Approvata all'unanimità al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una nuova risoluzione sulla Corea del Nord che introduce nuove sanzioni, tra cui la possibilità di intercettare e ispezionare navi e aerei diretti nei porti e negli aeroporti del paese. Tutti i paesi membri sono quindi autorizzati, anche se non obbligati, a ispezionare «tutti i cargo diretti e provenienti dalla Corea del Nord in transito sul loro territorio, inclusi i porti e gli aeroporti, se il Paese coinvolto ha informazioni che offrono basi ragionevoli per poter credere che il cargo contenga elementi» proibiti dall'embargo. Le ispezioni delle navi possono avvenire anche in acque internazionali «con il consenso del Paese la cui bandiera batte la nave e secondo le norme del diritto internazionale». La risoluzione intima inoltre Pyongyang a «non condurre alcun altro test o qualsiasi altro lancio in cui venga usata tecnologia missilistica balistica».
Intanto, alcuni giorni fa, il New York Times, citando fonti interne all'amministrazione, ha fatto capire che gli Usa non sarebbero più disposti a tollerare le provocazioni e i giochetti di Kim Jong Il e sarebbero pronti a prendere in considerazione il cambio di regime.
Di regime change ormai «inevitabile» per «collasso» del regime, pur senza specificare se e quanto indotto dall'esterno, parla Michael O'Hanlon, analista della Brookings Institution, think tank clintoniano e quindi vicino all'amministrazione. Anche se è «impossibile» prevedere «come o quando», il «costo dell'impreparazione» a un simile evento sarebbe «così alto» che «ogni evenienza dev'essere considerata». «Gli Stati Uniti devono prepararsi a giocare un ruolo fondamentale e diretto nell'affrontare gli effetti del collasso»: coordinandosi con Cina e Corea del Sud per «localizzare e mettere in sicurezza» il più velocemente possibile il materiale nucleare; ristabilire l'ordine; assicurare beni e servizi fondamentali. E sarebbe un errore non comprendere che si tratterebbe di operazioni da condurre militarmente. Lo scenario del collasso può implicare una lotta per il potere tra le fazioni nordcoreane e combattimenti tra nord e sudcoreani. Ciò implica che tutti gli aspetti, dalla presenza militare americana in Corea del Nord alla prospettiva della riunificazione con il Sud, dovrebbero essere concordati con Pechino «prima di un'eventuale crisi o guerra».
In un recente articolo lo stesso O'Hanlon ha ricordato come tutti gli approcci – da Clinton a G. W. Bush – abbiano fallito: con Pyongyang è «difficile trattare». Il «nostro obiettivo» dovrebbe essere ancora quello di convincere i nordcoreani ad accettare aiuti esteri, commercio e riconoscimento politico in campio dell'abbandono delle loro capacità nucleari e di graduali riforme, come in Vietnam. «Ma purtroppo – riconosce O'Hanlon – non è l'esito più probabile. Con i nostri alleati dovremmo gettare le fondamenta per affrontare scenari peggiori».
Anche Henry Kissinger, realista di ferro, sembra essersi convinto che la Corea del Nord vuole diventare una potenza atomica. I leader di Pyongyang «sembrano aver concluso che nessun riconoscimento politico e nessuna ricompensa vale l'abbandono delle loro capacità nucleari». Quindi, «da ora il problema per la diplomazia è capire se l'obiettivo dovrebbe essere convivere con l'arsenale nucleare nordcoreano o eliminarlo. Qualsiasi politica che non elimini il programma nucleare di Pyongyang, di fatto accetta la sua continuazione. E il processo negoziale – avverte l'ex segretario di stato – è sul punto di legittimarlo, autorizzando Pyongyang a porci di fronte al fatto compiuto». Il che sarebbe «una sfida» alla politica di non proliferazione e «comprometterebbe le prospettive negoziali con l'Iran».
L'accettazione di fatto della Corea del Nord come potenza nucleare richiederebbe una «riconsiderazione strategica». A quel punto, secondo Kissinger, «andrebbe posta maggiore enfasi sulla difesa missilistica; sarebbe essenziale rielaborare la strategia di deterrenza degli Usa in un mondo con molteplici potenze nucleari, considerando il ruolo accresciuto di attori non statali - una sfida senza precedenti».
