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Thursday, April 27, 2017

Primi 100 giorni

Primi 100 giorni. Sulla Siria e la Corea del Nord, Russia e Cina non sono mai state così sotto pressione, chiamate alle loro responsabilità da player globali come pretendono di essere considerate. Invece di subire il test di politica estera che i presidenti Usa si trovano a dover gestire nelle prime settimane di mandato, Trump l'ha imposto ai suoi avversari.

E ora, si prepara a lanciare sul fronte interno una riforma fiscale come non si vedeva dai tempi di Reagan, con un'aliquota sulle imprese che potrebbe scendere al 15%.

Suggerimento al "giornalista collettivo" italiano: occuparsi dei "cialtroni" di casa nostra che non mancano...

Sunday, April 09, 2017

Da Trump un test per Putin e un colpo all'asse Iran-Russia

Pubblicato su formiche

L'amministrazione Trump si prepara a sovvertire la politica "filoiraniana" di Obama, che ha fatto declinare l'influenza Usa nella regione

Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.

Mentre Barack Obama decise di non reagire al mancato rispetto della "linea rossa" sull'uso di armi chimiche da parte di Assad, ignorando le prove della responsabilità del regime siriano fornite dall'intelligence (anche turca e israeliana), per non compromettere la sua principale iniziativa di politica estera, l'accordo con Teheran sul nucleare, il raid ordinato da Trump venerdì notte è un colpo all'asse Iran-Russia e indica la volontà della nuova amministrazione Usa di sovvertire la politica di Obama. E il messaggio di Trump a Putin è molto chiaro: se la Russia vuol vedersi riconosciuto quel ruolo da protagonista nell'ordine mondiale che da anni insegue, se vuole trovare posto al tavolo dei grandi, dove i temi globali vengono discussi, deve sganciarsi da Assad e da Teheran, e cooperare con gli Usa per una soluzione in Siria e la stabilità della regione. L'obiettivo della visita del segretario di Stato Usa Tillerson a Mosca sarà convincere Putin che da questo dipende ogni speranza di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. In questo caso interventismo umanitario e realpolitik coincidono, ma è politico, né militare né morale, il vero movente di Washington. E' il primo atto di una strategia più ampia per ribilanciare la politica americana in Medio Oriente in opposizione all'Iran e al suo asse.

Come ha spiegato Lee Smith, dell'Hudson Institute, sul Weekly Standard, la ricerca di un accordo con Teheran "ha determinato sia la politica in Siria sia la più ampia strategia dell'amministrazione Obama in Medio Oriente, un riavvicinamento all'Iran. Obama ha declassato alleati tradizionali come Israele, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Turchia (un membro della Nato), mentre promuoveva gli iraniani e apriva una finestra di opportunità per la Russia, grata di essere di nuovo un attore in Medio Oriente dopo 40 anni di assenza". Non ha mostrato alcun interesse a "difendere l'architettura della sicurezza regionale che gli Stati Uniti avevano edificato nell'arco di 70 anni". Sarà anche stato poca cosa, ma il raid ha mostrato quanto in realtà sia vulnerabile la posizione russa in Siria. La fase in cui Putin poteva ampliare liberamente e a costo quasi zero l'influenza russa in Medio Oriente, approfittando del fatto che a Obama interessava solo non irritare gli iraniani, si è conclusa. Ora il leader russo deve ripensare la sua politica in Siria, dove si trova circondato da alleati Usa rassicurati, e la sua alleanza con Teheran.

All'indomani del raid, il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha sottolineato che la Russia ha fallito nella sua responsabilità di far rispettare l'accordo del 2013 sullo smantellamento dell'arsenale di armi chimiche di Assad, quindi Mosca è stata "o complice o incompetente". Un duro atto d'accusa che, come riporta il Times di domenica, Tillerson si prepara a portare direttamente a Mosca nella sua visita di martedì e mercoledì. "Questa settimana America e Gran Bretagna accuseranno direttamente la Russia di complicità nei crimini di guerra in Siria e chiederanno che Putin stacchi la spina al sanguinario regime di Bashar al-Assad". Tillerson volerà a Mosca con "le prove che la Russia era a conoscenza" dell'attacco chimico di Assad e "ha cercato di insabbiarlo". Militari russi erano presenti nella base da cui è partito l'attacco, un drone russo ha sorvolato la zona bombardata poco prima che un aereo di fabbricazione russa colpisse l'ospedale locale, verosimilmente per cancellare le prove dell'uso di armi chimiche. Insomma, i russi erano là, sanno cosa è successo, e stanno diffondendo una falsa versione per coprire non solo Assad, ma anche se stessi.

Ma nonostante le tensioni di questi giorni, non è ancora compromessa la possibilità di un dialogo costruttivo tra Washington e Mosca. Non solo i russi sono stati avvertiti dagli americani attraverso canali militari dell'attacco missilistico, ma all'indomani Washington si è affrettata a precisare che il raid non rappresenta l'inizio di una guerra contro Assad: nessun "regime change" e nessun cambio di politica in Siria. Nessun bis del catastrofico intervento obamiano e clintoniano in Libia. Come ha ribadito Tillerson alla Cbs, "è importante che le nostre priorità restino chiare" e la "prima priorità" per gli Stati Uniti in Siria resta distruggere l'Isis, un obiettivo che precede anche la stabilizzazione del Paese. Solo in un secondo momento si potrà aprire il processo politico per la Siria e gli Stati Uniti "sperano che la Russia scelga di giocare un ruolo costruttivo". Non ora, ovviamente (prima c'è, appunto, da distruggere l'Isis), ma la sorte di Assad sembra segnata. Nessuna soluzione politica sarà possibile in Siria fino a quando Assad resterà al potere, ha ribadito l'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, in un'intervista alla Cnn. "Non c'è alcuna opzione che prevede una soluzione politica con Assad a capo del regime. Se si guarda alle sue azioni, se si guarda alla situazione, sarà difficile vedere un governo pacifico e stabile con Assad". Ma detto questo, si tratta di un esito a cui arrivare al termine di un processo politico. Anche Nikki Haley infatti ha chiarito quale debba essere per Washington la tempistica. "Primo, sconfiggere l'Isis. In secondo luogo, non vediamo una Siria pacifica con Assad. In terzo luogo, occorre tenere fuori l'influenza iraniana". Ma non è detto, è tra le righe il messaggio di Washington a Mosca, che l'uscita di scena di Assad avvenga a scapito di interessi e influenza della Russia in Siria...

Da parte russa, il sistema di difesa anti-aerea dislocato in Siria non ha intercettato i tomahawk americani (e poco prima il portavoce del Cremlino aveva definito "non incondizionato" l'appoggio russo ad Assad). Nelle reazioni all'attacco Mosca si è limitata alle condanne verbali e all'annuncio di sospensione della "deconfliction line", il canale di comunicazione militare aperto per evitare incidenti durante le operazioni in Siria (anche se al Pentagono non risultano richieste ufficiali in tal senso dai russi). Non è stata nemmeno annullata la visita a Mosca del segretario di Stato Tillerson in programma martedì e mercoledì.

Se dopo aver elaborato il "lutto", al Cremlino afferrano il messaggio (se capiscono cioè che i loro interessi e la loro influenza in Siria non devono essere per forza legati alla sorte di Assad, che in ogni caso è al capolinea, o allineati a quelli iraniani), il rapporto con Putin non è finito prima di cominciare... Ora sì - dimostrato che l'America è tornata, che intende difendere il suo status, e che l'amministrazione Trump fa sul serio - può iniziare il vero confronto con Mosca. La necessità di trovare un nuovo equilibrio, un accordo generale, tra Stati Uniti e Russia, resta una priorità sia per Putin, che per Trump. Senza Mosca è impossibile una soluzione al caos siriano. E Putin sa che senza Washington non otterrà lo status che cerca per la sua Russia.

Chi si aspettava, sia tra i fan di Trump che tra i suoi detrattori, che il tentativo di normalizzazione dei rapporti con Mosca partisse con qualche concessione, per esempio cancellando le sanzioni, si sbagliava di grosso. Bush e Obama hanno iniziato la loro presidenza offrendo "carote" a Putin, apertura di credito e concessioni, ma nei loro ultimi giorni entrambi si sono trovati quasi in guerra con Mosca. Trump, viceversa, sta iniziando quasi in guerra e chissà, forse avrà miglior fortuna agitando il "bastone"... La Russia, aveva spiegato il segretario di Stato Tillerson nella sua "confirmation hearing" al Senato, "ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro".

