American Enterprise Institute, è possibile che l'Iran risponda positivamente. «E perché non dovrebbe? In fondo, il dialogo – avverte Bolton – permetterebbe all'Iran di nascondere le sue reali intenzioni e attività sotto la finzione dei negoziati. Inoltre, l'Iran avrebbe una conferma della debolezza americana e la prova che le sue politiche stanno dando dei frutti». In effetti l'Iran, come la Corea del Nord, sembra aver imparato che un finto interesse nella diplomazia è modo eccellente per guadagnare tempo e mietere concessioni senza concedere nulla di fondamentale.
Già prima dell'apertura di Obama, Michael Gerson, del Council on Foreign Relations, spiegava sul Washington Post come la politica dell'amministrazione nei confronti dell'Iran fosse un misto di cautela e confusione, non in grado né di persuadere, né di intimidire il regime iraniano. Nel frattempo, le forze al-Quds iraniane continuano a guidare, addestrare e armare i terroristi sciiti all'interno dell'Iraq. Non va dimenticato, ricorda Walid Phares, che il 31 agosto del 2010 è la data fissata per il piano di ritiro dall'Iraq e che Iran e Siria potrebbero decidere di approfittarne per destabilizzare la giovane democrazia irachena, trasformando il ritiro in sconfitta.
In una recente audizione, il direttore dell'Intelligence Dennis Blair ha informato la Commissione esteri del Senato che «alcuni funzionari iraniani, come il comandante in capo delle Guardie della Rivoluzione, hanno fatto capire che ci sarebbe la mano iraniana dietro attacchi contro gli interessi americani in luoghi anche molto distanti, suggerendo che l'Iran ha pronti piani terroristici e di guerra non convenzionale contro gli Usa e i loro alleati».
Amir Taheri, infine, osserva che l'incapacità dell'occidente di fermare i piani iraniani ha già innescato in Medio Oriente una corsa al nucleare. Negli ultimi cinque anni, 25 paesi – 10 arabi – hanno per la prima volta annunciato di voler avviare i loro programmi. Nel 2008 l'Arabia Saudita ha aperto negoziati con gli Stati Uniti per ottenere una «capacità nucleare», ufficialmente per «scopi pacifici». L'Egitto ha firmato un accordo di cooperazione con la Francia, così come gli Emirati Arabi Uniti. Non c'è dubbio che l'attuale corsa al nucleare in Medio Oriente sia dovuta al timore che l'Iran usi il suo arsenale nucleare per imporre la sua egemonia nella regione. Ma l'Iran stesso sta giocando un ruolo attivo nella proliferazione, fornendo aiuto a Siria e Sudan, ma anche ai regimi antiamericani del Sud America, come Venezuela, Bolivia, Nicaragua and Ecuador.
Wednesday, May 21, 2008
Libano, test iraniano sulla fermezza dell'Occidente
Ancora 24 ore di tempo sono state concesse ieri alle forze politiche libanesi per trovare un'intesa. Proseguono anche oggi, quindi, i negoziati in corso a Doha tra la maggioranza parlamentare anti-siriana e l'opposizione guidata da Hezbollah. «Una delle parti ha chiesto più tempo per esaminare alcune proposte e il comitato della Lega araba ha concesso una proroga fino a domani (oggi, n.d.r.)», ha riferito il ministro qatariota per le Relazioni estere, rivelando anche che i mediatori arabi guidati dal primo ministro del Qatar, Sheikh Hamad bin Jassem al-Thani, hanno avanzato due nuove proposte, ritenute le «soluzioni migliori». «Si spera» che possano colmare il divario tra le parti, le quali però sembrano parlare di cose diverse.Le trattative sono bloccate sulle modifiche alla legge elettorale, in particolare su come ridisegnare le circoscrizioni a Beirut. Un tema cruciale, perché influenzerà in modo significativo l'esito delle elezioni parlamentari del 2009. Hezbollah si rifiuta di chiudere qualsiasi accordo sulle altre questioni prima che sia sciolto il nodo della legge elettorale.