La proliferazione nucleare in Asia e in Medio Oriente potrebbe «andare fuori controllo». Uno scenario che non dovrebbe piacere neanche alla Cina, che si troverebbe, fa capire Kissinger, circondata da paesi nuclearizzati. Ma «non basta chiedere alla Cina di esercitare le sue pressioni su Pyongyang, lamentandosi perché non fa ricorso a tutte le sue possibilità», avverte Kissinger. I cinesi «hanno bisogno di conoscere l'atteggiamento americano e di chiarirsi sul loro nell'eventualità di una crisi. Per questo è essenziale un delicato e ponderato dialogo con la Cina, piuttosto che richieste perentorie».
La pensa in modo diverso Robert Kaplan, che su The Atlantic ha spiegato che «Cina e Russia hanno, molto più degli Usa e del Giappone, di che essere preoccupate per un collasso della Corea del Nord» causato dalle sanzioni. La Cina inoltre ha «ottime ragioni» per non volere ai propri confini una Corea riunificata, che rappresenterebbe una sfida geopolitica e idoelogica. I cinesi quindi «puntano a minare il regime di Kim Jong Il e a sostituirlo senza l'implosione» del paese. E Kim, secondo Kaplan, «cerca di coinvolgere gli Stati Uniti in colloqui diretti, per ottenere il riconoscimento politico di Washington da usare contro Pechino». Ha quindi «bisogno di essere un problema tale per gli Usa che non abbiano altra scelta che trattare con lui direttamente».
«Questa strategia - osserva Kaplan - pone un problema serio ad Obama: se non colpisce duramente la Corea del Nord con le sanzioni, rischia di dimostrare all'Iran che l'America non fa sul serio. Ma dure sanzioni contro Pyongyang rischiano di provocare il collasso della Corea del Nord, e chi lo auspica dimostra di non aver appreso la lezione dell'Iraq: l'unica cosa peggiore di uno stato totalitario è nessuno stato». Inoltre, «i nordcoreani sono meno istruiti e hanno minore esperienza di democrazia degli iracheni». E in caso di collasso, con milioni di profughi, «sarebbe necessaria la madre di tutte le operazioni umanitarie, con l'esercito americano e cinese obbligati a lavorare insieme», esito che né Pechino né Washington si augurano. «Vogliamo una penisola nordcoreana libera, democratica e riunificata, ma anche che sia una transizione graduale». Quindi Kaplan propone sanzioni dure ma non tali da causare l'implosione della Corea del Nord.
Diametralmente opposta l'analisi di Nicholas Eberstadt, che non ha mai creduto che la strategia di Pyongyang fosse quella di ottenere il riconoscimento politico di Washington e aiuti per la sopravvivenza in cambio della sospensione del programma nucleare, ma che al contrario perseguisse una «strategia chiara allo scopo dotarsi effettivamente di un arsenale nucleare, facendo in modo che la comunità internazionale accettasse gradualmente l'idea della Corea del Nord potenza nucleare». «Ciò che non è chiaro è se la nuova amministrazione Usa lo ha capito e se ha una sua strategia per affrontare la proliferazione nucleare nordcoreana».
Senza ripercorrere tutte le tappe dei «tragicomici sforzi occidentali per impedire a Pyongyang di soddisfare le sue ambizioni», Eberstadt cita l'errore ricorrente, cioè di «trattare la Corea del Nord come lo stato che avremmo voluto che fosse, invece di prenderlo per ciò che effettivamente è. Non otterremo risultati finché non li prenderemo seriamente, finché non capiremo cosa vogliono dal mondo, piuttosto che pensare a ciò che secondo noi dovrebbero volere». La prima cosa da riconoscere è che è uno stato «revisionista», «un regime profondamente insoddisfatto dell'assetto attuale e fondamentalmente impegnato a trasformarlo. Non accetta il predominio di un ordine economico mondiale giudicato imperialista, non accetta lo stato considerato fantoccio che occupa la metà meridionale della sua penisola e l'architettura di sicurezza americana che permette la continuazione di questi oltraggi». Il secondo fatto da riconoscere è che «l'opzione nucleare è al momento la migliore, e forse l'unica che ha per poter sperare di realizzare i suoi obiettivi revisionisti».
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Friday, June 12, 2009
Tuesday, October 28, 2008
Volantini sul gulag nordcoreano
Gli Stati Uniti hanno da poco cancellato la Corea del Nord dalla lista degli stati sponsor del terrorismo, ottenendo in cambio da Pyongyang vaghe promesse sulla possibilità di verificare l'effettivo disarmo nucleare, in base a un accordo che in questi ultimi giorni di mandato per l'amministrazione Bush passa per un successo diplomatico, ma che altro non è che un cedimento gravido di conseguenze negli sforzi contro la proliferazione nucleare.