In ogni caso, come fa notare Robert Kagan sul Washington Post, ci vorrà molto di più per rimediare ai disastri di Obama in Siria, per arrestare la progressiva caduta dell'influenza americana in Medio Oriente. "Trump non aveva torto nell'incolpare il presidente Obama per la catastrofica situazione in Siria". Grazie alle politiche delle amministrazioni Obama, infatti, "la Russia ha progressivamente soppiantato gli Stati Uniti come principale potenza nella regione. Anche alleati storici come Turchia, Egitto e Israele hanno guardato sempre più verso Mosca come rilevante player regionale". E l'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico di Damasco, di cui i russi si sono fatti garanti, non solo non ha impedito ad Assad di gasare donne e bambini, ma ha aperto le porte all'intervento russo che ha salvato il regime di Assad dal possibile crollo e aumentato l'influenza politica e militare di Mosca in Medio Oriente. "Le politiche di Obama - scrive Kagan - hanno anche reso possibile un'espansione senza precedenti dell'influenza e del potere iraniano. Se si aggiunge il devastante impatto del flusso di profughi siriani sulle democrazie europee, le politiche di Obama non solo hanno consentito la morte di quasi mezzo milione di siriani, ma hanno anche significativamente indebolito la posizione globale dell'America e la salute e la coesione dell'Occidente".

Gli avversari dell'America, Russia, Iran e Cina, continueranno a sfidare la risolutezza dell'amministrazione Trump. Se l'attacco di venerdì notte non resterà un atto isolato, ma "il primo passo di una coerente strategia politica, diplomatica e militare", conclude Kagan, c'è una "reale chance di invertire la rotta della ritirata globale cominciata da Obama".

Thursday, November 25, 2010

Fallimento dei politici

Quando il fallimento è della politica e non dell'intelligence. Michael Green e William Tobey denunciano sul Wall Street Journal come le analisi e le previsioni sul programma nucleare nordcoreano siano state deliberatamente derise e ignorate dalla politica e dai media progressisti nell'illusione che accantonare certe scomode verità avrebbe favorito un accordo con Pyongyang. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
«Durante gli ultimi dieci anni, gli analisti dell'intelligence hanno puntualmente previsto il percorso della Corea del Nord verso le armi nucleari ed evidenziato le prove crescenti della sua proliferazione missilistica e nucleare. Il fallimento è dei politici e dei pundits che hanno denigrato le analisi, le hanno ignorate, o che si sono aggrappati all'illusione che la Corea del Nord avrebbe accettato un accordo di denuclearizzazione».
Ormai dovrebbe essere chiaro che Pyongyang non si fermerà finché non avrà ottenuto il riconoscimento come potenza nucleare e a questo scopo intende continuare ad alzare il suo livello di minaccia. Accetterà di discutere davvero un accordo, forse solo quando potrà farlo alla pari con gli Stati Uniti, da potenza nucleare a potenza nucleare (sempre che nel frattempo non sorgano altri appetiti).

Tuesday, November 23, 2010

I frutti avvelenati dell'appeasement

Myanmar, Corea del Nord, Iran. Tre regimi sanguinari e disumani per i popoli che opprimono, pericolosi per gli altri; tre insuccessi dell'Occidente e in particolare della strategia obamiana della "mano tesa" (o, piuttosto, del "porgere l'altra guancia"), ma anche di una certa realpolitik convinta che si possa escludere dall'analisi il fattore natura del regime.
COREA DEL NORD - Partiamo dall'ultimo e più allarmante sviluppo in ordine di tempo. Questa mattina la Corea del Nord ha attaccato la Corea del Sud colpendo con l'artiglieria l'isola di Yeonpyeong, in quello che rappresenta forse il più grave incidente dalla guerra degli anni '50.

Ma non va dimenticato che un paio di settimane fa la Corea del Nord ha rivelato l'esistenza di un nuovo grande impianto per l'arricchimento dell'uranio costruito rapidamente e in totale segretezza. Una sfida esplicita alla politica anti-proliferazione della Casa Bianca e un nuovo rilancio nel gioco di estorsioni in cui ormai sono campioni i nordcoreani. Lo scienziato Usa cui è stata mostrata, è rimasto basito dalla modernità tecnologica della centrale e ha parlato di migliaia di centrifughe. La scoperta è particolarmente inquietante, perché se l'impianto è stato tirato su in un anno e mezzo (fino all'aprile del 2009 non esisteva), è probabile che ad aiutare i nordcoreani sia stata una mano straniera, in violazione delle sanzioni Onu e in barba ai controlli internazionali.

Sono i risultati della politica di dialogo e di appeasement. Per tornare a sedersi al tavolo dei negoziati a sei, il regime di Pyongyang alza la posta, chiede nuovi e ulteriori benefit, in una rincorsa di ricatti che non avrà mai fine, mentre gli Usa, la Corea del Sud e il Giappone, coinvolgendo Cina e Russia, avrebbero la forza per una grande operazione di libertà per milioni di vite tenute prigioniere in un medioevo di fame e miseria. E' evidente ormai che Pyongyang non mira solo a estorcere soldi e benefit, ma anche ad essere riconosciuta come potenza nucleare (possiede tra le 8 e le 12 testate), e a tenere in ansia l'Occidente con l'implicita minaccia di cedere una delle sue bombe ad al Qaeda o all'Iran.

L'aggressione militare di oggi fa temere un cambio di passo. Si mette alla prova la risolutezza degli Stati Uniti nel difendere i propri alleati in Asia. Una condanna non basta. A questo punto non basta ribadire di essere «completamente impegnati nella difesa del nostro alleato, la Repubblica di Corea, e nel mantenimento della pace e della stabilità regionali». Non basta a dissuadere Pyongyang né a rassicurare i preziosi alleati, da Seul a Taiwan.

MYANMAR - In Myanmar, dopo le recenti elezioni-farsa da cui il regime militare esce rafforzato e le opposizioni democratiche divise, si festeggia la "liberazione" del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Libera per modo di dire, visto che non potrà guidare il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, sciolto d'autorità lo scorso settembre, né riorganizzarlo, e visto che la sua sarà piuttosto una libertà vigilata, sottoposta cioè a pesanti restrizioni. Inoltre, va tenuto presente che già altre volte la "Dama" è stata "liberata", vivendo brevi periodi di "libertà". Dopo i primi 7 anni di prigionia fu liberata nel 1995, per tornare in cella nel 2000. Nel 2002 fu rilasciata, ma appena un anno dopo fu di nuovo arrestata e da questa data ebbe inizio il suo secondo lungo periodo di arresti domiciliari, che si sarebbe dovuto concludere nel 2009. Senonché, a pochi giorni dalla scadenza riceve la visita di un misterioso ospite americano e subisce una nuova condanna a tre anni di prigione e lavori forzati, pena poi commutata in altri 18 mesi di arresti domiciliari.

Visti i precedenti, dunque, i festeggiamenti di questi giorni appaiono del tutto fuori luogo. Nulla ci induce a ritenere che anche questa volta non si tratti che di una breve parentesi di libertà vigilata tra due carcerazioni (qui si scommette della durata all'incirca di un anno). Inoltre, dalle elezioni richieste dalla comunità internazionale e dagli Usa in primis, il regime ha di fatto incassato una legittimazione (anche se solo formale), che nessun soggetto esterno, né tanto meno interno, avrà la forza di contestare per un lungo periodo. Tanto che la stessa leader democratica birmana sembra essersi convertita a più miti consigli.

