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Friday, November 04, 2011

L'Iran vero banco di prova per Obama


Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik

Un altro pezzo della politica estera del presidente americano Barack Obama si sta sgretolando sotto i duri colpi della realtà. Il programma nucleare iraniano è tornato al centro delle agende diplomatiche e militari e si è quindi riaffacciato nelle conferenze stampa dei leader e sulle prime pagine dei giornali. Nei giorni scorsi le notizie di esercitazioni militari congiunte e un articolo del Guardian, secondo cui le forze armate britanniche stanno perfezionando i loro piani di appoggio agli Stati Uniti nel caso di un attacco contro obiettivi nucleari in Iran. Il dossier iraniano è stato al centro dell'incontro di ieri fra il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak e il ministro britannico degli Esteri William Hague. Ed è imminente (previsto per l'8 novembre) un rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), che dovrebbe contenere informazioni allarmanti come mai prima d'ora: il programma atomico e missilistico di Teheran sarebbe in uno stato molto avanzato e il regime iraniano potrebbe essere dotato di un arsenale nucleare entro la fine del 2014. L'Iran avrebbe dimostrato - in verità come molti avevano previsto - una sorprendente resistenza alle sanzioni internazionali. I sabotaggi tramite attacchi cibernetici e gli omicidi mirati degli scienziati iraniani non avrebbero sortito gli effetti sperati, o quanto meno non sarebbero riusciti a rallentare il programma nucleare secondo le aspettative.

L'amministrazione Usa per il momento si limita allo studio di nuove e più dure sanzioni, e il presidente Obama non vorrebbe prendere in considerazione un attacco prima delle prossime elezioni presidenziali. Tuttavia, secondo le fonti del Guardian un'accelerazione della Casa Bianca verso l'opzione militare non sarebbe da escludere. Molto dipenderà dal grado di allarme che susciteranno i progressi iraniani. Le obiezioni sono sempre le stesse e riguardano il rapporto costi-benefici: dubbi sulla reale efficacia dello "strike" rispetto ai rischi di rappresaglia iraniana (non va dimenticato infatti che gli Hezbollah in Libano sono pronti in qualsiasi momento a scatenare l'inferno, alla faccia della missione Unifil). Inoltre, c'è chi è convinto che un attacco possa ricompattare il regime, che invece nel tempo che ancora ci separa dall'acquisizione della bomba potrebbe essere dilaniato dalle divisioni e/o travolto da un'ondata rivoluzionaria. Ma se i dubbi si concentrano sull'efficacia dell'attacco nell'azzerare, o arrestare il programma nucleare, è anche vero che più passano i mesi più Teheran avrà il tempo di studiare e attuare le sue contromosse per limitarne i danni. Entro i prossimi 12 mesi, infatti, gli iraniani potrebbero nascondere il loro materiale e le loro armi all'interno di bunker fortificati in grado di resistere alla pur incredibile forza di penetrazione dei missili americani e israeliani. Insomma, la finestra per un attacco potrebbe chiudersi prima di quanto si creda e ciò secondo gli inglesi potrebbe indurre il presidente Obama ad anticipare l'operazione.

In ogni caso, la politica della «mano tesa» verso Teheran inaugurata all'indomani del suo insediamento alla Casa Bianca appare ormai un pallido ricordo. Una svolta che ha avuto la sua sanzione pubblica circa un mese fa, dopo la scoperta del complotto ordito dal governo iraniano che doveva portare all'uccisione dell'ambasciatore saudita a Washington. «Continueremo ad applicare contro l'Iran le più dure sanzioni, perché il Paese venga sempre più isolato», aveva assicurato Obama in quella circostanza, aggiungendo che «nessuna opzione viene esclusa» nei confronti di Teheran. Un'espressione tipica dei "falchi" della precedente amministrazione. Dunque, lo stesso Obama che nel 2009 aveva rinunciato a sostenere l'"onda verde" contro la truffaldina rielezione di Ahmadinejad, riuscendo solo dopo molte incertezze a proferire qualche timida parola contro le violenze e sui diritti del popolo iraniano, nel timore di compromettere fin da subito la sua apertura di credito agli ayatollah, oggi ha cambiato strategia nei confronti del regime iraniano, ma l'ipotesi di un attacco militare mi sembra prematura. Per il momento con Teheran sembra più una guerra di nervi.

Certo è che l'opzione è tornata prepotentemente sul tavolo di Obama, anche perché non vanno sottovalutati i rischi di un'eventuale azione unilaterale da parte israeliana, quindi i piani militari vengono tenuti aggiornati, ma l'impressione è che non si muoverà nulla prima della scadenza del suo mandato nel 2012. Scadenza che conviene aspettare anche al governo israeliano, che a gennaio 2013 potrebbe trovare alla Casa Bianca un interlocutore più sensibile. In Israele intanto il dibattito sull'opzione militare è ancora aperto, nell'opinione pubblica e tra i vertici militari. Il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Barak avrebbero ottenuto il via libera della propria maggioranza, ma le indiscrezioni di questi giorni su un attacco dato addirittura per "imminente" vengono interpretate come un'azione di boicottaggio ai danni del processo di costruzione del consenso attorno all'eventuale operazione. Israele infatti scioglierà il suo dilemma, se muoversi o meno in solitudine, solo nel momento in cui apparisse chiaro che gli Usa e i loro alleati non intendono in alcun caso agire, e comunque tempi e modi verranno concordati con Washington.

Strike o non strike, che sia imminente o meno, è degno di nota che il presidente Obama prenda in considerazione l'ipotesi di un attacco preventivo in pieno stile George W. Bush, a riprova del fatto che, contrariamente a quanto veniva spacciato in Europa durante la crisi irachena, il concetto negli Usa è da sempre bipartisan, non una diavoleria da neocon. Se guardiamo all'architettura legale e militare della guerra al terrorismo (Guantanamo e affini, per intenderci), nient'affatto smantellata; all'Iraq, con la conferma dei piani di ritiro di Bush; all'Afghanistan, con il "surge"; e ai bombardamenti con i droni in Pakistan e in altre zone del mondo, Obama si è rivelato persino tougher than Bush, deludendo le aspettative pacifiste dei liberal e smentendo quanti a destra temevano un presidente incline a disimpegni precipitosi, quindi debole su quanto di più delicato: la sicurezza nazionale.