Ieri la Corea del Nord ha minacciato «di ridurre in macerie» la Corea del Sud. «Le autorità fantoccio farebbero bene a tenere a mente che un nostro attacco preventivo ridurrà ogni cosa in macerie», hanno tuonato le forze armate nordcoreane. «E sarà una guerra giusta... per edificare su di esse uno stato indipendente e riunificato». Le minacce di Pyongyang giungono in reazione a un nuovo lancio, nei giorni scorsi, da parte di attivisti sudcoreani di oltre 100 mila volantini anti-regime trasportati oltre confine legati a dei palloncini. Una pratica che va avanti da anni. Evidentemente questi volantini, di plastica, che recano scritte con inchiostro resistente all'acqua, arrivano a destinazione, toccando i nervi scoperti del regime. Informano i nordcoreani della cattiva salute del loro "caro leader", incitandoli a rivoltarsi. Alcuni contengono anche riso e un biglietto da un dollaro, o da 10 yuan, che corrispondono allo stipendio medio di un mese in Corea del Nord.
Pyongyang ha intimato al governo di Seul di smettere di «disseminare volantini e diffondere menzogne». Ma l'attuale presidente sudcoreano, il conservatore Lee Myung-Bak, ha risposto con fermezza che i volantini non hanno nulla a che fare con il governo, e annunciando l'intenzione di legare i regolari aiuti diretti al Nord ai progressi nel disarmo nucleare.
Il precario stato di salute del dittatore nordcoreano Kim Jong-Il continua a tenere impegnate le intelligence di mezzo mondo. Colpito da un ictus in agosto, sarebbe ricoverato in ospedale ma ancora in grado di prendere decisioni. «Penso che l'intelligence di varie nazioni sia d'accordo nel ritenere che mentre le sue condizioni non sono molto buone, è improbabile che non sia in grado di prendere alcuna decisione, e quindi che non ci saranno altre mosse», ha riferito il premier giapponese, Taro Aso, in Parlamento, citando informazioni dei servizi segreti. Anche secondo il presidente sudcoreano, il "caro leader" detiene ancora il potere e non si intravedono cambiamenti da attribuire alle sue condizioni di salute.
Ma in un paese totalitario il momento della successione al potere è delicato e imperscrutabile dall'esterno. A Washington, così come a Seul, cresce la preoccupazione per una imminente crisi del regime. «Il mondo non dovrebbe temere il crollo della Corea del Nord», sostengono invece Nicholas Eberstadt e John R. Bolton: «La stabilità di una dittatura criminale e crudele, dotata di armi nucleari, è davvero qualcosa cui dobbiamo tenere al di sopra di ogni possibile alternativa?» Certo, la crisi del regime pone grandi sfide, soprattutto alla Corea del Sud e agli Usa. Innanzitutto, «l'incubo» che le armi atomiche finiscano nelle mani sbagliate e che l'esercito nordcoreano sia fuori controllo. Ma anche le conseguenze umanitarie ed economiche di un ipotetico collasso, uno «tsunami» di milioni di rifugiati e l'impatto socio-economico della riunificazione nel medio-lungo termine. Ma rimarrebbe una «preziosa opportunità per riunificare la penisola coreana sotto un unico governo democratico, o almeno per avvicinarsi a questo obiettivo», ricordano Eberstadt e Bolton.
Ieri la Corea del Nord ha minacciato «di ridurre in macerie» la Corea del Sud. «Le autorità fantoccio farebbero bene a tenere a mente che un nostro attacco preventivo ridurrà ogni cosa in macerie», hanno tuonato le forze armate nordcoreane. «E sarà una guerra giusta... per edificare su di esse uno stato indipendente e riunificato». Le minacce di Pyongyang giungono in reazione a un nuovo lancio, nei giorni scorsi, da parte di attivisti sudcoreani di oltre 100 mila volantini anti-regime trasportati oltre confine legati a dei palloncini. Una pratica che va avanti da anni. Evidentemente questi volantini, di plastica, che recano scritte con inchiostro resistente all'acqua, arrivano a destinazione, toccando i nervi scoperti del regime. Informano i nordcoreani della cattiva salute del loro "caro leader", incitandoli a rivoltarsi. Alcuni contengono anche riso e un biglietto da un dollaro, o da 10 yuan, che corrispondono allo stipendio medio di un mese in Corea del Nord.