IRAN - Per quanto riguarda l'Iran, Obama non è riuscito non dico a ottenere la rinuncia da parte di Teheran al proprio programma nucleare, ma nemmeno a convincere gli iraniani a intavolare una trattativa seria. Siamo nella fase delle sanzioni. Ne sono state approvate di stringenti dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, e sanzioni ancora più dure sono state adottate unilateralmente da Stati Uniti e Unione europea. La sensazione, però, è che non sortiranno l'effetto sperato. E le divisioni che anche in queste ore vediamo emergere nell'establishment iraniano, il clima sempre più da resa dei conti interna (il tentato impeachment di Ahmadinejad da parte di alcuni deputati conservatori, fermati solo dall'intervento dell'ayatollah Khamenei, e il mandato d'arresto che pende sul figlio di Rafsanjani) non sono il frutto dell'isolamento internazionale, della stretta morsa di Obama, bensì della resistenza di una parte del regime, anch'essa clericale e conservatrice, alla presa totale del potere da parte di Ahmadinejad e della sua cricca, e alla militarizzazione della Repubblica islamica in corso con il beneplacito di Khamenei. Una faida interna il cui sbocco potrebbe essere tutt'altro che democratico, anche perché nel frattempo l'opposizione popolare, l'"onda verde", è stata stroncata mentre l'Occidente non muoveva un dito.

E' proprio vero, quando l'America è più debole, è distratta, o non è guidata in modo saldo, il mondo si fa rapidamente un posto più pericoloso.

Thursday, February 18, 2010

Pazzo per la Corea del Nord

Enzo Reale ha pubblicato sul suo blog, 1972, la quarta e ultima puntata della sua intervista ad Alejandro Cao de Benós, catalano e ad oggi l'unico funzionario occidentale nel governo della super blindata Corea del Nord. Prendetevi un po' di tempo per la lettura integrale dell'intervista, ne vale la pena. Qui la prima, la seconda e la terza parte.

Monday, February 15, 2010

Tutti a scuola... di residui ideologici

Ecco la paccottiglia ideologica che finisce nelle mani degli studenti nelle nostre scuole pubbliche, mentre continua l'inganno del «pluralismo educativo».

Su il Velino:

Il testo di studio per le scuole superiori "Geografia dei continenti extraeuropei", a cura di Gianni e Francesca Sofri, è farcito di errori e omissioni tali da lasciare sbigottiti. Questo libro edito da Zanichelli, che annovera tra le sue firme anche autori come Lucia Annunziata ed Enrico Deaglio, in ossequio all'interdisciplinarità degli studi non si occupa solo di geografia, ma è corredato da ampie dissertazioni storiche sui Paesi di cui si occupa. Purtroppo, proprio in questa parte storica si trovano gravissimi errori, oltre a omissioni e inesattezze tali da porre il dubbio che talvolta intenda indirizzare gli studenti a favore di un certo credo ideologico. Ad esempio...
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Thursday, January 28, 2010

Anche Kim Jong-il ha i suoi ammiratori

Da leggere questa intervista in due parti (prima e seconda) di Enzo Reale ad Alejandro Cao de Benós, «l'unico funzionario occidentale nel governo della Corea del Nord». Enzo non smette mai di sorprendermi (mai dove l'hai scovato questo tizio?). Ne è uscita fuori una conversazione molto, molto emblematica. Sul suo blog, in quattro puntate (oggi la prima), la versione integrale.

Thursday, October 01, 2009

La grande mossa, se gli iraniani trattano

Come previsto, gli iraniani mostrano di voler trattare. La loro tattica è chiara: chiusura in pubblico da parte dei leader, trattativa e contentini in privato. Che siano o meno sinceri e davvero intenzionati a discutere del tema chiave - il loro programma per l'atomica - si vedrà (personalmente ne dubito). Ma per il momento, da quanto emerge dai colloqui di Ginevra («inizio costruttivo», per la Casa Bianca; colloqui «buoni», per Jalili), sembrano intenzionati a sfruttare l'apertura del presidente Obama - che tra un'ora circa farà una dichiarazione in merito - se non altro per prendere ulteriore tempo, forse mesi. D'altra parte, l'esempio della Corea del Nord è significativo: anni di negoziati inconcludenti non hanno impedito a Pyongyang di continuare - tra stop and go - con il suo programma nucleare e missilistico. Ormai l'hanno capito tutti. Con questo Occidente, e con Obama alla Casa Bianca, si può trattare e nel contempo proseguire con le proprie politiche minacciose. Si apre una fase che sarà ricordata come la "grande mossa" invece del "Grand Bargain".

Monday, September 07, 2009

Chavez-Ahmadinejad, spunta l'ipotesi di un "backup" del programma nucleare

Su il Velino

Molto si è parlato, in occasione del vertice dello scorso weekend tra il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello iraniano Mahmoud Ahmadinejad, del "patto d'acciaio" che lega i due leader in funzione antiamericana. Particolarmente significativo, tra gli accordi firmati il 5 e il 6 settembre a Teheran, quello che impegna il Venezuela a fornire all'Iran 20mila barili di benzina al giorno. Anche se l'Iran è un paese ricco di petrolio e gas, la sua industria della raffinazione è molto debole, ma l'accordo è significativo soprattutto perché tra le nuove sanzioni che l'amministrazione Usa potrebbe prendere in considerazione se Teheran non dovesse rispondere, o dovesse rispondere negativamente, all'offerta di dialogo sul nucleare, c'è anche un possibile embargo sull'esportazione in Iran di prodotti petroliferi raffinati, inclusi carburanti come benzina e gasolio. In quel caso i 20 mila barili di Chavez tornerebbero davvero molto utili a Teheran. Ma oltre agli investimenti reciproci per lo sviluppo dei propri giacimenti di gas e petrolio, per un volume d'affari di oltre 1,5 miliardi di dollari, Iran e Venezuela starebbero rafforzando anche la loro collaborazione sul nucleare.
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Friday, August 14, 2009

Birmania, se il "gioco" nucleare nordcoreano fa scuola

Su il Velino

Non ci sarebbe di che meravigliarsi se i casi della Corea del Nord e dell'Iran avessero fatto scuola e se anche la giunta militare al potere nell'ex Birmania avesse avviato un proprio programma nucleare con l'aiuto dei nordcoreani. Negli anni, a fronte di accordi mai rispettati, test missilistici e continue provocazioni, la comunità internazionale, con in testa gli Stati Uniti, ha garantito al regime di Pyongyang attenzioni, dialogo, legittimazione politica, persino aiuti. Alcune settimane fa, sul Washington Post, l'ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger ha avvertito che è giunto il momento di fare sul serio, di porre come obiettivo degli sforzi diplomatici la definitiva eliminazione dell'arsenale e del programma nucleare nordcoreano, perché altrimenti, proseguendo con un processo negoziale ormai sul punto di legittimare il "fatto compiuto", la politica di non-proliferazione perderebbe ogni credibilità.

Il rischio è che solo avviare - o far credere di aver avviato - un programma nucleare militare possa rappresentare un capitale politico da spendere sulla scena internazionale, come da anni sta facendo la Corea del Nord, e che agli occhi dei dittatori possa quindi apparire come il modo migliore per garantirsi la permanenza al potere. Inseguendo l'atomica, regimi altrimenti isolati come il Myanmar potrebbero pensare di catturare l'attenzione delle grandi potenze, e in particolare degli Usa (in prima linea negli sforzi per la non-proliferazione), portandole prima o poi ad aprire canali di dialogo più o meno diretti, che in ogni caso e alla lunga sortiscono un effetto legittimante.

Proprio il Myanmar (l'ex Birmania) è al centro dell'attenzione degli analisti in questi giorni, ma non solo per la nuova condanna agli arresti domiciliari inflitta alla leader dell'opposizione democratica e Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Sospetti sulle ambizioni nucleari della giunta militare birmana esistono da tempo, ma recentemente si sono rafforzati. Alcuni segnali delle ultime settimane fanno temere che la Corea del Nord stia effettivamente aiutando il Myanmar a dotarsi dell'atomica.
CONTINUA

Thursday, August 06, 2009

Clinton a Pyongyang, Rassicurazioni Usa a Corea del Sud e Giappone

Come volevasi dimostrare, la visita di Clinton a Pyongyang deve aver allarmato non poco Corea del Sud e Giappone, che temono di essere marginalizzati se Washington dovesse concedere alla Corea del Nord negoziati diretti sul suo programma nucleare. Sia il portavoce del Ministero degli Esteri sudcoreano che il capo segreteria del governo giapponese hanno reso noto oggi che Washington ha assicurato ai loro governi che la visita di Clinton ha avuto come unico scopo la liberazione delle due giornaliste e che l'ex presidente non ha discusso della questione nucleare con Kim Jong Il. Che le rassicurazioni siano arrivate o meno, o che siano state richieste solo successivamente, resta il fatto che i governi di Seoul e Tokyo hanno avvertito l'esigenza politica di renderle note.