La politica di Obama in Medio Oriente invece è stata un disastro. Da quel discorso di apertura pronunciato al Cairo e indirizzato nient'affatto ai popoli della regione, ma ai loro regimi autoritari, ai quali assicurava la non interferenza Usa, Obama ci ha messo tre anni per capire di dover quanto meno correggere la sua impostazione. Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik. E l'ha capito a suon di sberle degli eventi. C'è voluta l'"onda verde" di Teheran nel 2009, abbandonata alla brutale repressione del regime, per incrinare le sue certezze; ci sono volute le piazze arabe di questa primavera per obbligarlo a correggere il tiro, imboccando, sia pure in modo opportunistico e maldestro, la via del regime change. Adesso però è giunto il momento della verità. L'abbandono frettoloso e "obtorto collo" di Mubarak al suo destino, senza alcuna garanzia sull'esito democratico del processo politico in corso in Egitto, e il successo contro Gheddafi - della serie "ti piace vincere facile" - non si possono considerare prove sufficienti del cambio di rotta in senso pro-democracy della politica di Obama in Medio Oriente. Il vero banco di prova sono la Siria e l'Iran, i cui regimi sono ben più armati e sanguinari e dove gli interessi di Russia e Cina non rendono agevole velare di multilateralismo le proprie scelte.

Tuesday, May 18, 2010

Che fiasco il tuo engagement, caro Obama!

16:33 - Con straordinario - e sospetto - tempismo, Hillary Clinton ha appena annunciato alla Commissione Affari esteri del Senato Usa che è pronta una «forte» bozza di risoluzione per imporre nuove sanzioni all'Iran, che c'è l'accordo di Russia e Cina e che nelle prossime ore sarà fatta circolare al Palazzo di vetro. Un annuncio piuttosto impegnativo. Vedremo presto quanto c'è davvero di definito o se si tratta di un'accelerazione imposta dall'accordo annunciato ieri da Iran, Brasile e Turchia, cioè se il successo diplomatico di Teheran ha in qualche modo costretto Washington a scoprire le proprie carte nel tentativo di imbastire una reazione, soprattutto per "impegnare" Mosca e Pechino, che solo poche ore fa si erano affrettate ad accogliere positivamente l'annuncio turco-brasiliano...

14:10 - Un successo pieno di Ahmadinejad e un umiliante fallimento per Obama. Questo, in termini politici, il significato dell'accordo sul nucleare iraniano siglato ieri da Teheran con Turchia e Brasile. Il presidente iraniano con un colpo solo rompe l'isolamento; praticamente scongiura l'approvazione di nuove sanzioni Onu; e scavalca la già vantaggiosa proposta dell'Aiea. Determinante il ruolo di Turchia e Brasile, i "non allineati" dei nostri giorni di cui l'Occidente - America in testa - mostra di non comprendere ancora peso e ruolo.

Washington è spiazzata, balbetta. Dopo tutti gli sforzi per indurre Russia e Cina a prendere in considerazione l'ipotesi di nuove sanzioni, ancora tutte da definire, e dopo tutti i rospi ingoiati da Teheran a dispetto della "mano tesa", si vede scavalcata da Turchia e Brasile, di cui non si può certo fidare nella gestione dell'uranio iraniano come di Francia e Russia, e messa all'angolo da Teheran. E in ogni caso, se si vorrà ancora far arrivare l'uranio iraniano in Francia o in Russia, a questo punto bisognerà concedere qualcosa in più agli iraniani. L'effetto dell'accordo di ieri sarà di rallentare ancor di più, se non arrestare del tutto, il già lento processo di definizione di nuove sanzioni. Insomma, la strategia iraniana di prendere tempo ottiene un grande risultato, forse decisivo nella sua corsa all'atomica.

Un «fiasco» per l'amministrazione Obama. Il Wall Street Journal definisce senza mezzi termini l'accordo annunciato ieri da Iran, Brasile e Turchia per il trasferimento e l'arricchimento all'estero dell'uranio iraniano. Il «colpaccio» di Teheran «rende istantaneamente irrilevanti 16 mesi di diplomazia obamiana» e «forse assesta il colpo di grazia agli incerti sforzi dell'Occidente per impedire all'Iran di dotarsi di una bomba atomica». «Pieno merito per questa debacle va all'amministrazione Obama e alla sua sventurata strategia diplomatica», secondo il quotidiano, che ricorda la proposta originaria del trasferimento dell'uranio iraniano per l'arricchimento all'estero, avanzata lo scorso ottobre dal gruppo 5+1 tramite l'Aiea, ma rifiutata da Teheran. Ma il presidente Obama «non considera delle risposte i "no" dei regimi canaglia e così ha mantenuto l'offerta sul tavolo».

E mentre alla fine gli Stati Uniti sembravano essersi decisi a percorrere la strada delle sanzioni, gli iraniani hanno deciso di accettare l'accordo alle proprie condizioni con lo «scudo diplomatico» di brasiliani e turchi. La «beffa» è che proprio Washington aveva «incoraggiato» la diplomazia del presidente brasiliano Lula come «passo per favorire un consenso unanime sulle nuove sanzioni Onu». Lula ha invece «usato l'apertura Usa per la propria soluzione diplomatica. Nella sua prima mano di poker diplomatico con un'alta posta in gioco - conclude il WSJ - il segretario di Stato Hillary Clinton sta lasciando il tavolo a mani vuote».

«Invece che mettere l'Iran in un angolo questa primavera, Ahmadinejad ci ha messo Obama». L'«imbarazzo» della Casa Bianca, sottolinea il WSJ, è evidente e ha cercato di mettere in luce le differenze tra l'accordo annunciato ieri e quello proposto lo scorso autunno. «Ma avendo giocato un ruolo così di primo piano» nei negoziati di allora, osserva il WSJ, gli Stati Uniti «non possono dissociarsi così facilmente da qualcosa che appare ampiamente in linea con quella cornice». In base all'accordo di ieri l'Iran «trasferirà in Turchia 1.200 chili di uranio a basso arricchimento entro un mese, e non più tardi di un anno dopo riceverà 120 chili arricchiti da qualche parte all'estero». Ma nel frattempo, in questi sette mesi, fa notare ancora il WSJ, l'Iran «ha portato le sue attività di arricchimento ad una marcia superiore». Si stima che il suo stock complessivo di uranio leggermente arricchito sia «salito a 2.300 chili dai 1.500 dello scorso autunno e il suo dichiarato obiettivo di arricchimento dal 3,5 al 20%».