Per quanto riguarda la formazione di un nuovo governo, di unità nazionale, Hezbollah rivendica per sé un vero e proprio potere di veto sui provvedimenti dell'esecutivo, il che vuol dire almeno 11 ministri. La prima ipotesi di compromesso avanzata dal primo ministro qatariota – un governo di 30 ministri, 13 alla coalizione di governo, 10 all'opposizione e 7 scelti dal nuovo presidente – è stata rispedita al mittente da Hezbollah, che insiste per una composizione che registri a livello politico i nuovi equilibri di forza a suo favore determinati sul terreno dall'esito della crisi della settimana scorsa. I mediatori avrebbero dunque avanzato una ulteriore proposta, che assegnerebbe 16 ministeri alla maggioranza, gli 11 richiesti all'opposizione e 3 a candidati scelti dal futuro presidente. Ma in cambio l'opposizione dovrebbe accettare le modifiche alla legge elettorale proposte dai partiti della maggioranza. «Vogliono condividere il governo con noi per 11 mesi e prendersi governo e presidenza per i prossimi 4 anni», ha protestato Michel Aoun, leader dei cristiani maroniti alleati di Hezbollah.
I due provvedimenti del governo Siniora che hanno innescato la crisi erano forse i primi passi per il disarmo di Hezbollah, in accordo con le risoluzioni dell'Onu, che però il gruppo sciita ha sempre rigettato, minacciando di combattere contro chiunque avesse tentato di disarmarlo. Con la revoca delle decisioni del governo Hezbollah ha dimostrato di poter imporre la sua volontà con la forza. Per quanto riguarda il movimento sciita, ci sono due vie d'uscita dalla crisi: un governo dominato da Hezbollah, che gli altri partiti non accetteranno mai; o l'accettazione di Hezbollah come "uno stato nello stato" libanese. L'ex presidente iraniano Khatami, che molti chiamano "riformista", ha chiarito che «non ci sarà mai Libano senza Hezbollah».
Negli ultimi tre anni, ricorda l'analista Amir Taheri, «Washington ha indicato il Libano come esempio della democratizzazione nella regione, ma ora sembra che l'Iran abbia deciso di dimostrare che il Libano fa parte della sua sfera d'influenza nella più ampia guerra contro gli Stati Uniti e Israele». Secondo Taheri, Teheran ha voluto il "coup de force" a Beirut «per testare la determinazione americana», nel momento in cui la presidenza Bush si avvia al termine. La «debole» risposta Usa e la «veloce resa» del governo Siniora «potrebbero aver mandato un segnale sbagliato» a Teheran, convincendo forse gli iraniani a lanciare nei prossimi mesi una sfida diretta per prendere il controllo del Libano, con gli Usa sotto elezioni.
Ciò obbligherebbe le altre comunità libanesi ad opporsi con la forza, trovando certamente alleati tra i Paesi arabi che vedono come una minaccia le ambizioni egemoniche iraniane. Quindi, conclude Taheri, Hezbollah «potrebbe trovarsi a pagare un prezzo strategico per la sua vittoria tattica. Mentre nel 2006 era visto dai Paesi arabi come un campione nella lotta contro Israele, oggi è visto come una pedina di Teheran per il dominio del Medio Oriente».
Thursday, August 23, 2007
Emergenza umanitaria in Iran
Le fustigazioni in piazza, eventi abbastanza rari, stanno aumentando, così come negli ultimi mesi si è registrato un incremento vertiginoso di condanne per violazioni delle leggi islamiche sulla morale e l'abbigliamento.
Avevamo raccolto, alcune settimane fa, l'allarme lanciato da Amir Taheri sull'ondata di terrore in atto in Iran. Il regime ha sempre più paura e reagisce stringendo la sua morsa repressiva sulla popolazione. Quella iraniana è ormai una vera e propria emergenza umanitaria.
Thursday, August 09, 2007
Bonino, che amarezza...
Con estrema delusione bisogna constatare le difficoltà di Emma Bonino nel recitare allo stesso tempo il ruolo di ministro del commercio internazionale e di promotrice della democrazia, almeno dalla postazione di governo che si è conquistata.
E' vero quanto dice al Sole 24 Ore, che «non ci sono soluzioni miracolistiche», e che insieme ai beni circolano «anche persone e idee». Gli oggetti hanno in sé una potente carica culturale. Ma attenzione: in Iran stiamo vendendo iPod, cosicché uomini e donne iraniane possano scaricare da internet musica e informazione dall'esterno del loro paese? Oppure altri beni di consumo, come borse di Gucci e Versace? Non stiamo invece, come Europa e come Italia, concedendo crediti bancari e vendendo tecnologia e macchinari pesanti alle industrie di stato iraniane? Quanti sono i programmi di aiuti nella costruzione di infrastrutture che la Farnesina ha in piedi con Teheran?