Inoltre, un certo imbarazzo deve aver creato anche il fatto che insieme alle due giornaliste americane non siano stati liberati anche i cittadini sudcoreani e giapponesi nelle mani di Pyongyang, ai quali non si è fatto neanche cenno. Così i due funzionari governativi di Seoul e Tokyo hanno fatto anche sapere che durante la sua visita l'ex presidente Clinton ha esortato direttamente il leader nordcoreano Kim Jong Il a rilasciare i sudcoreani arrestati e a «fare progressi» sulla questione dei giapponesi rapiti. Anche qui, come sopra: non possiamo saperlo, ma la precisazione è emblematica di un certo imbarazzo.

La Corea del Nord trattiene dallo scorso marzo un lavoratore sudcoreano, accusato di aver denunciato il regime comunista in un distretto industriale congiunto Nord-Sud, e dalla scorsa settimana anche quattro pescatori accusati di aver varcato le sue acque territoriali. Nel 2002 il regime nordcoreano ha ammesso di aver rapito 13 cittadini giapponesi tra gli anni '70 e '80 e di averli usati per addestrare le sue spie. Cinque di loro hanno fatto ritorno in Giappone. Il regime di Pyongyang sostiene che gli altri otto sono morti, ma Tokyo chiede ulteriori indagini. E Washington ha sempre detto che a Seoul e Tokyo che il problema dei loro ostaggi non avrebbe dovuto interferire con la questione del nucleare.

Wednesday, August 05, 2009

Clinton a Pyongyang allarma Corea del Sud e Giappone

Di solito i rapitori non ti lasciano andare via con gli ostaggi se prima non gli hai consegnato il riscatto. E il regime nordcoreano non è nuovo a rapimenti di cittadini stranieri. Può anzi essere definito un "rapitore seriale". Un centinaio i giapponesi e migliaia i sudcoreani che sono ancora detenuti da Pyongyang. E' evidente che prima della partenza di Bill Clinton alla volta della capitale nordcoreana un accordo di massima fosse stato già raggiunto tra i due Paesi per la liberazione delle due giornaliste americane riportate a casa oggi dall'ex presidente Usa, che non avrebbe messo a rischio il suo prestigio personale esponendosi a un rifiuto.

Alcuni funzionari americani hanno assicurato che, in cambio della liberazione, alla Corea del Nord non sono state promesse contropartite specifiche, e che nelle trattative dietro le quinte non è entrata la questione del programma nucleare nordcoreano. Il fatto che ad accogliere Clinton all'aeroporto ci fosse Kim Kye-gwan, il capo negoziatore nordcoreano sul nucleare, farebbe pensare il contrario, ma la sua presenza si può spiegare anche con banali motivi di propaganda da parte di Pyongyang. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha confermato che Washington ha sempre considerato la liberazione degli ostaggi e il nucleare due temi distinti e separati, e ha insistito sul fatto che quella del marito è stata una missione strettamente umanitaria, senza alcun messaggio al regime da parte del presidente Obama.

Difficile però credere che Clinton si sia presentato a mani vuote. Ciò che preoccupa soprattutto gli alleati degli Stati Uniti nella regione, Corea del Sud e Giappone, è che qualsiasi cosa affermi il governo americano, l'incontro tra Clinton e Kim Jong Il (terrificante la foto che li ritrae insieme) possa rappresentare l'inizio di trattative dirette, bilaterali, sul nucleare, escludendo gli altri quattro Paesi (Corea del Sud, Giappone, Cina, Russia) coinvolti nei negoziati a sei interrotti da Pyongyang. Non subito, ovviamente, per fugare i sospetti di un collegamento diretto tra la missione di Clinton e l'inizio dei negoziati. Anche senza alcuna contropartita, infatti, la visita di Clinton rappresenta di per sé un messaggio, data la sua autorevolezza (un ex presidente con cui Pyongyang ha avuto a che fare per otto anni). Va nella stessa direzione del tentativo di Kim di disfarsi dei negoziati a sei a favore di quel negoziato diretto con gli Usa che insegue da sempre.

Anche il Wall Street Journal si chiede oggi se la visita di Clinton non sia da interpretare come solo «l'anticipo di una più ampia serie di concessioni che Kim ha estorto all'amministrazione Obama». Se così fosse, Kim Jong Il avrebbe la conferma che la sua strategia, fatta di promesse ripetutamente disattese, di ricatti e provocazioni, funziona. Che anziché accrescere l'isolamento internazionale della Corea del Nord, le garantisce concessioni sempre maggiori. Come dire a Kim, avverte il WSJ, che peggiore è il suo comportamento, più concessioni può riuscire a strappare. E il prezzo per riscattare i prossimi ostaggi sarebbe ancora più alto.

Oltretutto esiste anche un precedente storico. Un altro ex presidente Usa, Jimmy Carter, contribuì a dare una boccata d'ossigeno alla Corea del Nord in un momento di estrema difficoltà. Nel giugno del 1994 Carter si recò a Pyongyang, dove mise a punto le linee guida di un accordo quadro che prevedeva la fornitura alla Corea del Nord di reattori nucleari ad acqua leggera, in cambio della sospensione del programma nucleare e di un suo eventuale smantellamento. Nonostante il parere contrario dell'allora presidente sudcoreano Kim Young-sam, il presidente Clinton accettò l'accordo, che non solo significò la fornitura di assistenza materiale al regime di Pyongyang, ma anche il suo riconoscimento politico da parte americana subito dopo la morte del fondatore, Kim Il Sung, cioè nel periodo di maggiore vulnerabilità dalla Guerra coreana. Ma c'è da augurarsi che Clinton abbia imparato la lezione di allora e non si sia prestato a giocare il ruolo che giocò Carter.

Al di là della soddisfazione formale espressa per la liberazione delle due americane, i governi di Seoul e Tokyo si devono essere chiesti come mai Clinton non abbia intercesso in favore di alcuni dei loro cittadini ancora nella mani del regime nordcoreano. Sul Wall Street Journal, Gordon Chang si augura che la liberazione delle due giornaliste non sia avvenuta al prezzo di ulteriori negoziati, che darebbero a Pyongyang più tempo per completare il suo arsenale militare e per sviluppare i suoi missili balistici, e che gli Stati Uniti non si dimentichino degli altri ostaggi di Kim Jong Il: un centinaio di giapponesi e almeno un migliaio di sudcoreani, alcuni prigionieri addirittura dalla Guerra coreana e gli altri rapiti successivamente. Oltre, naturalmente, ai 23 milioni di nordcoreani che Kim usa come ostaggi.

Wednesday, July 29, 2009

Usa-Cina. Le prove di G-2 e la vera bolla cinese

Su Il Velino

Il vertice Stati Uniti-Cina dei giorni scorsi ha fornito ulteriori elementi di riflessione riguardo l'ipotesi G-2, una governance globale sempre più imperniata sull'asse Washington-Pechino su temi quali l'economia, il clima, la non-proliferazione nucleare. Il presidente americano Obama ha parlato di partnership strategica, spiegando che «le relazioni tra Stati Uniti e Cina daranno forma al 21esimo secolo». La natura strategica e non solo economica che Washington vuole conferire alla cooperazione con la Cina è confermata dalla definizione stessa dei due giorni di incontri come "Dialogo strategico ed economico" e dall'intervento congiunto, alla vigilia, del segretario di Stato Hillary Clinton e del segretario al Tesoro Timothy Geithner, che dalle colonne del Wall Street Journal hanno sostenuto la necessità di «discussioni di livello strategico» tra Usa-Cina.

Nel dibattito sulla natura dei rapporti da tenere con la Cina, a Washington si confrontano due scuole di pensiero: i «funzionalisti» e gli «strategici», li definisce John Lee, studioso dell'Hudson Institute. I primi ritengono che Stati Uniti e Cina sono così interdipendenti dal punto di vista economico da essere obbligati ad essere partner strategici. Una cooperazione da cui entrambi avrebbero tutto da guadagnare - invece che una competizione a "somma zero" - è a loro avviso un obiettivo fattibile. Tutti gli eventuali motivi di tensione tra le due potenze sono transitori e dovuti per lo più ad incomprensioni, mentre le profonde divergenze che ancora esistono passano in secondo piano se ci si concentra sui problemi pratici. «Quando siete sulla stessa barca, dovete attraversare il fiume in modo pacifico», è il proverbio cinese cui hanno fatto ricorso la Clinton e Geithner per spiegarsi.