Pyongyang ha intimato al governo di Seul di smettere di «disseminare volantini e diffondere menzogne». Ma l'attuale presidente sudcoreano, il conservatore Lee Myung-Bak, ha risposto con fermezza che i volantini non hanno nulla a che fare con il governo, e annunciando l'intenzione di legare i regolari aiuti diretti al Nord ai progressi nel disarmo nucleare.
Il precario stato di salute del dittatore nordcoreano Kim Jong-Il continua a tenere impegnate le intelligence di mezzo mondo. Colpito da un ictus in agosto, sarebbe ricoverato in ospedale ma ancora in grado di prendere decisioni. «Penso che l'intelligence di varie nazioni sia d'accordo nel ritenere che mentre le sue condizioni non sono molto buone, è improbabile che non sia in grado di prendere alcuna decisione, e quindi che non ci saranno altre mosse», ha riferito il premier giapponese, Taro Aso, in Parlamento, citando informazioni dei servizi segreti. Anche secondo il presidente sudcoreano, il "caro leader" detiene ancora il potere e non si intravedono cambiamenti da attribuire alle sue condizioni di salute.
Ma in un paese totalitario il momento della successione al potere è delicato e imperscrutabile dall'esterno. A Washington, così come a Seul, cresce la preoccupazione per una imminente crisi del regime. «Il mondo non dovrebbe temere il crollo della Corea del Nord», sostengono invece Nicholas Eberstadt e John R. Bolton: «La stabilità di una dittatura criminale e crudele, dotata di armi nucleari, è davvero qualcosa cui dobbiamo tenere al di sopra di ogni possibile alternativa?» Certo, la crisi del regime pone grandi sfide, soprattutto alla Corea del Sud e agli Usa. Innanzitutto, «l'incubo» che le armi atomiche finiscano nelle mani sbagliate e che l'esercito nordcoreano sia fuori controllo. Ma anche le conseguenze umanitarie ed economiche di un ipotetico collasso, uno «tsunami» di milioni di rifugiati e l'impatto socio-economico della riunificazione nel medio-lungo termine. Ma rimarrebbe una «preziosa opportunità per riunificare la penisola coreana sotto un unico governo democratico, o almeno per avvicinarsi a questo obiettivo», ricordano Eberstadt e Bolton.
Tuesday, October 14, 2008
Non è ancora il tramonto del secolo americano
Molto si è parlato e si è scritto sulle cause della crisi finanziaria e sui possibili rimedi. A tentare di allungare lo sguardo, cercando di scorgere le possibili conseguenze geopolitiche della crisi, è stato Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera di venerdì scorso. E' in atto una «ridistribuzione del potere internazionale», il «definitivo passaggio» dall'odiato «unipolarismo» yankee al più saggio e politically correct «multipolarismo»? La crisi economica e di modello culturale ridimensioneranno l'influenza degli Stati Uniti nel mondo? Assisteremo al tramonto definitivo del cosiddetto «secolo americano»? La globalizzazione reggerà all'urto delle spinte protezioniste e del ritorno all'interventismo statale?
In America il dibattito è più che mai aperto. «Quando la marea lambisce alla vita Gulliver, di solito significa che i Lillipuziani sono già dieci piedi sott'acqua», scrive oggi Bret Stephens sul Wall Street Journal. Sul blog del Council on Foreign Relations è stata avviata una discussione alla quale sono intervenuti con i loro commenti autorevoli studiosi e analisti dello stesso CFR e di altri think tank. Molti ritengono che l'«era americana» sia lungi dall'essersi conclusa.
Ciò che più preoccupa Adam Posen è che gli Stati Uniti abbiano perso la leadership del «model setting», cioè la capacità di proporre al resto del mondo modelli di riferimento. Tuttavia, le nazioni che «intraprendessero vie alternative al mercato, o politiche eccessivamente illiberali, finirebbero con il danneggiare le proprie economie più di quanto abbia fatto l'eccesso del nostro laissez-faire». Se gli altri paesi trarranno una lezione anti-mercato da questa crisi, intende dire Posen, sarà a loro danno, mentre il potere Usa ne verrebbe paradossalmente consolidato.