«Se l'Occidente accetta questo accordo - avverte il WSJ - all'Iran sarebbe permesso di continuare ad arricchire uranio in violazione delle precedenti risoluzioni dell'Onu e il trasferimento di 1.200 chili lascerà l'Iran con una quantità di uranio a basso arricchimento ancora sufficiente per fabbricare una bomba, e una volta che l'uranio è arricchito al 20% sarà tecnicamente più facile raggiungere i livelli di arricchimento necessari per la bomba». La scorsa settimana, riporta il quotidiano Usa, diplomatici presso l'Aiea hanno riferito che l'Iran «ha accresciuto il numero di centrifughe che sta utilizzando per arricchire l'uranio». Secondo le stime delle intelligence occidentali, «continua ad acquistare componenti chiave per le bombe». Secondo la Cia, l'anno scorso Teheran avrebbe addirittura «triplicato le sue scorte di uranio» e si sarebbe avvicinata «all'auto-sufficienza nella produzione di missili nucleari».

L'accordo di ieri quasi certamente rende la via delle Nazioni Unite un «vicolo cieco». «Dopo 16 mesi di mano tesa e dopo aver ridotto al minimo l'appoggio all'opposizione democratica in Iran - conclude il Wall Street Journal - Obama ora ha di fronte un Iran più vicino alla bomba e meno isolato diplomaticamente rispetto a quando il presidente Bush lasciò l'incarico». Israele, aggiunge il giornale, «dovrà considerare seriamente le sue opzioni militari». Un esito di cui bisogna ringraziare il «doppio gioco diplomatico» del premier turco Erdogan e del presidente brasiliano Lula, ma soprattutto il presidente Usa, «la cui diplomazia è riuscita principalmente a persuadere gli stati canaglia del mondo che non ha la determinazione per fermare le loro ambizioni distruttive».

Critico anche il commento dell'editorialista Bret Stephens: nonostante il gioco che sta giocando Teheran non sia molto più complicato di una «partita a dama», «il guaio è che ci stanno battendo». L'accordo originario, ricorda, avrebbe impegnato l'Iran a trasferire all'estero 1.200 chili di uranio arricchito al 3,5% perché fosse arricchito al 20%, così da poter essere impiegato in un piccolo reattore di ricerca di Teheran. Con questo accordo l'Occidente avrebbe acquistato un anno di tempo prima che l'Iran potesse produrre i 1.900 chili di uranio a basso arricchimento da cui ottenere 20 chili ad elevato arricchimento per la produzione di una bomba. Un'offerta troppo vantaggiosa per essere rifiutata, visto che l'Iran avrebbe potuto nel frattempo continuare ad arricchire uranio in violazione delle risoluzioni Onu, ottenere una scorta significativa di uranio arricchito al 20%, con il quale produrre una bomba nell'arco di settimane piuttosto che di mesi, ed evitare ulteriori sanzioni.

Ma l'Iran ha respinto questa proposta, perché, secondo Stephens, «ha imparato che l'Occidente - e in particolare l'amministrazione Obama - non chiude mai la porta, per quanto stretto possa apparire lo spiraglio diplomatico, e non esige mai un prezzo a fronte di comportamenti sbagliati». «Quello che una volta era considerato un comportamento "deviante" da parte di Teheran - incitare alla cancellazione di Israele dalla carta geografica; arricchire uranio in violazione delle risoluzioni Onu; diventare una potenza nucleare - è visto in modo crescente come qualcosa di normale, o comprensibile, o inevitabile».

«In qualsiasi modo l'amministrazione Usa reagisca all'accordo di ieri - osserva l'editorialista del WSJ - l'Iran si è garantito che il Consiglio di Sicurezza, in cui attualmente siedono anche Turchia e Brasile, non approverà nuove sanzioni. Quelle sanzioni che non sarebbero state particolarmente efficaci, ma come minino avrebbero isolato l'Iran e generato un consenso globale» contro il suo programma nucleare. «Ora sembra che i sostenitori dell'"engagement" nell'amministrazione Obama falliranno laddove gli unilateralisti nell'amministrazione Bush riuscirono per tre volte». E sarà dura per gli Stati Uniti, riflette Stephens, spiegare come mai non ha più senso un accordo che non hanno mai ritirato dal tavolo. «La risposta, ovviamente, è che quell'accordo non ha mai avuto molto senso, ma ne ha ancor meno oggi che l'Iran ha arricchito diverse centinaia di chili di uranio in più e lo sta arricchendo ad una velocità di 78 chili al mese, molto maggiore di quanto fosse in grado l'anno scorso».

In una recente analisi per il Nonproliferation Policy Education Center, Gregory Jones osserva che «l'Iran potrebbe avere abbastanza uranio a basso arricchimento da processare in modo da renderlo utilizzabile per scopi militari verso la fine di luglio e quindi potrebbe produrre quell'uranio altamente arricchito di cui ha bisogno per metà novembre». «Con l'ipocrita trionfo della diplomazia di ieri, in realtà ogni speranza di un esito diplomatico è svanita. E sul suo più decisivo test di politica estera, l'amministrazione Obama ha perso il controllo del corso degli eventi. O l'Iran - conclude Stephens - diventerà una potenza nucleare, o sarà fermato da un'azione militare. O una guerra, dunque, o una fase di proliferazione nucleare in Medio Oriente. L'amministazione si illude di poter contenere tutto questo - le ambizioni iraniane, le insicurezze arabe, la preoccupazione di Israele per la propria esistenza - attraverso una diplomazia più astuta. Ma i precedenti non ispirano molta fiducia».

Tuesday, January 05, 2010

Obama tiri fuori il "piano B"... se ce l'ha

Anno nuovo, vecchi tentennamenti alla Casa Bianca di Obama. Il fallito attentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit, le minacce crescenti che giungono dallo Yemen, il panico di ieri a Newark, richiedono che il presidente mostri il suo volto più duro all'opinione pubblica, ricorrendo a una misura controversa come il "racial profiling", che neanche Bush aveva osato adottare. Ma questo genera la collera dei progressisti e delle associazioni per le libertà civili, senza placare l'opposizione dei repubblicani, che accusano l'amministrazione di debolezza. Tuttavia, è sull'Iran che il presidente dovrà far vedere al più presto di che pasta è fatto.

Come molti tra i più autorevoli analisti avevano previsto l'estate scorsa - e non avevo mancato di segnalarlo - nella Repubblica islamica si è messo in moto un processo di cui forse non è possibile anticipare gli esiti, ma che certamente non si concluderà con il mero ritorno allo status quo ante. La Repubblica islamica non è, e non sarà più la stessa, ha cambiato natura. E qualcosa si è rotto al suo interno.