Gli "strategici" non hanno una visione così rosea. Per loro i rapporti tra Stati Uniti e Cina vanno letti nell'ottica di una competizione strategica, una rivalità irreversibile e già in corso. Ciò non significa che non debbano migliorare le loro relazioni e aumentare la reciproca comprensione per minimizzare le tensioni, ma che ogni cooperazione può essere solo tattica, non strategica. Dietro di essa uno scontro sostanziale di interessi e valori, che può essere gestito ma non risolto, a meno che interessi e valori dell'una o dell'altra potenza non mutino, ma è altamente improbabile. Nell'attuale amministrazione i "funzionalisti" stanno prevalendo...

(...)

la crescita economica cinese non dovrebbe essere considerata un dato scontato, una variabile indipendente. Mentre la bolla cinese di cui molti analisti finanziari temono l'esplosione è quella azionaria, secondo Vitaliy N. Katsenelson bisogna guardare altrove: è «l'intera economia cinese che si sta preparando a esplodere», ha scritto per Foreign Policy.
CONTINUA

Paradossi consapevoli

Michael Gerson, sul Washington Post, ha scritto del «paradosso», non sappiamo quanto davvero inintenzionale, della politica di "engagement" di Obama: «Tentando di coinvolgere Corea del Nord e Iran così palesemente, Obama sta evidenziando in modo drammatico i limiti dell'"engagement" - e fornendo argomenti per il confronto».

Friday, June 12, 2009

Corea del Nord, prepararsi al collasso

Approvata all'unanimità al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una nuova risoluzione sulla Corea del Nord che introduce nuove sanzioni, tra cui la possibilità di intercettare e ispezionare navi e aerei diretti nei porti e negli aeroporti del paese. Tutti i paesi membri sono quindi autorizzati, anche se non obbligati, a ispezionare «tutti i cargo diretti e provenienti dalla Corea del Nord in transito sul loro territorio, inclusi i porti e gli aeroporti, se il Paese coinvolto ha informazioni che offrono basi ragionevoli per poter credere che il cargo contenga elementi» proibiti dall'embargo. Le ispezioni delle navi possono avvenire anche in acque internazionali «con il consenso del Paese la cui bandiera batte la nave e secondo le norme del diritto internazionale». La risoluzione intima inoltre Pyongyang a «non condurre alcun altro test o qualsiasi altro lancio in cui venga usata tecnologia missilistica balistica».

Intanto, alcuni giorni fa, il New York Times, citando fonti interne all'amministrazione, ha fatto capire che gli Usa non sarebbero più disposti a tollerare le provocazioni e i giochetti di Kim Jong Il e sarebbero pronti a prendere in considerazione il cambio di regime.

Di regime change ormai «inevitabile» per «collasso» del regime, pur senza specificare se e quanto indotto dall'esterno, parla Michael O'Hanlon, analista della Brookings Institution, think tank clintoniano e quindi vicino all'amministrazione. Anche se è «impossibile» prevedere «come o quando», il «costo dell'impreparazione» a un simile evento sarebbe «così alto» che «ogni evenienza dev'essere considerata». «Gli Stati Uniti devono prepararsi a giocare un ruolo fondamentale e diretto nell'affrontare gli effetti del collasso»: coordinandosi con Cina e Corea del Sud per «localizzare e mettere in sicurezza» il più velocemente possibile il materiale nucleare; ristabilire l'ordine; assicurare beni e servizi fondamentali. E sarebbe un errore non comprendere che si tratterebbe di operazioni da condurre militarmente. Lo scenario del collasso può implicare una lotta per il potere tra le fazioni nordcoreane e combattimenti tra nord e sudcoreani. Ciò implica che tutti gli aspetti, dalla presenza militare americana in Corea del Nord alla prospettiva della riunificazione con il Sud, dovrebbero essere concordati con Pechino «prima di un'eventuale crisi o guerra».

In un recente articolo lo stesso O'Hanlon ha ricordato come tutti gli approcci – da Clinton a G. W. Bush – abbiano fallito: con Pyongyang è «difficile trattare». Il «nostro obiettivo» dovrebbe essere ancora quello di convincere i nordcoreani ad accettare aiuti esteri, commercio e riconoscimento politico in campio dell'abbandono delle loro capacità nucleari e di graduali riforme, come in Vietnam. «Ma purtroppo – riconosce O'Hanlon – non è l'esito più probabile. Con i nostri alleati dovremmo gettare le fondamenta per affrontare scenari peggiori».

Anche Henry Kissinger, realista di ferro, sembra essersi convinto che la Corea del Nord vuole diventare una potenza atomica. I leader di Pyongyang «sembrano aver concluso che nessun riconoscimento politico e nessuna ricompensa vale l'abbandono delle loro capacità nucleari». Quindi, «da ora il problema per la diplomazia è capire se l'obiettivo dovrebbe essere convivere con l'arsenale nucleare nordcoreano o eliminarlo. Qualsiasi politica che non elimini il programma nucleare di Pyongyang, di fatto accetta la sua continuazione. E il processo negoziale – avverte l'ex segretario di stato – è sul punto di legittimarlo, autorizzando Pyongyang a porci di fronte al fatto compiuto». Il che sarebbe «una sfida» alla politica di non proliferazione e «comprometterebbe le prospettive negoziali con l'Iran».

L'accettazione di fatto della Corea del Nord come potenza nucleare richiederebbe una «riconsiderazione strategica». A quel punto, secondo Kissinger, «andrebbe posta maggiore enfasi sulla difesa missilistica; sarebbe essenziale rielaborare la strategia di deterrenza degli Usa in un mondo con molteplici potenze nucleari, considerando il ruolo accresciuto di attori non statali - una sfida senza precedenti».

La proliferazione nucleare in Asia e in Medio Oriente potrebbe «andare fuori controllo». Uno scenario che non dovrebbe piacere neanche alla Cina, che si troverebbe, fa capire Kissinger, circondata da paesi nuclearizzati. Ma «non basta chiedere alla Cina di esercitare le sue pressioni su Pyongyang, lamentandosi perché non fa ricorso a tutte le sue possibilità», avverte Kissinger. I cinesi «hanno bisogno di conoscere l'atteggiamento americano e di chiarirsi sul loro nell'eventualità di una crisi. Per questo è essenziale un delicato e ponderato dialogo con la Cina, piuttosto che richieste perentorie».

La pensa in modo diverso Robert Kaplan, che su The Atlantic ha spiegato che «Cina e Russia hanno, molto più degli Usa e del Giappone, di che essere preoccupate per un collasso della Corea del Nord» causato dalle sanzioni. La Cina inoltre ha «ottime ragioni» per non volere ai propri confini una Corea riunificata, che rappresenterebbe una sfida geopolitica e idoelogica. I cinesi quindi «puntano a minare il regime di Kim Jong Il e a sostituirlo senza l'implosione» del paese. E Kim, secondo Kaplan, «cerca di coinvolgere gli Stati Uniti in colloqui diretti, per ottenere il riconoscimento politico di Washington da usare contro Pechino». Ha quindi «bisogno di essere un problema tale per gli Usa che non abbiano altra scelta che trattare con lui direttamente».

«Questa strategia - osserva Kaplan - pone un problema serio ad Obama: se non colpisce duramente la Corea del Nord con le sanzioni, rischia di dimostrare all'Iran che l'America non fa sul serio. Ma dure sanzioni contro Pyongyang rischiano di provocare il collasso della Corea del Nord, e chi lo auspica dimostra di non aver appreso la lezione dell'Iraq: l'unica cosa peggiore di uno stato totalitario è nessuno stato». Inoltre, «i nordcoreani sono meno istruiti e hanno minore esperienza di democrazia degli iracheni». E in caso di collasso, con milioni di profughi, «sarebbe necessaria la madre di tutte le operazioni umanitarie, con l'esercito americano e cinese obbligati a lavorare insieme», esito che né Pechino né Washington si augurano. «Vogliamo una penisola nordcoreana libera, democratica e riunificata, ma anche che sia una transizione graduale». Quindi Kaplan propone sanzioni dure ma non tali da causare l'implosione della Corea del Nord.