In Iran, come ha scritto giorni fa Amir Taheri, in queste settimane il regime ha scatenato la più vasta ondata di terrore e repressione dai primi anni '80. Nessuno ha mai parlato di «chiudere i rubinetti» con l'Iran, la Cina o la Russia. Ma qualcuno, e i radicali sono (o erano?) tra questi, ha sempre affermato che il commercio può essere usato come arma di pressione nei confronti delle dittature. Anche loro sono dipendenti da noi, forse anche di più. Se vogliono tecnologia e macchinari europei, gli si potrebbe chiedere di non bloccare i siti internet.
Per non parlare della Cina, della grande opportunità, che l'Occidente sta sprecando, di esercitare un'azione di pressione coordinata per ottenere, con l'avvicinarsi delle Olimpiadi di Pechino, nel 2008, qualche apertura, per esempio per quanto riguarda libertà d'espressione e accesso all'informazione.
E' vero quanto dice al Sole 24 Ore, che «non ci sono soluzioni miracolistiche», e che insieme ai beni circolano «anche persone e idee». Gli oggetti hanno in sé una potente carica culturale. Ma attenzione: in Iran stiamo vendendo iPod, cosicché uomini e donne iraniane possano scaricare da internet musica e informazione dall'esterno del loro paese? Oppure altri beni di consumo, come borse di Gucci e Versace? Non stiamo invece, come Europa e come Italia, concedendo crediti bancari e vendendo tecnologia e macchinari pesanti alle industrie di stato iraniane? Quanti sono i programmi di aiuti nella costruzione di infrastrutture che la Farnesina ha in piedi con Teheran?
In Iran, come ha scritto giorni fa Amir Taheri, in queste settimane il regime ha scatenato la più vasta ondata di terrore e repressione dai primi anni '80. Nessuno ha mai parlato di «chiudere i rubinetti» con l'Iran, la Cina o la Russia. Ma qualcuno, e i radicali sono (o erano?) tra questi, ha sempre affermato che il commercio può essere usato come arma di pressione nei confronti delle dittature. Anche loro sono dipendenti da noi, forse anche di più. Se vogliono tecnologia e macchinari europei, gli si potrebbe chiedere di non bloccare i siti internet.
Per non parlare della Cina, della grande opportunità, che l'Occidente sta sprecando, di esercitare un'azione di pressione coordinata per ottenere, con l'avvicinarsi delle Olimpiadi di Pechino, nel 2008, qualche apertura, per esempio per quanto riguarda libertà d'espressione e accesso all'informazione.
Tuesday, August 07, 2007
Ondata di terrore islamo-fascista in Iran
Bella figura a costo zero. Di questo è capace il nostro premier. In Iran si continua a impiccare (dall'inizio dell'anno 149 condanne eseguite, secondo notizie di stampa e testimonianze), ma noi possiamo consolarci: il nostro governo sa ancora indignarsi.
Alla Farnesina, che attenendosi semplicemente alla linea concordata in sede Ue aveva espresso nei giorni scorsi «forte inquietudine italiana» per la nuova raffica di esecuzioni ordinate da Teheran, aveva risposto infastidito un portavoce degli Esteri iraniano accusandoci di «interferenza» nei loro affari interni. Giungeva così la replica di Prodi: «La nostra posizione è chiara e abbiamo diritto di esprimerla. Siamo contrari alla pena di morte e insistiamo sulla moratoria».
A rischio le buone relazioni con l'Iran? Neanche per idea. Il premier si dice sicuro di no: «Di fronte a problemi così chiari, espressi tante volte dal nostro governo, mi sembra fuori luogo ritenerli una novità. È la nostra linea politica». Linea coraggiosa? No, perché la moratoria Onu, ammesso che venga approvata, non impedirà all'Iran di continuare ad assassinare e a torturarte il proprio popolo. A fronte dell'indignazione italiana ed europea non c'è alcun atto concreto di pressione nei confronti di Teheran.
Proteste «benvenute, ma tardive e modeste», sottolinea oggi Emanuele Ottolenghi su Libero: «Se i diritti umani in Iran stanno davvero a cuore all'Europa, i mezzi non mancano per dar peso politico alle condanne. Ma forse l'interesse economico europeo farà sì che queste cadano nel nulla».