Nonostante le successive ondate di sanguinose repressioni e di arresti, il movimento di protesta di giugno non si è spento. Anzi, di settimana in settimana è cresciuto e si è trasformato. E' diventato un vero e proprio movimento di opposizione temuto dal regime. Nel quale, come sempre accade in queste situazioni, convivono diverse anime e personaggi, ciascuno dei quali gioca - o crede di giocare - la sua partita, mentre è più probabile che nessuno degli attori sia in grado di influenzare più di tanto gli eventi. Che l'esito di quanto sta accadendo in Iran sia o meno una rivoluzione democratica è impossibile prevederlo, ma certo sembrano essercene le condizioni, al di là delle intenzioni dei singoli protagonisti.

Dalla «rabbia per un'elezione rubata» a una «rivolta contro il sistema iraniano di governo islamico», ha osservato qualche giorno fa Con Coughlin sul Wall Street Journal. E nonostante la brutale repressione, «il movimento di opposizione è cresciuto sostanzialmente dai disordini del giugno scorso». Sei mesi fa, nelle strade, gli iraniani gridavano "Dov'è il mio voto?!". Da lì è partita la "Rivoluzione verde". Ma ora, secondo Coughlin, «i manifestanti non cercano più solamente elezioni democratiche, vogliono il regime change». I loro slogan sono: "Khamenei è un assassino"; "Né Gaza, né Libano, offro la mia vita solo per l'Iran" e "Independenza, Libertà e Repubblica iraniana". «In altre parole, chiedono di fermare il sostegno dell'Iran ai terroristi in Palestina, Libano e in Iraq; la separazione tra stato e religione; e considerano Khamenei il nemico pubblico numero uno».

I manifestanti ora chiedono una «Repubblica iraniana, non islamica!», notava il mese scorso anche un attento osservatore come Amir Taheri. E i presunti "leader" di questa rivoluzione? Rafsanjani rimane nell'ombra, ma è significativo che non voglia in alcun modo farsi vedere vicino o "riconciliato" con Khamenei e Ahmadinejad. Mousavi e Karroubi sembrano aver abbandonato la loro precedente idea di «realizzare il pieno potenziale della costituzione esistente». Un consigliere di Mousavi ha confidato a Taheri che ormai «hanno realizzato che la gente si è mossa più rapidamente di quanto immaginassero».

Anche Obama sembra prendere atto che il movimento di opposizione tiene e che l'instabilità interna è destinata a durare, se non ad aggravarsi. Il 28 dicembre ha commentato con toni più duri ed espliciti la recente repressione del regime contro i manifestanti, ma ci aspettiamo che nei prossimi giorni muova passi concreti in una nuova direzione. Siccome l'insabilità interna non sembra aver convinto i leader della Repubblica islamica ad accettare la mano tesa di Obama sul nucleare, è arrivato per il presidente americano il momento di dimostrare di saper mutare strategia nei confronti del regime iraniano, e di avere un "piano B" con il quale rispondere all'evidente fallimento del tentativo di engagement.

La politica di engagement di Obama era iniziata con la rinuncia al cambio di regime, riconoscendo per la prima volta esplicitamente la natura islamica della Repubblica iraniana; era proseguita con messaggi scritti e video per invitare l'establishment al dialogo; era stata accompagnata da gesti tangibili come il taglio dei finanziamenti alle organizzazioni per i diritti umani. Obama aveva evitato di sostenere le manifestazioni dell'opposizione per non irritare Ahmadinejad e Khamenei e di intromettersi nei brogli elettorali del giugno scorso. Ma soprattutto, tramite l'Aiea, ha proposto agli ayatollah un accordo molto favorevole sul nucleare. Nulla di tutto questo è bastato.

Venerdì scorso Teheran ha respinto l'ultimatum implicito degli Stati Uniti e dei loro partner, che chiedevano di accettare entro il 31 dicembre la proposta dell'Aiea per il trasferimento dell'uranio iraniano all'estero in cambio di uranio arricchito al 19,75%. Gli iraniani hanno replicato ponendo a loro volta un ultimatum all'Occidente, perché accetti entro un mese (il 31 gennaio) la loro controproposta al piano Aiea. L'oggetto del contendere è sempre la modalità dello scambio di uranio. L'Iran infatti rifiuta di trasferire in blocco le quantità richieste del suo uranio debolmente arricchito, come prevede la proposta dell'Aiea. «Se la controparte accetta il principio dello scambio progressivo, per tappe, noi potremmo discutere gli altri dettagli», fa sapere il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast.

Di fronte al gioco degli iraniani, che di tutta evidenza è quello di prendere tempo, è urgente che l'America dimostri di avere un "piano B", più chiaro e minaccioso della semplice evocazione di non meglio specificate nuove sanzioni, il cui effetto è tutto da dimostrare consideranto le perplessità dei russi e, soprattutto, dei cinesi. Altrimenti, la credibilità della sua deterrenza agli occhi degli ayatollah precipiterà sotto zero.

Ray Takeyh, che continua ad essere favorevole all'engagement, suggerisce però a Obama di seguire l'esempio di Ronald Reagan quando definì l'Urss «l'impero del male». «E' prematuro - è l'analisi di Takeyh - annunciare la morte immediata del regime teocratico. L'Iran può benissimo entrare in un prolungato periodo di caos e violenza. Tuttavia - osserva - è ovvio che la durata di vita della Repubblica islamica si è considerevolmente accorciata». «Disastrosa», secondo Takeyh, si è dimostrata la decisione del regime di rifiutare ogni compromesso con l'opposizione dopo la frode elettorale del giugno scorso. Le «modeste richieste» di figure chiave dell'establishment, come Rafsanjani, sono state respinte «con arroganza». Quindi, le posizioni si sono radicalizzate e le concessioni che potevano essere fatte allora «oggi apparirebbero come un segno di debolezza e rafforzerebbero l'opposizione».

Da qui un regime senza più «orizzonte politico». Che per uno strano scherzo del destino si trova nello stesso «dilemma» dello shah, «che fece troppo tardi concessioni per rafforzare il suo potere e ampliare la base sociale» del suo consenso. La Repubblica islamica è guidata oggi da un «politico tentennante come fu lo shah». Come lo shah, oggi anche Khamenei sembra «riluttante a ordinare una repressione di massa». Il regime ha optato per una strategia repressiva ma di «contenimento». Mentre il movimento continua a sfidare le autorità, è probabile che si radicalizzi. «Al contrario del 1979, tuttavia, al movimento di opposizione mancano la coesione e leader riconoscibili». Mousavi e Karroubi agli occhi di Takeyh sembrano «più osservatori incuriositi che le menti dei recenti eventi. Ma più a lungo il movimento sopravvive, più è probabile che produca da sé i suoi leader». E' incredibile come finora senza un'ideologia, senza leader carismatici e un network organizzato, il movimento abbia potuto dar vita a manifestazioni così imponenti.