Diametralmente opposta l'analisi di Nicholas Eberstadt, che non ha mai creduto che la strategia di Pyongyang fosse quella di ottenere il riconoscimento politico di Washington e aiuti per la sopravvivenza in cambio della sospensione del programma nucleare, ma che al contrario perseguisse una «strategia chiara allo scopo dotarsi effettivamente di un arsenale nucleare, facendo in modo che la comunità internazionale accettasse gradualmente l'idea della Corea del Nord potenza nucleare». «Ciò che non è chiaro è se la nuova amministrazione Usa lo ha capito e se ha una sua strategia per affrontare la proliferazione nucleare nordcoreana».

Senza ripercorrere tutte le tappe dei «tragicomici sforzi occidentali per impedire a Pyongyang di soddisfare le sue ambizioni», Eberstadt cita l'errore ricorrente, cioè di «trattare la Corea del Nord come lo stato che avremmo voluto che fosse, invece di prenderlo per ciò che effettivamente è. Non otterremo risultati finché non li prenderemo seriamente, finché non capiremo cosa vogliono dal mondo, piuttosto che pensare a ciò che secondo noi dovrebbero volere». La prima cosa da riconoscere è che è uno stato «revisionista», «un regime profondamente insoddisfatto dell'assetto attuale e fondamentalmente impegnato a trasformarlo. Non accetta il predominio di un ordine economico mondiale giudicato imperialista, non accetta lo stato considerato fantoccio che occupa la metà meridionale della sua penisola e l'architettura di sicurezza americana che permette la continuazione di questi oltraggi». Il secondo fatto da riconoscere è che «l'opzione nucleare è al momento la migliore, e forse l'unica che ha per poter sperare di realizzare i suoi obiettivi revisionisti».

Wednesday, June 10, 2009

Vera svolta o solo minacce a mezzo stampa?

Sulla Corea del Nord, all'interno dell'amministrazione Obama, scrive oggi Christian Rocca su Il Foglio, sarebbe in corso una «svolta improvvisa, inattesa e in controtendenza rispetto, per esempio, alla strategia diplomatica nei confronti delle mire nucleari dell'Iran». In pratica, alla luce delle recenti provocazioni da parte di Pyongyang (i test nucleari e missilistici e la condanna ai lavori forzati di due giornaliste americane), la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e il Pentagono «sono arrivati alla conclusione che la politica degli incentivi in cambio della rinuncia ai programmi nucleari non funziona». Addirittura, nell'amministrazione si sentono usare toni alla Bolton e «gli analisti di politica estera vicini a Obama cominciano a parlare apertamente di cambio di regime», mentre H. Clinton ha detto che sta studiando l'ipotesi di reinserire il regime nordcoreano nella lista degli stati sponsor del terrorismo internazionale.

Le dichiarazioni di Obama a Parigi, la settimana scorsa: non intendo continuare con «una politica che premia le provocazioni» e ripenserò «in modo approfondito al modo di procedere sulla questione... Non credo che si debba dare per scontato che continueremo sulla linea del passato, quella secondo cui la Corea del Nord destabilizza costantemente la regione e noi reagiamo sempre allo stesso modo, premiandoli». Le parole del segretario alla Difesa, Robert Gates: «Sono stanco di comprare due volte lo stesso cavallo». «Clinton c'è cascato una volta, Bush un'altra. Non ci cascheremo anche noi», ha detto un anonimo della Casa Bianca citato dal New York Times, il giornale - fa bene a ricordare Rocca - «attraverso cui Obama conduce la sua politica estera».

Altri funzionari hanno detto al NYT che «Obama ha già deciso di non offrire più nuovi incentivi per smantellare il complesso nucleare di Yongbyon che i nordcoreani avevano già promesso di abbandonare tre volte». Il team di sicurezza nazionale di Obama, scrive Rocca citando il quotidiano, «ha cambiato scenario».
«Si è reso conto, come ha sempre detto John Bolton, che la priorità di Pyongyang non è quella di ricattare per ottenere soldi, cibo, petrolio, ma quella di essere riconosciuta come la capitale di uno stato nucleare. Gli uomini di Obama, soprattutto, hanno fatto trapelare al Times che la nuova interpretazione della Casa Bianca dei continui test militari nordocoreani è che siano una specie di spot pubblicitario del regime, il modo di Kim Jong Il di esporre la propria merce sul mercato globale e provare a venderla a chiunque sia interessato ad acquistare tecnologia nucleare».
E «questo cambia interamente la dinamica del nostro approccio», avrebbe detto al NYT un altro consigliere per la sicurezza nazionale.

Secondo Rocca, la condanna delle due giornaliste «ha soltanto messo la sordina a un cambio di strategia che a Washington è già in via di esecuzione». C'è da augurarselo. L'amministrazione, osserva Rocca, «non ha soltanto elevato il tono della voce, si sta impegnando ad ampio raggio con una serie di misure diplomatiche e militari per accerchiare» la Corea del Nord: stretta alle sanzioni; embargo finanziario da parte della Corea del Sud; e, con l'aiuto della Cina, fermare le spedizioni aeree e navali nordcoreane sospettate di portare armi o tecnologia nucleare.

Il rischio, visto che Pyongyang da tempo ha fatto sapere che considererebbe il blocco navale «un atto di guerra», è uno scontro aperto. Per questo Cina e Russia «tentennano nel dare il sostegno alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, presentata dagli americani, che autorizza esplicitamente a fermare i cargo norcoreani». Secondo la ricostruzione del NYT, scrive Rocca, «stanno cercando di convincere i cinesi che senza un loro coinvolgimento diretto l'America sarà costretta ad aumentare la presenza militare nella regione e, probabilmente, a non poter più fermare le richieste giapponesi di dotarsi anche loro di un arsenale nucleare». Quella di Obama è una vera svolta, o sono solo minacce per provare a smascherare l'ennesimo bluff di Kim? Lo vedremo nelle prossime settimane.

«Il cambio di regime a Pyongyang è la soluzione», ha ammesso John Nagl, presidente del Center for a New American Security (think tank da cui Obama ha preso uomini e idee), a Il Foglio: «Non c'è contraddizione con il resto della politica estera della Casa Bianca, perché Kim Jong Il sta commettendo un genocidio nei confronti del suo popolo». Finalmente se ne sono accorti. Chissà che nel destino di Obama non ci sia di portare la democrazia ai confini della Cina, riunificando le due coree.

Il WSJ si ricrede: altro che Freedom Agenda

Era stato proprio il Wall Street Journal, all'indomani del discorso del presidente Obama al Cairo, a titolare "Barack Hussein Bush", sostenendo, in un editoriale che mi aveva lasciato perplesso, che ciò che stava offrendo al mondo musulmano non era né più né meno che la Freedom Agenda di Bush. E proprio il WSJ poche ore dopo si è dovuto ricredere, scoprendo che l'amministrazione sta tagliando i fondi destinati alla promozione della democrazia.

In Egitto i soldi a disposizione dei programmi sono stati ridotti da 50 a 20 milioni di dollari, a meno della metà. I fondi stanziati per i gruppi indipendenti del 70% e oltre, «nonostante la spesa record su quasi tutte le altre voci di bilancio». Lo scorso mese l'ambasciatore in Egitto ha tagliato 11 milioni ai programmi destinati alla società civile. «Da ora in poi solo i gruppi approvati dal regime di Mubarak potranno accedere a questi "fondi per il sostegno economico" - sostanzialmente un potere di veto del Cairo sugli aiuti americani».

«La bassa priorità assegnata alla promozione della democrazia è evidente in tutta l'amministrazione», dal Consiglio per la Sicurezza nazionale, dove nessuno si occupa direttamente di democrazia e diritti umani, inglobati sotto la voce "istituzioni multilaterali e sviluppo"; al Dipartimento di Stato, dove «il posto di assistente del segretario per la democrazia e i diritti umani rimane vuoto».