Nicholas Eberstadt, dell'American Enterprise Institute, sottolinea come il potere economico e l'influenza geopolitica siano misure «relative». «Concentrarsi sulle vulnerabilità dell'America senza cimentarsi nello stesso esercizio per le altre potenze esistenti o emergenti ci lascerà con un'analisi incompleta, per non dire distorta». Anche Russia, Cina e India hanno «enormi vulnerabilità economiche, che potrebbero rallentare in modo significativo o persino far fallire i loro attuali ambiziosi obiettivi di crescita». Insomma, si chiede sarcasticamente Eberstadt: «Scambierei le nostre vulnerabilità economiche per le loro (o per quelle dell'Europa o del Giappone)? Mai in questa vita».
Nel dibattito sul blog del CFR è intervenuto anche Joseph Nye, docente di relazioni internazionali ad Harvard e teorico del "soft power". «Quando scrissi "Bound to Lead", nel 1989, l'opinione comune era che gli Stati Uniti (e la loro economia) fossero in declino. Non ci ho creduto allora, e non ci credo oggi», «ma pagheremo un prezzo per la recente debacle nel nostro "soft power". L'apparente efficienza del nostro mercato ha rappresentato un'importante fonte di attrazione verso gli Stati Uniti». La domanda da porsi è «se recupereremo il nostro "soft power", o se una volta scottati tutti si terranno ben alla larga».
Sebastian Mallaby osserva che «dopo tutto il sistema politico americano ha dato una risposta politica forte in tempi brevi», mentre «in Europa, al contrario, le autorità sono in difficoltà nel dare una risposta coordinata». Insomma, «almeno relativamente all'Ue», gli Usa non se la passano così male. «Non molto tempo fa gli europei si compiacevano del fatto che la super-finanza americana stesse avendo ciò che si meritava; ora le banche europee sembrano deboli almeno quanto quelle americane». Nemmeno l'Asia è immune a una stretta creditizia globale e il modello asiatico basato sulle esportazioni è «vulnerabile» ad una stagnazione della domanda globale.
Ancor più che il potere americano, a rischiare è la globalizzazione nella sua forma attuale, secondo Mallaby. E' da sempre un fenomeno controverso, ma finché rimane un progetto «liberale», è «accettabile l'idea che degli stranieri possiedano compagnie o asset americani», cercando di massimizzare i loro profitti. Tuttavia, più gli stati accresceranno il loro ruolo nell'economia globale, più aumenterà la diffidenza e sarà difficile aprirsi alla concorrenza e agli investimenti stranieri, presupposti della globalizzazione. Due esempi: «L'Europa avrebbe tranquillamente potuto fare affidamento sul gas russo, se il governo di Mosca non si fosse intromesso. Invece si è intromesso, e molto, così che il gas è divenuto una questione di politica estera. Gli Stati Uniti avrebbero tranquillamente potuto contare sui risparmiatori esteri per finanziare il loro debito, se i governi stranieri non si fossero inseriti. Banche centrali ed enti governativi sono divenuti fornitori chiave di capitali degli Stati Uniti, e così i finanziamenti esteri sono divenuti una sorta di cavallo di troia» in mano a potenze rivali.
In America il dibattito è più che mai aperto. «Quando la marea lambisce alla vita Gulliver, di solito significa che i Lillipuziani sono già dieci piedi sott'acqua», scrive oggi Bret Stephens sul Wall Street Journal. Sul blog del Council on Foreign Relations è stata avviata una discussione alla quale sono intervenuti con i loro commenti autorevoli studiosi e analisti dello stesso CFR e di altri think tank. Molti ritengono che l'«era americana» sia lungi dall'essersi conclusa.
Ciò che più preoccupa Adam Posen è che gli Stati Uniti abbiano perso la leadership del «model setting», cioè la capacità di proporre al resto del mondo modelli di riferimento. Tuttavia, le nazioni che «intraprendessero vie alternative al mercato, o politiche eccessivamente illiberali, finirebbero con il danneggiare le proprie economie più di quanto abbia fatto l'eccesso del nostro laissez-faire». Se gli altri paesi trarranno una lezione anti-mercato da questa crisi, intende dire Posen, sarà a loro danno, mentre il potere Usa ne verrebbe paradossalmente consolidato.
Nicholas Eberstadt, dell'American Enterprise Institute, sottolinea come il potere economico e l'influenza geopolitica siano misure «relative». «Concentrarsi sulle vulnerabilità dell'America senza cimentarsi nello stesso esercizio per le altre potenze esistenti o emergenti ci lascerà con un'analisi incompleta, per non dire distorta». Anche Russia, Cina e India hanno «enormi vulnerabilità economiche, che potrebbero rallentare in modo significativo o persino far fallire i loro attuali ambiziosi obiettivi di crescita». Insomma, si chiede sarcasticamente Eberstadt: «Scambierei le nostre vulnerabilità economiche per le loro (o per quelle dell'Europa o del Giappone)? Mai in questa vita».