Per dirla in breve, secondo Takeyh la Repubblica islamica «è arrivata a un punto morto: non può né riconciliarsi con l'opposizione, né cancellarla di forza dalla faccia della terra». Cosa possono fare, dunque, gli Stati Uniti di fronte a questa nuova situazione che si è creata? Innanzitutto, «farebbero bene a riconoscere i cambiamenti del contesto». «L'amministrazione Obama dovrebbe prendere esempio da Ronald Reagan e sfidare con perseveranza la legittimità dello stato teocratico, denunciando gli abusi dei diritti umani. L'idea che un linguaggio duro ostacoli un accordo sul nucleare è falsa. A questo punto - spiega Takeyh - la sola ragione per cui Teheran potrebbe accettare un accordo è per attenuare le pressioni internazionali mentre deve fare i conti con l'insurrezione al suo interno».

E anche se il regime dovesse adeguarsi alle richieste internazionali sul programma nucleare, «gli Stati Uniti dovrebbero restare fermi nel sostenere i diritti umani». Reagan, ricorda Takeyh, «non ebbe scrupoli nel denunciare l'Unione sovietica come l'"impero del male", mentre firmava con il Cremlino i trattati per il controllo degli armamenti. La Repubblica islamica, come l'Unione sovietica, è un fenomento transitorio».

«Sono fiducioso - ha dichiarato Obama riguardo la recente repressione - che la storia sarà dalla parte di coloro che cercano giustizia». Ma per William Kristol il presidente Obama ripone «troppa fiducia nel corso della storia». Il popolo iraniano invece «ha bisogno di aiuto». «La storia del XX secolo, con le sue guerre, i genocidi e il terrorismo, non insegna forse che la parte di coloro che cercano giustizia non prevale facilmente? Che la giustizia ha bisogno di tutto l'energico sostegno possibile? E che l'aiuto degli Stati Uniti è cruciale? Gli Stati Uniti non hanno ancora cominciato a fare ciò che è in loro potere - a parole e concretamente, diplomaticamente ed economicamente, pubblicamente e in segreto, multilateralmente e unilateralmente - per provare ad aiutare il popolo iraniano a cambiare il regime di paura e tirannia che nega loro giustizia. Regime change in Iran nel 2010 - ora questo sarebbe il cambiamento in cui credere».

Tuesday, December 15, 2009

Teheran-Caracas, nuove prove della relazione "radioattiva"

Su il Velino

La cooperazione nel campo nucleare tra Iran e Venezuela non è un mistero, tanto da essere stata rivendicata dai due Paesi nei recenti incontri ufficiali. Ma il puzzle di questa cooperazione si arricchisce di un nuovo tassello con il memorandum d'intesa di cui è entrato in possesso - da una «credibile fonte di intelligence straniera» - l'editorialista del Wall Street Journal Bret Stephens. Le basi ufficiali della cooperazione nucleare tra Teheran e Caracas sembrano gettate in un «memorandum d'intesa» datato 14 novembre 2008 e firmato dai ministri della Scienza e della Tecnologia dei due Paesi. «Le due parti concordano di cooperare nel campo della tecnologia nucleare», si legge nella versione in lingua spagnola del documento, in cui si menziona anche «l'uso pacifico delle energie alternative». Alcuni giorni dopo, il governo venezuelano ha consegnato all'Agenzia internazionale per l'energia atomica un documento riguardante l'"Introduzione di un Programma per l'Energia nucleare"...

Nel suo articolo l'editorialista del WSJ ricorda gli altri "indizi" della cooperazione nucleare tra Iran e Venezuela. I 22 container etichettati come "parti di trattori" scoperti dalle autorità turche...
(...)
L'Iran, inoltre, secondo quanto riporta oggi il Washington Post, è ormai virtualmente in grado di costruire una testata nucleare. Nonostante le sanzioni e l'isolamento, Teheran avrebbe infatti da tempo intrapreso con successo uno sforzo per sostituire le capacità e i materiali acquisiti dall'estero con "know how" proprio. E' la conclusione cui sarebbero giunti analisti dell'intelligence Usa e di altri Paesi occidentali, così come di quelli dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica. «L'Iran ha informazioni sufficienti per essere in grado di progettare e produrre un ordigno nucleare in grado di funzionare», si legge nel memorandum firmato dagli esperti dell'Aiea citato dal quotidiano Usa. I progressi tecnici iraniani riguarderebbero la metallurgia dell'uranio, la produzione di acqua pesante e gli esplosivi di alta precisione necessari per innescare un'esplosione nucleare. I timori sullo stato di avanzamento del programma nucleare iraniano sono avvalorati dalla recente scoperta, da parte degli ispettori dell'Aiea, di 600 barili di acqua pesante nel sito di Khonab, vicino a Isfahan, una quantità incompatibile con le capacità dell'impianto denunciato dagli iraniani.
(...)
«Piano piano stanno emancipandosi dalla dipendenza dalle importazioni di tecnologie critiche che invece stanno riuscendo a produrre da soli», ha spiegato Rolf Mowatt-Larssen, un ex funzionario della Cia ed ex direttore dell'intelligence del dipartimento dell'Energia, sentito dal Washington Post. «Stanno eliminando i colli di bottiglia del processo di costruzione di un ordigno nucleare. Non ho prove di una decisione iraniana di costruirli, ma d'altra parte, svolgere attività come quelle descritte nel memorandum è ben lungi dall'idea che l'Iran abbia completamente cessato il suo impegno nello sviluppo di testate nucleari nel 2003 e non l'abbia più ripreso», spiega David Albright, ex ispettore Aiea e ora analista dell'Isis.
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Tuesday, November 10, 2009

Obama come un disco rotto con l'Iran

Come un disco rotto la Casa Bianca continua a chiedere a Teheran una risposta in tempi brevi (nel frattempo sono passate quasi due settimane) alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero. L'aspetto surreale, e un po' patetico, della vicenda è che una risposta, anche se negativa, gli iraniani l'hanno già data, a tutti i livelli, ma da quest'altra parte fanno finta di non aver sentito/capito. Può non piacere, ma la risposta è un "no". Più precisamente, l'Iran offre controproposte che nella sostanza rifiutano di concedere ciò che l'Occidente sperava di ottenere con la proposta dell'arricchimento all'estero: privare Teheran della quantità di uranio a basso arricchimento necessaria per, se ulteriormente arricchito, fabbricare una bomba atomica. Si trattava di prendersi un anno di tempo per cercare, poi, un accordo complessivo. Questo retroscena del New York Times descrive piuttosto lo stato di negazione che impedisce all'amministrazione Obama di prendere la risposta iraniana per quella che è.