Nella sua prima visita in Cina, ricorda il WSJ, H. Clinton ha «eluso» il tema dei diritti umani. Il «reset» nelle relazioni con il Cremlino limita il dialogo «al controllo degli armamenti e alla difesa missilistica», sorvolando sulla «tormentata società civile» russa e sulle «minacce» alle giovani democrazie confinanti. Parlando di Afghanistan, il segretario alla Difesa Gates ha minimizzato l'obiettivo di creare una società libera.

«Queste scelte - osserva il quotidiano - riflettono l'emergere di una politica estera neo-realista... Se può consolare, Bush si fermò nel suo sostegno ai dissidenti nei paesi del Medio Oriente come l'Egitto e si accorse in ritardo del lato oscuro del regime di Putin». Ma il «migliore argomento» in favore della promozione della democrazia, come ha ricordato lo stesso Obama al Cairo, è che «le democrazie sono in definitiva più stabili, riuscite e sicure». Per questo «è nell'interesse dell'America vedere la libertà diffondersi nel mondo» e la difesa della democrazia «appartiene a una lunga tradizione bipartisan».

Sul discorso di Obama al Cairo aveva visto giusto David Brooks, che proprio sul tema della democrazia aveva notato una «grande ritirata verso il realismo»: «Una parte del discorso era dedicata alla promozione della democrazia, e considerando le discussioni su di essa nell'amministrazione, forse dovremmo essere contenti che ci sia stata. Ma era pomposa e astratta - il tipo di prosa che uno adotta dopo una discussione interna rimasta irrisolta». Il presidente infatti non aveva veramente difeso le istituzioni democratiche. Affermare genericamente che i governi «dovrebbero riflettere la volontà della gente» e che i cittadini dovrebbero «poter dire la loro» su come sono governati, e aggiungere che comunque «ogni nazione dà vita a questi principi a suo modo, a seconda delle tradizioni del proprio popolo», è un modo per dare a tutti i regimi autocratici una scappatoia.

Oggi il Wall Street Journal nota che forse l'amministrazione Obama, viste le recenti provocazioni da parte della Corea del Nord, sta riconsiderando la politica tenuta dalle amministrazioni Clinton e G. W. Bush nei confronti di Pyongyang: H. Clinton ha ipotizzato di reinserire il regime nordcoreano nella lista degli stati terroristi. «Sarebbe l'inizio del buon senso se Obama e il suo segretario di Stato capissero che la Corea del Nord è uno stato che semplicemente non può essere comprato con gesti e dialogo». Anche Christian Rocca, su Il Foglio, vede importanti segnali di un cambio di rotta. Addirittura, nell'amministrazione Usa qualcuno comincia a parlare di regime change e a usare i toni di Bolton.

Tuesday, May 26, 2009

Giornata in breve/1

1) Continuo a notare che per alcune forze politiche e per alcuni giornali l'ingerenza della Chiesa preoccupa a intermittenza, a seconda del merito delle posizioni che esprime. E, soprattutto, a seconda che possano o meno essere interpretate come critiche all'operato del governo Berlusconi. Se la Chiesa si esprime per un'accoglienza indiscriminata degli immigrati clandestini, allora va bene; se è accanto ai lavoratori e ai disoccupati, esprimendosi in modi tali da far sembrare che il governo non stia facendo nulla per loro, va benissimo. Nessuna ingerenza, anzi, si dà ampia risonanza ai moniti dei vescovi. Addirittura, oggi l'Unità pare delusa dal presidente della Cei Bagnasco, reo di essere stato «Tiepido sulla morale» parlando ai suoi vescovi. L'Unità avrebbe desiderato una tirata moralista contro quelle presunte "libertà sessuali" che ogni tanto mettono nei guai il premier. Si vuole che la Chiesa usi la sua autorità morale e religiosa per attaccare l'avversario politico. Poi, però, si pretende che taccia sull'embrione.

2) Sempre più socialdemocratico Tremonti. Oggi ha dichiarato che «il sistema delle pensioni italiano è ottimo e sta in piedi bene». Come dire che le tasse sono «bellissime». «Eventuali modifiche - ha aggiunto - vanno fatte non per fare soldi ma in una logica di pensioni su pensioni, di generazioni padri-figli» (!?). Un discorso da fare, eventualmente, con i sindacati. Un modo per dire "a babbo morto". «Le pensioni non sono come l'Rc auto, sono una cosa seria, non si fanno le finanziarie sulle pensioni, vale a dire sulla pelle della gente». Applausi scroscianti dalla Cgil. Tremonti «conferma quello che il sindacato ha sempre detto e che i Soloni continuano a contestare», ha esultato Epifani. Qualche sirena dovrebbe cominciare a suonare nel PdL. O no?

3) Vittorio Feltri non ha resistito a mettere nero su bianco quello che a molti di noi è passato nella mente negli ultimi giorni e oggi ha dedicato un editoriale al presunto bigottismo di Emma Bonino sul "caso Noemi". Il direttore si è confermato comunque un gentiluomo, non attaccando sul personale l'ex commissaria europea. Va precisato però che la Bonino non ha mai proposto una commissione d'inchiesta. Alla trasmissione In Mezz'ora, a precisa domanda di Lucia Annunziata - «Lei proporrebbe, oggi, una Commissione d'inchiesta?» - la Bonino risponde: «No». Vero è che poco prima, la stessa Bonino, aveva ricordato che negli Stati Uniti una commissione aveva indagato sulle menzogne di Bill Clinton. La commissione era quella per l'impeachment e l'oggetto dell'indagine era un presunto abuso di potere del presidente per aver tentato di ostacolare un'inchiesta federale. Non proprio la stessa cosa. Già domenica pomeriggio le agenzie di stampa titolavano: "Noemi: Bonino, Berlusconi in Parlamento o commissione d'indagine". Ma la Bonino ha smentito solo oggi, dopo aver letto l'editoriale di Feltri. Incontestabile, comunque, dalle sue ultime dichiarazioni e partecipazioni televisive (su tutte, quella ad Annozero di qualche puntata fa), la deriva bigotta, moralista e snob della Bonino su veline e "caso Noemi".

4) Profetico davvero John Bolton, che pochi giorni fa aveva messo in guardia dall'imminente secondo test nucleare nordcoreano.

Wednesday, May 20, 2009

Se l'Iran segue l'esempio della Corea del Nord

Più che profetico John Bolton nel suo editoriale di oggi sul Wall Street Journal. Mentre suggerisce di «tenersi pronti per un altro test nucleare nordcoreano», avvertendo che «l'Iran potrebbe presto seguire l'esempio di Pyongyang», ecco che arriva l'annuncio di Ahmadinejad: testato con successo un nuovo missile terra-terra, il Sejil-2. Con gittata 2 mila km, sarebbe in grado di raggiungere sia Israele che le basi Usa nel Golfo persico. Sembra tanto un primo segnale di chiusura all'invito al dialogo avanzato da Obama, ma potrebbe essere solo la propaganda di Ahmadinejad per farsi rieleggere.

Nell'ottobre 2006, ricorda comunque Bolton, la Corea del Nord ha conseguito «un incredibile successo diplomatico» grazie alla sua «belligeranza». Il suo primo test nucleare portò alla ripresa dei colloqui a sei, guadagnando ulteriore tempo per il suo programma nucleare. Ora Kim Jong Il si prepara a seguire lo stesso «copione». Ad aprile ha lanciato il missile Taepodong-2 e Gary Samore, funzionario del Consiglio per la sicurezza nazionale, ha recentemente confermato che un secondo test nucleare è probabilmente in programma.

Un secondo test dopo quello del 2006 avrebbe potuto causare la fine dei colloqui, ma finora dall'amministrazione Obama non è trapelata nessuna minaccia in questo senso. Anzi, nonostante le provocazioni di Pyongyang, l'inviato speciale Bosworth ha ribadito che gli Stati Uniti «sono impegnati per il dialogo» e «ovviamente interessati a tornare al tavolo del negoziato appena possibile». Precisamente ciò che la Corea del Nord vuole.

«Se il prossimo test non porrà fine ai colloqui a sei - avverte Bolton - Kim concluderà a ragione che non corre alcun pericolo non smantellando il suo programma di armamenti» e che la sua tattica funziona. Il «vero mistero - secondo Bolton - è perché le nostre amministrazioni - sia repubblicane che democratiche - non hanno ancora imparato che la loro fiducia nei colloqui a sei è mal riposta». «Svincolare» un secondo test nucleare dalla continuazione o meno dei colloqui a sei «darà semplicemente a Kim il permesso di procedere».