L'opinione pubblica non merita di essere ingannata. La Repubblica islamica viola da sempre i diritti umani in modo sistematico e brutale: gli oppositori (politici, sindacalisti, giornalisti, intellettuali) spariscono, o vengono torturati e uccisi, così come gli omosessuali e le adultere. E' al mondo il paese che mette a morte più minori e donne. Si sospetta anche una politica di pulizia etnica nelle zone non persiane.
A fronte di tutto questo, l'Europa rimane il primo partner commerciale dell'Iran degli ayatollah: il 41% di tutte le importazioni iraniane vengono da paesi europei e l'Europa è il primo mercato per i prodotti iraniani. L'Italia, in particolare, è il secondo esportatore europeo dopo la Germania. E in Iran non finiscono solo beni di consumo, ma anche tecnologia, infrastrutture e crediti bancari che rafforzano solo il regime.
«Se solo l'Europa - conclude Ottolenghi - interrompese la fornitura di pezzi di ricambio all'industria iraniana potrebbe mettere in ginocchio il regime». Quanto meno, dunque, è lecito attendersi che questa dipendenza commerciale venga non tanto interrotta, ma almeno usata come arma di pressione».
E' in corso attualmente in Iran, ha scritto Amir Taheri sul Wall Street Journal, «la più grande ondata di esecuzioni dal 1984»: circa 118 persone uccise nelle ultime sei settimane e almeno 150 lo saranno nelle prossime, ma non tutte le condanne vengono eseguite in pubblico, soprattutto quelle degli oppositori e degli esponenti delle minoranze etniche. Si tratta di «una campagna per terrorizzare una popolazione sempre più recalcitrante», per «neutralizzare leader sindacali, studenti attivisti, giornalisti e anche mullah che si oppongono al regime».
Le esecuzioni sono state accompagnate da ondate di arresti. Da aprile quasi mezzo milione di persone per accuse relative a sostanze stupefacenti; quasi un milione tra uomini e donne, secondo dati forniti da Ismail Muqaddam, comandante della polizia islamica, per aver violato il nuovo codice di abbigliamento. Per la maggior parte di loro si è trattato di un «avvertimento», sono usciti dopo poche ore, ma circa 40 mila sono rimasti dietro le sbarre. Sei mila tra uomini e donne sono in carcere per promiscuità sessuale al di fuori del matrimonio, ha fatto sapere il generale della polizia Hussein Zulfiqari.
I penitenziari scoppiano (150 mila reclusi a fronte di una capienza di 50 mila). Ma Ahmadinejad ha ordinato la conversione in prigioni di 41 uffici pubblici e la costruzione di 33 nuovi istituti. Poi ci sono le prigioni non ufficiali delle Guardie rivoluzionarie islamiche, sotto il diretto controllo della "Guida Suprema", Ali Khamenei, per gli oppositori più pericolosi.
Il regime, ci fa sapere Taheri, «teme soprattutto i movimenti sindacali, che negli ultimi 4 mesi hanno organizzato 12 scioperi e 47 dimostrazioni in varie parti del paese». La repressione sui manifestanti e sui sindacalisti è brutale, e va dal licenziamento all'uccisione. Così come è in atto «la più grande purga nelle università dalla Rivoluzione islamica nel 1980»: arresti, espulsioni, libri di testo riscritti, lettori e presidi licenziati. Sono stati ovviamente moltiplicati gli sforzi per «tagliare fuori gli iraniani dalle fonti di informazione all'esterno del paese»: migliaia di siti bloccati, raddoppiati gli autori e i libri proibiti. Dallo scorso aprile 30 tra quotidiani e riviste sono stati chiusi. Almeno 17 giornalisti sono in prigione, due già condannati a morte.
La versione ufficiale del regime è che la Repubblica iraniana è sotto l'attacco di complotti interni ed esterni, ma «la verità - conclude Taheri - è che di fronte al crescente malcontento popolare, la cricca khomeinista è vulnerabile ed estremamente preoccupata». Chissà che iniziando finalmente a sostenere dall'esterno questi movimenti di opposizione popolare l'Occidente non possa assestare quella spallata decisiva per far cadere uno dei più orribili regimi fascisti rimasti sulla faccia della terra.
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