Il "no" iraniano ha sorpreso anche me. L'accordo non mi sembrava molto sconveniente per Teheran, visto che in un anno si sarebbero visti riconsegnare uranio arricchito gratis al 19,75%, che fa sempre comodo, potendo tranquillamente riprodurre le stesse quantità spedite all'estero per tornare al livello di scorte pre-accordo e per di più scongiurando ulteriori sanzioni. Evidentemente, ci devono essere ragioni di opportunità politica interne al regime che suggeriscono a Khamenei e Ahmadinejad di declinare comunque l'offerta. Forse il regime per sopravvivere non può permettersi di dialogare, neanche per finta, con il "Grande Satana", la cui minaccia è ingrediente fondamentale del collante ideologico che tiene insieme il sistema.

Alcuni autorevoli giornali ancora incantati dal fascino di Obama, come il New York Times e il Washington Post, hanno provato a sostenere, in realtà in modo poco convincente, che per lo meno l'apertura Usa e l'offerta dell'Aiea hanno creato un dibattito e persino delle divisioni all'interno della leadership iraniana. Un'ipotesi che un attento osservatore come Meir Javedanfar smentisce agilmente.

Di certo l'Iran sta dimostrando di non essere affatto disponibile a dialogare seriamente sul nucleare, come molti - soprattutto tra i cosiddetti "realisti" - pensavano. Si è perso un anno per soddisfare la curiosità di Obama, il quale adesso però può ancora volgere a suo vantaggio questa perdita di tempo, dimostrando alla comunità internazionale di aver dato una chance concreta alla diplomazia ma che ora è giunto il momento di agire. Certo, dovrà riconoscere che i suoi poteri da ammaliatore non hanno funzionato, ma speriamo che non pecchi d'orgoglio e che sia così pragmatico da cambiare strategia. In fretta, possibilmente.

Purtroppo, le sue ultime dichiarazioni inquietano, perché sembra che ritenga di poter aspettare ancora chissà quanto tempo: «Ci vorrà tempo, e parte dei problemi che dobbiamo affrontare consiste nel fatto che né Corea del Nord, né Iran sembrano politicamente pronti ad assumere decisioni rapide» sui rispettivi programmi nucleari. Il presidente francese Sarkozy e quello russo Medvedev sono sembrati più fermi, ricordando a Teheran che «la pazienza della comunità internazionale non è infinita». E i due leader, anche quello russo, «non hanno escluso» la possibilità di ulteriori sanzioni.

Monday, November 02, 2009

Prendere tempo, il solo vero obiettivo di Teheran

Il ministro degli Esteri Mottaki dice che l'Iran non ha mai detto "no" alla proposta di arricchimento dell'uranio iraniano all'estero avanzata dall'Aiea. E' vero. La scorsa settimana al direttore dell'Aiea ha solo espresso un «parere» e «osservazioni», che però contraddicono nella sostanza la bozza di accordo. «Abbiamo preso in esame questa proposta, ma abbiamo alcune considerazioni tecniche ed economiche in merito», ha spiegato, proponendo una «commissione tecnica» per «riconsiderare tutte le opzioni». E' evidente che il tentativo di Teheran è impantanare le controparti in una lunga ed estenuante trattativa, non sui dettagli dell'accordo, ma sul punto centrale: il trasferimento all'estero in blocco delle proprie scorte di uranio a basso arricchimento.

I ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Russia e Francia, e il direttore dell'Aiea, El Baradei, si sono fatti sentire, intimando a Teheran di dare una risposta «rapida». Il più fermo è stato il francese Kouchner, il quale ha avvertito che «non accetteremo tattiche dilatorie». E da Washington? Al momento in cui scriviamo (19:28 ore italiane) tutto tace. L'ambasciatore iraniano presso l'Aiea, Ali Asghar Soltanieh, ha quindi chiarito che l'Iran chiede nuovi colloqui per «esprimere le sue preoccupazioni tecniche, in particolare sulle garanzie di approvvigionamento del combustibile». E' questa la «questione chiave, vista la nostra sfiducia dovuta ad esperienze del passato». «Siamo pronti ad un nuovo ciclo di discussioni tecniche», ha quindi aggiunto Soltanieh, auspicando che possa tenersi «al più presto».

Sembra un dialogo tra sordi, con l'Iran che si comporta come se la bozza fosse trattabile, e le controparti che fingono di non aver avuto una risposta da Teheran. Nessuno vuole addossarsi la responsabilità di una eventuale rottura dei negoziati, quindi gli uni sostengono di non aver risposto "no", e di volere nuovi colloqui, nonostante le loro osservazioni corrispondano sostanzialmente a un rifiuto, mentre gli altri è come se non avessero udito e continuano a chiedere una risposta.

Friday, October 30, 2009

La controproposta di Teheran è un sostanziale rifiuto

New York Times e Washington Post sono arrivati alle stesse conclusioni, ascoltando le loro fonti diplomatiche europee ed americane: l'Iran di fatto respinge il punto centrale della bozza preparata dall'Aiea, e ufficialmente approvata la settimana scorsa da Usa, Russia e Francia, per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero. Un alto funzionario europeo definisce la risposta iraniana «sostanzialmente un rifiuto», spiegando al NYT che «il problema principale è che l'Iran non vuole esportare il suo uranio leggermente arricchito. Questo non è un dettaglio di secondaria importanza, questo è il nocciolo del problema».

Non è chiaro, però, se quella giunta ad El Baradei (pare oralmente) sia la risposta definitiva o una controproposta. Il direttore dell'Aiea avrebbe risposto all'ambasciatore iraniano all'Onu che la loro controproposta, così com'è strutturata, non verrebbe accettata da Russia, Francia e Usa, chiedendo ulteriori «chiarimenti» da parte di Teheran. Si attende una risposta formale, scritta, entro oggi, nella quale gli iraniani potrebbero ancora accettare la bozza prendendo atto dell'indisponibilità sulla loro controproposta.