Dialogo senza dover sospendere i propri piani è esattamente ciò che vogliono. «L'Iran e le altre aspiranti potenze nucleari arriveranno esattamente alla stessa conclusione: i negoziati come i colloqui a sei [con la Corea del Nord] sono una farsa e riflettono il continuo crollo della risolutezza americana». L'«accondiscendenza» Usa nei confronti di un secondo test nucleare nordcoreano indurrà Teheran ad adottare la stessa strategia di successo di Pyongyang, prevede Bolton. Ma a quanto pare gli iraniani hanno imparato più in fretta e non hanno avuto bisogno di aspettare il secondo test nordcoreano. «E' arrivato il momento per l'amministrazione Obama - conclude Bolton - di porre fine al copione di Kim Jong Il. Altrimenti, meglio tenerci pronti ad un Iran nucleare».

Thursday, April 16, 2009

Tempi cupi, le aperture di Obama non basteranno

Tira una brutta aria, perché le aperture al dialogo di Obama in tutte - davvero in tutte - le direzioni sembrano suscitare un senso di sollievo e rilassamento, persino di entusiasmo, tra gli analisti, i commentatori e i media mainstream, oltre che nelle capitali occidentali. Quasi che l'ammorbidimento delle posizioni e dei toni Usa sia destinato di per sé a risolvere tutte le crisi e a migliorare ogni rapporto conflittuale. Peccato che a questo clima rilassato e vagamente ottimista non corrispondano fatti altrettanto tranquillizzanti. Le sfide sembrano aumentare e crescere di complessità; gli stati canaglia alzano la posta, per sfruttare il più possibile a loro vantaggio la nuova aria che spira a Washington.

L'Iran, innanzitutto. La prima conseguenza dell'apertura di Obama è che la sospensione dell'arricchimento dell'uranio non è più una precondizione per l'avvio dei negoziati. Teheran non chiedeva di meglio. Mentre si discute potrà continuare a portare avanti il suo programma, e magari in corsa riuscirà a ottenere persino qualche benefit. Come detto, spetta a Obama capire prima possibile le reali intenzioni di Teheran e tirare le somme del suo tentativo senza farsi impantanare in un dialogo il cui unico obiettivo da parte dell'Iran fosse quello di prendere tempo per mettere la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto dell'atomica sciita.

Intanto, il governo egiziano sembra aver capito che gli iraniani mirano a destabilizzare il paese, colpendo il turismo e il commercio, settori strategici per l'economia egiziana. L'Egitto è forse l'unico vero ostacolo rimasto tra Teheran e le sue ambizioni egemoniche sull'intera regione. Nei giorni scorsi sono stati arrestati 49 uomini accusati di essere vicini a Hezbollah e di progettare attentati nel Sinai contro mete turistiche frequentate da israeliani e contro infrastrutture egiziane, tra cui il canale di Suez. Sarebbero stati il Mossad e la Cia a fornire le informazioni agli egiziani.

Il ministro degli Esteri egiziano, Abul Gheit, è stato molto esplicito con il quotidiano Asharq al-Awsat, promettendo «grandi sorprese» quando saranno resi noti i particolari sulla cellula sciita operante nel Sinai: «Aspetto con ansia il momento in cui vedrò le facce di coloro che dentro e fuori l'Iran dettano le istruzioni... quando leggeranno il rapporto preparato dal procuratore di Stato. La questione Hezbollah dimostra che l'Iran vuole trasformare l'Egitto in un trampolino iraniano per chi vuole penetrare in Medio Oriente. Ma l'Egitto non fa da trampolino a nessuno». Secondo il quotidiano Haaretz quella egiziana è una vera e propria «rabbia» nei confronti di Teheran. Di poche settimane fa la rottura tra Marocco e Iran, dopo la scoperta dei tentativi di infiltrazione islamico-sciita nel regno sunnita retto da Maometto VI.

Ma se Obama si volta verso Israele, l'orizzonte non appare più sereno e le cose si fanno se possibile più complicate. Il ministro degli Esteri israeliano Lieberman ha spiegato all'inviato speciale di Obama per il Medio Oriente, George Mitchell, che il governo Netanyahu non crede più nella politica delle concessioni e dei ritiri unilaterali (che hanno portato alla guerra con Hezbollah nel 2006 e al rafforzamento di Hamas), che non si riconosce in Annapolis, ma si sente vincolato solo al rispetto della "road map", che prevede (pochi se ne ricordano) la cessazione di ogni violenza e terrorismo tra le condizioni per la nascita di uno stato palestinese.

Lieberman ha chiesto «impegni senza equivoci» da parte di Washington sulla sicurezza di Israele e la sua natura di stato ebraico. Le parole di Lieberman sembrano confermare il cambio di rotta del nuovo governo israeliano: la priorità è l'Iran; nel frattempo, "pace economica" con i palestinesi: Israele è disponibile a tutto per migliorare le condizioni economiche dei palestinesi, ma «se vogliamo una soluzione stabile alla questione palestinese dobbiamo in primo luogo fermare l'intensificazione e l'espansione della minaccia iraniana». Al contrario di Bush, l'amministrazione Obama sembra sposare l'approccio più tradizionale che vede nel processo di pace e nella minaccia iraniana due problemi separati. Ciò costituirà un problema di non poco conto nei rapporti con Israele.

Nulla di buono neanche dalla Corea del Nord, che in una settimana ha effettuato un test missilistico (fallito), espulso gli ispettori delle Nazioni Unite, abbandonato i colloqui a sei e minacciato di riaccendere i reattori e proseguire nel programma nucleare, a dimostrazione di quanto fosse propagandistico il successo diplomatico sbandierato in "zona Cesarini" dall'amministrazione Bush. E' fin troppo evidente che il regime di Pyongyang è attratto dalla prospettiva di lucrare dalla nuova stagione di dialogo a 360° inaugurata dalla presidenza Obama. Spera di ricominciare con il solito tira e molla, ottenendo ulteriori concessioni. E, magari, di seguire l'esempio iraniano, costringendo Washington a colloqui diretti senza precondizioni.

Non meno gravi gli ultimi sviluppi in Afghanistan e Pakistan, dove la situazione sembra precipitare di giorno in giorno. Riguardo l'Afghanistan, Obama sembra aver capito che esiste un problema strettamente militare: la quantità di truppe impegnate sul terreno. Prosegue, però, la progressiva perdita di controllo del Pakistan. Un processo a dire il vero iniziato già con la precedente amministrazione, ma che pare accentuarsi con Obama, che mostra molte incertezze e nessuna strategia. Il fatto che il presidente pachistano Zardari abbia addirittura concesso l'introduzione della sharia in una zona del paese, lo Swat, per venire a patti con i talebani pakistani è davvero inquietante. In pratica una cessione di sovranità ai talebani dalle conseguenze potenzialmente disastrose per la stabilità del paese.

Sulle differenze tra Bush e Obama in politica estera avremo modo di tornare.

In questo scenario a tinte fosche, l'unica nota positiva potrebbe paradossalmente giungere da un'altra dittatura, quella cinese, che in questa fase sembra se non altro muoversi con un certo pragmatismo. La leadership di Pechino dimostra di saper trattare i suoi interessi con realismo. E' nazionalista, ma almeno il potere non sembra in mano a una setta di fanatici. Fa ben sperare la pubblicazione del primo "Piano di azione nazionale per i diritti umani in Cina", che indica gli obiettivi del prossimo biennio: una maggiore tutela fisica e morale dei detenuti. Il che vorrebbe dire bandire la tortura. Nel piano si afferma il diritto dei detenuti a presentare proteste scritte e a denunciare abusi. Viene ribadito il loro diritto a incontrarsi e a comunicare con l'avvocato, e il diritto del legale a poter svolgere nel miglior modo la difesa.

Pieno di omissioni e ambiguità; operazione d'immagine, sul piano sia internazionale che interno; e sappiamo che in gran parte resterà lettera morta. Ma quanto meno - osservano molti - è importante la sola ammissione, per la prima volta, che ci sono diritti umani fondamentali diversi dal diritto del popolo alla sussistenza, in nome del quale Pechino ha sempre giustificato i suoi più orrendi crimini.