Nel dibattito sul blog del CFR è intervenuto anche Joseph Nye, docente di relazioni internazionali ad Harvard e teorico del "soft power". «Quando scrissi "Bound to Lead", nel 1989, l'opinione comune era che gli Stati Uniti (e la loro economia) fossero in declino. Non ci ho creduto allora, e non ci credo oggi», «ma pagheremo un prezzo per la recente debacle nel nostro "soft power". L'apparente efficienza del nostro mercato ha rappresentato un'importante fonte di attrazione verso gli Stati Uniti». La domanda da porsi è «se recupereremo il nostro "soft power", o se una volta scottati tutti si terranno ben alla larga».
Sebastian Mallaby osserva che «dopo tutto il sistema politico americano ha dato una risposta politica forte in tempi brevi», mentre «in Europa, al contrario, le autorità sono in difficoltà nel dare una risposta coordinata». Insomma, «almeno relativamente all'Ue», gli Usa non se la passano così male. «Non molto tempo fa gli europei si compiacevano del fatto che la super-finanza americana stesse avendo ciò che si meritava; ora le banche europee sembrano deboli almeno quanto quelle americane». Nemmeno l'Asia è immune a una stretta creditizia globale e il modello asiatico basato sulle esportazioni è «vulnerabile» ad una stagnazione della domanda globale.
Ancor più che il potere americano, a rischiare è la globalizzazione nella sua forma attuale, secondo Mallaby. E' da sempre un fenomeno controverso, ma finché rimane un progetto «liberale», è «accettabile l'idea che degli stranieri possiedano compagnie o asset americani», cercando di massimizzare i loro profitti. Tuttavia, più gli stati accresceranno il loro ruolo nell'economia globale, più aumenterà la diffidenza e sarà difficile aprirsi alla concorrenza e agli investimenti stranieri, presupposti della globalizzazione. Due esempi: «L'Europa avrebbe tranquillamente potuto fare affidamento sul gas russo, se il governo di Mosca non si fosse intromesso. Invece si è intromesso, e molto, così che il gas è divenuto una questione di politica estera. Gli Stati Uniti avrebbero tranquillamente potuto contare sui risparmiatori esteri per finanziare il loro debito, se i governi stranieri non si fossero inseriti. Banche centrali ed enti governativi sono divenuti fornitori chiave di capitali degli Stati Uniti, e così i finanziamenti esteri sono divenuti una sorta di cavallo di troia» in mano a potenze rivali.
Thursday, February 15, 2007
Di nuovo nella trappola di Kim Jong Il
Il fatto che appena quattro mesi dopo il primo test nucleare Pyongyang abbia accettato di chiudere gli impianti atomici di Yongbyon e iniziare a smantellare gli altri in cambio di un pacchetto di aiuti di 300 milioni di dollari non depone a favore della credibilità dell'accordo che viene venduto oggi, come altri in passato, come un grande successo della diplomazia multilaterale americana.
Come John Bolton, l'ex ambasciatore Usa all'Onu, il Wall Street Journal, Fred Kaplan, su Slate, ma anche analisti esperti di Corea del Nord come Nicholas Eberstadt e Graham Allison, hanno sottolineato, Bush potrebbe essere finito nella stessa trappola in cui finì Clinton: i ricatti nordcoreani sono stati premiati e ciò rende probabile un nuovo ricatto. E' così che da oltre un decennio Kim Jong Il mantiene in vita artificialmente il suo regime-gulag. Inoltre, altri paesi saranno incoraggiati a inseguire il nucleare, poiché non vi sono controindicazioni, anzi, prima o poi «premi economici» sembrano garantiti.
Come John Bolton, l'ex ambasciatore Usa all'Onu, il Wall Street Journal, Fred Kaplan, su Slate, ma anche analisti esperti di Corea del Nord come Nicholas Eberstadt e Graham Allison, hanno sottolineato, Bush potrebbe essere finito nella stessa trappola in cui finì Clinton: i ricatti nordcoreani sono stati premiati e ciò rende probabile un nuovo ricatto. E' così che da oltre un decennio Kim Jong Il mantiene in vita artificialmente il suo regime-gulag. Inoltre, altri paesi saranno incoraggiati a inseguire il nucleare, poiché non vi sono controindicazioni, anzi, prima o poi «premi economici» sembrano garantiti.
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