Di fatto l'Iran al momento respinge l'idea di trasferire in blocco il 75% (circa 1.180 chilogrammi) del proprio uranio a basso arricchimento all'estero, una quantità che gli impedirebbe, per almeno un anno, di avere scorte sufficienti per produrre una bomba atomica. E la proposta dell'Aiea era finalizzata esattamente a dare alla diplomazia un anno di tempo per arrivare ad un più ampio accordo. Come avevamo anticipato ormai giorni fa, Teheran vorrebbe mantenere in ogni momento le attuali scorte di uranio a basso arricchimento, quindi acconsentirebbe a spedirle "a rate" per l'arricchimento all'estero, consegnando la successiva tranche solo dopo aver ricevuto, arricchito al 19,75%, l'uranio della spedizione precedente. Ma come osserva anche il WaPo, «it would mean its stockpile of enriched uranium would not be significantly reduced».

Quasi tutti i giornali italiani abboccano alle parole concilianti di Ahmadinejad («Siamo pronti a collaborare»), mentre solo il Corriere della Sera e il Giornale nei titoli avvertono che «non c'è intesa sulla bozza» e «l'imbroglio è dietro l'angolo».

UPDATE 18:34
Come quella consegnata da Teheran al direttore dell'Aiea, El Baradei, non era una risposta ma una controproposta e una richiesta di «ulteriori negoziati». Lo chiarisce l'agenzia Irna, citando fonti governative: «La Repubblica islamica non ha fatto altro che annunciare di avere un atteggiamento positivo sul negoziato, aggiungendo di essere pronta a colloqui che tengano conto di considerazioni tecniche e economiche su come fornire il combustibile necessario al reattore di Teheran». L'imbroglio continua... quanto ci metteranno a Washington a capirlo? A quanto pare di capire dalla dichiarazione del portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, non hanno neanche i dettagli della risposta iraniana all'Aiea.

Tuesday, October 27, 2009

Importanti modifiche? L'Iran vorrebbe consegnare l'uranio "a rate"

Con i suoi mezzi annunci via tv di Stato l'Iran continua a tastare il polso delle sue controparti nel negoziato di Vienna sul nucleare, per capire quanto sia "trattabile" la bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero. Che dietro l'ipotesi alternativa di acquistare combustibile nucleare direttamente dall'estero, ventilata ieri dal ministro degli Esteri Mottaki, e i giorni di riflessione in più che gli iraniani si sono presi, ci fosse in realtà l'intenzione di avanzare una nuova richiesta l'ho anticipato ieri pomeriggio in questo articolo per il Velino.

Molti, tra cui New York Times e Washington Post, interpretano il dibattito che sembra essersi aperto in questi giorni a Teheran sulla bozza come un segno di divisione interna, e quindi un "successo" della politica di Obama, come se con la sua proposta e le sue pressioni la comunità internazionale avesse messo alle strette, o "sulla difensiva" il regime, come crede Nicholas Burns. Più probabile a mio avviso che sia solo un gioco delle parti. I più "duri" spingono perché l'Iran acquisti l'uranio arricchito al 19,75% che gli serve dall'estero, senza trasferirvi il proprio, ma il vero obiettivo è ottenere «importanti modifiche» alla bozza dell'Aiea.

Quali siano le «importanti modifiche» cui alludeva oggi la tv di Stato iraniana ancora non si sa. Ma è probabile che si tratti della consegna dell'uranio "a rate", ipotesi evocata ieri dal presidente della commissione Esteri e sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, Alaeddin Boroujerdi: «Poiché l'Occidente ha ripetutamente violato gli accordi in passato, l'Iran dovrebbe spedire all'estero l'uranio a basso arricchimento gradualmente e in diverse fasi».

L'idea sarebbe quella di convincere l'Aiea e le potenze coinvolte nel negoziato ad accettare una riduzione dei quantitativi di uranio da consegnare - fissato dalla bozza dell'Aiea in un 75% del totale (circa 1.200 chilogrammi) - e soprattutto una "rateizzazione" delle spedizioni (100-200 chilogrammi in un periodo di mesi o anche anni). Teheran consegnerebbe la successiva partita di uranio solo dopo aver ricevuto, arricchito al 19,75%, l'uranio della spedizione precedente. Considerando che l'Iran, secondo gli esperti, sarebbe in grado di produrre nell'impianto di Natanz 3,175 chilogrammi di uranio a basso arricchimento al giorno, nel periodo di tempo che intercorrerebbe tra una spedizione e l'altra sarebbe in grado di riprodurre, o di acquistare all'estero, più o meno le stesse quantità di uranio spedite in Russia, così da mantenere invariato il proprio stock di uranio a basso arricchimento. Tuttavia, in questo modo verrebbe sostanzialmente aggirato l'obiettivo della bozza preparata dall'Aiea e sostenuta da Usa, Russia e Francia. Il loro scopo, infatti, è proprio quello di privare Teheran della quantità di uranio a basso arricchimento necessaria per fabbricare - dopo un processo di ulteriore arricchimento - una bomba atomica, che è all'incirca di 1.000 chilogrammi.

UPDATE ORE 16:11
E' come supponevo: l'Iran non spedirà mai all'estero l'uranio da arricchire in un'unica soluzione. Lo ha precisato all'emittente Press Tv una fonte del team negoziale iraniano che ha partecipato ai colloqui di Vienna la scorsa settimana. L'Iran darà una risposta ufficiale "entro venerdì 30 ottobre", ma a questo punto la richiesta è piuttosto esplicita: consegna "a rate". Quale sarà la risposta?

UPDATE 28 ottobre
Iran's leadership is not divided on the end-game - getting nuclear weapons - and the fact that contradictory messages appear to come out of Tehran does not mean that there are divisions. Seeing any infighting serves the purpose of those who argue that there is a sensible, reasonable, pragmatic, down-to-earth element in the regime we can do business with.
Emanuele Ottolenghi

Friday, October 23, 2009

"Non hanno bisogno del nucleare per ucciderci". Intervista a Michael Ledeen

Su il Velino

Prima il "sì" di Mosca, dopo poche ore quelli di Parigi e Washington, poi la doccia gelata da Teheran: il "no" alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero annunciato dalla Tv di Stato, che però in serata è diventato un "ni", quando la stessa Tv si è corretta, facendo sapere che la risposta definitiva arriverà solo la prossima settimana. Una questione "marginale", la considera però Michael Ledeen, storico americano ed esperto di Iran intervistato da il Velino. Il tema del nucleare iraniano non lo appassiona. E' convinto, infatti, che gli iraniani «non abbiano bisogno dell'atomica per ucciderci». E' da trent'anni che ci fanno la guerra ovunque. «Se non stesse attivamente uccidendo americani e non invocasse la nostra distruzione, la prospettiva di un Iran nucleare non sarebbe così minacciosa».

Per Ledeen è più preoccupante che l'Occidente, e in primo luogo gli Stati Uniti, siano «paralizzati», convinti che l'Iran sia un Paese normale con il quale trattare. E' questo l'argomento centrale del suo nuovo libro, Accomplice to Evil: Iran and the War Against the West, uscito negli Usa il 13 ottobre scorso. Un duro atto d'accusa nei confronti dell'Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, per non aver voluto riconoscere il «male». Anzi, per esserne stati «complici». «Ci rifiutiamo di vedere nell'Iran una potenza malvagia apertamente volta alla nostra distruzione». Una critica, quella di Ledeen, che non coinvolge solo l'amministrazione Obama, ma senza distinzioni anche quelle precedenti, democratiche e repubblicane, di sinistra e di destra. Michael Ledeen è da sempre convinto che la vera arma del regime iraniano non sia l'atomica, ma il regime stesso, e che sia possibile rovesciarlo «senza sparare un colpo», appoggiando l'opposizione interna e non riconoscendo il governo di Ahmadinejad.
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UPDATE ore 19:12
Mentre il direttore generale dell'Aiea, Mohamed El Baradei, si "aspettava una risposta chiara dall'Iran" entro oggi, come fatto intendere d'altra parte dagli stessi iraniani, molti analisti lo avevano previsto: Teheran prenderà tempo. E infatti, dopo il "no" annunciato questo pomeriggio, è la stessa Tv iraniana a correggersi e a far sapere che l'Iran dirà la prossima settimana se accetta o meno la bozza di accordo preparata dall'Aiea, dalla quale in serata fanno trapelare che l'Iran la starebbe comunque considerando "favorevolmente", tanto per non rischiare di scatenare le ire soprattutto di Mosca. E Washington avverte: possiamo aspettare solo pochi giorni.

Il "no" di Teheran in effetti mi aveva sorpreso. Evidentemente si è trattato di una mossa esplorativa, per sondare le reazioni. Intanto, hanno strappato qualche altro giorno, forse una settimana. Poi arriverà il sì, condito di se, e si perderanno altre settimane sui dettagli. Quell'uranio, se mai uscirà dall'Iran, sarà non prima di gennaio 2010.

Friday, August 14, 2009

Birmania, se il "gioco" nucleare nordcoreano fa scuola

Su il Velino

Non ci sarebbe di che meravigliarsi se i casi della Corea del Nord e dell'Iran avessero fatto scuola e se anche la giunta militare al potere nell'ex Birmania avesse avviato un proprio programma nucleare con l'aiuto dei nordcoreani. Negli anni, a fronte di accordi mai rispettati, test missilistici e continue provocazioni, la comunità internazionale, con in testa gli Stati Uniti, ha garantito al regime di Pyongyang attenzioni, dialogo, legittimazione politica, persino aiuti. Alcune settimane fa, sul Washington Post, l'ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger ha avvertito che è giunto il momento di fare sul serio, di porre come obiettivo degli sforzi diplomatici la definitiva eliminazione dell'arsenale e del programma nucleare nordcoreano, perché altrimenti, proseguendo con un processo negoziale ormai sul punto di legittimare il "fatto compiuto", la politica di non-proliferazione perderebbe ogni credibilità.

Il rischio è che solo avviare - o far credere di aver avviato - un programma nucleare militare possa rappresentare un capitale politico da spendere sulla scena internazionale, come da anni sta facendo la Corea del Nord, e che agli occhi dei dittatori possa quindi apparire come il modo migliore per garantirsi la permanenza al potere. Inseguendo l'atomica, regimi altrimenti isolati come il Myanmar potrebbero pensare di catturare l'attenzione delle grandi potenze, e in particolare degli Usa (in prima linea negli sforzi per la non-proliferazione), portandole prima o poi ad aprire canali di dialogo più o meno diretti, che in ogni caso e alla lunga sortiscono un effetto legittimante.

Proprio il Myanmar (l'ex Birmania) è al centro dell'attenzione degli analisti in questi giorni, ma non solo per la nuova condanna agli arresti domiciliari inflitta alla leader dell'opposizione democratica e Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Sospetti sulle ambizioni nucleari della giunta militare birmana esistono da tempo, ma recentemente si sono rafforzati. Alcuni segnali delle ultime settimane fanno temere che la Corea del Nord stia effettivamente aiutando il Myanmar a dotarsi dell'atomica.
CONTINUA

Monday, February 23, 2009

L'Iran vicino alla bomba

Preoccupanti le recenti ammissioni dell'Aiea, che in un rapporto datato 19 febbraio sostiene che Teheran possiede ormai una quantità sufficiente di uranio arricchito per realizzare un ordigno atomico e potrebbero bastargli pochi mesi per diventare una potenza nucleare, raggiungendo quella soglia detta "nuclear breakout capability", la capacità potenziale di costruire un ordigno nucleare.

Valutazioni condivise da un esperto di lungo corso del programma nucleare iraniano, David Albright, presidente dell'Institute for Science and International Security. Intervistato da Bernard Gwertzman, del Council on Foreign Relations, ha confermato che il 2009 potrebbe essere l'anno decisivo per l'atomica iraniana. Entro quest'anno l'Iran accumulerà sufficiente uranio arricchito per raggiungere il primo livello di "breakout capability".

Paradossalmente - ha aggiunto - potrebbe non aver uranio sufficiente per il programma nucleare civile. Ma anche se rimanessero senza uranio, ne avrebbero comunque a sufficienza per produrre una decina di bombe. E' un problema - avverte - perché una volta che l'Iran raggiungesse la capacità potenziale di fabbricare un ordigno, potrebbe decidere di arrivare ad avere armi nucleari abbastanza velocemente. In qualche mese. E se ci riuscissero, non lo farebbero certo nella ben nota centrale di Natanz. Più probabilmente sposterebbero l'uranio arricchito in un impianto di cui non sapremmo nulla. E in questo impianto segreto, gli iraniani produrrebbero l'uranio a gradazione per le bombe. Quindi, se volessimo colpire militarmente, non sapremmo dove bombardare.

Dunque, il tema del 2009 sembra essere quando, e non se, l'Iran raggiungerà la soglia cosiddetta "breakout capability". Potrebbe essere molto presto. E ciò - conclude David Albright - dovrebbe spingere gli Stati Uniti a imporre sanzioni più dure, ma anche ad aprire con l'Iran negoziati diretti ad ampio spettro.